Antonello da Messina


Vincenzo Consolo


Antonello d’Antonio, figlio di Giovanni, maczonus, mastro
scalpellino, e di Garita. Nato a Messina nel 1430 circa e ivi morto
nel 1479. Pittore. Ebbe un fratello, Giordano, pittore, da cui nacquero
Salvo e Antonio, pittori; una sorella, Orlanda, e un’altra sorella,
di cui non si conosce il nome, sposata a Giovanni de Saliba,
intagliatore, da cui nacquero Pietro e Antonio de Saliba, pittori.
Antonello d’Antonio sposò Giovanna Cuminella ed ebbe tre figli,
Jacobello, pittore, Catarinella e Fimia.
Visse dunque solo quarantanove anni questo grande pittore
di nome Antonello, e, poco prima di morire di mal di punta, di
polmonite, dettò il 14 febbraio 1479, al notaro Mangiante, il testamento,
in cui, fra l’altro, disponeva che il suo corpo, in abito
di frate minore osservante, fosse seppellito nella chiesa di Santa
Maria del Gesù, nella contrada chiamata Ritiro. “Ego magister
Antonellus de Antonej pictor, licet infirmus jacens in lecto sanus
tamen dey gracia mente… iubeo (dispongo) quod cadaver meum
seppeliatur in conventu sancte Marie de Jesu cum habitu dicti
conventus…”. E non possiamo qui non pensare al testamento
di un altro grande siciliano, di Luigi Pirandello, che suonò, allora,
nelle sue laiche disposizioni, come sarcasmo o sberleffo nei
confronti di quel Fascismo a cui aveva aderito nel 1924: “Morto,
non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori
sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei
poveri…”.
Ma torniamo al nostro Antonello. Fra scalpellini, intagliatori e
pittori, era, quella dei d’Antonio e parenti, una famiglia di artigiani
e artisti. Ma Messina doveva essere in quella seconda metà
del Quattrocento, una città piena d’artisti, locali, come Antonino
Giuffrè, che primeggiava nella pittura prima di Antonello, o venuti
da fuori. Dalla Toscana, per esempio. Ché Messina era città
fiorente, commerciava con l’Italia e l’Europa, esportava sete e
zuccheri nelle Fiandre, e il suo sicuro porto era tappa d’obbligo
nelle rotte per l’Africa e l’Oriente. Una città fortemente strutturata,
una dimora “storica”, d’alto livello e di sorte progressiva. E
certamente doveva essere meta di artigiani e artisti che lì volontariamente
approdavano o vi venivano espressamente chiamati.
E proprio parlando di Antonello d’Antonio, lo storico messinese
Caio Domenico Gallo (Annali della città di Messina, ivi 1758)
fu il primo ad affermare che “il di lui genitore era di Pistoja”. E
lo storico Gioacchino Di Marzo (Di Antonello da Messina e dei
suoi congiunti, Palermo, 1903), che cercò prove per far luce nella
leggendaria e oscura vita di Antonello (“[…] mi venne fatto d’imbattermi
in un filone, che condusse alla scoperta di una preziosa
miniera di documenti riguardanti Antonello in quell’Archivio Provinciale
di Stato […]”) il Di Marzo dicevamo, che così ancora scrive:
“L’asserzione del Gallo, che il sommo Antonello sia stato figlio
di un di Pistoia, non poté andare a sangue ai messinesi cultori di
patrie memorie, fervidi sempre di vivo patriottismo, vedendo così
sfuggirsi il vanto ch’egli abbia avuto origine da messinese casato
e da pittori messinesi ab antico”. Che fecero dunque questi cultori
di patrie memorie o questi campanilisti? Tolsero dei quadri
ad Antonello e li attribuirono ai suoi fantomatici antenati, falsificando
date, affermando che già nel 1173 e nel 1276 c’erano stati
un Antonellus Messanensis e un Antonello o Antonio d’Antonio
che rispettivamente avevano lasciato un polittico nel monastero
di San Gregorio e un quadro di San Placido nella cattedrale, pretendendo
così che la pittura si fosse sviluppata in Messina prima
che altrove, meglio che in Toscana…
Il primo di questi fantasiosi storici fu Giovanni Natoli Ruffo,
che si celava sotto lo pseudonimo di Minacciato, cui seguì il prete
Gaetano Grano che fornì le sue “invenzioni” al prussiano Filippo
Hackert per il libro Memorie dei pittori messinesi (Napoli, 1792),
e infine Giuseppe Grosso Cacopardo col suo libro Memorie dei
pittori messinesi e degli esteri, che in Messina fiorirono, dal secolo
XII sino al secolo XIX, ornate di ritratti (Messina, 1821).
Strana sorte ebbe questo nostro Antonello, ché la sua pur breve
vita, già piena di vuoti, di squarci oscuri e irricostruibili, è
stata campo d’arbitrarii ricami, romanzi, fantasie. E cominciò a
romanzare su Antonello Giorgio Vasari (Vite dei più eccellenti
architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue infino a’ tempi nostri,
1550-1568), il Vasari, di cui forse il nodo più vero è quell’annotazione
d’ordine caratteriale: “persona molto dedita a’ piaceri e
tutta venerea”, per cui Leonardo Sciascia ironicamente ricollega
l’indole di Antonello agli erotomani personaggi brancatiani.
La breve vita di Antonello viene, per così dire, slabbrata ai
margini, alla nascita e alla morte, falsificata, dilatata: negli antenati
e nei discendenti, con l’attribuzione di quadri suoi ai primi e
quadri dei secondi a lui. Ma sorte più brutta ebbero le sue opere,
specie quelle dipinte in Sicilia, a Messina e in vari paesi, di cui
molte andarono distrutte o irrimediabilmente danneggiate o presero
la fuga nelle parti più disparate del mondo. E l’annotazione
meno fantasiosa che fa nella Introduzione alle Memorie dei pittori
messinesi… il Grosso Cacopardo è quella della perdita subita
da Messina di una infinità di opere d’arte per guerre, invasioni,
epidemie, ruberie, terremoti. Dei quali ultimi egli ricorda “l’orribile
flagello de’ tremuoti del 1783, che rovesciando le chiese, ed
i palagi distrussero in gran parte le migliori opere di scultura e
di pennello”. Non avrebbe mai immaginato, il Grosso Cacopardo,
che un altro e più terribile futuro flagello, il terremoto del
28 dicembre 1908, nonché distruggere le opere d’arte, avrebbe
distrutto ogni possibile ricordo, ogni memoria di Messina. Due
testimoni d’eccezione ci dicono del primo e del secondo terremoto:
Wolfgang Goethe e David Herbert Lawrence. Scrive Goethe
nel suo Viaggio in Italia, visitando Messina, tre anni dopo il
terremoto del 1783: “Una città di baracche… In tali condizioni si
vive a Messina già da tre anni. Una simile vita di baracca, di capanna
e perfin di tende influisce decisamente anche sul carattere
degli abitanti. L’orrore riportato dal disastro immane e la paura
che possa ripetersi li spingono a godere con spensierata allegria
i piaceri del momento”.
