In un torrido fine giugno del 1963, a Ciaculli, un’Alfetta carica di tritolo uccideva, dilaniandoli, sette carabinieri: un tenente, tre marescialli, tre semplici guardie. Fu quell’esplosione il primo, tremendo cambio di linguaggio della mafia: dall’antico, rurale linguaggio dei pallettoni della lupara passava al linguaggio moderno e cittadino del tritolo; dalle vendette contro singoli avversari alle cieche, indiscriminate stragi con l’esplosivo o con le sventagliate di mitra. Ora in quella località sopra i colli che circondano Palermo, in mezzo ai fitti giardini di mandarini che in alto lasciano il posto alla scabra nudità della roccia, si erge una stele che ricorda le vittime: «Alla memoria di coloro che la mafia stroncò a Ciaculli e del loro sacrificio che trasformò l’esecrazione in un moto di riscatto civile» vi è sopra inciso. In quell’ estate, ai funerali del tenente Mario Malausa e dei suoi uomini, crediamo abbia assistito, sgomento e addolorato, l’allora ventiquattrenne Giovanni Falcone. Fresco di laurea, crediamo che quei morti, il dolore e il furore per quei servitori dello Stato assassinati in quel modo, abbiano spinto il giovane a compiere la sua scelta di vita, a entrare nella magistratura. Era nato Falcone nel cuore della Palermo storica, nell’ arabo quartiere della Kalsa, nell’ antica piazza della Magione che le bombe della guerra avevano lacerato e ridotto in macerie, in una vaga spianata ancora oggi là sotto il sole. Era figlio di un chimico, un uomo serio, rigoroso, morto prematuramente, e di Luisa Bentivegna, figlia di un ex sindaco di Palermo. Aveva compiuto gli studi medi al liceo Umberto, dove il bravo professore di storia e filosofia Franco Salvo esercitava una grande influenza sugli allievi. E aveva frequentato l’oratorio di San Francesco, presso i frati della chiesa medievale, dove era divenuto amico di un coetaneo nato nello stesso quartiere, nella piazza Vetreria, del futuro collega Paolo Borsellino. Falcone, Borsellino, il nisseno Giuseppe Ayala, l’abruzzese Giuseppe Di Lello, altri coetanei, sono i giovani di una nuova storia della magistratura palermitana: giudici che per una diversa coscienza civile, per profonda indignazione di fronte alla crescente violenza, alla barbarie vergognosa della mafia, a causa dei grandi delitti degli anni Settanta, degli assassinii di giudici sagaci e onesti, Costa, Terranova, Chinnici, assassinii di carabinieri e poliziotti, si riunivano attorno al giudice Caponnetto a formare il pool antimafia che porterà all’ incriminazione dei capi di Cosa Nostra, al grande processo del febbraio 1986. In quella mattina di vento, di pioggia, di grandine, ero anch’ io a Palermo all’ apertura del processo, entrai in quell’ aula verde, in quel bunker a forma di grande ventaglio, salii sulla tribuna della stampa, fui spettatore e cronista di quella storica liturgia giudiziaria. Vidi, dietro le sbarre delle gabbie, i volti di famigerati mafiosi, di Luciano Liggio, sprezzantemente vestito con tuta da ginnastica e scarpe di gomma, di Giuseppe Bono, di Pippo Calò. Ma vidi soprattutto, oltre al presidente della corte Giordano, la figura smilza, il viso scavato di antico cavaliere spagnolo, del pubblico ministero Ayala, il volto olivastro, con la folta barba brizzolata, di Falcone. Mi raccontava un fotografo di Palermo, uno di quelli costretti a fotografare morti ammazzati coperti da giornali, da lenzuola per le strade di Palermo, che l’aveva impressionato in due mesi, mettendo accanto due foto del giudice Falcone, scattate a poca distanza una dall’ altra, il rapido invecchiamento di quell’ uomo. Incontrai poi Falcone, insieme ad Ayala, qualche anno fa a un ricevimento in casa di comuni amici. Ci presentarono, mi fecero sedere accanto a lui. Non scambiammo che qualche parola. Mi colpì di quell’ uomo, oltre alla sua ritrazione, al suo rifugio nel silenzio, l’immobilità, del viso e della figura, la rigidità quasi, in contrasto con quegli occhi neri, mobili e attenti. Capii che a quell’atteggiamento, a quella incapacità di sciogliersi anche in un ambiente sicuro, in un contesto conviviale, l’aveva ridotto la vita disumana, da segregato, in continuo allarme per ogni rischio, per ogni pericolo che improvvisamente poteva presentarglisi, per l’enorme peso di lavoro, di responsabilità che era costretto a sostenere. Ayala invece reagiva a quella vita in modo del tutto opposto: con vivace, calorosa colloquialità, con allegria. Falcone non aveva più la barba brizzolata, gli erano rimasti solo i baffi sopra quelle labbra dalla parola avara, in quel viso da arabo con quell’espressione pensosa, triste, di uomo «con toda su muerte a cuestas», come dice il poeta. Aveva tanto lavorato e lottato per arrestare quel linguaggio fragoroso e mortifero della mafia, quel linguaggio del tritolo dall’ accento ormai da terrorismo basco, da guerriglia libanese.Ѐ stato fermato sulla strada che da Punta Raisi lo portava a Palermo, tra l’alta roccia e il mare. Ѐ morto insieme alla povera moglie, Francesca Morvillo, ai fedeli uomini della scorta. La tonnellata di tritolo è esplosa nella vacanza della suprema autorità, nel vuoto del governo dello Stato, mentre le forze politiche si staccano sempre più dalla realtà di questo Paese, si avvitano in loro stesse nella lotta per il potere. C’è un famoso romanzo popolare palermitano, I Beati Paoli, scritto all’ inizio del secolo da Luigi Natoli, in cui si racconta di una settecentesca setta segreta che nella carenza del «braccio della Giustizia» statale, compiva vendette, faceva eseguire omicidi. La strage di oggi ci fa sospettare che una setta di Diabolici Paoli, massonerie, logge segrete, servizi deviati dello Stato o quant’ altro, in questo momento delicato, come in altri simili momenti, servendosi della mafia, o al di là o al di sopra della mafia, compia simili stragi perché i misfatti restino impuniti, per gettare il Paese nella confusione, nel terrore. Eliminando questa volta un uomo giusto ed eroico, uno dei siciliani migliori che non finiremo di rimpiangere; eliminando con lui altri quattro innocenti, nobili servitori dello Stato.
Vincenzo Consolo (Corriere della Sera, pag. 9, 26 maggio 1992) 
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Prefazione Al tempo della bestia trionfante Nottetempo, casa per casa
Giulio Ferroni
Al tempo della bestia trionfante Nottetempo, casa per casa (la cui prima edizione reca «Finito di stampare nel mese di marzo dell’anno 1992») si apre con un’immagine di lacerante dolore proiettata sullo slargo di un paesaggio rivelato dalla luce livida della luna: le suggestioni della letteratura lunare (con cui Consolo aveva già splendidamente dialogato in Lunaria) si addensano qui su ben individuati luoghi siciliani e sulla figura in- quietante, densa di tracce mitiche e folcloriche, della licantropia. Il male catubbo del vecchio Marano esplode all’affacciarsi della «chiaria scialba all’oriente», al ritorno dell’astro che svela il mondo, aprendo uno squarcio di quel paesaggio che ha al centro Cefalù, che più volte sarà illuminato e “rivelato” dallo sguardo del romanzo: ora, a specchio del mare giù in basso, «sul declivio, per la pianura breve» sono in evidenza «i tronchi degli ulivi», che sembrano addirittura «sradicarsi» in un muoversi collettivo, corrosi e lacerati da un immedicabile spasimo. È come se la luna rivelasse qualcosa di eccessivo, il traboccare stesso della malinconia, che erompe letteralmente nell’uscire di casa del malato (formidabile quell’attacco Si spalancò la porta d’una casa…), col suo correre, con gli echi e i rim- balzi che esso suscita, fino allo svegliarsi delle «solinghe case sopra il colle», all’accendersi dei lumi, al bisbiglio accompagnato dal brivido. Il correre dell’uomo chiama in causa, più nettamente, con precisione topografica, l’offrirsi alla vista dei luoghi attraversati: luoghi di un esistere carico di storia e di passato, di speranza e di dolore, di bellezza e di violenza, fissati in un effetto di «vastità deserta», immersi in una «quiete» che fa sentire più in profondità «la pena, lo sgomento», il desiderio impossibile di «un altro approdo», di cui la scena notturna, «questo livido limbo», è forse figura. E il malato che cade a terra sembra «il supplice, l’orante disperato del dio della distanza e dell’assenza, d’un ignoto dio, impassibile o efferato»: seguito con partecipazione dolorosa dal figlio Petro, in un empito di solidarietà e di angoscia, perché possa essere ricondotto infine in un circuito di intimità familiare. E non può non venire in mente una scena e situazione pur tanto diversa, in fondo più sinistra e davvero senza scampo, senza nessun esito di “pietà”: quella della novella pirandelliana Male di luna. Con il rilievo di una lingua che scava la realtà, che sfida la sua sostanza fisica, la sua evidenza visiva, la materia pullulante che la costituisce, questo incipit rivela subito due orizzonti essenziali del romanzo, l’apertura “geogra-fica” e storica su di un ambiente fisico e umano, e la discesa in un dolore individuale, nell”offesa” che gli esseri umani ricevono dalla natura o dai rapporti sociali. Romanzo di Cefalù e della Sicilia all’inizio degli anni ’20, in cui si fa strada la «bestia trionfante» del fascismo; e romanzo del