CONVERSAZIONE DI VINCENZO CONSOLO

Questa è una serata nobile. Nobile perché è assolutamente gratuita, fatta non tanto in omaggio a me, quanto in omaggio della memoria. Lo scrittore infatti è un custode di memoria.

Molte volte, ad esempio, ci si è chiesti che cosa significhi la parola Omero. La parola “omeros”, nel greco antico, si traduce in italiano con la parola “ostaggio”.
E ci si è chiesti il perché di questo significato.
Ostaggio di chi?

Ebbene il poeta, quello che noi chiamiamo Omero, naturalmente è ostaggio della memoria, della tradizione.

LO SCRITTORE E’ PORTATORE DI MEMORIA

Tutti gli scrittori dovrebbero essere ostaggi della memoria; i veri scrittori cioè sono coloro che assolvono al compito di tramandare una memoria, che è poi memoria collettiva e realtà storica; coloro che esprimono, secondo la propria sensibilità e le proprie idee, una testimonianza della memoria, per tramandarla ai loro contemporanei e, se possibile, anche ai posteri.

Un custode di memoria ha l’obbligo di conservarla e di servirla.

Coloro che scrivono senza   essere   portatori   di   memoria appartengono a un’altra area, quella del1a comunicazione.

I sapientissimi Greci dissero che Mnemosyne era la madre delle Muse, e da lei derivano le altre arti: la Poesia e anche la Musica. Quindi dopo aver ascoltato questa bellissima musica, posso solo dire delle parole raccontare, narrare, secondo la mia inclinazione e il mio mestiere.

PAESTUM E NAPOLI:

LA BELLEZZA DEL PAESAGGIO

Vorrei partire da Goethe, e raccontare un aneddoto: Egli si trova a Napoli durante il suo viaggio in Italia e vuole andare a visitare Paestum. Ci va insieme a un suo amico pittore, che lo accompagna durante il viaggio che, vero fotografo dell’epoca, ha il compito di prendere degli appunti, da trasformare poi in incisioni e quindi in illustrazioni a corredo del libro sul viaggio in Italia.

Arrivano a Paestum con un barroccio, che portava a cassetta il barrocciaio con un suo nipote, un ragazzotto. Durante il ritorno, alla vista di Napoli il fanciullo comincia a gridare in modo sconsiderato. I due viaggiatori se ne preoccupano e gli chiedono: – Cosa hai da urlare?

Il ragazzotto risponde nel modo più candido e più allegro: – E’ il mio Paese. Non vedete Signurì? Quello è il mio Paese. Guardate quant’è bello!

Questo è un episodio straordinario, perché il ragazzino, cresciuto tra tanta bellezza com’era allora il golfo di Napoli, avendo visitato con quegli illustri personaggi la città di Paestum, si accorge che anche il suo Paese è bello. E quindi gioisce e lo vuole mostrare ai viaggiatori: non c’è solo Paestum, m a c’è anche Napoli.

E’ un episodio significativo anche nel senso che i viaggiatori stranieri sono quelli che ci hanno fatto vedere l ‘ “invisibile”.

ITALIA TERRA PRIVILEGIATA

Noi Italiani, da sempre siamo fortunati, perché siamo nati in una terra estremamente ricca e bella, dal punto di vista storico e da quello naturale.

Però, vivendo tra tanta bellezza, abbiamo finito per non vederla più, e sono stati quei viaggiatori, a partire da Montaigne nel ‘500, per arrivare sino agli ultimi viaggiatori dell’ ‘800 (i nomi sono tantissimi), che ci hanno fatto scoprire il nostro Paese. Ci hanno fatto vedere quale preziosa eredità noi avevamo ricevuto dai nostri antenati.

Ci sono pagine di viaggiatori stranieri straordinarie, notazioni interessanti su questa bellissima Italia.

E’ stato Moravia, grande conoscitore di Paesi ad avere tracciato una sorta di classifica dei Paesi più belli del mondo. Lui diceva che i Paesi sono belli quando alla natura uniscono anche la cultura. Allora al primo posto, naturalmente, metteva l ‘Italia, al secondo, se non vado errato, il Messico, al terzo la Spagna, al quarto la Grecia, e così via.

Quindi il nostro Paese era straordinariamente “donato”, “munificato”.

LA SICILIA TERRA DI BELLEZZA E DI CIVILTÀ

E la Sicilia, già in epoca preistorica, era di eccezionale bellezza. Poi è stata arricchita da tutte le civiltà, che qui sono passate per conquistare l ‘isola, m a anche per lasciare i segni della loro cultura.

Ci sono stati si grandi predatori, come i Romani, ma anche loro hanno lasciato qualcosa. I Bizantini, oppure, andando indietro, i Fenici, i Greci. Poi la civiltà musulmana.

Sciascia dice che il modo di essere dei Siciliani, l ‘identità della Sicilia, incomincia proprio con la civilizzazione araba. Quindi da quel momento, possiamo dirci Siciliani, dopo cioè le ruberie dei Romani e il depauperamento bizantino.

Con gli Arabi   l’isola   impoverita   ha conosciuto un grande

rinascimento, durante il quale si è avuto il miracolo dei sincretismi di religione, di cultura, di lingua.

Palermo, nel primo periodo normanno di Guglielmo il Buono, era diventata una delle terre emblematiche, dove le varie civiltà, le varie religioni, le varie lingue convivevano in una splendida armonia, in uno scambio di cultura e di dono reciproco. Perciò Palermo era diventata forse la città più bella, competeva con Cordova in Spagna, ed era una città di grandi commerci, di grandi industrie, anche di grandi traffici. Essa era la tappa obbligata per tutti i Musulmani andalusi, che dovevano fare il pellegrinaggio alla Mecca.

C’erano a Palermo trecento moschee, c’erano altrettante giudecche, perché vi era anche l ‘elemento ebraico, accanto alle popolazioni più varie. C’erano barbari, spagnoli, africani, tutti con le loro usanze. Ma tutto questo si era amalgamato e aveva formato una grande civiltà.

