Soggettività e iterazione nel romanzo storico-metaforico di Vincenzo Consolo

Gianni Turchetta
per i cinquant’anni Del sorriso dell’ignoto marinaio.

Premessa: un (anti-)romanzo storico e un romanzo storico potenziale

    Nelle pagine che seguono mi propongo di indagare anzitutto alcuni aspetti fondamentali della poetica narrativa di Consolo: imprescindibili per capire la sua idea di romanzo storico-metaforico, e tuttavia non ancora studiati come dovrebbero. Essi rimandano a due fonti non solo storicamente comprovate, ma, di più, alla base di premesse di metodo decisive per la scrittura di Il sorriso dell’ignoto marinaio,[1] che di quelle premesse rappresenta la più compiuta e complessa realizzazione, e di altre sue opere. In seguito, proverò a mostrare alcuni aspetti strategici della densità e della ricchezza di stratificazioni testuali attraverso cui Il sorriso realizza una narrazione profondamente “poetica” anzitutto al livello delle macro-strutture, oltre che sul piano, più evidente e più spesso studiato, del linguaggio. Non è di per sé nuova l’idea di un romanzo dotato di una densità stilistica comparabile con quella della poesia, e certo Consolo la trovava già in uno scrittore di riferimento come Elio Vittorini: ma il modo in cui Consolo la realizza è originalissimo, e dà luogo a risultati di eccezionale intensità. Studierò poi, molto più sinteticamente, come anche Le pietre di Pantalica,[2] che a prima vista parrebbe un libro di racconti, mostri percettibilmente in filigrana proprio la struttura di un romanzo storico-metaforico affine per alcuni aspetti al Sorriso. I riscontri sono evidenti, e le carte d’archivio parlano molto chiaro: ma finora la bibliografia critica non ha in buona sostanza mai evidenziato come Le pietre di Pantalica sia nato da un progetto unitario, diventato in corso d’opera un libro diverso.

    In prima approssimazione, Il sorriso dell’ignoto marinaio si presenta come un romanzo storico che affronta il dramma del Meridione a partire da un episodio sanguinoso del Risorgimento, la strage di Alcàra Li Fusi, criticando radicalmente gli esiti del Risorgimento, ma al tempo stesso evitando di cadere nel fatalismo anti-storico di Il Gattopardo: ragion per cui si è parlato spesso, motivatamente, del Sorriso come dell’anti-Gattopardo.[3] Consolo muove dall’esigenza di parlare di un fallimento storico, non destino eterno, ma frutto di un insieme di problemi politici, sociali ed economici, secondo una prospettiva evidentemente debitrice della lettura della storia italiana condotta da Antonio Gramsci nei Quaderni dal carcere. Il sorriso parla però anche del presente, dei rischi di degenerazione della contestazione post ’68, e del problema della violenza politica, con riferimento alla tragica attualità del terrorismo. Anche da questo punto di vista, Consolo si rifà con ogni evidenza al grande modello del Manzoni, dei Promessi sposi ma anche della Storia della colonna infame, dove il passato allude al presente, secondo una dinamica sintetizzabile con una ben nota osservazione del narratore nel cap. VIII del capolavoro manzoniano: «Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.»

    D’altro canto, il Sorriso è però anche un romanzo programmaticamente anti-romanzesco, che contesta la forma stessa del romanzo, anzitutto sul piano strutturale, proprio mentre adopera il genere romanzo storico, che a sua volta già nasce come contestazione della storiografia. Consolo mette in discussione sia la storiografia, sia il romanzo storico, configurando il proprio romanzo come ridiscussione dei luoghi comuni storiografici e insieme negazione dell’impianto del romanzo storico, ma anche, più in generale, del romanzo tout court, in quanto narrazione filata, portatrice di illusione, nella sua adesione a una mistificata linearità degli eventi. Consolo vuole produrre un’impressione di realtà diminuendo la tradizionale mediazione narrativa, per proiettare il lettore nel flusso dello showing, cui corrisponde una massiccia erosione del telling (provocatoriamente confinato nelle Appendici documentarie e pseudo-documentarie). Ma al contempo egli mette radicalmente in discussione la macchina testuale che produce l’effetto di realtà, spezzandola, mescolandola con altri testi, e viceversa esibendo l’artificio. La mescolanza di vari generi testuali e di numerose voci narranti implica anche una vistosa relativizzazione delle voci. Dove la sceneggiatura narrativa delle molte voci si sovrappone all’esplicita messa in discussione della legittimità della voce narrante in genere e più specificamente delle voci supposte autorevoli: del protagonista, degli storiografi, degli estensori di documenti pubblici, di chi racconta la storia magari in buona fede, ma ricadendo inevitabilmente nella prospettiva dei vincitori, o quanto meno di chi ha il diritto di parola e il controllo degli strumenti di diffusione delle idee, cioè soprattutto della scrittura. Così infine, il Sorriso mette in discussione non solo il romanzo, e dunque la propria identità di genere, ma, in modo ancora più generale e più radicale, la parola degl’intellettuali, che sono tali perché hanno un certo livello economico-sociale, che fatalmente li avvicina al potere e li allontana dalla bruciante verità dei ceti non abbienti. Gl’intellettuali sono comunque vicini al potere in quanto, direbbe Pierre Bourdieu, «frazione dominata della classe dominante»: è quindi necessario diffidare delle loro affermazioni. Lo sforzo quasi paradossale di Consolo consiste così nel provare a produrre una parola che possa sfuggire alla condizione privilegiata da cui nasce e alla mistificazione che ne consegue. Consolo sa bene che questo non è possibile, perché chi scrive è sempre in qualche modo già compromesso: ma proprio per questo deve parlare, e insieme mettere in discussione le proprie stesse parole, provando a mettere in scena il punto di vista di chi non può parlare. Da questo sforzo titanico deriva anche l’orientamento prevalente della sua ricerca linguistica, tesa a evitare la parola piatta, monocorde e monologica, dei mass media e della letteratura più compromessa con i gusti delle masse, per cercare, disperatamente, di dare voce alle voci di chi non ha strumenti per farsi sentire e sarebbe destinato a cadere nell’oblio.

    Con Le pietre di Pantalica Consolo riprende la storia del Meridione italiano degli anni Quaranta, dallo sbarco americano in Sicilia nel 1943 alle lotte per l’occupazione delle terre nel dopoguerra, chiamando in causa poi direttamente anche il degrado degli anni Settanta-Ottanta. Le pietre di Pantalica mostra per certi aspetti una lingua più comunicativa, almeno in certe sue parti, e si presenta a prima vista come una raccolta di racconti, come già notato sopra. Ma in realtà, a ben guardare, ha una struttura composita: la prima parte, infatti, Teatro, che costituisce oltre la metà del libro, si rivela un corposo lacerto di romanzo storico, ben più che un abbozzo; il progetto di romanzo storico lascia tracce ancora nella seconda sezione, Persone; poi però sia gran parte della seconda sezione, sia la terza, Eventi, sono invece costituite davvero da racconti: più esattamente, da racconti di fiction, da racconti di impianto autobiografico e da testi fra saggistici e narrativi, vicini, sul piano del genere, al reportage giornalistico. L’analogia, anche sul piano delle dimensioni, fra questi testi e i primi, che corrispondono invece a episodi di una più ampia struttura narrativa, non deve però trarre in inganno. Infatti, l’impianto della prima parte delle Pietre di Pantalica mostra comunque, se guardata con maggiore attenzione, ancora vistosi elementi di continuità con il Sorriso, di cui riprende alcune modalità costruttive, specie al livello della macro-struttura narrativa: questa analogia è traccia vistosa di una continuità, che deve essere letta alla luce di scelte di poetica e procedimenti collocate alla radice del modo in cui Consolo concepisce il romanzo storico-metaforico e più in generale la propria scrittura.

    • Soggettivizzazione e «somiglianza»: dalle fonti al metodo compositivo

    Per capire un po’ meglio il modo in cui Consolo realizza la straordinaria densità dei propri testi, è necessario mettere meglio a fuoco la peculiarità della sua sintassi narrativa. Sarei tentato di sostenere che il “segreto” del Sorriso è anzitutto sintattico: ma sarebbe affermazione troppo unilaterale. Certo però la sua particolarissima costruzione è un fattore decisivo, perché fa convivere meccanismi strutturali diversi, convergenti e al tempo stesso in competizione, che determinano un’intensità semantica straordinaria, che il testo comunica al lettore, obbligandolo a un lavoro di decodifica particolarmente intenso (la “difficoltà”, che non è meramente lessicale, del testo consoliano): questa ricchezza semantica fa tutt’uno con la bellezza, con il valore estetico.

    Non è mia intenzione trattare qui della molteplicità delle fonti del Sorriso: rimanderò per questo alla bella edizione critico-genetica di Nicolò Messina[4] e agli apparati del Meridiano.[5] Ma, come da premessa, mi soffermerò su due dei più importanti testi di riferimento per la poetica del Sorriso.

    Anzitutto, il saggio di Hans Magnus Enzensberger Letteratura come storiografia,[6] scritto appositamente per fare da introduzione al «Menabò» n. 9, sulla cui copertina spicca a mo’ di titolo generale, in un numero dedicato a nove autori della narrativa sperimentale tedesca, uscito poco prima dello scioglimento del Gruppo 47 (1947-1967). Questo numero del «menabò», curato dallo stesso Enzensberger, progettato fin dal 1964 e uscito nel luglio 1966, è anche quello costruito durante la malattia di Elio Vittorini (mancato il 12 febbraio di quell’anno), nello sforzo vano di farglielo vedere finito. La lettura di Letteratura come storiografia rappresenta sicuramente un momento decisivo per la progettazione del Sorriso, che Consolo sta avviando, e con cui mostra vistosissime consonanze molto specifiche e profonde. Riprendendo Herder, secondo il quale «la letteratura è la vera storiografia dell’umanità» (p. 13), Enzensberger afferma senza mezzi termini che «Il solo coerente sistema di segni, da cui può essere colta la storia come realtà materiale, sembra essere la letteratura» (p. 12). Quest’affermazione è nota; meno nota però è l’insistenza con cui Enzensberger prepara l’affermazione, opponendo la pretesa obiettività di una storiografia in cui «La storia viene esibita senza il suo soggetto» (p. 8) ai modi rappresentativi della letteratura, dove «Tutto quello che avviene ha un destinatario per il quale avviene. È avvenuto così ma per chi?» (p. 9). L’opposizione viene messa a fuoco contrapponendo un passo di Berlin Alexanderplatz, caratterizzato dalla prospettiva totalmente soggettivizzata di Franz Biberkopf, a un passo di Storia della Germania del XIX e del XX secolo di Golo Mann. Commenta Enzensberger: «Döblin si tiene fermo alla sua paternità di autore proprio là dove egli la delega e il suo stile personale diviene evidente in massimo grado dove egli cita. Non si evita la lingua burocratizzata, che viene ripresa in molteplici variazioni, per lo più senza commento. In stridente contrasto le vengono messe accanto altre lingue. […] In questa Babele di lingue soggettive e obiettive, l’una critica e mette a nudo l’altra» (p. 10). Segue poco dopo l’affermazione già citata, che Consolo ricorderà per sempre, sulla letteratura come «storiografia», e l’ulteriore sviluppo dell’argomentazione, secondo la quale le opere di Bertolt Brecht sono «una parte di storiografia tedesca», proprio perché impongono il rovesciamento della consueta prospettiva della storiografia: si pensi, per esempio, a un testo poetico celeberrimo come Domande di un lettore operaio. I testi di Brecht, continua Enzensberger, ci dicono «Non come sono andate le cose, ma come sono andate per i muratori» (p. 13), che normalmente non hanno diritto di parola. La letteratura non è stata di per sé con i potenti, ma è stata sempre «limitata da interessi nazionali e di classe, contrassegnata e circoscritta già dal fatto che la sua esistenza presuppone l’agio, quindi la ricchezza, quindi lo sfruttamento» (p. 14). Siamo, molto visibilmente, proprio sulla strada che sarà poi percorsa dal Sorriso, e in particolare, con queste ultime affermazioni, già sulle soglie delle analoghe, esplicite considerazioni del barone Mandralisca nel cap. VI. Inoltre, secondo Enzensberger, «d’ora in poi la letteratura è possibile solo in quanto crisi della letteratura stessa» (p. 21). Le consonanze con Consolo sono davvero molto evidenti, su vari piani. Vale la pena di riprendere in dettaglio le proposte di Enzensberger, perché si ritrovano punto per punto nelle scelte formali (strutturali prima che stilistiche) di Consolo:

    • La soggettivizzazione programmatica della rappresentazione;
    • La coscienza della relatività degli stessi documenti storici, a loro volta fatalmente toccati dalla soggettivizzazione (cfr. p. 22 del saggio di Enzensberger);
    • La citazione sistematica delle lingue altrui, fatte cozzare fra loro, ma proprio per dare luogo alle marcatissime peculiarità della lingua autoriale;
    • La pluralità e correlativamente la forza relativizzante delle diverse lingue, che sono sempre anche prospettive (una linea poetica e operativa, vale la pena di notarlo, perfettamente convergente con quanto Bachtin aveva già scritto negli anni Trenta, ma in Italia avremmo letto solo dopo il 1979);
    • La messa in scena delle prospettive di chi non può parlare;
    • L’affermazione della forza di verità della letteratura, che fa tutt’uno con la sua “dannazione”, con la sua compromissione col potere, e dunque con la necessità paradossale di fare una letteratura che neghi se stessa.

    Il secondo riferimento è a prima vista scontato, ma merita di essere più specificamente interpretato in relazione alla pratica di scrittura che suggerisce. Si tratta del saggio di Leonardo Sciascia L’ordine delle somiglianze, di cui un passo costituisce la seconda epigrafe del Sorriso:

    Il giuoco delle somiglianze è in Sicilia uno scandaglio

    delicato e sensibilissimo, uno strumento

    di conoscenza […] I ritratti di Antonello “somigliano”;

    sono l’idea stessa, l’arché, della somiglianza

    […] A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca?

    LEONARDO SCIASCIA, L’ordine delle somiglianze

    (p. 125)

    Il saggio nasce come presentazione a L’opera completa di Antonello da Messina.[7] L’avvio della parte che ci interessa dell’argomentazione di Sciascia deriva in realtà da affermazioni di Antonio Castelli, scrittore cefalutano poco conosciuto ma di grande valore, autore di testi narrativi di rilievo come Gli ombelichi tenui[8] e Entromondo,[9] cui lo stesso Sciascia e Consolo avrebbero cercato di far vincere il Premio Brancati nel 1968.[10] Rileggiamo per esteso il passo in questione di Sciascia:

    ad aprire (e forse, effettual­mente, a chiudere) il nostro breve discorso su Anto­nello, ci soccorre questa acuta notazione di Antonio Castelli, il quale, per essere nato a Cefalù, non è im­probabile sentisse nello scriverla, vagamente e sottilmente, il suggerimento di quel prodigioso ritratto di Antonello che si trova nel cefalutano Museo Mandralisca: “Nella comunità alla quale apparteniamo, nel paese dove nasciamo, risiede la nostra nozione del co­lore; e la nostra misura d’uomo è regolata su un or­dine bioetnico delle somiglianze. Sono l’assoluto fisiognomico e l’assoluto cromatico, calati nel crogiuolo della terra natia, a modulare il nostro consistere”.

     “L’ordine bioetnico delle somiglianze”, da cui scatta “l’assoluto fisiognomico”: sono espressioni che immediatamente ci collegano ai personaggi d’Antonello. Anche ai santi. Anche alle Madonne.

    Il giuoco delle somiglianze è in Sicilia uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di co­noscenza. A chi somiglia il bambino appena nato? A chi il socio, il vicino di casa, il compagno di viag­gio? A chi la Madonna che è sull’altare, il Pantocrator di Monreale, il mostro di villa Palagonia? Non c’è ordine senza le somiglianze, non c’è conoscenza, non c’è giudizio. I ritratti di Antonello ‘somigliano’; sono l’idea stessa, l’archè, della somiglianza. A ciascuno si possono adattare tutte le definizioni che sono state date dei siciliani, da Cicerone a Tomasi di Lampedusa: sono chiusi sospettosi sofisti; amano contrad­dirsi e contraddire, complicare le cose con l’astuzia e risolverle con secco intelletto; sono sensuali avidi vio­lenti, tesi al possesso della donna e della roba, ma in ogni loro pensiero è annidata accettata vagheggiata la morte.

    A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al con­tadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente somiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Im­possibile. È un nobile o un plebeo? Un notare o un contadino? Un uomo onesto o un gaglioffo? Un pit­tore un poeta un sicario? ‘Somiglia’, ecco tutto. [11]

    Al di là della localizzazione siciliana, è necessario tenere in particolare conto l’affermazione apodittica di Sciascia per cui, in generale, «Non c’è ordine senza le somiglianze, non c’è conoscenza, non c’è giudizio.» Prima di procedere oltre, è necessario fare il punto sulle date. Il saggio in questione di Enzensberger e quello di Sciascia, pubblicati a pochissima distanza, vengono sicuramente letti da Consolo subito a ridosso della loro uscita. Cronologicamente, si collocano già a una certa distanza dall’esordio di La ferita dell’aprile, [12] e, soprattutto in prossimità della scrittura del primo capitolo del Sorriso, di cui una prima versione sarà spedita a «Paragone» nel 1968, senza ottenere risposta, e qualche mese dopo anche a «Nuovi Argomenti», che l’avrebbe pubblicata nel numero estivo del 1969.[13] Non a caso, i testimoni antiquiores dell’elaborazione del testo, cioè i tre quaderni manoscritti denominati MS1, MS2 e MS2bis (secondo la recensio dell’edizione di Nicolò Messina, ripresa nel Meridiano), sono sicuramente anteriori al testo preparato per «Nuovi Argomenti», e con ogni probabilità anche a quello spedito a «Paragone». Altri indizi ci riportano senza possibilità di dubbio proprio agli stessi anni dei due testi di Enzensberger e Sciascia, confermando indirettamente che la fase decisiva per la concezione del Sorriso si colloca proprio fra il 1966 e il 1968. Uno fra tutti: sul f. 17 di MS2, dopo appunti che paiono un programma di scrittura del cap. I del Sorriso, sull’ultima riga, poi cassata, leggiamo: «Foucault. Descrizione di un quadro di Velázquez»; evidentemente Consolo sta leggendo il cap. I della prima parte di Le parole e le cose, [14] che si mostra a sua volta rilevante per la genesi del passo che troviamo subito dopo nel manoscritto: una descrizione del ritratto di Antonello, riscritta con limitate correzioni.

    L’epigrafe di un libro, si sa, non è una citazione come tante. In particolare, in questo caso la citazione del passo di Sciascia non può essere letta solo in riferimento alla circostanza narrativa, a cui pure va ricollegata, e che potrebbe persino avere ispirato; si tratta, per lo più, di una circostanza fondamentale anche a livello d’intreccio: mi riferisco ovviamente alla somiglianza prodigiosa dell’Ignoto del ritratto con Giovanni Interdonato, che Mandralisca incontra nel capitolo I per caso sulla nave con cui porta il quadro a Lipari, e che in seguito andrà a trovare lo stesso Mandralisca per chiedergli un più fattivo impegno a favore dei moti risorgimentali. Questa somiglianza prodigiosa, se limitata a un mero meccanismo diegetico, rischia di apparire come un artificio romanzesco nel senso deteriore del termine. A rigore, non possiamo escludere del tutto questa possibilità, che del resto s’intona perfettamente con l’impiego demistificatorio, quando non parodico, dei meccanismi romanzeschi da parte di Consolo. Tuttavia, proprio la collocazione strategica del riferimento all’“ordine delle somiglianze” in epigrafe, impone interrogativi di fondo relativi non solo al misterioso uomo del ritratto, e neanche solo alla questione esplicitamente enunciata, quella cioè della “somiglianza” in Sicilia. Più in profondità, Consolo allude, senza possibilità di dubbio, al rapporto fra rappresentazione artistica e realtà: con ogni evidenza, infatti, l’interrogativo su quello specifico quadro si amplia a interrogativi più generali, sottolineando inoltre una prima fondamentale relazione di analogia / differenza, somiglianza / eterogeneità fra la pittura e la letteratura. Questa relazione problematica si riproporrà molte volte nel libro, specie nei passi di ekphrasis, che nelle edizioni in volume singolo del romanzo non smettono di rimandare alla copertina, dove è di norma fisicamente riprodotto il quadro di Antonello. In tutta la sua opera, del resto, Consolo pone il problema dei rapporti fra arte e realtà. In questo modo egli chiama in causa, più ampiamente, la forza generalizzante della rappresentazione, quella peculiare miscela di concreto e astratto che è alla base della forza simbolica dell’arte. Anche questo tuttavia è ancora poco, o comunque non abbastanza, è necessario andare ancora più in là. Una folla di dati testuali ci segnala infatti che L’ordine delle somiglianze, o, detto in altri termini, l’accostamento di figure, temi e in genere elementi testuali simili costituisce per Consolo un principio compositivo fondamentale, che l’epigrafe sciasciana annuncia a mo’ di dichiarazione di poetica. Come cercherò di mostrare qui di seguito, tutta la sintassi narrativa del Sorriso si regge sistematicamente su un corposo, ben visibile “ordine delle somiglianze”: nel senso che procede stabilendo una fittissima serie di corrispondenze e analogie, di rimandi incrociati e sovrapposizioni, che di fatto fanno funzionare il testo secondo due principi strutturali opposti. Da un lato, infatti, e, verrebbe da dire, nonostante tutto, il testo si sviluppa secondo una logica diegetica, di progressione narrativa, sull’asse sintagmatico. Da un altro lato il costituirsi di continue corrispondenze istituisce una logica invece di carattere prevalentemente poetico, in cui la sintassi accosta vistosamente elementi costruiti in modo simile, con un principio affine a quello dell’accostamento di unità metrico-ritmiche in poesia. La contestazione della linearità narrativa si realizza anche e proprio nella marcata poetizzazione strutturale, che accentua in modo sostanziale lo stesso pervasivo metaforismo: cioè la tensione generalizzante, mitologizzante, che si intreccia ad ogni passo con la fittissima trama documentaria, che spinge invece nella direzione contraria, dell’individuazione e della storicizzazione.

    In questo modo il discorso conserva un ben percepibile asse narrativo, che dobbiamo decodificare per seguire la storia, ma al tempo stesso, attraverso il gioco delle somiglianze, crea una dinamica che nega l’andamento lineare, una dinamica in cui la successione sintagmatica giustappone elementi simili o resi simili, creando nuove corrispondenze paradigmatiche, che assumono contemporaneamente valenze lato sensu ritmiche, di ripetizione di unità testuali analoghe, imponendo a ogni unità testuale elementi di senso che appartengono alle altre unità analoghe e dando così luogo a nuove stratificazioni di significato. Questa dinamica viene appunto determinata dalla sistematica attivazione, da parte di Consolo, di “somiglianze”, via via costituite dalla progressione del testo, che accosta e rende analoghi elementi in prima approssimazione non equivalenti, eterogenei, producendo nuovi strati di senso.[15] Si viene a creare una correlativa regola strutturale, costituita proprio dall’accostamento di elementi diversi, cui viene assegnata la marca della somiglianza. La somiglianza impera, ma si marca a partire dalla differenza, dall’eterogeneo.Il risultato struttureale è che, in maniera analoga a quanto avviene in poesia, «l’equazione serve a costruire la successione», o, detto in altro modo, «il principio d’equivalenza» si proietta «dall’asse della selezione all’asse della combinazione», così che «l’equivalenza è promossa al grado di elemento costitutivo della sequenza».[16] Sono, lo so, affermazioni molto note agli studiosi, che sono state anche giustamente criticate in profondità, quanto meno nella loro pretesa normativa. Tuttavia, esse continuano a descrivere molto bene il funzionamento del linguaggio poetico, e non a caso un testo capitale come quello di Lotman vi fa riferimento in modo sistematico. Nel nostro caso tuttavia, colpisce, ma non sorprende, che esse riescano a descrivere perfettamente non un testo poetico, ma un romanzo, il cui peculiare funzionamento strutturale è vistosamente analogo a quello di una poesia.