dolore, della lacerazione che grava, entro quel contesto ambientale e storico, sull’esistenza di un giovane intellettuale di origine contadina, Petro Marano, e sulla sua fa-miglia. Dolore personale e dolore della storia, del mondo che si agita e si corrompe, convergono in un narrare che procede per vere e proprie “stazioni”: i dodici capitoli (come mostrano i loro titoli e le epigrafi che li accompagnano) si presentano come dei “quadri” in movimento, ogni volta concentrati su un tema, su una figura o una situazione: diversamente riferiti all’ambiente di Cefalù e a quel momento storico, suggeriscono diversi fili di vicende che si specchiano tra loro e arrivano a convergere nei loro nodi risolutivi. Il narrare di Consolo è animato proprio da questa spinta a fissarsi ogni volta su di un “qua- “, a cercare la lingua capace di trarre alla luce la sostanza delle presenze che lo abitano: una lingua che ha una forte caratura “poetica”, un’espressività che si addensa intorno alle cose, che mira a rivelare il loro pulsare, il loro sofferto palpitare, la loro espansione nella luce o nel buio, ma che non si risolve mai in liricità pura, producendo movimento, procedendo anche verso atti e gesti fulminanti (che spesso giungono improvvisamente a rilevarsi e fissarsi nei finali dei capitoli, nelle clausole quasi lapidarie che li serrano). Grandi aperture sull’ambiente fisico e umano si im-ponevano, del resto, già nelle opere precedenti di Con-solo: e basta ricordare che Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) si apre proprio con lo svelarsi del paesaggio siciliano dalla nave con cui il barone Mandralisca ritorna da Lipari con il celebre ritratto di Antonello («E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci»); e che questa disposizione a seguire l’evidenza degli slarghi che si presentano all’occhio agisce vigorosamente nella stessa scrittura saggistica di Consolo, nei suoi più distesi percorsi sul territorio siciliano (in primis Le pietre di Pantalica, 1988). È come se la scrittura riuscisse a seguire un occhio capace di spaziare sulle distese di un paesaggio carico di presenze, di memorie, di suggestioni. In Nottetempo gli squarci eccezionali su Cefalù e dintorni sembrano seguire un movimento che, attraversando lo spazio casa per casa, ne coglie l’effetto globale, la configurazione rivelatrice: affidandosi in primo luogo alla forza evocativa dei nomi, alla precisione dell’onomastica geografica e topo-grafica, che viene come ad addensare in sé la vita vibrante del mondo, le esistenze molteplici, esuberanti e disperate, trionfanti e rapprese, le luci e le ombre che lo abitano. Nel capitolo IV, La torre, si apre anche uno squarcio su Palermo, seguendo il percorso compiutovi da Petro: ai nomi che fissano i dati urbanistici, architettonici, storici, si mescolano i dati “moderni” delle insegne pubbliche e della pubblicità e poi quelli delle scritte dei cartelli del corteo socialista (mentre dal palco del comizio, su Piazza Politeama, si svolge un nuovo slargo verso il paesaggio marino, riconosciuto nei suoi più definiti dati geografici). I nomi del resto costituiscono lo strumento più determinante di questa resa espressiva della realtà: nomi propri e nomi comuni, sostantivi rari e preziosi, di forte so- stanza letteraria o di rude carica realistica, nomi che emergono da un passato ancestrale o nomi legati al più dimesso fare quotidiano, nomi radicati nel fondo dell’esperienza popolare, nelle pratiche artigiane o contadine o portati dall’invasione della modernità, dalle sue spinte liberatrici o dai suoi miti più distruttivi e perversi. L’elencazione seriale, che costituisce il dato stilistico più diffuso e ben riconoscibile della scrittura di Consolo, agisce soprattutto nell’ambito dei nomi, collegandosi talvolta a scatti improvvisi della sintassi, tra inversioni e alterazioni ritmiche: il linguaggio viene così forzato in una doppia direzione, sia costringendolo ad immergersi verso un centro oscuro, verso l’intimità delle cose e dell’esperienza, verso il fondo più resistente e cieco della materia, il suo inarrivabile hic et nunc, sia allargandone l’orizzonte, dilatandone i connotati nello spazio e nel tempo, portandolo appunto a “vedere” la distesa più ampia dell’ambiente e a farsi carico della sua stessa densità storica, di quanto resta in esso di lacerato passato e di faticoso proiettarsi verso il futuro. Chiuso nella torre (il vecchio mulino avuto in lascito da don Michele) a meditare sul dolore della propria famiglia (oltre la malattia del padre, la disperata follia della sorella Lucia), Petro, dopo essersi abbandonato ad un urlo indistinto e senza scampo, si aggrappa alla forza delle parole, che sono prima di tutto «nomi di cose vere, visi-bili, concrete», nomi che egli scandisce come isolandoli nel loro rilievo primigenio e assoluto e da cui ricava un impossibile sogno di un ritorno alle origini, di un rinominare capace di trarre alla luce una realtà non ancora contaminata dal dolore e dalla rovina. Nuovo inizio potrebbe essere dato dalla trasparenza assoluta di nomi che designano una realtà senza pieghe dolorose, in un flusso sereno della vita e del tempo: «E s’ aggrappò alle parole, ai nomi di cose vere, visibili, concrete. Scandì a voce alta: “Terra. Pietra. Sènia. Casa. Forno. Pane. Ulivo. Carrubo. Sommacco. Capra. Sale. Asino. Rocca. Tempio. Cisterna. Mura. Ficodindia. Pino. Palma. Castello. Cielo. Corvo. Gazza. Colomba. Fringuello. Nuvola. Sole. Arcobaleno…” scandì come a voler rinominare, ricreare il mondo. Ricominciare dal momento in cui nulla era accaduto, nulla perduto ancora, la vicenda si svolgea serena, sereno il tempo» (IV, La torre: e si noti come in questa elenca-zione, che la punteggiatura fissa in una sorta di forma pu-ra, i vari nomi si distribuiscono in gruppi, riferiti a diversi settori d’esperienza, secondo una progressione che va dalla solidità elementare della terra al richiamo aereo del volo e di uno spazio cosmico, fino alla colorata impalpabilità dell’arcobaleno). Il «maestricchio» Petro Marano sfida le parole cercando in esse un’esperienza più risolutiva, cercando la strada della scrittura e sondandone la difficoltà estrema, lo sforzo eroico che richiede; a lui, come uno specchio parzialmente autobiografico, si affida il punto di vista dell’autore. Per Petro, e per Consolo, la scrittura non è un gioco di prestigio, esteriore spettacolo, brillante e accattivante ricamo sulla scena pubblica, veloce fagocitazione del mondo: è sfida al dolore, alla difficoltà della parola, alla resistenza della realtà; è lotta sorda e prolungata con un grumo oscuro; è canto che si dispiega nel confronto con il silenzio; equilibrio impossibile e lacerato che sorge dall’urlo; ragione e luce che si svolge dalla cecità dell’esperienza. A questa essenzialità della scrittura mira Petro, che, investito dal dolore, si scontra con la difficoltà di dire, con l’evidenza materiale di caratteri che sembrano immergersi nella porosa durezza della materia: «Si mise in ginocchio a terra, appoggiò le braccia alla pietra bianca della macina riversa di quello ch’era stato un tempo un mulino a vento, e cercò di scrivere nel suo quaderno – ma intinge la penna nell’inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell’ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere, un soffio, e si rivela il nulla, l’assenza d’ogni segno, rivela l’impotenza, l’incapacità di dire, di raccontare la vita, il patimento» (ivi). Ritroverà poi, al momento della fuga, il quaderno nascosto nel foro della ruota della macina a cui ha affidato comunque la registrazione del suo più cupo scoramento, della sua disperazione: «E mai sempre questa la scrittura, è l’informe incandescente che s’informa, il suo freddarsi, il trapassare stilla a stilla nel segno, suono, nel senso decretato, nella convenzione, nella liturgia della parola? È canto, movimento, pà-rodo e stàsimo per liberare pena gioia furia rimorso, mostrare nella forma acconcia, nella più bella la tempesta? È malizia, compromesso, cedimento, riconciliazione con il mondo? Oh anima sfuggente, oscura, oh fondo tenebro-so.// E menzogna l’intelligibile, la forma, o verità ulteriore?// Ma prima è l’inespresso, l’ermetico assoluto, il poema mai scritto, il verso mai detto. È il sibillino, il murmure del vento, frammento, oscuro logo, profezia dei re-cessi. È la ritrazione, l’afasia, l’impetramento la poesia più vera, è il silenzio. O l’urlo disumano» (XII, La fuga). Questa ricerca della scrittura si lega ad una verifica, da parte di Petro, della propria estraneità alla politica mi-litante. Nemico dei prepotenti e fedele al proprio fondo contadino e alla propria cultura, partecipa nel vortice degli eventi del 1921/22 alle azioni socialiste, in stretta solidarietà con il merciaio Cicco Paolo Miceli. Ma nel fuoco della lotta si sente come assente, gravato da un senso di estraneità: si trova nel corteo sindacale di Palermo come un «abusivo» (e qui viene un po’ in mente il finale di Rubè del siciliano Borgese). Convocato a Palermo per una riunione urgente, vi resta « in silenzio, per l’incapacità di prof-ferir parola, frase, dire della politica» (xI, L’oltraggio). Solo l’oltraggio fatto alla sua famiglia dal barone don Nené e dai suoi scagnozzi, che approfittano delle turbolenze sociali per dar sfogo ai loro odi privati, lo spinge ad un attentato al balcone di palazzo Cicio. Poi, raggiunta Palermo con l’aiuto dei compagni e imbarcatosi per Tunisi, l’incontro sulla nave con il vecchio anarchico Schicchi, che esibisce truci e deliranti propositi di rigeneratrice violenza, lo convince definitivamente ad allontanarsi dalla politica, a vivere il proprio esilio «solo come un emigrante, in cerca di lavoro, casa, di rispetto»; getta in mare un libro messogli in mano dall’anarchico e si rivolge in modo più determinato al proposito di scrivere, solo modo di render ragione del dolore che lo schiaccia: «Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro.// Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore». Queste sono le ultime battute di Nottetempo, casa per casa, che viene così a concludersi con un affidamento di sé alla scrittura: sola risposta praticabile alle offese della natura e della storia, sola difesa di un’ipotesi di mondo giusto ed umano, abitato dalla bellezza e dalla ragione. Una risposta, questa, che riceve stimolo e conforto dalla grande letteratura del passato, dagli scrittori che hanno dato della realtà un’immagine ben più profonda e autentica di quella data dalla politica: gli scrittori della verità e non quelli dell’ideologia. Petro sa che il linguaggio dei fogli politici, troppo compromesso con l’oscurità e la violenza del presente, finisce per occultarne la vera essenza; al contemporaneo linguaggio rivoluzionario oppone quello degli scrittori grandi: «Conosceva e capiva la Russia narrata da Tolstoj Dostoevskij Cechov Gogol, come la Francia narrata da Victor Hugo e da Balzac, l’Italia da Manzoni e Verga… Questi scrittori grandi davano degli uomini, di un luogo e un tempo, l’immagine più vera, più della politica, che a Petro sembrava allontanasse la realtà, come i numeri e le figure della geometria, verso l’astrazione, il generale. Come l’allontanavano gli scrittori privi di verità e rispetto per la vita d’ognuno, per le vicende umane» (VIII, Le donne). D’Annunzio (idolo del barone don Nené) rappresenta invece, nel tempo in cui si colloca il romanzo, che è quello dell’impresa di Fiume, l’incarnazione esemplare e detestata dello scrittore «della vanità, della menzogna, il poeta delle parole rare e abbaglianti» (ivi). Sulla nave che lo conduce a Tunisi, Petro deve poi opporre sommessamente ai nomi dei “rivoluzionari” Gori e Rapisardi, di cui l’anarchico Schicchi esalta la lingua «sacra», quelli per lui davvero sacri di Dante e di Leopardi… Ponendosi così in una deliberata continuità con gli scrittori grandi e tendendo verso la poesia, il narrare di Consolo viene a confrontarsi con l’inespresso, con la scaturigine della parola e della realtà. Ne danno una figura rivelatrice le pagine sulla discesa negli «spazi inusitati», come fuori del tempo, dei sotterranei del tempio della Rocca, dove c’è una volta istoriata di «ignote forme, presenze vaghe, febbrili assenze». E un luogo di lontana origine, appunto, di cui è tanto più difficile quanto più necessario dire, di cui la scrittura può ora riferire come per frammentarie allusioni, quasi per speculum et in enigmate: «In questa zona incerta, in questa luce labile, nel sommesso luccichio di quell’oro, è possibile ancora la scansione, l’ordine, il racconto? È possibile dire dei segni, dei colori, dei bui e dei lucori, dei grumi e degli strati, delle apparenze deboli, delle forme che oscillano all’ellisse, si stagliano a distanza, palpitano, svaniscono? E tuttavia per frasi monche, parole difettive, per accenni, allusioni, per sfasature e afonie tentiamo di riferire di questo sogno, di questa emozione» (V, Il capretto). Scrittura di ciò che è affondato nel buio, scrittura delle rovine, che si affaccia su esistenze e libri perduti, su poemi dispersi, su tracce lacerate di una vita, di una gioia e di una pena che non sono più, ma che insistentemente ritornano: «Qui discendiamo nel buio lievemente, in questi luoghi trigidi, appena dissepolti. Affiorano frammenti, schegge, fra le dita si sciolgono i volumi in sciame di cenere, in pulviscolo, si perse e per sempre il tuo poema, la tua gioia, la tua pena… Come si perde e muore l’afflato nostro nel vuoto, nell’ètere insonoro» (ivi). Questa interrogazione dell’inespresso, questa immersione in un mondo originario è comunque lontanissima da quella metafisica dell’origine su cui si esercita a vuoto tanta cultura contemporanea, tra filosofie alla moda e teorie della letteratura: la sua spinta è data piuttosto da una appassionata ricerca di tracce umane, di segni di vite radicate nella realtà. La scrittura di Consolo ha in effetti una formidabile carica storica: in tutti i capitoli-stazione di Nottetempo, casa per casa l’evidenza dei luoghi è sostenuta e animata dal colore e dal respiro del tempo; movimenti e gesti dei personaggi sono radicati proprio li, in quegli anni turbinosi, in quella Sicilia in cui si specchiano e si propagano i conflitti, le prepotenze, le follie, le aberrazioni, le speranze, i disagi, i barlumi di vita e gli abissi di morte che allora imperversavano sulla scena del mondo (ma vi si apre anche qualche momento più disteso e felice, come nel tono da favola popolare del capitolo IX, La Cerda, dedicato alla Targa Florio e alle nuove scarpe che lo scarparo Gandolfo ricava dai copertoni automobilistici, o nella trionfale descrizione delle diverse fasi della costruzione della «giara stefanara» nel capitolo XI, L’oltraggio). La maledizione di un tempo in cui dalle tremende ferite della guerra appena conclusa scaturiva il fascismo tro-AYIL va qui la manifestazione più abnorme ed estrema nell’arrivo a Cefalù del folle satanista inglese Aleister Crowley, con la sua comunità dei thelemiti, il suo misticismo estetizzante e superomistico, che viene come a contaminare l’ambiente, intrecciandosi e sovrapponendosi alla diffusa violenza politica e sociale. Crowley si presenta deliberatamente come la «Grande Bestia 666» dell’Apocalisse, «Ulisse senza patria», che raccoglie in sé tutto il lascito dell’irrazionalismo, dell’occultismo, del satanismo, aberrante apostolo di una liberazione totale delle pulsioni che mira ad una sorta di «assoluto Nero». La presenza di Crowley e dei suoi seguaci (a cui ad un certo punto si collega anche il barone don Nené) costituisce un segno estremo dell’ avvelenarsi di un antico mondo e della sua “verità”: con essa dilagano l’offesa e l’oltraggio, non solo alle persone, ma all’ambiente, ai luoghi, alla loro severa bellezza, alla loro storia, all’eco remota del mito, ora «ricreato in falsità, in rito, in teatrino estetico, in imitazione insana» (VI, La Calura). Così il pastore Janu viene trascinato dentro la comunità thelemitica come una sorta di officiante del sesso: «Trapassa così l’ignaro pastorello dentro l’irrealtà, l’inganno, viene ridotto a maschera, figura, a bruto strumento di cerimonia» (ivi). E sarà Petro ad avvertire, contemplando di notte, sdraiato sulla spiaggia, case e strade della città intorno alla cattedrale che ne è il «cuore», il frantumarsi irreparabile di antichi equilibri: «Sentiva d’esser legato a quel paese, pieno di vita storia trame segni monumenti. Ma pieno soprattutto, piena la sua gente, della capacità d’intendere e sostenere il vero, d’essere nel cuore del reale, in armonia con esso. Fino a ieri. Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo fra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale, spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell’insania. E corrompeva il linguaggio, stracangiava le parole, il senso loro…» (x, Pasqua delle Rose, I). Per questo sulla nave Petro affermerà di odiare «il paese, l’isola», il governo e la «gentaglia» che lo sostiene, perfino «la lingua che si parla»; e anche nel linguaggio dell’anarchico Schicchi riconoscerà «la bestia indomita. La bestia dentro l’uomo che si scatena e insorge, trascina nel marasma. La bestia trionfante di quel tremendo tempo, della storia, che partorisce orrori, sofferenze». Non sarà il caso di aggiungere che in questa Cefalù del I921/22 si scorgono tante tracce della Sicilia e dell’Italia contemporanea, delle loro lacerazioni e del loro de-grado, delle minacce affacciatesi variamente negli ultimi decenni (dal fascismo squadrista al cieco marasma del terrorismo al nuovo fascismo pubblicitario e mediatico), del distruttivo montare di nuovi irrazionalismi e nichilismi, del desiderio di fuggire, di esiliarsi, di rifiutare (pur mentre si continua ad amarlo) il paese che si sfalda, della difficoltà di una letteratura non votata all’esibizione spettacolare e narcisistica, ma alla “verità”, all’ascolto del cuore lacerato della realtà.

Una passeggiata a Palermo con le foto di Salvo Fundarotto




Salvo Fundarotto
Si forma nel laboratorio fotografico di Letizia Battaglia. Negli anni ’80 collabora come fotoreporter con il quotidiano palermitano L’Ora. Con la chiusura del giornale inizia a collaborare alla rivista dell’ Assemblea regionale siciliana Cronache Parlamentari Siciliane. Poi si dedica solo alla fotografia d’autore. Suoi lavori per Young & Rubicam, e poi per l’agenzia Grazia Neri . Le sue opere sono quasi esclusivamente in bianco e nero. Scompare a 56 anni nel 2011.