In più c’era lo sfondo di quella meravigliosa valle in cui era stata costruita Palermo, che i Fenici chiamarono “Ziz” (fiore).

LA CONCA D’ORO

E’ un luogo a ridosso di una catena di montagne che lo preserva dai venti africani, e che si stende sul mare in un clima di eccezionale mitezza, che ha permesso il formarsi di quella famosa plaga che si chiama la “Conca d’Oro”.

Qui furono costruiti quei meravigliosi gioielli che furono le ville, prima dei Mussulmani e poi dei Normanni. Le Ville di “delizie” come la grande Cuba, la piccola Cuba, la Zisa, la Favara, che erano tutti luoghi di villeggiatura.

Palermo era il simbolo di quello che è stata la Sicilia fino a non molti anni fa. Era una delle terre più belle della terra più bella del mondo, che era l ‘Italia.

LE CAUSE DELL’ ODIERNO DEGRADO

Questa terra hanno finito per distruggerla. Benché noi abbiamo imparato dai viaggiatori stranieri a vedere l ‘invisibile e ad apprezzare questo luogo, questa dimora vitale, tuttavia ci siamo comportati anche come altri stranieri, che non erano più intellettuali, ma conquistatori che depredavano e portavano via. Si pensi alle depredazioni che hanno fatto i Tedeschi, gli Inglesi, i Francesi in Egitto o in Grecia. Tutto quello che hanno portato nelle loro nazioni, depauperando queste terre di testimonianze della loro civiltà e di grandi monumenti.

Ecco, noi ci siamo trasformati nella nostra terra in predatori.

La ricchezza che avevamo abbiamo finito per rapinarla, a volte anche per trasferirla altrove, come certi quadri, o certe colonne, e a volte perfino semplicemente per distruggerla sconsideratamente.

Hanno distrutto l’ambiente, hanno distrutto i monumenti.

Tutto questo è avvenuto durante la guerra, con i bombardamenti, ed è continuato nel dopoguerra, ma io credo che la distruzione principale è avvenuta negli anni ’50 – ’60, con il cosiddetto miracolo economico, quando si cominciò a ricostruire e si costruì nel modo più anarchico e più insensato, senza alcun rispetto per l’ambiente in cui le nuove costruzioni nascevano.

Giustissima la ricostruzione, però è stata fatta nel modo più avvilente e di conseguenza è stato distrutto quello che costituiva la “bellezza”.

LA BELLEZZA COME CATEGORIA ETICA

La bellezza non è una categoria estetica, bensì morale. Non è

bello cioè quello che appaga soltanto il nostro senso estetico, ma è bello quello che soprattutto appaga anche la nostra anima.

Pirandello diceva che noi siamo quello che vediamo nei primi anni della nostra vita. Se abbiamo avuto la fortuna di vedere luoghi belli, io credo che la nostra crescita, il nostro sviluppo morale ed intellettuale sarà diverso da quello di un bambino che nasce in un luogo con un orizzonte devastato, orrendo e brutto.

Questi segni esterni fatalmente si proiettano nel nostro interno e uccidono la nostra memoria.

Ci sono tantissimi scrittori che hanno parlato appunto della bellezza come moralità, ma c’è soprattutto uno scrittore che voglio ricordare particolarmente, che è Vittorini.

L’UTOPIA D I VITTORINI

Vittorini, nel libro postumo che si intitola “Le città del mondo”, fa equivalere la bellezza all’armonia sociale, intesa come base della democrazia, dove ognuno ha rispetto dell’altro. Ne libro parla del viaggio che fanno alcune coppie di una Sicilia in movimento, quando sembrava che l ‘isola dovesse togliersi di dosso quella condanna del fato, di memoria verghiana. Vittorini, che era un “antiverghiano” e che pensava che la Sicilia dovesse scuotersi da questa condanna del destino e che dovesse prendere un atteggiamento attivo nei confronti della storia, scrive questo libro alla fine degli anni ’50 (senza riuscire a finirlo), dove c’è una Sicilia che parte per diversi itinerari di vita. C’è ad esempio una ragazza che scappa da Milazzo, dei ragazzini che scappano dalle Madonie, e partono senza una meta precisa, comunque rappresentando una Sicilia che non sta pili seduta all’ombra a sonnecchiare, ma è una Sicilia in attesa di un evento straordinario.

In quegli anni era stato scoperto il petrolio e s’erano accese tante speranze. Vittorini aveva visto da vicino l’esperienza olivettiana, di quel grande industriale e insieme sociologo, Adriano Olivetti, imprenditore illuminato, che aveva creato un’industria a misura d ‘uomo. Vittorini s’era entusiasmato di questa idea, che sembrava realizzare un sogno straordinario e quindi aveva pensato che in Sicilia potesse avvenire qualcosa di simile. Che cioè si sarebbe potuto lasciare alle spalle il vecchio mondo contadino, di rassegnazione, di pena, d’ignoranza, di malattie, e finalmente con la industrializzazione si potesse fare diventare il Siciliano protagonista della storia.

Ma senza l ‘avvilimento, senza quella schiavitù che di solito l’industria comporta nei confronti dei lavoratori. Lo sfruttamento, l’alienazione, quello che aveva analizzato un signore, che Tomasi di Lampedusa chiama: “un ebreuccio di cui non ricordo il nome”, e che noi invece ricordiamo benissimo e si chiama Carlo Marx.

Vittorini pensava nella sua utopia che ci potesse essere, al di là del conflitto tra capitale e lavoro, un tipo di industria illuminata, dove l ‘operaio, il bracciante, il lavoratore non venisse oppresso e non venisse sfruttato. Utopia che si è infranta contro gli scogli della storia.

IL SICILIANO PROTAGONISTA DELLA STORIA

Questa immagine vittoriniana di una Sicilia che rinasce, di quella che Lui chiamò la Lombardia siciliana, lo portò a disegnare una sua geografia lombarda in terra di Sicilia, rifacendosi appunto agli eredi degli antichi insediamenti lombardi qui in Sicilia.
Parlava dei paesi di lingua lombarda, come San Fratello, Nicosia, Aidone, comunità che si formarono con la conquista dei Normanni dopo la dominazione araba.

