Vincenzo Consolo
” Della felicità del leggere “.
con una nota di
Antonio Franchini
Edizioni Henry Beyle
Illustrazione di Lucio Passerini
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In una casa senza libri, in un paese senza biblioteca e librerie mi sono trovato nella remota infanzia, nell’adolescenza, trovato in un deserto con brama e miraggi di letture che intuivo necessarie ad aprirmi varchi, sentieri di conoscenza e salvezza, letture diverse da quelle velenose della scuola nel fascismo o dalle altre tristi e mortificanti dispensate dai preti dell’oratorio.
Scoprii per prima una polla d’acqua fresca nella casa d’un cugino di mio padre, un piccolo proprietario terriero che viveva d’una magra rendita, solo e scapolo, a cui la fantesca aveva regalato un figlio. Nei momenti d’odio, di furia verso il mondo, verso il podestà e il regime, don Peppino s’affacciava al balcone e declamava versi dell’Inferno, brani di “Vittor Ugo”, dei Miserabili. Scoprii nella sua casa nove o dieci libri (“I libri giusti per capire chi sono questi tiranni! “ diceva), che non mi dava in prestito, ma mi faceva leggere là, seduto a un tavolo di marmo, sotto il suo sguardo vigile.
E quindi fu la volta della malaria e di Silvio Pellico.
Prima dell’arrivo degli americani e della disinfestazione di paesi e di campagne con il DDT, nel mezzo dei giochi e dello studio, venivamo assaliti all’improvviso, noi ragazzi, da brividi di freddo, da tremori. Dovevamo allora correre subito a casa, metterci a letto, seppellirci sotto montagne di coperte fino a che non arrivava la violenta febbre a riscaldarci, a buttarci nel delirio. Fu durante uno di questi attacchi di febbre malarica, per la suggestione forse del racconto del maestro che riemergeva dall’inconscio, che chiesi piagnucolando Le mie prigioni.
E i miei, costernati (non seppi mai in quale modo e dove) riuscirono a trovare un esemplare squinternato delle memorie dell’eroe piemontese. Tornato alla coscienza, divorai il libro, ma ne rimasi inappagato, per la mestizia che dentro vi stagnava, la rassegnazione.
Un’oasi poi scoprii, ricca di zampilli, di ruscelli, d’alberi dai frutti prelibati, in casa del mio compagno delle scuole medie Beniamino, figlio d’un avvocato. Andavo da lui a fare i compiti, a fargli i compiti, i temi, le versioni, ché Beniamino, grasso e pigro, non aveva amore per la scuola, per lo studio, e in cambio ottenevo in prestito i libri in mostra per arredo negli scaffali neri dello studio di suo padre, bei volumi intonsi in finissima carta d’India, rilegati in marocchino. Fu grazie a quella biblioteca che potei leggere Shakespeare e Molière.
Boccaccio e Goethe, Stevenson e Defoe, Manzoni e Nievo, Melville e Poe, Tolstoj e Dostoevskij, D’Annunzio e Deledda… Leggere con furia, con disordine, come se dentro quei boschi fitti di parole, fra quegli immensi alberi, di cui non sospettavo la profondità delle radici, non sapevo vedere la prodigiosa altezza, il rigoglio delle chiome, andassi alla ricerca d’un tesoro. E non capivo che il tesoro consisteva nell’ossigeno che respiravo di quel bosco, nelle erbe, nei muschi, nelle bacche di cui camminando mi nutrivo.
Calmatasi la furia adolescenziale, il cieco bisogno di impostare muscoli e ossa ( se non avremo letto in quella tumultuosa stagione, forse mai più conosceremo il piacere, la felicità del leggere, mai scopriremo i tesori nascosti in isole lontane, mai la vera ricchezza di questo nostro mondo), comincia a sistemare, a mettere ordine nella mia biblioteca ideale, nella biblioteca anche materiale che man mano poi cominciai a formare, a possedere.
L’incontro che non diceva più di mondi bellissimi e lontani, di isole e avventure, di folli cavalieri erranti, di re e di battaglie, di amori e di contrasti, l’incontro che per la prima volta mi fece poggiar lo sguardo sul mondo in cui ero nato e mi trovavo a vivere, sugli uomini e le cose del paese, sui pescatori e i contadini, sui baroni proprietari, su me e i miei parenti, fu con Verga. Verga mi fece decifrare il mondo complesso, intricato della mia Sicilia, quel mondo mi fece vedere, duro e pietroso, riflesso come in uno specchio, mi fece sentire la musica sommessa, il mormorio doloroso e risentito del suo dire. E capii che da quell’incontro, da quel mondo, e dall’altro parallelo e più moderno di Pirandello, sarei dovuto ripartire per percorrere e capire, per decifrare ogni altro mondo. Ripartire da Acitrezza, da Vizzini e da Girgenti.
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È difficile trovare così tanto di un autore in una singola pagina, ma forse questo Della felicità del leggere, più che essere un prodigioso emblema dell’arte di Consolo, ne è soprattutto l’ennesima riconferma. Sempre Consolo è così: ogni passaggio è stato talmente pensato, introiettato, elaborato da porsi come micro-cosmo, come goccia di mercurio, condensato di un universo.
Così in queste parole c’è il profumo di tutto Consolo e la tensione del suo intero arco creativo. C’è quel senso di asfittico e di chiuso dell’educazione religiosa contro cui si leva La ferita dell’aprile, c’è l’odore del dopoguerra, del DDT, dei boschi dei Nebrodi che si respira in Le pietre di Pantalica, c’è il senso dello scavo storico, il bisogno di retrocedere negli anni per comprendere i fatti, secondo il metodo inaugurato da Il sorriso dell’ignoto marinaio. E c’è una dichiarazione di fede letteraria che si ritrova, pressoché identica, in più luoghi di Nottetempo casa per casa: «Conosceva e capiva la Russia narrata da Tolstoj Dostoevskii Cechov Gogol, come la Francia narrata da Victor Hugo e da Balzac, l’Italia da Manzoni e Verga… Questi scrittori grandi davano degli uomini, di un luogo e un tempo, l’immagine più vera, più della politica, che a Petro sembrava allontanasse la realtà come i numeri e le figure della geometria, verso l’astrazione, il generale. Come l’allontanavano gli scrittori privi di verità e rispetto per la vita d’ognuno…».
C’è, infine, dovunque, una tensione duplice e contraria : un senso di malattia, un male ancestrale, incistato nella terra ma prodotto dall’incuria della storia, e un rimedio fragile eppure tenace, quello offerto dalla letteratura, che quando è vera e sofferta e rimuginata, è più autentica e salvifica della politica.
La lettura, per Consolo come per molti altri scrittori, conosce due tempi: quello dell’adolescenza e quello della maturità. Nel primo è fame, furia e disordine. Nel secondo diventa strumentale, si fa appoggio, fondamenta per costruire il proprio edificio di parole.
Non a caso parla di carne, di muscoli. Il primo tempo della lettura serve a costruire il corpo dello scrittore.
Nel secondo tempo, che coincide con il secondo tempo della vita, con la maturità e il regime inflessibile della scrittura, la lettura è ordine, è materiale da utilizzare in tempi stretti, ancella della creazione in proprio. Prima, attraverso la lettura, l’aspirante scrittore si prende il mondo. Poi, attraverso la scrittura, lo scrittore diventato tale lo restituisce. Distillato con fatica, con una poesia grave, che talvolta è capace di distendersi e di aprirsi in canto. Ma ormai, rispetto all’impegno dello scrivere, la felicità del leggere è solo un lontano ricordo.
