Moniti per la contemporaneità dal palinsesto consoliano

Pubblicato il 1 luglio 2024 

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di Ada Bellanova

Nel 2008 Daragh O’Connell ha utilizzato il termine «palincestuoso» per definire Consolo evidenziando come, nell’imponente polifonia che caratterizza la sua scrittura, la voce letteraria acquisti un rilievo particolare e quanto intensa sia, rispetto ad altri autori pure attenti alla tradizione, la relazione con i testi anteriori. «La poetica della ri-scrittura o, meglio, della soprascrittura»[1] che ne scaturisce è fortemente legata alla tensione etica dell’autore: la rottura che ne deriva nei confronti delle mode letterarie del momento è un tramite che concorre a definire la scelta dell’impegno. Ma questa modalità convive con la componente memoriale e autobiografica, con l’uso e il riuso dei propri testi, con le citazioni e le allusioni iconiche, in un’attenzione sempre presente per la Storia e per la contemporaneità. È allora arduo e perciò ancora più gratificante scavare alla ricerca del senso.

L’indagine in un’opera così densa di innesti può riservare sempre nuove sorprese, a seconda di dove si va a ‘scavare’. Ma è ancora più degno di interesse che i ‘reperti’ continuino a veicolare messaggi preziosi per il nostro tempo.  «Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) è l’ultimo libro di Giuseppe Traina su Vincenzo Consolo, pubblicato da Mimesis, nella collana Punti di vista diretta di Gianni Turchetta. La raccolta di saggi, in parte inediti in parte rielaborazione di interventi già pubblicati, si riallaccia alla monografia del 2001 (Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole 2001). Pur uscendo, come ammette lo stesso studioso nella premessa, in una fase particolarmente fertile degli studi su Consolo e pur toccando questioni variamente dibattute dalla critica, queste pagine presentano un taglio nuovo, individuando come corpus di indagine l’ultima fase dell’opera dell’autore – i testi che vanno dagli anni Novanta alla morte, ovvero da L’olivo e l’olivastro del 1994 (ma con riferimenti anche ai precedenti Retablo e Le pietre di Pantalica) ai vari contributi parzialmente confluiti ne La mia isola è Las Vegas (2012) e nel postumo Cosa loro (2018) –, e riconoscendovi una netta presa di posizione, ancora preziosa e illuminante, in merito a questioni socio-culturali, ambientali e politiche dell’Italia e del mondo.

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Il primo saggio I molti volti dell’ulisside, tra Sicilia e Mediterraneo: Retablo, Le pietre di Pantalica, L’olivo e l’olivastro, che rielabora quello già uscito su Recherches (Studi per Vincenzo Consolo. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, n. 21, automne 2018: 99-111) si sofferma su una questione già molto presente nella critica consoliana, ovvero sulla presenza di Ulisse. La mappatura delle ricorrenze tende all’esaustività perché, partendo dal bagaglio degli studi precedenti, in particolare quello di Massimo Lollini [2], Traina passa in rassegna una serie di aspetti, anche minori e in parte trascurati, componendo le tracce e guidando alla comprensione del senso.

La precocità del tema del viaggio già presente ne La ferita dell’aprile, sebbene non in maniera massiccia; la struttura ‘a stazioni’ non sempre programmate ma anche determinate da accidenti di varia natura in RetabloL’olivo e l’olivastro, Lo Spasimo di Palermo; le allusioni omeriche in episodi o motivi riconducibili all’Odissea; l’influsso epico nelle scelte stilistiche (l’imperfetto durativo come tempo della ciclicità e il passato remoto come traccia epica nei verbi di dire o in quelli di movimento); la predilezione per protagonisti sempre in movimento, come Fabrizio Clerici, l’io di Le Pietre di Pantalica e di L’olivo e l’olivastro e Chino Martinez: il rilievo dato a tutti questi aspetti è testimonianza del dialogo intenso con l’ipotesto. Traina inoltre non manca di sottolineare che a questa ricorrente scelta di intertestualità si legano elementi autobiografici o caratteriali dell’autore, come il gusto-ossessione per il viaggio periplo in Sicilia o l’esilio a Milano. Proprio del tema dell’erranza, così pervasivo, precisa l’ambivalenza: intanto perché, anche se è ‘in esilio’ a Nord e pur non essendo un privilegiato, Consolo, per sua stessa ammissione, non vive la condizione degli emigrati poveri e ammassati in transito verso altre destinazioni, e poi perché c’è l’autoesilio generato dall’invivibilità della Sicilia, in L’olivo e l’olivastro, ma, accanto all’erranza generata dalla tragedia civile della mafia, in Lo Spasimo di Palermo, c’è anche quella che scaturisce dalla propria vicenda personale. Né mi sembra «una piccola divagazione» la nota finale sulla possibile conoscenza dell’Ulisse di Tennyson per il rifiuto di un nostos compiuto che coinciderebbe con il regno su un’Itaca imbarbarita dalla logica economica e la scelta di un nuovo viaggio che lascerebbe il potere a un più accomodante Telemaco. D’altra parte questo particolare referente viene forse evocato ma per negazione anche ne Lo Spasimo perché l’esilio ora tocca al figlio – neppure per lui c’è posto in un’Itaca distorta – e al padre non resta che un’erranza senza pace, senza slanci di conoscenza.

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Traina non si lascia sfuggire neppure l’occasione di precisare quanto il «monito periodico» dell’eliotiano Morte per acqua sia profondamente legato alla tematica odissiaca per la paura antica del viaggio per mare e del rischio della morte senza seppellimento. Tutti i compagni di Ulisse perdono la vita durante il difficile viaggio di ritorno e l’epos incarna il sentimento degli antichi Greci, mentre i morti per acqua di oggi, i migranti, sono ulissidi alla ricerca di una patria ideale che mai vedranno. C’è in queste tracce odissiache un fortissimo monito alla contemporaneità per quanto riguarda i drammi del Mediterraneo ma anche, come giustamente mette in evidenza Traina, l’avviso della profonda ambivalenza del rapporto dell’essere umano con la Natura.

A questo si collega un’altra riflessione interessante, sebbene più rapida, contenuta in questo primo saggio, sulla techne. Consolo ha senza dubbio pagine polemiche nei confronti della cultura tecnico-scientifica nella sua versione tecnologica. I poli industriali siciliani in particolare sintetizzano ne L’olivo e l’olivastro un’idea di sviluppo deteriore, che nega l’identità dei luoghi, distrugge la civiltà preesistente [3]. Altra cosa è la techne non meccanizzata, nei confronti della quale l’autore nutre un notevole interesse, evidente ad esempio nell’attenzione per botanica e arboricoltura in Retablo o ne Lo Spasimo di Palermo. In ciò Traina coglie una traccia ulissiaca perché riconduce queste aperture alla dicotomia tra olivo e olivastro e vi riconosce la valorizzazione di «una forma tra le più alte dell’intelletto umano e di una misura umana del vivere». Un altro avviso urgente per il nostro tempo.

Anche il secondo saggio, Nottetempo casa per casa: il potere, la lingua, l’esilio, rielaborazione di un intervento precedente, costruito attorno al tema chiave ‘lingua’, soffermandosi su una questione estremamente viva nella riflessione consoliana ovvero sulla peculiarità dello strumento linguistico con le sue ambivalenze, evidenza l’attualità del messaggio dello scrittore. Nel romanzo oggetto di analisi attraverso la narrazione di fatti misti di storia e invenzione degli anni Venti – la vicenda di Pietro Marano in una Cefalù che ha rinunciato a ogni forma di razionalità, stravolta dall’avvento del satanista Aleister Crowley e dai suoi riti orgiastici seducenti per alcuni cefaludesi pronti poi a schierarsi con il nascente fascismo – Consolo allude, per sua stessa ammissione, agli anni Novanta, «anni di crisi ideologica e politica, di neo-metafisiche, di chiusure particolaristiche, di scontri etnici, di teocrazie, integralismi…» [4], ovvero all’irrazionalismo della cultura di massa a lui contemporanea, alla caduta delle ideologie e alla deriva degli italiani pronti a sostenere nuove forze politiche, Lega Nord e Forza Italia, e quindi a consegnarsi a un sistema di potere illiberale.

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Ma la violenza sembra essere ben più profonda e enigmatica di quella storico-politica: ha genesi antropologica e probabilmente anche autobiografica la malattia dei Marano, ma è solo apparenza, come ha messo in evidenza Galvagno [5], il legame esclusivo con la famiglia del protagonista e le implicazioni sono molto più vaste e riguardano la soggettività dolorosa dell’essere umano. L’indagine di Traina consegna al lettore alcuni importanti ‘ritrovamenti’, ipotesti della tradizione solo in parte affioranti, per riflettere sul ruolo della lingua nel romanzo. La parola poetica è per Petro Marano una possibilità di resistenza al dolore, mentre è nociva la retorica del linguaggio della politica, fascismo o antifascismo poca importa, perché anche nella lingua del vate poetico dell’anarchico Schicchi, Rapisardi, è rivelabile l’impostura. «Petro, con la sua sensibilità linguistica […] coglie il rischio che il terremoto grande che sconvolge politicamente l’Italia implichi una corruzione della lingua, uno slittamento tra significanti e significati che solo in apparenza può apparire un buffo calembour», e, nella sua alternanza tra melanconia, male catubbo da una parte e tentativo di resistere ad essi attraverso la scrittura, rappresenta dunque proprio la posizione dello scrittore che è consapevole dell’agguato in atto nei confronti della cultura umanistica e della razionalità, ma ha ancora fiducia in esse.

Alla base di questa riflessione Traina pone alcune sollecitazioni: l’idea di funzione utopica della lingua di Barthes, il principio di vacuità del linguaggio di Foucault, ma soprattutto il valore della leggerezza nelle Lezioni americane di Calvino. L’apparente distanza delle considerazioni calviniane – forse quelle che sorprendono di più tra i riferimenti suggeriti – è superata nella sottolineatura della presenza nel romanzo della «rutilante vitalità del fascismo», che è aggressivo, rumoroso, quindi facilmente ascrivibile a quello che Calvino definisce «regno della morte» [6], ma anche della coscienza della necessità di una riappropriazione della concretezza delle cose da parte del linguaggio. Inoltre se la pietrificazione dei Marano si lega alla pesantezza di cui le Lezioni americane invocano il superamento, nella percezione da parte di Petro del dolore individuale e nella  possibilità di una risposta collettiva alla sofferenza del mondo, Traina individua l’intreccio tra riflessione calviniana e echi leopardiani, in particolare nel passo del capitolo VIII: «Una suprema forza misericordiosa potrebbe forse sciogliere l’incanto, il grumo dolorante, ricomporre lo scempio, far procedere il tempo umanamente. O invocare ognuno, il mondo intorno, a capire, assumere insieme l’enorme peso, renderlo comune, e lieve» [7].

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Il terzo saggio, finora inedito, cala il lettore nel mistero del marabutto (Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo) e dell’ultimo dei romanzi consoliani, portando alla luce, attraverso considerazioni sui molti significati del termine, anche il senso sepolto (inabissato) della narrazione. Il termine è di per sé polisenso – eremita, tomba mausoleo, cisterna sotterranea – ma a contare sono i significati che esso assume per Chino Martinez. Dapprima luogo sotterraneo, scoperto nell’infanzia con l’amico Filippino, il marabutto prelude forse al difficile destino di scrittore che deve impegnarsi a trovare ‘il motto giusto’. Ma diventa subito anche ricovero per sfuggire alla collera paterna e sarebbe segreto da condividere con Lucia, la sola che possa godere della bellezza delle pitture murali, ma i gemiti del padre e della siracusana lì rifugiatisi per fare l’amore lo rendono emblema del rimosso. Chino infatti, spinto da molteplici sentimenti, non ultimi odio e rivalsa, contribuisce suo malgrado alla morte del genitore e della sua amante per mano dei tedeschi e ciò diventa per lui causa di rimorso perenne e radice della futura pazzia per la ragazzina che è l’unica a vedere i cadaveri di sua madre e del padre del protagonista.

Così il marabutto è l’aleph, il punto di partenza e, nel senso borgesiano, il luogo in cui sono riassunti tutti i luoghi, la storia che le riassume tutte. Ma indica anche l’eremita e, se – è la premessa di Traina – nell’opera di Consolo questa figura è ricorrente e significativa e spesso ridotta all’afasia o ad un’ecolalia che non comunica, come nel caso del frate belga di L’olivo e l’olivastro, questa accezione è valorizzata nell’ultimo romanzo in vari modi. Innanzitutto Chino Martinez «opta per una sorta di romitaggio laico» che è illusorio nel caos di Palermo, ma soprattutto sceglie un’afasia di scrittore che diventa anche afasia nei rapporti umani, persino nei confronti del figlio. Inoltre l’auspicio «T’assista l’eremita» che chiude il proemio, ricondotto da Traina proprio all’incontro con il frate belga, va inteso in relazione con l’effetto del marabutto sulla vicenda di Chino e va collegato al motto del fioraio che precede l’esplosione letale alla fine del romanzo, «Ddiu ti scanza di marabutta». Ma lo studioso, provando a indagare tutte le accezioni della parola marabutto, suggerisce che forse eremita è anche il giudice obiettivo dell’attentato mafioso e la sua condizione rinvia alla vera solitudine sperimentata da Paolo Borsellino la cui vita si è svolta tra l’aleph della farmacia di famiglia di quel quartiere poverissimo che è la Kalsa, di cui Consolo si ricorda in Le macerie di Palermo, e il tremendo isolamento finale da cui nessuno l’ha protetto.

Il saggio successivo si concentra sulla scrittura d’intervento e sui testi confluiti in La mia isola è Las Vegas e Cosa loro verificando analogie e specificità di questi rispetto a quelli confluiti nel Meridiano curato da Turchetta. In particolare Traina si sofferma sull’uso dell’ironia costruita attraverso l’elencazione nominale, la deformazione onomastica, la scelta del dialetto o di forme regionali anche sul modello gaddiano, i rifacimenti mimetici ancora gaddiani, o con la prospettiva dell’io narrante, straniante e eticamente indifendibile come nel racconto La mia isola è Las Vegas. Inoltre in tutta la scrittura d’intervento, che si tratti di interventi sulla mafia o di articoli di politica internazionale, è riscontrabile un grande scrupolo documentario. Infine Traina segnala nella produzione estrema di Consolo una tendenza ad analizzare fenomeni di portata mondiale, a partire dal tema delle migrazioni del Mediterraneo e, a tal proposito, si sofferma sull’interessante ma poco noto Civiltà sepolta [8], articolo che nel richiamo del titolo all’archeologico Civiltà sepolte di C. W. Ceram allude antifrasticamente al «seppellimento morale della nostra attuale civiltà, emblematizzato dal perdurante ricorso alla tortura». Nel testo lo scrittore si sofferma sulle tante violazioni dei diritti umani, a partire da quelle compiute da fascisti e comunisti per arrivare alle moderne torture statunitensi. Traina vi rileva un ricorso preciso a toponomastica e onomastica – per citarne alcuni, Abu Ghraib, Baghdad, Nassiriya, Maurizio Quattrocchi, Nicholas Berg – fondato sulla convinzione che il nome possa facilmente, fissato sulla pagina, diventare emblema per tutti, in un crescendo apocalittico che l’ecfrasi finale del monumento ispirato alla fotografia di Lunchtime può, compensando la voragine angosciante di Ground Zero moltiplicata nelle immagini televisive dell’11 settembre 2001, riscattare con un moto di speranza – la profezia di una ricostruzione nella particolare scelta iconica che si riallaccia alle modalità dei grandi romanzi – la logica della guerra.

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L’ultimo saggio, Consolo e il Mediterraneo arabo: «tra un mare di catarro e un mare di sperma», rielabora un precedente intervento su «Italianistica» (n1, gennaio-aprile 2020). Vi si collega, per l’attenzione rivolta al tema del mare e alle modalità con cui si manifesta la presenza araba, l’appendice sciasciana, del tutto inedita. Ma in Consolo la componente araba mediterranea non esiste da sola, bensì mescolata con l’identità greca, ebraica, spagnola, con individuazione dell’arricchimento che nasce proprio dalla fusione di civiltà e culture diverse. Traina passa in rassegna le differenti forme della presenza araba nell’opera dell’autore: quella geografico-artistica che valorizza l’eredità monumentale, soprattutto a Palermo e a Trapani, e la valenza civilizzatrice della dominazione araba in Sicilia non senza mettere in risalto in controcanto la distruttiva barbarie mafiosa contemporanea; quella storico-sociologica che, partendo dall’arrivo degli arabi in Sicilia, sulla scorta di Michele Amari, giunge ad analizzare la doppia migrazione tra l’isola e il Nord Africa e gli esiti tragici delle traversate dei nostri giorni; quella letteraria che dalla conoscenza di Ibn Giubayr e degli altri antichi scrittori arabi siciliani giunge all’interesse per autori contemporanei palestinesi o maghrebini; infine quella politica con le riflessioni sulle guerre del Mediterraneo, su eventi come l’11 settembre, e, ancora una volta, sulle migrazioni.

Il saggio mette in luce un aspetto, secondo me, fondamentale nella riflessione consoliana, ovvero la forza vivificatrice della mescolanza tra popoli. La stessa rappresentazione, entusiastica, della Sicilia come museo a cielo aperto, che accoglie rovine elime, greche, puniche testimonia nell’opera dell’autore il valore degli incontri, degli scambi tra popoli di culture diverse, ciò che è, da sempre, motivo del cammino della civiltà.

Le considerazioni di Traina per l’interesse di Consolo nei confronti di Tahar Ben Jelloun, che evidenziano tra l’altro una comune predilezione per la dimensione dell’oralità, permettono di cogliere un auspicio di meticciato anche sul piano letterario. La soluzione alla crisi linguistica e letteraria – in particolare del romanzo, minacciato dalla comunicazione del potere in virtù della sua valenza comunicativa – risiederebbe in un incontro straordinario tra lingua della memoria e lingua scelta per comunicare, proprio come nel caso dello scrittore marocchino che pur scegliendo il francese – la lingua degli ex colonizzatori – per scrivere non ha rinunciato alla sua identità maghrebina. Ma il meticciato dovrebbe essere l’esito anche sul piano biopolitico: l’Europa vecchia – «un mare di catarro» – ha bisogno della vitalità giovane che possono portare i migranti. In consonanza con l’aforisma zanzottiano [9], Consolo evidenzia la necessità e la positività della mescolanza, non tanto o non solo per spirito umanitario ma per evidenti ragioni politiche e economiche: si tratta, d’altra parte, di riconoscere il cammino della Storia, tanto più della Storia di un siciliano, segnata da così tanti popoli e commistioni.

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In un Mediterraneo dilaniato da guerre e morte la speranza risiede, a sorpresa, in San Benedetto, nel santo nero di origini popolari. Soffermandosi in chiusura sull’analisi del racconto Il miracolo, che, con tono sarcastico e grottesco, narra di come una ragazza semplice e chiusa nella fede in un vicolo del centro storico di Palermo si convince di essere stata messa incinta da San Benedetto e non da un migrante nero che ha bussato alla sua porta, e sugli articoli dedicati al santo – con la proposta di eleggerlo copatrono accanto alla bianca e aristocratica Santa Rosalia proprio in virtù della presenza significativa di immigrati – Traina mette evidenzia la forza del simbolo che Consolo ci lascia in eredità: a Palermo, nell’isola e in tutto il Mediterraneo dovrebbe essere finita l’epoca delle madri sofferenti che piangono i loro figli, dovrebbe esserci invece «un nuovo tipo di padri, non legati all’atavica cultura mafiosa ma capaci di tenere in braccio un bambino, come il santo nero nell’allucinata narrazione della ragazza del Miracolo».

Resta, alla fine della lettura di questi saggi, oltre ad una rinnovata vertigine di fronte alla ricchezza del palinsesto consoliano, l’apprezzamento per la pregevole opera di scavo operata da Traina il cui denso resoconto testimonia una cura attenta e consapevole dell’eredità dell’autore. Questa è percepita come propria nell’atto dell’indagine ma, nella scelta di uno specifico corpus di indagine e nel focus su questioni care a Consolo e assolutamente non risolte, come le migrazioni, la violenza, la violazione dei diritti umani, l’uso distorto della lingua, il rapporto tra uomo e natura, è proposta anche, ancora e urgentemente, a tutti.

Dialoghi Mediterranei, n. 68, luglio 2024
Note
[1]   D. O’Connell, Consolo narratore e scrittore palincestuoso, «Quaderns d’Italià», 13, 2008: 161-184 (:163).
[2]   M. Lollini, Intrecci mediterranei. La testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo, in «Italica», LXXXII, I, 2005: 24-43.
[3]  Ne ho diffusamente parlato in A. Bellanova, Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021, in particolare: 230-245.
[4]  V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e la Milano, la memoria e la storia, a cura di Renato Nisticò, Donzelli, Roma, 1993: 47.
[5]  R. Galvagno, L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Milella, Lecce, 2022: 199.
[6]   I. Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano,2023: 16.
[7] V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano, 2015: 712.
[8] V. Consolo, Civiltà sepolta, in L’Unità, 15 maggio 2004. L’articolo è reperibile per intero online https://vincenzoconsolo.it/?p=2928
[9]  A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Conversazione con M. Breda, Garzanti, Milano, 2009: 68-69.
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Ada Bellanova, insegna lettere in un liceo pugliese. Si interessa di permanenza della letteratura greca e latina nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Si dedica da alcuni anni allo studio dell’opera di Vincenzo Consolo: da qui è nata la monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021). Ha collaborato con La macchina sognante, Erodoto108.  Nel 2010 ha pubblicato il libro di racconti L’invasione degli omini in frac, con prefazione di Alessandro Fo e nel 2016 Papamusc, un breve romanzo edito da Effigi.

La ferita dell’aprile di Vincenzo Consolo

È il romanzo d’esordio di Vincenzo Consolo in cui la potenza visionaria si coniuga con un melodioso linguaggio che, costruito col dialetto, l’accosta a Gadda con l’esito d’una verità poetica che trascende il tardo neorealismo.

Federico Guastella

La ferita dell’aprile

  • Uscito nella collana del “Tornasole” ideata da Vittorio Sereni e Nicolò Gallo, viene pubblicato nel 1963 da Einaudi l’affascinante romanzo di Vincenzo Consolo dal titolo La ferita dell’aprile.
  • Un testo d’esordio, di formazione, il cui incipit anticipa il tema del viaggio, reso da metafore suggestive e che sarà presente nelle sue opere successive:

Dei primi due anni che passai a viaggiare mi rimane la strada arrotolata come un nastro, che posso svolgere: rivedere i tornanti, i fossi, i tumuli di pietrisco incatramato, la croce di ferro passionista; sentire ancora il sole sulla coscia, l’odore di beccume, la ruota che s’affloscia, la naftalina che svapora dai vestiti.