Egli diceva che le città belle, come Caltagirone, come Noto, creano armonia sociale, creano fantasia e mettono l’uomo in un atteggiamento attivo e non più passivo nei confronti della storia. L’uomo deve diventare protagonista.

Ora l ‘utopia economicista o politica di Vittorini io credo che si sia infranta completamente, visti i risultati delle esperienze del petrolio a Gela o ad Augusta. Resiste invece la sua idea dei luoghi belli che formano l’uomo, lo migliorano e lo arricchiscono, mentre i luoghi brutti mortificano l ‘uomo, lo portano verso la malinconia, la depressione e a volte anche verso una ribellione sconsiderata ed irrazionale, che degenera nella violenza.

LA DENUNZIA DELLE DISTRUZ IONI

La storia siciliana degli ultimi cinquant’anni di distruzione dissennata ha avuto inizio con l ‘abbandono delle campagne e la trasformazione dei nostri paesini e delle nostre città. Allora vi sono stati uomini che hanno cominciato a denunciare queste perdite, non tanto come distruzioni materiali, quanto per i riflessi morali e sociali che determinavano sulle persone e sulle popolazioni.

Voglio ricordare Antonio Cederna, un urbanista che per anni cd anni è stato un a voce clamante nel deserto, inascoltata, che ha parlato e ha scritto prima sulle pagine de “Il Mondo”, poi su quelle di “Repubblica”, delle devastazioni, dei gravi stupri (mi si perdoni la parola forte), che avvenivano sul territorio del nostro Paese.

Voglio ricordare un poeta come Pasolini, che con le sue bellissime metafore, come “La scomparsa delle lucciole”, voleva simbolicamente segnalare questo mutamento nella Società.

Voglio ricordare un poeta come Andrea Zanzotto, che lamentava l’”avvelenamento” dell’Eden veneto dove lui abitava, quando i contadini hanno iniziato a mischiare veleni chimici alle sementi introducendo una terribile alterazione ecologica.

Poi anche uno scrittore come Guido Ceronetti, che ha scritto due libri che sono un po’ la continuazione del libro di Guido Piovene “Viaggio in Italia”.

Però al tempo di Piovene, come al tempo del viaggio di un altro scrittore, Riccardo Bacchelli (narrato in “Lo sa il tonno”), ancora le perdite e le distruzioni non erano avvenute, e quindi loro scoprivano soltanto le bellezze dei luoghi che vedevano per la prima volta.

Pensiamo ai luoghi più belli e più simbolici del cuore d ‘Italia, quelli che pochi giorni fa hanno subito nell’Umbria e nelle Marche un terremoto catastrofico. Pensiamo ai luoghi che abbiamo perso, alle ferite arrecate a monumenti come la Basilica di S. Francesco, che sono delle ferite emblematiche che in un certo senso ci dicono del nostro continuo scadimento.

In questo caso è stata la natura a determinare la distruzione, ma in altri casi sono gli uomini ad apportare queste ferite.

Torniamo a Ceronetti che, con il precedente di Piovene, ha scritto due libri, uno intitolato “Un viaggio in Italia” e l ‘altro “Albergo Italia”.

QUANDO LA DENUNZIA E’ REAZIONARIA

Ceronetti è un uomo singolare, di vastissima cultura, che conosce l’ebraico, ma è un uomo che pensa che la soluzione per questo mondo di oggi non sia altro che l’apocalisse, che finalmente potrà cancellare tutto per ricominciare daccapo.

Egli compie il suo viaggio in Italia partendo dal veneto, Torino, Milano, Roma, arrivando anche nei paesi più sperduti, sino in Sicilia, dove visita Siracusa, Acitrezza, Noto, Palermo. In termini molto violenti, da invettiva, registra le brutture che incontra, ma il suo discorso, proprio per le sue concezioni così radicali ed apocalittiche, così tese ad aspirazione metafisica, a volte diventa reazionario.

Io credo che quando si denunziano i mali della Società, pur nell’invettiva, occorre sempre affermare che tutto si può rimediare, perché la storia la fanno gli uomini e non c’è bisogno di aspettare l’azzeramento totale, che postula pure l ‘offesa della vita.

Ceronetti arriva anche a declinare temi razzistici. C’è una descrizione nel suo viaggio dell’incontro che ha in treno con un gruppo di emigrati arabi. Li guarda, devo dire, con molto disprezzo. Arriva a usare espressioni razzistiche quando afferma che dove loro passano infettano tutto, rovinano e degradano tutto, dando la colpa a questo estraneo che viene nel nostro contesto e sembra essere la causa prima del nostro degrado.

IL MIRACOLO ECONOMICO

E L’ORIGINE DELLO SVILUPPO DISTORTO

In Ceronetti c’è un punto di vista discutibile. Lo scrittore infatti viene da Torino e scrive sulla “Stampa”, che è di proprietà del Sig. Agnelli. Nei suoi libri non mette mai in discussione queste matrici prime dei mali italiani. Insomma, questo Paese è stato disegnato su misura per le automobili e tutto il resto è avvenuto di conseguenza. Una certa industrializzazione ha portato lavoro, è vero, ma non si è mai studiato se potevano esserci delle altre dimensioni e direzioni dello sviluppo.

Con il miracolo economico italiano si è distrutto quella che era la cultura contadina e si è puntato solo sulla industrializzazione. Questo intendo quando affermo che il Paese è stato disegnato su misura per l ‘industria FIAT, con tutto il processo di emigrazione interna e di spostamento, che hanno chiamato “esodo”, di masse di braccianti meridionali verso il nord. Ne è scaturito un processo massiccio di inurbamento con costruzioni caotiche, veloci, repentine, per dare alloggi nelle periferie delle città industriali. Anonime, atroci, definite dormitori, che sono luoghi senza anima.

DEGRADO AMBIENTALE E DECADIMENTO MORALE

E’ inutile meravigliarsi se in simili luoghi i giovani possono avere problemi di ordine psichico, se possono scegliere di uccidersi con una iniezione procurata dai trafficanti di droga, o di compiere atti irrazionali e violenti.