Si sa che, con la fine del latino, nel medioevo italiano, si è imposto in letteratura, sulle altre realtà linguistiche e regionali, il dialetto toscano. Questo è avvenuto grazie ai tre grandi padri della letteratura italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio. Ma si sa anche che il primo nucleo della nuova lingua italia-na, o volgare, come si chiamò, si formò in Sicilia, che i primi poeti in lingua italiana furono siciliani, quei poeti della cosiddetta Scuola Poetica Siciliana che si trovarono raccolti nella palermitana corte dell’imperatore Federico II o che attorno ad essa ruotavano. E questo afferma Dante nel De vulgari eloquentia. In lingua siciliana poetavano in quella corte, in una lingua cioè che era mistilinguismo, in cui vi erano echi anche della lingua araba. Ma arabo era soprattutto lo stile di quei poeti: uno stile lirico, un po’ manieristico, nella costruzione di complicate metafore. Le rime, i sonetti, i contrasti di Cielo d’Alcamo, Jacopo da Lentini, Guido delle Colonne, Re Enzo, Pier delle igne, di altri, non molto si discostano dalle qaside dei poeti siculo-a-rabi che con l’avvento dei Normanni avevano lasciato l’isola. E basta ricordare tra tutti il siracusano Ibn Amdis. Dal suo esilio maghrebino cosi cantava:
Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell’anima il ricordo. Un luogo di giovanili follie ora deserto, animato un dì dal fiore di nobili ingegni. Se son stato cacciato da un paradiso, come posso io darne notizia? Se non fosse l’amarezza delle lacrime, le crederei i fiumi di quel paradiso… O mare, di là da te io ho un paradiso, in cui mi vestii di letizia, non di sciagura!…
La cultura araba ha lasciato nell’isola un’impronta tale che dal suo innestarsi nell’isola si può dire che cominci la storia siciliana. “Indubbiamente gli abitanti dell’isola di Sicilia cominciano a comportarsi da siciliani dopo la conquista araba” dice Sciascia. Il quale, mutando da Américo Castro lo schema che il grande storico aveva applicato alla Spagna, chiama descrivibile la vita siciliana prima degli Arabi, narrabile quella sotto la dominazione araba, storicizzabi-le quella che viene dopo. Sciascia fa quindi iniziare quello che egli chiama il modo d’essere siciliano proprio dalla dominazione araba. La cultura araba ha inciso nell’isola soprattutto in quella parte occiden-tale che ha per vertici Mazara e Palermo. I segni arabi sono durati in quella parte per un millennio e più, nel carattere della gente, nelle fisionomie, nei costumi, nell’architettura, nella lingua, nella letteratura, popolare e no. Durati per un millennio fino a ieri. “Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini”. E i Barberini questa volta, anche qui, in questa remota plaga dell’Italia e dell’Europa, sono i messaggi della civiltà di massa che tendono a distruggere le vere, autentiche culture, per tutto livellare, miseramente omologare. Ma torniamo all’inizio della conquista musulmana di Sicilia. In una notte di giugno dell’827, una piccola fotta di musulmani (Arabi, Mesopotamici, Egi-ziani, Siriani, Libici, Maghrebini, Spagnoli), al comando del dotto giurista settantenne Asad Ibn al-Furt, partita dalla fortezza di Susa, nella odierna Tunisia, emirato degli Aghlabiti, attraversato il braccio di mare di poco più di cento chilometri, sbarcava in un piccolo porto della Sicilia: Mazara (nella storia ci sono a volte sorprendenti incroci, ritorni: Mazar è un toponimo di origine punica lasciato nell’isola dai Cartaginesi). Da Mazara quindi partiva la conquista di tutta la Sicilia, dall’occidente fino all’oriente, fino alla bizantina e inespugnabile Siracusa, dove si concludeva dopo ben settantacinque anni. Si formò in Sicilia, dopo la conquista, un emirato dipendente formalmente dal califfato di Baghdad. I musulmani in Sicilia, dopo le depredazioni e le spoliazioni del Romani, dopo l’estremo abbandono dei Bizantini, l’accentramento del potere nelle mani della chiesa, dei monasteri, i musulmani trovano una terra povera, desertica, se pure ricca di risorse. Ma con i musulmani comincia per la Sicilia una sorta di rinascimento. L’isola viene divisa amministrativamente in tre Valli: Val di Mazara, Val Dèmone e Val di Noto; rifiorisce l’agricoltura grazie a nuove tecniche agricole, a nuovi sistemi di irrigazione, di ricerca e di convogliamento delle acque, all’introduzione di nuove colture (l’ulivo e la vite, il limone e l’arancio, il sommacco e il cotone…); rifiorisce la pesca, specialmente quella del tonno, grazie alle ingegnose tecniche della tonnara; rifiorisce l’artigianato, il commercio, l’arte. Ma il miracolo più grande che si opera durante la dominazione musulmana e lo spirito di tolleranza, la convivenza fra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri. Di questa società arabo-normanna, di cui ci daranno testimonianza viaggiatori come Ibn Giubayr, il geografo Idrisi, Ibn Hawqal, sono segni evidenti quelle chiese, quei monasteri, quelle cappelle, quelle residenze reali, quei giardini che ancora oggi si possono vedere a Palermo o in altre località vicine. Così scrive Ibn Giubayr di Palermo: “In questa città i musulmani conservano traccie di lor credenza; essi tengono in buono stato la maggior parte delle loro moschee e vi fanno la preghiera alla chiamata del muezzin… Vi hanno un qadì al quale si appellano nelle loro divergenze, e una moschea congregazionale dove si radunano per le funzioni, e in questo mese santo vi fanno grande sfoggio di luminarie. Le moschee ordinarie poi sono tante da non contarsi; la più parte servono di scuola ai maestri del Corano”. Non voglio, né so fare qui tutta la storia del periodo musulmano di Sicilia. Voglio però qui rimandare a La Storia dei Musulmani di Sicilia scritta da un grande siciliano del secolo scorso: Michele Amari. Quest’apostolo della cultura e della libertà (egli combatté contro la dominazione borbonica nell’Italia meridionale e per l’Unità d’Italia) scrisse questa monumentale opera in cinque volumi durante il suo esilio politico in Francia, a Parigi. Nelle biblioteche di quella città, dopo aver imparato l’arabo, Amari reperì e tradusse documenti storici, memorie, letteratura araba che riguardava la Sicilia. “La storia dei Musulmani di Sicilia è una delle più suggestive opere d’intenti storici che da un secolo circa siano state scritte in Europa” scrive Elio Vittorini. E aggiunge: “La storia dei Musulmani di Sicilia voleva essere, forse, solo un frammento della storia patria, ma sembra che abbia avuto per punto di partenza, da come è scritta, una seduzione del cuore, qualche favolosa idea che l’Amari fanciullo si formò del mondo arabo tra le letture dei vecchi libri e i ricordi locali”. E come poteva non scrivere con la “seduzione del cuore”, cioè con rigore scientifico, ma anche con visionarietà e poesia, Michele Amari, nato e cresciuto a Palermo, in quella Palermo che ancora nel secolo scorso conservava non pochi vestigi, non poche tradizioni, non poca cultura araba? Basti pensare al castello della Zisa (restaurato, sembra destinato ora a museo islamico), alla Favara, ai bagni di Cefalà Diana, alla Cuba, alla Cubula, al quartiere della Kalsa, ai suq, ai mercati della Vucciria, di Ballarò o dei Lattarini, a San Giovanni degli Eremiti, alla Martorana, alla stessa cattedrale… Ultimi splendori della Palermo araba dalle numerose moschee, dai giardini, dai bagni innumerevoli, con cui poteva stare a confronto soltanto Cordova. Dopo l’Unità d’Italia, dopo il 1860, Amari, nominato ministro della Pubblica Istruzione, non smise di coltivare i suoi studi di arabo. Così, oltre La storia dei Musulmani di Sicilia, ci ha lasciato una Biblioteca Arabo-Sicula, Epigrafi, Sulwan al-mutà di lbn Zafir, Tardi studi di storia arabo-mediterranea. Per lui, nel suo esempio e per suo merito, si sono poi tradotti in Italia scrittori, memorialisti, poeti arabi classici. Per lui e dopo di lui è venuta a formarsi in Italia la gloriosa scuola di arabisti o orientalisti che ebbe le sue eminenti figure in Ignazio e Michelangelo Guidi, Giorgio Levi Della Vida, Leone Caetani, Carlo Alfonso Nallino, Celestino Schiaparelli, Umberto Rizzitano e il famoso Francesco Gabrieli. Il quale ultimo, idealmente continuando l’opera di Michele Amari, pubblicava nel 1980, in collaborazione con altri, un poderoso e documentatissimo volume dal titolo Gli Arabi in Italia. E scriveva, nel 1983, nel volume collettivo Rasa’il, in onore di Umberto Rizzitano, un capitolo dal titolo Attraverso il canale di Sicilia (Italia e Tunisia). Capitolo in cui fa la storia dei rapporti fra i due paesi, dall’antichità e fino a oggi. Ma più che della Tunisia con l’Italia, della Tunisia con la Sicilia, così vicine le due, geograficamente e culturalmente, così uguali. E ricordava Gabrieli, che già sul finire della dominazione araba in Sicilia, il grande letterato tunisino Ibn Rashîq faceva in tempo a venire a chiudere la sua vita a Mazara, mentre sull’opposta sponda tunisina, a Monastir, s’innalzava un mausoleo al giureconsulto mazarese, all’Imaàm al-Màzari. E ancora: “Nella scuola di lingue Bu Rqiba, i nostri giovani studenti dell’arabo e dell’Islàm han trovato da molti anni il più efficiente centro di iniziazione linguistica, in un diretto contatto con la terra dell’Islàm ispirato da puro interesse scientifico e spirituale”. Per merito di questi valorosi arabisti italiani si sono tradotti i classici arabi, a partire da una splendida edizione, curata proprio da Gabrieli, de Le mille e una notte. Ma della letteratura, del romanzo e della poesia maghrebina contemporanea gli editori italiani solo da qualche anno han cominciato a pubblicare qualcosa. Negli anni ’50 si svolse a Roma un convegno di scrittori arabi in cui si esaminarono i mezzi per una migliore diffusione delle loro opere in Italia. Questa non può avvenire che attraverso le traduzioni e quindi di una maggiore diffusione della lingua araba. In questi anni ciò è avvenuto, la lingua araba è sempre più studiata. Riallacciandoci allo scritto di Francesco Gabrieli, ripartiamo da quel porticciolo siciliano che si chiama Mazara in cui sbarcò la flotta musulmana di Asad Ibn alFuràt. Partire da lì per dire, in uno con quelli letterari o oltre essi, anche di altri sbarchi, di siciliani nel Maghreb e di maghrebini in Sicilia.
