Autore: admin
Una lettura delle incisioni di Togo
Ora il raggio, il riverbero, l’abbaglio, l’orgia del colore – il giallo che t’acceca, il rosso che t’investe, l’azzuro che t’annega, il verde che ti perde – ora il gran pontificale, il fragore, 1o squarcio, il sipario aperto – un lampo, il guizzo d’una lama – sopra il gran teatro, sopra quest’apparenza in festa, ora si smorza, spegne, si mostra nel rovescio, nella trama nuda, nell’ossatura, nell’ intreccio impietoso, nelle tenebre profonde, nel segreto germinare. Staccato il ramo d’oro, compiuti i sacrifici rituali, varchiamo quindi la soglia della notte, entriamo nel mondo scolorato, nella spiaggia delle ombre, nella plaga dei sogni, nel regno tremendo e necessario della nostalgia, della memoria.
In segni incisi, in linee, in fitti tratti o in mancanza d’essi, in neri abissi o in lunari superfici, in bianchi vuoti, allarmanti il mondo ci ritorna. Ritorna instabile, mutante, in perenne metamorfosi. In girasoli declinanti a stendere nastri, foglie serpeggianti; mano di collinose, dure nocche a battere, scandire un tempo immobile, tentare d’infrangere le porte del silenzio; occhi che scrutano, contemplano stupefatti il tuo stupore. In memoria, in evocazione, in sortilegio ritorna il paesaggio di ombre e luci, di deserte piazze, fughe di muri, di alberi, di grigi fondi, di sfondi di caverne d’occhi, di lune divelte dal manto della notte, di buchi neri, di pozzi insondabili, di cerchi del terrore. O in affabili sequenze, in familiari labirinti di scialbate mura, mediterranee architetture, materni antri, l’olivo del conforto, la palma del riposo, la scala che si perde nella penombra lieve. Ritorna in sogno il mondo, risorge come da uno Jonio di brezze e trasparenze, come da un greco mare risorge trasognata la Bellezza, come l’incanto d’una strada chiara, d’una fata morgana tra il cielo e il mare dello Stretto. Ora la luna pietosa risorge, stende chiaro il suo canto, Ia sua eco sul notturno paesaggio, palpita sulle ferme acque, sulle ramaglie, sopra i tetti di dimore spente … Che non s’infranga, frantumi, disperda in un soffio, nella chiaria dell’alba il sogno, il concerto sommesso di ombre e lucori, il disegno inciso nella nostra memoria, la profonda poesia, il fragile volo, la pura nostra avventura.
Vincenzo Consolo
Milano, 12 dicembre 1994
Aspettando l’ alba, acquaforte e acquatinta, mm.500 x 320.
Le armi della poesia
Giuseppe Pederiali
“Ora non può narrare. Quanto preme e travaglia arresta il tempo, il labbro, spinge contro il muro alto, nel cerchio breve, scioglie il lamento, il pianto. Solo può dire intanto che un giorno se ne partì con bagaglio di rimorsi e pene. Partì da una valle d’assenza e di silenzio, mute di randagi, nugoli di corvi su tufi e calcinacci…” Comincia cosi il libro di Vincenzo Consolo L’oliva e l’olivastro: un ritorno alla Sicilia, senza farne la solita ricerca del tempo perduto da intellettuale trasferitosi al Nord.
Consolo, con una lingua colta poetica e a volte gridata, cerca invece di capire l’origine dei mali che affliggono l’Isola (e, per naturale vicinanza, anche la Penisola: lo Stretto di Messina è ben poca cosa). Passando acrobaticamente dalla prima alla seconda e alla terza persona, l’autore ci accompagna in un viaggio che tocca le principali località della Sicilia, e anche quelle meno note con affascinanti contaminazioni tra passato e presente, tra storia, mito e la realtà più degradata. Incontriamo Ulisse naufrago alle prese con il ciclope e con i rimorsi per le guerre e le distruzioni vissute: ci immettiamo nei fantasmi degli emigranti greci che fondarono città accanto ai villaggi siculi, e incontriamo i siciliani delle grandezze e delle miserie. In bellissime pagine: Giovanni Verga e suoi personaggi: ‘Ntoni, Mena, Maruzza, i vinti tra i quali lo scrittore sembra volersi esiliare, forse offeso perché alla sua grandezza gli sembra preferiscono la grancassa di D’Annunzio. Ci vuole l’intervento di Pirandello perché Verga si decida ad apparire in pubblico. Non mancano le presenze di Vittorini e di Sciascia, insieme a quelle di Maupassant o del poeta bavarese Auguszt von Platen: figli o figli naturali o adottivi dell’Isola.
L’oliva e l’olivastro stanno a significare le due anime della Sicilia, nate dal medesimo tronco, ma poi separate: la poesia degli uomini e la bestialità di altri uomini. Ma non è solo di suggestioni letterarie che si nutrono le pagine di Consolo. Quando ci si imbatte nei moderni templi innalzati dagli uomini dell’olivastro l’invettiva si fa feroce, precisa, sofferta. “Dire di Gela nel modo più vero e forte, dire di questo estremo disumano, quest’olivastro, questo frutto amaro, questo feto osceno del potere e del progresso, dire del suo male infinite volte detto, dirlo fuor di racconto, di metafora, è impresa ardua o vana…”. L’autore è consapevole che può fare ben poco contro queste e altre brutture, ma la fiducia negli uomini dell’olivo sembra prevalere, e il viaggio continua senza dimenticare la Valle del Belice, Gibellina, Mazara (“arricchita e violenta, dove cominciò l’emigrazione in Italia dei poveri del Terzo mondo…”) e la stessa Palermo, sola sfiorata perchè da sola esigerebbe un intero libro… Vincenzo Consolo si muove nella sua terra e tra la sua gente come un amante tradito, a volte pieno di odio, a volte trascinato dall’amore che, comunque, resta il sentimento più forte. In certi brani narrativi, autobiografici o ispirati a fatti della cronaca o della storia, ritroviamo il Consolo romanziere amato dal pubblico. Ma anche l’insieme di questo libro dalla originale struttura di viaggio della memoria e dell’indignazione, rappresenta una lettura intelligente e insolita: tra l’altro consente di rivisitare la storia della Sicilia dalle civiltà millenarie del passato remoto fino a don Luigi Sturzo e ai moderni eroi sacrificati alla mafia. Tra gli altri incontriamo a Siracusa, il Caravaggio intento a dipingere una Santa Lucia giudicata poi troppo realista, e per questo inaccettabile. Oggi il potere accetta dagli artisti ogni verità, ogni denuncia, anche perchè convinto che le parole della poesia non siano un’arma pericolosa. Ma forse sbaglia.
(Italia Oggi, 5 novembre 1994)
Il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita Consolo “l’olivo e l’olivastro”
Così veniva recensito all’uscita L’olivo e l’ olivastro
il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita
Consolo ” l’ olivo e l’ olivastro ” editore Mondadori
Il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita.
Il libro si apre con queste quattro parole: “Ora non puo’ narrare”. E’ una dichiarazione etica, come quella di Adorno: “Dopo Auschwitz non si puo’ più scrivere poesie”? O semplicemente un avviso pragmatico al lettore: “Non aspettarti che questo sia un romanzo”?. In effetti L’ olivo e l’olivastro, il nuovo libro di Vincenzo Consolo, partecipa di una natura categoriale ambigua: certo non è una narrazione secondo le regole, sebbene la tentazione di raccontare affiori a momenti irresistibile;
è un’ opera farcita, a strati, in cui si costeggiano rievocazioni letterarie, sdegno civile, descrizioni deformazioni di luoghi in Sicilia. Si puo’ dire che L’olivo e l’olivastro sia una sorta di vindicatio ossia la difesa di una terra e di una gente, insomma di una civiltà un tempo splendida, contro il degrado, l’umiliazione, la violenza di oggi. L’opposizione dei termini è la forma grammaticale e insieme la forma del giudizio assunta da Consolo, che spezza e ricompone continuamente la memoria mitico storica e quella personale (Consolo è nato a Sant’Agata di Militello in Sicilia nel 1933, e vive e lavora ora a Milano). Il filo logico che collega le trance del libro è il filo di un viaggio di ricognizione nell’isola dopo il disastro antropologico, compiuto da un “viaggiatore deluso”, da un “presbite della mente” che “guarda al remoto ormai perduto, si ritrae dal presente…”. A questo personaggio narratore e’ conferito lo statuto della terza persona, un po’ per non appiattirsi sull’ autobiografia, molto per connotare, anche linguisticamente, una fuga, un rifiuto. Così l’Ulisse omerico diventa una chiave d’ interpretazione . se non una disperata ricerca di identità in un libro che registra la disfatta dell’ identità di una società intera.
L’olivo e l’olivastro non si riduce a ciò che Consolo chiama “una stanca ecolalia sui mali di Sicilia”. La struttura per accumulo e ripetizione . che del resto arriva di lontano, dal Sorriso dell’ignoto marinaio, e da Lunaria . non risponde qui solo alla rabbia civile, alla volontà polemica. Dal macrocosmo del volume al microcosmo della frase, l’ eccesso moltiplicatorio sembra piuttosto tradire una disperazione, insieme stilistica e conoscitiva, di fondo. La colata elencatoria travolge oggetti e persone in un’ unica pasta d’ allucinazione. Il pedale insistito di tale prosa si definirebbe barocco . quando si rammenti l’ autodifesa di Gadda: “barocco e’ il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine…”. Ma accumulo e dissociazione vanno pari passo: dissociazione della sensibilità e della memoria, che non riconosce più ciò che amava. Frammenti di paesi e città s’ incastrano in frammenti di “storie”, come si è già detto : i Malavoglia, Verga sdegnoso esiliato a Catania, von Platen, Caravaggio… . In se’ , il dossier d’un ritorno nell’isola, come era e come è , simbolo deturpato di tutto il Paese, ricalcherebbe decine di libri e inchieste degli ultimi anni. Ma in Consolo, la divergenza fra le due immagini della Sicilia si produce, alla radice, come una lacerazione irrimediabile e direi personale, su cui rincara l’ eccitabilita’ dello stile. Col suo procedere per epifanie veloci, L’ olivo e l’ olivastro sta piuttosto dalla parte delle “finzioni” di Vittorini e di Sciascia, che delle testimonianze, anche egregie, su una realta’ sociale e politica. Registro un’ ultima sensazione peculiare che produce il libro: di stare al posto di un altro libro, che possiamo immaginare confusamente, ma che appunto manca. Non e’ questione di incompletezza ma di irraggiungibilita’ . Credo che anche questa sia un’ attrattiva del volume di Consolo. VINCENZO CONSOLO L’ olivo e l’ olivastro Editore Mondadori Pagine 149
Gramigna Giuliano
il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita
il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita
Consolo ” l’ olivo e l’ olivastro ” editore Mondadori
I Consolo rivisita la sua isola : Il lamento di Ulisse per la Sicilia tradita –
– Il libro si apre con queste quattro parole: “Ora non puo’ narrare”. E’ una dichiarazione etica, come quella di Adorno: “Dopo Auschwitz non si puo’ piu’ scrivere poesie”? O semplicemente un avviso pragmatico al lettore: “Non aspettarti che questo sia un romanzo”?. In effetti L’ olivo e l’ olivastro, il nuovo libro di Vincenzo Consolo, partecipa di una natura categoriale ambigua: certo non e’ una narrazione secondo le regole, sebbene la tentazione di raccontare affiori a momenti irresistibile; e’ un’ opera farcita, a strati, in cui si costeggiano rievocazioni letterarie, sdegno civile, descrizioni deformazioni di luoghi in Sicilia. Si puo’ dire che L’ olivo e l’ olivastro sia una sorta di vindicatio ossia la difesa di una terra e di una gente, insomma di una civilta’ un tempo splendida, contro il degrado, l’ umiliazione, la violenza di oggi. L’ opposizione dei termini e’ la forma grammaticale e insieme la forma del giudizio assunta da Consolo, che spezza e ricompone continuamente la memoria mitico storica e quella personale (Consolo e’ nato a Sant’ Agata di Militello in Sicilia nel 1933, e vive e lavora ora a Milano). Il filo logico che collega le trance del libro e’ il filo di un viaggio di ricognizione nell’ isola dopo il disastro antropologico, compiuto da un “viaggiatore deluso”, da un “presbite della mente” che “guarda al remoto ormai perduto, si ritrae dal presente…”. A questo personaggio narratore e’ conferito lo statuto della terza persona, un po’ per non appiattirsi sull’ autobiografia, molto per connotare, anche linguisticamente, una fuga, un rifiuto. Cosi’ l’ Ulisse omerico diventa una chiave d’ interpretazione . se non una disperata ricerca di identita’ in un libro che registra la disfatta dell’ identita’ di una societa’ intera. L’ olivo e l’ olivastro non si riduce a cio’ che Consolo chiama “una stanca ecolalia sui mali di Sicilia”. La struttura per accumulo e ripetizione . che del resto arriva di lontano, dal Sorriso dell’ ignoto marinaio, e da Lunaria . non risponde qui solo alla rabbia civile, alla volonta’ polemica. Dal macrocosmo del volume al microcosmo della frase, l’ eccesso moltiplicatorio sembra piuttosto tradire una disperazione, insieme stilistica e conoscitiva, di fondo. La colata elencatoria travolge oggetti e persone in un’ unica pasta d’ allucinazione. Il pedale insistito di tale prosa si definirebbe barocco . quando si rammenti l’ autodifesa di Gadda: “barocco e’ il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine…”. Ma accumulo e dissociazione vanno pari passo: dissociazione della sensibilita’ e della memoria, che non riconosce piu’ cio’ che amava. Frammenti di paesi e citta’ s’ incastrano in frammenti di “storie”, come si e’ gia’ detto : i Malavoglia, Verga sdegnoso esiliato a Catania, von Platen, Caravaggio… . In se’ , il dossier d’ un ritorno nell’ isola, come era e come e’ , simbolo deturpato di tutto il Paese, ricalcherebbe decine di libri e inchieste degli ultimi anni. Ma in Consolo, la divergenza fra le due immagini della Sicilia si produce, alla radice, come una lacerazione irrimediabile e direi personale, su cui rincara l’ eccitabilita’ dello stile. Col suo procedere per epifanie veloci, L’ olivo e l’ olivastro sta piuttosto dalla parte delle “finzioni” di Vittorini e di Sciascia, che delle testimonianze, anche egregie, su una realta’ sociale e politica. Registro un’ ultima sensazione peculiare che produce il libro: di stare al posto di un altro libro, che possiamo immaginare confusamente, ma che appunto manca. Non e’ questione di incompletezza ma di irraggiungibilita’ . Credo che anche questa sia un’ attrattiva del volume di Consolo. VINCENZO CONSOLO L’ olivo e l’ olivastro Editore Mondadori Pagine 149.
