Il sorriso dell’ignoto marinaio viene pubblicato nel 1976 per l’Einaudi ed è il primo vero successo di Vincenzo Consolo. È un’opera percorsa da una forte tensione civile, un romanzo storico che riporta nella Sicilia dei moti rivoluzionari del 1860 ed ha al centro una sommossa contadina che si scatena in un piccolo paese (Alcara li Fusi ) all’arrivo delle truppe di Garibaldi. Questa sommossa è l’occasione per una presa di coscienza del protagonista, il barone filantropo Mandralisca di Cefalù (che riceve in dono a Lipari il celebre Ritratto d’ignoto marinaio ritratto che Antonello da Messina dipinse tra il 1460 e il 1470 su una tavola di piccole dimensioni). È attraverso quest’ultimo quadro che l’autore si interroga su grandi temi come la posizione dell’intellettuale dinanzi alla storia, il valore e le possibilità della scrittura letteraria, gli eventi cruciali della storia civile italiana, del passato e del presente. Consolo, attraverso la figura di Mandralisca si fa portavoce del malessere delle genti siciliane e dello spirito popolare tradito dalle strutture politiche. Egli inserisce nel racconto documenti dell’epoca, spesso manipolati; importante è perciò, in questo romanzo, la commistione tra arte e narrativa, tra storia e attualità.
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Le parole (non) sono pietre: la scrittura plurale di Vincenzo Consolo, fra sperimentalismo e meridionalismo

Le parole (non) sono pietre: la scrittura plurale di Vincenzo Consolo, fra sperimentalismo e meridionalismo Sperimentalismo ed eticità: l’(in)attualità di Consolo Può destare sorpresa, vista la loro estrema complessità linguistica, ma i libri di Vincenzo Consolo sono stati tradotti in molte lingue: francese, inglese, tedesco, olandese, polacco, portoghese, spagnolo, catalano. In spagnolo addirittura alcune opere sono state tradotte due volte: in castellano continentale e nello spagnolo dell’America Latina; lo stesso è accaduto per il portoghese, con una seconda traduzione in portoghese brasiliano. Il sorriso dell’ignoto marinaio 1 è stato tradotto persino in arabo. Consolo è insomma scrittore di indubbia caratura internazionale, conosciuto in molti paesi. Per avviare il discorso su di lui, mi appoggerò all’auctoritas di Cesare Segre, autore di Un profilo di Vincenzo Consolo che precede l’edizione dei Meridiani Mondadori da me curata: un profilo che è stata l’ultima fatica del grande critico e filologo saluzzese, scomparso nel 2014. Scrive Segre: « Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione » 2 , quella degli anni Trenta (Consolo è nato nel 1933 ed è scomparso pochi anni fa, nel 2012). Non voglio contraddire ciò che dice Segre, che ha certo ragione, ma dire che « Consolo è lo scrittore più grande della generazione degli anni Trenta » soltanto rischia di essere un po’ riduttivo. Diciamo allora, senza mezzi termini, che Consolo è, in assoluto, uno dei massimi scrittori italiani del Secondo Novecento. Proviamo a restare ancora un poco sulle generali. Consolo è anzitutto un autore di altissima qualità artistica. Il suo stile, di straordinario spessore, ha un’immediata riconoscibilità, un inconfondibile marchio di fabbrica, ed è dotato di una densità, complessità e originalità straordinarie. Spesso Consolo ha parlato di una lingua in qualche modo « inventata », e addirittura di una sua ferma intenzione di «non scrivere in italiano», di allontanarsi dalla piattezza della lingua comunemente parlata, mescidando lingue, registri e sottocodici, in un amalgama che si distende lungo una gamma amplissima di varianti diacroniche e diatopiche. Nel racconto autobiografico I linguaggi del bosco 3 , tratto da Le pietre di Pantalica, Consolo racconta di quando, a cinque anni, per leggeri problemi di salute – era infatti troppo magro e un po’ malaticcio – era stato portato per qualche mese in montagna, nella casa di famiglia al bosco della Miraglia. Qui egli vive un’amicizia, che è quasi una infantile ma serissima storia d’amore, con Amalia, una ragazzina dodicenne del posto: non si può certo parlare di amore in senso stretto, però i due si piacciono, e, per farla breve, sono sempre in giro insieme. Consolo racconta di come Amalia gli rivelasse il bosco, facendogli scoprire un mondo variegato e coloratissimo, fatto di cose, ma anche di parole: gli insegna come si chiamano gli alberi, gli arbusti, le erbe, i fiori, gli animali, e glielo insegna, fatto molto importante, non solo in siciliano, ma anche in sanfratellano, una lingua provenzale parlata in alcuni paesi del nord della Sicilia,
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1 V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Torino, Einaudi, 1976 (1a ed.); Milano, Mondadori, 1987 (2a ed., introduzione di C. Segre); ora in V. CONSOLO, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. TURCHETTA e uno scritto di C. SEGRE, Milano, Mondadori (I Meridiani), 2015, pp. 123-260. 2 C. SEGRE, Un profilo di Vincenzo Consolo, in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., p. XI. 3 V. CONSOLO, I linguaggi del bosco, in V. CONSOLO, Le pietre di Pantalica, Milano, Mondadori, 1988 (1a ed.); 1990 (2a ed. Oscar , a cura e con introduzione di G. TURCHETTA) ; ora in in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 606-612. 2
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nella zona dei monti Nebrodi, subito a ridosso della costa di Sant’Agata di Militello, dove Consolo è nato. In molti casi, però, Amalia inventava le parole, costruendo un proprio personale linguaggio: Dietro i porci e le capre al pascolo, fu lei a rivelarmi il bosco, il bosco più intricato e segreto. Mi rivelava i nomi di ogni cosa, alberi, arbusti, erbe, fiori, quadrupedi, rettili, uccelli, insetti… E appena li nominava, sembrava che da quel momento esistessero. Nominava in una lingua di sua invenzione, una lingua unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e con la quale per la prima volta comunicava. Ma Amalia poi conosceva altri linguaggi: quello sonoro, contratto, allitterato con cui parlava alle bestie; conosceva il sampieroto, col quale comunicava con la famiglia; conosceva il sanfratellano e il siciliano coi quali comunicava cogli estranei. In quella sua lingua d’invenzione, che s’era forgiata nelle lunghe ore del pascolo, nella solitudine del bosco, chiamava per esempio sossi i maiali, beli le capre, scipe le serpi, aleppi i cavalli, fràuni gli alberi, golli le ghiande, cici gli uccelli, fèibe le volpi, zimpi le lepri e i conigli, lammi le mucche…4 In questo modo Consolo delinea evidentemente una sorta di mise en abyme della propria poetica e della propria scrittura, mostrandoci appunto la costruzione di un linguaggio altro, analogo in qualche modo al suo: come Amalia dava alle cose “altri” nomi, anche Consolo costruisce una lingua che « chiama » sempre le cose in modo diverso da come le « chiamiamo » nella lingua di tutti i giorni. Prima di tornare a parlare del suo stile e della sua scrittura, voglio sottolineare che Consolo è molto importante anche perché ha un eccezionale spessore intellettuale. Si rileggano per esempio i saggi del suo volume Di qua dal faro 5 , che chiude il Meridiano. Il titolo evoca polemicamente un modo di dire dei Borboni, che con l’espressione «Di là dal faro» designavano appunto la Sicilia, vista dal continente, e più specificamente da Napoli, come la parte del loro regno collocata al di là del faro di Messina: una regione a cui guardavano evidentemente con sufficienza e distacco. La prospettiva «di qua dal faro» implica invece uno sguardo partecipe, ma al tempo stesso, mentre sottolinea la centralità della Sicilia, intende sottolineare anche la necessaria apertura verso il Mediterraneo tutto: la Sicilia, dunque, in qualche modo come mondo “altro” e però anche emblematica di un mondo più vasto. Si tratta di un libro di saggi dove si trovano anche tante “storie” straordinarie: come per esempio la ricostruzione della storia dell’estrazione dello zolfo, una grande vicenda economica e antropologica della storia italiana, o quella della pesca del tonno. Ma questo libro è solo una piccolissima parte della vasta produzione del Consolo saggista, poiché ci sono ancora decine di saggi che non sono stati mai raccolti in volume: nel prossimo futuro mi piacerebbe lavorare a un’edizione degli altri scritti saggistici di Consolo. Pensiamo per esempio ai numerosi saggi dedicati alla storia dell’arte, di cui era un grande conoscitore: a Antonello da Messina, a Caravaggio, ma anche a innumerevoli artisti contemporanei, per i quali in numerosi casi ha scritto prefazioni per i cataloghi delle loro mostre. Consolo, grande intellettuale, ha avuto anche un’attività giornalistica di straordinaria ampiezza e intensità: rimando per questo alla bibliografia da me
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4 V. CONSOLO, I linguaggi del bosco, cit., p. 610. Corsivi nel testo. 5 ID. Di qua dal faro, Milano, Mondadori, 1999; ora in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 987-1260. 3 curata per il Meridiano 6 .
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E pensare che alcuni critici hanno scritto che Consolo era “pigro”: una insostenibile falsità! È vero solo, semmai, che egli ha scritto un numero relativamente limitato di libri propriamente di letteratura: ma questo è avvenuto proprio perché, quando scriveva « letteratura » impiegava anni a costruire quelle prodigiose macchine espressive, che chiameremo ora, assai provvisoriamente, i suoi “romanzi”. Ma mentre si dedicava alle scritture letterarie, egli scriveva anche pezzi giornalistici, a un ritmo che ha dell’incredibile. Nella bibliografia del Meridiano Mondadori ho cercato di fare un censimento (quasi) totale di tutti i suoi scritti, anche « militanti » e d’occasione: le bibliografie, si sa, non sono mai complete, ma spero di essermi avvicinato abbastanza all’ esaustività. Ma che cosa si vede da quest’attività? Si guardi per esempio al volumetto pubblicato da Sellerio, Esercizi di cronaca 7 , che raccoglie solo una selezione degli articoli pubblicati sul quotidiano di Palermo « L’Ora » . Possiamo cogliere già come Consolo fosse costantemente presente nella vita pubblica e nella vita politica, ma ben salvaguardando la sua specificità di intellettuale, secondo un modello che, a ben vedere, deriva proprio dalla cultura francese: pensiamo per esempio a Émile Zola o allo stesso Jean-Paul Sartre. Consolo era un intellettuale sempre pronto a parlare della realtà, del presente, della quotidianità. Vorrei fra l’altro segnalare che nel 2017 uscirà presso Bompiani, per le cure di Nicolò Messina, un volume che raccoglie un’ampia selezione degli scritti di Consolo sulla mafia: per un siciliano, certo, scrivere sulla mafia è un grande dovere morale. In questo grande scrittore c’è quindi sempre una straordinaria tensione etica, che è anche, dato senso, a una tensione politica. A suo modo Consolo ha sempre fatto politica, per quanto in maniera molto diversa e lontana da quella dai politici… Il suo eccezionale spessore artistico e intellettuale rende sempre più necessaria sua una più stabile e più percepibile «canonizzazione» – per usare un termine classico della storiografia e della teoria letteraria -, che gli consenta di diventare parte integrante e ben riconosciuta del senso comune della letteratura. Anche per questo era necessaria un’edizione come quella dei Meridiani Mondadori, che, oltre a raccogliere tutti i suoi libri principali, fosse corredata di ampie note e di apparati critici capaci di aiutare nella comprensione dei testi. Ma degli apparati parleremo più avanti. In prima approssimazione vorrei dire che Consolo è, un po’ paradossalmente, uno scrittore « attuale » anche e proprio per la sua « inattualità », e che questa sua (in)attualità ha a che vedere con la sua idea di letteratura. Consolo è ossessionato, da un lato, dalla necessità di dire la storia – perché per lui bisogna parlare della storia, del passato, del presente, della storia tutta -, ma dall’altro mostra anche la fine della fiducia nell’engagement, cioè proprio di un modo di essere intellettuale che Sartre ha reso poco meno che proverbiale. Anche questo è un paradosso, e apparentemente una contraddizione; ma nella scrittura di Consolo le contraddizioni sono vitali, e prendono avvio da un’irriducibile contraddizione di partenza: bisogna parlare, ma sapendo che le parole hanno limiti così severi che diventa quasi avere la tentazione di tacere. Proprio su questa irrisolvibile duplicità Consolo costruisce quella sua originalissima unione di sperimentalismo ed eticità che ne rappresenta la più acuta e flagrante specificità. Vi sono tanti scrittori sperimentali e tanti scrittori etici – per dirla in un modo un po’ rapido e sommario – ma è quasi impossibile, trovare una così stretta congiunzione tra due atteggiamenti
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– 6 In V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 1481-1517. 7 V. CONSOLO, Esercizi di cronaca, a cura di S. GRASSIA, Prefazione di S. S. NIGRO, Palermo, Sellerio, 2013. 4
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che non vanno molto d’accordo. Detto in modo ancora molto sommario: di solito lo sperimentatore sembra sempre proiettato soprattutto verso le forme, laddove lo scrittore etico, e tanto più lo scrittore « politico », verso i contenuti. Spesso Consolo è stato accusato di “formalismo”: un’accusa veramente ingiusta e poco fondata. Come si evince anche dal sottotitolo di questo intervento, Consolo è, da un lato, uno scrittore che attinge alla tradizione meridionalistica, cioè agli scrittori, ai saggisti e agli studiosi, a volte anche ai politici, che hanno scritto del Meridione d’Italia, della sua storia, della sua miseria, dell’oppressione, della distanza tra l’Italia del Sud e le altre parti più ricche d’Italia; ma al tempo stesso è uno scrittore molto vicino a quello che possiamo chiamare il “modernismo”, cioè, in tre parole, allo sperimentalismo non avanguardistico: questo è un altro suo tratto forte, che serve anche a ricordarci quanto egli sia stato, nonostante la convergenza di date (il suo romanzo d’esordio, La ferita dell’aprile, è del 1963), lontano dalla Neoavanguardia, con cui anzi polemizzava aspramente, in riconoscibile sintonia con le critiche ad essa rivolte da Pier Paolo Pasolini. Vi proporrò ora un esempio molto caratteristico della forza di Consolo, della sua originalità e della sua irriducibile, e produttiva, duplicità. Tutti abbiamo presente ciò che sta succedendo in Europa e nel mondo: dove migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone migrano, si spostano e spesso muoiono nel tentativo di emigrare. Moltissimi, tragicamente, soccombono nel canale di Sicilia e al largo delle coste dell’Egeo, uccisi “dall’acqua”. Ecco, Consolo, in tempi molto lontani, ha cominciato a cogliere questo movimento che oggi è sotto gli occhi di tutti e che ha preso proporzioni così ampie da diventare uno degli argomenti centrali in discussione nell’agenda politica dell’Unione Europea. Se ne parla tutti i giorni, e ci si scontra su questo: i muri, le quote, i soldi alla Turchia e ricatti di Erdogan, gli imbarazzi politici della Merkel. Consolo ha capito prestissimo la rilevanza assoluta del fenomeno incombente delle migrazioni nella tarda modernità, anche e proprio nell’area mediterranea: già negli anni Ottanta ha scritto infatti spesso di migranti che morivano in acqua, specie nord-africani. Ecco così che possiamo ben percepire il Consolo che guarda al presente, alla storia, al Meridione nostro e al Meridione del mondo, cogliendo con eccezionale profondità quello che sta succedendo, prima di tanti altri. Ma se guardiamo a questa sua percezione da un altro lato, ci accorgeremo che Consolo ha anche un’ossessione letteraria, che lo rincorre fin dai primissimi racconti (si veda Un sacco di magnolie, 19578 ) e poi ricorrerà per tutta la sua carriera di scrittore: l’immagine del morto in acqua e “per acqua”, non solo perché ha davanti una certa realtà, ma anche perché ha sempre in mente l’immagine della Death by water della Waste Land di Thomas Stearns Eliot, sezione IV, con la figura di Phlebas il fenicio, morto nell’affondamento della sua nave. L’ossessione letteraria (formale, se volete), fa insomma tutt’ uno con la profondità e la lucidità nello scandaglio del reale (dei “contenuti”): Consolo è anche questo, con un’intensità che ben pochi possono vantare. E ci sarebbe peraltro da insistere – la critica non l’ha fatto abbastanza – sulle radici propriamente modernistiche, in senso letterario, di Consolo, e quindi non solo su quelle meridionali, di cui si parla più spesso. Vorrei ricordare, ad esempio, che il suo primo romanzo, un
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8 Ora in V. CONSOLO, La mia isola è Las Vegas, a cura di N. MESSINA, Mondadori, Milano 2012, pp. 7-10. 5
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romanzo di formazione, La ferita dell’aprile 9 , parla di un ragazzo che cresce in una scuola di preti del Nord della Sicilia, in un luogo mai nominato ma che assomiglia molto alla Barcellona Pozza di Gotto dove Consolo effettivamente frequentò le scuole medie, e in un mondo che parla una lingua che non gli appartiene. Il protagonista viene infatti da San Fratello, e ha come lingua madre il già citato sanfratellano: egli impara il dialetto siciliano, l’italiano e anche un po’ di francese, che studia a scuola. Intravediamo quindi una questione della lingua, in cui prende corpo una questione d’identità. Ma anche, e questo certo non è stato sottolineato abbastanza dalla critica, in La ferita dell’aprile è evidente ancora una volta il richiamo alla letteratura modernista: non solo nel vistoso richiamo ancora ad Eliot, al suo April is the cruellest month (celeberrimo attacco di The burial of the dead, sezione I di The Waste Land), attraverso la mediazione di Basilio Reale, ma anche e soprattutto a Joyce, il cui A portrait of the artist as a young men presenta non poche analogie tematiche e narrative, a cominciare proprio dal tema principale, l’educazione di un giovane in una scuola di preti. D’altra parte, già in questo primo Consolo c’è molto dialetto, e, per farla breve, non è per lui possibile rinunciare a nessuna delle due componenti, ovvero il Meridione e la grande letteratura modernista europea, o limitarne il peso. Resta inoltre tutta da studiare un’altra interessante questione, ovvero il ruolo di Pavese nella formazione di Consolo. Pavese, significativamente citato nell’ epigrafe del capitolo finale, poi espunto, di La ferita dell’aprile 10 , fa da mediatore, come traduttore e non solo, per molti scrittori italiani verso la letteratura di lingua inglese e americana. Sicuramente, ad esempio, ha un peso importante nell’avvicinare Consolo e tanti altri scrittori italiani a William Faulkner. Sono ancora tutti da approfondire i rapporti tra Faulkner e la letteratura italiana (ma anche di altre nazioni, a cominciare da quella Sudamericana: si pensi per esempio a quanto di Faulkner arriva a Garcia Marquez). Tutto ciò conferma l’eccezionalità della congiunzione, in Consolo, tra la dimensione meridionale costante, ossessiva, e una non meno costante, rigorosa prospettiva di sperimentalismo modernista, non avanguardistico. Fatte queste premesse, nel mio discorso seguirò quattro piccole tappe: la Sicilia; la poetica di Consolo – perché nella sua poetica risiedono le radici e le ragioni della sua grandezza -; alcuni aspetti formali della sua scrittura, delle strutture dei suoi testi e della lingua; infine spiegherò a grandi linee com’è articolata l’edizione delle sue opere da me curata per i Meridiani Mondadori. L’ossessione della Sicilia Consolo ha sempre in mente la Sicilia, ne parla sempre. Ma che Sicilia è? Ancora una volta la contraddizione è vitale: da un lato è una Sicilia costruita con un’attenzione documentaria, storica, e una cura di una severità rara: possiamo dire, da questo punto di vista, che Consolo è un vero storiografo. Frequentando per tanto tempo le sue carte ho potuto vedere bene in che modo arrivava ad ogni sua scrittura letteraria, raccogliendo documenti e materiali vari per anni. Per esempio nel Sorriso dell’ignoto marinaio (la cui costruzione ha richiesto tredici anni