«Nell’arancio, nell’oro, nel vermiglio che si stende sopra il mare nel tramonto, nell’ottobre dei mosti e delle mosche, del seccume e delle polveri, dell’oliva ròsa, la mandorla vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Taléo, nel porto piccolo, nel Marmoreo».
Il brano è tratto da uno dei capitoli de L’olivo e l’olivastro, (1994) di Vincenzo Consolo. Narra dell’approdo di un fuggiasco nella città aretusea. È la Sicilia di un vago Seicento. Un’imbarcazione guadagna la fonda del porto di Siracusa. Il naviglio giunge da Malta. Agguattato tra i cordami un uomo irsuto, la fosca pelle, gli occhi ingrottati. È un fuggiasco, un irregolare, un disertore: il pittore lombardo Michelangelo Merisi. E’ Caravaggio l’evaso, il clandestino, l’artista condannato all’erranza. Consolo nella sua mirabile prosa, continua il racconto con la descrizione della città dell’approdo:
Calcò, l’uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio sopra gli occhi, s’avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caricò il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso marinaro, botti di mastri d’ascia e calafati, abbai di cani, urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi, lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecità, stroppiume, macule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano, a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia. Attraversò la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte sul canale della Darsena, la Porta Reale, si diresse, prima che calasse la notte, verso Ortigia.
Il Cavalier Merisi, maestro Michelangelo, attraversati cortigli archi, vanelle, giunse alla Mastra Rua. Trovò rifugio tra i broccati, le sete, gli argenti dello studio del pittore Mario Minniti. Questa vicenda è stata narrata straordinariamente da un altro scrittore siciliano, Pino Di Silvestro. Pittore, incisore, Di Silvestro è stato amico e sodale di Vincenzo Consolo. Del suo libro “La fuga, la sosta. Caravaggio a Siracusa”, Consolo ha scritto:
«Sulla sosta a Siracusa di Caravaggio, fuggitivo da Malta, Di Silvestro ha scritto un romanzo di puntigliosa documentazione e di fervida invenzione, un forte romanzo di ombre e di luci caravaggesche».
Nel corso del suo soggiorno a Siracusa, l’impavido e iracondo bergamasco tratteggiò una grande pittura. Effigiò Lucia, la santa mutata in Euskìa. Un legame, quello di Consolo e Siracusa, che si concretizzò con un approdo, una minuscola abitazione con un affaccio sulle colonne del tempio di Apollo. La pittura è stata la seconda grande passione dello scrittore di Sant’Agata di Militello. Esemplari le sue prefazioni di mostre. Inserti, racconti, prove d’autore che lo scrittore traslava nei capitoli dei suoi libri. Raffinata la pittura delle sue ricercatissime copertine, opere di grandi artisti: Antonello da Messina, George de la Tour, Fabrizio Clerici, Alberto Savinio, Caravaggio, Raffaello. Scrittura icastica si è detto della scrittura consoliana. Ammoniva che era indispensabile un’intensa immaginazione pittorica:
«C’è bisogno di bilanciare il suono, la parola con una concretezza di tipo visivo, di bilanciare l’orecchio con l’occhio. C’è sempre un riferimento a un’icona, a un’icona pittorica. Sempre ho avvertito l’esigenza di equilibrare la seduzione del suono, della musica, della parola con la visualità, con la visione di una concretezza visiva; di rendere meno sfuggente e dissolvente la parola nel silenzio, perchè il suono fatalmente nel silenzio»
Il baluginio del mare si leva tra le pagine de L’olivo e l’olivastro (1994). Il mare e un fuggiasco:
Spossato, lacero, polmoni pieni di salmastro, guadagna finalmente la spiaggia, avanza sopra un mondo solido, in mezzo ad alberi e arbusti. E’ l’uomo più solo della terra, senza un compagno, un oggetto, l’uomo più spoglio e debole, in preda a smarrimento, panico in quel luogo estremo, sconosciuto, che come il mare può nascondere insidie, violenze. Ulisse ha toccato il punto più basso dell’impotenza umana, della vulnerabilità. Come una bestia ora, nuda e martoriata, trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro.
Il mare siciliano, quello degli approdi e delle fughe. Capo Passero a sud, Capo Peloro a est, Capo Lilibeo a ovest. Avamposti dai quali si affacciarono mercanti, condottieri, dominatori, sapienti, cagliostri e imbonitori di ogni genere. Gli stessi luoghi e gli stessi approdi delle disperazioni contemporanee dei nuovi vinti che guadagnano, a rischio della vita, nell’indifferenza più laida le coste della grande Isola. Il mare dal quale giunge l’autre, lo stra-niero, l’eretico, il sovversivo. Giungevano dal mare i protagonisti dei romanzi di Consolo. Dal mare giunge Giovanni Interdonato, il protagonista del suo primo grande successo, Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976). Fugge per mare Petro Marano, in Nottetempo, casa per casa (1992). Sbarca nel porto di una Palermo settecentesca Fabrizio Clerici, personaggio centrale del romanzo Retablo (1987), anche lui lombardo e ancora una volta un pittore. Vincenzo Consolo e Siracusa dunque. L’ovvio rimando è a Elio Vittorini e al premio letterario a lui dedicato. Per dieci anni, dal 1999 al 2008, Consolo ha presieduto la prestigiosa giuria del premio. Dell’autore di Conversazione in Sicilia, Consolo amava raccontare un episodio legato al suo esordio letterario:
«Nel 1962, andai a Milano per curare la revisione del mio primo romanzo. La Mondadori era ancora nella vecchia sede di via Bianca di Savoia. Un’impiegata mi condusse nell’ufficio di Vittorini. Ero emozionatissimo. La sera finito il lavoro, fui bloccato nell’atrio da una pioggia improvvisa. Vidi passare Giacomo De Benedetti e Vittorini che avvicinandosi mi chiese: “Lei dove deve andare?”. Gli risposi che dovevo raggiungere il mio albergo. Si offrì di accompagnarmi. In macchina, siamo rimasti in silenzio per l’intero percorso. Vittorini era molto timido, si aspettava che gli ponessi delle domande. Mi rimane questo rammarico di non aver parlato con lui. In seguito, conobbi la moglie Ginetta, una donna straordinaria che continuò, dopo la morte del marito ad animare una sorta di cenacolo».