    La folla dei rimandi interni del Sorriso, su cui fra poco mi soffermerò in dettaglio, crea un gioco fittissimo di corrispondenze, di “somiglianze”, che si proiettano dall’asse paradigmatico all’asse sintagmatico. La compresenza di meccanismi narrativi e poetici, già al livello della macro-struttura, produce inoltre un altro effetto. Mi appoggerò ancora a Lotman: in ogni testo convivono un aspetto “fabulistico”, mediante il quale un testo rappresenta specifici aspetti della realtà, e un aspetto “mitologico”, “con cui il testo simula un intero universo”.[17] La struttura del Sorriso riesce a intensificare insieme l’uno e l’altro aspetto: la storia e la metafora, appunto. Questa dinamica fondamentale genera un aumento esponenziale di complessità strutturale, un aumento che dà luogo a una eccezionale densità semantica del testo e a una correlativa “difficoltà”. Infatti,

    Proprio perché quanto più complessa è l’organizzazione del testo e di ogni suo livello, tanto più imprevisti sono i punti di intersezione delle sottostrutture particolari; quanto maggiore è il numero delle strutture nelle quali è inserito un dato elemento, tanto più «casuale» esso ci sembrerà, si ottiene un noto paradosso peculiare del testo artistico: un aumento di strutturalità porterà a una diminuzione di prevedibilità[18]

    • Le strutture della somiglianza: modularità e ritmicità

    Finora mi sono limitato ad affermazioni di carattere generale, che potrebbero anche parere un po’ astratte. I dati testuali le supportano tuttavia in modo assai robusto, innegabile, confermando, a molti livelli, un metodo costruttivo dove la sintassi narrativa è massicciamente tramata da strutture analoghe, che danno luogo a un regime di “somiglianze” capillare e pressoché generalizzato. Anzitutto, anche a uno sguardo corsivo, praticamente ad apertura di libro, risalta la sistematica, calcolata frammentazione della struttura del Sorriso. Sarebbe più corretto però parlare di segmentazione, anzi, più radicalmente, di una modularità, cioè della costruzione del testo mediante la collocazione in serie di unità narrative analoghe, in prima approssimazione addirittura potenzialmente interscambiabili. La progettazione modulare del Sorriso trova robusti e inequivoci riscontri nell’iter dell’elaborazione testuale. Spiccano le carte raccolte in una cartelletta denominata DS 1, comprendente dodici fascicoli, numerati da DS1.0 a DS1.11.[19] Un ruolo strategico spetta al fascicolo Ds 1.1, «Carte per gioco», che segna il passaggio definitivo dalle prime versioni dei capitoli I e II, che appaiono quasi come racconti paralleli, a un più ampio progetto romanzesco, per quanto ancora in uno stato di elaborazione relativamente embrionale. È un testo chiaramente posteriore alla morte di Lucio Piccolo (26 maggio 1969) e certo anteriore alla prima edizione, in un prezioso volume d’arte, dei capitoli I e II.[20] Consta di 13 ff., e ipotizza una narrazione tripartita, in tre «tempi»: «Primo tempo» (ff. 1-4): dove troviamo parti del cap. I, l’Antefatto e l’Appendice I; «Secondo tempo» (ff. 4-10), con documenti storici, poi in parte riportati nel cap. IX, nelle Appendici I, II, III; «Terzo tempo» (ff. 11-13), che avrebbe dovuto essere dedicato a Piccolo e rappresentare un’area privilegiatamente poetica del testo, e che riprende l’articolo Il barone magico del 1967.[21] A quest’altezza cronologica, la tripartizione assume palesemente anche la forma di una di­stribuzione per generi:

    CARTE PER GIOCO

    (Racconti e cose da raccontare fin dal tempo di Garibaldi)

    BLASONE DI CEFALÙ

    Primo tempo – Narrativo. (a mo’ di racconto).

    […]

    Secondo tempo – Storico.

    I quaranta giorni di anarchia della città di Alcara Li Fusi sopra i Nebrodi.

    […]

    Terzo Tempo – Magico (o poetico)

    In ricordo del barone

    Lucio Piccolo di Calanovella

    Autore dei Canti Barocchi[22]

    In questo stadio di elaborazione, Consolo pare pensare a una sequenza in cui compare prima la fiction, poi la documentazione storiografica, infine la poesia. Il titolo ipotizzato sembra rimandare peraltro al citato Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Anche se abbandonato nella sua versione più radicale, che prevedeva addirittura una relativa intercambiabilità dei capitoli, questo progetto modulare lascia comunque tracce vistose nell’impianto definitivo del romanzo. L’asse diegetico del romanzo viene bloccato, ma resiste la relativa equivalenza delle parti, più marcata per le parti diegetiche, ma percepibile in parte anche nelle Appendici. Nella versione finale Il sorriso viene suddiviso in sedici parti, di cui nove capitoli diegetici e sette testi di appendice documentaria. L’articolazione molto segmentata viene a configurare una sorta di elementare scansione ritmica, dove i capitoli costituiscono qualcosa di molto simile alle lasse di una struttura poematica, cui alludono (e che non a caso sarà del tutto conclamata nelle opere consoliane degli anni Novanta, su cui tornerò brevemente alla fine). Da questo punto di vista, e non solo, il cap. IX ripete e ribadisce la struttura complessiva, di cui costituisce una sorta di mise en abyme. La scansione modulare è infatti chiaramente reiterata all’interno del cap. IX, integralmente composto dai graffiti dei carcerati, che hanno, se presi singolarmente, l’aspetto indiscutibile di poesie, dove gli a capo, in mancanza di motivazioni “materiali”, somigliano irresistibilmente a degli a capo di fine verso; se presi insieme, i dodici graffiti appaiono anche come le lasse di un poema unitario, che, com’è noto, allude alle dodici stazioni della Via crucis, peraltro già evocate nel cap. VII, a ulteriore conferma della disseminazione onnipervasiva dei meccanismi iterativi.

    Le scansioni modulari vengono ulteriormente ribadite dall’evidenza di ulteriori partizioni simmetriche, che raggruppano i moduli (capitoli e / o Appendici) per gruppi di due o tre. Tornerò più avanti sull’evidente tendenza a collocare anche i personaggi in coppie simmetriche. Sul piano macro-strutturale, le simmetrie sono particolarmente vistose nel “pacchetto” delle Appendici (saggistiche e documentarie, comunque composte da testi di non fiction). Le sette appendici appaiono così di fatto raggruppate in tre gruppi: due per il cap. I, due per il cap. II, tre per il cap. IX. Ciò significa inoltre che le Appendici sono tutte concentrate agli estremi del testo, e dunque sul suo marcatissimo confine: un aspetto che meriterebbe a sua volta una trattazione analitica, che mi riservo di sviluppare in altra sede. Di fatto, abbiamo quindi ancora una struttura con dodici elementi: nove capitoli diegetici + tre blocchi di Appendici (né c’è bisogno di essere maniaci di numeri per notare che sia il 12 sia il 9 sono multipli di 3). Una struttura, e una numerologia, vistosamente analoga a quella reiterata dal cap. IX e ultimo. Il numero 12 rimanda in modo evidente a un’antica e diffusa simbologia religiosa (fondata sulla moltiplicazione del 2 e del 3, cioè, più esattamente, di 22 x 3), cui Consolo allude spesso, o comunque adopera, consapevolmente o inconsapevolmente: se nel Sorriso ci sono 9 (+ 3) capitoli e 12 scritte dei carcerati (che sono anche 12 martiri, e 12 testimoni, come gli apostoli oltre che come le stazioni della Via crucis), in dodici capitoli sono articolati anche La ferita dell’aprile e Nottetempo, casa per casa; ma a sua volta Lo Spasimo di Palermo è composto da un Proemio e da undici capitoli, quindi da dodici capitoli di fatto. Meno significativa, ma ancora più insistente, è poi la disposizione per schemi ternari, già ricorrente nel Sorriso (dove si ripresenta ripetutamente in varie sedi, come i blocchi di Appendici, e in vari fasi dell’elaborazione testuale, come in parte abbiamo visto), e ripresa al livello macro-strutturale, in modo particolarmente vistoso, sia in Retablo sia in Le pietre di Pantalica.

    In sintesi: la struttura modulare costruisce il testo per via di segmenti simili, secondo una regola approssimata di “somiglianza” già di per sé iterativa, portatrice di una ritmicità ben percepibile, anche se sotto traccia. Su questa trama complessiva la “numerologia” consoliana dà luogo ad ulteriori simmetrie, associando i segmenti in modo tale da disegnare altre “somiglianze”, per così dire, di secondo grado.

    • La soggettivizzazione dei resoconti

    Alla struttura modulare, incipientemente ritmica, si accompagna la pratica sistematica della soggettivizzazione, che intreccia il principio della somiglianza con la pratica della letteratura come “vera storiografia”, cioè come storiografia che non oblitera le soggettività di chi vive i fatti narrati, in linea con le indicazioni di Enzensberger. Come abbiamo visto, la soggettivizzazione del testo, o meglio dei suoi numerosi componenti, si reitera nell’adozione di una pluralità non solo di voci, ma anche di modi narrativi e di generi, con la conseguente radicale, sistematica relativizzazione di ogni discorso. Il risultato, con ogni evidenza, va nella direzione di una vistosa polifonia, che implica, come già notato da Cesare Segre sulla scia di Bachtin, non solo puri-linguismo, ma anche plurivocità, cioè, strategicamente, pluralità di prospettive e di ideologie.[23]

    In prima approssimazione, come visto, Il sorriso consta di nove capitoli diegetici e sette Appendici, raccolte in tre blocchi. Se guardiamo meglio, però, i capitoli propriamente diegetici sono solo i primi cinque. Il cap. VII è infatti diegetico, ma su una linea lato sensu saggistica, perché presentato con la forma documentaria della Memoria, che allude vistosamente ai trattati scientifici redatti dal Mandralisca, e citati, ma come veri documenti, nelle due Appendici del cap. I. I capp. VI e VIII complicano e confondono ulteriormente le scelte di genere, dal momento che si configurano rispettivamente come una lettera e come una sorta di introduzione saggistica: anche se sul piano del contenuto sono testi pienamente di fiction. In particolare, lo strategico cap. VI appare, a livello di genere, analogo all’Appendice prima del cap. I, che pure è una lettera, ma vera, di Mandralisca; laddove il cap. VII assomiglia a una versione molto allargata, oltreché a una apostasia, dell’Appendice seconda del cap. I. Quanto al IX, ne abbiamo già commentato la peculiarità, per non dire la “stranezza” strutturale. Di fatto, a partire dal cap. VI, la diegesi vera e propria lascia il campo piuttosto a pseudo-documenti, che vanno a sovrapporsi con i documenti veri e propri, creando ulteriore confusione, o, detto un po’ meglio, a livello macro-strutturale, nuovi importanti fenomeni di somiglianza / eterogeneità, che rimescolano le carte anche e proprio a livello di genere.

    Contemporaneamente, la mescolanza narratore esterno / focalizzazione interna lascia il passo all’attribuzione piena della funzione di voce narrante al Mandralisca, che diventa narratore e prende stabilmente la parola proprio mentre mette in atto un’esplicita procedura di auto-delegittimazione. L’idea di una letteratura che può essere se stessa, e adempiere ai propri doveri di verità storica, prende corpo così, visibilmente, nel paradosso di un narratore che si rende autorevole proprio dichiarando senza remore la propria fatale inattendibilità. D’altro canto, anche se Mandralisca ne prende nell’ultima parte in mano il filo, la trama narrativa del Sorriso resta composta da una molteplicità particolarmente accentuata di voci, che registra quasi una folla di narratori, o, più esattamente, di responsabili dell’enunciazione (spesso non propriamente narrativa), i quali, in linea con il paradigma manzoniano della mescolanza di “storia” e “invenzione”, sono sia di fiction sia realmente esistiti. In un rapido elenco, le voci principali sono, in ordine di apparizione, e tenendo conto sia dei capitoli diegetici sia delle Appendici: il narratore esterno, con un corredo ricchissimo di focalizzazioni interne, che delegano la visione, e spesso anche la voce, ad altri personaggi, cominciando, massicciamente, dal Mandralisca “inventato”; il Mandralisca “vero”, dei documenti; Francesco Guardione; Giuseppe Cesare Abba; il Mandralisca di fiction; i nove autori dei graffiti; Luigi Scandurra; Giuseppe Natoli Calcagno, ufficiale dello stato civile; Antonio Mordini. Ancora più complessa è la fenomenologia di sovrapposizioni, cioè ancora di somiglianze e diversificazioni, tra i soggetti dell’enunciazione e i generi testuali. Ma ben più ampio sarebbe l’elenco se vi comprendessimo i numerosi narratori e / o responsabili delle narrazioni / enunciazioni di secondo grado, cui la parola viene affidata nel testo in maniera mediata, attraverso, fra le altre, a procedimenti come il dialogo e la citazione prolungata. Anche questi danno luogo a una reiterazione dei fenomeni di sovrapposizione fiction vs. non fiction, complicando ulteriormente il quadro dei rapporti enunciativi, e in specie le dinamiche fra discorso primo e discorso riportato e / o citato. Per dare un’idea approssimata ma certo utile a farsi un’idea di questa complessità, propongo un rapido censimento solo delle voci principali individuabili nettamente (lasciando da parte i personaggi che prendono la parola nei dialoghi), all’interno del resoconto prendono “di fatto” la parola, con modalità diverse: Saverio Landolina; Giovanni Interdonato, che racconta di nuovo le circostanze dell’Antefatto a Mandralisca; Francesco Carrera, autore del Pantheon Siculum sive Sanctorum Siculorum Eulogia, verosimilmente citato attraverso Gaetano Morelli, a sua volta autore di San Nicola Politi patrono di Alcara;[24] il narratore dei Promesssi sposi, che eviteremo di confondere con Alessandro Manzoni; Mario Pagano e Carlo Pisacane; Filippo Buonanni; Plauto, e persino Archimede.

    Ancora più capillarmente, tutta la fenomenologia delle citazioni, dell’intertestualità, lungi dall’essere un mero fenomeno di rimando intertestuale e di erudizione, andrebbe inquadrata anche e proprio in questa prospettiva, di rapporti fra soggetti enunciativi. In questo quadro, particolarmente rilevante è la sovrapposizione fra testi citati, e colti, e parole / pensieri di personaggi incolti o semicolti. In particolare, in modo assai vistoso, nel cap. III, con frate Nunzio, ma anche nel cap. V, con la focalizzazione su Giuseppe Sirna Papa, i cui pensieri si mescolano a quelli dell’Innominato nella notte drammatica della conversione.[25] Nella costruzione di Consolo gioca inoltre un ruolo molto importante, ancora più radicalmente, la focalizzazione interna come mimesi dell’esperienza nel suo farsi. Oltre a sovrapporre più visioni del mondo incompatibili, con una radicalità intransigente che ha pochi termini di comparazione, almeno in Italia, Consolo ci pone di fronte a un intreccio vertiginoso fra resoconto narrativo e voci dei personaggi, che si complica vistosamente con l’intreccio fra le voci pronunciate e, per così dire, le voci prima della voce, i discorsi prima dei discorsi, i pensieri ma anche le percezioni non formate. Il lettore si trova così di fronte a parole che scendono sistematicamente al tempo e ai modi che ne precedono la formulazione. L’esigenza di verità della parola letteraria si fa in questi casi esigenza di rivivere tutto dall’interno, di entrare nel cuore dell’esperienza dei personaggi, di arretrare fin là dove l’esperienza si sta formando, nel luogo dinamico dove sono le cose prima di essere nominate, le percezioni, i sentimenti prima di essere coscienti, i gesti non ancora realizzati.[26]

    Alla moltiplicazione delle prospettive fa riscontro una narrazione che in molte occasioni narra più volte lo stesso fatto, configurando, per riprendere la terminologia di Genette, un racconto ripetitivo, dove un evento viene narrato n volte. Ciò significa però anche esibire la parzialità, la prospetticità inevitabile di ogni singola narrazione di uno stesso fatto. Si comincia con lo sfregio inferto da Catena Carnevale al quadro di Antonello, narrato nell’antefatto e nel cap. II. Poi c’è la presenza di Interdonato sulla nave con cui Mandralisca porta il ritratto da Lipari. Ancora, l’arrivo di Interdonato è narrato nel cap. II e ripreso nel cap. VI. Anche l’arrivo dei garibaldini è raccontato a più riprese, così come la stessa morte violenta della “vergine” per mano di frate Nunzio, al cap. III e al cap. V. Particolarmente interessante è proprio il caso esemplare, sul piano narrativo, sul piano storiografico e anche su quello gnoseologico, della rivolta di Alcàra Li Fusi, che, anche se in prima approssimazione rimane fuori scena, viene di fatto narrata di scorcio più volte: a partire dalla preterizione del cap. VII, ma conquistando il primo piano solo nei graffiti / poesie dei carcerati del castello gallego, apoteosi del soggettivismo tematico ed espressivo, nel capitolo finale.

    Molto importante per la scansione macro-strutturale delle somiglianze è poi la vistosa scansione per blocchi di quattro anni dei primi capitoli: il cap. I infatti si svolge nel 1852, il cap. II nel 1856, il cap. III nel 1860. Siamo evidentemente alle prese con una narrazione che procede per scene, sottoponendo a ellissi gran parte degli eventi, almeno per quanto riguarda la diegesi vera e propria. Sono infatti le Appendici a fornire il contesto, consentendo al lettore la ricostruzione degli eventi. Ma non meno evidente è il costituirsi di un’ulteriore chiara simmetria, che è già quasi un ritmo. Notiamo già, anticipando, che la scansione per quattro anni si ripete anche nella prima sezione di Le pietre di Pantalica, che nel primo blocco di testi si dedica a eventi del 1943, passando nel secondo blocco a eventi del 1947. Non è peraltro certo un mero fatto formale, anche se pare quasi un’ossessione, il ripetersi, da un libro all’altro, della rappresentazione dello sbarco in Sicilia: prima dei garibaldini, poi degli americani.

    5. Le corrispondenze fra personaggi

    La costruzione per somiglianze si manifesta a molti livelli, e appare anzi poco meno che onnipervasiva. Anche l’invenzione centrale della fabula, come già accennato, si fonda su un caso conclamato e quanto mai “romanzesco” di somiglianza: quella, già ricordata e fondamentale, per cui l’Ignoto di Antonello “somiglia” incredibilmente a Giovanni Interdonato; e dunque, si badi bene, una rappresentazione artistica “somiglia” a un individuo “reale” (che in un certo senso, ancora più incredibilmente, quasi pare derivarne, dal momento che compare poco meno di quattrocento anni dopo), che però è a sua volta personaggio di romanzo, ma realmente esistito e trattato anche dalla storiografia, ora mostrato nel contesto di un romanzo che contesta sia il romanzo sia la storiografia, rimettendo in discussione radicalmente lo statuto dell’arte ma anche quello della realtà. Un gioco di specchi, come si vede, vertiginoso: ma tutt’altro che formalistico. Questa somiglianza si colloca però, di nuovo, in una fitta trama di ulteriori “somiglianze”, analogie e simmetrie fra i personaggi del romanzo: un dato particolarmente suggestivo del Sorriso, e tanto vistoso quanto poco indagato. A loro volta, queste “somiglianze” si collocano in un gioco ancora più ampio di rimandi e corrispondenze narrative e tematiche: fra episodi, persone, luoghi, cose.

    Concentriamoci qui sui personaggi, dai quali in alcuni casi risaliremo ad altre “somiglianze”. Troviamo anzitutto moltissime associazioni binarie, coppie di personaggi associati per un movimento insieme di analogia e / o di antitesi. Fondamentale, anzitutto, quasi struttura trascendentale del libro, è la coppia barone Enrico Pirajno di Mandralisca / avvocato Giovanni Interdonato. La costruzione per analogie e antitesi è in questo caso particolarmente articolata, e anche particolarmente insistita. L’antitesi fra il nobile e il borghese, ribadita da quella fra disimpegno politico (o almeno impegno troppo tiepido) vs. impegno non va disgiunta dalla comune funzione di intellettuali: comunanza che mette del resto ulteriormente in rilievo le differenze e le distanze, dal momento che Mandralisca resta soprattutto scienziato, mentre Interdonato, come magistrato, interviene direttamente nel processo ai rivoltosi. Come è già stato notato, il cap. I e il cap. II, in linea con l’iniziale progetto “modulare”, mostrano due analoghi movimenti dal mare alla terra: di cui sono protagonisti prima Mandralisca, poi Interdonato (anche in questo vistosamente “somiglianti”), e che sono connotati anche da un analogo punto di vista. Significativamente, le carte mostrano che sono stati scritti quasi certamente l’uno a ridosso dell’altro: in particolare, ce lo dice il più antico dei  testimoni manoscritti del Sorriso,il quaderno classificato come MS1.[27] Notiamo che anche il cap. IV rappresenta un movimento mare-terra, che però in questo caso è visto da terra. Lo stesso cap. VI, poi, si apre rievocando sinteticamente lo sbarco di Interdonato, già visto nel cap. II, a conferma della cospicua presenza di narrazioni ripetitive. I primi due capitoli sono inoltre accomunati anche dal movimento di qualcuno che porta con sé un’opera d’arte, via mare: nel cap. I, ovviamente, il Ritratto d’ignoto: nel cap. II la Kore che Interdonato porta a Mandralisca; a sua volta, la Kore rimanda anche all’immagine sia dei Dioscuri e delle statue greche, sia degli ex voto, cui pensa invece Mandralisca nel cap. I. En passant, ricorderò che l’immagine dell’opera d’arte trasportata si ritrova anche nella vicenda della statua trasportata per mare in Retablo, e gettata in mare durante la tempesta per evitare il naufragio: ma qui si aprirebbe un altro discorso, sul rapporto arte-vita in Consolo, che ci porterebbe molto lontano.

    Curiosamente, inoltre, sia Interdonato nel cap. II, sia Mandralisca nel cap. IV, hanno con ogni probabilità a che fare con gli stessi sbirri, su cui tornerò fra poco. Certo è che si ripete la dicitura “i due sbirri” (pp. 154 e 197, con collocazione invertita rispetto ai tempi della fabula). Infine, il cap. I si chiude con la “festa” per la presentazione del Ritratto, e il corrispondente banchetto, così come il cap. II si chiude con la ricca cena che Mandralisca offre all’ospite Interdonato, che alla fine gli consegna la Kore, raddoppiata (un altro doppio…) dall’ulteriore dono della tovaglia, destinata da Catena ad Annetta.

    L’accostamento di personaggi può essere anche legato all’analogia di eventi. È il caso, leggermente appartato, ma davvero molto significativo, sia sul piano narrativo sia su quello simbolico, del cap. IV, dove Mandralisca viene rappresentato mentre arriva col postale a Sant’Agata di Militello (paese natale di Consolo) da Napoli, dove ha visitato gli scavi di Ercolano, alla vigilia dei moti del 1860. Proprio a Napoli egli era stato arrestato per il suo appoggio ai moti del 1848, e presto rimandato a casa. Ospitato nel castello del principe Galvano Granza Maniforti, Mandralisca vi incontra un prigioniero sanfratellano, la cui vista si sovrappone al ricordo della propria passata prigionia (pp. 197-198). La giustapposizione, evidente, fra i due eventi e i due personaggi, pur lontanissimi, è ribadita dal fatto che Mandralisca qui appare come il prigioniero sanfratellano, che è sbeffeggiato dal Maniforti proprio come lui era stato sbeffeggiato dai due sbirri napoletani. Non è questa la sede per approfondire l’importanza strategica per Consolo di San Fratello, e dell’area “lombarda” dei Nebrodi, dei suoi abitanti e della loro lingua. Basti ricordare che in La Ferita dell’aprile è sanfratellano lo stesso protagonista e narratore, trasparente alter ego dell’autore.

