Intervista a Vincenzo Consolo realizzata da Jean Fracchiolla.

Jean Fracchiolla
Questa è l’ennesima intervista che faccio con Lei. Ho scelto soltanto
alcune domande perché ovviamente non posso farle tutte.
Poi toccherà a voi (il pubblico presente) soddisfare i vostri interessi,
da quello che avrete sentito.
Nella Sua lunga e ricca produzione si può notare un ritmo piuttosto
lento, meditato e regolare, poiché non si può dire che Lei
sia un grafomane che scrive e pubblica uno o due libri all’anno,
come è diventato di moda oggi. Però ciò che colpisce, quando
si percorre la Sua bio-bibliografia e il lungo periodo di silenzio
che intercorre tra il Suo primo romanzo La ferita dell’aprile e il
secondo Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976. Sono ben dodici
anni di assenza dalla scena letteraria. Potrebbe un po’ chiarire
questo periodo di silenzio o almeno di non espressione letteraria?
Vincenzo Consolo
Dallo Spasimo di Palermo in poi questo mio lungo silenzio
può ricordare quello intercorso fra La ferita dell’aprile ed Il sorriso
dell’ignoto marinaio. Sembra quasi una dimissione dall’impegno
letterario, dalla scrittura. Credo che dopo l’opera prima dove
si mette in campo tutta la propria memoria personale, infatti La
ferita dell’aprile è la memoria della mia adolescenza, bisogna
capire chi si è e dove si vuole andare. Il titolo è preso da Elliot:
“Aprile è il mese più crudele”1. Da qui il titolo La ferita dell’aprile
che era la ferita dell’adolescenza, ma anche la ferita del luogo e
del momento storico di cui parla il narratore, che era la Sicilia e la
1 ELLIOT, T.S., La terra desolata.
strage di Portella della Ginestra e quindi i risultati delle votazioni
del ’48 che hanno portato quel potere politico che conosciamo
che è durato tanti anni.
Ma voglio precisare che dopo la prima opera mi sono chiesto
chi sono e dove voglio andare e non è stato facile darmi una risposta…
E dopo bisogna programmarsi, sapere qual è la propria
identità. Questo lungo silenzio ha coinciso anche con le mie vicende
private perché nel ‘68 sono andato via dalla Sicilia. Avevo
fatto i miei studi a Milano, il servizio militare, poi avevo deciso
di fare lo scrittore in Sicilia. Ero stato lì cinque anni ad insegnare,
frequentando Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Questi erano i
miei due riferimenti. Erano di quanto più opposto si possa immaginare.
L’uno poeta puro, quasi mistico, i suoi poeti per antonomasia
erano San Juan de la Cruz e Góngora, poeta barocco.
Piccolo era cugino di Tommaso di Lampedusa. E dall’altra parte
il razionalista illuminista Leonardo Sciascia. E quindi io dovevo
scegliere il mio camino: da una parte o dall’altra…
Jean Fracchiolla
Ma apparentemente, quando si conosce la Sua opera, ha scelto
questi due poli opposti e li ha conciliati?
Vincenzo Consolo
Si, e poi mi sono mosso verso i disegni della Storia. Verso il grande mondo occidentale… nella parte orientale c’è più natura,
più storia remota, storia greca… ed invece da quell’altra parte ci
sono segni più ricchi e più evidenti delle storie che si sono susseguite.
E quindi sono passati tutti questi anni con le mie ricerche
storiche, personali, ecc. Mi ero portato documenti dalla Sicilia. Ho
continuato poi a fare le mie ricerche, al Museo del Risorgimento
di Milano, dove il direttore si chiamava Canzio Garibaldi: era un
discendente di Garibaldi, molto simpatico e mi ha molto aiutato.
Poi ho progettato questa trilogia che parte dal Sorriso dell’ignoto
marinaio affrontando tre momenti importanti della storia italiana:
nel primo romanzo il Risorgimento, in Nottetempo, casa per casa
la nascita del fascismo. Mi sono chiesto come mai può nascere un
fenomeno così aberrante in un Paese, ho cercato di capirne le ragioni.
Le ho trovate soprattutto in una grande decadenza culturale (imperava in quegli anni il fenomeno di D’Annunzio) e soprattutto nell’insorgere di misticismi di segno bianco e di segno nero, rappresentato quest’ultimo dal satanista inglese Alaister Crowley.
E quindi il terzo libro Lo spasimo di Palermo che prende il
nome dalla Chiesa dello Spasimo e dal quadro di Raffaello che si
chiama “Lo spasimo di Sicilia”. Questo spasimo che non finisce
mai, in cui narro della Sicilia contemporanea, del fenomeno aberrante
del potere politico mafioso e concludo con le due famose
stragi di Capaci e di via d’Amelio, con l’uccisione di Falcone e
Borsellino.
Il mio silenzio dopo questo ultimo libro della trilogia? Molto
è mutato in questi anni in Italia, c’è stata una profonda, terribile
mutazione antropologica, culturale e anche letteraria. La letteratura
vera, quella in cui ho creduto e in cui ho cercato di muovermi,
è ormai sepolta, sepolta dallo spettacolo, dall’imposizione mediatica,
tutto è spettacolo in Italia, dalla politica alla letteratura.
Tutta l’Italia è ormai telestupefatta per opera di un signore che è
a capo oggi del Governo italiano. In questa Italia, io come altri
della mia generazione ci sentiamo estranei e spesso siamo assaliti
da profonda malinconia, se non da furore. Ma bisogna continuare
a scrivere, si ha il dovere di farlo. E io lo farò, malgrado tutto.
Jean Fracchiolla
Ha fatto notare quindi che ha preso il titolo della ferita
dell’aprile da Elliot; vorrei far notare a mia volta che i titoli delle
opere di Consolo sono bellissimi. Prima di conoscerLa, di conoscere
la Sua opera pensavo che quei bei titoli li sapevano dare
soltanto Françoise Sagan o Marguerite Duras che hanno dei
titoli di romanzi straordinari, ma veramente anche i Suoi sono
all’altezza di quelli dati da queste due scrittrici alle loro creazioni.
Questa è però una piccola osservazione, fatta così, en passant.
Ma tornando al nostro argomento, sappiamo appunto dei legami
di amicizia che L’hanno legata a Sciascia ed a Lucio Piccolo.
Può raccontarci il modo in cui li ha conosciuti e qual è stata la
loro influenza sulla Sua opera?
Vincenzo Consolo
Lucio Piccolo me lo ricordo da quand’ero ragazzino. Sulla strada
del mio paese passava con una macchina di lusso, decapottabile
con lo chauffeur. Dietro c’erano due signori, uno magro e
l’altro un po’ corpulento. Ed erano Lucio Piccolo ed il principe
di Lampedusa. Era il ’43. Lampedusa con la madre era sfollato a
Capo d’Orlando per i bombardamenti che c’erano a Palermo. Poi
un giorno io ero da un libraio che era anche rilegatore, si chiamava
Zuccarello, e Piccolo è entrato con l’autista ed ha portato
le poesie. Ha detto: “queste sono le poesie e mi deve stampare
un libretto e 60 copie, non di più”. Erano delle poesie intitolate
“Nove liriche”. Ed erano le poesie che poi mandò a Montale per il
Premio San Pellegrino. Poi Bassani da una parte, Montale dall’altra
raccontano sia nei Canti Barocchi, che nell’Introduzione del
Gattopardo l’arrivo di questi due geni siciliani, nel contesto dei
letterati che erano lì radunati a San Pellegrino…
I miei libri erano appoggiati sul tavolo, li avevo portati al
rilegatore. Piccolo mi dice: “Ah queste storie locali! Anch’io le
amo molto. Sono piene di insospettabile poesia! Venga a trovarmi
perché ne ho un’intera biblioteca”. Ed è così che cominciai a
frequentarlo. E per me era come andare a scuola di letteratura
perché era di una cultura sterminata. Parlava sempre lui. Io
l’ascoltavo e puntualmente ogni volta mi diceva quando lo salutavo:
“Venga Consolo, torni” ed era stabilito precisamente tre
volte alla settimana, “Venga e facciamo conversazione”. Conversazione…
parlava sempre lui… (risate).
Comunque poi quando pubblicarono il mio primo libro La
ferita dell’aprile lo inviai a Sciascia, con una lettera, dichiarando
il mio debito nei suoi confronti e lui mi rispose con una lettera
facendo molte domande sul tipo di linguaggio che avevo adoperato.
Incominciai a frequentare Sciascia il quale puntualmente
mi diceva “salutami Piccolo” e Piccolo mi diceva quando andavo
a trovare Sciascia “salutami il caro Sciascia” e quindi facevo da
messaggero, da angelos… Poi finalmente ho fatto in modo che
s’incontrassero. Sciascia è venuto al mio paese ed insieme siamo
andati a trovare Lucio Piccolo, e Sciascia ha scritto poi che
le personalità più interessanti che lui aveva incontrato nella sua
vita, quelle che l’avevano più colpito erano state Borges e Piccolo.
È stato un incontro bellissimo. A quei tempi non si pensava
a registrare questi incontri… Peccato… Quando decisi di lasciare
la Sicilia perché ho visto che lì il mondo contadino spariva, che
il mio stare lì non aveva più senso, mi sono consigliato con loro
due. Sono cose che ho già raccontato. Sciascia mi ha detto “Se
io fossi giovane come te. Se non avessi famiglia anch’io farei le
valigie e me ne andrei perché qui non c’è più speranza”. E Piccolo
dall’altra parte mi disse: “Non se ne vada, non se ne vada… perché
quando si sta lontano dai centri si ha più fascino”. Ragionava
da barone ricco e fuori dal mondo. Da razionalista-storicista ho
deciso di fare le valigie ed andare… Andare nella città che avevo
idealizzato, dove avevo fatto i miei studi, a Milano. L’unica città
per me possibile era Milano, la città degli illuministi, la città di
Manzoni, di Cesare Beccaria, la città con una tradizione operaia,
la città di Verga e di Capuana… di tutta una serie di scrittori siciliani
che avevano raggiunto questa patria immaginaria. Vittorini
era appena morto. Io ho fatto in tempo a conoscerlo alla Mondadori
a Milano quando pubblicai il mio primo libro. Mi hanno
portato nel suo ufficio, mi hanno presentato a Vittorini e poi ho
rivisto Quasimodo che avevo già incontrato in Sicilia. Anzi avevo
fatto incontrare Quasimodo, che era in vacanze dalle mie parti,
con Lucio Piccolo. Lui non voleva incontrarlo, perché Piccolo era
stato scoperto da Montale, il suo grande nemico. Poi finalmente
si convinse ed è venuto con me ad incontrare Piccolo. Piccolo ha
dato il meglio di sé in quell’incontro e Quasimodo lo guardava
ammirato, e poi quando siamo usciti mi disse “questo piccolo
poeta”… (risate)