Gramigna Giuliano
Consolo, disperazione in Sicilia
L’intervista Viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce «Udivo e l’olivastro». Così lo scrittore racconta il suo ritorno a casa.
E’ un risentimento profondo, non so se chiamarlo odio. L’odio. in fondo, è furore per un amore tradito, per un’offesa, ha la stessa intensità dell’amore: se si arriva all’odio significa che si ama tantissimo». L’olivo e l’olivastro è il titolo del prossimo libro di Vincenzo Consolo. E sin dal titolo si rivela quell’accostamento di opposti che dà forma a tutto il «romanzo»: amore e odio, appunto, dolcezza e atrocità, fuga e desiderio di ritorno, passione e violenza, umanesimo e irrazionalità, lussureggiante bellezza e disfacimento. Insomma, olivo e olivastro. Romanzo? Forse. Ma anche diario di viaggio in diciassette capitoli, anche reportage, anche pamphlet, leggenda, invettiva, poesia, persino saggio. Racconto: per esempio, nel capitolo dedicato al breve e disperato soggiorno di Caravaggio a Siracusa. Memoria: nelle bellissime pagine in cui si rievoca la madre ormai incapace di riconoscere il figlio. Un libro ad albero, dal cui tronco spuntano rami nervosi, rami spogli, rami frondosi e mobili. Olivo e olivastro: nati da un unico ceppo e indissolubilmente intrecciati tra loro, come nel cespuglio sotto cui Ulisse si nascose appena giunto nell’isola di Scheria, abitata dai Feaci. «L’immagine dell’olivo e dell’olivastro – dice Consolo – compare nell’Odissea, quando l’eroe è al massimo della degradazione umana: ferito, nudo, solo. Omero dice che da uno stesso arbusto vengono fuori rami d’olivo e d’olivastro. E’ una specie di indicazione di quel che Ulisse si era lasciato alle spalle e di quel che lo aspettava nel futuro: da una parte la natura malvagia e minacciosa, il selvatico, il bestiale: dall’altra il coltivato, l’umano, l’armonia. Infatti, arrivato nell’isola dei Feaci, Ulisse troverà una città molto alta, un’utopia, un modello di perfezione. Ulisse poteva rimanere lì, in quel regno beato, ma sente l’urgenza della realtà e della storia, la necessità di tornare a Itaca». Urgenza del ritorno, urgenza della memoria: «Anche per me è un desiderio che brucia. – dice Consolo – e quando torno provo molto dolore e pochissimo conforto, tutto mi pare omologato nel male, nella perdita. Io ho sentito l’esigenza di raccontare il disastro». Niente giornalismo, però, tiene a precisare Consolo: «La differenza tra giornalismo e letteratura è che la letteratura lavora con la memoria». E viene in mente la polemica aperta recentemente da Bocca. «Lo scrittore, attraverso la memoria. riesce a dare spessore al presente», Un viaggio nell’isola delle meraviglie e della barbarie, ma un viaggio universale, nello strazio della nostra civiltà. A Milazzo, dove accanto allo stabilimento esploso, alle canne fumarie delle industrie, ai morti carbonizzati, cresce il gelsomino delicato. A Siracusa, dove nella dissoluzione urbanistica si rimane inebriati dal profumo intenso del basilico. Il viaggiatore, come Ulisse che cerca la sua Itaca, non riconosce più la sua terra. Ovunque trova desolazione: a Gela, a Catania, a Palermo, a Ortigia. Non riconosce più il barocco di Noto, un tempo rigoglioso, vede Cefalù. Trapani, Segesta devastate dai terremoti, si inoltra nell’inferno di acidi e diossine che esalano dalle raffinerie di Melilli. Torna a Trezza, il paese dei Malavoglia. Parte da Gibellina e la ritrova irrimediabilmente deformata. «Cos’è successo, dio mio, cos’è successo? », si chiede con rabbia. Viaggio agli inferi. «Credo che la letteratura siciliana – dice Consolo – sia letteratura della stasi. Il più statico è il mondo verghiano, dominato dal fato. Quello che ha cercato di rompere il «cerchio della fatalità e della condanna è stato Pirandello, attraverso la dialettica e il ragionamento: ma tra «sferiva la chiusura del mondo contadino e marinaro in un’altra chiusura, piccolo-borghese: è quella che Macchia ha chiamato la camera della tortura. Poi Vittorini, con conversazione in Sicilia, ha portato il viaggio nella letteratura siciliana. Io oscillo tra questi due opposti. Ma l’esigenza di muoversi o di star fermi dipende anche dalle speranze che si nutrono nella storia. Questo è un libro di grande disperazione, anche se ci sono qua e là. piccoli barlumi di sopravvivenza». E poi il libro di Consolo ci parla di letteratura: si apre con una dichiarazione di apparente sfiducia: «Ora non può narrare». Come, non può narrare? «Nel libro – dice Consolo viene agitato il tema dell’afasia. Ci sono momenti in cui la disperazione è tale che non trovi più interlocutori e ti viene voglia di chiuderti. Ci sono due tipi di afasia: quella del potere, che per definizione non vuole comunicare, e quella dell’artista che si oppone a questo potere. Per narrare bisogna essere angeli, messaggeri, avere degli interlocutori in cui trovare comprensione. Se viene meno questa speranza, lo scrittore rischia l’afasia: basta pensare a Empedocle, a Ezra Pound, a Hòlderlin». E c’è l’afasia del vecchio Verga, raccontata in un capitolo del libro. Eccolo, l’autore dei Malavoglia, al suo ottantesimo compleanno, chiuso nel suo soliloquio, nell’amarezza dell’incomprensione, insensibile ai festeggiamenti e muto persino davanti a Pirandello chiamato a celebrarne ufficialmente la grandezza: «Verga ha subito una grave ingiustizia. E’ l’ingiustizia perpetrata ogni volta nei confronti degli scrittori che non adottano il codice linguistico imperante. Io ho voluto narrare il momento del suo risentimento e della sua ritrazione. Fu preso per un traditore, perché a un certo punto abbandonò il linguaggio mondano, assolutamente comunicabile, che piaceva tanto nei salotti nobili milanesi. Quando riscopre la memoria, sceglie una lingua intraducibile ma di estrema verità e poesia: a quel punto non viene più capito». Dalla parte di Verga, della sua lingua, una scelta che oltrepassa la superficie formale e che affonda nelle profondità della narrazione. Come le esplosioni barocche di Consolo, che da sempre bruciano nel corpo del suo racconto: «In una lettera, Calvino scriveva a Sciascia: io sento che tu raffreni la matrice barocca che c’è dentro la tua scrittura… Forse Sciascia aveva paura di sconfinare. Sono convinto che qualsiasi scrittore periferico sia spinto verso l’uso di un linguaggio eccentrico. Sciascia diceva che era un cultore del pensiero e che non sapeva pensare in dialetto. In me c’è questo bisogno, forse perché sono nato alla confluenza tra due mondi antitetici: la Sicilia orientale, contrassegnata dalla presenza della natura, dell’Etna, dei terremoti e quindi portata al lirismo; e la Sicilia occidentale, più razionalistica, attratta dallo storicismo. Ecco, io vorrei essere un illuminista ma la mia scrittura mi porta irresistibilmente verso il barocco. Vivo in continua oscillazione tra questi due poli». L’olivo e l’olivastro.
Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 3 settembre 1994
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Consolo (Mondadori, pagine 149,)
Gibellina: un sudario di calce
di Vincenzo Consolo
Da «L’olivo e l’olivastro»
Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza, nella memoria dissolta, nell’estraneità, nell’assenza, sorge l’arroganza, l’offesa, il teatro di marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l’asfalto il fiore stridente, la stella texana, la porta per la fiera del vuoto, per la città metafisica. Di larghe strade, di rampe, di scale, di spalti, portici, logge, vaste piazze, anfiteatri deserti, folgorati dal sole, tagliati dall’ombra, di cubi, sfere, coni, cilindri, giardini di pietra, ghirigori di ferro, porte di marmo, cancelli, cerchi, ellissi, frecce, rombi, triangoli, sibillini alfabeti, il sarcasmo della reliquia innestata del frammento, l’arco il portale il timpano infranto. L’ombra alle spalle e il rimbombo sopra le lastre, fra le astratte sculture imponenti, le architetture della città costruita dai proci, il labirinto dello spaesamento, della squadra, del compasso, dello scoramento, della malinconia, dell’ansia perenne (…). Ora tu, eroe sconfuto, vieni fuori da una casa del nuovo paese, cammini sulla strada deserta, li guardi intorno smarrito,lo t’incontro, ti chiedo. «Sono nato a Gibellina, di anni ventitré… », rispondi. «Che dico?… Mi chiamo Nicola, sono nato a Gibellina, ho lavorato nelle cave di Meirengen. vicino Basilea. Ho là moglie, figli che non vogliono più tornare in questo paese». «Ti riconosco, Nicola, e son passati tanti anni, sei incanutito… T’ho incontrato alla stazione di Milano…». «Anch’io ti riconosco, e sei vecchio, hai una faccia diversa… Vorrei rivedere l’altro paese». Andiamo per quella campagna brulla, di radi alberi, di rocce, di stoppie, di palme solitarie. Arriviamo al colle, ai ruderi spianati e coperti da un’immensa colata di cemento, da una coltre bianca, da un sudario di calce. Non so dov’era la mia casa, dov’era il castello, la piazza, la chiesa…», lamenta Nicola.
L’emigrazione, i terremoti, lo sfascio del paesaggio la violenza, la corruzione delle coscienze: «La mia letteratura? La trovo tra Verga e Vittorini»
L’Ulivo e l’olivastro, Capitolo XI.
Ora è nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele,
nella chiarità orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale,
è al centro d’Ortigia, nell’area sacra, nello spazio a
forma d’occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza dove
regna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla
dei messaggi visivi, della pacata luce di candela, nell’antro
dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche
colonne di pura geometria, dov’è incastonato il tempio
d’Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e
della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce,
soccorso dell’errante.
“… I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via.”
Prenda e agevoli anche lui la luminosa santa, lo guidi
per le balze infinite, per gli strati, i cieli di questa sua città.
Molteplice città, di cinque nomi, d’antico fasto, di potenza,
d’ineguagliabile bellezza, di re sapienti e di tiranni ciechi,
di lunghe paci e rovinose guerre, di barbarici assalti e di
saccheggi: in Siracusa è scritta, come in ogni città d’antica
gloria, la storia dell’umana civiltà e del suo tramonto.
Calava a Siracusa senza luna
La notte e l’acqua plumbea
E ferma nel suo fosso riappariva,
Soli andavamo dentro la rovina,
Un cordaro si mosse dal remoto.
Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere
d’Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per
sciogliere, muovendo il passo come in un pàrodo sopra le
lastre d’una piccola piazza, contro il tufo chiaro delle case,
in vista, oltre la balaustrata che cinge la fontana, il forte
d’Aretusa, del porto Grande e del Plemmìrio, della foce
dell’Ànapo e del Ciane, in vista del bianco tavolato degli
Iblei, sciogliere un canto di nostalgia d’emigrato a questa città
della memoria sua e collettiva, a questa patria d’ognuno
ch’è Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell’umano,
della civiltà più vera, della cultura. Canto di nostalgia come
quello delle compagne d’Ifigenìa, schiave nella Tauride di
pietre e d’olivastri. Ché questa è oggi la condizione nostra,
d’esiliati in una terra inospitale, cacciati da un’umana Siracusa,
dalla città che continuamente si ritrae, scivola nel
passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria,
che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa
muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide
Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamdîs esule a Majorca.
Dietro di te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi
[tra’ gaudii, non tra le sventure!
Vidi lì spuntar l’aurora mia, ed or, a sera, tu me ne vieti
[il soggiorno!
Al di là dei suoni, delle volatili parole, crede s’incarni il
nome Siracusa, come per Maupassant, per Borgese e Vittorini,
nel perlaceo corpo d’una donna, di Clementina o di
Zobeida, della Venere che il viaggiatore vide, nel museo
vecchio sopra il mare, illuminata nelle carni piene, il bacino,
il torso che sbocciano gloriosi dalle pieghe del drappo
fermato con la mano sopra il pube, dalla luce del sole che
irrompe nella stanza. Si concretizza nella ieratica, sfolgorante
sagoma, surreale e crudele come un sogno, nel coltello
infisso nella gola, negli occhi scerpati in mostra sopra
la patena, nell’immagine di Lucia.
Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera,
la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra
l’argento della cassa, esce nell’ellisse dello spazio,
nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro
dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata.
Da dietro la tonda grata della loggia, candide monachelle
in clausura liberano nell’azzurro quaglie, colombe, tortore,
cardelli. Il frullo d’ali, il volo è in ricordo di colombe
che al tempo della carestia e della fame vennero a dire, col
chicco dentro il becco, come la fuggitiva dell’arca col ramo
dell’ulivo, che al porto s’era compiuto il gran miracolo.
Venne un vascello e venne nell’Ortigia, nel porto dove
l’Alfeo raggiunge l’Aretusa, dove si perde il Ciane dei papiri.
Viene da Malta, Candia, Corinto? Viene dal caricatore
di Licata, Pozzallo, Terranova? – Infinite sono le rotte,
aperte o impedite solamente dai corsari.
S’alzano sopra i tetti e i làstrici solari di Siracusa bianca
come l’Anadiomene che il riverbero del mare intiepida
nel corpo suo sereno, svettano colonne, capitelli, timpani
di templi e cattedrali. Oltre, oltre Neàpoli ed Epìpoli,
oltre il teatro e oltre l’Eurialo, oltre i mandorli, il timo e il
miele, oltre gli Iblei e gli Erei è il centro, l’ònfalo, la terra
da cui venne questo frumento che riempì la stiva del vascello.
In alto, sopra l’alta Enna, è il seggio della madre,
della dea offesa che s’ammantò di nero.
Nell’arancio, nell’oro, nel vermiglio che si stende sopra
il mare nel tramonto, nell’ottobre dei mosti e delle mosche,
del seccume e delle polveri, dell’oliva rósa, la mandorla
vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Taléo,
nel porto piccolo, nel Marmoreo.
Calcò l’uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio
sopra gli occhi, s’avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caricò
il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso
marinaro, botti di mastri d’ascia e calafati, abbai di cani,
urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi,
lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi
mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecità, stroppiume,
màcule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano,
a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia.
Attraversò la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte
sul canale della Dàrsena, la Porta Reale, si diresse, prima
che calasse notte, verso Ortigia. S’accorse di un’ombra
lunga che gli ballava accanto. Temette si trattasse di gendarme,
di ladro o d’un sicario del cavalier maltese. Impugnò
lo stiletto nascosto nelle brache.
– Vieni avanti, móstrati!
E quello niente, dietro, fermo pel suo fermarsi.
Michelangelo volse il capo appena, guardò con la coda
dell’occhio. Vide dietro le sue spalle un giovinetto lacero
e mucoso con un sorriso lieve sulla faccia, gli occhi
imploranti.
– Che vuoi, chi ti manda?
– Ho fame, signorìa…
Michelangelo si girò, lo guardò bene, gli sembrò come
uno di quei della Suburra o Mergellina, ma umile, spaurito,
più delicato ai tratti, come Mario in Roma, ai tempi del
Concerto e del Liutista.
– Come ti chiami?
– Martino…
– Sei di qua?
– Gnorsì, d’Ortigia.
– Vieni, portami il sacco.
Nella cenere infocata, nel viola del cielo e della terra, Michelangelo
vedeva camminando casipole ammassate e decadenti,
antiche chiese, mura e porte e baluardi, stereobati,
plinti, colonne ritte e riversate di templi dorici che mai
aveva veduto, palazzi classici e ispanici possenti, e tutto
nell’abbandono, nella mondezza, nel languore della gente,
nel livore del vespero, nei gravi rintocchi di campane.
Martino gli stava appresso, silenzioso per i piedi nudi,
presente solo per l’ansare.
– Vieni avanti – gl’intimò Michelangelo. – Conducimi
alla Mastra Rua.
Il ragazzo si mosse svelto.
– Tu conosci un maestro Minniti, pittore di quadri?
– Gnorsì, gnorsì. Mastro Mario, ’a badissa…
– Che?
– È l’ingiuria, signorìa.
– Andiamo alla sua casa.
Guardava Michelangelo il ragazzo che avanti gli trottava,
i garretti, le gambe fra i buchi dei suoi cenci, le esili
spalle curve per il sacco, il collo di bambino, la testa di
piume di canàrio. All’angelo ripensò del suo Riposo, alla
grazia che abbaglia e che dispare. Col suo corpaccio, la
grossa testa bergamasca, i capelli peciosi e spessi, la fosca
pelle, gli occhi ingrottati, il dolore innominato, la melanconia
senza riparo che lo spingeva a denudare il mondo,
togliere agli uomini, alle cose, ogni velame, ombra,
illusione, esporli alla cruda lama della luce, alla spietata
verità di questo giorno, di questa vita, squarcio, ferita
immedicata, nel corpo della notte, del sonno, della stasi,
amava scontrosamente la bellezza, pativa per la sua labilità,
la sua assenza.
La Mastra Rua era perciata da rocchi, cortigli, archi, scese
e vanelle che sbucavano ai bastioni, al forte di Vigliena, al
mare d’oriente. Vele trascorrevano tra una quinta e un’altra,
di galeotte, di sciabecchi.
Alla casa del Minniti, Michelangelo batté il picchio con
tutta forza. E apparve quindi nell’androne l’amico suo.
– Michele, Michele, t’aspettavo…
Erano anni che non si vedevano, dal tempo del comune
soggiorno presso il cardinal Del Monte, in palazzo Madama,
in palazzo Mattei, insieme agli altri giovincelli, pittori,
modelli, musici, castrati, da quel remoto tempo di lussi
e spassi, delle feste, dei giochi e delle risse, delle scorrerie
coi lombardi, il cane Cornacchia, in Campo Vaccino,
in piazza del Popolo, in Ripetta, la pallacorda, le osterie,
le bardasse dei Banchi, Laura e la figlia Isabella, Fìllide,
la sua Lena di piazza Navona… Tutto, tutto che si portò
via la maledetta rissa in Campo Marzio, la pugnalata nel
ventre di Ranuccio, la fuga a Paliano, a Napoli, a Malta.
– Che ti successe, Micheluzzo, non stavi bene a Malta?
– Bene, sì. Molte committenze, tanto lavoro, un grande
quadro per i Cavalieri, una decollazione del Battista…
S’aprì in una risata roca, di quelle brutte che soleva fare.
– Denaro, onori… Finanche della Croce di cavalier di
Grazia fui insignito… Ma tanta grazia non m’impedì d’infilzare
un cavaliere di Giustizia… Mi sono calato dalla muraglia
con la corda… Eccomi qua, maestro Mario, vecchia
mia badessa…
– Chi te l’ha detto? – chiese piccato e stridulo il Minniti,
ballonzando nelle molli carni. – ’Sto bastasello!… Via,
via, torna coi pari tuoi, malecreato! – intimò a Martino.
– Lascialo!
– Michele mio, qui non siamo a Roma…
– Lascialo!
Gli fece visitare la grande casa, vedere i ricchi drappi, i
tappeti, i broccati, le sete, le gioie, le ambre, gli argenti, lo
fece entrare nel salone dove lavorava, coi balconi grandi
che s’affacciavano sul làstrico, sul mare.
– Ah, vedessi la luce qui al levar del sole… Pare l’incandescenza
bianca, l’abbaglio che rimandano i cristalli. Sono
costretto a schermare i balconi con i cortinaggi.
Michelangelo ghignò e ancora più guardando le tavole,
le tele in lavoro sui cavalletti, concluse e appoggiate
alle pareti, che imitavano i suoi temi, scene di violenza e
di dolore esposte nel suo linguaggio, nel taglio della luce
dentro l’ombra, ma con accento fiacco, dolce, atto a piacere,
a sedurre i committenti. Era come se il Minniti contraffacesse
la sua voce, i suoi tratti, le sue movenze, ne svilisse
la superbia, l’astio, il furore, ne svelasse, velandola,
un’oscura, bassa debolezza. E guardando anche Mario,
ricordando l’adolescente d’un tempo ch’era stato, pieno
di grazia, osservandolo ora nella flaccidezza, nel porgersi
untuoso, ascoltando la sua voce di castrato, gli sembrava
come il suo castigo, il contrappasso, lo specchio deformato
del suo interiore per il mostrare egli nella pittura,
come in uno specchio, brutale e vero il mondo, cruda la
vita, il suo spasimo, il suo dramma.
– Perché ti sei ridotto qua in Siracusa, in questo ammasso
di macerie, in questo fosso di miseria e d’abbandono?
– Ah, questa città n’ha viste tante, tremuoti, carestie, pesti,
malgoverni, razzie di corsari… Ma è la mia. Ho qui la
madre, le sorelle, i nipoti che devo mantenere… A Messina
non avevo più travaglio, committenze. I Gesuiti, padre
Semperi in testa, chiamavano dal continente gli artisti
loro preferiti, de’ modi del Valeriano, romani, toscani,
veneti, fiamminghi. Qui, al contrario, in questa città povera,
d’afflitti, hanno potere i Cappuccini, che amano la
mia arte, la dicon popolare, in stile, la dicono, caravaggesco.
Io son protetto poi dal Definitore Generale, dal padre
Errante, ho amicizia con signori del Senato… Vedrai, Michele,
quando dirò che il pittore primo, il Caravaggio, è
qui nella città, ospite nella mia casa…
Michelangelo ghignò: gl’importava solamente racco-
gliere il denaro che gli avevano tolto nel carcere di Malta,
imbarcarsi, tornare presto a Roma.
– Sfama il ragazzo, rivestilo per bene – e indicò Martino
accovacciato là per terra, la testa sui ginocchi, addormentato.
– Sarà il mio servo, il mio paggio nel tempo che
resterò in Siracusa.
Scoprì nei giorni appresso Michelangelo, sotto l’umile
città dimenticata fra mezzo a dissoluzione e abbandono, la
turba d’infelici, accattoni e infermi avanti a ogni chiesa, convento,
alle logge dei mercanti al piano Duomo, ribaldi per
strade, per campagne, ladri e bardasse ai porti, alla fontana
degli Schiavi, al castello di Maniace, mori abbandonati
dai padroni tornati sulle terre, nei casali, la soldataglia prepotente
e angariosa di Filippo e del Paceco, scoprì come un
tesoro sepolto e obliato l’antica e mirabile città di Siracusa,
più ricca e forte d’Atene o di Corinto. Vide in incanto i templi,
la grande conchiglia impressa nella roccia del teatro greco,
la strada dei sepolcri, le are, l’anfiteatro, ogni camminamento,
fossato, baluardo di quel vasto, tumultuoso mare di
conci di calcare ch’è in Epìpoli il castello Eurialo.
– Luogo da cui si vede bene il mare – sciolse così il nome
liquido e musicale l’affabile sua guida, l’archeologo don
Vincenzo Mirabella. – E il mare è questo Ionio che solcò
la nera barca d’Ulisse, solcarono le navi dei Corinzi che
vennero a fondare Siracusa.
Guardò il pittore la testa chiara del paggio, di Martino. Il
suo profilo contro quell’acqua, il celeste luminoso, guardò
quel balenìo in mezzo allo sfacelo delle pietre, alle rovine,
e all’istante, come ogni volta, sempre, vide fiorire sul fanciullo,
sul collo, la guancia, spandersi, la vermiglia, la nera
macchia della peste, della corruzione, della fine. Gli prendeva
allora panico, dolore, ch’egli mutava in odio, furore
contro la vita, gli uomini, un bisogno l’invadeva d’infliggere
dileggio, afflizione, recidere teste di Medusa, Golia,
Oloferne, d’incidere carni, di ferire, di ferirsi.