    Una coppia narrativamente rilevante è quella costituita da Mandralisca e dal servo Sasà (Rosario Guercio è il suo nome completo), nel cap. I: coppia tragicomica, che evoca il paradigma Don Chisciotte / Sancho Panza, e sarà visibilmente ripresa dalla nuova coppia padrone / servo composta da Interdonato e Giovanni Palamara, che la raddoppia, nel cap. II. Poco importa che il giovane Palamara sia solo mascherato da servo, perché in realtà è un giovanissimo patriota in pericolo. Interdonato, che arriva dal mare accompagnato da un (finto) servo, come Mandralisca, si presenta come il mercante Gaetano Profìlio (il cui nome, en passant, ha la stessa sigla di Giovanni Palamara), è anzitutto il portatore della somiglianza prima e fondativa, quella con l’Ignoto del ritratto, con le sue complesse implicazioni. Oltre alla somiglianza generica, il romanzo segnalerà più volte una più specifica somiglianza dei rispettivi sorrisi. Come visto, in molti modi Interdonato appare come il doppio militante di Mandralisca.

    A conferma però dell’impiego al tempo stesso serissimo e ironico, quasi derisorio, dello stereotipo romanzesco della somiglianza inquietante fra persone che non avrebbero fra loro alcun rapporto, Consolo fa comparire nel cap. VII un secondo Giovanni Interdonato. La somiglianza si fa così quasi beffa. Giovanni Interdonato bis è un colonnello garibaldino, ed è cugino del primo Giovanni Interdonato, a spiegazione della buffa coincidenza. Ma c’è poco da ridere, perché il secondo Interdonato, che stabilisce col cugino una relazione intimamente conflittuale, è stato mandato a Alcàra Li Fusi con un compito simile a quello di Nino Bixio a Bronte: sarà lui infatti a disarmare con l’inganno e imprigionare i rivoltosi, restituendo per di più i poteri di sindaco a un don Luigi Bàrtolo Gentile (p. 228), con ogni probabilità parente stretto del precedente delegato, il notaio Giuseppe Bàrtolo (p. 213) recentemente trucidato nella rivolta, come ci dirà esplicitamente il graffito XI (p. 249). Ennesima coppia, ancora più tragicamente derisoria.

    Una corrispondenza strategica, profonda anche se non evidente, viene creata tra il mite Mandralisca e l’orrendo frate Nunzio, mediante l’adozione di una tecnica comparabile di focalizzazione interna, quando, rispettivamente nel cap. I e nel cap. III, i rispettivi pensieri vengono colti in un continuo andirivieni fra un presente degradato, riprovevole, e un passato mitico idealizzato, che nel caso del frate s’incarna nell’evocazione di San Nicola lo Zito. Profondamente analoga è un’altra somiglianza / opposizione importante, costruita ancora tra frate Nunzio, sempre nel cap. III, e il bracciante Peppe Sirna, detto Papa, nel cap. V. Anche in questo caso l’accostamento, evidente, è generato anzitutto dalle analogie formali, con l’uso, di nuovo, di una focalizzazione interna protratta. Ma le analogie sono anche tematiche. In entrambi i casi, infatti, la focalizzazione interna chiama il lettore ad assistere alle acute sensazioni di fatica e di malessere di entrambi i personaggi: sensazioni che sfociano, con ancora più vistosa coincidenza, nei rispettivi malori. Inoltre, in entrambi i casi l’accostamento è ribadito dalla comparsa a fine capitolo della famiglia dei Bàrtolo, tutti analogamente sprezzanti. Sullo sfondo della somiglianza, risalta anche l’antitesi fra i destini dei due personaggi: al centro dei capp. III e V: perché frate Nunzio uccide, mentre Peppe Sirna sarà ucciso, fucilato per la sua partecipazione alla sommossa, come gelidamente certificato dall’Appendice seconda del cap. IX, che è appunto il suo (vero) certificato di morte, in una flagrante, atroce antitesi fra la sua corposa vitalità, che il lettore ha visto all’opera nel cap. V, e il nulla tragico della sua fine, condensata nelle poche righe burocratiche e impersonali del documento.

    Un altro fronte inatteso di corrispondenze viene delineato in corrispondenza del tema amoroso, la cui presenza sottotraccia non può essere sottovalutata, visto che inaugura il romanzo, con lo sfregio di Catena Carnevale al Ritratto d’ignoto, o meglio al suo sorriso irritante. Catena è particolarmente nervosa perché innamorata del rivoluzionario Interdonato: la loro coppia trova una percepibile analogia nell’amore di Giovanna Oddo per Salvatore Spinuzza (cfr. in particolare p. 140), a sua volta destinato, come registra la documentazione ufficiale, a essere giustiziato. Su un fronte programmaticamente degradato, vanno in coppia, come già accennato, anche i poliziotti Chinnici e Baiona: i quali sono una coppia comica, vistosamente (come mostra l’equivoco da avanspettacolo fra Kore e Sacro Core, p. 153). D’altro canto, sono nondimeno personaggi lugubri e quasi tragici, perché persecutori violenti dei patrioti, come mostra bene la memoria di Francesco Guardione (p. 172). Anche se non vengono nominati, sono con ogni probabilità ancora loro, nel cap. IV, “i due sbirri che bastonano” e insultano Mandralisca prigioniero, parlando un napoletano volgare, colmo di parolacce (p. 197).

    Molto sinteticamente, ancora, vengono presentati con tratti comparabili i giovanissimi Raimondo Maniforti e Salvatore Bartolo, entrambi figli inetti di uomini di potere, cioè, rispettivamente, il nobile Galvano e il sindaco Giuseppe Bartolo. Così come fanno vistosamente coppia, nell’opposizione, anche il liberale moderato Ignazio Cozzo e il repubblicano Turi Malandro, nel cap. V, con il loro quasi comico battibecco sulla parola d’ordine che deve dare avvio alla rivolta, dove “Viva l’Italia!” si oppone, con evidenti implicazioni ideologiche, a “Giustizia!” (pp. 208-211).[28] Notiamo, en passant, in quanti luoghi Consolo giochi la carta del comico, sempre problematico ma nondimeno spesso del tutto conclamato. Gli esempi potrebbero ancora continuare a lungo. Ma è ormai necessario riprendere il discorso sulla genesi e la struttura di Le pietre di Pantalica.

    5. Le pietre di Pantalica e oltre: ritorno al romanzo storico?

    All’inizio degli anni Ottanta, Consolo è alla ricerca di nuove forme espressive, come mostra il suo dedicarsi a un ampio ventaglio di progetti e di lavori: una specie di romanzo giallo, Morte del giardiniere (1981), di cui è rimasto un primo abbozzo; un libro saggistico sul Movimento indipendentista siciliano (1981), su richiesta di Ugoberto Alfassio Grimaldi, che non pare avere lasciato tracce d’archivio; l’ipotesi di una sceneggiatura sulla vita di Giovanni Pascoli, alla quale lavora nel 1982 con Vincenzo Cerami, soggiornando a lungo a Roma, per un film che avrebbe dovuto essere realizzato da Marco Bellocchio; il progetto, sempre nel 1982, di un libro giornalistico su una torbida vicenda criminale della seconda metà degli anni Cinquanta, quella dei frati estorsori di Mazzarino, per una collana di processi celebri diretta da Giulio Bollati e Corrado Stajano; la traduzione, insieme al grande grecista Dario Del Corno, di Ifigenia fra i Tauri di Euripide (in scena dal 27 maggio al 4 luglio 1982 al Teatro antico di Siracusa). Se quest’ultima fatica appare come una sorta di anticipazione della ripresa della forma tragica, caratteristica poi delle opere degli anni Novanta, il libro sul processo ai frati di Mazzarino dà avvio a una lunga e complessa elaborazione, che mette in gioco sia i tentativi di una scrittura più apertamente comunicativa, sia la persistente spinta verso il romanzo storico, o meglio storico-metaforico. Apparentemente, però, il percorso della scrittura di Consolo sta prendendo un’altra strada: è del novembre 1983, infatti, il primo progetto di L’esequie della luna, inizialmente firmato con il giovane regista Roberto Andò, e ispirato all’omonima prosa lirica di Lucio Piccolo: da questo progetto deriverà la Favola teatrale di Lunaria, scritta abbastanza rapidamente, in un anno circa, e pubblicata nel 1985.[29]

    Di fatto però Consolo lavora su più tavoli, e porta avanti con buona lena anche il libro sui frati estorsori. Studiando il loro caso, però, si rende conto che le vicende dell’area di Mazzarino, al di là del caso giudiziario, sono emblematiche della storia contadina siciliana dalla guerra al boom, quando l’antica Italia rurale cede definitivamente il passo alla nuova realtà di una nazione industriale, nonostante tutto. L’ipotesi di libro giornalistico si trasforma così abbastanza presto in un progetto di romanzo storico, che arriverà comunque a uno stadio avanzato di elaborazione: di fatto, come accennato, esso costituisce più della metà di Le pietre di Pantalica, anche se corrisponde solo alla prima delle tre sezioni. Anche Le pietre di Pantalica dunque, pur non raggiungendo i livelli di complessità del Sorriso dell’ignoto marinaio,è un libro stratificato e multi-genere.

    Anzitutto, la sua struttura, ancora una volta tripartita, allude scopertamente a una dimensione teatrale (Teatro, Persone, Eventi) e all’idea del mondo come rappresentazione, barocca e spagnola oltre che pirandelliana e siciliana, che si accampa sullo sfondo. Lo stesso stile, certo più piano e referenziale di quello del Sorriso o dello stesso Retablo, ma anche della Ferita dell’aprile, non consente tuttavia di sottovalutarne la persistente pluralità di registri e di lessici. Anche sul piano strutturale, la prima parte costituisce una continuità narrativa attraverso una sequenza di scene, che si alternano a profonde ellissi: secondo un modello evidentemente simile a quello del Sorriso, per quanto certo caratterizzato da ellissi meno violente. La serie romanzesca di Teatro, condotta da un narratore esterno che pure fa uso sistematico della focalizzazione interna, appare divisa a sua volta in due ben distinte sotto-sezioni: i primi cinque racconti (Ritorno, Giochi di fuoco, Lo Sherman, Il fotografo, La volpe di donna Elisa), dedicati a vicende legate allo sbarco degli americani e ambientati nell’estate del 1943, cui seguono le due parti di Ratumemi, dove si parla dell’occupazione delle terre del 1947, conseguente alla riforma agraria del 1946. La prima sezione è chiusa dall’ampio e importante racconto Filosofiana. Alla prima parte, molto consistente, si affiancano due altre sezioni, caratterizzate entrambe da un narratore interno, in prevalenza autobiografico, dove la prima disegna una serie di ritratti (Persone) e la seconda raccoglie un piccolo blocco (Eventi), composto da due testi giornalistico-autobiografici e da un racconto atipico come il Memoriale di Basilio Archita. A cerniera fra la prima parte e il resto del libro, il racconto Le Chesterfield, che apre la seconda sezione, motiva la sua presenza fra i ritratti perché mette in scena Leonardo Sciascia, ma per altri versi (come mostra anche la sua storia testuale) si raccorda al primo racconto, Ritorno, sia per la tecnica narrativa (ancora un narratore esterno con focalizzazione interna), sia per la presenza del personaggio di frate Agrippino: unico e ormai non più riconoscibile superstite del primitivo progetto giornalistico, dal momento che un frate Agrippino (al secolo Antonio Jaluna) era effettivamente uno dei quattro religiosi estorsori di Mazzarino. Frate Agrippino non è peraltro l’unica traccia di un sistema dei personaggi unitario, riconoscibilmente romanzesco: ci sono ancora, fra gli altri, i membri della famiglia Pirrone, che passano dalla prima serie di racconti a Ratumemi, e Vito Parlagreco, che compare in Ratumemi e poi in Filosofiana. I lacerti di romanzo delineano una narrazione comunque tendente alla coralità, con molti personaggi: caratteristica che si accentua nella breve serie di Ratumemi, che inserisce fra i due testi diegetici un blocco di cinque documenti, riproponendo quella stessa alternanza di fiction e non fiction già vista nel Sorriso, pur se con ben altra complessità d’impianto. Se scorporati dal libro alla fine realizzato, i testi della prima metà della prima sezione, la serie di Ratumemi, che ne costituisce la seconda metà, Filosofiana e lo stesso Le Chesterfield, sono, prima che racconti, capitoli di un unico romanzo, che riprendono visibilmente la struttura modulare, e dunque lato sensu iterativa, del Sorriso, abbozzando, di nuovo, una ritmicità macro-strutturale, cui contribuiscono anche le dimensioni sostanzialmente analoghe di tutti i testi (con la sola cospicua eccezione di Filosofiana, molto più lungo).

    Le analogie con l’impianto e i temi del Sorriso non finiscono peraltro qui. Anzitutto, infatti, la prima sottosezione di Teatro finisce vistosamente col racconto di una violenta rivolta contadina (La volpe di donna Elisa), e la stessa seconda parte di Ratumemi finisce con gli scontri tra contadini ribelli e polizia. Più nascostamente, anche il romanzo “nascosto” in Le pietre di Pantalica è scandito, se consideriamo la prima serie e le due parti di Ratumemi, per blocchi separati da ellissi di un quadriennio. Nel primo caso infatti le vicende si svolgono nel 1943, e nel secondo nel 1947: con evidente analogia, non si sa fino a che punto voluta, con le scansioni cronologiche quadriennali del Sorriso. Siamo di fatto di fronte, percepibilmente, ai primi due tempi di una narrazione unitaria. Anche in questo caso, per di più, le carte mostrano che il percorso ipotizzato da Consolo prevedeva un terzo tempo (ennesima tripartizione): quello dove il protagonista diventa Vito Parlagreco, il contadino prescelto come punto di vista privilegiato già in Filosofiana, che quasi certamente è anche il Vito protagonista del racconto inedito L’emigrante, che rappresenta l’approdo di un contadino siciliano nella Milano del boom. Con ogni probabilità stava proprio qui il terzo tempo della narrazione della storia di Mazzarino, che sarebbe andata a chiudersi con l’emigrazione e la fine del mondo contadino. Ritrovato da me fra i testimoni dell’elaborazione di Le pietre di Pantalica, L’emigrante è un racconto completo, evidentemente espunto da Consolo perché ritenuto non più organico al nuovo assetto del libro, diventato quello che noi leggiamo anche e proprio per l’arenarsi del percorso romanzesco unitario. Costituisce un inedito assoluto, che ora è possibile leggere integralmente nell’apparato del Meridiano.[30]

    Sulla base dei riscontri epistolari e dei testimoni dell’elaborazione, si può comunque sostenere con sicurezza che il lavoro per Le pietre di Pantalica comincia già nel 1982, e si intreccia con l’elaborazione sia di Lunaria, sia di Retablo: di fatto, mantenendo viva la scrittura propriamente storica, o meglio storico-metaforica, in una fase che pare invece allontanarsi in direzione di un’invenzione fantastica più libera. Per il dettaglio della storia testuale di Le pietre mi permetto di rimandare di nuovo all’apparato del Meridiano.[31] Già nel 1983 varie lettere sembrano segnalare uno stato di elaborazione molto avanzato del libro in questione, tanto che Consolo sostiene, a più riprese, che il libro è quasi finito, e dovrebbe essere terminato entro la fine dell’anno. Inizialmente, come già ricordato, egli avrebbe dovuto scrivere un libro-reportage, commissionato per la collana I processi, diretta da Giulio Bollati e Corrado Stajano per Mondadori, dedicato al processo ai frati estorsori di Mazzarino, un’oscura vicenda criminale, che qui rammenterò per sommi capi. Fra il 1956 e il 1958, per circa trenta mesi, Mazzarino e dintorni (provincia di Caltanissetta) furono colpiti da un’ondata di estorsioni, ricatti, intimidazioni più o meno violente (incendi, furti di bestiame, colpi di arma da fuoco), che arrivarono fino all’omicidio, il 26 maggio 1958, del cavalier Angelo Cannada (personaggio minore, in Le pietre di Pantalica, di Lo Sherman e La volpe di donna Elisa). Il 16 febbraio 1960 la polizia arresta quattro frati cappuccini del locale convento: Vittorio, Venanzio, Agrippino (come il frate protagonista di Ritorno e Le Chesterfield) e Carmelo (al secolo, rispettivamente, Ugo Bonvissuto, Liborio Marotta, Antonio Jaluna e Luigi Galizia). Sono, appunto, «i monaci di Mazzarino», accusati di associazione per delinquere, concorso in omicidio ed estorsione continuata, insieme a quattro laici, Giuseppe Salemi, Girolamo Azzolina, Filippo Nicoletti, e soprattutto Carmelo Lo Bartolo, il mandante, rozzo e temutissimo giardiniere del convento, analfabeta, che, condannato a trent’anni, si suciderà in carcere. Al processo la difesa presenterà i frati come vittime, a loro volta minacciati, mentre la pubblica accusa li presenterà come corresponsabili e registi dell’ondata di crimini. Assolti in primo grado, vengono poi condannati a tredici anni, come capi, con il Lo Bartolo, dell’associazione a delinquere. Ma intorno ai frati si schierano avvocati cattolici di grido, fra i quali Francesco Carnelutti, Francesco Siciliano, e Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Sicilia nel 1947. La sentenza viene annullata, anche se il nuovo processo condanna comunque i frati a otto anni come correi. Consolo, secondo suo solito, avvia un lungo e complesso lavoro di ricerca. Così però, com’è facile immaginare, i tempi di elaborazione del volume si vanno via via dilatando; tanto che a un certo punto lo scrittore riceve un aut aut da Stajano. Anche il genere testuale appare all’inizio incerto, conteso quanto meno tra il progetto iniziale, francamente di non fiction, e la tentazione invece di tornare al romanzo storico. Ecco come l’autore spiega il passaggio dal primo progetto al secondo, da cui poi sarebbe scaturito Le pietre di Pantalica, come una sorta di compromesso editoriale di fronte al romanzo che non riusciva a concludersi:

    L’idea prima del libro era quella di scrivere un romanzo su un fatto di cronaca che riguardava i frati del convento di Mazzarino, processati per mafia: mandavano lettere minatorie e minacciavano i ricchi del paese per avere in cambio denaro. Mi recai quindi a Mazzarino, paese al centro della Sicilia (dai Lanza Branciforte, conti di Mazzarino, è venuto fuori il “francese” cardinal Mazzarino), per conoscere i luoghi e documentarmi sulla vicenda criminosa. Ma là scoprii che Mazzarino era stato il luogo emblematico delle lotte contadine del Secondo dopoguerra, delle occupazioni delle terre dei feudatari, della repressione da parte dello Stato, della sconfitta e quindi del fallimento della riforma agraria, con la beffa finale (Filosofiana) e la condanna dei contadini all’emigrazione nel nord Italia e nel Centro d’Europa. Questa epopea contadina mi interessò di più della vicenda dei frati mafiosi.[32]

    In varie altre dichiarazioni l’autore ha ribadito come Le pietre di Pantalica nasca da un’intenzione unitaria, sottolineando però anche la scelta di un linguaggio meno complesso e più comunicativo rispetto a quello di altri suoi libri, del Sorriso ma anche del coevo Retablo. Fra i testimoni dell’elaborazione, in particolare il quaderno classificato come MS 1 registra un progetto narrativo non solo inizialmente unitario, ma anche molto articolato (in ben quaranta punti), che trova riscontro solo molto parziale nel testo come noi lo conosciamo.[33] Nelle dichiarazioni pubbliche, tuttavia, Consolo non ha ricordato quanto l’abbandono definitivo del progetto sui frati di Mazzarino fosse stato largamente determinato anche dall’amarezza e dallo sconcerto conseguenti all’esito del processo, che comunque attenuò le responsabilità dei frati. Proprio l’avvocato e politico democristiano Giuseppe Alessi, difensore dei frati, donò i materiali usati per il processo a Consolo, che li usò per il proprio lavoro di scrittura, ma via via derivandone sentimenti di sdegno e disgusto, che lo indussero ad abbandonare il primo progetto. Lo stesso Consolo avrebbe poi donato i faldoni di Alessi alla Fondazione Feltrinelli, dove si trovano tuttora. D’altro canto, Consolo ha anche affermato di non essere stato capace di scrivere un libro giornalistico: con ogni probabilità, le ragioni interne, estetiche e letterarie, si sono sommate a quelle etiche e politiche.

    In un articolo del 1986 Consolo fa il punto della situazione, mostrando che a quell’altezza cronologica l’intenzione di fare un romanzo era ancora ben ferma; ma che, al tempo stesso, essa appare già aperta all’inserimento di lacerti autobiografici, come poi avverrà di fatto nelle Pietre:

    Lavoro da un po’ di tempo a un romanzo che ho interrotto più volte. È ambientato in un paese nel centro della Sicilia che si chiama Mazzarino. Nome ricco di suggestione la cui radice può essere il punico «Mazar», che significa confine, o l’arabo «Mazarrat», che vale silice, pietra da fucile. E Mazzarino è al confine della storia, al confine dello spazio e del tempo; e a Mazzarino si spara, si spara tanto con pallettoni a lupara. Nome e toponimo molto diffusi in Sicilia: màzzara, mazzarredda, Mazara, Mazzarrà, Mazzarò (e il Mazzarò de «La roba» di Verga e il cardinale Mazzarino).

    La narrazione abbraccia vent’anni, dal ’43 al ’63. Ma c’è un altro piano di scrittura che riguarda l’oggi, il diario delle mie frequenti ricognizioni in Sicilia. È un romanzo corale, con personaggi noti e ignoti. Tra i tanti il grande fotografo Robert Capa. Vuole essere la storia del secondo dopoguerra in Sicilia, delle lotte nel regno del feudo, delle occupazioni delle terre, della sconfitta dei contadini e della loro emigrazione nelle fabbriche del Nord.[34]

    A un certo punto le incertezze sia strutturali sia tematiche fanno entrare Consolo in una vera e propria crisi. Quando abbandona definitivamente il romanzo su Mazzarino e i suoi frati, l’impianto del libro tende a consolidarsi e gravitare sul blocco che sarà poi la sezione Teatro (comunque derivata direttamente dal primo progetto), ma fa più fatica a prendere forma per quanto riguarda le altre due sezioni, evidentemente più composite. Alla fine, la costruzione del libro privilegerà comunque il blocco di testi nati nel contesto del libro su Mazzarino, facendo comunque della cittadina il fulcro di una ricostruzione di una vicenda emblematica di tutta la storia siciliana. Tuttavia il progetto iniziale lascia segni ancora vistosi, benché dissimulati dalla loro collocazione in un impianto organizzato ormai diversamente. In particolare, il sintomo più vistoso e percepibile del primo progetto è, come abbiamo visto, il personaggio di frate Agrippino. Nelle Pietre spariscono però totalmente i riferimenti alla vicenda giudiziaria dei frati, anche se frate Agrippino si lascia percepire come figura assai poco in linea con l’ortodossia: in questo non poco simile al frate Nunzio del Sorriso.

