Forme della visione nel Sorriso dell’ignoto marinaio.


Giulio Ferroni Università La Sapienza

La lingua di Vincenzo Consolo sembra come scavare la realtà,
sfidandone la sostanza fisica, l’evidenza visiva, la materia pullulante
che la costituisce: e il capitolo iniziale de Il sorriso dell’ignoto
marinaio, subito dopo la sintesi dell’ Antefatto si muove subito
in due direzioni essenziali, verso l’apertura “geografica” e storica
su di vastissimo ambiente fisico e umano, con la visione della
Sicilia che il Mandralisca ha dalla nave che si avvicina, e verso la
presa in carico del dolore umano, con il «rantolo» del malato, il
cavatore di pomice di Lipari, che sorge dal buio della stessa nave.
È un vero e proprio “quadro”, in cui l’eco di quel lacerante dolore
sembra come sovrapporsi allo svelarsi e al progressivo definirsi
del paesaggio, che quella lingua a forte caratura “poetica” sembra
come voler catturare nella densità delle presenze che lo abitano:
con un’espressività che si addensa intorno alle cose, che mira a
rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione
nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricità
pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti
fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi
e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che
li serrano).
Il primo circostanziato segno visivo, dopo la più indefinita
rivelazione della «grande isola», è costituito dai «fani sulle torri
della costa», con i loro colori e l’incerto oscillare della loro luce
(«erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci
»). Dopo questa prima apertura l’attenzione ritorna all’interno
del bastimento, sembra come ritrarsi nel buio, nel fragore delle
acque e nel cigolio delle vele squassate dal vento che avevano segnato
il percorso notturno della nave e nel presente silenzio del
«mare placato e come torpido», lacerato dal «respiro penoso» e dal
«lieve lamento» del malato. Questo respiro suscita l’immagine del
corpo sofferente, dei «polmoni rigidi, contratti», delle contrazioni
della «canna del collo», della «bocca che s’indovinava spalancata»:
s’indovinava, appunto, perché questa visione di dolore è solo
intuita, non vista; quello che il Mandralisca vede è solo «un luccichio
bianco che forse poteva essere di occhi». Ma proprio a partire
da questo bianco che sinistramente viene a fendere il buio,
la visione viene ad allargarsi verso il cielo ed ancora verso i fani
sopra le torri, che ora definiscono più nettamente il loro aspetto
ed evocano i nomi dei feudatari:
“Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte,
i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i
lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangersi di
tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella,
del Lauro e Gioiosa, del Brolo…”.
La serie dei nomi fa sì che dall’ultimo appaia improvvisamente
uno squarcio di un passato, con l’immagine di una dama affacciata
sul «verone», ma in posa molto realistica, lontana da ogni stilizzazione
cortese: è Bianca de’ Lancia di Brolo, che ha in grembo
Manfredi, figlio di Federico II e che ha la nausea e i contorcimenti
della gravidanza («Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna
Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte»): è Federico
II, evocato in termini danteschi (il «vento di Soave», da Paradiso,
III) ad aver segnato le sue viscere, è il suo seme ad agire
nervosamente sul suo corpo («il vento di Soave la contorce»); e da
tutto si svolge la parola stessa dell’imperatore, con la citazione di
versi che si immaginano rivolti direttamente al falcone, strumento
essenziale della sua passione per la caccia. Ma ancora, dopo la
citazione, lo sguardo si apre sulla costa, verso le città sepolte, che
non ci sono più ma che sono vagheggiate dall’avidità conoscitiva,
dal gusto storico ed archeologico del barone:
“Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano
Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle
quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni,
fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una
moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente
vaghi, suoni, sogni”.
Ma questo pensiero alle città sepolte, all’improbabile ipotesi di
un loro ritorno alla luce, riconduce poi il Mandralisca alla certezza
della tavoletta «avvolta nella tela cerata» che stringe al petto e
in cui sente persistere gli odori della bottega dello speziale che
gliel’ha venduta. Ma poi questi odori sono sopraffatti da quelli
che ormai provengono da terra, come il buio è sopraffatto ormai
dalla luce («svanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono»):
e ciò porta finalmente alla visione del malato e della donna che
lo assiste e lo soccorre. Da questa visione scaturisce poi la voce
che designa il male dello sventurato; e solo dopo la voce si rivela
la figura dell’ignoto marinaio, col suo «strano sorriso sulle
labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro,
di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce
del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e
da un moto continuo di pietà». Il sorriso dell’ignoto marinaio è
insomma affidato soprattutto allo sguardo (di uno che molto sa
e molto ha visto); la descrizione si appunta sui suoi occhi («E gli
occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia»);
e anche se è vestito come un marinaio, a guardarlo si evidenzia
tutta la sua stranezza («in guardandolo, colui mostravasi uno strano
marinaio») e la forza penetrante della sua «vivace attenzione».
E dopo aver parlato dei cavatori di pomice di Lipari e delle loro
malattie, l’ignoto sorride, mentre il barone si chiede dove mai
l’aveva già visto e, sotto il suo sguardo, vede balenare dentro
di sé le immagini dei cavatori di pomice, del loro duro lavoro e
della loro sofferenza, sotto cui si nascondono ed emergono altre
immagini, quelle per lui consuete dei molluschi che studia e
colleziona e dei volumi degli studi ad essi dedicati, il tutto come
sottoposto ancora allo sguardo criticamente ironico del marinaio.
Si tratta di una formidabile serie di passaggi visivi, segnati da
questo sguardo che tocca il personaggio sconosciuto e che da lui
si svolge: passaggi che toccano le immagini che sorgono dentro
la coscienza stessa del barone e che, pur se solo interne a lui,
egli sente come scrutate e indagate dal marinaio, che gli sembra
addirittura leggere i titoli di quei libri, ironizzando sulla futilità di
quelle così minute ricerche:
Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione.
Quel sorriso sembra come suscitare il senso di colpa del ricco
intellettuale e amateur, per le sue così marginali predilezioni,
confrontate con la dura realtà dei cavatori di pomice. Ma a questo
punto si sentono i clamori e i rumori dell’ancoraggio, dell’arrivo
ad Olivèri, che fa sorgere un nuovo, vastissimo sguardo all’affollato
paesaggio che pullula sulla riva; sguardo che si svolge a partire
dalla luce che dal sole sorgente riceve la rocca in alto, per scendere
giù fino agli splendori mattutini della spiaggia, alle presenze
animali, alle barche immobili come relitti; distesa visione da cui
balenano ancora le immagini di un passato sepolto, del crollo
dell’antica città, dei «tesori dispersi» vagheggiati dal barone. E poi
ancora uno sguardo indietro, ad una scena del passato, ancora
ad una donna del medioevo, Adelasia (o Adelaide) di Monferrato,
la moglie giovanissima del sessantenne Ruggero I e fondatrice
di un convento a Patti, nei pressi di Tindari, la cui figura, fissata
nell’«alabastro» di un sarcofago, sembra aver atteso impassibile
la rovina del convento, e infine l’immagine del santuario della
madonna nera: «sopra la rocca, sull’orlo del precipizio, il piccolo
santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa chiusa
nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle,
d’acquemarine, l’impassibile Regina, la muta Sibilla, líbico èbano,
dall’unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro,
l’argento di tre gigli». Dopo la discussione col «criato» Sasà, la
spinta visiva si rivolge allo sciamare dei pellegrini che si affollano
per scendere dalla nave, alle offerte e agli ex-voto che essi portano
con sé: e tra di essi viene come centrata ancora la figura del
cavatore malato e della moglie che lo accompagna. Al barcone
che raccoglie i pellegrini che scendono dalla nave fa poi come
da pendant la «speronara» che porta via marmi antichi e piante
di agrumi e si allontana dalla riva, passando sotto il veliero da
dove la osserva il Mandralisca («ebbe modo così di osservare
a suo piacimento»); e infine, dopo la riflessione (appoggiata su
una citazione in corsivo da un testo del Landolina) si ritorna alla
visione dei pellegrini, che stanno salendo in processione verso il
santuario; dal loro canto si svolge improvvisamente quello osceno
di una ragazza che è nel barcone, tra i pellegrini scesi dal
veliero, fermata dalla madre che nella concitazione lascia cadere
in acqua una testa di cera.
La successione e i passaggi continui di dati visivi, intrecciati a
più riprese a dati sonori, vengono a creare, in questo avvio del
romanzo, una sorta di disteso movimento panoramico, in continui
passaggi tra campi lunghi e primi piani, formidabili zoomate
che procedono attraverso distensioni e concentrazioni della parola.
Lo sguardo di Consolo, quello del barone Mandralisca, quello
dell’ignoto marinaio (che, sappiamo è lo stesso della tavoletta di
Antonello e di Giovanni Interdonato), sono come animati da una
tensione a “vedere” che tocca le grandi distese dello spazio, la
vita che variamente si muove in esse, e mette a fuoco non solo
ciò che vi è direttamente visibile, ma anche il peso di quanto
esse hanno alle spalle, ciò che sono state, nel passato storico e
biologico: la visione coglie l’esistere che si distende, il suo carico
di presenze, di memorie, di suggestioni, l’agitazione che lo
sommuove, l’offerta che esso sembra fare di sé, l’ostinazione e la
volontà di vita che lo corrode, il suo stesso disperdersi e consumarsi
nell’aria.
Se si attraversa tutto il romanzo, emerge in piena evidenza
l’intreccio e l’essenzialità dei dati visivi, fissata del resto già nello
stesso riferimento del titolo alla tavola di Antonello. In questa
dominante della visività, è determinante la disposizione ad allargarne
i confini: il volto e il sorriso dell’individuo effigiato dal pittore
sono il punto di irradiazione di una apertura verso i grandi
spazi, verso una moltiplicazione delle presenze e delle evidenze.
Consolo “vede” la Sicilia come un grande corpo brulicante di
vita, esuberante, malsano, appassionato, lacerato, ne vuol rendere
conto come di una totalità; cerca di comprenderne il senso
afferrandone un’evidenza visiva che in ogni squarcio sembra
voler rivelare la densità, la fascinazione e la tremenda rovinosa
disgregazione del tutto, di un insieme di corpi che vi annaspano,
vi soffrono, vi si espandono, vi si mostrano.
La disposizione di Consolo a seguire l’evidenza degli slarghi
che si presentano all’occhio agisce del resto in modo vigoroso anche
nella sua scrittura saggistica, nei suoi larghi percorsi sul territorio
siciliano (in primis ne Le pietre di Pantalica). Qui nel Sorriso
un altro eccezionale squarcio d’insieme è quello su Cefalù, a cui
l’Interdonato si avvicina entrando in porto con il San Cristoforo,
all’inizio del capitolo secondo. Si comincia con la visione dell’affollarsi
di barche nel porto, salendo poi verso le case più vicine:
“Il San Cristoforo entrava dentro il porto mentre che ne uscivano
le barche, caicchi e, coi pescatori ai remi alle corde vele reti lampe
sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami,
dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata
di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati;
altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi
altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi, acuti e tondi, fori
che s’aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie
moccichini sventolanti”.
Poi l’obiettivo si muove rapidamente al polo opposto, concentrandosi
sulla rocca lassù in alto e scendendo poi più lentamente
sulle torri del duomo, che addirittura sembrano generate dalla
rocca stessa:
“Sopra il subbuglio basso, il brulicame chiassoso dello sbarcatoio
e delle case, per contrasto, la calma maestosa della rocca,
pietra viva, rosa, con la polveriera, il tempio di Diana, le cisterne
e col castello in cima. E sopra la bassa fila delle case, contro
il fondale della rocca, si stagliavano le due torri possenti del
gran duomo, con cuspidi a piramidi, bifore e monofore, soffuse
anch’esse d’una luce rosa sì da parere dalla rocca generate,
create per distacco di tremuoto o lavorio sapiente e millenario
di buriane, venti, acque dolci di cielo e acque salse corrosive di
marosi”.
Si torna poi all’agitazione furiosa del porto per la pesca abbondante,
alla gara delle barche per piazzarsi «sul filo giusto dei sessanta
passi», allo sbattere delle imposte e ai bagliori del sole che
si distende poi su di un ampio spazio geografico, slargando verso
le località della costa, con un gioco di immagini (il palpitare «a
scaglie» della luce sulla costa) che riconduce dentro il duomo, ai
dorati mosaici del Pantocratore:
“Tanta agitazione era per le pesche abbondanti di quei giorni.
Si diceva di cantàri e cantàri di sarde sàuri sgombri anciove,
passata portentosa di pesce azzurro per quel mare che manco i
vecchi a memoria loro rammentavano.
E venne su la febbre, gara tra flotta e flotta, ciurma e ciurma,
corsa a chi arrivava primo a piazzarsi sul filo giusto dei sessanta
passi. E gara tra famiglie, guerra. Smesso lo sventolio dei
pannizzi, il vociare, si chiusero le imposte con dispetto. I vetri
saettarono bagliori pel sole in faccia, orizzontale, calante verso
la punta là, Santa Lucia, e verso Imera Solunto l’Aspra il Pellegrino”.
Quando più tardi l’Interdonato scende dalla nave, si para in
modo più diretto davanti a lui e al ragazzo che l’accompagna il
pulsare della «gran vita» della città, delle diverse figure umane,
con il loro muoversi affaccendato, su cui echeggiano i segni sonori
del lavoro di chi non si vede, che è intento all’opera nel buio
degli interni:
“Discesi che furono sullo sbarcatoio, passata la Porta a Mare,
imboccarono la strada detta Fiume. Giovanni era eccitato e divertito
per la gran vita che c’era in questa strada: carusi a frotte
correndo sbucavano da strada della Corte, da Porto Salvo, da
Vetrani, da vanelle, bagli e piani, su da fondaci interrati, giù da
scale che s’aprivano nei muri e finivano nel nulla, in alto, verso
il cielo; vecchi avanti agli usci intenti a riparare rizzelle e nasse;
donne arroganti, ceste enormi strapiene di robe gocciolanti in
equilibrio sopra la testa e le mani puntate contro i fianchi, che
tornavano dal fiume sotterraneo, il Cefalino, alla foce sotto le
case Pirajno e Martino, con vasche e basole per uso già da secoli
a bagno e lavatoio. Sui discorsi, le voci, le grida e le risate, dominavano
i colpi cadenzati sopra i cuoi dei martelli degli scarpari,
innumeri e invisibili dentro i catoi.
Il mercatante, come dal San Cristoforo allo spettacolo dello sbarcatoio,
guardava dappertutto estasiato e sorrideva”.
E una Cefalù distesa e panoramica ritorna ancora, più avanti,
nello studio del barone visitato dall’Interdonato, nella copia della
pianta della città del secentesco Passa fiume, «ingrandita e colorata,
eseguita su commissione del barone dal pittore Bevilacqua»:
“La citta era vista come dall’alto, dall’occhio di un uccello che
vi plani, murata tutt’attorno verso il mare con quattro bastioni
alle sue porte sormontati da bandiere sventolanti. Le piccole
case, uguali e fitte come pecore dentro lo stazzo formato dal
semicerchio delle mura verso il mare e dalla rocca dietro che
chiudeva, erano tagliate a blocchi ben squadrati dalla strada
Regale in trasversale e dalle strade verticali che dalle falde scendevano
sul mare. Dominavano il gregge delle case come grandi
pastori guardiani il Duomo e il Vescovado, l’Osterio Magno, la
Badia di Santa Caterina e il Convento dei Domenicani. Nel porto
fatto rizzo per il vento, si dondolavano galee feluche brigantini.
Sul cielo si spiegava a onde, come orifiamma o controfiocco,
un cartiglione, con sopra scritto CEPHALEDUM SICILIAE URBS
PLACENTISSIMA. E sopra il cartiglio lo stemma ovale, in cornice
a volute, tagliato per metà, in cui di sopra si vede re Ruggero
che offre al Salvatore la fabbrica del Duomo e nella mezzania di
sotto tre cefali lunghi disposti a stella che addentano al contempo
una pagnotta”.
La visione dello stemma con i tre cefali dà poi luogo ad un
vero e proprio corto circuito con una visione precedente, quella
di una «guastella» gettata in mare dal ragazzo che accompagna
l’Interdonato e rapidamente divorata da un branco di cefali; e da
qui sorge una riflessione “politica” su Cefalù, la Sicilia, la speranza
del superamento della feroce lotta per la vita e di un trionfo
dell’eguaglianza, della solidarietà, della ragione:
“L’Interdonato, alla vista dello stemma, si ricordò della guastella
buttata dentro l’acqua da Giovanni e subito morsicata dai cefali
del porto. La sua mente venne attraversata da lampi di pensieri,
figure, fantasie. Stemma di Cefalù e anche di Trinacria per via
delle tre code divergenti, ma stemma universale di questo globo
che si chiama Terra, simbolo di storia dalla nascita dell’uomo
fino a questi giorni: lotta per la pagnotta, guerra bestiale dove
il forte prevale e il debole soccombe… (Qu’est-ce-que la propriété?)
… Ma già è la vigilia del Grande Mutamento: tutti i cefali
si disporranno sullo stesso piano e la pagnotta la divideranno
in parti uguali, senza ammazzamenti, senza sopraffazioni animalesche.
E cefalo come Cefalù vuol dire testa; e testa significa
ragione, mente, uomo… Vuoi vedere che da questa terra?…”.
In un romanzo successivo come Nottetempo casa per casa si
aprono altri squarci eccezionali su Cefalù e dintorni, che sembrano
seguire un movimento che attraversa lo spazio casa per casa
e ne coglie l’effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi
in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione
dell’onomastica geografica e topografica, che viene come ad addensare
in sé la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici,
esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre
che lo abitano. Nello stesso romanzo il capitolo IV, La torre, apre
anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi
dal protagonista Petro, venuto a partecipare ad una manifestazione
socialista: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici,
storici, si mescolano i dati “moderni” delle insegne pubbliche e
della pubblicità e poi quelli delle scritte dei cartelli di un corteo
(mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un
nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi più
definiti dati geografici).
Lì, come nel Sorriso, e nelle stesse pagine che abbiamo citato,
i nomi costituiscono un strumento più determinante della resa
espressiva: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi,
di forte sostanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che
emergono da un passato ancestrale o nomi legati al più dimesso
fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell’esperienza popolare,
nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall’invasione della
modernità, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti più distruttivi
e perversi. L’elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico
più diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce
soprattutto nell’ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti
improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il
linguaggio viene così forzato in una doppia direzione, sia costringendolo
ad immergersi verso un centro oscuro, verso l’intimità
delle cose e dell’esperienza, verso il fondo più resistente e cieco
della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone
l’orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo
appunto a “vedere” la distesa più ampia dell’ambiente e a
farsi carico della sua stessa densità storica, di quanto resta in esso
di un lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro.
Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don
Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia
del padre, la disperata follia della sorella Lucia), il Petro di
Nottetempo si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di
tutto «nomi di cose vere, visibili, concrete», nomi che egli scandisce
come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da
cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un
rinominare capace di trarre alla luce una realtà non ancora contaminata
dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere
dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realtà
senza pieghe dolorose, in un nuovo flusso sereno della vita e del
tempo:
“E s’aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete.
Scandì a voce alta: «Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo.
Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna.
Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza.
Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…» scandì come a
voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento
in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si
svolgeva serena, sereno il tempo” (IV, La torre).
Si noti qui come nell’elencazione, che la punteggiatura fissa
in una sorta di forma pura, i vari nomi si succedano a gruppi,
riferiti a diversi settori d’esperienza, secondo una progressione
che va dalla solidità elementare della terra al richiamo aereo del
volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilità dell’arcobaleno.
Nel Sorriso, peraltro, nel capitolo sesto, rivolgendosi
all’Interdonato nel presentare la sua Memoria sui fatti d’Alcàra Li
Fusi, il Mandralisca rifletteva sulla lingua e sull’«impostura» della
scrittura e proiettava verso il futuro l’utopia di «parole nuove»,
vere anche per gli esclusi dal linguaggio colto, per coloro che
non hanno avuto ancora la possibilità di comprendere le parole
della moderna democrazia:
“E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libertà, Egualità,
Democrazia, riempiamo d’esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi,
pandette, costituzioni, noi, che quei valori abbiamo già conquisi
e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati
dal Tiranno o dall’Imperatore, dall’Austria o dal Borbone. E gli
altri, che mai hanno raggiunto i dritti più sacri e elementari, la
terra e il pane, la salute e l’amore, la pace, la gioia e l’istruzione,
questi dico, e sono la più parte, perché devono intender quelle
parole a modo nostro? Ah, tempo verrà in cui da soli conquisteranno
quei valori, ed essi allora li chiameranno con parole
nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perché i
nomi saranno interamente riempiti dalle cose”.
Ma sappiamo (e ce lo mostrerà il Petro di Nottetempo) che forse
la piena solidarietà tra i nomi e le cose si dà solo nella fantasia
del ritorno alla loro origine, nell’utopia della letteratura, di quella
scrittura che certo tradisce la vita col suo dolore e con la sua
evidenza, ma che sola cerca di dirla e di “vederla”, più a fondo
possibile.