Il sentire e i ricordi sono dunque gli ingredienti che connotano il percorso esistenziale dello scrittore che dà la parola a un ragazzino – Scavone di cognome.
L’ironia è garbatamente sottile, la potenza visionaria ha in sé qualcosa di filosofico e il linguaggio, un misto di italiano e di siciliano (anche italianizzato) con le tonalità d’una cantilena, va oltre le scelte stilistiche del tardo neorealismo, accostandolo a Carlo Emilio Gadda. Siamo nell’immediato secondo dopoguerra del Novecento in un paese “grande” della costa settentrionale della Sicilia da cui è visibile il faro di Cefalù e dove le tradizioni sono rituali. Così viene descritto alla fine del capitolo X:

Questo paese è una grata, i vicoli incrociati, quelli piani trasversali e gli altri che scendono dritti fino a mare. E uno che fa un vicolo traverso, ad ogni spigolo di casa si trova in faccia, laggiù, lo specchio d’acqua chiara, un vero azzurro in fondo al vicoletto. Ma verso l’alto c’è lo schermo della terra, le colline verdegrige con gli ulivi e gli agrumeti. Questo paese sembra posato tra le zampe d’un cane accovacciato, chiuso com’è in questo rettangolo collinoso in riva al mare.

La prima immagine è quella della corriera unitamente a Bitto che l’ha preso a “picciottello”. La fanciullezza è trascorsa in chiesa per la “novena” e per fare l’ “incensiere”. Don Sergio, nato nella provincia di Agrigento, è un reduce, un cappellano militare che torna dalla campagna di Russia:

Era pieno di chiacchiere e tabacchiere, sano sano. Russia e Russia. L’avanzata i cannoni i guastatori i lanciafiamme; la ritirata la steppa il freddo la fame.

Insieme ad altri ragazzi, studia in un istituto religioso che è l’orfanotrofio maschile in cui la vita si svolge tra preghiere e grotteschi episodi: per esempio, in occasione della morte del padre di Tano Squillace.
La fanciullezza e l’adolescenza, che segnano il passaggio all’età adulta, sono le tappe fondamentali del ragazzo orfano, assistito dallo zio cui è dedicato il capitoletto IV in cui si parla del loro rapporto:

La prima idea fu quella del barbiere, e mi mandò al salone a far le saponate, poi il sarto, a infilar le aguglie e levar l’imbastiture, scarparo pittore mastro d’ascia, tutte arti leggere, ché si vedeva che non avevo la possanza per taglialegna e carbonaro, manco l’intelligenza del vinaio.

La narrazione non trascura l’amore per il paesaggio, una costante nella scrittura di Consolo, reso in questo brano con similitudini corpose:

Verso le Madonie un nuvolone s’era rotto, scomposto in macchie nere come pecore, e una s’era posta avanti al sole, che così mandava lunghi raggi per tutto il cielo, distanti l’uno dall’altro e consistenti da sembrare d’ottone come quelli dell’ostensorio sull’altare. La campagna brillava ancora verde di muschi ed erba acre […]. L’inverno era già maturo, che si voleva? Era già Natale.

Uno scorrere di immagini e di itinerari è il motivo portante del romanzo intorno ai quali si svolgono e sviluppano le esperienze di conoscenza e formazione del ragazzo. Consolo, insomma, svolge il romanzo come un seguito di avventure, ricerche, esplorazioni, nuove notizie del piccolo mondo paesano, avendo compreso che il problema dello scrittore è di conoscere e raccontare.
Nel capitolo VI l’esperienza sentimentale di Caterina e del ragazzo è in primo piano, ed egli fantastica coltivando un’idea: che scappi con lei:

In continente nell’Italia nella Francia o in Argentina, dove mi suoni di notte la chitarra mentre scavo la roccia del tesoro per comprarle a Pasqua una vestina larga quanto una campana di seta e taffetà.

Siamo a Pasqua, in aprile, ed egli ricorda il giorno della morte di suo padre:

Ogni anno il venerdì di passione alle tre del pomeriggio, il giorno della frana al mio paese, di dieci pescatori saltati con la mina galleggiante, dello scoppio del colera alla Kalsa di Palermo.

A casa dello zio, e non all’orfanotrofio, si sente più sicuro in paese dove c’è sempre una componente di teatralità: per esempio, spicca nella predica in piazza di un frate toscano (un fiume di parole, il silenzio della gente e battiti di mano e grida). Le elezioni si avvicinano e l’avvocato Sciacchitano, candidato della democrazia cristiana, fa la sua propaganda. La parodia che si legge è gustosissima:

Quando sembrava che la processione fosse finita, chi ti spunta a passetti trafelati dal fondo della chiesa? L’avvocato Sciacchitano: il cappello in mano, le scarpe nuove che gli fanno scroscio; piega una gambetta, si china con fatica per la bussíca che gli crescea davanti e bacia più volte con schiocchetti sonori; si alza rosso fino alla tigna per lo sforzo e, compunto, si va a sedere ai primi banchi, accanto alla moglie e alla figlia, così giovane così vecchia, tanto smunta e bizzocchina.

Consolo ricava il massimo frutto nella rappresentazione della vita della comunità nel momento della processione del venerdì santo: innumerevoli sono gli scatti di visività che hanno un’icasticità straordinaria. Lo sguardo non implica mai protesta morale o sociale o politica. Coglie piuttosto in modo quasi divertito la vita paesana, facendone un ritratto come nella descrizione delle usanze il giorno di Pasqua.
La ferita d’aprile ha un significato preciso: è quella del passaggio d’età, come già s’è rilevato. Aprile – si sa – è il mese in cui il risveglio della natura avanza e ogni mutamento è pur sempre una ferita. Il passaggio dall’inverno alla primavera non è indolore così come non avviene tranquillamente la trasformazione dalla fanciullezza alla pubertà. Poi il mese di maggio: si deve preparare l’altarino alla Madonna, intanto una tromba d’aria avanza e una vecchia centenaria vien portata al mare per fare insolito rito d’esorcismo:

La tromba si fermò, s’incrinò nel mezzo, s’allargò, si sciolse e si disperse come il fumo d’un camino colpito da una raffica di vento. L’acqua cessò di ribollire e si distese. Grida si levarono dalla riva, voci alte, battiti di mano.

La ferita d’aprile, oltre alla passione del Cristo, è anche il ricordo che il ragazzo fa della strage di Portella della Ginestra:

N’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e c’erano bambini), come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò buttò buttò riversi sulle pietre una rosa maligna sul petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto.

Siamo a questo punto nella discesa agli inferi: con la fine della guerra e la caduta del fascismo, s’inaugura in Sicilia la stagione delle stragi; per Consolo la sconfitta che si sta annunciando è il tradimento dei valori della Resistenza di fronte allo schieramento agrario e mafioso.
Oracolare la conclusione:

Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: -Femmine, che sono sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca? Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina dei morti che verranno appresso.

Di profondo incanto la descrizione tutta siciliana – anche greca, omerica dice l’insigne critico letterario Traina -, che si trova nel capitolo XI:

Il carrubo gettava un’ombra grande e fitta ma, a mettersi là sotto, dall’istituto ci avrebbero scoperti. Era vana quella bella frescura, quel riparo in mezzo alla campagna: mi vedevo buttato, la testa vicino al tronco, a stare, a dormire fino al tramonto. Così rugoso e scuro, cosí contorto, il carrubo l’avevo sempre pensato venuto dall’oscurità del tempo, che affondasse le radici al centro della terra; e il tronco mi pareva di tufo e i frutti di carbone. L’ulivo come il carrubo, la vite e l’asino e le capre, le lancelle di mosto e gli scifi di quagliata, certi vecchi accroccati ma saldi, mi parevano cose antichissime e immortali.

Sembra quasi l’inizio di un procedimento alchemico dove l’oscurità, o la “nigredo”, prelude alla luminosità data dal colore di un popolo sanguigno e fiero. Il romanzo termina con la festa dell’Assunta. Dopo, la fine dell’estate.
Don Lucio, il vecchio professore bevitore che scrive poesie e fa il discorso impastato di latino, di francese e di spagnolo (il nuovo insegnante fuori dall’istituto di Filippo, amico del narrante), è rivelato nella sua recita: grottesca la sua immagine che inclina alla follia. Anche le bizzarrie e le stranezze fanno parte dello spettacolo della vita contenuto nel libro, colto da Consolo con particolare sagacia.
Il capitolo XII conclude il romanzo:

Quella messa dell’otto dicembre, dell’Immacolata, era l’ultima che sentiva all’Istituto, la messa dell’addio.

È una pagina esemplare della satira di Consolo; per il ragazzo l’ingresso nella quotidianità si sviluppa in un lungo viaggio d’assoluta incognita:

Così girai tanti anni per i paesi, all’isole, sulle montagne, alle marine, dal comune d’Alì fino a Messina.

Lo spasimo di Palermo di Vincenzo Consolo

– Storia di un lungo viaggio dal procedimento memorialistico intrecciato con la coscienza civile di un personaggio-scrittore siciliano che acquista coscienza del fallimento generazionale e della pervasività del potere mafioso.

Federico Guastella

Lo spasimo di Palermo, romanzo dal tono elevato e dotto dalle ardite scelte stilistiche scritto da Vincenzo Consolo e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1998, ha il primo capitoletto caratterizzato dal segno del corsivo e senza denominazione. In merito, Giuseppe Traina in Da paesi di mala sorte e storia (Mimesis, 2023), ha scritto che lo stile è: Misterioso, oracolare, zeppo di criptocitazioni e presenta una voce – più evocante ed esortante che narrante – che invita un interlocutore ad “andare”: questi acquista quasi subito i connotati di Ulisse, grazie a diverse allusioni alla materia ulissiaca. Un “proemio”, dunque, da potersi intendere come un “invito al viaggio” da fare insieme. Vi si legge un’affermazione che fa riflettere sul tempo identico nel suo scorrere: “la storia è sempre uguale”, cui segue un invito alla maniera di Eliot: Ora la calma ti aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza. Inizia così l’oscuro tragitto che è ricerca d’identità: Ricerca nel solaio elenchi mappe, riparti dalle tracce sbiadire, angoscia è il deserto, la pista che la sabbia ha ricoperto. T’assista l’eremita l’esule il recluso, ti guidi la fiamma di lucerna, il suono della sera, t’assolva la tua pena, il tuo smarrimento. Ramificato l’intreccio che costringe il lettore alla ripresa delle pagine già lette e ad un procedere con tanti interrogativi. Il capitolo che segue, denominato I, introduce in un piccolo albergo di Parigi denominato “La dixième muse”, dove lo scrittore Gioacchino Martinez, Chino, mentre aspetta d’incontrare il figlio esule per terrorismo, rievoca la sua infanzia in Sicilia, da cui affiora un trauma: Fluttuava nel fondo dell’acqua catramosa il nome della remota visione, dell’oblunga sagoma implacabile. Si domandava da quale muffito sotterraneo, da quali strati dimentichi del tempo poteva esser sorto, nel tempo dell’infanzia, quell’arcaico incunabolo. Il brano è psicoanalitico; segna la riappropriazione dell’inconscio dal cui abisso si profila la visione d’un film con un personaggio chiamato Judex, il gran giustiziere e vendicatore. L’aveva visto quel film all’oratorio proprio quando un bombardamento incuteva terrore e seminava morte in paese. Da qui la decisione del padre di Chino di rifugiarsi in campagna, a Rassalemi, dove li raggiunge “La siracusana” con la figlia Lucia: la sua amante, dato che era rimasto vedovo. Suggestiona l’inventività a proposito della scoperta d’una tana effettuata col compagnetto Filippo: Filippo gli mostrò l’entrata ad arco, schermata dalle frasche, d’una cisterna o marabutto sepolto dal terriccio. Dentro era una stanza vasta, la lama d’una luce che per lo spacco nella cuba colpiva il suolo muffo, schiariva i muschi sopra i muri, e le strame, i nòzzoli di capre presso i canti. In una nicchia, sopra la malta liscia, era la figura d’un uomo accovacciato, un gran turbante, gli occhi a calamaro, che pizzicava le corde d’un liuto, d’una donna allato fra viticchi e uccelli che ballava. Chiarisce Traina: Il nome “marabutto”, dunque, indica qui una cisterna sotterranea, utilizzata forse per accumularvi acqua (lo farebbero pensare la presenza di muschi e il suolo muffito) oppure come rifugio per capre: usi recenti e degradati, rispetto alla destinazione primitiva a tomba o mausoleo, testimoniata dalle decorazioni murarie. Il dialogo fra i due ragazzini corrobora la consistenza di “altrove siciliano” in un’arcaica magia: – C’è qui la trovatura – disse Filippo – Ci vuole il motto giusto, e appaiono pignatte, cafisi di tarì. Sai uno strammotto, una rima per spegnare? E a Chino viene in mente una canzone appresa all’oratorio. Da allora il “marabutto” diventa il luogo privilegiato, “autoreclusivo” e nascosto, incognito e segreto, un piccolo eremo dove rifugiarsi in solitudine per sfuggire all’ira paterna e contemplare, incantato, le pitture murali che gli evocano le figure femminili a lui familiari. Lo condivide con Lucia e le mostra il boschetto curato dallo zio (conoscitore della botanica e amante dell’arboricoltura), conducendola fino alla grotta dei Beati Paoli dal cammino “oscuro e tortuoso” verso il regno ctonio; sull’arco d’ingresso l’incisione: PER ARTE E PER INGANNO Chiaramente alludeva all’artificio e all’inganno che sono di ostacolo a chi vuole agire per giustizia a favore del popolo siciliano. Dal “marabutto” a Nico giungono gemiti erotici da cui riconosce la presenza del padre intento a fare all’amore con la siracusana. Da qui il sorgere del rapporto ostile con lui fino a denunciarlo ai tedeschi. Intanto il marabutto diventa rifugio nel corso dei bombardamenti. E in quel rifugio, il piano architettato da Chino, favorito dalle circostanze, causa la morte del padre e della siracusana: un trauma per il ragazzo che rimuove l’accaduto al punto di non ricordarlo più. Di vicenda in vicenda, si susseguono le sue scoperte nel corso della devastante guerra. Poi il difficoltoso dopoguerra e Chino, ormai orfano, si ritrova con lo zio in città, a Palermo. Chino e Lucia: lui libero di muoversi e di andare in gita coi compagni; lei reclusa in un collegio di suore, privata di visite e di vacanze. Chino, preso da rammarico e da pena, ottiene, per intercessione dello zio, che Lucia trascorra un periodo nella loro casa. La passeggiata al mare si ramifica in vari episodi, in altri itinerari. Dinanzi alla grotta di Santa Rosalia, Lucia, pallida e tremante, fugge: Non so, non so, mi prende sempre il tremito, il terrore sulle porte del buio, dell’umidore… io… io ricordò tutto, Rassalèmi, il marabutto, rivedo sempre mia madre, quei corpi insanguinati sul carretto… Piange lei stretta forte a Gioacchino: Lui no, non aveva visto, era fuggito, una fuga era stata la sua vita. Vale ora la pena di accennare alla nascita di Mauro, figlio di Chino e di Lucia, lei tenerissima destinata alla follia. Anni dopo avviene lo scoppio d’una bomba: un attentato nell’ingresso della loro villa, ereditata dallo zio. L’investigatore, un commissario di polizia, così gli si rivolge: Professore, qui c’è una guerra, non la sente? Spari per le strade, kalashinikov nei cantieri. Mai tanta furia insieme. Si sterminano tra loro. La posta ora in gioco sono i terreni, gli appalti, le licenze… Ha mai sentito di un certo Scirotta Gaspare? […]. Uno stracciaiolo divenuto il più grosso costruttore, prestanome di politici potenti… Ha capito adesso? Chiaro l’avvertimento della mafia: impossessarsi a bassissimo costo del terreno su cui sorge la villa per affari loschi di speculazione edilizia. Mauro, che ormai studia filosofia, convince il padre a trasferirsi in una città lontana: Fuggire dal pantano, dal luogo infetto, salvare forse così la madre, lasciare quella terra priva ormai di speranza, nel dominio della mafia. All’arresto di Mauro, che all’università ha elaborato la sua filosofia e politica, segue la perquisizione della casa. Ecco la coincidenza. Nico stava scrivendo un racconto “La perquisizione” e aveva lasciato i fogli sopra il tavolo. Il borghese li nota e scorge rapido l’inizio, soffermandosi sulla scena in cui fa irruzione la polizia che butta a terra i libri e scruta dietro gli scaffali. Legge dunque ciò che stanno facendo i gendarmi: “Mi sembra di sognare”, disse. Lei sapeva, prevedeva. Avviene la scarcerazione prima del processo, poi la latitanza a Parigi per sfuggire alla repressione politica. Da qui l’accorato addio di Nico a Milano e il ritorno da vedovo in Sicilia col pensiero del figlio e “Lo confortava saperlo con Daniela, quella donna generosa, intelligente” (abile mediatrice fra padre e figlio). Egli, dunque: Tornava nell’isola, il porto da cui era partito, in cui si sarebbe conclusa la sua avventura, la sua vita. Si ritrova non più nella lussuosa villa d’allora, ma in un brutto appartamento condominiale. È l’uomo colto e scrittore civilmente impegnato Martinez (“Aborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio”); forse per l’esigenza di una mappatura culturale, oltre che topografica, del territorio, legge libri anche in lingua spagnola e si ritrova nella Biblioteca Comunale di Casa Professa; compie il giro per la città, pensando alla povera signora, sua dirimpettaia, che attende l’arrivo del figlio magistrato. Rari i contatti con le persone, l’unico con cui si intrattiene è il fioraio mastr’Erasmo. Siamo nel capitolo X, dal tenero inizio, dove si parla dell’incontro di Martinez con Borsellino (Judex, il giustiziere antimafia), che accenna ad uno dei suoi libri, riportando la frase dello scritto ne “Le pietre di Pantalica”: Palermo è fetida, infetta. In questo luglio fervido esala odore dolciastro di sangue e gelsomino… Il pessimismo è totale: – Sono passati da allora un po’ di anni… – disse Gioacchino. – Ma nulla è cambiato, creda. Vedrà, il prossimo luglio sarà uguale… o forse peggio. Dalla profonda crisi di Nico la decisione di scrivere al figlio, spinto dal bisogno di confessare e di chiarire (un consuntivo potrebbe dirsi personale e intellettuale): … Non sono mai riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo di odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario. Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello screziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre. È questo il brano d’una lunga lettera dove confessa al figlio il fallimento della sua generazione, il bisogno della rivolta nell’ambito della scrittura, il profondo sentimento per Lucia, nonché il senso della sconfitta a seguito degli attentati contro i giudici Falcone e Borsellino. Si conclude il romanzo con il gran boato a seguito del gesto del giudice che preme il campanello del condominio in cui abita la madre. È il 19 luglio 1992. Evidente il fallimento d’ogni speranza nell’Italia degli anni Ottanta-Novanta, sotto il segno della sconfitta, di fronte alla pervasività del sistema mafioso, si conclude la storia d’un lungo, terrificante viaggio.

Pubblicato il 30-05-2024

Per Consolo, 18 febbraio 2024

Caro Claudio,

a te posso confidare un moto d’animo e un pensiero che mi visitano in questi giorni prossimi al 18 febbraio. E posso farlo, perché so che mi capisci, essendo tu, come ho avuto modo di constatare in tutti questi anni, in sintonia con me riguardo al rapporto di amicizia di cui ci ha entrambi onorato – te in modo specialissimo e unico – il carissimo Vincenzo Consolo, che per noi è stato solo Enzo. Devo precisare che ti scrivo, sforzandomi di superare una certa remora nell’espormi e nel parlare della dimensione di vita privata del nostro comune amico. Lui vivente, infatti, fui sempre, costantemente fedele a una linea di riserbo amicale e rispettoso di lui e delle sue scelte personali, cosa, questa, che ci permise di cementare la nostra amicizia, come tu ben sai. Anche dopo il suo trapasso ho mantenuto tale riserbo, cedendo solo poche volte davanti a precise richieste di amici comuni in occasione di convegni o libri a lui e alla sua opera dedicati. Ogni anno ero puntualmente tra i primi a telefonargli per gli auguri di buon compleanno, e lui era felice di riceverli, profondendosi in ringraziamenti e confidenze amicali, come faceva tutte le volte che ci sentivamo. Il più delle volte mi annunciava che avrebbe festeggiato la ricorrenza con il carissimo Corrado Stajano e la moglie di lui, Giovanna Borgese. Andavano a cena insieme, per condividere pasti e pensieri di vita in piacevole conversazione. Ciò mi fa immancabilmente ricordare due cose che in lui erano presenti, andando in perfetta sintonia e armonia: il piacere della convivialità e la capacità, che Enzo aveva, di tenere viva la conversazione ridendo e spesso anche motteggiando, spingendosi persino a raccontare qualche barzelletta, quando se ne davano l’atmosfera e il momento propizio. Ricordo con piacere alcuni pranzi e cene consumati, anche insieme con altri comuni amici, nella mia casa dei Làufi, dove egli venne tante volte e che ricordò nell’Olivo e l’olivastro.
Ricordo quando una volta, unitamente a Pino e Gina Di Silvestro, pranzando con lui e i suoi nella sua casa di Sant’Agata di Militello, mentre gustavamo i maccheroni confezionati a mano e cucinati dalla sorella Teresa, colei che, rimasta nubile, era stata la sua prima maestra, come lui orgogliosamente asseriva, rivolto a costei ridendo, le disse: Teresa, tu vai di là, perché non puoi sentire questa barzelletta che sto per raccontare. E la barzelletta, pensa un po’, riguardava Pier Paolo Pasolini. Sì, perché Vincenzo Consolo era anche questo, un uomo a tutto tondo, che sapeva calibrare tempi e modi nella sua vita di relazione, specialmente con gli amici che stimava, e nella sua vita di uomo di cultura. Conservo il ricordo delle tante risate che con lui ho avuto modo di fare, grazie al suo spirito critico e ironico, di cui sapeva servirsi nei momenti opportuni. Tutto questo tu, caro Claudio, lo sai benissimo. Consolo fu l’uomo che rifiutò sempre il mercato pubblicitario e l’esposizione mediatica — che sono l’anima dei talk show televisivi, per i quali si assoggettano a passare quelli che aspirano a un attimo di sia pure fugace notorietà –, ma che era capace di sintonizzarsi perfettamente su onde di umanità autentica e onesta. Ricordo che si rifiutò di incontrare Pippo Baudo, il quale avrebbe voluto conoscerlo personalmente, quando questi si trovava, ospite anch’egli come Enzo dell’hotel Eloro in occasione di un concerto estivo che la moglie del presentatore, Katia Ricciarelli, tenne davanti a palazzo Ducezio a Noto nell’estate, mi pare, del 1988. Preferì venire a cena da me ai Làufi. Quante volte, tu sai bene, chiuse di botto rapporti amicali a causa di dissonanze ideali! Coraggiosa misura di equilibrio personale, questa, non facilmente accessibile ai più, specialmente negli ultimi decenni della nostra epoca, e pure per lui gravida di conseguenze in ordine alle critiche grossolane che poteva provocare e alle invidiuzze di mestiere che poteva suscitare. Ma lui fu sempre fedele a sé stesso, pagando il prezzo della disillusione nei riguardi di tanti, che pure in alcuni casi aveva aiutato, e il prezzo dell’isolamento in cui si tentò di cacciarlo.