    Se Le pietre di Pantalica era un possibile romanzo storico, divenuto qualcos’altro in corso d’opera, Nottetempo casa per casa[35] segna un ancora più esplicito ritorno al romanzo storico, o meglio, di nuovo, storico-metaforico, dando corpo a un progetto narrativo cui Consolo stava pensando almeno dalla seconda metà degli anni Sessanta, quando aveva cominciato a raccogliere sia documenti sul Risorgimento in Sicilia e sulla strage di Alcàra Li Fusi, sia documenti sulla storia di Cefalù negli anni Venti e sul controverso caso del santone Aleister Crowley. Le radici comuni del Sorriso e di Nottetempo sono certificate da almeno tre testimoni manoscritti (i quaderni classificati come MS1, MS2 e MS2 bis). Indiscutibilmente, Nottetempo ha un cuore antico, e si alimenta di un grumo pulsante di ricordi, cui si affianca una rinnovata, puntigliosa ricostruzione storica. D’altro canto, la ripresa del romanzo storico convive in Nottetempo con un’ulteriore accentuazione delle componenti lirico-simboliche, secondo modalità rappresentative che ritroveremo poi nelle altre opere degli anni Novanta. La persistente opzione per il romanzo storico-metaforico si declina così secondo due linee ben distinte, dinamicamente intrecciate. Se infatti lasciamo prevalere la dimensione storico-tematica, Nottetempo, casa per casa, come ha ricordato più volte l’autore, è il secondo tempo di una trilogia dedicata a tre momenti emblematici e cruciali della storia italiana: il Risorgimento nel Sorriso; l’avvento del fascismo in Nottetempo; la collusione tra mafia e potere politico, con le stragi mafiose degli anni Novanta, in Lo Spasimo di Palermo. Se guardiamo invece piuttosto alla dimensione della ricerca formale, Nottetempo segna in modo netto l’avvio di una maniera nuova, ribadita nel giro di pochi anni da L’olivo e l’olivastro[36] prima e da Lo Spasimo di Palermo[37] poi: quasi un’altra trilogia, sotto il segno del tragico conclamato e del definitivo tramonto dell’utopia. Nelle opere degli anni Novanta la decisa spinta verso la poetizzazione s’incarna sia nell’accentuazione della dimensione simbolica, sia nella ritmicità della macro-struttura, nettamente scandita da capitoletti brevi, per lo più di dimensioni simili, che funzionano ancora più vistosamente come lasse di poema, accentuando e tendendo all’estremo uno dei dati comunque portanti del progetto consoliano di romanzo storico-metaforico. Anche nella struttura narrativa, d’altra parte, la linea inaugurata da Nottetempo rimodula la costruzione per scene e quasi per flash, pure già presente nel Sorriso, accentuando, oltre alla ritmicità, anche i tratti di pronuncia alta, al limite declamatoria, marcata dagli stacchi di capitolo e dall’inserimento sistematico di epigrafi. Lo stesso numero dei capitoli, come visto dodici, appare del resto funzionale all’evocazione di una simbologia sovradeterminata, e in qualche modo di una ritualità. In modi diversi, comunque, anche Nottetempo ribadisce, pur con rilevanti novità, proprio quel progetto di romanzo storico-metaforico che Consolo, come abbiamo visto, aveva avviato fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Un progetto eccezionalmente complesso e originale, che contribuisce in modo decisivo a fare di lui uno dei massimi scrittori del secondo Novecento. Tuttavia c’è ancora da lavorare perché la sua grandezza venga riconosciuta senza mezzi termini, com’è necessario, e acquisita alla percezione diffusa della nostra letteratura. Spero che le presenti pagine possano essere utili a questo scopo.

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    Gianni Turchetta, Le parole prima e dopo le cose: scrittura e realtà secondo Vincenzo Consolo, in Il testo e l’opera. Studi in ricordo di Franco Brioschi, a cura di Laura Neri e Stefania Sini, Milano, Ledizioni, 2016 (ma sul frontespizio 2015), pp. 535-565.


    [1] Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino, Einaudi, 1976, poi Milano, Mondadori, 1987, poi, con l’aggiunta di Nota dell’autore, vent’anni dopo, ivi, 1997, ora in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2015, pp. 123-260. I testi di Vincenzo Consolo saranno d’ora in avanti citati da questa edizione, salvo indicazioni contrarie; riporterò pertanto solo il titolo, qualora non già chiaro dal contesto, e il numero di pagina.

    [2] Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Milano, Mondadori, 1988, poi in Id., L’opera completa, cit., pp. 477-646.

    [3] Una definizione che era già stata attribuita a Il Consiglio d’Egitto (Torino, Einaudi, 1963; poi Milano, Adelphi, 1989) di Leonardo Sciascia.

    [4] Nicolò Messina, Per un’edizione critico-genetica dell’opera narrativa di Vincenzo Consolo. ‘Il sorriso dell’ignoto marinaio’, Tesi di Dottorato, Madrid, Universidad Complutense, 2007, pdf scaricabile all’indirizzo http://eprints.ucm.es/8090/1/T30045.pdf.

    [5] Gianni Turchetta, Da un luogo bellissimo e tremendo, pp. XLI-LI; Id., Note e notizie sui testi, in Vincenzo Consolo, L’opera completa, cit, pp. 1299-1319.

    [6] Hans Magnus Enzensberger, Literatur als Gesschichtssschreibung, trad. ital. di Bruna Conti, Letteratura come storiografia, «il menabò», n. 9, Torino, Einaudi, 1966, pp. 7-22. Il numero comprende dieci testi di altri nove scrittori: Karl Mundstock, Peter Hacks, Hans Günter Michelsen, Alexander Kluge, Arno Schmidt, Martin Walser, Jürgen Becker, Peter Weiss, Uwe Johnson. Per non appesantire l’apparato di note, anche nelle citazioni del saggio di Enzensberger mi limiterò a indicare fra parentesi il numero di pagina.

    [7] Leonardo Sciascia, Presentazione, in L’opera completa di Antonello da Messina, Apparati critici e filologici di Gabriele Mandel, Milano, Rizzoli, 1967 (Classici dell’Arte, Vol. n. 10); poi col titolo L’ordine delle somiglianze, in Leonardo Sciascia, Cruciverba, Torino, Einaudi, 1983; poi Milano, Adelphi, 1998, da cui si cita.

    [8] Antonio Castelli, Gli ombelichi tenui, Milano, Lerici, 1962.

    [9] Antonio Castelli, Entromondo, Firenze, Vallecchi, 1967.

       [10] Si tratta di una vicenda molto rilevante biografia di Consolo, da cui scaturì una polemica con Corrado Stajano che sarebbe poi diventata l’avvio della loro profonda amicizia. Cfr. Gianni Turchetta, Cronologia, in Vincenzo Consolo, L’opera completa, cit., p. CXVI.

    [11] Leonardo Sciascia, L’ordine delle somiglianze, cit., pp. 35-36.

    [12] Vincenzo Consolo, La ferita dell’aprile, Milano, Mondadori, 1963, poi Torino, Einaudi, 1977, poi Milano, Mondadori, 1989; ora in Id., L’opera completa, cit., pp. 3-122.

    [13] Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Nuovi Argomenti», n.s., 15, luglio-settembre 1969, pp. 161-74. Per la vicenda della pubblicazione del Sorriso, si veda Gianni Turchetta, Cronologia, cit., pp. CXVII, CXXII-CXXIII; Id., Note e notizie sui testi, cit., pp. 1299-1303.

    [14] Michel Foucault, Les mots et le choses. Une archéologie des sciences humaines, Paris, Gallimard, 1966; trad. ital. di Emilio Panaitescu, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, con un saggio critico di Georges Canguilhem, Milano, Rizzoli 1967, 1978 (BUR),p. 324. Quest’ultima edizione è quella rimasta presente nella biblioteca di Consolo, con sottolineature a matita; ma la citazione di MS2, certo anteriore alla pubblicazione del primo capitolo su «Nuovi Argomenti», non lascia dubbi: Consolo sta leggendo, se non l’originale, almeno la prima edizione italiana, del 1967.

    [15] Sul piano teorico, faccio qui riferimento a Jurij M. Lotman, La struttura del testo poetico (1970), a cura di Eridano Bazzarelli, trad. ital. di Eridano Bazzarelli, Erika Klein, Gabriella Schiaffino, Milano, Mursia, 1972-1980, in particolare al cap. 5., I principi costruttivi del testo, pp. 101-119.

    [16] Roman Jakobson, Closing Statements: Linguistics and Poetics (1958-1960), trad. ital.. Linguistica e poetica,in Id., Saggi di linguistica generale, a cura di Luigi Heilmann, Milano, Feltrinelli, 1966, 19816, p. 192. Corsivi nel testo.

    [17] Jurij M. Lotman, op. cit., p. 255.

    [18] Ivi, p. 323. Corsivi nel testo.

    [19] Cfr. Nicolò Messina, op. cit., pp. 19-38; Gianni Turchetta, Note e notizie, cit., pp. 1315-1317.

    [20] Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, con un’acquaforte di Renato Guttuso, Milano, Gaetano Manusè, 1975.

    [21] Vincenzo Consolo, Il barone magico, «L’Ora», 12 febbraio 1969: poi ripreso quasi integralmente in Il barone magico, I, in Le pietre di Pantalica, cit., pp. 601-605.

    [22] Vincenzo Consolo, DS 1.1, in Archivio Consolo; riportato anche in Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., p. 1315.

    [23] Cesare Segre, Introduzione a Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori (Oscar Oro), Milano 1987, pp. V-XVIII; poi col titolo La costruzione a chiocciola nel Sorriso dell’ignoto marinaio, in Id., Intrecci di voci, Einaudi, Torino 1991, pp. 71-86; poi anche come Introduzione a Il sorriso dell’ignoto marinaio, edizione commentata a cura di Giovanni Tesio, Einaudi Scuola, Milano 1995, pp. I-XIX.

    [24] Come ha mostrato brillantemente Nicolò Messina, op. cit., pp. 287-288 n..

    [25] Alessandro Manzoni, I promessi sposi, cap. XXI.

    [26] A questo proposito, mi permetto di rimandare a Gianni Turchetta, Le parole prima e dopo le cose: scrittura e realtà secondo Vincenzo Consolo, in Il testo e l’opera. Studi in ricordo di Franco Brioschi, a cura di Laura Neri e Stefania Sini, Milano, Ledizioni, 2016 (ma sul frontespizio 2015), pp. 535-565.

    [27] Cfr. Nicolò Messina, op. cit., p. 61; Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., p. 1313.

    [28] Ivi, pp. 208-211.

    [29] Vincenzo Consolo, Lunaria, Torino, Einaudi, 1985; poi Milano, Mondadori, 1996; poi in Id., L’opera completa, cit., pp. 261-364. Sulle vicende dell’ideazione e dell’elaborazione di Lunaria, cfr. Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., pp. 1331-1347.

    [30] Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., pp. 1378-1381.

    [31] Ivi, pp. 1367-1384.

    [32] Mail dell’autore a Marie-France Renard, 7 luglio 2006, Archivio Consolo.

    [33] Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., pp. 1374-1375.

    [34] Vincenzo Consolo, Il paese di Mazzarino, «Il Messaggero», 15 gennaio 1986.

    [35] Vincenzo Consolo, Nottetempo casa per casa, Milano, Mondadori, 1992, poi in L’opera completa, cit., pp. 647-755.

    [36] Vincenzo Consolo, L’olivo e l’olivastro, Milano, Mondadori, 1994, poi in Id., L’opera completa, cit., pp. 757-872.

    [37] Vincenzo Consolo, Lo spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998, poi in Id., L’opera completa, cit., pp. 873-975.

    «L’amore domina il cuore dei siciliani»: Consolo e i paradossi dell’isola tra ironia e malinconia

    Joshua Nicolosi

    Nel 1985, il “Giornale di Sicilia” commissionò allo scrittore una serie di voci enciclopediche che definissero la Trinacria e la singolarità dei suoi abitanti. Ne nacque un “Alfabeto siciliano”, in cui l’autore, limitandosi ad analizzare alcune parole con la “a”, riflette su quanto passionale e contraddittoria sia la natura di chi vive in questa terra. Sospesa tra le più liriche, le più nobili ambizioni e un estremismo sentimentale incapace di trovare misura o soddisfazione

    Approcciando a quella che sarebbe diventata la sua opera più riconoscibile – Frammenti di un discorso amoroso – Roland Barthes sostenne che per trattare certe materie sfuggenti, per tentare di orientarsi nella complessa operazione di definire e categorizzare un sentimento, la via migliore sia proprio quella del frammento. Quella dell’intuizione fulminea, anche incompleta, che sappia rifugiarsi nel non detto, nell’accenno sagace. Nella sincera, obbligata reticenza. E quale tema, quale ossessione, può meglio incarnare questa natura erratica, se non l’amore, la più grande antinomia dell’umano esistere? Vertiginosamente scisso tra la nobiltà e l’inganno, tra la purezza e il dolore. È un’impresa titanica – per quanto arte, musica e letteratura gli debbano gran parte della propria sopravvivenza – persino per chi abitualmente lo canta, lo scrive, lo celebra tracciarne un profilo unitario, una direttrice semantica comunemente accettabile. Districarsi tra le varie sfumature del suo accadere, tra la forma che assume nell’approdo – o nel respingimento – verso qualcuno e quella che si determina quando l’oggetto del suo struggimento è un luogo, un ideale, un mito eterno. Servirebbe forse, semplicemente, cercare di catturarne qualche riflesso. Osservarlo a lungo con intatto stupore, avanzare delle ipotesi che vanno continuamente verificate, riadattate, come fanno gli astronomi dinanzi al misterioso fascino della materia oscura. Oppure, con consapevolezza quasi socratica, si potrebbe chiedere soccorso all’ironia, a quel senso di leggerezza che non pretende di definire, di sentenziare, quanto piuttosto di carpire, di interpretare. Di trasformare la propria, naturale impotenza in una chiave di lettura quanto più accessibile. È con questo spirito che Vincenzo Consolo si dedicò ad Alfabeto siciliano, allorché nel 1985 – prima che il testo venisse poi convertito in volume nel 2019 – il Giornale di Sicilia gli “commissionò” la realizzazione di una singolare raccolta di voci enciclopediche sull’isola e sui suoi abitanti. Un’operazione audace, non priva di eccellenti precedenti letterari, che tuttavia, proprio per la sua ambizione onnicomprensiva, possedeva più i caratteri dell’utopia. Fu così che le voci a conoscere il proprio completamento furono appena nove, tutte inizianti con la lettera “a”. Tutte imbevute di un ironico, eppure malinconico, accento. Tra queste, figurava anche la parola “amore”.

    Che bene, agli occhi di Consolo, si sposava con l’attitudine siciliana al chiaroscuro, all’intensità, alla nostalgia. Un sentimento a cui, a suo dire, gli isolani sono sempre stati devoti, fin dagli albori delle loro espressioni culturali: «È il sentimento che domina in assoluto l’ardente cuore dei siciliani. Quanta poesia, quanta letteratura ha creato l’amore in Sicilia! Ha creato anche una scuola ed una lingua: la Scuola poetica siciliana. Se non ci fosse stato Dante, la lingua siciliana si sarebbe imposta in tutta la penisola e oggi in Italia si parlerebbe e si scriverebbe in siciliano». È, l’amore, la nutrice privilegiata dell’ispirazione, il filtro attraverso cui decifrare la realtà. È l’instancabile desiderio di restare aggrappato a questa terra inimitabile e maledetta, di sognare per lei un futuro che non sempre si è meritata. È tenerla a mente come unico, invasivo metro di paragone, è agognarla nelle notti che trascorrono lontane da lei. È, però, anche il distacco necessario, l’addio che fa crescere, il ricordo che si mescola all’amarezza. Una sensazione che non può essere confinata, mitigata, nel bene e nel male. Ma, si diceva, dinanzi a una tale, labirintica natura del sentimento amoroso, c’è uno spazio di indipendenza, un frangente in cui è possibile guardare alle cose con un sardonico sorriso. Con lo sguardo di chi rimprovera pur compatendo, di chi bacchetta senza infierire. Di chi sa che dietro l’elogio, dietro la tendenza tutta siciliana all’autopromozione, c’è un’umanità zoppicante, che a volte si lascia travolgere dalla sua stessa singolarità: «Quante follie, quanti suicidi, quanti omicidi si sono commessi a causa dell’amore! Caterve si contano in Sicilia di ricchi e nobili rovinatisi per amore di bellissime continentali (solo una si rivelò carrapipana), danzatrici e cantatrici, caterve si contano di giuliette e romei, di paoli e francesche, di baronesse di Carini. Dell’amore si dice, antifrasticamente: “Chi è, brodu di luppinu?”». Un raffinato strale emerge tra le righe: quando la passione è forte ma sperticata, quando il concetto di amore viene sottomesso biecamente all’utilitarismo o alla prepotenza, smette di essere tale. Diventa una pulsione distruttiva, impossibile da conciliare. Diventa guerra, sopraffazione, persino odio. Diventa la maschera, la giustificazione di ciò che all’amore non somiglia neppure. Diventa una parola su carta stracciata. Si tramuta, parafrasando un altro passaggio dell’alfabeto consoliano, in pirandelliana apparenza.

    E, in fondo, non poteva essere che questo il grande affresco dell’amore alla siciliana: un concentrato di ombre e di spiragli, di paradossi e di incongruenze. Una fiamma che consuma sé stessa anche quando sembra spenta. Capace di slanci lirici e di fragorose cadute. Lontano da qualsiasi vaga dimensione di rassicurante medietà. Nel sublime come nell’infimo.

    27 Settembre 2026 Silcilitudine

    Vincenzo Consolo: cos’è successo

    Giulio Ferroni

    Vincenzo Consolo: cos’è successo
    Generazione successiva, rispetto a Cattafi, è quella di Vincenzo Consolo, nato anche lui in provincia di Messina, a Sant’Agata di Militello (1933), narratore e prosatore che dà voce ai luoghi della Sicilia, nella loro sostanza umana, sociale, storica, naturale, nell’intreccio tra bellezza, speranza, disgregazione, violenza, tra amore, partecipazione, delusione, distacco, tra partenze e ritorni.

    Nelle sue scritture saggistiche, specie in quelle confluite nel 1999 in Di qua dal faro, Consolo ha più volte fatto riferimento allo Stretto. Una sua immagine si affaccia anche nel ricordo dei colloqui con l’amico siciliano Basilio Reale, conosciuto a Milano nel 1953, che gli parlava «delle malinconie e delle ribellioni nella costrizione, di Messina, delle acque dello Stretto e dei traghetti intravisti da dietro i muri alti, dalle finestre di un collegio»54. Ampio percorso tra immagini, testimonianze, passaggi, è il saggio del 1988 Vedute dello Stretto di Messina55, che, partendo dalle parole di Circe su Scilla nel XII dell’Odissea, riconduce le più varie suggestioni del mito, del paesaggio, della storia, della letteratura, dell’arte (come non evocare Antonello da Messina?) a un cruciale orizzonte esistenziale:

    Allora per noi diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, il suo mito, la metafora dell’esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l’uomo può perdersi, può perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice di una natura maligna, mostruosa e feroce; o salvarsi, uscire dall’orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare, nell’Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti.
    Una metafora anche diventa lo Stretto di quel che riserva la vita a un uomo nato per caso in Sicilia: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza infine possibile, dopo molto travaglio, approdo a un’amara saggezza, a una disillusa intelligenza.
    Nella realtà, lo Stretto di Messina, il suo breve spazio, ha sempre racchiuso un profondo oceano di tempesta e di strazio: qui sono avvenuti i fatidici terremoti e maremoti che hanno annientato più volte Reggio e Messina; sulle sue acque corrono i venti tempestosi di Eolo, succedono calmerie stregate, sorgono allucinatorie Fate Morgane, altri prodigi che hanno acceso le fantasie dai primordi della storia.
    Questi dati tornano entro la prosa più assorta ed evocativa di quel singolare “viaggio in Sicilia” che è L’olivo e l’olivastro (1994): una prosa come travagliata da un insistente dolore, con una tensione espressionistica che si raccoglie e si espande in torsioni interne, in pause e scatti improvvisi, quasi come voce di qualcosa che erompe dai luoghi, dai volumi e dagli spazi, dal dispiegarsi delle cose, dalle presenze vive, umane, animali, vegetali, materiali, nel cui insieme si costituisce la Sicilia, si costituisce il mondo. Il titolo del libro è sotto il segno dell’Odissea, come viaggio, partenza, perdita, ritorno, con i nomi delle due piante in cui trova riparo Odisseo naufrago prima dell’incontro con Nausicaa. All’inizio c’è la partenza di un giovane da Gibellina, distrutta dal terremoto del gennaio 1968, fino al suo saluto alla Sicilia, nel passaggio sullo Stretto:

    Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del porto, passa sotto la statua della Madonna, alta sopra la colonna, doppia la punta, gira su se stesso e si dirige verso l’altra costa. La città s’allontana, s’allontana l’isola.
    Siamo in un pomeriggio d’aprile, in un cielo sospeso, come quello delle Crocifissioni di Antonello da Messina, mentre la città sembra come disperdersi, dileguarsi col suo retroterra di gole e di valloni:

    Città di luce e d’acqua, aerea e fuggente, riflessione e inganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso.
    Ma a partire da questo rilievo di inesistenza si svolge brevemente un affondo di memoria, che evoca resti e disegni della città che fu, tra «angeli muti, fastigi, rocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una storia frantumata, d’una civiltà distrutta, d’uno stile umano cancellato. Deve essere dunque successo qualche cosa, sacco d’orde barbare o furia di natura».

    Nel capitolo II è in scena Ulisse, in uno dei momenti chiave del suo viaggio di ritorno: naufrago sulla riva dell’isola dei Feaci, «trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro» (opposti simboli «del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano»). Al mattino viene svegliato dalle grida gioiose di Nausicaa e delle sue compagne. Poi, nel racconto che fa ai Feaci del suo lungo viaggio per mare, evoca i mostri superati; e di essi «i più tremendi» sono quelli «nell’isola al centro di quel mare», Polifemo e, «mostruosità assoluta, impassibile e spietata… posta ai due lati dello stretto», Scilla e Cariddi:

    Le due figlie della Terra e di Poseidone sono mostri frontali e complementari, biformi, ma parti di uno stesso organismo: occhi che scrutano, braccia che afferrano, bocca e denti che stritolano, ventre profondo e oscuro che ingurgita e rivomita tutto in frantumi, in poltiglia.
    E sono anche, aggiunge Consolo, «contrappasso per ogni uomo di malizia e d’inganno, per l’uomo che ha ideato il mostro artificiale, il cavallo idolo che nasconde nel buio suo ventre molteplici teste, molteplici braccia ferali» (si aggiunge la riflessione sul braccio di mare «metafora dell’esistenza», già svolta nel saggio Vedute dello stretto di Messina sopra citato).

    Altri mostri artificiali interroga Consolo in diversi luoghi della Sicilia, attraverso quello che gli appare come «il regno sinistro di Lestrigoni potenti», tra Priolo e Augusta (capitolo V), e ancora davanti al «mare dissacrato» di Gela (capitolo X), o nelle belle piazze del Sud-est dell’isola «invase dalla notte, dalle nebbie, dai lucori elettronici dei video della morte» (capitolo XIII). E si pone accorato la domanda: «Cos’è successo?»:

    Cos’è successo, dio mio, cos’è successo a Gela, nell’isola, nel paese in questo atroce tempo? Cos’è successo a colui che qui scrive, complice a sua volta o inconsapevole assassino? Cos’è successo a te che stai leggendo?
    Cos’è successo in questa vasta, solare piazza d’Avola? Cos’è successo nella piazza di Nicosia, di Scicli, Ispica, Modica, Noto, Palazzolo, Feria, Floridiana, Ibla?


    Giulio Ferroni
    Tra Scilla e Cariddi
    Panegirico per lo Stretto


    https://youtu.be/cU8Lw4tMRuY?si=fDkNF2CQHeCAJ87K

    Nino, la luna e come resistere all’apocalisse culturale: suggestioni zanzottiane nell’opera di Vincenzo Consolo

    Vincenzo Consolo

    Andrea Zanzotto

    di Ada Bellanova

    «Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo». La citazione è tratta da Un giorno come gli altri [1]. Sebbene nel contesto d’origine Consolo stabilisca una distinzione netta tra scrivere e narrare e si identifichi piuttosto con l’autore di narrazioni, ovvero di poemi narrativi, capaci di restituire un’esperienza che è il più delle volte di viaggio, nella memoria o nello spazio e nel tempo, in questa frase si può vedere riassunta la tensione etica del lavoro dell’autore, la sua scrittura di impegno, che sceglie di concentrarsi sull’essere umano e perciò resiste, si oppone alle istanze dello stravolgimento moderno che l’umano tendono a sovvertire.