– Cavalier Merisi, maestro Michelangelo…
Si scosse, sorrise mesto all’abate Mirabella.
– Andiamo, ci aspetta il Minniti per visitare le latomie.
Scese la brigata per il viòlo che degradando rapido
conduce nella cava, dentro il labirinto, fra le pareti alte, a
piombo, scabre e grondanti delle latomie. Al fondo nella
terra rossa, grassa, era fermento. Era nel sole dell’ottobre,
dell’infinita estate, uno strisciare di colubri, di ramarri, brulicare
di vespe, mosche, zampaglioni sopra vesce, gromme,
lippi, sopra erbe, fiori, bacche, edere e rovi e acanti,
perastri e olivastri, giunchi e dise, in fittissima boscaglia,
impenetrabile groviglio, era un cascare d’acque invisibili,
un gracidare di rospi, di ragane. Saltarono fossi, stagni,
costeggiarono piloni altissimi, piramidi, colonne che reggevano
soffitti di caverne, antri paludosi, antichi intagli
e scavi dentro il tufo, entrarono in una spelonca secca, ad
arco acuto in cielo, che si svolgeva, avvolgendosi in chiocciola,
in spirale, con un gioco sonoro formidabile di echi,
rimbombi, esaltazione d’urla, battere di mani, fino di sussurri,
fiati. Disse l’abate della leggenda, lontana dalla storia,
ch’era ignota, della caverna fatta costruire in quella forma
dal tiranno Dionisio ai prigionieri per ascoltarne dalla
reggia i discorsi, spiarne le male intenzioni.
– Credo sia rimasto il tiranno prigioniero dentro quel suo
orecchio, quel labirinto della sua follia – osservò Michelangelo.
Martino si divertì con l’eco, sulla soglia del cunicolo fece
strida, versi di gatti, cani, trilli d’uccelli.
– E finiscila, bastardo! – gli gridò il Minniti spazientito.
Andarono oltre nell’infernale mondo, per le lande desolate,
fratture immense, spoglie cattedrali, luogo di pena
del lavoro, condanna nei secoli d’un popolo di schiavi, di
cavamonti, tagliapietre. Tra l’ombra fredda e il fango, incontrarono
i cordari che torcevano, mulinando ruote di
canne, fibre macerate d’ampelodesmo, di giummara. Sembrava
stessero là da infinito tempo, che senza fine, eterno
fosse per loro quel travaglio. Guardò quei dannati, ignudi
e avviliti, Michelangelo, guardò il tufo alto, incombente
dello sfondo, le arcate altissime, la luce livida, tombale
che sopra vi gravava. Pensò che lì era il teatro, il luogo
adatto per il quadro a lui commissionato dal Senato.
Effigiò la santa come una luce che s’è spenta, una Lucia
mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta
o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio
divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti,
stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti
alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta
a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le
quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle
cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce
su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall’amore
dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande
per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella
di cera dietro la pergamena.
Nel sentimento della morte che ormai l’ha invaso e lo
possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l’assassinio, è
alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino
verso la notte immota.
Un brusìo prima, indi un vocìo confuso e concitato si
levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del
drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si
mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra
il mare sferzato all’improvviso dal grecale. Il vescovo,
nei solenni paramenti, si levò dal seggio d’oro sopra
il presbiterio, l’organo in cantorìa smise di sfiatare. Si le-
varono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti
fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno
opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali,
si mise a tossire secco, a sussultare, premette il
muccatore sulla bocca.
Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria,
nel pastorale d’argento, si fermò avanti all’altare sfavillante
di lampe, di miriade di ceri. Parlò gravemente.
– La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra
stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare,
avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti
sull’altare, al cadavere reale della donna, a una
santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo
collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto…, non possiamo
celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo
benedire questo quadro. L’artista capisca e si studi
d’aggiustare…
Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti
al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s’inchinò,
discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino
e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza
vasta, nella luce del mattino.
Ora è il tempo in cui il cereo corpo di Lucia si decompone,
negli ipogei della morte, negli avelli, nelle catacombe
dei liquami si espande, la lama della spada che incise il collo
bianco s’è mutata nel bacillo della peste che cova e germina
nelle volute, nei ghirigori del barocco, la pittura del
Caravaggio nel teatrino dello Zummo, il taglio della luce,
la metafora, la profezia della tragedia nella cera colorata,
nei simboli, nell’orrore del dettaglio, terrore quaresimale,
libidine del reale, nell’ossessione del cadavere.
Nasce il ceroplasta Zummo nella Siracusa della peste
venuta da oriente, piaga d’Egitto, macerie d’Alessandria,
nelle stive dei velieri, nel tempo terrifico e oscuro in cui il
morbo, per merci infette, mercanti e uomini ch’eludono
dogane, quarantene, si spande sterminando popolaglia per
gli angiporti, per le capitali. Cresce l’allievo nel Collegio
gesuitico, nella città dei solari templi d’un tempo lineari,
delle marmoree dee, del lauro e del timo, del miele degli
Iblei, nella Siracusa spenta delle fabbriche dei cilii poderosi
delle feste delle sante vergini, delle processioni, dei
ceri trafitti dall’incenso, degli ex voto, delle fumose candele
nei coppi, nelle ninfe, sulle tombe. Non vede l’abate
che abbandono e fame, corpi pendenti dalle forche, eclissi
di mali segni, non ode nelle chiese di mefitiche lastre,
nelle cripte di mummie in parata, che minacce di fiamme,
d’eterna condanna.
Nelle botteghe di via Maestranze, Giudecca o Candelai,
tra il tanfo delle concerie, il rumore delle macine in centìmoli
e trappeti, impara a colorare, a plasmare cera, formare
Deposizioni e Addolorate, san Rocco e santa Rosalia
delle pesti sotto le campane di cristallo, comincia a immaginare
i suoi teatri degli orrori e delle minacce.
Seguendo il filo del contagio, l’odore che promana dai
lazzaretti, dai corpi accatastati in vallate di fumo e calce,
approda nella Napoli degli affreschi di Mattia Preti, degli
oli di Micco Spadaro. Compone la sua Peste di carni rosse,
gialle, verdi, viola, nere, ammassi di corpi sovrastati
da monatti, il vecchio Tempo in trionfo, la falce sopra
scheletri e carni, ratti e gechi scorazzanti, Vanitas e Morbo
Gallico. Va a Firenze alla corte d’un Medici che annera,
sconcia il Rinascimento del casato, odia la poesia, l’arte,
vive nella bassura, nell’isteria del tempo, nella necrofilia,
nel gusto del disfacimento. È a Bologna, Zummo, assiduo
frequentatore negli anfiteatri universitari degli spettacoli
anatomici, a Genova, nei sotterranei di alberghi di poveri,
ospedali, in cui su corpi, teste di decollati, sperimen-
ta imbalsamazioni, confonde le materie, inietta nelle arterie
cera liquefatta.
Giunge infine a Parigi, alla gloria, alla protezione del Re
Sole. Ogni male, malattia del tempo, ogni lacerto, meandro,
ogni metamorfosi del corpo con la materia duttile,
effimera, con l’imitazione, con l’inganno rappresenta. Al
di qua del teatro, della teca, rappresenta la follia del tempo,
la sua follia, nel gesto di premere le dita sulla materia
molle, nel plasmare carcasse, spoglie, nello spettacolo del
macabro, nel gusto della morte.
La Rivoluzione cancellerà a Saint-Sulpice altari, spazzerà
via la sua tomba, dedicherà il tempio alla Ragione.


Paolo Borsellino
PAOLO BORSELLINO
Testo letto nella Cattedrale di Marsala il 18 luglio 1994
“ …e tra due folti
cespugli si infilò, nati da un ceppo,
l’uno di olivo e l’altro di olivastro”.
È il naufrago Ulisse che solo, martoriato riesce a toccare terra a Scherìa, nell’isola dei Feaci . L’olivo e l’olivastro che spuntano da uno stesso ceppo, i rami fittamente intrecciati tra loro, sono il simbolo del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano, sono presagio d’una biforcazione di sentiero o di destino, della perdita di sé, dell’annientamento dentro la natura e della salvezza in seno a un consorzio civile, una cultura.
Lasciato il mare rovinoso, Ulisse entra nella città dei Feaci, nel regno dell’utopia, nella società ideale. Dopo il lungo racconto, l’eroe raggiunge finalmente l’Itaca della realtà e degli affetti, ritrova l’armonia perduta.
L’omerica immagine del ceppo che nutre due rami diversi, incisiva come quella del virgiliano ramo d’oro sul duplice albero che coglie Enea prima di scendere agli inferi, è il simbolo alto della civiltà che s’innesta, con gesto di coltura e cultura, di volontà e di sapienza, sul tronco dove insieme è cresciuto, spontaneo, selvatico, il ramo dell’olivastro; della civiltà che, se non è curata, difesa, può regredire e perdersi nel disordine da cui proviene, nel caos, nel mare della tempesta. È il simbolo più che mai , quel ceppo dai due rami fittamente intrecciati, di questa “nostra terra bellissima e disgraziata” come l’ha definita Paolo Borsellino, della Sicilia della più antica, più ricca civiltà e insieme della barbarie più feroce e rovinosa, dell’inciviltà più buia, della regressione più umiliante; di quest’Isola che dimora ideale dell’albero mediterraneo, dell’argenteo olivo del nutrimento e della luce che i Greci consacrarono all’Atena della ragione e della sapienza; gli Ebrei e i cristiani alla riconciliazione e alla pace: “Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum…” recita la liturgia della Pasqua.
Dimora fu la Sicilia di quell’antico, sacro albero, di quell’ulivo nato da innesto che per amore, pietà la famiglia Borsellino ha voluto piantare in via D’Amelio. È l’albero che immaginò, che vide sul palcoscenico Pirandello, la notte della sua agonia, a risolvere l’ultimo atto di un dramma, di un mito che non avrebbe potuto più scrivere, è l’olivo della cultura e della poesia contro l’irrompere a valle dei barbarici Giganti della montagna.
Fuori dal simbolo, dentro la realtà, dentro la storia, sappiamo che il duplice, atroce destino della Sicilia, l’intreccio suo inestricabile di civiltà e di barbarie, non è dovuto a un evento della natura, a una legge dell’esistenza, a un destino, a una condanna genetica, come spesso neo-lombrosiani d’accatto hanno voluto fra credere, ma a precise responsabilità, a colpe della storia.
Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione sa che la mafia, questa mala pianta, quest’olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l’Isola è stata tenuta, per l’ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata da dominazioni, governi, da ottuse, cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia s’è sviluppata con l’abbandono, con l’assenza dello Stato, con la connivenza, l’aiuto dei regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti.
Un medioevo di illiberalità, di ingiustizia, di violenza ha gravato su questa regione, una lunga storia di oppressione e sfruttamento dei deboli, di ribellioni popolari, di feroci repressioni, un’assenza dei grandi principi liberali instauratisi in Europa con la rivoluzione del 1789.
C’è, a pochi chilometri da Marsala, nel museo Pepoli di Trapani, una terribile macchina; c’è, alta sui due montanti tenuti dall’architrave del potere, una ghigliottina, questo orrendo palchetto, questa truce scenografia per la rappresentazione della Giustizia.
Priva qui del terrifico, disumano ma grandioso sfondo storico contro cui si ergeva la francese consorella, dialettale com’è nel lessico, nella sintassi dei suoi congegni, diventa ancor più incomprensibile, più crudele. Si sa che la ghigliottina di Trapani veniva anche montata sulle piazze dei vari paesi del Circolo giudiziario; si sa ch’essa funzionò fin dopo l’Unità, sotto i Savoia; si sa che non tagliò teste di re, di nobili, di Amici del popolo o di Incorruttibili, ma solamente teste di ribelli o banditi. Proviamo orrore per ogni tipo di pena di morte, per quella pena ancora ammessa nel diritto di società moderne ma barbariche, che è contemplata nel codice non scritto della mafia, diciamo con Voltaire che quella pena offre vantaggi solo per il boia, ma è vero che la tremenda macchina di Trapani non tagliò mai teste di mafiosi.
Ché allora della mafia, da parte di magistrati, di funzionari statali, di politici, di intellettuali, si negava l’esistenza o se ne dava una spiegazione di ordine psicologico o folcloristico. Qualche magistrato, qualche politico avvertì della mafia la vera natura, la forza sua invasiva e distruttiva: il procuratore generale di Trapani don Pietro Ulloa, il giudice agrigentino Alessandro Mirabile, il socialista corleonese Bernardino Verro, il repubblicano ennese Napoleone Colajanni. Questa negazione della mafia come associazione, come ferrea, gerarchica struttura criminale, da parte del potere politico, degli organi dello Stato, è durata, si sa, fino a ieri. Tanto più negata la mafia, si direbbe, quanto più le sue azioni criminose si facevano frequenti e clamorose, la sua azione antisociale, antistatale sempre più distruttiva e arrogante, quanto più la pubblicistica, l’informazione su di essa si arricchiva e diffondeva. Negazione della mafia, nel migliore dei casi, per la regressiva, falsa difesa dell’ “onor di Sicilia”, per insipienza, per malafede: per privato, meschino tornaconto, per colpevole connivenza con gruppi di potere.