Amo e voglio ricordare, nella imminente ricorrenza, l’amico Enzo, che a casa mia, tanto ai Làufi quanto nella mia casa di Avola, si apriva alla condivisione sia dei pasti sia dei pensieri e dei sentimenti di vita positiva e creativa; l’amico che spesso mi telefonava, per chiedermi informazioni e notizie su termini siciliani e su tradizioni popolari o su mille altre cose occasionali di cui scriveva nei quotidiani; l’amico che amava andare in giro con me, ascoltandomi nelle perlustrazioni del territorio che insieme facevamo nonché nelle belle conversazioni da cui io imparavo tanto; l’amico cui presentavo spesso miei alunni di liceo che desideravano conoscerlo di persona, dopo averne letto i libri e che egli a casa mia accoglieva con piacere, offrendosi generosamente alle loro domande; l’amico che, pur nelle sofferenze per i dolori del mondo, che lo tormentavano e che di lui e della sua parola poetica rivelavano l’aspetto profetico, amava la vita, come dimostra la sua indefessa militanza di testimone del suo tempo.

                                   Cordialmente

                                                                 Sebastiano Burgaretta

«Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) di Giuseppe Traina (Mimesis, 2023).

Dalla Premessa al volume:

Questo libro scommette sull’ipotesi che […] le opere di Consolo comprese tra gli anni Novanta e la morte (2012) siano dotate di una peculiare capacità di parlare al lettore di oggi con intatta veridicità e particolare efficacia per il presente.

Ciò non vuol dire che le sue prime opere abbiano perduto valore: tutt’altro! La ferita dell’aprile (1963),romanzo d’esordio, rimane, a mio (e non solo mio) avviso,un’opera ancora da riscoprire e da sottrarre al coté tardo-neorealista nel quale è stata impropriamente arruolata; Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) è un capolavoro indiscusso che seppe rimettere in discussione e positivamente decostruire la tradizione del romanzo storico italiano; Lunaria (1985) è un’opera che, al di là delle apparenze rococò, rivela una notevole forza espressiva, da rileggere nell’àmbito di un’altra peculiare mitografia, per l’appunto di argomento lunare, alla quale ha apportato un contributo non sottovalutabile; Retablo (1987) è un altro capolavoro (forse non troppo amato dal suo autore e forse per questo un po’ trascurato da taluni studiosi) che andrebbe letto, oltre che per il suo specifico valore di testo perfettamente in bilico tra espressività linguistica e iconografica, inserendolo ai piani alti della breve stagione postmoderna della letteratura italiana (ipotesi storiografica per alcuni studiosi risibile ma per me molto seria, eppure da verificare con rigorosi supplementi d’indagine); Le pietre di Pantalica (1988) è una tappa importantissima, che rivela ormai la sua natura ancipite di raccolta di racconti ma anche di rielaborazione di un romanzo mancato, e che, forse proprio per questo, traghetta l’autore verso una stagione nuova che si apre, se la mia ipotesi è corretta, con gli anni Novanta.

Rimandando alle pagine successive per la parte analitica del mio ragionamento, si può qui alla svelta ricordare che, dagli anni Novanta in poi, testi come L’olivo e l’olivastro,del 1994(ma con anticipazioni significative presenti in Retablo e Le pietre di Pantalica), Nottetempo, casa per casa (1992), Lo Spasimo di Palermo (1998) e la costellazione di raccontini, articoli, brevi saggi e testi memoriali che sono stati, in parte, raccolti in Di qua dal faro (1999), La mia isola è Las Vegas (2012) e Cosa loro (2018), hanno consentito a Consolo di porsi in posizione di tempestiva e “militante” presenza, quando non di acutissima anticipazione, rispetto a fenomeni sociali di indiscutibile centralità, non soltanto nella vita pubblica italiana ma anche in quella internazionale (Consolo ha dimostrato un’attenzione agli scenari politici e culturali internazionali che, dopo la morte di Sciascia e Calvino, trova soltanto in Claudio Magris un possibile termine di paragone nella letteratura italiana di fine secolo): l’opzione netta per uno “sviluppo senza progresso” e le conseguenze visibili soprattutto in campo economico e ambientale, non disgiunte, talvolta, dal ritorno, o rigurgito, di facili soluzioni politiche affidate all’“uomo forte” di turno; l’oblio sistematico della memoria storica e della sensibilità linguistica che l’appiattimento sul presente della comunicazione telematica e la diffusione di basici e asettici linguaggi transnazionali hanno irrimediabilmente innescato; il picco di violenza raggiunto dal potere di Cosa Nostra e poi la sua non meno pericolosa sommersione, che implica il non mollare mai la presa rispetto ai gangli del potere politico ed economico; l’aumento esponenziale delle migrazioni in àmbito mediterraneo e la tragica diversità delle risposte che i governi hanno dato al dilagare del fenomeno.

Se la trattazione di tali temi fosse stata affrontata da Consolo con piglio meramente testimoniale, staremmo parlando di risultati non troppo diversi da quelli raggiunti da scrittori-giornalisti importanti come Alessandro Leogrande e Roberto Saviano; ma importa non dimenticare che mai, o quasi mai, il Consolo di questo ventennio estremo ha dismesso la sua inconfondibile vocazione a una scrittura che non soltanto si distaccasse sistematicamente dalla lingua d’uso ma che, per la sua natura “palinsestica”, si collocasse anche in una posizione critica e autocritica di continua rimessa in discussione dei fondamenti (stili, generi letterari, collocazione dell’intellettuale) che la tradizione letteraria italiana ha codificato.

In questo atteggiamento sta la fedeltà di Consolo a sé stesso, alle sue opere degli anni Sessanta-Ottanta e alla sua caparbia collocazione intellettuale “di opposizione”; ma è anche vero che, rispetto a quelle prime opere, in alcuni testi del suo ventennio estremo Consolo è riuscito, con difficoltà e con sofferenza, a dischiudere, sempre in letteratissima forma, talune significative feritoie su uno strato “rimosso” della sua storia personale e familiare. Se ne hanno cospicue testimonianze, che vanno interpretate con misura e sensibilità, soprattutto nei due romanzi Nottetempo, casa per casa e Lo Spasimo di Palermo. […]

Ho cercato di mettere in relazione tali componenti riconducibili al “rimosso” con […] una problematica rielaborazione del mito ulissiaco: anche nella riscoperta del poema omerico Consolo si è collocato in significativa sintonia con altri importanti esponenti della letteratura mondiale a cavallo dei due secoli.

Un ricordo un po’ speciale

Nel dodicesimo anniversario della morte di Vincenzo Consolo, ci piace ricordarlo in modo un po’ diverso dal solito. Bruno Caruso, amico di Vincenzo, grande pittore, disegnatore e incisore, collaboratore dell'”Ora” di Palermo nella straordinaria stagione della direzione di Vittorio Nisticò, celebra con il disegno qui riprodotto la nomina di Consolo a Presidente della Giuria dell’importante Premio letterario dedicato alla memoria di Elio Vittorini. Avrebbe poi conservato quell’incarico fino al 2008. Caruso decide, spiritosamente, di interpretare alla lettera la grandezza di Vincenzo Consolo, rendendolo una specie di gigante in mezzo a una piccola folla di scrittori e critici, che, per quanto grandi a loro volta (come Sciascia e lo stesso Vittorini) appaiono qui come piccoli e piccolissimi nanetti, tutti protesi a porgere al nuovo glorioso Presidente omaggi floreali e non solo: ci sono infatti anche “dolci bevande alcooliche, giocattoli”. La nudità dei personaggi evoca chiaramente quella delle statue classiche, accentuando l’effetto umoristico, nel contrasto fra l’ostentazione delle intenzioni celebrative e la comicità dei corpi nudi, certo tutti fuori contesto e non tutti adeguati per bellezza, forza e virilità, come invece richiederebbe l’esibizione. Ma Vincenzo sì, lui per Caruso rispetta senza dubbio tutti i parametri della bellezza classica: e poco importa che nella realtà fosse decisamente un bell’uomo, ma anche di bassa statura… Come in una sorta di Giorno del Giudizio miniaturizzato, i tempi si mescolano, e i vivi si accompagnano ai morti: Vittorini era mancato nel 1966, Sciascia nel 1989, Bufalino nel 1996. Evidentemente, la grandezza letteraria di Consolo, concretizzata nel suo comico gigantismo, non teme confronti. Nell’affettuosa rievocazione di Caruso, l’umorismo sdrammatizza e demistifica, ma nello stesso tempo, proprio perché non teme niente, neanche il ridicolo, ribadisce che di vera gloria si tratta, e che la grandezza di Consolo, per quanto comicizzata, è grandezza vera, che buca il tempo e dura ben oltre la morte.

Gianni Turchetta

Contro l’«im-mondo» dei morti in mare, il dialogo tra i popoli. Le parole di Vincenzo Consolo

Mediterraneo (ph. Claudio Masetta Milone)

di Ada Bellanova 

Nostri questi morti dissolti/ nelle fiamme celesti, / questi morti sepolti/ sotto tumuli infernali, nostre le carovane d’innocenti / sopra tell di ceneri e di pianti. / Nostro questo mondo di follia. Quest’im-mondo che s’avvia...[1]

In questi versi, di Frammento, Consolo accusa l’umanità intera, inchiodandola alle proprie responsabilità di fronte alla morte di innocenti: lo fa definendo «nostro» sia lo spazio stravolto del pianeta e della contemporaneità – l’ «im-mondo» – sia la massa di cadaveri che ne sono vittime. Non si fa fatica a leggere in questo breve e raro testo poetico soprattutto l’indignazione per le morti generate da guerre e migrazione nel mare nostrum, quel mare in cui, come scrive Braudel, più volte citato, «l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato» [2].

Penso che oggi, di fronte ai nuovi, continui sbarchi, di fronte ai nuovi morti in mare, alle politiche europee ancora non risolutive e divisive, ma anche di fronte ai nuovi conflitti, Consolo avrebbe simili, se non identiche, parole di indignazione. Mi vengono in mente altri versi però, anche questi poco noti, che mi sembra possano costituire una sintesi dell’alternativa all’«im-mondo» proposta dall’intellettuale, proposta sempre valida, tanto più per chi abita il Mediterraneo. 

Sei nato dal carrubo
e dalla pietra
da madre ebrea
e da padre saraceno.
S’è indurita la tua carne
alle sabbie tempestose
del deserto,
affilate si sono le tue ossa
sui muri a secco
della masseria.
Brillano granatini
sul tuo palmo
per le punture
delle spinesante [3].

 Mi piace pensare che con l’ignoto “tu” Consolo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità non priva di sofferenze, nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi, soprattutto un’identità nata dagli incroci («sei nato da madre ebrea / e da padre saraceno»). 

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Il Mediterraneo di Consolo

La riflessione sulla complessità del Mediterraneo è il filo conduttore di tutta l’opera di Consolo e si innesta sulle considerazioni a proposito della varietà e della molteplicità che caratterizzano la storia, l’ambiente, il patrimonio della Sicilia [4]. Come estremamente significativo è nell’Isola il flusso incessante di energie umane e culturali, che hanno condizionato e condizionano il paesaggio, accostando e sovrapponendo più identità [5], allo stesso modo l’intero Mediterraneo è amalgama, crocevia di popoli differenti, non solo territorio della conflittualità ma anche patrimonio ricchissimo, possibilità della relazione e dello scambio.  

Dello spazio estremamente vario e molteplice Consolo coglie caratteri ricorrenti, corrispondenze e somiglianze: memoria di paesaggi noti, conoscenze geografiche, storia della rappresentazione si intrecciano nel proporre associazioni relative al patrimonio naturalistico, considerazioni sulle fragilità degli spazi urbani e sui problemi ecologici. Tutto il Mediterraneo è, ad esempio, regno solare degli aranci [6]; pini, ulivi, fichi e vigne caratterizzano il paesaggio balcanico ma anche quello greco, siciliano, turco [7]; le colline rocciose della Palestina somigliano a quelle degli Iblei siciliani [8]. Città, anche distanti, sono accomunate dalla fatica nella gestione della verticalità, della stratificazione, dal segno della decadenza a contatto con la modernità: la Casbah di Algeri è come il centro storico di Palermo [9], il paesaggio urbano siracusano somiglia a quello di Salonicco [10]. L’intero Mediterraneo, poi, è segnato da «piccoli luoghi antichi e obliati», dove natura e resti del passato si intrecciano [11] e che sono privi dell’attenzione che invece sarebbe doverosa.

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In questo scenario complesso l’uomo si macchia infatti della colpa dell’incuria nei confronti del patrimonio naturalistico e culturale. Ma ancor di più è responsabile della violenza contro la vita umana, in svariate forme. Il Mediterraneo è, per Consolo, spazio della conflittualità: Palermo, in preda alle lotte di mafia, è come Beirut [12]; Comiso, coi suoi missili Cruise, rappresenta la minaccia costante della violenza tra popoli [13]; l’integralismo del Maghreb stravolge la preghiera nella violenza brutale delle armi [14]; uno «scenario apocalittico, sconvolgente», un «paesaggio di macerie» [15] caratterizzano la Sarajevo del 1997; infernale è la Palestina, visitata dall’autore con altri membri del PIE nel 2002 [16]. Soprattutto il mare nostrum è teatro della violenza nei confronti dei migranti.

Alla rappresentazione del loro destino concorre l’uso del mito antico. I migranti, infatti, ripetono il tormento del vagare di Ulisse, che non è proposto come l’eroe del ritorno – tanto più che non si può più tornare davvero nella terra da cui si è partiti – ma è piuttosto il naufrago, l’esule senza nome alla corte del re dei Feaci [17]; essi sono Enea in fuga da una terra in fiamme, sono Troiane, fatte schiave e costrette ad allontanarsi dalla propria patria [18].

Ma ancor di più i versi eliotiani di Morte per acqua riescono a parlare della realtà contemporaneaIn Retablo l’episodio in cui la statua dell’Efebo di Mozia si perde nel mare suscita la riflessione su un’altra perdita, ben più grave, quella delle vite umane che in ogni tempo si sono spente e si spengono nell’acqua, «sciolte nelle ossa» come Phlebas il fenicio [19]. In L’olivo e l’olivastro la citazione si lega esplicitamente al ricordo della morte del giovane Bugawi, morto nel 1981 per il naufragio del Ben Hur e condannato a rimanere per sempre in fondo al mare [20]. Anche i naufraghi di Scoglitti [21] sono Phlebas il fenicio, e lo sono tutti i morti del Mediterraneo, tutti quelli che barconi stracarichi e responsabilità umane hanno lasciato affogare [22].

Pagina del manoscritto con la citazione di Braudel

Già in un testo del ‘90 Consolo evidenzia l’ampliamento smisurato del braccio di mare tra Sicilia e Nord Africa [23]: l’autore osserva un confine laddove prima non c’era «frontiera, barriera fra due mondi, ma una via di comunicazione e di scambio» [24]. Non è un caso che si riferisca in più occasioni all’emigrazione di lavoratori di Sicilia, di Calabria o di Sardegna nelle terre degli «infedeli», all’emigrazione specie ottocentesca fatta anche di intellettuali e borghesi [25]. La sua insistenza va considerata in relazione al suo interesse per quell’emigrazione africana in Italia che ha avuto origine negli anni Sessanta e che non si è più arrestata. Le riflessioni a tal proposito sono estremamente lucide e inquadrano precocemente la questione. 

I primi lavoratori tunisini, forniti del semplice passaporto con il visto turistico e sprovvisti di quell’autorizzazione che permetteva un regolare contratto di lavoro, giungevano in Sicilia nel 1968. La presenza di questi primi immigrati, costretti a ritornare in patria alla scadenza del visto turistico, rispondeva alla domanda di lavoro a buon mercato da parte di proprietari terrieri e di armatori, per i quali reclutare questa manodopera e sfruttarne la condizione abusiva era senza dubbio un vantaggio.  Ai primi immigrati si aggiunsero allora parenti e amici e il fenomeno si allargò [26].

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«L’emigrazione in Italia dei poveri del Terzo Mondo» [27] ha inizio a Mazara, città che il 17 giugno 827 – ricorda Consolo citando Amari – accolse lo sbarco dei musulmani [28]. A distanza di secoli il miracolo economico degli anni Sessanta attiva di nuovo la rotta dal Nord Africa [29] che va a riempire i vuoti lasciati dall’altro flusso migratorio, quello dei meridionali verso il Nord. Anche se il caso di Mazara ha una sua indiscussa esemplarità, il fenomeno già all’origine riguarda un po’ tutto il trapanese: una terra che ha più di un tratto in comune con la regione di partenza [30]. Ma mentre, accennando alla somiglianza geografica e culturale delle due rive del Mediterraneo, porta l’attenzione sulla vicinanza tra i popoli e sui risvolti positivi dello scambio del passato, Consolo fa emergere la stortura del presente e individua in questa nuova migrazione l’inizio di una lunga serie di episodi di xenofobia e persecuzione [31].

Nel 1999, in Di qua dal faro, l’intellettuale già lamenta l’assenza di previsioni, progettazioni, di accordi tra governi [32]. Gli articoli successivi, suscitati in particolare dalla legge Bossi-Fini, si concentrano sul contrasto evidentissimo, soprattutto a Lampedusa e nelle altre Pelasgie, tra l’opulenza del turismo nella natura incontaminata e la disperazione dell’approdo dei migranti [33]. Il procedimento antifrastico con cui Consolo si finge sostenitore delle ragioni dei ricchi vacanzieri contro gli sbarchi invadenti degli stranieri evidenzia lo stridere dei due mondi: «Ma lì, a Lampedusa, inopinatamente vi giungono anche, mannaggia, gli emigranti clandestini»[34]. Così la bella Lampedusa diventa scenario di guerra contro l’infedele, come nel poema ariostesco. Nel Duemila l’isola, divenuta da «remoto scoglio», «meta ambitissima del turismo esclusivo», è luogo d’approdo di pescherecci e gommoni che rovesciano «i nuovi turchi, i nuovi invasori saracini», ovvero il carico di clandestini [35]. E – ancora è dominante l’antifrasi –, se non ci sono gli antichi paladini a combatterli e neppure le navi militari auspicate da Bossi, c’è però il mare che s’infuria e travolge ogni imbarcazione [36].

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Assurde si rivelano le leggi per gestire gli arrivi e, se già prima della Bossi-Fini, Consolo lamentava la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, dopo il 2002 è ancora più duro. Bersaglio polemico sono le nuove normative, più rigide: le nuove disposizioni prevedono che le carrette siano bloccate in acque extraterritoriali, «forse anche speronate e affondate. Con tutto il loro carico umano» [37]. Bersaglio polemico sono i centri di prima accoglienza che – scrive – non meriterebbero questo nome, perché piuttosto di lager si tratta, luoghi atroci, di violenza e umiliazione [38]. Bersaglio polemico è la diffusione di sentimenti xenofobi, suscitati dalla politica nella mentalità comune, ben rappresentata dall’io narrante del racconto eponimo di La mia isola è Las Vegas che invoca la costruzione di muri d’acciaio per arrestare la marea dei migranti [39].

In quest’ottica di critica alla nuova legge e all’inadempienza del dovere morale verso i migranti va letta la netta opposizione di Consolo al progetto di un museo della migrazione a Lampedusa, promosso nel 2004 dalla deputata regionale dell’Udc Giusy Savarino. A lei l’autore si rivolge pubblicamente, accusando l’ipocrisia profonda di una tale iniziativa [40] e riflettendo su quanto sia irrimediabilmente compromessa l’identità dello spazio mediterraneo. Niente rimane del mare di miti e storia, niente della straordinaria convivenza tra culture diverse. Il monito dei reperti archeologici, delle narrazioni risulta poca cosa di fronte al mutamento dello sguardo collettivo sancito dalle leggi e ai lager mascherati da centri di accoglienza: il mare si è fatto frontiera, confine, che gli altri, gli stranieri, non devono superare. Ed è contemporaneamente cimitero, spazio del sacrificio, della tragedia. Perciò il progetto di un museo a Lampedusa è, per Consolo, strumento di una retorica ipocrita, che non è giusto appoggiare: che senso avrebbe un monumento all’emigrazione, quando proprio i migranti vengono combattuti, respinti, lasciati morire in mare?   

Divenuto, nei fatti, confine, limite, addirittura cimitero a causa della grande quantità di morti, il mare potrebbe essere, invece, occasione di arricchimento in virtù dello scambio tra popoli. È un’immagine ideale, eppure realizzabile, quella che Consolo propone, insistendo su una storia di civiltà, quella siciliana in particolare, che ha la radice della sua grandezza proprio nell’incontro tra le differenze: se l’isola è divenuta luogo di approdo dei migranti che provano a sfuggire alla guerra, alla persecuzione o alla povertà, non si deve dimenticare che il progresso, quello vero, è sempre figlio dell’arricchimento che proviene dall’alterità. Lo dimostrano gli straordinari effetti della dominazione araba in Sicilia, a cui Consolo riconosce, sulla base di un ricco corredo di fonti e seguendo l’opinione di Sciascia, un valore fondante in termini di identità [41]. Non a caso l’insistenza sulla presenza degli Arabi nell’Isola si traduce nella frequente celebrazione delle innovazioni in ambito agricolo, tecnico, delle trasformazioni in ambito artistico-culturale.

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Che l’arrivo di nuovi popoli – tutti, non solo gli Arabi – produca progresso è poi testimoniato per l’autore anche da migrazioni più antiche come dimostra l’entusiastica rappresentazione della Sicilia come museo a cielo aperto, che accoglie rovine del passato, città greche, elime, puniche. Numerosi sono i riferimenti alla nascita delle colonie, a volte molto precisi, con indicazione dell’ecista, del territorio di origine, degli sviluppi della vicenda coloniale, sulla base dei dati forniti da fonti antiche, come l’opera di Tucidide, o su testi più recenti che rinviano però alla storiografia greca: testi saggistici e prove narrative offrono una rappresentazione della Sicilia e del Mediterraneo che ne valorizza l’aspetto di crocevia di popoli e, concentrandosi sulle migrazioni dell’antichità, impostano un implicito confronto con gli spostamenti della contemporaneità, riconoscendovi ragioni identiche o simili, ovvero guerra, fame, difficoltà economiche.