    La frase mi torna in mente, mentre leggo i versi ecologici di Zanzotto. Ripenso alla consonanza tra i due autori, alla comune volontà, pur negli esiti letterari diversi, di resistere alla mercificazione e alla corruzione del linguaggio tentando insieme di restituire dignità alla lingua letteraria dialogando con la tradizione. Ognuno dei due trova nel paesaggio la testimonianza di una ricerca: Consolo parte dal paesaggio siciliano dei persistenti vagabondaggi e della memoria, pur nella scelta di vivere a Milano; Zanzotto invece dal Veneto e in particolare da Pieve di Soligo. In entrambi i casi si tratta di luoghi carichi di suggestioni spazio-temporali che, mentre si fanno emblema del mondo – un mondo assediato dalle emergenze della contemporaneità –, offrono appigli alla resistenza. Anche se si sono frequentati poco – ma si sono scritti e si sono letti e apprezzati molto –, «l’archeologo della lingua» e «il botanico di grammatiche» [2] hanno condiviso l’eccezionale sperimentazione linguistica nello sforzo etico di «recuperare dall’oblio pezzi di Storia» [3].

    E mi chiedo allora cosa scriverebbero dei tempi che stiamo vivendo, della memoria corta o vuota, dell’assedio multiplo a ciò che è umano, imprescindibile, eterno. Mentre rifletto su questa domanda nascono queste pagine in cui mi soffermo su alcuni testi di Consolo per rintracciare i segni di un dialogo con Zanzotto proprio sull’urgenza del resistere.

    retablo

    Un angolo di perduta armonia: l’oasi di Nino Alaimo

    In Retablo (1987) con la scelta di ambientare la vicenda nel Settecento Consolo prende le distanze dal presente. È una Sicilia remota e favolistica quella in cui si avventura il milanese Fabrizio Clerici. L’assenza dell’attualità testimonia la delusione e la polemica dell’autore. D’altra parte l’isola onirica del viaggio non è immune da violenze e orrori, a partire dagli strumenti di tortura che il protagonista intravede a Palermo. Calamità naturali e crudeltà della storia costituiscono un costante richiamo alla realtà. Se Clerici fugge dalla Milano del XVIII secolo e ne rappresenta la ragione illuministica, la cultura, non mancano evocazioni della Milano degli anni Ottanta, quella reale, caratterizzata da superficialità, consumismo, corruzione: 

    «[…] arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia città che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l’impostore, il bauscia, il ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola» [4]. 

    La Sicilia da sogno integra la proverbiale ospitalità dei siciliani dei viaggi del Grand Tour, ma permette anche incontri con personaggi volgari e gretti. Quasi al centro del romanzo compare un episodio molto significativo che rappresenta la possibilità di un’altra via, alternativa alla violenza e alla crudeltà, ovvero quella dell’armonia con la natura, quella della misura umana.

    Fabrizio Clerici e Isidoro derubati di tutto dai briganti alle terme Segestane e soccorsi brevemente dai villanelli, dagli anziani e dalle donne che godono delle acque calde, vengono accolti pur logori, umili, bisognosi, quindi privi di mezzi che ne definiscano la condizione sociale, da Nino Alaimo, «solitario pastore d’uno stazzo» [5], nella terra di Segesta.

    Nella sua cura del gregge e nei gesti serali della mungitura e della lavorazione del latte, oltre che nella sua vita separata, il personaggio ricorda il Polifemo omerico, ma, in forza di questa somiglianza, ancora di più risalta la sua cura degli ospiti. Nino Alaimo accoglie i malcapitati, li nutre, li solleva. Vi si riconoscono anche tratti del vecchio di Corico virgiliano [6]. Il personaggio di Retablo si dedica alla cura delle pecore e l’altro predilige invece quella della terra, eppure lo spirito è simile, quello della serena autarcheia che consente ad entrambi di bastare a se stessi e di tenersi lontani dalle crudeltà del mondo, mostrando una certa regalità nonostante la semplicità dei mezzi e della casa. «[…] sembrava nel dire un re che avesse il sommo di potere e di possanza per tutta l’estensione del suo regno» [7] ci ricorda regum aequabat opes animis (Georg. IV 132). In entrambi gli episodi miele e api fanno la loro non casuale comparsa. Nel passo delle Georgiche il vecchio di Corico ha arnie piene e la sua alacrità è implicitamente accostata a quella delle api a cui il libro IV è dedicato.

    Nino Alaimo, dal canto suo, non è solo un pastore: egli integra la sua dieta a base di formaggio con abbondante miele e utilizza l’alimento per un suo personale rito in onore di una divinità antica, la Madre santa, testa marmorea bella e sorridente in una nicchia, forse Afrodite, Artemide, Demetra, secondo la voce narrante. Lo offre anche ai due ospiti e Clerici non può esimersi dal definirlo «come d’ambrosia e di nettare di cui si favoleggia gli dèi nell’Olimpo si nutrissero» celebrandone gli effetti come una quasi trasumanazione («un vigore, una pienezza, un senso sì acuto dell’esistere, e una gioia trascendea nell’estro, nell’entusiasmo, nell’en theòs») [8].

    La momentanea irruzione del mondo esterno rappresentato dal brigante con il mal di denti, lo stesso che ha derubato di tutto i due viaggiatori, non turba la serenità del quadro e la straordinaria energia del pur semplice banchetto a base di pane, pecorino, fave, miele e vino. Di fronte alla violenza del dolore e alla possibile minaccia rappresentata dal seguito dell’uomo, il pastore non si scompone: ha anzi la lucidità e lo spirito di inventare un’identità di mago della medicina per Clerici, mentre lo invita a recitare «filastrocche, poesie, storie, quel che volete, ma in tutte lingue strane, sconosciute» per accompagnare la preparazione di filtri, medicamenti, ed è lui, mentre il milanese trova due versi dell’Inno ad Asclepio da pronunciare come formula e scongiuro, a incidere l’ascesso e a liberare il sofferente, conciliandogli infine il sonno con una tisana di erbe, foglie, bacche, gusci di noci o di lumache, e con i versi dolci e lievi di Giovanni Meli, dall’Idilliu III, Dafni, a proposito di un suggestivo notturno di ombre che scansano il chiarore di una nascente luna [9].

    Un pastore non comune questo Nino Alaimo, che conosce la poesia, come gli arcadici, un pastore che accoglie e incanta, che è capace di guarire e rabbonire, con il miele e con i versi di miele. Anche il cibo da lui condiviso è più che un conforto: è godimento delle papille gustative che produce una vera e propria estasi in Clerici. La manifestazione di gradimento scaturisce narrativamente dalla precedente disavventura, ma l’entusiastico e appassionato elogio della semplice tavola implica un apprezzamento della sua genuinità, nella constatazione che esiste anche questo, non solo lo stucchevole artificio, ed esiste in un contesto naturale, non viziato. Il rifugio di Nino Alaimo è allora parentesi che culla, testimonianza di una pace fuori dal comune, di fronte alla violenza e alle atrocità, e lo stesso favoloso gioco linguistico con cui Clerici omaggia la poesia del Meli in bocca al pastore è marca di eccezionalità.

    zanzotto-luoghiepaesaggi

    Ma vengo a Zanzotto. Nel breve testo La Marca trevigiana di Zanzotto [10] Consolo ricorda i giorni passati con il poeta nella seconda metà degli anni Settanta durante la realizzazione del documentario Rai Una giornata di Iseo Tesser. Dentro e fuori una mostra sulla cultura contadina veneta per la regia di Raoul Bozzi. Il film – Consolo ne è sceneggiatore mentre Zanzotto conduce l’intervista – testimonia l’attenzione dei due scrittori per la civiltà contadina e per le occasioni di resistenza al miracolo economico e all’industrializzazione feroce del Secondo dopoguerra. Iseo Tesser, mezzadro nel podere del principe di Collalto, che parla di semina e vendemmia, racconta i profondi mutamenti della campagna, è per l’autore l’eco dei versi del poeta, incarna cioè il messaggio profondo delle raccolte zanzottiane, l’inesausto impegno a testimoniare e contestare la trasformazione. Il breve testo si conclude con una citazione da La Beltà (1968):

    Fine delle sofferenze contadine
    delle mosche e della grassa,
    ragnatele di feudi di feudatari di proprietari,
    altri affreschi dovevano affiorare dalla calce
    […]
    e topi e serpi hanno tanto comperato
    ormai da queste parti; ma guarda
    che più s’è fatta proprietaria la talpa. 

    A questa si aggiunge un breve commento che avvicina Veneto e Sicilia e identifica nella talpa del Sud il potere mafioso. I versi di Zanzotto che denunciano il mutamento paesaggistico e antropologico causato da una feroce speculazione edilizia sono necessariamente accolti da Consolo che ne condivide il senso profondo. Poco importa che La Beltà parli del Veneto: il Nord Est ha un destino sorprendentemente simile a quello della Sicilia.

    Per quanto il testo di Consolo esca solo nel 2007, l’esperienza del documentario risale a prima di Retablo e così anche la frequentazione dei versi zanzottiani. Nel componimento citato, XVI, il nome Nino è l’apparizione che rompe l’evocazione della speculazione edilizia e dello stravolgimento desolante del paesaggio: «Ma […] appari, Nino» [11]. I suoi contorni si chiariscono subito dopo: Nino è il ducazio, il suo vino è «uno schiaffo al medico / è un calcio allo stento della sofisticazione» [12], ha conoscenze sovrabbondanti di un mondo agricolo perduto e persino «una certa cultura lunare qui di moda» [13].

    In tutta la raccolta – ma poi anche in raccolte successive – il contadino Nino, ultrasettantenne profondamente legato alla terra veneta e ai suoi valori, assume i tratti di una mitica divinità locale, una sorta di profeta che rimane fedele ostinatamente alla tradizione e alla vita di armonia con la natura. Egli è «consapevole della bellezza dei paesi dei fiori delle erbe delle donne» [14] e mostra la straordinaria capacità di sopravvivere pur tra le tragedie e le catastrofi della storia. La Rolle-Dolle di questo vignaiolo, in realtà Angelo Mura, a cui sono esplicitamente dedicati i Colloqui con Nino, è locus amoenus [15]: «Dai cieli stessi derivi il tuo vino / che le tue vigne con lo stellato soltanto / confinano […] e le tue uve e i pampani e i tralci non c’è luce / che in vita li vinca né vento né umore di terra: / off limits la sofisticazione, lo stento!» [16] (III: 287). Zanzotto innalza il personaggio a emblema di un’Arcadia in grado di domare e assorbire il divenire storico [17], addirittura ne fa un alter ego [18], capace di essere fedele alla tradizione e insieme innovatore («tradizionista a sera e all’alba novatore») [19].

    Trovo difficile che Consolo non sia rimasto colpito da Nino Mura e che non l’abbia più o meno volutamente accolto tra le suggestioni multiple che plasmano la figura di Nino Alaimo e la sua parentesi bucolica. Come la Rolle-Dolle zanzottiana, anche l’angolo del pastore di Retablo ha una sua sacralità, posto com’è in terra di Segesta, a un passo dalle rovine, segnato dalla presenza del mito e delle divinità antiche. Nell’essere campione di ospitalità, nella salda resistenza alla sosfisticazione, il personaggio consoliano è testimone di una bellezza umana possibile, malgrado tutto, proprio come il contadino indovino ne La Beltà zanzottiana.    

    zanzotto-tutte-lepoesie

    La luna e il paesaggio: la Norma a Cava d’Ispica e altre cose

    Gioacchino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, è uno scrittore che non riesce e non vuole più scrivere, cosciente dell’inappagabilità del suo desiderio di dire sempre la verità. Disgustato dal romanzo, «genere scaduto, corrotto, impraticabile», si rammarica di non avere il dono della poesia, capace di distanza dalle logiche del mondo, e invidia in particolare «il veneto rinchiuso nella solitudine di una pieve saccheggiata», ovvero proprio Zanzotto. Il riferimento, esplicitato dal successivo toponimo, Montello, e dal rimando alle ecloghe, ovvero la raccolta del 1962, e al tema centrale dell’ispirazione poetica zanzottiana, «il tuo paesaggio avvelenato», sfocia nell’evocazione della lingua particolarissima. La «puella pallidula vagante» è la luna di 13 settembre 1959 (variante), componimento raccolto proprio in IX Ecloghe che dal pastiche citazionale dell’incipit [20] procede con gioco allitterativo incalzante e rinvia nel titolo all’allunaggio della sonda spaziale sovietica, evento assolutamente dissacrante, secondo l’autore, nei confronti di tradizione e valori. 

    Toppan nel suo saggio mette in evidenza il prodigioso recupero dei versi zanzottiani per parlare della luna in Lunaria [21]. In particolare, come fa notare Turchetta [22], alcuni versi dell’opera di Consolo, sono un vero e proprio omaggio al poeta perché possono essere visti proprio come una riscrittura di 13 settembre 1959 (variante). L’enfasi negativa per la sua conquista da parte degli esseri umani è indicativa del valore che il poeta le attribuisce. Il contesto narrativo immediato del poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal del 1969 – che si collega inevitabilmente a 13 settembre 1959 (variante) – trae spunto dallo sbarco degli astronauti americani sul suolo lunare il 20 luglio 1969, fatto banale, secondo il poeta, perché da inquadrare nella lotta di prestigio delle superpotenze le quali, in margine all’elaborazione di strumenti missilistici per distruggersi a vicenda, hanno trovato anche il tempo e il modo di dedicarsi a qualcosa di inutile come la conquista della Luna, ma allo stesso tempo di inquietante profanazione: nella fantasia collettiva infatti la Luna rappresenta il trascendente e l’irraggiungibile e chi la raggiunge per primo ottiene la supremazia assoluta, in una dissacrazione funzionalizzata ripugnante [23].

    Ma il tema lunare è antico e pervasivo nella poesia di Zanzotto: se la luna appare già in Dietro il paesaggio (1951), poi, soprattutto a partire da La Beltà, il luogo simbolico dell’immaginario collettivo, associato al mito di Diana, al candore, alla trascendenza, all’inaccessibilità, si carica ulteriormente di senso. Essa è parte del patrimonio di Nino Mura, come ho già detto. È la luna della Madre-Norma, la «Casta diva», dal «bel sembiante» dell’Ipersonetto XII in Il Galateo in Bosco, dove, con il riferimento evidente alla preghiera della Norma belliniana, l’autore integra una già folta foresta di simboli nella definizione di una poesia in posizione «di doppia connivenza», tra le istanze di sostentamento del bosco che è anche speranza di vita autentica e quelle razionalizzanti della memoria del codice letterario, il galateo per l’appunto, la norma [24], e che proprio nell’interazione di queste riesce a essere alternativa all’afasia e opposizione all’apocalisse culturale.

    Ma torno a Consolo, a un testo in cui mi sembra che la luna faccia capolino, in chiusura, portandosi dietro un po’ di poesia zanzottiana. Comiso, testo raccolto in Le pietre di Pantalica, si apre con la più volte citata espressione del desiderio di vagabondaggio nell’isola: 

    «Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca» [25]. 

    La Sicilia, già esplorata durante l’adolescenza, è per Consolo terra da scoprire e riscoprire. L’ansia della perlustrazione ha il risvolto amaro della scoperta di un inarrestabile imbarbarimento, che si traduce in una sorta di catalogo letterario di spazi trasformati, degradati. Si capisce allora quel sospetto di addio: cosa sarà rimasto al prossimo incontro dell’isola di un tempo?

    Alla luce di questo incipit va interpretato il racconto-testimonianza di quanto accade all’aeroporto di Comiso dove l’autore arriva nelle sue peregrinazioni. Nell’agosto del 1983 molti furono i pacifisti che si riunirono davanti ai cancelli. Volevano opporsi all’installazione dei Cruise, impedire agli automezzi militari di portare i missili nucleari e alle impastatrici degli operai di entrare nell’area sorvegliata. Consolo parla di trecento ragazzi, tra cui riconosce a un certo punto alcuni figli o nipoti di amici di Sant’Agata. Le sue osservazioni sugli altrettanto giovani poliziotti e carabinieri assonnati perché fatti partire a chissà quali ore notturne dalle caserme di Ragusa o Catania i quali ora si trovano a fronteggiare i pacifisti in semicerchio, e poi quelle sugli operai che difendono il proprio lavoro perché necessario alla vita dei figli, suscitano in chi legge il ricordo delle parole di Pasolini sul Sessantotto. 

    Le note sul paesaggio sono per lo più denotative ma mentre nello spiazzo davanti all’aeroporto la tensione sale, con l’arrivo di politici, del questore e le risate degli americani dietro il muro di cinta, il commento della voce narrante sugli eucalipti «dalle chiome rade, scomposte», alberi «maligni», «velenosi come serpenti, che scovano ovunque e succhiano acqua, fanno intorno aridume e deserto, bruciano erbe e cespugli» [26] contrapposto al sogno di frescura d’oasi delle chiome compatte e a cascata di pini e palme davanti a una vecchia masseria poco lontano, è uno stimolo a riflettere sulla trasformazione a cui sono stati sottoposti i luoghi. Sebbene oggi siano piante estremamente diffuse nell’isola, gli eucalipti furono introdotti in maniera massiccia dopo la Seconda guerra mondiale, senza considerare gli effetti che una specie aliena avrebbe potuto determinare su flora e fauna indigena, a scopo di bonifica e per alimentare l’industria cartiera di Fiumefreddo mai funzionante in maniera efficace [27].

    Il paesaggio della civiltà contadina di un tempo è un sogno rispetto alle presaghe ferite dei tronchi di eucalipti e poi, dopo che è esplosa la violenza inaudita dell’assalto delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti e alcuni di questi hanno trovato rifugio con Consolo nella vicina piazza del paese, il pregevole paesaggio delle chiese barocche è il patrimonio nascosto – «in simmetria o in spaziale perfetto antagonismo» – alle quinte di palazzi con «bar, pasticcerie, tabacchi carto-librerie-giornali sedi di partiti circoli consorzi banche uffici…» [28].

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    Non pare casuale il frinire delle cicale che accompagna la tensione prima dell’assalto perché nel testo precedente della raccolta, l’eponimo Le pietre di Pantalica, Comiso è il paese «folgorato dal sole», quasi fosse «uno di quei vuoti gusci dorati di cicala», e la sola vista del cancello dell’aeroporto che accoglie i lavori per l’installazione dei missili genera una tremenda apocalittica considerazione: «Non resterà di noi neanche una vuota, dorata carcassa, come quella della cicala scoppiata nella luce d’agosto. Non resterà compagna, figlio o amico; ricordo, memoria; libro, parola» [29]. Troppo in là è andato l’essere umano.

    Nella narrazione consoliana il paesaggio afferma la trasformazione, testimonia la negazione di quello che è stato, dei valori del passato. Perciò, mentre si allontana da Comiso, dopo essersi congedato dai ragazzi con la dichiarata amara certezza che il governo è deciso a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli USA, e guarda il paese dall’alto, i vicoli, le chiese ma anche i piccoli grattacieli e l’aeroporto, Consolo non manca di rilevare anche la nuvola giallastra che lo sovrasta, «una nuvola di smog per le plastiche delle serre e i rifiuti che bruciavano da qualche parte» [30].

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    La fuga da questo scenario di violenza di ogni tipo ha una meta ben precisa, ovvero gli Iblei. L’intera area si presenta in tutta l’opera di Consolo come alternativa di rinascita. La necropoli di Pantalica, in particolare, rappresenta la resurrezione, la vita, pur essendo un luogo di morte, poiché in essa riposa la memoria identitaria da cui occorre partire per uscire dalle tenebre della storia. Memoria che è fatta di tradizioni, come quella dell’apicultura: siamo, d’altronde, nella terra del miele più celebre di tutti i tempi, e il miele, si sa, ha qualità eccezionali anche in termini di rigenerazione. Non è un caso che il viaggio di La Sicilia passeggiata cominci proprio da Pantalica, confermando, attraverso l’attribuzione al luogo di un valore simbolico straordinario, l’intenzione del primo titolo, Kore risorgente che, nel rimando al mito di Proserpina, morta e poi risorta dalle tenebre infernali nel tempo primaverile, auspicava una possibilità di nuova vita, di resurrezione, come in una nuova bella stagione.

    Nel costruire l’immagine ecologica di questo particolare angolo di Sicilia Consolo valorizza i tratti della terra del miele e degli apicultori, dello spazio da idillio arcadico. In ciò recupera una tradizione antichissima. Ma, mentre utilizza il topos,esplicitando il riferimento all’Arcadia, l’autore intende evidenziare che negli Iblei del ventunesimo secolo esiste ancora un mondo raccolto e immune agli eventi storici. Si tratta però di uno spazio più concreto, tangibile rispetto a quello della tradizione, perché è reale, rappresenta un’alternativa possibile, un modo più sostenibile di vivere.

    Nel testo eponimo di Le pietre di Pantalica i personaggi del mielaio Blancato e del vecchio Paolo Carpinteri, artigiano e narratore insieme, sono il simbolo della resistenza all’omologazione contemporanea, soprattutto in considerazione della vicinanza geografica di Comiso, con la sua area militare e i suoi missili Cruise che rappresentano invece l’incombere della modernità. In Comiso il rifugio di Consolo è perciò necessariamente rappresentato dagli Iblei. In particolare il sito di Cava d’Ispica, con le sue grotte, le abitazioni, le chiese, le necropoli, su un cammino «bordato dai bastoni fioriti delle agavi, dagli ulivi, dai fichi, dai pistacchi, dai carrubi» [31] rappresenta l’alternativa all’immagine dell’isola e del Mediterraneo infiammati evocata dai fatti dell’aeroporto. È una tomba rettangolare della necropoli bizantina ad accogliere Consolo mentre il cielo imbrunisce. Nei resti di passate civiltà risiede la memoria dell’identità umana. C’è un altro tempo, diverso da quello presente, in cui trovare «riposo e fruscura», e il ricordo in chiusura della preghiera della Norma belliniana «Casta diva, che inargenti / queste sacre, antiche piante…» [32] suscitato dalla comparsa di una falce di luna non è poi così casuale come scrive Consolo. Credo che, voluta o meno, l’allusione sia proprio alla luna di Zanzotto e alla sua Madre-Norma.

    Come per Zanzotto l’oltranza stilistica e verbale con tracce che alludono a un passato armonico, ovvero la tradizione incarnata dalla forma – la Madre Norma – sono «un tentativo di esorcismo verbale di fronte a un’apocalisse culturale e ecologica» [33], allo stesso modo per Consolo il dialogo con l’archeologia e il passato – anche dal punto di vista linguistico sebbene Comiso non sia il testo più rappresentativo in tal senso – rappresenta una forma di resistenza di fronte ad un progresso che devasta, scorsoio, per usare un termine zanzottiano.   

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    Conclusioni

    Quando nello Spasimo di Palermo Martinez menziona la «puella pallidula vagante» ricorda anche che con le sue particolarissime scelte linguistiche Zanzotto non si arrende al silenzio di fronte allo scempio della natura commesso dall’uomo, di fronte alla violenza politica, culturale, antropologica, ma contemporaneamente testimonia anche l’impegno dello stesso Consolo a resistere.

    In Sarà (stata) Natura? [34] Zanzotto accusa la banalizzazione della storia in atto e auspica che la poesia possa diventare «luogo di un insediamento autenticamente umano» e in ciò farsi tramite tra «il ricordo di un tempo» e il «futuro semplice – banale forse, ma necessario – della speranza».  La poesia cioè, che divaga e intorbida, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia [35], può conservare l’idea del sacro che è insita nella vita e che non ha nulla a che fare con le religioni.

    Ma Nino Alaimo e la luna sulle tombe di Cava d’Ispica sono proprio simboli del sacro e dell’umano e il fatto che Consolo, scrivendone, possa aver scelto di alludere a Zanzotto, se non cambia il senso ultimo di una personale scelta di resistenza, è affermazione di una comunione di intenti.