Sicché i morti, tutti i morti di mafia pesano, oltre che sui diretti assassini, su quei responsabili, su quegli uomini che meritano di giacere nel “tristo buco”, nel “pozzo scuro” della dantesca Caina.
Pesano su quei responsabili i braccianti, i capilega, i sindacalisti uccisi sopra le terre dei feudi negli anni Venti e nel Secondo Dopoguerra; pesano i contadini, le donne, i bambini uccisi a Portella della Ginestra.
Oh il Sud è stanco di trasdcinatìre morti
in riva alle paludi di malaria,
stanco di solitudine, stanco di catene…
scriveva qualche mese prima della strage, Quasimodo.
Pesa su quei responsabili la morte di tutti quelli – magistrati, militari, politici burocrati, imprenditori, sacerdoti, comuni cittadini – che nella tremenda, lunga guerra contro la mafia sono caduti. Pesa su di loro la morte di due uomini eroici – usiamo senza titubanza una parola ipotecata spesso dalla retorica – di due simboli alti: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Siamo qui oggi, riuniti in questo Duomo di Marsala, intitolato a San Tommaso di Canterbury, all’arcivescovo Tommaso Becket assassinato dai sicari del re nella cattedrale, per ricordare e per commemorare nel secondo anniversario della morte, Paolo Borsellino.
C’è, nella storia di quest’uomo, uno sfondo storico siciliano, una dimensione umana, umile e alta, spesso ignorata. C’è una parca, dignitosa misura della vita, un pudore, una ritrazione di gesto e di parola, un rigoroso, inflessibile senso morale e civile, una disillusa, lucida conoscenza e accettazione della realtà e un modo aspro, diretto e schietto di affrontarla; c’è un senso privo di limiti del sacrificio, una generosità di sé senza risparmio; c’è infine in quest’uomo orgoglio e candore, tutto che gli viene da una matrice girgentana, da quella zona di Sicilia in cui sola si è compiuta nel passato, per la presenza dello zolfo, per la condizione umana all’estremo limite, all’orlo del precipizio, a cui quell’industria, dentro e fuori della miniera, la spingeva, si è compiuta una rivoluzione culturale: il ribaltamento della vecchia cultura contadina della soggezione e della rassegnazione; la presa di coscienza dei propri diritti umani e civili, la volontà di non farli violare, di farli rispettare attraverso il dibattito, la dialettica, il pubblico confronto, nel rispetto delle leggi dello Stato. Non è quello l’Agrigento aulica di Empedocle o del sofista Polo, mala Girgenti di Pirandello, di Navarro della Miraglia, di Sciascia.
L’eredità culturale paterna, del rigoroso, severo farmacista di via Vetriera, è temperata dalla dolcezza della madre, di Maria Lepanto, che, cresciuto in quel Belmonte Mezzagno che s’affacciava sulla meraviglia della Conca D’Oro, immagine, riflesso del Paradiso, come della loro città dicevano i Mori di Granada, ha assorbito bellezza e sentimento.
L’adolescente Paolo si muove in quello spazio ricco di segni, di echi, di memorie, di immagini e di suoni ormai perduti che era il cuore antico della Palermo tra la Cala, la Kalsa, Piazza Marina e la Magione, la chiesa di San Francesco e la Gancia. Fa il chierichetto, gioca al pallone, corre in bicicletta, frequenta il liceo Meli. È lo stesso spazio, quello di Borsellino, la stessa geometria, la stessa splendida scenografia su cui e dentro cui si muovono negli stessi anni Giovanni Falcone e il marescialle Carmelo Canale; si muovono tantissimi altri ragazzi che prenderanno altre strade, avranno altro destino: si trasformeranno, sbucando da quello couche, da quella
cultura, in spinosi, selvatici oleastri. “La rilevanza di una tale ‘promiscuità’ tra mafia e società siciliana non è sempre chiara. Palermo è al riguardo un tipico esempio. Io vi ho vissuto fino all’età di ventixinque anni e conoscevo a fondom la città. Abitavo nel centro storico, in piazza Magione, in un edificio di nostra proprietà. Accanto c’erano i catoi, locali umidi abitati da proletari e sottoproletari. Era uno spettacolo la domenica
vederli uscire da quei buvhi, belli, puliti, eleganti, i capelli impomatati, le scarpe lucide, lo sguardo fiero” ricorda Falcone.
La prematura morte del padre segna per Paolo, appena laureato, la fine della giovinezza, la fine vale a dire delle illusioni e delle divagazioni. Si assume a ventidue anni, con serietà, rigore, il ruolo di capo famiglia. Lo studio per il concorso in magistratura diventa un impegno totale. “Se vengo bocciato, per la disperazione mi getto dentro il Tevere” dice alla madre prima di partire per Roma. Ma vince e compie il suo apprendistato a Palermo, presso il collega anziano Cesare Terranova. Nessuno ancora sapeva, ma si stava formando a Palermo, in Sicilia, e naturalmente anche nel resto del Paese, verso la fine degli anni Sessanta, una nuova leva di magistrati, di giovani di nuova cultura, di nuova moralità, di nuovo impegno.
Il neofita della scienza delle leggi, il diacono della mentalità giuridica si appassiona al diritto civile, e crediamo che immagini di tracciare per sé e di perseguire, con l’ardore e la tenacia che sono del suo carattere, la strada della ricerca, del perfezionamento, di giungere, grado a grado, com’è nell’ascesi, com’è nella scienza e nell’arte, a quella condizione di grazia, in cui il lavoro perde chiarità, diventa gioia.
La famiglia, quella d’origine, la madre e i fratelli, la nuova che aveva appena formato, il lavoro di magistrato unito alla scelta, alla passione per il diritto civile ci fanno pensare che Borsellino immaginasse – com’era normale, com’era giusto immaginare – di vivere in uno Stato di diritto, in una società civile, in cui la sfera privata, l’umano regno degli affetti trovasse rispetto e difesa; dove anche l’avere, il frutto dell’onesto lavoro, trovasse legittimità a protezione.
Abbiamo tutti, tutti creduto, noi cittadini, forse anche i magistrati, creduto per molto tempo, fino a ieri, che la vecchia, parassita, velenosa mala pianta della mafia fosse qualcosa di separato dal nostro contesto civile, che essa sarebbe stata prima o dopo tagliata con un colpo d’ascia dal ceppo sano della nostra società da parte di organi a questo delegati: forze dell’ordine e magistratura.
Borsellino e gli altri magistrati di nuova cultura e di nuova morale hanno visto a un punto che la mafia tutto invadeva e distruggeva in questa nostra Sicilia, in questo Paese, che era un mostro osceno, un bestiale Polifemo che stritola e divora uomini, che minacciava ogni giorno di oiù, nonché l’avere, il primo dei beni, la vita minacciava la sfera privata della famiglia, la pubblica sfera, distruggeva i valori della civiltà. Uccideva e uccideva la mafia, spargeva morte e morte per le strade di Palermo e di ogni città di Sicilia, la morte – lo diciamo qui con Savinio – “ che insudicia quello che era pulito. Intorpida quello che era limpido. Inlaidisce quello che era bello. Intenebra quello che era luminoso. Istupidisce quello che era intelligente. Immiserisce quello che era ricco..”
La mafia umiliava e infamava nel mondo la Sicilia della storia, della cultura, dell’arte, della filosofia, del diritto; quest’Isola della generosità e della nobiltà del popolo, della dignitosa misura, dell’orgoglio e della tenacia della piccola borghesia: la classe di Borsellino, di Falcone, di tantissimi magistrati, servitori dello Stato, di tanti intellettuali e artisti.
Dopo l’uccisione dei magistrati Terranova, Costa, del capitano Basile, del commissario Boris Giuliano, Chinnici e gli altri magistrati seppero che in Sicilia era la guerra: guerra contro la civiltà, contro la democrazia.
Decisero di combattere, quei magistrati, e si fecero, per la Sicilia, per noi, soldati di prima linea.
Non vogliamo qui raccontare ancora la vita di sacrifici a cui si sottoposero i giudici del pool antimafia, l’altissimo prezzo che hanno pagato in quella guerra le loro famiglie.
Uno dopo l’altro caddero nella guerra i valorosi capitani, caddero quei san Michele e san Giorgio in lotta contro il drago. Caddero a Palermo Chinnici, Saetta, Livatino, Falcone, Borsellino…Caddero nel modo più atroce, più straziante. Paolo Borsellino poi nel modo più inaccettabile: lungo un itinerario prevedibile e previsto; nel momento più umano e più tenero in cui si reca dalla madre: avrebbe dovuto condurla dal medico per farle controllare il cuore. Tutto qui naturalmente si carica di metafora.
In quel quieto, deserto primo pomeriggio d’una domenica di luglio, la vecchia madre, dopo il trillo del campanello che il figlio aveva pigiato, ode il tremendo boato, il fragore infernale.
Nessuna madre, moglie, figli, sorelle e fratelli riusciremo mai a consolare di tanto dolore, di tanto strazio.
Noi, non più giovani o vecchi, riusciamo solo a dire, parafrasando il poeta de La terra desolata: con il ricordo tuo, degli altri, di Paolo Borsellino, con la riconoscenza per il vostro sacrificio riusciamo oggi a puntellare le nostre macerie. E insieme speriamo, noi vecchi, abbiamo fede che i giovani magistrati, gli allievi, i figli, i Manfredi, nell’insegnamento in onore dei morti riusciranno a costruire una nuova società, una nuova Sicilia, un’Itaca della civiltà e dell’armonia. Riusciranno a far crescere su questa terra insanguinata, rigoglioso e forte, l’ulivo della ragione e della pace. Grazie Paolo Borsellino.
Vincenzo Consolo
Milano, 14 luglio 1994
Studi per Vincenzo Consolo
Conversazione con Vincenzo Consolo
Anna Fabretti
Il testo dell’intervista che pubblichiamo appartiene ad un tempo quasi remoto, a una fase della carriera letteraria di Vincenzo Consolo, allora appena sessantenne, in cui la fama ottenuta con Il sorriso dell’ignoto marinaio e con i successivi romanzi lo consacra come uno dei maggiori scrittori italiani della fine del secolo. Il 25 giugno 1994 andai per la prima volta a Milano a incontrarlo e registrai più di due ore di conversazione.
Trascritto minuziosamente dalla diligente studentessa di allora, il testo è rifiutato una prima volta alla pubblicazione o, per meglio dire, è accettato con tanti e tali tagli da indurmi a una giustificata rinuncia. Si perde poi nei meandri di una valanga informatica che travolge il supporto su cui era stato registrato. Per un’incredibile coincidenza, sarà poi ritrovato, su fogli di carta ingiallita, usciti da una preistorica stampante a nove aghi, nel fondo di un cassetto da cui nessuno avrebbe mai potuto stanarlo se non la curiosa allegria di un bambino. In breve, questa la ragione dell’ingiustificabile ritardo di stampa.
Nella revisione del testo ho privilegiato una struttura senza domande, che riordina con la dovuta fedeltà il lungo discorso di Vincenzo Consolo, le argomentazioni e i riferimenti. La continuità del discorso prevale sulla discontinuità della conversazione e permette, a mio parere, di cogliere più estesamente le idee enunciate, come se si trattasse più di una lezione che di un dialogo. Come si vedrà, molti dei temi qui in nuce sono poi stati ripresi e sviluppati altrove, sia nelle numerose interviste, sia negli articoli sia nei saggi2. Il discorso si sviluppa dunque intorno ad alcuni blocchi tematici, fitti di rimandi interni, che danno al testo coesione e coerenza. Particolare attenzione è data al nucleo della sperimentazione, all’idea manzoniana della scrittura come «metafora», al rapporto con Pirandello e con Verga.
Mi auguro, nel chiudere queste pagine, di avere dato la giusta luce alle parole dell’autore, sciogliendo, almeno in parte, un debito di riconoscenza che a lui mi lega, proprio da quel lontano 1994.
Il rapporto con le avanguardie, con diverse forme di sperimentazione letteraria
Antonio Pizzuto non era un autore d’avanguardia, o almeno non militava nell’ultima avanguardia italiana, che – sappiamo tutti – è il Gruppo 63. Ma non è per caso che Pizzuto sperimentava per conto suo ed era arrivato a determinati esiti ed era stato scelto, eletto, come nume tutelare degli avanguardisti del Gruppo 63. E dunque io, mentre cominciavo a scrivere, prendevo le distanze, sia dagli avanguardisti del Gruppo 63, sia da Pizzuto (Cherchi 1987), perché la mia sperimentazione è su un altro crinale, in un altro alveo, ed è la sperimentazione di tipo storicistico di tutti gli scrittori – senza andare lontano nel tempo, parlando del romanzo moderno – a partire da Verga sino a Gadda, passando attraverso Pasolini.