E Lawrence, nel suo Mare e Sardegna, così scrive dopo il terremoto
del 1908: “Gli abitanti di Messina sembrano rimasti al punto
in cui erano quasi vent’anni fa, dopo il terremoto: gente che ha
avuto una scossa terribile e che non crede più veramente nelle
istituzioni della vita, nella civiltà, nei fini”.
E alle osservazioni di quei due grandi qui mi permetto di aggiungere
una mia digressione su Messina: “Città di luce e d’acqua,
aerea e ondosa, riflessione e inganno, Fata Morgana e sogno,
ricordo e nostalgia. Messina più volte annichilita. Esistono miti e
leggende, Cariddi e Colapesce. Ma forse vi fu una città con questo
nome perché disegni e piante (di Leida e Parigi, di Merian e
Juvarra) riportano la falce a semicerchio di un porto con dentro
velieri che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti e coronati
da forti, e case e palazzi, chiese, orti… Ma forse, dicono quei
disegni, di un’altra Messina d’Oriente. Perché nel luogo dove si
dice sia Messina, rimane qualche pietra, meno di quelle d’Ilio o
di Micene. Rimane un prato, in direzione delle contrade Paradiso
e Contemplazione, dove sono sparsi marmi, calcinati e rugginosi
come ossa di Golgota o di campo d’impiccati. E sono angeli mutili,
fastigi, blocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una solida
storia, d’una civiltà fiorita, d’uno stile umano cancellato… Deve
dunque essere successo qualche cosa, furia di natura o saccheggio
d’orde barbare. Ma a Messina, dicono le storie, nacque un
pittore grande di nome Antonio d’Antonio. E deve essere così se
ne parlano le storie. Egli stesso poi per affermare l’esistenza di
questa sua città, usava quasi sempre firmare su cartellino dipinto
e appuntato in basso, a inganno d’occhio, “Antonellus messaneus
me pinxit”. E dipingeva anche la città, con la falce del porto, i
colli di San Rizzo, le Eolie all’orizzonte, e le mura, il forte di Rocca
Guelfonia, i torrenti Boccetta, Portalegni, Zaera, e la chiesa di
San Francesco, il monastero del Salvatore, il Duomo, le case, gli
orti…”.
Gli orti… E la luce, la luce del cielo e del mare dello Stretto,
dietro finestre d’Annunciazioni, sullo sfondo di Crocifissioni e
di Pietà. E i volti. Volti a cuore d’oliva, astratti, ermetici, lontani;
carnosi, acuti e ironici; attoniti e sprofondati in inconsolabili
dolori; e corpi, corpi ignudi, distesi o contorti, piagati o torniti
come colonne. Tanta grandezza, tanta profondità e tali vertici
non si spiegano se non con una preziosa, spessa sedimentazione
di memoria. Ma di memoria illuminata dal confronto con altre
realtà, dopo aver messo giusta distanza tra sé e tanto bagaglio,
giusto equilibrio tra caos e ordine, sentimento e ragione, colore
e geometria.
E’apprendista a Napoli, alla scuola del Colantonio, in quella
Napoli cosmopolita di Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, dove
s’incontra con la pittura dei fiamminghi, dei provenzali, dei catalani,
di Van Eyck e di Petrus Christus, di Van der Weyden, di Jacomar
Baço, di altri. E soggiorna poi a Venezia, “alla grand’aria”,
come dice Verga, in quella città, dove s’incontra con altra pittura,
altra luce e altri colori, altra “prospettiva”; incontra la pittura di
Piero della Francesca, Giovanni Bellini… Ed il ritorno poi in Sicilia,
nell’ultimo scorcio della sua vita, dove dipinge pale d’altare, e
gonfaloni, ritratti, a Messina, a Palazzolo Acreide, a Caltagirone,
a Noto, a Randazzo e, noi crediamo, a Lipari. Ma molte, molte
delle opere di Antonello in Sicilia si sono perse, per incuria, vendita,
distruzione. Su Antonello era calato l’oblìo. Vasari, sì, aveva
tracciato una biografia fantasiosa e, dietro di lui altri, come quei
correttori di date che avevano attribuito i suoi quadri a fantomatici
antenati.
Fu per primo Giovambattista Cavalcaselle, un critico e storico
dell’arte, a riscoprire Antonello da Messina, a far comprendere la
distanza fra l’Antonello delle fonti e l’Antonello dei dipinti. Era
esule a Londra, il Cavalcaselle, fuoruscito per ragioni politiche.
Aveva partecipato alla rivoluzione di Venezia del 1848, e quindi,
nelle file mazziniane e garibaldine, alla difesa della Repubblica
Romana contro l’assalto dei francesi. Rischioso e temerario dunque
il suo ritorno in Italia, il suo viaggio clandestino che parte
dal Nord e arriva fino al Sud, alla Sicilia. “Come Antonello, con il
suo complesso iter, aveva abbattuto barriere regionali e nazionali,
così per riscoprirlo era necessario fare un’operazione culturale affine:
essa è svolta proprio dai molteplici interessi del Cavalcaselle”,
scrive la giovane studiosa Chiara Savettieri nel suo Antonello
da Messina: un percorso critico.
Cavalcaselle giunge a Palermo nel marzo del 1860 (l’11 aprile
di quello stesso anno Garibaldi sbarcherà con i suoi Mille a
Marsala) e, dopo le tappe intermedie, fatte a dorso di mulo, di
Termini Imerese, Cefalù, Milazzo, Castrogiovanni, Catania, giungerà
a Messina, da dove scrive al suo amico inglese Joseph Crowe,
assieme al quale firmerà il libro Una nuova storia della pittura in
Italia dal II al XVI secolo: “Caro mio, credo sia pura invenzione
del Gallo tutte le opere date al Avo, al Zio, al padre d’Antonello,
ed abbia di suo capriccio inventato una famiglia di pittori, mentre
quanto rimane delle opere attribuite a quei pittori sono di chi ha
tenuto dietro Antonello e non di chi lo ha preceduto”.
Cavalcaselle legge e autentica i quadri di Antonello, quindi,
due studiosi, il palermitano Gioacchino di Marzo e il messinese
Gaetano La Corte Cailler, rinvengono nell’Archivio Provinciale di
Stato di Messina documenti riguardanti Antonello, dai contratti di
committenze fino al suo testamento.
Pubblicheranno, i due, quei documenti, nei loro rispettivi libri
(Di Antonello da Messina e dei suoi congiunti – Antonello da
Messina. Studi e ricerche con documenti inediti) pubblicheranno
nel 1903, salvando così quei preziosi documenti dal disastro del
terremoto di Messina del 1908.