Ne L’olivo e l’olivastro [42], ad esempio, Consolo si sofferma sull’emigrazione megarese verso la parte orientale dell’isola. La visita ai resti di Megara Hyblaea, assediata dall’orrendo polo industriale siracusano, suscita una rievocazione estremamente positiva dell’opera dell’ecista Lamis, dell’idea di uguaglianza e progresso dei coloni, della fertilità e della geometria nella suddivisione del terreno in lotti. All’enfasi sulla fondazione Consolo aggiunge il plauso per le capacità che i Megaresi, scacciati dai Corinzi di Siracusa, dimostrarono, affrontando l’ignoto della Sicilia occidentale dove fondarono Selinunte [43]. Se poi, in La Sicilia passeggiata, il mistero sull’origine di Segesta richiama i versi 755-758 del V libro dell’Eneide che, con il cenno alla costruzione del tempio di Venere sul monte Erice, fanno riferimento alla ktisis [44], questo accade perché allo scrittore interessa evidenziare la conseguente fusione tra popolazione straniera migrante (i Troiani) e popolazione locale (gli Elimi).

Risulta chiaro allora che per Consolo gli incontri, gli scambi tra popoli di culture diverse sono stati da sempre causa del cammino della civiltà, e che la chiusura, il rifiuto dell’ignoto che arriva da fuori, è perdita, regressione [45].Perciò, egli, servendosi di una frase di Zanzotto, «Ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma», descrive il vecchio continente come scioccamente arroccato nelle sue posizioni. Vecchia davvero è l’Europa, vecchia l’Italia, non solo per l’età media della popolazione, ma per una cecità di fronte all’arrivo delle masse disperate dei profughi che non riconosce la ricchezza dell’accoglienza e addirittura produce morboso attaccamento ai privilegi, difesi con pericolosi atteggiamenti xenofobi [46].

All’imperativo dell’accoglienza umanitaria, a cui implicitamente alludono nell’articolo Gli ultimi disperati del canale di Sicilia le immagini tremende del mare-cimitero («bare di ferro nei fondali del mare») e dell’orrenda pesca dei morti («i corpi degli annegati nelle reti dei pescatori siciliani»), Consolo aggiunge la necessità di una valutazione delle possibilità economiche e culturali, persino letterarie, che derivano dai flussi di migranti. 

meridiano

Conclusioni

Se l’emigrazione a cui si riferiva Consolo era soprattutto quella dal Nord Africa – anche se non mancano nella sua opera riferimenti ad altre rotte, non mediterranee – oggi la provenienza dei migranti è più varia e non interessa solo il canale di Sicilia, sebbene Lampedusa continui ad essere punto di approdo per molti. Siamo atrocemente avvezzi alle immagini di tragedie in mare: per citarne solo alcune, quella del 3 ottobre 2013 proprio nelle acque di Lampedusa, il naufragio nei pressi di Bodrum del 2015, tristemente noto per la foto del corpo del piccolo Alan Kurdi, o quello più recente di Steccato di Cutro.

Di fronte ad uno scenario complicato dalla varietà di provenienze e rotte e, ancora, da politiche non risolutive, la lezione di Consolo resta quanto mai valida. Dalla conoscenza storica deve venire la consapevolezza che il progresso è sempre figlio dell’incontro e non si può allora guardare al Mediterraneo, e a nessun altro luogo, in termini di confine, limite: in gioco ci sono, proprio come scriveva l’autore, questioni culturali e economiche che non possono essere trascurate e ciò da parte dell’uomo comune e da parte dei politici. L’invito alla memoria del nostro passato inoltre implica l’invito al recupero dell’umanità – i Feaci accolgono e soccorrono Ulisse quando lo trovano naufrago – e della pacifica convivenza tra popoli diversi – la civiltà araba, ad esempio in Sicilia, seppe proporre un lodevole dialogo tra le diversità. Se non vogliamo che l’«im-mondo» prenda il sopravvento, allora, dobbiamo soprattutto restare umani. 

Dialoghi Mediterranei, n. 64, novembre 2023
Note
[1] V. Consolo, Frammento, in Per una Carta “visiva” dei Diritti civili, Viennepierre, Milano 2001, anche in “Microprovincia”, 48, gennaio-dicembre 2010: 5.
[2] La citazione del passo di Braudel è molto frequente nell’opera di V. Consolo, ad esempio a conclusione di Il ponte sul canale di Sicilia (Di qua dal faro, in L’opera completa,a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano 2015: 1198). Il passo di Braudel è in F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, trad. it. di C. Pischedda, Einaudi, Torino 1976: 921-922.
[3] Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e C. Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.
[4] Sull’argomento, ho già scritto diffusamente in A. Bellanova, Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021: 281-307.
[5] Emblematico Uomini e paesi dello zolfo, in Di qua dal faro, cit.: 981-982.   
[6] Arancio, sogno e nostalgia, in “Sicilia Magazine”, dicembre 1988:35-46, ora in La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Mondadori, Milano 2012: 128-133, 128-129.
[7] Ma questa è Sarajevo o Assisi?, in “L’Espresso”, 30 ottobre 1997.
[8] Madre Coraggio, in La mia isola è Las Vegas, cit.: 196. 
[9] Orgogliosa Algeri tra mitra e coltello,in“Il Messaggero”, 20 settembre 1993.
[10] Le pietre di Pantalica, in Le Pietre di PantalicaL’opera completa, cit.: 619. Neró metallicó, in Il corteo di Dioniso, La Lepre edizioni, Roma 2009: 9.
[11] L’olivo e l’olivastroL’opera completa, cit.: 836.   
[12] Le pietre di Pantalica, in Le pietre di Pantalica, cit.: 625.
[13] Ivi: 623.
[14] Ad esempio in Quei parabolizzati che sognano l’Italia, in “Corriere della sera”, 20 giugno 1991 o Orgogliosa Algeri tra mitra e coltello, in “Il Messaggero”, 20 settembre 1993.
[15] Ma questa è Sarajevo o Assisi, cit.
[16  Madre Coraggio, in La mia isola è Las Vegas, cit.: 195-200.
[17] Sulla presenza del mito di Ulisse nell’opera di Consolo, si veda A. Bellanova, Un eccezionale baedeker, cit., passim.
[18] Versi dall’Eneide di Virgilio (II 707-710) e dalle Troiane di Euripide (vv. 45-47) vengono citati in più di un’occasione, soprattutto nei testi giornalistici, come monito e come testimonianza di un dramma che si ripete. Gli ultimi disperati del canale di Sicilia, in “La Repubblica”, 18 settembre2007, o in I muri d’Europa, cit.: 25, o Migrazione, la civiltà come arte della fuga, cit. Ma si veda anche l’inserimento dei versi Aen. II 780 a epigrafe dell’ultimo capitolo di Nottetempo, casa per casa, quello su fuga-emigrazione di Petro (Nottetempo, casa per casa, in L’opera completa, cit.: 748).
[19] Retablo, in L’opera completa, cit.: 453.
[20] L’episodio è rievocato, con citazione da Eliot, in L’olivo e l’olivastro, in L’opera completa, cit.: 865-866. Nel giugno del 1981 appena dopo il terremoto che aveva colpito Mazara, gli armatori ebbero fretta di rimandare in acqua le navi. Nel naufragio del Ben Hur morirono cinque mazaresi e due tunisini. L’identità di questi rimase ignota per diversi giorni: un indizio della condizione di sfruttamento e illegalità in cui lavoravano gli stranieri. Sullo stesso episodio, sempre con riferimento a Phlebas il fenicio, si veda Morte per acqua, in “Il Messaggero”, 15 luglio 1981, o “Ci hanno dato la civiltà”, in “La Voce”, 23 giugno 1994.
[21] Dedicato ai morti per acqua, in “L’Unità”, 29 settembre 2002. La citazione dei versi di Eliot chiude l’articolo e, che mi risulti, è l’unico caso in cui il passo è riportato per intero. Consolo si riferisce a quanto avvenuto il 24 settembre 2002: uno scafista abbandona a 300 metri dalla spiaggia di Scoglitti il suo carico di migranti; le onde impediscono l’approdo, muoiono 14 persone. 
[22] Gli ultimi disperati del canale di Sicilia, cit., o in I muri d’Europa, cit.: 29. Meno esplicito il riferimento a Eliot in Immigrati avanzi del mare, in “L’Unità”, 18 giugno 2003, dove è l’aggettivo “spolpato” (“qualche corpo gonfio o spolpato finisce nelle reti dei pescatori”) che allude a Phlebas il fenicio.
[23] Cronache di poveri venditori di strada, in “Corriere della sera”, 21 ottobre 1990.
[24] Il ponte sul canale di Sicilia, in Di qua dal faro, cit.: 1193.
[25] Si veda in particolare Il ponte sul canale di Sicilia, in Di qua dal faro, cit.: 1195-1196; Il Mediterraneo tra illusione e realtà, integrazione e conflitto nella storia e in letteratura, in G. Interlandi (a cura di), La salute mentale nelle terre di mezzo. Per costruire insieme politiche di inclusione nel Mediterraneo, Atti del Convegno di Psichiatria Democratica, Caltagirone, 12-13 marzo 2009, numero monografico di “Fogli di informazione”, terza serie, 13-14, gennaio-giugno 2010: 5-7. Si veda anche l’inserimento della vicenda come elemento narrativo in Nottetempo, casa per casa, che si conclude proprio con l’emigrazione di Petro in Tunisia (Nottetempo, casa per casa, cit.: 753-754).
[26] Sul fenomeno si veda A. Cusumano, Il ritorno infelice, Sellerio, Palermo 1978. Consolo lo cita in diverse occasioni, ad esempio, Il ponte sul canale di Sicilia, cit.: 1197.
[27]  L’olivo e l’olivastro, cit.: 865.
[28] Ivi: 864.
[29] Ibidem. Si veda anche Il ponte sul canale di Sicilia, cit.: 1197-1198. Molti gli articoli sul caso di Mazara, ad esempio I guasti del miracolo, in “Il Messaggero”, 10 luglio 1981; Morte per acqua, cit; “Ci hanno dato la civiltà”,cit. Ancora precedente l’articolo uscito su “Sans frontières” nel 1980 che si sofferma sulla storia di Mazara prima di concentrarsi sulla quarta guerra punica o guerra del pesce i cui protagonisti erano proprio i tunisini immigrati della casbah: Quatrième guerre punique, in “Sans frontières”, 30 settembre 1980.
[30] Alla somiglianza tra Italia meridionale e Nord Africa Consolo fa riferimento in “Ci hanno dato la civiltà”, cit. Sulla questione anche un articolo del 1981, Immigration africaine en Italie (“Sans frontières” 3 gennaio 1981): l’Italia è la prima tappa dei migranti per necessità geografiche ma anche perché è una terra non veramente straniera.
[31] L’olivo e l’olivastro, cit.: 865; Il ponte sul canale di Sicilia, cit.: 1197. Nel precedente I guasti del miracolo (cit.) Consolo rileva lo scandalo del dopo terremoto di Mazara (7 giugno 1981): ai tunisini vengono negate le tende, perché stranieri e perché non votanti e quindi ininfluenti nelle imminenti elezioni regionali.  
[32] Il ponte sul canale di Sicilia, cit.: 1197-1198.
[33] Il mondo di Bossi Fini stupido e spietato, in “L’Unità”, 29 agosto 2002.
[34] Ibidem.                                                               
[35] Lampedusa è l’ora delle iene, in “L’Unità”, 28 giugno 2003.
[36] Ibidem.
[37] Il mondo di Bossi Fini stupido e spietato, cit. 
[38] Ibidem ma anche Immigrati avanzi del mare, cit.
[39] La mia isola è Las Vegas, in La mia isola è Las Vegas, cit.: 217.
[40] Solo un monumento per gli immigrati, in “La Repubblica”, 21 agosto 2004. Sulla questione Consolo si era già espresso qualche giorno prima: Perché non voglio quel museo, in “La Repubblica”, 19 agosto 2004.
[41] Estremamente rappresentativa appare a proposito la sezione Sicilia e oltre in Di qua dal faro e, in particolare, il saggio introduttivo, La Sicilia e la cultura araba (Di qua dal faro, cit.: 1187- 1192).
[42] L’olivo e l’olivastro, cit.: 783.
[43] Ivi: 783-784, ma anche Retablo, cit.: 432; La Sicilia passeggiata, con fotografie di G. Leone, Nuova Eri, Torino, 1991: 94-95; Malophoros, in Le pietre di Pantalica, cit.: 578.
[44] La Sicilia passeggiata, cit.: 106.
[45] Quando i Lombardi emigrarono in Sicilia, in “Corriere della Sera”, 4 maggio 1991.
[46] Gli ultimi disperati del canale di Sicilia, cit. La frase di Zanzotto è ripresa da A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio. Conversazione con M. Breda, Garzanti, Milano, 2009: 68-69. Nell’ultima intervista Consolo riflette in modo particolare sull’ignoranza di chi solleva lo scontro di civiltà e accosta integralismo e islam: V. Pinello, La Sicilia di Consolo: l’ultima intervista, 27 gennaio, 2012, in“Golem”, in rete http://www.goleminformazione.it/articoli/vincenzo-consolo-e-la-sua-sicilia-sorriso-dellignoto-marinaio.html#.WHS021ycHDQ (verificato in data 15 ottobre 2023). 
Riferimenti bibliografici
Opere di Vincenzo Consolo
La Sicilia passeggiata, con fotografie di G. Leone, Nuova Eri, Torino 1991.
Il corteo di Dioniso, La lepre, Roma, 2009.
La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Mondadori, Milano 2012.
L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano 2015.
Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e C. Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.  
Articoli di Vincenzo Consolo
Quatrième guerre punique, in “Sans frontières”, 30 settembre 1980.
Immigration africaine en Italie, in“Sans frontières”, 3 gennaio 1981.
I guasti del miracolo,in“Il Messaggero”, 10 luglio 1981.
Morte per acqua, in “Il Messaggero”, 15 luglio 1981.
Cronache di poveri venditori di strada,in “Corriere della Sera”, 21 ottobre 1990.
Quei parabolizzati che sognano l’Italia, in“Corriere della sera”, 20 giugno 1991.
“Ci hanno dato la civiltà”, in “La Voce”, 23 giugno 1994.
Il mondo di Bossi Fini stupido e spietato, in “L’Unità”, 29 agosto 2002.
Dedicato ai morti per acqua, in “L’Unità”, 29 settembre 2002.
Immigrati avanzi del mare, in “L’Unità”, 18 giugno 2003.
Lampedusa è l’ora delle iene, in “L’Unità”, 28 giugno 2003.
Perché non voglio quel museo, in “La Repubblica”, 19 agosto 2004.
Solo un monumento per gli immigrati, in “La Repubblica”, 21 agosto
Gli ultimi disperati del canale di Sicilia,in“La Repubblica”, 18 settembre2007.
Migrazione, la civiltà come arte della fuga, in “L’Unità”, 18 settembre 2007.
I muri d’Europa, in L. Restuccia, G.S. Santangelo (a cura di), Scritture delle migrazioni: passaggi e ospitalità, Palumbo, Palermo 2008: 25-30.
Il Mediterraneo tra illusione e realtà, integrazione e conflitto nella storia e in letteratura, in G. Interlandi (a cura di), La salute mentale nelle terre di mezzo. Per costruire insieme politiche di inclusione nel Mediterraneo, Atti del Convegno di Psichiatria Democratica, Caltagirone, 12-13 marzo 2009, numero monografico di “Fogli di informazione”, terza serie, 13-14, gennaio-giugno 2010: 5-7.
Altra bibliografia 
Bellanova A., Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021
Braudel F., Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, trad. it. di C. Pischedda, Einaudi, Torino 1976.
Cusumano A., Il ritorno infelice, Sellerio, Palermo 1978.
Pinello V., La Sicilia di Consolo: l’ultima intervista, 27 gennaio, 2012, in“Golem”, in rete http://www.goleminformazione.it/articoli/vincenzo-consolo-e-la-sua-sicilia-sorriso-dellignoto-marinaio.html#.WHS021ycHDQ (verificato in data 15 ottobre 2023).
Zanzotto A., In questo progresso scorsoioConversazione con M. Breda, Garzanti, Milano 2009.

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Ada Bellanova, insegna lettere in un liceo pugliese. Si interessa di permanenza della letteratura greca e latina nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Si dedica da alcuni anni allo studio dell’opera di Vincenzo Consolo: da qui è nata la monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021). Ha collaborato con La macchina sognanteErodoto108.  Nel 2010 ha pubblicato il libro di racconti L’invasione degli omini in frac, con prefazione di Alessandro Fo e nel 2016 Papamusc, un breve romanzo edito da Effigi.

Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo[1]

Giuseppe Traina

            «Marabutto, s. m. Nome magrebino dei santoni musulmani, figure

intermedie tra eremiti e guerrieri; nell’uso europeo il termine indica

anche i mausolei di tali personaggi, che punteggiano i margini del deserto

e che nella forma più caratteristica consistono in una costruzione

cubica sormontata da una cupola. [dall’arabo marābit ‘acquartierato’]»

(Giacomo Devoto, Gian Carlo Oli, Il Dizionario della

lingua italiana, Le Monnier, Firenze 2000, p. 1219).

«Marabùt o marabùto, marabùtto [fr. Marabout dal port. Marabuto,

dall’arabo murābit ‘addetto alla guardia di un posto di frontiera’, poi

‘eremita’, 1847] s. m. 1 (st.) Combattente della Guerra santa, nell’Islam /

(est.) Santone, asceta, eremita. 2 (est.) La tomba dove un marabut è sepolto»

(lo Zingarelli. Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli,

Zanichelli, Bologna 2006, p. 1092).

Come hanno dimostrato i riscontri filologici di Gianni Turchetta e di Dominique Budor[2], il primo capitoletto de Lo Spasimo di Palermo è forse la parte del romanzo che ha trovato una stesura definitiva dopo il maggior numero di correzioni. Si tratta di un breve testo senza denominazione, che precede il capitolo numerato I ed è caratterizzato dall’uso del corsivo come segno di demarcazione. Ma la nuda evidenza tipografica si sposa con uno stile ancor più “alto” del solito: misterioso, oracolare, zeppo di criptocitazioni. Una voce, più evocante che narrante, invita un interlocutore ad “andare”: l’interlocutore acquista quasi subito i connotati di Ulisse. Sembra dunque un solenne “invito al viaggio” da compiere insieme. E svolge certamente una funzione introduttiva al romanzo, tanto che molti studiosi hanno deciso di denominarlo, omericamente, “proemio”: e così, per comodità, si farà anche qui.

Studiando Lo Spasimo di Palermo dal punto di vista narratologico, Michele Carini ha scritto che

un’istanza narrativa eterodiegetica – apparentata con quella che nell’Olivo raccontava episodi autobiografici – ritra[e] alcune vicende della vita di Chino, uno scrittore, autore di testi consoliani (il racconto Un giorno come gli altri, camuffato dal titolo Una perquisizione, e Le pietre di Pantalica). Facendo approdare Chino al silenzio, esito definitivo di uno straziante sviluppo esistenziale e civile, Consolo porta l’istanza narrativa a implodere nelle righe interrotte dalla riproduzione della lettera che il personaggio stava stendendo per il figlio: un’implosione dell’istanza autodiegetica – del soggetto, si potrebbe dire – che coincide con l’esplosione dell’attentato mafioso di via D’Amelio.[3]

Ciò detto, tra L’olivo e l’olivastro e il romanzo estremo esiste anche qualche differenza: quel poco di documentario e quel tanto di autobiografico che, da un lato, caratterizzano L’olivo e l’olivastro come testo non finzionale, dall’altro gli conferiscono un ritmo concitato, da narrazione a progressione non lineare ma indubbiamente odeporica; tale ritmo e tali connotati vengono subito revocati in dubbio dal “proemio” e, poi, dal dispiegarsi ben poco narrativo, ma comunque finzionale, de Lo Spasimo di Palermo. Nel breve testo in corsivo, infatti, viene tematizzato un sottotesto fondamentale del romanzo: la dialettica tra tempo che scorre e tempo immobile e, di conseguenza, la consistenza della storia. Sono temi mai assenti nella precedente narrativa consoliana ma mai così chiaramente presenti come nel romanzo estremo: tanto che il terzo capoverso del “proemio” consiste in un asciutto «La storia è sempre uguale»[4].

Si aggiunga che il “proemio” è tutto giocato in dialogo con Thomas S. Eliot[5] ma, mi sembra, in una prospettiva che va oltre la puntualità delle singole citazioni e che può riverberarsi sull’intero impianto del romanzo. Nel caso specifico, alle citazioni esplicite da East Coker, il secondo dei Quattro quartettiOra la calma t’aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza. / In my beginning is my end»[6]), e da The love songs of J. Alfred PrufrockAllora tu, […] ed io, […] andiamo»[7]), aggiungerei, come tema di base, la riflessione sul tempo sviluppata lungo i tutti i quattro quartetti e un altro elemento importante, relativo ancora a East Coker: mentre le parole sul principio e sulla fine scandiscono, coerentemente, il principio e la fine del primo “tempo” e, meno letteralmente, un po’ tutto il terzo “tempo” di East Coker, invece nel corpo del quinto “tempo” leggiamo un gruppo di versi che ci spinge verso il grande tema de Lo Spasimo di Palermo, ovvero l’impossibilità di scrivere, l’afasia: ««E così eccomi qua, nel mezzo del cammino, dopo vent’anni / vent’anni in gran parte sciupati, gli anni dell’entre deux guerres… / A cercar d’imparare l’uso delle parole, e ogni tentativo / è un rifar tutto da capo, e una specie diversa di fallimento / perché si è imparato a servirsi bene delle parole / soltanto per quello che non si ha più da dire, o nel modo in cui / non si è più disposti a dirlo»[8].

            Fermo restando che la prospettiva di Eliot è più possibilista verso un esito positivo dell’inciampo scrittorio[9], poco dopo leggiamo altri versi che ci ricordano, suggestivamente, ulteriori elementi presenti nel romanzo consoliano: «La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo / il mondo diventa più strano, la trama più complicata / di morti e di vivi. Non il momento intenso / isolato, senza prima né poi, / ma tutta una vita che brucia in ogni momento / e non la vita di un uomo soltanto / ma di vecchie pietre che non si possono decifrare»[10]. Sono versi che, sebbene preludano a una serena ricomposizione negli anni della vecchiaia, che è del tutto estranea al romanzo, è impossibile non siano stati tenuti presenti da Consolo, data l’importanza che la casa, la “trama di morti e di vivi”, il nesso tra vita individuale e contesto indecifrabile assumono ne Lo Spasimo di Palermo. Eliot, insomma, si conferma il poeta moderno di riferimento[11] per Consolo e la trafila Dante-Eliot aggiorna la filigrana ulissiaca a cui lo scrittore siciliano è sempre rimasto fedele.