6E che cosa significa questo? Significa che lo sperimentatore è colui che lavora sul codice linguistico dato e cerca di rompere questo codice linguistico che, come tutti i codici, diventa rigido nei confronti di quella che Pirandello chiama la Vita. Il compito dello scrittore è di rompere il codice per immettere la Vita, poiché il codice è una Forma. Bisogna rompere tutte le forme per immettere la realtà.
La realtà di Verga, qual era? La realtà di Verga non era mai stata italiana, era una realtà di una periferia geografica, qual era la Sicilia, e di una periferia umana, qual era il grado più basso della condizione umana, quella dei pescatori di Aci Trezza. Ora, per Verga, far parlare questi personaggi in lingua toscana sarebbe stata una contraddizione. Questa è stata la grande rivoluzione linguistica, la grande sperimentazione di Verga. Bisognerebbe fare tutta la storia di Verga, di com’è arrivato a questa sua conversione, a questa caduta da cavallo sulla via di Damasco. Verga è un caso classico di conversione letteraria. Partì imboccando una strada, che è la strada – come sappiamo – del romanzo mondano; esce dalla Sicilia, va a Firenze prima, scrive dei romanzi di successo anche molto conosciuti, ma il romanzo che gli servì da biglietto da visita è stato La storia di una capinera, che era un tema molto alla moda, di derivazione diderotiana e manzoniana, cioè quello della malmonacata. Quindi, quando da Firenze si sposta a Milano, si presenta con questo biglietto da visita molto mondano, viene accolto nei salotti, e pensa di continuare a scrivere i romanzi che aveva letto fino a quel punto, ma si trova in una città che è in un momento storico particolare. Ricordiamoci che era il 1872. Milano era in preda alla prima rivoluzione industriale, la città era in pieno subbuglio, nascevano nuovi quartieri, quartieri operai, nuove industrie, si apriva la Pirelli. Il fatto è che, di fronte a questo sommovimento del panorama sociale, del panorama politico – perché avvenivano allora, con la crescita del capitale, i primi scontri sociali, c’erano i primi scioperi, le prime organizzazioni operaie – Verga rimase spiazzato, perché capì che la letteratura che aveva praticato sino a quel momento non rappresentava il contesto storico in cui lui si muoveva. E quindi, come scrive Sapegno, ritornò alla Sicilia della sua infanzia, al mondo intatto e fermo della sua infanzia, che era una sorta di Sicilia immota, la Sicilia del mito, la Sicilia del ricordo. E incominciò qui la sua svolta, la sua grande sperimentazione linguistica, avendo come parametro naturalmente la lingua di Manzoni. Ecco io credo, come credono in tanti, che lui abbia scritto contro Manzoni, contro il toscano di Manzoni.
Ricordiamoci che il toscano di Manzoni era un toscano rivoluzionario, nel momento in cui Manzoni lo scriveva, perché doveva dare una lingua agli italiani; quello di Manzoni era un intento di tipo ideologico, di tipo politico, di unificare questo paese linguisticamente. Quando passa il momento manzoniano, in cui l’unità è avvenuta, in cui la nazione rischiava di diventare nazionalismo, si lasciano fuori dall’indagine letteraria strati popolari e zone di questo paese che la letteratura non aveva riflettuto fino a quel momento, se non a livello dialettale. Verga si incarica quindi di portare in letteratura questi personaggi, che sono i vinti, quelli che lui, nella sua concezione immobile del fato, aveva immaginato come vinti. Parte dal primo gradino della società: concepisce un grande affresco e la rivoluzione linguistica. Da Verga in poi, comincia il filone moderno della letteratura italiana e della sperimentazione linguistica, ma nell’alveo della tradizione.
Quando c’è l’avvento del fascismo – e questo bisogna tenerlo presente perché la letteratura non si muove nel vuoto, si muove nella storia – avviene una sorta di imposizione del codice linguistico nazionale, per cui si scriveva in toscano e il romanzo di tipo sperimentale incominciò a diventare sospetto. Si formarono delle correnti letterarie che vanno sotto il nome di Ronda o di Voce, che immaginavano una sorta di lingua pura, di lingua metallica, assolutamente formale. Il romanzo cadde in disuso e venne di moda il frammento, ci fu il periodo del frammentismo, dell’elzeviro, che era la bella prosa.
Non bisogna poi dimenticare le due esperienze che precedono il fascismo e sono parallele ma speculari: da una parte, questa specie di orgia linguistica e lussureggiante che era stata la lingua dannunziana e che aveva pervaso tutta la borghesia e la piccola borghesia italiana, per cui, quando si scriveva, bisognava scrivere secondo i moduli dannunziani. Dall’altra parte, c’era stata l’esperienza devastante, azzerante dei futuristi, dei marinettiani. Si tratta di due fenomeni speculari: voglio dire che tutti e due, sia Marinetti che D’Annunzio, non facevano altro che riflettere la lingua del potere e al potere interessava azzerare i codici della lingua per poter costruire una lingua del potere stesso.
- 3 Si tratta naturalmente di Nuove questioni linguistiche; cfr. Pasolini 1964.
Io penso veramente che le avanguardie non siano altro che la faccia speculare del codice linguistico del potere; quando poi finiscono, decadono, adottano la lingua del potere, la lingua della conformazione. Mentre la sperimentazione è più inquieta, perché opera nella tradizione e cerca di immettere le voci della verità, non delle voci artificiali, di gruppi di letterati. Finito il fascismo, crollata questa doppia lingua, Pasolini fa un’analisi molto dettagliata e molto bella nel 1964, quando scrive il suo famoso saggio sulla nascita della lingua italiana e fa una disamina di quel che era la lingua italiana fino a quel punto3.
Caduto il fascismo, naturalmente si sente l’esigenza di tornare alle vecchie sperimentazioni, con immissioni, con sperimentazioni linguistiche, e si ha il grande fenomeno di Gadda. Non si può immaginare niente di più lontano di uno scrittore come Gadda da Verga. Verga è casto, parco, asciutto: la sua lingua non era dialettale, ma era – come dice Pasolini – una lingua toscana irradiata di dialettalità; aveva abbassato il codice linguistico toscano a livello della sintassi e della paratassi dialettale siciliana, mettendo in campo tutti i modi di dire, i proverbi. Verga aborriva il dialetto, perché sapeva bene che il dialetto era un’altra cosa. Aveva avuto una polemica con Capuana sull’uso del dialetto in letteratura, e non solo con Capuana, ma anche con un altro scrittore siciliano che si chiama Alessio Di Giovanni, che gli aveva proposto di tradurre in siciliano I Malavoglia. Verga si era assolutamente opposto, perché sapeva qual era la sua rivoluzione linguistica. Parlando appunto di Gadda, sono due scrittori molto lontani: quanto uno è monocorde, così parco, così pietroso, tanto l’altro è polifonico, ricco, barocco. Gadda, in un’intervista uscita in un libro recente (questa intervista credo sia uscita al momento della pubblicazione del Pasticciaccio brutto de via Merulana), a chi gli faceva i nomi di Zola, di Queneau, di altri scrittori francesi, di una sperimentazione esterna all’Italia, ha risposto di considerarsi figlio di Verga. Si riconosceva appunto in questo filone della sperimentazione linguistica italiana a partire da Verga, solo che gli strumenti usati da Gadda erano diversi da quelli usati da Verga. In Gadda c’è la polifonicità dei dialetti: recupera tutti i dialetti italiani (questo grande calderone) per rappresentare il paese, mentre Verga usava un registro monocorde dell’irradiazione.
Pasolini, insieme a Gadda, è stato l’autore che nei romanzi ha sperimentato anche linguisticamente attraverso la tecnica della digressione; i personaggi partivano dall’italiano, poi man mano scivolavano verso il dialetto. Io mi riconosco in questo filone, considero come mio padre tutelare Verga, non credo negli azzeramenti, non credo nelle avanguardie, perché credo che la letteratura sia una continua sperimentazione, sperimentazione non solo linguistica, ma anche sperimentazione sulle strutture narrative, sulla struttura stessa del romanzo. Per quanto mi riguarda, io non ho usato né la digressione pasoliniana o gaddiana né l’irradiazione di tipo verghiano. Io ho usato quello che chiamerei l’innesto: innesto di parole, di fonemi, di lessici, che sono stati espunti dal codice linguistico nazionale, che mi ritrovo nella memoria, nel mio bagaglio regionale, nella storia linguistica siciliana. Parole di lingue che le varie dominazioni hanno lasciato in Sicilia, le varie civiltà se non vogliamo chiamarle dominazioni. E quindi io cerco di immettere questi vocaboli, che non sono italiani ma che hanno una loro dignità filologica, che vengono da altre lingue. Sono vocaboli che di volta in volta possono venire dal latino o dal greco, dall’arabo o dal francese, dallo spagnolo e che sono il segno della ricchezza storica, civile e linguistica della regione di cui io parlo. I miei personaggi, e anche lo stesso io narrante nei miei romanzi, recuperano questi vocaboli che sono stati cacciati via, che sono stati sepolti.
Io ho spesso paragonato il mio lavoro di ricerca linguistica al lavoro dell’archeologo: cerco di scavare per tentare di disseppellire questi resti, questi reperti linguistici, e di metterli alla luce, di metterli in circolo. Poi, naturalmente, obbedisco ad altri criteri: sono i criteri della sonorità, del polisenso che può avere un vocabolo di più sensi piuttosto che un unico senso. Ubbidisco a tante esigenze in questa mia sperimentazione. In questo mi sento lontano da Pizzuto, perché io sono sempre spinto da un intento storicistico nella mia ricerca, cerco di essere sempre aggrappato alla storia e la mia sperimentazione non è solamente in senso formale. Mi preoccupo sempre che ci sia un equilibrio tra il contenuto e la forma, tra quello che voglio dire e il modo in cui lo dico. In Pizzuto invece c’era lo scivolamento solo in un senso formale, e la sua scrittura diventava come una musica atonale, una scrittura astratta, dove la linea narrativa non si svolgeva più, le parole diventavano puro suono senza il significato, era puro significante. In quello mi sento molto lontano da Pizzuto e capisco perché gli avanguardisti avessero scelto Pizzuto come loro nume tutelare, proprio perché era la pura sperimentazione formale.
Il rapporto con Luigi Pirandello
La lezione pirandelliana l’ho appresa attraverso Sciascia. Credo che il mio nome si possa accostare a Pirandello in questo: che c’è in me l’ansia… Voglio dire che c’è in me il desiderio, il bisogno, la volontà di uscire dall’immobilismo verghiano; perché io credo che in Sicilia ci siano due modi per essere scrittori: appartenere al filone verghiano o appartenere al filone pirandelliano. Voglio dire che ci si può immettere nella zona del mito, ci si può immettere nella zona dei temi dell’assoluto dell’esistenza e chiudersi in questa sorta di concezione fatalistica della vita, dell’esistenza della condanna del fato nel modo in cui l’aveva concepito Verga, di una vita circolare senza assolutamente nessuna via di uscita. Io credo che la modernità di Pirandello consista nell’aver cercato di rompere questo cerchio e di riportare il discorso letterario non sulla circolarità, ma sulla linearità. E Pirandello l’ha fatto attraverso la dialettica, l’ha fatto attraverso la parola, quindi ha rotto quella chiusura del proverbio, del modo di dire ereditato dai padri, dalla tradizione, così come l’aveva concepito Verga, questo parlare come se fosse un salmodiare di Sacre Scritture, della Bibbia o del Corano; erano delle formule quasi sacre che si ripetevano. Pirandello ha cercato di far uscire l’uomo dalla sua condizione di condanna attraverso la ribellione, la rottura di questo codice linguistico e quindi la dialettica, l’interrogarsi sul perché di questa condanna, il chiedere conto a qualcuno del perché di questa condanna. Ne viene fuori un mondo ancora più straziante in Pirandello: è quello che Giovanni Macchia chiama «la stanza della tortura» (Macchia 1981), è un continuo torturarsi. C’è questa grande rivoluzione pirandelliana nel teatro e nella sua prosa – a parte i romanzi di tipo storico – di uscire dal cerchio verghiano e di rompere la fatalità della tragedia greca, di portarla sul piano della commedia moderna attraverso l’umorismo, attraverso l’ironia, attraverso l’articolazione della parola e del discorso, quindi attraverso la comunicazione. Ora, questo è un modo illuministico, un modo moderno di concepire la condizione dell’uomo e io ho cercato, per il mio destino di centralità – sono nato nella Sicilia centrale e mi sono trovato in bilico tra questi due mondi, il mondo orientale di Verga, che è invaso dalla natura, che protende verso il lirismo e verso il mito, e il mondo occidentale, che è il mondo più dialettico, il mondo più storicistico, più della ragione, a cui appartiene Pirandello, a cui appartiene Sciascia – io ho cercato di conciliare questi due opposti e quindi la mia scrittura forse consiste in questa continua oscillazione tra il mito e la storia, tra il lirismo e la dialettica. Io, sotto questo bisogno dell’espressività o dell’espressionismo, come l’ha chiamato Segre, credo che si scorga il martellare della ragione, della dialettica, dello storicismo. In questo io mi sento anche erede di Pirandello. Per esempio Vittorini, che apparteneva alla Sicilia orientale – veniva da Siracusa – e quindi era fortemente invaso anche lui dalla natura, aveva una propensione al lirismo, che non poteva spegnere; anche lui aveva sentito il bisogno di uscire dall’immobilità, aveva concepito i suoi racconti, i suoi romanzi come viaggi, come movimento; però l’aveva fatto soltanto esteriormente, perché poi anche Vittorini, alla fine, risulta un grande formalista. Tuttavia c’era questa esigenza del movimento, del fare, del togliersi dall’immobilità della rassegnazione, del dolore. Mentre in Pirandello tutto questo dolore diventa essenza, diventa parola, in Vittorini è soltanto nella vicenda raccontata il movimento, ma formalmente, stilisticamente, rimane chiuso anche lui dentro la forma.