Vincenzo Consolo Catarsi
Ermetici suoni, versi bestiali o ululare
del vento fra picchi, gole o accordi
d’arpa eolia, cembalo, siringa o il silenzio
come il tuo di pietra, creatura mia,
solo questo è degno, la tua cruda assenza,
la tua afasia, la tua divina inerzia.
Là, per il cammino impervio e fatale,
per il sentiero opposto, purgato d’ogni colpa,
pena, tenterò di sfiorare il tuo mistero.
lo che sarò erba, fronda, uccello…
Io che sarò cenere.
Il silenzio o solo la parola vergine
del folle o del poeta.
“ tôn dè méson théso kat’aghénneta stoicheia
il fuoco e l’acqua e la terra e l’immenso culmine dell’aria,
che mai non hanno inizio né hanno termine alcuno,
e l’astio rovinoso, da parte, e la concordia conciliatrice.
Di qui tutte le cose che furono e saranno, e le cose che sono:
gli uomini e le fiere e i pesci e i virgulti;
perché quanto esisteva prima, anche sussiste sempre; né mai
per causa di uno solo
d’entrambi, il tempo infinito resterà deserto.
allá, theoi…
ek d’osion stomáton kataren och eúsate peghén”
Dico queste parole d’una lingua morta,
di corpo incenerito, priva delle scorie
putride dello scambio, dell’utile
come la lingua alta, irraggiungibile,
come la lingua altra, oscura,
della Pizia o la Sibilla
che dall’antro libera al vento mugghii, foglie,
come la formula introversa, transustanziante,
dell’unto attore, del sacrificante.
Voglio opporre così, da questo treppiede
del vulcano, in quest’ultimo momento,
all’ermetismo osceno e violento,
all’afasia del potere immondo,
il sacro ermetismo d’una lingua scritta.
Come s’oppose a me, vile Agamennone,
il fiore più bello nato alla mia casa,
la dolce Ifigenia ch’io, snaturato!,
volli sacrificare alla lotta, all’ intrigo,
alla vittoria mia per il comando.
S’oppose, col suo volo d’angelo
a capofitto, col terribile silenzio,
la ritrazione in un’oscura lontananza,
con l’apparente morte, la paraplegia inumana.
Lo voglio dire qua,
a parole chiare e nette,
lo voglio dire alle pietre e al fuoco,
al vento e a questa nuova alba nel cielo, all’aurora
che urge appresso: mia figlia Delia
così di me s’è giustamente vendicata.
Vendicata? O non piuttosto ha voluto lasciare,
con il suo precipitare nell’assenza,
vuoto alla mia espansiva tracotanza,
alla mia cieca, corposa violenza?
Perché, o noi crudeli, è così:
chi muore per suo volere o d’altri
è la sacrificale vittima, l’agnello bianco
sopra la dura pietra, sotto la lama
della nostra sopravvivenza.
Così ogni tempo, ogni società ha ucciso
il suo poeta: Vladimir tra i ghiacci e il fuoco
d’un colpo di pistola; Federico
tra gli ulivi e i cardi (splendeva,
contro il nero dei fucili, dei colbacchi
la sua camicia bianca, splendeva
nella notte lo sciame nella lampada di lucciole);
Pier Paolo tra l’immondizia e il fango
d’un Getsemani, d’un desolato campo.
Così le creature che in esilio vanno sulla luna,
che hanno rotto ogni legame
col nostro linguaggio marcio e insensato.
Aaaaaah! Aaaaaaah!
Pesano le nostre colpe sulle spalle
come una plumbea Terra!
[…]
Nell’età ferita e luminosa,
fremente di lievito e di zagara,
venni la prima volta a questo monte.
Venni con la brigata d’allegria
e di chiasso dei compagni,
con il sorriso dolce di Pantea.
Scendeva per la vallata
il fiume rovinoso della lava,
solenne piena di panico e d’incanto
(torceva in un lamento, inceneriva
la betulla, il cerro, il faggio,
rovinava il muro a secco,
la cisterna, la pergola,
la casa tenera di rosa,
giallo sopra quel mare nero.
Torceva pel terrore il collo
e scalpitava il mulo,
il cane si perdeva nei guaiti
legato sotto il carro dei fuggenti).
Mi feci appresso a consolarla,
smarrita e tremula com’era
avanti allo spettacolo tremendo.
E avanti al fuoco, avvampando,
dissi del mio marasma, del mio fuoco.
Lei, dolce, si volse a consolarmi.
Tutta una vita, Pantea amorosa,
s’assume in un unico momento.
La mia, in quell’antico,
dolcissimo e solenne, di verità assoluta
dentro la verità della natura
Raccolsi e le offrii un verde
tralcio di ginestra
ch’ella conservò come segno
e pegno d’un sacro giuramento.
Pose quel ramo poi nella scatola
di legno, bianco come avorio,
scolpito da un pastore d’Eraclea,
che regalò, viatico e amuleto,
a nostra figlia, a Delia,
nel giorno primo che diventò fanciulla
E ancora sul vulcano, davanti a te,
Demetra sigillata dentro il manto,
madre e donna offesa,
incenerito e privo di poesia,
sono questa volta in cerca
d’un castigo, d’una quiete.
Dell’ultima verità, e indicibile.
[…]
Alla luce viola dell’estremo raggio,
alla luce spenta, voglio dire addio
alle arpe senza suono, alle creature senza accento:
al fiore straziato, più che morto,
al nardo, al gelsomino delicato
reciso dalla mia, dalla furia del mondo;
alla madre tutta amore, alla madre tutta dolore.
Io pago la mia follia, la mia fuga
da voi, dal sacro accordo, dall’armonia.
Quel tralcio di ginestra, fiore del deserto,
che il deserto consola della vita,
chiamatelo asfodelo, fiore della morte,
chiamatelo loto, fiore dell’oblio.
Dimenticatemi. Dimenticate l’Empedocle
feroce, l’Empedocle sacrilego.
L’odio di me, di questo tempo odioso
mi separa da voi, da voi già separate.
Io vado, Pantea, vado figlia mia,
nella notte d’assenza come la tua,
vado dove finisce questo monte,
dove finisce questa terra,
vado dove comincia il fuoco
ch’ogni male assolve, purifica ogni colpa.
E questo il solo, il degno modo,
mie perse figlie, di trovarvi.
Di ritornare nel giardino vago,
nella casa vostra di pietra e onore,
alla serena mensa degli affetti.
Addio.
Questi brani sono tratti dall’opera teatrale Catarsi, pubblicata dall’editore Sanfilippo di Catania e rappresentata nel 1989. La voce è quella di Empedocle.
foto Giovanni Giovannetti
Elogio della poesia
Intervista con Vincenzo Consolo
Lei, in un’altra occasione, mi disse di provare una sorta di soggezione verso la poesia. Eppure la sua scrittura narrativa sembra costantemente alimentarsene.
Difatti è così. Io intendevo soggezione nel senso di scrivere in versi. Anzi, io leggo più poesia che prosa. Una volta la distinzione tra poesia e prosa non esisteva. I poemi narrativi, ad esempio, erano romanzo e poesia insieme. Il genere romanzo è nato con la nascita della borghesia, con la laicizzazione del mondo. Il romanzo è, intendiamoci, un grande genere letterario. Basti pensare ai romanzi del Settecento e dell’Ottocento. Però, oggi più di ieri, credo che il narratore abbia bisogno di tornare alla poesia. In questo senso: questa scrittura laica che è la prosa si è enormemente impoverita e devitalizzata. I mezzi di comunicazione di massa ci spossessano sempre di più della lingua e, con la lingua, anche dei sentimenti. Ecco perché lo scrittore non può più praticare lo stesso tino di prosa di una volta. Deve farsi più guardingo, deve cercare di reagire. Credo che l’accento della prosa debba spostarsi sempre più verso la poesia, in senso esterno e formale e in senso intimo, di contenuto. Penso che per salvare il romanzo, questo genere lemerario che sta morendo, lo scrittore debba nutrirsi di poesia. I poeti sono la nostra salvezza, la nostra risorsa. La scrittura è sempre un fatto di linguaggio e nessuno più dei poeti ce ne indica la funzione.
La sua è una scrittura precisa, prosciugata… Si tratta di una sorta di concentrazione che è tipica della poesia.
La concentrazione viene dal ritmo che io impongo, perché concepisco più di nella forma laica, distesa. Credo che sia giusto risacralizzare la scrittura, eliminando quel laicismo che oggi corrisponde esattamente a impoverimento e banalità. Detto altrimenti: c’è bisogno di dare alla parola una dignità più alta. Questa ce la può dare soltanto la contaminazione con la poesia.
Lei ha scritto Lunaria, un’opera dedicata a Lucio Piccolo, ai poeti lunari, ai poeti. Qui c’è l’ombra della poesia..
Ha detto bene: l’ombra della poesia… E, in qualche caso, c’è la forma se non la sostanza poetica. Il libretto mi pare significativo di questa crisi che sentivo della narrativa. Allora l’ho concepito in forma poetica e dialogica, approdando al teatro poetico. Il libro vuole essere polemico. La caduta della luna rappresenta l’allontanamento della poesia dal mondo. C’è il tentativo di far rinascere questa luna caduta in luoghi che bisogna scovare. La contrada senza nome, l’ho chiamata. Un luogo insondato, sconosciuto.
Qual è il rischio maggiore che corre la narrativa?
