* Bisogna subito dire di Bagheria, paese dove è nato e cresciuto Giuseppe Tornatore, questo regista della seconda generazione dei grandi registi italiani del secondo dopoguerra. Dire di Bagheria e di Giuseppe Tornatore fotografo, della sua fotografia come telemachia, prima educazione artistica, primo passo verso il mondo delle immagini, verso il cinema. Bagheria, singolare paese, rispetto agli altri paesi di Sicilia per il motivo e per il modo in cui esso è nato, si è formato. “Bagheria – latino, Bayharia – Siciliano, Baaria (Val di Mazara). Estesissima ed amena campagna, ad oriente del territorio di Palermo, adorna all’ultima eleganza di casine suburbane di signori; lungo sarebbe descriverle, dirò tuttavia delle primarie. E prima occorre l’amplissima villa del principe Butera (…) Sovrastà ad una altura, a mezzogiorno di quella terra, al villa Valguarnera, dove nulla desideri che tenda alla delizia dell’animo; magnifica altresì quella di Aragona né quella di Cattolica, Filingeri, Palagonìa, Lardaria, sottostanno per fabbriche, ornamenti e disegno; sono palazzi degni tutti di grande città”. Così scrive Vito Amico nel suo Lexicon Siculum (1757), tradotto dal latino e postillato da Gioacchino di Marzo (Dizionario Topografico della Sicilia, 1858). E partiamo dunque dal primo che fece costruire la sua villa in quella “estesissima e amena campagna”, il principe Butera. Un emistichio del Tasso, O corte a dio, e una quartina in lingua spagnola faceva incidere sul primo e sul secondo arco di ingresso alla sua villa a Bagheria don Giuseppe Branciforti, conte di Mazzarino e principe di Butera. A capo di una congiura contro il re di Spagna, Filippo IV, e contro i viceré di Sicilia, don Giovanni d’Austria, l’eroe di Lepanto, nel sogno di divenire re di una Sicilia indipendente, tradito e traditore – la sua delazione, insieme a quella del poeta Simone Rao, costò la vita a sei congiurati – il Butera si ritirò in quel sobborgo di Palermo, tra la fenicia Soluto e la greca Imera, si chiuse dentro quella sua dimora che era fortezza, castello, tomba non di libri e di salme come l’Escorial, ma di orgoglio umiliato e di rimorso.
Ya la esperanza es perdita Y un solo ben me consuela Que el tempo que pasa y buela Lleverà presto al vida.
Congiuravano contro il re di Spagna, i nobili di Sicilia, ma frequentavano i poeti spagnoli. Epigrafava la sua villa, il principe di Butera, con versi tratti dalla Galatea di Miguel de Cervantes. Dopo il Butera, come ci dice l’Amico, costruirono ville nell’amena plaga molti altri nobili, tra di loro in gara di delizia, di sfarzo, fino al rovesciamento nel delirio del barocco, nell’allucinazione pietrificata, nel capriccio goyesco della villa dei Mostri del principe Palagonìa, da cui Goethe, in cerca in Sicilia di una Ellade di luce e d’armonia, si sarebbe allontanato inorridito. Scrive nel suo Viaggio in Italia: “Palermo, lunedì 9 aprile 1787. Abbiamo sciupato tutta la giornata d’oggi dietro le pazzie del principe di Palagonia. (…) Quando il padre del principe attuale costruì la villa, (…) ha concesso libero sfogo al suo capriccio e alla predilezione per il deforme e per il mostruoso”. Certo, per un Goethe che viaggiavo in Sicilia con il metro di Winckelmann in tasca, quella villa Palagonìa non poteva che suscitargli orrore.Le ville di Bagheria. “Di ville, di ville!…di principesche ville” avrebbe esclamato con ironia Gonzalo – Carlo Emilio Gadda, riferendosi a quelle di Lukones, vale a dire della Brianza, ne La cognizione de dolore. Le ville di Bagheria non le hanno certo costruite con le loro mani i nobili, i Gattopardi di Sicilia, il loro progetto villesco, nella loro gara di sfarzo, di lusso, oltre agli architetti, ha attirato là, da Palermo e da altre zone della Sicilia, masse di murifabbri, scalpellini, falegnami, manovali e artigiani, oltre a braccianti, a contadini, per lavorare negli estesi giardini. Gli abitanti di Bagheria, abitanti al di qua delle ville cinte di gran mura come fortezze, erano, ci dice il Di Marzo, nel 1852 quasi diecimila. E oggi sono più di quarantamila. Al di qua delle alte mura delle ville i cui padroni, i famosi “leoni e i gattopardi” lampedusiani sono per la maggior parte tramontati, finiti per isolamento, dissennatezza o alienazione, al di qua sono nati e cresciuti a Bagheria, tra quello che si chiamava il popolo, gli spiriti più acuti, più intelligenti, gli artisti e gli intellettuali più dotati. Facciamo per tutti tre nomi: il poeta Ignazio Buttitta, il pittore Renato Guttuso e il fotografo-regista Giuseppe Tornatore. E qui vogliamo dire, dell’autore di famosi films, come Nuovo Cinema Paradiso, Stanno tutti bene, L’uomo delle stelle, La sconosciuta, e altri, e, in fase di produzione, l’ancora inedito Baarìa, di cui qui compaiono immagini delle riprese. La Baaria funestata oggi da quella mala pianta che si chiama mafia, da quelle “iene e sciacalletti” che sono subentrati ai principi e ai baroni delle famose ville. Giuseppe, anzi Peppuccio Tornatore, muove dunque i primi passi per le strade di Bagheria con una macchina fotografica in mano. La Sibilai, le città e i paesi siciliani, per la loro profondità storica, sono stati da sempre interessanti e “urgenti” per i viaggiatori stranieri, per gli incisori prima, incisori come Houel e Saint-Non, e quindi, con l’avvento della fotografia, è divenuta interessante e “urgente” per fotografi stranieri e per gli stessi siciliani. Ai primordi, verso la fine dell’Ottocento, vale a dire, otografano la Sicilia l’inglese Samuel Butler, l’eccentrico autore de L’autrice dell’Odissea, la grande triade quindi dei veristi siciliani, Capuana, Verga, De Roberto, che nella fotografia vedevano confermate le loro tesi letterarie. E ancora i fratelli Alinari, Giacomo Brogi, l’esteta von Gloeden, Giorgio Sommer. Robert Capa, poi, sbarcato nel ’43 con gli Americani in Sicilia, fotografò la Sicilia di quel momento della Liberazione. Vi fu poi la scuola di fotografi palermitani, da Interguglielmi a Giusto e Nicola Scafidi a Enzo Sellerio, a Ferdinando Scianna, a Melo Minnella. A questa scuola e a questa tradizione ha appartenuto il giovane fotografo Peppuccio Tornatore. Scrive Tornatore nel libro Giuseppe Tornatore fotografo in Siberia: “Dopo mesi e mesi vissuti in moviola, al buio, gli occhi eternamente puntati a vedere, rivedere…Ero in questo limbo dell’immaginazione, mentre mi avviavo a concludere il montaggio di La leggenda del pianista sull’oceano, quando un bel giorno, inaspettatamente, la voce nordica e gentile di Alberto Meomartini giunge a insinuarsi come una nota stonata nel quotidiano coro telefonico: “So che da ragazzo lei è stato fotografo. Se la sentirebbe di tornare a fare fotografie?”. Il Meomartini lo invita dunque ad andare in Siberia con la sua Rolleicord. Sono quelle fotografie di una Siberia innevata, quasi desolata, una terra di Dostoevskij o Solzenicyn, ma sono anche foto di bimbi, di donne, di uomini di grande dignità. E poi, in giro per la Russia, Tornatore ha fotografato Mosca, e in giro per il mondo, la Cina, il Giappone, l’America, la Tunisia. Sono foto che in parte compaiono in questa mostra. Ma a chi qui scrive, da siciliano e sicilianista, senza nessuna ombra di regionalismo, interessa molto il fotografo che “da ragazzo” fotografava la Sicilia, fotografava la sua Baaria, Porticello, Palermo, Portella della Ginestra…Sono fotografie degli anni Sessanta-Settanta di una Baaria ancora povera, contadina, ancora non mutata antropologicamente, fuori ancora crediamo dalla contaminazione corleonese: una Baaria priva di ville, ma nobile, ricca di umanità.
Indiscrezioni Giuseppe Tornatore fotografie Edizioni Fratelli Alinari 2008
Giuseppe Tornatore e Vincenzo Consolo a Venezia foto di Giovanni Giovannetti
Giuseppe Tornatore, Vincenzo Consolo
world copyright Giovanni Giovannetti/effigie
Laureano Núñez García AA.VV. (Homenaje por sus 75 años) a cura di Irene Romera Pintor Valencia, Generalitat Valenciana Universitat de València 2008 Nell’aprile del 2008 l’Universitá di Valencia organizzò delle giornate internazionali di studio in onore al noto scrittore siciliano Vincenzo Consolo nelle quali si celebrava il suo straordinario apporto creativo al panorama della letteratura italiana e europea per il suo settantacinquesimo anniversario. L’iniziativa di quest’incontro, così come gli accurati atti delle giornate, sono merito della professoressa Irene Romera Pintor, senza dubbio una delle migliori specialiste nell’opera di Vincenzo Consolo. Il volume La pasión por la lengua: Vincenzo Consolo (Homenaje por sus 75 años) raccoglie gli interventi che ebbero luogo in quest’incontro che contò sulla presenza di notevoli critici e studiosi europei, oltre che dello scrittore celebrato. Vincenzo Consolo apre il libro con il saggio Due poeti prigionieri in Algeri: Miguel de Cervantes e Antonio Veneziano. Con il suo solito linguaggio preciso e sorprendente, Consolo indaga nuovamente nella memoria del passato storico per capire il presente, recuperando in quest’occasione la relazione istauratasi tra due grandi scrittori, Miguel de Cervantes e il siciliano Antonio Veneziano, nello stato di cattività che entrambi soffrirono in Algeri nella seconda metà del Seicento. Il poeta palermitano Antonio Veneziano fu catturato dalle navi corsare nel 1578 e trasferito ad Algeri, dove Cervantes era già da tre anni. In cattività, entrambi gli scrittori continueranno il loro lavoro letterario e, una volta liberati e rientrati in patria, sia Cervantes sia Veneziano soffriranno nuovamente la crudezza del carcere, fornendo un esempio delle difficoltà di vivere (allora come adesso) sulla rive del Mediterraneo. In “Filosofiana” o cuando las piedras hablan, Fausto Díaz Padilla analizza sotto svariati aspetti linguistici e narratologici l’edizione e la traduzione spagnola (a cura di Irene Romera) del racconto di Consolo Filosofiana, appartenente all’opera Le pietre di Pantalica. Diaz Padilla conferma la felice intuizione della traduttrice spagnola nell’individuare nello scenario spaziale e la costruzione dei personaggi le chiavi per comprendere il concetto di sicilianità che struttura il testo. Inoltre, Diaz Padilla sostiene che la simbiosi tra il linguaggio regionale, locale e arcaico costituisce il peculiare stilo narrativo dello scrittore siciliano. Per quanto riguarda la traduzione spagnola, considera una felice scelta l’utilizzo del dialetto “murciano” rurale per adattare i termini dialettali equivalenti del testo originale. Ne L’evidenza del nome nella scrittura di Vincenzo Consolo, Giulio Ferroni intraprende una interessante analisi stilistica per evidenziare l’importanza che acquisiscono nell’opera di Consolo i nomi, o meglio ancora, il legame che unisce i nomi e le cose in un tentativo di evitare la dissociazione tra il linguaggio e la realtà. Prendendone esempi da Il sorriso dell’ignoto marinaio, Le pietre di Pantalica, Nottetempo casa per casa e Retablo, Ferroni arriva alla conclusione che l’insistente ossessione con cui Consolo si afferra alla forza delle parole si fonda sul fatto che per lo scrittore siciliano esse siano, al di sopra di qualsiasi altra cosa, “nomi di cose vere, visibili, concrete”. Alle relazioni tra storia e romanzo Jean Fracchiolla dedica il suo saggio Vincenzo Consolo: romanzo e storia. Storia e storie. Per Fracchiolla la narrativa di Consolo si nutre della storia della Sicilia e dei luoghi che acquisiscono un’importanza straordinaria nella sua opera, come Cefalú, che unisce due romanzi storici assai rilevanti come Il sorriso dell’ignoto marinaio e Nottetempo casa per casa, dai quali si può estrarre una visione pessimista del mutamento storico dell’isola e una metafora (nel secondo romanzo) sulla volgarità dei tempi presenti. Da parte sua, Vicente González Martín si avvicina in “La Nuova Questione della lingua” en Vincenzo Consolo al difficile compito di definire il modello linguistico ed espressivo dello scrittore in rapporto con il panorama linguistico italiano attuale e alla tradizione letteraria. González Martín conclude che lo sperimentalismo stilistico e formale di Consolo, così peculiare e lontano da qualsiasi altro narratore italiano, si caratterizza per un linguaggio poetico, plurilinguistico e polifonico che unisce la lingua italiana dell’alta tradizione e i contributi del dialetto, dotandolo di una capacità espressiva originalissima che probabilmente allontanerà dalla sua opera il lettore pigro e poco esigente, ma che con il passare del tempo sarà destinato a diventare un classico. Alla problematica del linguaggio in Consolo anche Salvatore C. Trovato dedica un intervento che approfondisce le motivazioni delle sue scelte dialettali (sia sul piano stilistico sia su quello teorico e ideologico) nella tradizione culturale e letteraria, pienamente siciliana, nella quale si riconosce e dove spuntano, oltre a Verga, Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo. Per ultimo, riflette sulla traduzione allo spagnolo della “regionalità” del racconto Filosofiana, esprimendo un giudizio assai positivo sulle strategie traduttologiche impiegate da Irene Romera. La seconda parte del libro, raccoglie (sotto il nome generico di Apéndices) i vari interventi e presentazioni di libri che ebbero luogo nel convegno, anche questi di grande interesse. Divise in quattro sezioni, la prima appendice raccoglie n’appassionante intervista di Jean Fracchiolla a Vincenzo Consolo (con interventi di Trovato e Ferroni), dove Consolo ricorda la sua amicizia con Piccolo e Sciascia, e la sua visione di Vittorini, e dove emerge la dura critica dello scrittore siciliano alla degradazione della vita pubblica italiana e alla scandalosa convivenza tra mafia e politica, che serve a spiegare, secondo lo scrittore, l’irreparabile distruzione urbanistica che soffrì Palermo qualche decennio prima. Da parte sua, la seconda appendice raccoglie l’intervento del regista Pasquale Scimeca, che svela i motivi che lo spinsero ad adattare il racconto Filosofiana, uno dei tre episodi che completano il suo film Un sogno perso. Per Scimeca, il testo di Consolo si presentava come un rappresentativo esempio della Sicilia come metafora di una millenaria civilizzazione contadina trascinata da una nuova forma di civilizzazione (il consumismo), che doveva essere portata al grande schermo. Nella terza appendice sono riportati gli interventi di Dominique Budor, Vincenzo Consolo, Cesare Segre e Renzo Cremante in occasione della presentazione del libro Vincenzo Consolo, éthique et écriture (Presse Sorbonne Nouvelle, París, 2007, a cura di Dominique Budor), che sono gli atti del convegno avuto a Parigi nel 2002 sull’opera dell’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio. Gli interventi di Segre e Cremante, che raccontano uno a uno gli apporti dei critici e degli studiosi che partecipano nel volume, servono a dare un’idea globale del suo contenuto, dal quale si evince il vigore e l’interesse internazionale per un’opera letteraria nella quale emergono sia l’importanza degli aspetti etici e civili sia di quelli retorici, formali e linguistici. Infine, la quarta appendice raccoglie gli interventi attinenti alla presentazione dell’edizione spagnola del racconto Filosofiana (Fundación Updea Publicaciones, Madrid, 2008).
