VINCENZO CONSOLO (18 febbraio 1933 – 21 gennaio 2012)

Per festeggiare Vincenzo Consolo.

Tutto è cominciato con la lettura di Retablo:ero su una nave e stavo per sbarcare a Palermo. Non avevo idea che Consolo mi avrebbe fatto da eccezionale baedeker in più di un’occasione.

La prima volta che ho incontrato Vincenzo è stato a Sant’Agata di Militello, al Castello. Era il 2017. Con entusiasmo straordinario mi parlò della sua eredità Claudio Masetta Milone. “La vedi, questa è la chiocciola del suo Sorriso”. E poi la scuola, le strade, la casa, il gusto per il cibo, la vista del mare, le isole e i Nebrodi alti, d’impareggiabile bellezza.

Lui non c’era già più ma era una presenza vivissima, così che era normale parlarne con il nome proprio. Claudio me lo stava presentando.

Poi a Milano, Caterina Pilenga mi ha accolta in casa sua. Ogni volta avevo la sensazione di andare a un appuntamento con entrambi. Forse era davvero così e nella piccola cucina mentre riscaldavamo focacce e parlavamo di condizione femminile e vecchie cascine e taralli non c’eravamo soltanto io e lei. “Quello era il suo posto”. Immaginavo che commentasse i nostri pasti, che apprezzasse i biscotti che avevo portato. “Gli piaceva mangiare”.

La scrivania, i libri, i ricordi. Di una vita. In parte già impacchettati. Alcuni libri li ho avuti in regalo. “Non ci capiterà più una classicista qui in casa. Come sarebbe stato interessato Vincenzo”, diceva Caterina. Tra le pagine ci sono ancora suoi brevi appunti. È la grafia una piccola parte di lui che mi accompagna.

Le ricorrenze personali – un compleanno – servono a riflettere. In questo caso la riflessione la fa chi resta. Sono felice di aver raccolto anch’io un po’ dell’eredità di Vincenzo Consolo. Sempre con stupore mi avvicino alla sua scrittura palinsestica e trovo sempre sorprendente il modo in cui questa si saldi alla presa di posizione netta contro le ingiustizie, le guerre, contro l’apocalisse antropologica e culturale, e in difesa della memoria e dei luoghi, che non sono un semplice sfondo, ma ci appartengono profondamente e intimimamente. Voglio ricordarlo con i versi di Accordi,perché mi piace pensare che con l’ignoto tu Vincenzo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

Sei nato dal carrubo

e dalla pietra

da madre ebrea

e da padre saraceno.

S’è indurita la tua carne

alle sabbie tempestose

del deserto,

affilate si sono le tue ossa

sui muri a secco

della masseria.

Brillano granatini

sul tuo palmo

per le punture

delle spinesante1.

Mi chiedo come reagirebbe al nostro tempo buio, al dissesto idrogeologico trattato con noncuranza, ai progetti di opere pubbliche poco utili, alle stragi, alle guerre che insanguinano l’Europa e il Mediterraneo e il mondo, alla derive autoritarie, alla banalizzazione dell’intelligenza.

Continuerebbe certamente a scrivere, a indignarsi e impegnarsi. Perché forse scrivere non può direttamente cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, affinché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. Credo sia questo il talento dei veri grandi scrittori.

Converrà festeggiarlo allora, questo vero grande scrittore.

Buon compleanno, Vincenzo!

1Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.