    Torno allora alla domanda di partenza. Ovviamente non so dire con certezza con quali parole i due autori commenterebbero il nostro tempo, ma certamente continuerebbero a scrivere. Perché forse scrivere non può davvero cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, perché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. 

    Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
    Note
    [1]     Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983 : 1430-1442, :1436, poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97: 92.
    [2]     Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
    [3]     Ivi:196-197.
    [4]     Consolo V., Retablo, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015:433.
    [5]     Ivi: 407.
    [6]     Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5, 5.
    [7]     Consolo V., Retablo, cit.: 407-408.
    [8]    Ivi: 409.
    [9]     Ivi: 411.
    [10]   Id., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
    [11]   Zanzotto A., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011: 307.
    [12]   Ivi: 308.
    [13]   Ibidem.
    [14]   Id., Colloqui con Nino in Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013: 164.
    [15]   A proposito del valore di Rolle-Dolle, Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
    [16]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 287.
    17   Dal Bianco S., in Zanzotto, Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999: 1508.
    [18]   Ad esempio Nuvoli G., Andrea Zanzotto, La Nuova Italia, Firenze 1979: 67.
    [19]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 288.
    [20]   Agosti S. (a cura di), Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993:19.
    [21]   Toppan 2018, cit.: 194-195.
    [22]   Turchetta G., Note e notizie sui testi, in Consolo V., L’opera completa, cit.: 1350.
    [23]   Zanzotto A., Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F. Mondadori, Milano 1999:1531.
    [24]   Dal Bianco S., Il percorso della poesia di Andrea Zanzotto, in Zanzotto A., Tutte le poesie, cit.: XLIV.
    [25]   Consolo V., Comiso, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 632-638, qui : 632.
    [26]   Ivi: 634.
    [27]   La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
    [28]   Consolo V., Comiso, cit.: 636.
    [29]   Id., Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 615-631, qui: 623.
    [30]   Id., Comiso, cit.: 637.
    [31]   Ivi: 638.
    [32]   Ibidem.
    [33]   Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017: 180.
    [34]   Zanzotto A., Sarà (stata) Natura?, inLuoghi e paesaggi, cit. :150-153 qui: 152-153.
    [35]   Id., Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere (1979), ora in Id., Poesie e Prose scelte, cit : 1228. 
    Riferimenti bibliografici 
    Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983: 1430-1442, poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97.
    Consolo V., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
    Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015.
    La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
    Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5.
    Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
    Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017.
    Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
    Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993.
    Id., Poesie e Prose scelte, a c. di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999.
    Id., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011.
    Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013.

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    Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi l’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.

    https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/nino-la-luna-e-come-resistere-allapocalisse-culturale-suggestioni-zanzottiane-nellopera-di-vincenzo-consolo

    VINCENZO CONSOLO (18 febbraio 1933 – 21 gennaio 2012)

    Per festeggiare Vincenzo Consolo.

    Tutto è cominciato con la lettura di Retablo:ero su una nave e stavo per sbarcare a Palermo. Non avevo idea che Consolo mi avrebbe fatto da eccezionale baedeker in più di un’occasione.

    La prima volta che ho incontrato Vincenzo è stato a Sant’Agata di Militello, al Castello. Era il 2017. Con entusiasmo straordinario mi parlò della sua eredità Claudio Masetta Milone. “La vedi, questa è la chiocciola del suo Sorriso”. E poi la scuola, le strade, la casa, il gusto per il cibo, la vista del mare, le isole e i Nebrodi alti, d’impareggiabile bellezza.

    Lui non c’era già più ma era una presenza vivissima, così che era normale parlarne con il nome proprio. Claudio me lo stava presentando.

    Poi a Milano, Caterina Pilenga mi ha accolta in casa sua. Ogni volta avevo la sensazione di andare a un appuntamento con entrambi. Forse era davvero così e nella piccola cucina mentre riscaldavamo focacce e parlavamo di condizione femminile e vecchie cascine e taralli non c’eravamo soltanto io e lei. “Quello era il suo posto”. Immaginavo che commentasse i nostri pasti, che apprezzasse i biscotti che avevo portato. “Gli piaceva mangiare”.

    La scrivania, i libri, i ricordi. Di una vita. In parte già impacchettati. Alcuni libri li ho avuti in regalo. “Non ci capiterà più una classicista qui in casa. Come sarebbe stato interessato Vincenzo”, diceva Caterina. Tra le pagine ci sono ancora suoi brevi appunti. È la grafia una piccola parte di lui che mi accompagna.

    Le ricorrenze personali – un compleanno – servono a riflettere. In questo caso la riflessione la fa chi resta. Sono felice di aver raccolto anch’io un po’ dell’eredità di Vincenzo Consolo. Sempre con stupore mi avvicino alla sua scrittura palinsestica e trovo sempre sorprendente il modo in cui questa si saldi alla presa di posizione netta contro le ingiustizie, le guerre, contro l’apocalisse antropologica e culturale, e in difesa della memoria e dei luoghi, che non sono un semplice sfondo, ma ci appartengono profondamente e intimimamente. Voglio ricordarlo con i versi di Accordi,perché mi piace pensare che con l’ignoto tu Vincenzo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

    Sei nato dal carrubo

    e dalla pietra

    da madre ebrea

    e da padre saraceno.

    S’è indurita la tua carne

    alle sabbie tempestose

    del deserto,

    affilate si sono le tue ossa

    sui muri a secco

    della masseria.

    Brillano granatini

    sul tuo palmo

    per le punture

    delle spinesante1.

    Mi chiedo come reagirebbe al nostro tempo buio, al dissesto idrogeologico trattato con noncuranza, ai progetti di opere pubbliche poco utili, alle stragi, alle guerre che insanguinano l’Europa e il Mediterraneo e il mondo, alla derive autoritarie, alla banalizzazione dell’intelligenza.

    Continuerebbe certamente a scrivere, a indignarsi e impegnarsi. Perché forse scrivere non può direttamente cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, affinché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. Credo sia questo il talento dei veri grandi scrittori.

    Converrà festeggiarlo allora, questo vero grande scrittore.

    Buon compleanno, Vincenzo!

    1Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.

    Destino di una metamorfosi nel romanzo «Nottetempo, casa per casa» di Vincenzo Consolo

    Rosalba Galvagno

    «Male catubbo»

    Destino di una metamorfosi nel romanzo «Nottetempo, casa per casa» di Vincenzo Consolo

    Ben ventiquattro anni or sono ebbi la chance di conoscere Vincenzo Consolo in occasione di un importante Colloque a lui dedicato[1]. Fu un incontro intenso e fecondo per la lunga e salda amicizia che ne seguì. Conobbi al contempo Caterina Pilenga, inseparabile e vivacissima moglie dello scrittore, la quale immediatamente mi prese sotto le sue ali protettrici. Fra i valenti studiosi che parteciparono a questo indimenticabile Colloque, presenze autorevoli furono quelle di Cesare Segre, di Giulio Ferroni e, in special modo per me, quella di Antonino Recupero che di lì a poco ci avrebbe lasciati.

    Era anche la prima volta che presentavo in pubblico una relazione su Consolo e il Colloque fu un’occasione unica, pur con tanta trepidazione, per confrontarmi direttamente con lo scrittore che apprezzò il mio lavoro con una lusinghiera frase: «mi hai rivelato cose di me che non sapevo».

    Il mio intervento verteva sul romanzo-poema Nottetempo, casa per casa (1992), scelto perché irresistibilmente incuriosita dal titolo del primo dei dodici capitoli nei quali è suddiviso: Male catubbo. Analizzando il romanzo ho appreso la sorprendente surdeterminazione di questa definizione popolare della melanconia. Nel maggio del 2003 fui invitata ad un altro Convegno organizzato a Siracusa da Enzo Papa per il settantesimo compleanno di Vincenzo Consolo, dove riproposi l’intervento parigino arricchito di due ulteriori paragrafi (La malinconia creatrice, Gandolfo Allegra e la chance inventiva), fondamentali per comprendere la struttura discensionale-ascensionale del romanzo e quindi della melanconia consoliana.

    Per questo quattordicesimo anniversario della scomparsa del Maestro, sollecitata da Claudio Masetta Milone, benemerito responsabile di questo Sito dedicato a Vincenzo Consolo, ho deciso di riproporre, e pour cause, il testo su Nottetempo in una versione ridotta[2]. Dati i mala tempora che stiamo attraversando, l’implacabile riflessione sul ‘male’ (inteso come malattia individuale e malattia sociale) che Consolo ha saputo articolare con somma chiaroveggenza già nei primi anni Novanta del secolo scorso, risulta profetica e insolitamente positiva per chi voglia intenderne fino in fondo il messaggio. Il male catubbo può portare alla morte, o sfociare in una metamorfosi licantropica, oppure attenuarsi attraverso una provvidenziale catarsi, cioè attraverso un rinnovato accesso al linguaggio e alla scrittura. Il male, che può travolgere gli esseri umani e il mondo nel quale si agitano, può essere combattuto non con la violenza, ma con una faticosa risalita verso l’alto per mezzo della scrittura inventiva («Si ritrovò il libro dell’anarchico, aprì le mani e lo lasciò cadere in mare. // Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro»). D’altronde il Problema XXX di Aristotele accostava la condizione della melanconia a quella dell’uomo di genio, accostamento che è all’origine di una letteratura medicale e filosofica che concerne i rapporti tra malattia e creatività.

    In un articolo pubblicato nel «Corriere della sera» del 19 Ottobre 1977, Paesaggio metafisico di una folla pietrificata, Vincenzo Consolo aveva già richiamato la metamorfosi dell’uomo che si trasforma in lupo per sfuggire al dolore. Pubblicato all’inizio degli anni Novanta Nottetempo, casa per casa non è che il dispiegamento testuale e la riscrittura poetica della metamorfosi licantropica e della malattia che la suscita: il «male catubbo», la cui allegoria principale è figurata, al centro del romanzo, dalla Bestia nera della Melanconia, un’allegoria che rivela la melanconia come una malattia del desiderio.

    Il mito del licantropo

    Il mito antichissimo del licantropo è legato a delle origini rituali e sacrificali. Già Platone ne dava nella Repubblica (VIII, 565 d) un’interpretazione politica, comparando la metamorfosi dell’uomo in lupo all’evoluzione del tiranno. Marcello di Side d’altra parte aveva trattato la licantropia come una malattia mentale, una forma particolare di melanconia[3].

    La storia di Licaone è la prima metamorfosi individuale del grande poema di Ovidio. Essa apre la serie infinita delle metamorfosi e sanziona la punizione che segue la hybris del re d’Arcadia che aveva osato oltraggiare il re degli dei offrendogli in pasto una vittima umana. Ovidio riprende così, proprio all’inizio del suo poema, il motivo fondatore del banchetto cannibalico e della vittima sacrificale.

    I tratti distintivi della figura del licantropo nella tradizione mitologica raccolta da Ovidio rinviano: alla fuga provocata dal terrore (territus ipse fugit), all’urlo nel silenzio della campagna e all’impossibilità di articolare delle parole (nactusque silentia ruris – exululat, frustraque loqui conatur), alla rabbia e alla pulsione distruttrice (et rabiem solitaeque cupidine – utitur in pecudes, et nunc quoque sanguini gaudet), alla trasformazione in lupo (In villos abeunt vestes, in crura lacerti: – fit lupus). Ma il lupo che è divenuto Licaone conserva, paradossalmente, i tratti dell’antica forma del re d’Arcadia: la violenza del viso, il lampo degli occhi, la ferocia dell’immagine (violentia vultus … oculi lucent, … feritatis imago)(Met. I, 232-39, Einaudi, Torino 2000).

    La violenza e il carattere demoniaco introdotto successivamente dal cristianesimo, saranno attribuiti ai lupi mannari di tutta la tradizione letteraria e popolare europea. Nel poema ovidiano questa metamorfosi inaugurale è la causa del diluvio da una parte e, dall’altra, di una nuova e curiosa generazione della razza umana dalla pietra.

    Il primo libro delle Metamorfosi racconta infatti una prima origine della razza umana a partire dal Caos (sorta di razza spontanea voluta da un deus e da una melior natura), una seconda origine, quella dei Giganti, nata dal sangue di Urano che feconda Gaia (sanguineum genus) e una terza origine, seguita al diluvio causato dal crimine di Licaone, consentita dalla divinità che soddisfa la preghiera di Deucalione e Pirra di ripopolare la terra gettando dietro le loro spalle delle pietre che si trasformano in uomini e donne (durum genus) (ivi, I, 400-2).

    La metamorfosi ovidiana, sia essa umana, animale, vegetale, liquida o minerale (compresi i catasterismi) presuppone, come il suo nocciolo più intimo, una pietrificazione, una immobilità, una fissità dell’essere metamorfizzato. Ora, nella scrittura di Vincenzo Consolo mi sembra che sia presente il pensiero ovidiano della metamorfosi come pietrificazione fondamentale dell’essere[4].

    La scrittura della metamorfosi

    Nel romanzo-poema Nottetempo, casa per casa[5]la metamorfosi licantropica attinge soprattutto alle tradizioni siciliane popolari e letterarie[6]. Il tratto originale proprio di queste tradizioni, assente nella metamorfosi ovidiana del re Licaone, è precisamente quello della luna. È la luna piena che scatena la trasformazione mostruosa del Soggetto in lupo, ed è ancora la luna che dà il nome alla malattia cha accompagna la crisi metamorfica: “mal di luna”, una forma grave di melanconia. È nota del resto l’importanza poetica, per Consolo, del motivo leopardiano della luna che cade dal cielo[7]. Tuttavia, in esergo al primo capitolo di Nottetempo, l’Autore ha posto una citazione tratta dall’Otello di Shakespeare, sempre a proposito della luna: «It is the very error of the moon; // She comes more the earth than she was want // And makes men mad. («È colpa della luna; // quando si avvicina di più // alla terra fa impazzire tutti)». Non c’è bisogno di ricordare che Otello è la tragedia dell’esclusione, dell’invidia, della gelosia, del tradimento, e che l’infelice Moro dice così della luna subito dopo avere ucciso Desdemona.

    Ora, il primo dei dodici capitoli di cui si compone Nottetempo si apre su un grandioso preludio lunare, significativamente intitolato «Male catubbo», un’espressione dialettale siciliana derivata dall’arabo (catrab, catubut)[8] e forse anche dal greco (catabasis, discesa) che definisce una forma di melanconia che colpisce non soltanto il luponario, il padre del protagonista Petro Marano, ma quasi tutti gli altri personaggi e gli oggetti naturali e culturali che popolano la scena del romanzo. In tutti i capitoli infatti, la figura della metamorfosi licantropica e la figura della catabasi melanconica, ricorrono secondo dei parallelismi sintattico-semantici, lessicali, sonori e ritmici.

    Cefalù è il luogo geografico, ma soprattutto simbolico – vera e propria scena teatrale – dove si svolgono i pochi avvenimenti raccontati in Nottetempo, avvenimenti situati all’inizio degli anni Venti del secolo scorso, all’alba di una rottura sociale e politica che vede i primi violenti disordini coinvolgere perfino una piccola città siciliana. Sullo sfondo di una guerra civile, si stagliano quindi i destini individuali dei vari personaggi. Non bisogna però leggere la grande Storia nella quale sono ambientate le vicende del romanzo, come la sola causa che potrebbe spiegare la crisi e la sofferenza degli attori del dramma, ma piuttosto come la manifestazione sintomatica essa stessa di una violenza, di un «imbestiarsi», di una malattia che ha delle determinazioni ben più profonde ed enigmatiche che non soltanto quelle di ordine politico. È questa malattia che è analizzata dal primo all’ultimo capitolo dove, per una decisione di fuga (La fuga è il titolo del capitolo XII), la crisi del protagonista trova una certa soluzione, quella forse che Cesare Segre ha definito una «provvisoria catarsi»[9].

    Petro è il figlio di Giuseppe Marano, il luponario, «quel contadino gramo, scarnato dalle insonnie, dai digiuni, dai tormenti» (p. 652) afflitto da quel «male catubbo» che sembra discendere da una maledizione la cui causa, incessantemente invocata da Petro, resta tuttavia opaca e sconosciuta. Per di più la malattia e la follia del padre si trasmetteranno ai suoi discendenti: a Petro, che si dibatte per non sprofondare nell’abisso della melanconia, a Lucia la sorella minore che tenta perfino il suicidio, a Serafina la sorella maggiore che, conformemente al più profondo destino metamorfico di pietrificazione, diventerà una pietra.

    L’antagonista del giovane Petro, il barone don Nené Cicio di Mazzaforno, uno «scapolo babbeo» (p. 663), crede invece di poter guarire dalla sua impotenza giocando alla trasgressione, coltivando l’illusione nevrotica e perversa di poter godere in tutta libertà, secondo il motto rabelaisiano «Fay ce quevouldras», posto in epigrafe al capitolo VII del romanzo. Egli approfitta infatti dell’arrivo a Cefalù di una setta satanica per darsi alla débauche. L’imperativo libertino era stato già enunciato da don Nené Cicio: «Vedete Taormina? Là ognuno fa quello che vuole… M’hanno detto che c’è un tedesco che fotografa carusi, così, al naturale, con ghirlande di pampini, di gigli sopra la testa… Affari suoi!» (p. 667). Allo stesso imperativo del resto risponde il motto di Aleister Crowley – «Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge» posto in epigrafe al suo stesso manoscritto[10].

    Un amico fraterno di Petro, nonostante appartenga a un ceto sociale inferiore, è il capraro Janu innamorato di Lucia, ma da quest’ultima respinto. Personaggio ingenuo dalla spontaneità commovente, che non sfuggirà neanche lui a un destino metamorfico. Diventerà, stando alla determinazione simbolica e immaginaria iscritta nel suo soprannome, un «sicilian caprone», lo strumento fallico agognato dai Telemiti: «Piace your divine prick, a real satyr’s tool. This Sicilian caprone entrare in nostro ovile…Vene, prego, a nostro Tempio, a villa di La Pace, all’Abbèi de Thelèm.» (p. 697) Una malattia venerea contaminerà la pelle del giovane capraro già ammalatosi d’altronde a causa del rifiuto di Lucia.

    Il personaggio infine che concentra in modo parossistico tutti i tratti del male catubbo e della metamorfosi animale, è l’inglese Aleister Crowley, la Grande Bestia, il Capo della setta dei Telemiti che si era stabilita a Cefalù giusto agli inizi degli anni Venti. A proposito del male catubbo da cui è affetto A. Crowley, mi sembra importante segnalare che nella lingua siciliana esiste anche il verbo catubbiari la cui significazione è quella, tra le altre, di «lascivire», «agire impudicamente», significazioni che ben si attagliano al ‘mago inglese’[11]. Altri personaggi (Saro Alioto, Cicco Paolo Miceli, Paolo Schicchi) condividono tutti, ciascuno in modo singolare, i tratti specifici del male catubbo e della degradazione animale. E se può essere facilmente trovata una spiegazione per il loro destino, non altrettanto accade per quello della famiglia Marano: la maledizione che ha colpito il padre resta un mistero. Petro potrà elaborare attraverso la scrittura la sua sofferenza, ma non spiegarla: il suo bisogno di scrivere si scontra infatti con un momento di impotenza, di vera e propria pietrificazione, egli avrà la chance tuttavia di poter tradurre in «scrittura» il suo dolore, anche se resta nell’ignoranza o, più esattamente, nel misconoscimento di ciò che ha dato luogo alla «malasorte» (p. 672) gettata contro la sua famiglia.

    Bastino qui questi accenni alla scrittura del male catubbo e del suo corollario metamorfico, cioè della scrittura del silenzio melanconico da una parte, e del dolore estremo che sfocia nell’urlo del luponario dall’altra. Quando questa enunciazione mostruosa non permette di alleviare il dolore insopportabile, un destino di pietrificazione e di silenzio assoluto attende il Soggetto.

    Ora, in Nottetempo, tutta la fenomenologia delle trasformazioni metamorfiche è mirabilmente dispiegata. Essa investe globalmente l’uomo, la natura, la cultura, la storia, e, innanzi tutto, il linguaggio le cui manifestazioni, gradazioni e modulazioni vanno dal silenzio assoluto al silenzio che s’intende, dall’afasia all’urlo, dall’implorazione al delirio mistico, dall’insulto alla parola polemica. Un posto importante infatti è dato nel romanzo alla parola politica, specialmente femminile, una parola che Petro ascolta «come un’eco, di lontano» (p. 678), poiché egli considera più autentica la parola poetica, la sola, eventualmente, che possa scrivere il silenzio e l’urlo: «È la ritrazione, l’afasia, l’impetramento la poesia più vera, è il silenzio. O l’urlo disumano». (p. 750)

    «Male catubbo»

    Il primo capitolo presenta dunque, già nel titolo, il tema (anche nel senso musicale del termine) del romanzo, il «male catubbo», ripreso e modulato in tutti gli altri capitoli fino alla sua liquidazione finale. Il sintagma «male catubbo», oltre a dare il titolo al primo capitolo, è enunciato una sola volta, con iperbato e alla fine dello stesso capitolo, dalla voce stessa del luponario, Giuseppe Marano: «L’anima santa di tua ma’, ti risparmi questa sorte, ti salvi dal male mio catubbo». (p. 653) Ma non è soltanto il vecchio Marano ad essere colpito da questo male che egli nomina e si attribuisce in quest’unico luogo del romanzo. L’espressione in effetti è un hapax. Anche il termine «luponario» non appare che due volte soltanto in tutto il romanzo. Il suo primo occorrimento, enunciato dalla voce anonima del popolo e attribuito al padre del protagonista Petro Marano, si trova ugualmente nel primo capitolo: «Il luponario, il luponario!…» si bisbigliò abbrividendo in ogni casa» (p. 650). E il secondo nel capitolo VIII, dove Petro è chiamato«luponario»dai suoi compagni, il primo giorno di scuola (p. 715).

    Le due denominazioni, «male catubbo» e «luponario» (in definitiva due hapax), mutuate dalla lingua siciliana, si rivelano, ad una lettura testuale, come i significanti generatori del poema intero. Ciò che conferma da una parte la funzione paradigmatica del significante catubbiari e, dall’altra, l’estensione della metamorfosi licantropica ad altri personaggi. Il romanzo-poema infatti, capitolo dopo capitolo, non fa che scrivere, secondo i differenti aneddoti e registri narrativi, il dolore allo stato puro, la soglia da cui l’essere umano potrebbe cadere a rischio della propria morte o di una pietrificazione oppure a rischio di una metamorfosi che sarebbe paradossalmente una scappatoia al dolore estremo, un riparo cioè contro l’attrazione del vuoto verso la discesa silenziosa negli abissi della melanconia.

    L’Autore ha scelto la forma mitica, nella fattispecie quella della favola siciliana del lupo mannaro, per analizzare questa forma di follia che è il mal caduco, la melanconia.

    Ma come si origina questa follia, questo male catubbo che precipita verso il basso?

    Stando al sapere mitico e popolare depositato nella lingua della quale lo Scrittore è l’archeologo, la malattia è suscitata dall’influenza della luna. È precisamente l’attrazione della luna piena, «la luna in quintadecima», che scatena la crisi del Soggetto colpito dal male catubbo, e costretto, per far fronte a un dolore insopportabile, a trasformarsi in un lupo mannaro che urla e fugge.

    Il locus tenebrosus ovvero la «luce intenebrata»

    Il primo capitolo descrive infatti l’inizio, l’acmé e la fine della crisi melanconica di Giuseppe Marano, parallelamente al percorso della luna: dal suo sorgere alla sua pienezza e al suo tramonto. Ma prima dell’irruzione del luponario sulla scena notturna rischiarata da una luce «enténebrée»[12], sentiamo già il suo urlo, vediamo la sua ombra espulsa dalla casa, che rotola sotto la luna, ancor prima di incarnarsi nella metamorfosi animale. Il «mondo» nel quale egli precipita è anch’esso curiosamentesegnato dagli stessi sintomi della malattia, del dolore, del terrore e dell’angoscia. È la prossimità della luna, come dice Otello, che provoca la follia degli uomini, è il suo sguardo fulminante che il luponario non può sostenere e da cui si protegge: «L’uomo volse la testa, guardò per un attimo l’incombente astro, schermò gli occhi con il braccio» (p. 651). Ma è anche la fatidica «decrescenza» dell’astro verso la sua sparizione che sprofonda nella melanconia.