Jean Fracchiolla Questa è l’ennesima intervista che faccio con Lei. Ho scelto soltanto alcune domande perché ovviamente non posso farle tutte. Poi toccherà a voi (il pubblico presente) soddisfare i vostri interessi, da quello che avrete sentito. Nella Sua lunga e ricca produzione si può notare un ritmo piuttosto lento, meditato e regolare, poiché non si può dire che Lei sia un grafomane che scrive e pubblica uno o due libri all’anno, come è diventato di moda oggi. Però ciò che colpisce, quando si percorre la Sua bio-bibliografia e il lungo periodo di silenzio che intercorre tra il Suo primo romanzo La ferita dell’aprile e il secondo Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976. Sono ben dodici anni di assenza dalla scena letteraria. Potrebbe un po’ chiarire questo periodo di silenzio o almeno di non espressione letteraria? Vincenzo Consolo Dallo Spasimo di Palermo in poi questo mio lungo silenzio può ricordare quello intercorso fra La ferita dell’aprile ed Il sorriso dell’ignoto marinaio. Sembra quasi una dimissione dall’impegno letterario, dalla scrittura. Credo che dopo l’opera prima dove si mette in campo tutta la propria memoria personale, infatti La ferita dell’aprile è la memoria della mia adolescenza, bisogna capire chi si è e dove si vuole andare. Il titolo è preso da Elliot: “Aprile è il mese più crudele”1. Da qui il titolo La ferita dell’aprile che era la ferita dell’adolescenza, ma anche la ferita del luogo e del momento storico di cui parla il narratore, che era la Sicilia e la 1 ELLIOT, T.S., La terra desolata. strage di Portella della Ginestra e quindi i risultati delle votazioni del ’48 che hanno portato quel potere politico che conosciamo che è durato tanti anni. Ma voglio precisare che dopo la prima opera mi sono chiesto chi sono e dove voglio andare e non è stato facile darmi una risposta… E dopo bisogna programmarsi, sapere qual è la propria identità. Questo lungo silenzio ha coinciso anche con le mie vicende private perché nel ‘68 sono andato via dalla Sicilia. Avevo fatto i miei studi a Milano, il servizio militare, poi avevo deciso di fare lo scrittore in Sicilia. Ero stato lì cinque anni ad insegnare, frequentando Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Questi erano i miei due riferimenti. Erano di quanto più opposto si possa immaginare. L’uno poeta puro, quasi mistico, i suoi poeti per antonomasia erano San Juan de la Cruz e Góngora, poeta barocco. Piccolo era cugino di Tommaso di Lampedusa. E dall’altra parte il razionalista illuminista Leonardo Sciascia. E quindi io dovevo scegliere il mio camino: da una parte o dall’altra… Jean Fracchiolla Ma apparentemente, quando si conosce la Sua opera, ha scelto questi due poli opposti e li ha conciliati? Vincenzo Consolo Si, e poi mi sono mosso verso i disegni della Storia. Verso il grande mondo occidentale… nella parte orientale c’è più natura, più storia remota, storia greca… ed invece da quell’altra parte ci sono segni più ricchi e più evidenti delle storie che si sono susseguite. E quindi sono passati tutti questi anni con le mie ricerche storiche, personali, ecc. Mi ero portato documenti dalla Sicilia. Ho continuato poi a fare le mie ricerche, al Museo del Risorgimento di Milano, dove il direttore si chiamava Canzio Garibaldi: era un discendente di Garibaldi, molto simpatico e mi ha molto aiutato. Poi ho progettato questa trilogia che parte dal Sorriso dell’ignoto marinaio affrontando tre momenti importanti della storia italiana: nel primo romanzo il Risorgimento, in Nottetempo, casa per casa la nascita del fascismo. Mi sono chiesto come mai può nascere un fenomeno così aberrante in un Paese, ho cercato di capirne le ragioni. Le ho trovate soprattutto in una grande decadenza culturale (imperava in quegli anni il fenomeno di D’Annunzio) e soprattutto nell’insorgere di misticismi di segno bianco e di segno nero, rappresentato quest’ultimo dal satanista inglese Alaister Crowley. E quindi il terzo libro Lo spasimo di Palermo che prende il nome dalla Chiesa dello Spasimo e dal quadro di Raffaello che si chiama “Lo spasimo di Sicilia”. Questo spasimo che non finisce mai, in cui narro della Sicilia contemporanea, del fenomeno aberrante del potere politico mafioso e concludo con le due famose stragi di Capaci e di via d’Amelio, con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Il mio silenzio dopo questo ultimo libro della trilogia? Molto è mutato in questi anni in Italia, c’è stata una profonda, terribile mutazione antropologica, culturale e anche letteraria. La letteratura vera, quella in cui ho creduto e in cui ho cercato di muovermi, è ormai sepolta, sepolta dallo spettacolo, dall’imposizione mediatica, tutto è spettacolo in Italia, dalla politica alla letteratura. Tutta l’Italia è ormai telestupefatta per opera di un signore che è a capo oggi del Governo italiano. In questa Italia, io come altri della mia generazione ci sentiamo estranei e spesso siamo assaliti da profonda malinconia, se non da furore. Ma bisogna continuare a scrivere, si ha il dovere di farlo. E io lo farò, malgrado tutto. Jean Fracchiolla Ha fatto notare quindi che ha preso il titolo della ferita dell’aprile da Elliot; vorrei far notare a mia volta che i titoli delle opere di Consolo sono bellissimi. Prima di conoscerLa, di conoscere la Sua opera pensavo che quei bei titoli li sapevano dare soltanto Françoise Sagan o Marguerite Duras che hanno dei titoli di romanzi straordinari, ma veramente anche i Suoi sono all’altezza di quelli dati da queste due scrittrici alle loro creazioni. Questa è però una piccola osservazione, fatta così, en passant. Ma tornando al nostro argomento, sappiamo appunto dei legami di amicizia che L’hanno legata a Sciascia ed a Lucio Piccolo. Può raccontarci il modo in cui li ha conosciuti e qual è stata la loro influenza sulla Sua opera? Vincenzo Consolo Lucio Piccolo me lo ricordo da quand’ero ragazzino. Sulla strada del mio paese passava con una macchina di lusso, decapottabile con lo chauffeur. Dietro c’erano due signori, uno magro e l’altro un po’ corpulento. Ed erano Lucio Piccolo ed il principe di Lampedusa. Era il ’43. Lampedusa con la madre era sfollato a Capo d’Orlando per i bombardamenti che c’erano a Palermo. Poi un giorno io ero da un libraio che era anche rilegatore, si chiamava Zuccarello, e Piccolo è entrato con l’autista ed ha portato le poesie. Ha detto: “queste sono le poesie e mi deve stampare un libretto e 60 copie, non di più”. Erano delle poesie intitolate “Nove liriche”. Ed erano le poesie che poi mandò a Montale per il Premio San Pellegrino. Poi Bassani da una parte, Montale dall’altra raccontano sia nei Canti Barocchi, che nell’Introduzione del Gattopardo l’arrivo di questi due geni siciliani, nel contesto dei letterati che erano lì radunati a San Pellegrino… I miei libri erano appoggiati sul tavolo, li avevo portati al rilegatore. Piccolo mi dice: “Ah queste storie locali! Anch’io le amo molto. Sono piene di insospettabile poesia! Venga a trovarmi perché ne ho un’intera biblioteca”. Ed è così che cominciai a frequentarlo. E per me era come andare a scuola di letteratura perché era di una cultura sterminata. Parlava sempre lui. Io l’ascoltavo e puntualmente ogni volta mi diceva quando lo salutavo: “Venga Consolo, torni” ed era stabilito precisamente tre volte alla settimana, “Venga e facciamo conversazione”. Conversazione… parlava sempre lui… (risate). Comunque poi quando pubblicarono il mio primo libro La ferita dell’aprile lo inviai a Sciascia, con una lettera, dichiarando il mio debito nei suoi confronti e lui mi rispose con una lettera facendo molte domande sul tipo di linguaggio che avevo adoperato. Incominciai a frequentare Sciascia il quale puntualmente mi diceva “salutami Piccolo” e Piccolo mi diceva quando andavo a trovare Sciascia “salutami il caro Sciascia” e quindi facevo da messaggero, da angelos… Poi finalmente ho fatto in modo che s’incontrassero. Sciascia è venuto al mio paese ed insieme siamo andati a trovare Lucio Piccolo, e Sciascia ha scritto poi che le personalità più interessanti che lui aveva incontrato nella sua vita, quelle che l’avevano più colpito erano state Borges e Piccolo. È stato un incontro bellissimo. A quei tempi non si pensava a registrare questi incontri… Peccato… Quando decisi di lasciare la Sicilia perché ho visto che lì il mondo contadino spariva, che il mio stare lì non aveva più senso, mi sono consigliato con loro due. Sono cose che ho già raccontato. Sciascia mi ha detto “Se io fossi giovane come te. Se non avessi famiglia anch’io farei le valigie e me ne andrei perché qui non c’è più speranza”. E Piccolo dall’altra parte mi disse: “Non se ne vada, non se ne vada… perché quando si sta lontano dai centri si ha più fascino”. Ragionava da barone ricco e fuori dal mondo. Da razionalista-storicista ho deciso di fare le valigie ed andare… Andare nella città che avevo idealizzato, dove avevo fatto i miei studi, a Milano. L’unica città per me possibile era Milano, la città degli illuministi, la città di Manzoni, di Cesare Beccaria, la città con una tradizione operaia, la città di Verga e di Capuana… di tutta una serie di scrittori siciliani che avevano raggiunto questa patria immaginaria. Vittorini era appena morto. Io ho fatto in tempo a conoscerlo alla Mondadori a Milano quando pubblicai il mio primo libro. Mi hanno portato nel suo ufficio, mi hanno presentato a Vittorini e poi ho rivisto Quasimodo che avevo già incontrato in Sicilia. Anzi avevo fatto incontrare Quasimodo, che era in vacanze dalle mie parti, con Lucio Piccolo. Lui non voleva incontrarlo, perché Piccolo era stato scoperto da Montale, il suo grande nemico. Poi finalmente si convinse ed è venuto con me ad incontrare Piccolo. Piccolo ha dato il meglio di sé in quell’incontro e Quasimodo lo guardava ammirato, e poi quando siamo usciti mi disse “questo piccolo poeta”… (risate)
Jean Fracchiolla Non “questo, Piccolo, poeta”… Vincenzo Consolo E poi volevo sottolineare che in tutti i miei libri c’è il movimento. Un segno letterario inaugurato da Vittorini con “Conversazioni in Sicilia”. Quasi tutta la letteratura italiana si svolgeva sempre in luoghi chiusi, Vittorini per primo ha inaugurato il movimento, il viaggio di ritorno. E quindi questa lezione l’ha appresa D’Arrigo con Horcynus Orca. Ne La ferita dell’aprile c’è un movimento dell’io narrante che viene da un luogo dove parlano un dialetto gallo italico, ancora parlato da una piccola comunità di origine lombarda. Approda in un paese di mare per andare a scuola e quindi passa dal gallo italico al siciliano e poi all’italiano. E dunque questo viaggio linguistico parte dalle profondità storiche per arrivare all’orizzontalità della comunicazione. Jean Fracchiolla Parliamo ora un poco di Retablo. Il protagonista di Retablo è il Cavaliere Clerici. Retablo si svolge nel 700’, ma Lei ha conosciuto, credo, a Milano, un Clerici pittore. Allora è questo Clerici che Le ha dato l’idea poi del Cavaliere Clerici? Perché so che avete viaggiato insieme in Sicilia… Vincenzo Consolo Fabrizio Clerici è già apparso in un libro di Savinio Ascolto il tuo cuore, città. Savinio dice a Clerici: “Io mi chiamo De Chirico, tu ti chiami Clerici, ma sicuramente saremo parenti, perché abbiamo quasi lo stesso cognome: De Chirico e Clerici”. Fabrizio Clerici è stato un pittore surrealista straordinario. Anni fa, c’è stato a Palermo un matrimonio fastoso della nobiltà palermitana, dove ero testimone di nozze con Fabrizio Clerici, Guttuso ed altre persone. Alla fi ne dei festeggiamenti con Clerici e con Bice Brichetto, scenografa di films di Luchino Visconti, siamo partiti per un breve viaggio attraverso la Sicilia classica, Segesta, Selinunte, Mozia, ecc. Vedevo Fabrizio Clerici che disegnava e da lì mi è venuta l’idea di scrivere Retablo ed il senso del libro era di un Clerici illuminista che s’innamora di Teresa Blasco metà siciliana, metà spagnola e non è corrisposto. Teresa Blasco sposa Cesare Beccaria e hanno una fi glia Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni. Si passa dunque dall’illuminismo, dalla ragione al sentimento, alla poesia, dall’ideologia alla letteratura insomma. E quindi mi sembrava che Clerici potesse impersonare un illuminista che lascia la città fortemente ideologizzata alla ricerca delle tracce di quelli che sono i segni della donna di cui lui è innamorato e scopre un mondo di sentimenti, scopre un mondo di dolore. Sentimenti che non può rappresentare un’ideologia politica, ma può rappresentare soltanto la letteratura. Jean Fracchiolla Cambiando argomento, vorrei ora parlare un po’ con Lei del degrado della Sicilia e delle città siciliane di cui ho citato qualche esempio nei Suoi libri. Secondo Lei, questo degrado continua tuttora? Perché, per esempio, io sono vissuto alcuni anni in Sicilia e ultimamente ci sono tornato parecchie volte, ed ho visto che hanno fatto molti sforzi di restauro a Siracusa per esempio; anche a Palermo hanno restaurato palazzi, si sono dati da fare. Il teatro Massimo, che da tempo era stato abbandonato (chiuso per 25 anni), l’hanno riaperto appunto quando io lavoravo a Palermo. Allora c’è ancora qualche speranza, oppure questo degrado è definitivo? Vincenzo Consolo Ma si, adesso stanno cercando di rimediare. Stanno restaurando il Teatro Massimo. Il Pitré si lamentava che per costruire quel palazzo ottocentesco progettato dal Basile avevano abbattuto un numero spropositato di antiche chiese e conventi per fare spazio a questo teatro perché la borghesia e la nobiltà palermitana avevano bisogno del teatro. Da una parte avevano fatto costruire il Politeama progettato dall’architetto Damiani Almeyda. Dall’altra parte il Massimo con il Basile. Ma voglio dire, stanno restaurando questi monumenti, ma le macerie dei quartieri palermitani rimangono ancora lì cintate da mura di tufo, dietro cui vive la povera gente in case disastrate. C’è stato dal secondo dopo guerra in poi una sorta di stallo perché non si sono accordati sul recupero della città, sul piano regolatore. Quindi lì c’è un gioco di corruzione, di mazzette… Ricordiamo che nel secondo dopo guerra, quelli che hanno messo le mani sulla città sono stati tre signori che hanno formato una impresa edile, per costruire la nuova Palermo, la Palermo orrenda che ha soffocato la Palermo storica. Questa società si chiamava Valigia ed era l’acronimo di tre signori. Uno si chiamava Vassallo, un mafioso. Un altro signore si chiamava Lima -era il referente siciliano di Andreotti che poi è stato ucciso- ed il terzo si chiamava Gioia, che è stato anche lui un eminente uomo politico. Ed era la società Valigia che ha messo le mani sulla città e ha costruito gli orrendi quartieri attorno al centro storico. Era l’epoca in cui con la dinamite fecero saltare le ville “liberty” per costruire grattacieli. Adesso non conosco le nuove iniziative urbanistiche, ma c’è un signore che si chiama Micciché, che era il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana che progettava campi da golf, un altro presidente dell’Assemblea regionale, di Alleanza Nazionale, aveva progettato un parco mistico nel territorio del tempio di Segesta con statue di vetro resina di Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni XXIII e un altro aveva progettato un aeroporto dei templi in un luogo che si chiama la Noce dove aveva la casa di campagna Leonardo Sciascia, che è un luogo collinare: avrebbero dovuto distruggere tutte le case dei contadini e le case dei proprietari terrieri e spianare le colline. Per fortuna queste cose non le hanno fatte. Siccome sappiamo che gli apparati sono sempre in mano a forze oscure, che questi legami al Sud si chiamano mafia, che è una parola inedita, mi sono permesso di ricordare al signor Lombardo, attuale presidente della Regione Siciliana, di avere rispetto del territorio e quindi dei cittadini in un articolo sul Manifesto. Jean Fracchiolla Volevo farLe naturalmente una domanda sulla mafia che eviterò ormai, perché comunque ha già risposto con quello che ha detto su Palermo… Vincenzo Consolo Ma invece parliamone, parliamone… Jean Fracchiolla Allora secondo Lei il potere e l’influenza della mafia si sono indeboliti oppure la mafia oggi è sempre quella che era? Vincenzo Consolo È cambiata. Ovviamente non è più la mafia rurale, corleonese. Si è allargata: i suoi tentacoli si sono allargati alla maggior parte dei paesi della Sicilia ed oltre. Non ha confini. Il modo di agire mafioso ormai è diventato una cultura. Devo dire che questa parola “mafia” per la prima volta l’hanno usata due studiosi. Un piemontese e l’altro toscano. Ci fu una ribellione da parte degli intellettuali siciliani di fronte a questa specificità vergognosa della Sicilia e c’è stato Capuana che ha scritto un libello contro l’inchiesta di questi due studiosi quando per la prima volta hanno parlato della mafia, dicendo: “Ma come il brigantaggio è dappertutto perché questa specificità?”