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9 V. CONSOLO, La ferita dell’aprile, Milano, Mondadori, 1963 (1a ed.); Torino, Einaudi, 1977 (2a ed.); Milano, Mondadori 1989 (3a ed., con introduzione di G.C. Ferretti).; ora in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 3- 122. 10 Cfr. G. TURCHETTA, Da un luogo bellissimo e tremendo, introduzione a V. CONSOLO, L’opera completa, cit., p. XXXVIII, e Id., Note e notizie sui testi, ivi, p. 1293. 6 di lavoro)
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si parla della rivolta contadina di Alcàra Li Fusi, del maggio 1860, repressa poi nel sangue, ma a sua volta assai cruenta. Consolo l’ha ricostruita non solo studiando i libri di storia, ma andando in archivio, ritrovando tutte le carte di quella vicenda: tant’è vero che, per fare un esempio concreto, si è procurato tutti i certificati di morte di coloro che furono fucilati alla fine della prima parte del processo contro i rivoltosi. Alla fine del Sorriso dell’ignoto marinaio troviamo infatti proprio un certificato di morte, quello del bracciante Peppe Sirna: è anzitutto un documento autentico, ma certo ha anche la funzione simbolica di farci percepire il contrasto terribile fra la nuda povertà di un certificato di morte, che è quasi un nulla, e la vigorosa intensità della vita in corso, che abbiamo percepito quando, nel cap. V, la rappresentazione passa proprio attraverso la focalizzazione interna su Peppe Sirna. Consolo lavora così sempre: da un lato lavora come un vero storico, che mette insieme i documenti con un’attenzione ligia al rigore della ricostruzione; dall’altro, la Sicilia che egli rappresenta è sempre “altro”, nel senso che è una metafora dotata di una profonda forza di generalizzazione. Secondo me, si potrebbe dire della Sicilia di Consolo qualcosa di simile a ciò che è stato detto da Italo Calvino a proposito della Lucania rappresentata in Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, un libro peraltro fondamentale per la formazione di Consolo. Nel romanzo di Levi si parla della miseria, dell’oppressione dei più deboli e della rabbia contadina che a volte esplode in rivolte selvagge e sanguinose. Calvino sostiene che la Lucania di Carlo Levi è servita da modello per tanti altri Sud del mondo: non a caso questo romanzo è stato tradotto e letto in America Latina, in Asia, ed è diventato un libro di riferimento per altre lotte, per altre rivoluzioni 11 . Ma anche la Sicilia di Consolo è una grande rappresentazione del Sud del mondo, di ciò che succede attraverso i processi di modernizzazione che distruggono il mondo contadino e che vediamo all’opera in Italia ma anche in tante altre nazioni, soprattutto extra-europee. C’è un avvenimento che si ricorda poco e che apparentemente ha poco o nulla a che fare con la letteratura: nel 2008, per la prima volta, gli abitanti del mondo che vivono in città sono diventati più numerosi di quelli che vivono nelle campagne. Si tratta di un cambiamento enorme, epocale: in tutta la storia dell’uomo gli abitanti delle campagne sono sempre stati di più rispetto a quelli delle città, mentre ora assistiamo al fenomeno inverso. Consolo ci parla proprio di come i processi di modernizzazione stiano distruggendo molte civiltà e mettano a rischio la sopravvivenza del pianeta stesso, ma in lui non vi è, come spesso accade negli intellettuali, il pianto, la nostalgia, la lamentela su un mondo che era più bello, anche se egli costantemente critica senza nessuna indulgenza questa modernizzazione. Ricordiamo che l’idea di Consolo di scrivere mescolando tante lingue è anche l’idea di conservare, attraverso le parole, le culture, i punti di vista sul mondo, i modi di vita che sono dentro quelle parole. Nella scrittura di Consolo vi è una grande preoccupazione, oltre che storica, anche antropologica: egli desidera mostrare come cambia la cultura e, cogliendo i processi di cambiamento della Sicilia, coglie emblematicamente anche i cambiamenti del mondo tutto. Come molti altri intellettuali siciliani, Vincenzo Consolo ha rappresentato la Sicilia andando a vivere al Nord, e in particolare a Milano, come Verga, Vittorini, Quasimodo e tanti altri. Rappresentare la Sicilia da lontano ha significato anche vivere l’ossessione della Sicilia nei termini, consapevolmente contraddittori (un’altra contraddizione produttiva) di necessità
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11 I. CALVINO, La compresenza dei tempi (1967), in C. LEVI, Cristo si è fermato a Eboli, Torino, Einaudi, 1945, poi 2010, p. XI. 7
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del ritorno, ma anche di impossibilità del ritorno. Significativamente, egli ha reinventato il mito di Ulisse alla sua maniera, parlandoci di un Ulisse che non ha più un’Itaca dove tornare, della quête ormai impossibile di una patria essenziale che non esiste più: questa impossibilità ha come causa evidente proprio i processi di modernizzazione. A questo allude, per esempio, una delle più celebri poesie di Giuseppe Ungaretti, Girovago: «in nessuna parte di terra / mi posso accasare». Consolo è ossessionato da questa sua patria che non è più quella di prima, che non è più patria: ma, una volta di più, parlando della Sicilia ci parla di noi tutti, di come ci spostiamo e di come non riusciamo più a ricostruire la nostra identità: perché ormai la nostra identità è un processo che si costruisce giorno per giorno, e non è più possibile affidarsi a un’appartenenza originaria. Parlando della Sicilia Consolo ci racconta una storia drammatica, anche perché molte volte i cambiamenti sono parsi offrire delle possibilità di rinnovamento, di liberazione, che poi però sono andati perdute, che hanno deluso. Nelle sue opere egli ha messo a fuoco tre momenti fondamentali di questa parabola storica in tre romanzi storici, che a posteriori ha collocato in una trilogia. Nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) parla del Risorgimento italiano, di quello che ha rappresentato, come grande speranza ma anche grande delusione, straordinaria occasione perduta. Il Risorgimento infatti ha rappresentato l’illusione di un grande cambiamento non solo politico, ma anche sociale ed economico: il potere, infatti, non si sposterà di molto rispetto al periodo precedente. In Nottetempo casa per casa (1992, Premio Strega 12) Consolo parla dei primi anni Venti e della nascita del fascismo, in un periodo caratterizzato dall’irrazionalità e dalla violenza, che hanno segnato non solo la storia italiana ma anche gran parte della storia europea. E nel romanzo Lo spasimo di Palermo (199813) ci racconta un terribile presente, quello dei primi anni Novanta del Novecento, delle stragi di mafia del 1992, ovvero il presente dalla mafia (non soltanto siciliana), della corruzione, della complicità fra potere politico e potere criminale, della necessità di denunciarlo e anche della difficoltà di uscire da una situazione sempre più drammatica. Al di qua e al di là della Storia, per Consolo la Sicilia è però anche una densa metafora dell’ambivalenza della vita. La Sicilia è infatti, lo sappiamo, una terra bellissima, dove, per farla breve, c’è tutto quello che si potrebbe desiderare per essere felici: straordinari monumenti, della Magna Grecia e della romanità, del Medioevo, del Barocco; una natura rigogliosa; e inoltre la Sicilia è pure un posto, perdonate la banalità, ma… perché non dirlo?, dove si mangia benissimo. In Sicilia c’è tutto, e quindi da un lato potrebbe essere il migliore dei mondi possibili; ma per altri versi è un mondo esemplarmente e tragicamente violento e corrotto, pieno di orrori, addirittura proverbiale, nel mondo intero, per la mafia, quella criminalità organizzata così importante che tutte le criminalità organizzate del mondo vengono chiamate «mafie», in analogia con quella siciliana. Pensiamo ora al romanzo Retablo 14 , in cui vi sono dei meravigliosi incontri tra amici, e nuove amicizie che nascono, e al tempo stesso assistiamo alla rappresentazione di un orrore senza fine: leggiamo per esempio la scena delle prostitute a
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12 V. CONSOLO, Nottetempo, casa per casa, Milano, Mondadori, 1992; ora a in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 647-755. 13 V. CONSOLO, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1992; ora a in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 873-975. 14 V. CONSOLO, Retablo, Palermo, Sellerio, 1987; ora a in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 365-475. 8
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cui per punizione viene tagliato il naso 15. Una violenza atroce, quella delle mutilazioni come pena legale, che si praticava nel mondo passato, certo: ma anche che continua ad accadere ancora oggi in non poche parti del mondo… La Sicilia appare dunque in Consolo come un luogo in cui vi è tutto il male e tutto il bene, ed è di conseguenza anche per questo un’immagine della vita tutta, un luogo «bellissimo e tremendo», per riprendere un’espressione di Consolo stesso 16 . La Sicilia è metafora della vita, della sua bellezza straordinaria e della sua terribile violenza, che convivono; ma è importante aggiungere che Consolo non cade mai in un vizio tipico dei letterati – non solo italiani, ma di quelli italiani di sicuro: quello di mettere tutto in «un tempo senza tempo», di parlare della violenza e della tristezza come di qualcosa di eterno, di un destino senza fine. In questo Consolo è davvero radicalmente diverso dal Tomasi di Lampedusa del Gattopardo, che consapevolmente contestava: egli non dice mai che la storia non cambia, che «cambia tutto» perché «non cambi niente». Tutt’al contrario, Consolo ci ricorda in continuazione che i cambiamenti sono sempre storicamente determinati, che non c’è un male metafisico eterno. E che quindi noi dobbiamo continuare a combattere. Sempre. La poetica di Consolo Partendo da lontano potremmo farci una domanda molto difficile a cui darò, di necessità in modo rapido, varie risposte: «Che cos’è la letteratura?» O meglio: «Che cos’è questo discorso così particolare, che continuiamo a sentire come un discorso così fragile e allo stesso tempo così necessario?» Il grande sociologo francese Pierre Bordieu ha scritto un libro straordinario, Les règles de l’art (1992), per mostrare che cosa ha significato nella cultura dell’Occidente definire una specificità del «campo» della letteratura. Quello che noi sentiamo come «letteratura», infatti, lungi dall’essere una tipologia testuale ben delimitata da millenni, come di solito crediamo, nasce e si definisce nel secondo Ottocento, da un movimento che mette radici già nel Romanticismo. Qualcuno ha tentato di definire la letteratura secondo i suoi tratti linguistici: è stato il sogno degli Strutturalisti e, ancora prima, dei Formalisti russi, che hanno aspirato ad un’identificazione e a una definizione scientifica della specificità della letteratura; ma non ce l’hanno fatta, perché la letteratura può essere scritta in tutti i modi possibili, come mostra ad abundantiam il romanzo. C’è poi una definizione che potremmo chiamare di tipo retorico, quella di un grande teorico italiano, purtroppo scomparso abbastanza giovane, Franco Brioschi (1945-2005): egli mette a fuoco la letteratura come un linguaggio, o meglio delle pratiche discorsive legate ad una situazione comunicativa particolare, spiegando che «la letteratura è ciò che chiamiamo letteratura». A prima vista si tratta di una tautologia, ma in realtà non lo è, perché rinvia ad una specificità comunicativa, al fatto che i discorsi che noi identifichiamo con l’etichetta generica “letteratura” sono una varietà dei discorsi di “riuso” (un termine che Brioschi riprende dal grande filologo tedesco Heinrich Lausberg), che assume la sua qualità specifica, la sua letterarietà, in virtù di un contesto comunicativo, e storico, che gliela attribuisce. Il grande sociologo della letteratura francese Robert Escarpit, invece, pensava – in modo molto vicino alla definizione di Brioschi –che ciò che noi intendiamo come letteratura è
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15 Ivi, p. 400. 16 V. CONSOLO, Viaggio in Sicilia, in Id., Di qua dal faro, Milano, Mondadori, 1999; in Id., L’opera completa, cit., p. 1224. 9
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l’immagine sociale che una certa epoca si fa della letteratura: un’immagine che ci viene consegnata dai testi che definiscono il canone condiviso. Nel suo sempre illuminante Qu’est-ce que la littérature? (1947) Jean-Paul Sartre afferma che «écrire est dévoiler le monde, et en même temps le proposer comme un devoir à la générosité du lecteur». È un’immagine profondamente etica della letteratura, secondo la quale la letteratura non solo svela sempre qualcosa al lettore, ma anche gli impone, nel disvelamento, la necessità di tentare di cambiare quel mondo. E per Consolo, che cosa significa «letteratura»? Cerchiamo di capire dov’egli si collochi, perché in questa collocazione sta molto della sua grandezza. Per lui, da un lato la letteratura esiste solo come letteratura stricto sensu, nel senso che è importante distinguere tra le scritture giornalistiche e la scrittura d’invenzione, appunto la “letteratura”, ovvero fra gli articoli ch’egli stesso scrive quasi tutti i giorni e i libri costruiti attraverso una fatica di molti anni. Per Consolo la “letteratura” è il linguaggio spinto sino alle sue estreme possibilità. Si ha “letteratura” quando, cioè solo quando vi è una pressione sul linguaggio, una tensione, un’aspirazione violenta, che è al tempo stesso formale e morale. Consolo cerca sempre di dare al linguaggio il massimo di densità formale, attraverso quella che io chiamo la pluralizzazione del linguaggio, cioè la moltiplicazione, esibita, dei suoi vari strati, ai quali si sforza di attribuire sistematicamente una speciale densità linguistico-retorica una speciale intensità. Da un altro lato però questo linguaggio preme verso una verità, una capacità di dire il reale che, unita alla densità formale, vorrebbe far sì che le parole fossero dense, al limite, come le cose. Quindi da un lato Consolo vuole che le parole siano come cose, magari addirittura, per citare ancora una volta Carlo Levi, che le parole siano come pietre. En passant, Le parole sono pietre 17 è il libro di Carlo Levi sulla Sicilia: tre narrazioni di storie vere siciliane, che Consolo cita spesso e a cui fa spesso riferimento esplicito, o implicito, come nel titolo Le pietre di Pantalica. Da un lato quindi le parole vogliono essere come cose e, per renderle più dense, Consolo le “moltiplica”, le pluralizza in tanti modi; ma le parole non sono cose, non sono pietre: e quindi Consolo ci dice allo stesso tempo che la “letteratura”, perdonate la citazione molto mainstream, è per definizione una «mission impossible». È infatti necessario caricare le parole sino a farle diventare più che parole, azioni e cose: ma bisogna farlo sapendo che non è possibile… Proprio qui, a ben vedere, sta la grandezza di Consolo: cioè sia in questo sforzo di caricare all’estremo le parole, ma anche nella costante, coesistente consapevolezza dei limiti invalicabili della parola. Sono pochi gli scrittori che come Consolo hanno spinto verso la grande letteratura, che comunque resiste come ideale di riferimento, ma continuando al tempo stesso a rivelarci la miseria della letteratura stessa, anche della più alta. In Consolo è costante la coscienza e la problematizzazione dei limiti della parola. Proprio perché la parola ha dei limiti irriducibili, che vanno sottolineati, si genera nelle sue opere un discorso che è anche costantemente meta-linguistico, in cui le parole non sono solo quello che sono, ma diventano anche discorso su se stesse. In Consolo, percepibilmente, c’è inoltre anche una costante tensione meta-letteraria: la sua è una letteratura che si domanda sempre «che cos’è la letteratura?»; e la sua narrativa è meta-narrativa, e mette costantemente in discussione la narrazione e le sue strutture ingannevolmente continue. Il sorriso dell’ignoto 17 C. Levi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, Torino, Einaudi, 1955; poi ivi, 1979, con prefazione di V. Consolo, e anche, col titolo Carlo Levi, in Di qua dal faro, cit., pp. 1227-1233. 10 marinaio, per esempio, è un romanzo ma anche un anti-romanzo, così come è un romanzo storico e un anti romanzo-storico: è quindi, se vogliamo, sia ciò che vuole essere sia ciò che sa di non poter essere. Mentre sta scrivendo un romanzo-storico, inoltre Consolo sa bene che il romanzo-storico è già di per sé una contestazione della Storia, come ben sapeva Alessandro Manzoni, nume tutelare indiscutibile dell’idea consoliana del romano storico-metaforico; ma intanto egli contesta il romanzo-storico che sta facendo insieme alla storiografia ch’esso mette in discussione: come dire che in ogni momento egli fa un certo tipo di discorso, ma intanto gli toglie subito il terreno da sotto i piedi, lo svuota, lo demistifica. Se la parola è sempre problematizzata, proprio mentre egli la spinge verso le sue massime capacità espressive, ciò accade anche perché Consolo ci dà la percezione profonda e costante del fatto che ogni discorso è detto da qualcuno, che la parola è radicata in un soggetto e che quindi non esistono discorsi che si fanno ‘da soli’, perché la lingua è sempre «in situazione», come ci ha insegnato Michail Bachtin, e dopo di lui la pragmatica e la linguistica degli Speech Acts. Non esiste una lingua astratta, perché le parole derivano da persone che le hanno dette o scritte, e questo significa che le parole sono dotate di una capacità di verità legata, e non è una contraddizione, proprio al fatto che derivano da qualcuno che le utilizza in relazione ad una specifica esperienza di vita. In altri termini, in ogni parola c’è un vissuto che si afferma: e quindi per Consolo anche il più cattivo, il più stupido e il più infame degli uomini ci dirà delle verità perché ci parlerà di qualcosa che ha davvero vissuto; e la sua verità farà tutt’uno con i limiti invalicabili della sua parzialità, della sua non-verità. Nel terzo capitolo del Sorriso dell’ignoto marinaio, per esempio, c’è la rappresentazione dall’interno di un personaggio terribile, Frate Nunzio: un reazionario, un violento, un maniaco sessuale, che appartiene alla Chiesa ma al tempo stesso ne fa di tutti i colori, arrivando addirittura ad uccidere una ragazza e a stuprarla dopo morta… Nelle narrazioni, in genere, come ha spiegato Wayne Booth, raramente si rappresenta il punto di vista dei personaggi spregevoli, perché quando si presenta il punto di vista di qualcuno ci si avvicina alle sue ragioni, alle sue motivazioni. Ma Consolo ci mostra anche il più cattivo, il più infame, ci mostra che è possibile metterlo in scena, perché così svela e offre alla nostra comprensione una realtà esistenziale. L’ossessione di radicare il discorso dentro qualcuno che parla è anche un modo di mettere in scena la concreta verità nell’esistenza. Da un altro lato però, proprio perché le parole sono sempre di qualcuno, Consolo ci mostra che le parole sono sempre una mistificazione; qui sta l’altro lato della mission impossibile consoliana: «devo dire la verità, ma se la verità è sempre di qualcuno, non potrà mai essere una verità assoluta, e quindi devo anche criticarla, demistificarla». La complessità del discorso che Consolo fa sulla parola è grandissima, come possiamo vedere bene nel capitolo VI del Sorriso dell’ignoto marinaio, in cui troviamo la voce del protagonista principale, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, figura storica realmente esistita, che si dedicava ad attività intellettuali nobili, disinteressate, e forse anche inutili, o comunque di utilità assai limitata: egli era infatti un grande studioso di lumache, un malacologo, e la lumaca diventa simbolo portante del libro, come figura di inutile complicazione, di mescolanza di geometria e caos, come equivalente del labirinto. Mandralisca si trova a confrontarsi con la violenza della Storia ed è chiamato in qualche modo ad impegnarsi, ma non riesce a farlo sino in fondo o, quanto meno, coglie i limiti della propria azione. Consolo rappresenta il barone mentre mette in discussione il proprio discorso, che si presenta anche e proprio come 11 discorso di un intellettuale, che non riesce ad incidere sulla realtà storica. Consolo fa così quindi chiaramente una mise en abyme, mettendo in discussione anche il proprio discorso di intellettuale e di scrittore. Al tempo stesso egli imita lo stile di un erudito dell’Ottocento, uno