Irene Romera Pintor (coord.)
Editores: Generalidad Valenciana = Generalitat ValencianaConselleria de Cultura, Educació i Esport : Universidad de Valencia = Universitat de València
Año de publicación: 2007
Recoge los contenidos presentados a:Vincenzo Consolo: punto de unión entre Sicilia y España. Los treinta años de “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1. 2006. Valencia).

    Migrazione, la civiltà come arte della fuga

    Il muro di acciaio che venne eretto a Padova nell’agosto del 2006 per dividere il quartiere degli immigrati dalle zone residenziali

    Il muro di acciaio che venne eretto a Padova nell’agosto del 2006 per dividere il quartiere degli immigrati dalle zone residenziali

    Mondo globale. La storia e il mito insegnano: sono sempre i fuggiaschi a creare nazioni e culture. Il Mediterraneo coi suoi millenari movimenti migratori lo dimostra. E gli italiani, popolo migrante, dovrebbero capirlo piu’ degli altri. Achei, dori, italioti furono tutti popoli esiliati ma capaci di costruire nuovi mondi e nuovi assetti di convivenza etnica. L’esempio dell’Islam in Sicilia a partire dal IX secolo d.C. Una fioritura davvero prodigiosa che lasciò tracce indelebili. Tutta la storia moderna della penisola dopo l’Unità fu segnata dallo sradicamento di milioni di individui trapiantati altrove.

    Addio città
    un tempo fortunata, tu di belle
    rocche superbe; se del tutto Pallade
    non ti avesse annientata, certo ancora
    oggi ti leveresti alta da terra.
    (Euripide, Le Troiane)

    Presto, padre mio, dunque: sali sulle mie spalle,
    io voglio portarti, né questa sarà fatica per me.
    Comunque vadan le cose, insieme un solo pericolo
    una sola salvezza avrem l’uno e l’altro. Il piccolo
    Iulio mi venga dietro, discosta segua i miei passi la sposa.
    (Virgilio, Eneide)

    Questi versi di Euripide e di Virgilio vogliamo dedicare ai fuggiaschi di ogni luogo, agli scampati di ogni guerra, di ogni disastro, a ogni uomo costretto a lasciare la propria città, il proprio paese e a emigrare altrove. Sono dedicati, i versi, agli infelici che oggi approdano, quando non annegano in mare, sulle coste dell’Europa mediterranea, approdano, attraverso lo stretto di Gibilterra, a Punta Carmorimal, Tarifa, Algesiras; approdano, attraverso il canale di Sicilia, nell’isola di Lampedusa, di Pantelleria, sulla costa di Mazara del Vallo, Porto Empedocle, Pozzallo… La storia del mondo è storia di emigrazione di popoli – per necessità, per costrizione – da una regione a un’altra.

    Nel nostro Mediterraneo, nella Grecia peninsulare, gli Achei li’ emigrati nel XIV secolo a.C. danno origine alla civiltà micenea che soppianta la civiltà cretese, che a sua volta viene offuscata dalla migrazione dorica nel Peloponneso. Con questi greci cominciò, nel XII secolo a.C. la grande espansione colonizzatrice nelle coste del Mediterraneo – in Cirenaica, nell’Italia meridionale (Magna Grecia), in Sicilia, Francia, Spagna. La colonizzazione greca in Sicilia, dove vi erano già i Siculi, i Sicani e gli Elimi, avvenne con organizzate spedizioni di emigranti, di fratrie, comunità di varie città – Megara, Corinto, Messene… – che sotto il comando di un ecista, un capo, tentavano l’avventura in quel Nuovo Mondo che era per loro il Mediterraneo occidentale. In Sicilia fondarono grandi città come Siracusa, Gela, Selinunte, Agrigento, convissero con le popolazioni già esistenti, assunsero spesso i loro miti e riti, stabilirono pacifici rapporti, per molto tempo, con la fenicia Mozia e con l’elima Erice. Ma non vogliamo qui certo fare – non sapremmo farla – la storia dell’emigrazione nell’antichità’. Vogliamo soltanto dire che l’emigrazione è fra i segni più forti – oltre quelli delle guerre, delle invasioni – della storia.

    Segno forte l’emigrazione, della storia italiana moderna. “Dall’Unita’ d’Italia (1860) non meno di 26 milioni di italiani hanno abbandonato definitivamente il nostro Paese. È un fenomeno che, per vastità, costanza e caratteristiche, non trova riscontro nella storia moderna di nessun altro popolo”. Questo scrive Enriquez Agnoletti, in un numero speciale dedicato all’emigrazione, nella rivista “Il Ponte”, rivista fondata da Piero Calamandrei. Sull’emigrazione nel Nuovo Mondo esiste, sappiamo, una vasta letteratura storico-sociologica, documentaria, ma anche una letteratura letteraria. Il racconto “Dagli Appennini alle Ande”, del libro Cuore di Edmondo De Amicis, è il piu’ famoso. E anche, dello stesso autore, “Sull’oceano”. Meno famoso è invece il poemetto Italy di Giovanni Pascoli; “Sacro all’Italia raminga” ne è l’epigrafe.

    A Caprona, una sera di febbraio,

    gente veniva, ed era gia’ per l’erta,

    veniva su da Cincinnati, Ohio.

    Vi si narra, nel poemetto, di una famigliola toscana, della Garfagnana, che ritorna dall’America per la malattia della piccola Molly. Nella poesia compare – ed è la prima volta nella letteratura italiana – il plurilinguismo: il garfagnino dei nomi, lo slang della coppia e l’inglese della bambina.

    Non era allora solo nelle Americhe l’emigrazione, essa avveniva anche, e soprattutto dal Meridione d’Italia, dalla Sicilia, nel Magreb, in Tunisia particolarmente. Questa emigrazione comincia nei primi anni dell’Ottocento, ed è di fuoriusciti politici. Liberali, giacobini e carbonari, perseguitati dalla polizia borbonica, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: “Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti”. In Tunisia si fa esule anche Garibaldi. La grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento per la crisi economica che colpì le regioni meridionali. Si stabilirono, questi emigranti sfuggiti alla miseria, alla Goletta, a Biserta, Susa, Monastir, Mahdia, nelle campagne di Kelibia, di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Alla Goletta, a Tunisi, in varie altre città dell’interno, v’erano popolosi quartieri chiamati “Piccola Sicilia” o “Piccola Calabria”. Si aprirono allora scuole, istituti religiosi, orfanotrofi, ospedali italiani. La preponderante presenza italiana in Tunisia, sia a livello popolare che imprenditoriale, fece sì che la Francia si attivasse con la sua sperimentata diplomazia e con la sua solida imprenditoria per giungere nel 1881 al trattato del Bardo e qualche anno dopo alla Convenzione della Marsa, che stabilivano il protettorato francese sulla Tunisia. La Francia cominciò così la politica di espansione economica e culturale in Tunisia, aprendo scuole gratuite, diffondendo la lingua francese, concedendo, su richiesta, agli stranieri residenti, la cittadinanza francese. Frequentando le scuole gratuite francesi, il figlio di poveri emigranti siciliani Mario Scalesi divenne francofono e scrisse in francese Les poemes d’un maudit, fu così il primo poeta francofono del Magreb. Anche sotto il Protettorato l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna (vediamo come la storia dell’emigrazione, nelle sue dinamiche, negli effetti, si ripete). Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera dei deputati. Visita le regioni dove vivono le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria vilta’, abbandonandovi alla vostra sorte”.

    La fine degli anni Sessanta del secolo scorso, nell’Italia dell’industrializzazione, del cosiddetto miracolo economico, della crisi del mondo agricolo e insieme della nuova emigrazione di braccianti dal Sud verso il Nord industriale, del Paese e dell’Europa, quella fine degli anni

    Sessanta segna la data fatidica dell’inversione di rotta della corrente migratoria nel Canale di Sicilia. Segna l’inizio di una storia parallela, speculare a quella nostra. Di siberie, di campi di lavoro, di mondi concentrazionari, di oppressione di popoli a causa di regimi totalitari o coloniali sono stati i tempi da poco trascorsi. Tempi vale a dire in cui l’umanità’, per tre quarti, è stata prigioniera, incatenata all’infelicità’. E le siberie hanno fatto si’ che il restante quarto dell’umanità’, al di qua di mura o fili spinati, vivesse felicemente, nello scialo dell’opulenza e dei consumi si alienasse. Ma dissoltesi idolatrie e utopie, crollati i colonialismi, abbattute le mura, recisi i fili spinati, sono arrivati i tempi delle fughe, degli esodi, da paesi di mala sorte e mala storia, verso vagheggiati approdi di salvezza, di speranza. Ed è il presente – un presente cominciato gia’ da parecchi anni – un atroce tempo di espatri, di fughe drammatiche, di pressioni alle frontiere del dorato nostro “primo” mondo, di movimento di masse di diseredati, di offesi, di oltraggiati.