. E Capuana per la prima volta usa la parola piovra -perché la mafia viene raffigurata come una piovra e spiega come se la Sicilia fosse stretta dai tentacoli di un’enorme piovra. Mi è capitato di leggere adesso un romanzo scritto da un signore del 1858, che è stato esiliato -anzi confi nato- come molti rivoluzionari del ‘48. Si chiama Pietro Minneci ed è un poeta, uno scrittore che scrive un romanzo intitolato Ustica e parla delle sue esperienze ad Ustica, dove sono stati confinati molti antifascisti negli anni ‘30, dove è stato anche Gramsci. E lui racconta di una società che si chiama la società dell’umiltà. E racconta, nei minimi particolari, cosa era questa organizzazione, perché i confinati politici vivevano insieme ai delinquenti comuni. E questa società era l’archetipo della mafia; quindi già nei primi anni dell’Ottocento esisteva questo fenomeno mafioso, che prima aveva un nome “compagnia della società dell’umiltà” e poi si chiamò “mafia”. Jean Fracchiolla Bene, quindi la Sicilia ancora oggi è tale quale Lei la descrive e nessuno sembra sentire o capire gli avvertimenti o le grida che Lei lancia nei Suoi romanzi. Ma secondo Lei, cosa bisognerebbe fare per tentare di svegliare questa Sicilia, di cui già Lampedusa diceva che nessuno può svegliarla dal suo sonno? Cosa bisognerebbe fare secondo Lei? Vincenzo Consolo Non lo so… bisognerebbe mandare certi uomini politici a casa e trovare delle persone oneste, intelligenti, colte e cercare di governare non solo la Sicilia ma tutto il nostro Paese in un altro modo, in modo più civile, più onesto, più corretto, più democratico. Non voglio fare il solito lamentoso pessimista ma il nostro Paese è degradato a questi estremi che sono preoccupanti. Non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale, etico, morale. Ci sono degli spiragli in Sicilia: si sono opposti clamorosamente al Pizzo i ragazzi di Palermo. Con il sequestro dei beni mafiosi, con le associazioni contro la mafia come “Libera” e l’ “Acio” si cerca di diffondere la cultura della legalità, di far conoscere il lavoro dei magistrati e delle istituzioni che si oppongono alla mafia. Si fanno nelle scuole manifestazioni per far capire ai giovani la necessità di vivere nella legalità. Anche a Milano si dovrebbe fare qualcosa di simile perché anche al Nord aumentano le infiltrazioni mafiose, non legali. Jean Fracchiolla Quando ho letto quella lunga citazione alla fi ne della mia presentazione, Lei dice: “La politica si preoccupa della sorti immediate dell’uomo e la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente”. Allora: non Le è mai stato offerto di lanciarsi, di buttarsi nella politica? Lei stesso non è mai stato tentato dalla politica? E perché? Vincenzo Consolo Perché è una attività che non saprei svolgere. Una volta mi ha telefonato un segretario di quello che si chiamava PDS, partito democratico di sinistra. Mi aveva invitato a mettermi in lista per il Senato ed io gli ho detto di no. Lui mi ha detto “è un tuo dovere”, ed io gli ho risposto “il mio dovere è quello di scrivere”. Jean Fracchiolla Cambiamo argomento. Ogni lettura che facciamo lascia una traccia in noi; quindi, di tutte le letture che ha fatto, quali sono i libri, gli autori che Le hanno lasciato una traccia più profonda? Vincenzo Consolo I classici. Per un uomo della mia età, per uno cresciuto subito dopo la seconda guerra mondiale, che è nato in un’estrema periferia, dove non c’erano libri, biblioteche, librerie, se non quelle scolastiche, la sete di libri era tanta e ho avuto la fortuna di avere -di fronte a casa mia- un piccolo proprietario terriero che era un grande lettore ed era cugino di mio padre, don Peppino Consolo. Ho scoperto questa sua biblioteca e lui mi faceva leggere a casa sua in cucina sul tavolo di marmo perché non mi permetteva di portare i libri a casa, aveva paura che li sciupassi. Lui mi ha iniziato a leggere i classici. Il primo libro è stato I miserabili di Victor Hugo che mi ha molto colpito, poi naturalmente mi sono nutrito in quegli anni dell’adolescenza di tanti altri classici. È stata una stagione molto importante per me, per fortuna non c’era quell’idiozia della televisione, per cui l’unico modo di scoprire il mondo per quelli della mia generazione erano le pagine dei libri. Jean Fracchiolla Un’ ultima domanda e poi vorrei lasciare spazio anche ai presenti. Allora ci conosciamo da una trentina di anni e spero che andremo avanti ancora almeno per trent’anni: che impressione Le fa di essere arrivato a questa età con un’opera così importante e significativa alle Sue spalle? Vincenzo Consolo Ho il rammarico di aver scritto poco per la verità, di essere stato molto laconico e un po’ disertore praticando però assiduamente quella che Roland Barthes chiama la scrittura d’intervento, vale a dire gli interventi giornalistici sull’attualità politico-sociale. E c’è anche la vita, c’è l’attacco di malinconie per gli spettacoli che vedi, per quello che vorresti non accadesse e si ha il dovere di lavorare, di scrivere perché se ci fermassimo ognuno nel proprio lavoro sarebbe un guaio per tutti. Ecco c’è il rammarico di aver scritto poco, di non aver scritto di più, di non esser stato più presente, più incisivo, nel quadro della letteratura italiana. Io voglio ringraziare i professori qui presenti che hanno avuto la generosità di occuparsi di me, di dire qualcosa su di me in senso positivo. Sono loro molto grato. Per fortuna che ancora ci sono i professori, c’è l’università, perché sono come gli amanuensi nei conventi che copiavano i codici antichi per non farli distruggere dai barbari che arrivavano. Oggi i barbari sono i mass media diretti dal potere politico-economico. Jean Fracchiolla Grazie, Vincenzo, e adesso se le persone qui presenti hanno qualche curiosità, qualche domanda da fare… Salvatore C. Trovato Non voglio fare una domanda a Vincenzo Consolo, ma voglio ribadire, da siciliano, orgoglioso di esserlo, che la Sicilia non è solo mafia, ma è soprattutto una terra di persone oneste. In Sicilia, come altrove, ci sono anche i disonesti, i prevaricatori, chi vuole vincere a tutti i costi e dominare. Da questo punto di vista la mafia è una categoria dell’umanità costituita in società prima che un fatto storico ben determinato e localizzato, e perciò si trova dove c’è prevaricazione, violenza e mancanza di rispetto verso il prossimo. Dappertutto, dunque, se gli elementi basilari del viver civile vengono a mancare. In Sicilia questo fenomeno si chiama mafia. Il problema in ordine al fenomeno mafia c’è ed è notevole: come sconfiggerla? Non con le geremiadi di vario tipo, ma, se mi è lecito esprimere un mio parere, con l’impegno di tutti, sconfiggendo il malcostume dalle mille sfaccettature, la prevaricazione, la corruzione, le mille ingiustizie della vita di ogni giorno ed educando le giovani generazioni al rispetto degli altri e oserei dire all’amore per gli altri, cristianamente, al senso della libertà individuale limitata da altra libertà individuale, alla legalità nel senso più ampio. Voglio tanto illudermi che le famiglie e la scuola queste cose possano ancora farle, in Sicilia e nel mondo. Vincenzo Consolo Sono d’accordo con Salvatore. C’è una Sicilia nobile, onesta che malgrado tutto ancora resiste. Ed io l’ho vista questa Sicilia, l’ho vista a Milano quando ero studente in piazza Sant’Ambrogio, ho visto quando c’è stata la grande mutazione antropologica: la fi ne del mondo contadino e il processo di industrializzazione del nostro Paese. Masse di contadini che sono stati costretti a lasciare la Sicilia ed approdare a Milano in piazza Sant’Ambrogio, per essere poi sottoposti alle visite mediche, e poi mandati nei vari paesi europei, mandati nelle fabbriche e nelle miniere del Belgio, ecc. Dunque ho visto questa realtà. Devo dire che ero andato in Sicilia quando ho scritto Le pietre di Pantalica perché mi ero impegnato a scrivere un libro sui frati di Mazzarino, implicati in un clamoroso episodio di estorsione e di minacce. Quando sono arrivato lì, ho conosciuto la storia delle ultime lotte contadine in quella zona, e l’occupazione delle terre incolte per ottenere la riforma agraria. Ho lasciato di scrivere sui frati di Mazzarino, e la prima parte del libro Le pietre di Pantalica è proprio sulle lotte contadine, represse come sempre, come quelle del 1893. I contadini sono stati costretti ad emigrare. Ho insegnato nelle scuole agrarie quando ero in Sicilia, insegnavo “Diritto” ed “Educazione civica”, in paesi di montagna, a Caronia, paese di boscaioli, di carbornai. Questo paese era impoverito terribilmente con la crisi dell’agricoltura e molti uomini sono stati costretti ad emigrare. Ci sono stati anche suicidi di donne disperate perché rimaste sole, senza il marito. Era un mondo terribile che mi aveva impressionato. Sono persone che hanno pagato lo scontro della storia, hanno pagato col sacrificio, spesso con la vita. Gli zolfatari che uscivano della Sicilia e andavano in Belgio sono andati nelle miniere ed anche lì ci sono state tragedie. E quindi c’è una storia della Sicilia nobile, della Sicilia onesta, popolare e pulita però l’immagine che prevale è stata quella della Sicilia dei trafficoni, dei mascalzoni, la Sicilia che è quanto di più impronunciabile si possa immaginare, di un signore che ha avuto rapporti sempre con la mafia, da quando era a Palermo fi no adesso che si è trasferito a Milano e ha fondato il partito “Forza Italia”. Ecco, quella è la Sicilia di cui io mi vergogno, la Sicilia della sopraffazione, della violenza, del fenomeno aberrante della mafia che parte da lontano, parte da un sistema economico di tipo medievale, quello del latifondo, di proprietari nobili che se ne restavano nei lori palazzi di Palermo, i famosi Gattopardi, e ricevevano nei loro palazzi soltanto il pro131 fitto, le rendite, e non volevano sapere quello che succedeva nelle loro terre dove gli umili erano molto spesso oggetto di violenza e di ingiustizia. C’è uno scrittore che era stato costretto a scappare dalla Sicilia per ragioni politiche, figlio di nobili, Michele Palmieri di Micciché, che diventa amico di Stendhal a Parigi, e che poi scrive un libro sugli usi e costumi siciliani dove racconta degli episodi terribili appunto sulla Sicilia dei gabellotti, dei soprastanti. Però questo non è successo solo in Sicilia. Quando c’è un sistema di non equità, di ingiustizia, lo sfruttamento dei più deboli c’è sempre. Jean Fracchiolla Grazie, Vincenzo. Qualche altra domanda su quello che è stato detto… o non detto? Giulio Ferroni Prima volevo fare una domanda piuttosto semplice però questo discorso sulla mafia m’interessa molto. Non sono siciliano anche se amo moltissimo la Sicilia e credo che forse Vincenzo potrebbe aggiungere qualcosa sulla situazione attuale, che in realtà è molto più complicata, per la diffusione di comportamenti mafiosi che sono in tutto il mondo, al di là della Sicilia. Però c’è una specificità siciliana che attualmente ha assunto un nuovo volto rispetto all’antica oppressione dei più deboli. Ci sono ora meccanismi economici che suscitano il consenso degli stessi “deboli”. C’è una distribuzione di ricchezza di basso livello, fatta attraverso l’uso di modalità politiche, che hanno cambiato il volto del potere della mafia e rendono più difficile la situazione. Così gli enti locali assumono dipendenti per fare cose che non si capisce cosa siano; c’è una distribuzione di ricchezza nel sottogoverno, in cui la mafia è entrata fi no in fondo, suscitando un consenso anche di massa. Ha ragione Trovato, ma la specificità della situazione siciliana assomiglia pur con notevoli differenze a quella della Campania: e un controllo dell’economia di tipo mafioso sem132 bra davvero estendersi dalla Sicilia all’Italia intera e a gran parte del mondo. Io sono molto pessimista: credo che occorrerebbero interventi capaci di tener conto del carattere estremo della situazione. Così il governo centrale dovrebbe saper intervenire sulla situazione siciliana proprio colpendo l’uso mafioso delle istituzioni e la distribuzione di ricchezza che esso crea. Vincenzo, che conosce bene la situazione meglio di me, potrebbe dirci qualcosa anche in questo senso. Ma la mia domanda semplice era un’altra e non c’entra nulla con la mafia. Mi riferisco a Vittorini: la sua è una presenza un po’ atipica in fondo nella cultura siciliana del Novecento, tanto più rispetto alla linea rappresentata da Sciascia e da Piccolo. Del resto, è ben noto come Sciascia abbia sottolineato la sua distanza dal modello Vittorini, privilegiando altri scrittori siciliani rispetto a Vittorini. Vorrei chiedere a Consolo quale è stato per lui il rilievo di Vittorini; rapporti e distanze da Vittorini. Grazie. Vincenzo Consolo Per quanto riguarda la tua prima osservazione si, da noi il nepotismo e il clientelismo ci sono. In una lettera che Giuseppe La Farina manda a Cavour dopo il 1860 parla di Napoli e dice che le scale dei ministeri erano affollate, “sembrava un mercato, tutti erano alla ricerca, alla richiesta di posti di lavoro, di sistemazione”. In Sicilia il nepotismo e il clientelismo è stato sempre praticato. Detto questo, parliamo del mio rapporto con Vittorini. Vittorini ha inaugurato con Conversazione in Sicilia il tema del “nostos”, del viaggio di ritorno, tema che ha segnato tutti gli scrittori della generazione del dopoguerra, dico degli scrittori siciliani che sono stati costretti a lasciare l’Isola. In tutti i miei libri c’è il movimento, il viaggio di ritorno. Ma in Vittorini c’è anche il saggista, il direttore di “collane” editoriali e di riviste letterarie. È stato un Vittorini maestro, ma l’intellettuale Vittorini era anche un antiverghiano. Non accettava la concezione fatalistica di Verga. Era convinto che i contadini siciliani o i pescatori di Acitrezza dive133 nuti operai con la rivoluzione industriale non sarebbero stati più passivi, ma avrebbero avuto un atteggiamento attivo nei confronti della storia. Rifi utando il fatalismo verghiano, Vittorini arrivò alla bestemmia letteraria, scrisse: “quello schifosissimo Verga il più reazionario degli scrittori italiani”. Ma Verga non era assolutamente reazionario. Quando Verga a Milano legge le pagine di Franchetti e Sonnino dell’Inchiesta in Sicilia, lì avviene la sua conversione, riscopre il mondo reale della Sicilia che prima aveva espresso soltanto in termini di esotismo, di romanticismo. La sua conversione avviene per la sua consapevolezza, per la presa di coscienza della realtà contadina siciliana, della realtà dei pescatori, degli umili. Non ha una concezione progressiva della storia come quella di Vittorini, ma ha una concezione metastorica che appunto fa pensare ad una sfi ducia nei confronti del progresso. In questo attinge a Leopardi, alla conversione leopardiana della ginestra. Non lo chiamerei reazionario, per quanto Vittorini è fi ducioso nelle magnifi che sorti progressive, quanto Leopardi prima di Verga, è sfi ducioso nelle magnifi che sorti progressive. Questa è la differenza fra i due. Io credo veramente nel progresso della Storia, non penso che il destino dell’uomo si possa esaurire soltanto nelle leggi e nei progetti politici. C’è una parte dell’uomo, una parte privata, intima che non viene rappresentata dai programmi politici; ci sono le passioni, la vita ed i sentimenti dell’uomo. Perché noi siamo esseri civili perché facciamo parte di una società, ma siamo anche esseri umani, con tutto il bagaglio che ci portiamo di appartenere a questa specie dell’universo, che è la specie umana. Salvatore C. Trovato Una domanda vorrei farla anch’io a Vincenzo Consolo. Su Vittorini, di cui hai parlato poco fa. Vittorini è lo scrittore che ha dato dignità letteraria a quella parte della storia della Sicilia che riguarda i paesi cosiddetti lombardi. Penso al “Gran Lombardo” in Conversazione in Sicilia, ai paesi lombardi, belli, ordinati, puliti, dove anche la gente è bella, di contro ai paesi arabi, disordinati, brutti, dove anche le gente è brutta, nel romanzo postumo Le città del mondo. Un mito, evidentemente, dietro cui sta la conoscenza puntuale dei luoghi e la lettura degli storici di Sicilia, da Tommaso Fazello a Michele Amari. Tu, al di là del mito vittoriniano, hai parlato molto dei paesi lombardi, dalla Ferita a Lunaria, al Sorriso. Addirittura hai inserito nel Sorriso e poi anche in Lunaria la parlata sanfratellana. Che è la lingua della rabbia sociale nel romanzo e quella di un’Arcadia felice, la «remota Contrada senza nome», in Lunaria. Ed ecco la domanda. Qual è il rapporto tra te e Vittorini in ordine alla Sicilia lombarda, così mitizzata in Vittorini, così crudamente reale nel Sorriso dell’ignoto marinaio e, ancora, così fortemente mitizzata in Lunaria? Vincenzo Consolo Nell’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia Vittorini fa fotografare la statua di Napoleone Colajanni che era uno dei capi del socialismo siciliano del 1893/4. Perché vede nella Lombardia, nel Nord quello che era stato il processo di sviluppo, di industrializzazione. Ricordiamoci e lo racconta adesso un professore che ha scritto un libro intitolato Un paradiso abitato da diavoli, Nelson Moè, dell’Università di Boston, della visione che avevano, prima dell’unità di Italia, gli europei a partire dai francesi e dagli inglesi. Per loro il Sud partiva dalle Alpi, in giù, tutta l’Italia era Sud, poi man mano il Nord oltrepassò le Alpi incominciò a scendere fi no a Roma e poi il confi ne si fermò a Napoli. L’Italia fi niva a Napoli, per cui il “paradiso abitato da diavoli” era tutto il Meridione. I viaggiatori andavano a Napoli, andavano tutti nel meridione. Da lì cominciò la questione meridionale. Dunque Vittorini aveva quest’idea di un Nord progressivo che progrediva industrialmente, socialmente con la nascita della classe operaia ed un Sud ancora immobile, fermo, rassegnato dove ancora c’erano i vecchi poteri, i proprietari terrieri. Questa era la visione vittoriniana e quindi Vittorini faceva parlare il “Gran Lombardo” di umanità offesa e di nuovi doveri. Le comunità lombarde di cui parla Vittorini sono le colonie lombarde che si sono formate in Sicilia con la riconquista normanna, colonie costituite da truppe mercenarie -la moglie di Ruggero il Normanno era Adelasia del Monferrato- raccolte nella valle padana che si estendeva dal Piemonte e dalla Lombardia fi no alla Romagna. I mercenari venuti in Sicilia con i Normanni che avevano riconquistato la Sicilia alla cristianità, e l’avevano tolta ai musulmani, e naturalmente come succede a tutti gli immigrati si erano rinchiusi in piccole comunità. Sono sopravvissute sette isole lombarde dove si parla ancora oggi il dialetto gallo italico o medio latino. Uno di questi paesi è San Fratello il più vicino al mio paese natale. Ma poi, l’altro giorno io ironicamente ho detto, rispondendo a questo signore che si chiama Lombardo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana, che il dialetto gallo italico o medio latino -ahimé- si parla pure a Corleone. E questo lo dice il prof. Gress. Vittorini aveva questo schema, era andato via giovanissimo dalla Sicilia, andando al Nord vede lo sviluppo di queste zone e quindi le considera un simbolo dell’attivismo dei nordici a confronto della rassegnazione, della passività del sud. Jean Fracchiolla Come vedete la Sicilia e la cultura siciliana sono una fonte inesauribile di domande, di interrogazioni. Spero che potremo ritrovarci ancora tante altre volte per parlarne. Vorrei ora lasciare la parola a Irene. Irene Romera Pintor Grazie, Jean, per questa bellissima intervista. Per concludere porgo anch’io un’ultima domanda a Vincenzo Consolo: quali sono le grandi idee che ha voluto esprimere attraverso la Sua scrittura? Vincenzo Consolo Attraverso i miei romanzi che sono quasi tutti di sfondo storico, di storia come metafora del presente, ho voluto raccontare non solo la Sicilia ma anche l’Italia. Sono i miei romanzi di recupero storico e memoriale, ma anche di recupero linguistico. La mia scrittura infatti ha una sua specifi cità e la ricerca al di là della orizzontalità della lingua italiana di quelle che io chiamo le lingue sepolte che sono le antiche lingue che nella mia terra si sono parlate. È’ questo ancora un bisogno di recupero della memoria che è anche recupero linguistico. Credo che questo sia lo scopo della letteratura, perché la letteratura non può che essere memoria. Jean Fracchiolla Possiamo ora concludere, ringraziando vivamente Vincenzo Consolo per la sua disponibilità e per la consueta amabilità con la quale si è sottoposto al fuoco nutrito di tutte le nostre domande. Vorrei anche rinnovargli tutti i nostri più affettuosi auguri di buon compleanno, con l’auspicio molto egoistico di ritrovarci ancora spesso negli anni futuri, per parlare ancora non solo di tutto quello che ha scritto fi nora, ma anche di tutte le altre opere, speriamo numerose, alle quali avrà dato vita nel frattempo.