Singolare questo rimando giovanile di Consolo. L’ineffabile silenzio di due narratori. Il silenzio, la ritrazione, ritorneranno protagonisti del suo testamento letterario, Lo Spasimo di Palermo (1998):
Aborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una lingua diversa, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio.
La riflessione tra le pagine del romanzo, era affidata al protagonista Gioacchino Martinez, scrittore di libri difficili, fratti, complessi. Il protagonista consoliano, invecchiando, si sentiva uno sconfitto, un vinto verghiano. Si interrogava sul significato, sull’efficacia del suo lavoro, sulla funzione della letteratura. Vincenzo Consolo ha raccontato del triste finale di partita scelto da Giovanni Verga. La stanchezza della parola, l’afasia è il suicidio del narratore. Era stata questa l’autocondanna di Giovanni Verga. Il grande scrittore catanese, abbandonata Milano, fece ritorno in Sicilia e decise di non scrivere più. Consolo aveva dunque deciso per la progressiva ritrazione. Una disubbidienza, una sottrazione continua che lo avevano sempre caratterizzato. Non aveva mai ceduto alle lusinghe dell’esposizione televisiva. Non aveva accettato di affollare talk-show e classifiche. Le scansioni temporali che separavano le uscite dei suoi libri, non obbedivano ai singulti nevrotici dell’industria letteraria. Consolo era un irregolare, non era irreggimentabile, era un eccentrico. Allo scrittore siciliano non hanno mai perdonato la sistematica diserzione delle adunate, delle parate. Un conto che Consolo ha pagato caro a Milano e anche in Sicilia. È siciliano, non scrive in italiano. È barocco. È oscuro. È pesante come una cassata. Le sue narrazioni non sono filanti: ma chi si crede di essere, ma come si permette? Era questo il paradigma declinato dai suoi detrattori. Erano tanti i suoi nemici: cardinali della letteratura italiana, maggiordomi untuosi di consorterie politiche, raccontatori a cottimo di gazzette di palazzo, custodi di inenarrabili gilde, donnine di guarnigione e ufficialetti d’ordinanza. Avevano ragione a detestarlo, perché a ognuno di loro, Consolo aveva dedicato parole di disprezzo ineguagliabili. Vincenzo Consolo era un meraviglioso impertinente, irriguardoso, sprezzante, fiero, severo e inflessibile. Un intellettuale contro:
« Credo che uno scrittore debba essere comunque contro, scomodo -puntualizzava -. Se un intellettuale non è critico, diventa cortigiano. E stato così per Vittorini, per Pasolini e per Sciascia, intellettuali contro che il sistema non è riuscito a fagocitare, assoldare, arruolare, ostentare».
Consolo è stato il degno erede della tradizione sciasciana, un artista gramscianamente non indifferente. Uno scrittore eccentrico che non forniva al lettore nessuna indicazione, né note a piè di pagina. Il lettore attento di Consolo, aveva dunque fatto l’abitudine all’improvviso cambiamento di registro, all’enciclope-dismo ipnotico della sua scrittura, alle scansioni ritmiche in battere e levare, ai capovolgimenti di fronte. Era una scansione musicale da “cuntista” “, quella dello scrittore di Sant’Agata di Militello. Parole antiche, espunte, violate, tracciavano l’ordito complesso delle sue pagine. Come accade per i grandi, per i classici, ogni successiva rilettura dei libri di Consolo disvelava una trama invisibile, texture impercettibili, un’architettura accennata, una raffinatezza impareggiabile, il recupero di una lingua extraletteraria, financo del dialetto. Il rinvenimento di memorie antiche, delle forme dialettali espunte, è stata la sua cifra stilistica controcorrente:
«Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati. Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia».
Come ha scritto il critico Massimo Onofri, rileggere i libri di Consolo è come entrare a occhi chiusi in una miniera e uscirne, ogni volta, con un’ insospettata nuova pietra preziosa. Il Falso ritratto che di lui è stato tratteggiato è quello di un artista scorbu- tico e irriverente.
«Non credo di avere un brutto carattere – rispondeva Consolo in riferimento al suo proverbiale caratteraccio —. E solo che detesto i prepotenti. Non sopporto le sopraffazioni, le ipocrisie. Cerco con la scrittura di oppormi al potere. Non sono diplomatico, questo sì. Forse ho commesso qualche errore nel passato, ma quando ho qualche cosa da dire, la dico. Questa mia franchezza la pago continuamente».
Il falso ritratto di scontroso non corrispondeva per niente all’immagine privata, quella vera di Vincenzo Consolo. Un uomo che in privato appariva invece solare, ironico, dal sorriso ineffabile appunto:
Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso.
Ci sarà un tempo anche per svelare questo aspetto inedito dello scrittore siciliano. Un Vincenzo Consolo privato, insospettato, autoironico. Ha ammainato dunque le vele Consolo il marinato. Lascia libri straordinari. Lascia un romanzo inedito al quale lavorava, Amor sacro, un romanzo storico. La storia di un processo di Inquisizione del quale aveva rinvenuto gli atti in un archivio di Madrid. Purtroppo, non leggeremo mai questa storia perché mal quei sori rote Consolo ha disposto di non pubblicarla. La Mondadori, invece, sta per andare in stampa con una raccolta di racconti inediti e un numero monografico dei prestigiosi “Meridiani” dedicato allo scrittore siciliano. La casa editrice palermitana Sellerio licenzierà nei prossimi mesi un libro che raccoglie gli articoli pubblicati da Vincenzo Consolo sulle colonne del quotidiano “L’Ora” Ogni finale di partita è sempre tragico, solenne.
«La tragedia rappresenta l’esito ultimo della mia ideologia letteraria, l’espressione estrema della mia ricerca stilistica» – si legge in uno degli ultimi interventi pubblici di Consolo -. «Un esito in forma teatrale e poetica, in cui si ipotizza che la scrittura, la parola, tramite il gesto estremo del personaggio, si ponga al limite dell’intellegibilità, tenda al suono, al silenzio».
Il silenzio estremo. La ritrazione. Già nel libro L’olivo e l’olivastro” (1994) Consolo anticipava questa sottrazione finale:
Ora non può narrare. Quanto preme e travaglia arresta il tempo, il labbro, spinge contro il muro alto, nel cerchio breve, scioglie il lamento, il pianto.
Dunque, l’afasia dell’artista che si oppone al potere delle centrali culturali. Il silenzio come risposta al rumore imperante degli ocoparlanti, al clangore metallico della nazione di telestupefatti. Il silenzio, la stanchezza della parola, l’estrema provocazione intellettuale consoliana. Come per Hölderlin, Giovanni Verga, Ezra Pound. Come accade all’Empedocle consoliano tra le righe del testo teatrale Catarsi:
E più che andavamo su per l’aspro suolo, per le impietrate lave, risonanti, oltre ogni verde, ogni ginestra lenta, su per le nere lande, le gelide tormente, più egli s’ammutiva, si staccava da me, da tutto il mondo. O profferiva entusiasta, come preso dal Dio e dalle Furie, Frammenti dei poemi.... Anthropoi therés te kai ichthúes.
Giuseppe Leone con Concetto Prestifilippo foto di Emanuela Alfano
Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori” operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente questo dipende in misura non piccola dalla complessità e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente, e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente. In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati. Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina), Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano. Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1° gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima di dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva. Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente anche perché messa in relazione con quanto accade nel “continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente, la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata e ricostruita sul filo della memoria personale o storica, diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio per questo capace di funzionare come termine di confronto per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e per sovrapprezzo impoverito sul piano umano. In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie. La tragedia del vivere viene così rappresentata su due livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo, sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana, uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda: “Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo. In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno, due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento “Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”. A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa, infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria, Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe. Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione della tragedia del mondo, e alla violenza non più della natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni, proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare, per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo, come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.
Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set- tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo, ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso. La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica. Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere: “Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua, che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora, accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia ormai nullius o almeno appropriabile”. Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio”. È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico, perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente una raffinata strategia linguistica di allontanamento dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali, e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano. Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità, del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano per la loro originalità, per la loro comica eccentricità, che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”. La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente, ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva, più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere il significato politico di certe scelte di stile: come il suo amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo, alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…) Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati (…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che le parole esprimono, per salvare una certa storia”. Fra le rovine Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare, uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione, all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo, come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica. Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici, come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia, dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai “è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere, rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati, legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati, chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi giorni dopo “più di cento”. È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita- lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide, insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente. Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale, e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione. Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio: anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana allo stato italiano. Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola. Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda da determinare nello stesso indice del libro uno schema che ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone, Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura “Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti. Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit- tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi, a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili, fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per le creature umane sofferenti”. Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti, dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente, ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative, a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura. Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo, carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli antipodi dunque dello stile consueto dell’autore. Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo (come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto- biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti “Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità, è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso, questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo e alla morte. Gianni Turchetta
Al di là di qualche somiglianza tematica, non è facile ritrovare lo stile scabro del primo racconto di Consolo, Un sacco di magnolie, nella prosa più complessa di La ferita dell’aprile, il suo primo romanzo. Anche qui si narra di un ragazzo orfano di padre (la madre si risposerà con il cognato) che studia presso un istituto religioso di un paese non esplicitamente nominato ma corrispondente a Sant’Agata di Militello, come si deduce dagli indizi topografici disseminati lungo il racconto (la precisione minuziosa nella resa dei luoghi sarà una caratteristica costante anche dei libri successivi del nostro autore). Il protagonista e io narrante non racconta storie avventurose,” dipana piuttosto per frammenti memoriali le stazioni esemplari di una vicenda di formazione: l’amicizia virile con il compagno di classe Filippo, di famiglia comunista; il conflitto con i rampolli delle famiglie più agiate e codine e, d’altro canto, con i «vastasi» del sottoproletariato; il fascino ambiguo del giovane don Sergio, prete impegnatissimo nella battaglia anticomunista; i fremiti del sesso e i primi amori adolescenziali; il difficile rapporto con lo zio commerciante di vini che lo inizia, fra l’altro, ai rituali dell’omertà para-mafiosa. Sullo sfondo, gli eterni rituali di paese – le processioni cattoliche, le superstizioni, gli ossequi feudali -, i cambiamenti sociali incombenti – gli emigranti di ritorno dall’America con le figlie disinibite -, gli avvenimenti storici più rilevanti – l’occupazione delle terre, la strage di Portella
33 «Non mi ha mai interessato la trama più di tanto, quella che adesso chiamano il plot. M’interessa il fatto che devo raccontare, la struttura del racconto e il modo, il linguaggio in cui devo raccontare», dice Consolo, intervistato da G. CHERCHI (in Scompartimento per lettori e taciturni, Milano, Feltrinelli, 1997, p. 207). della Ginestra, soprattutto le elezioni del 48.
L’io narrante ne ricava un insegnamento problematico e squisitamente letterario, cioè la consapevolezza che la riflessione e la scrittura sono una missione, un modo di sottrarsi agli schemi di un mondo filisteo che non vuol cambiare, del quale lo zio Peppe è portavoce:
Uno che pensa, uno che riflette e vuol capire questo mare grande e pauroso, viene preso per il culo e fatto fesso. E questa storia che ‘intestardisco a scrivere, questo fermarmi a pensare, a ricordare, non è segno di babbía, a cangio di saltare da bravo i muri che mi restano davanti? Diceva zio: «E uomo l’uomo che butta un soldo in aria e ne raccoglie due: lo sparginchiostro non è di quella razza» (La ferita dell’aprile, Torino, Einaudi, 1977, p. 105).
Sicché non meraviglia che il vero e proprio ingresso del ragazzo nel mondo, la dura necessità del lavoro, coincida con la morte dello zio, intraprendente e avido commerciante di vino e agrumi, travolto da una piena improvvisa del torrente Furiano mentre ceca di salvare le casse coi limoni. Ma quello del ragazzo sarà un lavoro impiegatizio, com’era desiderio del padre; un lavoro più vicino, insomma, al mondo della scrittura: «- Il Dazio era il desiderio di tuo padre e al Dazio devi entrare, – mi disse ma quando fui più grande. Così girai tanti anni per i paesi, all’isole, sulle montagne, alle marine, dal comune d’Ali fino a Messina» (p. 138).
Una conclusione, come si vede, esattamente rovesciata rispetto a quella del racconto d’esordio: non è più il ragazzo sognatore a morire (per giunta di una morte che somiglia molto a un suicidio) mentre intorno ferve il lavoro dei campi; ora è lo zio a soccombere per l’amore verghiano della “roba”, mentre al giovane si schiude un futuro più confacente alle sue inclinazioni riflessive e intellettuali (e, non dimentichiamolo, abbastanza simile all’esperienza d’insegnamento del giovane neolaureato Vincenzo Consolo nelle scuole agrarie del Val Démone).
Sono proprio le consapevolezze maturate dalla voce narrante a dare, così, senso unitario a un romanzo nel quale Consolo corre volutamente il rischio bozzettistico di una struttura piuttosto frammentata. Ma l’elemento unificante più forte è lo stile, preferibilmente nominale e basato in larga misura sulla paratassi 34
Picchiettata di forme dialettali in modo da aggiornare il modello di Verga (più attento all’aspetto sintattico) con quelli sperimentati da Gadda e Pasolini nell’uso del lessico, la prosa di Consolo appare già densa di umori e figure di marca espressionistica («avevo sempre sentito di sti morti che scoppiano e avevo creduto a un gran botto col sangue e le schegge che sporcano mura e soffitto.
Ma mi accorsi solo del puzzo che avanzava dall’uscio, un puzzo mai sentito, pesante e grasso che pensai di colore giallo», p. 24), pur essendo sempre corretta dalla severità verghiana, evidente soprattutto nell’uso dell’indiretto libero:
Don Sergio fece l’orecchio sordo all’arciprete e ci fece continuare alla marina, ché non c’era da far questioni proprio ora, ché cattolici e protestanti tutti cristiani siamo, tutti uniti dobbiamo stare contro un pericolo imminente e molto grave, fra poco si vedeva, all’elezioni mi date la risposta (p. 57).
E’ interessante leggere cosa dice Consolo in un’intervista:
Fin dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. Per me è stato come un segnale, il simbolo di una ribellione alle norme, dell’uccisione del padre […]. Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati.
[…] La terra da cui vengo è contrassegnata storicamente e quindi anche linguisticamente da stratificazioni linguistiche molto profonde: ci sono stati gli arabi e gli spagnoli, i bizantini e i piemontesi. Il mio è un lavoro archeologico.”
4 E. DI LEGAMI, Vincenzo Consolo. La figura e l’opera, Marina di Patti (Messina), Pungitopo, 1990, p. 14. 5 La lingua ritrovata: Vincenzo Consolo, a cura di M. Sinibaldi, «Leggere», 2,
1988, p. 12. Si porrebbe ipotizzare che la scelta linguistica di Consolo – che egli stesso connette all’uccisione del padre e che si può ricondurre alla profondità naturale e “materna” del dialetto (anzi, dei dialetti: il siciliano standard e i dialetti gallo-italici, come il san-fratellano a cui farà ricorso nel Sorriso dell’ignoto marinaio e in Lunaria) – si situi in un equilibrio difficile con la proiezione storica (e dunque “paterna”) della sua ispirazione: è la stessa ricerca di equilibrio fra “mondo dei padri” e “mondo delle madri” perseguita da Vittorini e, in forme meno palesi, da Sciascia. Un equilibrio che per entrambi gli scrittori si rivela sempre precario, frutto comunque di un azzardo lacerante.