    Da ogni Est e da ogni Sud del mondo, da afriche dal cuore sempre più di tenebra, da sudameriche di crudeltà pinochettiane si muovono oggi i popoli dei battelli, dei gommoni, delle navi-carrette, dei containers, delle autocisterne, carovane di scampati a guerre, pulizie etniche, genocidi, fame, malattie. Fugge tutta questa umanità dolente ed è preda ancora dei criminali del traffico di vite umane, sparisce spesso nei fondali dei mari, nelle sabbie infuocate dei deserti, come detriti di una immane risacca finisce sopra scogli, spiagge desolate o anche fra i vacanzieri stesi al sole per abbronzarsi. Non vogliamo andare lontano, non vogliamo dire del muro di acciaio eretto al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, ma dire di qua, del confine d’acqua che separa l’Europa da ogni Sud del mondo, dire del Mediterraneo e della bella Italia, del suo Adriatico e del suo Canale di Sicilia. Tante e tante volto le carrette di mare provenienti dall’Albania, dalla Tunisia o dalla Libia, carrette stracariche di disperati, si sono trasformate in bare di ferro nei fondali del mare, bare di centinaia di uomini, di donne, di bambini, a cui, come all’eliotiano Phlebas il Fenicio, “una corrente sottomarina / spolpò l’ossa in dolci sussurri” (T. S. Eliot, Morte per acqua, in La terra desolata). E finiscono anche i corpi degli annegati nelle reti dei pescatori siciliani… E si potrebbe continuare con le cronache di tragedie quotidiane, di una tragedia epocale che riguarda i migranti, le non-persone che cercano di entrare nella vecchia Italia, nella vecchia Europa della moneta unica, delle banche e degli affari. Vecchia soprattutto l’Italia per una popolazione di vecchi.

    “Ci troviamo oggi tra un mare di catarro e un mare di sperma” ha detto icasticamente il poeta Andrea Zanzotto. E la frase-metafora vuole dire di quanto ciechi noi siamo a voler continuare a sguazzare nel nostro mare di catarro e a voler scansare quel mare di vitalità che è arricchimento: fisiologico economico, culturale, umano… Scansare o eludere quell’incontro o incrocio di etnie, di lingue, di religioni, di memorie, di culture, incrocio che è stato da sempre il segno del cammino della civiltà. Respingiamo l’emigrazione dal terzo o quarto mondo erigendo confini d’acciaio con leggi e decreti, come la vergognosa legge italiana sull’emigrazione che porta il nome dei deputati di estrema destra Bossi e Fini, insorgendo con nuovi e nefasti nazionalismi, con stupidi e volgari localismi, con la xenofobia e il razzismo, con la cieca criminalizzazione del diseredato, del diverso, del clandestino. A partire dal 1968, sono tunisini, algerini, marocchini che approdano sulle coste italiane. Approdano soprattutto in Sicilia, a Trapani, si stanziano a Mazara del Vallo, il porto dove erano approdati i loro antenati musulmani per la conquista della Sicilia. In una notte di giugno dell’827 d.C., una piccola flotta di Musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egiziani, Siriani, Libici, Magrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furat, partita dalla fortezza di Susa, attraversato il braccio di mare di poco piu’ di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara. Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta l’isola, da occidente fino a oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. I Musulmani in Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni dei Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della Chiesa, dei monasteri, i Musulmani trovano una terra povera, desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i Musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. Rifiorisce l’agricoltura, la pesca, l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo piu’ grande che si opera durante la dominazione musulmana è lo spirito di tolleranza, la convivenza tra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Il grande storico dell’800 Michele Amari ci ha lasciato La storia dei Musulmani di Sicilia, scritta, dice Vittorini, “con la seduzione del cuore”. Il ritorno infelice è il titolo del saggio del sociologo Antonino Cusumano, in cui tratta dell’emigrazione magrebina in Sicilia, a partire dal 1968, come sopra dicevamo.

    Sono passati quarant’anni dall’inizio di questo fenomeno migratorio. Da allora, nessuna previsione, nessuna progettazione, nessun accordo fra governi, fino a giungere all’emigrazione massiccia, inarrestabile di disperati che fuggono dalla fame e dalle guerre, emigrazione che si è

    cercato di arginare con metodi duri, drastici, violando anche quelli che sono i diritti fondamentali dell’uomo. Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di detenzione nei cosiddetti Centri di permanenza temporanea, che sono dei veri e propri lager, di fronte a ribellioni, fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame e gesti di autolesionismo, si rimane esterrefatti. Ci tornano allora in mente le parole che Braudel riferiva a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari”.

    l’Unità del 18 settembre 2007
     Vincenzo Consolo

    Per Pio La Torre



    “Noi fummo i leoni e i gattopardi, dopo di noi verranno le iene e gli sciacalli.” Dice il principe di Salina a Chevalley, l’inviato del nuovo governo italiano, che gli offriva il laticlavio, la nomina a senatore. Ma il principe di Salina ignorava o voleva ignorare che le iene e gli sciacalli, i don Calogero Sedara, erano nati e cresciuti, si erano ingrassati nelle terre, nei feudi dei suoi pari, dei nobili, mentre loro, i feudatari, se ne stavano nei loro palazzi di Palermi a passare il tempo tra feste e balli. Vogliamo dire che la mafia dei gabellati, dei soprastanti e dei picciotti, mafia che sfruttava e opprimeva i braccianti, era nata là, nel latifondo, nel feudo, in quel sistema economico che durava da più di mille anni. Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, ignorava questo?
    In quell’Ottocento post-unitario al governo italiano arrivavano sempre più spesso notizie di assassini, di stragi in Sicilia, nelle campagne e nei paesini dei feudi. Nel 1975 si promosse la prima inchiesta parlamentare sulla mafia in Sicilia. Ma i risultati furono quasi nulli perché tutti gli interrogati negavano l’esistenza di quella organizzazione criminale. Nel 1876 viene pubblicata l’inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino, un piemontese e un toscano, nella quale si parlava della specificità  siciliana della malavita organizzata, della mafia. Insorsero allora le anime belle di intellettuali, che sentirono quell’inchiesta come una offesa alla Sicilia. Luigi Capuana scrisse un pamplet per contestare l’inchiesta dei due studiosi, servendosi della definizione che della mafia dava il grande etnologo Giuseppe Pitrè per il quale la parola maffia era sinonimo di bellezza, di eleganza. Bellezza ed eleganza che opprimeva, sfruttava, uccideva. Per la prima volta, nel 1863, si rappresenta il legame tra mafia e potere politico nella commedia di Rizzotto e Mosca, I Mafiusi di La Vicaria, in cui il personaggio dell’Incognito che visita nel carcere di Palermo i mafiosi è nella realtà Francesco Crispi.
    Quando arriva anche in Sicilia il messaggio del Socialismo, iniziano i primi scioperi dei contadini, degli zolfatari. E inizia la repressione delle forze dell’ordine. I carabinieri sparano contro i dimostranti, imprigionano. Avviene nel 1893 la strage di Caltavuturo. Andrea Barbato, capo dei Fasci Siciliani, viene imprigionato. Ingrao, nonno di Pietro Ingrao, è costretto a scappare e a rifugiarsi nel Lazio. Con l’avvento del fascismo e l’andata in Sicilia del prefetto Mori, il prefetto di ferro, la mafia si occulta, si immerge. “Calati Juncu ca passa la china”, piegati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso. La verità è che i due poteri mafiosi, fascismo e mafia, non potevano coesistere. Il giunco, la mafia, si rialza, si fa più potente che mai con lo sbarco degli americani nel 1943 in Sicilia. Renato Candida, nel libro L’esercito della lupara, ci racconta che Lucky Luciano, scarcerato in America, viene portato in Sicilia e fatto incontrare con don Calogero Vizzini, il potente capo mafia di Villalba.
    Fatto è che i primi sindaci nei paesi dell’interno della Sicilia, nominati dagli americani, sono quasi sempre mafiosi. E sono loro che reprimono le prime lotte contadine del secondo dopoguerra, sono loro che comandano ai picciotti di assassinare capilega, sindacalisti, contadini. Nel 1947, sappiamo, avvenne la strage di Portella della Ginestra.

    Fu la mafia, sappiamo, a sparare per mano della banda di Salvatore Giuliano, e insieme furono i fascisti del comandante di Salò Giulio Valerio Borghese, a sparare contro i contadini che festeggiavano il primo maggio, nella spianata di Portella, intorno alla pietra di Barbato. È da partigiano nel Piemonte Pompeo Colaianni prende il nome di Barbato, e del partigiano Barbato ci dice Beppe Fenoglio nel Partigiano Jhonny. Le due mafie – fascismo e mafia – si ritrovano a Portella concordi nell’uccidere, nel massacrare i proletari.
    Nel secondo dopoguerra è una sequela terribile di assassini di capilega, di sindacalisti, contadini. Ricordiamo fra tutti i nomi di Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale (dell’indomita forza e dignità della madre di Salvatore, Francesca Serio, ci racconta Carlo Levi in Le parole sono pietre).
     Il nome di Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni quelli, del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni delle terre incolte per l’attuazione della riforma agraria, l’assegnazione ai contadini di “fazzoletti” di terra nei feudi dei Gattopardi. È La Torre che vogliamo qui oggi commemorare nel 25° anniversario della sua morte, del suo assassinio. Era nato nel I92l in una contrada alla periferia di Palermo, Rocca Tagliata. Figlio di contadini, era riuscito a laurearsi in scienze politiche. Nel 1947 diviene dirigente prima della Confederterra, poi della CGIL e quindi delle PCI. Nel 1950 è arrestato e tenuto in carcere per un anno e mezza, arrestato di aver organizzato l’occupazione da parte dei braccianti e dei contadini senza terra del feudo di Santa Maria del Bosco, nei pressi di Bisacquino. Nel 1962 diviene segretario regionale della CGIL e quindi segretario regionale del partito. Fa parte anche del comitato centrale del PCI. Nel 1969 è chiamato a Roma per incarichi nella commissione agraria e in quella meridionale. Entrerà quindi nella segreteria nazionale della PCI su proposta di Enrico Berlinguer.

    Nel 1981, mentre è deputato a Montecitorio, torna in Sicilia e assume la carica di segretario regionale del partito. Toma perché sente che sono tre grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base missilistica americana nell’aeroporto di Comiso. Ci sono manifestazioni davanti a quell’aeroporto, vi si accampano giovani pacifisti giunti la da ogni parte di Europa, giovani che vengono puntualmente caricati e malmenati dalla polizia. Pio La Torre raccoglie un milione di firme in calce a una petizione al governo il cui presidente era allora Giovanni Spadolini. Con il suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre mette in allarme molte centrali: del crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. L’aeroporto di Comiso oltre a dover contenere i missili atomici delle rampe fisse avrebbe anche contenuto quelle mobili, che si sarebbero mosse per tutta la Sicilia. L’impegno suo nell’affrontare tutti questi problemi, mafia, destabilizzazione, pericolo atomico, fa maturare nel potere criminale la decisione di eliminarlo. Una terribile stagione quella dell’inizio degli anni ’80 in cui la mafia uccide presidenti di regione, ufficiali dei carabinieri, commissari di polizia, magistrati, giornalisti. La mattina del 30 aprile 1982 Pio La Torre esce di casa e sale sulla macchina guidata dall’autista Rosario Di Salvo. Dopo pochi metri di strada, in via Generale Turba, tre motociclisti si affiancano alla macchina e sparano, sparano, massacrando i due uomini, La Torre e Di Salvo. Gli esecutori del massacro, si saprà poi, sono Salvatore Cucuzza, Pino Greco e Giuseppe Lucchese. Ma non si sa ancora oggi chi sono stati i mandanti. Giorgio Frasca Polara scrive: “in un dischetto del computer di Giovanni Falcone, dopo la sua morte, sarà trovata una traccia: un collegamento del nome di Pio La Torre con Gladio (l’organizzazione clandestina anti-comunista) e il SISMI, cioè il servizio segreto militare (interessato alla campagna su Comiso?)”

    Abbiamo iniziato con il Gattopardo, questo grande romanzo, ma con una concezione deterministica, meccanicistica della storia, speculare alla concezione fatalistica di Giovanni Verga. Abbiamo iniziato con le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono i leoni e i gattopardi, ma tutti quelli che hanno lottato in Sicilia per la democrazia, per il rispetto dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino, tutti coloro insomma che hanno lottato e sacrificato la loro vita per la libertà, la giustizia, il rispetto dei diritti di tutti. E Pio La Torre, sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi,
     I’ onore di Sicilia

    e di tutto questo nostro Paese. Onore a loro!

    Vincenzo Consolo
    Milano 21 aprile 2007
    Letto a Firenze il 21 aprile 2007
    congresso PD
    pubblicato il 22 aprile 2007
    Sull’Unità.


    Inventare una lingua


    Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola
    cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come
    possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente
    individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene
    in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori”
    operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però
    meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi
    anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente
    questo dipende in misura non piccola dalla complessità
    e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza
    del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei
    bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa
    molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente,
    e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al
    centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente.
    In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo
    ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano
    mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati.
    Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina),
    Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani
    moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive
    costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano.
    Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano
    ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1°
    gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove
    fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima
    di dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
    Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale
    sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore
    con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva.
    Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco
    migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente
    anche perché messa in relazione con quanto accade nel
    “continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente,
    la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata
    e ricostruita sul filo della memoria personale o storica,
    diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio
    per questo capace di funzionare come termine di confronto
    per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni
    che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori
    positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e
    per sovrapprezzo impoverito sul piano umano.
    In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto
    a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi
    di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale
    e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben
    individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze
    storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo
    e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie.
    La tragedia del vivere viene così rappresentata su due
    livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione
    esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo,
    sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e
    della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana,
    uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda:
    “Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan
    di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.
    In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si
    chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno,
    due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra
    sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della
    vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena
    o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito
    sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare
    il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione
    tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale
    del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non
    solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento
    “Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte
    all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se
    malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine,
    panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti
    e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”.
    A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa,
    infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria,
    Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la
    sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti
    eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe.
    Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione
    della tragedia del mondo, e alla violenza non più della
    natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De
    Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita
    eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni,
    proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare,
    per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere
    i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene
    fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e
    dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e
    dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi
    seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando
    via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende
    inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate
    soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto
    marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo,
    come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo
    carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante
    presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette
    a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico
    e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.

    Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi
    realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set-
    tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si
    sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza
    convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni
    autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore
    senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di
    Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato
    recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta
    mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata
    a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche
    la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi
    intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene
    meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo,
    ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso.
    La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere
    la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di
    un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica.
    Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom
    ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non
    riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere:
    “Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua,
    che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e
    uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora,
    accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia
    ormai nullius o almeno appropriabile”.
    Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la
    sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita
    dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente
    dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella
    il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto
    l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri
    e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al
    domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che
    segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti
    tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica
    di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture
    ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure
    etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso
    con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e
    false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore
    che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola
    frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si
    spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di
    lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di
    brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre
    ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la
    croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio.
    Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta,
    non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto
    la volpe e l’avvoltoio”.
    È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico,
    perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere
    in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare
    nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno
    padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto
    a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di
    altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio
    al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda
    l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente
    una raffinata strategia linguistica di allontanamento
    dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe
    piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche
    perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto
    come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici
    anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di
    provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di
    cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali,
    e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma
    è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico
    e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento
    del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano.
    Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova
    nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità,
    del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e
    del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano
    per la loro originalità, per la loro comica eccentricità,
    che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si
    scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata
    pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”.
    La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica
    fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente,
    ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che
    appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di
    vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva,
    più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare
    secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno
    che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto
    di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce
    a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla
    o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere
    il significato politico di certe scelte di stile: come il suo
    amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della
    tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo,
    alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore
    Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o
    marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture
    altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato
    in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin
    dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…)
    Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale
    alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione
    nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato,
    è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati
    (…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che
    le parole esprimono, per salvare una certa storia”.
    Fra le rovine
    Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità
    delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia
    nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella
    possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria
    del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura
    moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte
    le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non
    essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare,
    uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o
    forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si
    stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione,
    all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi
    per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione
    filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo,
    come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e
    come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica.
    Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese
    come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni
    di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata
    a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e
    frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche
    scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata
    a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio
    perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce
    per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua
    trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti
    al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo
    in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre
    che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di
    mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche
    le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado
    non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici,
    come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia,
    dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore
    senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai
    “è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere,
    rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati,
    legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati,
    chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle
    auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi
    giorni dopo “più di cento”.
    È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione
    delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono
    con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità
    cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita-
    lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata
    da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì
    come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione
    naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come
    simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che
    sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di
    una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide,
    insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente.
    Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale,
    e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti
    di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco
    degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano
    alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben
    mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri
    di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione.
    Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata
    a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti
    problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio:
    anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei
    cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana
    allo stato italiano.
    Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro
    aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che
    la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli
    a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una
    concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana
    e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola.
    Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda
    da determinare nello stesso indice del libro uno schema che
    ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone,
    Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura
    “Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti.
    Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie
    una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino
    Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi
    del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo
    stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in
    modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit-
    tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della
    parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco
    di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare
    una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o
    di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso
    la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui
    si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura
    come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica
    sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di
    interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai
    anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine
    avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato
    alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del
    secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola
    e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi,
    a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili,
    fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per
    le creature umane sofferenti”.
    Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più
    ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale
    di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti,
    dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto
    ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona
    grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario
    marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente,
    ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative,
    a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi
    di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura.
    Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo,
    carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli
    antipodi dunque dello stile consueto dell’autore.
    Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente
    distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è
    anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono
    buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo
    (come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere
    autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna
    di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto-
    biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato
    e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio
    reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti
    “Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua
    unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e
    con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio
    più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce
    la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur
    di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità,
    è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso,
    questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire
    non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in
    tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo
    e alla morte.
    Gianni Turchetta

      Antonello da Messina


      Vincenzo Consolo


      Antonello d’Antonio, figlio di Giovanni, maczonus, mastro
      scalpellino, e di Garita. Nato a Messina nel 1430 circa e ivi morto
      nel 1479. Pittore. Ebbe un fratello, Giordano, pittore, da cui nacquero
      Salvo e Antonio, pittori; una sorella, Orlanda, e un’altra sorella,
      di cui non si conosce il nome, sposata a Giovanni de Saliba,
      intagliatore, da cui nacquero Pietro e Antonio de Saliba, pittori.
      Antonello d’Antonio sposò Giovanna Cuminella ed ebbe tre figli,
      Jacobello, pittore, Catarinella e Fimia.
      Visse dunque solo quarantanove anni questo grande pittore
      di nome Antonello, e, poco prima di morire di mal di punta, di
      polmonite, dettò il 14 febbraio 1479, al notaro Mangiante, il testamento,
      in cui, fra l’altro, disponeva che il suo corpo, in abito
      di frate minore osservante, fosse seppellito nella chiesa di Santa
      Maria del Gesù, nella contrada chiamata Ritiro. “Ego magister
      Antonellus de Antonej pictor, licet infirmus jacens in lecto sanus
      tamen dey gracia mente… iubeo (dispongo) quod cadaver meum
      seppeliatur in conventu sancte Marie de Jesu cum habitu dicti
      conventus…”. E non possiamo qui non pensare al testamento
      di un altro grande siciliano, di Luigi Pirandello, che suonò, allora,
      nelle sue laiche disposizioni, come sarcasmo o sberleffo nei
      confronti di quel Fascismo a cui aveva aderito nel 1924: “Morto,
      non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori
      sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei
      poveri…”.
      Ma torniamo al nostro Antonello. Fra scalpellini, intagliatori e
      pittori, era, quella dei d’Antonio e parenti, una famiglia di artigiani
      e artisti. Ma Messina doveva essere in quella seconda metà
      del Quattrocento, una città piena d’artisti, locali, come Antonino
      Giuffrè, che primeggiava nella pittura prima di Antonello, o venuti
      da fuori. Dalla Toscana, per esempio. Ché Messina era città
      fiorente, commerciava con l’Italia e l’Europa, esportava sete e
      zuccheri nelle Fiandre, e il suo sicuro porto era tappa d’obbligo
      nelle rotte per l’Africa e l’Oriente. Una città fortemente strutturata,
      una dimora “storica”, d’alto livello e di sorte progressiva. E
      certamente doveva essere meta di artigiani e artisti che lì volontariamente
      approdavano o vi venivano espressamente chiamati.
      E proprio parlando di Antonello d’Antonio, lo storico messinese
      Caio Domenico Gallo (Annali della città di Messina, ivi 1758)
      fu il primo ad affermare che “il di lui genitore era di Pistoja”. E
      lo storico Gioacchino Di Marzo (Di Antonello da Messina e dei
      suoi congiunti, Palermo, 1903), che cercò prove per far luce nella
      leggendaria e oscura vita di Antonello (“[…] mi venne fatto d’imbattermi
      in un filone, che condusse alla scoperta di una preziosa
      miniera di documenti riguardanti Antonello in quell’Archivio Provinciale
      di Stato […]”) il Di Marzo dicevamo, che così ancora scrive:
      “L’asserzione del Gallo, che il sommo Antonello sia stato figlio
      di un di Pistoia, non poté andare a sangue ai messinesi cultori di
      patrie memorie, fervidi sempre di vivo patriottismo, vedendo così
      sfuggirsi il vanto ch’egli abbia avuto origine da messinese casato
      e da pittori messinesi ab antico”. Che fecero dunque questi cultori
      di patrie memorie o questi campanilisti? Tolsero dei quadri
      ad Antonello e li attribuirono ai suoi fantomatici antenati, falsificando
      date, affermando che già nel 1173 e nel 1276 c’erano stati
      un Antonellus Messanensis e un Antonello o Antonio d’Antonio
      che rispettivamente avevano lasciato un polittico nel monastero
      di San Gregorio e un quadro di San Placido nella cattedrale, pretendendo
      così che la pittura si fosse sviluppata in Messina prima
      che altrove, meglio che in Toscana…
      Il primo di questi fantasiosi storici fu Giovanni Natoli Ruffo,
      che si celava sotto lo pseudonimo di Minacciato, cui seguì il prete
      Gaetano Grano che fornì le sue “invenzioni” al prussiano Filippo
      Hackert per il libro Memorie dei pittori messinesi (Napoli, 1792),
      e infine Giuseppe Grosso Cacopardo col suo libro Memorie dei
      pittori messinesi e degli esteri, che in Messina fiorirono, dal secolo
      XII sino al secolo XIX, ornate di ritratti (Messina, 1821).
      Strana sorte ebbe questo nostro Antonello, ché la sua pur breve
      vita, già piena di vuoti, di squarci oscuri e irricostruibili, è
      stata campo d’arbitrarii ricami, romanzi, fantasie. E cominciò a
      romanzare su Antonello Giorgio Vasari (Vite dei più eccellenti
      architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue infino a’ tempi nostri,
      1550-1568), il Vasari, di cui forse il nodo più vero è quell’annotazione
      d’ordine caratteriale: “persona molto dedita a’ piaceri e
      tutta venerea”, per cui Leonardo Sciascia ironicamente ricollega
      l’indole di Antonello agli erotomani personaggi brancatiani.
      La breve vita di Antonello viene, per così dire, slabbrata ai
      margini, alla nascita e alla morte, falsificata, dilatata: negli antenati
      e nei discendenti, con l’attribuzione di quadri suoi ai primi e
      quadri dei secondi a lui. Ma sorte più brutta ebbero le sue opere,
      specie quelle dipinte in Sicilia, a Messina e in vari paesi, di cui
      molte andarono distrutte o irrimediabilmente danneggiate o presero
      la fuga nelle parti più disparate del mondo. E l’annotazione
      meno fantasiosa che fa nella Introduzione alle Memorie dei pittori
      messinesi… il Grosso Cacopardo è quella della perdita subita
      da Messina di una infinità di opere d’arte per guerre, invasioni,
      epidemie, ruberie, terremoti. Dei quali ultimi egli ricorda “l’orribile
      flagello de’ tremuoti del 1783, che rovesciando le chiese, ed
      i palagi distrussero in gran parte le migliori opere di scultura e
      di pennello”. Non avrebbe mai immaginato, il Grosso Cacopardo,
      che un altro e più terribile futuro flagello, il terremoto del
      28 dicembre 1908, nonché distruggere le opere d’arte, avrebbe
      distrutto ogni possibile ricordo, ogni memoria di Messina. Due
      testimoni d’eccezione ci dicono del primo e del secondo terremoto:
      Wolfgang Goethe e David Herbert Lawrence. Scrive Goethe
      nel suo Viaggio in Italia, visitando Messina, tre anni dopo il
      terremoto del 1783: “Una città di baracche… In tali condizioni si
      vive a Messina già da tre anni. Una simile vita di baracca, di capanna
      e perfin di tende influisce decisamente anche sul carattere
      degli abitanti. L’orrore riportato dal disastro immane e la paura
      che possa ripetersi li spingono a godere con spensierata allegria
      i piaceri del momento”.
      E Lawrence, nel suo Mare e Sardegna, così scrive dopo il terremoto
      del 1908: “Gli abitanti di Messina sembrano rimasti al punto
      in cui erano quasi vent’anni fa, dopo il terremoto: gente che ha
      avuto una scossa terribile e che non crede più veramente nelle
      istituzioni della vita, nella civiltà, nei fini”.
      E alle osservazioni di quei due grandi qui mi permetto di aggiungere
      una mia digressione su Messina: “Città di luce e d’acqua,
      aerea e ondosa, riflessione e inganno, Fata Morgana e sogno,
      ricordo e nostalgia. Messina più volte annichilita. Esistono miti e
      leggende, Cariddi e Colapesce. Ma forse vi fu una città con questo
      nome perché disegni e piante (di Leida e Parigi, di Merian e
      Juvarra) riportano la falce a semicerchio di un porto con dentro
      velieri che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti e coronati
      da forti, e case e palazzi, chiese, orti… Ma forse, dicono quei
      disegni, di un’altra Messina d’Oriente. Perché nel luogo dove si
      dice sia Messina, rimane qualche pietra, meno di quelle d’Ilio o
      di Micene. Rimane un prato, in direzione delle contrade Paradiso
      e Contemplazione, dove sono sparsi marmi, calcinati e rugginosi
      come ossa di Golgota o di campo d’impiccati. E sono angeli mutili,
      fastigi, blocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una solida
      storia, d’una civiltà fiorita, d’uno stile umano cancellato… Deve
      dunque essere successo qualche cosa, furia di natura o saccheggio
      d’orde barbare. Ma a Messina, dicono le storie, nacque un
      pittore grande di nome Antonio d’Antonio. E deve essere così se
      ne parlano le storie. Egli stesso poi per affermare l’esistenza di
      questa sua città, usava quasi sempre firmare su cartellino dipinto
      e appuntato in basso, a inganno d’occhio, “Antonellus messaneus
      me pinxit”. E dipingeva anche la città, con la falce del porto, i
      colli di San Rizzo, le Eolie all’orizzonte, e le mura, il forte di Rocca
      Guelfonia, i torrenti Boccetta, Portalegni, Zaera, e la chiesa di
      San Francesco, il monastero del Salvatore, il Duomo, le case, gli
      orti…”.
      Gli orti… E la luce, la luce del cielo e del mare dello Stretto,
      dietro finestre d’Annunciazioni, sullo sfondo di Crocifissioni e
      di Pietà. E i volti. Volti a cuore d’oliva, astratti, ermetici, lontani;
      carnosi, acuti e ironici; attoniti e sprofondati in inconsolabili
      dolori; e corpi, corpi ignudi, distesi o contorti, piagati o torniti
      come colonne. Tanta grandezza, tanta profondità e tali vertici
      non si spiegano se non con una preziosa, spessa sedimentazione
      di memoria. Ma di memoria illuminata dal confronto con altre
      realtà, dopo aver messo giusta distanza tra sé e tanto bagaglio,
      giusto equilibrio tra caos e ordine, sentimento e ragione, colore
      e geometria.
      E’apprendista a Napoli, alla scuola del Colantonio, in quella
      Napoli cosmopolita di Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, dove
      s’incontra con la pittura dei fiamminghi, dei provenzali, dei catalani,
      di Van Eyck e di Petrus Christus, di Van der Weyden, di Jacomar
      Baço, di altri. E soggiorna poi a Venezia, “alla grand’aria”,
      come dice Verga, in quella città, dove s’incontra con altra pittura,
      altra luce e altri colori, altra “prospettiva”; incontra la pittura di
      Piero della Francesca, Giovanni Bellini… Ed il ritorno poi in Sicilia,
      nell’ultimo scorcio della sua vita, dove dipinge pale d’altare, e
      gonfaloni, ritratti, a Messina, a Palazzolo Acreide, a Caltagirone,
      a Noto, a Randazzo e, noi crediamo, a Lipari. Ma molte, molte
      delle opere di Antonello in Sicilia si sono perse, per incuria, vendita,
      distruzione. Su Antonello era calato l’oblìo. Vasari, sì, aveva
      tracciato una biografia fantasiosa e, dietro di lui altri, come quei
      correttori di date che avevano attribuito i suoi quadri a fantomatici
      antenati.
      Fu per primo Giovambattista Cavalcaselle, un critico e storico
      dell’arte, a riscoprire Antonello da Messina, a far comprendere la
      distanza fra l’Antonello delle fonti e l’Antonello dei dipinti. Era
      esule a Londra, il Cavalcaselle, fuoruscito per ragioni politiche.
      Aveva partecipato alla rivoluzione di Venezia del 1848, e quindi,
      nelle file mazziniane e garibaldine, alla difesa della Repubblica
      Romana contro l’assalto dei francesi. Rischioso e temerario dunque
      il suo ritorno in Italia, il suo viaggio clandestino che parte
      dal Nord e arriva fino al Sud, alla Sicilia. “Come Antonello, con il
      suo complesso iter, aveva abbattuto barriere regionali e nazionali,
      così per riscoprirlo era necessario fare un’operazione culturale affine:
      essa è svolta proprio dai molteplici interessi del Cavalcaselle”,
      scrive la giovane studiosa Chiara Savettieri nel suo Antonello
      da Messina: un percorso critico.
      Cavalcaselle giunge a Palermo nel marzo del 1860 (l’11 aprile
      di quello stesso anno Garibaldi sbarcherà con i suoi Mille a
      Marsala) e, dopo le tappe intermedie, fatte a dorso di mulo, di
      Termini Imerese, Cefalù, Milazzo, Castrogiovanni, Catania, giungerà
      a Messina, da dove scrive al suo amico inglese Joseph Crowe,
      assieme al quale firmerà il libro Una nuova storia della pittura in
      Italia dal II al XVI secolo: “Caro mio, credo sia pura invenzione
      del Gallo tutte le opere date al Avo, al Zio, al padre d’Antonello,
      ed abbia di suo capriccio inventato una famiglia di pittori, mentre
      quanto rimane delle opere attribuite a quei pittori sono di chi ha
      tenuto dietro Antonello e non di chi lo ha preceduto”.
      Cavalcaselle legge e autentica i quadri di Antonello, quindi,
      due studiosi, il palermitano Gioacchino di Marzo e il messinese
      Gaetano La Corte Cailler, rinvengono nell’Archivio Provinciale di
      Stato di Messina documenti riguardanti Antonello, dai contratti di
      committenze fino al suo testamento.
      Pubblicheranno, i due, quei documenti, nei loro rispettivi libri
      (Di Antonello da Messina e dei suoi congiunti – Antonello da
      Messina. Studi e ricerche con documenti inediti) pubblicheranno
      nel 1903, salvando così quei preziosi documenti dal disastro del
      terremoto di Messina del 1908.
      Dopo Cavalcaselle, Di Marzo e La Corte Cailler, gli studiosi
      finalmente riscoprono e studiano Antonello. E sono Bernard Berenson,
      Adolfo e Lionello Venturi, Roberto Longhi, Stefano Bòttari,
      Jan Lauts, Cesare Brandi, Giuseppe Fiocco, Giorgio Vigni,
      Fernanda Wittengs, Federico Zeri, Rodolfo Pallucchini, Fiorella
      Sricchi Santoro, Leonardo Sciascia, Gabriele Mandel e tanti, tanti
      altri, fino a Mauro Lucco, che ha curato nel 2006 la straordinaria
      mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, in Roma, fino
      alla giovane studiosa Chiara Savetteri, che mi ha fatto scoprire,
      leggendo il suo libro Antonello da Messina (Palermo, 1998)
      l’incontro, a Cefalù, nel 1860, tra Cavalcaselle ed Enrico Pirajno
      di Mandralisca, il possessore del Ritratto d’ignoto, detto popolarmente
      dell’ignoto marinaio, di Antonello. E scriverà quindi il
      Cavalcaselle a Mandralisca: “[…] il solo Antonello da me veduto
      fino ad ora in Sicilia è il ritratto ch’ella possiede”. Dicevo che la
      Savettieri mi ha fatto scoprire, nel 1996, l’incontro tra il barone
      Mandralisca, malacologo e collezionista d’arte, e il Cavalcaselle.
      Scopro -di questo incontro che sarebbe stato sicuramente un altro
      capitolo del mio romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (Torino,
      1976)- di cui è protagonista Enrico Pirajno di Mandralisca
      e il cui tema portante è appunto il Ritratto d’ignoto di Antonello,
      che io chiamo dell’Ignoto marinaio. Il marinaio mi serviva nella
      trama del romanzo, ma è per primo l’Anderson che dà questo
      titolo al ritratto ch’egli fotografa nel 1908, raccogliendo la tradizione
      popolare.
      Il primo capitolo apparve su «Nuovi Argomenti». L’avevo mandato
      prima a «Paragone», la rivista di Roberto Longhi e Anna
      Banti, perché il tema che faceva da leitmotiv era il ritratto di
      Antonello. Longhi, in occasione della mostra del ’53 a Messina
      di Antonello aveva scritto un bellissimo saggio dal titolo Trittico
      siciliano. Nessuno mi rispose. Mel ’69 venne a Milano Longhi per
      presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi.
      Lo avvicinai «Mi chiamo Consolo» gli dissi «ho mandato un racconto
      a Paragone…». Mi guardò con severità, mi rispose: «Sì, sì mi
      ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa
      storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve
      finire!». Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione
      popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto
      marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri
      pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione,
      e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
      Antonello. Quello effigiato lì era un ricco, un signore.
      Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il
      quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il
      racconto a Enzo Siciliano, che lo pubblicò su «Nuovi Argomenti».
      Mi scriveva da Genova, in data 13 novembre 1997 il professor
      Paolo Mangiante, discendente di quel notaro Mangiante che
      nel 1479 stese il testamento di Antonello. Scriveva: “Accludo anche
      alcune schede del catalogo della Mostra su Antonello da
      Messina che credo possano rivestire un certo interesse per lei,
      riguardano rogiti di un mio antenato notaro ad Antonello per il
      suo testamento e per commissioni di opere pittoriche. Particolare
      interesse potrebbe rivestire il rogito del notaro Paglierino a certo
      Giovanni Rizo di Lipari per un gonfalone, perché si potrebbe
      ipotizzare che il suddetto Rizo sia il personaggio effigiato dallo
      stesso Antonello e da lei identificato come l’Ignoto marinaio. Del
      resto, a conciliare le sue tesi con le affermazioni longhiane sta
      la constatazione, dimostrabile storicamente, che un personaggio
      notabile di Lipari, nobile o no, non poteva non avere interessi
      marinari, e in base a quelli armare galere e guidare lui stesso le
      sue navi come facevano tanti aristocratici genovesi dell’epoca,
      nobili sì talora, ma marinai e pirati sempre”.
      Il movimento di Cavalcaselle, ho sopra detto, è da Londra al
      Nord d’Italia, fino in Sicilia, sino a Cefalù; il mio, è di una dimensione
      geografica molto, molto più piccola (da un luogo a un
      altro di Sicilia) e di una dimensione culturale tutt’affatto diversa.
      E qui ora voglio dire del mio incontro con Antonello, con il mio
      Ritratto d’ignoto.
      In una Finisterre, alla periferia e alla confluenza di province,
      in un luogo dove i segni della storia s’erano fatti labili, sfuggenti,
      dove la natura, placata -immemore di quei ricorrenti terremoti
      dello Stretto, immemore delle eruzioni del vulcano, dell’Etna- la
      natura qui s’era fatta benigna, materna. In un villaggio ai piedi
      dei verdi Nèbrodi, sulla costa tirrenica di Sicilia, in vista delle
      Eolie celesti e trasparenti, sono nato e cresciuto.
      In tanta quiete, in tanto idillio, o nel rovesciamento d’essi, ritrazione,
      malinconia, nella misura parca dei rapporti, nei sommessi
      accenti di parole, gesti, in tanta sospensione o iato di natura e
      di storia, il rischio era di scivolare nel sonno, perdersi, perdere il
      bisogno e il desiderio di cercare le tracce intorno più significanti
      per capire l’approdo casuale in quel limbo in cui ci si trovava. E
      poiché, sappiamo, nulla è sciolto da causa o legami, nulla è isola,
      né quella astratta d’Utopia, né quella felice del Tesoro, nella viva
      necessità di uscire da quella stasi ammaliante, da quel confine,
      potevo muovere verso Oriente, verso il luogo del disastro, il cuore
      del marasma empedocleo in cui s’erano sciolti e persi i nomi
      antichi e chiari di Messina, di Catania, muovere verso la natura,
      l’esistenza. Ma per paura di assoluti ed infiniti, di stupefazioni e
      gorgoneschi impietrimenti, verghiani fatalismi, scelsi di viaggiare
      verso Occidente, verso i luoghi della storia più fitta, i segni più
      incisi e affastellati: muovere verso la Palermo fenicia e saracena,
      verso Ziz e Panormo, verso le moschee, i suq e le giudecche, le
      tombe di porfido di Ruggeri e di Guglielmi, la reggia mosaicata
      di Federico di Soave, il divano dei poeti, il trono vicereale di
      corone aragonesi e castigliane, all’incrocio di culture e di favelle
      più diverse. Ma verso anche le piaghe della storia: il latifondo e
      la conseguente mafia rurale.
      Andando, mi trovai così al suo preludio, la sua epifania, la
      sua porta magnifica e splendente che lasciava immaginare ogni
      Palermo o Cordova, Granata, Bisanzio o Bagdad. Mi trovai così
      a Cefalù. E trovai a Cefalù un uomo che molto prima di me, nel
      modo più simbolico e più alto, aveva compiuto quel viaggio dal
      mare alla terra, dall’esistenza alla storia, dalla natura alla cultura:
      Enrico Pirajno di Mandralisca. Recupera, il Mandralisca, in una
      spezieria di Lipari, il Ritratto d’ignoto di Antonello dipinto sul
      portello di uno stipo.
      Il viaggio del Ritratto, sul tracciato d’un simbolico triangolo,
      avente per vertici Messina, Lipari e Cefalù, si caricava per me allora
      di vari sensi, fra cui questo: un’altissima espressione di arte e di
      cultura sbocciata, per mano del magnifico Antonello, in una città
      fortemente strutturata dal punto di vista storico qual era Messina
      nel XV secolo, cacciata per la catastrofe naturale che per molte
      volte si sarebbe abbattuta su Messina distruggendola, cacciata in
      quel cuore della natura qual è un’isola, qual è la vulcanica Lipari,
      un’opera d’arte, quella di Antonello, che viene quindi salvata
      e riportata in un contesto storico, nella giustezza e sicurezza di
      Cefalù. E non è questo poi, tra terremoti, maremoti, eruzioni di
      vulcani, perdite, regressioni, follie, passaggi perigliosi tra Scilla e
      Cariddi, il viaggio, il cammino tormentoso della civiltà?
      Quel Ritratto d’uomo poi, il suo sorriso ironico, “pungente e
      nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto,
      sa del presente e intuisce del futuro, di uno che si difende dal
      dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà”, quel Ritratto
      era l’espressione più alta, più compiuta della maturità, della
      ragione. Mandralisca destinerà per testamento la sua casa della
      strada Badia, i suoi libri, i suoi mobili, la sua raccolta di statue
      e vasi antichi, di quadri, di conchiglie, di monete, a biblioteca e
      museo pubblico.
      Fu questo piccolo, provinciale museo Mandralisca il mio primo
      museo. Varcai il suo ingresso al primo piano, non ricordo più
      quando, tanto lontano è nel tempo, varcai quella soglia e mi trovai
      di fronte a quel Ritratto, posto su un cavalletto, accanto a una
      finestra. Mi trovai di fronte a quel volto luminoso, a quel vivido
      cristallo, a quella fisionomia vicina, familiare e insieme lontana,
      enigmatica: chi era quell’uomo, a chi somigliava, cosa voleva significare?
      “Apparve la figura di un uomo a mezzo busto. Da un
      fondo scuro, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione,
      balzava avanti il viso luminoso […] L’uomo era in quella giusta
      età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza,
      s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente
      nell’uso ininterrotto. […] Tutta l’espressione di quel volto era fissata,
      per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia,
      velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti
      coprono la pietà”.
      Ragione, ironia: equilibrio difficile e precario. Anelito e chimera
      in quell’Isola mia, in Sicilia, dov’è stata da sempre una caduta
      dopo l’altra, dove il sorriso dell’Ignoto si scompone e diviene
      sarcasmo, pianto, urlo. Diviene Villa dei Mostri a Bagheria, capriccio,
      locura, pirandelliano smarrimento dell’io, sonno, sogno,
      ferocia. Diviene disperata, goyesca pinturas negras, Quinta del
      Sordo.
      Ma è dell’Isola, della Sicilia che dice il Ritratto di Antonello o
      dice del degradato Paese che è l’Italia, dice di questo nostro tremendo
      mondo di oggi?