Dopo Cavalcaselle, Di Marzo e La Corte Cailler, gli studiosi
finalmente riscoprono e studiano Antonello. E sono Bernard Berenson,
Adolfo e Lionello Venturi, Roberto Longhi, Stefano Bòttari,
Jan Lauts, Cesare Brandi, Giuseppe Fiocco, Giorgio Vigni,
Fernanda Wittengs, Federico Zeri, Rodolfo Pallucchini, Fiorella
Sricchi Santoro, Leonardo Sciascia, Gabriele Mandel e tanti, tanti
altri, fino a Mauro Lucco, che ha curato nel 2006 la straordinaria
mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, in Roma, fino
alla giovane studiosa Chiara Savetteri, che mi ha fatto scoprire,
leggendo il suo libro Antonello da Messina (Palermo, 1998)
l’incontro, a Cefalù, nel 1860, tra Cavalcaselle ed Enrico Pirajno
di Mandralisca, il possessore del Ritratto d’ignoto, detto popolarmente
dell’ignoto marinaio, di Antonello. E scriverà quindi il
Cavalcaselle a Mandralisca: “[…] il solo Antonello da me veduto
fino ad ora in Sicilia è il ritratto ch’ella possiede”. Dicevo che la
Savettieri mi ha fatto scoprire, nel 1996, l’incontro tra il barone
Mandralisca, malacologo e collezionista d’arte, e il Cavalcaselle.
Scopro -di questo incontro che sarebbe stato sicuramente un altro
capitolo del mio romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (Torino,
1976)- di cui è protagonista Enrico Pirajno di Mandralisca
e il cui tema portante è appunto il Ritratto d’ignoto di Antonello,
che io chiamo dell’Ignoto marinaio. Il marinaio mi serviva nella
trama del romanzo, ma è per primo l’Anderson che dà questo
titolo al ritratto ch’egli fotografa nel 1908, raccogliendo la tradizione
popolare.
Il primo capitolo apparve su «Nuovi Argomenti». L’avevo mandato
prima a «Paragone», la rivista di Roberto Longhi e Anna
Banti, perché il tema che faceva da leitmotiv era il ritratto di
Antonello. Longhi, in occasione della mostra del ’53 a Messina
di Antonello aveva scritto un bellissimo saggio dal titolo Trittico
siciliano. Nessuno mi rispose. Mel ’69 venne a Milano Longhi per
presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi.
Lo avvicinai «Mi chiamo Consolo» gli dissi «ho mandato un racconto
a Paragone…». Mi guardò con severità, mi rispose: «Sì, sì mi
ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa
storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve
finire!». Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione
popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto
marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri
pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione,
e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
Antonello. Quello effigiato lì era un ricco, un signore.
Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il
quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il
racconto a Enzo Siciliano, che lo pubblicò su «Nuovi Argomenti».
Mi scriveva da Genova, in data 13 novembre 1997 il professor
Paolo Mangiante, discendente di quel notaro Mangiante che
nel 1479 stese il testamento di Antonello. Scriveva: “Accludo anche
alcune schede del catalogo della Mostra su Antonello da
Messina che credo possano rivestire un certo interesse per lei,
riguardano rogiti di un mio antenato notaro ad Antonello per il
suo testamento e per commissioni di opere pittoriche. Particolare
interesse potrebbe rivestire il rogito del notaro Paglierino a certo
Giovanni Rizo di Lipari per un gonfalone, perché si potrebbe
ipotizzare che il suddetto Rizo sia il personaggio effigiato dallo
stesso Antonello e da lei identificato come l’Ignoto marinaio. Del
resto, a conciliare le sue tesi con le affermazioni longhiane sta
la constatazione, dimostrabile storicamente, che un personaggio
notabile di Lipari, nobile o no, non poteva non avere interessi
marinari, e in base a quelli armare galere e guidare lui stesso le
sue navi come facevano tanti aristocratici genovesi dell’epoca,
nobili sì talora, ma marinai e pirati sempre”.
Il movimento di Cavalcaselle, ho sopra detto, è da Londra al
Nord d’Italia, fino in Sicilia, sino a Cefalù; il mio, è di una dimensione
geografica molto, molto più piccola (da un luogo a un
altro di Sicilia) e di una dimensione culturale tutt’affatto diversa.
E qui ora voglio dire del mio incontro con Antonello, con il mio
Ritratto d’ignoto.
In una Finisterre, alla periferia e alla confluenza di province,
in un luogo dove i segni della storia s’erano fatti labili, sfuggenti,
dove la natura, placata -immemore di quei ricorrenti terremoti
dello Stretto, immemore delle eruzioni del vulcano, dell’Etna- la
natura qui s’era fatta benigna, materna. In un villaggio ai piedi
dei verdi Nèbrodi, sulla costa tirrenica di Sicilia, in vista delle
Eolie celesti e trasparenti, sono nato e cresciuto.
In tanta quiete, in tanto idillio, o nel rovesciamento d’essi, ritrazione,
malinconia, nella misura parca dei rapporti, nei sommessi
accenti di parole, gesti, in tanta sospensione o iato di natura e
di storia, il rischio era di scivolare nel sonno, perdersi, perdere il
bisogno e il desiderio di cercare le tracce intorno più significanti
per capire l’approdo casuale in quel limbo in cui ci si trovava. E
poiché, sappiamo, nulla è sciolto da causa o legami, nulla è isola,
né quella astratta d’Utopia, né quella felice del Tesoro, nella viva
necessità di uscire da quella stasi ammaliante, da quel confine,
potevo muovere verso Oriente, verso il luogo del disastro, il cuore
del marasma empedocleo in cui s’erano sciolti e persi i nomi
antichi e chiari di Messina, di Catania, muovere verso la natura,
l’esistenza. Ma per paura di assoluti ed infiniti, di stupefazioni e
gorgoneschi impietrimenti, verghiani fatalismi, scelsi di viaggiare
verso Occidente, verso i luoghi della storia più fitta, i segni più
incisi e affastellati: muovere verso la Palermo fenicia e saracena,
verso Ziz e Panormo, verso le moschee, i suq e le giudecche, le
tombe di porfido di Ruggeri e di Guglielmi, la reggia mosaicata
di Federico di Soave, il divano dei poeti, il trono vicereale di
corone aragonesi e castigliane, all’incrocio di culture e di favelle
più diverse. Ma verso anche le piaghe della storia: il latifondo e
la conseguente mafia rurale.
Andando, mi trovai così al suo preludio, la sua epifania, la
sua porta magnifica e splendente che lasciava immaginare ogni
Palermo o Cordova, Granata, Bisanzio o Bagdad. Mi trovai così
a Cefalù. E trovai a Cefalù un uomo che molto prima di me, nel
modo più simbolico e più alto, aveva compiuto quel viaggio dal
mare alla terra, dall’esistenza alla storia, dalla natura alla cultura:
Enrico Pirajno di Mandralisca. Recupera, il Mandralisca, in una
spezieria di Lipari, il Ritratto d’ignoto di Antonello dipinto sul
portello di uno stipo.
Il viaggio del Ritratto, sul tracciato d’un simbolico triangolo,
avente per vertici Messina, Lipari e Cefalù, si caricava per me allora
di vari sensi, fra cui questo: un’altissima espressione di arte e di
cultura sbocciata, per mano del magnifico Antonello, in una città
fortemente strutturata dal punto di vista storico qual era Messina
nel XV secolo, cacciata per la catastrofe naturale che per molte
volte si sarebbe abbattuta su Messina distruggendola, cacciata in
quel cuore della natura qual è un’isola, qual è la vulcanica Lipari,
un’opera d’arte, quella di Antonello, che viene quindi salvata
e riportata in un contesto storico, nella giustezza e sicurezza di
Cefalù. E non è questo poi, tra terremoti, maremoti, eruzioni di
vulcani, perdite, regressioni, follie, passaggi perigliosi tra Scilla e
Cariddi, il viaggio, il cammino tormentoso della civiltà?
