Una volta boschi, fiumi, spiagge

Vincenzo Consolo

            Risponderemo di fronte alla storia delle folli, criminose distruzioni dell’ambiente compiute in questo ultimo quarantennio . Risponderemo di fronte alla storia, se ci sarà domani una storia, una coscienza vale a dire dell’eredità di un mondo disumano , nella quale si vuole conoscere la colpa; se, insieme all’ambiente virgola non avremo anche distrutto virgola in chi verrà dopo di noi, la capacità di osservare e di capire.

            Dovranno rispondere di fronte alla storia quelli responsabili e corrotti pubblici amministratori – statali, regionali, provinciali, comunali – che, dal secondo dopoguerra a oggi,  in combutta e collusione con affaristi privi di scrupoli, feroci accaparratori di ogni più illecito profitto, hanno potuto operare la quasi totale distruzione di una delle zone più belle, più “naturali”, più ospitali, fissa rubrica e umane che ci fossero in Sicilia: i Nebrodi. Dovrà gridare vendetta contro costoro, la storia, per il malessere, l’infelicità, il disagio, l’angoscia, la perdita di identità, lo smarrimento di cui le generazioni future di questi luoghi avranno a soffrire. Perché le malefatte loro di oggi, dure come calcestruzzo, durevoli come il calcestruzzo, col passare degli anni daranno sempre più i loro frutti maligni.

            A leggere I Nebrodi. Lo stato dell’ambiente, questo pacato e preciso rapporto del “disastro”, questo tagliente atto di accusa contro i responsabili, a guardare le immagini immagini del prima e del dopo in esso contenute, non si può fare a meno di indignarsi, di domandarsi: «Perché si è fatto tutto questo? Come è stato possibile operare un tale sconvolgimento sotto i nostri occhi? ».

Così si apre il libro: «I monti Nebrodi costituiscono la parte mediana- fra i Peloritani e le Madonie- di quella propaggine appenninica che la catena settentrionale siciliana. Essi si snodano paralleli alla costa per circa 80 km, fra Tindari e Tusa…»

            E proprio a Tindari ed a Tusa sono stati eretti, come racchiudere degnamente dentro i due punti estremi l’oltraggio ai Nebrodi, due monumenti che simboleggiano, sommano e sublimano tutto il disastro: il santuario della Madonna del Tindari e la Fiumara d’arte di Tusa.

            Al Tindari, negli anni intorno al Sessanta, il piccolo, suggestivo, settecentesco santuario in pietra arenaria veniva inglobato, cancellato dentro un mastodonte di cemento: il nuovo, ampolloso e chiassoso santuario, capolavoro di cattivo gusto e di iattanza , imposto dal potere ecclesiastico e avallato dalle sovrintendenze civili, prima fra tutte quella alle antichità che avrebbe dovuto impedire che il nuovo santuario occupasse suolo sottoposto a vincolo archeologico.

A Tusa (e questa è storia, anzi cattiva cronaca di oggi), un locale giovane industriale del cemento con velleità di mecenatismo artistico o di che altro, dichiara che, per onorare la memoria del padre scomparso, aveva in un primo momento concepito di fare erigere, naturalmente sul suolo pubblico, una grandissima croce luminosa, ma che successivamente optava per la collocazione sempre sul suolo pubblico, come si trattasse di un suo feudo virgola e senza autorizzazione di autorità competenti virgola di enormi opere d’arte in cemento di artisti scelti da lui. Le opere poste sulla spiaggia del mare nel mezzo di una Fiumara , nel sottosuolo (sì!) sono di Festa, Consagra, Nagasawa, Schiavocampo, Manfredini, Di Palma (l’opera di Consagra, posta nel bel mezzo della fiumara di Tusa, svettante in tutto il suo cemento nell’intatto paesaggio, porta questo titolo di involontaria, irresistibile, se non fosse irritante, comicità:  «La materia poteva non esserci»). Ora, a parte che ognuno di noi ha avuto un papà e una mamà, una suocera, una zia o una nonna, se, avendone la possibilità economica, ognuno di noi si mettesse a onorare la memoria del parentato erigendo opere d’arte in cemento su suolo pubblico, il mondo non sarebbe che una fittissima, infinita foresta cementizia; a parte questo, dicevamo, quello che è il risultato insopportabile, dopo la doverosa denuncia e giusta condanna da parte della magistratura del disinvolto industriale Antonio Presti, è stata l’indignazione da parte di tutta la stampa nazionale per la sentenza di condanna dell’illecita azione del mecenate emessa dal pretore di Santo Stefano di Camastra; insopportabile la difesa, l’esaltazione da parte della stampa del suo reato, della sua violazione della legge Galasso in nome e con l’alibi dell’arte. Difesa ed esaltazione del gesto del Presti, dove nel sottofondo si leggeva questa di razzistica: in quella barbara ragione che è la Sicilia, nella zona assolutamente selvaggia che è quella dei Nebrodi, dove nessuno capisce l’arte, un pretore si permette di ordinare la distruzione di capolavori che è un illuminato mecenate ha voluto donare alla comunità per incivilire, elevare quelle popolazioni. Stiamo insomma all’assurdo, alla confusione delle idee; siamo alla malafede, all’imbecillità.

            Dei due punti estremi del Tindari e di Tusa abbiamo detto. Nel mezzo, nel cuore dei Nebrodi, l’ingiuria, l’offesa: litorali erosi, sconvolti, barriere di cemento, cubi tetrapodi frangiflutti; porti e porticelli artificiali soprattutto per barche da diporto; fiumare, torrenti, ruscelli cementificati negli argini, negli alvei, alla foce, alla sorgente; e strade, strade, strade: inutili quasi sempre, dannose, con esibizioni di tornanti su aerei, vertiginosi pilastri, inutili strade che non portano da nessuna parte come quella che sfiora l’insigne monumento bizantino, lasciato con indifferenza e degradarsi, di San Filippo di Demenna o di Fragalà. Tutta una sterile coltre lunare, tutta una sinistra lastra tombale è stata stesa sui Nebrodi.

            Questo coraggioso libro dei giovani della Lega per l’ambiente dei Nebrodi non è solo di analisi e di denuncia, ma anche un libro di proposte: di rimedi e di progetti per una nuova politica ambientale. Come quella, preziosa, che riguarda il parco naturale dei Nebrodi. Parco che ci auguriamo venga al più presto attuato, superando ogni furbizia e ogni minaccia punto per il bene nostro, per il futuro dei nostri figli e nipoti.

            Per la salvaguardia del nostro patrimonio (di quello che ormai ci resta) culturale e culturale: della nostra memoria. Cultura e memoria che due grandi etnologi di queste nostre parti, uno di San fratello e l’altro di Mistretta , Benedetto Rubino e Giuseppe Cocchiara, seppero ben studiare, capire e illustrare.

Una volta boschi, fiumi, spiagge, “Giornale di Sicilia”, 26 gennaio 1991 = prefazione a Le spiagge, le fiumare, i boschi. I Nebrodi. Lo Stato dell’ambiente. Lega per l’ambiente dei Nebrodi. Capo d’Orlando, 1991, pp. 5-7