L’ambiente degradato porta alla distruzione dell’uomo, porta al degrado morale.

Per finire questa mia conversazione un po’ vagante di qua e di là,

voglio leggere un pensiero di un famoso etologo, Konrad Lorenz, contenuto negli “Otto peccati capitali della nostra civiltà“:.. Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente  collegati, e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte vanno chiaramente incontro all’atrofia di entrambi. Sia la bellezza della natura sia quella dell’ambiente culturale, creato dall’uomo, sono manifestamente necessarie per mantenere l’uomo psichicamente e spiritualmente sano. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perché va di pari passo verso tutto ciò che è moralmente condannabile. “

Se noi perdiamo la nostra sensibilità verso la bellezza perdiamo anche la sensibilità verso tutto quanto è orrore e azione ingiusta dell’uomo, la violenza, l’ingiustizia, perdiamo la capacità di reagire contro le offese arrecate alla civiltà stessa.

PER LA DIFESA DELLA BELLEZZA

Volevo ricordare un ‘iniziativa che, a un certo momento, ho deciso di prendere insieme ad altri tre intellettuali, come il sen. dei Verdi Luigi Manconi, la poetessa Viviane Lamarque e il giornalista Vittorio Emiliani.

Ci siamo fatti promotori della difesa della bellezza, o di quello che rimane della bellezza in questo Paese, invitando altri intellettuali ad aderire. Subito hanno aderito cento altri intellettuali italiani, per cercare di salvare la bellezza residua della nostra terra.

Ho cercato di spiegare il valore della bellezza, che non è un fatto estetico, ma un fatto etico ed è anche un debito di eredità verso le generazioni che verranno. Si è incominciato a fare qualcosa, ci siamo riuniti la prima volta a Roma, si sta scrivendo un programma, si dovranno scegliere tre monumenti emblematici dell’Italia settentrionale, dell’Italia centrale e dell’Italia meridionale.

Ognuno di noi dovrà perorare la causa di un monumento storico.

Per quanto mi riguarda ho scelto Noto, che è un paese che sta crollando. Non è crollata solo la cupola della cattedrale, ma sta crollando l’intero paese, pur essendo sotto la protezione dell’UNESCO. Finora non si è fatto niente, sono stati messi soltanto tubi Innocenti a puntellare i monumenti.

Se Noto crollasse sparirebbe uno dei segni, non solo artistici, ma anche storici di quella che era stata la progettazione ex novo di quella insigne città.

PER IL RECUPERO DEI LUOGHI BELLI

I primi segni di ripresa di un percorso valido si sono avuti da parte del Governo italiano e da parte delle Amministrazioni comunali, con la demolizione di due mostri che erano stati costruiti: uno al la periferia di Napoli che chiamano “Le Vele” e poi un albergo abusivo sulla costa amalfitana.

Dunque ci sono già i segni del ripristino. Siamo stati depauperati del paesaggio. Adesso è ora che si distruggano quei mostri, draghi che bisogna abbattere.

Spero che si possa andare avanti in questo progetto di eliminazione di orrori, per rendere più vivibile questo nostro paesaggio, questo nostro ambiente.

Cercare di far rinascere la Conca d ‘Oro, cercare di far rinascere la Piana di Milazzo, per quanto compatibilmente oggi si possa fare, cercare di recuperare dei beni che c’erano e che abbiamo perduto.

Credo che questo sia compito di noi oggi riuniti in questo scorcio del secondo millennio, e faccio questo augurio a mc stesso, di poter vedere il paesaggio in qualche modo ricompensato, e a noi stessi di essere in qualche modo ricompensati delle terribili perdite che abbiamo sofferto.

SIAMO FIGLI DELLA CULTURA

La Legambiente è nata con questo scopo per la salvaguardia del mondo, della natura e anche dei monumenti. I suoi aderenti sono un poco come dei soldati che si impegnano contro i tentativi di perpetuare le offese.

Considero questa bella serata come omaggio a Omero, poeta della memoria. Ho avuto la sorte di vivere a cavallo tra la civiltà contadina e la civiltà industriale, che ho visto nascere, e poi tra due luoghi estremi come la Sicilia e Milano, sono stato testimone di una grande trasformazione e quindi ho cercato di conservare la mia memoria e di trasferirla agli altri che mi leggono o mi leggeranno.

Reputo questo omaggio a me, come un omaggio alla memoria e ai suoi custodi, siano essi scrittori, musicisti, o chiunque non abbia il vuoto dietro le spalle.

Noi non siamo figli di nessuno. Noi siamo figli della Cultura e ci portiamo dentro dei segni. Cerchiamo dunque di non farci   cancellare questi segni dai barbari, dagli imbecilli o dai violenti.

Milazzo, 29 dicembre 1997
Vincenzo Consolo

Sant’Agata e oltre

            La vicenda biografica, il viaggio, l’esplorazione partono da Sant’Agata, un paese sconosciuto ai più, ai piedi dei Nebrodi e affacciato sul mare Tirreno, con le Eolie a vista[1]. Proprio qui Consolo nasce e trascorre i primi anni della sua vita, così che il luogo produce memoria, lo segna «nella carne, nell’anima», diventa ineludibile traccia di un percorso narrativo[2].

            Oltre alle ragioni autobiografiche e affettive, a favorire la presenza di Sant’Agata nelle mappe di Consolo è anche la riflessione autoriale sulla posizione geografica del paese che si trova, per così dire, al confine tra un oriente e un occidente, ovvero «alla confluenza di due regni, dove si perdono, si sfumano, si ritraggono in una sommessa risacca le onde lunghe della natura e della storia»[3]. Eppure il toponimo raramente compare nei testi narrativi, anche se i dettagli geografici consentono di rintracciare nello scenario i tratti dello spazio reale. Così ne La ferita dell’aprile, di cui già si è detto, o in La grande vacanza orientale-occidentale, scopertamente autobiografico, dove già la prima immagine – la  vista dei Nebrodi alti e rigogliosi – e poi la partecipata descrizione della marina, delle fatiche dei pescatori, del litorale da Cefalù a Capo d’Orlando, delle galleggianti Eolie, di una spiaggia «pietrosa» a cui tornare come si trattasse di Itaca, il cenno veloce al Castello e alla Matrice fanno pensare a Sant’Agata. La grande ricchezza di notazioni affettive e di riferimenti a percezioni sensoriali testimonia l’esperienza e la memoria.