È il rischio della mercificazione. Avverto, in questi nostri anni, con la morte di una generazione di narra-tori, un mutamento grave: si vuol fare apparire come letteratura qualcosa che letteratura non è. Che, al massimo, somiglia alla letteratura. È un segno che lascia presagire un futuro terribile per la narrativa. Prima esisteva il livello commerciale, di consumo, della narrativa e quello letterario. Oggi si cerca di operare una mistificazione, facendo convergere i due livelli. La poesia, in questo senso, non è mercificabile, perché è irriducibile Si diceva prima che Lunaria è dedicata a Lucio Piccolo. C’è un capitolo, bellissimo, de Le pietre di Pantalica, in cui si ricorda, in termini indimenticabili, questo poeta.
Lei è d’accordo se dico che Piccolo è il poeta più importante che la Sicilia ci abbia dato in questo secolo?
Sono d’accordo. A rileggere insieme, ad esempio, Piccolo e Salvatore Quasimodo, credo che il vantaggio, se così possiamo dire, vada tutto per il primo. Piccolo ha avuto un solo torto: ha scritto poco. È morto relativamente giovane, ha esordito tardi, è stato molto critico verso le cose che scriveva. Se ne avesse avuto il tempo, egli ci avrebbe dato cose ancor più straordinarie. Per me, quest’uomo è stato importante. Mi ha insegnato a capire che cos’è la letteratura, la poesia. lo ho sempre ricordato che sono stati impor-tanti, mentre stavo in Sicilia, in questo luogo che sembra un deserto (ma dove, come in ogni deserto, ci sono le oasi), Piccolo e Leonardo Sciascia. Piccolo mi seduceva nei confronti della poesia, Sciascia nei confronti della prosa e della ragione. Io ho sempre cercato di oscillare tra questi due poli: quello orientale, barocco, e quello occidentale, illuminista.
Come mai Piccolo fa così fatica a essere accettato e studiato? E un poeta poco letto, la sua opera non è stata più ristampata da molti anni.
È vero. C’è stata, dal momento della sua scomparsa, una specie di cancellazione di questo grande poeta. Lo dico a disdoro della critica italiana. Quando Montale scoprì Piccolo e se ne occupò, da parte di molti si credette a una beffa del futuro Nobel a danno degli altri poeti. Poi, quando lo lessero e si accorsero che si trattava di un poeta vero e grande, non gli perdonarono, lui periferico (Piccolo abitava in una frazione di un minuscolo centro siciliano, il massimo della solitudine e dell’isolamento), di essere stato scelto da Montale. Anche critici eminenti e rispettabili, penso a Gianfranco Contini, fecero di tutto per cancellarlo. La società letteraria italiana (che io ormai preferisco chiamare azienda) penalizza chi considera periferico.
L’immagine vincente, allora, resta ancora quella di Quasimodo?
Certo. Quasimodo era più facile, più ‘esotico, nel senso che dava al mondo un’immagine della Sicilia che il mondo già credeva di conoscere. Ad esempio, quella grecità di maniera che gli svedesi amavano e concepivano. Che è del tutto falsa, finta. La grecità in Sicilia non esisteva più neanche ai tempi di Quasimodo. Esisteva, piuttosto, la violenza dei baroni. Più che di grecità, allora, bisognerebbe parlare di infamie storiche di tipo spagnolesco. I fanciulli lasciamoli ai nobili tedeschi. Detto questo, naturalmente, bisogna aggiungere che Ouasimodo ha scritto alcune belle poesie.
Per restare in un ambito siciliano, mi piacerebbe conoscere il suo parere su Bartolo Cattafi.
Non ho amato molto Cattafi. Aveva qualcosa di turgido, di urgente, di incontrollato, di non castigato che mi disturbava. Mi disturbava anche la sua concezione della, vita, il nichilismo, il superomismo. Come persona era piacevolissima, benché ricalcasse troppo certi schemi da signore di campagna. Era una persona gentile.
Quali sono i poeti che ha amato e che ama di più?
Dante, innanzitutto, il Dante più petroso, più linguistico. Leopardi, la sua parola incandescente, nuda, terribile. Leopardi si è scarnificato fino in fondo nella propria scrittura. Poi amo Pascoli perché ci ha fatto scoprire la grandezza della poesia umile e quotidiana. Non era mai generico nel nominare l’oggetto, l’animale, la pianta. È stato un grande sperimentatore, sapientissimo. E poi Pasolini, Montale, Amelia Rosselli, Zanzotto. Proprio nel suo petel, nei suoi balbettii, si posa la splendida oscurità della poesia. E non voglio dimenticare Giorgio Caproni e Mario Luzi.
Che tipo di rapporto pensa di aver avuto con la neoavanguardia?
lo andai a Palermo a seguire il celebre incontro del Gruppo 63. Per curiosità, innanzitutto. Allora, abitavo ancora in Sicilia. Andai, dunque, ma me ne ritrassi immediatamente. Quella sorta di azzeramento che loro tendevano a operare mi ripugnava un poco. I pensavo di praticare la letteratura dentro la tradizione letteraria. Amavo la sperimentazione di Gadda e di Pasolini. Per me, poi, il più grande sperimentatore del romanzo italiano è stato Giovanni Verga. Spesso le parole che ci giungono sono come svuotate, prive di senso, consumate. Come bisogna reagire? Noi riceviamo materiali che molto spesso subiamo passivamente. L’atteggiamento passivo nei confronti delle parole significa anche passività morale. Non ci chiediamo mai da dove ci vengano le parole e perché ci giungano in quel modo e in quel contesto. Il compito dello scrittore è di aprire queste parole e di vedere che cosa c’è dentro e quali sono le incrostazioni esterne. Gadda le faceva esplodere, ci metteva dentro la dinamite. La poesia, in questo senso, lo ripeto, ci potrà essere di grande aiuto.
a cura di Enzo Di Mauro
Vincenzo Consolo è nato a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, nel 1933. Ha pubblicato: La ferita dell’aprile (Mondadori 1963 – Einaudi 1977), Il sorriso dell’ignoto marinaio (Einaudi 1976 Mondadori 1987), Lunaria (Einaudi 1985), Retablo (Sellerio 1987), Le pietre di Pantalica (Mondadori 1988).
Foto Giovanni Giovannetti
IL LINGUAGGIO DI GUTTUSO
Vincenzo Consolo
Ci sono giorni, tremendi giorni d’inquiete primavere, di roventi estati senza fine, in cui il mondo, privo d’ombre, di clemenze, si denuda, nella cruda luce, appare d’una evidenza estrema, insopportabile. Un mondo – cieli tersi di cristallo, acque immote di basalto, terre spoglie di calcare – un mondo attonito per la tragedia che appena s’è conclusa o sospeso nell’attesa del disastro. È il mondo, la visione dello Stretto delle Crocifissioni di Antonello. È l’agonia spasmodica, l’abbandono mortale dei corpi sospesi ai pennoni; è il terreno sparso d’ossa, teschi, ove il serpe scivola dall’orbita, campeggia la civetta; è il dolore che impietrisce e intenebra la Madre, smarrisce il Fratello adolescente. Sì, nell’implacabile luce di Palestina, Grecia o Andalusia, sopra i Golgota di Sicilia si sono alzate da sempre le croci del martirio e del riscatto; nelle sue Argo, Tebe, Atene o Corinto si sono consumate le tragedie; nella sua Messina, sopra i tavolati degli Iblei, per la valle del Belice si sono succeduti i terremoti; per gli immensi fianchi della sua Etna sono colate le lave d’ogni tempo. Nell’isola di giardini e di zolfare, di delizie e sofferenze, di idilli e violenze, di zagare e di fiele, nella terra di civiltà e di barbarie, di sapienza e innocenza, di verità e impostura, l’enorme realtà, il cuore suo di fuoco, ha avuto il potere di travolgere, di ridurre alla paura, al sonno, alla follia. O di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della comprensione, della capacità e del bisogno del racconto, della rappresentazione. Dono che hanno avuto scrittori come Verga, come Pirandello, come Sciascia. Pittori come Guttuso. Guttuso ancora, nella Bagheria dove è nato, ha avuto la sua Acitrezza e la sua Vizzini, la sua Girgenti, la sua Racalmuto e la sua zolfara. Un paese, Bagheria – la Bagaria, la bagarria: il chiasso della lotta fra chi ha e chi non ha, dell’esplosione della vitalità, della ribellione -, un paese di polvere e di sole, di tufo d’oro e di calcina, di auliche ville e di tuguri, di Mostri e di chiare geometrie, di deliri di principi e di ragioni essenziali, di agrumeti e rocce aspre, di carrettieri e di pescatori. In questo teatro duro e inesorabile, il gioco della realtà è stato sempre un rischio, un azzardo ultimo, mortale. La salvezza era solo nel linguaggio. Nella capacità di liberare il mondo dal suo caos, di rinominarlo, ricrearlo in un ordine di necessità e di ragione, di verità e di poesia. Verga peregrinò e s’attardò in «continente» per metà della sua vita con la fede in un mondo irreale, di menzogna, parlando un linguaggio di convenzione, di maniera. Dovette scontrarsi a Milano con il terremoto della rivoluzione industriale, con la Comune dei conflitti sociali, perché gli cadesse dagli occhi ogni velo di errore, di illusione, perché scoprisse dentro sé il mondo «solido e intatto» della sua memoria, ch’era stato sempre lì in agguato, pronto a ghermirlo, a gettarlo giù dal cavallo dell’incoscienza sul terreno della crisi, a fargli ritrovare il suo linguaggio. E ripartendo dalle situazioni, dai luoghi estremi, dalle falde dell’Etna, da Tebidi, dalla cava