    Giunto al luogo estremo della sua catabasi, l’uomo-bestia cade in ginocchio e si scioglie in lacrime e suppliche. Ma il dio che egli implora resta «impassibile o efferato»:

    Cadde sulle ginocchia, gettò le braccia, il busto avanti, batté la fronte, i pugni contro il suolo, sussultando per il pianto. Sembrava il supplice, l’orante disperato del dio della distanza e dell’assenza, d’un ignoto dio, impassibile o efferato. Ai suoi singhiozzi, ai suoi strazi non rispondeva che il fiotto morto e lento frangersi sugli scogli e il silenzio torpido, come il respiro sordo e beffardo di quel cielo e di quel mare. (p. 651)

    Questo brano contiene una delle interpretazioni più poetiche e profonde della malattia che riduce l’uomo al suo désêtre, qualora non intervenga una metamorfosi a soccorrerlo. È il silenzio assoluto che può provocare la caduta di chi è esposto al richiamo del vuoto. La supplica del luponario e, successivamente, l’implorazione di Petro, di Lucia, e anche di Crowley, non trova ascolto presso l’Altro, Dio o uomo che sia, donde il precipitare di questi soggetti feriti e fragili nell’angoscia e perfino nella follia. La metamorfosi consente invece una reazione a quel silenzio assoluto che l’urlo del mostro (il licantropo) fa finalmente intendere.

    L’immagine del luponario condivide alcuni tratti fondamentali con quella del licantropo ovidiano, quali: l’urlo, la violenza, gli occhi dementi: «Il volto scarno, sotto il nero crespo della barba, era del colore della malaria». (p. 650). «[…] gli occhi negli occhi ingrottati, folli del padre, nel suo viso terreo». (p. 651) «Squassò il cancello con tremenda forza […] lo fece terribilmente stridere. […]» (p. 652). Ma La violenza, che è tradizionalmente il tratto dominante del lupo mannaro, quella violenza che spaventa la gente e che provoca la sua esclusione dalla comunità, sembra non riguardare Giuseppe Marano, che la subisce piuttosto che perpetrarla. Tuttavia la violenza non è assente da questo personaggio dalla sofferenza estrema. Essa è connotata dalla reazione fobica degli abitanti della collina di Santa Barbara e convertita nella violenza autodistruttiva della malattia, il cui «insulto» Pietro si aspetta, a ogni crisi, che possa «scemare»: «Si lasciò cadere a terra, si mise a torcersi, inarcarsi, mugolando, sbavando. Petro lo spiava. […], aspettava che scemasse l’ultimo e più acuto insulto» (p. 652, corsivo mio). La parola «insulto» che connota qui l’attacco della malattia, denota innanzi tutto una «offesa grave», un oltraggio. Essa svela dunque l’origine reale del male di Giuseppe Marano, di cui il lettore verrà a conoscenza solo successivamente. Si tratta dell’oltraggio relativo a una presunta origine illegittima di Giuseppe Marano, come lascia intendere la figura della parentesi che segue alla terza spiegazione che Petro tenta di trovare al suo destino familiare nella lunga sequenza nella quale si interroga sulla «sentenza atroce», sulla «malasorte» (p. 672): «(ma il barone Cìcio, i pari suoi, saputo il testamento, malvagiamente avevano preso a oltraggiar l’erede col nome di Bastardo)» (p. 673). La verità dell’«oltraggio», cioè l’eventuale origine bastarda del luponario, supposta «malvagiamente» dai nemici dei Marano, resta invece per questi ultimi il punto opaco da cui probabilmente discende il loro infelice destino. Il testo fornisce, a questo riguardo, un altro indizio sorprendente nella denegazione sfuggita a Petro in risposta all’anarchico Paolo Schicchi che aveva data per scontata la sua discendenza da don Michele: «Conoscevo tuo nonno, don Michele…» gli disse. «Non era mio nonno» «”Quel che era… Un uomo generoso, un idealista, un tolstoiano…” e fece una pausa, lo squadrò bene alla luce fioca del fanale» (p. 753).

    Petro, Lucia, Aleister Crowley e i suoi adepti, ma anche Janu e altri personaggi ancora, sono iscritti in questa struttura fondamentale del testo, che è quella della soggettività allo stato crepuscolare, dove un silenzio mortifero spinge l’uomo a una implorazione che resta purtroppo inaudita. Petro ad esempio, esposto al «Nulla, vuoto vorticoso che calamita, divora, riduce a sua immagine, misura» rivolge la sua lamentela, ma in un gesto di sfida, a un immenso dio di mosaico, dai tratti curiosamente licantropici. Un dio che è nessuno e che lo spinge a rivolgere la sua supplica alla madre morta fino a sfiorare quel «limite», quella «soglia estrema» dove non gli rimane che «aggrapparsi» alle parole: «E s’aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scandì a voce alta: “Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…” scandì come a voler rinominare, ricreare il mondo» (p. 660). Il verbo «s’aggrappò» che era stato usato per indicare la stretta del luponario («L’uomo scivolò dallo scoglio, ricadde sulle ginocchia. Rialzato dall’altro per le ascelle, gli si aggrappò, gli si strinse addosso», p. 651) ricorre qui con la stessa significazione: «E s’aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete».

    Proprio nel momento della caduta, il padre s’era aggrappato al figlio, mentre Petro, sotto la stessa minacciasi aggrappa alle parole. Ad ogni crisi, e malgrado il destino di pietrificazione che lo minaccia, egli trova un rimedio al suo male catubbo rivolgendosi alle parole che possiedono una miracolosa virtù metaforica, alle immagini che possono restituire il sogno e l’illusione, alla scrittura infine che sola può permettergli l’elaborazione del suo dolore: «Si ritrovò il libro dell’anarchico, aprì le mani e lo lasciò cadere in mare. Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro». (p. 755)

    La grande Bestia 666

    Nel capitolo VII dedicato alla biografia di Aleister Crowley, intitolato sintomaticamente La grande Bestia 666, e nella seconda parte del capitolo X, ritroviamo tutte le determinazioni del male catubbo e della licantropia, amplificate fino al parossismo e disseminate tra gli altri membri della setta dei Telemiti: il silenzio, l’urlo, l’animalità, la depressione melanconica curata con la droga o attraverso l’estasi mistica e, infine, l’antropofagia e il sacrificio. L’atroce verità presentificata dal mito fondatore di Licaone, quella dell’antropofagia e del sacrificio umano, assente nell’universo innocente di Giuseppe, Petro, Lucia e Serafina Marano, riguarda invece la comunità dei Telemiti descritta nel settimo capitolo.

    Una delle denominazioni di Aleister Crowley è, alla lettera, «l’Avatar» (p. 700)[13]. Infatti il destino di questo capo satanico la cui lunga lista di incarnazioni e metamorfosi si chiude enigmaticamente sulla scansione ritmica del suo nome, «(dàttilo e trochèo)» (p. 699), è segnato anche dalla follia. Il rifiuto opposto da Janu ai suoi tentativi di seduzione durante il travestimento in ballerina e prostituta sacra, condanna anche lui alla «Melanconia» (p. 702). Secondo allora la stessa logica della soggettività degli altri eroi melanconici (Giuseppe Marano, Petro, le sorelle ecc.) la Grande Bestia invocherà aiuto da una divinità, una maestosa Grande Madre che egli vede, tra l’altro, sotto l’aspetto di un «Babbuino» (p. 702). Da questa mostruosa divinità Crowley otterrà la droga, «the snow», il «fuoco chimico» che lo trascina nell’euforia. Non può esserci catarsi neanche per questo «Superuomo» figlio «del birraio, l’ostinato predicatore quacchero» e «della donna gelida, fanatica, che mai gli diede un bacio» e che l’aveva chiamato ella per prima la «Grande Bestia dell’Apocalisse» (p. 703). Attorno a questa figura apocalittica si muove tutto un corteo di personaggi anch’essi marcati da alcuni tratti licantropici: «Una donna rossa, pallida, lupesca […]». (p. 696, corsivo mio), «La donna rossa l’afferrò e strinse nel suo artiglio» (ibidem, corsivo mio), «la donna uomo, il Lupo Jane» (p. 702, corsivo mio), «secca e famelica la donna, Leah […] quel caprone nero» (p. 705, corsivi miei). «La Donna allora si scagliò contro la Bestia mugolando, imperiosa e avida e ottenendo quel che bramava» (p. 708, corsivi miei), Centauro, son la tua cavallabionda. (p. 709, corsivi nel testo)[14], «del piccolo Hansi, di Dioniso, che feroce come unfamelico lupotto lanciava urla» (p. 737, corsivi miei).

    Se, nel romanzo, l’avidità lupesca ha potuto essere facilmente individuata, non è stato altrettanto facile rintracciare il sacrificio della vittima, quello che precede la variante stessa del banchetto cannibalico e che corrisponde, nella tradizione del mito, alla morte della vittima.

    La ripetizione lessicale e semantica di un termine, ma anche il parallelismo sintattico delle sequenze nelle quali esso è iscritto, rivelano la figura che l’offerta sacrificale prende in Nottetempo. Si tratta del vocabolo «fagotto» insieme alla sua variante con suffisso diminutivo e seguito da qualificativo «fagottello bianco» e al sinonimo generico «roba», e dei contesti sintattici dove esso appare. Il termine denota, nel suo primo occorrimento, il fagotto dei vestiti del luponario che Petro stringe al petto e che avrebbe voluto porre sotto la testa del padre al momento della crisi provocata dal male catubbo. Un cuscino invece sarà deposto dentro un cassetto per adagiarvi una neonata la cui prima apparizione nel romanzo è annunciata dal sintagma «fagottello bianco» (p. 656), sintagma che sarà reiterato più avanti dove, nel corso di «una cerimonia inenarrabile» nel bel mezzo «del sacrificio del gallo» (p. 709), questo fagottello bianco è portato già morto sulla scena della «messa gnostica» (ibidem).

    Poupée è il nome della neonata la cui morte, benché iscritta in un quadro inquietante e grottesco di dissacrazione, non può risparmiare ai suoi folli genitori, Crowley e Leah, un dolore lancinante: «”Poupée est morte. Poupée est morte…” cantilenò. Leah, la madre, lanciò un urlo lancinante, un fievole lamento emise il padre, il sacerdote Aleister» (ibidem). Poupée, questa bambina dal destino atroce, sarà enigmaticamente rimemorata dal padre come una «bastarda» (p. 736).

    Ora, il solo altro personaggio chiamato «bastardo» in senso proprio è, come abbiamo visto, Giuseppe Marano, vittima innocente di un tormento senza causa né nome che gli infligge l’insulto, e quindi l’oltraggio, di una malattia che lo trasforma in un autentico bastardo: un essere ibrido, «uomo o bestia»: «Un’ombra rotolò sotto la luna, tra i rovi e le rocce di calcare. Corse, uomoo bestia, come inseguito, assillato d’altre bestie o demoni invisibili» (p. 650).

    La melanconia creatrice

    Nell’universo minacciato dal male catubbo quale via d’uscita sarebbe possibile al di là del destino sacrificale della metamorfosi, o di un destino di fuga, come accadrà a Petro alla fine del romanzo? In altri termini, come continuare a vivere e ad agire in un mondo dove nessuna autentica catarsi è più possibile? Dove la maledizione, quel «qualcosa» di pietrificato che copre e conserva la ferita sempre aperta dentro, resta inaccessibile («[…], mentre che dentro la ferita è aperta, ferma a quel momento, nella sfasatura, nella disarmonia mostruosa. […].Era così per lui, per la famiglia o pure per ogni uomo, per ogni casa? Di questo luogo, di questa terra in cui era caduto a vivere, di ogni terra? ») (p. 712, corsivi miei).

    Il testo pone, e risponde a più riprese a questa domanda capitale, come in alcuni passi della lunga sequenza che descrive la discesa nei sotterranei del «Tempio diruto della Rocca» (si tratta della «chiesa diruta di San Calogero» come è detto a p. 683).

    Nel corso di quest’altra catabasi nell’«abissitade»  ̶  che è un abisso di segno opposto rispetto al «limbo» dove precipita il luponario, ̶  in questa «zona incerta» dove delle «forme palpitano», un «simbolo» può sorgere:

    Viene e sovrasta un Nunzio lampante, una lama, un angelo abbagliante. Da quale empireo scende, da quale paradiso? O risale prepotente da quale abisso? È lui che predice, assorto e fermo, ogni altro evento, enuncia enigmi, misteri, accenna ai portenti, si dichiara vessillo, simbolo e preambolo d’ogni spettro[15]. (pp. 686-687, corsivi miei)

    È grazie al «simbolo», al «Nunzio lampante», ad una «lama» questa volta provvida, che lo spazio melanconico può essere abitato. Una «conversazione sacra» può allora instaurarsi e il silenzio assoluto può trasformarsi in un «silenzio assorto» dove si vorrebbero sentire dei «toni», degli «accenti» (pp. 687-688).

    Parallelamente, delle figure e dei colori riemergono «su pareti gonfie, muri dilavati, fra i veli e i raschi d’evi trapassati» (p. 688). Il rinnovato ordine simbolico («l’ordine delle geometrie perfette»), sia le figure dissepolte dell’immaginario («il mondo ritorna dal profondo […], in figure lievi ritorna» p. 688) possono essere, eventualmente, restaurati e resi visibili attraverso il lavoro della scrittura, lavoro che può fare recuperare e dunque riunire, come avviene per i resti archeologici, i frammenti dell’uomo e del suo linguaggio altrimenti perduti: «E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione» (p. 686). «E tu, e noi chi siamo? Figure emergenti o svanenti, palpiti, graffi indecifrati. Parola sussurro, accenno, passo nel silenzio» (p. 688).

    Gli esempi fin qui addotti mostrano a sufficienza come la struttura enunciativa del nostro romanzo-poema sia costituita innanzi tutto dal movimento discensionale (di cui è emblematico il male catubbo) che il silenzio assoluto dell’Altro[16] può provocare nei soggetti esposti alla melanconia. Simultaneamente però, questo movimento è contrastato da quello simmetricamente opposto di una faticosa risalita, una vera e propria «Ascensione», se si vuole attribuire all’occorrimento letterale di questo termine («È la vigilia dell’Ascensione, […]», p. 732) anche il suo senso metaforico. Quest’ultimo, ed anche il valore di opposizione paradigmatica coi significanti del ‘precipitare verso il basso’ («Il momento in cui «gli sembrava di precipitare in un pozzo senza fine»,p. 702), «Io mi perdo nell’incanto. Mi pare sempre d’esser fuori, estraneo, di camminare sopra le mura della Rocca, di precipitare…» (p. 715, corsivi miei), è doppiamente motivato nel testo, sia dalla posizione del lessema, che ricorre nella forma verbale del presente indicativo in epigrafe al capitolo X del romanzo (non a caso intitolato Pasqua delle Rose), e per di più seguíto dal sostantivo «gioia», antonimo per eccellenza di melanconia: «Ascende Dio fra grida di gioia, / il Signore fra squilli di tromba. Salmo 47» (p. 731, corsivi miei), sia dall’apparizione, come denominazione della festa religiosa dell’«Ascensione», in una sequenza successiva e contigua a quella che descrive l’incontro amoroso di Petro con Grazia. Petro è svegliato infatti dal «suono» della festa, giusto dopo una notte d’amore trascorsa a casa della Piluchera, con la quale ha potuto, forse per la prima volta, uscire dall’afasia, rompere il silenzio: «Con Grazia aveva perso ogni paura, titubanza, a lei aveva confidato ogni pensiero, in lei cercato di frantumare, con furia, senza posa, la pietradel dolore» (p. 731, corsivi miei). Grazia costituisce, anche se per un momento contingente nella vita del giovane protagonista, il tenero ascolto materno che al piccolo Petro troppo presto era venuto a mancare. Nella sequenza che precede immediatamente quella appena citata, e posta ad incipit del capitolo, si accenna infatti forse al primo, dolorosissimo trauma di Petro, la perdita della madre, che lo spinge a «compararsi» al mutilato Saro Alioto, altro personaggio condannato al «silenzio» e/o all’«urlo»: «Solo davanti all’Ospedale stava un mutilato della guerra, Saro Alioto, che in quel silenzio, con la stampella, batteva fortemente sul portone. E urlava. «La gamba, voglio la mia gamba!…» urlava. […]». (p. 713, corsivi miei). E ancora: «Sentiva in sé qualcosa ch’era successo al tempo tangeloso dell’infanzia, una rottura, un taglio mai più rimediato» (p. 731, corsivo mio).

    Una seconda «frattura», dopo quella dell’infanzia, Petro dovrà subire nel tempo attuale della narrazione al momento dell’irruzione della violenza fascista abbattutasi nella sua piccola comunità. È interessante notare a questo riguardo come la figura princeps del‘precipitare verso il basso’, sempre sotto il segno del silenzio e delle urla, venga adibita anche per la descrizione della violenza civile, inverando così l’interpretazione platonica del mito del licantropo come mito legato alla nascita del tiranno: «Successe un gran marasma, urla aiuto allarmi, il precipitare delle donne dalla scalinata, […] Si svuotò la piazza come d’incanto, cadde il silenzio. […] “Vigliacco!” fece Petro chinandosi sull’amico sanguinante. E si prese legnate sulle spalle. Nell’indifferenza delle guardie, nelle risate degli astanti.» (pp. 719-720, corsivi miei). E più avanti: «Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell’insania.» (pp. 734-735, corsivo mio).  

    Ora se, come si è cercato di mostrare, il precipitare verso il basso è il tratto fondamentale che contraddistingue le situazioni e i personaggi che popolano la scena del romanzo, così come la prospettiva che impronta la quasi totalità delle descrizioni naturali e architettoniche è quella verticale che privilegia soprattutto i luoghi profondi e sotterranei della melanconia, è anche vero però che il testo configura il tratto opposto e simmetrico dell’«ascensione», della risalita verso l’alto.

    L’urlo del luponario è già un tentativo di opposizione al male catubbo; come pure il lavoro della scrittura per quanto difficoltoso e sempre da rifare del giovane Petro e anche le scelte trasgressive e/o misticheggianti di don Nenè Cìcio e di Aleister Crowley si iscrivono nello stesso movimento di opposizione nei confronti dell’angoscia melanconica.

    Nottetempo casa per casa è allora il poema di questa alternanza variamente articolata nei dodici canti, che fa vacillare il Soggetto tra il «male catubbo» o «melanconia» (il precipitare, il silenzio, l’urlo, la metamorfosi discendente animale e/o la pietrificazione), e lo sforzo contrario che consiste invece nel tentare di trovare una via d’uscita verso la parola, la luce, la scrittura.

    Se più numerosi e più visibilmente investiti sono i lessemi e i brani che rinviano al movimento disforico della caduta, anche il movimento opposto della risalita trova nel testo delle splendide esemplificazioni, fino alla sua precisa formulazione letterale e non solo indiretta e figurata. Il lessema infatti che si oppone letteralmente alla discesa verso il basso è, come abbiamo visto, il termine religioso «Ascensione», la festa liturgica che commemora la salita al cielo di Cristo quaranta giorni dopo la sua resurrezione. Ed è stupefacente che questo termine sia anch’esso, come i suoi vari antonimi disseminati nei vari capitoli, incastonato nella medesima struttura enunciativa che vede alternarsi il «silenzio» e «l’urlo» da una parte, e l’«animalità» dall’altra (p. 732).

    Gandolfo Allegra o la chance inventiva

    Il poema circoscrive anche un luogo immune dalla melanconia, un luogo miracoloso. Questo luogo, che è innanzitutto un luogo di parola, si situa nel capitolo IX intitolato La Cerda, toponimo della contrada dove si svolge la corsa automobilistica della Targa Florio.[17] 

    Protagonista dell’episodio narrato nel capitolo è lo «scarparo» Gandolfo Allegra il quale, insieme ai suoi figli Stefano e Ruggero, si reca alla corsa per lavoro e non per diletto. Egli approfitta infatti della gara, per poter smerciare le sue scarpe e provvedere così alla dote di Addolorata, la maggiore dei suoi otto figli, prossima al matrimonio.

    Curiosamente anche Gandolfo Allegra condivide alcuni attributi propri del luponario, come lo scintillio dello sguardo: «[…] e il suo occhio baluginava alla fiamma del lume al pari della lama del trincetto» (p. 726); la rabbia: «”Vocìa,” disse rabbioso al figlio ”bandisci!”» (p. 727) «Era furentesempre contro la nobiltà di Cefalù, Palermo, del mondo tutto, […] Allegra sputava e sputava raccogliendo la sua mercanzia, sistemando il carretto. “Andiamo, vah” disse rabbioso a Stefano». (pp. 728-729, corsivi miei), e perfino l’animalità, metonimicamente spostata sul prodotto del suo lavoro, le scarpe, chiamate secondo il costume contadino «Zampette» (pp. 722-723):

    Batteva e ribatteva alla buffetta, tagliava e cuciva Gandolfo Allegra, e d’incanto fiorivano nelle sue mani paia e paia di scarpe, che scarpe non erano ma uose pelose di vacca becco porco. Zampettele chiamavano, come se gli uomini che andavano per le terre delle Madonie, andavano per pascoli per boschi, di zampe fossero dotati, non di piedi come cristiani. Erano leggere e svelte, a forma di barchetta, la punta sulla prora e il taglio a poppa, i lacci che fermavano le pezze, s’incrociavano agli stinchi.[18] (pp. 722-723, corsivo mio)

    Alcuni dei tratti disforici propri dei personaggi affetti dal male catubbo, investono anche la soggettività rappresentata da Gandolfo Allegra, ma con valore euforico, assiologicamente opposto a quello del ’precipitare’melanconico.

    L’anarchico sui generis che è il bravo «scarparo» Allegra riesce, grazie alla sua «ispirazione» e «invenzione», a trasformare con astuzia e intelligenza l’esito negativo e deprimente di una giornata di lavoro non remunerativo. Sicché la sua azione acquista l’altra significazione del ‘precipitare verso il basso’, quella del ‘partorire’,allorquando alla rinuncia del melanconico, al ‘lasciarsi cadere’ suicidario, si oppone la chance inventiva, l’ispirazione creativa. Allegra riesce infatti a trasformare una ‘caduta’, quella relativa al fallimento del commercio delle sue «zampette» e quella relativa all’incidente occorso all’auto di don Nené Cìcio che aveva partecipato alla Targa Florio, in un vero e proprio miracolo a tutto vantaggio della sua attività di «scarparo».

    L’episodio della «Cerda», apparentemente eccentrico, ma in realtà simmetrico, rispetto al tema fondamentale della catabasi melanconica, è anch’esso costruito secondo la stessa struttura verticale e oppositiva del basso e dell’alto, della caduta e dell’ascensione. Ma ad averla vinta qui, sulla pericolosa tendenza alla rinuncia, sarà l’ingegno di questo anarchico, lavoratore e padre di numerosa prole.

    Ancora una volta sono presenti in questo episodio i temi e i motivi ricorrenti del disastro, ma ironicamente rovesciato in commedia, pur con gli abituali corollari dell’urlo e del silenzio.

    Anche la metamorfosi animale riappare, ma questa volta in senso ascendente e metaforico (dall’oggetto inanimato all’animale), in quanto essa trasforma un oggetto meccanico, l’automobile del barone Cìcio, in un uno scarafaggio a pancia in sù: «Il padre gli mostrò orgoglioso la sua invenzione. Aveva tagliato a pezzi col trincetto i copertoni, aveva cucito da una parte, messe le stringhe e fatte così dellezampette simili a quelle pelose d’animale» (p. 730, corsivi miei).