      Milano, 20 ottobre 2006

      Vincenzo Consolo, viene intervistato in occasione della mostra alle scuderie del Quirinale dedicata a Antonello Da Messina – 2006

      CARAVAGGIO IN SICILIA

      Vincenzo Consolo

      Caravaggio e ancora Caravaggio. Mostre e mostre si sono allestite e continuano ad allestirsi del pittore, da quelle ormai storiche del 1938 a Napoli, del 1951, ’53, ’58 e ’73 nel Palazzo Reale di Milano, al Caravaggio in Sicilia di Palazzo Bellomo di Siracusa nel 1984, alla palermitana del 2001 dal titolo Sulle orme di Caravaggio, a quella romana dello stesso anno Caravaggio e i Giustiniani, al Caravaggio – due capolavori a confronto, del 2003, ancora a Palazzo Bellomo, al Caravaggio, ultimo tempo: 1606-1610 del 2004 a Napoli, e la discussa e discutibile mostra di Caravaggio a Milano del 2005 e, infine, la bella mostra di Amsterdam di quest’anno in cui sono messi a confronto due grandi: Caravaggio e Rembrandt. Ci accorgiamo così che è lui,Caravaggio,il più attuale dei pittori, lui a dirci che questo nostro è ancora un tempo secentesco, controriformistico, un tempo di rischi e di incertezze, di pesti e di violenze. Che la vera realtà è unaluce che squarcia la cortina buia del mondo, che grazia e santità dimorano nell’umanità più sofferente, emarginata.

      Ho enumerato varie mostre di Caravaggio, ma ne ho omessa una, a dir poco singolare. E’ una mostra itinerante del 2001, ideata dal collezionista ed esperto d’arte Giuseppe Salzano e patrocinata dall’Arma dei Carabinieri, nella persona del generale Roberto Conforti, comandante del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico. Quella mostra permetteva la visione dopo trent’anni d’invisibilità, di un capolavoro di Caravaggio, la Natività dell’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. Viaggiava, quella grande tela di quasi tre metri per due, insieme ad altri nove capolavori, insieme a un Antonello da Messina, a un Carracci, un Renoir…Ma erano quadri quelli, ahinoi, in “figura di funzione”, erano perfette copie di opere trafugate, eseguite da provetti copisti, i quali sono così salvati, sosteneva il Solzano, dall’occulto mondo dei falsari, veniva loro data dignità mettendoli al servizio della legalità.

      E così ha fatto un sovrintendente alle antichità siciliano, con i tombaroli promovendoli a custodi di siti archeologici (ma non sappiamo se questa operazione abbia eliminato o almeno attenuato lo scavo clandestino).

      La mostra delle copie, dicevamo, in cui spiccava la copia della Natività del San Lorenzo di Palermo, uno dei quattro capolavori lasciati in Sicilia da Caravaggio.

      Nel novembre del 1996, le cronache riportavano la deposizione al processo,- chiamato maxiprocesso per il numero di imputati, – alla Corte d’Assise di Palermo del mafioso pentito Marino Mannoia, il quale, dopo la sequela di omicidi, confessava anche il furto, nel 1969, all’esordio della sua attività delinquenziale, della Natività dell’Oratorio di San Lorenzo.

      Scriveva un cronista di Palermo:”L’incidente, che segnò la sua carriera di ladro, fu una maldestra operazione con una tela di Caravaggio, la Natività custodita, si fa per dire, in una chiesa del centro di Palermo. Marino Mannoia era stato incaricato di rubare il quadro da un anonimo committente, danaroso esperto d’arte. Il Mannoia si presentò all’appuntamento con il dipinto sottobraccio, arrotolato alla meglio. Srotolata l’opera, il mandante del furto scoppiò in lacrime: la ruvida mano del Mannoia l’aveva danneggiata irreparabilmente. Il Caravaggio non fu mai ritrovato, né il pentito ha saputo o voluto dire che fine abbia fatto”. Già, che fine ha fatto la Natività di Palermo ? E chi era quell’esperto danaroso che ha commissionato il furto,così sensibile da sciogliersi in lacrime di fronte al quadro distrutto?

      Questa sarà stata di certo un’indagine infruttuosa per gli inquirenti, ma potrebbe essere un affascinante argomento per uno scrittore di romanzi polizieschi.