presso Monserrato, partendo da creature minime, innocenti, da Nedda, Jeli e Rosso Malpelo, il rischio subito fu quello dell’«innesto» del naturalistico, del dialettale nel linguaggio appena ritrovato («…quei corsivi che “bucano” la pagina» dirà un critico). Ma poi, dalla casa del Nespolo, dalla lava solidificata d’una immemorabile tempesta che sconfina e scioglie nel mare infido e fatale di Acitrezza, il linguaggio uniformemente «irradiato» di dialettalità, si fa sicuro canto, melopea, si fa parodo e stasimo della tragedia dei Malavoglia, della tragedia umana. Guttuso, grazie forse alla vicenda, alla lezione verghiana, grazie ai realisti siciliani come Leto, Lo Jacono, o Tomaselli, ai grandi realisti europei non ebbe, sin dal suo primo dipingere, esitazioni linguistiche. E sì che forti furono, a Bagheria, le seduzioni del mitologico dialettale di un pittore di carretti come Murdolo, dell’attardato impressionismo o naturalismo di Domenico Quattrociocchi; forte, a Palermo, la suggestione di un futurista come Pippo Rizzo: forte, all’epoca. ‘intimidazione del monumentalismo novecentista. Fatto è che Guttuso ebbe forza nell’occhio per sostenere la vista medusea del mondo che si spiegava a lui davanti a Bagheria; destrezza nella mano per ricreare quel mondo nella sua apparenza e nella sua essenza; intelligenza per irradiare di dialettalità il linguaggio europeo del realismo, dell’espressionismo, del cubismo. Ma oltre che a trovarsi nella «dimora vitale» di Bagheria, si trovò a educarsi, il pittore da giovane, nella realtà storica della Sicilia tra il Venti e il Trenta, in cui profonda era la crisi – dopo i disastri della guerra – acuto l’eterno conflitto tra il feudatario, con il suo campiere, e il contadino, decisa la volontà in ciascuno dei due di vincere. Vinse, si sa, e si impose, colui che provocò i morti di Riesi e di Gela, che fece assassinare il capolega Alongi, il sindacalista Orcel: colui che, da lì a qualche anno, salito su un aeroplano. avrebbe martirizzato Guernica l’inerme, Guernica l’innocente: preludio infame di più vasti martini, d’olocausti. Si stagliarono allora subito le «cose» di Guttuso nello spazio con una evidenza e una vita straordinarie, parlarono di realtà assoluta e di verità, narrarono della passione dell’esistenza, dissero dell’idea della storia. I suoi prologhi, le sue epifanie, Palinuro, Autoritratto con sciarpa e ombrello sono le prime sue novelle della vita dei campi di Sicilia, ma non ci sono in essi esitazioni, corsivi dialettali che «bucano» la tela, il linguaggio loro è già sicuro, la voce è ferma e di un timbro singolare, inconfondibile. L’Autoritratto poi, con la narrazione in prima persona, è il suo Fantasticherie, è il manifesto, la dichiarazione di intenti di tutta l’opera a venire. La quale comincia, per questo pittore tragico d’una terra tragica, col vasto poema in cui per prima si consuma l’offesa all’uomo da parte della natura. Della natura distruttiva. ineluttabile al pari di un’avversa deità, di un «destino», che si presenta con la violenza di un vulcano. La Juga dall’ Eina è la tragedia iniziale e ricorrente, è il disastro primigenio e irrimediabile che può cristallizzare, fermare il tempo e la speranza, assoggettare supinamente al fato, o fare attendere, come sulle scene di Grecia, che un dio meccanico appaia sugli spalti a sciogliere il tempo e la condanna. Un fuoco – fuoco grande d’un «utero tonante» – incombe dall’alto, minaccia ogni vita, ogni creatura del mondo, cancella, con il suo sudario incandescente, ogni segno umano. Uomini e animali, stanati dai rifugi della notte, corrono, precipitano verso il basso. Ma non c’è disperazione in quegli uomini, in quelle donne, non c’è terrore nei bimbi; vengono avanti come valanga ostinata e orgogliosa di vita, vengono con le loro azzurre falci. coi loro mossi buoi, i bianchi cavalli; vengono avanti le ignude donne come La libertà che guida il popolo di Delacroix; vengono tutti, uomini e animali, vibranti di vitalità come le masse di Gericault. Dall’allesa della natura all’offesa della storia. Il bianco dei teschi del Golgota di Antonello compare come bucranio in domestico interno, sopra un verde tavolo, tra un vaso di fiori e una sedia impagliata, una cuccuma, una cesta o una gabbia, a significare rinnovate violenze, nuovi misfatti, a simboleggiare la guerra di Spagna. L’oflesa investe Favo in ogni luogo, si consuma nella terra di Cervantes, di Coya, di Gongora, di Unamuno. La Fucilazione in compagna del poeta, del bracciante o capolega, è un urlo di dolore e raccapriccio, è un’invettiva contro la barbarie. La Crocifissione del 1941 riporta, come Antonello, l’evento sulla scena di Sicilia. Allo sfondo della falce del porto, del mare dello Stretto, delle Eolie vaganti all’orizzonte, sostituisce la scansione dei muri, dei tetti di un paese affastellato del latifondo, gli archi ogivali del palermitano ponte dell’Ammiraglio, Guttuso inchioda alla loro colpa, con questo scandalo, con questo manifesto, i responsabili. Anche quelli che nel nome di un dio vittima, sacrificale, benedivano i vessilli dei carnefici. Lo scandalo, di cui ciecamente non s’avvidero i farisei di sempre, non era né la nudità delle Maddalene, negli incombenti cavalli e cavalieri picassiani, nel ritmo stridente dei colori, lo scandalo era, come nella Flagellazione di Piero, in cui si relegava in secondo piano il tema sacro e avanzava nel primo una conversazione filosofica o civile, nel nascondere il volto del Cristo, nel far campeggiare in primo piano una natura morta con i simboli della violenza. Alla sacra conversazione, anche Guttuso aveva sostituito una conversazione storica, politica. «Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati […] ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee…» scriveva nel suo diario. Nello stesso anno della Crocifissione, rintoccava come lugubre campana, voce rattenuta di dolore e di furore, la frase d’attacco di Conversazione in Sicilia di Vittorini. Tornava l’eroe alla terra delle madri, della memoria, per ritrovare senso e ragione nella follia della storia, trovare nuovo linguaggio, «nuovi doveri». «Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori…» narrava. E sono, negli anni atroci della guerra, ancora interni, luoghi chiusi come per clandestinità o coprifuoco, con donne a spiare alla finestra, assopite per stanchezza, con uomini, in quegli angoli di attesa, a leggere giornali, libri. E in questi interni, è sempre il bucranio a dire con il suo colore di calce, con la chiostra spalancata dei suoi denti, l’orrore del tempo. Cessata la guerra delle armi, ripresa la guerra contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, nel pittore c’è sempre, anche in un paesaggio di Bagheria, in una bimba che corre, una donna che cuce, un pescatore che dorme, c’è il furore per un’antica offesa inobliabile. E pietà. Come nel momento in cui dal limite estremo del vulcano si cala fino al limite estremo, abissale della zolfara.
In quel luogo la minaccia della natura non è episodica, ma costante, permane per tutto il tempo della vita e del travaglio. Dentro quella notte senza fine, quelle viscere acide di giallo, i picconieri, i carusi, sono nella debolezza, nella nudità totale, rosi dalla fatica disumana, dalla perenne paura del crollo e della fine. Una pagina di tale orrore e di tale pietà solo Verga l’aveva scritta con Rosso Malpelo (e in contrappunto Pirandello con Ciaula scopre la luna). E Malpelo è sicuramente il caruso piegato de La zolfara e lo Zolfatarello ferito: il nero bambino dai larghi piedi, dalle grosse mani, dalla scarna schiena ingobbita, che sta per sollevare penosamente il suo corbello. In tutto poi il peregrinare per il mondo: nell’affrontare temi «urbani», ampiamente storici, Guttuso non perde mai il contatto con la sua memoria, non dismette mai il suo lin-guaggio. Nel 1968 è costretto a tornare ancora una volta nel luogo della tragedia per una ennesima empietà della natura, il terremoto nella valle del Belice. E La notte di Gibellina. La processione di fiaccole sotto la nera coltre della notte, il corteo d’uomini e di donne verso l’alto, composto e muto, come gli antichi cortei funerari, la marcia verso un’acropoli di distruzione e di macerie, ha un movimento contrario a quello de La fuga dall’Etna. E sono, quelle fiaccole rette da sicure mani, la lampada raggiante e allarmante di Guernica, sono le lampade alle finestre nella notte dell’incendio a Vizzini in apertura del Mastro don Gesualdo, e sono insieme il simbolo della luce che deve illuminare e farci vedere, se non vogliamo perderci, anche le realtà più estreme, più mude, più insopportabili, le realtà di ogni notte di terremoto o di fascismo. Simbolo di una solare, guttusiana luce che ci aiuta a risalire il colle anche nella notte del disastro e dell’alienazione, della perdita del senso della realtà e della verità. Notte nella quale oggi stiamo vivendo. 
Sant’Agata Militello, 16 agosto 1991
Pubblicato in forma diversa in Art e Dossier n.63 Giunti Editori.