L’armamentario mentale di Consolo non è “barocco” soltanto in Retablo o in Lunaria: si pensi al fatto cheil romanziere delle scritte del Sorriso dell’ignoto marinaio hainserito una scritta anche ne Lo Spasimo di Palermo, ed è, non a caso, l’iscrizione incisa sull’arco dell’ingresso alla grotta dei Beati Paoli, che recita «PER ARTE E PER INGANNO»[12]. Come a suggerire che l’artificio e l’inganno si porranno sempre come ostacolo per chi vorrà provare a soddisfare la sete di giustizia del popolo siciliano: una setta di pseudo-giustizieri nella narrativa popolare di Luigi Natoli o nel cinema feuilleton di Louis Feuillade; un vero, ma quasi disarmato, giustiziere nella viva carne del giudice Paolo Borsellino.

Se le armi del raddoppiamento e del nascondimento sono per l’autore più che legittime, anche il lettore è legittimato a tentare di smascherarle. E a ripercorrere, per cominciare, il grande tema della profondità ctonia, già così spesso emergente in L’olivo e l’olivastro: abissi scavati nella dimensione mitica e archeologica della geologia isolana ma anche, specularmente, abissi della mente, rimozioni dell’inconfessabile, sconfinamenti nel dominio profondo e rimosso della follia – con abilissima capacità di fare interagire la tragedia individuale della follia con la rimozione sociale della follia stessa (manicomi, conventi, case di cura o consimili strutture forse di cura, certamente di coercizione[13]) fino ad attingere una dimensione ontologica della follia, secondo un’ipotesi non troppo azzardata di Claude Ambroise[14].

Le tante immagini di “catoi”, grotte, rifugi, fenditure del terreno, fino all’immagine (e al nome) cruciale del “marabutto”, non escludono la presenza di profondità equoree, sia pure degradate ad «acqua catramosa»: «Fluttuava sul fondo dell’acqua catramosa il nome della remota visione, dell’oblunga sagoma implacabile. Si domandava da quale muffito sotterraneo, da quali strati dimentichi del tempo poteva esser sorto, nel tempo dell’infanzia, quell’arcaico incunabolo»[15]. Un brano breve, ma che presenta elementi essenziali del romanzo: la rimozione inconscia (gli «strati dimentichi del tempo»), il nesso tra l’immagine che emerge dai ricordi infantili (il giustiziere Judex) e la capacità che ha il cinema di condensare tali immagini di “remote visioni”, l’idea del tempo passato che nel concreto è disutile al presente (il «muffito sotterraneo») se non come operazione conoscitiva, frutto di un indispensabile “domandarsi”. E, d’altra parte, l’elemento equoreo non può non rimandare alla dimensione del materno: se Lo Spasimo di Palermo è innanzitutto un romanzo sul rapporto padri-figli, il tema della maternità precocemente mancante (per Chino e per Lucia) o non appagante (per Mauro) è sì secondario ma comunque importante.

La «sagoma implacabile» è dunque quella di Judex. Non certo una figura celeberrima dell’immaginario cinematografico ma recuperata in questa sede non soltanto per la sua valenza simbolica di giustiziere vendicatore ma perché legata a un preciso ricordo personale d’infanzia, che è anche dell’autore ma che per il personaggio protagonista (e per la sua futura moglie Lucia) assume il valore di trauma e, come tale, è diventato oggetto di rimozione.

Judex è un celebre feuilleton cinematografico in 12 episodi, diretto fra il 1914 e il ’16 da Louis Feuillade. I padri salesiani di Sant’Agata di Militello ne possedevano una copia in pellicola, che proiettavano periodicamente al «cinemino dell’oratorio»[16]: a queste proiezioni assistette il piccolo Vincenzo (ma anche il piccolo Chino Martinez. E anche suo padre da bambino[17]! Chissà, forse anche il padre di Consolo, da bambino?) durante una sera d’estate, proprio quando un bombardamento alleato semina la morte nel paesino costiero[18]. Il ricordo del film si lega indelebilmente al trauma del ferale bombardamento e lascia nel Consolo adulto l’esigenza di rivedere quel film: esigenza soddisfatta quando lo scrittore rivide le cinque ore abbondanti di film, nell’edizione restaurata, a Parigi, presso la cineteca della Gaumont, nel febbraio 1997[19]. Ma soddisfatta anche dal personaggio Chino, nello stesso luogo e per i buoni uffici della nuora Daniela: personaggio che, per inciso, è l’unica presenza femminile positiva e solare del romanzo, che si pone come punto di mediazione tra le asperità caratteriali del padre Chino e quelle del figlio Mauro.

Mi sono dilungato su queste coincidenze tra infanzia dell’autore e infanzia del personaggio perché sono le più rilevanti in tutto il romanzo. Anzi, secondo Dominique Budor, sono «il nucleo germinativo più intimo del racconto e della sua strutturazione: il ricordo infantile che iscrive il bisogno di giustizia di tutta una vita e il dovere di raccontare tra il bombardamento […] e l’esplosione che, il 19 luglio 1992, uccise in via D’Amelio il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta»[20].  Budor ha ragione anche quando ricorda che l’autobiografismo assume una valenza sovraindividuale, perché il libro «è un ritratto, certo pervaso di biografemi che fondano un autobiografismo lucido e doloroso, dell’esistenza civile di molti intellettuali in Sicilia e in Italia dal dopoguerra agli anni di piombo»[21].

Le reminiscenze cinematografiche sono ulteriormente suggellate dal riferimento iniziale all’albergo parigino La dixième muse (che oggi si definirebbe un albergo “a tema” cinematografico), trasparente allusione al piccolo e bizzarro Hotel du 7e Art[22], fino a pochi anni fa esistente in rue St. Paul, nel cuore del Marais, a pochi passi dalla casa parigina di Mario Fusco (1930-2015), autorevole italianista francese, docente alla Sorbonne, e traduttore nel 1980, insieme a Michel Sager, del Sorriso dell’ignoto marinaio nonché di tanti libri di Sciascia, Calvino e altri scrittori italiani. Un’allusione, quest’ultima, che non riveste particolare importanza nell’economia del romanzo ma che vale come affettuoso ammiccamento amicale (un po’ come accade per i tanti amici scrittori o artisti siciliani menzionati ne L’olivo e l’olivastro).

L’episodio del bombardamento non si chiude con la grande paura provata dal piccolo Chino e con il suo nascondersi, guarda caso, in un «catoio», ma si prolunga traumaticamente, nei giorni successivi, a causa di ulteriori bombardamenti e della visione ravvicinata di qualche cadavere. Ne deriva la decisione del padre di Chino di rifugiarsi in campagna, in contrada Rassalèmi, dove egli, vedovo, viene raggiunto dall’amante, «la siracusana», con la figlia Lucia, coetanea di Chino, che sarà il suo primo amore e poi sua sposa. A proposito di questo tenerissimo personaggio, destinato a rinchiudersi nella follia, non mi pare sia stato finora notato che Lucia e Chino Martinez potrebbero essere fratellastri[23]. Se così fosse, al sottotesto zeppo di rimandi all’epica e alla tragedia greca si aggiungerebbe il fatidico ingrediente di un parziale incesto!

Torniamo a Rassalèmi, dove il nuovo amico Filippino conduce Chino a vedere una «tana»:

Filippo gli mostrò l’entrata ad arco, schermata dalle frasche, d’una cisterna o marabutto sepolto dal terriccio. Dentro era una stanza vasta, la lama d’una luce che per lo spacco nella cuba colpiva il suolo muffo, schiariva i muschi sopra i muri, e lo strame, i nòzzoli di capre presso i canti. In una nicchia, sopra la malta liscia, era la figura d’un uomo accovacciato, un gran turbante, gli occhi a calamaro, che pizzicava le corde d’un liuto, d’una donna allato fra viticchi e uccelli che ballava.[24]

Il nome “marabutto”, dunque, indica qui una cisterna sotterranea, utilizzata forse per accumularvi acqua (lo farebbero pensare la presenza di muschi e il suolo muffito) oppure come rifugio per capre: usi recenti, e degradati, rispetto alla destinazione primitiva a tomba o mausoleo[25], testimoniata dalle decorazioni murarie. Come vedremo fra poco, il nome è polisenso ma qui contano essenzialmente i significati che il luogo, e il suo nome, assumono nella storia di Chino Martinez; nell’infanzia il marabutto, appena scoperto, diventa prima una sfida, lanciatagli da Filippino e che pare, forse, preludere al suo futuro da scrittore: «“C’è qui la trovatura” disse Filippino. “Ci vuole il motto giusto, e appaiono pignatte, cafisi di tarì. Sai uno strambotto, una rima per spegnare?”»[26]. Al che, per risolvere il problema, il piccolo Chino pensa di poter “spegnare” ricorrendo a una filastrocca imparata all’oratorio, fatta di «parole senza senso, ch’erano forse parodia, scherno d’una lingua»[27].

Trovare la parola giusta, senza ricorrere a facili e inutili schemi precostituiti, sarà il suo difficile destino di scrittore: Chino cercherà di essere scrittore nel segno dell’impegno civile, non in quello del facile guadagno, della letteratura di consumo, di una mercantile “trovatura”; eppure egli si sentirà sempre minacciato dallo spettro del “disimpegno”, che Consolo preferisce chiamare “astrazione”, soprattutto dopo l’arresto e la fuga di Mauro. E poiché Consolo per ogni problema di difficile soluzione propone un emblema, ecco che l’emblema prescelto coincide con la scrittura di Jorge Luis Borges: «Rapida si presentò, unita come sempre al suo rimorso, emblema fisso d’ogni astrazione, latitanza, la sagoma bianca del fantastico bibliotecario, del cieco poeta bonaerense ch’era andato quella volta ad ascoltare nell’affollato anfiteatro»[28]. Questo pensiero è dettato a Chino da una frase ironica pronunciata da Mauro: nel complicatissimo rapporto padre-figlio parole come “rimorso” e “latitanza” hanno, dunque, una pregnanza molto precisa.

Torniamo al marabutto, che nell’infanzia di Chino diventa un ricovero, utilizzato per sfuggire alla collera paterna: «corse al marabutto, al rifugio incognito, segreto, ov’era deciso a rimanere sempre, solo, fuori da tutti, il mondo, sempre fino alla morte, avrebbe visto il padre, sì, avuto così scorno, rimorso infine, pentimento». Rassicurato dal progetto autoreclusivo, il bambino si fa incantare dalle pitture murali, e soprattutto dalla figura muliebre che evoca l’universo femminile a lui familiare, con le sue note rassicuranti, seducenti o tragiche: «la giovane maestra che leggeva a scuola il suo componimento, Urelia col suo caldo e l’ansia acuta d’aglio, la siracusana bella e pregna di confetto, Lucia dorata e crespa, e la madre bianca più del letto, smunta, straziata, che lenta se n’andava»[29].

Il marabutto è anche un segreto da condividere non tanto con Filippino, che lo considerava appena appena una tana, ma con Lucia, capace di goderne la bellezza favolosa: «La condusse anche al marabutto, dov’erano gli incanti, spirti nani monachelli pinture saracine». Ma questa spedizione innocente, che avrebbe dovuto implicare un puro godimento estetico, dà luogo, invece, a un trauma che funziona, in forma degradata, da “scena primaria”: Chino sente gemiti erotici che provengono dal marabutto, riconosce le voci del padre e della siracusana che fanno l’amore e a stento impedisce a Lucia di rendersi conto della situazione, dicendole, con prontezza, di scappare perché «ci son dentro diavoli raggiati»[30]. Sorge in lui, ma in assenza di un triangolo edipico normale, un sentimento misto di rivalsa, impotenza, invidia e odio nei confronti del padre che lo condurrà, forse, a denunciarlo ai tedeschi. Ciò avverrà perché, nel frattempo, il marabutto diventa rifugio dai bombardamenti per la famiglia Martinez e il loro vicinato e poi rifugio per un tedesco disertore che il padre di Chino decide di aiutare, portandosi dietro anche la siracusana. Ma ai soldati tedeschi che cercano il commilitone qualcuno rivela, a fior di labbra, che il nascondiglio è il marabutto: «Quel maledetto nome ch’egli non seppe mai, mai volle sapere s’era affiorato sul labbro suo per l’odio verso il padre, su quello d’Aurelia per il terrore o pure dall’innocenza di Lucia»[31]. Ne consegue la morte del padre e della siracusana: fonte di rimorso perenne per Chino e, per Lucia, anche radice del futuro impazzimento, perché, diversamente da Chino che è fuggito («Lui no, non aveva visto, era fuggito, una fuga era stata la sua vita»[32]), la bambina ha visto i cadaveri della madre e del padre di Chino (probabilmente padre anche di lei). La denuncia del rifugio nel marabutto è un lapsus: di conseguenza, la morte dei genitori è tabuizzata e il nome “marabutto”, per il lettore, diventa una parola passepartout che ricorre in maniera cangiante lungo tutto il romanzo perché si è caricata di significati rimossi. Chino non ricorda, non sa: anzi, non vuole sapere. Lo ripeterà, per accenni, altre volte, e lo scriverà, onestamente, nella lettera-confessione finale destinata al figlio Mauro e interrotta dall’attentato finale al giudice:

Non sono mai riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo d’odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario. Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello scienziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre.[33]

Il tabù si lega strettamente al luogo, al marabutto – che, dopo essere stato tragica pietra d’inciampo nel rapporto tra Chino e suo padre, è proprio la parola su cui s’interrompe la lettera di Chino al figlio; e dunque si lega al nome, rendendo legittimo interrogarsi su «i sensi vari del nome marabutto»[34]: luogo-incubo, luogo sacro, prete della moschea o maestro del Corano, eremita santo o sacro pazzo. È noto che i motivi dell’eremita e del frate folle costituiscono una filiera intratestuale dell’opera consoliana, dal frate Nunzio di Il sorriso dell’ignoto marinaio al frate Agrippino de Le pietre di Pantalica – entrambi consegnati alla follia penitenziale – fino all’eremita frate Ugo di L’olivo e l’olivastro, il quale, saggio e sereno, «non sembrava tormentato da visioni, fantasie»[35].

Il 19 agosto 1993 Consolo fu accompagnato a visitare il belga frate Ugo Van Doorne dall’amico poeta e antropologo Sebastiano Burgaretta, il quale ha rievocato un incontro durato «per più di quarantacinque minuti», durante il quale Consolo ascoltò il frate «con molta attenzione, e fu la sola volta che, in tante escursioni e visite qua e là per la Sicilia fatte con lui, lo vidi prendere qualche appunto su un pezzetto di carta»[36]. L’io narrante di L’olivo e l’olivastro, dopo aver passato in rassegna l’iconografia classica del santo eremita, s’interroga esplicitamente sulla «disumana ritrazione» o «crudele frattura» dell’eremitaggio e si chiede come ha fatto l’eremita belga, in mezzo a una natura inospitale, a «rimanere integro, sereno, a non scivolare nel degrado, piombare nel precipizio delle allucinazioni, nella voragine della paranoia»[37]. Dell’incontro è come se gli rimanesse soprattutto l’eco di un parlare:

Parlava e parlava ed erano le sue parole d’un linguaggio chiuso, rarefatto, iterativo, circolare come un rosario, privo di consequenzialità, di svolgimento, privo di varchi, aperture verso il reale, il contingente. Un cielo, una sfera di spaesamento, di disagio, in cui, se privo di fede, non ti soccorre, trasporta, come in Dante, il canto, la miracolosa poesia. Ce n’è altri di questi anacoreti, di questi anacronistici, assurdi angeli? Che segno hanno in questa fine di millennio, quale messaggio, quale profezia proclamano?[38]

L’incontro deve aver turbato molto Consolo: ha confrontato frate Ugo, eremita vero, con gli eremiti dei suoi libri e ha escluso la follia, ma non l’ecolalia. Frate Ugo non è afasico ma la sua parola non comunica; è un angelo ma è anacronistico e assurdo. La sua profezia è incomprensibile e la fede che lo illumina gli consente di incontrare altri esseri umani, ma la comunicazione è ardua, problematica. E tuttavia il colloquio (o il monologo?) dura quarantacinque minuti.

Nel romanzo verso il quale L’olivo e l’olivastro si proietta, ossia ne Lo Spasimo di Palermo, Chino Martinez, dopo la morte della moglie e l’esilio del figlio, opta per una sorta di romitaggio laico: il ritorno a Palermo, nel brutto appartamento condominiale che è soltanto un pallido travestimento della splendida villa con giardino dello zio. Ma la stessa idea di farsi romito dentro la caoticissima città è una follia illusiva: limitarsi a frequentare i vecchi e fedeli custodi della casa o rifugiarsi nella solitudine della biblioteca comunale di Casa Professa non può bastare perché la realtà tentacolare della mafia s’insinua nelle pieghe della vita quotidiana anche della persona più schiva e solitaria – si noti che l’afasia da scrittore di Chino è anche afasia, o riduzione al minimo indispensabile, nei contatti verbali con le persone che egli incontra, con l’unica eccezione del fioraio mastr’Erasmo. Per non parlare, poi, del valore difensivo che il silenzio (l’afasia) riveste nei colloqui col figlio Mauro, quando gli argomenti si fanno scabrosi e lo scontro imminente: «Il silenzio come sempre li difese, la divagazione scansò ogni sguardo, ogni parola»[39].

Allora, per quanto difficile sia la comunicazione con frate Ugo, è forse a lui, all’importanza dell’incontro con lui che Consolo pensa quando, nella pagina proemiale del romanzo,pronuncia l’auspicio «T’assista l’eremita»[40]. Ma, come abbiamo visto, è un auspicio che nell’economia del romanzo va messo dialetticamente in relazione con l’effetto dirompente dell’ancipite “marabutto”, il luogo/nome dell’eremita, che finirà per rivestire un significato luttuoso per Chino, di follia per Lucia. E ciò spiega perché, poco prima dell’esplosione letale che conclude il romanzo, sia proprio il fioraio a pronunciare

Uno di quei suoi motti, oscuro questa volta, inquietante.

Ddiu ti scanza d’amici e nnimici, e di chiddi

chi ti mancianu lu pani.

Ddiu ti scanza di marabutta.[41]

Alla luce di questa cangiante funzione semantica, potremmo infine chiederci se il marabutto non sia anche un borghesiano aleph[42] – «Nell’Isola sono convenuti tanti raggi luminosi della storia, che qui, emessi straordinari bagliori, si sono spenti. Ed è certo che a Palermo, in qualche segreto, buio sotterraneo del Palazzo dei Normanni, della Zisa, dello Steri, nelle cantine di qualche fastoso palazzo barocco poteva nascondersi il prodigioso Aleph: il luogo che contiene tutti i luoghi, la storia che contiene tutte le storie» –, l’illuminazione su una verità sconcertante, appresa da «un libro raro, da sempre sognato, sul quale aveva oltremodo fantasticato, TOPOGRAPHIA E HISTORIA GENERAL DE ARGEL»[43].

D’altra parte, lo sappiamo bene dal proemio, Chino Martinez è un’ennesima nuova versione del multiforme mito di Ulisse: è un Ulisse che arriva, sì, a Itaca ma trova la reggia vuota, priva di Penelope perché la moglie di Chino, Lucia, è impazzita e morta, dunque egli non sa a chi svelare «il segreto che sta nelle radici» e, preda di questa tragedia, ha bisogno della calma per «ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza»[44]. Il nome, il punto: l’aleph, insomma.

Ma anche questa è una conclusione provvisoria: l’indagine ermeneutica su un romanzo misterioso come Lo Spasimo di Palermo – un romanzo il cui intreccio sottopone il lettore alla necessità di ritornare sempre sulle conclusioni a cui gradualmente è arrivato, per rimetterle sempre in discussione – deve procedere necessariamente per approssimazioni successive.

E vale qui la pena di chiedersi se il motivo dell’eremita, declinato nel romanzo estremo in modalità molto diverse rispetto al passato, non si leghi, nel segno dell’isolamento, alla solitudine del giudice, del personaggio anonimo del romanzo e all’atroce, vera solitudine sperimentata da Paolo Borsellino fra il 23 maggio e il 19 luglio 1992[45].

Ma sorge, anche, un’altra domanda: perché Consolo ricostruisce, nella conclusione del romanzo, la morte di Borsellino e non quella di Falcone? O, meglio, perché Consolo assegna a Borsellino, e non a Falcone, la funzione simbolica del vendicatore, impersonata fantasmaticamente da Judex? Domande non superflue, credo, perché, nell’immaginario collettivo degli anni Ottanta e Novanta il giudice Falcone aveva una “presenza” simbolica e un carisma[46] certamente superiori a quelli di Borsellino. E allora, perché non lui ma Borsellino?

Mi sono dato tre risposte, di ordine assai diverso: la prima, che colloco sul piano della realtà, è che, se già la strage di Capaci era stata vissuta dall’opinione pubblica come un’enormità, l’omicidio di Borsellino, così immediatamente successivo, fu vissuto con orrore ancor maggiore, come l’emblema di una misura ormai colma, rispetto alla quale una reazione era necessaria (era necessario, per dirla con le ultime parole del romanzo, che la mano di Dio si facesse «palisi»[47]); la seconda risposta è che sarebbe apparsa un’insostenibile casualità il fatto che Chino Martinez sfrecciasse sull’autostrada contemporaneamente alla macchina di Falcone (però questa risposta funziona sul piano della coerenza narrativa e della verosimiglianza romanzesca, a dimostrazione del fatto che, anche in un’opera-limite come Lo Spasimo di Palermo, Consolo doveva pur fare i conti con le regole e le tradizioni del romanzo, che invece non mancava mai di definire come un genere ormai defunto); la terza risposta non si colloca su un piano ma s’inabissa nel marabutto dell’inconscio e riguarda il fatto che, mentre Falcone muore insieme alla moglie, Borsellino invece muore davanti agli occhi della madre. Della quale Chino aveva in precedenza immaginato la pena, l’ansia e, nella sua immaginazione, aveva pensato a come anche Lucia, se fosse sopravvissuta alla follia, avrebbe atteso con ansia e con pena il ritorno di Mauro. L’ansia e la pena, se si vuole, di Penelope. E già che siamo a questa trafila metaforica femminile, è bene ricordare il bellissimo inizio del X capitolo, quando Chino stenta a ricordare i tratti del volto di Lucia, che pare poi trascolorare in Euridice («il volgere le spalle, l’andarsene man mano, lontana nel sacro regno, oscuro»[48]), come è stato suggerito da Ada Bellanova[49], ma anche, poco dopo, nella potentissima immagine, ancora omerica, dell’impossibile abbraccio di Ulisse all’ombra della madre: «La piena assenza. Lui mùtilo, smarrito, perso nell’inconsistenza, nel protendere le braccia, stringere a sé un’ombra»[50].