“Un sogno perso” è il mio secondo film, ed è un film che deve molto a Vincenzo Consolo, ma questo lui non lo sa. Nel 1988, io facevo l’insegnante. Come spesso accadeva a tanti della mia generazione, dopo la laurea, sono andato a lavorare nelle regioni del nord Italia; perché lì c’erano più possibilità. Durante l’estate tornavo al mio paese per stare un po’ con i miei e ritrovare i vecchi amici. Quella estate del 1988, al mio paese, avevano indetto un concorso di fotografia. Il mio è un piccolo paese con poco più di mille abitanti, nel centro del feudo della Sicilia. I miei amici, che sapevano della mia passione per la fotografi a, mi esortavano a presentare le mie foto a questo concorso. Io, sinceramente, non ero molto interessato alla cosa e non volevo farlo; però quando mi dissero che il Presidente della giuria era Vincenzo Consolo, ho deciso di partecipare per avere così la possibilità di conoscerlo. Il primo premio, per chi vinceva questo concorso, consisteva nella solita “targa”, e cosa più importante, in un milione di lire (circa cinquecento euro di oggi). Così cominciai ad andare in giro per le campagne a fotografare i pastori e i contadini, (quelli che ancora resistevano a quella vita di stenti). Alla fi ne fui io che vinsi il primo premio, e con i soldi mi comprai una cinepresa Arriflex 16 mm di seconda mano. Il possesso di questa cinepresa stimolò la mia antica passione per il cinema; e fu così che iniziò la mia carriera cinematografica. Vincenzo Consolo, suo malgrado, ha dunque una responsabilità molto grande per quello che poi sarebbe diventato il mio lavoro. Anche perché senza quel milione del premio non avrei mai comprato quella cinepresa (che conservo ancora come un cimelio) e non avrei mai iniziato a fare cinema. I miei due primi film (La donzelletta e Un sogno perso) li ho fatti con quella cinepresa, e questo mi ha permesso, soprattutto, di sviluppare la mia idea di cinema autoriale; dalla scrittura alla fotografia, dal montaggio alla produzione. Eravamo un gruppo di amici ai quali piaceva il cinema e abbiamo coinvolto altre persone, e così abbiamo fatto, a bassissimo costo, La donzelletta. Poi questo fi lm è stato comprato da Enrico Ghezzi per Fuori Orario che andava (e va ancora) in onda su Rai Tre. E sempre Rai Tre ci ha dato i soldi (cento milioni di lire —cinquantamila euro circa di oggi—) per il secondo film: Un sogno perso. Dopo questa piccola parentesi, vorrei tornare a parlare dei temi, che in questi due giorni di convegno, hanno affrontato l’opera di Vincenzo Consolo, partendo proprio dal mio secondo film Un sogno perso. I due primi episodi del film sono tratti dalle opere di due grandi scrittori siciliani: Elio Vittorini e Vincenzo Consolo. Dico scrittori siciliani e non italiani, perché una parte importante della letteratura italiana del secolo scorso è stata opera di autori siciliani (Pirandello, Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, per citare solo i più noti). Una cosa, questa, che mi ha sempre colpito; perché fi no alla metà del secolo scorso, in Sicilia, l’ ottanta per cento della popolazione era analfabeta. Mi sono sempre chiesto; come è possibile che da un popolo di analfabeti siano potuti uscire questi grandi scrittori? Io credo, che in qualche modo, questo abbia a che fare col fatto che l’arte del racconto, il gusto e il piacere del racconto (che purtroppo oggi si è perso) è un qualcosa di insito nell’animo del popolo siciliano. In tutti i paesi c’erano delle persone: artigiani, contadini, pescatori, minatori, ecc., che erano stimati e amati solo perché avevano il dono del racconto. Da bambino passavo anch’io il mio tempo seduto nelle botteghe dei barbieri o dei calzolai a sentire i loro racconti. E poi c’erano i Cantastorie con le loro chitarre e i loro cartelloni dipinti, e i pupari, questi artigiani dell’arte che intrattenevano il pubblico, non una sera o due, ma trecento sessanta sere all’anno, ogni sera c’era una puntata, con racconti straordinari che assomigliavano molto a quelli delle Mille e una notte. Un sogno perso è un film di tanti anni fa: del 1992. Un film su un sogno, perso per l’appunto. Il sogno di un mondo, quello della mia infanzia, della civiltà contadina spazzata via da una nuova forma di civiltà che P. P. Pasolini chiamava del consumismo, dove ci sono tutte quelle cose che dicevo prima, ma c’è soprattutto la letteratura. Il primo episodio è tratto da Filosofiana di Consolo e il secondo dall’ultimo romanzo (incompiuto) di Vittorini Le città del mondo. Quello che ho fatto, rispetto al racconto di Consolo, è un’ opera, diciamo così, di tradimento. Perché dal momento che faccio un film tratto da uno scrittore è chiaro che lo tradisco. Lo tradisco nella forma e nella sostanza. Per me, l’episodio del libro di Consolo Filosofiana è anche un modo per raccontare un’altra cosa (che poi, credo, sia insita, sostanzialmente anche in Consolo), ma per me è una cosa più esplicita. Nel mio caso è una scusa per raccontare qualcosa di questo mondo che andava scomparendo; della Sicilia vista come metafora della civiltà contadina, questa millenaria civiltà contadina che si è riprodotta quasi uguale nel tempo. Per secoli e secoli ha riprodotto se stessa, con pochissime innovazioni, però anche con una pratica culturale e sociale, con un’idea del rapporto con la natura, con la cultura, l’educazione, e che nell’arco di qualche decennio è stata completamente annientata, distrutta. E questo in Sicilia è avvenuto anche fisicamente attraverso l’ emigrazione. Milioni di contadini, che avevano iniziato ad andare via già verso la fi ne dell’Ottocento, quando partivano a migliaia e migliaia, sui piroscafi che li portavano in America, in Argentina, in Brasile e perfino in Sudafrica. Ma negli anni cinquanta del secolo scorso, la cosa è diventata una vera e propria desertificazione, di una civiltà, di una cultura ma anche di una terra che cambiava. Prima di partire in massa i contadini, a dire il vero, avevano tentato una qualche forma di resistenza, disperata, folle, eroica. L’ultimo tentativo di resistenza, sono state le lotte contadine. Negli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, centinaia di migliaia di contadini hanno tentato di cambiare se stessi, di cambiare le cose, di scardinare quelle forme di potere feudale che si basavano sulla mafia, sulle classi aristocratiche, sulle gerarchie ecclesiastiche, sulle burocrazie del nuovo Stato unitario. Purtroppo queste lotte sono fallite, e il movimento contadino non si è più ripreso. Non solo il movimento contadino, ma l’intero popolo siciliano ha perso la sua identità e la sua anima. Ho parlato di popolo, ma in realtà, in Sicilia vi erano almeno tre popoli: quello dei pescatori, quello dei minatori e quello dei contadini. Erano mondi separati che spesso non avevano alcun rapporto fra di loro. Il minatore la mattina scendeva in miniera e non sapeva se la sera sarebbe tornato in superficie. Questo fatto determinava un modo di essere, una caratteristica esistenziale che lo distingueva da tutti gli altri. I contadini, ad esempio, si vestivano a festa soltanto in rarissime occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, ecc.), mentre i minatori, ogni fi ne settimana si vestivano di modo elegante e andavano ad ubriacarsi nelle taverne, spendevano tutti i soldi che avevano guadagnato e che rimanevano, dopo le spese per la famiglia, perché tanto poi, chi sa se sarebbero tornati vivi dalle viscere della terra, l’ indomani tornando al lavoro. Per non parlare dei pescatori, che spesso parlavano dei dialetti propri, incomprensibili agli altri. Erano veramente tre mondi diversi l’uno dell’altro, ma accumunati da un’ unico destino; quello dell’estinzione. Questi popoli, scomparendo, hanno lasciato un deserto, ed è di questo che si parla nel mio film “Un sogno perso”, che poi è anche il mio sogno perso. Io vengo da un piccolo paese contadino… Per qualsiasi ragazzo del mio paese, Cefalù (la stessa Cefalù dove Consolo ha ambientato II sorriso dell’ignoto marinaio) era la civiltà, era il mondo. Sono andato a studiare a Cefalù dopo le scuole elementari, e quando uscivo per strada, spesso rimanevo sbalordito da questo nuovo mondo: i negozi, le ragazze in costume che si vedevano in estate, la cattedrale imponente, i palazzi signorili… Questo film mi ha aiutato a cercare un sogno che non esiste più. Un sogno che non potrà più ripetersi e qual è il modo migliore di cercare i sogni? Cercare nella letteratura; ecco perché Consolo, ecco perché Vittorini. Questi due episodi che i due grandi scrittori raccontano nei loro libri, mi sembravano fossero molto importanti perché in qualche modo erano degli episodi che seguivano in un arco di tempo (dalla fi ne della guerra fi no agli anni cinquanta), la delusione provocata dal fallimento delle lotte contadine. Vito Parlagreco che cerca di rifarsi una vita comprando questo pezzetto di terra pieno di pietre, perché erano delle vere e proprie pietraie le terre che una falsa riforma agraria dava ai contadini. Così come Vittorini in Le città del mondo ci racconta di quello che succede dopo. L’incomunicabilità tra padri e figli, la paura dei padri per l’ignoto e il desiderio dei figli di partire, di cancellare le orme dei padri. La rottura del Mito, l’inutilità della parola e della scrittura che caratterizzeranno gli ultimi anni di vita di Vittorini, e la ricerca spasmodica, quasi maniacale che Consolo dedica alla scrittura, sono le due facce della stessa medaglia. Si può scrivere di un mondo che sta scomparendo? Si può scrivere con parole che per le generazioni future non avranno più alcun significato? Lo si può fare a condizione di guardare alla storia come fosse l’anima del popolo, a condizione di rinunciare a qualsiasi forma di verismo e di andare all’essenza; “Eschilo, è nato qui, in terra di Sicilia” fa dire Consolo a don Gregorio, l’imbroglione che leva a Parlagreco l’ultima vana illusione. Eschilo il grande tragico… Chissà attraverso quale associazione d’idee mi viene in mente Verga. Forse perché penso che Verga è anche lui un grande tragico. Vittorini non è stato un grande tragico, ma tendeva in qualche modo alla tragedia attraverso la costruzione del mito. Consolo cerca la tragedia attraverso la parola, attraverso questo altro modo di lavorare la parola, di alzare il livello della realtà alla metafisica, scavando le parole come un minatore. Io quando sento parlare di letteratura regionalistica provo un po’ fastidio perché penso che la letteratura siciliana non ha niente di regionale, è pura metafora. È un caso che parla di Sicilia, anche se senza Sicilia non potrebbe esistere. Come diceva Vittorini (in Conversazioni in Sicilia) “È per caso che questa storia si svolge in Sicilia”. Dunque la Sicilia —come diceva un altro grande: Leonardo Sciascia— è una metafora del mondo. Quindi è una bella miniera per uno scrittore, dalla quale poter estrarre i minerali che si sciolgono nella lingua, che tra l’altro è una lingua molto ricca (c’è dentro qualcosa della lingua araba, di quella greca, spagnola, francese, italiana). Una lingua profonda che ha radici, che si nutre della terra. Questo è un po’ l’origine di questo film. Dove non c’è solo un riferimento letterario, ma un processo che parte dalla letteratura e diventa altro – perché il cinema è altro – Un bisogno esistenziale, un tentativo di raccontare la desertificazione di un mondo, la scomparsa di un popolo che può tornare a vivere solo nel sogno. Perché senza questo sogno non c’è letteratura, ma non c’è neanche il cinema. Grazie.
La pasión por la lengua: VINCENZO CONSOLO (Homenaje por sus 75 años) Irene Romera Pintor (Ed.)
“Al Señor Antonio Veneziani. Señor mio: dichiaro alla Signoria Vostra, come cristiano, che sono tante le fantasticherie che mi affaticano, che non mi hanno permesso di portare a compimento come volevo questi versi che Le invio, in segno del desiderio che ho di servirla, già che questo mi ha indotto a far vedere così presto i difetti del mio ingegno, fiducioso che l’alto ingegno della Signoria vostra accoglierà le mie scuse e mi animerà affinché in tempi più tranquilli non tralasci di celebrare come potrò il cielo che così tristemente la trattiene su questa terra, dalla quale ci liberi Dio, e la porti in quella dove vive la vostra Celia. Ad Algeri, il 6 Novembre del 1579 Della Signoria Vostra vero amico e servitore. Miguel de Cervantes”. Questa lettera e le ottave a Antonio Veneziano, che essa accompagna, furono scoperte nel 1914, nella Biblioteca Nazionale di Palermo, dal professore Eugenio Mele. Lettera e versi entrarono quindi nelle Obras completas di Cervantes, a cura di Rodolfo Schevill e Adolfo Bonilla (Madrid, 1914-31). Questi alcuni versi delle Ottave a Antonio Veneziano: “Il cielo, che contempla il vostro ingegno, ha voluto impiegarvi in queste cose, e segue i vostri passi perché aspira a innalzarvi, per Celia, sino al cielo: (…) Mi sorprende veder che quel divino ciel di Celia nasconde un vero inferno, e che la forza della sua potenza vi abbia costretto a piangere e a pensare”. Chi era Antonio Veneziano a cui Cervantes indirizza quella lettera, piena di formale deferenza ma venata d’ironia, e le Ottave? el 1894 la palermitana Società di Storia Patria pubblica il fascicolo dedicato ad Antonio Veneziano per il 3º centenario della sua morte. Scrive il bibliotecario della Società Giuseppe Lodi: “Di Antonio Veneziano, l’elegantissimo latinista, il più rinomato poeta siciliano del secolo XVI, ricorreva nell’Agosto del 1893 il terzo centenario della morte, avvenuta per lo scoppio di una polveriera, mentr’egli era detenuto entro il forte di Castellamare. La ricorrenza di questo avvenimento non potea lasciarsi passare inosservata da una Società, come la nostra, la quale (…) non trascura, all’occorrenza di tener desti con solenni commemorazioni l’amore e la riverenza per quanti hanno onorato con il loro ingegno e le loro opere questa non infima parte d’Italia, questa nostra prediletta Sicilia”. C’era spesso nei membri di quelle Società o Accademie un po’ di ampollosità, un po’ di retorica. Retorica non vi è invece in uno scienziato, un demopsicologo o etnologo: Giuseppe Pitré. Scrive nel fascicolo: “io imposi a me stesso l’assoluto silenzio sulla sua vita. Me lo imposi, non per manco di ammirazione per l’illustre poeta, ma per la ferma convinzione ch’ebbi sempre, ed ora più che mai ho, delle inesattezze e, lo dico senza reticenze, dei grossi errori che sono stati scritti su di lui”. Grossi errori, come afferma il Pitré, nati dalla leggenda popolare in cui il Veneziano era stato avvolto, a cui venivano attribuite vicende, spesso fantastiche o surreali, e rime che erano spesso di malaccorti epigoni. Un altro scritto del fascicolo è del monrealese canonico Gaetano Millunzi. Che stende la prima documentata biografi a del Veneziano. Il poeta nasce nel 1543 da una ricca famiglia di origine veneziana, come denuncia il cognome, ma che è ben assestata, già dal Quattrocento, in quel di Monreale, all’ombra della gran cattedrale dei re normanni. Il padre, Antonio, mastro notaro della Curia e pretore, ebbe ben tre mogli, un figlio dalla prima moglie, uno dalla seconda, e ben sette dalla terza, di nome Allegranza Azolina. Antonello, detto Antonio dopo la morte del padre, era il terzo di quest’ultima nidiata. Ancora nella prima adolescenza fu mandato a Palermo per studiare nel collegio dei Gesuiti, quindi a Messina e infine a Roma. È un periodo, questo del Veneziano, di severi studi: di filosofia e teologia, di lingua e letteratura italiana, latina, greca, ebraica. Nel Collegio Romano ha come professore Francesco Toleto, il quale, oltre a insegnare la filosofi a tomista, inizia gli allievi agli studi di giurisprudenza. Studi che saranno utili al Veneziano quando, lasciata la Compagnia di Gesù, ritorna a Monreale e inizia tutta una serie di cause civili contro fratelli e parenti per la divisione della roba, dell’eredità paterna; e cause penali perché accusato non solo dell’omicidio di un tal Polizzi, ma anche del rapimento di Franceschella Porretta, serva della terziaria domenicana suor Eufrigenia Diana. Per questo rapimento la madre lo disereda perché “figlio disubbidiente”, come scrive nel testamento. “Violento, sensuale, scialacquatore, carico di debiti, incostante negli affetti famigliari e negli amori, assolutamente sprovvisto di rispetto per le istituzioni e per gli uomini che le rappresentano”. Scrive del Veneziano Leonardo Sciascia1. E pensa Sciascia, che questo carattere, questo maledettismo del poeta siano stati una reazione alle costrizioni dell’educazione gesuitica. E, malgrado il carattere e la mala condotta, scrive, scrive, il Veneziano, scrive poesie in siciliano, in latino, in spagnolo, prose e composizioni in versi per gli archi di trionfo in onore dei vari viceré che s’installano a Palermo. Ma scrive anche satire contro gli stessi viceré, contro il potere politico, satire anonime affisse sui muri. Sospettato quale autore di una di queste satire, un cartello, “appizzato alla cantonera di don Pietro Pizzinga allo piano delli Bologni”, contro il viceré conte di Albadeliste, definito uomo “fatale”, vale a dire jettatore, fi nisce nel carcere di Castellamare. Nell’educazione presso i Gesuiti, nell’accusa di omicidio, nella cultura e nelle composizioni poetiche per gli archi di trionfo, nel 1 Sciascia, L. (1967): “Introduzione a Antonio Veneziano”, Ottave, Einaudi: Milano. continuo assillo per le difficoltà economiche, nei disordini della famiglia paterna, nella varie incarcerazioni infine, non possiamo non vedere una curiosa specularità tra la vita di Cervantes e quella di Antonio Veneziano. Specularità che poi diviene immedesimazione nella comune condizione di schiavi nei bagni di Algeri. Il 1574 è l’anno in cui il Veneziano fa donazione di tutti i suoi beni ad Eufemia de Calogero, figlia di sua sorella Vincenza, la quale Eufemia è obbligata per contratto e rimanere nubile e a non farsi monaca. Questa donazione ha fatto sorgere il sospetto che ad Eufemia, la nipote, fossero indirizzate canzoni d’amore della Celia, che fosse insomma, quella di Veneziano, una passione disdicevole, vergognosa. Canta:
“Donna d’auti biddizzi fatta ‘n Celu,
mandata pri ricchezza e gloria in terra,
cu l’occhi toi lu diu di l’aureu telu
fa quasi all’universu ingiuria e guerra;
si sa quanta npi tia m’ardu e querelu,
tempra, si poi, st’arduri chi m’atterra,
ch’in tanta estrema dogghia, affannu e jelu
non dura lungamente omo di terra”.