Firenze dicembre 1991


autunno 1975
Enzo Sellerio: Fotografia e/o racconto. Vincenzo Consolo.
Fotografia e/o racconto, Vincenzo Consolo
con postille ai margini
di “Inventario Siciliano” il 28 novembre 1996
Originale dattiloscritto
Omaggio ad Antonio Machado.





Una volta boschi, fiumi, spiagge
Vincenzo Consolo
Risponderemo di fronte alla storia delle folli, criminose distruzioni dell’ambiente compiute in questo ultimo quarantennio . Risponderemo di fronte alla storia, se ci sarà domani una storia, una coscienza vale a dire dell’eredità di un mondo disumano , nella quale si vuole conoscere la colpa; se, insieme all’ambiente virgola non avremo anche distrutto virgola in chi verrà dopo di noi, la capacità di osservare e di capire.
Dovranno rispondere di fronte alla storia quelli responsabili e corrotti pubblici amministratori – statali, regionali, provinciali, comunali – che, dal secondo dopoguerra a oggi, in combutta e collusione con affaristi privi di scrupoli, feroci accaparratori di ogni più illecito profitto, hanno potuto operare la quasi totale distruzione di una delle zone più belle, più “naturali”, più ospitali, fissa rubrica e umane che ci fossero in Sicilia: i Nebrodi. Dovrà gridare vendetta contro costoro, la storia, per il malessere, l’infelicità, il disagio, l’angoscia, la perdita di identità, lo smarrimento di cui le generazioni future di questi luoghi avranno a soffrire. Perché le malefatte loro di oggi, dure come calcestruzzo, durevoli come il calcestruzzo, col passare degli anni daranno sempre più i loro frutti maligni.
A leggere I Nebrodi. Lo stato dell’ambiente, questo pacato e preciso rapporto del “disastro”, questo tagliente atto di accusa contro i responsabili, a guardare le immagini immagini del prima e del dopo in esso contenute, non si può fare a meno di indignarsi, di domandarsi: «Perché si è fatto tutto questo? Come è stato possibile operare un tale sconvolgimento sotto i nostri occhi? ».
Così si apre il libro: «I monti Nebrodi costituiscono la parte mediana- fra i Peloritani e le Madonie- di quella propaggine appenninica che la catena settentrionale siciliana. Essi si snodano paralleli alla costa per circa 80 km, fra Tindari e Tusa…»
E proprio a Tindari ed a Tusa sono stati eretti, come racchiudere degnamente dentro i due punti estremi l’oltraggio ai Nebrodi, due monumenti che simboleggiano, sommano e sublimano tutto il disastro: il santuario della Madonna del Tindari e la Fiumara d’arte di Tusa.
Al Tindari, negli anni intorno al Sessanta, il piccolo, suggestivo, settecentesco santuario in pietra arenaria veniva inglobato, cancellato dentro un mastodonte di cemento: il nuovo, ampolloso e chiassoso santuario, capolavoro di cattivo gusto e di iattanza , imposto dal potere ecclesiastico e avallato dalle sovrintendenze civili, prima fra tutte quella alle antichità che avrebbe dovuto impedire che il nuovo santuario occupasse suolo sottoposto a vincolo archeologico.
A Tusa (e questa è storia, anzi cattiva cronaca di oggi), un locale giovane industriale del cemento con velleità di mecenatismo artistico o di che altro, dichiara che, per onorare la memoria del padre scomparso, aveva in un primo momento concepito di fare erigere, naturalmente sul suolo pubblico, una grandissima croce luminosa, ma che successivamente optava per la collocazione sempre sul suolo pubblico, come si trattasse di un suo feudo virgola e senza autorizzazione di autorità competenti virgola di enormi opere d’arte in cemento di artisti scelti da lui. Le opere poste sulla spiaggia del mare nel mezzo di una Fiumara , nel sottosuolo (sì!) sono di Festa, Consagra, Nagasawa, Schiavocampo, Manfredini, Di Palma (l’opera di Consagra, posta nel bel mezzo della fiumara di Tusa, svettante in tutto il suo cemento nell’intatto paesaggio, porta questo titolo di involontaria, irresistibile, se non fosse irritante, comicità: «La materia poteva non esserci»). Ora, a parte che ognuno di noi ha avuto un papà e una mamà, una suocera, una zia o una nonna, se, avendone la possibilità economica, ognuno di noi si mettesse a onorare la memoria del parentato erigendo opere d’arte in cemento su suolo pubblico, il mondo non sarebbe che una fittissima, infinita foresta cementizia; a parte questo, dicevamo, quello che è il risultato insopportabile, dopo la doverosa denuncia e giusta condanna da parte della magistratura del disinvolto industriale Antonio Presti, è stata l’indignazione da parte di tutta la stampa nazionale per la sentenza di condanna dell’illecita azione del mecenate emessa dal pretore di Santo Stefano di Camastra; insopportabile la difesa, l’esaltazione da parte della stampa del suo reato, della sua violazione della legge Galasso in nome e con l’alibi dell’arte. Difesa ed esaltazione del gesto del Presti, dove nel sottofondo si leggeva questa di razzistica: in quella barbara ragione che è la Sicilia, nella zona assolutamente selvaggia che è quella dei Nebrodi, dove nessuno capisce l’arte, un pretore si permette di ordinare la distruzione di capolavori che è un illuminato mecenate ha voluto donare alla comunità per incivilire, elevare quelle popolazioni. Stiamo insomma all’assurdo, alla confusione delle idee; siamo alla malafede, all’imbecillità.
Dei due punti estremi del Tindari e di Tusa abbiamo detto. Nel mezzo, nel cuore dei Nebrodi, l’ingiuria, l’offesa: litorali erosi, sconvolti, barriere di cemento, cubi tetrapodi frangiflutti; porti e porticelli artificiali soprattutto per barche da diporto; fiumare, torrenti, ruscelli cementificati negli argini, negli alvei, alla foce, alla sorgente; e strade, strade, strade: inutili quasi sempre, dannose, con esibizioni di tornanti su aerei, vertiginosi pilastri, inutili strade che non portano da nessuna parte come quella che sfiora l’insigne monumento bizantino, lasciato con indifferenza e degradarsi, di San Filippo di Demenna o di Fragalà. Tutta una sterile coltre lunare, tutta una sinistra lastra tombale è stata stesa sui Nebrodi.
Questo coraggioso libro dei giovani della Lega per l’ambiente dei Nebrodi non è solo di analisi e di denuncia, ma anche un libro di proposte: di rimedi e di progetti per una nuova politica ambientale. Come quella, preziosa, che riguarda il parco naturale dei Nebrodi. Parco che ci auguriamo venga al più presto attuato, superando ogni furbizia e ogni minaccia punto per il bene nostro, per il futuro dei nostri figli e nipoti.
Per la salvaguardia del nostro patrimonio (di quello che ormai ci resta) culturale e culturale: della nostra memoria. Cultura e memoria che due grandi etnologi di queste nostre parti, uno di San fratello e l’altro di Mistretta , Benedetto Rubino e Giuseppe Cocchiara, seppero ben studiare, capire e illustrare.
Una volta boschi, fiumi, spiagge, “Giornale di Sicilia”, 26 gennaio 1991 = prefazione a Le spiagge, le fiumare, i boschi. I Nebrodi. Lo Stato dell’ambiente. Lega per l’ambiente dei Nebrodi. Capo d’Orlando, 1991, pp. 5-7

Deserto in piazza. E’ mezzodì
Ai primi paratori che in su le strade stendono archi di luminarie, montano cieli, gallerie d’abbagli; ai primi festoni d’agrifoglio e palle, ai primi abeti stralucenti dentro e fuori stande, upim, rinascenti,ai cordami d’oro e argento,alle scie e ai lampi, agli “intimi”scarlatti, e ai pellami, ai panettoni e ai cioccolati,ai whisky e agli spumanti, ai lotti, alle riffe, alle beneficenze, ai pippibaudi e alle carrà, a tutti i primi segni che dal cielo, dalla terra,dai muri, dalle vetrine e dai vetri opalescenti di tivù urlano e t’assillano (“Ma come, è già arrivato?!”), mi prende una malinconia, un’ansia che m’impedisce ogni decisione,ogni programma. Natale! È tempo di tornare. Giù al paese. Uffah! Sono vent’anni ormai che dura questa storia. Comincia per prima la mia consorte, subito tornati dalle ferie,dura, costante, a dirmi: «Bisogna prenotare il wagon lits, due cabine di seconda». Ogni mattina, per tutto settembre, ottobre, novembre e parte di dicembre. Arreso,mi decido. Mi reco alla Centrale.Una fila e una ressa che vien subito di girar le spalle e di scappare.Dopo ore, finalmente davanti all’impiegato. Che mi ride, beffardo:«Niente.Né di seconda né di prima. Fino al venti di gennaio.Vuole?». E ghigna. M’impone allora mia moglie di telefonare Deserto in piazza. È mezzodì al dottor Petruso, il mio compaesano, e chiedergli se ancora una volta può aiutarci, tramite l’autorità del suo ufficio, a trovare qualcosa,cuccette o anche solo posti a sedere. Un cacchio! Un viaggio alla ventura, all’assalto d’un treno speciale, carichi tutti e quattro di valigie e di pacchi di regali. «È l’ultima volta, l’ultima! Mai più!» urlo, all’impiedi nel corridoio. E i due figli ridono. Se apro la portiera e li butto giù dal treno, i due imbecilli, lo so cosa scrivono sui giornali: “Gesto d’un folle. Padre snaturato”.Con dodici ore di ritardo, scendiamo dal treno in un’alba gelida.Davanti alla stazione non c’è corriera, taxi, non c’è parente, amico o conoscente che ci possa portare su a quel disastrato paese arroccato sopra il monte: un deserto,e il freddo e il vento che ci sferzano e ci mordono. Arriva poi verso mezzogiorno un abusivo, assonnato,strafottente e pretende per la corsa, nella sua Mercedes funeraria,una cifra che non si chiederebbe a New York. Il paese, appena sopportabile d’estate, anche se privo d’acqua,fogne, anche col traffico, la polvere e il chiasso,in inverno è d’una desolazione senza scampo: freddo, livido, inospitale. Con la campagna intorno arida e brulla, punteggiata da scheletri di eucalipti,gravata dai fumi e dai miasmi che il vento africano, dalle ciminiere del gran complesso petrolchimico lì sulla costa, spinge sull’ altipiano . Quassù dove una volta cresceva rigoglioso il grano, pascolavano mandrie, stillava il miele.Esco prima di pranzo per una passeggiata, anche per togliermi di dosso il freddo della casa, che, appena costruita (abusiva, sì, come le altre qui in paese, ma so io i sacrifici che m’è costata.