            In Alesia al tempo di Li Causi addirittura il luogo è mascherato da un toponimofittizio ma il referente reale dello spazio di invenzione è svelato dal riferimento al castello dei Gallego e dalla vista delle Eolie all’orizzonte[4]. Nella piazza del paese – anonima – Ciccio, il giovane protagonista del racconto, «figlio d’un commerciante di alimentari», assiste agli eventi della Storia: il comizio di Girolamo Li Causi, le lotte dei contadini, gli echi della strage di Portella della Ginestra, la propaganda della Democrazia Cristiana e la vittoria nelle elezioni del 1948. Anche una “contrada” poco nota può essere toccata dai grandi rivolgimenti storici: può capitare che un ragazzino li osservi con «la testa tra i ferri della ringhiera», si chiami Ciccio o Vincenzo. Piazza Vittorio Emanuele, qui solo accennata e invece descritta in maniera precisissima in La testa tra i ferri della ringhiera, con chiari riferimenti al castello, ai palazzi nobiliari, alla bordatura di possenti platani[5], diventa dunque punto di osservazione privilegiato, la radice di una prospettiva nuova sul corso delle cose, e l’esperienza dei grandi eventi registrata dai sensi si fa elemento propulsore fortissimo di un lungo e complesso dialogo tra la letteratura e la Storia.

            Il sorriso dell’ignoto marinaio deve la sua riuscita anche alla straordinaria scelta di mappare il castello Gallego di Sant’Agata con le scritte dei prigionieri di Alcara. Un luogo familiare, uno dei più rappresentativi del paese natio, si trasforma in elemento narrativo determinante. Lo spazio reale si traduce in scenario e simbolo: la scala diventa chiocciola, la chiocciola diventa storia, anzi la Storia, che si avvolge su se stessa e si confonde e confonde. E anche la rilettura del Risorgimento, attraverso la valorizzazione di un luogo e di un episodio “senza nome”, trova una sua radice a Sant’Agata, lì dove si sono riversati i ricchi proprietari terrieri in fuga «dopo rivolte contadine di Alcàra, d’Alunzio e di Bronte»[6].  

            Il toponimo è taciuto anche in L’olivo e l’olivastro, dove sono intimi i dettagli del ritorno doloroso, ad un paese che resta immobile, uguale a se stesso[7], mentre la madre si fa evanescente come Euridice e la casa viene distrutta, spazzata dalle ruspe, sostituita da un palazzo di banche e uffici che nasconde la vista della spiagge e del mare[8]

            La vicenda, chiaramente autobiografica, diventa emblema della rapinosa speculazione edilizia capace di travolgere anche ciò che è più caro e genera una traccia narrativa ne Lo Spasimo di Palermo, traducendosinella distruzione del giardino palermitano di Martinez, nell’apertura del cantiere e nella costruzione di una nuova casa tra palazzi e casamenti[9].


[1]«Una costa diritta, priva di insenature, cale, ai piedi dei Nèbrodi alti, verdi d’agrumi, grigi d’ulivi. Una spiaggia pietrosa e un mare profondo che a ogni spirare di vento, maestrale, tramontana o scirocco, ingrossava, violento muggiva, coi cavalloni sferzava e invadeva la spiaggia» (La grande vacanza orientale-occidentale, La mia isola è Las Vegas, pp. 163-169, a p. 163).

[2]«Sì, si può cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente. Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell’anima da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni, con l’inesorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre più sacro. […]  Fin dal primo sguardo sul mondo, fin dai primi bagliori dei ricordi – e sono scene isolate, fotogrammi luminosi incorniciati dal nero dell’immemorabile – si è impresso, Sant’Agata, dentro di me per sempre. Hieme et aestate et prope et procul, com’era scritto nella stele fogazzariana, io porto in me questo punto unico del mondo, questo paese […] Mi sono ispirato, narrando, a questo mio paese, mi sono allontanato da lui per narrare altre storie, di altri paesi, di altre forme. Però sempre, in quel poco che ho scritto, ho fatalmente portato con me i segni incancellabili di questo luogo», Memorie, prima “Il Valdemone”, I, 1febbraio 1990, pp. 7-9, ora La mia isola è Las Vegas, pp. 134-138 alle pp. 135-138.

[3]Ivi, p. 137. Sant’Agata assume il ruolo di limen, ago della bilancia tra un’area dell’isola maggiormente segnata dalla natura e un’altra in cui invece hanno la meglio la ragione, la storia. Nel luogo delle sue radici, dunque, Consolo individua la molla della sua aspirazione ad una narrazione che sia «incontro miracoloso, di ragione e passione, di logica e di magico, di prosa e poesia» (Ivi, p. 138).

[4]Alesia al tempo di Li Causi, prima “Il Manifesto”, 19 agosto 2007, ora La mia isola è Las Vegas, pp. 223-227, a p. 223.

[5]La testa tra i ferri della ringhiera, La mia isola è Las Vegas, pp. 201-204, alle pp. 201-202.

[6]Alesia al tempo di Li Causi, La mia isola è Las Vegas, a p. 223.

[7]L’olivo e l’olivastro, pp. 848-849.

[8]Ivi, p. 850.

[9]Lo Spasimo di Palermo, p. 931. Nei dintorni di Sant’Agata è ambientato anche il racconto dell’infanzia di Chino, con indubbio recupero di materiale autobiografico (ad esempio Ivi, p. 981). 