A proposito della genesi del romanzo, Tom O’Neill ha ipotizzato un paio di “influenze” decisamente interessanti: una più consapevole e immediata, che agisce soprattutto sul piano stilistico e linguistico, cioè l’opera narrativa di Stefano D’Arrigo, visto che 1 giorni della fera (il prototipo di Horcynus Orca) era stato pubblicato già nel 1960 sul «Menabò» di Vittorini; un’altra, seppure quasi rimossa dall’autore (che non citerà mai James Joyce fra gli autori che l’hanno influenzato) e che agisce sul piano del contenuto, potrebbe essere il Ritratto di artista da giovane. Molti sono infatti i punti di contatto fra i due testi: l’educazione del protagonista in un istituto religioso che replica quella di Stephen Dedalus presso i gesuiti; il nesso stretto fra religione e politica che si stabilisce all’interno del collegio; il rapporto con le culture subalterne e i linguaggi da esse parlati; la crescita di una coscienza letteraria. Ma questa dell’influenza di Joyce è comunque un’indicazione che può tornare utile per il complesso dell’opera consoliana, soprattutto per la basilare contemporanea importanza della sperimentazione sul linguaggio e sulle strutture narrative.
Non sarà infine inutile notare che l’impennata lirica forse più rilevante coincide con il momento più “politico” del romanzo d’esordio, l’evocazione della strage di Portella della Ginestra
36 Cfr. T. O’NEILL, Vincenzo Consolo, in Dictionary of Literary Biography, Italian Novelists Since World War II, 1965-1990, a cura di A. Pallotta, Detroit-Washington-Londra, Bruccoli Clark Layman, 1998. compiuta da Salvatore Giuliano per conto della mafia: n’ammazzarono tanti in uno spiazzo (c’erano madri e c’erano bambini). come pecore chiuse nel recinto, sprangata la portella. Girarono come pazzi in cerca di riparo ma li buttò buttò buttò riversi sulle pietre una rosa maligna nel petto e nella tempia: negli occhi un sole giallo di ginestra, un sole verde, un sole nero di polvere di lava, di deserto. La pezza S’inzuppò e rosso sopra rosso è un’illusione, ancora un’illusione. Disse una vecchia, ferma, i piedi larghi piantati sul terreno: – Femmine, che sono sti lamenti e queste grida con la schiuma in bocca? Non è la fine: sparagnate il fiato e la vestina per quella manica di morti che verranno appresso! (pp. 122-123)
Ora è nel cuore di un mondo di calcare, di tufo color miele, nella chiarità orientale, il rigore e la grazia, la retta e la spirale, è al centro d’Ortigia, nell’area sacra, nello spazio a forma d’occhio, nella pupilla della ninfa, nella piazza dove regna la signora della luce e della vista. Sta la santa Sibilla dei messaggi visivi, della pacata luce di candela, nell’antro dove sono ingemmate, in trionfo di mura cristiane, greche colonne di pura geometria, dov’è incastonato il tempio d’Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce, soccorso dell’errante. “… I’ son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; sì l’agevolerò per la sua via.” Prenda e agevoli anche lui la luminosa santa, lo guidi per le balze infinite, per gli strati, i cieli di questa sua città. Molteplice città, di cinque nomi, d’antico fasto, di potenza, d’ineguagliabile bellezza, di re sapienti e di tiranni ciechi, di lunghe paci e rovinose guerre, di barbarici assalti e di saccheggi: in Siracusa è scritta, come in ogni città d’antica gloria, la storia dell’umana civiltà e del suo tramonto.
Calava a Siracusa senza luna La notte e l’acqua plumbea E ferma nel suo fosso riappariva, Soli andavamo dentro la rovina, Un cordaro si mosse dal remoto. Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere d’Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per sciogliere, muovendo il passo come in un pàrodo sopra le lastre d’una piccola piazza, contro il tufo chiaro delle case, in vista, oltre la balaustrata che cinge la fontana, il forte d’Aretusa, del porto Grande e del Plemmìrio, della foce dell’Ànapo e del Ciane, in vista del bianco tavolato degli Iblei, sciogliere un canto di nostalgia d’emigrato a questa città della memoria sua e collettiva, a questa patria d’ognuno ch’è Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell’umano, della civiltà più vera, della cultura. Canto di nostalgia come quello delle compagne d’Ifigenìa, schiave nella Tauride di pietre e d’olivastri. Ché questa è oggi la condizione nostra, d’esiliati in una terra inospitale, cacciati da un’umana Siracusa, dalla città che continuamente si ritrae, scivola nel passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria, che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamdîs esule a Majorca. Dietro di te, o mare, è il mio paradiso: quello in cui vissi [tra’ gaudii, non tra le sventure! Vidi lì spuntar l’aurora mia, ed or, a sera, tu me ne vieti [il soggiorno! Al di là dei suoni, delle volatili parole, crede s’incarni il nome Siracusa, come per Maupassant, per Borgese e Vittorini, nel perlaceo corpo d’una donna, di Clementina o di Zobeida, della Venere che il viaggiatore vide, nel museo vecchio sopra il mare, illuminata nelle carni piene, il bacino, il torso che sbocciano gloriosi dalle pieghe del drappo fermato con la mano sopra il pube, dalla luce del sole che irrompe nella stanza. Si concretizza nella ieratica, sfolgorante sagoma, surreale e crudele come un sogno, nel coltello infisso nella gola, negli occhi scerpati in mostra sopra la patena, nell’immagine di Lucia. Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera, la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra l’argento della cassa, esce nell’ellisse dello spazio, nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata. Da dietro la tonda grata della loggia, candide monachelle in clausura liberano nell’azzurro quaglie, colombe, tortore, cardelli. Il frullo d’ali, il volo è in ricordo di colombe che al tempo della carestia e della fame vennero a dire, col chicco dentro il becco, come la fuggitiva dell’arca col ramo dell’ulivo, che al porto s’era compiuto il gran miracolo. Venne un vascello e venne nell’Ortigia, nel porto dove l’Alfeo raggiunge l’Aretusa, dove si perde il Ciane dei papiri. Viene da Malta, Candia, Corinto? Viene dal caricatore di Licata, Pozzallo, Terranova? – Infinite sono le rotte, aperte o impedite solamente dai corsari. S’alzano sopra i tetti e i làstrici solari di Siracusa bianca come l’Anadiomene che il riverbero del mare intiepida nel corpo suo sereno, svettano colonne, capitelli, timpani di templi e cattedrali. Oltre, oltre Neàpoli ed Epìpoli, oltre il teatro e oltre l’Eurialo, oltre i mandorli, il timo e il miele, oltre gli Iblei e gli Erei è il centro, l’ònfalo, la terra da cui venne questo frumento che riempì la stiva del vascello. In alto, sopra l’alta Enna, è il seggio della madre, della dea offesa che s’ammantò di nero. Nell’arancio, nell’oro, nel vermiglio che si stende sopra il mare nel tramonto, nell’ottobre dei mosti e delle mosche, del seccume e delle polveri, dell’oliva rósa, la mandorla vacante, entrava la feluca, oltrepassato il carcere, il Taléo, nel porto piccolo, nel Marmoreo. Calcò l’uomo prima di scendere sul molo il cappellaccio sopra gli occhi, s’avvolse fino al mento nel ferraiolo. Caricò il sacco sulla spalla e fu nel borgo vecchio, nel chiasso marinaro, botti di mastri d’ascia e calafati, abbai di cani, urla di facchini, richiami dai fondachi, da porte e ballatoi, lamenti e preghiere di bambini, di giovani e di vecchi mendicanti. Mai vista tanta penuria, cecità, stroppiume, màcule, lordure, sentito tanto tanfo di marcio, a Milano, a Roma o a Napoli, come di peste che scema o che comincia. Attraversò la Piazzaforte, il largo Montedoro, il ponte sul canale della Dàrsena, la Porta Reale, si diresse, prima