Jean Fracchiolla
Non “questo, Piccolo, poeta”…
Vincenzo Consolo
E poi volevo sottolineare che in tutti i miei libri c’è il movimento.
Un segno letterario inaugurato da Vittorini con “Conversazioni
in Sicilia”. Quasi tutta la letteratura italiana si svolgeva sempre
in luoghi chiusi, Vittorini per primo ha inaugurato il movimento,
il viaggio di ritorno. E quindi questa lezione l’ha appresa D’Arrigo
con Horcynus Orca. Ne La ferita dell’aprile c’è un movimento
dell’io narrante che viene da un luogo dove parlano un dialetto
gallo italico, ancora parlato da una piccola comunità di origine
lombarda. Approda in un paese di mare per andare a scuola e
quindi passa dal gallo italico al siciliano e poi all’italiano. E dunque
questo viaggio linguistico parte dalle profondità storiche per
arrivare all’orizzontalità della comunicazione.
Jean Fracchiolla
Parliamo ora un poco di Retablo. Il protagonista di Retablo è il
Cavaliere Clerici. Retablo si svolge nel 700’, ma Lei ha conosciuto,
credo, a Milano, un Clerici pittore. Allora è questo Clerici che Le
ha dato l’idea poi del Cavaliere Clerici? Perché so che avete viaggiato
insieme in Sicilia…
Vincenzo Consolo
Fabrizio Clerici è già apparso in un libro di Savinio Ascolto il
tuo cuore, città. Savinio dice a Clerici: “Io mi chiamo De Chirico,
tu ti chiami Clerici, ma sicuramente saremo parenti, perché
abbiamo quasi lo stesso cognome: De Chirico e Clerici”. Fabrizio
Clerici è stato un pittore surrealista straordinario.
Anni fa, c’è stato a Palermo un matrimonio fastoso della nobiltà
palermitana, dove ero testimone di nozze con Fabrizio
Clerici, Guttuso ed altre persone. Alla fi ne dei festeggiamenti
con Clerici e con Bice Brichetto, scenografa di films di Luchino
Visconti, siamo partiti per un breve viaggio attraverso la Sicilia
classica, Segesta, Selinunte, Mozia, ecc. Vedevo Fabrizio Clerici
che disegnava e da lì mi è venuta l’idea di scrivere Retablo ed
il senso del libro era di un Clerici illuminista che s’innamora
di Teresa Blasco metà siciliana, metà spagnola e non è corrisposto.
Teresa Blasco sposa Cesare Beccaria e hanno una fi glia
Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni. Si passa dunque
dall’illuminismo, dalla ragione al sentimento, alla poesia,
dall’ideologia alla letteratura insomma. E quindi mi sembrava
che Clerici potesse impersonare un illuminista che lascia la città
fortemente ideologizzata alla ricerca delle tracce di quelli che
sono i segni della donna di cui lui è innamorato e scopre un
mondo di sentimenti, scopre un mondo di dolore. Sentimenti
che non può rappresentare un’ideologia politica, ma può rappresentare
soltanto la letteratura.
Jean Fracchiolla
Cambiando argomento, vorrei ora parlare un po’ con Lei del
degrado della Sicilia e delle città siciliane di cui ho citato qualche
esempio nei Suoi libri. Secondo Lei, questo degrado continua
tuttora? Perché, per esempio, io sono vissuto alcuni anni in Sicilia
e ultimamente ci sono tornato parecchie volte, ed ho visto che
hanno fatto molti sforzi di restauro a Siracusa per esempio; anche
a Palermo hanno restaurato palazzi, si sono dati da fare. Il teatro
Massimo, che da tempo era stato abbandonato (chiuso per 25
anni), l’hanno riaperto appunto quando io lavoravo a Palermo.
Allora c’è ancora qualche speranza, oppure questo degrado è
definitivo?
Vincenzo Consolo
Ma si, adesso stanno cercando di rimediare. Stanno restaurando
il Teatro Massimo. Il Pitré si lamentava che per costruire quel
palazzo ottocentesco progettato dal Basile avevano abbattuto un
numero spropositato di antiche chiese e conventi per fare spazio a
questo teatro perché la borghesia e la nobiltà palermitana avevano
bisogno del teatro. Da una parte avevano fatto costruire il Politeama
progettato dall’architetto Damiani Almeyda. Dall’altra parte il
Massimo con il Basile. Ma voglio dire, stanno restaurando questi
monumenti, ma le macerie dei quartieri palermitani rimangono
ancora lì cintate da mura di tufo, dietro cui vive la povera gente in
case disastrate. C’è stato dal secondo dopo guerra in poi una sorta
di stallo perché non si sono accordati sul recupero della città, sul
piano regolatore. Quindi lì c’è un gioco di corruzione, di mazzette…
Ricordiamo che nel secondo dopo guerra, quelli che hanno messo
le mani sulla città sono stati tre signori che hanno formato una
impresa edile, per costruire la nuova Palermo, la Palermo orrenda
che ha soffocato la Palermo storica. Questa società si chiamava
Valigia ed era l’acronimo di tre signori. Uno si chiamava Vassallo,
un mafioso. Un altro signore si chiamava Lima -era il referente siciliano
di Andreotti che poi è stato ucciso- ed il terzo si chiamava
Gioia, che è stato anche lui un eminente uomo politico. Ed era la
società Valigia che ha messo le mani sulla città e ha costruito gli
orrendi quartieri attorno al centro storico. Era l’epoca in cui con
la dinamite fecero saltare le ville “liberty” per costruire grattacieli.
Adesso non conosco le nuove iniziative urbanistiche, ma c’è un
signore che si chiama Micciché, che era il presidente dell’Assemblea
Regionale Siciliana che progettava campi da golf, un altro
presidente dell’Assemblea regionale, di Alleanza Nazionale, aveva
progettato un parco mistico nel territorio del tempio di Segesta con
statue di vetro resina di Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni
XXIII e un altro aveva progettato un aeroporto dei templi in un luogo che si chiama la Noce dove aveva la casa di campagna Leonardo Sciascia, che è un luogo collinare: avrebbero dovuto distruggere tutte le case dei contadini e le case dei proprietari terrieri e spianare le colline. Per fortuna queste cose non le hanno fatte.
Siccome sappiamo che gli apparati sono sempre in mano a forze
oscure, che questi legami al Sud si chiamano mafia, che è una
parola inedita, mi sono permesso di ricordare al signor Lombardo,
attuale presidente della Regione Siciliana, di avere rispetto del territorio
e quindi dei cittadini in un articolo sul Manifesto.
Jean Fracchiolla
Volevo farLe naturalmente una domanda sulla mafia che eviterò
ormai, perché comunque ha già risposto con quello che ha
detto su Palermo…
Vincenzo Consolo
Ma invece parliamone, parliamone…
Jean Fracchiolla
Allora secondo Lei il potere e l’influenza della mafia si sono
indeboliti oppure la mafia oggi è sempre quella che era?
Vincenzo Consolo
È cambiata. Ovviamente non è più la mafia rurale, corleonese.
Si è allargata: i suoi tentacoli si sono allargati alla maggior parte
dei paesi della Sicilia ed oltre. Non ha confini. Il modo di agire
mafioso ormai è diventato una cultura. Devo dire che questa
parola “mafia” per la prima volta l’hanno usata due studiosi. Un
piemontese e l’altro toscano. Ci fu una ribellione da parte degli
intellettuali siciliani di fronte a questa specificità vergognosa della
Sicilia e c’è stato Capuana che ha scritto un libello contro l’inchiesta
di questi due studiosi quando per la prima volta hanno parlato
della mafia, dicendo: “Ma come il brigantaggio è dappertutto
perché questa specificità?”. E Capuana per la prima volta usa la
parola piovra -perché la mafia viene raffigurata come una piovra e
spiega come se la Sicilia fosse stretta dai tentacoli di un’enorme
piovra. Mi è capitato di leggere adesso un romanzo scritto da un
signore del 1858, che è stato esiliato -anzi confi nato- come molti
rivoluzionari del ‘48. Si chiama Pietro Minneci ed è un poeta, uno
scrittore che scrive un romanzo intitolato Ustica e parla delle sue
esperienze ad Ustica, dove sono stati confinati molti antifascisti
negli anni ‘30, dove è stato anche Gramsci. E lui racconta di una
società che si chiama la società dell’umiltà. E racconta, nei minimi
particolari, cosa era questa organizzazione, perché i confinati
politici vivevano insieme ai delinquenti comuni. E questa società
era l’archetipo della mafia; quindi già nei primi anni dell’Ottocento
esisteva questo fenomeno mafioso, che prima aveva un nome
“compagnia della società dell’umiltà” e poi si chiamò “mafia”.
Jean Fracchiolla
Bene, quindi la Sicilia ancora oggi è tale quale Lei la descrive
e nessuno sembra sentire o capire gli avvertimenti o le grida che
Lei lancia nei Suoi romanzi. Ma secondo Lei, cosa bisognerebbe
fare per tentare di svegliare questa Sicilia, di cui già Lampedusa
diceva che nessuno può svegliarla dal suo sonno? Cosa bisognerebbe
fare secondo Lei?
Vincenzo Consolo
Non lo so… bisognerebbe mandare certi uomini politici a casa
e trovare delle persone oneste, intelligenti, colte e cercare di governare
non solo la Sicilia ma tutto il nostro Paese in un altro
modo, in modo più civile, più onesto, più corretto, più democratico.
Non voglio fare il solito lamentoso pessimista ma il nostro
Paese è degradato a questi estremi che sono preoccupanti. Non
solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale,
etico, morale. Ci sono degli spiragli in Sicilia: si sono opposti
clamorosamente al Pizzo i ragazzi di Palermo. Con il sequestro
dei beni mafiosi, con le associazioni contro la mafia come “Libera”
e l’ “Acio” si cerca di diffondere la cultura della legalità,
di far conoscere il lavoro dei magistrati e delle istituzioni che si
oppongono alla mafia. Si fanno nelle scuole manifestazioni per
far capire ai giovani la necessità di vivere nella legalità. Anche a
Milano si dovrebbe fare qualcosa di simile perché anche al Nord
aumentano le infiltrazioni mafiose, non legali.
Jean Fracchiolla
Quando ho letto quella lunga citazione alla fi ne della mia presentazione,
Lei dice: “La politica si preoccupa della sorti immediate
dell’uomo e la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente”.
Allora: non Le è mai stato offerto di lanciarsi, di buttarsi nella
politica? Lei stesso non è mai stato tentato dalla politica? E perché?
Vincenzo Consolo
Perché è una attività che non saprei svolgere. Una volta mi ha
telefonato un segretario di quello che si chiamava PDS, partito
democratico di sinistra. Mi aveva invitato a mettermi in lista per il
Senato ed io gli ho detto di no. Lui mi ha detto “è un tuo dovere”,
ed io gli ho risposto “il mio dovere è quello di scrivere”.
Jean Fracchiolla
Cambiamo argomento. Ogni lettura che facciamo lascia una
traccia in noi; quindi, di tutte le letture che ha fatto, quali sono
i libri, gli autori che Le hanno lasciato una traccia più profonda?
Vincenzo Consolo
I classici. Per un uomo della mia età, per uno cresciuto subito
dopo la seconda guerra mondiale, che è nato in un’estrema periferia,
dove non c’erano libri, biblioteche, librerie, se non quelle
scolastiche, la sete di libri era tanta e ho avuto la fortuna di avere
-di fronte a casa mia- un piccolo proprietario terriero che era un
grande lettore ed era cugino di mio padre, don Peppino Consolo.
Ho scoperto questa sua biblioteca e lui mi faceva leggere a casa
sua in cucina sul tavolo di marmo perché non mi permetteva
di portare i libri a casa, aveva paura che li sciupassi. Lui mi ha
iniziato a leggere i classici. Il primo libro è stato I miserabili di
Victor Hugo che mi ha molto colpito, poi naturalmente mi sono
nutrito in quegli anni dell’adolescenza di tanti altri classici. È stata
una stagione molto importante per me, per fortuna non c’era
quell’idiozia della televisione, per cui l’unico modo di scoprire il
mondo per quelli della mia generazione erano le pagine dei libri.
Jean Fracchiolla
Un’ ultima domanda e poi vorrei lasciare spazio anche ai presenti.
Allora ci conosciamo da una trentina di anni e spero che
andremo avanti ancora almeno per trent’anni: che impressione Le
fa di essere arrivato a questa età con un’opera così importante e
significativa alle Sue spalle?
Vincenzo Consolo
Ho il rammarico di aver scritto poco per la verità, di essere
stato molto laconico e un po’ disertore praticando però assiduamente
quella che Roland Barthes chiama la scrittura d’intervento,
vale a dire gli interventi giornalistici sull’attualità politico-sociale.
E c’è anche la vita, c’è l’attacco di malinconie per gli spettacoli
che vedi, per quello che vorresti non accadesse e si ha il dovere
di lavorare, di scrivere perché se ci fermassimo ognuno nel proprio
lavoro sarebbe un guaio per tutti. Ecco c’è il rammarico di
aver scritto poco, di non aver scritto di più, di non esser stato
più presente, più incisivo, nel quadro della letteratura italiana.
Io voglio ringraziare i professori qui presenti che hanno avuto la
generosità di occuparsi di me, di dire qualcosa su di me in senso
positivo. Sono loro molto grato. Per fortuna che ancora ci sono i
professori, c’è l’università, perché sono come gli amanuensi nei
conventi che copiavano i codici antichi per non farli distruggere
dai barbari che arrivavano. Oggi i barbari sono i mass media diretti
dal potere politico-economico.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo, e adesso se le persone qui presenti hanno
qualche curiosità, qualche domanda da fare…
Salvatore C. Trovato
Non voglio fare una domanda a Vincenzo Consolo, ma voglio
ribadire, da siciliano, orgoglioso di esserlo, che la Sicilia non è
solo mafia, ma è soprattutto una terra di persone oneste. In Sicilia,
come altrove, ci sono anche i disonesti, i prevaricatori, chi
vuole vincere a tutti i costi e dominare. Da questo punto di vista
la mafia è una categoria dell’umanità costituita in società prima
che un fatto storico ben determinato e localizzato, e perciò si
trova dove c’è prevaricazione, violenza e mancanza di rispetto
verso il prossimo. Dappertutto, dunque, se gli elementi basilari
del viver civile vengono a mancare. In Sicilia questo fenomeno si
chiama mafia.
Il problema in ordine al fenomeno mafia c’è ed è notevole:
come sconfiggerla? Non con le geremiadi di vario tipo, ma, se mi
è lecito esprimere un mio parere, con l’impegno di tutti, sconfiggendo
il malcostume dalle mille sfaccettature, la prevaricazione,
la corruzione, le mille ingiustizie della vita di ogni giorno ed
educando le giovani generazioni al rispetto degli altri e oserei
dire all’amore per gli altri, cristianamente, al senso della libertà
individuale limitata da altra libertà individuale, alla legalità nel
senso più ampio. Voglio tanto illudermi che le famiglie e la scuola
queste cose possano ancora farle, in Sicilia e nel mondo.
Vincenzo Consolo
Sono d’accordo con Salvatore. C’è una Sicilia nobile, onesta
che malgrado tutto ancora resiste. Ed io l’ho vista questa Sicilia,
l’ho vista a Milano quando ero studente in piazza Sant’Ambrogio,
ho visto quando c’è stata la grande mutazione antropologica: la
fi ne del mondo contadino e il processo di industrializzazione del
nostro Paese. Masse di contadini che sono stati costretti a lasciare
la Sicilia ed approdare a Milano in piazza Sant’Ambrogio, per
essere poi sottoposti alle visite mediche, e poi mandati nei vari
paesi europei, mandati nelle fabbriche e nelle miniere del Belgio,
ecc. Dunque ho visto questa realtà. Devo dire che ero andato
in Sicilia quando ho scritto Le pietre di Pantalica perché mi ero
impegnato a scrivere un libro sui frati di Mazzarino, implicati in
un clamoroso episodio di estorsione e di minacce. Quando sono
arrivato lì, ho conosciuto la storia delle ultime lotte contadine
in quella zona, e l’occupazione delle terre incolte per ottenere la
riforma agraria. Ho lasciato di scrivere sui frati di Mazzarino, e la
prima parte del libro Le pietre di Pantalica è proprio sulle lotte
contadine, represse come sempre, come quelle del 1893. I contadini
sono stati costretti ad emigrare. Ho insegnato nelle scuole
agrarie quando ero in Sicilia, insegnavo “Diritto” ed “Educazione
civica”, in paesi di montagna, a Caronia, paese di boscaioli, di
carbornai. Questo paese era impoverito terribilmente con la crisi
dell’agricoltura e molti uomini sono stati costretti ad emigrare. Ci
sono stati anche suicidi di donne disperate perché rimaste sole,
senza il marito. Era un mondo terribile che mi aveva impressionato.
Sono persone che hanno pagato lo scontro della storia, hanno
pagato col sacrificio, spesso con la vita. Gli zolfatari che uscivano
della Sicilia e andavano in Belgio sono andati nelle miniere ed
anche lì ci sono state tragedie. E quindi c’è una storia della Sicilia
nobile, della Sicilia onesta, popolare e pulita però l’immagine che
prevale è stata quella della Sicilia dei trafficoni, dei mascalzoni,
la Sicilia che è quanto di più impronunciabile si possa immaginare,
di un signore che ha avuto rapporti sempre con la mafia, da
quando era a Palermo fi no adesso che si è trasferito a Milano e
ha fondato il partito “Forza Italia”. Ecco, quella è la Sicilia di cui
io mi vergogno, la Sicilia della sopraffazione, della violenza, del
fenomeno aberrante della mafia che parte da lontano, parte da
un sistema economico di tipo medievale, quello del latifondo, di
proprietari nobili che se ne restavano nei lori palazzi di Palermo,
i famosi Gattopardi, e ricevevano nei loro palazzi soltanto il pro131
fitto, le rendite, e non volevano sapere quello che succedeva nelle
loro terre dove gli umili erano molto spesso oggetto di violenza
e di ingiustizia. C’è uno scrittore che era stato costretto a scappare
dalla Sicilia per ragioni politiche, figlio di nobili, Michele
Palmieri di Micciché, che diventa amico di Stendhal a Parigi, e
che poi scrive un libro sugli usi e costumi siciliani dove racconta
degli episodi terribili appunto sulla Sicilia dei gabellotti, dei soprastanti.
Però questo non è successo solo in Sicilia. Quando c’è
un sistema di non equità, di ingiustizia, lo sfruttamento dei più
deboli c’è sempre.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo. Qualche altra domanda su quello che è stato
detto… o non detto?
Giulio Ferroni
Prima volevo fare una domanda piuttosto semplice però questo
discorso sulla mafia m’interessa molto. Non sono siciliano
anche se amo moltissimo la Sicilia e credo che forse Vincenzo
potrebbe aggiungere qualcosa sulla situazione attuale, che in realtà
è molto più complicata, per la diffusione di comportamenti
mafiosi che sono in tutto il mondo, al di là della Sicilia. Però c’è
una specificità siciliana che attualmente ha assunto un nuovo volto
rispetto all’antica oppressione dei più deboli. Ci sono ora meccanismi
economici che suscitano il consenso degli stessi “deboli”.
C’è una distribuzione di ricchezza di basso livello, fatta attraverso
l’uso di modalità politiche, che hanno cambiato il volto del potere
della mafia e rendono più difficile la situazione. Così gli enti
locali assumono dipendenti per fare cose che non si capisce cosa
siano; c’è una distribuzione di ricchezza nel sottogoverno, in cui
la mafia è entrata fi no in fondo, suscitando un consenso anche
di massa. Ha ragione Trovato, ma la specificità della situazione
siciliana assomiglia pur con notevoli differenze a quella della
Campania: e un controllo dell’economia di tipo mafioso sem132
bra davvero estendersi dalla Sicilia all’Italia intera e a gran parte
del mondo. Io sono molto pessimista: credo che occorrerebbero
interventi capaci di tener conto del carattere estremo della situazione.
Così il governo centrale dovrebbe saper intervenire sulla
situazione siciliana proprio colpendo l’uso mafioso delle istituzioni
e la distribuzione di ricchezza che esso crea. Vincenzo, che
conosce bene la situazione meglio di me, potrebbe dirci qualcosa
anche in questo senso.
Ma la mia domanda semplice era un’altra e non c’entra nulla
con la mafia. Mi riferisco a Vittorini: la sua è una presenza un po’
atipica in fondo nella cultura siciliana del Novecento, tanto più rispetto
alla linea rappresentata da Sciascia e da Piccolo. Del resto,
è ben noto come Sciascia abbia sottolineato la sua distanza dal
modello Vittorini, privilegiando altri scrittori siciliani rispetto a
Vittorini. Vorrei chiedere a Consolo quale è stato per lui il rilievo
di Vittorini; rapporti e distanze da Vittorini. Grazie.
Vincenzo Consolo
Per quanto riguarda la tua prima osservazione si, da noi il
nepotismo e il clientelismo ci sono. In una lettera che Giuseppe
La Farina manda a Cavour dopo il 1860 parla di Napoli e dice
che le scale dei ministeri erano affollate, “sembrava un mercato,
tutti erano alla ricerca, alla richiesta di posti di lavoro, di sistemazione”.
In Sicilia il nepotismo e il clientelismo è stato sempre
praticato.
Detto questo, parliamo del mio rapporto con Vittorini. Vittorini
ha inaugurato con Conversazione in Sicilia il tema del “nostos”,
del viaggio di ritorno, tema che ha segnato tutti gli scrittori
della generazione del dopoguerra, dico degli scrittori siciliani che
sono stati costretti a lasciare l’Isola. In tutti i miei libri c’è il movimento,
il viaggio di ritorno. Ma in Vittorini c’è anche il saggista,
il direttore di “collane” editoriali e di riviste letterarie. È stato un
Vittorini maestro, ma l’intellettuale Vittorini era anche un antiverghiano.
Non accettava la concezione fatalistica di Verga. Era
convinto che i contadini siciliani o i pescatori di Acitrezza dive133
nuti operai con la rivoluzione industriale non sarebbero stati più
passivi, ma avrebbero avuto un atteggiamento attivo nei confronti
della storia. Rifi utando il fatalismo verghiano, Vittorini arrivò alla
bestemmia letteraria, scrisse: “quello schifosissimo Verga il più
reazionario degli scrittori italiani”. Ma Verga non era assolutamente
reazionario. Quando Verga a Milano legge le pagine di
Franchetti e Sonnino dell’Inchiesta in Sicilia, lì avviene la sua
conversione, riscopre il mondo reale della Sicilia che prima aveva
espresso soltanto in termini di esotismo, di romanticismo. La sua
conversione avviene per la sua consapevolezza, per la presa di
coscienza della realtà contadina siciliana, della realtà dei pescatori,
degli umili. Non ha una concezione progressiva della storia
come quella di Vittorini, ma ha una concezione metastorica che
appunto fa pensare ad una sfi ducia nei confronti del progresso.
In questo attinge a Leopardi, alla conversione leopardiana della
ginestra. Non lo chiamerei reazionario, per quanto Vittorini
è fi ducioso nelle magnifi che sorti progressive, quanto Leopardi
prima di Verga, è sfi ducioso nelle magnifi che sorti progressive.
Questa è la differenza fra i due. Io credo veramente nel progresso
della Storia, non penso che il destino dell’uomo si possa
esaurire soltanto nelle leggi e nei progetti politici. C’è una parte
dell’uomo, una parte privata, intima che non viene rappresentata
dai programmi politici; ci sono le passioni, la vita ed i sentimenti
dell’uomo. Perché noi siamo esseri civili perché facciamo parte di
una società, ma siamo anche esseri umani, con tutto il bagaglio
che ci portiamo di appartenere a questa specie dell’universo, che
è la specie umana.
Salvatore C. Trovato
Una domanda vorrei farla anch’io a Vincenzo Consolo. Su Vittorini,
di cui hai parlato poco fa. Vittorini è lo scrittore che ha
dato dignità letteraria a quella parte della storia della Sicilia che
riguarda i paesi cosiddetti lombardi. Penso al “Gran Lombardo” in
Conversazione in Sicilia, ai paesi lombardi, belli, ordinati, puliti,
dove anche la gente è bella, di contro ai paesi arabi, disordinati,
brutti, dove anche le gente è brutta, nel romanzo postumo Le
città del mondo. Un mito, evidentemente, dietro cui sta la conoscenza
puntuale dei luoghi e la lettura degli storici di Sicilia, da
Tommaso Fazello a Michele Amari. Tu, al di là del mito vittoriniano,
hai parlato molto dei paesi lombardi, dalla Ferita a Lunaria,
al Sorriso. Addirittura hai inserito nel Sorriso e poi anche in Lunaria
la parlata sanfratellana. Che è la lingua della rabbia sociale
nel romanzo e quella di un’Arcadia felice, la «remota Contrada
senza nome», in Lunaria. Ed ecco la domanda. Qual è il rapporto
tra te e Vittorini in ordine alla Sicilia lombarda, così mitizzata in
Vittorini, così crudamente reale nel Sorriso dell’ignoto marinaio
e, ancora, così fortemente mitizzata in Lunaria?
Vincenzo Consolo
Nell’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia Vittorini fa
fotografare la statua di Napoleone Colajanni che era uno dei
capi del socialismo siciliano del 1893/4. Perché vede nella Lombardia,
nel Nord quello che era stato il processo di sviluppo,
di industrializzazione. Ricordiamoci e lo racconta adesso un
professore che ha scritto un libro intitolato Un paradiso abitato
da diavoli, Nelson Moè, dell’Università di Boston, della visione
che avevano, prima dell’unità di Italia, gli europei a partire dai
francesi e dagli inglesi. Per loro il Sud partiva dalle Alpi, in giù,
tutta l’Italia era Sud, poi man mano il Nord oltrepassò le Alpi
incominciò a scendere fi no a Roma e poi il confi ne si fermò a
Napoli. L’Italia fi niva a Napoli, per cui il “paradiso abitato da
diavoli” era tutto il Meridione. I viaggiatori andavano a Napoli,
andavano tutti nel meridione. Da lì cominciò la questione
meridionale. Dunque Vittorini aveva quest’idea di un Nord
progressivo che progrediva industrialmente, socialmente con la
nascita della classe operaia ed un Sud ancora immobile, fermo,
rassegnato dove ancora c’erano i vecchi poteri, i proprietari
terrieri. Questa era la visione vittoriniana e quindi Vittorini faceva
parlare il “Gran Lombardo” di umanità offesa e di nuovi
doveri. Le comunità lombarde di cui parla Vittorini sono le colonie
lombarde che si sono formate in Sicilia con la riconquista
normanna, colonie costituite da truppe mercenarie -la moglie
di Ruggero il Normanno era Adelasia del Monferrato- raccolte
nella valle padana che si estendeva dal Piemonte e dalla Lombardia
fi no alla Romagna. I mercenari venuti in Sicilia con i
Normanni che avevano riconquistato la Sicilia alla cristianità, e
l’avevano tolta ai musulmani, e naturalmente come succede a
tutti gli immigrati si erano rinchiusi in piccole comunità. Sono
sopravvissute sette isole lombarde dove si parla ancora oggi il
dialetto gallo italico o medio latino. Uno di questi paesi è San
Fratello il più vicino al mio paese natale. Ma poi, l’altro giorno
io ironicamente ho detto, rispondendo a questo signore che si
chiama Lombardo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana,
che il dialetto gallo italico o medio latino -ahimé- si parla pure
a Corleone. E questo lo dice il prof. Gress. Vittorini aveva questo
schema, era andato via giovanissimo dalla Sicilia, andando
al Nord vede lo sviluppo di queste zone e quindi le considera
un simbolo dell’attivismo dei nordici a confronto della rassegnazione,
della passività del sud.
Jean Fracchiolla
Come vedete la Sicilia e la cultura siciliana sono una fonte
inesauribile di domande, di interrogazioni. Spero che potremo
ritrovarci ancora tante altre volte per parlarne. Vorrei ora lasciare
la parola a Irene.
Irene Romera Pintor
Grazie, Jean, per questa bellissima intervista. Per concludere
porgo anch’io un’ultima domanda a Vincenzo Consolo: quali
sono le grandi idee che ha voluto esprimere attraverso la Sua
scrittura?
Vincenzo Consolo
Attraverso i miei romanzi che sono quasi tutti di sfondo storico,
di storia come metafora del presente, ho voluto raccontare
non solo la Sicilia ma anche l’Italia. Sono i miei romanzi di recupero
storico e memoriale, ma anche di recupero linguistico.
La mia scrittura infatti ha una sua specifi cità e la ricerca al di là
della orizzontalità della lingua italiana di quelle che io chiamo le
lingue sepolte che sono le antiche lingue che nella mia terra si
sono parlate. È’ questo ancora un bisogno di recupero della memoria
che è anche recupero linguistico. Credo che questo sia lo
scopo della letteratura, perché la letteratura non può che essere
memoria.
Jean Fracchiolla
Possiamo ora concludere, ringraziando vivamente Vincenzo
Consolo per la sua disponibilità e per la consueta amabilità con la
quale si è sottoposto al fuoco nutrito di tutte le nostre domande.
Vorrei anche rinnovargli tutti i nostri più affettuosi auguri di
buon compleanno, con l’auspicio molto egoistico di ritrovarci ancora
spesso negli anni futuri, per parlare ancora non solo di tutto
quello che ha scritto fi nora, ma anche di tutte le altre opere, speriamo
numerose, alle quali avrà dato vita nel frattempo.

“Un sogno perso” por PASQUALE SCIMECA


“Un sogno perso” è il mio secondo film, ed è un film che deve molto a Vincenzo Consolo, ma questo lui non lo sa. Nel 1988, io facevo l’insegnante. Come spesso accadeva a tanti della mia generazione, dopo la laurea, sono andato a lavorare nelle regioni del nord Italia; perché lì c’erano più possibilità.
Durante l’estate tornavo al mio paese per stare un po’ con i miei e ritrovare i vecchi amici. Quella estate del 1988, al mio paese, avevano indetto un concorso di fotografia. Il mio è un piccolo paese con poco più di mille abitanti, nel centro del feudo della Sicilia. I miei amici, che sapevano della mia passione per la fotografi a, mi esortavano a presentare le mie foto a questo concorso. Io, sinceramente, non ero molto interessato alla cosa e non volevo farlo; però quando mi dissero che il Presidente della giuria era Vincenzo Consolo, ho deciso di partecipare per avere così la possibilità di conoscerlo. Il primo premio, per chi vinceva questo concorso, consisteva nella solita “targa”, e cosa più importante, in un milione di lire (circa cinquecento euro di oggi). Così cominciai ad andare in giro per le campagne a fotografare i pastori e i contadini, (quelli che ancora resistevano a quella vita di stenti). Alla fi ne fui io che vinsi il primo premio, e con i soldi mi comprai una cinepresa Arriflex 16 mm di seconda mano. Il possesso di questa cinepresa stimolò la mia antica passione per il cinema; e fu così che iniziò la mia carriera cinematografica. Vincenzo Consolo, suo malgrado, ha dunque una responsabilità molto grande per quello che poi sarebbe diventato il mio lavoro. Anche perché senza quel milione del premio non avrei mai comprato quella cinepresa (che conservo ancora come un cimelio) e non avrei mai iniziato a fare cinema.
I miei due primi film (La donzelletta e Un sogno perso) li ho fatti con quella cinepresa, e questo mi ha permesso, soprattutto, di sviluppare la mia idea di cinema autoriale; dalla scrittura alla fotografia, dal montaggio alla produzione. Eravamo un gruppo di amici ai quali piaceva il cinema e abbiamo coinvolto altre persone, e così abbiamo fatto, a bassissimo costo, La donzelletta. Poi questo fi lm è stato comprato da Enrico Ghezzi per Fuori Orario che andava (e va ancora) in onda su Rai Tre. E sempre Rai Tre ci ha dato i soldi (cento milioni di lire —cinquantamila euro circa di oggi—) per il secondo film: Un sogno perso.
Dopo questa piccola parentesi, vorrei tornare a parlare dei temi, che in questi due giorni di convegno, hanno affrontato l’opera di Vincenzo Consolo, partendo proprio dal mio secondo film Un sogno perso.
I due primi episodi del film sono tratti dalle opere di due grandi scrittori siciliani: Elio Vittorini e Vincenzo Consolo. Dico scrittori siciliani e non italiani, perché una parte importante della letteratura italiana del secolo scorso è stata opera di autori siciliani (Pirandello, Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, per citare solo i più noti). Una cosa, questa, che mi ha sempre colpito; perché fi no alla metà del secolo scorso, in Sicilia, l’ ottanta per cento della popolazione era analfabeta. Mi sono sempre chiesto; come è possibile che da un popolo di analfabeti siano potuti uscire questi grandi scrittori? Io credo, che in qualche modo, questo abbia a che fare col fatto che l’arte del racconto, il gusto e il piacere del racconto
(che purtroppo oggi si è perso) è un qualcosa di insito nell’animo del popolo siciliano. In tutti i paesi c’erano delle persone: artigiani, contadini, pescatori, minatori, ecc., che erano stimati e amati solo perché avevano il dono del racconto. Da bambino passavo anch’io il mio tempo seduto nelle botteghe dei barbieri o dei calzolai a sentire i loro racconti. E poi c’erano i Cantastorie con le loro chitarre e i loro cartelloni dipinti, e i pupari, questi artigiani dell’arte che intrattenevano il pubblico, non una sera o due, ma trecento sessanta sere all’anno, ogni sera c’era una puntata, con racconti straordinari che assomigliavano molto a quelli delle Mille e una notte. Un sogno perso è un film di tanti anni fa: del 1992. Un film su un sogno, perso per l’appunto. Il sogno di un mondo, quello della mia infanzia, della civiltà contadina spazzata via da una nuova forma di civiltà che P. P. Pasolini chiamava del consumismo, dove ci sono tutte quelle cose che dicevo prima, ma c’è soprattutto la letteratura. Il primo episodio è tratto da Filosofiana di Consolo e il secondo dall’ultimo romanzo (incompiuto) di Vittorini Le città del mondo.
Quello che ho fatto, rispetto al racconto di Consolo, è un’ opera, diciamo così, di tradimento. Perché dal momento che faccio un film tratto da uno scrittore è chiaro che lo tradisco. Lo tradisco nella forma e nella sostanza. Per me, l’episodio del libro di Consolo Filosofiana è anche un modo per raccontare un’altra cosa (che poi, credo, sia insita, sostanzialmente anche in Consolo), ma per me è una cosa più esplicita. Nel mio caso è una scusa per raccontare qualcosa di questo mondo che andava scomparendo; della Sicilia vista come metafora della civiltà contadina, questa millenaria civiltà contadina che si è riprodotta quasi uguale nel tempo. Per secoli e secoli ha riprodotto se stessa, con pochissime innovazioni, però anche con una pratica culturale e sociale, con un’idea del rapporto con la natura, con la cultura, l’educazione, e che nell’arco di qualche decennio è stata completamente annientata, distrutta. E questo in Sicilia è avvenuto anche fisicamente attraverso l’ emigrazione. Milioni di contadini, che avevano iniziato ad andare via già verso la fi ne dell’Ottocento, quando partivano a migliaia e migliaia, sui piroscafi che li portavano in America, in Argentina, in Brasile e perfino in Sudafrica. Ma negli anni cinquanta del secolo scorso, la cosa è diventata una vera e propria desertificazione, di una civiltà, di una cultura ma anche di una terra che cambiava. Prima di partire in massa i contadini, a dire il vero, avevano tentato una qualche forma di resistenza, disperata, folle, eroica. L’ultimo tentativo di resistenza, sono state le lotte contadine. Negli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, centinaia di migliaia di contadini hanno tentato di cambiare se stessi, di cambiare le cose, di scardinare quelle forme di potere feudale che si basavano sulla mafia, sulle classi aristocratiche, sulle gerarchie ecclesiastiche, sulle burocrazie del nuovo Stato unitario. Purtroppo queste lotte sono fallite, e il movimento contadino non si è più ripreso. Non solo il movimento contadino, ma l’intero popolo siciliano ha perso la sua identità e la sua anima. Ho parlato di popolo, ma in realtà, in Sicilia vi erano almeno tre popoli: quello dei pescatori, quello dei minatori e quello dei contadini. Erano mondi separati che spesso non avevano alcun rapporto fra di loro. Il minatore la mattina scendeva in miniera e non sapeva se la sera sarebbe tornato in superficie. Questo fatto determinava un modo di essere, una caratteristica esistenziale che lo distingueva da tutti gli altri. I contadini, ad esempio, si vestivano a festa soltanto in rarissime occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, ecc.), mentre i minatori, ogni fi ne settimana si vestivano di modo elegante e andavano ad ubriacarsi nelle taverne, spendevano tutti i soldi che avevano guadagnato e che rimanevano, dopo le spese per la famiglia, perché tanto poi, chi sa se sarebbero tornati vivi dalle viscere della terra, l’ indomani tornando al lavoro. Per non parlare dei pescatori, che spesso parlavano dei dialetti propri, incomprensibili agli altri. Erano veramente tre mondi diversi l’uno dell’altro, ma accumunati da un’ unico destino; quello dell’estinzione. Questi popoli, scomparendo, hanno lasciato un deserto, ed è di questo che si parla nel mio film “Un sogno perso”, che poi è anche il mio sogno perso. Io vengo da un piccolo paese contadino… Per qualsiasi ragazzo del mio paese, Cefalù (la stessa Cefalù dove Consolo ha ambientato II sorriso dell’ignoto marinaio) era la civiltà, era il mondo. Sono andato a studiare a Cefalù dopo le scuole elementari, e quando uscivo per strada, spesso rimanevo sbalordito da questo nuovo mondo: i negozi, le ragazze in costume che si vedevano in estate, la cattedrale imponente, i palazzi signorili… Questo film mi ha aiutato a cercare un sogno che non esiste più. Un sogno che non potrà più ripetersi e qual è il modo migliore di cercare i sogni? Cercare nella letteratura; ecco perché Consolo, ecco perché Vittorini. Questi due episodi che i due grandi scrittori raccontano nei loro libri, mi sembravano fossero molto importanti perché in qualche modo erano degli episodi che seguivano in un arco di tempo (dalla fi ne della guerra fi no agli anni cinquanta), la delusione provocata dal fallimento delle lotte contadine. Vito Parlagreco che cerca di rifarsi una vita comprando questo pezzetto di terra pieno di pietre, perché erano delle vere e proprie pietraie le terre che una falsa riforma agraria dava ai contadini. Così come Vittorini in Le città del mondo ci racconta di quello che succede dopo. L’incomunicabilità tra padri e figli, la paura dei padri per l’ignoto e il desiderio dei figli di partire, di cancellare le orme dei padri. La rottura del Mito, l’inutilità della parola e della scrittura che caratterizzeranno gli ultimi anni di vita di Vittorini, e la ricerca spasmodica, quasi maniacale che Consolo dedica alla scrittura, sono le due facce della stessa medaglia. Si può scrivere di un mondo che sta scomparendo? Si può scrivere con parole che per le generazioni future non avranno più alcun significato? Lo si può fare a condizione di guardare alla storia come fosse l’anima del popolo, a condizione di rinunciare a qualsiasi forma di verismo e di andare all’essenza; “Eschilo, è nato qui, in terra di Sicilia” fa dire Consolo a don Gregorio, l’imbroglione che leva a Parlagreco l’ultima vana illusione. Eschilo il grande tragico… Chissà attraverso quale associazione d’idee mi viene in mente Verga. Forse perché penso che Verga è anche lui un grande tragico. Vittorini non è stato un grande tragico, ma tendeva in qualche modo alla tragedia attraverso la costruzione del mito. Consolo cerca la tragedia attraverso la parola, attraverso questo altro modo di lavorare la parola, di alzare il livello della realtà alla metafisica, scavando le parole come un minatore. Io quando sento parlare di letteratura regionalistica provo un po’ fastidio perché penso che la letteratura siciliana non ha niente di regionale, è pura metafora. È un caso che parla di Sicilia, anche se senza Sicilia non potrebbe esistere. Come diceva Vittorini (in Conversazioni in Sicilia) “È per caso che questa storia si svolge in Sicilia”. Dunque la Sicilia —come diceva un altro grande: Leonardo Sciascia— è una metafora del mondo. Quindi è una bella miniera per uno scrittore, dalla quale poter estrarre i minerali che si sciolgono nella lingua, che tra l’altro è una lingua molto ricca (c’è dentro qualcosa della lingua araba, di quella greca, spagnola, francese, italiana). Una lingua profonda che ha radici, che si nutre della terra. Questo è un po’ l’origine di questo film. Dove non c’è solo un riferimento letterario, ma un processo che parte dalla letteratura e diventa altro – perché il cinema è altro – Un bisogno esistenziale, un tentativo di raccontare la desertificazione di un mondo, la scomparsa di un popolo che può tornare a vivere solo nel sogno. Perché senza questo sogno non c’è letteratura, ma non c’è neanche il cinema. Grazie.