      Ma torniamo al Caravaggio, al Caravaggio in Sicilia. I suoi primi contatti, la sue prime frequentazioni siciliane avvengono a Roma, nella città eterna, dove il giovane pittore era giunto da Milano nel 1592. Aveva 21 anni. Lavora subito, il Merisi, nella bottega di Lorenzo Carli, detto Lorenzo Siciliano, bottega che si trova nei pressi dell’ospedale dei poveri la Consolazione, al limite di Campo Vaccino. L’allievo del milanese Peterzano, dipinge per Lorenzo Siciliano “teste per un grosso l’una et ne faceva tre al giorno” racconta il biografo Giulio Mancini. Là, nella bottega di Lorenzo Siciliano, lavora anche il giovane siracusano Mario Minniti, che diverrà suo modello per la Fuga in Egitto,  per il Suonatore di liuto e per altri quadri di quel periodo. Il Minniti passerà poi con Caravaggio nella bottega di Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino. In quella bottega Caravaggio dipinge splendide nature morte, fra cui la famosa Canestra di frutta che Federico Borromeo si porterà a Milano.

      Siamo del 1594, in gennaio, mese in cui s’interrompe bruscamente la collaborazione di Caravaggio col Cavalier d’Arpino. La causa è poco chiara, ma ci dice il Mancini”Fra tanto un calcio di cavallo gonfia la gamba né ne un chirurgo acciò non fusse visto et da un bolttegaro siciliano amico alla Consolazione…”Da queste annotazioni  manoscritte del Mancini si deduce che è il “siciliano bottegaio”, cioè Lorenzo Carli, ad accompagnare l’infortunato Caravaggio all’ospedale della Consolazione, in cui è priore il siciliano Giovanni Butera. Illo Butera commissiona al Caravaggio delle opere, fra cui il Suonatore di liuto. Quadro che Gioacchino Di Marzo ricorda a Catania nella raccolta di Rosario Scuderi Buonaccorsi. E pure di quel periodo è il Bacchino malato (supposto autoritratto). Dopo la malattia, Caravaggio ha i primi rapporti col cardinale Francesco Maria de Monte, quindi è accolto nel palazzo dei Giustiniani e dei Mattei.

      Sono di questo periodo la Santa Caterina, i Bari, la Buona ventura, Giovane con un cesto di frutta, Giuditta e Oloferne, San Giovannino, Maddalena, San Giovanni Battista. E sono ancora di questo periodo le grandi commissioni per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi (San Matteo e l’angelo, Vocazione di San Matteo, Martirio di San Matteo) e per la cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo (Martirio di San Pietro e Conversione di San Paolo); e ancora: Madonna dei pellegrini  in Sant’Agostino, la Deposizione, la Madonna dei Palafrenieri.

      Ho citato sopra il palazzo Mattei della romana via Castani. Un palazzo, quello, che, parafrasando Calvino chiamerei “dei destini incrociati”. Palazzo dove è stato ospite Leopardi e Stendhal. Ma, prima di questi due scrittori, vi era stato Caravaggio. Nel 1601, il cardinale Gerolamo Mattei e i fratelli Ciriaco e Asdrubale ospitano nel loro palazzo Caravaggio, il quale per loro dipinge la Cena di Emmaus e la Cattura di Cristo.

      Ma nel 1606 è la rottura, la fine di questa stagione di benessere e di fama. E’ il 28 maggio di quell’anno infatti l’episodio della Pallacorda in Campo Marzio, l’uccisione  di Ranuccio Tomassoni da parte di Caravaggio, il quale, a sua volta ferito, è soccorso nel palazzo Colonna da Costanza Sforza Colonna, e quindi, inseguito da “bando capitale”, viene fatto rifugiare tra Palestrina, Zagarolo e Paliano, feudi dei Colonna.

      Nel 1607, guarito, si trasferisce a Napoli. Qui dipinge pale d’altare per confraternite e privati (Le opere di misericordia). Nel luglio del 1607 è nell’isola di Malta, nella capitale La Valletta. Qui dipinge, oltre il San Gerolamo e il Ritratto del cavaliere Alof de Wignacourt, la grande tela della Decollazione di San Giovanni Battista. E firma per la prima volta nel sangue questo suo quadro (Motto cavalleresco ”e sanguine virtutem traho”- vedi riferimento di Verga alla famiglia Trao del Mastro-don Gesualdo).

      E ancora là, a Malta, per il ferimento in uno scontro con un cavaliere di giustizia, Caravaggio è messo in prigione. Fugge dalla prigione e il 6 ottobre 1608 approda a Siracusa. Fugge di notte dal Forte Sant’ Angelo, il Caravaggio, nel bel mezzo di parate, caroselli e clamori per la celebrazione dell’anniversario della battaglia di Lepanto. Riesce a fuggire da quel forte per l’aiuto  dell’ammiraglio della flotta maltese don Fabrizio Sforza, figlio di Francesco e di Costanza Colonna, marchesi di Caravaggio, al cui servizio era stato il “maestro di case” Fermo Merisi, padre di Michelangelo. E’ sempre sotto la protezione degli Sforza e dei Colonna, Michelangelo Merisi, nel borgo Caravaggio, a Milano, a Roma. E’ sempre protetto da principi e cardinali, malgrado il suo porsi nella marginalità, tra ribelli, bande di violenti, prostitute e ragazzi di vita, il suo porsi contro i gesuiti e gli ortodossi pittori controriformati.

      Il 6 ottobre del 1608 Caravaggio approda dunque nel Porto Grande di Ortigia. Aveva viaggiato, confuso in un manipolo di marinai fiamminghi, sulla speronara del raìs Leonardo Greco. Così ci racconta Pino Di Silvestro nel suo romanzo, che poggia su una precisa documentazione La fuga, la sosta. Caravaggio a Siracusa (Rizzoli, 2002). A Siracusa è accolto, Michelangelo Merisi, nel convento dei frati Minori Cappuccini sopra l’Acradina. Dove è curato e amorevolmente assistito dai frati e quindi affidato, come chiede lo Sforza nella lettera raccomandatizia al guardiano padre Raffaele da Malta, a don  Vincenzo Mirabella, musicista e storico di Siracusa. Ed è il Mirabella, il “cavaliere squisito, dall’intelletto concettoso”, come lo definisce Caravaggio in una lettera al cardinale Del Monte, è don Vincenzo a fare da méntore al lombardo nel viaggio, per i vari strati o gironi, nella profondità storica di Siracusa. Viaggio nella contemporanea città controriformista, d’inquisizione e ispanica militarizzazione, di ricchezza e miseria, di religiosità popolare  e di superstizione, fino alla Siracusa della solarità dei templi, dei teatri e degli anfiteatri greci e romani, alla Siracusa delle latomie, fra cui quelle profonde e brulicanti del Paradiso, in cui penosamente lavorano i cordari e in cui è l’Orecchio di Dionisio, nome dato dallo stesso Caravaggio a quel cunicolo scavato nel tufo. E scrive don Vincenzo Mirabella nel suo Dichiarazione della pianta delle antiche Siracuse…:”…avendo io condotto a vedere questa carcere quel pittore singolare dei nostri tempi Michel Angelo da Caravaggio, egli, commiserando la fortezza di quella, mosso da quel  suo ingegno unico imitatore delle cose di natura, disse: Non vedete voi come il tiranno per voler fare un vaso che per far sentir le cose servisse,non volle altronde pigliare il modello che da quello che la natura per lo medesimo effetto fabbricò. Onde si fece questa carcere a somiglianza d’un orecchio”. Ed è ancora il Mirabella a convincere il Senato a commissionare al pittore il grande quadro del Seppellimento di Santa Lucia per la chiesa extra moenia di Santa Lucia al Sepolcro, nell’antica zona dell’Acradina. E’ lui, il Mirabella, che difende il pittore dall’accusa di blasfemia, da parte dell’autorità religiosa, del grasso arcivescovo Saladino, per l’eterodossia iconografica del quadro (la costante eterodossia caravaggesca). In questo quadro, come nella Decollazione del Battista di Malta, è l’ambiente, lo spazio che prevale. I personaggi, clero e fedeli, sono relegati, quasi schiacciati contro l’alta parete di tufo, nella penombra d’una latomia. E il gonfio corpo della  fanciulla, di Lucia, con la testa mozza, è steso a terra e s’intravede tra le quinte in primo piano dei corpacci ignudi di due interratori. I quali sono forse in Caravaggio la memoria lontana di due monatti che sotterrano i corpi del padre Fermo e del nonno Bernardino, morti per la peste in Lombardia del 1576. E nella fanciulla là stesa a terra è forse la memoria della madre Lucia. Il corpo della martire è chiuso tra la piccola schiera degli astanti in pena e i corpacci in primo piano, come dicevamo, di due “manigoldi giganteschi” (Longhi), di due becchini. Sembra questa una scena dell’Amleto, quella del cimitero in cui Ofelia sta per essere seppellita. Ma i due interratori siracusani, facchini di porto o cordari, non possono avere la sofisticata dialettica del becchino shakespeariano. Qui piuttosto lo sguardo è condotto, attraverso le quinte dei due interratori in primo piano, al corpo a terra della santa e quindi, nel centro, al diacono dal drappo rosso e dalla mestissima espressione. E sembra, quello del giovane, il dolore di Caravaggio per la madre morta Lucia. Chissà se Manzoni, ricercando sul cardinal Federico Borromeo, possessore del famoso Canestro di frutta di Caravaggio, non si sia imbattuto in Fermo e Lucia, genitori del pittore, e che con questi due nomi “caravaggeschi” abbia voluto intitolare la prima stesura del 1823 del romanzo che diverrà poi I promessi sposi.

      Scriveva Roberto Longhi nel suo Caravaggio del 1952 che, fra i quadri del pittore in Sicilia, la Sepoltura di Santa Lucia era il più guasto. Questo perché per secoli quel capolavoro era rimasto nell’antica chiesa presso il mare, aggredito dalle intemperie e soprattutto dalla salsedine.Pesantemente ritoccato nell’800 con pretese conservative, il quadro è stato poi più volte restaurato e la penultima volta, prima dell’attuale restauro  a Palermo, nel 1979 nell’Istituto Centrale del Restauro. E il direttore dell’Istituto, Michele Cordaro, un allievo di Brandi, ci dà ragguaglio di questo restauro nel catalogo della mostra del 1984 a Palazzo Bellomo, Caravaggio in Sicilia.

      E scriveva Cesare Brandi il 10 aprile 1977 sul Corriere della sera: “I fedeli caravaggeschi, che oramai sono legione, chiedevano a gran voce che il capolavoro restituito a una nuova vita non fittizia, non torni a marcire nel luogo che l’aveva quasi cancellato.” Ma i frati del convento di Santa Lucia al Sepolcro continuano a reclamare la restituzione del dipinto. Ma i fedeli caravaggeschi, oltre a temere, come Brandi, l’ulteriore deterioramento del quadro, temono altresì che un esperto danaroso e “sensibile” possa commissionare a un picciotto, a un qualche Marino Mannoiaq, il furto del quadro in quella chiesa accessibile come l’oratorio di San Lorenzo di Palermo. Ma scrivevano nel 1996, nel fascicolo Il seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio, Giuseppe Voza e Gioachino Barbera:”…la collocazione del Seppellimento nella sua ubicazione originaria è fuori discussione, malgrado il parere contrario di Cesare Brandi e la presa di posizione di intellettuali  come Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, i quali, in occasione della mostra del 1984, volevano farsi promotori di un appello rivolto alle autorità religiose e politiche regionali  chiedendone la musealizzazione”. Non sappiamo delle autorità religiose, del cardinale di Palermo o del vescovo di Siracusa cosa oggi risponderebbero a quell’appello. Ma sappiamo con certezza della risposta delle autorità politiche  regionali, autorità rappresentate  in Sicilia da Totò Cuffaro e dai suoi assessori alla Regione.   

       Ma torniamo al Seppellimento, a questo capolavoro che ha ispirato alcune mie pagine del libro L’olivo e l’olivastro (Milano, 1994)

      (Lettura del brano)

      A Siracusa sembra che Caravaggio abbia rincontrato il suo antico compagno di bottega a Roma Mario Minniti. Il Minniti si muoveva allora, nella sua attività di pittore, per canali francescani. Il generale dell’ordine era in quel tempo il padre Geronimo Errante, oriundo di Polizzi Generosa, e per questi canali francescani sembra si muova  anche Caravaggio per la Sicilia. Nel dicembre del 1608 lascia Siracusa e va a Messina, dove rimane per otto mesi, fino all’agosto del 1609. Qui ha la prima commissione  dal ricco mercante genovese Giovan  Battista de’ Lazzari, la magnifica Resurrezione di Lazzaro per la chiesa dei Crociferi. Dal Senato ha la committenza de L’Adorazione dei pastori per la chiesa extra muros di Santa Maria della Concezione dei padri Cappuccini. Opere, queste due, oggi nel Museo di Messina, accanto al Polittico di San Gregorio di Antonello.Dipinge ancora per il conte Adonnino la Visione di San Gerolamo, oggi a Worcester, USA. La Salomé con la testa del Battista, oggi nel palazzo Reale di Madrid, L’Annunciazione, oggi a Nancy. E quindi su committenza del barone Nicolao Di Giacomo le Storie della passione di Cristo. E scrive il di Giacomo: “Nota delli quatri fatti fare da me Nicolao di Giacomo: Ho dato la commissione al signor Michiel’Angelo Morigi da Caravaggio di farmi le seguenti quatri: Quattro storie della passione di Gesù Cristo da farli a capriccio del pittore delli quali ne finì uno che rappresenta Christo colla croce in spalla; La Vergine Addolorata e dui manigoldi, uno sona la tromba, riuscì veramente una cosa bellissima, opera pagata onze 46. L’altri tre s’obbligò il pittore portarmeli nel mese di agosto con pagarli quanto si converrà da questo pittore che ha il cervello stravolto”. Di queste committenze del di Giacomo sembra sia  superstite l’Ecce Homo del Palazzo Rosso di Genova. “Ha il cervello stravolto” dice il di Giacomo di Caravaggio. Sì, siamo in questa estrema stagione  siciliana di Caravaggio, di fronte a un uomo dal “cervello stravolto”, siamo di fronte a un uomo mai sereno, in un accentuato momento di dolore e di furore, come se quel nobile genio, avvertisse i passi terribili della conclusione  della sua vicenda umana.

      E un momento di abbandono, di tenerezza lo ha a Palermo, con la Natività o Adorazione dei pastori con i Santi Francesco e Lorenzo, che è stato nell’Oratorio di San Lorenzo fino al 1969. Scrive Roberto Longhi: “L’altro  “Presepio” dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, dipinto dal Caravaggio nel 1609 già sulla via del ritorno, è il meglio conservato (e anche il meglio pulito) dei suoi dipinti siciliani”. E dico qui tra parentesi che è poco credibile la versione di Marino Mannoia del disfacimento della tela appena srotolata. Ma continuo col Longhi : “Ritornando sui suoi passi pare che l’artista quasi voglia rievocare  le vecchie Sacre Conversazioni lombarde. Ma tutte nuove sono le scoperte nei semitoni ombrosi dei due animali del presepio, nel San Giuseppe in giubbetto verde elettrico e nella grande ritrosa della lustra canizie; nell’angelo, di nuovo “bresciano”, ma che spiomba dall’alto come un giglio scavezzato dal proprio peso; nel bambino miserando, abbandonato a terra…” Dopo questo umile, sereno idillio, s’imbarcherà per Napoli (pensiamo dalla Cala, su una speronara). E da lì a Napoli, ancora guai: sulla porta della locanda del Consiglio sarà raggiunto dai sicari  del suo rivale maltese e massacrato di botte. Da Napoli manderà a Roma il suo ultimo messaggio: Il Davide con la testa del Golia (che si crede il suo autoritratto), oggi alla Galleria Borghese. E infine il suo accostarsi a Roma, le sue febbri, la sua morte sulla spiaggia  di Porto Ercole. Così finisce quest’uomo geniale, questa lama di luce vivida che ci ha rivelato la verità del mondo.