che calasse notte, verso Ortigia. S’accorse di un’ombra lunga che gli ballava accanto. Temette si trattasse di gendarme, di ladro o d’un sicario del cavalier maltese. Impugnò lo stiletto nascosto nelle brache. – Vieni avanti, móstrati! E quello niente, dietro, fermo pel suo fermarsi. Michelangelo volse il capo appena, guardò con la coda dell’occhio. Vide dietro le sue spalle un giovinetto lacero e mucoso con un sorriso lieve sulla faccia, gli occhi imploranti. – Che vuoi, chi ti manda? – Ho fame, signorìa… Michelangelo si girò, lo guardò bene, gli sembrò come uno di quei della Suburra o Mergellina, ma umile, spaurito, più delicato ai tratti, come Mario in Roma, ai tempi del Concerto e del Liutista. – Come ti chiami? – Martino… – Sei di qua? – Gnorsì, d’Ortigia. – Vieni, portami il sacco. Nella cenere infocata, nel viola del cielo e della terra, Michelangelo vedeva camminando casipole ammassate e decadenti, antiche chiese, mura e porte e baluardi, stereobati, plinti, colonne ritte e riversate di templi dorici che mai aveva veduto, palazzi classici e ispanici possenti, e tutto nell’abbandono, nella mondezza, nel languore della gente, nel livore del vespero, nei gravi rintocchi di campane. Martino gli stava appresso, silenzioso per i piedi nudi, presente solo per l’ansare. – Vieni avanti – gl’intimò Michelangelo. – Conducimi alla Mastra Rua. Il ragazzo si mosse svelto. – Tu conosci un maestro Minniti, pittore di quadri? – Gnorsì, gnorsì. Mastro Mario, ’a badissa… – Che? – È l’ingiuria, signorìa. – Andiamo alla sua casa. Guardava Michelangelo il ragazzo che avanti gli trottava, i garretti, le gambe fra i buchi dei suoi cenci, le esili spalle curve per il sacco, il collo di bambino, la testa di piume di canàrio. All’angelo ripensò del suo Riposo, alla grazia che abbaglia e che dispare. Col suo corpaccio, la grossa testa bergamasca, i capelli peciosi e spessi, la fosca pelle, gli occhi ingrottati, il dolore innominato, la melanconia senza riparo che lo spingeva a denudare il mondo, togliere agli uomini, alle cose, ogni velame, ombra, illusione, esporli alla cruda lama della luce, alla spietata verità di questo giorno, di questa vita, squarcio, ferita immedicata, nel corpo della notte, del sonno, della stasi, amava scontrosamente la bellezza, pativa per la sua labilità, la sua assenza. La Mastra Rua era perciata da rocchi, cortigli, archi, scese e vanelle che sbucavano ai bastioni, al forte di Vigliena, al mare d’oriente. Vele trascorrevano tra una quinta e un’altra, di galeotte, di sciabecchi. Alla casa del Minniti, Michelangelo batté il picchio con tutta forza. E apparve quindi nell’androne l’amico suo. – Michele, Michele, t’aspettavo… Erano anni che non si vedevano, dal tempo del comune soggiorno presso il cardinal Del Monte, in palazzo Madama, in palazzo Mattei, insieme agli altri giovincelli, pittori, modelli, musici, castrati, da quel remoto tempo di lussi e spassi, delle feste, dei giochi e delle risse, delle scorrerie coi lombardi, il cane Cornacchia, in Campo Vaccino, in piazza del Popolo, in Ripetta, la pallacorda, le osterie, le bardasse dei Banchi, Laura e la figlia Isabella, Fìllide, la sua Lena di piazza Navona… Tutto, tutto che si portò via la maledetta rissa in Campo Marzio, la pugnalata nel ventre di Ranuccio, la fuga a Paliano, a Napoli, a Malta. – Che ti successe, Micheluzzo, non stavi bene a Malta? – Bene, sì. Molte committenze, tanto lavoro, un grande quadro per i Cavalieri, una decollazione del Battista… S’aprì in una risata roca, di quelle brutte che soleva fare. – Denaro, onori… Finanche della Croce di cavalier di Grazia fui insignito… Ma tanta grazia non m’impedì d’infilzare un cavaliere di Giustizia… Mi sono calato dalla muraglia con la corda… Eccomi qua, maestro Mario, vecchia mia badessa… – Chi te l’ha detto? – chiese piccato e stridulo il Minniti, ballonzando nelle molli carni. – ’Sto bastasello!… Via, via, torna coi pari tuoi, malecreato! – intimò a Martino. – Lascialo! – Michele mio, qui non siamo a Roma… – Lascialo! Gli fece visitare la grande casa, vedere i ricchi drappi, i tappeti, i broccati, le sete, le gioie, le ambre, gli argenti, lo fece entrare nel salone dove lavorava, coi balconi grandi che s’affacciavano sul làstrico, sul mare. – Ah, vedessi la luce qui al levar del sole… Pare l’incandescenza bianca, l’abbaglio che rimandano i cristalli. Sono costretto a schermare i balconi con i cortinaggi. Michelangelo ghignò e ancora più guardando le tavole, le tele in lavoro sui cavalletti, concluse e appoggiate alle pareti, che imitavano i suoi temi, scene di violenza e di dolore esposte nel suo linguaggio, nel taglio della luce dentro l’ombra, ma con accento fiacco, dolce, atto a piacere, a sedurre i committenti. Era come se il Minniti contraffacesse la sua voce, i suoi tratti, le sue movenze, ne svilisse la superbia, l’astio, il furore, ne svelasse, velandola, un’oscura, bassa debolezza. E guardando anche Mario, ricordando l’adolescente d’un tempo ch’era stato, pieno di grazia, osservandolo ora nella flaccidezza, nel porgersi untuoso, ascoltando la sua voce di castrato, gli sembrava come il suo castigo, il contrappasso, lo specchio deformato del suo interiore per il mostrare egli nella pittura, come in uno specchio, brutale e vero il mondo, cruda la vita, il suo spasimo, il suo dramma. – Perché ti sei ridotto qua in Siracusa, in questo ammasso di macerie, in questo fosso di miseria e d’abbandono? – Ah, questa città n’ha viste tante, tremuoti, carestie, pesti, malgoverni, razzie di corsari… Ma è la mia. Ho qui la madre, le sorelle, i nipoti che devo mantenere… A Messina non avevo più travaglio, committenze. I Gesuiti, padre Semperi in testa, chiamavano dal continente gli artisti loro preferiti, de’ modi del Valeriano, romani, toscani, veneti, fiamminghi. Qui, al contrario, in questa città povera, d’afflitti, hanno potere i Cappuccini, che amano la mia arte, la dicon popolare, in stile, la dicono, caravaggesco. Io son protetto poi dal Definitore Generale, dal padre Errante, ho amicizia con signori del Senato… Vedrai, Michele, quando dirò che il pittore primo, il Caravaggio, è qui nella città, ospite nella mia casa… Michelangelo ghignò: gl’importava solamente racco- gliere il denaro che gli avevano tolto nel carcere di Malta, imbarcarsi, tornare presto a Roma. – Sfama il ragazzo, rivestilo per bene – e indicò Martino accovacciato là per terra, la testa sui ginocchi, addormentato. – Sarà il mio servo, il mio paggio nel tempo che resterò in Siracusa. Scoprì nei giorni appresso Michelangelo, sotto l’umile città dimenticata fra mezzo a dissoluzione e abbandono, la turba d’infelici, accattoni e infermi avanti a ogni chiesa, convento, alle logge dei mercanti al piano Duomo, ribaldi per strade, per campagne, ladri e bardasse ai porti, alla fontana degli Schiavi, al castello di Maniace, mori abbandonati dai padroni tornati sulle terre, nei casali, la soldataglia prepotente e angariosa di Filippo e del Paceco, scoprì come un tesoro sepolto e obliato l’antica e mirabile città di Siracusa, più ricca e forte d’Atene o di Corinto. Vide in incanto i templi, la grande conchiglia impressa nella roccia del teatro greco, la strada dei sepolcri, le are, l’anfiteatro, ogni camminamento, fossato, baluardo di quel vasto, tumultuoso mare di conci di calcare ch’è in Epìpoli il castello Eurialo. – Luogo da cui si vede bene il mare – sciolse così il nome liquido e musicale l’affabile sua guida, l’archeologo don Vincenzo Mirabella. – E il mare è questo Ionio che solcò la nera barca d’Ulisse, solcarono le navi dei Corinzi che vennero a fondare Siracusa. Guardò il pittore la testa chiara del paggio, di Martino. Il suo profilo contro quell’acqua, il