Tratto da “Un eccezionale baedeker”
(La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo)

foto di copertina Giuseppe Leone


La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo

di Ada Bellanova



Partendo dall’evidente ricchezza di riferimenti geografici osservabile nell’opera di Vincenzo Consolo, il saggio si propone, mediante uno studio delle modalità di costruzione dell’immagine letteraria, di accendere l’attenzione non solo sugli spazi di cui l’autore parla direttamente, ma anche sulla nostra relazione con lo spazio. Guida dunque il lettore attraverso un universo labirintico e ‘palincestuoso’, che ha il suo centro in Sicilia e che comprende il Mediterraneo, l’Italia, il mondo intero. Invitando a cogliere la complessità della percezione e della rappresentazione, si sofferma sul dramma ecologico di un paesaggio costantemente a rischio e sulla crisi dell’identità umana che ne consegue.
Evidenziando poi la caratterizzazione del mare Mediterraneo come spazio di molteplicità e migrazioni lo studio rivela un’importante riflessione autoriale sulle emergenze dei nostri giorni.
“Il lettore potrà, facendosi strada in uno spazio letterario labirintico, compilare mappe di senso e comprendere i luoghi dell’autore e il nesso esistente tra geografie di carta e geografie reali? Se sì, forse sarà incoraggiato a scoprire la Sicilia, il Mediterraneo, chissà anche Milano. Ma, fatta salva la specificità dei luoghi chiamati in causa, si troverà inevitabilmente di fronte a una serie di riflessioni di più ampia
portata, ciò che accade di fronte alla vera letteratura. Comprenderà che i luoghi non sono uno sfondo, non solo quelli della pagina scritta, ancor meno i loro referenti della realtà: nessun luogo reale, infatti, è un
semplice contenitore, uno scenario su cui sfilare. Mediterà allora sul proprio modo di percepire lo spazio, sulla relazione tra rappresentazione e realtà, sulla memoria e sul cortocircuito che si produce quando, nello scorrere del tempo, Itaca smette di essere Itaca mentre i ricordi restano fedeli al passato. Sarà costretto a pensare a quello che sta succedendo al paesaggio, a tratti esteticamente splendido, a tratti deturpato, privato della sua identità. Ecco, si interrogherà sull’identità: se i luoghi non sono uno sfondo e smettono di essere quello che sono – fagocitati dall’omologazione, da interessi economici, dalla costruzione di barriere –, inevitabili e funeste sono le conseguenze anche sugli esseri umani. Così strettamente interrelate sono l’identità degli uomini e quella degli spazi. Per questo allora l’opera di Consolo può dirsi un eccezionale baedeker: vi si può cogliere l’invito a scoprire alcuni angoli geografici, mediante il rilievo a proposito delle emergenze architettoniche o naturalistiche che attendono il lettore che voglia avventurarsi alla scoperta dello spazio reale, ma vi si troverà anche la presentazione dei deprecabili interventi che deturpano il paesaggio e la vita umana. Già questo basterebbe ad attestarne la particolarità, perché le guide di viaggio, anche quelle “letterarie”, si soffermano piuttosto sugli aspetti seducenti, evitando invece ciò che produrrebbe un’esperienza quanto meno sgradevole per il lettore-viaggiatore. Mentre, alternando la lente dello stupore e dell’idealizzazione a quella dell’indignazione, attrae e scoraggia, il testo svela la complessità della nostra relazione con lo spazio, costringendo ad un’esperienza non sempre gratificante, e guida a una maggiore attenzione nei confronti dei luoghi, di tutti i luoghi, in quanto portatori di identità. Agli importanti segni di crisi della modernità l’opera risponde affermando il valore di ciò che è rimasto, traccia di passato nel presente: solo nella conservazione, nella cura possiamo sperare di non perdere noi stessi, ma questo non può accadere senza consapevolezza. Consolo dichiara insomma che i luoghi non sono uno sfondo, ma ci appartengono profondamente e rileva l’intimo scambio che esiste sempre tra ambiente e essere umano. Mi piace pensare allora che nei versi di Accordi, con l’ignoto tu, l’autore alluda proprio a questo, ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

Sei nato dal carrubo
e dalla pietra
da madre ebrea
e da padre saraceno.
S’è indurita la tua carne
alle sabbie tempestose
del deserto,
affilate si sono le tue ossa
sui muri a secco
della masseria.
Brillano granatini
sul tuo palmo
per le punture
delle spinesante [1]”.

[1] Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.

Purché ci resti Itaca: nelle radici una speranza per domani. La voce di Consolo

Ada Bellanova

Purché ci resti Itaca:

nelle radici una speranza per dopodomani.

La voce di Consolo.

1. Ripensare i luoghi in forma di idillio. Il dramma di Ulisse e di Ifigenia.

            Senza la letteratura Itaca sarebbe semplicemente una piccola isola greca nel Mediterraneo. Invece Omero, la tradizione, le invenzioni letterarie l’hanno resa il luogo per eccellenza delle radici e della memoria, la patria ritrovata dopo un lungo viaggio: l’hanno trasformata in simbolo[1].

            Ulisse in viaggio, intento ad affrontare pericoli, mostri e tempeste, porta con sé l’immagine di Itaca luogo del cuore, patria perfetta, a cui desidera a tutti i costi tornare. Una polarità netta si crea tra il mondo minaccioso – e avventuroso – e il nucleo accogliente e protettivo della patria e della casa. Eppure Ulisse, una volta sbarcato, è costretto a interrogarsi subito sull’identità della terra, sullo scarto tra il sogno che ha cullato durante la lunga distanza e la realtà[2]. Molte cose infatti sono cambiate: lui non è più lo stesso e Itaca è mutata, non solo per i soprusi dei Proci, ma anche perché il tempo ha segnato la sua geografia a tal punto da conferirle un paesaggio nuovo, diverso. Per queste ragioni, e non solo per l’intervento di Atena, Ulisse si guarda intorno e, smarrito, si pone la domanda: «Dove sono capitato?». Sebbene il finale dell’Odissea risulti confortante – l’eroe ottiene di nuovo il suo ruolo di re dopo la sconfitta dei Proci e l’intesa del talamo con Penelope – sorge il dubbio che l’Itaca ritrovata sia un po’ deludente rispetto al sogno e alla nostalgia. Perché altrimenti Ulisse sceglierebbe, come insegna l’altra tradizione, di ripartire? Non dovrebbe godersi la terra tanto amata? Il fatto è che, come scrive Jankelevitch, la nostalgia, per l’esule – per qualunque esule –, è insanabile, inestinguibile[3]. Già nel momento del primo distacco dalla patria ha inizio un cambiamento, nel luogo e nell’individuo, che non permette di colmare la distanza, in alcun modo, neppure nell’opportunità di un ritorno. 