La pasión por la lengua: VINCENZO CONSOLO
(Homenaje por sus 75 años)
Irene Romera Pintor (Ed.)


foto di Marino Ciardi

Forme della visione nel Sorriso dell’ignoto marinaio.


Giulio Ferroni Università La Sapienza

La lingua di Vincenzo Consolo sembra come scavare la realtà,
sfidandone la sostanza fisica, l’evidenza visiva, la materia pullulante
che la costituisce: e il capitolo iniziale de Il sorriso dell’ignoto
marinaio, subito dopo la sintesi dell’ Antefatto si muove subito
in due direzioni essenziali, verso l’apertura “geografica” e storica
su di vastissimo ambiente fisico e umano, con la visione della
Sicilia che il Mandralisca ha dalla nave che si avvicina, e verso la
presa in carico del dolore umano, con il «rantolo» del malato, il
cavatore di pomice di Lipari, che sorge dal buio della stessa nave.
È un vero e proprio “quadro”, in cui l’eco di quel lacerante dolore
sembra come sovrapporsi allo svelarsi e al progressivo definirsi
del paesaggio, che quella lingua a forte caratura “poetica” sembra
come voler catturare nella densità delle presenze che lo abitano:
con un’espressività che si addensa intorno alle cose, che mira a
rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione
nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricità
pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti
fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi
e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che
li serrano).
Il primo circostanziato segno visivo, dopo la più indefinita
rivelazione della «grande isola», è costituito dai «fani sulle torri
della costa», con i loro colori e l’incerto oscillare della loro luce
(«erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci
»). Dopo questa prima apertura l’attenzione ritorna all’interno
del bastimento, sembra come ritrarsi nel buio, nel fragore delle
acque e nel cigolio delle vele squassate dal vento che avevano segnato
il percorso notturno della nave e nel presente silenzio del
«mare placato e come torpido», lacerato dal «respiro penoso» e dal
«lieve lamento» del malato. Questo respiro suscita l’immagine del
corpo sofferente, dei «polmoni rigidi, contratti», delle contrazioni
della «canna del collo», della «bocca che s’indovinava spalancata»:
s’indovinava, appunto, perché questa visione di dolore è solo
intuita, non vista; quello che il Mandralisca vede è solo «un luccichio
bianco che forse poteva essere di occhi». Ma proprio a partire
da questo bianco che sinistramente viene a fendere il buio,
la visione viene ad allargarsi verso il cielo ed ancora verso i fani
sopra le torri, che ora definiscono più nettamente il loro aspetto
ed evocano i nomi dei feudatari:
“Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte,
i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i
lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangersi di
tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella,
del Lauro e Gioiosa, del Brolo…”.
La serie dei nomi fa sì che dall’ultimo appaia improvvisamente
uno squarcio di un passato, con l’immagine di una dama affacciata
sul «verone», ma in posa molto realistica, lontana da ogni stilizzazione
cortese: è Bianca de’ Lancia di Brolo, che ha in grembo
Manfredi, figlio di Federico II e che ha la nausea e i contorcimenti
della gravidanza («Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna
Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte»): è Federico
II, evocato in termini danteschi (il «vento di Soave», da Paradiso,
III) ad aver segnato le sue viscere, è il suo seme ad agire
nervosamente sul suo corpo («il vento di Soave la contorce»); e da
tutto si svolge la parola stessa dell’imperatore, con la citazione di
versi che si immaginano rivolti direttamente al falcone, strumento
essenziale della sua passione per la caccia. Ma ancora, dopo la
citazione, lo sguardo si apre sulla costa, verso le città sepolte, che
non ci sono più ma che sono vagheggiate dall’avidità conoscitiva,
dal gusto storico ed archeologico del barone:
“Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano
Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle
quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni,
fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una
moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente
vaghi, suoni, sogni”.
Ma questo pensiero alle città sepolte, all’improbabile ipotesi di
un loro ritorno alla luce, riconduce poi il Mandralisca alla certezza
della tavoletta «avvolta nella tela cerata» che stringe al petto e
in cui sente persistere gli odori della bottega dello speziale che
gliel’ha venduta. Ma poi questi odori sono sopraffatti da quelli
che ormai provengono da terra, come il buio è sopraffatto ormai
dalla luce («svanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono»):
e ciò porta finalmente alla visione del malato e della donna che
lo assiste e lo soccorre. Da questa visione scaturisce poi la voce
che designa il male dello sventurato; e solo dopo la voce si rivela
la figura dell’ignoto marinaio, col suo «strano sorriso sulle
labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro,
di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce
del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e
da un moto continuo di pietà». Il sorriso dell’ignoto marinaio è
insomma affidato soprattutto allo sguardo (di uno che molto sa
e molto ha visto); la descrizione si appunta sui suoi occhi («E gli
occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia»);
e anche se è vestito come un marinaio, a guardarlo si evidenzia
tutta la sua stranezza («in guardandolo, colui mostravasi uno strano
marinaio») e la forza penetrante della sua «vivace attenzione».
E dopo aver parlato dei cavatori di pomice di Lipari e delle loro
malattie, l’ignoto sorride, mentre il barone si chiede dove mai
l’aveva già visto e, sotto il suo sguardo, vede balenare dentro
di sé le immagini dei cavatori di pomice, del loro duro lavoro e
della loro sofferenza, sotto cui si nascondono ed emergono altre
immagini, quelle per lui consuete dei molluschi che studia e
colleziona e dei volumi degli studi ad essi dedicati, il tutto come
sottoposto ancora allo sguardo criticamente ironico del marinaio.
Si tratta di una formidabile serie di passaggi visivi, segnati da
questo sguardo che tocca il personaggio sconosciuto e che da lui
si svolge: passaggi che toccano le immagini che sorgono dentro
la coscienza stessa del barone e che, pur se solo interne a lui,
egli sente come scrutate e indagate dal marinaio, che gli sembra
addirittura leggere i titoli di quei libri, ironizzando sulla futilità di
quelle così minute ricerche:
Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione.
Quel sorriso sembra come suscitare il senso di colpa del ricco
intellettuale e amateur, per le sue così marginali predilezioni,
confrontate con la dura realtà dei cavatori di pomice. Ma a questo
punto si sentono i clamori e i rumori dell’ancoraggio, dell’arrivo
ad Olivèri, che fa sorgere un nuovo, vastissimo sguardo all’affollato
paesaggio che pullula sulla riva; sguardo che si svolge a partire
dalla luce che dal sole sorgente riceve la rocca in alto, per scendere
giù fino agli splendori mattutini della spiaggia, alle presenze
animali, alle barche immobili come relitti; distesa visione da cui
balenano ancora le immagini di un passato sepolto, del crollo
dell’antica città, dei «tesori dispersi» vagheggiati dal barone. E poi
ancora uno sguardo indietro, ad una scena del passato, ancora
ad una donna del medioevo, Adelasia (o Adelaide) di Monferrato,
la moglie giovanissima del sessantenne Ruggero I e fondatrice
di un convento a Patti, nei pressi di Tindari, la cui figura, fissata
nell’«alabastro» di un sarcofago, sembra aver atteso impassibile
la rovina del convento, e infine l’immagine del santuario della
madonna nera: «sopra la rocca, sull’orlo del precipizio, il piccolo
santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa chiusa
nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle,
d’acquemarine, l’impassibile Regina, la muta Sibilla, líbico èbano,
dall’unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro,
l’argento di tre gigli». Dopo la discussione col «criato» Sasà, la
spinta visiva si rivolge allo sciamare dei pellegrini che si affollano
per scendere dalla nave, alle offerte e agli ex-voto che essi portano
con sé: e tra di essi viene come centrata ancora la figura del
cavatore malato e della moglie che lo accompagna. Al barcone
che raccoglie i pellegrini che scendono dalla nave fa poi come
da pendant la «speronara» che porta via marmi antichi e piante
di agrumi e si allontana dalla riva, passando sotto il veliero da
dove la osserva il Mandralisca («ebbe modo così di osservare
a suo piacimento»); e infine, dopo la riflessione (appoggiata su
una citazione in corsivo da un testo del Landolina) si ritorna alla
visione dei pellegrini, che stanno salendo in processione verso il
santuario; dal loro canto si svolge improvvisamente quello osceno
di una ragazza che è nel barcone, tra i pellegrini scesi dal
veliero, fermata dalla madre che nella concitazione lascia cadere
in acqua una testa di cera.
La successione e i passaggi continui di dati visivi, intrecciati a
più riprese a dati sonori, vengono a creare, in questo avvio del
romanzo, una sorta di disteso movimento panoramico, in continui
passaggi tra campi lunghi e primi piani, formidabili zoomate
che procedono attraverso distensioni e concentrazioni della parola.
Lo sguardo di Consolo, quello del barone Mandralisca, quello
dell’ignoto marinaio (che, sappiamo è lo stesso della tavoletta di
Antonello e di Giovanni Interdonato), sono come animati da una
tensione a “vedere” che tocca le grandi distese dello spazio, la
vita che variamente si muove in esse, e mette a fuoco non solo
ciò che vi è direttamente visibile, ma anche il peso di quanto
esse hanno alle spalle, ciò che sono state, nel passato storico e
biologico: la visione coglie l’esistere che si distende, il suo carico
di presenze, di memorie, di suggestioni, l’agitazione che lo
sommuove, l’offerta che esso sembra fare di sé, l’ostinazione e la
volontà di vita che lo corrode, il suo stesso disperdersi e consumarsi
nell’aria.
Se si attraversa tutto il romanzo, emerge in piena evidenza
l’intreccio e l’essenzialità dei dati visivi, fissata del resto già nello
stesso riferimento del titolo alla tavola di Antonello. In questa
dominante della visività, è determinante la disposizione ad allargarne
i confini: il volto e il sorriso dell’individuo effigiato dal pittore
sono il punto di irradiazione di una apertura verso i grandi
spazi, verso una moltiplicazione delle presenze e delle evidenze.
Consolo “vede” la Sicilia come un grande corpo brulicante di
vita, esuberante, malsano, appassionato, lacerato, ne vuol rendere
conto come di una totalità; cerca di comprenderne il senso
afferrandone un’evidenza visiva che in ogni squarcio sembra
voler rivelare la densità, la fascinazione e la tremenda rovinosa
disgregazione del tutto, di un insieme di corpi che vi annaspano,
vi soffrono, vi si espandono, vi si mostrano.
La disposizione di Consolo a seguire l’evidenza degli slarghi
che si presentano all’occhio agisce del resto in modo vigoroso anche
nella sua scrittura saggistica, nei suoi larghi percorsi sul territorio
siciliano (in primis ne Le pietre di Pantalica). Qui nel Sorriso
un altro eccezionale squarcio d’insieme è quello su Cefalù, a cui
l’Interdonato si avvicina entrando in porto con il San Cristoforo,
all’inizio del capitolo secondo. Si comincia con la visione dell’affollarsi
di barche nel porto, salendo poi verso le case più vicine:
“Il San Cristoforo entrava dentro il porto mentre che ne uscivano
le barche, caicchi e, coi pescatori ai remi alle corde vele reti lampe
sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami,
dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata
di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati;
altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi
altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi, acuti e tondi, fori
che s’aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie
moccichini sventolanti”.
Poi l’obiettivo si muove rapidamente al polo opposto, concentrandosi
sulla rocca lassù in alto e scendendo poi più lentamente
sulle torri del duomo, che addirittura sembrano generate dalla
rocca stessa:
“Sopra il subbuglio basso, il brulicame chiassoso dello sbarcatoio
e delle case, per contrasto, la calma maestosa della rocca,
pietra viva, rosa, con la polveriera, il tempio di Diana, le cisterne
e col castello in cima. E sopra la bassa fila delle case, contro
il fondale della rocca, si stagliavano le due torri possenti del
gran duomo, con cuspidi a piramidi, bifore e monofore, soffuse
anch’esse d’una luce rosa sì da parere dalla rocca generate,
create per distacco di tremuoto o lavorio sapiente e millenario
di buriane, venti, acque dolci di cielo e acque salse corrosive di
marosi”.
Si torna poi all’agitazione furiosa del porto per la pesca abbondante,
alla gara delle barche per piazzarsi «sul filo giusto dei sessanta
passi», allo sbattere delle imposte e ai bagliori del sole che
si distende poi su di un ampio spazio geografico, slargando verso
le località della costa, con un gioco di immagini (il palpitare «a
scaglie» della luce sulla costa) che riconduce dentro il duomo, ai
dorati mosaici del Pantocratore:
“Tanta agitazione era per le pesche abbondanti di quei giorni.
Si diceva di cantàri e cantàri di sarde sàuri sgombri anciove,
passata portentosa di pesce azzurro per quel mare che manco i
vecchi a memoria loro rammentavano.
E venne su la febbre, gara tra flotta e flotta, ciurma e ciurma,
corsa a chi arrivava primo a piazzarsi sul filo giusto dei sessanta
passi. E gara tra famiglie, guerra. Smesso lo sventolio dei
pannizzi, il vociare, si chiusero le imposte con dispetto. I vetri
saettarono bagliori pel sole in faccia, orizzontale, calante verso
la punta là, Santa Lucia, e verso Imera Solunto l’Aspra il Pellegrino”.
Quando più tardi l’Interdonato scende dalla nave, si para in
modo più diretto davanti a lui e al ragazzo che l’accompagna il
pulsare della «gran vita» della città, delle diverse figure umane,
con il loro muoversi affaccendato, su cui echeggiano i segni sonori
del lavoro di chi non si vede, che è intento all’opera nel buio
degli interni:
“Discesi che furono sullo sbarcatoio, passata la Porta a Mare,
imboccarono la strada detta Fiume. Giovanni era eccitato e divertito
per la gran vita che c’era in questa strada: carusi a frotte
correndo sbucavano da strada della Corte, da Porto Salvo, da
Vetrani, da vanelle, bagli e piani, su da fondaci interrati, giù da
scale che s’aprivano nei muri e finivano nel nulla, in alto, verso
il cielo; vecchi avanti agli usci intenti a riparare rizzelle e nasse;
donne arroganti, ceste enormi strapiene di robe gocciolanti in
equilibrio sopra la testa e le mani puntate contro i fianchi, che
tornavano dal fiume sotterraneo, il Cefalino, alla foce sotto le
case Pirajno e Martino, con vasche e basole per uso già da secoli
a bagno e lavatoio. Sui discorsi, le voci, le grida e le risate, dominavano
i colpi cadenzati sopra i cuoi dei martelli degli scarpari,
innumeri e invisibili dentro i catoi.
Il mercatante, come dal San Cristoforo allo spettacolo dello sbarcatoio,
guardava dappertutto estasiato e sorrideva”.
E una Cefalù distesa e panoramica ritorna ancora, più avanti,
nello studio del barone visitato dall’Interdonato, nella copia della
pianta della città del secentesco Passa fiume, «ingrandita e colorata,
eseguita su commissione del barone dal pittore Bevilacqua»:
“La citta era vista come dall’alto, dall’occhio di un uccello che
vi plani, murata tutt’attorno verso il mare con quattro bastioni
alle sue porte sormontati da bandiere sventolanti. Le piccole
case, uguali e fitte come pecore dentro lo stazzo formato dal
semicerchio delle mura verso il mare e dalla rocca dietro che
chiudeva, erano tagliate a blocchi ben squadrati dalla strada
Regale in trasversale e dalle strade verticali che dalle falde scendevano
sul mare. Dominavano il gregge delle case come grandi
pastori guardiani il Duomo e il Vescovado, l’Osterio Magno, la
Badia di Santa Caterina e il Convento dei Domenicani. Nel porto
fatto rizzo per il vento, si dondolavano galee feluche brigantini.
Sul cielo si spiegava a onde, come orifiamma o controfiocco,
un cartiglione, con sopra scritto CEPHALEDUM SICILIAE URBS
PLACENTISSIMA. E sopra il cartiglio lo stemma ovale, in cornice
a volute, tagliato per metà, in cui di sopra si vede re Ruggero
che offre al Salvatore la fabbrica del Duomo e nella mezzania di
sotto tre cefali lunghi disposti a stella che addentano al contempo
una pagnotta”.
La visione dello stemma con i tre cefali dà poi luogo ad un
vero e proprio corto circuito con una visione precedente, quella
di una «guastella» gettata in mare dal ragazzo che accompagna
l’Interdonato e rapidamente divorata da un branco di cefali; e da
qui sorge una riflessione “politica” su Cefalù, la Sicilia, la speranza
del superamento della feroce lotta per la vita e di un trionfo
dell’eguaglianza, della solidarietà, della ragione:
“L’Interdonato, alla vista dello stemma, si ricordò della guastella
buttata dentro l’acqua da Giovanni e subito morsicata dai cefali
del porto. La sua mente venne attraversata da lampi di pensieri,
figure, fantasie. Stemma di Cefalù e anche di Trinacria per via
delle tre code divergenti, ma stemma universale di questo globo
che si chiama Terra, simbolo di storia dalla nascita dell’uomo
fino a questi giorni: lotta per la pagnotta, guerra bestiale dove
il forte prevale e il debole soccombe… (Qu’est-ce-que la propriété?)
… Ma già è la vigilia del Grande Mutamento: tutti i cefali
si disporranno sullo stesso piano e la pagnotta la divideranno
in parti uguali, senza ammazzamenti, senza sopraffazioni animalesche.
E cefalo come Cefalù vuol dire testa; e testa significa
ragione, mente, uomo… Vuoi vedere che da questa terra?…”.
In un romanzo successivo come Nottetempo casa per casa si
aprono altri squarci eccezionali su Cefalù e dintorni, che sembrano
seguire un movimento che attraversa lo spazio casa per casa
e ne coglie l’effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi
in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione
dell’onomastica geografica e topografica, che viene come ad addensare
in sé la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici,
esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre
che lo abitano. Nello stesso romanzo il capitolo IV, La torre, apre
anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi
dal protagonista Petro, venuto a partecipare ad una manifestazione
socialista: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici,
storici, si mescolano i dati “moderni” delle insegne pubbliche e
della pubblicità e poi quelli delle scritte dei cartelli di un corteo
(mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un
nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi più
definiti dati geografici).
Lì, come nel Sorriso, e nelle stesse pagine che abbiamo citato,
i nomi costituiscono un strumento più determinante della resa
espressiva: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi,
di forte sostanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che
emergono da un passato ancestrale o nomi legati al più dimesso
fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell’esperienza popolare,
nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall’invasione della
modernità, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti più distruttivi
e perversi. L’elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico
più diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce
soprattutto nell’ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti
improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il
linguaggio viene così forzato in una doppia direzione, sia costringendolo
ad immergersi verso un centro oscuro, verso l’intimità
delle cose e dell’esperienza, verso il fondo più resistente e cieco
della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone
l’orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo
appunto a “vedere” la distesa più ampia dell’ambiente e a
farsi carico della sua stessa densità storica, di quanto resta in esso
di un lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro.
Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don
Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia
del padre, la disperata follia della sorella Lucia), il Petro di
Nottetempo si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di
tutto «nomi di cose vere, visibili, concrete», nomi che egli scandisce
come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da
cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un
rinominare capace di trarre alla luce una realtà non ancora contaminata
dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere
dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realtà
senza pieghe dolorose, in un nuovo flusso sereno della vita e del
tempo:
“E s’aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete.
Scandì a voce alta: «Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo.
Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna.
Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza.
Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…» scandì come a
voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento
in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si
svolgeva serena, sereno il tempo” (IV, La torre).
Si noti qui come nell’elencazione, che la punteggiatura fissa
in una sorta di forma pura, i vari nomi si succedano a gruppi,
riferiti a diversi settori d’esperienza, secondo una progressione
che va dalla solidità elementare della terra al richiamo aereo del
volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilità dell’arcobaleno.
Nel Sorriso, peraltro, nel capitolo sesto, rivolgendosi
all’Interdonato nel presentare la sua Memoria sui fatti d’Alcàra Li
Fusi, il Mandralisca rifletteva sulla lingua e sull’«impostura» della
scrittura e proiettava verso il futuro l’utopia di «parole nuove»,
vere anche per gli esclusi dal linguaggio colto, per coloro che
non hanno avuto ancora la possibilità di comprendere le parole
della moderna democrazia:
“E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libertà, Egualità,
Democrazia, riempiamo d’esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi,
pandette, costituzioni, noi, che quei valori abbiamo già conquisi
e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati
dal Tiranno o dall’Imperatore, dall’Austria o dal Borbone. E gli
altri, che mai hanno raggiunto i dritti più sacri e elementari, la
terra e il pane, la salute e l’amore, la pace, la gioia e l’istruzione,
questi dico, e sono la più parte, perché devono intender quelle
parole a modo nostro? Ah, tempo verrà in cui da soli conquisteranno
quei valori, ed essi allora li chiameranno con parole
nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perché i
nomi saranno interamente riempiti dalle cose”.
Ma sappiamo (e ce lo mostrerà il Petro di Nottetempo) che forse
la piena solidarietà tra i nomi e le cose si dà solo nella fantasia
del ritorno alla loro origine, nell’utopia della letteratura, di quella
scrittura che certo tradisce la vita col suo dolore e con la sua
evidenza, ma che sola cerca di dirla e di “vederla”, più a fondo
possibile.


