Scilla e Cariddi.

Vincenzo Consolo

Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Con-templazione, statico e affisso a un’eterna luce, o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita, di distaccarmi dal reale vero e di sognare. Mi pare forse per questi bei nomi dei villaggi, per cui mi muovo tra la mia e la casa dei miei figli. Forse pel mio alzarmi presto, estate e inverno, sereno o brutto tempo, ancora notte, con le lune e le stelle, uscire, portarmi alla spiaggia, sedermi sopra un masso e aspettare l’alba, il sole che fuga infine l’ombre, i sogni, le illusioni, riscopre la verità del mondo, la terra, il mare, questo Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello, fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo. Inciso nel suo azzurro, nel luglio, nell’agosto, dalle linee nere, dai ferri degli altissimi tralicci, alti quanto quei delle campate ch’oscillano sul mare, dal Faro a Scilla, che sono ormai l’antenne verticali e quelle orizzontali, ritte come spade sui musi delle prore, delle feluche odierne chiamate passerelle. Ferme, in attesa, ciascuna alla sua posta, o erranti, rapide e rombanti, alla cattura del povero animale. Viene il momento allora, per i vocii e i frastuoni dei motori, sul mare (barbagliano parabrezza d’auto, di camion che lontano corrono lungo i tornanti della costa calabra, sopra Gallico, Catona; barbagliano vetri e lamiere dei grandi gabbiani, degli aerei aliscafi), sulla strada alle mie spalle, che corre, tra le case e il mare, giù verso Messina, il porto, fino a Gazzi, Mili, Galati, su verso Ganzirri, Rasocolmo, San Saba, viene il momento di rintanarmi, Mi metto allora a lavorare ai modelli in legno dello spada, azzurro e argento, tonno, alalonga, aguglie, ai modelli dei lontri veri, delle feluche antiche, a riparare reti e ritessere ricordi, miei, della mia vita, qui, sopra questo breve nastro di mare, quest’infinito oceano di fatti, d’avventure, o per il mondo. Sono nato (e chi lo sa più quando?) a Torre Faro, da rinomato padrone lanzatore, padre Stellario Alessi, terzo di cinque figli. I maschi, Nicola, Saro e io, di nome (solo di nome) Placido, ancora quasi lattanti, non lasciavamo in casa a nostra madre forchetta per mangiare, che legavamo in cima a una canna a mo’ di fiocina per infilzare polipi bollaci costardelle, ogni pesce che per ventura capitava a tiro del nostro occhio e braccio. Era l’istinto che ci portava verso il mestiere, come aveva portato nostro padre, suo padre indietro, ci portava verso il destino del mare, dello Stretto, del pesce spada, sopra feluche e lontri, ci portava a lance, palamidare, palangresi. Nicola morì soldato e Saro nel suo letto, di spagnola. E io non mi ricordo più quando salii sul lontro e lanciai l’arpione la prima volta. Ho solo negli occhi la vista della draffinera, di quelle preziose del ferraro mastro Nino, che s’inchioda nella pelle lucida, colore dell’acciaio, nel cuore della carne, del pesce che s’impenna, che s’inarca, alta la spada sopra il fior dell’acqua, e s’inabissa, sferzando forte con la luna della coda, rapido sparendo con tutto il filo della sàgola, il filo del sangue che disegna la sua strada. Strada che finisce nella morte. Ho negli occhi la ciurma che lo tira in barca, grande, pesante, inghiaccato alla coda, la bocca aperta, la spada in basso, come un cavaliere che ha perso la battaglia; negli occhi, l’occhio suo tondo e fisso, che guarda oltre, oltre noi, il mare, oltre la vita. Ho nell’orecchio le voci di mio padre, i suoi comandi, le voci della ciurma: «Buittu, viva san Marcu binidittu!». Dopo la femmina, fu la volta del maschio, che s’aggirava, pesante e rassegnato, come in offerta, torno alla barca, a tiro del mio ferro. Da allora, ho negli occhi e nel ricordo una schiera infinita di pesci indraffinati, di spade a pezzi succhiate nel midollo, di teste, di pinne, di code resecate. Mio padre, vecchio e privo d’altri ma- schi, privo ormai di vista e resistenza, fu costretto a scender dall’antenna, ad ingaggiare, per la stagione che arrivava, uno di Calabria, dove sono gli antennieri più acuti