                                                      

      Milano, 10 aprile 2006

      Incontro con Vincenzo Consolo La voce della storia

      Intervista di Giulia e Piero Pruneti

      «Insieme ai resti dei templi i viaggiatori del Grand Tour trovavano le rovine della società siciliana»

      «Con gli Arabi iniziò una nuova civilizzazione»
      «La Sicilia è metafora dell’essere italiani»
      «I Romani ci trattarono come una colonia e io sarei stato dalla parte di vinti»
      «Amo la multiculturalità dei tempi di Ruggero il Normanno»
      «Non condivido il meccanicismo sociale di Tomasi di Lampedusa»

      Si dice che la modestia sia virtù dei grandi. Restare un po’ bambini quando tutto intorno fa rumore. Anche questo è un privilegio assoluto. Difficile non pensarci quando si è a contatto con una persona come Vincenzo Consolo. Negli occhi l’umiltà della cultura, quella vera, che vale anche e soprattutto al di fuori del tempo. Nel cuore il ricordo vivissimo di Leonardo Sciascia (1921-1989), l’amico, la guida nella e per la vita. Consolo ne parla spesso. Ricorda i loro momenti, le giornate di primavera passate alla Noce, la casa di campagna poco fuori Racalmuto (Ag), città natale dello scrittore scomparso.

      In qualche modo anche per questa intervista siamo a casa sua: alla Fondazione Sciascia; in molte delle foto appese i due amici sono insieme. L’occasione è quella del Premio Parnaso (direttore artistico Piero Nicosia), manifestazione di teatro, cinema e letteratura organizzata da Comune di Canicattì, Associazione culturale Kairos e Fondazione Sciascia, riproposto per la seconda volta nel proverbiale comune siciliano sul tema “Scherzare col fuoco, ovvero con il potere legittimo e illegittimo”.
      Consolo è ospite d’onore. È contento di essere intervistato per Archeologia Viva: «Prima che faccia buio, però, vorrei fare visita alla tomba del mio maestro se non le dispiace».

      Vincenzo Consolo è nato a Sant’Agata di Militello (Me) nel 1933. Dal 1968 vive e lavora a Milano, sua patria d’adozione. Romanziere e saggista, ha pubblicato numerose opere di narrativa ambientate soprattutto nella sua Sicilia. Ha vinto il Premio Pirandello per il romanzo Lunaria nel 1985, il Premio Grinzane Cavour per Retablo (1988), il Premio Strega (NottetempoCasa per casa, 1992) e il Premio Internazionale Unione Latina (L’olivo e l’olivastro, 1994). I suoi libri sono stati tradotti in francese, tedesco, inglese, spagnolo, portoghese, olandese, rumeno.

      D: Nel suo Retablo è possibile rintracciare molto della Sicilia archeologica e delle civiltà che vi hanno lasciato segni importanti. Come nacque l’idea di quest’opera?

      R: Il libro è sulla linea del Grand Tour e dei grandi viaggiatori del Settecento e Ottocento. Una tradizione che andò intensificandosi a partire da Goethe. Naturalmente questi viaggiatori eruopei avevano un’idea mitica della Sicilia. Solitamente s’imbarcavano a Napoli per Palermo, da dove iniziavano il loro giro passando dai siti archeologici del centrosud (Segesta, Selinunte, Agrigento, Siracusa, Catania), per poi giungere a Messina da dove tornavano in continente. Così lasciavano sempre scoperta la parte tirrenica settentrionale dell’isola, che è ricchissima d’interesse (e alla quale io appartengo!).

      Ecco, il tour tipico era quello, alla ricerca della grecità e della classicità e, comunque, nell’ignoranza di ciò che era vermaente questa terra. Goethe quando arriva a Napoli scrive alla sua donna: «Vado in quella parte d’Africa che si chiama Sicilia…»; poi, però, al termine del suo “tour” afferma che «non si può comprendere l’Italia senza vedere la Sicilia che è la chiave di tutto, è qui che sono contenuti tutti i raggi della storia».

      Fatalmente, i viaggiatori europei finivano per confrontarsi con la realtà. Al di là dei templi e dei teatri, oltre il mito, emergeva una Sicilia inedita condita dal barocco (che Goethe giudica letteralmente “osceno”), ma anche dalla società sciliana con tutte le sue contraddizioni. Dunque, questi viaggiatori venivano sì con in testa l’idea della Sicilia classica, ma se ne ripartivano con altre sensazioni.

      C’era questa volontà esclusiva di visitare le rovine, ma poi evidentemente non si poteva fare a meno di osservare altri ruderi, quelli della società, con le sue distanze paurose. Soprattutto nelle grandi città, per esempio a Palermo, era macrospopico il fasto delle residenze nobiliari rapportato al degrado dei quartieri popolari. Inoltre, era impossibile non rendersi conto che in Sicilia la civiltà greca, l’Arcadia, era ormai lontana, cancellata prima di tutto dalla dominazione romana, poi dai bizantini, con le loro devastazioni. Quelli furono momenti duri, infelici per la mia terra. Basta leggere le Verrine di Cicerone. E la desertificazione… L’isola divenne il granaio d’Italia, ma le foreste scomparvero, tagliate per coltivare frumento e costruire navi. […]

      Archeologia Viva n. 116 – marzo/aprile 2006
      pp. 80-82

      Vincenzo Consolo, a Segesta estate 2005

      UOMO DEL NOSTRO TEMPO

      “Come d’arbor cadendo un picciol pomo” distrugge un formicaio, così un vulcano, eruttando, con la colata sua di lava incandescente, copre città e villaggi, così lo “sterminator Vesevo” distrusse Pompei ed Ercolano. Il vulcano è per il Leopardi de La Ginestra metafora della natura matrigna,
      violenta, che desertifica, annichilisce il mondo, questo granello di sabbia
      rotante nell’infinito spazio. E in cui, consolazione per gli uomini,
      è l’“odorata ginestra”, è il sentimento, la ragione, unica salvezza la “social catena”, è “l’onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pietate”.
      È da qui dunque, dalla città, dall’urbs, dalla polis che bisogna partire per
      percorrere e “leggere” questa mostra di Augusto Sciacca.
      Perché l’artista è dall’idea di città che parte, dall’ideale di una civiltà perfezionata, come quella che ritrova Ulisse, dopo le offese e le perdite subite dalla natura, nel regno dei Feaci. “Per te (…) l’idea e il tema della città sono l’idea e il tema stesso dell’arte; lo si vede (…) specialmente nella tela in cui, con simbolismo evidente, evochi Giotto” scrive al pittore Giulio Carlo Argan.
      L’alta città da cui Francesco d’Assisi ha scacciato i diavoli dell’irrazionalità, del disordine, della violenza, abita il pittore e là può riflettere sullo spazio e sul tempo, sull’universo, questo leibniziano incessante cataclisma armonico, quest’immensa anarchia equilibrata, e stende le sue magnifiche mappe del vortice degli elementi, delle espansioni materiche, mappe evocative dei luoghi della memoria. Ma in quella turrita, ideale città giottesca giunge il tremendo fragore della storia, e le mura merlate, i soavi colori delle facciate sono investiti e offesi dall’onda di ceneri e detriti d’una storia umana di storture e atrocità.
      “Adunque l’arte è filosofia”, questa frase di Leonardo mette Sciacca in
      esergo a un suo scritto. È filosofia, sì, afferma il pittore, e anche
      responsabilità etica, oltre ad essere continua ricerca linguistica o stilistica,
      ad essere infine metafora.


      E dunque per ragioni etiche l’artista svolge il nuovo ciclo pittorico per rendere “evidente” – è la parola giusta – la stoltezza umana, la ricorrente
      caduta storica nella barbarie, nella violenza che ciecamente e impietosamente oltraggia ogni innocenza.
      E ci racconta, Sciacca, dell’inizio, della violenza di un fratello contro
      l’altro, di Caino contro Abele, mostrandoci la “pietra” intrisa di sangue,
      incrostata di capelli. E dalla pietra della Genesi posiamo lo sguardo sulla
      pietra dell’“Uomo del mio tempo” di Quasimodo, il moderno uomo, ma
      eternamente primordiale nella violenza, l’uomo della “scienza esatta
      persuasa allo sterminio”, l’uomo della bomba atomica. Guerra, violenza e
      morte che già il poeta primo, Omero, ci raccontò nel poema e ci
      rappresentò nello scudo per Achille foggiato da Efesto. “Lotta e tumulto
      era fra loro e la Chera di morte (…) veste vestiva sopra le spalle, rossa di
      sangue umano”.

      Una scia rossa attraversa la storia umana, da ieri fino ad oggi. Oggi in cui
      ancora l’uomo, immemore della violenza già compiuta, ripete la stessa
      violenza, la stessa ignominia. E l’artista, come altri nel passato, come
      Callot, Goya o Picasso, offeso nella sua coscienza etica, commosso,
      rappresenta e denunzia. Sciacca sceglie le icone più emblematiche nel
      mare tenebroso delle immagini di questo nostro tempo, di questo antinferno di ombre evanescenti, di questa oscena civiltà dello spettacolo,
      delle immagini che si annullano tra loro, che subito precipitano nel nero dell’oblio. Le immagini che trascorrono sotto i nostri occhi, come fossero
      normali e quotidiane, a mille a mille di scene di guerra e di disastri, di
      morti e di massacri, d’intimità violate, di dolori esposti all’indifferenza e al
      ludibrio. L’abitudine, si sa, cancro che divora e che trasforma, ottunde,
      spegne la ragione, e l’idiozia è madre della degradazione e della crudeltà.
      Sciacca salva e illumina l’immagine emblema. Con tavole come Pugnale,
      Innocenza-corona, Orme, Tagliola, ci dice d’una violenza, d’una tragedia
      ricorrente. L’innocenza – un angolo di muro non bastò è la ricreazione di
      una recente icona, quella del bambino palestinese, stretto al padre, ucciso
      da una raffica di mitra; e ancora della bambina vietnamita colpita dal
      napalm che corre per la strada, e del giovane armato degli Anni di
      piombo, e del terrorista islamico, e del Muro (…ancora muri), alzato dagli
      israeliani; e l’immagine della teoria di corpi inanimati dentro sacchi neri di
      plastica, e dell’Elettrodi, l’atroce immagine dell’incappucciato e torturato
      nel carcere di Abu Ghraib; e delle torri gemelle di New York ridotte in
      macerie, e ancora dei fili spinati, e della memoria di Auschwitz, fino
      alla desolazione di Neve e cenere. Campeggia quindi la bianca colomba
      insanguinata contro il nero della notte, la notte della storia.
      Immagini infernali, da inferno dantesco, l’inferno delle brutte Arpie e delle
      nere cagne, le feroci bestie aizzate contro prigionieri inermi. “In quel che
      s’appiattò miser li denti, / e quel dilaceraro a brano a brano; / poi sen
      portar quelle membra dolenti”.
      Ma gli artisti, pittori, poeti o musicisti, scuotono la nostra coscienza, ci
      strappano dagli occhi il velo della nostra distrazione, della nostra
      alienazione, ci rappresentano l’orrore, la Guernica della nostra barbarie,
      per ricordare l’essenza nostra umana, che mai dovrebbe essere ridotta
      allo stato di natura, all’animalizzazione, alla ferinità primordiale.
      Sciacca, come gli antichi amanuensi, ha scritto i libri delle nostre perdite,
      gli annali delle nostre sconfitte, la plumbea pagina nostra Della crudeltà.
      Ma, in contrappunto, anche il Libro d’oro del sublime umano, la Nike di
      Samotracia e la lira del poeta, il tempio d’armonia e il poverello d’Assisi
      che parla agli uccelli…
      Sui grandi schermi delle tele, sul video della vita ha fissato i fotogrammi
      dell’innocenza violata, della violenza e dell’empietà.
      Noi rappresenta Augusto Sciacca con grande arte in questa sua mostra.

      Vincenzo Consolo

      Milano, 23.2.2006

      nella foto: Vincenzo Consolo, Caterina Pilenga Consolo, Augusto Sciacca, Angela di Carluccio


      Testo scritto da Vincenzo Consolo in occasione della mostra di Augusto Sciacca intitolata “Innocenza e pietas” al Museo della Permanente di Milano nel 2006.

      Ma la luna, la luna… Vincenzo Consolo



       Si apre lo Zibaldone di Leopardi con questi versi: “Era la luna nel cortile, un lato Tutto ne illuminava, e discendea Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…”1 . E quindi, ancora nello Zibaldone (3 ottobre 1828) Leopardi riporta un brano del Voyage d’Orenbourg à Boukhara, fait en 1820 del barone de Meyendorff, il quale parla dei Kirkisi e dice: “Plusieurs d’entre eux passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins”2 . Si sa che da questo brano di Meyendorff, dei Kirkisi che intonano tristi canti guardando la luna, prende spunto Leopardi, per scrivere il suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”3 . chiede il pastore errante, e si chiede: “Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren? (…) (…) ed io che sono? Così meco ragiono…”4 .

      1 LEOPARDI, G. (1970: 474): Canti con una scelta di prose, a cura di Francesco Flora [diciottesima edizione], Verona: Edizioni Scolastiche Mondadori. 2 Cfr. LEOPARDI, G. (1970: 281). 3 LEOPARDI, G. (1970: 281, vv. 1-2). 4 LEOPARDI, G. (1970: 288, vv. 85-90).