Irene Romera Pintor (coord.)
Editores: Generalidad Valenciana = Generalitat ValencianaConselleria de Cultura, Educació i Esport : Universidad de Valencia = Universitat de València
Año de publicación: 2007
Recoge los contenidos presentados a:Vincenzo Consolo: punto de unión entre Sicilia y España. Los treinta años de “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1. 2006. Valencia).

    Vincenzo Consolo: l’irrequietudine e il sigillo della scrittura

    20 GIUGNO 2007
    TOPOGRAFIE LETTERARIE

    di Natale Tedesco

    Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.

    In verità, la tradizione realistica della narrativa siciliana è molto meno compatta e unitaria di quanto non si creda: lirismo e prosa d’arte, sperimentalismo e ricerca linguistica, formalismo in genere, s’intrecciano con il realismo di base e a volte lo sopraffanno ed espungono anche nella varia produzione di uno stesso autore.Proprio per Consolo c’è da dire che prima ancora che Lunaria, un’opera del 1985, si presenti come una deliberata antinarrazione, questo intreccio è evidente nel primo romanzo,La ferita dell’aprile, del 1963, ambientato nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia dove le tensioni sociali si manifestano drammaticamente in uno con le “ferite” di un gruppo di adolescenti inquieti. Già qui le forme del romanzo si scontravano con gli intenti poematici, nello sperimentalismo di una fraseologia autobiografica vernacolare, con un lirismo che ritaglia un Verga poetico. E pure Il sorriso dell’ignoto marinaio, il romanzo del 1976 ritenuto il suo capolavoro, segnato da ricercatezze lessicali e costrutti regionali d’antica e recente formazione, è intersecato da piani stilistici differenziati.

    Nel Sorriso dell’ignoto marinaio, opera significativa di tutto un tempo dell’elaborazione della prosa italiana, dominata dal dissidio tipico dell’ideologia letteraria del decennio Settanta, tra rifiuto della letteratura e fede nella scrittura, la narrazione che vuole essere oggettiva della situazione storica, cioé impegnata a rappresentare le rivolte contadine a metà dell’Ottocento e la loro repressione classista, si mescola con un immaginario barocco, o neobarocco che dir si voglia, di accentuato vigore. Protagonisti del romanzo sono Enrico Pirajno di Mandralisca, un aristocratico liberale ed illuminista, e l’avvocato Giovanni Interdonato, un borghese cospiratore antiborbonico (figura di ascendenza sciasciana dell’intransigenza morale ed intellettuale), e pure diversamente sorpresi e scolpiti nel sorriso ambiguo dell’uomo siciliano del quadro di Antonello da Messina.

    In realtà, in quest’opera, al Verga del primo libro, allo Sciascia del secondo, è subentrato più prepotentemente come nume tutelare Lucio Piccolo e con lui entra in profondità nella prosa la poesia, con lacerti di lui e di altri poeti, e con modulazioni e ritmi che sono di essa. Non si tratta solo di singole parole, magari recuperate nel segno di ambiguità e ambivalenze, come “datura”: fiore bianco e veleno. Rispetto ai passi, ai luoghi esibiti di altri poeti, la citazione di versi piccoliani non è virgolettata, perché sono fatti propri come immagini, figure, di un consentaneo e simpatetico universo espressivo. Si vedano come sono incastonati emistichi o versi come “l’eco risorta…” o “velieri salpati alla speranza di isole felici…”.

    Di fatto, ancora diverso, è l’insistito preziosismo lessicale, con un particolare assaporamento dell’aggettivazione che isola i particolari, già andando contro il costruire prosastico più disteso. Per questo non ci si può limitare a godere o a saziarsi di questa ricchezza, senza nemmeno sospettare le ragioni di una scelta che è ideologica, di una poetica che è già contrastativa e in cui vive l’invettiva contro la valanga di libri ‘privi d’anima’.

    Se nell’opera di Consolo vi sono modulazioni barocche e, più, rococò in un misto isolano di dolcezze da ‘arte minore’ e di Serpotta, soprattutto nell’impegnato neoclassicismo preromantico di fine Settecento sono da vedere le sue ascendenze esemplari. Penso ai romanzi Le avventure di Saffo, Notti romane al sepolcro degli Scipioni del periodo romano di Alessandro Verri, pur sempre anti-pedantesco e anticruscante transfuga dalla Milano in cui aveva combattuto contro i “parolai”, che tuttavia i suoi ‘racconti filosofici’ vergò con penna neoclassica.

    Retablo, sequenza di accadimenti e di figure, di scritti, di uno scritto che s’incrocia con un’altro, è un incrocio di passato e di presente, di un goethiano “viaggiare alla ricerca degli stampi”. Al fondo di tutta la condizione cognitiva e formale di Retablo, sembra fermentare anche un retaggio di Leopardi, quel privilegiamento dell’antico e quella poetica della rimembranza, che fanno diverso il suo classicismo rispetto agli stessi ultimi settecenteschi, e che,dunque, mettono su altri profili quei riferimenti ai neoclassici preromantici, di cui si è detto per Consolo.

    L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi.

    Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione. Per questo parrebbe che Retablo risolva pure quel peculiare contrasto della crisi della cultura, dell’ideologia letteraria degli anni Settanta, tra negazione della letteratura e fiducia nella scrittura. Senza volere togliere nulla al rilievo che Il sorriso ha nella produzione consoliana, alla luce degli ultimi libri dello scrittore messinese, si deve tuttavia affermare che Retablo gode di un’ispirazione unitaria che porta ad esiti più compiuti almeno una parte, forse la più autentica della sua tematica, soggetta a spinte centrifughe altrettanto vere. Invero, essendo un elemento costitutivo fortemente ineludibile, il problema di Consolo rimarrà la necessità di comporre di volta in volta la tensione poetica con la scrittura referenziale di un chiaro discorso politico. Il dilemma che pur nella ambiguità permeava Il sorriso dell’ignoto marinaio con forza e fascino, appare risolto univocamente in Retablo.

    Ma ritorna, anzi quasi contemporaneamente persiste al modo di Vittorini, nelle Pietre di PantalicaFascinosamente ambiguo è altresì il linguaggio anticato, ma in modo che non sia sempre attibuibile ad un’area linguistica storicamente determinata, e paia venir fuori da un mondo sommerso e ricreato con l’immaginazione, vago e concretissimo insieme. Un linguaggio che in realtà, anche quando va da movimento a stabilità, non accetta di consistere del tutto; come l’ideologia dello scrittore che, sempre vittorinianamente, rifiuta la quiete nella non speranza, e invero si agita, si sbilancia tra disperazione e speranza. Per questo la sua memoria del tempo andato non è ferma, ma si spinge a contestare, con il presente, anche se stessa.

    Con questa raccolta del 1988 Vincenzo Consolo ha reinventato peraltro il progetto che già fu di Vittorini; ha scritto le sue “città del mondo”, che intanto paiono più nostre. Così sembra che abbia pure ripreso in prima persona il viaggio che il suo personaggio Clerici aveva compiuto in Retablo. Dunque, ottobre ottantasette Retablo, ottobre ottantotto Le pietre di Pantalica: un anno appena d’intervallo. Ma bisognerebbe dire dei suoi reali tempi di composizione; rimane il fatto che Le pietre di Pantalica conservano e rinsaldano una mobilità e plurivocità che saranno riprese in futuro. Peraltro, se in gran parte esso pare venir fuori dalla costola plurilinguistica del Sorriso dell’ignoto marinaio, con qualche ricordo dell’autobiografismo della Ferita dell’aprile, pure usufruisce di quella ricerca prosodica che dal barocco e rococò perviene ad una scrittura che vuol farsi classica pur bagnando la penna nell’ inquietudine ideale e nell’ insoddisfazione espressiva della contemporaneità.

    Sorgono da amore, dolore e sdegno, dunque, le pagine di diverso memorialismo della raccolta: come I linguaggi del bosco e Le pietre di Pantalica, la prosa eponima del libro. Un memorialismo complesso, intricato e intrigante: un domestico, privato, autobiografico ricordo che è anche civile, antropologica memoria della vita e della storia. Si tratta di una memoria non cristallizzata, né soddisfatta di sé, ma dialettica, soprattutto agonistica. Un inusitato agonismo della memoria, perché non muove solo contro il presente, ma questa volta si agita e tenzona anche al suo interno, in forza della dinamica plurivocità delle componenti contenutistiche ed espressive.

    Il decennio Novanta vede subito Consolo riproporre con forza un romanzo di argomento storico, ambientato nell’isola negli anni dell’avvento fascista. Pietro, un maestro elementare, dopo un attentato a proprietari e fascisti, fugge esule in Tunisia. L’opera in qualche modo riprende la tematica democratica di rivisitazione della nostra storia, come già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, ma in una chiave formale diversa. Nottetempo casa per casa (1992) è stato considerato un romanzo postmoderno perché fondato sulla citazione letteraria da scrittori pur diversi (Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Montale), sulla parodia, il rifacimento e l’alternarsi di usi linguistici molteplici, per concludere che tuttavia non si riteneva una soluzione postmoderna il prevalere in esso dell’italiano letterario, la scelta di uno stile eletto. Invero la convinzione consoliana che sia la letteratura a difenderci dal generale degrado e imbarbarimento sempre più pervasivi, non era una novità. L’idea della letteratura come “impostura” stava bene in piedi nel contesto particolare dell’opera del 1976, sia il contesto interno dell’opera, sia il contesto esterno.

    Nell’Olivo e l’olivastro,l’autobiografismo dell’autore, che torna nella maturità a prorompere più apertamente, per farsi giudizio metapersonale viene traslato in terza persona. Affidarsi all’Ulisse mitico, della poesia omerica, serve all’Odisseo, al Nessuno di oggi, a procurarsi un’identità che, perduta nel presente, si può solo ricostruire nel passato, col passato. E solo così, nel naufragio, nella catastrofe generale, si può trovare una salvezza individuale. La poesia moderna si è servita della “enumeraciòn caotica” perché nominando le cose ha ritenuto di riconoscerle, di riguadagnarle. Oggi si ha il sospetto che si nominano le cose per segnalare la definitiva perdita di esse. Per questo lo scrittore o si serve di un linguaggio referenziale che ( “tradendo il campo” con “stanca ecolalia”) ha solo un compito informativo, oppure inventa un linguaggio metaforico che si deve descrittare nelle sue valenze interiori. In questo linguaggio irreale, dominato dalla dannazione dell’inesprimibile, ora le epifanie danno solo il senso della ricerca di una verità misteriosa da identificare. Con ciò e perciò la pratica di una scrittura visionaria, anche a partire da un apparente, semplice dato di cronaca.

    Lo Spasimo di Palermo conclude, dopo Il sorriso e Nottetempo, il trittico narrativo in cui Consolo affronta la storia dell’isola dalla parte dei vinti e della Storia rinnega e demistifica storture e menzogne. La forma è sempre più ellittica e problematica, e tende allo scavo interiore e alla vertigine espressiva: il frutto di questa sfida sempre più impervia ai linguaggi piatti e strumentali della comunicazione è una scrittura insieme febbrile e raziocinante, accesa e vigile, tramata di poesia e di engagementDi quest’ultimo fa fede il palese riferimento alle coraggiose e sfortunate inchieste del pool giudiziario di Palermo e alla tragica strage di via D’Amelio, in cui confluiscono le vicende e i destini dipanati nel romanzo.

    Simbolo dell’immane fallimento d’una società e insieme d’una generazione che avrebbe voluto e potuto modificarla -è l’assassinio del coraggioso giudice, intravvisto dal protagonista – testimone, che è uno scrittore sfiduciato e votato al silenzio, nonché un padre altrettanto deluso e autocritico. La crisi della scrittura coincide così con lo “spasimo” estremo di una civiltà: un punto di non ritorno, ovvero di avvio di modalità espressive e di tensioni civili da rifondare.

    In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli. Al principio dell’invenzione di Consolo ci furono la ferita (sì, La ferita dell’aprile, titolo della sua prima opera, è pure figura di un dato esistenziale) e la folgorazione poetica. Nella produzione di Consolo, a quanto se ne sa, si isolano due episodi di versificazione poetica vera e propria.

    Mi riferisco a Marina a Tindari , del 1972, che dunque si colloca tra La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo testo in versi, quasi sconosciuto, contiene molti, forse i principali temi dell’intera sua opera, anche certi usi lessicali: il vorticare; certe pratiche linguistiche. L’altro testo splendido è L’ape iblea- elegia per Noto, da cui è scaturito L’Oratorio composto da uno straordinario Francesco Pennisi ed eseguito a Firenze il 19 giugno 1998 al teatro Verdi. Nella tradizione passata e recente egli si ritaglia Verga e Vittorini poetici – già il siracusano riprendeva Montale – e propriamente il ‘vorticare’ lirico di Lucio Piccolo. Da quell’ulcerazione ne vennero i grumi di dolore da rappresentare per trame intense di una ricerca, appunto mitopoietica. La cognizione del dolore per avere tregua, per vivere delle soste, si riporta peraltro al mondo della natura. Al malessere alla perdita, cioè all’assenza della persona, si risponde con la presenza delle figure del mondo naturale. La scrittura ridona la memoria delle cose, e non sai se è ricordo umano o memoria di fisicità ancestrale, una presenza che prepara eventi, o appena un trasalimento di evanescenze.

    Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta. Avverte tuttavia Consolo:

    La tradizione non si può cancellare, e chi pretende di cancellarla agisce sull’idea stessa di letteratura, dico sul senso nobilmente bachtiniano di una letteratura che trama contro le cancellazioni dell’oblio. E’ questa la vera funzione della letteratura, nella quale si sperimenta un altro tipo di memoria.

    E’ ovvio che fra tradizione e innovazione, anche nel pieno dell’eversione, il cemento è il reale, anzi, nel crogiuolo materiale, là dove i miti siciliani non sono arsenali, armamentari dell’arte isolana, ma costituiscono il seno materno di essa, per dirla con Karl Marx, il cemento è la realtà esistenziale dell’autore, il profondo e radicato vissuto biografico. La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa.

    In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza. In tal senso è esemplare l’incontro con la madre nell’ Olivo e l’olivastro. Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si gioca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.

    20 giugno 2007

    Parliamo di Vincenzo Consolo

    di Natale Tedesco

    Laudatio per Vincenzo Consolo di Natale Tedesco in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Filologia moderna (Palermo, Steri 20 giugno 2007)

    “Vincenzo Consolo: l’irrequietudine e il sigillo della scrittura” di Natale Tedesco.
    Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.

    In verità, la tradizione realistica della narrativa siciliana è molto meno compatta e unitaria di quanto non si creda: lirismo e prosa d’arte, sperimentalismo e ricerca linguistica, formalismo in genere, s’intrecciano con il realismo di base e a volte lo sopraffanno ed espungono anche nella varia produzione di uno stesso autore. Proprio per Consolo c’è da dire che prima ancora che Lunaria, un’opera del 1985, si presenti come una deliberata antinarrazione, questo intreccio è evidente nel primo romanzo, La ferita dell’aprile, del 1963, ambientato nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia dove le tensioni sociali si manifestano drammaticamente in uno con le “ferite” di un gruppo di adolescenti inquieti. Già qui le forme del romanzo si scontravano con gli intenti poematici, nello sperimentalismo di una fraseologia autobiografica vernacolare, con un lirismo che ritaglia un Verga poetico. E pure Il sorriso dell’ignoto marinaio, il romanzo del 1976 ritenuto il suo capolavoro, segnato da ricercatezze lessicali e costrutti regionali d’antica e recente formazione, è intersecato da piani stilistici differenziati.

    Nel Sorriso dell’ignoto marinaio, opera significativa di tutto un tempo dell’elaborazione della prosa italiana, dominata dal dissidio tipico dell’ideologia letteraria del decennio Settanta, tra rifiuto della letteratura e fede nella scrittura, la narrazione che vuole essere oggettiva della situazione storica, cioé impegnata a rappresentare le rivolte contadine a metà dell’Ottocento e la loro repressione classista, si mescola con un immaginario barocco, o neobarocco che dir si voglia, di accentuato vigore. Protagonisti del romanzo sono Enrico Pirajno di Mandralisca, un aristocratico liberale ed illuminista, e l’avvocato Giovanni Interdonato, un borghese cospiratore antiborbonico (figura di ascendenza sciasciana dell’intransigenza morale ed intellettuale), e pure diversamente sorpresi e scolpiti nel sorriso ambiguo dell’uomo siciliano del quadro di Antonello da Messina.

    In realtà, in quest’opera, al Verga del primo libro, allo Sciascia del secondo, è subentrato più prepotentemente come nume tutelare Lucio Piccolo e con lui entra in profondità nella prosa la poesia, con lacerti di lui e di altri poeti, e con modulazioni e ritmi che sono di essa. Non si tratta solo di singole parole, magari recuperate nel segno di ambiguità e ambivalenze, come “datura”: fiore bianco e veleno. Rispetto ai passi, ai luoghi esibiti di altri poeti, la citazione di versi piccoliani non è virgolettata, perché sono fatti propri come immagini, figure, di un consentaneo e simpatetico universo espressivo. Si vedano come sono incastonati emistichi o versi come “l’eco risorta…” o “velieri salpati alla speranza di isole felici…”.

    Di fatto, ancora diverso, è l’insistito preziosismo lessicale, con un particolare assaporamento dell’aggettivazione che isola i particolari, già andando contro il costruire prosastico più disteso. Per questo non ci si può limitare a godere o a saziarsi di questa ricchezza, senza nemmeno sospettare le ragioni di una scelta che è ideologica, di una poetica che è già contrastativa e in cui vive l’invettiva contro la valanga di libri ‘privi d’anima’.

    Se nell’opera di Consolo vi sono modulazioni barocche e, più, rococò in un misto isolano di dolcezze da ‘arte minore’ e di Serpotta, soprattutto nell’impegnato neoclassicismo preromantico di fine Settecento sono da vedere le sue ascendenze esemplari. Penso ai romanzi Le avventure di Saffo, Notti romane al sepolcro degli Scipioni del periodo romano di Alessandro Verri, pur sempre anti-pedantesco e anticruscante transfuga dalla Milano in cui aveva combattuto contro i “parolai”, che tuttavia i suoi ‘racconti filosofici’ vergò con penna neoclassica.

    Retablo, sequenza di accadimenti e di figure, di scritti, di uno scritto che s’incrocia con un’altro, è un incrocio di passato e di presente, di un goethiano “viaggiare alla ricerca degli stampi”. Al fondo di tutta la condizione cognitiva e formale di Retablo, sembra fermentare anche un retaggio di Leopardi, quel privilegiamento dell’antico e quella poetica della rimembranza, che fanno diverso il suo classicismo rispetto agli stessi ultimi settecenteschi, e che,dunque, mettono su altri profili quei riferimenti ai neoclassici preromantici, di cui si è detto per Consolo.

    L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi.

    Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione. Per questo parrebbe che Retablo risolva pure quel peculiare contrasto della crisi della cultura, dell’ideologia letteraria degli anni Settanta, tra negazione della letteratura e fiducia nella scrittura. Senza volere togliere nulla al rilievo che Il sorriso ha nella produzione consoliana, alla luce degli ultimi libri dello scrittore messinese, si deve tuttavia affermare che Retablo gode di un’ispirazione unitaria che porta ad esiti più compiuti almeno una parte, forse la più autentica della sua tematica, soggetta a spinte centrifughe altrettanto vere. Invero, essendo un elemento costitutivo fortemente ineludibile, il problema di Consolo rimarrà la necessità di comporre di volta in volta la tensione poetica con la scrittura referenziale di un chiaro discorso politico. Il dilemma che pur nella ambiguità permeava Il sorriso dell’ignoto marinaio con forza e fascino, appare risolto univocamente in Retablo.

    Ma ritorna, anzi quasi contemporaneamente persiste al modo di Vittorini, nelle Pietre di Pantalica. Fascinosamente ambiguo è altresì il linguaggio anticato, ma in modo che non sia sempre attibuibile ad un’area linguistica storicamente determinata, e paia venir fuori da un mondo sommerso e ricreato con l’immaginazione, vago e concretissimo insieme. Un linguaggio che in realtà, anche quando va da movimento a stabilità, non accetta di consistere del tutto; come l’ideologia dello scrittore che, sempre vittorinianamente, rifiuta la quiete nella non speranza, e invero si agita, si sbilancia tra disperazione e speranza. Per questo la sua memoria del tempo andato non è ferma, ma si spinge a contestare, con il presente, anche se stessa.

    Con questa raccolta del 1988 Vincenzo Consolo ha reinventato peraltro il progetto che già fu di Vittorini; ha scritto le sue “città del mondo”, che intanto paiono più nostre. Così sembra che abbia pure ripreso in prima persona il viaggio che il suo personaggio Clerici aveva compiuto in Retablo. Dunque, ottobre ottantasette Retablo, ottobre ottantotto Le pietre di Pantalica: un anno appena d’intervallo. Ma bisognerebbe dire dei suoi reali tempi di composizione; rimane il fatto che Le pietre di Pantalica conservano e rinsaldano una mobilità e plurivocità che saranno riprese in futuro. Peraltro, se in gran parte esso pare venir fuori dalla costola plurilinguistica del Sorriso dell’ignoto marinaio, con qualche ricordo dell’autobiografismo della Ferita dell’aprile, pure usufruisce di quella ricerca prosodica che dal barocco e rococò perviene ad una scrittura che vuol farsi classica pur bagnando la penna nell’ inquietudine ideale e nell’ insoddisfazione espressiva della contemporaneità.

    Sorgono da amore, dolore e sdegno, dunque, le pagine di diverso memorialismo della raccolta: come I linguaggi del bosco e Le pietre di Pantalica, la prosa eponima del libro. Un memorialismo complesso, intricato e intrigante: un domestico, privato, autobiografico ricordo che è anche civile, antropologica memoria della vita e della storia. Si tratta di una memoria non cristallizzata, né soddisfatta di sé, ma dialettica, soprattutto agonistica. Un inusitato agonismo della memoria, perché non muove solo contro il presente, ma questa volta si agita e tenzona anche al suo interno, in forza della dinamica plurivocità delle componenti contenutistiche ed espressive.

    Il decennio Novanta vede subito Consolo riproporre con forza un romanzo di argomento storico, ambientato nell’isola negli anni dell’avvento fascista. Pietro, un maestro elementare, dopo un attentato a proprietari e fascisti, fugge esule in Tunisia. L’opera in qualche modo riprende la tematica democratica di rivisitazione della nostra storia, come già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, ma in una chiave formale diversa. Nottetempo casa per casa (1992) è stato considerato un romanzo postmoderno perché fondato sulla citazione letteraria da scrittori pur diversi (Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Montale), sulla parodia, il rifacimento e l’alternarsi di usi linguistici molteplici, per concludere che tuttavia non si riteneva una soluzione postmoderna il prevalere in esso dell’italiano letterario, la scelta di uno stile eletto. Invero la convinzione consoliana che sia la letteratura a difenderci dal generale degrado e imbarbarimento sempre più pervasivi, non era una novità. L’idea della letteratura come “impostura” stava bene in piedi nel contesto particolare dell’opera del 1976, sia il contesto interno dell’opera, sia il contesto esterno.

    Nell’Olivo e l’olivastro,l’autobiografismo dell’autore, che torna nella maturità a prorompere più apertamente, per farsi giudizio metapersonale viene traslato in terza persona. Affidarsi all’Ulisse mitico, della poesia omerica, serve all’Odisseo, al Nessuno di oggi, a procurarsi un’identità che, perduta nel presente, si può solo ricostruire nel passato, col passato. E solo così, nel naufragio, nella catastrofe generale, si può trovare una salvezza individuale. La poesia moderna si è servita della “enumeraciòn caotica” perché nominando le cose ha ritenuto di riconoscerle, di riguadagnarle. Oggi si ha il sospetto che si nominano le cose per segnalare la definitiva perdita di esse. Per questo lo scrittore o si serve di un linguaggio referenziale che ( “tradendo il campo” con “stanca ecolalia”) ha solo un compito informativo, oppure inventa un linguaggio metaforico che si deve descrittare nelle sue valenze interiori. In questo linguaggio irreale, dominato dalla dannazione dell’inesprimibile, ora le epifanie danno solo il senso della ricerca di una verità misteriosa da identificare. Con ciò e perciò la pratica di una scrittura visionaria, anche a partire da un apparente, semplice dato di cronaca.