dello Stretto, pur se i comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua tutta loro. «Appà, maccà, palè, ti fò…» urlano. Il giovane, Pietro lanni, che sempre da caruso era stato guida sulle postazioni delle rocche alte di Scilla, di Palmi, di Ba-gnara, sposò poi Assunta, mia sorella, e se ne tornò al paese. Fu per il loro primo figlio, pel battesimo, ch’io conobbi quel. la che divenne poi la mia sposa. Figlia di padrone di barche, padre Séstito, era pic. ciotta bella e assennata. Muta e travaglian-te. Ma non di fora, come le bagnarote libere e spartane che vanno a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui traghetti, ma di casa, e al più sulla spiaggia, tra le barche dei suoi. Bru-na, il fazzoletto in testa, gli occhi sfuggenti che spiavan di traverso, stretta alla vita, i fianchi dentro quel maremoto di pieghe della gonna, il busto che sbocciava in sopra ardito e snello: così m’apparve in prima a quella festa. Il matrimonio, con tutti gli accordi e i sacramenti, si fece nella chiesa bella del Carmelo, e il trattamento, nella casa capace della sposa. Fu quel giorno che mio padre, in presenza dei Séstito, pronunciò il testamento, disse che le bar-che, gli attrezzi per la pesca, tutto passava a me, ch’io sarei stato da quel giorno il padrone nuovo. Poco durò lo spasso per le nozze. Me la portai, Concetta, la mia sposa, nella casa nostra, li vicino alla chiesa, davanti al monumento con l’angelo di marmo a cui la guerra tagliò di netto un’ala, in faccia alle barche nostre, al mare, alla rocca di Scilla dall’altra parte. Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei ferribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l’orologio, ch’è una delle meraviglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l’Angelo, San Paolo, torna l’Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice… Me la portai per i viali, a Cristo Re, a Dinnammare, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partori in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scontento. C’era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare. Eppure, santissima Madonna!, la trattavo con ogni cura e affetto, l’adornavo di ve- sti, di ori; la portavo alla festa di Ganzirri, alla processione di San Nicola sul Pan-tano, alla trattoria di don Michele; e a Messina, alla festa dell’Assunta a Mezz’agosto. Una volta tirai anch’io per voto (vo-to che si capisce quale fosse, d’avere finalmente quella donna, per cui potevo morire, indraffinato come un pescespada), tirai per la corda la gran Vara, scalzo, senza camicia, e lei accanto a me, sciolti i capelli, certo per un voto suo segreto che mai mi rivelò. Un luglio, ad apertura della pesca, per l’ammalarsi dell’antenniere mio, fu lei a suggerirmi, come per caso, quel nome d’un Parente suo lontano, Polistena Rocco, rinomato fra Bagnara e Scilla. E arrivò quest’uomo snello, alto, d’una chioma riccia come quella del gigante Grifone sul cavallo. Tanto che là, in cima, stava per tutte l’ore senza un cappello, solo riparo quel suo casco nero di chiocciole o di cozze. Lo vidi e l’odiai. Non so perché. Forse per il suo portamento, il suo sorriso, la fama per cui ognuno rideva e mormorava, d’una sua dote fuori d’ordinario, la fama, scapolo com’era all’età sua, di grande ladro, d’amatore tenace e senza cuore. Mi parve che Concetta, al suo arrivare, mi parve che appena appena mutasse nell’umore, nel modo suo di fare; parlava più frequente, con me, coi figli, sorrideva finanche qualche volta. L’odiai. E quando alzavo il braccio per colpire il pesce, che lucido e dritto guizzava sotto l’acqua con la spada, mi sembrava di colpire, di piantare in quell’uomo la draffinera. E il mare lo vedevo tutto rosso, poi argento, poi blu, poi nero come la notte. Pel tempo che durò la sua presenza al Faro (due, tre estati, non ricordo), pur senza un segno, un fatto, un motivo ve-ro, cresceva sempre più la mia pazzia, l’ossessione dell’inganno. E sì che non eravamo più di primo pelo, né io né quello né Concetta. Durò fino a quell’anno in cui cominciò il grande mutamento, l’anno vale a