La madre, dunque, arcana immagine – omerica e perenne – collegata alla morte. E qui il cerchio, forse, si chiude se pensiamo che nel racconto Le macerie di Palermo Consolo riferisce di aver visitato la farmacia Borsellino, proprietà del padre di «quel Borsellino che io, bambino di dieci anni, forse avevo visto, in quel lontano 1943, sgambettare in braccio alla madre, là nella farmacia di via Vetriera nel quartiere della Kalsa»[51]. Come dire, la prefigurazione del sacrificio mafioso del phàrmakos Borsellino incastonata in un fotogramma memoriale collocato, non a caso, dentro la farmacia di uno dei quartieri più poveri e massacrati di Palermo. Un phàrmakos bambino fissatosi, nella memoria di un altro bambino siciliano, come in braccio a quella madre da cui si recherà in visita al momento dell’esplosione, in via D’Amelio, quarantanove anni dopo. La farmacia di via Vetriera, peraltro, ritorna nel decimo capitolo de Lo Spasimo di Palermo e, anche se il cognome Borsellino non appare mai, le figure della farmacista sorella del giudice e dello stesso giudice, nonché della madre che ne aspetta le visite dal balcone della casa in una via D’Amelio pallidamente travestita da via D’Astorga, sono luoghi e personaggi di romanzo perfettamente coincidenti con luoghi e personaggi della realtà storica. Forse Consolo vuole suggerirci che anche la vita di Paolo Borsellino[52] si è svolta tra un aleph (la farmacia di famiglia) e un tragico marabutto (l’isolamento, la via D’Amelio) dal quale qualcuno l’avrebbe dovuto proteggere («Ddiu ti scanza di marabutta»).


[1] Questo testo è la rielaborazione abbreviata di un capitolo del mio libro «Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia), Milano-Udine, Mimesis 2023, pubblicato nella collana “Punti di vista”, diretta da Gianni Turchetta, che qui ringrazio calorosamente per averne autorizzato la riproduzione scorciata; così come ringrazio Claudio Masetta Milone per la cortesia con cui ospita questo testo nel sito Internet da lui impareggiabilmente curato.

[2] Cfr. Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, in V. Consolo, L’opera completa, a cura di G. Turchetta, Milano, Mondadori, 2015; Dominique Budor, Nell’officina di Vincenzo Consolo: il “dossier” di Lo Spasimo di Palermo, in «Autografo», XXVI, 59, 2018.

[3] Michele Carini, «E questa storia che m’intestardo a scrivere». Sull’istanza narrativa nell’opera di Vincenzo Consolo, in «Recherches», 21, 2018, cit., p. 167.

[4] Lo Spasimo di Palermo, in L’opera completa, cit., p. 877.

[5] Cfr. Gianni Turchetta, Note e notizie sui testi, cit., p. 1437.

[6] Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 877.

[7] Ibidem. La citazione, qui tradotta e interpolata, verrà ripresa nel testo originale alla fine del capitolo V: «Let us go then, you and I…» (ivi, p. 924).

[8] T. S. Eliot, Quattro quartetti, East Coker, V, vv. 1-7, trad. it. di Filippo Donini, in T. S. Eliot, Opere 1939-1962, a cura di R. Sanesi, Bompiani, Milano, 2003, p. 361, secondo corsivo mio.

[9] «[…] c’è solo la lotta per ricuperare ciò che si è perduto / e trovato e riperduto senza fine: e adesso le circostanze / non sembrano favorevoli. Ma forse non c’è da guadagnare né da perdere. / Per noi non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda» (vv. 15-18, ibidem).

[10] Vv. 19-25, ivi, p. 363.

[11] Sebbene non manchino nel romanzo riferimenti espliciti ad altri importanti poeti stranieri, soprattutto a Mallarmé e Rimbaud.

[12] Lo Spasimo di Palermo, ivi, p. 910.

[13] Non è casuale il riferimento a Foucault e a Basaglia ne Lo Spasimo di Palermo, p. 958. Il “dialogo” di Consolo con le opere di Foucault potrebbe essere oggetto di specifici approfondimenti; si pensi al brano in cui Chino Martinez evoca l’antico lazzaretto di Milano: «pensò alla metafora perenne di quell’opera, al marasma secentesco e ricorrente, all’ignoranza e alla violenza del potere, alla pazzia che cova e si propaga, ai contagi, alle pesti in ogni tempo di Milano, alla sinistra campanella dei monatti, alle carrette, alle forche ai carrobbi, alla bestemmia della colonna infame» (ivi, pp. 917-918).

[14] «Dans Lo spasimo di Palermo, la démence n’est pas que le destin d’un personnage, c’est bien une dimension de l’existence, une donnée ontologique» (Claude Ambroise, « Lo spasimo di Palermo », colloque Littérature et “temps des révoltes” (Italie, 1967-1980), 27, 28 et 29 novembre 2009, ENS LSH, Lyon 2009, http://colloque-temps-revoltes.ens-lsh.fr/spip.php?article158).

[15] Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 881.

[16] Dal buio, la vita, in Di qua dal faro, in L’opera completa, cit., p. 1181.

[17] Si noti l’acuta notazione anticlericale del padre di Chino circa i preti che «son bravi a conservare, specie i fantasmi, le paure del passato» (Lo Spasimo di Palermo, p. 883).

[18] Cfr. l’intervista di Elisabetta Rasy, Consolo. Soldato nero e caramella col buco, in «La Stampa», 14 luglio 1992.

[19] Cfr. Gianni Turchetta, Cronologia, in L’opera completa, cit., p. CXL.

[20] Dominique Budor, Nell’officina di Vincenzo Consolo: il “dossier” di Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 71.

[21] Ivi, p. 78.

[22] Ma nelle prime stesure del romanzo il nome dell’albergo era quello autentico: cfr. Dominique Budor, Nell’officina di Vincenzo Consolo: il “dossier” di Lo Spasimo di Palermo, cit., p. 82.

[23] Cfr. Lo Spasimo di Palermo, pp. 888 e 971.

[24] Ivi, p. 885.

[25] Si vedano le due definizioni lessicografiche poste in epigrafe a questo saggio. Del marabutto come luogo sacro Consolo parla a proposito del romanzo A occhi bassi di Tahar Ben Jelloun: cfr. Di qua dal faro, cit., p. 1210.

[26] Lo Spasimo di Palermo, ivi, p. 885, corsivo mio.

[27] Ivi, p. 882.

[28] Ivi, p. 913.

[29] Ivi, p. 886.

[30] Ivi, p. 887.

[31] Ivi, p. 889.

[32] Ivi, p. 922.

[33] Ivi, pp. 970-971.

[34] Ivi, p. 955.

[35] L’olivo e l’olivastro, in L’opera completa, p. 844.

[36] Sebastiano Burgaretta, Con Consolo per antiche pietre, postfazione a Rosalba Galvagno, L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Lecce, Milella, 2022, p. 277.

[37] L’olivo e l’olivastro, in L’opera completa, p. 844.

[38] Ibidem.

[39] Lo Spasimo di Palermo, ivi, p. 901.

[40] Ivi, p. 877.

[41] Ivi, p. 968.

[42] Palermo bellissima e disfatta, in Di qua dal faro, cit., p. 1213, primo corsivo mio.

[43] Lo Spasimo di Palermo, p. 954.

[44] Ivi, p. 877.

[45] Per inciso, nella lettera a Mauro, Chino Martinez scrive che «in questo luglio di fervore stagno […] [s]embra di vivere ora in una strana sospensione, in un’attesa» (ivi, p. 972): Consolo restituisce, con religiosa pietà, quel senso di tragica, ineluttabile attesa della morte che Paolo Borsellino confidava agli amici più intimi, dopo la morte di Giovanni Falcone.

[46] Anche di questo si parla nell’ottimo libro di Giovanni Bianconi L’assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone, Einaudi, Torino 2017.

[47] Lo Spasimo di Palermo, p. 974.

[48] Ivi, p. 958.

[49] Cfr. Ada Bellanova, Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano-Udine 2021, p. 171, n. 76.

[50] Lo Spasimo di Palermo, p. 958.

[51] Le macerie di Palermo in La mia isola è Las Vegas, a cura di Nicolò Messina, Mondadori, Milano 2012, p. 190.

[52] Fra i moltissimi libri dedicati al martirio di Borsellino vorrei indicare almeno Piero Melati, Paolo Borsellino. Per amore della verità. Con le parole di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino, Sperling & Kupfer, Milano 2022.

Kalasìa. Parole contro il potere.

“Kalasìa” è termine dialettale raro e tipico di Sant’Agata di Militello che proviene dal greco e sottintende una memoria antica della bellezza. Con questo titolo sono raccolte alcune delle più interessanti interviste a Vincenzo Consolo rilasciate a Concetto Prestifilippo tra il 1992 e il 2011. Questo omaggio al Premio Strega di Retablo è arricchito da un racconto fotografico di rara intensità del maestro Giuseppe Leone, nonché da un prezioso scritto inedito dedicato a un tema ricorrente in Consolo e quanto mai attuale: il Mediterraneo e la tragedia dei migranti. A distanza di anni, la rilettura di questi articoli colpisce per l’analisi lucida, a tratti spietata, di alcuni momenti epocali della storia repubblicana.

Vincenzo Consolo, “Kalasìa. Parole contro il potere”.

Tra spirali e disastri della storia per un approccio critico all’influenza di Il secolo dei lumi, di Alejo Carpentier, su Il sorriso dell’ignoto marinaio,di Vincenzo Consolo

Alessandro Secomandi 1

Carpentier nella produzione di Consolo: evidenze, stato dell’arte e prospettive
Non c’è dubbio che Consolo conoscesse bene Carpentier: i riferimenti espliciti alla sua figura e alla sua opera ricorrono più volte nella produzione del siciliano, dalle interviste agli articoli giornalistici passando per saggi e romanzi. Il primo fra i tanti qui raccolti risale a un’intervista del 1980, quattro anni dopo la pubblicazione di Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976; d’ora in poi SIM per le citazioni dell’opera). A precisa domanda di Mario Fusco sulle influenze personali, Consolo dichiara di sentirsi particolarmente vicino alla narrativa del cubano, quanto meno in quel periodo. È un appunto prezioso perché, appena prima, l’autore ricorda che i suoi esordi – e si dovrà pensare a racconti come Un sacco di magnolie (1957) e Un filo d’erba ai margini del feudo (1966), ma soprattutto al romanzo La ferita dell’aprile (1963) – testimoniano piuttosto un debito nei confronti di Verga, Sciascia, Brancati, Gadda, e ancora Faulkner e Hemingway (Fusco 1980: 16). Si tratta di un pantheon variegato, insomma, nel quale Carpentier sembra comunque trovarsi in posizione privilegiata.
Nel 1986, in un breve saggio dal titolo «La pesca del tonno», Consolo propone un parallelismo olfattivo tra le tonnare del suo Mediterraneo e i Caraibi, elogiando in Carpentier la capacità di far «sentire gli odori dei cordami, del rum, dei cereali, delle aringhe di una bottega delle Antille» (Consolo [1986] 2015: 1034-1035). L’icasticità, la resa visuale del linguaggio, risalta quindi fra i maggiori elementi d’interesse.
Tre anni dopo, in occasione di un’altra intervista, Mario Nicolao chiede un commento sulla stagione del Terrore, sulla ghigliottina e, più in generale, sulla condanna a morte. Consolo risponde citando
le fucilazioni all’alba di Goya nei Disastri della guerra, ma voglio ricordare [anche] Alejo Carpentier, questo narratore sudamericano che amo molto e il suo libro Il secolo dei lumi. Ci racconta di come la ghigliottina venne portata nel Nuovo Mondo, in queste terre non ancora toccate dal delitto di Stato. (Nicolao 1989)2
Complementare un suo articolo per il Corriere della Sera, di poco successivo, che si apre con l’incipit della prima traduzione italiana di El siglo de las luces (1962), Il secolo dei lumi Longanesi ([1962] 1964; d’ora in poi SL per le citazioni dell’opera):
«Questa notte ho visto di nuovo ergersi la Macchina… La Porta-senza-battente stava eretta a prora, nell’essenzialità dell’architrave e degli stipiti, con quella sua squadra ad angolo retto, mezzo timpano rovesciato, triangolo nero, dal taglio obliquo d’acciaio, freddo, sospeso ai battenti… ». Così inizia Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier e dice del trasporto della ghigliottina nel Nuovo Mondo, nelle Antille, dove è già arrivata l’onda lunga della Rivoluzione. (Consolo 1989)3
Nel 1997 il siciliano pubblica un pezzo dedicato quasi interamente a Carpentier, questa volta a El reino de este mundo (1949). Consolo ne esalta il linguaggio «musicale», le «fantasie» e il sistema dei personaggi: tutti elementi che, aggiunge, si svi2
Del tutto analogo il rimando a Goya e al romanzo di Carpentier in uno scritto su Leonardo Sciascia (Consolo [1999] 2017: 206-207).
3 Il corsivo è mio. Qui Consolo non rispetta l’edizione Longanesi, dove si trova «montanti» al posto di «battenti» (SL: 11).
luppano a partire da una «realtà storica» ben definita (Consolo 1997). El recurso del método (1974), settimo romanzo del cubano, viene citato nell’ultimo di Consolo, Lo spasimo di Palermo (1998), che accenna alla sua sequela di «corruzione, colpi di stato, sommosse, repressioni, torture, massacri in un immaginario paese latinoamericano» (Consolo [1998] 2015: 902).
Infine, almeno per quanto si è potuto appurare, spiccano le belle parole su Carpentier in un’intervista del 2006, a Valencia, per un convegno su Lunaria (1985):
Avevo letto prima […] Il secolo dei lumi ed Il regno di questa terra, ma Concerto barocco l’ho letto dopo aver composto Lunaria. Ho sempre considerato Alejo Carpentier come uno dei più grandi scrittori del Novecento. Credo che non sia stato dato il Premio Nobel ad Alejo Carpentier soltanto perché era uno scrittore cubano, ambasciatore di Cuba a Parigi. (Romera Pintor 2006: 85)
Pare però da escludersi una lettura approfondita dei testi in originale. Non solo, a eccezione di El recurso del método in Lo spasimo di Palermo, i vari titoli appena riportati figurano in italiano (dato comunque poco significativo di per sé), ma soprattutto nel 2012, fra gli scaffali della biblioteca di Consolo, risultava un unico volume in spagnolo di Carpentier: l’edizione Bruguera del 1982 di La ciudad de las columnas (1964), sorta di reportage lirico-architettonico su L’Avana4.
Anche per questo non è semplice dimostrare che l’opera del cubano – nove romanzi, alcuni racconti, numerosi saggi e conferenze – abbia un peso determinante su quella di Consolo, in particolare su Il sorriso dell’ignoto marinaio. Se si aggiunge che a oggi non è stata tradotta buona parte della produzione di Carpentier, e che il suo spagnolo – specie nella narrativa – è complesso e ricercato5, diventa ancora più prezioso il dato cronologico nell’intervista del 2006: probabilmente il siciliano, prima di leggere Concerto barocco (tr. it. 1991), conosceva soltanto Il regno di questa terra (tr. it. 1959) e Il secolo dei lumi ([1962] 1964). La stesura di Il sorriso dell’ignoto marinaio inizia non oltre il 1968, e si conclude otto anni dopo (Messina 2009: 87-107).
In altri termini, è rischioso considerare Carpentier un modello centrale per Consolo invece che, come più plausibile, uno degli interlocutori preferiti nella scena ispanoamericana (forse proprio il maggiore): senz’altro fonte di fervide letture da cui attingere, ma non necessariamente per contaminazioni sistematiche. Due dei pochi contributi critici che si occupano di questa ricezione, infatti, si limitano a individuare calchi o prestiti isolati. È il caso dell’incipit di Retablo, che presenta degli echi di Concerto barocco (Messina 2018: 130-131), e della sua ghigliottina, verosimilmente mutuata da Il secolo dei lumi (Grassia 2011: 70). In un terzo saggio si accenna a una presunta rielaborazione corposa di Il secolo dei lumi lungo Retablo, tralasciando però di esporla (Scuderi 1997: 91); un quarto, meno conciso, offre un’interessante serie di suggestioni tra i due (Gallo 2015: 675-680).
Di nuovo lacunoso un quinto apporto, che in generale riconduce a Carpentier certi nuclei di Il sorriso dell’ignoto marinaio: la «fusione di temi alti e bassi [attraverso] una commistione di mito e storia», la «concezione spiraliforme» della storia
4 Lo attesta una scheda personale di Nicolò Messina, messa gentilmente a disposizione di chi scrive.
5 Chi volesse approfondire questa peculiarità barocca della sua lingua può consultare, oltre alla dichiarazione di intenti che è Carpentier ([1964] 1990), studi quali Márquez Rodríguez (1970) e González Echevarría (2004).
e quella «real maravillosa della realtà» (Pascale 2006: 18). Ma, per l’appunto, manca una qualsiasi verifica testuale, in particolar modo dell’ultima asserzione. La sfera del real maravilloso, introdotta ed esplorata largamente da Carpentier in El reino de este mundo, coinvolge un ventaglio di strategie narrative che giustappongono o sovrappongono due prospettive diverse: la prima, inammissibile per i parametri occidentali contemporanei, legata a una visione magica dell’esistenza; la seconda, al contrario, razionale. Forse l’esempio più emblematico è la messa al rogo di un personaggio storico, lo sciamano Mackandal: per gli schiavi di origine africana il condannato riesce a salvarsi fuggendo sotto sembianze animali; per chi non appartiene a questa cultura, viceversa, muore carbonizzato. In El reino de este mundo Carpentier mostra entrambi gli sguardi, uno dopo l’altro, senza gerarchie di attendibilità (Carpentier [1949] 1993: 11-17). Ebbene, se è lecito dubitare che possa trovarsi qualcosa di equiparabile nell’opera omnia del siciliano, sicuramente questo approccio non trova nessun riscontro in Il sorriso dell’ignoto marinaio.
Passando più nel dettaglio all’influenza di Il secolo dei lumi Longanesi su Il sorriso dell’ignoto marinaio, la bibliografia recuperata si riduce a due titoli. Il primo ne confronta in chiave genetica una scena a testa, rilevando brillantemente un calco. Ma questo rinvenimento, seppur inoppugnabile, non basta ad avvalorare l’ipotesi che Il secolo dei lumi sia un «supporto» costante per l’intero intreccio di Il sorriso dell’ignoto marinaio (Grassia 2011: 69-70)6. Quella di Salvatore Grassia resta una supposizione non corroborata dalle prove a carico e difficile da dimostrare nella sua globalità: anche perché la copia Longanesi in possesso di Consolo deve ritenersi perduta, con tutti gli appunti e le note al testo che avrebbero potuto darvi sostegno7.
Il maggior invito alla cautela arriva probabilmente dal simbolo della spirale, specie dalle sue declinazioni della conchiglia. Lo stesso Grassia (2011: 69-70) e Salvatore Silvano Nigro (2015: 16) riconducono quelle che fanno da Leitmotiv in Il sorriso dell’ignoto marinaio a Il secolo dei lumi, o comunque all’immaginario delineato da Carpentier. Ciononostante, ancora una volta manca qualunque verifica materiale dell’assunto.
Tra le pagine di Il viaggio di Odisseo (1999) Consolo, invitato a un commento sul senso della spirale nel suo romanzo, non cita mai Carpentier, bensì Kerényi, Calvino ed Eliade (Consolo / Nicolao 1999: 19). Vero che in Il sorriso dell’ignoto marinaio la conchiglia rappresenta, per ammissione dell’autore, anche «il passaggio dal mare alla terra» (Fusco 1980: 17), e che in Il secolo dei lumi questa viene descritta come il «Mediatore fra tutto quello che è evanescente, che scorre, che è fluido […], e la terra delle cristallizzazioni, delle strutture e delle stratificazioni, dove tutto è tangibile» (SL: 230). Non si può dimenticare, però, che l’origine della spirale si perde nella
6 Più prudente Gianni Turchetta quando afferma che «un altro testo molto importante per la genesi del romanzo [è] Il secolo dei lumi (1962) del cubano Carpentier, che Consolo legge nella traduzione di Maria Vasta Dazzi, Longanesi» (Turchetta 2015: 1309).
7 Grazie alla disponibilità degli archivisti e dei responsabili che si sono materialmente occupati della ricerca, è ormai accertato che il volume non si trova presso la Fondazione Mondadori (Milano), dov’è conservata la biblioteca dello scrittore, né all’interno del castello Gallego, a Sant’Agata di Militello, nella Casa letteraria a lui dedicata.

Consolo era solito apportare postille e sottolineature ai suoi libri: chi scrive lo ha potuto constatare sulla copia personale di Il regno di questa terra Longanesi, questa sì custodita dalla Fondazione Mondadori e annotata qua e là, sebbene non fittamente. Oltretutto, a Milano è consultabile pure il suo Il secolo dei lumi Sellerio, la seconda traduzione italiana, del 1999, a cura di Angelo Morino. Significativo che non porti alcun segno da parte di Consolo, quasi a voler indicare in absentia che la precedente, quella Longanesi del 1964, era glossata.
notte dei tempi e in un crogiolo di culture diversissime, e che altri studiosi ne parlano, prima di Carpentier, in termini non molto differenti. Ad esempio, proprio Eliade scrive che «dalla preistoria ai giorni nostri» la conchiglia incarna il ciclo della vita – nascita, riproduzione, morte – in una serie tanto estesa quanto eterogenea di contesti, tra cui le «cosmologie acquatiche» e le «cerimonie agricole» (Eliade [1952] 1981: 113-114). Pure in questa circostanza emerge l’incontro di acqua e terra, fluidità e solidità: un connubio che può quindi ritenersi parte del palinsesto di Consolo a prescindere da Carpentier.
Sul motivo in questione sembra cauto anche il contributo più recente, articolato e minuzioso su Il sorriso dell’ignoto marinaio e Il secolo dei lumi, che comunque – escludendo la riproposizione del calco scoperto da Grassia – si limita a individuare delle convergenze tematiche e linguistiche (Valentini 2020), queste ultime particolarmente calzanti perché legate a specifiche figure retoriche8. Come in buona sintesi segnala l’autrice Francesca Valentini, rispetto cui si fa soltanto un piccolo passo oltre, Il secolo dei lumi ha nella spirale un elemento dinamico, simbolo degli eterni, impercettibili divenire che sono la natura e la storia; al contrario, in Il sorriso dell’ignoto marinaio la conchiglia assume i connotati più foschi del carcere di Sant’Agata di Militello, e dunque della ciclicità inesorabile dei soprusi, delle ingiustizie, della disuguaglianza. Lo si vedrà a breve.
È verosimile e ragionevole, insomma, che Consolo attinga questa forma pure da Carpentier, tra gli altri, e che non pochi brani di Il secolo dei lumi trovino eco lungo Il sorriso dell’ignoto marinaio. Tuttavia, l’effettiva consistenza filologica di questo ponte intertestuale, che – vale la pena sottolinearlo – è visibile, benché carsicamente, rimane dubbia: si tratta di un’influenza profonda, come afferma Grassia, oppure di un’affinità fra scrittori vicini, almeno per certi versi? E nel caso Carpentier andasse davvero annoverato fra i modelli maggiori, bisognerebbe ridimensionare la centralità di assodati numi tutelari quali Verga o Manzoni (Turchetta 2015: 1304)? Lungi dal voler rispondere in via definitiva alle due domande, la prossima sezione offre una rassegna di altre corrispondenze tematiche, complementari a quelle rilevate da Valentini; la terza e penultima, invece, si concentra sulle ipotesi genetiche di prestiti e calchi. Sia chiaro che nessuna delle convergenze contenutistiche, le prime in ordine, può considerarsi completamente inedita: alcuni osservatori di Il sorriso dell’ignoto marinaio le hanno già indicate. Tutte, però, mancano ancora di un autentico esame.