Il teatro, la teatralità, la «vastasata»
Pirandello per forza doveva poi alla fine salire sul palcoscenico, perché la sua scrittura è teatrale, è una scrittura dialettica, dialogica, fortemente teatrale; quindi ha sentito il bisogno del teatro e di rompere le pareti del teatro, di creare la quarta dimensione.
La «vastasata» era il teatro popolare, molto scurrile, per i facchini, perché «vastaso» viene da «bastizo», che in greco significa «portare addosso» e quindi da noi esiste questa parola «vastaso» che è detta in doppio senso: sia come professione («u vastasu» è colui che porta, il facchino), ma anche nel senso metaforico della parola, che vuol dire sporcaccione, colui che usa il linguaggio scurrile. C’era quindi una forma di teatro siciliano, soprattutto palermitano, che si chiamava la «vastasata», che era un po’ come le atellanae, come il teatro romano più scurrile. Cocchiara (1926) si è occupato di questa forma di teatro, che usa un linguaggio molto sboccato, molto diretto, un teatro di tipo carnascialesco, che poi usciva dagli argini del carnevale e diventava un teatro per tutto l’anno, perché quella licenziosità si ammetteva soltanto nel periodo del carnevale, ma poi ha finito per essere recitato tutto l’anno.
Pirandello, Sciascia e lo zolfo
Essere dentro o fuori dalla miniera di zolfo significa che i parenti di Pirandello erano proprietari di zolfare e Sciascia era nipote di uno zolfataro. La differenza sta in questo. Pirandello stesso ha fatto il guardiano per un breve periodo, quando voleva smettere di studiare, in una zolfara. Suo padre era un proprietario e commerciante di zolfo e forse il nucleo del dolore pirandelliano viene da questa personalità del padre, che era molto forte, e da questo mondo tremendo e anche terribile dei commercianti di zolfo, dei proprietari. Sono tutti e due scrittori di tipo logico-dialettico, ma l’uno verso la zona dell’esistenza (Pirandello), l’altro verso la zona civile, politica, perché anche tutta la letteratura di Sciascia è una letteratura dialettica, quella dell’indagine, del delitto ecc.
È questa la grandezza di Pirandello. Dove avviene questa tortura? Nel chiuso di una stanza, in un interno borghese, mentre la dialettica di Sciascia avviene nella piazza del paese di Racalmuto, dove si discute dell’amministrazione comunale, del circolo dei civili, perché l’uno era figlio di zolfataro, l’altro era figlio di proprietari dello zolfo. È questa la differenza per cui io dico «dentro» o «fuori» della miniera. Erano tutti e due sulfurei, sia Pirandello che Sciascia. La presenza dello zolfo è stata molto importante in questi due scrittori, credo che abbia veramente segnato le loro personalità. Io ho scritto un saggio sulla letteratura dello zolfo, uscito in un libro che si chiama ‘Nfernu vero, delle Edizioni del Lavoro (Grimaldi 1985). È una di quelle cose che dovrò ripubblicare. È una disamina di quella che è stata la letteratura scaturita nella zona delle zolfare in Sicilia.
La parodia, l’«abrasione»
Il mio romanzo su cui i critici si sono più soffermati, Il sorriso dell’ignoto marinaio, nella scrittura è la parodia di una scrittura, non è la scrittura dell’autore: è la parodia di un erudito dell’Ottocento, che è il barone di Mandralisca, che poi cade in crisi. È, dicevo io, una scrittura in negativo perché, nel momento in cui questa scrittura si dichiara, nello stesso tempo si nega, perché è parodistica, perché è abrasiva, l’intento è abrasivo. E quindi, a un certo punto, c’è la rottura di questo linguaggio ottocentesco, dell’erudizione ottocentesca, con le scritte dei condannati a morte, c’è questo stacco linguistico, questa frattura. Il libro è molto complesso, perché bisognerebbe parlare anche della struttura oltre che del linguaggio. Questi giochi sono però sempre in bilico, perché è una scrittura in negativo che a momenti, nei momenti di commozione, si rovescia in scrittura in positivo, nella rievocazione degli orrori; quando il barone descrive la strage di cui è stato testimone, c’è molta pietà e allora la parodia si smette, diventa adesione, non è più parodia.
Anche Retablo è il massimo della parodia, è una parodia settecentesca di Fabrizio Clerici, che è un uomo del nostro tempo. Ma sotto questa parodia vengono fuori dei momenti di grande sarcasmo nei confronti di una certa Sicilia retorica, che è quella di Alcamo. Poi c’è naturalmente la commozione di fronte a una certa bellezza della Sicilia. Questo è un libro che nasce dalla polemica: è l’allontanamento di un intellettuale, di un artista, da Milano, da una Milano fortemente ideologica che in quel momento – era la Milano degli Illuministi – ed era la polemica di chi scriveva, contro il cristallizzarsi solamente dell’ideologia, che riflette solo il dato politico dell’uomo e non il momento globale umano. E questo personaggio, innamorato di Teresa Blasco (dentro ci sono molti segni, molte metafore), che poi è la nonna di Manzoni, il padre della letteratura italiana moderna, ha questo senso: che l’ideologia con la poesia (che è rappresentata da Teresa Blasco) genera uno scrittore come Manzoni. E quindi Fabrizio Clerici che si allontana dalla città ideologica, dalla città illuministica, va alla ricerca della poesia e la cerca nel luogo in cui è nata la sua donna e quindi prova commozione di fronte alla bellezza, ma vede anche gli orrori, vede quello che deve vedere la letteratura, che nessuna ideologia, nessuna storiografia riesce a vedere. Soltanto l’arte riesce a vedere gli orrori e le bellezze dell’esistenza, della vita, quindi ecco le scene di Alcamo, la commozione di fronte alle antichità, che a volte sono anche ironizzate; ad esempio, quando c’è la statua dell’efebo di Mozia che cade in mare, c’è l’ironia del feticismo delle antichità, ci sono tutti questi segni. È anche quello un libro molto parodistico, che vuole liberare determinate metafore moderne; poi c’è un’invettiva contro Milano da parte di Fabrizio Clerici, che era un’invettiva di uno – di chi scrive – che aveva amato questa città, che se ne era disamorato perché vedeva questa città deteriorarsi, diventare quello che sappiamo. C’è un momento in cui lui dice «arrasso, arrasso», in cui c’è l’enumerazione di una Milano che era la Milano del momento in cui io scrivevo e in cui tutti i personaggi che lui cita nella sua invettiva sono riconoscibili; quando parla del politico ladro, del prete trafficone, del poeta decadente, del gazzettiere: c’è tutta la Milano degli anni Ottanta, la Milano di Craxi.
La dialettica Milano-Sicilia era molto più ridotta prima, era la dialettica – fin dal mio primo libro – tra la Sicilia orientale e la Sicilia occidentale. Io sono sempre stato dilaniato tra due polarità. Poco fa, facevo l’esempio di Verga e Pirandello; questo bisogno di conciliare gli opposti l’ho sempre sentito, allontanandomi dalla Sicilia. Retablo è proprio molto emblematico in questo senso, di questa polarità più ampia Milano-Sicilia. Dovrebbe essere il mondo della politica, della ragione, del vivere civile con il mondo del mito, della poesia, del lirismo, con tutto quel che significa, in un certo senso anche la Sicilia, il mondo verghiano; perché Pirandello aveva preso, anche se stava ad Agrigento, le distanze dalla Sicilia, per poterne parlare in modo logico, in modo razionale, dialettico.
La scrittura, la distanza memoriale
In Retablo c’è anche l’idea dello scrittore come «castrato» della vita. È la ripresa della frase di Pirandello «la vita o la si scrive o la si vive». È l’idea della condizione dell’artista, di questa nostalgia struggente di una vita da cui ci si apparta continuamente, e quindi c’è il tendere la mano, sempre per cercare di afferrare la vita che, intanto, mentre tu ti apparti per tentare di rappresentarla, scorre per conto proprio.
- 4 Consolo 1993: 46-47: «E noi scrittori siciliani, “inclini” alla storia, troviamo in Manzoni pater (…)
L’idea su cui si fonda Retablo è quella della lontananza che consente la scrittura, l’idea della distanza memoriale. Poi lo scrittore si riattualizza compiendo quel salto mortale che è la metafora, perché l’artista – lo scrittore soprattutto – ha sempre bisogno di volgere la testa indietro per attingere alla memoria, a quel patrimonio che si porta dietro e che non è l’attualità4. Questa necessità di volgere la testa indietro per attingere alla memoria è la distanza memoriale. Io non concepisco letteratura senza memoria. Non capisco tutta la querelle stupida che c’è stata negli anni scorsi tra i giornalisti, che sono i nuovi scrittori perché parlano dell’attualità, e degli scrittori che sono inattuali. C’è un grande discorso da fare su questo momento che stiamo vivendo, su questo secolo in cui c’è stata l’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa e quindi la messa in crisi dello scrittore. E lo scrittore, per difendere lo spazio letterario, deve sempre di più ricorrere alla memoria, perché non è possibile per uno scrittore raccontare in termini assolutamente di comunicazione l’attualità, raccontarla in modo così diretto come fanno i giornali ogni mattina o come fa la televisione. Perciò molto spesso si confonde il giornalismo con la letteratura e molti aspirano a far omologare, a far diventare la letteratura giornalismo.
Quando è uscito il mio ultimo libro, Nottetempo, casa per casa, c’è stato un famoso giornalista, il quale ha una rubrica su L’Espresso, che ha osservato con molto candore:
Ma questo Consolo, quando scrive degli articoli sui giornali è chiarissimo, molto logico, e quando scrive i romanzi usa dei vocaboli come questi…
e indicava tutta una sfilza di vocaboli che a lui sembravano strani, molto ricercati. Si chiedeva il perché di questa dicotomia, di questa disparità, e metteva il dito – come si dice – nella piaga, cioè non capiva la differenza tra quella scrittura che Barthes chiama «scrittura d’intervento», la scrittura giornalistica, e la scrittura letteraria. Non vedeva la necessità dell’altra scrittura perché lui, da giornalista, vorrebbe che la letteratura fosse come il giornalismo.
Tutto ormai deve diventare giornalismo e anche questi grandi giornalisti, come Bocca o come Pansa, dicevano qualche anno fa: «Siamo noi i nuovi narratori, i nuovi Balzac». Il loro è un linguaggio passivo, d’accatto, sono dei gerghi che poi si scimmiottano, si ripetono. Ci sono delle formulette che inconsciamente, naturalmente si trasmettono l’uno con l’altro e ripetono passivamente perché loro non hanno un problema di linguaggio, quindi hanno bisogno di usare un linguaggio che è già consumato, per essere il più comunicativi possibile. E stiamo parlando di parole, non consideriamo quello che è il mondo delle immagini…
Il rapporto fra segni verbali e segni iconici
Nel Sorriso dell’ignoto marinaio la figuratività è portata proprio come una cifra, c’è l’iconografia dell’ignoto marinaio. In Retablo la topologia figurativa è fondata poeticamente sull’assenza di un referente concreto. In tutto il libro c’è un’interruzione continua quando Isidoro deve parlare di Rosalia, c’è sempre un’interruzione, perché poi c’è il disvelamento alla fine. Rosalia rimane il vagheggiamento, l’eterno femminino, rimane anche l’ambiguità dell’altro, perché la parola veritas è una parola naturalmente ironica, perché la verità è quella effigiata dallo scultore Serpotta, la verità nuda, prorompente; ma questa fanciulla, che è molto ambigua – non si capisce se abbia amato Isidoro o se l’abbia ingannato, preso in giro, giocato –, è poi l’inganno dell’amore, l’inganno della poesia, che però sono degli inganni assolutamente necessari all’uomo, senza i quali non potremmo vivere. La citazione iniziale di Jacopo da Lentini evidenzia già tutto il tracciato del libro. L’uso di una certa topologia figurativa, del riferimento a una tradizione «alta» della poesia, è continuamente ribaltato, rovesciato, a fini parodici.