    Lo Spasimo di Palermo conclude, dopo Il sorriso e Nottetempo, il trittico narrativo in cui Consolo affronta la storia dell’isola dalla parte dei vinti e della Storia rinnega e demistifica storture e menzogne. La forma è sempre più ellittica e problematica, e tende allo scavo interiore e alla vertigine espressiva: il frutto di questa sfida sempre più impervia ai linguaggi piatti e strumentali della comunicazione è una scrittura insieme febbrile e raziocinante, accesa e vigile, tramata di poesia e di engagement. Di quest’ultimo fa fede il palese riferimento alle coraggiose e sfortunate inchieste del pool giudiziario di Palermo e alla tragica strage di via D’Amelio, in cui confluiscono le vicende e i destini dipanati nel romanzo.

    Simbolo dell’immane fallimento d’una società e insieme d’una generazione che avrebbe voluto e potuto modificarla -è l’assassinio del coraggioso giudice, intravvisto dal protagonista – testimone, che è uno scrittore sfiduciato e votato al silenzio, nonché un padre altrettanto deluso e autocritico. La crisi della scrittura coincide così con lo “spasimo” estremo di una civiltà: un punto di non ritorno, ovvero di avvio di modalità espressive e di tensioni civili da rifondare.

    In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli. Al principio dell’invenzione di Consolo ci furono la ferita (sì, La ferita dell’aprile, titolo della sua prima opera, è pure figura di un dato esistenziale) e la folgorazione poetica. Nella produzione di Consolo, a quanto se ne sa, si isolano due episodi di versificazione poetica vera e propria.

    Mi riferisco a Marina a Tindari , del 1972, che dunque si colloca tra La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo testo in versi, quasi sconosciuto, contiene molti, forse i principali temi dell’intera sua opera, anche certi usi lessicali: il vorticare; certe pratiche linguistiche. L’altro testo splendido è L’ape iblea- elegia per Noto, da cui è scaturito L’Oratorio composto da uno straordinario Francesco Pennisi ed eseguito a Firenze il 19 giugno 1998 al teatro Verdi. Nella tradizione passata e recente egli si ritaglia Verga e Vittorini poetici – già il siracusano riprendeva Montale – e propriamente il ‘vorticare’ lirico di Lucio Piccolo. Da quell’ulcerazione ne vennero i grumi di dolore da rappresentare per trame intense di una ricerca, appunto mitopoietica. La cognizione del dolore per avere tregua, per vivere delle soste, si riporta peraltro al mondo della natura. Al malessere alla perdita, cioè all’assenza della persona, si risponde con la presenza delle figure del mondo naturale. La scrittura ridona la memoria delle cose, e non sai se è ricordo umano o memoria di fisicità ancestrale, una presenza che prepara eventi, o appena un trasalimento di evanescenze.

    Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta. Avverte tuttavia Consolo:

    La tradizione non si può cancellare, e chi pretende di cancellarla agisce sull’idea stessa di letteratura, dico sul senso nobilmente bachtiniano di una letteratura che trama contro le cancellazioni dell’oblio. E’ questa la vera funzione della letteratura, nella quale si sperimenta un altro tipo di memoria.

    E’ ovvio che fra tradizione e innovazione, anche nel pieno dell’eversione, il cemento è il reale, anzi, nel crogiuolo materiale, là dove i miti siciliani non sono arsenali, armamentari dell’arte isolana, ma costituiscono il seno materno di essa, per dirla con Karl Marx, il cemento è la realtà esistenziale dell’autore, il profondo e radicato vissuto biografico. La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa.

    In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza. In tal senso è esemplare l’incontro con la madre nell’ Olivo e l’olivastro. Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si giuoca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.

    Palermo 20 GIUGNO 2007
    Lo specchio di carta
    Osservatorio italiano sul romanzo contemporaneo

    nella foto Sergio Spadaro e Vincenzo Consolo

    Inventare una lingua


    Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola
    cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come
    possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente
    individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene
    in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori”
    operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però
    meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi
    anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente
    questo dipende in misura non piccola dalla complessità
    e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza
    del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei
    bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa
    molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente,
    e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al
    centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente.
    In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo
    ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano
    mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati.
    Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina),
    Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani
    moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive
    costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano.
    Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano
    ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1°
    gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove
    fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima
    di dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
    Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale
    sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore
    con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva.
    Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco
    migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente
    anche perché messa in relazione con quanto accade nel
    “continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente,
    la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata
    e ricostruita sul filo della memoria personale o storica,
    diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio
    per questo capace di funzionare come termine di confronto
    per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni
    che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori
    positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e
    per sovrapprezzo impoverito sul piano umano.
    In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto
    a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi
    di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale
    e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben
    individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze
    storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo
    e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie.
    La tragedia del vivere viene così rappresentata su due
    livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione
    esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo,
    sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e
    della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana,
    uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda:
    “Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan
    di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.
    In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si
    chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno,
    due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra
    sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della
    vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena
    o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito
    sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare
    il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione
    tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale
    del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non
    solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento
    “Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte
    all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se
    malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine,
    panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti
    e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”.
    A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa,
    infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria,
    Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la
    sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti
    eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe.
    Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione
    della tragedia del mondo, e alla violenza non più della
    natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De
    Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita
    eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni,
    proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare,
    per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere
    i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene
    fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e
    dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e
    dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi
    seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando
    via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende
    inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate
    soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto
    marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo,
    come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo
    carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante
    presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette
    a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico
    e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.

    Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi
    realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set-
    tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si
    sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza
    convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni
    autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore
    senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di
    Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato
    recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta
    mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata
    a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche
    la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi
    intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene
    meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo,
    ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso.
    La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere
    la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di
    un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica.
    Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom
    ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non
    riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere:
    “Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua,
    che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e
    uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora,
    accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia
    ormai nullius o almeno appropriabile”.
    Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la
    sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita
    dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente
    dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella
    il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto
    l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri
    e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al
    domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che
    segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti
    tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica
    di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture
    ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure
    etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso
    con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e
    false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore
    che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola
    frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si
    spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di
    lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di
    brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre
    ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la
    croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio.
    Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta,
    non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto
    la volpe e l’avvoltoio”.
    È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico,
    perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere
    in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare
    nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno
    padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto
    a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di
    altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio
    al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda
    l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente
    una raffinata strategia linguistica di allontanamento
    dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe
    piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche
    perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto
    come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici
    anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di
    provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di
    cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali,
    e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma
    è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico
    e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento
    del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano.
    Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova
    nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità,
    del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e
    del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano
    per la loro originalità, per la loro comica eccentricità,
    che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si
    scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata
    pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”.
    La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica
    fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente,
    ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che
    appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di
    vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva,
    più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare
    secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno
    che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto
    di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce
    a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla
    o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere
    il significato politico di certe scelte di stile: come il suo
    amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della
    tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo,
    alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore
    Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o
    marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture
    altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato
    in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin
    dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…)
    Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale
    alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione
    nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato,
    è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati
    (…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che
    le parole esprimono, per salvare una certa storia”.
    Fra le rovine
    Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità
    delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia
    nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella
    possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria
    del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura
    moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte
    le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non
    essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare,
    uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o
    forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si
    stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione,
    all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi
    per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione
    filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo,
    come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e
    come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica.
    Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese
    come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni
    di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata
    a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e
    frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche
    scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata
    a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio
    perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce
    per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua
    trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti
    al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo
    in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre
    che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di
    mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche
    le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado
    non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici,
    come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia,
    dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore
    senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai
    “è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere,
    rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati,
    legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati,
    chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle
    auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi
    giorni dopo “più di cento”.
    È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione
    delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono
    con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità
    cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita-
    lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata
    da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì
    come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione
    naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come
    simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che
    sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di
    una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide,
    insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente.
    Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale,
    e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti
    di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco
    degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano
    alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben
    mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri
    di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione.
    Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata
    a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti
    problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio:
    anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei
    cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana
    allo stato italiano.
    Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro
    aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che
    la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli
    a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una
    concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana
    e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola.
    Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda
    da determinare nello stesso indice del libro uno schema che
    ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone,
    Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura
    “Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti.
    Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie
    una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino
    Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi
    del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo
    stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in
    modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit-
    tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della
    parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco
    di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare
    una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o
    di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso
    la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui
    si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura
    come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica
    sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di
    interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai
    anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine
    avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato
    alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del
    secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola
    e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi,
    a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili,
    fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per
    le creature umane sofferenti”.
    Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più
    ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale
    di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti,
    dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto
    ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona
    grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario
    marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente,
    ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative,
    a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi
    di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura.
    Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo,
    carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli
    antipodi dunque dello stile consueto dell’autore.
    Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente
    distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è
    anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono
    buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo
    (come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere
    autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna
    di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto-
    biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato
    e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio
    reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti
    “Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua
    unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e
    con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio
    più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce
    la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur
    di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità,
    è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso,
    questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire
    non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in
    tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo
    e alla morte.
    Gianni Turchetta

      Vincenzo Consolo, viene intervistato in occasione della mostra alle scuderie del Quirinale dedicata a Antonello Da Messina – 2006

      Seduzione amorosa e seduzione artistica in Retablo di Vincenzo Consolo

      download (2)Seduzione amorosa e seduzione artistica in Retablo di Vicenzo Consolo

      Tatiana Bisanti

       

      La scrittura della seduzione

      La seduzione della scrittura

      1
      È solo a partire dal XVI secolo che il verbo sedurre ha acquisito l’accezione oggi comunemente più diffusa, quella di “convincere al rapporto sessuale”, entrata nell’italiano per influenza del francese séduire. Il verbo deriva dal prefisso se- “via, a parte” e ducere “condurre”, e significa dunque in origine “condurre via, condurre in disparte”, ovvero lontano da un percorso diritto e già segnato, dalla retta via (cf. Battaglia, 1961). E proprio il sedurre in tutti i sensi, anche in quello etimologico, è senza dubbio una delle chiavi di lettura più efficaci del romanzo Retablo (1987) di Vincenzo Consolo, un’opera sulla seduzione, ma anche e soprattutto un’opera di seduzione. La seduzione è, in altre parole, l’asse su cui ruota tutta la narrazione, sia dal punto di vista della materia narrata che da quello delle strutture narrative, ossia essa è al tempo stesso oggetto di rappresentazione e operazione in corso. Se da un lato, infatti, il sedurre è tematizzato nel racconto, dall’altro esso costituisce anche il principio strutturale dell’opera: la metafora della seduzione raffigura emblematicamente il processo in cui l’autore coinvolge il lettore, conducendolo su più strade, su diversi percorsi narrativi che si dipartono l’uno dall’altro e si intrecciano a vicenda.

      La scrittura della seduzione

      2
      Come suggerisce il titolo, Retablo ha la struttura di un’ancona a vari scomparti: il romanzo si divide – come un trittico – in tre parti (Oratorio, Peregrinazione e Veritas), tre percorsi narrativi che raccontano la stessa storia da tre prospettive differenti. Il filone narrativo principale, il denominatore comune che unisce le tre parti del racconto, è una storia di seduzione, la storia dell’amore del frate Isidoro per Rosalia, che viene narrata da tre punti di vista. Nella prima parte, Oratorio, la storia è raccontata dalla prospettiva di Isidoro, narratore in prima persona. In Peregrinazione, la parte centrale, l’io narrante è quello di Fabrizio Clerici, pittore milanese che Isidoro accompagna nel corso del suo viaggio in Sicilia. La storia di Isidoro si intreccia allora con quella di Clerici, anch’egli amante infelice, in fuga da un amore non corrisposto per la milanese Teresa Blasco, storicamente la nonna di Manzoni, che andrà poi in sposa a Cesare Beccaria. Il capitolo finale, Veritas, è invece una lettera indirizzata ad Isidoro in cui Rosalia racconta la storia dal proprio punto di vista. E come in un retablo sotto gli elementi del polittico c’è una predella, così anche nel romanzo di Consolo al filone narrativo principale si accompagna un altro percorso narrativo, ovvero la storia di un’altra Rosalia, sedotta dal corrotto fra’ Giacinto.

      1  Per le successive citazioni da quest’opera si indicherà d’ora in poi solo il numero di pagina.

      3
      Retablo è innanzitutto, come dice Traina (2001: 27), “un romanzo sull’amore deluso”, un tema che affiora sempre assai pudicamente negli altri libri di Consolo, mentre qui si fa motore e ragione di tutta l’azione, di tutto il viaggio. Tre sono dunque le storie d’amore principali (ma ad esse si potrebbero aggiungere altri intrecci secondari) su cui si dipana il filo del racconto. La seconda sezione del libro, quella centrale e di gran lunga la più estesa, è il diario di viaggio che Clerici scrive per Teresa Blasco, la donna amata da cui cerca di allontanarsi compiendo la sua “peregrinazione” attraverso la Sicilia. È solo attraverso il “collaudato contravveleno della distanza”, infatti, che Clerici riesce a ritrovare quell’“aura irreale o trasognata” che gli consente di dedicarsi alla scrittura e alla pittura (Consolo, 1987: 87)1. Quello di Clerici è, per così dire, un caso di seduzione mancata: in fuga da un amore infelice, alla fine del suo viaggio apprenderà che l’amata sta per unirsi in matrimonio con Cesare Beccaria. Nel descrivere un momento di particolare abbandono nel corso del viaggio, la sosta presso i Bagni Segestani, Clerici chiama a raccolta i più celebri miti di seduzione della tradizione letteraria: in particolare quello di Ulisse indotto ad accettare i doni della maga Circe o deciso a resistere al canto seduttore delle sirene, oppure la boccacciana novella di Biancofiore (pp. 61-62). La scena del bagno è il momento di seduzione più alto descritto da Clerici, ma è significativo che si tratti di una scena giocata sul puro piano dell’immaginazione: come Ulisse con le sirene, Clerici si fa sedurre solo in parte dal canto delle fanciulle che gli giunge attraverso la parete che separa il bagno degli uomini da quello delle donne. Non è un caso che il pittore non arrivi ad oltrepassare questa parete che divide i due mondi: in quanto artista egli può vivere il momento della seduzione solo a livello immaginario, e sempre mediato attraverso il filtro della letteratura. In questo momento di abbandono sensuale quelli che affiorano alla mente di Clerici sono episodi attinti esclusivamente all’immaginario letterario, quasi a frapporre una distanza rassicurante fra sé e il mondo, ad attutire attraverso lo schermo della finzione la forza dirompente della realtà in tutta la sua concretezza.

      4
      Un altro episodio del romanzo è emblematico di come la seduzione dell’arte assolva talvolta ad una funzione di compensazione nei confronti di una seduzione mancata nella vita: in quanto castrato, il maestro di canto don Gennaro non potrà mai sedurre l’adorata Rosalia, e sublima la propria mutilazione attraverso l’arte:

      C’est la vie: chi canta non vive e chi vive non canta! […] siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore… Stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti. (p. 158)

      5
      Ma la classica contraddizione decadentista fra arte e vita viene subito contraddetta, relativizzata e deformata da una lente ironica: con un brusco abbassamento di registro Rosalia interpreta questo allungare la mano alla lettera, e lo riconduce ad un piano ben più concreto e corporeo:

      Ha ragione, ha ragione don Gennaro! Così fanno, allungano le mani, questi artisti. Così il vecchio abate Meli, che alla Flora, sbucando avanti a me all’improvviso da un cespuglio, tocca, sospira e va, declamando poesie.

      Così il cavalier Serpotta, lo scoltore plastico, quando il marchese mi portò da lui per farmi fare le pose per le statue della Veritas: al posto dello stucco, plasmava me, con insistente mano. (p. 158)

      6
      Un’analoga concretezza si ritrova nella storia della seduzione di una giovane di nome Rosalia da parte di fra’ Giacinto. Questa narrazione è inserita, come si è detto, a mo’ di predella a metà del romanzo e si sovrappone al racconto di Clerici grazie ad un felice espediente meta-narrativo: Clerici scrive infatti il proprio diario di viaggio sul retro di fogli già scritti, che recano sul davanti il racconto della storia di Rosalia (una delle tante Rosalie di Retablo, la cui identità o eventuale parentela con la Rosalia di Isidoro resta peraltro imprecisata). Approfittando dell’ingenuità della giovane, Giacinto si serve della religione come travestimento per le proprie voglie e i propri desideri più licenziosi. La descrizione di questo episodio è pervasa di forte sensualità e arricchita di particolari concreti.

      7
      Ma la vicenda amorosa centrale su cui si basa tutto il romanzo è la storia di seduzione di cui sono protagonisti Isidoro e la giovane Rosalia: sedotto prima dal cibo offertogli da Rosalia e dalla madre, poi dalle bellezze della giovane, Isidoro si innamora follemente, tanto da essere indotto a derubare il convento per portare soldi alle due donne. Scoperto l’imbroglio, Isidoro è costretto a fuggire e ad allontanarsi dall’amata. Sarà preso a servizio da Clerici, che riconosce in lui la vittima di “uno di quegli amori furenti che non trovano giammai appiglio o risonanza nel cuore del bersaglio al quale disperatamente son puntati. Ma forse questo è mai sempre il destino di qualsivoglia amore” (p. 34). L’amore, secondo Clerici, “è inseguimento vano, è inganno e abbaglio, fuga notturna in circolo e infinita, anelito mai sempre inappagato” (p. 34). La seduzione di Isidoro, nella descrizione che lui stesso ne fa, all’inizio non si discosta molto dai topoi tradizionalmente associati al processo dell’innamoramento. Il fuoco d’amore si accende attraverso gli occhi e gli sguardi, che, conformemente alla tradizione, sono detti “lampi” (p. 18): anche la scelta lessicale rimanda dunque alla lirica medievale. Ed è proprio sui topoi di questa tradizione (sguardi schivi, donna angelicata) che è costruita tutta la scena iniziale della seduzione:

      E gli occhi tenea bassi per vergogna, ma da sotto il velario delle ciglia fuggivan lampi d’un fuoco di smeraldo. Mai m’ero immaginato, mai avevo visto in vita mia, in carne o pittato, un angelo, un serafino come lei. (p. 18)

      8
      Ma è una tradizione che si rivela subito inadeguata a rendere conto della concretezza dei fatti, e che pertanto viene subito straniata attraverso l’introduzione di particolari ben più materiali e corporei:

      Ché Rosalia, lei, a poco a poco aprì la mantellina, mostrò il corpetto, ciocche arricciate del color del rame, le boccole agli orecchi trasparenti; e sorrideva, con le fossette, mostrando a malapena i denti di cagnola. (pp. 18-19)

      2  Questo passo sembra far eco alla reticenza e allusività di Francesca nel dantesco: “Quel giorno pi (…)

      9
      Il narratore non si dilunga sui particolari; ed è reticente sul seguito, descritto in modo riassuntivo e lapidario: “Breve, la sera appresso conobbi il paradiso. E nel contempo cominciò l’inferno, l’inferno pel rimorso del peccato e per la ruberia del guadagno a danno del convento” (p. 19)2. In parte analoghi, ma più concreti, carnali e sensuali, i toni con cui Rosalia descrive gli stessi eventi dal proprio punto di vista: “mai prima di quella notte io provai il paradiso, né mai per l’innante proverò. […] E dopo quella notte, non volli più lavarmi, sciogliere l’essenza, disperdere l’odore tuo sparso nel mio corpo” (p. 156). Isidoro dal canto suo paragona la figura dell’amata a quella della statua di Santa Rosalia, protettrice di Palermo. La sua passione per la giovane si confonde con il culto e l’adorazione della Santa:
      uguale a la Santuzza, sei marmore finissimo, lucore alabastrino, ambra e perla scaramazza, màndola e vaniglia, pasta martorana fatta carne. Mi buttai ginocchioni avanti all’urna, piansi a singulti, a scossoni della cascia, e pellegrini intorno, «meschino, meschino…», a confortare. Ignoravano il mio piangere blasfemo, il mio sacrilego impulso a sfondare la lastra di cristallo per toccarti, sentire quel piede nudo dentro il sandalo che sbuca dall’orlo della tunica dorata, quella mano che s’adagia molle e sfiora il culmo pieno, le rose carnacine di quel seno… E il collo tondo e il mento e le labbruzze schiuse e gli occhi rivoltati in verso il Cielo… (p. 16)

      10
      E proprio il mito di Santa Rosalia, con la sua caratteristica fusione di misticismo e carnalità, sottolinea magistralmente questa sintomatica unione di amore divino e profano: nella descrizione del rapimento di Isidoro venerazione della santa, godimento estetico, desiderio erotico ed esperienza estatica diventano tutt’uno. L’annichilamento di Isidoro è totale nel momento in cui riconosce le fattezze dell’amata Rosalia nell’immagine allegorica della Veritas scolpita dal cavalier Serpotta:

      Davanti a una di quelle dame astanti, una fanciulla bellissima, una dìa, m’arrestai. veritas portava scritto sotto il piedistallo. Era scalza e ignude avea le gambe, su fino alle cosce piene, dove una tunichetta trasparente saliva e s’aggruppava maliziosa al centro del suo ventre, e su velava un seno e l’altro denudava, al pari delle spalle, delle braccia… Il viso era vago, beato, sorridente… Mi sentii strozzare il gargarozzo, confondere la testa, mancare i sentimenti. Aprii disperato le ganasce e lanciai un urlo bestiale. – Rosaliaaa!… – urlai, e caddi a terra tramortito. (p. 24)

      3  “In Consolo il linguaggio letterario cerca di rivaleggiare con la pittura” (Geerts, 2000: 308); “I (…)

      4  Si veda ad esempio il contributo già citato di Geerts (2000) sui sapori della cucina consoliana e (…)

      11
      Questa la descrizione dello stesso fatto dal punto di vista di Clerici: “davanti a la Verità, divenne matto: crollato in terra, si contorse, schiumò, lacerossi gli abiti, la faccia, quindi nel vico si diede a piangere, a urlare come un forsennato” (p. 149). Lo stato di sopraffazione che colpisce Isidoro di fronte all’immagine di Rosalia rimanda ai sintomi della sindrome di Stendhal. C’è, infatti, un legame inscindibile fra esperienza estetica ed estasi amorosa. È attraverso il procedimento dell’ekphrasis, familiare alla tradizione letteraria medievale, che si realizza nella scrittura di Consolo quel legame fra seduzione amorosa e seduzione artistica. Come hanno rilevato molti critici, in Consolo scrittura e arti figurative sono strettamente collegate fra loro3. La seduzione della scrittura consoliana agisce soprattutto sull’aspetto visivo, gioca con l’immagine, lo stimolo ottico. È un fenomeno che si ritrova già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, dove la storia si sviluppa proprio a partire da un quadro, il Ritratto di ignoto di Antonello da Messina. L’affastellarsi delle sollecitazioni visive è una delle componenti fondamentali di quello che è stato definito il neo-barocco di Consolo. Non occorre insistere sul legame fra scrittura e pittura in Retablo. Esso è annunciato già programmaticamente nel titolo, e sottolineato inoltre dalla scelta dei personaggi: quello fittizio di Fabrizio Clerici è, non a caso, pittore, e rimanda direttamente all’omonimo personaggio reale (1913-1993), il pittore amico di Consolo e autore dei cinque disegni che accompagnano la versione a stampa del romanzo. Del resto non è solo sulla stimolazione visiva che gioca il barocco consoliano: il discorso letterario di Retablo fa leva su un vero e proprio coinvolgimento dei sensi (oltre alla vista, come si è già detto, anche l’udito, l’olfatto e soprattutto il gusto)4. Si tratta, pertanto, di una scrittura che può essere senz’altro definita “ seduttiva ”, in quanto mette in gioco le tecniche e i meccanismi tipici della seduzione.