Il 25 aprile 1578, Veneziano s’imbarca a Palermo sulla galea Sant’Angelo, al seguito di don Carlo d’Aragona, imbarcato a sua volta sulla galea detta Capitana. Al largo di Capri, vengono assalite, le due navi, da galee corsare. La Capitana riesce a fuggire, la Sant’Angelo viene bloccata dai corsari. “Gagliardamente si combatte con mortalità d’entrambe le parti, ma arrivate dopo l’altre da fianchi, dandoli un terribile assalto di saette, e d’archibugiate, furono astretti li difensori a buttare l’armi, a rendersi vivi”. Scrive il monaco cassinese Giovanni Tornamira. Antonio Veneziano viene dunque preso, insieme ad altri, chierici e frati soprattutto, e portato schiavo in Algeri. “Cervantes si trovava schiavo in Algeri da tre anni. Può darsi avesse già conosciuto il Veneziano durante il suo soggiorno a Palermo, nel 1574; certo è che ad Algeri si trovarono (o si ritrovarono) e che tra loro nacque una qualche dimestichezza e un rapporto di reciproca estimazione letteraria, se non di amicizia”. Scrive ancora Sciascia. Ne La nenia così lamenta il Veneziano: “…
l’alma in Sicilia, già temp’è cattiva, in manu de la diva, cinta di forti amurusa catina, … e lu corpu in Algeri, fattu di genti barbara suggettu chì, di lu gran rispettu di stà partenza e di gran pinseri acerbamente offi su era lu cori esanimatu estisu”.
“Ai primi di settembre (1575) Cervantes, soldato aventajado (scelto), s’imbarca a Napoli sulla galera El Sol. Comandata da don Gaspar Pedro de Villena, questa era una delle quattro navi costituenti la piccola fl otta agli ordini di don Sancho de Leiva, che si disponevano a fare rotta per Barcellona (…) Assieme a Miguel, salgono a bordo, oltre al fratello Rodrigo e a qualche loro amico, diverse personalità di rilievo. (…) In capo a qualche giorno la tempesta disperde le galere. Tre di esse riusciranno infi ne ad arrivare in porto; ma l’ultima, El Sol, sarà sorpresa dai corsari barbareschi, e i suoi passeggeri condotti come prigionieri ad Algeri”. Così racconta Jean Canavaggio2 in Cervantes. In questo assalto dei corsari avrà provato, il futuro autore del Don Chisciotte, le stesse ansie, le stesse paure dell’archibugiere Miguel de Cervantes imbarcato sulla Marquesa in quel 7 ottobre del 1571; ma avrà dimostrato lo stesso coraggio, coraggio che allora, nella battaglia di Lepanto, gli costò la perdita della mano sinistra. Sulla mano perduta, così risponderà al falso Avellaneda, l’autore della seconda parte apocrifa del Don Chisciotte, il quale l’accusa d’essere vecchio e monco e quindi incapace di scrivere la seconda parte del suo romanzo: “Ciò di cui non ho potuto fare a meno di dolermi è che mi si accusi d’esser vecchio e monco, come se fosse stato in mio po- 2 CANAVAGGIO, J. (1986): Cervantes, biographie, Mazarine: Paris.
tere fermare il tempo perché non passasse per me, o come se l’esser monco, mi fosse stato cagionato in qualche bettola e non nella più illustre battaglia che abbiano visto i secoli passati e i presenti…”. È il rinnegato albanese Arnaut Mami che porta schiavo in Algeri Cervantes e i suoi compagni. Miguel ha solo ventotto anni quando è portato in catene ai bagni. Ci dice, Cervantes, di questa sua cattività durata cinque anni, nel racconto del Prigioniero nella prima parte del Don Chisciotte, nelle commedie La vita ad Algeri e I bagni di Algeri. Ma una notizia della prigionia di Cervantes ce la dà l’inquisitore di Sicilia, e quindi arcivescovo di Palermo e presidente del Regno di Sicilia, Diego de Haedo, autore della Topographia e Historia general de Argel (Valladolid, 1612). L’Haedo, raccogliendo notizie dagli schiavi cristiani riscattati, ci racconta tutto su Algeri, sui corsari, sui cristiani là prigionieri. Nel Dialogo secundo, il prigioniero capitan Geronimo Ramirez racconta al dottor Sosa del fallito tentativo di fuga da Algeri di Cervantes per il tradimento di un rinnegato di Melilla soprannominato El Dorador, dice che i turchi presero tutti i cristiani che stavano per fuggire, “y particolarmente a Miguel Cervantes, un hidalgo principal de Halcalà Henares, que fuera el autor deste negozio y era portanto mas culpado…”. Avrebbe dovuto essere punito, il nostro don Miguel, ma, ci racconta ancora il Prigioniero del Don Chisciotte: “Hassan Agà (il Saavedra) non lo bastonò mai, e neanche gli rivolse mai parole offensive; noi temevamo che sarebbe stato impalato ad ognuno dei suoi tentativi di fuga, cosa di cui lui stesso ebbe paura più di una volta”. E ci racconta ancora Diego de Haedo di Cervantes schiavo di Dali Mami, detto El Cojo, lo zoppo, quindi di Ramadan Pascià e infine del terribile Hassan Agà, un rinnegato veneziano che divenne re di Algeri. Nell’aprile del 1578, quando Antonio Veneziano finisce nel bagno di Algeri, Cervantes è appena uscito dal quarto fallimento di evasione dalla prigione per la delazione del prete rinnegato Juan Blasco. Si conoscono là i due, Cervantes e Veneziano, o si riconoscono dopo il loro primo incontro a Palermo? I due, in carcere, ascoltano la cantilena in sabir, la lingua franca del Mediterraneo, che i ragazzi mori cantavano sotto le finestre dei bagni.
“Non rescatar, non fugir
Don Juan no venir
acà morir…”.
Cantilena riportata da Cervantes in Vita ad Algeri e ne I bagni di Algeri. Tutti e due avranno avuto catene alle caviglie e saranno stati vestiti allo stesso modo, il modo come Cervantes descrive il Prigioniero che entra con Zoraide nella locanda, “… il quale mostrava dagli abiti d’essere un cristiano giunto recentemente da terra di mori, perché era vestito d’una casacca di panno turchino, a falde corte, con mezze maniche e senza collo; anche i calzoni erano di tela turchina, e il berretto dello stesso colore”. Antonio Veneziano giunge in Algeri infiammato d’amore, pazzo d’amore: per la nipote Eufemia o per una bella e irraggiungibile signora? Signora che sarebbe stata, secondo gli studiosi Caterina e Giuseppe Sulli (Antonio Veneziano, Palermo, 1982), Felice Orsini Colonna, moglie di Marc’Antonio Colonna, il comandante della fl otta veneziana nella battaglia di Lepanto, allora viceré di Sicilia, al cui figlio, Ascanio, Cervantes, dedica La Galatea. Ad avanzare l’ipotesi della passione del Veneziano verso la viceregina c’è una ottava del poeta che così termina:
“Pirchi’ mi tratti comu li ‘nnimici?
Rimedia cu lu meghiu modu c’hai,
Filici, fi licissima, Filici”.
Là, nel bagno di Algeri, il Veneziano avrebbe scritto La Celia. E là, nel bagno, sembra che Cervantes abbia scritto Vita ad Algeri e incominciato la stesura de La Galatea. Inimmaginabili sono gli incroci della storia, nonché della poesia. Nel 1650, un gruppo di nobili siciliani congiurava contro il viceré don Giovanni d’Austria, vagheggiando di porre sul trono di un regno indipendente di Sicilia don Giuseppe Branciforti, conte di Mazarino e principe di Butera. La congiura falliva per la delazione del prete Simone Rao e per la confessione dello stesso Branciforti. Sei dei congiurati furono giustiziati. Il Branciforti lasciava quindi Palermo e si ritirava a Bagheria, tra la fenicia Sòlunto e la greca Imera, si faceva là costruire una villa e si chiudeva in quella sua dimora che era fortezza, castello, tomba non di libri e di salme come l’Escorial, ma di orgoglio umiliato e di rimorso. Sull’arco d’ingresso della villa faceva incidere un emistichio del Tasso, O corte a Dio, e oltre, sopra un altro arco, questi versi in spagnolo:
“Ya la esperanza es perdida
Y un solo bien me consuela
Que el tiempo que pasa y buela
Lleverà presto la vida”.
E sono i versi questi che recita Teolinda nel Libro primo de La Galatea di Cervantes. Ma ritorniamo al bagno di Algeri, ai due poeti là rinchiusi, Cervantes e Veneziano. Il monrealese, preso com’è dal “vendaval erótico”, come lo defi nisce Américo Castro, dalla bufera d’amore per la nipote Eufemia o per Felice Orsini, scrive là La Celia, e Cervantes (anche lui forse in quel momento nella bufera d’amore, se nel personaggio di Lauso de La Galatea dobbiamo riconoscere lo stesso autore), e Cervantes scrive là le Ottave per Antonio Veneziano. Veneziano viene riscattato nel 1579, e il cronista Ortolani così scrive:
“Fu fatta festa in Palermu pillu ricattu e ritornu di lu
celebri
poeta Veneziano”.
Morirà poi, il povero poeta, il 19 agosto 1593, come sappiamo, per l’incendio (doloso, sembra) e lo scoppio della polveriera nel carcere di Castellamare. E morirà, in quello scoppio, anche Egisto Giuffredi, l’autore di Avvertimenti cristiani. Cervantes, riscattato, lasciava Algeri il 24 ottobre 1580. Dice ancora il Prigioniero del Don Chisciotte: “Non c’è sulla terra, secondo il mio parere, gioia che eguagli quella di conseguire la libertà perduta”. E sarà, quella di Cervantes, una vita libera, ma, come quella di prima della prigionia in Algeri, una vita molto tribolata. Nulla però gli impedirà di concepire (nel carcere di Siviglia o in quello di Castro del Rio -1592) e di scrivere quindi le avventure dell’ingegnoso hidalgo, di don Alonso Quijana, ribattezzatosi Don Chisciotte della Mancia, e del suo fi do scudiero Sancio Panza. Don Chisciotte, il primo grande romanzo della storia letteraria, uno dei grandi capolavori dell’umanità. Nel 2005 ricorreva il quarto centenario della prima pubblicazione del romanzo. E, nell’aprile di quell’anno, ad Alcalà de Henares, nella casa natale-museo di Cervantes, si inaugurava la mostra delle prime edizioni del Quijote, in cui compariva l’edizione del 1610, stampata a Milano “por el Heredero de Pedromartir Locarni y Juan Bautista Bidello”, e dedicata dal Cervantes, questa edizione, non più al conte di Bejar, ma “All’Ill.mo Señor el Sig. Conde Vitaliano Vizconde”. Abbiamo voluto sin qui raccontare della prigionia in Algeri di due poeti, Cervantes e Veneziano. Ma abbiamo anche voluto signifi care, soprattutto attraverso Cervantes, la terribile vita che si svolgeva allora, nel ‘500, tra le sponde del Mediterraneo, in questo spazio dove si svolge il grande poema omerico e dove sono nate le prime grandi civiltà della storia umana. Terribile vita allora, nel ‘500, tra le sponde del Mediterraneo. E terribile di nuovo oggi, dopo cinque secoli, per le tragedie quasi quotidiane che tra queste sponde si consumano. Tragedie di poveri infelici che fuggono da luoghi di guerra, di malattia e di fame e che cercano salvezza in questo nostro mondo di opulenza e di alienazione. Infelici che spesso trovano la morte per acqua, come l’eliotiano Phlebas il Fenicio, naufragano presso le sponde di Sicilia e di Spagna. E con dolore dunque possiamo ripetere le parole di Fernand Braudel, riferite all’età di Filippo II: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari
03/11/2005 – La prigione dei destini incrociati: Miguel de Cervantes e Antonio Veneziano nei bagni di Algeri Instituto Cervantes Napoli
14/04/2008 Universitat de Valencia. Spagna.La pasión por la lengua: VINCENZO CONSOLO
La lingua di Vincenzo Consolo sembra come scavare la realtà, sfidandone la sostanza fisica, l’evidenza visiva, la materia pullulante che la costituisce: e il capitolo iniziale de Il sorriso dell’ignoto marinaio, subito dopo la sintesi dell’ Antefatto si muove subito in due direzioni essenziali, verso l’apertura “geografica” e storica su di vastissimo ambiente fisico e umano, con la visione della Sicilia che il Mandralisca ha dalla nave che si avvicina, e verso la presa in carico del dolore umano, con il «rantolo» del malato, il cavatore di pomice di Lipari, che sorge dal buio della stessa nave. È un vero e proprio “quadro”, in cui l’eco di quel lacerante dolore sembra come sovrapporsi allo svelarsi e al progressivo definirsi del paesaggio, che quella lingua a forte caratura “poetica” sembra come voler catturare nella densità delle presenze che lo abitano: con un’espressività che si addensa intorno alle cose, che mira a rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricità pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che li serrano). Il primo circostanziato segno visivo, dopo la più indefinita rivelazione della «grande isola», è costituito dai «fani sulle torri della costa», con i loro colori e l’incerto oscillare della loro luce («erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci »). Dopo questa prima apertura l’attenzione ritorna all’interno del bastimento, sembra come ritrarsi nel buio, nel fragore delle acque e nel cigolio delle vele squassate dal vento che avevano segnato il percorso notturno della nave e nel presente silenzio del «mare placato e come torpido», lacerato dal «respiro penoso» e dal «lieve lamento» del malato. Questo respiro suscita l’immagine del corpo sofferente, dei «polmoni rigidi, contratti», delle contrazioni della «canna del collo», della «bocca che s’indovinava spalancata»: s’indovinava, appunto, perché questa visione di dolore è solo intuita, non vista; quello che il Mandralisca vede è solo «un luccichio bianco che forse poteva essere di occhi». Ma proprio a partire da questo bianco che sinistramente viene a fendere il buio, la visione viene ad allargarsi verso il cielo ed ancora verso i fani sopra le torri, che ora definiscono più nettamente il loro aspetto ed evocano i nomi dei feudatari: “Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangersi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo…”. La serie dei nomi fa sì che dall’ultimo appaia improvvisamente uno squarcio di un passato, con l’immagine di una dama affacciata sul «verone», ma in posa molto realistica, lontana da ogni stilizzazione cortese: è Bianca de’ Lancia di Brolo, che ha in grembo Manfredi, figlio di Federico II e che ha la nausea e i contorcimenti della gravidanza («Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte»): è Federico II, evocato in termini danteschi (il «vento di Soave», da Paradiso, III) ad aver segnato le sue viscere, è il suo seme ad agire nervosamente sul suo corpo («il vento di Soave la contorce»); e da tutto si svolge la parola stessa dell’imperatore, con la citazione di versi che si immaginano rivolti direttamente al falcone, strumento essenziale della sua passione per la caccia. Ma ancora, dopo la citazione, lo sguardo si apre sulla costa, verso le città sepolte, che non ci sono più ma che sono vagheggiate dall’avidità conoscitiva, dal gusto storico ed archeologico del barone: “Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni”. Ma questo pensiero alle città sepolte, all’improbabile ipotesi di un loro ritorno alla luce, riconduce poi il Mandralisca alla certezza della tavoletta «avvolta nella tela cerata» che stringe al petto e in cui sente persistere gli odori della bottega dello speziale che gliel’ha venduta. Ma poi questi odori sono sopraffatti da quelli che ormai provengono da terra, come il buio è sopraffatto ormai dalla luce («svanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono»): e ciò porta finalmente alla visione del malato e della donna che lo assiste e lo soccorre. Da questa visione scaturisce poi la voce che designa il male dello sventurato; e solo dopo la voce si rivela la figura dell’ignoto marinaio, col suo «strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà». Il sorriso dell’ignoto marinaio è insomma affidato soprattutto allo sguardo (di uno che molto sa e molto ha visto); la descrizione si appunta sui suoi occhi («E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia»); e anche se è vestito come un marinaio, a guardarlo si evidenzia tutta la sua stranezza («in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaio») e la forza penetrante della sua «vivace attenzione». E dopo aver parlato dei cavatori di pomice di Lipari e delle loro malattie, l’ignoto sorride, mentre il barone si chiede dove mai l’aveva già visto e, sotto il suo sguardo, vede balenare dentro di sé le immagini dei cavatori di pomice, del loro duro lavoro e della loro sofferenza, sotto cui si nascondono ed emergono altre immagini, quelle per lui consuete dei molluschi che studia e colleziona e dei volumi degli studi ad essi dedicati, il tutto come sottoposto ancora allo sguardo criticamente ironico del marinaio. Si tratta di una formidabile serie di passaggi visivi, segnati da questo sguardo che tocca il personaggio sconosciuto e che da lui si svolge: passaggi che toccano le immagini che sorgono dentro la coscienza stessa del barone e che, pur se solo interne a lui, egli sente come scrutate e indagate dal marinaio, che gli sembra addirittura leggere i titoli di quei libri, ironizzando sulla futilità di quelle così minute ricerche: Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione. Quel sorriso sembra come suscitare il senso di colpa del ricco intellettuale e amateur, per le sue così marginali predilezioni, confrontate con la dura realtà dei cavatori di pomice. Ma a questo punto si sentono i clamori e i rumori dell’ancoraggio, dell’arrivo ad Olivèri, che fa sorgere un nuovo, vastissimo sguardo all’affollato paesaggio che pullula sulla riva; sguardo che si svolge a partire dalla luce che dal sole sorgente riceve la rocca in alto, per scendere giù fino agli splendori mattutini della