  1. Letterati, spirali, dipinti: punti di contatto tra Il secolo dei lumi e Il sorriso dell’ignoto marinaio
    L’intersezione più ampia ed evidente tra le due opere è data dal genere di appartenenza: entrambi sono romanzi storici. Meno scontate, invece, le analogie di contesto. Sia Il secolo dei lumi, sia Il sorriso dell’ignoto marinaio hanno come protagonisti degli intellettuali che diventano testimoni, loro malgrado, di processi rivoluzionari dalle molte ombre.
    Il primo ruota intorno a un giovane proprietario terriero di L’Avana, Esteban, inizialmente disinteressato a qualsiasi questione estranea alla dimora di famiglia e al
    8 A riprova del suo approccio comparativo non strettamente genetico, il saggio prende in considerazione l’originale El siglo de las luces, e non Il secolo dei lumi Longanesi.
    commercio dello zucchero. Ma nell’ozio agiato della casa irrompe la Storia, incarnata dal motore dell’intreccio Victor Hugues. È un personaggio realmente esistito, marsigliese agente di Robespierre nei Caraibi, che contagia Esteban con i proclami giacobini facendolo anche passare da una Parigi carnevalesca e inebriante. Il ragazzo viene quindi coinvolto in una serie di drammatici eventi tra Francia, Guadalupa e Guyana sempre sotto l’egida di Victor, che gli farà scoprire uno dei lati oscuri della Rivoluzione del 1789: lo schiavismo persistente nelle colonie d’oltremare, a discapito degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Tra i risvolti più forti e concreti di questa contraddizione, la nave su cui viaggiano Esteban e Hugues diretti a Guadalupa. Sul bastimento, infatti, si trovano delle copie stampate del Decreto del 16 Piovoso, che dovrebbe sancire l’abolizione della schiavitù, e insieme una ghigliottina destinata alla manodopera riottosa: un’immagine rielaborata in maniera personalissima da Consolo, caso di studio per la terza sezione dell’articolo. A ogni modo, l’odissea dell’habanero fra Europa e Caraibi si riassume in una sequela di violenze e principi traditi.
    Proprio per questo l’entusiasmo ideologico e lato sensu politico di Esteban, ingenuamente fedele ai valori astratti della Dichiarazione del 1789, si esaurisce portandolo prima allo scetticismo e poi, man mano, a una totale, rassegnata passività di fronte alle ingiustizie. Il secolo dei lumi si conclude con Esteban e sua cugina, Sofía, che combattono per le strade di Madrid: è il 2 maggio 1808, giorno delle sanguinose sommosse contro gli invasori napoleonici. Anche se il lettore non potrà sapere nulla di esplicito sul loro conto, presumibilmente perdono la vita entrambi, scesi un’ultima volta dalla torre d’avorio non per volontà di Esteban, ma della donna, e comunque in un sacrificio generoso quanto poco utile nell’immediato9.
    Qualcosa di simile, pur con tutte le diversità del quadro storico e sociale, accade in Il sorriso dell’ignoto marinaio. Il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, protagonista e personaggio storico, è un nobile erudito che ha lasciato alle spalle una breve parentesi parlamentare nel governo di Ruggero Settimo, dedicandosi così alle sue collezioni artistiche e alla malacologia. Ritirato nel proprio palazzo a Cefalù, che apre soltanto per dare sfoggio di nuovi pezzi pregiati – tra cui il Ritratto d’uomo (Antonello da Messina, 1465 ca.), Leitmotiv del romanzo – e amenità varie, riceve l’inattesa visita di un altro motore dell’intreccio che, analogamente a Hugues per Esteban in Il secolo dei lumi, scuote la sua vocazione civile assopita. È Giovanni Interdonato, agitatore antiborbonico che punta il dito contro le incombenze di Pirajno:
    «E voi pensate, Mandralisca, che in questo momento siano tutti lì ad aspettare di sapere i fatti intimi e privati, delle scorze e delle bave, dei lumaconi siciliani?» .
    «Non dico, non dico…» – disse il Mandralisca un po’ ferito. – «Ma io l’ho promesso, già da quindici anni, dal tempo della stampa della mia memoria sopra la malacologia delle Madonie…».
    «Ma Mandralisca, vi rendete conto di tutto quello che è successo in questi quindici anni e del momento che viviamo?».
    «Io non vi permetto!…» scattò il Mandralisca.
    «E voi invece, barone, mi dovete permettere, perché non siete un pazzo allegro, un imbecille o calacausi come la maggior parte degli eruditi e dei nobili siciliani…
    9 Chi volesse approfondire alcuni di questi aspetti, specie i più pertinenti al confronto con Consolo, può consultare Carballo ([1963] 1985: 67), Dorfman (1970: 19-20), San José (2007) e Scarabelli (2012).
    Voi siete un uomo che ha le capacità di mente e di cuore per poter capire…». (SIM: 160)
    Eppure, nonostante il ravvedimento, la maturazione di Mandralisca e la sua presa di coscienza si rivelano incomplete. È vero che Pirajno comprende perfettamente le ingiustizie dietro ai fatti di Alcara Li Fusi, del 17 maggio 1860, e perciò le ragioni di tutte le jacqueries della Sicilia preunitaria (strage di Bronte compresa): illuso da una classe dirigente priva di scrupoli, il sottoproletariato rurale scambia un rivolgimento solo e soltanto politico – l’annessione dell’isola al regno di Sardegna – per un’autentica rivoluzione sociale ed economica, fiducioso in una riforma agraria che avrebbe ripartito equamente le terre coltivabili. Disorganizzati e in preda a violenza cieca, i rivoltosi vengono prima aizzati dai notabili antiborbonici e poi repressi dall’esercito garibaldino (per es. Riall 2012). È lo scenario cui assiste il barone, arrivato sui Nebrodi circa un mese dopo i moti.
    A dimostrare la sua empatia per gli insorti sono soprattutto i capitoli sei e sette di Il sorriso dell’ignoto marinaio, rispettivamente «Lettera di Enrico Pirajno» e «Memoria», dove il protagonista – qui anche narratore – prende in parte le loro difese perché gli arrestati ricevano un giusto processo, non condizionato da fattori esterni. D’altro canto, però, come ammesso dal medesimo Mandralisca e segnalato da alcuni contributi critici, Pirajno non può porsi sullo stesso piano di quei subalterni cui vorrebbe dare voce: per usare una fortunata etichetta narratologica, la sua posizione socioculturale – dalla quale non può retrocedere – lo rende intrinsecamente inattendibile10. Questo si traduce in una testimonianza epistolare, sui postumi del 17 maggio, farcita di citazioni colte e figure retoriche lontanissime dalla sensibilità dei contadini (per es. Messina 2009: 375; Mazzocchi 2010: 106), che sono i veri destinatari dell’atto solidale di Mandralisca.
    A riprova, proprio Consolo vedeva nel lascito artistico-bibliotecario del suo Pirajno a Cefalù – il preambolo romanzesco di quello che ancora oggi, nella realtà, è il Museo Mandralisca – una soluzione quanto mai limitata e demagogica agli ampi squilibri locali (Nisticò 1993: 44-45). Insomma, alla pari di Esteban, anche il barone scende in colpevole ritardo dalla torre d’avorio, quando la sollevazione è già soffocata: il suo gesto in favore degli incarcerati deve considerarsi riparatore e circostanziale, più che concretamente costruttivo. La loro Bildung militante, che pure li porta ad abbandonare l’iniziale apatia, si logora nel caso di Esteban e risulta piuttosto limitata in quello di Mandralisca. Forse non stupirà che, nei contenuti, le loro formule di congedo da un impegno materiale siano se non altro accostabili: mentre il giovane chiude, di fatto, con «le nostre forze non riusciranno mai a dare un assetto diverso alle cose del mondo» (SL: 343), Pirajno corre ai ripari esclamando «Agire, dunque, Interdonato? Non io, non io!» (SIM: 219), per poi annunciare la sua donazione al comune11.
    Ne deriva che entrambi i romanzi presentano una visione non lineare della storia e del suo progredire. Da un lato, si diceva, la Rivoluzione francese che mostra un
    10 Riassumendo, inattendibile è la voce che, all’atto del racconto, non può o non vuole fornire una versione genuina degli eventi. La formula, introdotta da Wayne Booth nel 1961, ha articolato una sorta di campo di studi a sé stante: per una prospettiva aggiornata Nünning (2015).
    11 L’unico personaggio di Il secolo dei lumi che si presta davvero a un confronto solido con Mandralisca è Esteban, e per questo si dovrebbe prendere con rinnovata cautela l’assonanza, proposta da Valentini (2020: 5-7), fra Pirajno e Hugues.
    volto oscuro e colonialista, tradendo i suoi principi di libertà, uguaglianza e fraternità e innescando una serie di controrivolte (nonché di successive contro-controrivolte, in un ciclo apparentemente infinito); dall’altro, invece, un tumulto soppresso senza concessioni per il sottoproletariato rurale, anzi lasciando dinamiche di potere pressoché invariate. Si troverebbe quindi nel giusto Vincenzo Pascale, almeno di primo acchito, sulla già citata «concezione spiraliforme» della storia intersecante Il sorriso dell’ignoto marinaio e Il secolo dei lumi. Consolo, afferma l’osservatore, l’avrebbe ripresa proprio da Carpentier (Pascale 2006: 18)12. In verità, a un esame accurato l’analogia si scopre pertinente solo fino a un certo punto, e pare meno rischioso considerarla una nuova convergenza, piuttosto che un esempio di filiazione diretta: anche perché la «concezione spiraliforme» del primo non corrisponde pienamente a quella del secondo, e ha con ogni probabilità modelli maggiori.
    Nel romanzo del cubano il progredire storico è segnato dagli scarti che spezzano, pur impercettibilmente, un cerchio continuo di stasi e rivoluzione. I fatti tendono a ripetersi in modo simile ma non identico, con piccole deviazioni che per l’appunto scongiurano un corso immutabile e, nel lungo periodo, producono sviluppi tangibili benché minimi. Basti un unico esempio: le sommosse degli schiavi nella Guyana francese. Dalla loro prospettiva, il 1789 porta prima una ventata di emancipazione con il Decreto abolizionista del 16 Piovoso, poi il ripristino quasi immediato dello sfruttamento. Nel penultimo capitolo di Il secolo dei lumi, però, i fuggiaschi si prendono una rivincita contro gli oppressori: i latitanti sbaragliano la spedizione di ricerca organizzata da Hugues, costringendola alla ritirata e gettando le basi per una rinnovata e provvisoria libertà, poco meno fragile della precedente. Si tratta dunque di uno stallo imperfetto, fluido ed effimero, con i cimarrones scampati alla caccia che aprono una stagione inedita, diversa dalle altre – l’episodio costituisce un unicum nell’intreccio – e, ciononostante, soggetta all’ennesimo stravolgimento. Parafrasando il finale di Il regno di questa terra Longanesi, che Consolo doveva apprezzare molto13, ogni frattura nello stato delle cose rappresenta una scintilla, una promessa di autentica palingenesi. Sono queste piccole vittorie, che comunque non possono soddisfare appieno le aspettative di chi lotta, a scandire il percorso altalenante dell’uomo, spiraliforme ma centrifugo e, come per buona parte degli studiosi di Carpentier, in sostanza materialista (per es. Bueno [1972] 1977: 209-212; Velayos Zurdo 1985: 110-113; González Echevarría 2004: 293-294).
    Ebbene, la filosofia della storia dietro a Il sorriso dell’ignoto marinaio si direbbe ancora più ciclica e pessimista, difficilmente sovrapponibile a quella di Il secolo dei lumi e, semmai, affine a metà. Riferimenti principali per il siciliano sembrano essere i conterranei Verga, De Roberto, il Pirandello di I vecchi e i giovani (1909) e Tomasi di Lampedusa, malgrado le prese di distanza da quest’ultimo (Consolo [1997] 2015: 1255-1256; Di Stefano 2010: 154). A conti fatti, la spirale di Il sorriso dell’ignoto marinaio risulta gattopardesca e centripeta: per rifarsi alla celebre massima di Tancredi, dopo l’intervento dei garibaldini tutto rimane uguale (o meglio, cambiano solo e soltanto le apparenze).
    12 Complementare Valentini (2020: 8) quando scrive che ambedue riflettono sull’impossibilità di portare a compimento gli ideali rivoluzionari.
    13 È l’unico passaggio con sottolineatura doppia della sua copia personale, conservata presso la Fondazione Mondadori.
    Si veda in «Memoria» il colonnello che, intervenuto per arrestare i facinorosi di Alcara, conferisce a «don Luigi Bartolo Gentile […] i poteri di delegato del Comune» (SIM: 228). Bartolo e Gentile sono due delle famiglie maggiorenti del paese: ai primi appartiene il «figlio di garruso alletterato» (SIM: 213), nipote del sindaco, che in «Il Vespero» insulta i braccianti pronti alla sollevazione. La riconferma della vecchia classe dirigente testimonia tutto il trasformismo del contesto (Messina 2009: 400), e addirittura, equivocando o ribaltando volutamente la realtà dei fatti, il colonnello taccia i sovversivi di «borboniani» (SIM: 228). È un contrappasso ironico per chi rivendicava ben altro che gli interessi di una determinata fazione politica, e senza dubbio non quelli dei più privilegiati.
    La stessa struttura del romanzo smentisce una risoluzione delle ingiustizie, delle iniquità e dell’incomprensione di classe, che persistono con il passaggio alla monarchia di casa Savoia: Consolo nega qualsiasi progresso materiale, sia pure esiguo. Certo, l’ultima delle dodici incisioni copiate da Mandralisca in «Le scritte» – il capitolo conclusivo dove Pirajno lascia la parola agli alcaresi prigionieri, e che segue un percorso ascensionale, dalla più profonda a salire – termina con «LIBIRTAA» (SIM: 251), illusorio spiraglio nel buio dello scenario e delle vicende umane riportate, sulle pareti del carcere, dai rivoltosi. Sono i sotterranei del castello Gallego, di Sant’Agata di Militello, non per caso a forma di conchiglia. Ecco che però, di seguito al miraggio che mette un punto fermo a «Le scritte», Il sorriso dell’ignoto marinaio presenta tre appendici. Tutti documenti autentici del 1860: l’estratto da un pamphlet di Luigi Scandurra, datato dicembre, contro l’assoluzione di alcuni insorti; il certificato di morte, risalente ad agosto, di Giuseppe Sirna Papa, fucilato insieme ad altri dodici compaesani; un proclama del prodittatore Antonio Mordini, pubblicato a ottobre, sull’imminente plebiscito per l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. Nell’appello di Mordini, tra le righe finali, spicca l’appello: «Qui si tratta di fare con la concordia la patria» (SIM: 292). È con questa nuova, significativa contraddizione che si chiude l’intreccio, e non con il grido di speranza del recluso.
    Per quanto l’opera non si presti a schemi rigidi, come del resto Il secolo dei lumi, la trascendenza dei rapporti di potere prevale comunque sulla possibilità di un cambiamento concreto: il libello di Scandurra e il discorso di Mordini dimostrano che, anche dopo la sconfitta dei Borboni, i subalterni rimangono solo e soltanto criminali agli occhi dei ceti più alti, e che la retorica unitaria è pura mistificazione. Mordini invita a «fare con la concordia» una patria nata sullo sfruttamento e sulla repressione dei moti contadini; una patria la cui impresa fondativa, la spedizione dei Mille, è segnata da una serie di violenze indelebili sul popolo: per esempio, dalla condanna a morte sommaria di Sirna Papa. Non sorprende che Consolo abbia paragonato questo trittico di appendici a una pietra tombale sulla vicenda di Alcara, nonché sull’aura sacra del Risorgimento e delle relative «agiografie» (Fusco 1980: 17).
    Problematico poi affermare che la trascrizione dei dodici graffiti possa intendersi come apertura palese ai vinti e alla loro «storia [che] scriveran da sé» (SIM: 219). Due studi confutano la verosimiglianza di alcune incisioni: sia per un tasso d’italianità incompatibile con il presunto semianalfabetismo dei detenuti, sia per dei rimandi letterari – specie alla novella Libertà (1882) di Verga – che tradiscono il gioco della finzione (Messina 1998: 109; Grassia 2011: 51-53). Pur non esclusa dalla critica (per es. Coassin 2003: 101-106), dunque, l’ipotesi di un rifiuto del pessimismo storico in Il sorriso dell’ignoto marinaio va decisamente ridimensionata.
    Se sulla spirale degli eventi i due romanzi tendono soltanto a sfiorarsi, la terza e ultima analogia tematica è davvero lampante, tanto da suggerire la possibilità di un filo diretto ancor più che nel primo caso (quello dell’intellettuale e del suo fallimento davanti alle controversie della rivoluzione). Di nuovo, resta complicato valutare di preciso quanto: mancano ricorrenze testuali inequivocabili al punto da sottintendere un autentico prestito o un calco. Ma rimanendo sul mero piano dei contenuti, l’intersezione appare clamorosa14.
    Ora, un altro Leitmotiv di Il secolo dei lumi è l’ecfrasi, più o meno dettagliata, di un dipinto che nella finzione prende il nome di Esplosione in una cattedrale. Si tratta, nella realtà, di un quadro di François de Nomé conosciuto soprattutto come Le Roi Asa détruisant les idoles (1620 ca.). Carpentier immagina che faccia parte della collezione della famiglia protagonista, e che inoltre sia il preferito di Esteban. Rappresenta un crollo in uno spazio vasto e chiuso, con la volta e delle colonne immortalate mentre stanno per frantumarsi al suolo, schiacciando forse i quattro personaggi sullo sfondo. Esteban si troverà spesso, nel corso dell’intreccio, a commentare la tela e a individuarvi delle somiglianze perturbanti con la sua personale esperienza tra Europa e Caraibi, come se l’immagine fosse – diremmo oggi – una mise en abyme: il disastro di de Nomé diventa prefigurazione e allegoria delle catastrofi, delle violenze e delle degenerazioni che l’habanero ha visto con i propri occhi. Così, alla fine, decide di squarciarlo con uno sgabello.
    Se è vero che Le Roi Asa détruisant les idoles va considerato un dipinto enigmatico e polisemico (Wakefield 2003: 256), Esteban lo interpreta invece in maniera univoca, come simulacro dei suoi principi traditi e rovinosamente caduti. Si ricordi che l’habanero è un idealista, un po’ demagogico, riluttante a coniugare questi valori astratti con la realpolitik (che non per forza deve corrispondere al bieco autoritarismo di Hugues, sia chiaro). Ancora una volta, Esteban risulta manchevole per la sua ermeneutica troppo ingenua e solipsista: il quadro di de Nomé può pure leggersi nella chiave di un grande cambiamento sempre in corso e sempre da compiersi. Di conseguenza, come simbolo di quel progredire spiraliforme dell’uomo scandito da delusioni amare e piccole spinte in avanti. Da intellettuale, Esteban sbaglia anche perché si ferma all’apparenza del cataclisma irreparabile, senza una più profonda cognizione di causa e, anzi, con un’impulsività che lo porta a sfregiare la tela:
    Si fermò dinanzi al quadro dell’Esplosione nella Cattedrale, dove grossi frammenti di colonne, sollevati in alto dallo scoppio, rimanevano sospesi in una atmosfera d’incubo. E afferrato uno sgabello, lo gettò contro la tela a olio, aprendovi uno squarcio e facendolo cadere rumorosamente al suolo. (SL: 377-378)
    Dall’altra parte, il Leitmotiv pittorico di Il sorriso dell’ignoto marinaio è evidentemente il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina. Il punto di contatto più tangibile fra le trasposizioni narrative dei due dipinti affiora già con l’incipit di Consolo: nel breve antefatto, dove viene citata l’opera di Antonello, si dice che Catena Carnevale, figlia del proprietario precedente a Mandralisca, ha graffiato il «sorriso insopportabile» (SIM: 127) dell’ignoto. Il gesto, invenzione romanzesca che nasce da un riscontro storico (Marabottini / Scricchia Santoro 1981: 106), non può che richiamare
    14 È quasi sicuramente la medesima indicata – e solo indicata – da Grassia (2011: 69) quando accenna all’«anamorfosi di un’immagine che compare nei momenti decisivi del romanzo».
    lo squarcio aperto da Esteban in Le Roi Asa détruisant les idoles. Diversamente da quest’ultimo, però, non è tanto il cortocircuito fra realtà e finzione che sembra spazientire Catena (come pure viene suggerito in un primo momento), ma un dettaglio specifico del Ritratto d’uomo. Lo stesso particolare su cui insiste la sua ecfrasi:
    Apparve la figura d’un uomo a mezzo busto. […] Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’ombra sul volto di una barba di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. […] Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi parte essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio. (SIM: 143-144)
    Non solo la panoramica d’insieme, anche certe espressioni – l’ironia per ripararsi dalla «pietà», gli occhi «puntuti» – combaciano con il profilo di Interdonato sul bastimento per Oliveri. La straordinaria affinità con il soggetto del Ritratto d’uomo viene messa in luce sia da Pirajno, sia dall’agitatore medesimo, che a questa coincidenza attribuisce lo sfregio di Catena, sua promessa sposa: la giovane l’avrebbe fatto per nostalgia del fidanzato, latitante dalle autorità borboniche. Ma nell’occasione Interdonato dimostra una ristrettezza di vedute non dissimile da quella del nobile, tanto biasimata. A correggerlo sarà proprio Mandralisca in «Lettera di Enrico Pirajno»:
    A furia di guardarlo, quell’uomo sconosciuto qui nel mio studio, in faccia allo scrittoio, ho capito perché la vostra fidanzata, Catena Carnevale, l’ha sfregiato, proprio sul labbro appena steso in quel sorriso lieve, ma pungente, ironico, fiore d’intelligenza e sapienza, di ragione, ma nel contempo fiore di distacco, lontananza d’aristocrazia, dovuta a nascita, a ricchezza, a cultura o al potere che viene da una carica… Ho capito: lumaca, lumaca è anche quel sorriso! (SIM: 219)
    Secondo Giorgio Barberi Squarotti (2010: 33), l’atto – contrariamente alle convinzioni di Interdonato – non rientra nella sfera privata e non è il capriccio di una giovane malinconica, ma significa piuttosto un «assalto» all’indifferenza del ceto aristocratico cui appartiene l’«ignoto», una critica feroce alla distanza di quel sorriso beffardo.