dire in cui passarono in disuso remi, lontri, feluche, si mutarono le barche in pas-serelle. E ci vollero quindi, per i motori, l’antenne, tanti soldi. Decisi per questo (ma forse fu una scusa) di sbarcare, disarmare tutto, licenziar la ciurma, il calabrese. Per mantenere la famiglia m’imbarcai come marinaio, io padrone, sopra il Luigi Rizzo, il vaporetto che collegava Milazzo a Lipari, Vulcano… Fuori dal porto, costeggiando la penisola del Capo, oltre il Castello, davanti alla casa di quell’ammiraglio che nella Grande Guerra era stato eroe, assieme a un poeta, per una impresa ardita contro il nemico, il battello che portava il suo nome, lanciava il fischio di saluto. Allora qualcuno, una serva, un parente, rispondeva sventolando dal terrazzo un panno bianco. Il battello d’estate era sempre pieno di turisti: scoprii così il mondo. Mi feci, per cancellar l’amore per Concetta, gran traffichiere, facile predatore di straniere. D’inverno, nelle soste a Lipari sotto il Monastero, nelle soste forzate per il brutto tempo, m’intrecciai con una di là, ché sono, le donne di quell’isola, svelte, calamitose, seducenti. Tornavo al Faro, a casa, a ogni turno di riposo, tornavo per le feste. E lei, Concetta, era sempre chiusa nel suo mon-do, sempre indifferente. In più ora sembrava solo presa dai figli, ch’erano ormai cresciuti e le davano maggior lavoro. Il colmo della sua freddezza nei confronti miei lo provai un’estate. Forse per sfida o forse nell’intento di smuoverla allo scontro, portai una straniera fino a Torre Faro, fino alla punta estrema del Pelo-ro, all’incrocio dei mari, dove la rema for-ma i gorghi, quelli che la tedesca chiamava del mostro di Cariddi. Passammo davanti alla mia casa. Lei ci vide, da dietro la finestra, ed ebbe come un riso di sprezzo, di compatimento. Dopo quel fatto, decisi di sbarcare, di tornare al mio mestiere della pesca. Anch’io, come gli altri, misi da parte remi e lontri, comprai un motore per la mia feluca e cominciai a correre, a inseguire lo spada sullo Stretto. Avevo preso un’anten-niere nuovo di Fiumara Guardia, e il mio braccio di vecchio lanzatore era tornato ad essere forte e preciso come nel passato. Fu in uno di questi erraggi, nell’inseguire il pesce dalla posta mia, che mi scontrai con una passerella che per abuso aveva catturato il pescespada. Lì, sull’antenna della feluca pirata, rividi allora dopo tanto tempo il calabrese. La questione della preda fu portata davanti al Consiglio, che sentenziò naturalmente a mio favore. Ma al Polistena, che seppi era il padrone della passerella, feci sapere che il giudizio per me, oltre il Consiglio, era nel riparar lo sfregio col duello: che si facesse trovare sulla spiaggia, proprio sotto il Faro. Fu lì puntuale, come convenuto. Stavamo ap-pressandoci, quando, a un passo l’uno dal- ‘altro, cominciarono a fischiare sopra le nostre teste le palle dei fucili. Eravamo proprio sotto il campo del tiro al piattel-lo. Ci buttammo per terra, la faccia contro la rena. E restammo così, impediti a muoverci, non so per quanto tempo. Ci spiavamo con la coda dell’occhio. Poi improvviso fu lui a ridere per primo, a ridere forte, e trascinò me nella risata, mentre i piatti in aria venivano dai colpi sbri-ciolati. Dopo, quando ci fu il silenzio, ed era quasi l’imbrunire, ci alzammo, ci guardammo in faccia. Fu lui, Rocco, a tendermi la mano. Non lo vidi più. Spari dalla mia vista e dalla mia vita. Anche perché spari in uno con Concetta tutto il rancore mio e la gelosia. Mi disse lei, là all’ospedale Margherita, affossata nel letto, gli occhi negli oc-chi, la mano serrata nella mia: «Ah, Placido, come si può passare una vita senza capire!» Da allora, quando mi lasciò la mia Concetta, sentii che cominciavo a farmi vecchio. Donai tutto, passerella e reti ai miei figli, lasciai il Faro e venni qui ad abitare in una nuova casa. Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come un trapassato… Ma vivo nei ricordi. E vivo finché ho gli occhi nella beata contemplazione dello Stretto, di questo breve mare, di questo oceano grande come la vita, come l’esistenza.