            Ifigenia a sua volta, la sfortunata figlia di Agamennone, salva ma costretta all’esilio tra i feroci Tauri autori di sacrifici umani, non fa altro che sognare la sua Argo: una reggia preziosa, in cui è stata bambina, principessa, ma ormai, senza che lei lo sappia, luogo insanguinato dagli omicidi, la morte del padre per mano di sua madre, quella di sua madre per mano di suo fratello. La Tauride – anche in questo caso la responsabilità è della letteratura – assume la connotazione di una terra selvaggia, priva di ogni forma di civiltà: la dolente sacerdotessa greca, pur investita dell’autorità religiosa, non può far altro che sciogliere il suo canto d’esilio, insieme alle schiave sue compagne. È la trama dell’Ifigenia in Tauride euripidea: l’autore antico ha composto una tragedia che recita il dramma della nostalgia, la stessa di Ulisse. La città lontana di Argo, nella mente di chi vive l’esilio, ovvero la protagonista e, con lei, il coro, assume i tratti di uno spazio desiderato e armonioso, un territorio caro, in cui rispecchiarsi e ritrovarsi: è emblema della Grecia della civiltà. Eppure, come dicevo, la terra lontana non è affatto così come l’esule se la dipinge e, anche di fronte al lieto fine, mentre Ifigenia e il fratello ritrovato salpano dalla Tauride ostile e si allontanano dai sacrifici, c’è da augurarsi che non ci sia nessun ritorno a casa. Ritrovare Argo infatti non è possibile e il ritorno può essere estremamente traumatico.

           Il mito e la letteratura, proponendo una caratteristica veste per certi luoghi reali, li trasformano in simboli, metafore efficaci anche per la contemporaneità e per il nostro modo di vivere gli spazi.

            Ne sa qualcosa Vincenzo Consolo che in tutta la sua opera pone l’accento sul suo esilio nel Nord e sull’irredimibile nostalgia per la Sicilia lontana, patria del ricordo, e perciò idealizzata nella distanza, come in un’odissea contemporanea, tra le nebbie di una Milano grigia che ha più di un tratto in comune con la Tauride euripidea. L’olivo e l’olivastro (1994) e poi anche Lo Spasimo di Palermo (1998) descrivono un ritorno doloroso che ha i tratti di un incauto procedere tra le rovine di una patria in fiamme. Nel primo libro, che reca già nel titolo l’omaggio e la simbolizzazione degli spazi omerici – nell’Odissea olivo e olivastro segnano lo spazio del naufragio di Ulisse sulla costa dei Feaci – al giovane migrante siciliano che, fuggito dal terremoto di Gibellina – ecco Enea che abbandona un’Ilio compromessa – prova a ritornare dopo tanti anni, il nóstos è negato: Itaca non c’è più, fuor di metafora, perché la vecchia città è scomparsa sotto il sudario di cemento del Cretto di Burri, e la nuova, con la Stella texana che segna l’ingresso nel Belice, è, per dirla con le parole di Consolo, «costruita dai Proci»[4], non ha insomma molto a che fare con la tanto sospirata patria delle radici. Nel secondo, poi, veramente amaro è il ritorno del protagonista, lo scrittore Chino Martinez, a Palermo: la città degli anni Novanta, già compromessa dalla ferocia della speculazione edilizia, dal sacco che ha cementificato la Conca d’oro, deve fare i conti con la violenza mafiosa, esemplificata dalla drammatica esplosione finale in via d’Astorga che allude in maniera netta alla strage di via d’Amelio. A queste opere possono essere aggiunte moltissime pagine, come il testo eponimo di Le pietre di Pantalica, che piange il degrado – culturale, ambientale – dello scenario della bianca Siracusa, chiamando in causa i simboli della tragedia euripidea[5], tradotta tra l’altro proprio da Consolo con Del Corno[6], che è messa in scena nel teatro antico. L’autore fa del suo vissuto il motore dell’invenzione narrativa: la sua personale prospettiva interpreta gli spazi e li reinventa sul piano letterario. In questo processo Itaca e Argo rimandano a un mondo che non c’è più: un universo intatto, in armonia, cancellato da una modernità incivile e snaturante, e divenuto un perenne labirinto fitto di mostri e pericoli, una Tauride in cui si sacrificano gli innocenti. Nella prospettiva consoliana allora non è solo la Milano affarista ad assumere i tratti di luogo ostile: l’osservazione dell’intero spazio della contemporaneità – l’Italia, il Mediterraneo con i suoi naufraghi e ogni luogo in cui il migrante è perseguitato, ferito, il paesaggio mortificato dagli incendi, dall’industrializzazione, da un turismo becero e superficiale – denuncia una perdita irreparabile in termini di valori e identità[7]. La polarità non è più, o comunque non solo, tra lo spazio fisico dell’esilio e la terra delle radici, ma tra lo spazio del presente, omologante e svilente, e quello del passato, in cui è ancora possibile un equilibrio.

2. Proteggere le radici.

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d’altare, dai borghi

abbandonati […]

       P.P. Pasolini[8]

            Eppure, affrontato il rischio della rottura dell’idillio, si può scoprire che Itaca non è del tutto allo sfacelo e che sulle colonne di Argo si può ricostruire. Conviene però prendere coscienza del punto a cui siamo arrivati. Conviene ripartire dalle radici, ritrovare angoli vivi del paesaggio, lasciarsi ispirare da quanto di buono essi comunicano. Il che non vuol dire smettere di vedere le criticità di ciò che è stato: significa valorizzare ciò che può essere valorizzato e trovare una nuova via alternativa all’omologazione e allo sfruttamento.