    Questa geniale «invenzione», autentica metamorfosi miracolosa operata da Gandolfo, permetterà allo spregiudicato «scarparo» di vendere alla fiera Gangi della domenica seguente tutta la sua nuova produzione di zampette Pirelli, e di guadagnare così il denaro sufficiente per pagare i debiti e sposare Addolorata.

    Il capitolo riserva ancora un eccezionale e al contempo prevedibile epilogo, stando a alla struttura testuale verticale che implica il doppio movimento di discesa/risalita, epilogo che si configura come una vera e propria apoteosi (secondo una prospettiva dall’alto dunque), come la sanzione del miracolo avvenuto:

    Fece allora pittare da mastro don Giacinto una tavoletta del miracolo, l’automobile con le ruote all’aria del barone Cìcio con San Gandolfo sopra che s’affaccia dalla finestra tonda d’una nuvola e accanto un altro santo incognito ch’era invece Michele Bakunino.

    «E che c’entri tu con l’accidente del barone?» chiese ad Allegra il prete al momento dell’offerta.

    «C’entro, c’entro» rispose, sibillino e tosto. (p. 730)


    [1] Vincenzo Consolo, éthique et écriture, organizzato da Dominique Budor e Denis Ferraris, tenutosi alla Sorbona il 25 e il 26 Ottobre del 2002.

    [2] La versione più lunga debitamente annotata e con le citazioni complete, si può leggere in Rosalba Galvagno, L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo. Postfazione di Sebastiano Burgaretta, Milella, Lecce 2022, pp. 185-218).

    [3] Cfr. Walter Burkert, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica. Boringhieri, Torino 1981, p. 77 et passim.

    [4] Come ho avuto occasione di dimostrare in Rosalba Galvagno, Le sacrifice du corps, Frayages du fantasme dans les «Métamorphoses» d’Ovide, Panormitis, Paris 1995).

    [5] Le pagine relative alle citazioni dal romanzo saranno indicate nel corpo del testo tra parentesi tonde dall’edizione Vincenzo Consolo, L’opera completa, a cura di e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e con uno scritto di Cesare Segre,Mondadori, «I Meridiani», Milano 2015.

    [6] Giuseppe Pitré, Il lupo mannaro, in Usi e Costumi Credenze e Pregiudizi del popolo siciliano, vol. III, Arnaldo Forni Editore, Bologna 1979, pp. 224-231, Luigi Pirandello, Mal di luna, in Dal naso al cielo, a cura di Simona Costa, Oscar Mondadori, Milano pp. 64-73)

    [7] Cfr. Vincenzo Consolo, Lunaria, in particolare la Nota dell’autore, in L’opera completa, cit., pp. 363-364.

    [8] Cfr. la spiegazione dello stesso Consolo in Paesaggio metafisico di una folla pietrificata, cit. e Vocabolario siciliano, s.v., a cura di Giorgio Piccitto, Catania-Palermo 1977, che definisce precisamente l’aggettivo catubbu associato a mali come «mal caduco» e «epilessia».

    [9] Cesare Segre, Una provvisoria catarsi, in «Corriere della Sera», 19 Aprile 1992 e in «Nuove Effemeridi», cit., pp. 150-151.

    [10] pubblicato in Aleister Crowley, un mago a Cefalù, a cura di Pier Luigi Zoccatelli, Edizioni Mediterranee, Roma 1998, p. 133.

    [11] Vocabolario siciliano, s.v., a cura di Giorgio Piccitto, Catania-Palermo 1977.

    [12] Cfr. Alain Didier-Weill, Les trois temps de la loi,Seuil, Paris 1995, p. 273, da cui ho anche attinto la straordinaria analisi delle differenti modulazioni del silenzio.

    [13] Per il lungo e accurato lavoro di ricerca di Vincenzo Consolo sulla biografia di questo eccentrico personaggio, cfr. la notizia di Gianni Turchetta, in Vincenzo Consolo, L’opera completa, cit., pp.1390-1395.

    [14]La citazione è tratta dal sonetto Baccha (v. 7) di Gabriele D’annunzio, Alcyone (La corona di Glauco) Mondadori («I Meridiani»), Milano 1984, vol II, p. 543.

    [15] Questo brano, citatissimo dalla critica per via dell’allusione all’incisione Melencolia I di Dürer, aveva costituito col titolo L’ora sospesa la prefazione al catalogo Ruggero Savinio con uno scritto di Vincenzo Consolo e un testo dell’artista, Sellerio, Palermo 1989, p. 9-19 (la mostra dell’artista si era tenuta nell’ex Convento di San Francesco a Sciacca luglio-agosto 1989). Raccolto in seguito nella bella antologia: Vincenzo Consolo, L’ora sospesa. E altri scritti per artisti, cit., pp. 42-46.

    [16] Un Altro che si incarna o che è rappresentato in modo singolare per ciascun personaggio: un dio efferato, o la moglie morta, per Giuseppe Marano. Ancora un dio impassibile o la madre morta per il figlio Petro. Il persecutore o i persecutori per Lucia. L’assurdità della guerra che lo priva di una gamba per Saro Alioto ecc.

    [17] Il nome della contrada risale a Giovanni della Cerda duca di Medinaceli, come tramanda il Di Blasi nella Storia cronologica dei Viceré Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia citata nell’epigrafe allo stesso capitolo (p. 721).

    [18] Non può non colpire a riguardo quanto tramanda Giuseppe Pitré, Usi e costumi…, cit., p. 470: «Scarpi a vucca di lupo, anticamente a mezza plica, scarpe da campagnuoli costituite d’un sol pezzo oltre la suola».

    “Université de la Sorbonne, Paris, 2002” Vincenzo Consolo con Rosalba Galvagno

    Un ricordo di Vincenzo Cottinelli

    VINCENZO CONSOLO (18 febbraio 1933 – 21 gennaio 2012)
    La ricorrenza ci fa pensare a uno scrittore di grande, cordiale umanità, cultura, rigore democratico, antifascista e antimafia; autorevolmente impegnato per la giustizia e la pace con gli scrittori del Mediterraneo. Come dimenticare la sua prosa severa, dotata di speciale lirismo e la sua narrazione profondamente legata alla storia. Me lo fece conoscere Grazia Cherchi nel 1987 quando lui abitava a Milano in via Volta. Diventammo amici. Lo fotografai in diverse occasioni, anche a casa mia a Brescia, ma soprattutto nel suo appartamento in via Statuto (quelle qui pubblicate) nel 1998. Per Grazia eravamo “i due Vincenzi”. Io Vincenzo, lui “il Maggior Vincenzo”.
    Mi è rimasta, come preziosa eredità, l’amicizia con Claudio Masetta Milone, che, devotamente, ne custodisce la memoria nel Castello Gallego di Sant’Agata di Militello, e ne parla in rete: con la stessa inflessibile tenacia con cui documenta le malefatte dei regimi. Io gli sono grato, il Maggior Vincenzo ne sarebbe fiero.

    #vincenzoconsolo#santagatamilitello#graziacherchi#ritrattianalogici#fotobiancoenero#fotografiaanalogica#claudiomasettamilone#castellogallego#antifascismo#antimafia#manipulite

    Foto di Vincenzo Cottinelli

    L’illusione delle onde, la speranza dell’orizzonte: Consolo e la vita come naufragio

    Joshua Nicolosi 

    • 2 Novembre 2025

    È una delle metafore più belle della scrittura dell’autore di Sant’Agata di Militello. Una di quelle che conferisce presenza visiva, carnale alle parole. E che ritrae il movimento millenario degli uomini, divisi tra passato e futuro, tra gli attimi di rovina e il coraggio di ricominciare. Soli nel deserto di un’isola sconosciuta, ma mai privati della capacità di aggrapparsi alle luci in lontananza. Perché naufragare è spesso drammatico: ma può anche essere necessario

    Vorremmo, talvolta, che le nostre parole si tramutassero in cartolina. Che esistesse un condensatore d’emozioni, un modo per plasmare delle immagini che siano cariche di tutto il senso che il linguaggio, inevitabilmente, finisce per diluire. Vorremmo saperle tratteggiare, quelle immagini. Tirarle fuori all’occorrenza dallo scrigno della memoria o inventarle come abili maghi. Accostarci, anche solo per qualche istante, alla sensazione di poter somigliare ad un pittore di idee, ad uno scultore di sentimenti. Ma il compito, di frequente, risulta proibitivo. Ed è allora che finiamo costantemente per affidarci agli scrittori. Alle loro intuizioni, alla astratta carnalità del loro comporre. Alla sintesi di pensiero e di anima che contraddistingue il loro fascinoso dettato. Ed ecco che la molteplicità del sentire, la confusione che deriva dall’ansia di definizione, si muta in autenticità. Nell’univocità dell’umano sentire, nel riflesso di generazioni che, alternandosi, sono spesso finite a ricalcare le medesime orme, le medesime pagine. Ci affidiamo a qualcun altro, insomma, per spiegare noi stessi. Per scovare in tempi e luoghi disparati quell’icona, quel monumento di carta che altrimenti non avremmo saputo erigere. Ed è forse in accordo a questo bisogno immaginifico che diversi grandi nomi della letteratura hanno affidato ad efficaci metafore l’espressione dei loro concetti più alti. Vengono in mente, tra gli altri, Petrarca e Leopardi, con l’immagine del vecchietto canuto e vestito di stracci che si affatica per districarsi tra le sue miserie esistenziali. O Jack Kerouac, con l’immortale ed efficacissima simbologia della strada da percorrere. Ed è forse per rispondere alla stessa esigenza che, a più riprese, le parole degli scrittori siano scaturite dalla contemplazione di un’opera d’arte. Esattamente come accaduto a Vincenzo Consolo, che dinanzi ad un dipinto del compianto Franco Mulas, elaborò una delle sue più suggestive metafore. Incluso poi nel volume L’ora sospesa (2018), curato da Migel Àngel Cuevas, il brano si sofferma su quanto la nostra vita sia assimilabile ad un naufragio. Con le sue accezioni negative, naturalmente. Ma anche, sorprendentemente, in quelle positive.

    Perché il naufragio, di per sé, dovrebbe rimandare alla rovina. Alla solitudine, al travaglio. Ai capricci della sorte che sospinge verso la deriva. Alle domande che apparentemente non conoscono risposta, se non quella di proseguire a tentoni verso il disvelamento della verità. Ed è proprio questo il punto di partenza assunto dallo scrittore originaria di Sant’Agata di Militello: «Ora avanziamo per pianure acquitrinose, fra balzi, rigagnoli, pozzanghere, ristagni, fra muschi e filamenti, sterpaglie macere, gromme, viscidumi: scivola, schizza la grassa mota sotto il piede o si gonfia e cresce, avvolge, preclude il movimento. Forse siamo fermi, forse sprofondiamo. E dietro è la notte senza scampo, il fitto oblìo: nulla sappiamo ormai dei luoghi consistenti, dei solidi sentieri, del cammino che ci portò nelle maremme. Avanti è la luce. Una frigida luce di riverbero, d’un alba immota, d’una stagione ignota. E avanti s’erge la barriera, il velario d’acque, la perenne cascata ch’erode e che cancella: in quali lontananze, in quale tempo cominciò questo diluvio?». Ma anche quando lo sprofondo si fa imminente, minaccioso, prossimo, il naufrago sa anche protendersi. Sa gettare lo sguardo sull’orizzonte dell’attesa, sul crinale della speranza. Compiange il proprio stato, ma ne articola mentalmente il ribaltamento. È trattenuto, come imprigionato dalla risacca, ma anche intrinsecamente libero di sognare l’impossibile, il mistero. «Labili, sfuggenti immagini riaffiorano dalle liquide arche, parole tronche, àtone, echi di vaste, deserte scalinate, di balaustre, di monche statue, precipiti, d’inseguimenti e fughe e guizzi di metalli: quale mai tragedia s’è consumata sopra quegli spalti? E ancora e altrove brani di praterie solarizzate, sfocature, riflessi, traiettorie, immobili sequenze: notturno è il mondo o d’una luce traslucida che abbacina e consuma. Ma se appena ci volgiamo, castigo di sale, siamo spinti ancora, per lo scarto d’un riquadro, più dentro alla cascata, più presso alla montagna: e troveremo un varco, un passaggio, e cosa ci attende dietro quel sipario?».

    È sogno e supplizio, la parabola del naufrago. O, fuor di metafora, la vita degli uomini. È alternanza ineludibile, filo invisibile tra ricordo e futuro. Altezza d’intento e sprofondo d’illusione. È la storia stessa ad essere intessuta di naufragi. Di orme depositate sulla sabbia, che ciclicamente finiamo per ri-formare, per ri-disegnare. Millenari, come le nostre voci, ci sovrapponiamo, ci intrecciamo ai naufraghi che furono e a quelli che saranno. Spesso al di là della nostra consapevolezza: «Ma animo, antichi e ricorrenti sono i naufragi, sono d’ogni epoca, d’ogni avventura, sogno, d’ogni frontiera elusa, noi, naufraghi d’una storia infranta, simboli d’un epilogo, involontarie comparse, attoniti spettatori di questa metafisica. Di cui non conosciamo i confini, dimenticammo l’inizio, ignoriamo la fine, ma riferiamo, incauti, il vario apparire nelle luci e nei tempi irriferibili». A quelle luci il naufrago deve aggrapparsi. Anche quando, in lontananza, sembrano ignorare la sua richiesta di soccorso. Anche quando il suono ovattato di una vitalità sconosciuta tornerà a ricordargli il suo isolamento. Per non lasciare che il desiderio di evasione sprofondi insieme al relitto che lo ha condotto su quel lido d’attesa. Per credere che si possa ancora esplorare oltre il confine. Oltre l’immobilismo di un’isola deserta.

    (Franco Mulas)

    About Author / Joshua Nicolosi

    Giornalista, laureato in Lettere all’Università di Catania. Al Sicilian Post cura la rubrica domenicale “Sicilitudine”, che affronta con prospettive inedite e laterali la letteratura siciliana. Fin da giovanissimo ha pubblicato sulle pagine di Cultura del quotidiano “La Sicilia” di Catania.

    Metamorfosi di un racconto poco noto di Vincenzo Consolo

    Giuseppe Traina

    La Trezza è un breve testo di Vincenzo Consolo, di natura né propriamente narrativa né propriamente saggistica, compreso in Paesaggi italiani, un piccolo libro del 1989, curato da Maurizio Ciampa e Franco Marcoaldi e che uscì allegato a un fascicolo della rivista «Leggere», pubblicata a Milano dalla raffinata editrice Rosellina Archinto (La Trezza fu poi riproposto nel 2005 in un’edizione Oscar Mondadori de I Malavoglia di Verga).

    Il raccontino è il resoconto di un ritorno dell’autore ad Acitrezza, molti anni dopo la prima visita, che risaliva alla fine degli anni Sessanta. E costituisce, d’altra parte, il cartone preparatorio della seconda parte del settimo capitolo de L’olivo e l’olivastro, secondo una prassi abbastanza abituale di riutilizzo nei suoi libri, in forma intera o per brani, di qualche testo precedente, soprattutto se d’occasione: nel libro, che uscirà nel 1994, le pagine su Trezza sono davvero poche, versione ancora più sintetica e stilizzata di quelle presenti in Paesaggi italiani.

    Il piccolo paese di pescatori, Acitrezza ma qui semplicemente Trezza (come nel toponimo dialettale), che alla prima visita era apparso a Consolo tale e quale dovevano averlo visto prima il Verga di Storie del castello di Trezza e Fantasticheria (ma naturalmente anche dei Malavoglia)e poi il Luchino Visconti de La terra trema, ora, alla fine degli anni Ottanta, gli appare irriconoscibile, stravolto dalla siciliana modernizzazione senza sviluppo, che poi è il tema principale del nostos narrato ne L’olivo e l’olivastro.

    In La Trezza il paese, da che era un «luogo di pura esistenza, di elementare eventologia, ai limiti dello spazio, del tempo: o fermo nel tempo, fissato in un dolore lontano, immemorabile» – insomma un luogo da tragedia greca, «luogo senza luce, Trezza, chiuso, circolare, labirintico; il luogo della Treccia, del nodo mai sciolto della tragedia» –, è stato contaminato dai segni del consumismo, della pasoliniana omologazione, ma anche della mescidanza multiculturale: in sintesi, «Aci Trezza non c’era più, era scomparsa». Quest’asciutta constatazione si trasforma, in L’olivo e l’olivastro, in un epicedio dai toni certamente più turgidi e melodrammatici: «Ora non è più Trezza. È la fine del dolore, morte dell’anima, sigillo d’ogni pianto, arresto del canto, fine del poema, turbinìo di parole, suoni privi di senso, di memoria».

    Quella che poteva essere una mera, eppur dolorosa, constatazione sociologico-esistenziale si sviluppa poi, rapidamente, in una vertiginosa riflessione sulla fine della letteratura, senza che questo avvenga con altrettanta esplicitezza nel testo de L’olivo e l’olivastro, proprio alla fine del settimo capitolo. Conviene confrontare due brani che presentano somiglianze lessicali ma un significato radicalmente diverso: «La casa del nespolo non è mai esistita, certo, come non è mai esistita l’altra casa su “quel ramo del lago di Como”. E forse non è mai esistita nella realtà Aci Trezza, la Trezza. Ogni segno del paesaggio fisico e umano di oggi ci convince di questa inesistenza. Forse non è mai esistita neanche Vizzini, non è esistita Catania, Siracusa, Palermo, Racalmuto… Non è mai esistita la Sicilia. Forse una volta sono esistiti gli scrittori. Forse una volta è esistita la letteratura». (La Trezza). « – La casa del nespolo per la verità non è mai esistita – gli dice sottovoce come a svelargli un segreto. Non è mai esistita quella casa, non sono esistite tante altre case. Ma sono esistiti i personaggi, le persone, i Malavoglia di ogni Trezza del mondo» (conclusione del capitolo VII di L’olivo e l’olivastro).

                La fantasticheria iperletteraria, di oltranza quasi borgesiana, che troviamo nel raccontino dell’89 ha origine, sì, da una “cosa vista” ma anche da un nome, Trezza, che è, da un lato, per il Consolo sempre grecizzante, «il luogo della Treccia, del nodo mai sciolto della tragedia», ma diventa anche sinonimo di garbuglio: e dunque – a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, quando nello scrittore di Sant’Agata la cognizione del dolore personale e collettivo si acutizzerà – questa treccia-garbuglio-gnòmmero è come se siglasse il riemergere in filigrana dell’ombra di Gadda. Sull’influenza del quale Consolo ha scritto parole lucide ma che forse andrebbero rimesse, almeno un poco, in discussione: «In Gadda c’è la polifonicità dei dialetti: recupera tutti i dialetti italiani (questo gran calderone) per rappresentare il paese, mentre Verga usava un registro monocorde dell’irradiazione. Pasolini, insieme a Gadda, è stato l’autore che nei romanzi ha sperimentato anche linguisticamente attraverso la tecnica della digressione; i personaggi partivano dall’italiano, poi man mano scivolavano verso il dialetto. Io mi riconosco in questo filone, considero come mio padre tutelare Verga, non credo negli azzeramenti, non credo nelle avanguardie […]. Per quanto mi riguarda, io non ho usato né la digressione pasoliniana o gaddiana né l’irradiazione di tipo verghiano. Io ho usato quello che chiamerò l’innesto: innesto di parole, di fonemi, di lessici, che sono stati espunti dal codice linguistico nazionale, che mi ritrovo nella memoria, nel mio bagaglio regionale, nella storia linguistica siciliana» (dalla Conversazione con Vincenzo Consolo realizzata da Anna Frabetti nel 1994, poi pubblicata in «Recherches», 21. Studi per Vincenzo Consolo. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, sous la direction de A. Frabetti & L. Toppan, automne 2018, p. 14).

    Ma non è il caso di insistere qui su Gadda: è molto meglio tornare a Verga, all’inizio del settimo capitolo de L’olivo e l’olivastro.

    Il capitolo termina, come abbiamo visto, con il parziale riuso de La Trezza, e dunque con il bilancio sconfortante di quello che l’ulisside Consolo ha visto nel suo viaggiodegli anni Ottanta. Ma lo stesso capitolo si era aperto con una pagina di contrastiva evocazione della barca della famiglia Malavoglia, commisurata alla barca di pietra che fa bella vista di sé a Catania, appunto in piazza Verga, di fronte, scrive Consolo, al «grigio palazzo di marmo», ovvero il Palazzo di Giustizia, sul cui frontone «si staglia nel cielo la cima del monte, il fumo, la neve, la nera possanza». E ogni lettore di Consolo sa che l’Etna, nel complesso della sua opera, evoca sempre il furore ctonio degli elementi, l’incontrastabile forza della natura alla quale la cultura non riesce a opporre nulla di paragonabile a una ginestra leopardiana. Rispetto al vulcano, alla forza del non coltivato olivo, c’è solo la via della fuga, come dice il titolo di quel libretto-intervista.

    Ma dopo l’evocazione del vulcano, ecco che il discorso dell’ulisside ritorna sul romanzo di Verga, con una sinossi di mirabile capacità sintetica ed evocativa che si chiude, giustamente, sul profilo di padron ‘Ntoni, «il patriarca, cacciato dalla casa tempio, si pietrifica per il dolore, perde vigore e ragione: il suo salmodiare si fa sconnesso, i suoi proverbi sono ormai senza capo né coda. Muore, questo innocente, questo vinto dal fato, dalla vita, muore solo, ignorato in un tetro stanzone, all’albergo dei poveri».

    E dopo queste parole di vera e propria compassione – un sentimento che nella pagina consoliana spesso cede il posto alla pena o alla disperazione –, ecco una bellissima valutazione de I Malavoglia in quanto romanzo, nella quale ritorna la treccia ma evolutasi in forma di intreccio narrativo: «Acitrezza, La Trezza, ‘A Trizza, la treccia, l’intreccio. Forse nessun romanzo moderno è così privo d’intreccio – v’è una ripetizione ossessiva di sciagure come per spietato gioco del caso, per accanimento divino –, nessuna narrazione è così priva di romanzesco come I Malavoglia. Un poema narrativo, un’epica popolana, un’odissea chiusa, circolare, che dà il senso, nelle formule lessicali, nelle forme sintattiche, nel timbro monocorde, nel tono salmodiante, nei proverbi gravi e immutabili come sentenza giuridiche o versetti di sacre scritture, Bibbia, Talmud o Corano, dà il senso della mancanza di movimento, dell’assenza di sviluppo, suggerisce l’immagine della fissità: della predestinazione, della condanna, della pena senza rimedio».

    Non so se Consolo abbia ragione quando nega così recisamente la presenza del romanzesco nel capolavoro verghiano; forse quel che di romanzesco c’è ne I Malavoglia può convivere con quel tanto che c’è di poematico e di cui giustamente Consolo sottolinea con forza la presenza.

    Lo scrittore più verghiano della Sicilia novecentesca trova qui le parole giuste, le parole esatte e ammirate, per rendere la peculiare poematica ritualità del romanzo verghiano, ma parlando, così, anche di sé, del suo modo di concepire il romanzo e la crisi del romanzo, della sua opzione sempre più netta per lo “scrivere” rispetto al “narrare”, dimostrata, oltre ogni possibile dubbio, dal suo ultimo romanzo, Lo Spasimo di Palermo.

    Nota dell’autore: il testo che precede riproduce, più o meno, quello che ho avuto modo di dire il 26 gennaio 2022, nel decimo anniversario della scomparsa di Consolo (ma anche nel centenario della morte di Verga), durante le Giornate dedicate a Vincenzo Consolo, organizzate dal Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Ringrazio di cuore Claudio Masetta Milone per aver voluto ospitare queste parole all’interno dell’importante sito web al quale dedica valorosamente le sue energie, preservando la diuturna memoria dello scrittore di Sant’Agata di Militello.

    Vincenzo Consolo, Il sè e l’altro.

    A Dominique Budor un sentito ringraziamento per il prezioso saggio sull’opera letteraria di Vincenzo Consolo, e tanta gratitudine per l’affetto dimostratomi, onorandomi con questo riconoscimento.