       Ci sembra che questo pastore del deserto asiatico si faccia filosofo, che, sotto quel profondo infinito sereno, sotto quella luna venga posseduto dallo spirito socratico. Così come Euripide, ci dice Friedrich Nietzsche ne La nascita della tragedia, inaugura la tragedia moderna per l’irruzione nelle sue opere di quello stesso spirito socratico: vale a dire dello spegnersi del canto, del canto corale come in Eschilo e in Sofocle, e dello sgorgare del pensiero, del ragionamento, dell’assillante e paralizzante argomentazione. “Ed io che sono?” si chiede il pastore asiatico. “Io sono” afferma invece con energia un altro errante, il nomade della valle dell’Indo o del deserto egiziano che percorre il Maghreb, giunge in Spagna, in Sicilia, nel Napoletano. Diciamo del gitano posseduto dal lorchiano duende, il gitano che distoglie lo sguardo dalla luna, dal cielo, per appuntarlo sulla terra. Del gitano che ritrova la misura umana, la finita geografia della sua esistenza, e questa afferma, con forza: con il canto, il cante jondo, il movimento, la danza, canto e movimento come quelli dei coreuti della antica tragedia greca. Ma rivolgiamo ancora lo sguardo alla luna, alla luna dei poeti, di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, rivolgiamo lo sguardo alla luna di Leopardi. Quasi tutti i Canti del poeta di Recanati sono illuminati dalla tenera luce dell’astro notturno, dell’ “eterna peregrina”, da La sera del dì di festa, a Alla luna, a La vita solitaria, a Il tramonto della luna. Dice in quest’ultima: “Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno Nell’infinito seno Scende la luna; e si scolora il mondo…”5 . E in altri, in altri Canti ancora balugina la luna. E quando non è la luna, sono le “vaghe stelle dell’Orsa” o il “fiammeggiar delle stelle” sopra la desolata coltre di lava de La ginestra. Ma la luna, la leopardiana luna, si stacca dal cielo e cade sulla terra nell’idillio intitolato Spavento notturno o Il sogno. E così Alceta narra il suo sogno a Melisso:

       5 LEOPARDI, G. (1970: 370, vv. 10-12).

       “(…) Io me ne stava Alla finestra che risponde al prato, Guardando in alto: ed ecco all’improvviso Distaccasi la luna; e mi parea Che quanto nel cader s’approssimava, Tanto crescesse al guardo; infin che venne A dar di colpo in mezzo al prato (…) Allor mirando in ciel, vidi rimaso Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, Ond’ella fosse svelta; in cotal guisa, Ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro…”6 . Nel sogno di Alceta, di Leopardi, la spaventevole caduta della luna fa scolorire il mondo. Ma ci sono poi altri poeti che la rimettono in cielo, nel cielo della poesia. Lorca, ad esempio, gioiosamente, con un gioco quasi di fanciullo: “Alta va la luna bajo corre el viento (…) luna sobre el agua. Luna bajo el viento”7 . E ancora, “La quilla de la luna Rompe nubes moradas”8 . “Los niños se comen la luna Como si fuera una cereza”9 . “La luna está muerta, muerta; Pero resucita en la primavera”10. Risuscita la luna in Montale, Caproni, Luzi. E luminosamente in Andrea Zanzotto così:

      6 LEOPARDI, G. (1970: 398-399, vv. 3-9 e 17-20). 7 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Nocturnos de la ventana [A la memoria de José de Ciria y Escalonte, Poeta (1)]”. 8 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921): Poema del cante jondo, “Poema de la Saeta: A Francisco Iglesias [Madrugada]”. 9 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Teorías [Tío-vivo]”. 10 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Canciones de luna [Dos lunas de tarde: A Laurita, amiga de mi hermana]”.

       “Luna puella pallidulla Luna flora eremitica, Luna unica selenitica, distonia vita traviata, atonia vita evitata…11”. E la luna infine, la luna che profuma d’oriente, di Lucio Piccolo: “La luna porta il mese e il mese porta il gelsomino”12. Ma è una luna, quella di Piccolo, che, come nel sogno di Alceta del leopardiano Spavento notturno, si frantuma, cade sulla terra e mai più risuscita. Lucio Piccolo di Calanovella. E bisogna purtroppo dire ogni volta di questo grande poeta scoperto da Montale, dell’autore di Gioco a nascondere e Canti barocchi, Plumelia, La seta, Il raggio verde, bisogna dire, per la fama planetaria che raggiunse l’autore de Il Gattopardo, che Lucio Piccolo era cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Era del Capo d’Orlando ma veniva sempre al mio paese, prima in landò, dal tempo screpolato, e poi in macchina. Correva sempre, correva, il volto chiuso in una sua gioia incomprensibile. M’accadeva d’incontrarlo spesso, e allora mi fermavo e lo seguivo con gli occhi finchè spariva. Un giorno, dopo anni, il barone Piccolo me lo trovai davanti nella carto-libreria-legatoria dei fratelli Zuccarello, titolari anche della tipografia Progresso. Entra, seguito dall’autista don Peppino. “Ecco qua” dice Piccolo. “Queste sono le poesie” e consegna dei fogli dattiloscritti, con un sorriso tra imbarazzato e divertito. Discussero di carta, di caratteri, di copertina, di numero di copie. Poi gli occhi di Piccolo si appuntarono sui miei libri che

      11 Cfr. ZANZOTTO, A., 13 settembre 1959 (Variante), in IX Ecloghe (1962), in ZANZOTTO, A. (1999): Le poesie e prose scelte, Stefano Dal Bianco, Gian Mario Villalta (ed.), Milano: Mondadori. 12 Poesia dal titolo “La luna porta il mese”, in PICCOLO, L. (1956: 62): Canti barocchi e altre liriche, prefazione di Eugenio Montale, collana «I poeti dello Specchio», Milano: Mondadori.

      avevo portato là per farli rilegare, vecchi libri che scovavo sulle bancarelle: almanacchi, guide, storie locali. Disse: “M’accorgo di non essere il solo ad amare questi libri. Sì, le guide, gli almanacchi, sono pieni di insospettabile poesia”. E aggiunse: “Ho una intera biblioteca di questi vecchi libri. Venga, venga a trovarmi a Capo d’Orlando. Al chilometro 109 c’è una stradina che arriva fino alla casa”. Questo fu verso la fine del ‘53: era morto Stalin, i Rosemberg erano stati assassinati, le acque avevano sommerso la Calabria e in Sicilia una Madonna di gesso piangeva al capezzale di un operaio comunista. Quel libretto stampato dalla tipografia Progresso, intitolato 9 liriche, venne inviato a Montale, e quando poi, nel 1956 Mondadori pubblicò Canti barocchi, Montale ne scrisse la prefazione. Scrisse: “(…) mi colpì in queste liriche un afflato, un raptus che mi facevano pensare alle migliori pagine di Dino Campana. Il lessico è spesso ricercato, ma la parola ha poco peso, l’armonia è quella di un moderno compositore politonale”. E ancora: “Lucio Piccolo ha letto tous les livres nella solitudine delle sue terre di Capo d’Orlando (…) Un uomo molto singolare, un uomo sempre in fuga, per certi aspetti affine a Carlo Emilio Gadda, un uomo che la crisi del nostro tempo ha buttato fuori del tempo”13. Quest’uomo io ho frequentato per anni, da lui ho appreso cos’è la cultura, cos’è la poesia. Il 17 febbraio del 1967 pubblicavo su L’Ora di Palermo un lungo articolo su Lucio Piccolo dal titolo “Il barone magico”. In quell’articolo davo l’anticipazione di una prosa, intitolata L’esequie della luna che il poeta stava componendo. Scrivevo: “L’esequie della luna è un balletto in tre tempi. Lo si chiama balletto per convenzione, ma potrebbe bene esso creare una nuova categoria letteraria. Pomposo, Fantastico e Pastorale ne formano i tre tempi. Il racconto è questo. La luna, fanciulla che s’ammala, cade sfaldandosi (il simbolo è palese): ne vediamo gli effetti alla corte di un viceré, in un convento di trepide suore e in campa

       13 Libretto “9 Liriche” stampato nello Stabilimento tipografico di Sant’Agata senza data. Montale nella prefazione pubblicata in Canti barocchi e altre liriche, (cit.), dice di aver ricevuto il libretto il giorno 8. 4. 1954 – La prefazione di Montale è da p. 9 a 19.

       gna, dove infine la Luna, fanciulla ricomposta in un’urna, viene sepolta presso le acque” 14. Nel settembre del 1967, Piccolo così communicava allo scrittore Corrado Stajano: “Intanto ho scritto una sorte di narrazione-fantasia, volutamente barocca e ingenuamente romantica, L’esequie della luna, opera più che altro nostalgica…”15. E ancora a Stajano, nell’ottobre dello stesso anno, scriveva: “Ho scritto recentemente una sorta di racconto fantastico (al quale già pensavo da lungo) in cui le parole dovrebbero essere rappresentative come le figure di un balletto. Clima dei Canti barocchi. È un canto estremamente nostalgico verso la Palermo di quando ero bambino proiettata sopra un immaginario Seicento dove opera o meglio non opera il burattinesco Viceré. La caduta del satellite significa appunto l’estinguersi dei residui del romanticismo-barocco (…). il quale fatto coincide pure con la crisi della nostra epoca (…) Comunque i resti vengono portati al riposo vicino le acque (notare questo riferimento ricorrente del simbolismo equoreo-eracliteo!) delle piccole comunità rurali, le quali sono le sole ancora ad intravedere barbagli, lucori zodiacali ecc…”16. Nel dicembre del 1967, la rivista Nuovi Argomenti, diretta da Carrocci, Moravia e Pasolini, pubblicava L’esequie della luna di Lucio Piccolo. In quello stesso numero appariva una parte de Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante e Pilade di Pier Paolo Pasolini. Il Pasolini che già nel 1964 aveva scritto il saggio Nuove questioni linguistiche in cui diceva della mutazione della lingua italiana dovuta al cosiddetto “miracolo economico”, al neo-industrialesimo e alla correlata espansione dei mezzi di comunicazione di massa. Il Pasolini che diceva della fine del mondo contadino in Italia, della sua plurimillenaria cultura e

      14 Consolo, V. (1967): “Il barone magico. Quattro inediti di Lucio Piccolo, il poeta siciliano dei Canti barocchi, presentati da Vincenzo Consolo”, en L’Ora, Libri, Venerdì 17 febbraio, p. 9. 15 Lettera del 12 settembre 1967, in “Galleria”, Anno XXIX, n. 3-4 maggio-agosto 1979, p. 99 (Salvatore Sciascia Editore Caltanissetta). 16 Lettera ottobre 1967, stessa rivista “Galleria” come sopra pp. 99-100.

        dell’avvento della cultura di massa, del neo-capitalismo e della cultura piccolo-borghese. Lo stesso Pasolini poi che nel febbraio del 1975, pochi mesi prima della sua atroce morte, scriveva l’articolo sulla scomparsa delle lucciole. Leopardi, Pasolini, Piccolo: è pur vero che i poeti sono vati, sono “entusiasti”, vale a dire en theòs, vale a dire vaticinanti. Ed è pur vero che la vera scrittura è una scrittura palinsestica, una scrittura che scrive su altre scritture. Piccolo, nel 1967, aveva, con L’esequie della luna, aveva sì voluto rappresentare il tramonto di una cultura, che egli chiama “romantico-barocca”, ma aveva come presagito ciò che sarebbe successo da lì a qualche anno, la caduta del mito della luna appunto, della profanazione dell’astro dei poeti. Il 21 luglio 1969, l’astronave americana di nome Apollo -il fratello gemello di Diana approda sulla superficie dell’astro e degli uomini vi danzarono sopra con i loro scarponi di metallo. Nel romanzo incompiuto Un’isola nella luna William Blake ci dice che in quell’isola si parlava il linguaggio del nonsense. Ma un bel preciso e incisivo senso hanno quelle orme lasciate dall’astronauta sulla superficie della luna. Orma che è segno di violazione, di possesso. Scrive Sergio Perosa in L’isola la donna il ritratto: “La metafora principe del possessso è quella dell’orma, del footprint. Si può pensare per un momento (…) all’orma che lascia l’astronauta Armstrong sulla luna alla prima discesa della storia”17. Piccolo muore in quello stesso anno, il 1969. L’editore Vanni Scheiwiller racconta che Piccolo avrebbe voluto far musicare il suo L’esequie della luna da Gianfrancesco Malipiero e che avrebbe voluto, per la scenografia e i costumi, i disegni del pittore Fabrizio Clerici. Il desiderio di Piccolo non si è poi avverato, L’esequie della luna è rimasta solo una prosa da leggere. Nel 1969 io ero emigrato già da un anno a Milano. M’ero portato nel bagaglio l’idea o il progetto di un romanzo storico, apparso poi nel 1976 presso Einaudi col titolo Il sorriso dell’ignoto marinaio.

      17 PEROSA, S. (1996: 48): L’isola la donna il ritratto, Torino: Bollati Boringhieri.

       Nel 1985, ancora presso Einaudi, apparve il mio Lunaria. La dedica, nel libro, è questa: “A Lucio Piccolo, primo ispiratore, con L’esequie della Luna. Ai poeti lunari. Ai poeti”18. Dicevo sopra che la vera scrittura è per me quella palinsestica, la scrittura vale a dire che scrive su altre scritture, la scrittura che poggia sulla memoria letteraria soprattutto. Il mio Lunaria era esplicitamente scritto su Leopardi e su Piccolo, ma anche su tanti altri poeti e scrittori. Partivo dunque da Leopardi e da Piccolo per rovesciarne l’assunto. La mia luna, sì, come dice Lorca “está muerta, muerta; / Pero resucita en la primavera19”. Risuscita in una contrada senza nome, una contrada che prenderà il nome di Lunaria. Credo sia chiara la metafora: la luna, sì, è caduta nel nostro contesto, nella nostra cultura occidentale, è caduta qui da noi la poesia. In luoghi ignoti, in contrade senza nome, in quelli che noi chiamiamo terzi, quarti o quinti mondi, in quei luoghi, pur afflitti di povertà e malattie, in quelle primavere della storia l’umanità sa creare ancora la poesia. Dice il mio Viceré Casimiro: “Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra Contrada senza nome, è segno che voi conservate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola”20. Il terrifico sogno dell’Alceta leopardiano si è dunque mutato nel sogno necessario, nel sogno che lenisce e che consola: il sogno della poesia. Cesare Segre, in Intrecci di voci, nel capitolo intitolato Teatro e racconto su frammenti di luna, mette a confronto e analizza L’esequie della luna e Lunaria. Scrive: “In Consolo, la figura del Viceré, dopo l’iniziale scena, comica, d’ignavia, si rivela progressivamente la coscienza della vicenda. Se ricordiamo che il Viceré scopre alla fine la sua natura di attore che impersona il Viceré, potremmo dire che quando egli pencola verso il comico è il

      18 Consolo, V. (1985): Lunaria, «Nuovi Coralli 365», Torino: Einaudi. 19 Cfr. GARCÍA LORCA, F. (1921-1924): Canciones, “Canciones de luna [Dos lunas de tarde…]”, cit. 20 Consolo, V. (1985: 62).

       Viceré, quando è serio e meditativo è l’attore, distaccato tanto dal personaggio quanto dalla vicenda 21”. E trova consonanza e ulteriore sviluppo, l’affermazione di Segre, con quanto nota Irene Romera Pintor, l’autrice della magnifica traduzione in castigliano di Lunaria. Scrive: “Cierto, la sombra de La vida es sueño planea sobre las melancólicas ensoñaciones del Virrey, que ya no cree en su poder ni sabe siquiera quién es. Pero ningún crítico hasta ahora ha señalado la relación que sobre todo tiene Lunaria con El Gran Teatro del Mundo”22. E io ringrazio Irene Romera Pintor per questa rivelazione di un così alto rimando. La ringrazio per tutto il suo generoso lavoro su Lunaria.

      Milano, 22 ottobre 2005


      21 Cfr. SEGRE, C. (1991): “Teatro e racconto su frammenti di luna”, in ID., Intrecci di voci. La polifonia nella letteratura del Novecento, “Einaudi Paperbacks 214”, Torino: Einaudi, pp. 87-102 (cfr. in particolare p. 93). 22 Cfr. CONSOLO, V. (2003): Lunaria, edizione, introduzione, traduzione e note a cura di I. Romera Pintor, Madrid: Centro de Lingüística Aplicada Atenea (cfr. in particolare p. 12).