            La vera letteratura ha questo di utile, ci svela a noi stessi, e le pagine di Consolo parlano a tutti e di tutti, toccano le corde del legame doloroso o vivificante che abbiamo con gli spazi e tentano di fare chiarezza su questioni grandi e urgenti: invitano cioè ad una consapevolezza ambientale nel senso più ampio dell’espressione come unica strada non solo per non perdere il luogo, ma anche per non perdere noi stessi.

           Trovo illuminante la sua riflessione sulla Sicilia e sul Mediterraneo: nell’amarezza di fronte allo scempio, di fronte ai facili stereotipi che semplificano lo spazio, lo appiattiscono – il seducente paradiso a buon mercato da una parte, il degrado, i sotterfugi dall’altro –, avvallati in maniera semplicistica da un certo tipo di informazione e da un certo tipo di politica, l’autore rivendica il valore della complessità. Lo spazio ha molte facce, molte sfumature, la bellezza ha una sua indubbia fragilità.

            Nella sua rappresentazione dello spazio individuiamo la valorizzazione di alcune isole di sopravvivenza: gli Iblei con l’arte intatta degli apicoltori e i Nebrodi coi pascoli verdissimi non sono semplice idillio, Itaca e Argo del ricordo in cui sarebbe meglio non tornare mai, ma un esempio di risposta concreta alla crisi del paesaggio e dell’identità contemporanea. Descrivendo la miracolosa armonia tra uomo e natura, la ricchezza ambientale – piante, animali –, tradizioni gastronomiche e saperi antichi, che caratterizzano queste oasi di sopravvivenza, Consolo valorizza una Sicilia quasi arcaica. In ciò non rifiuta il progresso in sé, piuttosto evidenzia la necessità che esso non faccia perdere all’uomo la sua identità storica e culturale, come è invece accaduto nel caso della violenta industrializzazione dell’isola. Mette cioè in evidenza che i luoghi non sono uno sfondo e che, se smettono di essere quello che sono – fagocitati dall’omologazione, da interessi economici, dalla costruzione di barriere –, inevitabili e funeste sono le conseguenze anche sugli esseri umani. Così strettamente interrelate sono l’identità degli uomini e quella degli spazi.

            La sua opera invita dunque – e in ciò risiede, secondo me, la grande attualità del messaggio consoliano – a conservare le radici, a prendercene cura, perché solo nella salvaguardia di ciò che è rimasto possiamo sperare di non perdere noi stessi.

            Il passato – come insegnava anche Pasolini nella sua strenua definizione dell’ambiente storico e umano come territorio composito e stratificato nel tempo, insieme universo linguistico, identità dei luoghi, creazione artistica – può non essere un ricordo perduto: può anzi configurarsi come forza a cui attingere.

            Mi piace pensare che nei versi di Accordi,con l’ignoto tu, Consolo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

Sei nato dal carrubo

e dalla pietra

da madre ebrea

e da padre saraceno.

S’è indurita la tua carne

alle sabbie tempestose

del deserto,

affilate si sono le tue ossa

sui muri a secco

della masseria

Brillano granatini

sul tuo palmo

per le punture

delle spinesante[9].

            Solo se ripartiamo da questo, allora, da ‘Itaca’, attraverso un cammino, senz’altro faticoso, difficile, di consapevolezza degli spazi e della nostra relazione con essi, possiamo avere qualche opportunità di sopravvivere anche noi. Possiamo avere qualche speranza, se non per domani, almeno per dopodomani. 


[1]A. Montandon, Itaque au fil du temps, in B. Westphal (a cura di), Le rivage des mythes. Une géocritique mediterranéenne. Le lieu et son mythe, Pulim, Limoges 2001, pp. 18-36.

[2]Odissea XIII 200-202.

[3]V. Jankélévitch, L’irréversible et la nostalgie, Flammarion, Paris 1983, pp. 370-371.

[4]V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Mondadori, Milano 2015, p. 869.

[5]V. Consolo, Le pietre di Pantalica, in Id., Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit., pp. 615-621.

[6]Ifigenia fra i Tauri, trad. di Vincenzo Consolo e Dario Del Corno, Istituto Nazionale del Dramma Antico -XXVII ciclo di spettacoli classici (27 maggio-4 luglio 1982), INDA, Siracusa 1982.

[7]«Non si ritorna più nei luoghi da cui si è partiti, perché quelli non sono più i luoghi che noi abbiamo lasciato. Non si è più di nessun luogo», V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli, Roma 1993, p. 69. Dello stesso tono sono le affermazioni di Consolo nell’intervista con D. Calcaterra: «Una volta che si è partiti i ritorni sono impossibili. Qualsiasi ritorno, anche quello di Odisseo, dopo l’allontanamento, non riesce a colmare il distacco […] Nell’assenza si è consumato un duplice mutamento: dell’individuo e del luogo d’origine. Si prova una gran pena quando non riconosci più la tua terra, e la metamorfosi acquista la drammatica cifra dell’inesorabile degrado, della perdita, dello smarrimento. Ogni ritorno è dunque dolore. […] Oggi siamo tutti degli Ulissidi, degli erranti, espropriati del proprio luogo della memoria. Viviamo nell’indefinito, senza sicuri punti di riferimento, senza segni, intorno a noi c’è un mare da cui non s’intravede alcun approdo possibile, e d’altra parte non vediamo più la sponda da cui siamo partiti. Il destino dell’uomo contemporaneo è quello dell’errante, che ha perso la propria identità, la propria patria» (D. Calcaterra, Vincenzo Consolo, le parole, il tono, la cadenza, Prova d’autore, Catania 2007, pp. 20-22).

[8]P.P. Pasolini, 10 giugno 1962, in Poesie mondane, in Poesia in forma di rosa, in Id., Tutte le poesie, a cura di W. Siti, 2 voll., Mondadori, Milano 2003, I, p. 1099.

[9]Accordi. Poesie inedite, a cura di Claudio Masetta Milone e F. Zuccarello , Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.
pubblicato “La macchina sognante” (28 dicembre 2020)