Pino Di Silvestro, Xilografia per Nerò metallicò

La rovina di Siracusa, da L’olivo e l’olivastro

coverPRESENTAZIONE5_zps3206f9f0La rovina di Siracusa

Dal làstrico sul giardino verso il mare – il noce, l’arancio

vaniglia, il melograno, il fico bìfero e il fico messinese, la

palma e il banano, il mandarino e il cedro, il portogallo, il

ficodindia e l’agave, l’edera e la vite sul muro della stalla,

il gelsomino attorno all’arco, le siepi d’asparago, di

mirto, la sènia sferragliante, l’asino cieco che gira all’infinito

– dal làstrico si vedevano le isole. Ora remote, lievi,

diafane come carta o lino, ferme o vaganti in mare, sospese

in cielo, ora invisibili per cortine di nuvole o vapori, ora

avanzanti, prossime alla costa, scabre e nitide, allarmanti

– malo tempo, malo tempo! –. Ed era sempre un mondo

separato, remoto e ignoto. Talvolta vedeva alla marina pescatori

liparoti, spinti sin là, costretti a tirar le barche sui

parati, scalmi e stroppi rovinati, sostare per il mare grosso,

scirocco o maestrale. Laceri, spossati, dormivano sulle

reti, al riparo delle vele. Balzavano e correvano alla strada,

al binario sotto la roccia del castello, all’udir lo scampanìo

delle barre che calavano. Là, uno accanto all’altro,

attendevano con ansia. Avvolto nel fischio stridulo e tremendo,

nel fumo dell’inferno, lento e possente trapassava

il treno, lesta passava la meraviglia che a casa avrebbero

narrato alle mogli stupefatte, ai fàntoli sognanti.

 Ma dove vai, dove, figlia mia? Quella è un’isola di

confino, un paese di coatti…

– È un giovane serio, di famiglia onesta. Fra qualche

giorno verrà col padre a chiedere la mano.

Cominciò così a conoscere le isole, andando a Lipari

a trovare la sorella, nella casetta rosa di contrada Diana,

dov’eran sotto terra, sotto la stradella, sotto vigne, orti,

case, attorno alle cisterne, urne cinerarie, giaroni coi corpi

rannicchiati, sarcofagi di pietra, arredi: crateri olle scifi

anfore idrie ariballi àrule maschere unguentari…

Pompava l’acqua dalla cisterna con l’anguilla, coglieva

grappoli d’uva passa, razzolava coi due bambini nel frutteto,

nell’orto di lattughe, pomodori, sopra una terra risonante,

una necropoli di millenni, accompagnava il padre

loro, notaio temporaneo e ambulante, in altre isole per

stendere contratti, procure, testamenti. Andava a Renella,

a Leni, a Malfa di Salina, in albe di cristallo, per sentieri

di silenzi. Vendevano i contadini, i pescatori, la casa

a cubo di pietra e malta, la cisterna secca, la pergola malata

sui pilieri, il campo di pomice e ossidiana, vendevano

barche sconnesse e aratri consumati, emigravano lontano,

in un’Australia nuda d’ogni storia, d’ogni memoria.