      La seduzione della scrittura

      12
      La seduzione in Retablo non è dunque solo rappresentazione e tematizzazione del desiderio e delle sue modalità di manifestazione, ma soprattutto tecnica narrativa in atto, procedimento attraverso cui il testo conquista il suo destinatario. Il romanzo, infatti, irretisce il lettore nelle trame molteplici della narrazione, lo sorprende e lo avvince con la sfaccettatura e la pluralizzazione delle voci e delle prospettive, lo affascina con la sua lingua musicale, con un enunciato che, prima di appellarsi al significato, gioca innanzitutto sull’esplorazione delle potenzialità sonore, sfruttate al massimo attraverso il ritmo incalzante delle enumerazioni e un uso altissimo e intenso dell’allitterazione.

      5 È lo stesso Consolo a sottolinearlo: “ho scelto il nome Rosalia per S. Rosalia, ma anche per scompo (…)

      6 Si veda in particolare l’incipit del romanzo, a cui Consolo si è sicuramente ispirato (cf. in propo (…)

      13
      Si è già visto come la stessa storia di amore e seduzione, quella di Isidoro e Rosalia, sia raccontata da tre persone e pertanto a partire da tre prospettive diverse: ognuno narra la propria verità, il romanzo è costruito su una serie di percorsi indecidibili, tutti altrettanto validi. L’intrecciarsi e il sovrapporsi dei vari racconti conferisce al romanzo una struttura paradigmatica, associativa, verticale. È interessante notare come la pluralizzazione dei punti di vista e delle verità possibili avvenga proprio a partire dalle varie figure di donne sedotte o seduttrici, che sembrano confluire in un volto solo: quando infatti Clerici si accinge a disegnare un profilo di donna che nelle sue intenzioni dovrebbe ritrarre l’amata Teresa Blasco, don Vito vi riconosce la Rosalia per amor della quale aveva ucciso il seduttore fra’ Giacinto, mentre Isidoro è convinto che si tratti della propria Rosalia (p. 87). Il fulcro su cui convergono tutti questi percorsi sono dunque le fattezze, ma soprattutto il nome di Rosalia, personaggio dall’identità fluttuante e incerta. Questo nome viene a definire personaggi di volta in volta diversi e non identificabili l’uno con l’altro, diventando quindi una sorta di nome comune, nome di genere atto a definire una categoria di validità pressoché universale. Rosalia è il nome dell’amata di Isidoro, è la Rosalia del manoscritto, è la donna amata dal cavalier Serpotta e modello della statua raffigurante la Veritas; ma Rosalia è anche la santa venerata a Palermo e oggetto di culto da parte di innumerevoli devoti. Su Rosalia convergono tutti i percorsi di desiderio dei vari personaggi e dello stesso lettore. Tutto ciò è evidente fin dall’incipit, un sapiente esercizio di bravura stilistica tutto costruito sulla scomposizione del nome in Rosa e Lia e sulle suggestioni ed associazioni che ne scaturiscono5. Si penserà in proposito alle innumerevoli valenze attribuite da Petrarca al nome dell’amata Laura, mentre, sul versante moderno, il modello indiscusso è senza dubbio il Nabokov di Lolita, non a caso uno scrittore di seduzione per eccellenza6. Nell’incipit di Retablo il gioco fonico e associativo che prende il via dal nome dell’amata è un brillante esempio delle capacità di seduzione della lingua consoliana:

      Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi. Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore.

      Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione. Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei? (pp. 15-16)

      14
      Tutto il passo è giocato sull’enumerazione e sull’accumulazione delle associazioni evocate dal nome Rosalia, associazioni che rimandano soprattutto a percezioni sensoriali. È proprio da questo insistito richiamo ai sensi che risulta evidente come il lettore si trovi qui coinvolto in un raffinatissimo gioco di seduzione. Si è già parlato dell’estrema forza visiva e dell’icasticità della scrittura consoliana. Ad essa si aggiungono qui sensazioni uditive create soprattutto dalle sonorità allitteranti del testo e da un andamento ritmico più vicino alla poesia che alla prosa. Si veda ad esempio la prima frase, in cui vengono elencati gli effetti della rosa sull’io narrante: i cinque elementi che la compongono possono essere letti come versi (i primi quattro saranno senari) a rima alternata (ababa, se si considera confuso e roso come rima siciliana). Non manca il richiamo alle percezioni tattili (la spina della rosa che punge, e più avanti l’impulso a toccare la statua della santa), ma soprattutto a quelle olfattive e gustative. Sarà soprattutto la prima parte del nome, la rosa, ad evocare odori inebrianti, segno di un processo di seduzione in corso, di un desiderio risvegliato e ancora insoddisfatto. Le immagini suscitate dalla seconda parte del nome, Lia, rimandano invece piuttosto alle sensazioni del palato, ad un piacere che, nel momento in cui viene gustato, si rivela subito veleno, seduzione letale che culmina in un “bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume”. Si noti come le associazioni che prendono il sopravvento alla fine del passo insistano proprio sulla mancanza di luce e sulla cecità, a sottolineare il fatto che alla perdita dell’amata corrisponde la fine delle percezioni dei sensi.

      7  Cf. De Martino (1992: 48). Si vedano anche i diretti rimandi lessicali: “Ahi, non ho abènto” (p. 1 (…)

      15
      Alle associazioni sensoriali risvegliate dal nome Rosalia si aggiungono quelle culturali e letterarie: da un lato l’effigie della santa venerata a Palermo, rappresentata nell’iconografia popolare con il capo cinto da una corona di rose bianche, dall’altro tutte le suggestioni letterarie legate all’immagine della rosa. La seduzione della scrittura nei confronti del lettore si avvale allora di tutta una serie di trame intertestuali che attraversano il testo e si sviluppano proprio a partire dal motivo della rosa: è lo stesso Consolo a mettere in risalto le affinità tra il discorso di Isidoro e Rosalia e il contrasto di Cielo d’Alcamo Rosa fresca aulentissima7. Il primo e l’ultimo quadro sono costruiti sul modello del contrasto. L’esempio di seduzione offerto dalla tradizione sarà in questo caso ironico. Ma non è da escludere nemmeno una suggestione derivante dal Roman de la Rose, storia allegorica di seduzione e conquista amorosa in cui l’amata è rappresentata, appunto, da una rosa (ma la metafora risale del resto già alla tradizione latina). Un altro intertesto di importanza centrale sono I promessi sposi manzoniani: non a caso l’amata di Clerici è Teresa Blasco, nonna di Manzoni; e come per quest’ultimo il Seicento era l’occasione per parlare dell’Ottocento, così per Consolo il Settecento è il filtro attraverso cui raccontare l’epoca attuale, come dimostra del resto l’anacronismo nella scelta del personaggio di Fabrizio Clerici, in realtà, come si è già detto, pittore contemporaneo.

      16
      La stratificazione dei piani temporali viene ad aggiungersi alla sovrapposizione dei piani narrativi di cui si parlava prima. Quest’ultima trova la sua realizzazione più evidente nell’espediente dei fogli già scritti da Rosalia sul cui retro Clerici annota i suoi appunti di viaggio. Dice in proposito il narratore:

      Sembra un destino, quest’incidenza, o incrocio di due scritti, sembra che qualsivoglia nuovo scritto, che non abbia una sua tremenda forza di verità, d’inaudito, sia la controfaccia o l’eco d’altri scritti. Come l’amore l’eco d’altri amori da altri accesi e ormai inceneriti. (p. 89)

      17
      In tal modo Clerici istituisce un parallelo diretto fra scrittura e vicende amorose. E prosegue paragonando l’intersezione delle scritture a un retablo:

      E il mio diario dunque ha proceduto […] come la tavola in alto d’un retablo che poggia su una predella o base già dipinta, sopra la memoria vera, vale a dire, e originale, scritta da una fanciulla di nome Rosalia. Che temo sia la Rosalia amata da don Vito Sammataro, per la quale uccise, e si convertì in brigante. O pure, che ne sappiamo?, la Rosalia di Isidoro. O solamente la Rosalia d’ognuno che si danna e soffre, e perde per amore. (p. 89)

      18
      La metafora del retablo equivale qui a quella postmoderna del palinsesto. L’espediente dei fogli già scritti e riscritti sul retro, che la veste tipografica del romanzo riproduce fedelmente, raffigura in modo concreto e visibile quell’intertestualità di cui si parlava prima e che costituisce uno dei tratti salienti di Retablo. Il lettore può scegliere liberamente quale delle due storie leggere. L’interpretazione è aperta e l’intrecciarsi dei piani narrativi ha come effetto, da un lato, la pluralizzazione dei punti di vista, dall’altro però anche l’universalizzazione del destino individuale. La verità, sebbene inafferrabile, è al tempo stesso universalmente valida: tutti sono accomunati da uno stesso destino, vittime di uno stesso gioco di seduzione. La moltiplicazione dei piani narrativi è, in ultima analisi, solo apparente, perché tutti i percorsi convergono alla fine verso un destino universale che coinvolge tutti, lettore incluso.

      19
      L’immagine del retablo compare più volte nel romanzo, secondo la tecnica postmoderna della mise en abyme. La spiccata autoreferenzialità e autoriflessività letteraria di certi passi è finalizzata ad un processo autocritico che si rivolge contro l’arte e le sue capacità di seduzione, contro la sua natura finzionale e fasulla che trae in inganno lo spettatore ingenuo. Tuttavia si tratta di un inganno che si rivela anche benefico, in quanto seduce, ovvero allontana l’ingannato dalla triste realtà, offrendogli consolazione e oblio:

      L’invenzione di far veder nel quadro ciò che si vole, dietro ricatto d’essere, se non si vede, fortemente manchevole o gravato d’una colpa, non mi sembrò originar da loro. E mi sovvenni allora ch’era la trama comica de l’entremés del celebre Cervantes, intitolato appunto El retablo de las maravillas, giunto di Spagna in questa terra sicola e dai due fanfàni trasferito dalla finzione del teatro nella realitate della vita per guadagnar vantaggi e rinomanza. Io mi chiedei allor, al di là dell’imbroglio di Crisèmalo e Chinigò, nel vedere quei rozzi villici rapiti veramente e trasportati in altri mondi e vani, su alte sfere e acute fantasie, sopra piani di luce e trasparenze, col solo appiglio d’un quadro informe e incomprensibile e la parola più mielosa e scaltra, io mi chiedei se non sia mai sempre tutto questo l’essenza d’ogni arte (oltre ad essere un’infinita derivanza, una copia continua, un’imitazione o impunito furto), un’apparenza, una rappresentazione o inganno, come quello degli òmini che guardano le ombre sulla parete della caverna scura, secondo l’insegnamento di Platone, e credono sian quelle la vita vera, il reale intero, come l’inganno per la follia dolce de l’ingegnoso hidalgo de la Mancha don Chisciotte, che combatté contra i molini a vento presi per giganti, o per furore tragico d’Aiace che fe’ carneficina delle greggi credendola d’Atridi, o come l’illusione che crea ad ogni uom comune e savio l’ambiguo velo dell’antica Maya, velo benefico, al postutto e pietoso, che vela la pura realtà insopportabile, e insieme per allusione la rivela; l’essenza dico, e il suo fine il trascinare l’uomo dal brutto e triste, e doloroso e insostenibile vallone della vita, in illusori mondi, in consolazioni e oblii. Ch’ora accattavano i villani a poco prezzo, ponendo nel cappello piumato di Chinigò il loro obolo. (pp. 55-56)

      20
      Il retablo è dunque una metafora dell’arte, della sua inadeguatezza a rappresentare il reale in maniera univoca e attendibile e al tempo stesso del suo grande fascino e potere di seduzione. In un’intervista l’autore ribadisce che “l’idea del retablo è mutuata da Cervantes, il padre del romanzo moderno. In effetti l’arte non rappresenta mai la verità; ma semmai rappresenta la verità ideologica di chi scrive” (De Martino, 1992: 40). Quella di Cervantes è, dice Consolo, “un’autocritica dell’arte come illusione… un’ironia su se stessi. L’arte come menzogna. Il Don Chisciotte è il più grande romanzo ironico, un’ironia sui poemi cavallereschi” (De Martino, 1992: 48). E altrettanto ironico è il titolo dell’ultimo capitolo di Retablo, Veritas, che è anche il nome della statua allegorica modellata sulle fattezze di Rosalia. La verità che Rosalia rivela alla fine nella lettera in cui confessa il proprio amore per Isidoro non è che una delle possibili varianti della stessa storia di seduzione. Sarà da leggere in chiave ironica la ripetizione della formula “Bella, la verità”, che ricorre con cadenza quasi ossessiva nel discorso di Rosalia. Emblematico è anche il passo, citato sopra, dove la statua raffigurante la Veritas viene descritta dalla prospettiva di Isidoro (p. 24): la verità non è altro che una figura di donna seducente e ingannatrice. La seduzione sensuale operata dalla statua rimanda a quella intellettuale esercitata dal concetto di verità: esattamente come la seduzione dei sensi, la seduzione intellettuale della verità si rivela illusoria e fasulla, e viene subito dopo relativizzata attraverso il racconto della stessa storia a partire da altri punti di vista.

      21
      Retablo è, in ultima analisi, un romanzo sulla seduzione avvenuta e bruscamente finita (quella di Isidoro e Rosalia), sulla seduzione mancata (quella di Teresa Blasco da parte di Clerici), sulla seduzione dai risvolti tragici (quella di Rosalia da parte di fra’ Giacinto, brutalmente ucciso dall’innamorato Don Vito), o sulla seduzione spostata, deviata (la seduzione dell’arte che compensa quella irrealizzabile della carne fra don Gennaro e Rosalia). Ma soprattutto – e in questo consiste la particolarità del romanzo – la seduzione rappresentata va di pari passo con la seduzione in atto esercitata dalla scrittura, che trascina il lettore coinvolgendolo su molteplici piani di lettura. La conseguente relativizzazione della verità artistica fa parte di un processo autocritico che si rivolge non solo contro la “valanga di libri e di libresse privi d’anima, costrutto, lepóre e ragione ch’oggidì invadon biblioteche, botteghe di librai, si spargono pel mondo” (p. 30), ma contro l’arte tutta in generale, e perfino, in particolare, contro lo stesso Retablo consoliano. Così come il retablo ovvero il quadro teatrale seduce e inganna i “rozzi villici rapiti” (p. 55) che lo contemplano, altrettanto fa il romanzo Retablo in quanto prodotto artistico: la mise en abyme è allora al tempo stesso da un lato uno specchio autoriflessivo e autocritico che riflette la finzione artistica, dall’altro uno specchio che rifrange la realtà e la riproduce in modo sfaccettato e molteplice, rivelandone in tal modo l’irrimediabile inafferrabilità.

      Battaglia S., Grande dizionario della lingua italiana, Torino, UTET, 1961.

      Consolo V., Retablo, Palermo, Sellerio, 1987.

      De Martino M., Intervista a Vincenzo Consolo, in L’opera di Vincenzo Consolo. (Dissertazione inedita presentata presso la University of Alberta), 1992, pp. 35-49.

      Geerts W., L’euforia a tavola. Su Vincenzo Consolo, in Soavi sapori della cultura italiana, Atti del XIII Congresso dell’A.I.P.I., Verona/Soave, 27-29 agosto 1998, B. Van den Bossche (ed.), Firenze, Cesati, 2000, pp. 307-316.

      Nabokov V., Lolita, Novels 1955-1962, New York, The Library of America, 1996.

      Scuderi A., Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Enna, Il Lunario, 1997.

      Segre C. e Ossola C. (eds), Antologia della poesia italiana. Duecento, Torino, Einaudi, 1997.

      Traina G., Vincenzo Consolo, Fiesole (Firenze), Cadmo, 2001.

      Notes

      1  Per le successive citazioni da quest’opera si indicherà d’ora in poi solo il numero di pagina.

      2  Questo passo sembra far eco alla reticenza e allusività di Francesca nel dantesco: “Quel giorno più non vi leggemmo avante” (Inferno, V, 138).

      3  “In Consolo il linguaggio letterario cerca di rivaleggiare con la pittura” (Geerts, 2000: 308); “In Retablo c’è l’esplicitazione dell’esigenza della citazione iconografica: il «retablo» appartiene alla pittura ma è anche «teatro», come nell’intermezzo di Cervantes” (Traina, 2001: 130).

      4  Si veda ad esempio il contributo già citato di Geerts (2000) sui sapori della cucina consoliana e i numerosi passi del romanzo dedicati ai piaceri culinari (fra l’altro, pp. 45, 51, 56-57).

      5 È lo stesso Consolo a sottolinearlo: “ho scelto il nome Rosalia per S. Rosalia, ma anche per scomposizione rosa e lia” (De Martino, 1992: 48).

      6 Si veda in particolare l’incipit del romanzo, a cui Consolo si è sicuramente ispirato (cf. in proposito Scuderi, 1997: 105):

      Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta : the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta.

      She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita. (Nabokov, 1996: 7).

      7  Cf. De Martino (1992: 48). Si vedano anche i diretti rimandi lessicali: “Ahi, non ho abènto” (p. 16) richiama il “per te non ajo abento notte e dia” di Cielo d’Alcamo (Segre e Ossola, 1997: 93). L’interesse per Cielo d’Alcamo è documentato inoltre nel romanzo stesso dall’episodio metaletterario dell’incontro di Clerici con l’“Accademia de’ Ciulli Ardenti” di Alcamo, dove si discute sull’opportunità di “far crescere la cima sicola da ràdica toscana o puramente far sbocciare in aura toscana la semente sicola” (p. 46).

      Tatiana Bisanti, « Seduzione amorosa e seduzione artistica in Retablo di Vicenzo Consolo », Cahiers d’études italiennes, 5 | 2006, 57-68.

      Référence électronique

      Tatiana Bisanti, « Seduzione amorosa e seduzione artistica in Retablo di Vicenzo Consolo », Cahiers d’études italiennes [En ligne], 5 | 2006, mis en ligne le 15 mars 2008, consulté le 27 mai 2016. URL : http://cei.revues.org/813

      Tatiana Bisanti

      Universität des Saarlandes – Saarbrücken

      Du même auteur

      Fra differenza e identità microcosmo e ibridismo in alcuni romanzi di Luigi Meneghello [Texte intégral]

      Paru dans Cahiers d’études italiennes, 7 | 2008

      littérature contemporaine italienne » (Université Stendhal – Grenoble

       

      CARAVAGGIO IN SICILIA

      Vincenzo Consolo

      Caravaggio e ancora Caravaggio. Mostre e mostre si sono allestite e continuano ad allestirsi del pittore, da quelle ormai storiche del 1938 a Napoli, del 1951, ’53, ’58 e ’73 nel Palazzo Reale di Milano, al Caravaggio in Sicilia di Palazzo Bellomo di Siracusa nel 1984, alla palermitana del 2001 dal titolo Sulle orme di Caravaggio, a quella romana dello stesso anno Caravaggio e i Giustiniani, al Caravaggio – due capolavori a confronto, del 2003, ancora a Palazzo Bellomo, al Caravaggio, ultimo tempo: 1606-1610 del 2004 a Napoli, e la discussa e discutibile mostra di Caravaggio a Milano del 2005 e, infine, la bella mostra di Amsterdam di quest’anno in cui sono messi a confronto due grandi: Caravaggio e Rembrandt. Ci accorgiamo così che è lui,Caravaggio,il più attuale dei pittori, lui a dirci che questo nostro è ancora un tempo secentesco, controriformistico, un tempo di rischi e di incertezze, di pesti e di violenze. Che la vera realtà è unaluce che squarcia la cortina buia del mondo, che grazia e santità dimorano nell’umanità più sofferente, emarginata.

      Ho enumerato varie mostre di Caravaggio, ma ne ho omessa una, a dir poco singolare. E’ una mostra itinerante del 2001, ideata dal collezionista ed esperto d’arte Giuseppe Salzano e patrocinata dall’Arma dei Carabinieri, nella persona del generale Roberto Conforti, comandante del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico. Quella mostra permetteva la visione dopo trent’anni d’invisibilità, di un capolavoro di Caravaggio, la Natività dell’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. Viaggiava, quella grande tela di quasi tre metri per due, insieme ad altri nove capolavori, insieme a un Antonello da Messina, a un Carracci, un Renoir…Ma erano quadri quelli, ahinoi, in “figura di funzione”, erano perfette copie di opere trafugate, eseguite da provetti copisti, i quali sono così salvati, sosteneva il Solzano, dall’occulto mondo dei falsari, veniva loro data dignità mettendoli al servizio della legalità.

      E così ha fatto un sovrintendente alle antichità siciliano, con i tombaroli promovendoli a custodi di siti archeologici (ma non sappiamo se questa operazione abbia eliminato o almeno attenuato lo scavo clandestino).

      La mostra delle copie, dicevamo, in cui spiccava la copia della Natività del San Lorenzo di Palermo, uno dei quattro capolavori lasciati in Sicilia da Caravaggio.

      Nel novembre del 1996, le cronache riportavano la deposizione al processo,- chiamato maxiprocesso per il numero di imputati, – alla Corte d’Assise di Palermo del mafioso pentito Marino Mannoia, il quale, dopo la sequela di omicidi, confessava anche il furto, nel 1969, all’esordio della sua attività delinquenziale, della Natività dell’Oratorio di San Lorenzo.

      Scriveva un cronista di Palermo:”L’incidente, che segnò la sua carriera di ladro, fu una maldestra operazione con una tela di Caravaggio, la Natività custodita, si fa per dire, in una chiesa del centro di Palermo. Marino Mannoia era stato incaricato di rubare il quadro da un anonimo committente, danaroso esperto d’arte. Il Mannoia si presentò all’appuntamento con il dipinto sottobraccio, arrotolato alla meglio. Srotolata l’opera, il mandante del furto scoppiò in lacrime: la ruvida mano del Mannoia l’aveva danneggiata irreparabilmente. Il Caravaggio non fu mai ritrovato, né il pentito ha saputo o voluto dire che fine abbia fatto”. Già, che fine ha fatto la Natività di Palermo ? E chi era quell’esperto danaroso che ha commissionato il furto,così sensibile da sciogliersi in lacrime di fronte al quadro distrutto?

      Questa sarà stata di certo un’indagine infruttuosa per gli inquirenti, ma potrebbe essere un affascinante argomento per uno scrittore di romanzi polizieschi.

      Ma torniamo al Caravaggio, al Caravaggio in Sicilia. I suoi primi contatti, la sue prime frequentazioni siciliane avvengono a Roma, nella città eterna, dove il giovane pittore era giunto da Milano nel 1592. Aveva 21 anni. Lavora subito, il Merisi, nella bottega di Lorenzo Carli, detto Lorenzo Siciliano, bottega che si trova nei pressi dell’ospedale dei poveri la Consolazione, al limite di Campo Vaccino. L’allievo del milanese Peterzano, dipinge per Lorenzo Siciliano “teste per un grosso l’una et ne faceva tre al giorno” racconta il biografo Giulio Mancini. Là, nella bottega di Lorenzo Siciliano, lavora anche il giovane siracusano Mario Minniti, che diverrà suo modello per la Fuga in Egitto,  per il Suonatore di liuto e per altri quadri di quel periodo. Il Minniti passerà poi con Caravaggio nella bottega di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino. In quella bottega Caravaggio dipinge splendide nature morte, fra cui la famosa Canestra di frutta che Federico Borromeo si porterà a Milano.

      Siamo del 1594, in gennaio, mese in cui s’interrompe bruscamente la collaborazione di Caravaggio col Cavalier d’Arpino. La causa è poco chiara, ma ci dice il Mancini”Fra tanto un calcio di cavallo gonfia la gamba né ne un chirurgo acciò non fusse visto et da un bolttegaro siciliano amico alla Consolazione…”Da queste annotazioni  manoscritte del Mancini si deduce che è il “siciliano bottegaio”, cioè Lorenzo Carli, ad accompagnare l’infortunato Caravaggio all’ospedale della Consolazione, in cui è priore il siciliano Giovanni Butera. Illo Butera commissiona al Caravaggio delle opere, fra cui il Suonatore di liuto. Quadro che Gioacchino Di Marzo ricorda a Catania nella raccolta di Rosario Scuderi Buonaccorsi. E pure di quel periodo è il Bacchino malato (supposto autoritratto). Dopo la malattia, Caravaggio ha i primi rapporti col cardinale Francesco Maria de Monte, quindi è accolto nel palazzo dei Giustiniani e dei Mattei.