stile un po’ retorico, pomposo, complicato, con una sintassi e un lessico complessi e un po’ involuti. Il passo a cui faccio riferimento è una lettera (un testo di fiction che ha l’apparenza di un genere di non fiction) in cui il barone Mandralisca, di Cefalù, che è anche colui che nella realtà storica ha acquistato il Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, conosciuto anche come Il ritratto dell’ignoto marinaio, scrive a Giovanni Interdonato, a sua volta personaggio storico reale e militante molto attivo nella vicenda Risorgimentale. Mandralisca scrive dopo la rivolta di Alcàra Li Fusi, dove la rabbia dei contadini era esplosa al punto da portarli a massacrare tutti i “notabili” che si erano trovati sulla loro strada: i padroni, le autorità locali, i benestanti, i preti, ma anche i bambini… Siamo di fronte quindi a una violenza terribile, da un lato giustificata da secoli di oppressione, ma dall’altro assurda e cieca, come succede spesso in queste rivolte (come accadeva nelle jacquéries, ovvero nella contro-rivolta contadina e realista degli anni della Rivoluzione francese). Ecco le parole di Consolo, che imita uno stile in cui non crede e ci fa vedere, anche nello stile, la necessità di demistificare: Nelle more del giudizio che dovrà emettere codesta Corte nei riguardi degli imputati, villani e pastori , scansati alla fucilazione cui soggiacquero tredici d’essi in Patti, dietro sentenza di quella Commissione Speciale, il dì 18 dell’agosto scorso, quali in catene e quali latitanti, questa memoria non suoni invito istigativo a far pendere i piatti della bilancia della Giustizia sacra da una parte o dall’altra, ma sia intesa quale mezzo conoscitivo indipendente, obiettivo e franco, di fatti commessi da taluni che hanno la disgrazia di non possedere (oltre a tutto il resto) il mezzo del narrare, a voce o con la penna, com’io che scrivo, o Voi, Interdonato, o gli accusatori o contro parte o giudici d’essi imputati abbiamo il privilegio. E cos’è stata la Storia sin qui, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati. A codesta riflessione sono giunto dopo d’aver assistito a’ noti fatti. Or io invoco l’Esser Supremo, l’Intelletto o la Ragione o Chiunque Altro ci sovrasti, a che la mente non vacilli o s’offuschi e mi regga la memoria nel narrare que’ fatti per come sono andati. E narrar li vorrei siccome narrati li averìa un di quei rivoltosi protagonisti moschettati in Patti, non dico don Ignazio Cozzo, che già apparteneva alla classe de’ civili e quindi sapiente nel dire e nel vergare, ma d’uno zappatore analfabeta come Peppe Sirna inteso Papa, come il più giovine e meno malizioso, ché troppe sono, e saranno, le arringhe, le memorie, le scritte su gazzette e libelli che pendono dalla parte contraria agli imputati: sarà possibile, amico, sarà possibile questo scarto di voce e di persona? No, no! Ché per quanto l’intenzione e il cuore sian disposti, troppi vizzi ci nutriamo dentro, storture, magagne, per nascita, cultura e per il censo. Ed è impostura mai sempre la scrittura di noi cosiddetti illuminati, maggiore forse di quella degli ottusi e oscurati da’ privilegi loro e passion di casta. Osserverete: ci son le istruzioni, le dichiarazioni agli atti, le testimonianze… E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro i codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere. Quando un immaginario meccanico istrumento tornerebbe al caso, che fermasse que’ discorsi al naturale, siccome il dagherrotipo fissa di noi le sembianze. Se pure, siffatta operazione sarebbe ancora ingiusta. Poi che noi non possediamo la chiave, il cifrario atto a interpretare que’ discorsi. E cade acconcio in questo luogo riferire com’io ebbi la ventura di sentire un carcerato, al castello dei Granza Maniforti, nel paese di Sant’Agata, dire le ragioni nella parlata sua sanfratellana, lingua bellissima, romanza o mediolatina, rimasta intatta per un millennio sano, incomprensibile a me, a tutti, comecché dotati d’un moderno codice volgare. S’aggiunga ch’oltre la lingua, teniamo noi la chiave, il cifrario dell’essere, del sentire e risentire di tutta questa gente? Teniamo per sicuro il nostro codice, del nostro modo d’essere e parlare ch’abbiamo eletto a imperio a tutti quanti: il codice del dritto di proprietà e di possesso, il codice politico dell’acclamata libertà e unità d’Italia, il codice dell’eroismo come quello del condottiero Garibaldi e di tutti i suoi seguaci, il codice della poesia e della scienza, il codice della giustizia o quello d’un’utopia sublime e lontanissima… E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libertà, Egualità, Democrazia, riempiamo d’esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi, pandette, costituzioni, noi, che que’ valori abbiamo già conquisi e posseduti, se pure li abbiamo veduti anche distrutti o minacciati dal Tiranno o dall’Imperatore, dall’Austria o dal Borbone. E gli altri, che mai hanno raggiunto i dritti più sacri e elementari, la terra e il pane, la salute e l’amore, la pace, la gioja e l’istruzione, questi dico, e sono la più parte, perché devono intender quelle parole a modo nostro? Ah, tempo verrà in cui da soli conquisteranno que’ valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perché i nomi saranno interamente riempiti dalle cose. 12 Che vale, allora, amico, lo scrivere e il parlare? La cosa più sensata che noi si possa fare è quella di gettar via le chine, i calamari, le penne d’oca, sotterrarle, smetter le chiacchiere, finirla d’ingannarci e d’ingannare con le scorze e con le bave di chiocciole e lumache, limaccia, babbalùci, fango che si maschera d’argento, bianca luce, esseri attorcigliati, spiraliformi, viti senza fine, nuvole coriacee, riccioli barocchi, viscidumi e sputi, strie untuose… » 18 . Ci sono coloro che hanno il diritto di prendere la parola e coloro che non riescono a raccontare la propria storia: e la letteratura sarà quindi anche un modo di dare voce a chi non può parlare. Ma è importante notare il lato critico dei personaggi consoliani, ossia mettere in discussione il loro discorso proprio nel momento stesso in cui lo pronunciano. Appare anche, sì, il sogno di dire le cose come stanno, ma è un sogno impossibile, perché il barone di Mandralisca parlerà fatalmente come un barone, anche se barone progressista, “di sinistra”. Ricordiamo che Peppe Sirna, detto Papa, è un bracciante agricolo, analfabeta, di cui, come accennato, si rappresenta nel cap. v il punto di vista, contrapposto poi alla sua morte, e di cui Consolo inserisce nell’ultima Appendice il vero certificato di morte. Significativamente, «impostura» è un termine che ricorre spesso in un’opera di Leonardo Sciascia a cui Consolo guarda sovente, e soprattutto per Il sorriso: Il consiglio d’Egitto. Le parole non sono solo parole, dice anche chiaramente Mandralisca, che da questo piunto di vista è un porta-parola dell’autore, ma rinviano ad una situazione culturale, ad un modo di sentire e ad emozioni che sono culturalmente e socialmente determinate. Il barone Mandralisca sogna un giorno in cui «le parole siano intieramente riempite dalle cose»: ma Consolo ci fa intuire che questo è un sogno impossibile». Allo stesso tempo, bisognerebbe scongiurare il rischio di smettere di scrivere, di parlare. In Consolo c’è insomma sempre una tensione verso l’assoluto della parola che confina con l’afasia: qualcosa che, mutatis mutandis, lo avvicina al rischio dell’afasia e della pagina bianca in Mallarmé, o alla tentazione di buttar via la penna, di smettere di scrivere, perché non ce n’è più bisogno o comunque non serve a niente, come ha fatto a Rimbaud, che smise di scrivere poesie, andando a fare il mercante di cannoni. Può parere strano questo accostamento per il “meridionalista” Consolo: eppure egli fa stare insieme, fa convivere l’impegno e la tentazione del silenzio, proprio perché mette in discussione il senso delle parole, di qualsiasi parola. Per lui è quindi necessario essere consapevoli dei limiti della parola e però anche combattere contro questi limiti. E come? Proprio con la strategia di moltiplicazione, di pluralizzazione: cui è dedicata la terza parte del mio discorso. La parola plurale È possibile combattere i limiti della parola o, meglio, provare a combatterli – perché questi limiti comunque resteranno -, ma bisogna spingerli oltre se stessi, in un certo senso «lanciare il cuore oltre l’ostacolo»: lo lanceremo, non ce la faremo, ma è necessario, bisogna farlo, altrimenti non ci sarà letteratura. Consolo si pone il problema dei limiti della parola, facendoci capire che esso è intimamente legato alla questione degli intellettuali. In lui c’è infatti, non a caso, una presenza molto profonda del pensiero di Gramsci, un autore che ha posto costantemente la «questione degli intellettuali», ovvero del loro ruolo storico, specie in rapporto alle peculiarità della storia italiana, e alla necessità di abbandonare la posizione
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18 Cfr. V. CONSOLO, Il sorriso dell’ignoto marinaio (cap. VI), in V. CONSOLO, L’opera completa, cit., pp. 215- 217. 13
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dell’intellettuale tradizionale, orgoglioso di far parte di una casta, per diventare intellettuale organico, partecipe di un progetto politico. Ma torniamo alla strategia consoliana di pluralizzazione, cercando di capire la complessità di Consolo, che opera a tanti livelli, non solo al livello stilistico. Per esempio a livello di genere, poiché i generi nei suoi testi (salvo forse in La ferita dell’aprile) sono sempre rimescolati. Lunaria, ad esempio, è un libro che parla nuovamente della Sicilia, in particolare di Palermo, di una Palermo settecentesca un po’ storica e un po’ inventata, di una Palermo bellissima e corrotta. Quest’ambivalenza, lo sappiamo, vale per tutta la Sicilia: e poi anche per la vita tutta, «bellissima e terribile» allo stesso tempo. Lunaria è la storia fantasiosa di un momento drammatico, in cui cade sulla terra un pezzo della luna. La luna, ammalatasi a causa della corruzione del mondo, perde un pezzo, che cade in una remota contrada, lontana dalla corte di Palermo, dove è ambientata inizialmente la rappresentazione: una contrada dove vivono dei contadini che portano in sé ancora un’autenticità emotiva, sentimentale; quindi non a caso la luna sceglie di cadere proprio lì: è un segnale proprio dell’intima verità dei suoi abitanti, dell’autenticità di questi contadini, in qualche modo riconosciuta da un evento cosmico emblematico. Il viceré, allo stesso tempo uomo di potere e intellettuale problematico, porterà la propria corte proprio lì dov’è caduto il pezzo di luna, che verrà raccolto e riappiccicato al suo posto. La contrada verrà allora chiamata Lunaria. Ma ecco invece un’immagine della bellissima e corrotta Palermo: Ecco il più bel promontorio del mondo, corona di Ruggeri e di Guglielmi, ecco la grotta ove s’adagia l’Odalisca santa, la vergine romita, avida d’omaggi, d’allusioni, di maschili moventi sfigurati, sospiri, ardori, ceri esorbitanti… Declina, si scioglie quella roccia all’Arenella, all’Acquasanta: ed ecco il feudo senza barone, il regno di nessuno, la piana che palpita di scaglie, mobile strada per le Spagne, per le Afriche, per oltre le Colonne, la porta delle Nuove Indie… Da dove vengono, dove vanno tanti uccelli bianchi, tanti fiocchi, tanti vascelli del sogno? Che predano, quali speranze portano? (Esce dal suo nascondiglio e si sposta davanti al terzo balcone.) E qui è il corpo grande, la maschera della giovine disfatta, la rossa, la palmosa, la bugiarda… Ah la processione di cupole smaglianti, giare andaluse, lozas doradas, le facciate di zuccheri, cannelle, mandorlate, la pampillónia dei marmi nelle chiese, e i monasteri d’ombre, bocce ove crescono lieviti malsani, e i conventi turpi, Ostérii di supplizi, cani ch’alimentano roghi disumani, vampate di barbarie… E i superbi palazzi de’ superbi, in gara eterna col Nostro, con Noi, con gli Dèi… E i giardini, le fontane, le peschière, impensabili ville sopra i Colli, alla Bagarìa, pietrificazioni d’orgogli, d’incubi, follie, sonni, echi snaturati di Cube, di Zise, di Favàre… Ah città bambina, ah vanità crudele, ah fermento cieco, serpaio, covo di peste, di vaiolo, esplosione di furie, ribellioni! Ah carnezzeria feroce, stazzo di lupi, tana di sciacalli!… Ignorancia, altaneria, locùra, tumba de verdad, cuna de matanza!» 19 La struttura del testo è teatrale, con le dramatis personae, le scene e le didascalie; ma, al tempo stesso, siamo davanti a una fiaba, che però è anche un testo molto poetico, in gran parte scritto in versi20. Quindi Lunaria è teatrale e non è teatrale, è una fiaba, ma allude anche alla storia, è poesia e allo stesso tempo ha una dimensione saggistica, che la rende affine a un conte philosophique. E qui gli esempi potrebbero continuare. Si pensi a un libro come L’ulivo e l’olivastro: è un saggio o una narrazione? A che genere appartiene? I testi di Consolo sono quindi caratterizzati quasi sempre da un’alta complessità a livello di genere, da un addensamento, una pluralizzazione anche sul piano macro-strutturale. Vi è poi, ma lo sapevamo già,
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19 V. CONSOLO, Lunaria, Torino, Einaudi, 1985; ora in Id., L’opera completa, cit., pp. 276-277. 20 Recentemente Etta Scollo, una cantante siciliana che vive e lavora in Germania, ha musicato i testi in versi di Lunaria, facendone un disco bellissimo: Nella gioia luminosa dell’inganno, Jazzhouse, 2013. La Scollo si occupa di repertorio siciliano classico, come quello di Rosa Balistreri, per esempio. 14 una grande complessità a livello di lingua, tanto che si è parlato di «plurilinguismo» per la lingua di Consolo; ma Cesare Segre obiettava giustamente che «plurilinguismo» – come ci ha spiegato anzitutto Bachtin, che Segre riprende – è anche «polifonia», cioè pluralità di prospettive, e dunque non si tratta soltanto di molte lingue, ma di diverse prospettive sul mondo. Per questo «raccogliere le parole», come fa Consolo, significa cercare di preservare la «biodiversità» del linguaggio, la sua varietà, e dunque quella delle culture che lo impiegano. In Consolo vi è una moltiplicazione anche a livello di tono: di solito si è insistito sul lato tragico di Consolo, che si fa più unilaterale nelle ultime opere, quando il suo linguaggio e la sua prospettiva hanno iniziato a farsi più cupi. Però mi sembra importante sottolineare quanto c’è di ironico e persino di comico in Consolo e quanto la sua rappresentazione mescoli continuamente l’alto e il basso: come per esempio nel personaggio di Vito Parlagreco, un contadino che parla solo dialetto, a dispetto del suo cognome…. Vito fa una riflessione d’intonazione leopardiana, e si chiede: «Ma che siamo noi? Che siamo?» si chiedeva Vito Parlagreco, masticando pane e pecorino con il pepe. «Formicole che s’ammazzan di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.» 21 Una riflessione altissima, metafisica ed esistenziale, fatta da un personaggio di modestissima condizione e di ancor più modesta caratura intellettuale, mentre mangia pane e pecorino: ma il suo formaggio e la sua condizione di persona ignorante, di bracciante, si mescolano visibilmente con le sue nobili interrogazioni, cambiandone profondamente il tono. Ancora: in Consolo vi è una costante mescolanza di poesia e di prosa. Qui la critica ha lavorato molto ed è stato notato spesso che i testi di Consolo possono essere riscritti mettendo in molti luoghi gli ‘a capo’ e quindi creando dei versi, che sono già presenti nella ritmica, anche ‘per l’occhio’. Spesso, significativamente, si hanno delle sequenze di endecasillabi e settenari, che certo alludono proprio al modello della canzone leopardiana. Ma questi versi, comunque, non sono propriamente versi, tranne in Lunaria o in qualche altro luogo, perché a rigore restano comunque prosa. In questo senso penso che Consolo condivida l’aspirazione a fare una prosa narrativa che sia completamente poesia, aspirazione che era di Vittorini, per certi versi un maestro per Consolo: anche se, absit iniuria verbis, la qualità della scrittura di Consolo è a mio avviso superiore a quella di Vittorini. Ancora: spesso Consolo fa entrare in conflitto, in calcolata contraddizione, diverse voci. Citerò qui soltanto Retablo, in cui si raccontano e s’intrecciano più storie d’amore. Retablo è un termine spagnolo che indica una «pala d’altare»: e il libro è costruito proprio come una pala d’altare, con un capitolo breve all’inizio e uno breve di analoghe dimensioni alla fine, e con in mezzo una parte molto più ampia, proprio a simulare la proporzione fra le parti di un polittico. Nel primo capitolo, il primo “quadro” del retablo, vi è il racconto di Isidoro, disperato, che rimpiange la sua amata Rosalia; alla fine troveremo il racconto speculare di Rosalia, che ci rivela come, anche se si prostituiva, ha sempre amato solo Isidoro. Deve lasciarlo, ma lo ama. Al centro vi è un altro romanzo d’amore, assai più ampio, che ha come protagonista Fabrizio Clerici, che è anche il narratore principale. Abbiamo quindi tre protagonisti e tre narratori, che si alternano e alludono anche a una struttura pittorica: ma Fabrizio Clerici era anche un pittore vero, contemporaneo e amico di Consolo, di cui nell’edizione Sellerio sono 21 V. CONSOLO, Filosofiana, in Le pietre di Pantalica, cit., p. 541. 15 anche riprodotti dei quadri. Bisogna ammettere che un difetto serio del Meridiano è quello di non aver potuto aggiungere le immagini e le copertine di tutti i libri, che erano parte integrante dell’operazione artistica, e che inoltre ribadiscono l’interesse di Consolo per la storia dell’arte e la pittura in particolare, che si fanno spesso parte integrante della sua scrittura. Ma c’è ancora un’ulteriore complicazione, perché in realtà Fabrizio Clerici dà costantemente la parola ad altri personaggi che, a loro volta, raccontano delle lunghe storie e diventano, come direbbe Genette, narrateurs de deuxième dégré, quindi ancora altre voci. Inoltre, se c’è la Rosalia numero uno, ovvero quella dell’ultimo capitolo, l’amata di Fra’ Isidoro – un frate che poi deve allontanarsi dal convento -, c’è anche un’altra Rosalia, Rosalia Granata, che pure, nel capitolo Confessione 22 , racconta una storia in cui si parla di amori controversi con preti e che viene presentata come se fosse fisicamente scritta sul retro, sul verso delle pagine che Fabrizio Clerici sta scrivendo. Quindi c’è una pagina scritta in carattere tondo e una, dietro, scritta in carattere corsivo, come un secondo racconto, perché Fabrizio dice che sta usando una carta che è già stata usata: dove si assiste a uno sfondamento del testo nella realtà, a un’uscita nella materialità della scrittura e della costituzione fisica del testo, che è poi un’altra maniera di cercar di andare oltre i confini della parola, di segnalarceli e, allo tempo stesso, di vincerli. La mescolanza tra scrittura e pittura è un’altra forma di pluralizzazione, di sfondamento, come per esempio il riferimento costante nel Sorriso dell’ignoto marinaio al Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, a cui assomiglia in modo incredibile uno dei personaggi, Giovanni Interdonato, di cui conosciamo l’aspetto fisico, appunto perché scopriremo, assieme a Mandralisca, che è identico al ritratto di Antonello da Messina. Consolo ci sta così spingendo, con una sorta di “violenza” semiotica, al di fuori del testo, che pure resta fatalmente un testo. E potrei citare ancora come ne Lo spasimo di Palermo si parli del cinema, mettendo in gioco un altro codice semiotico. Consolo continua quindi a mescolare i vari codici e a fare questo gioco teatrale in molte sue opere, come in La ferita dell’aprile o in Retablo, in cui si parla di spettacoli teatrali e se ne mostra la messa in scena, ricordando intanto, con una prospettiva barocca, molto spagnola ma non meno siciliana, che la vita è un teatro, e forse addirittura che «la vita è sogno». Il richiamo a Calderón de la Barca e a Cervantes è esplicito: infatti in Retablo viene messo in scena un intermezzo (un entremés) di Cervantes, mentre il resoconto narrativo dice esplcitamente che la vita in qualche modo è recitazione e illusione. L’edizione di Consolo nei Meridiani In questa edizione dei Meridiani ho cercato di dare il più possibile la parola a Vincenzo Consolo e negli apparati ho usato tutto quello che ho potuto trovare di sue dichiarazioni. L’ho anche intervistato e interrogato per circa tre mesi, nell’autunno del 2011: e qui vorrei ricordare con grande affetto e intensità la sua generosità e il suo coraggio, poiché persino negli ultimi mesi di vita continuava a rispondere senza sosta alle mie sollecitazioni, ai miei dubbi. Anche per me è stato difficile, e non nascondo che quel lavoro mi dava una grande angoscia: ma Consolo era anche certo contento che stessimo lavorando insieme all’edizione completa delle sue opere. Sono stati mesi affascinanti e terribili, durante i quali sino a poche settimane prima della morte egli continuava a riflettere sul suo lavoro e a spiegarlo; e anche, voglio sottolinearlo, sino a pochi giorni prima della morte continuava a scherzare. 