E aggiungi le bustarelle, il pizzo,l’imposizione del geometra, dell’appaltatore),già si scrosta tutta, trasuda umido, fiorisce di muffe, di salnitro. Esco, e sono solo nel centro della via principale come un eroe western, solo in questo paese evacuato, fra mezzo a case con porte e finestre sbarrate. Bisogna aspettare il tardo pomeriggio, quando le prime luci palpitano in sul crepuscolo, perché la gente cominci a circolare, si aprano botteghe,circoli, salegiochi. E il paese subito s’affolla di placide signore impellicciate,di signori pallidi ed emaciati per ansie o insonnie prolungate, di sinistri ragazzotti in pelli nere caracollanti sopra motociclette. È a quell’ ora che nella tonda piazza, fra la chiesa e il municipio, fra le sedi dei partiti e i circoli, si sussurrano cifre da capogiro, da fortune, da patrimoni centenari: vinti o persi in una notte al tavolo clandestino di poker, chemin de fer o paesana zecchinetta.Il Natale scorso, mentre passeggiavo, sereno e svagato,la mia signora al braccio e i due figli ai lati, proprio in quella piazza, ecco che vedo irrompere improvvisa, sbucata non si sa da dove, una muta di giovani di pellame nero e di lucente casco. E subito sento esplodere un concerto di spari, ad assoli, a raffica. Il deficiente mio,spilungone com’è, saltella spiritato, batte le mani e grida felice:
«I botti, i botti!»; «Sta’ zitto, stronzo!» gl’intima la sorella. Schizzan fuori dal circolo, urlando, tre uomini che si tengono la pancia con le mani, stramazzano per terra. Il sangue,a fiotti, fa laghi sull’asfalto.La moglie mi sviene tra le braccia. Intanto, scoppiano di qua e di là, lanciati da piccoli banditi, castagnole. E insieme, dai grappoli di altoparlanti in cima al campanile, calano dolci sulla terra le note di Tu scendi dalle stelle…
Vincenzo Consolo
“Corriere della sera”, 21 dicembre 1990
La mia isola è Las Vegas 2012

Paesaggi di luce
di Vincenzo Consolo
Non sappiamo se esiste o possa mai esistere una scienza che studia la luce in rapporto ai luoghi (topofotologia?). Speriamo che non esista, che non possa mai esistere. Perché vogliamo (noi che temiamo le razionalizzazioni, la distruzione delle fantasie, la loro riduzione in mappe, grafici, numeri: ah quella luna profanata, la sua caduta, il suo mito, la sua fantasia frantumata! Ah le sue misure, i nomi dei suoi “mari”. “. dei suoi monti, dei suoi crateri!) vogliamo che luoghi e luci – luoghi bruciati, smaterializzati dalla luce – rimangano pur sempre mari o cieli su cui navighi solo la poesia.
Luogo di luce, di incroci o giochi di luce è ad esempio quell’isola del Mediterraneo che si chiama Sicilia. Luce che si modula, cambia da capo a capo, da costa a costa, da montagna a montagna, da pianura a pianura. Abbiamo potuto constatare (o è stato un abbaglio?), percorrendo l’isola, che, oltrepassato il capo Gallo, improvvisamente la luce cambia, si fa diversa da quella del Tirreno; che aggirato il capo Peloro, a torre Faro, sopra il gorgo di Cariddi, diversa è la luce dello Jonio; e ancora diversa oltre gli Iblei, da Siracusa a Pachino, all’Isola delle Correnti; che luce sua è, diversa dalle luci dei mari e delle coste, quella della sconfinata landa desolata dell’interno, oltre la barriera delle Madonie e dei Nébrodi. E non è altra la luce rossastra, infuocata, fenicia o africana, di Mozia, del Lilibeo o Selinunte, da quella bianca e cristallina di Taormina, di Megara o di Ortigia, altra dalla luce nera di Catania e dell’Etna? La luce terrosa di Palermo da quella marina, acquorea di Messina? La luce delle Egadi da quella delle Eolie, delle Pelagie? Messina, la spirale del suo porto, lo iato, la fenditura dello Stretto…
Visto dalla platea di Paradiso, o dalle acque stagne di Ganziri, visto dai palchi dei colli di San Rizzo, dal Faro Superiore o Castanèa delle Furie, è un teatro unico, fantastico, una rappresentazione senza fine dove si spiegano velari, si squarciano, s’involano; dove rifrazioni di lastre immateriali, d’invisibili specchi sciabolano, s’incrociano, si spezzano; dove piovono, s’ammassano gravi cascami d’astri sfaldati; dove sorgono illusioni, sortilegi, fate morgane, allucinazioni; dove a volte il mondo crudamente e crudelmente si denuda, mostra tutta la sua desolazione, la sua angoscia (il dolore assoluto, senza scampo dello sfondo d’una qualche Crocefissione d’Antonello).
E allor mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Contemplazione, statico, e affisso a un’eterna luce o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminabili e vani, scale, tra mezzo a cattedrali, regge di nuvole e di raggi. Mi pare quando che ho l’agio e il tempo di staccarmi d’ogni reale vero e di sognare. Mi pare forse per questi nomi belli di villaggi o pel mio levarmi presto, ancora notte, con le lune e le stelle, uscire, portarmi alla spiaggia, sedermi sopra un masso e aspettare l’alba, il sole che mi fuga infine l’ombre i sogni, le illusioni, riscopre la verità del mondo, la terra, il mare, lo Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello, fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo.
E se dallo Stretto andiamo oltre il golfo, il capo di Milazzo, altro teatro, più vasto e più fantasioso vi si spiega: quello di Vulcano, Lipari, Salina, Filicudi, Alicudi … Isole ora sfumate, lontane, fuggenti dietro cortine, velari, vapori, illusorie come Sirene; ora corpose, evidenti, reali, prossime e avanzanti sulle acque, con ali di meduse, pomici, alghe, fluttuanti come le Simplegadi. Andiamo verso il Tindari, i ricami delle rene, le acque morte, i giunchi velieri marciti sotto la sua rocca prominente. Questo il teatro che mi si parò davanti appena aperti gli occhi, questo il quadro, la memoria più antica e indelebile.
E cos’è allora la memoria d’un pittore nato sopra lo specchio di sommo sortilegio e sommo inganno, sopra l’occhio verde e tremendo di Gorgona, sopra la lastra versicolore, il vetro di Murano, sopra quel Mar Morto e quello Stige, quel cielo rovesciato, quel ceruleo abisso che è la Laguna, la natura più intima, la segreta sorgiva di quel mare che scorre e che si mesce allo Jonio, all’Egeo?
Nato in una città invisibile, Stambul e Samarcanda riflessa dentro l’acque, madrepora vagante, sargasso stralucente, mamona che si dona e che si nega?
Nato in Venezia e lì imprigionato, nella marea che sale, nel cielo che s’abbassa, nelle acque e nelle brume smemoranti, che celano splendori, miracoli, potenze, ogni beltà, ogni arte? Nella città che sorge all’orizzonte, oltre le soglie, s’erge nei cieli della Luna, di Venere, del Sole, nel cielo delle Stelle, nel centro dei cerchi luminosi?
Quali nei pleniluni sereni
Trivia ride tra le ninfe eterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vidi sopra migliaia di lucerne… (1)
E possibile ancora memorare, dire, riportare tanto abbaglio, tanta viva sorgente d’ogni luce, d’ogni trasparenza? Solo per allusioni, per astrazioni, per ritmi, per intermittenze, per pulsazioni, per fotoni, per piani e fasci di luce, per accenni d’infinito, per tagli, lame di giallo, bianco, per fuochi intensi, per vermigli, per modulazioni di cieli, e di acque, per azzurri profondissimi, per altre arti e per altre nostalgie, per inusitate visioni forse è possibile.
Possibile, meravigliosamente ardita e luminosa fu la parola d’un Poeta fra luci e visioni d’altro mondo che ad ogni altro avrebbe tolto il passo, il fiato.
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non si profonde che i fondi sien persi,
tornan de’ nostri visi le postille,
debili sì, che perla in bianca fronte… (2)
(1) Dante,Paradiso, canto XXIII
(2) Dante, Paradiso, canto
Confini – Visività e configurazione nel reale.
1990 Fabbri Editore