spiaggia, alle presenze animali, alle barche immobili come relitti; distesa visione da cui balenano ancora le immagini di un passato sepolto, del crollo dell’antica città, dei «tesori dispersi» vagheggiati dal barone. E poi ancora uno sguardo indietro, ad una scena del passato, ancora ad una donna del medioevo, Adelasia (o Adelaide) di Monferrato, la moglie giovanissima del sessantenne Ruggero I e fondatrice di un convento a Patti, nei pressi di Tindari, la cui figura, fissata nell’«alabastro» di un sarcofago, sembra aver atteso impassibile la rovina del convento, e infine l’immagine del santuario della madonna nera: «sopra la rocca, sull’orlo del precipizio, il piccolo santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa chiusa nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle, d’acquemarine, l’impassibile Regina, la muta Sibilla, líbico èbano, dall’unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro, l’argento di tre gigli». Dopo la discussione col «criato» Sasà, la spinta visiva si rivolge allo sciamare dei pellegrini che si affollano per scendere dalla nave, alle offerte e agli ex-voto che essi portano con sé: e tra di essi viene come centrata ancora la figura del cavatore malato e della moglie che lo accompagna. Al barcone che raccoglie i pellegrini che scendono dalla nave fa poi come da pendant la «speronara» che porta via marmi antichi e piante di agrumi e si allontana dalla riva, passando sotto il veliero da dove la osserva il Mandralisca («ebbe modo così di osservare a suo piacimento»); e infine, dopo la riflessione (appoggiata su una citazione in corsivo da un testo del Landolina) si ritorna alla visione dei pellegrini, che stanno salendo in processione verso il santuario; dal loro canto si svolge improvvisamente quello osceno di una ragazza che è nel barcone, tra i pellegrini scesi dal veliero, fermata dalla madre che nella concitazione lascia cadere in acqua una testa di cera. La successione e i passaggi continui di dati visivi, intrecciati a più riprese a dati sonori, vengono a creare, in questo avvio del romanzo, una sorta di disteso movimento panoramico, in continui passaggi tra campi lunghi e primi piani, formidabili zoomate che procedono attraverso distensioni e concentrazioni della parola. Lo sguardo di Consolo, quello del barone Mandralisca, quello dell’ignoto marinaio (che, sappiamo è lo stesso della tavoletta di Antonello e di Giovanni Interdonato), sono come animati da una tensione a “vedere” che tocca le grandi distese dello spazio, la vita che variamente si muove in esse, e mette a fuoco non solo ciò che vi è direttamente visibile, ma anche il peso di quanto esse hanno alle spalle, ciò che sono state, nel passato storico e biologico: la visione coglie l’esistere che si distende, il suo carico di presenze, di memorie, di suggestioni, l’agitazione che lo sommuove, l’offerta che esso sembra fare di sé, l’ostinazione e la volontà di vita che lo corrode, il suo stesso disperdersi e consumarsi nell’aria. Se si attraversa tutto il romanzo, emerge in piena evidenza l’intreccio e l’essenzialità dei dati visivi, fissata del resto già nello stesso riferimento del titolo alla tavola di Antonello. In questa dominante della visività, è determinante la disposizione ad allargarne i confini: il volto e il sorriso dell’individuo effigiato dal pittore sono il punto di irradiazione di una apertura verso i grandi spazi, verso una moltiplicazione delle presenze e delle evidenze. Consolo “vede” la Sicilia come un grande corpo brulicante di vita, esuberante, malsano, appassionato, lacerato, ne vuol rendere conto come di una totalità; cerca di comprenderne il senso afferrandone un’evidenza visiva che in ogni squarcio sembra voler rivelare la densità, la fascinazione e la tremenda rovinosa disgregazione del tutto, di un insieme di corpi che vi annaspano, vi soffrono, vi si espandono, vi si mostrano. La disposizione di Consolo a seguire l’evidenza degli slarghi che si presentano all’occhio agisce del resto in modo vigoroso anche nella sua scrittura saggistica, nei suoi larghi percorsi sul territorio siciliano (in primis ne Le pietre di Pantalica). Qui nel Sorriso un altro eccezionale squarcio d’insieme è quello su Cefalù, a cui l’Interdonato si avvicina entrando in porto con il San Cristoforo, all’inizio del capitolo secondo. Si comincia con la visione dell’affollarsi di barche nel porto, salendo poi verso le case più vicine: “Il San Cristoforo entrava dentro il porto mentre che ne uscivano le barche, caicchi e, coi pescatori ai remi alle corde vele reti lampe sego stoppa feccia, trafficanti, con voci e urla e con richiami, dentro la barca, tra barca e barca, tra barca e la banchina, affollata di vecchi, di donne e di bambini, urlanti parimenti e agitati; altra folla alle case saracene sopra il porto: finestrelle balconi altane terrazzini tetti muriccioli bastioni archi, acuti e tondi, fori che s’aprivano impensati, a caso, con tende panni robe tovaglie moccichini sventolanti”. Poi l’obiettivo si muove rapidamente al polo opposto, concentrandosi sulla rocca lassù in alto e scendendo poi più lentamente sulle torri del duomo, che addirittura sembrano generate dalla rocca stessa: “Sopra il subbuglio basso, il brulicame chiassoso dello sbarcatoio e delle case, per contrasto, la calma maestosa della rocca, pietra viva, rosa, con la polveriera, il tempio di Diana, le cisterne e col castello in cima. E sopra la bassa fila delle case, contro il fondale della rocca, si stagliavano le due torri possenti del gran duomo, con cuspidi a piramidi, bifore e monofore, soffuse anch’esse d’una luce rosa sì da parere dalla rocca generate, create per distacco di tremuoto o lavorio sapiente e millenario di buriane, venti, acque dolci di cielo e acque salse corrosive di marosi”. Si torna poi all’agitazione furiosa del porto per la pesca abbondante, alla gara delle barche per piazzarsi «sul filo giusto dei sessanta passi», allo sbattere delle imposte e ai bagliori del sole che si distende poi su di un ampio spazio geografico, slargando verso le località della costa, con un gioco di immagini (il palpitare «a scaglie» della luce sulla costa) che riconduce dentro il duomo, ai dorati mosaici del Pantocratore: “Tanta agitazione era per le pesche abbondanti di quei giorni. Si diceva di cantàri e cantàri di sarde sàuri sgombri anciove, passata portentosa di pesce azzurro per quel mare che manco i vecchi a memoria loro rammentavano. E venne su la febbre, gara tra flotta e flotta, ciurma e ciurma, corsa a chi arrivava primo a piazzarsi sul filo giusto dei sessanta passi. E gara tra famiglie, guerra. Smesso lo sventolio dei pannizzi, il vociare, si chiusero le imposte con dispetto. I vetri saettarono bagliori pel sole in faccia, orizzontale, calante verso la punta là, Santa Lucia, e verso Imera Solunto l’Aspra il Pellegrino”. Quando più tardi l’Interdonato scende dalla nave, si para in modo più diretto davanti a lui e al ragazzo che l’accompagna il pulsare della «gran vita» della città, delle diverse figure umane, con il loro muoversi affaccendato, su cui echeggiano i segni sonori del lavoro di chi non si vede, che è intento all’opera nel buio degli interni: “Discesi che furono sullo sbarcatoio, passata la Porta a Mare, imboccarono la strada detta Fiume. Giovanni era eccitato e divertito per la gran vita che c’era in questa strada: carusi a frotte correndo sbucavano da strada della Corte, da Porto Salvo, da Vetrani, da vanelle, bagli e piani, su da fondaci interrati, giù da scale che s’aprivano nei muri e finivano nel nulla, in alto, verso il cielo; vecchi avanti agli usci intenti a riparare rizzelle e nasse; donne arroganti, ceste enormi strapiene di robe gocciolanti in equilibrio sopra la testa e le mani puntate contro i fianchi, che tornavano dal fiume sotterraneo, il Cefalino, alla foce sotto le case Pirajno e Martino, con vasche e basole per uso già da secoli a bagno e lavatoio. Sui discorsi, le voci, le grida e le risate, dominavano i colpi cadenzati sopra i cuoi dei martelli degli scarpari, innumeri e invisibili dentro i catoi. Il mercatante, come dal San Cristoforo allo spettacolo dello sbarcatoio, guardava dappertutto estasiato e sorrideva”. E una Cefalù distesa e panoramica ritorna ancora, più avanti, nello studio del barone visitato dall’Interdonato, nella copia della pianta della città del secentesco Passa fiume, «ingrandita e colorata, eseguita su commissione del barone dal pittore Bevilacqua»: “La citta era vista come dall’alto, dall’occhio di un uccello che vi plani, murata tutt’attorno verso il mare con quattro bastioni alle sue porte sormontati da bandiere sventolanti. Le piccole case, uguali e fitte come pecore dentro lo stazzo formato dal semicerchio delle mura verso il mare e dalla rocca dietro che chiudeva, erano tagliate a blocchi ben squadrati dalla strada Regale in trasversale e dalle strade verticali che dalle falde scendevano sul mare. Dominavano il gregge delle case come grandi pastori guardiani il Duomo e il Vescovado, l’Osterio Magno, la Badia di Santa Caterina e il Convento dei Domenicani. Nel porto fatto rizzo per il vento, si dondolavano galee feluche brigantini. Sul cielo si spiegava a onde, come orifiamma o controfiocco, un cartiglione, con sopra scritto CEPHALEDUM SICILIAE URBS PLACENTISSIMA. E sopra il cartiglio lo stemma ovale, in cornice a volute, tagliato per metà, in cui di sopra si vede re Ruggero che offre al Salvatore la fabbrica del Duomo e nella mezzania di sotto tre cefali lunghi disposti a stella che addentano al contempo una pagnotta”. La visione dello stemma con i tre cefali dà poi luogo ad un vero e proprio corto circuito con una visione precedente, quella di una «guastella» gettata in mare dal ragazzo che accompagna l’Interdonato e rapidamente divorata da un branco di cefali; e da qui sorge una riflessione “politica” su Cefalù, la Sicilia, la speranza del superamento della feroce lotta per la vita e di un trionfo dell’eguaglianza, della solidarietà, della ragione: “L’Interdonato, alla vista dello stemma, si ricordò della guastella buttata dentro l’acqua da Giovanni e subito morsicata dai cefali del porto. La sua mente venne attraversata da lampi di pensieri, figure, fantasie. Stemma di Cefalù e anche di Trinacria per via delle tre code divergenti, ma stemma universale di questo globo che si chiama Terra, simbolo di storia dalla nascita dell’uomo fino a questi giorni: lotta per la pagnotta, guerra bestiale dove il forte prevale e il debole soccombe… (Qu’est-ce-que la propriété?) … Ma già è la vigilia del Grande Mutamento: tutti i cefali si disporranno sullo stesso piano e la pagnotta la divideranno in parti uguali, senza ammazzamenti, senza sopraffazioni animalesche. E cefalo come Cefalù vuol dire testa; e testa significa ragione, mente, uomo… Vuoi vedere che da questa terra?…”. In un romanzo successivo come Nottetempo casa per casa si aprono altri squarci eccezionali su Cefalù e dintorni, che sembrano seguire un movimento che attraversa lo spazio casa per casa e ne coglie l’effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione dell’onomastica geografica e topografica, che viene come ad addensare in sé la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici, esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre che lo abitano. Nello stesso romanzo il capitolo IV, La torre, apre anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi dal protagonista Petro, venuto a partecipare ad una manifestazione socialista: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici, storici, si mescolano i dati “moderni” delle insegne pubbliche e della pubblicità e poi quelli delle scritte dei cartelli di un corteo (mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi più definiti dati geografici). Lì, come nel Sorriso, e nelle stesse pagine che abbiamo citato, i nomi costituiscono un strumento più determinante della resa espressiva: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi, di forte sostanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che emergono da un passato ancestrale o nomi legati al più dimesso fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell’esperienza popolare, nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall’invasione della modernità, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti più distruttivi e perversi. L’elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico più diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce soprattutto nell’ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il linguaggio viene così forzato in una doppia direzione, sia costringendolo ad immergersi verso un centro oscuro, verso l’intimità delle cose e dell’esperienza, verso il fondo più resistente e cieco della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone l’orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo appunto a “vedere” la distesa più ampia dell’ambiente e a farsi carico della sua stessa densità storica, di quanto resta in esso di un lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro. Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia del padre, la disperata follia della sorella Lucia), il Petro di Nottetempo si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di tutto «nomi di cose vere, visibili, concrete», nomi che egli scandisce come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un rinominare capace di trarre alla luce una realtà non ancora contaminata dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realtà senza pieghe dolorose, in un nuovo flusso sereno della vita e del tempo: “E s’aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scandì a voce alta: «Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…» scandì come a voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si svolgeva serena, sereno il tempo” (IV, La torre). Si noti qui come nell’elencazione, che la punteggiatura fissa in una sorta di forma pura, i vari nomi si succedano a gruppi, riferiti a diversi settori d’esperienza, secondo una progressione che va dalla solidità elementare della terra al richiamo aereo del volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilità dell’arcobaleno. Nel Sorriso, peraltro, nel capitolo sesto, rivolgendosi all’Interdonato nel presentare la sua Memoria sui fatti d’Alcàra Li Fusi, il Mandralisca rifletteva sulla lingua e sull’«impostura» della scrittura e proiettava verso il futuro l’utopia di «parole nuove», vere anche per gli esclusi dal linguaggio colto, per coloro che non hanno avuto ancora la possibilità di comprendere le parole della moderna democrazia: “E dunque noi diciamo Rivoluzione, diciamo Libertà, Egualità, Democrazia, riempiamo d’esse parole fogli, gazzette, libri, lapidi, pandette, costituzioni, noi, che quei valori abbiamo già conquisi e posseduti, se pure li abbiam veduti anche distrutti o minacciati dal Tiranno o dall’Imperatore, dall’Austria o dal Borbone. E gli altri, che mai hanno raggiunto i dritti più sacri e elementari, la terra e il pane, la salute e l’amore, la pace, la gioia e l’istruzione, questi dico, e sono la più parte, perché devono intender quelle parole a modo nostro? Ah, tempo verrà in cui da soli conquisteranno quei valori, ed essi allora li chiameranno con parole nuove, vere per loro, e giocoforza anche per noi, vere perché i nomi saranno interamente riempiti dalle cose”. Ma sappiamo (e ce lo mostrerà il Petro di Nottetempo) che forse la piena solidarietà tra i nomi e le cose si dà solo nella fantasia del ritorno alla loro origine, nell’utopia della letteratura, di quella scrittura che certo tradisce la vita col suo dolore e con la sua evidenza, ma che sola cerca di dirla e di “vederla”, più a fondo possibile.
Vincenzo Consolo: l’irrequietudine e il sigillo della scrittura
27 LUGLIO 2011 NATALE TEDESCO TOPOGRAFIE LETTERARIE
di Natale Tedesco
Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.
In verità, la tradizione realistica della narrativa siciliana è molto meno compatta e unitaria di quanto non si creda: lirismo e prosa d’arte, sperimentalismo e ricerca linguistica, formalismo in genere, s’intrecciano con il realismo di base e a volte lo sopraffanno ed espungono anche nella varia produzione di uno stesso autore. Proprio per Consolo c’è da dire che prima ancora che Lunaria, un’opera del 1985, si presenti come una deliberata antinarrazione, questo intreccio è evidente nel primo romanzo, La ferita dell’aprile, del 1963, ambientato nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia dove le tensioni sociali si manifestano drammaticamente in uno con le “ferite” di un gruppo di adolescenti inquieti. Già qui le forme del romanzo si scontravano con gli intenti poematici, nello sperimentalismo di una fraseologia autobiografica vernacolare, con un lirismo che ritaglia un Verga poetico. E pure Il sorriso dell’ignoto marinaio, il romanzo del 1976 ritenuto il suo capolavoro, segnato da ricercatezze lessicali e costrutti regionali d’antica e recente formazione, è intersecato da piani stilistici differenziati.