Quel Ritratto d’uomo poi, il suo sorriso ironico, “pungente e
nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto,
sa del presente e intuisce del futuro, di uno che si difende dal
dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà”, quel Ritratto
era l’espressione più alta, più compiuta della maturità, della
ragione. Mandralisca destinerà per testamento la sua casa della
strada Badia, i suoi libri, i suoi mobili, la sua raccolta di statue
e vasi antichi, di quadri, di conchiglie, di monete, a biblioteca e
museo pubblico.
Fu questo piccolo, provinciale museo Mandralisca il mio primo
museo. Varcai il suo ingresso al primo piano, non ricordo più
quando, tanto lontano è nel tempo, varcai quella soglia e mi trovai
di fronte a quel Ritratto, posto su un cavalletto, accanto a una
finestra. Mi trovai di fronte a quel volto luminoso, a quel vivido
cristallo, a quella fisionomia vicina, familiare e insieme lontana,
enigmatica: chi era quell’uomo, a chi somigliava, cosa voleva significare?
“Apparve la figura di un uomo a mezzo busto. Da un
fondo scuro, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione,
balzava avanti il viso luminoso […] L’uomo era in quella giusta
età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza,
s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente
nell’uso ininterrotto. […] Tutta l’espressione di quel volto era fissata,
per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia,
velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti
coprono la pietà”.
Ragione, ironia: equilibrio difficile e precario. Anelito e chimera
in quell’Isola mia, in Sicilia, dov’è stata da sempre una caduta
dopo l’altra, dove il sorriso dell’Ignoto si scompone e diviene
sarcasmo, pianto, urlo. Diviene Villa dei Mostri a Bagheria, capriccio,
locura, pirandelliano smarrimento dell’io, sonno, sogno,
ferocia. Diviene disperata, goyesca pinturas negras, Quinta del
Sordo.
Ma è dell’Isola, della Sicilia che dice il Ritratto di Antonello o
dice del degradato Paese che è l’Italia, dice di questo nostro tremendo
mondo di oggi?


Milano, 20 ottobre 2006

Nota dell’autore, vent’anni dopo. Il sorriso dell’ignoto marinaio

Vincenzo Consolo

Non posso dire come Calvino, nella prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, “Questo romanzo è il primo che ho scritto” poiché Il sorriso dell’ignoto marinaio è per me il secondo, avendo già pubblicato anni avanti il mio, in qualche modo, Sentiero, nato certo in ben diverso terreno e in più diverso clima, di esito certo non comparabile, primo romanzo in ogni modo di iniziazione o formazione, La ferita dell’aprile. Secondo romanzo dunque, Il sorriso, che è, come sa ogni scrittore, più rischioso forse del primo, poiché consumate esperienza, urgenza, in- nocenza, libertà, dovrebbe segnare il superamento d’una esposta adolescenza, impostare la voce, confermare la fisionomia dell’autore, determinarne il futuro. Secondo romanzo, Il sorriso, che ebbe allora, quando sorti (vent’anni fa), parvenza e accoglienza di primo, e non per impetuoso candore che in esso si leggeva, ché anzi qualcuno lo disse di sapiente struttura, ch’era tradotto forse in fredda, impoetica costruzione, ma perché del Primo non si aveva cognizione o memoria. L’una e l’altra giustificate, ché troppi anni (tredici) separavano il primo dal secondo. Distrattamente poi si registrarono le generalità del primo, nato com’era nella marginalità d’una collana (la mondadoriana “Il tornasole” di Gallo e Sereni) di sperimentazione e ricerca letteraria in una stagione in cui la rinvigorita industria editoriale doveva necessariamente spostare impegno economico e preferenze verso prodotti collaudati e affidabili. I tredici anni tra il primo e il secondo, dunque, erano colpevoli (impensabili oggi, in cui l’assidua presenza, non solo di testi, ma anche, o ancor più della persona stessa dell’autore nel dominio dei media, assicura esistenza), e li giustifico (come studente o soldato l’assenza da scuola o caserma) con questi motivi: il deserto di memoria, paro-la, che fatalmente si crea in ognuno dopo il primo romanzo; per me ancora, come per altri di uguale vicenda, l’altro deserto oggettivo, storico, sociale, del luogo, cioè, il Meridione, la Sicilia, in cui e di cui mi trovavo a scrivere; il mio trasferimento al Nord, a Milano, dove erano già approdate masse ingenti di contadini, braccianti, e il conseguente spaesamento, subito in un contesto urbano, industriale di cui non avevo memoria, non possedevo linguaggio, e in un momento di acuta storia (1968), di acceso dibattito politico e culturale, di duro conflitto sociale. Nel trasferimento a Milano m’ero portato nel bagaglio l’idea o progetto, ancora incerto, confuso, di questo romanzo, scaturito da vicende private (esperienze, memoria) e pubbliche (eventi sociali e culturali accaduti intorno agli anni Sessanta). Al primo ordine appartenevano la conoscenza del luogo, fisico e umano, in cui ero nato e m’ero trovato a vivere – i paesi dei Nebrodi, di serena natura e di sommessa storia, con rari sopratoni di ribellismi, di rivolte popolari, come quella risorgimentale di Alcara Li Fusi, tramandata Più dal racconto orale che dalla storiografia – paesi remoti dimentichi e dimenticati, rispetto ai due poli antitetici e simbolici quali erano Messina e Palermo; la frequenta-zione, in epoca preturistica, preconsumistica, delle isole Eolie, di Lipari (visione dalla sponda del Tirreno, costan- te e variabile fino al favoloso, sulla linea dell’orizzonte) e presa d’atto, al di qua della sua protondissima storia, del suo mito, della realtà sociale delle cave di pomice, dei cavatori, afflitti da sempre dalla silicosi; la scoperta, nel mio peregrinare tra Isola e isole, nel mio oscillare tra un polo e l’altro – Messina di storia continuamente cancellata dalla violenza della natura, e Palermo di continua, atroce storia di violenza politica e sociale – la scoperta di una cittadina fortemente strutturata nel suo tessuto urbano, miracolosamente conservata nei fitti e significativi segni della sua storia: Cefalù, confine d’un oriente di natura e d’esistenza, di linguaggi formali e mitopoietici e porta d’un occidente di storia e di linguaggi logicocritici. Il rinvenimento, in Cefalù, d’una biblioteca e d’un museo, la conoscenza del loro fondatore, un erudito ottocentesco, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, e la rivelazione, nel domestico museo, sopra uno strato d’insignificanze, d’una vetta, d’una gemma: il Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, tradizionalmente detto dell’Ignoto marinaio, trovato dal Mandralisca a Lipari, nella bottega di uno speziale. I tre elementi allora, la rivolta contadina di Alcàra, i cavatori di pomice di Lipari e il Ritratto d’Antonello reclamavano una disposizione su uno spazio di rispondenze e di senso, in cui il Ritratto stesso, nel suo presumibile percorso da una Messina, già di forte connessione storica, cancellata dai terremoti, a Lipari, isola-regno d’esistenza, di mito, a Cefalù, approdo nella storia e nella cultura, disegnava un triangolo e un movimento da un mare d’incertezza e rassegnato destino (l’Acitrezza e le falde etnee verghiane) a una terra di consapevolezza e di dialettica. Questa