22 V. CONSOLO, Retablo, cit., pp. 416-422, alle pagine pari. 16 Certo, negli ultimi anni si era incupito; ma Consolo certo non è, come ho già sottolineato prima, solo uno scrittore che sa adoperare esclusivamente il tragico: egli è stato un uomo molto spiritoso e vivace, e anche la sua scrittura, a ben guardaare, ce lo mostra così. Così ho potuto dargli la parola anche attraverso le molte risposte che mi ha dato direttamente, soprattutto domande su singole parole. In seguito ho raccolto le numerose lettere che ha scritto ai traduttori, rispondendo alle loro infinite domande: perché Consolo, certo, è difficile e i traduttori avevano tanti dubbi. Gli scrivevano moltissimo e Consolo rispondeva con lettere che vanno dalle due alle venti pagine circa, in cui rispondeva una per una a tutte le loro domande, di nuovo con cortesia e generosità straordinarie. Nel Meridiano si trova spesso la sigla LT, che significa «lettere ai traduttori», senza però l’indicazione ogni volta del nome del traduttore a cui Consolo aveva risposto, perché sarebbe stata una scelta editorialmente troppo macchinosa. Però ho raccolto tutte queste sue risposte, in modo che la stragrande maggioranza delle questioni poste dal testo al lettore è di fatto chiarita dalle sue stesse parole, in modo da non lasciare dubbi. Ho poi costruito, con la Cronologia, una biografia di Consolo, che prima mancava totalmente: la sua vita forse non ha grandissimi eventi, ma ci sono tantissime cose interessanti. Qui vorrei anzitutto ricordare che Consolo si è laureato in Giurisprudenza. È comprensibile che abbia scelto questo corso di laurea, certo, perché in Meridione, dove non ci sono grandi industrie, moltissimi studiano per ottenere una laurea in Giurisprudenza, così da fare poi l’avvocato o il magistrato o il notaio. Ma per Consolo è stato un po’ diverso, forse un po’ più complicato: perché il padre, il nonno e il bisnonno di Consolo, da tre o quattro generazioni, erano commercianti di alimentari. Essi raccoglievano un eccellente olio di Sicilia, che veniva usato per ‘tagliare’ e integrare la scarsa produzione di un olio ligure di una grande azienda, quella dei Fratelli Costa, che fingevano di vendere olio di Liguria. La Sicilia, quindi, come spesso accadeva, era sfruttata da quelli del Nord, che ne traevano lauti guadagni. La famiglia Consolo raccoglieva dunque l’olio che andava alla grande azienda Costa, che peraltro esiste ancora. Però ad un certo punto i Consolo hanno pensato di creare la loro l’azienda invece di far guadagnare tanti soldi a industriali liguri: e a quel punto hanno deciso che il settimo dei nove figli di Calogero, Vincenzo, avrebbe dovuto seguire studi universitari di chimica. Ma questi voleva studiare Lettere e poiché la famiglia, soprattutto gli zii, avrebbero voluto impedirgliele, perché li consideravano «studi da femmine», alla fine Giurisprudenza viene scelta come una mediazione: Vincenzo avrebbe dovuto diventare l’esperto legale dell’azienda di famiglia. Mi permetterò ora di raccontarvi ancora qualche aneddoto divertente della vita di Consolo e dei suoi familiari. Ecco il primo: a Sant’Agata di Militello, cittadina del Nord nella provincia di Messina, in realtà un po’ più vicina a Palermo che a Messina, davanti alle isole Eolie, i Consolo avevano un negozio di alimentari, dove vendevano olio, granaglie varie e pasta, che allora veniva venduta sfusa. C’era la pasta di prima, di seconda e di terza qualità, quest’ultima comprata dai più poveri. Al negozio dei Consolo si recava sempre il barone Lucio Piccolo, poeta, diventato molto noto per un articolo su di lui scritto da Eugenio Montale, anche se la sua notorietà sarebbe poi stata superata di molto da suo cugino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa. I Piccolo erano molto ricchi, avevano una proprietà straordinaria e anche una grande, bellissima villa a Capo d’Orlando, Villa Vina: proprietà che poi gli furono praticamente rubate da amministratori disonesti. Il barone Piccolo andava a far la spesa dai Consolo, o 17 meglio faceva andare il suo autista, Peppino, poiché lui non usciva mai dall’auto imponente con cui si faceva portare in giro, una Lancia Lambda, forse perché noblesse oblige… o forse anche perché c’era la puzza di pesce che lo disturbava – dice Consolo stesso. Peppino comprava cinquanta chili di pasta di seconda qualità, e il nonno di Consolo continuava a domandarsi perché il barone Piccolo, così ricco, acquistasse pasta di seconda qualità; era scandalizzato, perché gli sembravano troppo tirchi. Un giorno chiese a Peppino il perché e questi rispose: «Ma no, quella è per i cani…». Secondo scandalo: allora i baroni Piccolo erano troppo spendaccioni…, e sprecavano pasta comunque buona che sarebbe stata più opportunamente da dare ai cristiani! Un altro aneddoto divertente della biografia di Consolo e della Cronologia riguarda l’acquisto del primo televisore. I Consolo non erano ricchi, però stavano bene in quanto commercianti e quindi acquistarono presto un televisore, e, come accadeva allora, invitavano spesso amici e parenti a guardare i programmi RAI. Una sera la famiglia era riunita intorno alla tavola e tutti mangiavano con la televisione accesa: tranne la zia Rosina, di anni novanta, che non mangia quasi nulla e se ne resta tutta triste ed intimidita in disparte. Alla fine della serata esclama: «Ma che vergogna! Mangiare davanti a tanti estranei… ». Un altro aneddoto. Un giorno Vincenzo e sua moglie Caterina – che voglio ringraziare infinitamente per l’ospitalità e la generosità, perché per tre anni e mezzo mi ha accolto con affetto e disponibilità impareggiabili – hanno finalmente ospite a cena Leonardo Sciascia, che era il migliore amico di Vincenzo. Caterina vuole fare bella figura, e, essendo originaria della zona di Bergamo, in più residente a Milano, decide di preparare una cena alla milanese – risotto con lo zafferano e cotoletta alla milanese -. Sciascia mangia tutto con appetito e gusto e alla fine sentenzia: «Però se non mangio la pasta mi sembra di non aver mangiato…! ». Per tornare agli apparati dell’edizione, e per terminare, nella parte finale del Meridiano c’è anche un Glossario, ovvero una raccolta lemmatica delle parole ricorrenti che possono creare delle incomprensioni; anche in questo caso una buona parte delle parole mi è stata illustrata e chiarita dallo stesso Consolo. Le Note e notizie sui testi, che sono frutto di un lavoro davvero molto lungo e approfondito, forniscono una ricostruzione ampia e sistematica della storia di tutti i testi del Meridiano. Voglio segnalare, fra le altre, la ricostruzione della storia redazionale ed editoriale di La ferita dell’aprile, il libro d’esordio, attraverso cui Consolo assume piena consapevolezza di essere davvero uno scrittore e combatte contro chi vuole fargli cambiare troppo, snaturando il suo stile, così laboriosamente costruito: è una battaglia importante e decisiva, di cui ora ho ricostruito tutto il percorso, attraverso le varianti e attraverso le lettere. Un’altra sezione delle Note e notizie sui testi che ci offre dati finora non conosciuti è quella in cui mostro la genesi di Le pietre di Pantalica, un libro nato come reportage storico-giornalistico sul processo ai frati estorsori di Mazzarino, per una collana sui processi celebri diretta da Giulio Bollati e Corrado Stajano, e poi diventato in corso d’opera un progetto di romanzo-storico sulla cittadina di Mazzarino: ma anche questo progetto è stato nuovamente riorganizzato, anche se è stato in parte compiuto, e ancora se ne percepiscono le linee portanti nella struttura del libro così come lo leggiamo ora, specie nelle prime due parti. L’edizione Mondadori è poi corredata da una vastissima Bibliografia. In conclusione, vorrei comunque sempre ricordare, financo con insistenza, come in Consolo troviamo una continua tensione verso la vita, per il gusto del vivere: forse non è così banale ricordare quante volte egli parli di cibi, di dolci; per me, curatore, è stato fra l’altro un grande e non sempre facile lavoro trovare tutte le spiegazioni dei diversi dolci, dei vari formaggi, dei materiali per preparare e cucinare. Sono convinto che tutto ciò ha a che fare con una percezione sensuale, piena di godimento della vita. Consolo è uno scrittore problematico, drammatico, ma dobbiamo anche sentire in lui tutta questa vitalità, questa voglia di farci sentire appunto che questo luogo che è il mondo è tremendo, ma è anche bellissimo. Vorrei finalmente davvero chiudere, leggendo l’inizio di Retablo, in cui il fraticello Isidoro parla della sua Rosalia. Due brevi commenti linguistico-letterari prima di leggere il testo. Consolo costruisce un attacco di romanzo in cui c’è un nome di donna a partire dal quale produce vari giochi linguistici: si tratta di una reinvenzione, non certo solo una riscrittura, dell’attacco di Lolita in Nabokov, dove c’è tutta una serie di giochi linguistici sul nome di Lolita. Qui Consolo gioca su Rosalia, che è Rosa, il fiore, e Lia, che cioè “lega” (dal verbo “liare” che significa “legare”); ma va aggiunto che Rosalia è la Santa Patrona di Palermo e di Rosalia si parla ricordando non solo lei come santa, ma anche la cripta, la grotta di Santa Rosalia, a Palermo, dove c’è una teca di cristallo con una sua statua molto venerata. Di questa grotta parla a lungo Goethe nel suo Viaggio in Italia, cui Consolo fa chiaramente riferimento: il che ci ricorda anche che Retablo è anche un libro di viaggio, che riprende la grande tradizione della letteratura di viaggio Sette-Ottocentesca: Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha róso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, ahi! con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione. Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei? T’ho cercata per vanelle e per cortigli, dal Capo al Borgo, dai Colli a la Marina, per piazze per chiese per mercati, son salito fino al Monte, sono entrato nella Grotta: lo sai, uguale a la Santuzza, sei marmore finissimo, lucore alabastrino, ambra e perla scaramazza, màndola e vaniglia, pasta martorana fatta carne. Mi buttai ginocchioni avanti all’urna, piansi a singulti, a scossoni della cascia, e pellegrini intorno, “meschino, meschino…”, a confortare. Ignoravano il mio piangere blasfemo, il mio sacrilego impulso a sfondare la lastra di cristallo per toccarti, sentire quel piede nudo dentro il sandalo che sbuca dall’orlo della tunica dorata, quella mano che s’adagia molle e sfiora il culmo pieno, le rose carnacine di quel seno… E il collo tondo e il mento e le labbruzze schiuse e gli occhi rivoltati in verso il Cielo… Rosalia, diavola, magàra, cassariota, dove t’ha portata, dove, a chi t’ha venduta quella ceraola, quella vecchia bagascia di tua madre?
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23 23 V. CONSOLO, Oratorio, (incipit) di Retablo, cit., pp. 369-370. 19
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Riflessioni e domande del pubblico : Laura Toppan : Nello Spasimo di Palermo il personaggio di Gioacchino afferma : « invidiava i poeti, e maggiormente il veneto, rinchiuso nella solitudine di una Pieve saccheggiata, tu possa del Montello questo mondo, le tue egloghe, amico, il tuo paesaggio avvelenato, il metallo del cielo che vibrava, la puella pallidula vagante, la tua lingua prima balbettante, la tua seconda scoscesa, questo cominciava a dirgli, pensandolo da quella sponda del suo Mediterraneo devastato”. « Il veneto » è Andrea Zanzotto, rinchiuso nella sua Pieve di Soligo, attento ai cambiamenti epocali e alla trasformazione del paesaggio, come Consolo che, da Milano, è attento alle trasformazioni della ‘sua’ Sicilia. È interessante notare che Consolo si definiva un « archeologo della vita » e Zanzotto « un botanico di grammatiche ». In queste espressioni possiamo ritrovare uno stesso modo di concepire il lavoro letterario. E lo sperimentalismo linguistico e di generi che Consolo attua in prosa, Zanzotto lo raggiunge in poesia. L’affinità tra i due grandi autori la si riscontra anche nella loro apertura europea e sarebbe interessante forse andare più a fondo di questa consonanza. Giorgia Bongiorno : D : Un altro « meridonialista europeo » è Gesualdo Bufalino. Che tipo di rapporto o di contrasto c’era tra Consolo e Bufalino? R : Non si amavano molto, non c’era molta simpatia. Consolo sentiva Bufalino come uno scrittore un po’ troppo professore. C’è un apprezzamento abbastanza tiepido, anche se c’è una foto che gira molto con loro due e Sciascia che ridono: +una foto scattata in occasione della collaborazione per il volumetto Trittico. Complessivamente era un autore che Consolo non riusciva ad amare; ma non penso che vi fosse competizione. Anche Bufalino è certo testimone della forza della tradizione siciliana: qualcuno ha detto che è la regione d’Italia che ha prodotto la miglior letteratura del Novecento; altri hanno invece detto « sì, ma la Sicilia non è Italia; la Sicilia è la Sicilia». Secondo me è vero e allo stesso tempo non è vero: pensiamo per esempio al titolo di una raccolta di racconti di Consolo, La mia isola è Las Vegas, dove il racconto eponimo racconta di un siciliano mafioso che dopo la seconda Guerra Mondiale spera che gli americani si prendano la Sicilia e ne facciano la 51esima stella degli Stati Uniti, così si potrebbe farne finalmente una specie di immensa bisca, come Las Vegas. Consolo era consapevole dell’importanza di molti scrittori siciliani e quindi anche di Bufalino, ma lo avvertiva come troppo «letterato», nel senso che in lui non avvertiva così tanta pressione verso la vita. Secondo me è importante insistere su questo punto per capire sino in fondo Consolo. Egli ha avuto infatti una vita intellettuale ricchissima, anche dal punto di vista dei contatti e delle amicizie, come per esempio José Saramago o Milan Kundera. Sébastien Ortoleva (studente) : D : Dal punto di vista dei rapporti con altri autori, com’era il rapporto che Consolo aveva con Sciascia ? R : Consolo ha sempre avuto un’ammirazione grandissima per Sciascia, sia come intellettuale che come persona, però ha sempre pensato che il modello di letteratura di Sciascia non fosse quello ‘giusto’, perché troppo comunicativo, più vicino alla saggistica, più denotativo, e che invece fosse necessario fare ‘altra’ letteratura. Dal punto di vista della pratica letteraria quindi 20 Consolo ha sempre contestato il suo grande amico, in modo esplicito, ma sempre ‘amoroso’, perché l’affetto per lui è sempre rimasto grande. L’ha difeso infatti anche nei momenti più difficili, per esempio all’indomani dell’uscita dell’articolo I professionisti dell’anti-mafia (gennaio 1987 sul « Corriere della Sera ») – un articolo molto problematico di cui si discute ancora oggi – in cui Sciascia parla male dei magistrati anti-mafia, del pool di Borsellino e di Falcone, e soprattutto di quest’ultimo. Sciascia parlava, in modo un po’ sprezzante, di coloro che hanno fatto carriera occupandosi di mafia… Sciascia fu difeso da Consolo, ma altri non furono d’accordo e in effetti bisogna dire che l’articolo fece fare dei passi indietro al lavoro del pool. Questo dimostra che Consolo difendeva Sciascia anche nei momenti in cui sarebbe stato meglio non difenderlo, però lo contestava anche, ovvero contestava quel modello di letteratura troppo comunicativa, rappresentata appunto da Sciascia e anche da Calvino. Per Consolo infatti questo tipo di letteratura non riusciva a «caricare» abbastanza il linguaggio come lui voleva fare, tanto che Il sorriso dell’ignoto marinaio, il suo secondo romanzo, il suo massimo libro, forse il suo capolavoro, di eccezionale complessità, comincia proprio con una polemica con Sciascia. Si ricorda il quadro di Antonello da Messina e un episodio che Consolo reinventa ma che in qualche modo è storicamente vero, ossia quello di una ragazza che ha sfregiato con un punteruolo un po’ di questo sorriso (e questo danno è ancora visibile). Forse l’ha fatto, come racconta Consolo, perché era innamorata di colui che assomigliava proprio al ritratto dell’ignoto, cioè Giovanni Interdonato, e forse perché il suo amato si faceva vedere troppo poco, dato che era sempre a combattere per il Risorgimento e l’unificazione d’Italia. Ma lo stesso Consolo ha affermato che quell’attacco al quadro di Antonello – quadro di cui parla anche Sciascia in un famoso saggio, L’ordine delle somiglianze, e che viene citato all’inizio del Sorriso – e in quel sorriso sembra poter riconoscere qualcuno che conosciamo, anche se si tratta di una persona che non sappiamo chi sia… Consolo cita Sciascia, ma poi, quando vuole citare il ritratto sfregiato di cui parla Sciascia, fa un’ironia sul Sorriso che è nel ritratto dell’Ignoto, polemizzando proprio con Sciascia. Ancora una volta Consolo ha scelto, programmaticamente, una via lontana da quella di Sciascia, e l’ha fatto anche quando lo cita, poiché nel Sorriso ci sono molti rinvii a Il Consiglio d’Egitto e a Morte dell’inquisitore. Consolo non voleva una letteratura tutta razionale, e l’idea di sfregiare il quadro per amore corrispondeva alla vitalità, alla passione che Consolo in Sciascia non trovava poi tanto. Il progetto di stile di Consolo è, se non opposto, molto lontano quindi da quello di Sciascia. Nell’Archivio ho ritrovato tutte la corrispondenza relativa all’edizione del primo romanzo: essa mostra un processo molto importante di questo giovane scrittore che sta acquisendo la consapevolezza di essere uno scrittore e combatte per difendere la propria opera. Consolo si rivolge anzitutto a Basilio Reale, un importante intellettuale – a sua volta poeta e soprattutto psicanalista – cha è stato colui che ha portato il manoscritto alla Mondadori, e attraverso questo carteggio e anche altre lettere – per esempio gli interventi dei lettori editoriali – si può ricostruire tutto l’iter della pubblicazione. Ma c’è ancora molto da fare, perché per il momento mi sono limitato a fare solo una sintesi per spiegare lo stato di questi dattiloscritti: possediamo non soltanto il dattiloscritto della prima versione, che possiamo confrontare con quella finale, ma anche due dattiloscritti uguali: in uno ci sono le note dell’amico Basilio Reale che suggeriva cambiamenti, nell’altro ci sono sia gli interventi suggeriti da Raffaele Crovi, editor alla Mondadori, sia le controcorrezioni di Consolo. Questi a volte cambiava in base alle richieste dell’editore, a volte effettuava delle scelte ancor più radicali. C’è quindi il dattiloscritto, ci sono le varianti interlineari, quelle a margine e quella sul verso dei fogli dattiloscritti, dove Consolo riscrive il pezzo a penna. Attraverso questi documenti preziosi si può vedere com’egli costruisse piano piano la misura ritmica, perché alle volte scrive un testo quasi identico: copia alcune righe ma cambia qualche pezzetto, cerca la misura giusta: è lo spettacolo del “farsi in diretta” della scrittura. 21 Inoltre nelle carte delle Pietre di Pantalica ho trovato un racconto totalmente inedito, di cui anche Caterina Consolo ignorava l’esistenza: un racconto che è un segno del progetto cambiato e di una parte di questo progetto, un racconto che c’è nell’apparato del Meridiano e si intitola L’emigrante. C’è un certo Vito – probabilmente il Vito Parlagreco di cui parlavamo prima – che sta emigrando a Milano. Poi forse Consolo ha ritenuto che spingere anche verso l’emigrazione lo allontanava troppo da quel territorio siciliano in cui doveva restare la rappresentazione. Però questo ritrovamento è davvero molto interessante: c’è un racconto, non dimenticato ma messo da parte, dell’emigrante che arriva a Milano e vede dal suo punto di vista soggettivo la città.