Nel Sorriso dell’ignoto marinaio, opera significativa di tutto un tempo dell’elaborazione della prosa italiana, dominata dal dissidio tipico dell’ideologia letteraria del decennio Settanta, tra rifiuto della letteratura e fede nella scrittura, la narrazione che vuole essere oggettiva della situazione storica, cioé impegnata a rappresentare le rivolte contadine a metà dell’Ottocento e la loro repressione classista, si mescola con un immaginario barocco, o neobarocco che dir si voglia, di accentuato vigore. Protagonisti del romanzo sono Enrico Pirajno di Mandralisca, un aristocratico liberale ed illuminista, e l’avvocato Giovanni Interdonato, un borghese cospiratore antiborbonico (figura di ascendenza sciasciana dell’intransigenza morale ed intellettuale), e pure diversamente sorpresi e scolpiti nel sorriso ambiguo dell’uomo siciliano del quadro di Antonello da Messina.
In realtà, in quest’opera, al Verga del primo libro, allo Sciascia del secondo, è subentrato più prepotentemente come nume tutelare Lucio Piccolo e con lui entra in profondità nella prosa la poesia, con lacerti di lui e di altri poeti, e con modulazioni e ritmi che sono di essa. Non si tratta solo di singole parole, magari recuperate nel segno di ambiguità e ambivalenze, come “datura”: fiore bianco e veleno. Rispetto ai passi, ai luoghi esibiti di altri poeti, la citazione di versi piccoliani non è virgolettata, perché sono fatti propri come immagini, figure, di un consentaneo e simpatetico universo espressivo. Si vedano come sono incastonati emistichi o versi come “l’eco risorta…” o “velieri salpati alla speranza di isole felici…”.
Di fatto, ancora diverso, è l’insistito preziosismo lessicale, con un particolare assaporamento dell’aggettivazione che isola i particolari, già andando contro il costruire prosastico più disteso. Per questo non ci si può limitare a godere o a saziarsi di questa ricchezza, senza nemmeno sospettare le ragioni di una scelta che è ideologica, di una poetica che è già contrastativa e in cui vive l’invettiva contro la valanga di libri ‘privi d’anima’.
Se nell’opera di Consolo vi sono modulazioni barocche e, più, rococò in un misto isolano di dolcezze da ‘arte minore’ e di Serpotta, soprattutto nell’impegnato neoclassicismo preromantico di fine Settecento sono da vedere le sue ascendenze esemplari. Penso ai romanzi Le avventure di Saffo, Notti romane al sepolcro degli Scipioni del periodo romano di Alessandro Verri, pur sempre anti-pedantesco e anticruscante transfuga dalla Milano in cui aveva combattuto contro i “parolai”, che tuttavia i suoi ‘racconti filosofici’ vergò con penna neoclassica.
Retablo, sequenza di accadimenti e di figure, di scritti, di uno scritto che s’incrocia con un’altro, è un incrocio di passato e di presente, di un goethiano “viaggiare alla ricerca degli stampi”. Al fondo di tutta la condizione cognitiva e formale di Retablo, sembra fermentare anche un retaggio di Leopardi, quel privilegiamento dell’antico e quella poetica della rimembranza, che fanno diverso il suo classicismo rispetto agli stessi ultimi settecenteschi, e che,dunque, mettono su altri profili quei riferimenti ai neoclassici preromantici, di cui si è detto per Consolo.
L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi.
Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione. Per questo parrebbe che Retablo risolva pure quel peculiare contrasto della crisi della cultura, dell’ideologia letteraria degli anni Settanta, tra negazione della letteratura e fiducia nella scrittura. Senza volere togliere nulla al rilievo che Il sorriso ha nella produzione consoliana, alla luce degli ultimi libri dello scrittore messinese, si deve tuttavia affermare che Retablo gode di un’ispirazione unitaria che porta ad esiti più compiuti almeno una parte, forse la più autentica della sua tematica, soggetta a spinte centrifughe altrettanto vere. Invero, essendo un elemento costitutivo fortemente ineludibile, il problema di Consolo rimarrà la necessità di comporre di volta in volta la tensione poetica con la scrittura referenziale di un chiaro discorso politico. Il dilemma che pur nella ambiguità permeava Il sorriso dell’ignoto marinaio con forza e fascino, appare risolto univocamente in Retablo.
Ma ritorna, anzi quasi contemporaneamente persiste al modo di Vittorini, nelle Pietre di Pantalica. Fascinosamente ambiguo è altresì il linguaggio anticato, ma in modo che non sia sempre attibuibile ad un’area linguistica storicamente determinata, e paia venir fuori da un mondo sommerso e ricreato con l’immaginazione, vago e concretissimo insieme. Un linguaggio che in realtà, anche quando va da movimento a stabilità, non accetta di consistere del tutto; come l’ideologia dello scrittore che, sempre vittorinianamente, rifiuta la quiete nella non speranza, e invero si agita, si sbilancia tra disperazione e speranza. Per questo la sua memoria del tempo andato non è ferma, ma si spinge a contestare, con il presente, anche se stessa.
Con questa raccolta del 1988 Vincenzo Consolo ha reinventato peraltro il progetto che già fu di Vittorini; ha scritto le sue “città del mondo”, che intanto paiono più nostre. Così sembra che abbia pure ripreso in prima persona il viaggio che il suo personaggio Clerici aveva compiuto in Retablo. Dunque, ottobre ottantasette Retablo, ottobre ottantotto Le pietre di Pantalica: un anno appena d’intervallo. Ma bisognerebbe dire dei suoi reali tempi di composizione; rimane il fatto che Le pietre di Pantalica conservano e rinsaldano una mobilità e plurivocità che saranno riprese in futuro. Peraltro, se in gran parte esso pare venir fuori dalla costola plurilinguistica del Sorriso dell’ignoto marinaio, con qualche ricordo dell’autobiografismo della Ferita dell’aprile, pure usufruisce di quella ricerca prosodica che dal barocco e rococò perviene ad una scrittura che vuol farsi classica pur bagnando la penna nell’ inquietudine ideale e nell’ insoddisfazione espressiva della contemporaneità.
Sorgono da amore, dolore e sdegno, dunque, le pagine di diverso memorialismo della raccolta: come I linguaggi del bosco e Le pietre di Pantalica, la prosa eponima del libro. Un memorialismo complesso, intricato e intrigante: un domestico, privato, autobiografico ricordo che è anche civile, antropologica memoria della vita e della storia. Si tratta di una memoria non cristallizzata, né soddisfatta di sé, ma dialettica, soprattutto agonistica. Un inusitato agonismo della memoria, perché non muove solo contro il presente, ma questa volta si agita e tenzona anche al suo interno, in forza della dinamica plurivocità delle componenti contenutistiche ed espressive.
Il decennio Novanta vede subito Consolo riproporre con forza un romanzo di argomento storico, ambientato nell’isola negli anni dell’avvento fascista. Pietro, un maestro elementare, dopo un attentato a proprietari e fascisti, fugge esule in Tunisia. L’opera in qualche modo riprende la tematica democratica di rivisitazione della nostra storia, come già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, ma in una chiave formale diversa. Nottetempo casa per casa (1992) è stato considerato un romanzo postmoderno perché fondato sulla citazione letteraria da scrittori pur diversi (Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Montale), sulla parodia, il rifacimento e l’alternarsi di usi linguistici molteplici, per concludere che tuttavia non si riteneva una soluzione postmoderna il prevalere in esso dell’italiano letterario, la scelta di uno stile eletto. Invero la convinzione consoliana che sia la letteratura a difenderci dal generale degrado e imbarbarimento sempre più pervasivi, non era una novità. L’idea della letteratura come “impostura” stava bene in piedi nel contesto particolare dell’opera del 1976, sia il contesto interno dell’opera, sia il contesto esterno.
Nell’Olivo e l’olivastro,l’autobiografismo dell’autore, che torna nella maturità a prorompere più apertamente, per farsi giudizio metapersonale viene traslato in terza persona. Affidarsi all’Ulisse mitico, della poesia omerica, serve all’Odisseo, al Nessuno di oggi, a procurarsi un’identità che, perduta nel presente, si può solo ricostruire nel passato, col passato. E solo così, nel naufragio, nella catastrofe generale, si può trovare una salvezza individuale. La poesia moderna si è servita della “enumeraciòn caotica” perché nominando le cose ha ritenuto di riconoscerle, di riguadagnarle. Oggi si ha il sospetto che si nominano le cose per segnalare la definitiva perdita di esse. Per questo lo scrittore o si serve di un linguaggio referenziale che ( “tradendo il campo” con “stanca ecolalia”) ha solo un compito informativo, oppure inventa un linguaggio metaforico che si deve descrittare nelle sue valenze interiori. In questo linguaggio irreale, dominato dalla dannazione dell’inesprimibile, ora le epifanie danno solo il senso della ricerca di una verità misteriosa da identificare. Con ciò e perciò la pratica di una scrittura visionaria, anche a partire da un apparente, semplice dato di cronaca.
Lo Spasimo di Palermo conclude, dopo Il sorriso e Nottetempo, il trittico narrativo in cui Consolo affronta la storia dell’isola dalla parte dei vinti e della Storia rinnega e demistifica storture e menzogne. La forma è sempre più ellittica e problematica, e tende allo scavo interiore e alla vertigine espressiva: il frutto di questa sfida sempre più impervia ai linguaggi piatti e strumentali della comunicazione è una scrittura insieme febbrile e raziocinante, accesa e vigile, tramata di poesia e di engagement. Di quest’ultimo fa fede il palese riferimento alle coraggiose e sfortunate inchieste del pool giudiziario di Palermo e alla tragica strage di via D’Amelio, in cui confluiscono le vicende e i destini dipanati nel romanzo.
Simbolo dell’immane fallimento d’una società e insieme d’una generazione che avrebbe voluto e potuto modificarla -è l’assassinio del coraggioso giudice, intravvisto dal protagonista – testimone, che è uno scrittore sfiduciato e votato al silenzio, nonché un padre altrettanto deluso e autocritico. La crisi della scrittura coincide così con lo “spasimo” estremo di una civiltà: un punto di non ritorno, ovvero di avvio di modalità espressive e di tensioni civili da rifondare.
In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli. Al principio dell’invenzione di Consolo ci furono la ferita (sì, La ferita dell’aprile, titolo della sua prima opera, è pure figura di un dato esistenziale) e la folgorazione poetica. Nella produzione di Consolo, a quanto se ne sa, si isolano due episodi di versificazione poetica vera e propria.
Mi riferisco a Marina a Tindari , del 1972, che dunque si colloca tra La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo testo in versi, quasi sconosciuto, contiene molti, forse i principali temi dell’intera sua opera, anche certi usi lessicali: il vorticare; certe pratiche linguistiche. L’altro testo splendido è L’ape iblea- elegia per Noto, da cui è scaturito L’Oratorio composto da uno straordinario Francesco Pennisi ed eseguito a Firenze il 19 giugno 1998 al teatro Verdi. Nella tradizione passata e recente egli si ritaglia Verga e Vittorini poetici – già il siracusano riprendeva Montale – e propriamente il ‘vorticare’ lirico di Lucio Piccolo. Da quell’ulcerazione ne vennero i grumi di dolore da rappresentare per trame intense di una ricerca, appunto mitopoietica. La cognizione del dolore per avere tregua, per vivere delle soste, si riporta peraltro al mondo della natura. Al malessere alla perdita, cioè all’assenza della persona, si risponde con la presenza delle figure del mondo naturale. La scrittura ridona la memoria delle cose, e non sai se è ricordo umano o memoria di fisicità ancestrale, una presenza che prepara eventi, o appena un trasalimento di evanescenze.
Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta. Avverte tuttavia Consolo:
La tradizione non si può cancellare, e chi pretende di cancellarla agisce sull’idea stessa di letteratura, dico sul senso nobilmente bachtiniano di una letteratura che trama contro le cancellazioni dell’oblio. E’ questa la vera funzione della letteratura, nella quale si sperimenta un altro tipo di memoria.
E’ ovvio che fra tradizione e innovazione, anche nel pieno dell’eversione, il cemento è il reale, anzi, nel crogiuolo materiale, là dove i miti siciliani non sono arsenali, armamentari dell’arte isolana, ma costituiscono il seno materno di essa, per dirla con Karl Marx, il cemento è la realtà esistenziale dell’autore, il profondo e radicato vissuto biografico. La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa.
In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza. In tal senso è esemplare l’incontro con la madre nell’ Olivo e l’olivastro. Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si giuoca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.
Laudatio per Vincenzo Consolo di Natale Tedesco in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Filologia moderna (Palermo, Steri 20 giugno 2007)
“Vincenzo Consolo: l’irrequietudine e il sigillo della scrittura” di Natale Tedesco. Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.
In verità, la tradizione realistica della narrativa siciliana è molto meno compatta e unitaria di quanto non si creda: lirismo e prosa d’arte, sperimentalismo e ricerca linguistica, formalismo in genere, s’intrecciano con il realismo di base e a volte lo sopraffanno ed espungono anche nella varia produzione di uno stesso autore. Proprio per Consolo c’è da dire che prima ancora che Lunaria, un’opera del 1985, si presenti come una deliberata antinarrazione, questo intreccio è evidente nel primo romanzo, La ferita dell’aprile, del 1963, ambientato nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia dove le tensioni sociali si manifestano drammaticamente in uno con le “ferite” di un gruppo di adolescenti inquieti. Già qui le forme del romanzo si scontravano con gli intenti poematici, nello sperimentalismo di una fraseologia autobiografica vernacolare, con un lirismo che ritaglia un Verga poetico. E pure Il sorriso dell’ignoto marinaio, il romanzo del 1976 ritenuto il suo capolavoro, segnato da ricercatezze lessicali e costrutti regionali d’antica e recente formazione, è intersecato da piani stilistici differenziati.
Nel Sorriso dell’ignoto marinaio, opera significativa di tutto un tempo dell’elaborazione della prosa italiana, dominata dal dissidio tipico dell’ideologia letteraria del decennio Settanta, tra rifiuto della letteratura e fede nella scrittura, la narrazione che vuole essere oggettiva della situazione storica, cioé impegnata a rappresentare le rivolte contadine a metà dell’Ottocento e la loro repressione classista, si mescola con un immaginario barocco, o neobarocco che dir si voglia, di accentuato vigore. Protagonisti del romanzo sono Enrico Pirajno di Mandralisca, un aristocratico liberale ed illuminista, e l’avvocato Giovanni Interdonato, un borghese cospiratore antiborbonico (figura di ascendenza sciasciana dell’intransigenza morale ed intellettuale), e pure diversamente sorpresi e scolpiti nel sorriso ambiguo dell’uomo siciliano del quadro di Antonello da Messina.
In realtà, in quest’opera, al Verga del primo libro, allo Sciascia del secondo, è subentrato più prepotentemente come nume tutelare Lucio Piccolo e con lui entra in profondità nella prosa la poesia, con lacerti di lui e di altri poeti, e con modulazioni e ritmi che sono di essa. Non si tratta solo di singole parole, magari recuperate nel segno di ambiguità e ambivalenze, come “datura”: fiore bianco e veleno. Rispetto ai passi, ai luoghi esibiti di altri poeti, la citazione di versi piccoliani non è virgolettata, perché sono fatti propri come immagini, figure, di un consentaneo e simpatetico universo espressivo. Si vedano come sono incastonati emistichi o versi come “l’eco risorta…” o “velieri salpati alla speranza di isole felici…”.
Di fatto, ancora diverso, è l’insistito preziosismo lessicale, con un particolare assaporamento dell’aggettivazione che isola i particolari, già andando contro il costruire prosastico più disteso. Per questo non ci si può limitare a godere o a saziarsi di questa ricchezza, senza nemmeno sospettare le ragioni di una scelta che è ideologica, di una poetica che è già contrastativa e in cui vive l’invettiva contro la valanga di libri ‘privi d’anima’.
Se nell’opera di Consolo vi sono modulazioni barocche e, più, rococò in un misto isolano di dolcezze da ‘arte minore’ e di Serpotta, soprattutto nell’impegnato neoclassicismo preromantico di fine Settecento sono da vedere le sue ascendenze esemplari. Penso ai romanzi Le avventure di Saffo, Notti romane al sepolcro degli Scipioni del periodo romano di Alessandro Verri, pur sempre anti-pedantesco e anticruscante transfuga dalla Milano in cui aveva combattuto contro i “parolai”, che tuttavia i suoi ‘racconti filosofici’ vergò con penna neoclassica.
Retablo, sequenza di accadimenti e di figure, di scritti, di uno scritto che s’incrocia con un’altro, è un incrocio di passato e di presente, di un goethiano “viaggiare alla ricerca degli stampi”. Al fondo di tutta la condizione cognitiva e formale di Retablo, sembra fermentare anche un retaggio di Leopardi, quel privilegiamento dell’antico e quella poetica della rimembranza, che fanno diverso il suo classicismo rispetto agli stessi ultimi settecenteschi, e che,dunque, mettono su altri profili quei riferimenti ai neoclassici preromantici, di cui si è detto per Consolo.
L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi.
Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione. Per questo parrebbe che Retablo risolva pure quel peculiare contrasto della crisi della cultura, dell’ideologia letteraria degli anni Settanta, tra negazione della letteratura e fiducia nella scrittura. Senza volere togliere nulla al rilievo che Il sorriso ha nella produzione consoliana, alla luce degli ultimi libri dello scrittore messinese, si deve tuttavia affermare che Retablo gode di un’ispirazione unitaria che porta ad esiti più compiuti almeno una parte, forse la più autentica della sua tematica, soggetta a spinte centrifughe altrettanto vere. Invero, essendo un elemento costitutivo fortemente ineludibile, il problema di Consolo rimarrà la necessità di comporre di volta in volta la tensione poetica con la scrittura referenziale di un chiaro discorso politico. Il dilemma che pur nella ambiguità permeava Il sorriso dell’ignoto marinaio con forza e fascino, appare risolto univocamente in Retablo.
Ma ritorna, anzi quasi contemporaneamente persiste al modo di Vittorini, nelle Pietre di Pantalica. Fascinosamente ambiguo è altresì il linguaggio anticato, ma in modo che non sia sempre attibuibile ad un’area linguistica storicamente determinata, e paia venir fuori da un mondo sommerso e ricreato con l’immaginazione, vago e concretissimo insieme. Un linguaggio che in realtà, anche quando va da movimento a stabilità, non accetta di consistere del tutto; come l’ideologia dello scrittore che, sempre vittorinianamente, rifiuta la quiete nella non speranza, e invero si agita, si sbilancia tra disperazione e speranza. Per questo la sua memoria del tempo andato non è ferma, ma si spinge a contestare, con il presente, anche se stessa.