planimetria metaforica verticalizzavo poi con un simbolo offertomi dal malacologo Mandralisca, quello della con- chiglia, del suo movimento a spirale (archetipo biologico e origine di percezione, conoscenza e costruzione, com’è nella Spirale delle calviniane Cosmicomiche; arcaico segno centrifugo e centripeto di monocentrico labirinto, com’è in Kerényi e in Eliade). Il Ritratto d’ Antonello occupava dunque l’angolo acuto di quel triangolo di cui dicevo, si configurava come motore d’una possibile narrazione, diveniva luogo in cui far precipitare esperienza e memoria, emergere idee, se non T’ideologia, divenire spazio logico e dialettico, leitmotiv e topos d’assunzione e di negazione, punto d’avvio d’invenzione, costruzione, soprattutto linguistica. Il sorriso scaturiva, affermavo, da esperienze private e da eventi pubblici. Fra questi secondi è innanzitutto la vasta rilettura ch’era stata fatta, in campo storiografico, del nostro Risorgimento in occasione del Centenario dell’Unità, la sua rivisitazione critica, (ripartendo da Croce, De Sanctis, Salvemini, Gramsci, per giungere a Romeo, Giarrizzo, Della Peruta, Mack Smith fino all’eterodosso Renzo Del Carria e alla minuta memorialistica, come ad esempio quel Nino Bixio a Bronte di Benedetto Radice, riproposto da Leonardo Sciascia), che aveva cercato di togliere, a quel nostro cruciale momento storico, tutto lo strato di oleografia e di retorica da cui era stato coperto. E ancora La rilettura della letteratura che investe il Risorgimento, soprattutto siciliana, ch’era sempre critica, antirisorgimentale, che partiva da Verga e, per De Roberto e Pirandello, arrivava allo Sciascia del Quarantotto, fino al Lampedusa del Gattopardo. Il Gattopardo, ecco: clamorosamente esplodeva in quegli anni nel pieno di un dibattito in cui si accusava il Risorgimento politico del fallimento del risorgimento sociale, sperato e reclamato soprattutto dalle masse meridionali, dalla classe che sotto l’abbattuto potere aveva più sofferto oppressione e offesa e che sotto il nuovo o i nuovi po-teri, che già avevano sostenuto il vecchio, continuavano a non trovare riscatto. La polemica sul Risorgimento era chiaramente riferita al fascismo, alla sua caduta, alle spe- ranze che la Resistenza e la Liberazione avevano riacce-se, e al nuovo potere politico che nel Paese s’era instaura-to, puntualmente su trasformismi e cinismi, sull’ulteriore emarginazione dalla storia di quella classe che a ogni cambiamento ne usciva sconfitta. La visione scettica, pessimistica di Lampedusa, nonché verso il Risorgimento, era verso ogni sconvolgimento d’un ordine che, pur nella sua ineludibile iniquità, possiede una sua naturale armonia che in alto, per lenta distillazione di linfe, può dare i fiori più belli d’una civiltà; la sua bruciante ironia era verso ogni moto che mira a evoluzione, aspira a “magnifiche sorti e progressive” Consolava così, Il Gattopardo, i nostalgici superstiti d’una classe ch’era ormai tramontata con il suo carico di colpe e assenze; confermava nelle sue ragioni il nuovo potere (i famosi “sciacalli”) che si sentiva legittimato per una positivistica, deterministica legge; irritava i neorisorgimentali, gli intellettuali che, nel nome del-l'”ebreuccio”, di Marx, nel nome di Gramsci, al di là anche d’ogni bellezza, fosse pure letteraria, poetica, credevano nella giusti-zia, nell’equità come portato della storia, nel rispetto d’ogni diritto e umana dignità, nel recupero alla società d’ogni margine di debolezza e impotenza. Queste istanze, si sa, penetrarono non già nei contadini e braccianti meridionali – com’era accaduto alla fine dell’Ottocento -, ché costoro, con l’infrangersi dell’antico sogno della terra, con il Fallimento d’una riforma agraria da sempre voluta, con il rapido e unico sviluppo in senso industriale del Paese, in massa erano emigrati nel Nord, ma erano penetrate in contesti urbani e industriali, a Torino, a Milano erano deflagrate. E in campo culturale, letterario, sulla spinta di nuove filosofie, nuove sociologie, nuove tematiche e scritture letterarie che giungevano dalla Francia, dalla Germania o dall’America, ogni acquisizione, certezza era messa in discussione, in discussione era messo, soprattutto dal Gruppo ’63, il romanzo “tradizionale” , il suo linguaggio. Mi trovai dunque a Milano di fronte a uno sfondo industriale, a un conflitto sociale fra 1 più accesi del Dopoguerra, che il potere e le forze della conservazione cercavano di placare con omicidi e stragi, che il terrorismo politico poi con uguale metodo e uguali misfatti contribuì a dissolvere, a una profonda crisi culturale, alla contestazione in letteratura operata dai due fronti contrapposti degli avanguardisti e degli sperimentalisti. A Milano il clima era simile a quello in cui si trovò Verga, negli anni Settanta del secolo scorso, nel contesto della prima rivoluzione industriale e dei conseguenti conflitti sociali, dell’ipoteca manzoniana che gli Scapigliati volevano togliersi di dosso e della ricerca di nuovi temi e di nuovi linguaggi. In questa Milano Verga, spaesato, cadeva in quella crisi che l’avrebbe portato al ripiegamento in se stesso, al rifiuto d’ogni ideologia di modernità e progresso, al ritorno alla Sicilia “intatta e solida” della sua infanzia, della sua memoria, che lo avrebbe, per opposizione, affrancato – lui sì – da Manzo-ni, gli avrebbe fatto compiere la più radicale rivoluzione stilistica della nostra letteratura moderna. Non sembri ingiurioso il nesso, ridicolo il riferimento, ma l’esempio alto è fatto per ognuno, robusto o fragile, che si è trovato in situazione di novità e di smarrimento. Mi trovai dunque a Milano nel Sessantotto con nel mio bagaglio l’idea incerta di questo Sorriso, e la nuova realtà, il nuovo clima in cui ero immerso, mi spaesarono, sì, obbligandomi però a osservare, a studiare, a cercare di ca- Pire, di capirmi. E passarono anni per definire il progetto, convincermi della sua consonanza con il tempo, con la realtà, con le nuove etiche e nuove estetiche che essa im-poneva, assicurarmi della sua plausibilità. Assicurarmi anzitutto che il romanzo storico, e in specie in tema risorgi-mentale, passo obbligato di tutti gli scrittori siciliani, era per me l’unica forma narrativa possibile per rappresentare metaforicamente 1l presente, le sue istanze e le sue problematiche culturali (l’intellettuale di fronte alla storia, il valore della scrittura storiografica e letteraria, la “voce” di chi non ha il potere della scrittura, per accennarne solo alcune) e insieme utilizzare la mia memoria, consolidare e sviluppare la mia scelta stilistica, linguistica origina-ria, che m’aveva posto e mi poneva, sotto la lunga ombra verghiana, nel filone dei più recenti sperimentatori, fra cui spiccavano Gadda e Pasolini. La struttura poi del ro-manzo, la cui organicità è spezzata, intervallata da inserti documentari o da allusive, ironiche citazioni, lo connotava come metaromanzo o antiromanzo storico. “Antigattopardo” fu detto Il sorriso, con riferimento alla più vicina e ingombrante cifra, ma per me il suo linguaggio e la sua struttura volevano indicare il superamento, in senso etico, estetico, attraverso mimesi, parodia, fratture, sprezzature, oltranze