Conférence du Professeur Gianni TURCHETTA de l’Université Statale de Milan qui s’est tenue à Nancy, le 8 Mars 2016 sous invitation et organisation de Laura Toppan, MCF en Italien (transcription de la conférence enregistrée et du dialogue avec le public par Laura Toppan)
Un giorno in più di poesia 29 febbraio 2016
da Il sorriso dell’ignoto marinaio
L’occhio cavo dell’asino bianco
Quindi Adelasia, regina d’alabastro,
ferme le trine sullo sbuffo,
impassibile
attese che il convento si sfacesse.
Chi è, in nome di Dio?
–di solitaria badessa centenaria in clausura
domanda che si perde per le celle,
i vani enormi, gli anditi vacanti.-
Vi manda l’arcivescovo?
E fuori era il vuoto.
Vorticare di giorni e soli e acque,
venti a raffiche, a spirali,
muro d’arenaria che si sfalda,
duna che si spiana,
collina, scivolìo di pietra, consumo.
Il cardo emerge , si torce,
offre all’estremo il fiore tremulo, diafano
per l’occhio cavo dell’asino bianco.
Luce che brucia, morde,
divora lati spigoli contorni,
stempera toni macchie, scolora.
Impasta cespi, sbianca le ramaglie,
oltre la piana mobile di scaglie
orizzonti vanifica, rimescola le masse.
Un’immagine ipnotizzante a forma di chiocciola
La polivalenza della forma, del genere e del linguaggio testimoniano la volontà di resistere, tra l’altro, contro reificazioni di senso. La forma elicoidale delle lumache illustra in modo convincente il carattere indefinito delle potenzialità allegoriche nascoste nei testi consoliani. Nel romanzo Sorriso dell’ignoto marinaio questo segno è stato posto ad emblema della bellezza della natura, dell’enigma della storia e dell’oscurità umana60. Le contaminazioni “storiche” di Consolo sono stratificate a più livelli. Esattamente come il simbolo della chiocciola (o spirale degli eventi) che è il culmine del libro Il sorriso dell’ignoto marinaio61. La figura della chiocciola costituisce, come anche quella dell’“ignoto marinaio”, una specie di Leitmotiv; è la metafora dell’ingiustizia sociale dovuta alla distanza fra i privilegiati della classe colta (ai quali appartiene anche il barone Mandralisca che nelle sue ricerche scientifiche si occupa proprio di chiocciole)
59 R. Andò: Vincenzo Consolo…, p. 10. 60 Cfr. F. Di Legami: L’intellettuale al caffé. Incontri con testimoni e interpreti del nostro tempo. Interviste a Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, Ignazio Buttita, dal programma radiofonico di Loredana Cacicia e Sergio Palumbo, prodotto e trasmesso da Rai Sicilia nel 1991. Palermo, Officine Grafiche Riunite, 2013, p. 53. 61 Cfr. A. Giuliani: Edonismo…
e la gente senza cultura e senza voce, e alla distanza fra la classe dei possidenti e quelli che, come i contadini d’Alcàra, si sono mossi “per una causa vera, concreta, corporale: la terra” (SIM, 93). Alla fine del testo Mandralisca s’immagina una nuova scrittura storiografica, una riscrittura che procede dal fondo della chiocciola: “conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene” (SIM, 112). Sotto il segno della chiocciola si condensano più livelli: a chiocciola è l’architettura del carcere in cui si conclude il racconto, architettura che riproduce “il vorticare” della storia; a chiocciola ossia a spirale è la lettura delle scritte che ne tempestano le pareti. Ma il termine “chiocciola”, in cui si condensa tutta la passione di ricercatore del barone Mandralisca, la sua scienza, viene finalmente degradato a esprimere l’astrazione degli “ideali” di fronte alla spinta concreta della rivolta popolana: “una lumaca!”. Alla chiusa del romanzo la figura fisica, il simbolo, la struttura linguistica e narrativa, coincidono con un effetto intenso e felice; quanto basta per sigillare l’intelligenza e la validità di un libro 62. Anche i pensieri nel Sorriso dell’ignoto marinaio sono raffigurati in una inarrestabile scesa spiraliforme dal palazzo del barone Mandralisca e dalla buona società in cui si congiura contro i Borboni (primo e secondo capitolo) all’eremo di Santo Nicolò, fino ai villici e ai braccianti di Alcara Li Fusi (terzo e quinto capitolo); le volute diventano gironi infernali con la strage dei borghesi perpetrata ad Alcàra (settimo capitolo). Questa discesa è anche linguistica: al sommo c’è il linguaggio vivido e barocco dei primi capitoli; negli inferi (nono e ultimo capitolo) le scritte compendiarie dei prigionieri, emerse dall’odio, dal rimorso, dalla nostalgia di libertà. Ulla Musarra-Schrøder scopre anche che il dialetto siciliano è sommariamente italianizzato; e quello gallo-romanzo di San Fratello, nella scritta XII, prende già movenze di canto. Ma questi due estremi linguistici e le realizzazioni intermedie non si sovrappongono a strati, bensì si alternano o si mescolano, sempre secondo uno schema elicoidale63. 62
Cfr. G. Gramigna: Un barocco… 63 Cfr. U. Musarra-Schrøder: I procedimenti di riscrittura nel romanzo contemporaneo italiano…, pp. 560—563. 112 Capitolo III:
L’idea della struttura per frammenti Secondo Sebastiano Addamo il simbolo della lumaca64 va analizzato nel modo in cui risulta più utile ai fini dell’interpretazione. Soggettivamente, cioè rispetto al personaggio maggiore del romanzo, il barone Enrico Pirajno de Mandralisca, la lumaca può rappresentare la classica attività dell’intellettuale tradizionale. Ma oggettivamente è ben altro, dato che il medesimo barone Pirajno paragona le lumache da un lato al carcere, che è un simbolo del potere, e, dall’altro, alla proprietà, che è il potere medesimo, e sotto tale aspetto la proprietà viene infatti definita come “la più grossa, mostruosa, divoratrice lumaca che sempre s’è aggirata strisciando per il mondo”65. Il sesto capitolo del romanzo è tutto attraversato dalla metafora della chiocciola, metafora plurima che designa successivamente i privilegi della cultura, l’ingiustizia del potere, e la proprietà come usurpazione 66. La metafora realizza una sorta di autocritica, dato che di chiocciole si occupa principalmente Mandralisca nelle sue ricerche scientifiche; diventa poi schema descrittivo, nel capitolo ottavo, quando si parla del carcere di Sant’Agata di Militello, in cui sono rinchiusi i colpevoli dell’eccidio di Alcàra. E proprio alla fine del capitolo, che è anche l’ultimo da attribuire ufficialmente al narratore (dato che il nono raccoglie senza commenti le scritte dei prigionieri) troviamo una sezione dei sotterranei a chiocciola nel castello, con un’ulteriore metafora: 64 Consolo ha attribuito il ruolo plurisignificante alla chiocciola nelle sue narrazioni, servendosi anche dei motivi della spirale o del labirinto. Senz’altro si può interpretare la presenza della chiocciola secondo la chiave proposta da Mircea Eliade sempre dove Consolo parla della fine, della morte, della devastazione o della metamorfosi: le civiltà antiche riconoscevano nelle lumache il simbolo del concepimento, della gravidanza e del parto. Similmente, i cinesi, associano i molluschi con la morte, e con i rituali funebri che dovrebbero garantire la forza e la resistenza dell’uomo nella sua futura vita cosmica.
Cfr. M. Eliade: Obrazy i symbole. Warszawa, Wydawnictwo KR, 1998, pp. 156—159. 65 S. Addamo: Linguaggio e barocco in Vincenzo Consolo. In: Idem: Oltre le figure. Palermo, Sellerio, 1989, pp. 121—125. 66
Il concetto di “fortezza — labirinto” prende avvio dalle teorie sviluppate sia da Kerényi che da Eliade e riguardanti il fenomeno della costruzione a chiocciola come archetipo biologico di origine e di percezione. Un’immagine ipnotizzante a forma di chiocciola Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso d’interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire. SIM, 139 Lo schema elicoidale della chiocciola può servire bene per analizzare il romanzo, come ci autorizza a fare Consolo, citando all’inizio di questo capitolo ottavo una frase di Filippo Buonanni, da Ricreatione dell’Occhio e della Mente nell’Osseruation’ delle Chiocciole (Roma, 1681)67: […] sempre più vi accorgerete, che Iddio, compreso sotto il vocabolo di Natura, in ogni suo lavoro Geometrizza, come dicean gli Antichi, onde possano con ugual fatica, e diletto nella semplice voluta d’una Chiocciola raffigurarsi i Pensieri. Alla metafora quindi dell’ironico sorriso, effigiato nel quadro di Antonello da Messina, si associa, opposta e complementare l’immagine della lumaca, emblema di un percorso oscuro in cui si trovano sofferenze e dolori non testimoniati. “V’è una inarrestabile discesa spiraliforme — ha scritto Segre — dal palazzo del barone Mandralisca e dalla buona società in cui i congiura contro i Borboni all’eremo di Santo Nicolò, alla combriccola di Santa Marecùma, sino ai villici e braccianti di Alcara Li Fusi; le volute diventano gironi infernali con la strage di borghesi perpetrata ad Alcara, e bolgia ancora più fonda quando nelle carceri sotterranee di Sant’Agata vengono racchiusi i colpevoli”68. Anche se presentato in modo molto dettagliato, questo luogo di isolamento rappresenta uno di tanti luoghi opachi, utopici e incantati. 67
Cfr. C. Segre: Intrecci di voci…, p. 81. 68 F. Di Legami: Vincenzo Consolo…, p. 26.

Consolo e la Spagna
Cervantino contro i padri illuministi: Consolo e la Spagna
Sciascia, Moravia, Calvino, usciti dal fascismo e dalla guerra, avevano scelto la Francia dei lumi come cultura di elezione: Vincenzo Consolo opponeva loro il dissesto del mondo e la dolce follia rappresentati dai classici spagnoli, in primis Cervantes

Vincenzo Consolo aveva il viso levigato come un ciottolo marino. Un viso bello e lucente. Nel parlare la statura della sua persona, certo non alta, aumentava. E un sorriso pieno di sottintesi si faceva strada, e tu lo guardavi e ne eri contagiato. Forse Vincenzo sorrideva per gioco, e quel gioco veniva voglia di farlo anche a te.
Se gli stavi vicino, seduto con lui allo stesso tavolo, non potevi non sentirne l’energia; così tanta che ti sembrava a volte che il suo corpo tremasse, soprattutto le mani. I suoi furori civili emergevano netti. E capivi che oramai non si sentiva a casa da nessuna parte. Però la sua vera casa era chiaro dove fosse: in Sicilia, non c’era nessun dubbio. Ma lui si era fatto maestro dei dubbi, e per anni aveva viaggiato come se fosse stato in una fuga continua.
Ma non si pensi solo alla fuga di chi scappa, di chi non riesce a stare in nessun luogo; si pensi anche alla figura musicale della fuga. Quella che lui cercava era una polifonia geografica, dentro la quale i luoghi si versavano l’uno nell’altro, e il Nord e il Sud perdevano i loro connotati primari e ne assumevano altri, dai quali lo scrittore traeva una vasta gamma di sonorità e di ritmi. Manzoni e Verga si davano la mano.
Il viso di Consolo somigliava al ritratto di ignoto di Antonello da Messina. Si tratta di un piccolo quadro, piccolo come spesso piccole sono le pitture di un artista che aveva tutte le qualità per esser considerato anche un miniaturista. Il quadro se ne sta a Cefalù, nel museo Mandralisca; ha una sala tutta per sé, e quando gli capiti dinanzi ti guarda con occhi ambigui; sembra che ti segua; forse sta prendendoti per i fondelli.
Per arrivare dinanzi al suo sguardo malandrino, hai attraversato alcune sale, e soprattutto ti sei fermato ad ammirare la collezione di conchiglie che il barone Mandralisca, fervente malacologo, era stato capace di radunare in pochi metri quadri. Mandano barbagli nella stanza in cui sono esposte, e gli occhi si perdono nel gioco di curve che li movimenta. La figura della spirale si fa avanti con prepotenza e la linea retta deve retrocedere (si tratta, si sa, di temi cari al saggismo e alla narrativa di Consolo).
È tale l’identificazione visiva che lo scrittore stabilì tra sé e il ritratto di Antonello che a volte viene il ghiribizzo di lasciarsi trasportare nel flusso di un anacronismo fruttuoso e pensare che sia stato proprio lo scrittore di Sant’Agata di Militello a posare per lui.
Parlando di Antonello e del barone Mandralisca siamo già entrati, quasi senza volerlo, tra le pagine del secondo libro di Consolo, quel Sorriso dell’ignoto marinaio che fu il frutto di una lunga elaborazione e che venne definito da Leonardo Sciascia come un parricidio.
Eh sì, da qual momento Consolo aveva scelto una sua strada che lo distanziava dall’illuminismo linguistico del suo maestro: punto di vista plurimo, stratificazione linguistica, prosa ritmica, inserti di materiali documentali, e soprattutto un modo di considerare la Storia come un’enorme cava dalla quale estrapolare materiali da sottoporre alla traduzione della letteratura.
Tutto questo era anche il risultato di uno spostamento dello sguardo: dalla Francia prediletta da Sciascia (ma anche da Calvino, che fu sempre un altro suo punto di riferimento) alla Spagna. L’irrequietezza geografica di Consolo lo aveva fatto approdare al paese del Chischiotte; i suoi pendolarismi tra l’illuminismo milanese (a Milano era andato a vivere quando aveva deciso di spostarsi dalla Sicilia) e il ribollire paesaggistico di una Sicilia girata in lungo e in largo durante i periodici ritorni, lo avevano portato a un’esplorazione fatta per strati ellittici.
Un incontro a Messina
Della sua predilezione per la Spagna, Vincenzo parlò anche durante un lungo incontro pubblico che avemmo a Messina. Sentiamo cosa disse a proposito.
«Devo dire che gli scrittori della generazione che mi ha preceduto, parlo di scrittori di tipo razionalistico, illuministico, come Moravia, come Calvino, come Sciascia, avevano scelto la strada della Francia. Erano passati attraverso la Toscana rinascimentale, soprattutto dal punto di vista linguistico, e oltrepassando le Alpi, com’era già avvenuto a Manzoni, erano approdati alla Francia degli illuministi. La loro concezione del mondo rifletteva proprio questo reticolo della lingua, e non solo della lingua, quella che Leopardi chiama la lingua geometrizzata dei francesi. Questo lo si vede nella lingua cristallina, limpida, che hanno usato questi scrittori. Io mi sono sempre chiesto del perché questi scrittori, che hanno vissuto il periodo del fascismo e il periodo della guerra, abbiano optato per questo tipo di illuminismo, di scritture illuministiche e di concezione illuministica del mondo. Io ho pensato che appunto, avendo vissuto il fascismo e la guerra, speravano, era una scrittura di speranza la loro, speravano che finalmente in questo paese si formasse, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una società civile con la quale comunicare. Era la concezione utopica anche di Manzoni, quando immagina che in questo paese finalmente si potesse parlare un’unica lingua. I panni che sciacquava in Arno erano panni che aveva portato già umidi dalla Senna, e mentre li sciacquava in Arno, immaginava una lingua ideale, la lingua attica che era l’italiano comune.
Quelli della mia generazione, che hanno visto succedersi al regime fascista un altro regime, quello democristiano, hanno dovuto prendere atto che questa società non era nata, che la società civile alla quale lo scrittore poteva rivolgersi non esisteva, quindi la mia opzione non è stata più in senso razionalistico, ma in senso, diciamo, espressivo. E quindi il mio itinerario mi portava non più alla Francia, ma verso la Spagna.
La Spagna, appunto, partendo dalla dolce follia, dalla follia simbolica, dalla follia metaforica del cavaliere errante del Don Quijote, e quindi attraverso tutti i poeti del Siglo de Oro, e quindi anche la letteratura spagnola che Vittorini ci indicava in quegli anni, scrittori non solo sudamericani come Rulfo, o scrittori spagnoli come Cela, o come Ferlosio, tanti altri scrittori del secondo dopoguerra che avevano vissuto il periodo del franchismo. Quindi la mia educazione, sia di contenuti che stilistica, è di tipo spagnolo».
Le segrete dell’Inquisizione
La Spagna in Sicilia significa anche Inquisizione. Consolo lo sapeva benissimo. E anche lui, come Sciascia, aveva voluto ficcare i suoi occhi nelle segrete di Palazzo Steri a Palermo. Era lì che aveva avuto sede il terribile tribunale e lì erano stati incarcerati i prigionieri. Alle pareti rimangono i loro segni, e spesso sono molto più che segni o semplici graffiti. Si tratta infatti di narrazioni murali, di poesie, di piccoli affreschi monocromi, di grida silenziose.