Con questa raccolta del 1988 Vincenzo Consolo ha reinventato peraltro il progetto che già fu di Vittorini; ha scritto le sue “città del mondo”, che intanto paiono più nostre. Così sembra che abbia pure ripreso in prima persona il viaggio che il suo personaggio Clerici aveva compiuto in Retablo. Dunque, ottobre ottantasette Retablo, ottobre ottantotto Le pietre di Pantalica: un anno appena d’intervallo. Ma bisognerebbe dire dei suoi reali tempi di composizione; rimane il fatto che Le pietre di Pantalica conservano e rinsaldano una mobilità e plurivocità che saranno riprese in futuro. Peraltro, se in gran parte esso pare venir fuori dalla costola plurilinguistica del Sorriso dell’ignoto marinaio, con qualche ricordo dell’autobiografismo della Ferita dell’aprile, pure usufruisce di quella ricerca prosodica che dal barocco e rococò perviene ad una scrittura che vuol farsi classica pur bagnando la penna nell’ inquietudine ideale e nell’ insoddisfazione espressiva della contemporaneità.
Sorgono da amore, dolore e sdegno, dunque, le pagine di diverso memorialismo della raccolta: come I linguaggi del bosco e Le pietre di Pantalica, la prosa eponima del libro. Un memorialismo complesso, intricato e intrigante: un domestico, privato, autobiografico ricordo che è anche civile, antropologica memoria della vita e della storia. Si tratta di una memoria non cristallizzata, né soddisfatta di sé, ma dialettica, soprattutto agonistica. Un inusitato agonismo della memoria, perché non muove solo contro il presente, ma questa volta si agita e tenzona anche al suo interno, in forza della dinamica plurivocità delle componenti contenutistiche ed espressive.
Il decennio Novanta vede subito Consolo riproporre con forza un romanzo di argomento storico, ambientato nell’isola negli anni dell’avvento fascista. Pietro, un maestro elementare, dopo un attentato a proprietari e fascisti, fugge esule in Tunisia. L’opera in qualche modo riprende la tematica democratica di rivisitazione della nostra storia, come già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, ma in una chiave formale diversa. Nottetempo casa per casa (1992) è stato considerato un romanzo postmoderno perché fondato sulla citazione letteraria da scrittori pur diversi (Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Montale), sulla parodia, il rifacimento e l’alternarsi di usi linguistici molteplici, per concludere che tuttavia non si riteneva una soluzione postmoderna il prevalere in esso dell’italiano letterario, la scelta di uno stile eletto. Invero la convinzione consoliana che sia la letteratura a difenderci dal generale degrado e imbarbarimento sempre più pervasivi, non era una novità. L’idea della letteratura come “impostura” stava bene in piedi nel contesto particolare dell’opera del 1976, sia il contesto interno dell’opera, sia il contesto esterno.
Nell’Olivo e l’olivastro,l’autobiografismo dell’autore, che torna nella maturità a prorompere più apertamente, per farsi giudizio metapersonale viene traslato in terza persona. Affidarsi all’Ulisse mitico, della poesia omerica, serve all’Odisseo, al Nessuno di oggi, a procurarsi un’identità che, perduta nel presente, si può solo ricostruire nel passato, col passato. E solo così, nel naufragio, nella catastrofe generale, si può trovare una salvezza individuale. La poesia moderna si è servita della “enumeraciòn caotica” perché nominando le cose ha ritenuto di riconoscerle, di riguadagnarle. Oggi si ha il sospetto che si nominano le cose per segnalare la definitiva perdita di esse. Per questo lo scrittore o si serve di un linguaggio referenziale che ( “tradendo il campo” con “stanca ecolalia”) ha solo un compito informativo, oppure inventa un linguaggio metaforico che si deve descrittare nelle sue valenze interiori. In questo linguaggio irreale, dominato dalla dannazione dell’inesprimibile, ora le epifanie danno solo il senso della ricerca di una verità misteriosa da identificare. Con ciò e perciò la pratica di una scrittura visionaria, anche a partire da un apparente, semplice dato di cronaca.
Lo Spasimo di Palermo conclude, dopo Il sorriso e Nottetempo, il trittico narrativo in cui Consolo affronta la storia dell’isola dalla parte dei vinti e della Storia rinnega e demistifica storture e menzogne. La forma è sempre più ellittica e problematica, e tende allo scavo interiore e alla vertigine espressiva: il frutto di questa sfida sempre più impervia ai linguaggi piatti e strumentali della comunicazione è una scrittura insieme febbrile e raziocinante, accesa e vigile, tramata di poesia e di engagement. Di quest’ultimo fa fede il palese riferimento alle coraggiose e sfortunate inchieste del pool giudiziario di Palermo e alla tragica strage di via D’Amelio, in cui confluiscono le vicende e i destini dipanati nel romanzo.
Simbolo dell’immane fallimento d’una società e insieme d’una generazione che avrebbe voluto e potuto modificarla -è l’assassinio del coraggioso giudice, intravvisto dal protagonista – testimone, che è uno scrittore sfiduciato e votato al silenzio, nonché un padre altrettanto deluso e autocritico. La crisi della scrittura coincide così con lo “spasimo” estremo di una civiltà: un punto di non ritorno, ovvero di avvio di modalità espressive e di tensioni civili da rifondare.
In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli. Al principio dell’invenzione di Consolo ci furono la ferita (sì, La ferita dell’aprile, titolo della sua prima opera, è pure figura di un dato esistenziale) e la folgorazione poetica. Nella produzione di Consolo, a quanto se ne sa, si isolano due episodi di versificazione poetica vera e propria.
Mi riferisco a Marina a Tindari , del 1972, che dunque si colloca tra La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo testo in versi, quasi sconosciuto, contiene molti, forse i principali temi dell’intera sua opera, anche certi usi lessicali: il vorticare; certe pratiche linguistiche. L’altro testo splendido è L’ape iblea- elegia per Noto, da cui è scaturito L’Oratorio composto da uno straordinario Francesco Pennisi ed eseguito a Firenze il 19 giugno 1998 al teatro Verdi. Nella tradizione passata e recente egli si ritaglia Verga e Vittorini poetici – già il siracusano riprendeva Montale – e propriamente il ‘vorticare’ lirico di Lucio Piccolo. Da quell’ulcerazione ne vennero i grumi di dolore da rappresentare per trame intense di una ricerca, appunto mitopoietica. La cognizione del dolore per avere tregua, per vivere delle soste, si riporta peraltro al mondo della natura. Al malessere alla perdita, cioè all’assenza della persona, si risponde con la presenza delle figure del mondo naturale. La scrittura ridona la memoria delle cose, e non sai se è ricordo umano o memoria di fisicità ancestrale, una presenza che prepara eventi, o appena un trasalimento di evanescenze.
Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta. Avverte tuttavia Consolo:
La tradizione non si può cancellare, e chi pretende di cancellarla agisce sull’idea stessa di letteratura, dico sul senso nobilmente bachtiniano di una letteratura che trama contro le cancellazioni dell’oblio. E’ questa la vera funzione della letteratura, nella quale si sperimenta un altro tipo di memoria.
E’ ovvio che fra tradizione e innovazione, anche nel pieno dell’eversione, il cemento è il reale, anzi, nel crogiuolo materiale, là dove i miti siciliani non sono arsenali, armamentari dell’arte isolana, ma costituiscono il seno materno di essa, per dirla con Karl Marx, il cemento è la realtà esistenziale dell’autore, il profondo e radicato vissuto biografico. La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa.
In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza. In tal senso è esemplare l’incontro con la madre nell’ Olivo e l’olivastro. Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si giuoca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.
Palermo 20 GIUGNO 2007 Lo specchio di carta Osservatorio italiano sul romanzo contemporaneo
“Noi fummo i leoni e i gattopardi, dopo di noi verranno le iene e gli sciacalli.” Dice il principe di Salina a Chevalley, l’inviato del nuovo governo italiano, che gli offriva il laticlavio, la nomina a senatore. Ma il principe di Salina ignorava o voleva ignorare che le iene e gli sciacalli, i don Calogero Sedara, erano nati e cresciuti, si erano ingrassati nelle terre, nei feudi dei suoi pari, dei nobili, mentre loro, i feudatari, se ne stavano nei loro palazzi di Palermi a passare il tempo tra feste e balli. Vogliamo dire che la mafia dei gabellati, dei soprastanti e dei picciotti, mafia che sfruttava e opprimeva i braccianti, era nata là, nel latifondo, nel feudo, in quel sistema economico che durava da più di mille anni. Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo, ignorava questo? In quell’Ottocento post-unitario al governo italiano arrivavano sempre più spesso notizie di assassini, di stragi in Sicilia, nelle campagne e nei paesini dei feudi. Nel 1975 si promosse la prima inchiesta parlamentare sulla mafia in Sicilia. Ma i risultati furono quasi nulli perché tutti gli interrogati negavano l’esistenza di quella organizzazione criminale. Nel 1876 viene pubblicata l’inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino, un piemontese e un toscano, nella quale si parlava della specificità siciliana della malavita organizzata, della mafia. Insorsero allora le anime belle di intellettuali, che sentirono quell’inchiesta come una offesa alla Sicilia. Luigi Capuana scrisse un pamplet per contestare l’inchiesta dei due studiosi, servendosi della definizione che della mafia dava il grande etnologo Giuseppe Pitrè per il quale la parola maffia era sinonimo di bellezza, di eleganza. Bellezza ed eleganza che opprimeva, sfruttava, uccideva. Per la prima volta, nel 1863, si rappresenta il legame tra mafia e potere politico nella commedia di Rizzotto e Mosca, I Mafiusi di La Vicaria, in cui il personaggio dell’Incognito che visita nel carcere di Palermo i mafiosi è nella realtà Francesco Crispi. Quando arriva anche in Sicilia il messaggio del Socialismo, iniziano i primi scioperi dei contadini, degli zolfatari. E inizia la repressione delle forze dell’ordine. I carabinieri sparano contro i dimostranti, imprigionano. Avviene nel 1893 la strage di Caltavuturo. Andrea Barbato, capo dei Fasci Siciliani, viene imprigionato. Ingrao, nonno di Pietro Ingrao, è costretto a scappare e a rifugiarsi nel Lazio. Con l’avvento del fascismo e l’andata in Sicilia del prefetto Mori, il prefetto di ferro, la mafia si occulta, si immerge. “Calati Juncu ca passa la china”, piegati giunco ché passa la piena, dice il motto mafioso. La verità è che i due poteri mafiosi, fascismo e mafia, non potevano coesistere. Il giunco, la mafia, si rialza, si fa più potente che mai con lo sbarco degli americani nel 1943 in Sicilia. Renato Candida, nel libro L’esercito della lupara, ci racconta che Lucky Luciano, scarcerato in America, viene portato in Sicilia e fatto incontrare con don Calogero Vizzini, il potente capo mafia di Villalba. Fatto è che i primi sindaci nei paesi dell’interno della Sicilia, nominati dagli americani, sono quasi sempre mafiosi. E sono loro che reprimono le prime lotte contadine del secondo dopoguerra, sono loro che comandano ai picciotti di assassinare capilega, sindacalisti, contadini. Nel 1947, sappiamo, avvenne la strage di Portella della Ginestra.
Fu la mafia, sappiamo, a sparare per mano della banda di Salvatore Giuliano, e insieme furono i fascisti del comandante di Salò Giulio Valerio Borghese, a sparare contro i contadini che festeggiavano il primo maggio, nella spianata di Portella, intorno alla pietra di Barbato. È da partigiano nel Piemonte Pompeo Colaianni prende il nome di Barbato, e del partigiano Barbato ci dice Beppe Fenoglio nel Partigiano Jhonny. Le due mafie – fascismo e mafia – si ritrovano a Portella concordi nell’uccidere, nel massacrare i proletari. Nel secondo dopoguerra è una sequela terribile di assassini di capilega, di sindacalisti, contadini. Ricordiamo fra tutti i nomi di Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale (dell’indomita forza e dignità della madre di Salvatore, Francesca Serio, ci racconta Carlo Levi in Le parole sono pietre). Il nome di Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni quelli, del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni delle terre incolte per l’attuazione della riforma agraria, l’assegnazione ai contadini di “fazzoletti” di terra nei feudi dei Gattopardi. È La Torre che vogliamo qui oggi commemorare nel 25° anniversario della sua morte, del suo assassinio. Era nato nel I92l in una contrada alla periferia di Palermo, Rocca Tagliata. Figlio di contadini, era riuscito a laurearsi in scienze politiche. Nel 1947 diviene dirigente prima della Confederterra, poi della CGIL e quindi delle PCI. Nel 1950 è arrestato e tenuto in carcere per un anno e mezza, arrestato di aver organizzato l’occupazione da parte dei braccianti e dei contadini senza terra del feudo di Santa Maria del Bosco, nei pressi di Bisacquino. Nel 1962 diviene segretario regionale della CGIL e quindi segretario regionale del partito. Fa parte anche del comitato centrale del PCI. Nel 1969 è chiamato a Roma per incarichi nella commissione agraria e in quella meridionale. Entrerà quindi nella segreteria nazionale della PCI su proposta di Enrico Berlinguer. Nel 1981, mentre è deputato a Montecitorio, torna in Sicilia e assume la carica di segretario regionale del partito. Toma perché sente che sono tre grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base missilistica americana nell’aeroporto di Comiso. Ci sono manifestazioni davanti a quell’aeroporto, vi si accampano giovani pacifisti giunti la da ogni parte di Europa, giovani che vengono puntualmente caricati e malmenati dalla polizia. Pio La Torre raccoglie un milione di firme in calce a una petizione al governo il cui presidente era allora Giovanni Spadolini. Con il suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre mette in allarme molte centrali: del crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. L’aeroporto di Comiso oltre a dover contenere i missili atomici delle rampe fisse avrebbe anche contenuto quelle mobili, che si sarebbero mosse per tutta la Sicilia. L’impegno suo nell’affrontare tutti questi problemi, mafia, destabilizzazione, pericolo atomico, fa maturare nel potere criminale la decisione di eliminarlo. Una terribile stagione quella dell’inizio degli anni ’80 in cui la mafia uccide presidenti di regione, ufficiali dei carabinieri, commissari di polizia, magistrati, giornalisti. La mattina del 30 aprile 1982 Pio La Torre esce di casa e sale sulla macchina guidata dall’autista Rosario Di Salvo. Dopo pochi metri di strada, in via Generale Turba, tre motociclisti si affiancano alla macchina e sparano, sparano, massacrando i due uomini, La Torre e Di Salvo. Gli esecutori del massacro, si saprà poi, sono Salvatore Cucuzza, Pino Greco e Giuseppe Lucchese. Ma non si sa ancora oggi chi sono stati i mandanti. Giorgio Frasca Polara scrive: “in un dischetto del computer di Giovanni Falcone, dopo la sua morte, sarà trovata una traccia: un collegamento del nome di Pio La Torre con Gladio (l’organizzazione clandestina anti-comunista) e il SISMI, cioè il servizio segreto militare (interessato alla campagna su Comiso?)”
Abbiamo
iniziato con il Gattopardo, questo grande romanzo, ma con una concezione deterministica,
meccanicistica della storia, speculare alla concezione fatalistica di Giovanni
Verga. Abbiamo iniziato con le parole del principe di Salina per concludere ora
che i veri nobili non sono i leoni e i gattopardi, ma tutti quelli che hanno
lottato in Sicilia per la democrazia, per il rispetto dei diritti e della
dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Giovanni Falcone e i Paolo
Borsellino, tutti coloro insomma che hanno lottato e sacrificato la loro vita
per la libertà, la giustizia, il rispetto dei diritti di tutti. E Pio La Torre,
sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi,
I’ onore di Sicilia
e di tutto
questo nostro Paese. Onore a loro!
Vincenzo Consolo Milano 21 aprile 2007 Letto a Firenze il 21 aprile 2007 congresso PD pubblicato il 22 aprile 2007 Sull’Unità.
Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori” operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente questo dipende in misura non piccola dalla complessità e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente, e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente. In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati. Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina), Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano. Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1° gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva. Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente anche perché messa in relazione con quanto accade nel “continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente, la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata e ricostruita sul filo della memoria personale o storica, diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio per questo capace di funzionare come termine di confronto per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e per sovrapprezzo impoverito sul piano umano. In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie. La tragedia del vivere viene così rappresentata su due livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo, sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana, uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda: “Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento “Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”. A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa, infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria, Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe. Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione della tragedia del mondo, e alla violenza non più della natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni, proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare, per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo, come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.
Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set- tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo, ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso. La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica. Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere: “Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua, che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora, accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia ormai nullius o almeno appropriabile”. Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio”. È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico, perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente una raffinata strategia linguistica di allontanamento dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali, e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano. Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità, del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano per la loro originalità, per la loro comica eccentricità, che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”. La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente, ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva, più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere il significato politico di certe scelte di stile: come il suo amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo, alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…) Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati (…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia”. Fra le rovine Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare, uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione, all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo, come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica. Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici, come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia, dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai “è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere, rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati, legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati, chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi giorni dopo “più di cento”. È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita- lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide, insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente. Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale, e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione. Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio: anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana allo stato italiano. Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola. Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda da determinare nello stesso indice del libro uno schema che ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone, Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura “Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti. Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit- tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi, a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili, fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per le creature umane sofferenti”. Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti, dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente, ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative, a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura. Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo, carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli antipodi dunque dello stile consueto dell’autore. Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo (come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto- biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti “Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità, è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso, questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo e alla morte. Gianni Turchetta