immaginative, dei romanzi d’intreccio dispiegati e dominati dall’autore, di tutti i linguaggi logici, illuministici, che, nella loro limpida, serena geometrizzazione, escludevano le “voci” dei margini. Era l’indicazione del superamento insomma di quel “fiore” di civiltà, di arte, rappresentato dall’Ignoto di Antonello, dal suo ironico sorriso, dell’uscita, lungo la spirale della chiocciola, dal sotterraneo labirinto, dell’approdo alla consapevolez-za, alla pari opportunità dialettica. Cosa significa la riproposta, oggi, de Il sorriso dell’ignoto marinaio? Certo radicalmente diverso è oggi lo sfondo storico e sociale rispetto a venti anni fa. Il dibattito culturale e letterario è divenuto flebile o si è quasi spento. L’avanguardismo è approdato, da una parte, al conservatorismo e, dall’altra, ha generato un giovanilistico neonaturalismo che, azzerando memoria e linguaggio letterario, trova nel suo parlato, nelle inflessioni gergali matrici nel cinema, televisione o fumetto. Lo sperimentalismo, nella civiltà di massa, nel mondo mediatico, per la caduta di relazione fra testo linguistico e contesto situazionale, fra emittente e ricevente, sembra non possa che adottare, per quanto almeno personalmente mi riguarda, nel tentativo di superare il silenzio, moduli stilistici della poesia, riducendo, per rimanere nello spazio letterario, lo spazio comunicativo, logico o dialogico proprio della narrazione. Ripeto: che senso ha la riproposta di questo Sorriso? E la risposta che posso ora darmi è che un senso il romanzo possa ancora trovarlo nella sua metafora. Metafora che sempre, quando s’irradia da un libro di verità ideativa ed emozionale, allarga il suo spettro con l’allargarsi del tempo.
1996

Il museo Mandralisca di Cefalù. Articolo per Il Manifesto.

Prefazione Al tempo della bestia trionfante Nottetempo, casa per casa

Giulio Ferroni

Al tempo della bestia trionfante Nottetempo, casa per casa (la cui prima edizione reca «Finito di stampare nel mese di marzo dell’anno 1992») si apre con un’immagine di lacerante dolore proiettata sullo slargo di un paesaggio rivelato dalla luce livida della luna: le suggestioni della letteratura lunare (con cui Consolo aveva già splendidamente dialogato in Lunaria) si addensano qui su ben individuati luoghi siciliani e sulla figura in- quietante, densa di tracce mitiche e folcloriche, della licantropia. Il male catubbo del vecchio Marano esplode all’affacciarsi della «chiaria scialba all’oriente», al ritorno dell’astro che svela il mondo, aprendo uno squarcio di quel paesaggio che ha al centro Cefalù, che più volte sarà illuminato e “rivelato” dallo sguardo del romanzo: ora, a specchio del mare giù in basso, «sul declivio, per la pianura breve» sono in evidenza «i tronchi degli ulivi», che sembrano addirittura «sradicarsi» in un muoversi collettivo, corrosi e lacerati da un immedicabile spasimo. È come se la luna rivelasse qualcosa di eccessivo, il traboccare stesso della malinconia, che erompe letteralmente nell’uscire di casa del malato (formidabile quell’attacco Si spalancò la porta d’una casa…), col suo correre, con gli echi e i rim- balzi che esso suscita, fino allo svegliarsi delle «solinghe case sopra il colle», all’accendersi dei lumi, al bisbiglio accompagnato dal brivido. Il correre dell’uomo chiama in causa, più nettamente, con precisione topografica, l’offrirsi alla vista dei luoghi attraversati: luoghi di un esistere carico di storia e di passato, di speranza e di dolore, di bellezza e di violenza, fissati in un effetto di «vastità deserta», immersi in una «quiete» che fa sentire più in profondità «la pena, lo sgomento», il desiderio impossibile di «un altro approdo», di cui la scena notturna, «questo livido limbo», è forse figura. E il malato che cade a terra sembra «il supplice, l’orante disperato del dio della distanza e dell’assenza, d’un ignoto dio, impassibile o efferato»: seguito con partecipazione dolorosa dal figlio Petro, in un empito di solidarietà e di angoscia, perché possa essere ricondotto infine in un circuito di intimità familiare. E non può non venire in mente una scena e situazione pur tanto diversa, in fondo più sinistra e davvero senza scampo, senza nessun esito di “pietà”: quella della novella pirandelliana Male di luna. Con il rilievo di una lingua che scava la realtà, che sfida la sua sostanza fisica, la sua evidenza visiva, la materia pullulante che la costituisce, questo incipit rivela subito due orizzonti essenziali del romanzo, l’apertura “geogra-fica” e storica su di un ambiente fisico e umano, e la discesa in un dolore individuale, nell”offesa” che gli esseri umani ricevono dalla natura o dai rapporti sociali. Romanzo di Cefalù e della Sicilia all’inizio degli anni ’20, in cui si fa strada la «bestia trionfante» del fascismo; e romanzo del dolore, della lacerazione che grava, entro quel contesto ambientale e storico, sull’esistenza di un giovane intellettuale di origine contadina, Petro Marano, e sulla sua fa-miglia. Dolore personale e dolore della storia, del mondo che si agita e si corrompe, convergono in un narrare che procede per vere e proprie “stazioni”: i dodici capitoli (come mostrano i loro titoli e le epigrafi che li accompagnano) si presentano come dei “quadri” in movimento, ogni volta concentrati su un tema, su una figura o una situazione: diversamente riferiti all’ambiente di Cefalù e a quel momento storico, suggeriscono diversi fili di vicende che si specchiano tra loro e arrivano a convergere nei loro nodi risolutivi. Il narrare di Consolo è animato proprio da questa spinta a fissarsi ogni volta su di un “qua- “, a cercare la lingua capace di trarre alla luce la sostanza delle presenze che lo abitano: una lingua che ha una forte caratura “poetica”, un’espressività che si addensa intorno alle cose, che mira a rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricità pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che li serrano). Grandi aperture sull’ambiente fisico e umano si im-ponevano, del resto, già nelle opere precedenti di Con-solo: e basta ricordare che Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) si apre proprio con lo svelarsi del paesaggio siciliano dalla nave con cui il barone Mandralisca ritorna da Lipari con il celebre ritratto di Antonello («E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci»); e che questa disposizione a seguire l’evidenza degli slarghi che si presentano all’occhio agisce vigorosamente nella stessa scrittura saggistica di Consolo, nei suoi più distesi percorsi sul territorio siciliano (in primis Le pietre di Pantalica, 1988). È come se la scrittura riuscisse a seguire un occhio capace di spaziare sulle distese di un paesaggio carico di presenze, di memorie, di suggestioni. In Nottetempo gli squarci eccezionali su Cefalù e dintorni sembrano seguire un movimento che, attraversando lo spazio casa per casa, ne coglie l’effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione dell’onomastica geografica e topo-grafica, che viene come ad addensare in sé la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici, esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre che lo abitano. Nel capitolo IV, La torre, si apre anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi da Petro: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici, storici, si mescolano i dati “moderni” delle insegne pubbliche e della pubblicità e poi quelli delle scritte dei cartelli del corteo socialista (mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi più definiti dati geografici). I nomi del resto costituiscono lo strumento più determinante di questa resa espressiva della realtà: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi, di forte so- stanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che emergono da un passato ancestrale o nomi legati al più dimesso fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell’esperienza popolare, nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall’invasione della modernità, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti più distruttivi e perversi. L’elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico più diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce soprattutto nell’ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il linguaggio viene così forzato in una doppia direzione, sia costringendolo ad immergersi verso un centro oscuro, verso l’intimità delle cose e dell’esperienza, verso il fondo più resistente e cieco della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone l’orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo appunto a “vedere” la distesa più ampia dell’ambiente e a farsi carico della sua stessa densità storica, di quanto resta in esso di lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro. Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia del padre, la disperata follia della sorella Lucia), Petro, dopo essersi abbandonato ad un urlo indistinto e senza scampo, si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di tutto «nomi di cose vere, visi-bili, concrete», nomi che egli scandisce come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un rinominare capace di trarre alla luce una realtà non ancora contaminata dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realtà senza pieghe dolorose, in un flusso sereno della vita e del tempo: «E s’ aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scandì a voce alta: “Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…” scandì come a voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si svolgea serena, sereno il tempo» (IV, La torre: e si noti come in questa elenca-zione, che la punteggiatura fissa in una sorta di forma pu-ra, i vari nomi si distribuiscono in gruppi, riferiti a diversi settori d’esperienza, secondo una progressione che va dalla solidità elementare della terra al richiamo aereo del volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilità dell’arcobaleno). Il «maestricchio» Petro Marano sfida le parole cercando in esse un’esperienza più risolutiva, cercando la strada della scrittura e sondandone la difficoltà estrema, lo sforzo eroico che richiede; a lui, come uno specchio parzialmente autobiografico, si affida il punto di vista dell’autore. Per Petro, e per Consolo, la scrittura non è un gioco di prestigio, esteriore spettacolo, brillante e accattivante ricamo sulla scena pubblica, veloce fagocitazione del mondo: è sfida al dolore, alla difficoltà della parola, alla resistenza della realtà; è lotta sorda e prolungata con un grumo oscuro; è canto che si dispiega nel confronto con il silenzio; equilibrio impossibile e lacerato che sorge dall’urlo; ragione e luce che si svolge dalla cecità dell’esperienza. A questa essenzialità della scrittura mira Petro, che, investito dal dolore, si scontra con la difficoltà di dire, con l’evidenza materiale di caratteri che sembrano immergersi nella porosa durezza della materia: «Si mise in ginocchio a terra, appoggiò le braccia alla pietra bianca della macina riversa di quello ch’era stato un tempo un mulino a vento, e cercò di scrivere nel suo quaderno – ma intinge la penna nell’inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell’ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere, un soffio, e si rivela il nulla, l’assenza d’ogni segno, rivela l’impotenza, l’incapacità di dire, di raccontare la vita, il patimento» (ivi). Ritroverà poi, al momento della fuga, il quaderno nascosto nel foro della ruota della macina a cui ha affidato comunque la registrazione del suo più cupo scoramento, della sua disperazione: «E mai sempre questa la scrittura, è l’informe incandescente che s’informa, il suo freddarsi, il trapassare stilla a stilla nel segno, suono, nel senso decretato, nella convenzione, nella liturgia della parola? È canto, movimento, pà-rodo e stàsimo per liberare pena gioia furia rimorso, mostrare nella forma acconcia, nella più bella la tempesta? È malizia, compromesso, cedimento, riconciliazione con il mondo? Oh anima sfuggente, oscura, oh fondo tenebro-so.// E menzogna l’intelligibile, la forma, o verità ulteriore?// Ma prima è l’inespresso, l’ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto. È il sibillino, il murmure del vento, frammento, oscuro logo, profezia dei re-cessi. È la ritrazione, l’afasia, l’impetramento la poesia più vera, è il silenzio. O l’urlo disumano» (XII, La fuga). Questa ricerca della scrittura si lega ad una verifica, da parte di Petro, della propria estraneità alla politica mi-litante. Nemico dei prepotenti e fedele al proprio fondo contadino e alla propria cultura, partecipa nel vortice degli eventi del 1921/22 alle azioni socialiste, in stretta solidarietà con il merciaio Cicco Paolo Miceli. Ma nel fuoco della lotta si sente come assente, gravato da un senso di estraneità: si trova nel corteo sindacale di Palermo come un «abusivo» (e qui viene un po’ in mente il finale di Rubè del siciliano Borgese). Convocato a Palermo per una riunione urgente, vi resta « in silenzio, per l’incapacità di prof-ferir parola, frase, dire della politica» (xI, L’oltraggio). Solo l’oltraggio fatto alla sua famiglia dal barone don Nené e dai suoi scagnozzi, che approfittano delle turbolenze sociali per dar sfogo ai loro odi privati, lo spinge ad un attentato al balcone di palazzo Cicio. Poi, raggiunta Palermo con l’aiuto dei compagni e imbarcatosi per Tunisi, l’incontro sulla nave con il vecchio anarchico Schicchi, che esibisce truci e deliranti propositi di rigeneratrice violenza, lo convince definitivamente ad allontanarsi dalla politica, a vivere il proprio esilio «solo come un emigrante, in cerca di lavoro, casa, di rispetto»; getta in mare un libro messogli in mano dall’anarchico e si rivolge in modo più determinato al proposito di scrivere, solo modo di render ragione del dolore che lo schiaccia: «Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro.// Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore». Queste sono le ultime battute di Nottetempo, casa per casa, che viene così a concludersi con un affidamento di sé alla scrittura: sola risposta praticabile alle offese della natura e della storia, sola difesa di un’ipotesi di mondo giusto ed umano, abitato dalla bellezza e dalla ragione. Una risposta, questa, che riceve stimolo e conforto dalla grande letteratura del passato, dagli scrittori che hanno dato della realtà un’immagine ben più profonda e autentica di quella data dalla politica: gli scrittori della verità e non quelli dell’ideologia. Petro sa che il linguaggio dei fogli politici, troppo compromesso con l’oscurità e la violenza del presente, finisce per occultarne la vera essenza; al contemporaneo linguaggio rivoluzionario oppone quello degli scrittori grandi: «Conosceva e capiva la Russia narrata da Tolstoj Dostoevskij Cechov Gogol, come la Francia narrata da Victor Hugo e da Balzac, l’Italia da Manzoni e Verga… Questi scrittori grandi davano degli uomini, di un luogo e un tempo, l’immagine più vera, più della politica, che a Petro sembrava allontanasse la realtà, come i numeri e le figure della geometria, verso l’astrazione, il generale. Come l’allontanavano gli scrittori privi di verità e rispetto per la vita d’ognuno, per le vicende umane» (VIII, Le donne). D’Annunzio (idolo del barone don Nené) rappresenta invece, nel tempo in cui si colloca il romanzo, che è quello dell’impresa di Fiume, l’incarnazione esemplare e detestata dello scrittore «della vanità, della menzogna, il poeta delle parole rare e abbaglianti» (ivi). Sulla nave che lo conduce a Tunisi, Petro deve poi opporre sommessamente ai nomi dei “rivoluzionari” Gori e Rapisardi, di cui l’anarchico Schicchi esalta la lingua «sacra», quelli per lui davvero sacri di Dante e di Leopardi… Ponendosi così in una deliberata continuità con gli scrittori grandi e tendendo verso la poesia, il narrare di Consolo viene a confrontarsi con l’inespresso, con la scaturigine della parola e della realtà. Ne danno una figura rivelatrice le pagine sulla discesa negli «spazi inusitati», come fuori del tempo, dei sotterranei del tempio della Rocca, dove c’è una volta istoriata di «ignote forme, presenze vaghe, febbrili assenze». E un luogo di lontana origine, appunto, di cui è tanto più difficile quanto più necessario dire, di cui la scrittura può ora riferire come per frammentarie allusioni, quasi per speculum et in enigmate: «In questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichio di quell’oro, è possibile ancora la scansione, l’ordine, il racconto? È possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all’ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono? E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione» (V, Il capretto). Scrittura di ciò che è affondato nel buio, scrittura delle rovine, che si affaccia su esistenze e libri perduti, su poemi dispersi, su tracce lacerate di una vita, di una gioia e di una pena che non sono più, ma che insistentemente ritornano: «Qui discendiamo nel buio lievemente, in questi luoghi trigidi, appena dissepolti. Affiorano frammenti, schegge, fra le dita si sciolgono i volumi in sciame di cenere, in pulviscolo, si perse e per sempre il tuo poema, la tua gioia, la tua pena… Come si perde e muore l’afflato nostro nel vuoto, nell’ètere insonoro» (ivi). Questa interrogazione dell’inespresso, questa immersione in un mondo originario è comunque lontanissima da quella metafisica dell’origine su cui si esercita a vuoto tanta cultura contemporanea, tra filosofie alla moda e teorie della letteratura: la sua spinta è data piuttosto da una appassionata ricerca di tracce umane, di segni di vite radicate nella realtà. La scrittura di Consolo ha in effetti una formidabile carica storica: in tutti i capitoli-stazione di Nottetempo, casa per casa l’evidenza dei luoghi è sostenuta e animata dal colore e dal respiro del tempo; movimenti e gesti dei personaggi sono radicati proprio li, in quegli anni turbinosi, in quella Sicilia in cui si specchiano e si propagano i conflitti, le prepotenze, le follie, le aberrazioni, le speranze, i disagi, i barlumi di vita e gli abissi di morte che allora imperversavano sulla scena del mondo (ma vi si apre anche qualche momento più disteso e felice, come nel tono da favola popolare del capitolo IX, La Cerda, dedicato alla Targa Florio e alle nuove scarpe che lo scarparo Gandolfo ricava dai copertoni automobilistici, o nella trionfale descrizione delle diverse fasi della costruzione della «giara stefanara» nel capitolo XI, L’oltraggio). La maledizione di un tempo in cui dalle tremende ferite della guerra appena conclusa scaturiva il fascismo tro-AYIL va qui la manifestazione più abnorme ed estrema nell’arrivo a Cefalù del folle satanista inglese Aleister Crowley, con la sua comunità dei thelemiti, il suo misticismo estetizzante e superomistico, che viene come a contaminare l’ambiente, intrecciandosi e sovrapponendosi alla diffusa violenza politica e sociale. Crowley si presenta deliberatamente come la «Grande Bestia 666» dell’Apocalisse, «Ulisse senza patria», che raccoglie in sé tutto il lascito dell’irrazionalismo, dell’occultismo, del satanismo, aberrante apostolo di una liberazione totale delle pulsioni che mira ad una sorta di «assoluto Nero». La presenza di Crowley e dei suoi seguaci (a cui ad un certo punto si collega anche il barone don Nené) costituisce un segno estremo dell’ avvelenarsi di un antico mondo e della sua “verità”: con essa dilagano l’offesa e l’oltraggio, non solo alle persone, ma all’ambiente, ai luoghi, alla loro severa bellezza, alla loro storia, all’eco remota del mito, ora «ricreato in falsità, in rito, in teatrino estetico, in imitazione insana» (VI, La Calura). Così il pastore Janu viene trascinato dentro la comunità thelemitica come una sorta di officiante del sesso: «Trapassa così l’ignaro pastorello dentro l’irrealtà, l’inganno, viene ridotto a maschera, figura, a bruto strumento di cerimonia» (ivi). E sarà Petro ad avvertire, contemplando di notte, sdraiato sulla spiaggia, case e strade della città intorno alla cattedrale che ne è il «cuore», il frantumarsi irreparabile di antichi equilibri: «Sentiva d’esser legato a quel paese, pieno di vita storia trame segni monumenti. Ma pieno soprattutto, piena la sua gente, della capacità d’intendere e sostenere il vero, d’essere nel cuore del reale, in armonia con esso. Fino a ieri. Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell’insania. E corrompeva il linguaggio, stracangiava le parole, il senso loro…» (x, Pasqua delle Rose, I). Per questo sulla nave Petro affermerà di odiare «il paese, l’isola», il governo e la «gentaglia» che lo sostiene, perfino «la lingua che si parla»; e anche nel linguaggio dell’anarchico Schicchi riconoscerà «la bestia indomita. La bestia dentro l’uomo che si scatena e insorge, trascina nel marasma. La bestia trionfante di quel tremendo tempo, della storia, che partorisce orrori, sofferenze». Non sarà il caso di aggiungere che in questa Cefalù del I921/22 si scorgono tante tracce della Sicilia e dell’Italia contemporanea, delle loro lacerazioni e del loro de-grado, delle minacce affacciatesi variamente negli ultimi decenni (dal fascismo squadrista al cieco marasma del terrorismo al nuovo fascismo pubblicitario e mediatico), del distruttivo montare di nuovi irrazionalismi e nichilismi, del desiderio di fuggire, di esiliarsi, di rifiutare (pur mentre si continua ad amarlo) il paese che si sfalda, della difficoltà di una letteratura non votata all’esibizione spettacolare e narcisistica, ma alla “verità”, all’ascolto del cuore lacerato della realtà.

Copertina dell’edizione del Sole 24 ore “I capolavori del premio Strega”