      Sono di questo periodo la Santa Caterina, i Bari, la Buona ventura, Giovane con un cesto di frutta, Giuditta e Oloferne, San Giovannino, Maddalena, San Giovanni Battista. E sono ancora di questo periodo le grandi commissioni per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi (San Matteo e l’angelo, Vocazione di San Matteo, Martirio di San Matteo) e per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo (Martirio di San Pietro e Conversione di San Paolo); e ancora: Madonna dei pellegrini  in Sant’Agostino, la Deposizione, la Madonna dei Palafrenieri.

      Ho citato sopra il palazzo Mattei della romana via Castani. Un palazzo, quello, che, parafrasando Calvino chiamerei “dei destini incrociati”. Palazzo dove è stato ospite Leopardi e Stendhal. Ma, prima di questi due scrittori, vi era stato Caravaggio. Nel 1601, il cardinale Gerolamo Mattei e i fratelli Ciriaco e Asdrubale ospitano nel loro palazzo Caravaggio, il quale per loro dipinge la Cena di Emmaus e la Cattura di Cristo.

      Ma nel 1606 è la rottura, la fine di questa stagione di benessere e di fama. E’ il 28 maggio di quell’anno infatti l’episodio della Pallacorda in Campo Marzio, l’uccisione  di Ranuccio Tomassoni da parte di Caravaggio, il quale, a sua volta ferito, è soccorso nel palazzo Colonna da Costanza Sforza Colonna, e quindi, inseguito da “bando capitale”, viene fatto rifugiare tra Palestrina, Zagarolo e Paliano, feudi dei Colonna.

      Nel 1607, guarito, si trasferisce a Napoli. Qui dipinge pale d’altare per confraternite e privati (Le opere di misericordia). Nel luglio del 1607 è nell’isola di Malta, nella capitale La Valletta. Qui dipinge, oltre il San Gerolamo e il Ritratto del cavaliere Alof de Wignacourt, la grande tela della Decollazione di San Giovanni Battista. E firma per la prima volta nel sangue questo suo quadro (Motto cavalleresco ”e sanguine virtutem traho”- vedi riferimento di Verga alla famiglia Trao del Mastro-don Gesualdo).

      E ancora là, a Malta, per il ferimento in uno scontro con un cavaliere di giustizia, Caravaggio è messo in prigione. Fugge dalla prigione e il 6 ottobre 1608 approda a Siracusa. Fugge di notte dal Forte Sant’ Angelo, il Caravaggio, nel bel mezzo di parate, caroselli e clamori per la celebrazione dell’anniversario della battaglia di Lepanto. Riesce a fuggire da quel forte per l’aiuto  dell’ammiraglio della flotta maltese don Fabrizio Sforza, figlio di Francesco e di Costanza Colonna, marchesi di Caravaggio, al cui servizio era stato il “maestro di case” Fermo Merisi, padre di Michelangelo. E’ sempre sotto la protezione degli Sforza e dei Colonna, Michelangelo Merisi, nel borgo Caravaggio, a Milano, a Roma. E’ sempre protetto da principi e cardinali, malgrado il suo porsi nella marginalità, tra ribelli, bande di violenti, prostitute e ragazzi di vita, il suo porsi contro i gesuiti e gli ortodossi pittori controriformati.

      Il 6 ottobre del 1608 Caravaggio approda dunque nel Porto Grande di Ortigia. Aveva viaggiato, confuso in un manipolo di marinai fiamminghi, sulla speronara del raìs Leonardo Greco. Così ci racconta Pino Di Silvestro nel suo romanzo, che poggia su una precisa documentazione La fuga, la sosta. Caravaggio a Siracusa (Rizzoli, 2002). A Siracusa è accolto, Michelangelo Merisi, nel convento dei frati Minori Cappuccini sopra l’Acradina. Dove è curato e amorevolmente assistito dai frati e quindi affidato, come chiede lo Sforza nella lettera raccomandatizia al guardiano padre Raffaele da Malta, a don  Vincenzo Mirabella, musicista e storico di Siracusa. Ed è il Mirabella, il “cavaliere squisito, dall’intelletto concettoso”, come lo definisce Caravaggio in una lettera al cardinale Del Monte, è don Vincenzo a fare da méntore al lombardo nel viaggio, per i vari strati o gironi, nella profondità storica di Siracusa. Viaggio nella contemporanea città controriformista, d’inquisizione e ispanica militarizzazione, di ricchezza e miseria, di religiosità popolare  e di superstizione, fino alla Siracusa della solarità dei templi, dei teatri e degli anfiteatri greci e romani, alla Siracusa delle latomie, fra cui quelle profonde e brulicanti del Paradiso, in cui penosamente lavorano i cordari e in cui è l’Orecchio di Dionisio, nome dato dallo stesso Caravaggio a quel cunicolo scavato nel tufo. E scrive don Vincenzo Mirabella nel suo Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse…:”…avendo io condotto a vedere questa carcere quel pittore singolare dei nostri tempi Michel Angelo da Caravaggio, egli, commiserando la fortezza di quella, mosso da quel  suo ingegno unico imitatore delle cose di natura, disse: Non vedete voi come il tiranno per voler fare un vaso che per far sentir le cose servisse,non volle altronde pigliare il modello che da quello che la natura per lo medesimo effetto fabbricò. Onde si fece questa carcere a somiglianza d’un orecchio”. Ed è ancora il Mirabella a convincere il Senato a commissionare al pittore il grande quadro del Seppellimento di Santa Lucia per la chiesa extra moenia di Santa Lucia al Sepolcro, nell’antica zona dell’Acradina. E’ lui, il Mirabella, che difende il pittore dall’accusa di blasfemia, da parte dell’autorità religiosa, del grasso arcivescovo Saladino, per l’eterodossia iconografica del quadro (la costante eterodossia caravaggesca). In questo quadro, come nella Decollazione del Battista di Malta, è l’ambiente, lo spazio che prevale. I personaggi, clero e fedeli, sono relegati, quasi schiacciati contro l’alta parete di tufo, nella penombra d’una latomia. E il gonfio corpo della  fanciulla, di Lucia, con la testa mozza, è steso a terra e s’intravede tra le quinte in primo piano dei corpacci ignudi di due interratori. I quali sono forse in Caravaggio la memoria lontana di due monatti che sotterrano i corpi del padre Fermo e del nonno Bernardino, morti per la peste in Lombardia del 1576. E nella fanciulla là stesa a terra è forse la memoria della madre Lucia. Il corpo della martire è chiuso tra la piccola schiera degli astanti in pena e i corpacci in primo piano, come dicevamo, di due “manigoldi giganteschi” (Longhi), di due becchini. Sembra questa una scena dell’Amleto, quella del cimitero in cui Ofelia sta per essere seppellita. Ma i due interratori siracusani, facchini di porto o cordari, non possono avere la sofisticata dialettica del becchino shakespeariano. Qui piuttosto lo sguardo è condotto, attraverso le quinte dei due interratori in primo piano, al corpo a terra della santa e quindi, nel centro, al diacono dal drappo rosso e dalla mestissima espressione. E sembra, quello del giovane, il dolore di Caravaggio per la madre morta Lucia. Chissà se Manzoni, ricercando sul cardinal Federico Borromeo, possessore del famoso Canestro di frutta di Caravaggio, non si sia imbattuto in Fermo e Lucia, genitori del pittore, e che con questi due nomi “caravaggeschi” abbia voluto intitolare la prima stesura del 1823 del romanzo che diverrà poi I promessi sposi.

      Scriveva Roberto Longhi nel suo Caravaggio del 1952 che, fra i quadri del pittore in Sicilia, la Sepoltura di Santa Lucia era il più guasto. Questo perché per secoli quel capolavoro era rimasto nell’antica chiesa presso il mare, aggredito dalle intemperie e soprattutto dalla salsedine.Pesantemente ritoccato nell’800 con pretese conservative, il quadro è stato poi più volte restaurato e la penultima volta, prima dell’attuale restauro  a Palermo, nel 1979 nell’Istituto Centrale del Restauro. E il direttore dell’Istituto, Michele Cordaro, un allievo di Brandi, ci dà ragguaglio di questo restauro nel catalogo della mostra del 1984 a Palazzo Bellomo, Caravaggio in Sicilia.

      E scriveva Cesare Brandi il 10 aprile 1977 sul Corriere della sera: “I fedeli caravaggeschi, che oramai sono legione, chiedevano a gran voce che il capolavoro restituito a una nuova vita non fittizia, non torni a marcire nel luogo che l’aveva quasi cancellato.” Ma i frati del convento di Santa Lucia al Sepolcro continuano a reclamare la restituzione del dipinto. Ma i fedeli caravaggeschi, oltre a temere, come Brandi, l’ulteriore deterioramento del quadro, temono altresì che un esperto danaroso e “sensibile” possa commissionare a un picciotto, a un qualche Marino Mannoiaq, il furto del quadro in quella chiesa accessibile come l’oratorio di San Lorenzo di Palermo. Ma scrivevano nel 1996, nel fascicolo Il seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio, Giuseppe Voza e Gioachino Barbera:”…la collocazione del Seppellimento nella sua ubicazione originaria è fuori discussione, malgrado il parere contrario di Cesare Brandi e la presa di posizione di intellettuali  come Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, i quali, in occasione della mostra del 1984, volevano farsi promotori di un appello rivolto alle autorità religiose e politiche regionali  chiedendone la musealizzazione”. Non sappiamo delle autorità religiose, del cardinale di Palermo o del vescovo di Siracusa cosa oggi risponderebbero a quell’appello. Ma sappiamo con certezza della risposta delle autorità politiche  regionali, autorità rappresentate  in Sicilia da Totò Cuffaro e dai suoi assessori alla Regione.   

       Ma torniamo al Seppellimento, a questo capolavoro che ha ispirato alcune mie pagine del libro L’olivo e l’olivastro (Milano, 1994)

      (Lettura del brano)

      A Siracusa sembra che Caravaggio abbia rincontrato il suo antico compagno di bottega a Roma Mario Minniti. Il Minniti si muoveva allora, nella sua attività di pittore, per canali francescani. Il generale dell’ordine era in quel tempo il padre Geronimo Errante, oriundo di Polizzi Generosa, e per questi canali francescani sembra si muova  anche Caravaggio per la Sicilia. Nel dicembre del 1608 lascia Siracusa e va a Messina, dove rimane per otto mesi, fino all’agosto del 1609. Qui ha la prima commissione  dal ricco mercante genovese Giovan  Battista de’ Lazzari, la magnifica Resurrezione di Lazzaro per la chiesa dei Crociferi. Dal Senato ha la committenza de L’Adorazione dei pastori per la chiesa extra muros di Santa Maria della Concezione dei padri Cappuccini. Opere, queste due, oggi nel Museo di Messina, accanto al Polittico di San Gregorio di Antonello.Dipinge ancora per il conte Adonnino la Visione di San Gerolamo, oggi a Worcester, USA. La Salomé con la testa del Battista, oggi nel palazzo Reale di Madrid, L’Annunciazione, oggi a Nancy. E quindi su committenza del barone Nicolao Di Giacomo le Storie della passione di Cristo. E scrive il di Giacomo: “Nota delli quatri fatti fare da me Nicolao di Giacomo: Ho dato la commissione al signor Michiel’Angelo Morigi da Caravaggio di farmi le seguenti quatri: Quattro storie della passione di Gesù Cristo da farli a capriccio del pittore delli quali ne finì uno che rappresenta Christo colla croce in spalla; La Vergine Addolorata e dui manigoldi, uno sona la tromba, riuscì veramente una cosa bellissima, opera pagata onze 46. L’altri tre s’obbligò il pittore portarmeli nel mese di agosto con pagarli quanto si converrà da questo pittore che ha il cervello stravolto”. Di queste committenze del di Giacomo sembra sia  superstite l’Ecce Homo del Palazzo Rosso di Genova. “Ha il cervello stravolto” dice il di Giacomo di Caravaggio. Sì, siamo in questa estrema stagione  siciliana di Caravaggio, di fronte a un uomo dal “cervello stravolto”, siamo di fronte a un uomo mai sereno, in un accentuato momento di dolore e di furore, come se quel nobile genio, avvertisse i passi terribili della conclusione  della sua vicenda umana.

      E un momento di abbandono, di tenerezza lo ha a Palermo, con la Natività o Adorazione dei pastori con i Santi Francesco e Lorenzo, che è stato nell’Oratorio di San Lorenzo fino al 1969. Scrive Roberto Longhi: “L’altro  “Presepio” dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, dipinto dal Caravaggio nel 1609 già sulla via del ritorno, è il meglio conservato (e anche il meglio pulito) dei suoi dipinti siciliani”. E dico qui tra parentesi che è poco credibile la versione di Marino Mannoia del disfacimento della tela appena srotolata. Ma continuo col Longhi : “Ritornando sui suoi passi pare che l’artista quasi voglia rievocare  le vecchie Sacre Conversazioni lombarde. Ma tutte nuove sono le scoperte nei semitoni ombrosi dei due animali del presepio, nel San Giuseppe in giubbetto verde elettrico e nella grande ritrosa della lustra canizie; nell’angelo, di nuovo “bresciano”, ma che spiomba dall’alto come un giglio scavezzato dal proprio peso; nel bambino miserando, abbandonato a terra…” Dopo questo umile, sereno idillio, s’imbarcherà per Napoli (pensiamo dalla Cala, su una speronara). E da lì a Napoli, ancora guai: sulla porta della locanda del Consiglio sarà raggiunto dai sicari  del suo rivale maltese e massacrato di botte. Da Napoli manderà a Roma il suo ultimo messaggio: Il Davide con la testa del Golia (che si crede il suo autoritratto), oggi alla Galleria Borghese. E infine il suo accostarsi a Roma, le sue febbri, la sua morte sulla spiaggia  di Porto Ercole. Così finisce quest’uomo geniale, questa lama di luce vivida che ci ha rivelato la verità del mondo.

                                                      

      Milano, 10 aprile 2006

      Nicolò Messina, Lunaria dietro le quinte

      NICOLÒ MESSINA

      UNIVERSITAT DE GIRONA

      Il mio posto fu per anni su una poltrona davanti al poeta […]

      VINCENZO CONSOLO, Le pietre di Pantalica1 È manifesto il debito di Lunaria con L’esequie della luna di Lucio Piccolo2. Nella Nota che funge da Postfazione al libro,Consolo lo ammette, anzi lo dichiara apertamente e svela anche il processo che da quell’opera l’avrebbe portato al suo cuntu:“Di quella prosa di Lucio Piccolo, de L’esequie della luna s’era innamorato un giovane palermitano, Roberto Andò, voleva farne un’opera teatrale e si rivolse a me per lavorare a quel progetto3. Con lui discussi allora impostazione scenica, soluzioni teatrali,consultai libri e mi trovai poi inevitabilmente di fronte alla scrittura, solitaria avventura, alla creazione cioè di un pianetino 1 CONSOLO, V. (1988: 141): Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori (d’ora in poi Pantalica).2 PICCOLO, L.: «L’esequie della luna», Nuovi Argomenti, N. S. 7-8 (1967): 152-169; nunc:L’esequie della luna e alcune prose inedite, ed. G.[IOVANNA] MUSOLINO, «Acquario», Milano:All’insegna del pesce d’oro, 1996. Si cita dalla princeps, purtroppo infestata di refusi(d’ora in poi Esequie).3 Il progettò si arenò, ma nel 1991 a Gibellina, nella rassegna delle Orestiadi, andò in scena L’esequie della luna, Narrazione fantastica di R. ANDÒ da L. PICCOLO, Musica di F.[RANCESCO] PENNISI. L’opera poetica di Piccolo ha ispirato anche altri allestimenti teatrali,tra cui: Il raggio verde… o dell’esequie della luna, di Ninni BRUSCHETTA (con Pino Censi);Cerchio di melodie per Lucio Piccolo, di e con Pino CENSI, prodotto dal Centro Culturale Mobilità delle Arti e rappresentato al Teatro Comunale di Marsala il 14 ottobre 2004 e al Teatro Quadro di Città Giardino (Siracusa) il 15 e il 16 dello stesso mese.180 indipendente che, come quello di Piccolo, ruotasse attorno a Leopardi”4. Il processo scrittorio fu cosí di contaminatio ed amplificatio di varie fonti: non solo Piccolo e la fonte comune a Piccolo e Consolo, il Leopardi dell’Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno5 e di tanti altri indimenticabili Idilli lunari, ma anche, indietro nel tempo, e con una citazione letterale, l’Ariosto della luna meta del “protoastronauta” Astolfo6.Il sempre puntuale Cesare Segre –in un saggio di Intrecci di voci– registra con precisione i non pochi passi in cui Lunaria riecheggia L’esequie. Perciò stesso, per il dettaglio, basterà rimandare a questo studio, sia per trovarci la collatio delle due opere,sia per derivarne un regesto delle consonanze7. Di piú; da par suo, efficacemente, Segre tiene anche ad indicare dove e come Consolo va oltre: il sogno, si direbbe, non solo sognato, ma per giunta rappresentato del Vicerè, quale persona, cioè latinamente ‘maschera’, attore. Si scorge, insomma, nel cuntu l’ombra di Calderón de la Barca, ma in buona compagnia, viene da aggiungere,di Pirandello: un La vida es sueño che approda a Sei personaggi o piuttosto all’apparente delirio di un Enrico IV8.Milano: Mondadori (1996: 134). Si cita da ambedue le edizioni: il primo rimando sarà a Lunaria1, il secondo (tra parentesi) a Lunaria2.5 Registrato con i titoli Il sogno (1819) e Spavento notturno (1826); in ultimo, finito acefalo tra i Frammenti (XXXV, 1835 e infine XXXVII, 1845). Del cadere degli astri Leopardi si era occupato anche nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (capp. IV e X).6 ARIOSTO, L.: Orlando furioso, XXXIV, 73, 3-8 in Lunaria, pp. 47-48 (67). Per la presenza lunare nella letteratura, non solo italiana, ben a proposito TRAINA, G. (2001: 73), Vincenzo Consolo, «Scritture in corso», Fiesole (Firenze): Cadmo, rimanda alla documentata recensione di H.[ÉCTOR] BIANCIOTTI, «Vincenzo Consolo de la Sicile à la Lune», Le Monde (22 aprile 1988), ora in versione tradotta in Nuove Effemeridi, VIII, 29 (1995: 107-109).7 SEGRE, C. (1991: 87-102): «Teatro e racconto su frammenti di luna», in Id., Intrecci di voci.La polifonia nella letteratura del Novecento, «Einaudi Paperbacks 214», Torino: Einaudi.Il saggio è, insieme a quello proemiale, l’unico inedito tra i dieci che compongono la raccolta e sembra perciò scritto ex professo per Intrecci.8 Pirandello s’intravede d’altronde in almeno due passi dietro una parafrasi o citato direttamente.Da un lato, cfr. Lunaria, p. 48 (68): «Hai guardato nello squarcio, anche tu hai visto dietro le scene del teatro?» e PIRANDELLO, L. (1973: 467) Il fu Mattia Pascal, cap.XII (Tutti i romanzi, ed. G. MACCHIA, con la collab. di M.[ARIO] COSTANZO, I, «i Meridiani»,Milano: Mondadori): «Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che 181 Tuttavia, ciò detto, per questo nostro curiosare dietro le quinte di Lunaria (e en passant per chiarire il senso del titolo e l’oggetto di queste pagine), preme qui e subito sottolineare come quest’opera sia nel corpus di Consolo soltanto l’espressione letteraria più risolta del riconoscimento del magistero di Piccolo, ma certo non l’unico suo atto di riconoscenza. Ci si limiterà così ad alcune manifestazioni –precedenti e successive a Lunaria– di quella che si potrebbe definire con il Contini esegeta di Montale «una lunga fedeltà»9. È una fedeltà10 che si materializza in una fitta rete di giochi intertestuali: in primo luogo, naturalmente, Consolo-Piccolo (però al riguardo le cose andrebbero per le lunghe, sarebbe esteso il terreno da dissodare e al momento non ne verrebbero che intuizioni impressionistiche, nulla di fondato e verificabile), ma anche Consolo-Consolo, quindi una intertestualità tutta interna alla sua prosa e i cui segni è dato intravedere chiari dove subito chiunque frugherebbe, nel trittico Il barone magico di Le pietre di Pantalica11, ma anche meno evidenti nella storia del capolavoro consoliano, Il sorriso dell’ignoto marinaio12.Di fatto, Lucio Piccolo sembra in Consolo una presenza carsica:una sorta di corrente che affiora, scompare, riaffiora. Visto dall’osservatorio del Sorriso, che è quasi una trincea dalla quale si rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.» Dall’altro, in Lunaria, pp. 60-61 (83): «“allunga un formidabile calcio alla giara, che rotola giú per il sentieruolo tra le grida di tutti. Poi si sente il fracasso della giara che si spacca urtando contro un albero”.» è citazione virgolettata dell’intera didascalia della scena finale di PIRANDELLO, L.: ’A giarra (1916) e La giara (1925).9 CONTINI, G. (1974): Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino: Einaudi.10 La frequentazione è cosí ricordata in Pantalica, p. 141: «Il mio posto fu per anni su una poltrona davanti al poeta, che sedeva con le spalle alla finestra sempre chiusa, anche d’estate (la luce filtrava fioca nella sala attraverso le liste della persiana). Lì, due, tre volte la settimana si faceva “conversazione”, ch’era un lungo monologo di quell’uomo che “aveva letto tous les livres”, come scrisse Montale, ch’era un pozzo di conoscenza,di memoria, di sottigliezza, di ironia.» E piú avanti, p. 149: «Lo frequentai per tanti anni,fino a quando non decisi di lasciare la Sicilia. Ma ogni volta che ritornavo nell’Isola, non mancavo d’andare a trovare il poeta.»11 Pantalica, pp. 133-1a49.12 Un profilo dei momenti chiave del decantarsi dell’opera in (mihi liceat): MESSINA, N.: «Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», Quaderns d’Italià 10 (2005: 113-126).182 spera –da editori– di uscire indenni, il filo rosso di Il barone magico si dipana dall’ipòstasi unica dell’omonimo, cronologicamente alto, articolo su L’Ora13 al più basso trittico di Pantalica, e tra il primo punto e l’altro s’incrocia e s’intreccia con il farsi del dettato multiforme del libro che impose Consolo all’attenzione generale.In principio, dunque, è l’articolo apparso su L’Ora con quattro inediti del barone di Calanovella, tra cui proprio un frammento delle Esequie14. Il testo viene recuperato, sfoltito e tesaurizzato ad altro fine, ora decisamente commemorativo15, in quel dattiloscritto intitolato Carte per gioco, che rappresenta un seme non destinato a germogliare, un rogetto di cui costituisce il «Terzo Tempo – Magico (o poetico)»: la terza carta, allora, come le altre,non certo ‘ludica’, ‘per celia’, nuga o nugella, ma à jouer, to play,13 CONSOLO, V. (1967: 9).14 Il quarto degli inediti, intitolato esattamente «Esequie della luna» e presentato come:«Balletto in tre tempi di Lucio Piccolo di Calanovella per le musiche di Emanuele d’Astorga », è un brano del «II Tempo: Fantastico o Conventuale», con limiti testuali: «[…] era lei che scivolava sullo smalto delle fronde delle muse […] tutt’altro che una giovinetta,–aprile calmo già insediato– tra la malvetta e il garofano.», che qualche mese dopo (luglio – dicembre) si sarebbe potuto leggere in Esequie, pp. 165-166, di cui aiuta peraltro a emendare due refusi: foses [p. 165] : fosse; suricolari [p. 166] : auricolari. L’idea del balletto è carezzata e perseguita da Piccolo, il quale era buon conoscitore dei più noti compositori primonovecenteschi e ambiva a far musicare la sua operetta da Gian Francesco Malipiero, il suo preferito. Da ultimo, cfr. TEDESCO, N.: «I versi di Lucio Piccolo come armonie musicali. Così la poesia diventò politonale», La Repubblica, ed. Palermo (Mercoledì 27 luglio 2005): XIII: «[…] alla formazione di Piccolo concorrono gli studi musicali che egli intraprese e portò avanti fino ad un certo punto della sua vita: la scrittura di un testo liturgico, un Magnificat, di stile malipieriano, a detta di Gioacchino Lanza Tomasi, mescolava interessi per epoche diverse. A questo proposito, va tenuto presente il particolare rapporto di studio che nel tempo egli istituì con alcuni musicisti degli anni Dieci, Venti e Trenta, precisamente con Alfredo Casella, Ildebrando Pizzetti, Goffredo Petrassi, Franco Alfano e in particolar modo con Gian Francesco Malipiero le cui opere quasi tutte possedeva. Quel Malipiero che curò Monteverdi, altro interesse musicale del poeta nostro che leggeva e rileggeva l’Orfeo. Ma il rapporto con Malipiero si svolse oltre questi anni iniziali e a questo compositore si pensò per mettere in musica le “Esequie della luna”, forse per il ricordo dei “Poemetti lunari” del 1918 del musicista veneziano.In una lettera a Gioacchino Lanza Tomasi […], per la verità Lucio accenna pure alla possibilità che il balletto venga musicato da Sylvano Bussotti.» Si noti inoltre che Emanuele d’Astorga è il musicista siculo-spagnolo studiato da Chino Martinez, protagonista del consoliano Lo spasimo di Palermo (Milano: Mondadori, 1999).15 Basta leggere la dedica: «In ricordo del barone/ Lucio Piccolo di Calanovella/ autore dei Canti Barocchi», curiosamente quasi identica (unica variante: «In ricordo del cavaliere ecc.») a quella di «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti, N. S., n. 15