Consolo non poteva non essere attratto da quello che può considerarsi il documento più sconcertante di come si provi a mantenersi umani in un regime disumano. Basta riaprire Retablo – e riaprirlo seguendo la pista spagnola che già il titolo mette in rilievo in modo così palese – per imbattersi nelle prime pagine in una duplicità di sguardo: da una parte c’è la descrizione dell’arrivo del pittore lombardo Clerici nel porto di Palermo: «In piedi sul cassero di prora del packet-boat Aurora, il sole sul filo in oriente d’orizzonte, mi vedea venire incontro la cittade, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte in oscillìo lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillìo di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiare d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglìo di vetri de’ palagi, e di oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade».
Dall’altra, nel bel mezzo di quest’incanto, la presenza inquietante di «istromenti strani e paurosi. Istromenti giudiziali di tortura e di condanna, gabbie di ferro ad altezza d’uomo, tine che si rivelano per gogne, e ruote infisse al capo delle pertiche, e letti e croci, tutti di ferro lustro e legno fresco e unto». Tra questi spicca il «più tristo»: «lo stipo d’una gran porta issato su un palchetto, porta di grossi travi incatramati, vuota contro la vacuità celestiale, alta sul ciglio della prora, le grosse boccole pendenti per i capi ch’ogni piccola onda o buffo facea sinistramente cigolare».
Incanto e tormento: parole che si slanciano a carezzare il paesaggio e parole che sono costrette a documentare l’orrore macchinale di questi obbrobriosi oggetti atti alla tortura. Mai come in Retablo, che usci nel 1987 come numero 160 della collana di Sellerio intitolata a «La memoria», lo scrittore si abbandona al fluire giocoso e serissimo delle parole, al loro sommovimento sintattico, al gusto per la spirale che il barone Mandralisca aveva esaltato nel suo museo di Cefalù. E sempre al centro della narrazione c’è un viaggio, un andare e un cercare insieme dei due protagonisti: Fabrizio Clerici (i disegni del «vero» Clerici adornano il libro) e Isidoro. E di nuovo si rinnova il tacito modello duale di Don Chischiotte e del suo scudiero Sancio Panza, in un processo di «infinita derivanza», che mescola le epoche e che mette le persone le une dinanzi alle altre, e tutte alla ricerca de El retablo dela maravillas cervantino, usato alla stregua di un velo di Maya: «velo benefico, al postutto e pietoso, che vela la pura realtà insopportabile, e insieme per allusione la rivela; l’essenza, dico, e il suo fine il trascinare l’uomo dal brutto e triste, e doloroso e insostenibile vallone della vita, in illusori mondi, in consolazioni e oblii».
Amore e movimento
Entrambi i viaggiatori consoliani sono innamorati di donne che non li corrispondono: Isidoro, addirittura, vive in una sorta di deliquio continuo per la sua Rosalia. L’amore li spinge al movimento, a un ennesimo attraversamento della Sicilia, in parte coincidente con quello di Goethe, in parte dissimile. E anche ne L’olivo e l’olivastro avverrà qualcosa di simile. Ma non più in un tempo retrodatato, piuttosto tra le rovine della contemporaneità; e tali sono, in alcuni casi, queste rovine, che lo scrittore decide di «saltare» a piè pari Palermo, la capitale corrotta, il luogo del delitti, lo sprofondo del paese. Ma ci tornerà, ci tornerà con Lo Spasimo di Palermo. E di nuovo saprà individuare il luogo emblematico, quella chiesa senza tetto, dove gli alberi sono cresciuti cercando il cielo. Chiesa di grande bellezza, a segnare un confine dentro il quartiere della Kalsa.
Ogni volta è così: Consolo si «consola» proiettando se stesso in un manufatto esterno a lui; ne cerca le rassomiglianza; ne estrapola il dna visivo e se lo inocula.
In questo senso fa pensare al grande scultore che compare in Retablo, al «cavalier Serpotta». Chi abbia visitato i suoi oratori palermitani, sa bene di che genio si tratti. Bianchissime figure danzano le loro forme in sequenza. Sono modellate all’infinito, con una tecnica che disdegna il marmo, e fa uso di un materiale più malleabile. Si tratterebbe di stucchi, ma il Serpotta è stato capace di rafforzarli facendo cadere nei punti nevralgici una polverina di marmo.
Ma non fa solo figure umane, santi e sante; raffigura anche la battaglia di Lepanto, nella quale aveva combattuto Cervantes. Le navi hanno le vele fatte d’oro, e sembrano anticipare le svelte e filiformi figure di Fausto Melotti.
La battaglia viene rappresentata «in discesa», rendendo possibile all’occhio dell’osservatore di gustarne i dettagli e di avere una visione d’insieme. A ben pensarci, Consolo adotta nella scrittura una tecnica simile a quella del Serpotta. Modella la lingua con agilità, conoscendone le verticalità, usando i depositi di lessico scartati dal tempo. E quando è necessario fissa il tutto con una polverina marmorea.
Ma torniamo a Cervantes. Per lo scrittore siciliano contava non solo l’opera; lui considerava Cervantes «una figura straordinaria, oltre alla grandezza dello scrittore e del poeta, perché era quello che aveva sofferto la prigionia nei Bagni di Algeri. Aveva scritto due opere, I Bagni di Algeri e Vita in Algeri, proprio mentre era prigioniero, e poi anche nel Don Chisciotte c’è un lungo capitolo intitolato “Il prigioniero”, che è autobiografico, dove racconta la sua esperienza. Lì era stato prigioniero con un poeta siciliano, si chiamava Antonio Veneziano. Si erano incontrati, questi due ingegni, questi due poeti, nella prigione di Algeri, e Veneziano era stato riscattato prima perché pensavano che fosse un uomo di poco valore, mentre avevano intuito che Cervantes doveva costare molto e quindi il suo riscatto avvenne successivamente. In seguito i due ebbero uno scambio di versi, e lo spagnolo scrisse le Ottave per Antonio Veneziano. Cervantes, che aveva partecipato alla battaglia di Lepanto, ed era stato a Messina, si era imbarcato a Messina, mi era caro anche per questa congiunzione tra Sicilia e Spagna».
Leggere Cervantes significava anche spostare il baricentro della narrazione. Dai racconti marini, «dove la realtà svanisce, e dove c’è l’irruzione della favola e del mito», che avevano visto nascere i poemi omerici, al romanzo del viaggio. «Cervantes sposta il viaggio, fa dell’andare, del peregrinare, una cifra che poi adottò Vittorini con Conversazione in Sicilia. Ecco, Cervantes è stato quello che ha spostato il viaggio dal mare alla terra, ed è una terra di desolazione, di dolore – la Mancia – che diventa metafora del mondo».
Gli anni ammutoliti
E quella terra di desolazione, con il tempo si estende, e lo stesso Mediterraneo che per lo scrittore era stato «uno dei luoghi civili per eccellenza, dove c’era stato un grande scambio di cultura, una grande commistione, una reciproca conoscenza», si contamina, diventa guerresco, riaffiorano le guerre di religione, risorgono i nazionalismi.
Sono gli anni in cui lo scrittore si ammutolisce. Continua a viaggiare, ma il suo sguardo ha perso in prensilità. L’arte della fuga perde i suoi caratteri musicali e diventa un andare da una Milano che si desidera abbandonare a una Sicilia che si fa sempre più fatica a riconoscere. Il mondo è diventato casa d’altri. Il velo di Maya gli è stato levato per sempre, pensa tra sé e sé. Forse comincia a dubitare della stessa letteratura, che vede prostituirsi in facili commedie di genere.
Però è sempre dalla letteratura che trae i suoi esempi; è da lì che riparte. A Messina, alla fine del nostro colloquio – che ho poi trascritto in un mio libro di viaggi siciliani, intitolato In fondo al mondo. Conversazione in Sicilia con Vincenzo Consolo, ed edito da Mesogea – disse con il sorriso da ignoto marinaio affiorante sul volto levigato come un ciottolo marino: «Mi piace sempre ricordare una frase che Calvino mette in bocca, ne Il castello dei destini incrociati, a Macbeth». La frase suona così: «Sono stanco che Il Sole resti in cielo, non vedo l’ora che si sfasci la sintassi del Mondo, che si mescolino le carte del gioco, i fogli dell’in-folio, i frantumi di specchio del disastro».
Silvio Perrella
Il Manifesto Alias Domenica Edizione del 30.08.2015
Ports as locus of the Mediterranean imaginary Jean-Claude Izzo and Vincenzo Consolo
by
Maria Roberta Vella
In Partial Fulfillment of the Requirements of the Degree of
Master of Arts in Literary Tradition and Popular Culture
August 2014
Faculty of Arts
University of Malta
I dedicate this thesis to you, dear father. You showed me with your constant love, that whatever I do with persistence and commitment will open the doors to my destiny. The long nights I spent awake, reading and researching reminded me of the long nights you spent awake working, pennitting me to study and build my future. Your sacrifices are always accompanied by a constant smile that continuously gives me courage in difficult moments.
ACKNOWLEDGMENTS
The number of people to whom I owe my accomplishments is far too long to fit on this page, as many have inspired me and given me their constant support which has helped me realize that knowledge could open doors I did not even know existed. Nevertheless, there are a number of people who I would like to mention as they have been there for me during tough times and have given me the support I needed. I would like to thank my family without whom I would not have been able to further my studies, my boyfriend Terry, who has always believed in me and has always been there to support me with his constant love, and my uncle Carlo, who from an early age fed me with books and literature that fostered my love of knowledge and the curiosity to find my inner self. I would also like to thank my dearest colleague Ray Cassar, who always helped me grow both academically and as a person, as well as my tutor and mentor Adrian Grima, who directed me, allowing me to ground and express my ideas better whilst always respecting and valuing my opinions.
II
Table of Contents
1 Introduction …………………………………………………………………………………………. 2
1.1 The Harbour as Threshold ………………………………………………………………. 7
1.2 The Port as a Cultural Lighthouse ………………………………………………….. 10
1.3 The Mediterranean Imaginary of Izzo and Consolo Inspired by the Port12
1.4 Conclusion ………………………………………………………………………………….. 16
2 The Harbour as Threshold …………………………………………………………………… 1 7
2.1 Natural Landscape and the Development of Literature …………………….. 20
2.2 Instability vs. Stability in the Mediterranean Harbour ………………………. 23
2.3 The Prototypical Sailor …………………………………………………………………. 27
2.4 The Harbour as a Metaphorical Door ……………………………………………… 34
3 The Port as a Cultural Lighthouse ………………………………………………………… 38
3.1 Religious Cultural Mobility ………………………………………………………….. 43
3.2 The Lingua Franca Mediterranea as a Mode of Communication ………. 49
4 The Mediterranean Imaginary of Jean-Claude Izzo and Vincenzo Consolo
Inspired by the Port ………………………………………………………………………………….. 58
4.1 The Mediterranean Imaginary in Izzo and Consolo ………………………….. 60
4.2 The Mediterranean Imaginary in Popular Culture ……………………………. 69
4.3 Conclusion ………………………………………………………………………………….. 76
5 Conclusion ………………………………………………………………………………………… 78
5.1 The ‘Imaginary’ of the Mediterranean ……………………………………………. 80
5.2 The Mediterranean ‘Imaginary’ Beyond the Harbour ……………………….. 84
6 BIBLIOGRAPHY……………………………………………………………….. .. 9?.
III
Abstract
The Mediterranean harbour is a place of meeting, of encounters between
civilizations, of clashes, wars, destructions, peace; a place where culture comes to live, where art is expressed in various ways and where authors and thinkers have found inspiration in every comer. The harbour imposes a number of thresholds to the person approaching it. This threshold could have different fonns which could be emotional, geographical, spiritual or cultural. Authors such as Jean-Claude Izzo and Vincenzo Consolo lived and experienced the Mediterranean harbour in all its aspects and expressions; their powerful experience resulted in the formation of important images referred to as ‘imaginary’. The Mediterranean imaginary is the vision of various authors who have been able to translate facts and create figures and images that represent a collective, but at the same time singular imagination. The harbour is an important part of the Mediterranean geographical structure and thus it has been the main point of study for many examining the region. Factors such as language have transformed and suited the needs of the harbour, being a cultural melting pot.
1 Introduction
The Mediterranean is represented by chaos, especially in the harbour cities that are witness to the myriad of cultures which meet each and every day to discuss and interact in the harbour. It is imperative to state that chaos, as the very basis of a Mediterranean discourse has been fed through the different voices fonned in the region. These same voices, images and interpretations have found a suitable home in the Mediterranean harbours, places where literature and culture managed to flourish and where the so-called ‘margins’, both geographical and social, found centrality. The harbour has acquired significance in the discourse on the Mediterranean and thus on how literature and cultural expedients and the vaiious authors and artists recall the harbour as an anchorage point for their deep thoughts about the region. 1
Nowadays, the unification of the Mediterranean seems a ‘utopia’, since the Mediterranean is politically perceived as a region full of borders and security plans. One may easily mention the various strategic moves put forward by the European Union to safeguard the northern Mediterranean countries from migration from North African shores. By applying and reinforcing these security plans, the Mediterranean has become ever increasingly a region of borders. It is also important not to idealize the Mediterranean past as a unified past, because the 1 Georges Duby Gli ideali def Mediterraneo, storia, jilosojia e letteratura nella cultura europea
(Mesogea, 2000) pp.80-104
2
region was always characterized by conflict and chaos. Despite the chaos that was always part of the Mediterranean, being a region of clashing civilizations, it managed to produce a mosaic of various cultures that is visible to the eye of the philosopher or the artist. The artist and the philosopher manage to project their thoughts and ambitions for the region; therefore they are able to see hannony in a region that seems so incoherent. The aim of my thesis is to understand why the harbour is crucial in the construction of the Mediterranean imaginary. Both open space and border, the port, as in the case of Alexandria or Istanbul, has for a long time been a center for trade, commerce and interaction. Therefore, it is imperative to focus on the study of the harbour and harbour cities to be able to give substance to a study about the Mediterranean as a complex of imaginaries. The boundaries in the study about the Mediterranean have a special place; in fact a boundary that may be either geographical or political has the ability to project and create very courageous individuals that manage to transgress and go over their limits when facing the ‘other’. In the Mediterranean we perceive that the actual reason for transgressing and overcoming a limit is the need of confonning or confronting the ‘other’, sometimes a powerful ‘other’ able to change and shift ideas, able to transpose or impose cultural traits. Yet, the Mediterranean in its multicultural environment has been able to maintain certain traits that have shaped what it is today. Through movement of people in the region, the Mediterranean has been able to produce a number of great innovations, such as the movement of the Dorians who moved from the south all along the 3 Greek peninsula, and also the ‘sea people’ that came from Asia and, being hungry and thirsty, destroyed whatever they found. The same destruction and movement resulted in the creation of three important factors for the Mediterranean: the creation of currency, the alphabet, and marine navigation as we know it today. The various movements also contributed to the fonnation of the person as a free being with the ability to move freely. Therefore, movement and the overcoming of boundaries in the Mediterranean have contributed greatly to the fonnation of civilization itself.2 A board, today found in the museum of Damascus, with an alphabet very similar to the Latin one written on it, was very useful as it was very simple in its structure. This confirms a high level of democracy, as civilization meant that each individual had the possibility of knowing and understanding what his leaders understood. We get to understand that in the Mediterranean each person can practice his freedom by travelling out at sea and engage in trading. All this was made possible by the same interactions and conflicts raised in the region. Conflicts though are not the only factor that promoted the interaction and the fonnation of interesting cultural and literature in the Mediterranean, as we know it today. Art and culture have been means by which the various conflicts and interactions took life and expressed the deep feelings that inhabited the soul 2 Georges Duby Gli ideali de! Mediterraneo, storia, filosofia e letteratura nella cultura europea (Mesogea,2000) pp. 80-104
4
of the artist. Karl Popper3 states that the cultural mixture alone is not sufficient to put the grounds for a civilization and he gives the example of Pisistratus, a Greek tyrant that ordered to collect and copy all the works of Homer. This made it possible to have a book fair a century later and thus spread the knowledge of Homer. Karl Popper wants to tell us that art and culture have deeply influence the fonnation of a general outset of the region and that the fonnation of the general public is not something that comes naturally, but is rather encouraged. The Greeks in this sense were directly fed the works of Homer by the diffusion of the works themselves. On the other hand, the majority of Greeks already knew how to read and write, further enabling the diffusion of knowledge. Art and architecture are two important factors that have detennined the survival of empires and cultures through time. When artists such as Van Gogh were exposed to the Mediterranean, they expressed art in a different way and when Van Gogh came in contact with the Mediterranean region, the French Riviera and Provence in particular, he discovered a new way of conceiving art. In a letter that Van Gogh wrote to his sister in 1888, he explained that the impact the Mediterranean had on him had changed the way he expressed art itself. He told her that the colours are now brighter, being directly inspired by the nature and passions of the region. The Mediterranean inspired Van Gogh to use a different kind of colour palette. If the art expressed by Van Gogh that is inspired by the Mediterranean is directly 3 Georges Duby Gli ideali del Mediterraneo, storia, jilosofia e letteratura nella cultura europea (Mesogea,2000) pp. 80-104
5 represented and interpreted by the spectator, the region manages to be transposed through the action of art itself.4 The way in which the thesis is structured aims to focus on the vanous images created by poets, popular music and art. Each chapter provides evidence that the harbour has been the centre of attention for the many authors and thinkers who wrote, discussed and painted the Mediterranean. The thesis aims to prove that certain phenomena such as language and religion have contributed to a knit of imaginaries, the layout of certain events such as the ex-voto in the Mediterranean and the use of Sabir or Lingua Franca Mediterranea, which shows how the harbour managed to be the center of events that shaped the cultural heritage of the Mediterranean. The language and religious movement mentioned have left their mark on the Mediterranean countries, especially the harbour cities, which were the first cities encountered. The choice of the harbour cities as the representation and the loci of a Mediterranean imaginary vision is by no means a casual one. In fact, the harbour for many centuries has been the anchorage point not only in the physical sense but also emotionally and philosophically for many authors and thinkers, two of which are Jean-Claude Izzo and Vincenzo Consolo, extensively mentioned in the dissertation. These two authors are relevant for the purpose of this study as they manage to create a vision of the Mediterranean, based on their personal experience and influenced by 4 Georges Duby Gli ideali de! Mediterraneo, storia, jilosojia e letteratura nella cultura europea (Mesogea,2000) pp.43-55
6 the harbour from which they are looking at the region and observing the
Mediterranean. Popular culture ‘texts’ such as movies and music based on the interaction between the person and the Mediterranean region have an important role in the study, as they represent the first encounter with the harbour. It is a known fact that in the postmodern era where technological means have a broader and deeper reach, popular culture has become the first harbour in which many find anchorage. Therefore it would be difficult to mention literature works that have shaped the Mediterranean without mentioning the popular texts that have constructed images about the region that intertwine and fonn a complete and powerful image. The relevance of each factor is well defined in this study, delving deep in not only popular culture but also in language and various historical events that have transformed the Mediterranean, providing examples of how factors such as geographical elements, spirituality, devotion and passion have transfonned the way in which we perceive a region.
1.1 The Harbour as Threshold The first chapter focuses on the harbour as a threshold between stability and instability, between wealth and poverty, between mobility and ilmnobility. The various elements that constitute the harbour always convey a sense of ‘in between’ to the person approaching. The very fact that the harbour seems to be a place of insecurity gives the artists and authors a more stimulating environment to 7 write about their feelings and to contrast them with the ever-changing and chaotic enviromnent of the harbour. The way in which the natural landscape manages to influence the poetic and artistic expression is of great relevance to the study of the Mediterranean region, especially with regards to the study of the harbour. Poets such as Saba and Montale wrote about the way in which nature felt as a personified figure, able to give hope and change the way poets look at the world.