    Nonostante l’intuizione, comunque, Mandralisca non riesce a capire che il suo rinnovato impegno civile non basta, e che non si è lasciato definitivamente alle spalle il distacco dell’ignoto: come si segnalava sopra, la decisione di devolvere la propria eredità culturale al comune di Cefalù comincia, nel carteggio, con «Agire, dunque, Interdonato? Non io, non io!» (SIM: 219). Su una lunghezza d’onda analoga a quella di Esteban, che afferra solo in parte l’allegoria della tela di de Nomé, Pirajno si rivela un osservatore superficiale del suo Ritratto d’uomo, incapace di comprendere i nessi più profondi fra realtà e finzione, tra (auto)coscienza militante e apatia.
    La loro mancata maturità intellettuale, insomma, passa anche da un’esegesi incompleta del dipinto.
  2. Il secolo dei lumi (ed. Longanesi, 1964) e Il sorriso dell’ignoto marinaio: le didascalie di Goya e altri echi
    Le ipotesi qui esaminate non riguardano più temi o motivi, non avendo una portata estesa e anzi limitandosi a singoli passaggi, oggetti o immagini. Si tratta di possibili prestiti e calchi che Consolo avrebbe mutuato da Il secolo dei lumi ([1962] 1964), per la traduzione di Maria Vasta Dazzi. Utile ribadire che in mancanza della copia personale del siciliano, presumibilmente perduta, tutte queste congetture – alcune ben più che fondate, altre meno plausibili ma comunque di un certo interesse – non trovano conferme assolute. L’intento è duplice: in primis, legittimare la panoramica precedente come una rassegna di convergenze, più che di mere coincidenze (e lo scarto tra i due termini non è così esiguo); in secondo luogo, fornire un campione di spunti per approfondimenti futuri, dato che la lista deve ritenersi parziale e provvisoria.
    Ad esempio, le citazioni dirette e i calchi delle didascalie di Los desastres de la guerra (Francisco de Goya, 1810-1820), che scandiscono l’affresco dei postumi del massacro di Alcara, fanno sospettare che Consolo abbia rielaborato l’immaginario della serie di acqueforti sotto l’influenza di Il secolo dei lumi: se la fonte maggiore è sicuramente un volumetto illustrato del 1967, in italiano (Messina 2009: 398), si può azzardare un triangolo intertestuale con Carpentier, a sua volta debitore nei confronti di Goya15. Il secolo dei lumi, nel complesso, presenta quindici epigrafi ad altrettanti sottocapitoli, che anticipano e compendiano gli sviluppi dell’intreccio: tredici provengono da Los desastres de la guerra, le altre due dallo Zohar e dal libro di Giobbe. Per comprenderne il valore si pensi a «Che confusione è questa?» (numero 65 della serie di Goya), che nella prima metà del romanzo introduce l’arrivo di Esteban e Hugues in una Port-au-Prince devastata dalla rivolta degli schiavi. Malgrado manchino corrispondenze cristalline tra le scene raccontate da Carpentier e il soggetto dell’incisione, li accomuna pur sempre l’atmosfera caotica e greve cui allude la domanda in esergo.
    Il sorriso dell’ignoto marinaio, invece, concentra le didascalie di Los desastres de la guerra in «Memoria» e le integra pienamente alla diegesi, attribuendole al barone o ad altri personaggi sotto forma di commento o di battuta. Vale la pena osservarne buona parte:
    Nella calda piazza desolata orridi morti addimorati rovesciansi dall’uscio del Casino e vi s’ammucchiano davanti, sulle lastre, uomini fanciulli e anziani. […] Tutto è sconvolto. Non si può guardare. Subito è la calata di cornacchie, di corvi e carcarazze. […] Che si può far di più? Di più può far il vulturune. Le ali aperte per tre metri e passa, stese le zampe con gli artigli curvi, grasso, enorme piomba a perpendicolo dall’alto come calasse dritto dall’empireo. L’avvoltoio carnivoro si posa sopra i morti putrefatti: affonda il rostro, scava, un colpo vigoroso della testa, e strappa, da ventre o da torace, un tocco. S’erge, e vola via con frullio selvaggio.
    15 Va ricordato inoltre che è lo stesso Consolo, in due brevi contributi già citati (Nicolao 1989; Consolo [1999] 2017: 206-207), a collegare Los desastres de la guerra al romanzo di Carpentier. A questa intersezione accennano anche Grassia (2011: 68-69), Nigro (2011) e Valentini (2020: 8).
    Così avvenne. […] Intanto, scendea per uno di quei vicoli […] una vecchia scalza, senza la mantellina, sciolti i capelli bianchi sulle spalle. Reggeva con una mano un bel tamburo grande e con l’altra carezzava adagio […]. La seguiva un vispo fanciullino con tra le braccia un’anforetta d’argilla senza manici, quartarella o mozzone, dalla cui bocca sorgeva fitta un’erba tenera, verde trasparente, d’orzo germogliato, di grano o di cicerchia. Traversata la piazza (il bimbo con le dita si turò il nasino), i due entraron dentro la Matrice, deposero la brocca sull’altare e quindi la vecchia si mise a tamburare. Ventiquattro di giugno, San Giovanni, era per gli Alcaresi la festa del Mozzone, e festeggiare soleano nei quartieri quelle piccole brocche e i germogli […]. Strana devozione. Suonano all’impronto le campane d’una qualche chiesa aquilonare, s’odono crepiti, schianti, botti, vento d’urla, schiamazzi, e un calpestio che rotola dall’alto. Che vocio è questo? Viene scappando dal quartiere Motta branco confuso d’uomini presi da furia, da sfrenato panico. (SIM: 224-226; corsivi nell’originale)
    Nell’insieme, considerando anche le cinque successive (che non si riportano per esteso, perché occuperebbe troppo spazio), dall’uno all’altro romanzo ne tornano tre: «Ando così» (SL: 435), in originale «Así sucedió» e qui «Così avvenne»; «Strana devozione» (SL: 183), da «Extraña devoción» e qui invariata; «Che confusione è questa?» (SL: 104), in originale «¿Qué alboroto es éste?» e qui, con sfumatura più libera, «Che vocio è questo?». Più in generale, risaltano le undici citazioni assegnate al narratore Mandralisca, in corsivo; in tondo «Murìu a virità» (SIM: 227), battuta dell’insorto Turi Malandro e trasposizione regionale di «Murió la verdad» (numero 79 della serie). Come si può notare, la loro funzione è di lettura e sunto del fosco scenario testimoniato da Pirajno. Una probabile spia della mediazione del cubano, nell’ordine del prestito, viene proprio dal raffronto tra «Che confusione è questa?» e «Che vocio è questo?», rispettivamente preludio agli orrori di Port-au-Prince in Il secolo dei lumi e chiosa al quadro funesto del paese in Il sorriso dell’ignoto marinaio. Sono contesti simili, di morte e distruzione dovute a una sommossa fuori controllo, condensati nel medesimo interrogativo.
    Ampliando appena lo sguardo, fra l’Haiti di Carpentier e l’Alcara di Consolo si apprezzano altri parallelismi che coinvolgono le didascalie di Goya. Il «vulturune» di cui sopra, l’avvoltoio che banchetta con i «morti putrefatti», evoca palesemente l’incisione numero 76, «El buitre carnívoro», e forse anche la 72 di Los desastres de la guerra, «Las resultas», dove il pipistrello gigante in primo piano addenta un cadavere. Inoltre, ed ecco il possibile raccordo intertestuale, in Il secolo dei lumi le spoglie di alcuni rivoltosi condannati a morte, giustiziati ed esposti in pubblico a Cap Francais – teatro di moti simultanei e complementari a quelli di Port-au-Prince – attirano degli «avvoltoi a volo radente [che beccano] nel passare i volti illividiti dal supplizio», ormai privi di «ogni aspetto umano, semplici spugne di carne a buchi scarlatti» (SL: 112). Questa traccia genetica sembrerebbe timidamente sostenuta da una lezione di Il sorriso dell’ignoto marinaio, poi cassata, che enfatizzava lo strazio dei corpi: «[l’avvoltoio] affonda il rostro, scava, un colpo vigoroso della testa sopra il collo torto e strappa»16.
    Ulteriore esempio, poco più di una suggestione, è quello della vecchia scalza che accompagna il fanciullino a deporre un’anfora nella chiesa della Matrice di Alcara. Se sulla sinistra dell’originale «Extraña devoción» di Goya – la cui didascalia tradot16
    Riportata in apparato da Messina (2009: 383).
    408 Secomandi, A. Cuad. filol. ital. 30, 2023: 395-414
    ta, in «Memoria», chiude la scena – si può vedere un’anziana che prega, nondimeno due sequenze di Il secolo dei lumi hanno qualcosa da spartire con la celebrazione immaginata da Consolo. Lo sfondo è ancora Port-au-Prince:
    Arrivavano contadini che portavano frutta, formaggi, cavoli, mazzi di canne da zucchero, per esporli in un mercato che aveva cessato di essere un mercato. Per abitudine acquisita ciascuno si poneva nel luogo della propria bancarella inesistente, organizzando all’aria aperta vendite che rispettavano l’allineamento e l’ordine di un tempo. (SL: 110)
    La paranza cubana, carica di profughi, se n’era andata senza indugiare un’ora di più, a quanto seppero da un vecchio negro che rammendava le sue reti con ostinato impegno come se uno strappo nell’ordito delle maglie fosse stato un problema di importanza capitale in mezzo a quell’immenso disastro. (SL: 113)
    Sia chiaro che in questo frangente non emergono riscontri netti: a suggerire una tenue consonanza è il contrasto fra la quotidianità rivendicata dagli abitanti e la cornice, ormai ridotta a un cimitero a cielo aperto (non per caso, il bimbo di Consolo «con le dita si turò il nasino»). Certo, in «Memoria» il motivo acquista una marcata dimensione cerimoniale: Carpentier accentua il lato più grottesco dell’insieme, mentre Consolo privilegia la resilienza e l’incrollabile ritualità. È, per l’appunto, una «Strana devozione», con l’aggettivo che andrà inteso nel senso di “inaspettata” e “sorprendente”, senza sfumature inquietanti.
    Non tutte le convergenze tra l’affresco di Port-au-Prince e quello di Alcara coinvolgono Los desastres de la guerra. La seconda stazione della macabra via crucis di Pirajno, la fontana Abate con le sue «carogne pregne a galla nella vasca» (SIM: 224), potrebbe richiamare un dettaglio della fuga di Esteban e Hugues: per raggiungere precipitosamente un’imbarcazione di fortuna i due attraversano un pontile sopra corpi che «fluttuavano […] scarnificati» (SL: 112-113). E ancora, passando ad altri loci di Il secolo dei lumi ma soffermandosi sullo stesso di Il sorriso dell’ignoto marinaio, osserviamo che lungo «Memoria» si utilizza la forma «sughi» in riferimento ai resti dei cadaveri in decomposizione, da cui provengono anche «licori secchi, fezze, […] chiazze, brandelli, […] nel lezzo di fermenti grassi, d’acidumi, lieviti guasti, ova corrotte e pecorini sfatti» (SIM: 224). Nella traduzione Longanesi ricorre sei volte la voce «succo» – o «succhi» – per indicare materie e sostanze vegetali, dall’originale «zumo» o «jugo». L’ultima coincide con una singolare antropomorfizzazione degli alberi:
    I giganti abbattuti fumavano, arsi da fuochi che rodevano loro le viscere, senza riuscire a distruggere le cortecce; i buoi andavano dalle radure formicolanti di schiavi alla segheria costruita di recente, trascinando lunghi corpi di legno ancora pieni di linfe, di succhi, di germogli sbocciati sulle loro ferite. (SL: 412)17
    Se «sughi», invece di «succhi», impone una rinnovata cautela nonostante l’etimologia comune, è fuor di dubbio che entrambi gli autori fanno uso di un paradigma semantico a metà tra l’organico e l’inorganico: Carpentier umanizza la sfera vegetale,
    17 Il corsivo è mio.
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    trasformando implicitamente le linfe in sangue (tanto che i tagli nella corteccia diventano «ferite»); Consolo degrada il corpo umano martoriato a massa di carne immonda.
    L’ipotesi di derivazione più solida della rassegna nasce dal confronto tra l’incipit di Il secolo dei lumi, che ha per narratore Esteban e per oggetto la ghigliottina trasportata in Guadalupa, e quello del capitolo omonimo di Il sorriso dell’ignoto marinaio, con il viaggio di Pirajno verso Oliveri:
    Questa notte ho visto di nuovo ergersi la Macchina. Stava a prora, come una porta aperta sul cielo ampio che ci portava già profumi di terraferma, attraverso un Oceano tanto tranquillo, tanto padrone del suo ritmo, che la nave, quietamente portata, pareva si addormentasse sulla sua rotta […]. Fermo il tempo fra la Stella polare, l’Orsa maggiore e la Croce del Sud […]. La brezza olezzava di terra, humus, sterco, spighe, resine, di quell’isola che qualche secolo prima era posta sotto la tutela di Guadalupa […]. (SL: 11-12)
    E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rullare man mano che s’inoltrava dentro il golfo. […]. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d’acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, su un mare placato e come torpido, udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle. […] Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. […] Ma questi odori vennero […] sopraffatti d’altri che galoppanti sopra lo scirocco venivano da terra, cupi e forti, d’agliastro finocchio origano alloro nepitella. (SIM: 153-155)
    L’apertura dei due romanzi stabilisce una continuità fra Esteban e Mandralisca, evidenziata dall’avvio in medias res e dalle analogie ambientali: il campo visivo (in ordine, la macchina a prua e l’isola all’orizzonte), l’imbarcazione che avanza su acque placide, la volta stellata, i profumi da terra. In questo caso non pare infondato parlare di un autentico calco, davvero poco confutabile alla luce dei numerosi parallelismi. Se ne aggiunga un altro subito dopo, persino più palese da una prospettiva strettamente linguistica: il ritratto del cavatore malato di silicosi sulla nave per Oliveri – da cui viene il «rantolo» che innesca il primo, timidissimo esame di coscienza per Pirajno – prende a modello Esteban e la sua crisi asmatica nelle pagine iniziali di Il secolo dei lumi. Lo dimostrano bene delle fonti già citate (Grassia 2011: 69-70; Valentini 2020: 4-5).
    Senza pretese di esaustività, sarà utile concludere la sezione con gli ultimi, possibili echi rilevati. Per esempio, i «tresori [sic] dispersi sotto quelle acque verdi e quella rena, le erbe sconosciute affatto, le impensate vegetazioni, le incrostature che coprivano le bianche levigate spalle, le braccia, i femori di veneri e dioscuri» (SIM: 132)18, pensieri fissi di Mandralisca mentre l’infermo soffre al suo fianco, trovano qualche somiglianza, nei Caraibi ammirati da Esteban, con la «selva di corallo [che] conservava […] i suoi tesori nascosti, là, dove l’uomo, per vederli, avrebbe dovuto imitare il pesce» (SL: 225)19.
    18 Il corsivo è mio.
    19 Il corsivo è mio
    . Più in generale, le metafore sulla vegetazione marina abbondano in SL: 224-225. Sia comunque detto che l’immagine della città sommersa si coglie già in La ferita dell’aprile (Consolo [1963] 2015: 63), complicando ulteriormente la pista genetica.
    Identico discorso per il palazzo Mandralisca, e in particolare per lo studio personale che
    sembrava quello d’un sant’Agostino o un san Girolamo, […] ma anche la cella del monaco Fazello e insieme il laboratorio di Paracelso. Per tutte le pareti v’erano armadi colmi di libri nuovi e vecchi, codici, incunaboli, che da lì straripavano e invadevano, a pile e sparsi, la scrivania, le poltrone, il pavimento. Sopra gli armadi, con una zampa, due, sopra tasselli o rami, fissi nelle pose più bizzarre, occhio di vetro pazzo, uccelli impagliati di Sicilia, delle Eolie e di Malta. Il cannocchiale e la sfera armillare. Dentro vetrine e teche, sul piano di tavolini e di consolle le cose più svariate: teste di marmo, mani, piedi e braccia; terre cotte, oboli, lucerne, piramidette, fuseruole, maschere, olle e scifi sani e smozzicati; medaglie e monete a profusione; conchiglie e gusci di lumache e chioccioline. Nei pochi spazi vuoti alle pareti, diplomi e quadri. (SIM: 158; corsivi miei)
    Malgrado la descrizione sia ispirata in prevalenza alla villa di Lucio Piccolo (Messina 2009: 190), alcuni elementi appaiono già nella casa habanera di Il secolo dei lumi: una «sfera armillare […] in mezzo a quel mondo di cose trasportate attraverso tante rotte oceaniche» (SL: 28; corsivo mio); poi «telescopi, bilance idrostatiche, pezzi d’ambra, bussole, calamite, viti di Archimede, modelli di leve, tubi comunicanti, bottiglie di Leyda, pendoli e bilancieri» (SL: 31; corsivo mio); e ancora, i «libri ammonticchiati in un angolo» (SL: 44). A tornare è soprattutto l’accumulazione quasi ipertrofica dei più disparati oggetti.
    Appena oltre, il barone lamenta l’inerzia di quei nobili chiusi nella bolla di vetro, «convinti […] che lo stato fortunato in cui son nati sia dovuto a leggi divine e incommutabili» (SIM: 163). In Il secolo dei lumi Hugues accusa la classe dirigente cubana con una battuta molto simile nella sostanza: «gente […] addormentata, inerte, [che] viveva in un mondo fuori del tempo, al margine di tutto, sospesa fra il tabacco e la canna da zucchero» (SL: 88).
    Infine, altrettanto casuale o meno (e altrettanto arduo da comprovare in chiave genetica), si può citare il riferimento all’inno liturgico Te Deum. In Il secolo dei lumi questa formula conclude, dopo averla pure inaugurata, la contemplazione di una conchiglia e dell’intero cosmo che Esteban vi vede riflesso. È una sorta di parentesi panica per il giovane, che nella natura rigogliosa dei Caraibi ritrova una serenità persa con le prime ombre di Hugues in Guadalupa. Il brano termina con «una conchiglia. Una sola. Te Deum» (SL: 230). Ebbene, il canto compare anche lungo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ma in un contesto assai diverso e con tutt’altra funzione:
    «Calce viva, calce!» grida il comandante. «Sennò morìmo tutti di cholera». […] Alle sett’ore, nella sera calante, accendono qualche lume nella gabbia di vetro dei fanali. E le steariche e le lampe d’olio rimaste sugli altari. L’organo si sfiata e suona, il padre Adorno intona: Te Deum laudamus… Vien giù il pianto, il giubilo si leva tra le navate. (SIM: 228)
    È l’amaro preludio all’arringa del colonnello Giovanni Interdonato, cugino e omonimo dell’agitatore, che annuncia l’arresto dei rivoltosi di Alcara. Da sigillo alle meraviglie paradisiache delle Antille, il Te Deum diventa intermezzo in quel clima luttuoso e tetro che avvolge la sosta di Pirajno sui Nebrodi.
    Conclusioni
    Tra mere suggestioni, plausibili contatti tematici, probabili calchi e ulteriori, eventuali convergenze, la pista genetica che da Il sorriso dell’ignoto marinaio porta a Il secolo dei lumi ([1962] 1964) è di grande fascino e però, contemporaneamente, carsica. Forse per definirla non esiste immagine migliore di qualcosa che affiora con chiarezza solo a tratti, per poi tornare poco visibile o in completa ombra.
    Al contrario di altri dialoghi quasi simultanei fra letteratura ispanoamericana e siciliana, come quello tra Jorge Luis Borges e Leonardo Sciascia o quello – molto più sorprendente e inesplorato – tra lo stesso racalmutese e Federico Campbell20, Carpentier e Consolo non si conobbero mai dal vivo, e soprattutto nella produzione del secondo non risalta, almeno in maniera inequivocabile, una forte presenza del primo. In mancanza della copia personale di Il secolo dei lumi ([1962] 1964), che verosimilmente – considerando la generosità di Consolo nelle note e nelle sottolineature ai suoi libri – avrebbe fornito indicazioni utilissime in merito, resta quindi problematico presentare un quadro esaustivo e attendibile dell’influsso di Carpentier su Il sorriso dell’ignoto marinaio.
    D’altro canto, si sono esaminati alcuni ponti intertestuali, tematici o lato sensu di forma, che difficilmente possono considerarsi semplici coincidenze: i più solidi approfonditi sono senza dubbio, in ordine, il quadro Leitmotiv (che per giunta ha una sua centralità nel paradigma dell’intellettuale sconfitto), le didascalie di Goya e la descrizione oceanico-marina in apertura. Non è da escludere che, in futuro, nuove ricerche possano fornire elementi aggiuntivi a questa relazione letteraria, né che prima o poi si riesca a recuperare la copia in possesso di Consolo per mettere un punto al presente e ad altri lavori.
    Campo di un certo interesse, per esempio, sarebbe quello della lingua barocca che si auto-attribuivano sia Carpentier ([1964] 1990), sia Consolo (Adamo 2006: 112-113), e che ha offerto più di una traccia d’indagine ai loro studiosi21. Qui, relativamente a Il sorriso dell’ignoto marinaio e Il secolo dei lumi, lo si è dovuto escludere proprio per privilegiare la traduzione Longanesi e l’inchiesta genetica. Tuttavia, oltre all’aggettivazione e alle figure retoriche segnalate da Valentini (2020: 10-11), fra le due opere originali esiste per lo meno un altro denominatore comune linguistico ascrivibile al barocco: il recupero di vocaboli desueti con lo scopo dichiarato di rivendicare una specifica identità ispanoamericana, per Carpentier (Márquez Rodríguez [1969] 1977: 168), e di difendere le parlate locali dalla scomparsa, per Consolo (Sinibaldi 1988: 12). Su questo ennesimo spunto comparativo si chiude la rassegna, nella speranza che non sia l’ultima su Il sorriso dell’ignoto marinaio e Il secolo dei lumi.
    20 Se non è un mistero l’influenza di Borges su Sciascia (per es. Paoli 1997: 59-69), rimane da indagare meglio il rapporto fra quest’ultimo e il messicano Campbell, giornalista, autore di romanzi e racconti, editore. Per Campbell, Sciascia era con ogni probabilità il modello più importante a livello sia letterario che etico. I due si incontrarono in un paio di occasioni, la prima delle quali a Palermo, nel 1985, e intrattennero un fitto scambio epistolare. Per un’introduzione “sciasciana” a Campbell ci si permette di rinviare a Secomandi (2021).
    21 Due linguaggi comunque da non equiparare, ovviamente, al barocco seicentesco di un Góngora o di un Quevedo, e nemmeno da sovrapporre l’uno all’altro. Ma è un aspetto che richiederebbe un intero saggio dedicato. Su Carpentier si sono già proposti dei riferimenti bibliografici mirati, a nota 5; su Consolo si può vedere il case study di Messina (2006).

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