Tuttavia per chi era rimasto, aveva avuto in dono dagli

assenti come dai morti maggior spazio, scorreva ancora

il tempo, aveva il dolore voci, le poche gioie, umane.

Narrò ai nipoti di Eolo, degli otri e dei venti, dell’organo

sonoro sopra il colle, mangiò i mostaccioli del Natale, i

babagigi, bevve la malvasìa di Varesana, entrò nella calotta

di zolfo, nelle terme ribollenti degli antichi, scalò i vulcani

fino ai crateri, pescò di notte i tòtani nel mezzo del canale,

entrò nelle caverne della pomice, parlò coi cavatori

silicotici. Ad ogni spirar di vento, s’alza la polvere dalle

cave di Campobianco, mulina per l’aria, precipita, entra

nelle case di gesso e di salnitro d’Acquacalda e di Canneto.

Erano secchi e grigi i cavatori, avevano denti corrosi

dalla polvere, prendevano analettici, cardiotonici: cresceva

dentro loro poco a poco una corazza in pietra, il cuore

s’ingrossava, si smorzava il fiato, si spegneva.

Correva sopra la Cìvita, dentro il Castello ch’era stato

di tortura e pena. Si stendeva sopra la lastra di lava d’un

sarcofago nel parco e contemplava l’azzurro denso, la tenue

nuvolaglia, pensava al profondo tempo, alla natura

primordiale di quel luogo, ascoltava i fischi, il rombo dei

navigli che approdavano e salpavano da Pignataro, Marina

Corta, Sotto il Monastero. E tra il bosso e il cerchio

dei sarcofagi, gli apparve, nel caldo del meriggio, sola, capelli

di serpi, fiamme, fosca come una Medea, una Didone,

lei, la tragica, l’Anna perenne ch’era stata abbandonata

dall’amato.

– Che fai là, pischello, il morto? Aspetta, che ce n’hai di

tempo!… – brusca, con la sua voce nera.

Un tempo di pomice, d’ossidiana, fermo come la morte,

la notte senza fine.

È come uno sconquasso, lo scoppio d’un vulcano, il marasma

naturale: fissa e per sempre a un istante la sciagura,

aliena il tempo, annienta nella pena.

Stese la regina il drappo rosso al re che ritornava, allo

sposo, al padre senza amore. Ifigenìa, lontana, ignara

del segno, del presagio, ignara d’ogni evento, è ferma a

quell’oltraggio, crede che Oreste sia ancora quel fanciullo

che teneva sulle braccia.

– Torna subito, ti cercano i gendarmi. Rischi d’essere dichiarato

renitente alla leva, venire incarcerato – fu il messaggio

ch’ebbe da suo padre.

S’imbarcò senza aragoste e capperi sopra il Luigi Rizzo

un giorno di tempesta, di tremendo mare. Rischiò la nave,

lasciato il porto, il riparo, il faro di Vulcano, nel mare aperto,

di naufragare. Veniva trascinata sulle creste, scagliata

negli abissi, girava su se stessa, rollava e beccheggiava in

balìa della furia del vento, delle onde. Una, violenta contro

il ponte, spazzò con gran fragore scialuppe, gòmene,

catene, fracassò ogni cosa.

– Ci siamo! – disse il marinaio, e scappò via.

Le donne urlarono, invocarono san Bartolo, il Cristo e

la Madonna, gli uomini, bianchi, vomitarono.

Infine, pietà d’un dio, la nave giunse al capo di Milazzo,

costeggiò lenta il promontorio, entrò nel porto.

Altre tempeste, altre eruzioni, piogge di ceneri e scorrere

di lave, altre incursioni di corsari investirono e distrussero

le sue Eolie, le Planctai, le isole lievi e trasparenti, sospese

in cielo, ferme nel ricordo.

La rovina di Siracusa di Vincenzo Consolo è da L’olivo e l’olivastro
di Vincenzo Consolo pubblicato da Arnaldo Mondadori  Editore.