They also wrote about nature in the Mediterranean as being an impmiant feature
shaping the way in which history and culture developed.
The sailor as a representation of a Mediterranean traveller is often found in
literature especially with regards to the notion of the harbour as an image of the
Mediterranean culture. Many authors such as Jean-Claude Izzo and Vincenzo
Consolo wrote about the figure of the sailor in relation to the sea and everyday life in Mediterranean harbours. The novels fl Sorriso dell ‘Ignoto Marinaio by
Vincenzo Consolo and Les Marins Perdus by Jean-Claude Izzo are written in two
different geographical areas of the Mediterranean and reflect two different
periods, but they are tied by an expression of a Meditemm~im i1rn1eirn1ry and
somehow recall common features and aspects of the harbour. Both novels manage to transpose their authors’ personal encounter with the Mediterranean, therefore
recalling their own country of birth. The novels are somewhat personal to the
authors; Consolo recalls Sicily while Izzo often refers to Marseille. The fact that
the novels are projecting two different areas and two different points of view on
8
the Mediterranean proves that by gathering different experiences related to the
region, a rich imaginary is created.
The harbour is a door, an entryway to a new world, and borders. Security
and expectations are all part of the experience of the threshold when entering a
country, especially in the Mediterranean, where thresholds are constantly present and signify a new and exciting experience that leads to a new interpretation of a Mediterranean imaginary. The way in which the harbour acts as an entryway suggests that what lies beyond the harbour is sometimes a mystery to the traveller.
Literature greatly contributes to the fonnation of ideas, especially in regard to the fonnation of thoughts such as the idea of a Mediterranean imaginary, but there is another element of fundamental importance to the formation of ideas on a generic line, which is popular culture. High-culture, referring to elements such as art, literature, philosophy and scholarly writings, creates a common understanding between an educated public. Popular culture refers to the section of culture that has a common understanding between the public. High-culture and popular culture have the power to transform what is mostly regarded as pertaining to high society; literature is constantly being reinterpreted and transfonned by popular culture to be able to reach a greater audience.
9
1.2 The Port as a Cultural Lighthouse The imp01iance of natural landscape which detennines the success or failure of a harbour, also detennines a number of historical events. In this sense, the Mediterranean is a region that has been naturally set up with a number of very important harbours that consequently fonned a particular history. The image of the harbour could be compared to the image of the lighthouse, which is part of the harbour itself but at the same is a distinct entity that in some cases had a role which went beyond its initial role of guidance and assumed almost a function of spiritual assistance. 5 The symbol of the lighthouse is also tied to knowledge and therefore the lighthouse has the ability to give knowledge to the lost traveller at sea, it is able to show the way even in uncertainties. The lighthouses in the Mediterranean had the ability to change through ages and maintain a high historical and cultural meaning; their function is a matter of fact to give direction to the traveller, but in certain cases it has been used to demarcate a border or as a symbol of power.
The Mediterranean Sea has witnessed different exchanges, based on belief,
need and sometimes even based solely on the search of sel£ Among these modes
of exchange and these pretexts of voyage in the Mediterranean, we find the exvoto and the movement of relics. Both types of exchange in the region have in
common at the basis religion that instilled in the traveller a deep wish to follow a
5 Predrag Matvejevic Breviario Mediterraneo (Garzanti: 2010)
10
spiritual path. These exchanges resulted in an increasing cultural exchange. The
ex-voto6 shows a number of things. One of these things is that the very existence
of ex-voto proves a deep connection with the geographical aspect in the
Mediterranean and therefore proving that the region is a dangerous one. In this
sense, people in the Mediterranean have shown their gratitude to God or the
Virgin Mary in the fonn of ex-voto after a difficult voyage at sea. On the other
hand, the ex-voto shows how popular culture mingles with the spiritual experience and the way in which a person expresses gratitude to the divine. The ex-voto paintings have a special way of being identified. The saint or in most cases Virgin Mary, is usually set in a cloud or unattached from the sea in a tempest. Another element that shows if a painting is or is not part of an ex-voto collection, is the acronyms found in the bottom of every painting V.F.G.A (votum facit et gratiam accepit). The use of Latin demonstrates the vicinity to Christianity, whilst the words meaning that ‘I made a vow and I received grace’ prove the tie between the tragedies at sea and the grace given by God. The difficult Mediterranean geographical predisposition, discussed by Femand Braudel7 has developed an abundance of devotion that transformed to shrines and objects of adoration and gratitude. These same shrines, objects and materials that were most of the time exchanged and taken from one place to another, have deeply enriched the Mediterranean with cultural objects and the same shrines are nowadays part of a collective cultural heritage.
6 Joseph Muscat Il-Kwadri ex-voto Martittimi Maltin (Pubblikazzjonijiet Indipendenza, 2003) 7 Fernand Braudel The Mediterranean and the Mediterranean world in the age of Philip II
(Fontana press: 19 8 6)
11
1.3 The Mediterranean Imaginary of Izzo and Consolo Inspired by the
Port The Mediten-anean for Jean-Claude Izzo and Vincenzo Consolo revolves around the idea of a harbour that gives inspiration because it is in essence a border where ideas meet and sometimes find concretization. The Mediterranean harbour for centuries has been a meeting place for people and cultures, thus creating a region full of interactions on different levels. The imaginary for both authors has been shaped by both cultural elements and by the literary elements that find a special place in the mindset of the author. Culture as a popular expression of the concept of the Mediten-anean has developed in different ways, one of which is the projection of the harbour and the Mediterranean itself through media and advertising. Various elements such as the touristic publicity or the actual reportage about the harbour and the Mediten-anean have widened the horizon and the imaginary of the region. In advertisements, the Mediterranean has been idealized in some ways and tends to ignore controversial issues such as ‘migration’; advertising also tends to generalize about the Mediterranean and so mentions elements such as the peaceful and relaxing way of life in the region. Advertisement obviously has its own share in the building of an ‘imaginary’ of the region, but it may also create confusion as to what one can expect of the region. On the other hand, the reportage about the Mediterranean harbour and the region itself focuses more on everyday life in the Mediterranean and common interactions such as encounters with fishennen. Nevertheless, when mentioning 12 the MediteITanean even the reportage at times makes assumptions that try to unite the MediteITanean into an ideal space and it sometimes aims to give an exotic feel to the region. Yet there are a number of informative films that have gathered important material about the MediteITanean, such as the French production Mediteranee Notre Mer a Taus, produced by Yan Arthus-Bertrand for France 2.8 The difference between the usual promotional or adve1iising video clips and the documentary film produced for France 2 was that in the latter the focus points were an expression of the beauty of the whole, whereas in the fonner, beauty usually lies in the common features that for marketing purposes aim to synthesize the image of the Mediterranean for a better understating and a more clear approach to the region. The harbour and other vanous words associated to the concept of the harbour have been used in many different spaces and areas of study to signify many different things other than its original meaning, and this makes us realize that the harbour itself may hold various metaphorical meanings. We have seen the way in which the harbour served as a first spiritual refuge or as an initial salvation point, but it is also interesting to note how the harbour is conceptually seen today,
in an era where globalization has shortened distances and brought down barriers. Nowadays, the harbour is also used as a point of reference in the various technological terms especially in relation to the internet, where the ‘port’ or 8 Yan Arthus-Betrand Mediteranee notre mer a taus (France 2, 2014)
www.yannarthusbertrand.org/ en/films-tv/–mediterranee-notre-mer-a-tous (accessed February,
2014)
13
‘portal’ refers to a point of entry and thus we perceive the main purpose of the harbour as being the first point of entry as is in the context of infonnation technology. The concept of core and periphery has deeply changed in the world of Internet and technology, as the concept of core and periphery almost disappeared. Similarly, the Mediterranean’s core and pe1iphery have always been in a way different from what is considered to be the nonn. Geographically, the core could be seen as the central area, the place where things happen, whereas in the Mediterranean, the periphery acquires almost the function of the core. The harbour is the geographical periphery; neve1iheless, it acquires the function of the core. The islands for example are usually centres, whereas in the Mediterranean they are crossroads rather than real centres of power. In nonnal circumstances the relation between core and periphery is something that denotes not only the geographical location of a place but it usually also refers to economical, social and cultural advancement. Therefore, in the Mediterranean region the concept of geographical centre and economical and social centres are different from their usual intended meaning.
The Mediterranean imaginary has developed in such a way that it
purposely distorted the concepts such as the standard core and periphery or the usual relationship between men and nature or between men and the various borders. In the Mediterranean imaginary, which as we have mentioned is being fed by various authors and popular discourse, has the ability to remain imprinted in our own thoughts and thus has the ability to reinterpret the region itself; we find 14 that the usual conceptions change because they suit not only the region but the author that is writing about the region. The way in which the various authors and artists who describe the Mediterranean are faced with the ongoing challenges presented by the region shows how in essence each and every author has their own personal approach to the region. Their works are essentially a personal project which lead to the enriclunent of the region’s imaginary. The differences between each and every author makes the ‘imaginary’ and the accounts about the Mediterranean much more interesting and ersonalized.
Consolo9 and Izzo10 have different ways of perceiving the region and
although they both aim to create an ‘imaginary’ that may recall similar features, it is undeniable that there are substantial differences in their approach. Consolo on the one hand focuses a lot on the image of Ulysses as a figure that represents him in his voyage in search of the self. Ulysses for Consolo is a figure that manages to preserve a meaning even in the modem era, a figure that is able to travel through time all the while reinventing the Mediterranean. Izzo as well feels that the figure of Ulysses is imperative to the study of the Mediterranean, but he mostly focuses on the impact of the present experience of the region on the conception of a Mediterranean ‘imaginary’ rather than focusing on the past as a representation of the present situation. 9 Vincenzo Consolo Il Sorriso dell’Ignoto Marinaio (Oscar Mondadori: 2012) 10 Jean-Claude Izzo Marinai Perduti (Tascabili e/o: 2010) 15
1.4 Conclusion
The Mediterranean has been seen as a region full of inconsistencies,
contradictions and conflicts, based mainly on the divergent ideas and cultures residing in the same area. The Mediterranean imaginary does not exclude the conflicts that are present in the region and does not aim to unify the region, and in doing so it aims to give voice to the region. For the various authors and thinkers that are mentioned in the thesis, the Mediterranean has transmitted an emotion or has been able to create the right environment to express ideas and fonn thoughts. The relevance of each and every author within the framework of this thesis shows that without analyzing the single expression about the region, through the various works, one cannot fonn an imaginary of the Mediterranean region. The various concepts of borders, thresholds, conflicts and cultural clashes manage to mingle with each other in everyday life in the Mediterranean – greater ideas and fundamental questions find resonance and meaning in simple everyday interaction between a common sailor and a woman at a bar. The Mediterranean in essence is the voyage between the search for deep roots and the analysis of the clashes that result from this search for roots. The study of the Mediterranean is the constant evaluation of boundaries and the search for the ‘self’ through a wholly subjective analysis of the ‘other’. The imaginary plays a fundamental role in bringing near the ‘roots’ and the ‘present’, and the ‘self’ and the ‘other’.
16
2 The Harbour as Threshold The Mediterranean harbour for many authors and thinkers is a starting point as well as a dying point of the so called ‘Mediterranean culture’. In fact many sustain that the ‘MediteITanean culture’ takes place and transfonns itself in its harbours. This concept does not have to confuse us in assuming that a ‘Mediterranean culture’ in its wholesomeness really does exist. There are elements and features that seem to tie us; that the sea so generously brought ashore. On the other hand the same sea has been keeping things well defined and separate. The harbour as the first encounter with land has always maintained an important role in the formation of ideas and collective imagination. The harbour is not selective in who can or cannot approach it and so the fonnation of this collective imagination is a vast one. It is also important to state that the harbour in itself is a place of contradictions, a place where everything and nothing meet. The contrasting elements and the contradictions that reside in Mediterranean ports are of inspiration to the various authors and thinkers who study the Mediterranean. In this sense they have contributed in the formation of this Mediterranean imagination. Literature is an important factor that contributes to a fonnation of a collective imagination; it would be otherwise difficult to analyze the Mediterranean without the help of literature, as the fonnation of a collective imagination was always fed through literature and cultural expedients.
17
The Mediterranean region, as we shall see, is an area that is somehow
constructed; a person in France may not be aware of what a person in Morocco or in Turkey is doing. The concept of a constructed Mediterranean may be tied to the anthropological study conducted by Benedict Anderson 11 where he states that the ‘nation’ is a constructed concept and may serve as a political and somehow economic pretext. The sea is navigated by both tragic boat people and luxurious cruise liners, and these contradictions seem to be legitimized in the Mediterranean region. To give two recent examples we can observe on a political sphere, the European Union’s decision to fonn a Task Force for the Mediterranean (TFM) whose aims are to enhance the security of its shores and to drastically reduce deaths at sea. The TFM is a recent initiative that follows a number of proposals at a political level that have the Mediterranean security at heart. 12 This idea was triggered by a particular event that saw the death of 500 migrants off Lampedusa. It clearly poses a question whether the Mediterranean is a safe place or not, and whether it remains in this sense appealing to touristic and economic investment. The TFM probably reinforces the idea that the Mediterranean is a problematic region and thus requires ongoing ‘security’. To reconnect to the main idea, the TFM reinforces the notion that the Mediterranean is a constructed idea where access from one shore to another is denied and where one shore is treated as a security threat whereas the other shore is treated as an area to be protected or an 11 Benedict Anderson, Imagined communities (Verso, 1996)
12 Brussels, 4.12.2013 COM (2013) 869 Communicationjiwn the commission to the European Parliament and the council on the work of the Task Force Mediterranean 18 area that is unreachable. The contradictions keep on adding up when we see the way the Mediterranean is portrayed for economic and touristic purposes. One example is the ‘Mediterranean port association’ that helps the promotion of cruising in the Mediterranean region providing assistance to tourists who would like to travel in the region. In this context the Mediterranean is used in a positive way in relation to the touristic appeal it may have. The construction of a Mediterranean idea is by no means restricted to an economical or a political discourse; it has deeper roots and meanings that have fonned through a history of relations between countries and of fonnations of literary expedients. For Franco Cassano13, the Mediterranean is a region that in essence is made of differences, it would be otherwise difficult to justify the clashes that have characterized the Mediterranean history, if it was not for the fact that we are all aware that it is a region made up of dissimilarities On the other hand it is due to these dissimilarities that the Mediterranean is an appealing region both for authors and for travelers alike.
13 Franco Cassano,Danilo Zolo L ‘alternativa mediterranea (Milano:Feltrinelli, 2007)
19
2.1 Natural Landscape and the Development of Literature Nature and literature are two elements that intertwine and thus create a collective imagination around the concept of the Mediterranean harbour. In fact, the dialectic between natural landscape and poetic expression was always a matter of great relevance as nature constantly managed to aid the development of poetic expression. The natural landscape helps the fonnation of existential thoughts, such as life, death and the existence of men – thoughts that are always reinterpreted and reinvented through literature. This relation between men and nature was always important in configuring spaces and detennining them according to a common understanding. 14 In the poem of Giacomo Leopardi Dialogo delta Natura e di un Islandese, Nature is personified, and although the indifference and coldness of nature is palpable, we sense that the poet is being aided by nature in fanning his ideas about life itself. Through time and especially through globalization, the world is being interpreted in terms of geographical maps and technology is subsequently narrowing our concept of space and enlarging our concept of life. In the new modem dimension, where the concept of space has acquired an abstract meaning, literature leaves the possibility of dialectic relationship between men and nature, thus enabling men to perceive the places they inhabit as a significant part of their self-construction process. This concept takes us to the perception created around the Mediterranean region and especially the way people look at 14 Massimo Lollini fl Mediterraneo de/la contingenza metafisica di montale all’apertura etica di Saba (Presses Universitaires Paris Quest: 2009) pp.358-372
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figures such as the sea, the ports and the shores. In Giambattista Vico’s15 poetic geography we understand that the representation of geography through poetic expression is something that dates back in time, through a cosmic representation of senses and feelings. In this regard, Montale and Saba both express in a relatively modem tone the deep representation of the Mediterranean through a mixture of contrasting feelings and ideas. The image of the harbor and any other images in the Mediterranean are deeply felt and analyzed, through the eyes of the poets that live in the region. Montale uses the dialectic of memory to explain his relationship with the Mediterranean, a region locked in its golden age that lives through the memory of poets and authors. He refers to the Mediterranean as ‘Antico ‘ emphasizing the fact that it is an old region. The word ‘Antico ‘ does not merely refer to oldness, but to oldness combined with prestige. The memory characterizes the Mediterranean for Montale, the image of the sea for instance is an archaic image that notwithstanding holds a modem and yet spiritual meaning as it expresses a sense of purification. The sea with its movement brings ashore all the useless and unwanted elements. On the other hand the sea may be seen as a fatherly figure that becomes severe in its actions and makes the poet feel insignificant and intimidated. Montale’s aim was to overcome the threshold between artistic expression and natural landscape through a dialogue with the Mediterranean Sea. This aim was not fulfilled. Montale tried hard to express artistically what the Mediterranean Sea meant but ended his poem humbly putting himself at a lower stage in comparison to the greatness of the Sea. Montale fills 15Massimo Lollini Il Mediterraneo della contingenza metafisica di montale all’apertura etica di Saba (Presses Universitaires Paris Ouest: 2009)
21 his poetry with a mixture of humility and paradoxes; two elements that keep on repeating themselves in the poetry concerning the MeditelTanean.
Furthennore, in Umberto Saba’s ‘Medite1Taneet16 we encounter the same
contrasts and paradoxes used by Montale to develop the figure of the
MeditetTanean Sea. Saba uses the microcosm of Trieste to explain a larger
macrocosm: The MeditetTanean. This technique renders his work more personal and gives it a deeper meaning. Saba and Montale both rely on the memory to express a feeling of deep ties with the element of the sea and the life of the MeditelTanean harbour. Saba’s MeditelTanean resides in his microcosm, personal encounters and experiences fonn his ideas about the region; a region he perceives as being full of fascinating contradictions.