In Retablo, già la parola «retablo» è iconica, è una composizione pittorica e nello stesso tempo è anche spettacolo teatrale. In Cervantes, il retablo diventa lo spettacolo teatrale; infatti c’è l’illusione del «retablo de las maravillas», il nome è preso da Cervantes. Nella tradizione pittorica siciliana che ci hanno portato gli spagnoli, c’è la parola «retablo», una composizione pittorica in più riquadri, dove si racconta una storia. Ma c’è anche questo teatrino delle illusioni che è la letteratura. E quindi Rosalia è l’interprete principale di questo teatrino. Il primo capitolo e l’ultimo, che sono i pannelli laterali del retablo, seguono lo schema del contrasto, del contrasto d’amore, con le due voci – prima Isidoro, poi lei, Rosalia, che risponde, come in Rosa fresca aulentissima.
Altro dato importante è il colorismo. La pesca del corallo è una cosa molto mediterranea, soprattutto Trapani era uno dei centri della pesca del corallo, dove c’era un grande artigianato e quindi c’è l’amore di tutta questa memoria, ma anche di questa materia marina; è una concrezione marina il corallo, che ricorda molto la grazia femminile, con questo rosa acceso che dà luminosità al volto delle donne, più degli smeraldi che sono molto freddi, freddi come le stelle; è una pietra più carnale.
Il corallo che viene usato per la descrizione di Rosalia, come il verde che viene usato per Teresa Blasco, alla fine si fondono. Rosalia amata da Isidoro, Rosalia amata da Vito Sammataro, Teresa Blasco, alla fine diventano un’unica immagine, un solo profilo. C’è un momento in cui Fabrizio Clerici disegna il profilo di una donna e ognuno vede la propria Rosalia: è l’idea propria di tanta poesia italiana, almeno fino al Cinquecento, e di tanta lirica a sfondo teologico, l’idea della rappresentazione dell’assenza, dell’irrealizzazione.
La religione, la religiosità
Nei miei libri c’è una sorta di critica alla religione come potere, anche alla condizione clericale come condizione innaturale, perché i miei preti e i miei frati molto spesso impazziscono, perdono i freni. Anche nelle Pietre di Pantàlica c’è un altro frate pazzo (oltre a frate Nunzio, frate Isidoro, fra’ Giacinto), Frate Agrippino, che si fustiga. C’è questa innaturalità della costrizione del potere della religione sull’uomo, però c’è anche il recupero di una religiosità più autentica, più armonica con la vita, con il mondo, che è quella del pastore di Segesta; quello è un luogo pregreco, dove poi sono arrivati i Greci, dove c’erano gli Elimi e quindi c’erano dei templi di dee catactonie, sotterranee, dove si facevano dei sacrifici con gli elementi naturali, con il latte, con il miele. Poi c’è stata una sorta di sincretismo con l’arrivo dei Greci, del recupero di queste forme epocali, arcaiche. E quindi c’era il bisogno di una religione che fosse più consona con la natura, meno di frattura con la natura, di una religione che non fosse un apparato di potere, che non fosse costrizione. C’è questo, non il gusto di essere dissacratore. Il racconto dei frati nel convento della Gancia è una sorta di parodia boccaccesca, un po’ grottesca, un po’ atroce. Anche don Gregorio Nanfara, in Filosofiana, è un esempio di impostura. Don Gregorio era l’impostore locale, che era stato in seminario, sapeva un po’ di latino e imbrogliava la povera gente come Vito Parlagreco, perché quest’ultimo era uno che cercava il tesoro dentro questa tomba, mentre il furbo don Gregorio sapeva che il tesoro erano i vasi, di cui si appropria e che poi avrebbe rivenduto. È sempre l’idea del più acculturato che frega il più ignorante, con tutte le sue formule latine, con i suoi libri, vivendo di questa mistificazione, di questa impostura; quindi è la denuncia della religione come impostura, come acquisizione di determinate formule per ingannare.
Nel Sorriso dell’ignoto marinaio c’è poi l’idea manzoniana della scrittura come potere, come impostura. La scrittura come strumento del potere, nel Sorriso è questo. Manzoni fa dire a un popolano la stessa cosa; infatti Renzo è stato fregato dal latino di don Abbondio e da Azzeccagarbugli.
Vincenzo Consolo, Milano, 1986

© photographie de Giovanna Borgese
BIBLIOGRAPHIE
Cherchi G., 1987, «Mille e una notte», L’Unità, 11 novembre.
Cocchiara G., 1926, Le vastasate, Palermo, Sandron.
Consolo V., 1993, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Roma, Donzelli.
Consolo V., 2015, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, «I Meridiani».
Grimaldi A., 1985, Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo, saggio introduttivo di Vincenzo Consolo, Roma, Edizioni del Lavoro.
Macchia G., 1981, Pirandello o la stanza della tortura, Milano, Mondadori.
Pasolini P. P., 1964, «Nuove questioni linguistiche», Rinascita, 26 dicembre.
NOTES
2 Si rimanda, a questo proposito, all’importante lavoro che Gianni Turchetta ha svolto per il «Meridiano» dedicato a Consolo: cfr. Consolo 2015.
3 Si tratta naturalmente di Nuove questioni linguistiche; cfr. Pasolini 1964.
4 Consolo 1993: 46-47: «E noi scrittori siciliani, “inclini” alla storia, troviamo in Manzoni paternità e sostegno. Nel Manzoni dei Promessi sposi e della Colonna infame, quello della necessità della storia, prima della narrazione e soprattutto quello della necessità della metafora. […] La lezione di Manzoni è proprio la metafora. Ci siamo sempre chiesti perché abbia ambientato il suo romanzo nel Seicento e non nell’Ottocento. Oltre che per il rovello per la giustizia, proprio per dare distanza alla sua inarrestabile metafora. L’Italia del Manzoni sembra davvero eterna, inestinguibile».
Sciascia come Sherlock Holmes
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Sciascia come Sherlock Holmes
nei sotterranei del potere di Cosa nostra
Mafia e letteratura… un binomio sofferto. Tanto più dal dopoguerra in poi, quando si ha un rinverdire del tema. A cominciare da uno scanzonato, fiabesco, sensuale Antonio Amiante, il cui mafioso è dotato di straordinario potere sessuale e quindi sociale. E si giunge, nel ’47, al caso più famoso (grazie anche a un film di Pietro Germi) di romanzo sulla mafia, a Piccola pretura di Giuseppe Guido Lo Schiavo in cui – quasi anticipazione dell’antagonistica coppia Bellodi – don Mariano Arena
dello sciasciano Giorno della civetta – il mafioso, don Turi Passalacqua, fermo nella concezione della giustizia presociale o asociale, rende omaggio alla giustizia statale rappresentata dal piccolo pretore. Nel 1960 viene pubblicato il bel dramma di Paolo Messina Il muro del silenzio, in cui, forse per la prima volta, la mafia è vista in tutta la sua valenza antisociale, s’inscena lo scontro tra il protagonista e il suo ambiente, la sua famiglia, chiusi nella vecchia cultura della rassegnazione e del silenzio. Accenniamo infine alla poesia di Ignazio Buttitta, civile, antimafiosa – raro caso di poesia popolare e vernacolare poggiante su una ideologia civile e progressiva – e al gattopardo di Lampedusa, in cui a sfondi, a situazioni mafiose si allude qua e là ed esplicitamente quindi si dice: “Vincenzino era uomo d’onore, uno di quegli imbecilli capaci di ogni strage.” Infine, lo scrittore che ha messo al centro di buona parte della sua vasta opera narrativa il tema della mafia, sentendo il fenomeno sociale come urgente e devastante, ricorrendo a uno trumento narrativo collaudato, al romanzo poliziesco, piegato a una funzione politica, civile. Tutta l’opera di Sciascia è di ispirazione e tema civile, ma nei romanzi polizieschi viene direttamente esplicata quella che possiamo chiamare l’epopea della piazza: un dibattito sui fatti sociali e politici, una serrata, filosofica, laica “conversazione in Sicilia”. In questa speculazione, in questa assillante, pubblica inquisizione Sciascia è figlio di Pirandello. Sennonché, il poliziesco di Sciascia è il rovesciamento del genere: ci sono il delitto, l’investigatore, ma non si arriva mai all’individuazione del colpevole, alla sua condanna; non si arriva mai alla soluzione del dramma, alla sutura dello squarcio nel corpo sociale.
Lo scrittore immaginava di calarsi nei sotterranei del potere e, illuminando, ecco che si aprivano al suo sguardo, si scoprivano nuove, occulte gallerie, insondabili, paurosi meandri. I suoi polizieschi non erano dunque che metafore della realtà politica italiana. Erano specchio e speculazione del e sul mistero, mafioso e criminale. Erano spesso racconti che anticipavano fatti che da lì a poco sarebbero accaduti nella realtà. Tra il ’61 e il ’74 Sciascia pubblica quattro romanzi polizieschi: Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo. I primi due, mafioso-politici, appartengono ancora all’epoca della mafia del feudo, della mafia rurale; i secondi due, politico-mafiosi, appartengono alla mafia urbana, alla società neocapitalistica. Attraverso i quattro racconti, si può vedere la storia dell’Italia di quegli anni, il processo di degenerazione del potere politico e degli organi dello Stato parallelamente all’evolversi e all’ingigantirsi della mafia, di questo cancro della società civile che sul corpo dello Stato sembra aver operato la sua metastasi. Il contesto – da cui Francesco Rosi ha tratto il film Cadaveri eccellenti – si svolge in un immaginario paese mediterraneo,
una sorta di Grecia che maledettamente somiglia all’Italia, in cui si sta attuando un golpe. Dei quattro polizieschi, il racconto di più alta tensione politica e letteraria ci sembra Todo modo. Nel quale Sciascia va al cuore del potere politico in Italia, al cuore del potere di un partito; alla matrice metafisica a cui il partito si ispira e da cui deriva il suo potere. Mai come in questo racconto la struttura poliziesca si è attagliata all’argomento, dialetticamente, come costruzione razionale contro la disgregazione della ragione, l’indagine contro lo sgomento, la memoria contro l’oblio, la cultura contro l’ignoranza, il logos, la parola contro l’inesprimibile, il silenzio. Ma è questo al contempo il poliziesco più misterioso di Sciascia, dove non è più possibile l’individuazione dell’assassino perché la ragione indagativa si arresta davanti al muro della metafisica: metafisica religiosa e metafisica del potere. Il mondo, il mondo civile, sembra dire lo scrittore, si è fatto
così tenebroso, così orrendamente e indecifrabilmente antisociale e criminale, così mafioso, che non è più possibile, stando sulla piazza, alla luce del sole, alcuna narrazione che possa rappresentarlo e interpretarlo. A meno che con mortale rischio morale, se non anche fisico, non si voglia scendere nei gidiani sotterranei, nei bui meandri del potere e di misteriose e criminose sette o logge segrete di balzachiani Dévorants. Diciamo qui che ciò che non fu più possibile al narratore, fu poi possibile, cioè calarsi nei sotterranei del potere, a un gruppo di giudici di nuova cultura e nuova coscienza civile e morale. Fu possibile a Chinnici, a Falcone, a Borsellino, a tanti altri, i quali pagarono con la vita questo loro azzardo. È il momento poi della solitudine dello scrittore, solitudine che è evidente negli ultimi suoi racconti polizieschi: Il cavaliere e la morte e Una storia semplice. Evidente, la solitudine, attraverso due citazioni iconografiche: di Dürer e di Klinger. Una famosa incisione del Dürer, Il cavaliere, la morte e il diavolo, fa da leitmotiv al racconto. Quel cavaliere, insidiato dalla Morte e dal Diavolo, solido dentro la sua armatura, sicuro in groppa al robusto cavallo procede solitario verso la turrita città in cima alla lontana collina, alla città ideale o d’utopia che mai raggiungerà. È disarcionato, cade dal cavallo il guerriero quando la società civile lo lascia solo nel cammino, perde tensione, volontà d’approssimarsi alla cittadella del diritto e della libertà. Il barbaro linguaggio del tritolo riprende a farsi sentire oggi, a esprimersi con la sua voce di paura e di morte in luoghi sacri alla nostra memoria storica, alla civiltà della lotta e del riscatto come Piana degli Albanesi, come Portella della Ginestra.
“Il Messaggero”, domenica 22 maggio 1994.
Pubblicato sul libro curato da Nicolò Messina
Cosa loro
Mafie tra cronaca e riflessione
Bompiani Editore
foto di Angelo Pitrone