      (1969: 161-174). Il testo avrà allora nella morte di Piccolo (26 maggio 1969) e nella prima uscita del Sorriso (luglio-settembre 1969) i suoi termini a quibus.183 quindi da ‘giocare’ ed ‘eseguire’, da ‘recitare’ come un copione o ‘suonare’ come uno spartito, nel quale a Piccolo si attaglia il felicissimo pseudonimo di «barone Merlino», un hapax rimasto purtroppo tale. La prima di queste Carte sarebbe il Sorriso della lezione di Nuovi Argomenti [1969], aumentata però dell’«Antefatto»a tutti noto e della prima delle due Appendici del futuro capitolo I («Primo Tempo – Narrativo»). La seconda consiste invece in una serie già programmaticamente16 grezza di materiali documentari diretti e indiretti: certificati, bollettini, stralci di pamphlets contemporanei alla strage di Alcara Li Fusi e ai suoi postumi («Secondo Tempo – Storico»), cioè all’evento storico catalizzatore delle dinamiche del Sorriso17.Il progetto di Carte per gioco, però, non si realizza e, con un buon margine di approssimazione, è dato supporre che nel frattempo (fine di questi anni Sessanta – prima metà anni Settanta)Consolo dovesse riprendere e sviluppare in quel che sarà il capitolo II del Sorriso gli appunti sparsi delle pagine iniziali di un primo Quaderno in cui lo spazio scenico è Cefalù, con il Duomo e lo scampanio delle sue chiese, il fervore della marina, e in primo piano si prospetta l’arrivo di un naviglio (un S. Bartolomeo che si trasformerà poi in S. Cristoforo) e con una zoomata non si scorge però Enrico Pirajno, come i lettori del Sorriso si aspetterebbero,ma un tale marinaio Onofrio Palomara (sic, sarà poi ribattezzato Giovannino), l’accompagnatore del deuteragonista Giovanni Interdonato, nascosto sotto le mentite spoglie del mercante Gaetano Profílio. Insomma, è proprio la carrellata d’apertura di L’albero delle quattro arance (cap. II). Allora, con la conoscenza che si ha adesso del libro, posto che questo Quaderno tramanda, in una 16 Non è da escludere. Risale agli anni Sessanta-Settanta il sorgere dell’attenzione consoliana per i tedeschi del Gruppo 47, gli «analitici» Hans Magnus Enzensberger, Alexander Kluge ed altri, di cui lo scrittore aveva dovuto leggere pagine sul Menabò vittoriniano (9, 1966) e nelle traduzioni dei primi anni Settanta. Cfr. la testimonianza diretta in CONSOLO,V. (1993: 49): Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, «Interventi / 7», Roma: Donzelli, ed anche C.[ARLA] RICCARDI, «Inganni e follie della storia », in PAPA, E. (ed.) (2004: 91), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni.17 Nel regesto dei testimoni dell’edizione critico-genetica del Sorriso il dattiloscritto è stato denominato Ds 11.184 lezione di getto che sarà solo lievemente ritoccata, il celeberrimo passo in cui Consolo descrive il sorriso dell’inquietante marinaio incontrato sulla nave dal Mandralisca nell’ouverture del cap. I, è come se nel magma creativo iniziale le materie narrative dei futuri primi due capitoli non fossero decantate, si confondessero e non fossero ancora esattamente delineate le sequenze temporali interne del Sorriso (il prima e il poi, i protagonisti, le motivazioni delle due scene marinare, dei due viaggi Lipari-Cefalù: l’uno poi fissato al 1852 e l’altro al 1856). Ed è, volando d’ipotesi in ipotesi,come se questo fosse il possibile incipit del libro, con un Interdonato destinato da Consolo ad arrivare a Cefalù, non a portare al Mandralisca il dono della Kore, ma a “consegnargli” il ritratto di Antonello, per mitigare le pene e le furie della fidanzata Catena Carnevale o, con maggiore fondamento testuale, a regalargli il nettare delle Eolie, giacché l’Autore titola i due attacchi: «I / La Malvasia» e «Capitolo I / –La malvasia di Lipari–»18.Un secondo affioramento di Piccolo nella storia del Sorriso è rappresentato dalle quasi “prove di penna”, non piú di un flash di avvio di stesura di un quid indefinito in cui si presagisce l’incipit di una rimembranza del poeta, forse un articolo commemorativo,o qualcosa di simile, a giudicare dalla possibile datazione dei due Quaderni in cui le note albergano insieme alle attestazioni autografe superstiti, nel primo, dei futuri capitoli III Morti sacrata,IV Val Dèmone, V Il vèspero e di interpolazioni del cap. I; e, nel secondo, dei capitoli IV e VI Lettera di Enrico Pirajno a Giovanni Interdonato19. Negli appunti volanti si accenna al primo incontro Piccolo – Sciascia avvenuto a Villa Vina di Capo d’Orlando, dimora dei Calanovella, nel giorno capitale della celebrazione della prima messa in italiano (7 marzo 1965)20.18 Il Quaderno è stato registrato con la sigla Ms 1. I due avvii sono traditi rispettivamente dai ff. 3 e 4.19 I cosiddetti Ms 3 e Ms 4 potrebbero precedere la stessa ed. Manusè del 1975 e, in forza del tenore di questi appunti, datarsi post 1965 (la messa) e 1969 (26 maggio, morte di Piccolo). Cfr. MESSINA, N. «Per una storia …» cit., p. 124.20 In particolare, i due autografi riportano rispettivamente, Ms 3, f. 17v, un primo appunto:«Data cambio di liturgia (dal latino in italiano) – 7 marzo (domenica) 1964 [sic]./ —/185 Il fiume qui –siamo nella prima metà degli anni Settanta– si risommergerebbe per sfociare, da un lato, e prima, in quel chiaro omaggio che è Lunaria, con tutta l’intenzione di emulare L’esequie e l’ambizione di voler trasformare in atto quel che in potenza sarebbe nella prosa piccoliana. Qua e là, infatti, nel testo che per il poeta è «relazione» e «racconto»21, ma anche «balletto»22, si scorgono quasi delle didascalie da canovaccio da rappresentare:Ora sarebbe utile che non fossero più le parole a cercar di far muovere il Vicerè, ma che si muovesse lui da sè medesimo.[Esequie, p. 155].La narrazione del Villano viene immaginata come la proiezione d’una lanterna magica dell’ottocento23: disegni a mano, colori d’ametiste, di rubini, di zaffiri e di topazi simili a quelli delle corone nei racconti di fate.La descrizione verrà quindi fatta in quadri. [Ib., p. 160].La [scl. la luna] si può rappresentare come quei disegni infantili:un cerchio la faccia e semplici linee gli arti. [Ib., p. 161].La Fontana della Nocera è in centro, ma la visione o scenario si è molto ampliata, si scorgono aie, casali, vallette, ecc. [Ib.,p. 161].Dall’altro lato, e poi, Piccolo rispunta nel trittico di Le pietre di Pantalica, piú volte citato, che adatta e ingloba l’articolo di presentazione degli inediti e lacerti del necrologio firmato da Consolo per lo stesso giornale24, e in cui non poche sono le spie Incontro Piccolo – Sciascia / dopo 16 secoli che nella [ex abrupto explicit]»; f. 20, un secondo appunto: : «Il Era il giorno del 196 [spazio intenzionato], domenica, la prima domenica in cui si celebra la messa in italiano, dopo [explicit]»; e Ms 4, f. guardia 1v, altri due appunti: «7 marzo 1965 -/ 1ª domenica di [q]Quaresima// // È il giorno in cui si celebra per la prima volta dopo – – – – – – secoli, la messa in italiano. [explicit]». Cfr.Pantalica, p. 142: «L’incontro di Piccolo con Sciascia avvenne una domenica, il primo giorno in cui, dopo secoli, nelle chiese si celebrava la messa in italiano».21 Esequie, pp. 166 e 169.22 Cosí vengono definite L’esequie in CONSOLO, V. (1967: 9).23 Sarebbe un chiaro anacronismo, se il riferimento non s’intendesse come un inciso didascalico.24 CONSOLO, V. «Con Lucio Piccolo a Capo d’Orlando. Ricordo del poeta scomparso», L’Ora (Martedì 27 – Mercoledì 28 Maggio 1969). In particolare, vi si rimemora l’ultimo incontro avuto con Piccolo nel quale il barone racconta un aneddoto di risonanze iberiche: «L’ho 186 intertestuali con il Sorriso25, in una dinamica di autocitazioni che fa venire in mente la scrittura e i modi di contaminatio musicale di un Bach. Solo qualche esempio. Si collazionino:Sulla destra, vicino a una finestra, tre poltrone di broccato e velluto controtagliato dai braccioli consumati attorno a un avolinetto.Al muro, un monetario siciliano di ebano e avorio;piú in là, un grande tavolo quadrangolare con le gambe a viticchio e con sopra panciuti vasi Ming blu e oro, potiches verdi e bianche, turchesi e rosa della Cocincina, draghi, galli e galline di Jacobpetit. Di fronte, sulla sinistra, una grande vetrina con dentro preziose ceramiche ispano-sicule, di Deruta, di Faenza.Negli angoli, colonne con sopra mezzibusti di antenati. Sopra le porte che si aprivano verso il resto della casa, medaglioni del Màlvica, bassorilievi in terracotta incorniciati da festoni di fiori e di frutta a imitazione dei Della Robbia. E ancora, per tutte le pareti, ritratti a olio di antenati o quadretti a ricamo o fatti dalle monache coi fili di capelli. [Pantalica, p. 141].e:Il salone del barone Mandralisca aveva quasi ormai l’aspetto d’un museo. I monetarî d’ebano e avorio, i comò Luigi sedici, i canapè e le poltrone di velluto controtagliato, i tondi intarsiati,i medaglioni del Màlvica26, tutto era stato rimosso e ammassato nell’ingresso e nello studio, lasciando sopra la seta delle pareti i segni chiari del loro lungo soggiorno in quel salone. Restavano solo le consolle coi piani di peluche che sostenevano vasi di Cina blu e oro, potiches verdi e bianche, turchesi e rosa della Cocincina.E porcellane di Meissen e Mennecy, le frutta d’alabastro,visto, l’ultima volta, nello scorso aprile. Mi diceva di un suo recente viaggio a Roma,ultima grande avventura di un uomo che viveva nella solitudine. Mi raccontò del suo incontro con Rafael Alberti<:> “In un primo momento il poeta spagnolo era diffidente.Sentiva in me l’odore dei miei terribili antenati Moncada. Ma quando cominciammo a parlare di poesia spagnola, quando si accorse che conoscevo ed amavo la poesia spagnola,allora ci intendemmo”./ Mi parlò di altre cose, di molte altre cose. Mi disse ancheche non stava molto bene, la salute non andava bene. E vidi, per la prima volta, sul suo volto, una incrinatura di tristezza».25 Per la piú facile accessibilità, si cita da Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni 193», Milano: Mondadori, 2004 (d’ora in poi Sorriso), riedizione dell’ultima licenziata dall’A.: Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, «Scrittori italiani», Milano:Mondadori, 1997.26 Nella sua edizione scolastica del Sorriso (Torino-Milano: Einaudi-Elemond Scuola, 1995:18, n. 74), Giovanni TESIO annota cosí: «il barone Giuseppe Màlvica che, sotto il patrocinio di Ferdinando I, fondò nel 1781 una fabbrica di maioliche artistiche, in località La Rocca di Palermo, sulla strada che conduce a Monreale.»187 fagiani chiocce e gallinacci di jacob-petit27, orologi di bronzo dorato e fiori di cera sotto campane di vetro. [Sorriso, p. 18].Nella descrizione degli ambienti principali delle case dei due baroni sono singolari le coincidenze, dovute forse alla presenza di analoghi arredi in certe dimore patrizie. Ma come escludere che gli interni ideali di Palazzo Mandralisca possano essere stati modellati da Consolo sull’immagine realmente sperimentata del salone della Villa dei Piccolo?E ancora si confronti:Mi favoleggiava del libro28 Lucio Piccolo, e di grandi che per quelle contrade erano passati lasciando impronte, segni poetici e regali.Come Ruggero il Normanno che, dopo vittoriosa battaglia contro i saraceni, lascia per voto al convento di Fragalà il suo stendardo.O Federico di Svevia, che al castello de’ Lancia, in Brolo, ama Bianca e genera Manfredi (“biondo era e di gentile aspetto”). E Piccolo chiedeva: «Non nota lei, non nota che da queste parti aleggia ancora il vento di Soave?» [Pantalica, p. 145].con:Al castello de’ Lancia, sul verone29, madonna Bianca sta nauseata30.Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce31. Federico confida al suo falcone Deonomastico, dal nome del creatore di queste porcellane. Diversa (jacobpetit) la lezione delle edd. 1995, 1976, 1975 e dei Dss 4, 3 e 2. Identica a quella di Pantalica ( Jacobpetit), la lezione dell’ed. 1969.28 Si tratta di C.[ARLO] INCUDINE, Naso illustrata. Storia e documenti di una civiltà municipale (1882), rist. anast., Milano: Giuffrè, 1975.29 Lemma poetico per antonomasia. L’eco leopardiana risuona chiara, e. g.: D’in su i veroni del paterno ostel lo / Porgea gli orecchi al suon della tua voce (A Silvia, 19). Lo sguardo di Bianca si perde nell’orizzonte vuoto per l’assenza e la lontananza del suo innamorato.Il sospiro, reazione tra le piú umane in simili circostanze, sarà pure e comunque, per i personaggi qui coinvolti, da ricondurre tra i topoi dei canti di se parazione e lontananza di quel tempo e luogo. Tra tutti, e piú consono a quel particolare ambiente cortese,come non ricordare: Già mai non mi conforto / nè mi vo’ ralegrare; / le navi sono al porto / e vogliono collare di Rinaldo d’Aquino, o: O dolze mio drudo, e vatène dello stesso Federico II?30 Bianca Lancia d’Agliano, di cui si è invaghito Federico II Hohenstaufen, ha le nausee tipiche della gravidanza: porta in grembo Manfredi, il monarca con il quale soccomberà il progetto di unità e afferma zione imperiale del padre.31 Citazione dantesca. Nel ventre di Bianca si agita il frutto del seme di Federico II, per Dante il terzo ed ultimo monarca svevo (Soave, Soàvia <Schwaben ‘Svevia’). Cfr. Par.3,118-20: Quest’è la luce della gran Costanza / Che del secondo vento di Soave <Enrico VI> / Generò il terzo e l’ultima possanza.32 È nota la passione dell’imperatore per la caccia al falcone, tanto da essere considerato autore del Tractatus de arte venandi cum avibus. O Deo, come fui matto quando mi dipartivi là ov’era stato in tanta dignitate E sí caro l’accatto e squaglio come Nivi…33 [Sorriso, pp. 6-7].A quanto si vede, i luoghi sono propizi alle rievocazioni poetiche,nella fattispecie due-trecentesche, e Consolo e Piccolo s’incontrano sul sintagma dantesco.Gli echi interessano anche la toponomastica delle due opere:Qui era un tempo la città antica d’Agatirno, una delle città lungo questa costa che, coi loro nomi comincianti in A (Abacena,Alunzio, Apollonia, Amestrata, Alesa…) fanno pensare ai primordi,alle origini della civiltà. [Pantalica, p. 147].Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni,fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni34. [Sorriso, p. 7].I due brani sembrano postulare un rapporto  bidirezionale: da antiquiore a recenziore e viceversa, se si considera che l’ultimo ne varietur consoliano sostituisce nel Sorriso del ventennale [1997]all’originaria coppia Alunzio – Calacte quella Alunzio – Apollonia derivata da Pantalica35.33 È la canzone fridericiana Oi lasso! non pensai di cui si citano alcuni versi della st. 3(ed. Panvini, XLIII, 12,21-25). L’attribuzione è però incerta (Panvini 1962), perché i mss discordano: per il Vaticano Latino 3793 l’autore sarebbe Rugierone di palermo, per il Laurenziano-Rediano 9, Rex Federigo.34 Non può passare inosservato che alcuni di questi toponimi volteggiano anche in una delle tirate finali del Viceré. Cfr. Lunaria, p. 61 (84): «Dov’è Abacena, Apollonia, Agatirno,Entella, Ibla, Selinunte? Dov’è Ninive, Tebe, Babilonia, Menfi, Persepoli, Palmira? Tutto è maceria, sabbia, polvere, erbe e arbusti ch’hanno coperto i loro resti. Malinconica è la storia.» È l’orizzonte da terra desolata di tante altre pagine consoliane, in cui la civiltà soccombe ciclicamente alla forza della natura e alle aggressioni autodistruttive dell’uomo.Si rileggano almeno quelle del Cap. I del Sorriso con “cerniera” testuale Quindi Adelasia,regina d’alabastro [pp. 10-11].35 Per l’esattezza, il binomio è Alunzio e Calacte nelle edd. 1995, 1987, 1976, 1969, nelle bozze dell’ed. 1975 e nei dattiloscritti preparatori denominati Dss 4, 3, 2. La lezione preferita dall’ed. 1997 e confermata da quella del 2004, oltre a concordare con la serie di Pantalica, p. 147, sembra quasi rispondere alla sollecitazione implicita nel commento di G. TESIO, ed. cit., p. 6, n. 9: «Fantastici e stranianti suonano anche i nomi sonori dei luo189 Concludendo, in questo fugace scrutare dietro le quinte di Lunaria,l’opera senz’altro più piccoliana di Consolo, si sono intraviste tracce del decantarsi della commemorazione piú compiuta del poeta, il trittico di Pantalica, e ne sono stati anche rilevati i punti che hanno forse avuto piú a che vedere con la storia del Sorriso.Ora, stando alla nostra incompleta escussione dei documenti del Fondo Consolo, di questo trittico, del suo farsi, non si può dire che, oltre quelle indicate, emergano altre pezze d’appoggio testimoniale. Tuttavia, sorprese, si sa, non se ne possono escludere,nell’assoluto ecdotico. E nel relativo consoliano, lo scrigno delle carte del Fondo personale milanese può sempre riservarne,sorprese, a chi erto possa e sappia guardarci dentro, Catharina et Vincentio faventibus36.ghi evocati, ai quali l’occhio sognante del Mandralisca si abbandona (tutti nomi, tranne uno, curiosamente inizianti con la prima lettera dell’alfabeto).» Non sono da escludere però, insieme al riuso del segmento di Pantalica, l’omaggio da parte dell’A. all’erudizione enciclopedica del Mandra lisca, ma anche la parodia della meticolosità e precisione scientifiche e un po’ pedanti di chi, come il protagonista, tutto vede e ripone nella sua memoria come volumi ben ordinati sugli scaffali della propria biblioteca. E cosa c’è di piú ordinato di un elenco alfabetico? Qui forse basterebbe solo il ritocco di una doppia inversione: Abacena e Agatirno, Alesa e Alunzio, Apollonia…, che però avrebbe soppresso l’effetto del doppio settenario suggerito dai binomi prescelti.36 Ancora un’altra manifestazione di fedeltà si può scorgere nello scritto consoliano che accompagna l’edizione del centenario della nascita del poeta: PICCOLO, L. (2001): Canti barocchi e Gioco a nascondere, Milano: Scheiwiller, in cui si puntano di nuovo le luci sul ritratto del 1967.190

      BIBLIOGRAFIA
      CONSOLO, V. (1967): «Il barone magico. Quattro inediti di Lucio Piccolo, il poeta siciliano dei “Canti barocchi”, presentati da Vincenzo Consolo », L’Ora, Libri, Venerdì 17 febbraio: 9.CONSOLO, V. (1969): «Con Lucio Piccolo a Capo d’Orlando. Ricordo del poeta scomparso», L’Ora, Martedì 27 – Mercoledì 28 Maggio. CONSOLO, V. (1969): «Il sorriso dell’ignoto marinaio», Nuovi Argomenti,N. S., n. 15 [luglio-settembre]: 161-174.CONSOLO, V. (1985): Lunaria, «Nuovi Coralli 365», Torino: Einaudi; «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1996.CONSOLO, V. (1988): Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori.CONSOLO, V. (1993): Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, «Interventi / 7», Roma: Donzelli. CONSOLO, V. (1995): Il sorriso dell’ignoto marinaio, ed. commentata a cura di TESIO, G., intr. SEGRE, C., «Letteratura del Novecento», Torino-Milano: Einaudi-Elemond Scuola. CONSOLO, V. (2004): Il sorriso dell’ignoto marinaio, «Oscar classici moderni 193», Milano: Mondadori [riedizione di Il sorriso dell’ignoto marinaio. Romanzo, «Scrittori italiani», Milano: Mondadori, 1997].CONTINI, G. (1974): Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino:Einaudi.MESSINA, N. (1998): «Consolo e il teatro. Fra contributo bibliografico e cronaca teatrale», in ESPINOSA CARBONELL, J. (ed.), El teatro italiano.Actas del VII Congreso Nacional de Italianistas (València, 21-23 octubre de 1996), València, Universitat de València, pp. 437-46.MESSINA, N. (2005): «Per una storia di Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo», Quaderns d’Italià 10: 113-126.Nuove Effemeridi (1995): Rassegna trimestrale di cultura, Anno VIII, 29[Palermo: Guida].PICCOLO, L. (1967): «L’esequie della luna», Nuovi Argomenti, N. S. 7-8:152-169. Nunc: L’esequie della luna e alcune prose inedite, ed. MUSOLINO,G., «Acquario», Milano: All’insegna del pesce d’oro, 1996.PICCOLO, L. (2001): Canti barocchi e Gioco a nascondere, Milano:Scheiwiller.191 RICCARDI, C. (2004): «Inganni e follie della storia», in PAPA, E. (ed.), Per Vincenzo Consolo. Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo (Siracusa, 2-3 maggio 2003), San Cesario di Lecce: Manni,pp. 81-111.SEGRE, C. (1991): «Teatro e racconto su frammenti di luna», in ID., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, «Einaudi Paperbacks 214», Torino: Einaudi, pp. 87-102.TEDESCO, N. (1986): Lucio Piccolo, «la figura e l’opera», Marina di Patti (Messina): Pungitopo.TEDESCO, N. (2003): Lucio Piccolo. Cultura della crisi e dormiveglia mediterraneo,«Gli autori e le opere», Caltanissetta: Sciascia, 2ª ed.TEDESCO, N. (2005): «I versi di Lucio Piccolo come armonie musicali.Così la poesia diventò politonale», La Repubblica, ed. Palermo, Mercoledì 27 luglio: XIII.TRAINA, G. (2001): Vincenzo Consolo, «Scritture in corso», Fiesole (Firenze):