‘Ebbri canti si levano e bestemmie
nell’Osteria suburbana. Qui pure
-penso- e Mediterraneo. E il mio pensiero
all’azzulTo s’inebbria di quel nome.’ 17
‘Drunken songs and curses rise up
in the suburban tavern. Here, too,
I think, is the Mediterranean. And my mind is
drunk with the azure of that name.’ 18
16 Umberto Saba, translated by George Hochfield: Song book the selected poems of Umberto Saba
\V\V\V. worldrepublicofletters.com/excerpts/songbook excerpt.pdf (accessed, July 2014)
17 Massimo Lollini fl Mediterraneo della contingenza metafisica di montale all’apertura etica di Saba (Presses Universitaires Paris Ouest: 2009) pp.358-372
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Saba mingles his personal classicist fonnation expressed in the ‘all’azzurro’
with the poorest part of the Mediterranean harbour ‘l’osteria’. Both factors are intertwining, and so, the Mediterranean for Saba is the combination of both the richness of classicist thoughts that fonned in the Mediterranean as well as the meager elements that fonned in its po1is; yet they embellish and enrich the concept of the Mediterranean. Saba is searching for his personal identity through the search for a definition to the Mediterranean. In his art he attempts to portray the very heart of the MediteITanean which is found in his abyss of culture and knowledge with the everyday simple life of the harbours. 2.2 Instability vs. Stability in the Mediterranean Harbour In Saba and Montale’s works, the fascinating inconsistencies in the Mediterranean seem to find a suitable place in the ports and in the minds of each and every author and thinker who encounters it. The notion of stability and instability finds its apex in the port. The sea is the synonym of instability, especially in the Mediterranean, being depicted as dangerous and unpredictable. As in the recounts of the Odyssey, the sea, and the Mediterranean as a whole, is a synonym of instability and thus prone to natural catastrophes. The Homeric recounts of Ulysses’ journey explore the Mediterranean that was previously an unknown place. Although the places mentioned by Homer are fictitious, they now 18 Umberto Saba, translated by George Hochfield: Song book the selected poems of Umberto Saba
www.worldrepublicofletters.com/excerpts/song:book _excerpt.pdf (accessed, July 2014)
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have a general consensus over the definition of the actual places. As time went by historians and authors went on confinning what Homer had depicted in his Odyssey – a Mediterranean that constantly poses a challenge, danger and fascination at the same time. Femand Braudel in his ‘Mediterranean and the Mediterranean world in the age of Philip the II’ 19 sustains the view of a difficult Mediterranean, of a succession of events that have helped the success of the Mediterranean for a period of time. Its instability and complication have not aided the area in maintaining its ‘golden age’. This discourse was reinvented by Horden and Purcell in ‘The Corrupting Sea’20 where the Mediterranean meets geographically, historically and anthropologically. In ‘The Corrupting Sea’ the view of Femand Braudel is expanded into what the Mediterranean meant
geographically and historically, therefore Horden and Purcell explain that the inconsistencies and natural features in the Mediterranean really contributed to bring the ‘golden age’ to an end, but they were the same features that brought on the rich culture around the Mediterranean countries in the first place. Where literature is concerned, the inconsistencies and natural features served as an inspiration to various authors who went on fonning the collective imagination around the Mediterranean. Therefore, it could be argued that the geographical
complexity of the region is in fact the tying point to the ‘Mediterranean’ itself that resides in the unconscious and that otherwise would have died with its economical shift towards other areas of interest. The problematic identity and the challenging 19 Femand Braudel The Mediterranean and the Mediterranean world in the age of Philip II (Fontana press: 1986)
20 Peregring Horden, Nicholas Purcell The Corrupting sea, a study of the Mediterranean histmy (Blackwell publishing: 2011)
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natural enviromnent brought by an ongomg sense of curiosity and attraction towards the Mediterranean region. The port is the first encounter with stability after a journey that is characterized by instability, at the surprise of the inexperienced traveler. However, the port does not always covey immovability. The p01i gives a sense of limbo to the traveller that has just arrived. It is a safe place on the one hand but on the other hand due to its vicinity to the sea, it is as unpredictable as the sea itself The sailor is a frequent traveler who knows and embraces the sea. He chose or has been forced to love the sea, to accept the sea as his second home. The sailor is in fact the figure that can help us understand the fascination around the Mediterranean and its ports. It is not an unknown factor that sailors and their voyages have captured the attention of many authors that tried extensively to understand the affinity sailors have to the sea. The sailor21 is a man defined by his relation with the sea and is a recurrent figure in a number of literature works all over Europe and the rest of the world. The sailor is the incarnation of the concept of human marginality, he lives in the margin of life and he embraces the marginality of the harbour with the different aspects of the port. The thresholds present in the port are represented by the sailor; a figure that lives between the sea and land, between betrayal and pure love,
between truth and lie. Like the portrayal of Odysseus, the concept of a sailor has 21 Nora Moll Marinai Ignoti,perduti (e nascosti). fl Mediterraneo di Vincenzo Consolo, JeanClaude Izzo e Waciny Lare} (Roma: Bulzoni 2008) pp.94-95
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infidelic properties. He carnally betrays his loved one, but he is psychologically anchored to one women for his whole life; a women who is always present in various thoughts but at the same time she is always physically distant. As we will see in various works, the sailor is in constant search of knowledge – the very same knowledge that brought him to love and embrace the sea. The knowledge that is conveyed through the action of travelling itself is another question that would require a deep analysis, but for the sake of our study the fact that knowledge is transmitted through the depth of the sea is enough to make a com1ection with the purpose by which the sailor travels. The sailor fluctuates between sea and land, between danger and security, between knowledge and inexperience. The thresholds are constantly overcome by the curious and free spirited sailor that embarks in this voyage to the discovery of his inner-self. The literary voyage of the sailor in the Mediterranean takes a circular route while it goes deep in ancient history and ties it to modem ideas. Since the sailor is not a new character but a recurring one in literature and culture it has the ability to transfonn and create ideas giving new life to the Mediterranean harbours. While the seamen are the link between the high literature and the popular culture, the sailor does not have a specific theme in literature but the archetype of ‘the sailor’ has a deep resonance in many literary themes. As Nora Moll states in one of her studies about the image of the sailor, she puts forward a list of common themes associated with the image of the sailor:
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‘Tra i complessi tematici, a cm m parte ho gia accem1ato,si
annoverano l’avventura, il viaggio, l’eros, l’adulterio, il ritorno, il
superamento di limiti (interiori) e di sfide ( esterne ), la liberta, la vita
come “navigatio” e come intrigo conflittuale di esperienze. ’22
‘Amongst the complex themes, which I partly already mentioned, we
find adventure, travel, Eros, adultery, the return, the overcoming of
limits (interior) and challenges (exterior), freedom, life as “navigatio”
and as a conflictual intrigue (or scheme) of experiences.’
2.3 The Prototypical Sailor The interesting fact about the study conducted by Nora Moll is that the sailor in her vision is not merely a figure tied to a specific social class, but as we can see the themes listed are themes that can be tied also to the figure of Ulysses. It is difficult to say that Ulysses or the image of the sailor own a predestined set of themes, and in fact they do not necessarily do so. Ulysses is a character that comprehends certain themes, but these change and shift in accordance to space, time and circumstances. What does not change is the thresholds that are always present in the life of a sailor, the limits that are constantly there to be overcome and the external challenges that need to be confronted. The harbour conveys a 22 Nora Moll Marinai Jgnoti,perduti (e nascosti). I! Mediterraneo di Vincenzo Consolo, JeanClaude Izzo e Waciny Larej (Roma: Bulzoni 2008) pp.94-95
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number of thresholds; as we have seen these are embodied in the figure of the manner. Jean Claude Izzo in his Les Marins Perdus23 wrote about the discomfort of sailors having to forcedly stay on land and their relationship with the harbor, a passing place that has a special meaning. The harbor is in fact a special place for the mariner, as it is the only place where they can have human contact beyond that of the crew. The mariner in Jean Clause Izzo does not feel that he belongs to any nation or country. He belongs to the sea; a sea that managed to give meaning to his life but at the same time managed to destroy it. Jean Claude Izzo uses strong images of the port to describe the tie the sailor has to the harbour itself, he uses sexual and erotic images and ties them to legends and popular culture expedients. The story is interesting because of the way Jean Claude Izzo reverses the way sailors live. In fact he recreates a story where the sailor is trapped in the harbour and so he is forced to view the sea from land and not the other way round as he usually does. The psychological discomfort that Jean Claude Izzo creates portrays the Mediterranean archetypes and the life in the ports from a reverse point of view. Everyday life in the harbour is analyzed through a succession of tragedies that on one hand recall the classicist view of the Mediterranean, and on the other hand, due to references to everyday life elements, may be easily connected to the modem conception of the Mediterranean port. The links created by Jean Claude Izzo are made on purpose to create an ongoing bond between the classic Homeric 23 Jean-Claude Izzo Marinai Perduti (Tascabili e/o: 2010) pp.238
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Mediterranean and the modem Mediterranean. In fact, Diamantis -the mam character of the novel- is portrayed as a modem Ulysses trying to cope with ongoing temptations and with the constant drive for knowledge. The Odyssey is for Diamantis a point of anchorage. He reads the Odyssey while attempting to define himself: ‘In effetti l’Odissea non ha mai smesso di essere raccontata, da una taverna all’altra,di bar in bar: … e Ulisse e sempre fra noi. La sua eterna giovinezza e nelle storie che continuiamo a raccontarci anche oggi se abbiamo ancora un avvenire nel Mediterraneo e di sicuro li. [ … ]I porti del Mediterraneo … sono delle strade. ’24 ‘Yes … In fact, the Odyssey has constantly been retold, in every tavern
or bar … And Odysseus is still alive among us. Eternally young, in the
stories we tell, even now. If we have a future in the Mediterranean,
that’s where it lies.” [ … ] “The Mediterranean means … routes. Sea
routes and land routes. All joined together. Connecting cities. Large
and small. Cities holding each other by the hand.’ In this quote we see the continuous threshold between space and time being overcome, that serves to keep alive the Mediterranean itself. It is clear that the classic Homeric recount is always reinterpreted and reinvented. The Odyssey
is not the only point of reflection for Diamantis. In fact the protagonist is seen as a 24 Jean-Claude Izzo Marinai Perduti (Tascabili e/o: 2010) pp.238
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deep character that reflects on the various incidents in his life and it could be argued that Diamantis is the expression of Jean Claude Izzo’s thoughts. The sailors in Jean Claude Izzo’s novel chose to be Mediterranean; naval commerce exists beyond the enclosed sea, but these men chose to sail with inadequate ships in a region where geographical beauty and historical richness meet. The port for Izzo, has multiple meanings and he defines the Mediterranean harbours as differing from other harbours, because of the way they are accessed. Izzo uses the image of the harbour as a representation of love: ‘Vedi, e’ il modo in cui puo essere avvicinato a detenninare la natura di un porto. A detenninarlo veramente [ … ] Il Mediterraneo e’ un mare di prossimita’. ’25
‘You see, it’s the way it can be approached that detennines the nature of
a port. Really detennines it. [ … ] The Mediterranean, a sea of closeness.’
This passage shows the influence of thought, Izzo inherited from
Matvej evic. In fact the approach used to describe the harbour and to depict the nature is very similar to the one used by Matvejevic in his ‘Breviario Mediterraneo’. 26 We perceive that the harbour is substantially a vehicle of devotion, love, passion and Eros, though we may also observe the threshold between the love and passion found in the port and the insecurity and natural brutality that the sea may convey. In this novel, the port is transfonned in a secure 25 Jean-Claude Izzo Marinai Perduti (Tascabili e/o: 2010) ppl22 26 Predrag Matvejevic Breviario Mediterraneo (Garzanti:2010)
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place whilst the sea is a synonym of tragedy. At the same time the port is seen as a filthy and conupt place. While for Izzo the past is used as a background to tie with the present and moreover to show a link with the future, Consolo uses a different technique. He goes deep in one focal historical point to highlight certain Mediterranean features and problematic issues. Consolo uses the period of time where Sicily was undergoing various political changes. He describes the revolution and the Italian unification, and portrays real events and characters tied to Sicilian history. In Vincenzo Consolo, the image of the sailor is used as a metaphor through the work of Antonello ‘il Sorriso dell’Ignoto Marinaio’.27 The title itself gives us a hint of the tie between art and everyday life. The voices that intertwine and form the discourse around the Mediterranean are hard to distinguish as they have fanned the discourse itself to a point where a voice or an echo is part of another. The work of Consolo28 goes through a particular historical period in Sicily to describe present situations and ongoing paradoxes in the Mediterranean region. It is difficult to resume and give a name and specific allocation to the works on the Mediterranean as the multiple faces and voices have consequently fanned a variety of literature and artistic works. The beauty behind works on the Mediterranean is that archetypes such as the concept of a ‘sailor’ or the ‘harbour’ are revisited and reinterpreted, thus acquiring a deeper meaning and at the same time enriching the meaning of ‘the Mediterranean’ itself.
27 Vincenzo Consolo fl sorriso dell’Jgnoto Marinaio (Oscar Mondadori:2012)
28 Vincenzo Consolo fl sorriso dell’lgnoto Marinaio (Oscar Mondadori:2012)
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Consolo focuses on the microcosm of Sicily and he portrays a fluctuation
between sea and land. He locates Sicily in an ideal sphere where the thresholds are nonexistent: ‘La Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggiù nell’azzurro tra mare e cielo, me era l’isola santa! ’29 ‘Sicily! Sicily! It seemed something vaporous down there in the blue between sea and sky, but it was the holy island!’ Sicily is placed in an ideal sphere where beautiful natural elements coexist with famine, degradation and war. The imagery created around the island of Sicily may be comparable to the imagery around the Mediterranean region. As for the harbour it is described by Consolo as a place of contradictions, comparable to the ones found in the whole Mediterranean. The detail given to the life in the port is extremely in depth and the type of sentences used expresses the frenetic lifestyle of the port itself: ‘Il San Cristofaro entrava dentro il porto mentre ne uscivano le barche, caicchi e gozzi, coi pescatori ai rami alle corde vele reti lampe sego stoppa feccia, trafficanti con voce urale e con richiami, dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati [ … ].’30 29 Vincenzo Consolo fl sorriso dell’Jgnoto Marinaio (Oscar Mondadori:2012) pp:56
30 Vincenzo Consolo fl so1-riso dell’Jgnoto Marinaio (Oscar Mondadori:2012) pp:29
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‘The San Cristoforo sailed into the harbour whilst the boats, caiques
and other fishing boats, sailed out with the fishennen holding the
ropes sails nets tallow oakum lee, traffickers beckoning with an ural
voice, inside the boat, from one boat to another, from one boat to the
quay, crowded with the elderly, women and children, screaming
equally and agitated’ [ … ] The tension around the port is well transmitted in the explanation given by Consolo, there seems to be a point of nothingness and a point of departure at the same time. We perceive that there is plenty of life in the port but at the same time confusion reigns, therefore we could argue that people in ports are not really conscious of life and that they are letting things turn. Nevertheless, the port is the starting point of life that develops either in the sea or inland. Both by Consolo and in Izzo we are made aware of the importance of life at the ‘starting point’, therefore the port in the works of both authors acquires the title of a ‘threshold’ between life and death, consciousness and unconsciousness, love and hatred, nature and artifice, aridity and fertility. In the microcosm described by Consolo, the Sicilian nature and its contradictions seem to recall the ones in the rest of the region. For example, the painting ‘Ignoto Marinaio’ is described as a contradictory painting. In fact, the sailor is seen as an ironic figure that smiles notwithstanding the tragedies he has encountered. The ‘Ignoto Marinaio’ has seen the culture and history of the Mediterranean unveil, he has therefore a strange smile that 33 expresses the deep knowledge acquired through his experience and a deep look that convey all the suffering he has come upon. In the novel by Consolo, the painting serves as a point of reference and in fact, the ‘Ignoto Marinio’ resembles another important character in the novel; Intemodato. Both figures share the ironic and poignant smile and the profound look. Intemodato is seen as a typical Sicilian revolutionary who embraces the sea but at the same time is not psychologically unattached to the situations that happened on land. He is part of the revolution and integral part of the Sicilian history.
2.4 The Harbour as a Metaphorical Door Consolo and Izzo with their accounts of sailors and the life in Mediterranean harbours brought us to the interpretation of the harbour as a metaphorical door. As in the seminal work of Predrag Matvejevic ‘Breviario Mediterraneo’,31 the harbour is tied to the concept of a metaphorical door. In Latin both ‘porto’ and ‘porta’ have the same root and etymological derivation. A harbour in fact is a metaphorical and physical entryway to a country. In the Roman period, the god Portunos was the deity of the harbour who facilitated the marine commerce and the life in the port in general. The various deities related to the sea in the Roman 31 Predrag Matvejevic II Mediterraneo e I ‘Europa, lezioni al college de France e altri saggi (Garzanti elefanti:2008)
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and Greek traditions are an indication of a deep relation between the figure of the harbour and the physical and geographical figure of the door or entryway. The door may have many different shapes and may divide different spaces but it always signifies a threshold from one point to another. In literature the harbour signifies a metaphorical door between fantasy and reality, history and fiction, love and hatred, war and peace, safety and danger. The image of the door is concretized through the various border controls, visas and migration issues and in this regard the entryway becomes a question of membership. A piece of paper in this case detennines the access through that doorway, but from a cultural and
identity point of view the Mediterranean threshold is overcome through the encounter with history and fiction. Thierry Fabre in his contribution to the book series ‘Rappresentare ii Mediterraneo’; 32 in relation to the Mediterranean identity he states; ” … Non si situa forse proprio nel punto di incorcio tra la storia vera e i testi letterari che danno origine all’immaginario Mediterraneo?”33 ‘ Isn’t perhaps situated exactly at the meeting point between the real stories and the literature texts that give birth to the Mediterranean imagination?’ Fabre is conscious of the fact that the discourse about the Mediterranean limits itself to a constructed imaginary, the poet or artist in general that enters this metaphorical door is expected to conceive the Mediterranean imaginary; blending reality with fiction. The door is not always a static figure but is sometimes blurred and does not 32 Jean Claude Izzo, Thierry Fabre Rappresentare il Mediterraneo, lo sguardo fiwicese (Mesogea: 2000) 33 Ibid (Mesogea: 2000) pp.25
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clearly divide and distinguish. The Mediterranean itself is a region of unclear lines the fonnation of a port and of a nation itself is sometimes not that clear. In Matvejevic’s ‘Il Mediterraneao e l’Europa’34 literature blends with facts and culture so does the geography around the Mediterranean region: ‘Tra terra e mare, in molti luoghi vi sono dei limiti: un inizio o una
fine, l’immagine o 1 ‘idea che li uniscono o li separano. Numerosi sono
i tratti in cui la terra e il mare s’incontrano senza irregolarita ne rotture,
al punto che non si puo detenninare dove comincia uno o finisce
l’altro.Queste relazioni multiple e reversibili, danno fonna alla costa. ’35
‘Between land and sea, there are limits in many places: a start or a
finish, the image or the idea that joins or separates them. The places
where sea meets land without any irregularities or breaks are
numerous, to the extent that it’s not possible to detennine where one
starts or the other finishes. These multiple and reversible links that
give shape to the coast.’ The coast in this sense is made up of a set of relations between figures and fonns that meet without touching each other, the door is not always present; it sometimes disappears to give room to imagination and the fonnation of literature.
34 Predrag Matvejevic Il Mediterraneo e !’Europa, Lezioni al College de France e Altri Saggi
(Garzanti elefanti: 2008)
35 Ibid (Garzanti: 2008) pp.53
36
The concept of literature allows the analysis of culture and the way it 1s
envisioned and spread through Mediterranean harbours. The fluctuations of varied thoughts that have shaped the Mediterranean imagery through its harbours have no ties with everyday life, if not by the transmission of culture and the means of popular culture that served as a point of anchorage and sometimes as a point of departure for the fonnation of a deeply rooted but also enriching and contested collective imagination.
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3 The Port as a Cultural Lighthouse The harbour for many centuries has been an anchorage point and a safe place for sailors and travellers that navigate the Mediterranean. We perceive the safety of the harbour as something that is sometimes naturally part of its very makeup, as on such occasions where we encounter natural harbours. In other cases, to suit their needs, people have built around the shores and transfonned paii of the land into an artificial harbour which is able to welcome the foreigner and trade and at the same time to defend if needed the inland. Femand Braudel36 in his The Afediterranean and the Mediterranean World in thP AgP nf Philip TT <liscusse<l the importance of the Mediterranean shores for the traveller in an age when people were already able to explore the outer sea, but yet found it reassuring to travel in a sea where the shore was always in sight. The Mediterranean Sea has always instilled a sense of uncertainty in the traveller, because of its natural instability. Nevertheless, the fact that the shores and ts are always in the vicinity, the Mediterranean traveller is reassured that he can seek refuge whenever needed. The fascinating thing is that the ports in the age delineated by Femand Braudel were not only a means of safety but most of all of communication – a type of economic and cultural c01mnunication that went beyond 36 Fernand Braudel The Mediterranean and the Mediterranean world in the age of Philip II (Fontana press: 19 8 6)