celeste luminoso, guardò quel balenìo in mezzo allo sfacelo delle pietre, alle rovine, e all’istante, come ogni volta, sempre, vide fiorire sul fanciullo, sul collo, la guancia, spandersi, la vermiglia, la nera macchia della peste, della corruzione, della fine. Gli prendeva allora panico, dolore, ch’egli mutava in odio, furore contro la vita, gli uomini, un bisogno l’invadeva d’infliggere dileggio, afflizione, recidere teste di Medusa, Golia, Oloferne, d’incidere carni, di ferire, di ferirsi. – Cavalier Merisi, maestro Michelangelo… Si scosse, sorrise mesto all’abate Mirabella. – Andiamo, ci aspetta il Minniti per visitare le latomie. Scese la brigata per il viòlo che degradando rapido conduce nella cava, dentro il labirinto, fra le pareti alte, a piombo, scabre e grondanti delle latomie. Al fondo nella terra rossa, grassa, era fermento. Era nel sole dell’ottobre, dell’infinita estate, uno strisciare di colubri, di ramarri, brulicare di vespe, mosche, zampaglioni sopra vesce, gromme, lippi, sopra erbe, fiori, bacche, edere e rovi e acanti, perastri e olivastri, giunchi e dise, in fittissima boscaglia, impenetrabile groviglio, era un cascare d’acque invisibili, un gracidare di rospi, di ragane. Saltarono fossi, stagni, costeggiarono piloni altissimi, piramidi, colonne che reggevano soffitti di caverne, antri paludosi, antichi intagli e scavi dentro il tufo, entrarono in una spelonca secca, ad arco acuto in cielo, che si svolgeva, avvolgendosi in chiocciola, in spirale, con un gioco sonoro formidabile di echi, rimbombi, esaltazione d’urla, battere di mani, fino di sussurri, fiati. Disse l’abate della leggenda, lontana dalla storia, ch’era ignota, della caverna fatta costruire in quella forma dal tiranno Dionisio ai prigionieri per ascoltarne dalla reggia i discorsi, spiarne le male intenzioni. – Credo sia rimasto il tiranno prigioniero dentro quel suo orecchio, quel labirinto della sua follia – osservò Michelangelo. Martino si divertì con l’eco, sulla soglia del cunicolo fece strida, versi di gatti, cani, trilli d’uccelli. – E finiscila, bastardo! – gli gridò il Minniti spazientito. Andarono oltre nell’infernale mondo, per le lande desolate, fratture immense, spoglie cattedrali, luogo di pena del lavoro, condanna nei secoli d’un popolo di schiavi, di cavamonti, tagliapietre. Tra l’ombra fredda e il fango, incontrarono i cordari che torcevano, mulinando ruote di canne, fibre macerate d’ampelodesmo, di giummara. Sembrava stessero là da infinito tempo, che senza fine, eterno fosse per loro quel travaglio. Guardò quei dannati, ignudi e avviliti, Michelangelo, guardò il tufo alto, incombente dello sfondo, le arcate altissime, la luce livida, tombale che sopra vi gravava. Pensò che lì era il teatro, il luogo adatto per il quadro a lui commissionato dal Senato. Effigiò la santa come una luce che s’è spenta, una Lucia mutata in Euskìa, un puro corpo esanime di fanciulla trafitta o annegata, disposto a terra, riversa la testa, un braccio divergente, avanti a donne in lacrime, uomini dolenti, stretti, schiacciati contro la parete alta della latomia, avanti alla corazza bruna del soldato, la mitria biancastra, aperta a becco di cornacchia, del vescovo assolvente, dietro le quinte dei corpi vigorosi e ottusi dei necrofori, cordari delle cave o facchini del porto, che scavano la fossa. La luce su Lucia giunge da fuori il quadro, dalla pietà, dall’amore dei fedeli astanti, da quel corpo riverbera e si spande per la catacomba, a cerchi, a onde, parca come fiammella di cera dietro la pergamena. Nel sentimento della morte che ormai l’ha invaso e lo possiede, Michelangelo è oltre la violenza, l’assassinio, è alla resa, alla remissione, al ritorno ineluttabile, al cammino verso la notte immota. Un brusìo prima, indi un vocìo confuso e concitato si levò nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro al cadere del drappo che copriva il grande quadro. Si scomposero, si mossero tutti di qua, di là, sembrarono le teste creste sopra il mare sferzato all’improvviso dal grecale. Il vescovo, nei solenni paramenti, si levò dal seggio d’oro sopra il presbiterio, l’organo in cantorìa smise di sfiatare. Si le- varono dagli scranni i giurati del Senato, si levarono tutti fra le navate. Il Minniti, accanto al Caravaggio, nel corno opposto al vescovo, fra i canonici, i diaconi, i padri provinciali, si mise a tossire secco, a sussultare, premette il muccatore sulla bocca. Il vescovo lento avanzò nel piviale bianco, nella mitria, nel pastorale d’argento, si fermò avanti all’altare sfavillante di lampe, di miriade di ceri. Parlò gravemente. – La Santa nostra Lucia ci perdoni, perdoni la nostra stoltezza e il nostro inganno. Noi non possiamo ora celebrare, avanti a questo scempio, a quei brutali ignudi incombenti sull’altare, al cadavere reale della donna, a una santa priva di nimbo, a quello squarcio sanguinoso sul suo collo, ai fedeli impiccioliti, al vescovo nascosto…, non possiamo celebrare il santo sacrificio della Messa, non possiamo benedire questo quadro. L’artista capisca e si studi d’aggiustare… Michelangelo, il cappellaccio in mano, si portò avanti al vescovo, lo fissò muto, il ghigno sulle labbra, s’inchinò, discese dal presbiterio, afferrò per il braccio Martino e, percorsa insieme al paggio la navata, sortì nella piazza vasta, nella luce del mattino. Ora è il tempo in cui il cereo corpo di Lucia si decompone, negli ipogei della morte, negli avelli, nelle catacombe dei liquami si espande, la lama della spada che incise il collo bianco s’è mutata nel bacillo della peste che cova e germina nelle volute, nei ghirigori del barocco, la pittura del Caravaggio nel teatrino dello Zummo, il taglio della luce, la metafora, la profezia della tragedia nella cera colorata, nei simboli, nell’orrore del dettaglio, terrore quaresimale, libidine del reale, nell’ossessione del cadavere. Nasce il ceroplasta Zummo nella Siracusa della peste venuta da oriente, piaga d’Egitto, macerie d’Alessandria, nelle stive dei velieri, nel tempo terrifico e oscuro in cui il morbo, per merci infette, mercanti e uomini ch’eludono dogane, quarantene, si spande sterminando popolaglia per gli angiporti, per le capitali. Cresce l’allievo nel Collegio gesuitico, nella città dei solari templi d’un tempo lineari, delle marmoree dee, del lauro e del timo, del miele degli Iblei, nella Siracusa spenta delle fabbriche dei cilii poderosi delle feste delle sante vergini, delle processioni, dei ceri trafitti dall’incenso, degli ex voto, delle fumose candele nei coppi, nelle ninfe, sulle tombe. Non vede l’abate che abbandono e fame, corpi pendenti dalle forche, eclissi di mali segni, non ode nelle chiese di mefitiche lastre, nelle cripte di mummie in parata, che minacce di fiamme, d’eterna condanna. Nelle botteghe di via Maestranze, Giudecca o Candelai, tra il tanfo delle concerie, il rumore delle macine in centìmoli e trappeti, impara a colorare, a plasmare cera, formare Deposizioni e Addolorate, san Rocco e santa Rosalia delle pesti sotto le campane di cristallo, comincia a immaginare i suoi teatri degli orrori e delle minacce. Seguendo il filo del contagio, l’odore che promana dai lazzaretti, dai corpi accatastati in vallate di fumo e calce, approda nella Napoli degli affreschi di Mattia Preti, degli oli di Micco Spadaro. Compone la sua Peste di carni rosse, gialle, verdi, viola, nere, ammassi di corpi sovrastati da monatti, il vecchio Tempo in trionfo, la falce sopra scheletri e carni, ratti e gechi scorazzanti, Vanitas e Morbo Gallico. Va a Firenze alla corte d’un Medici che annera, sconcia il Rinascimento del casato, odia la poesia, l’arte, vive nella bassura, nell’isteria del tempo, nella necrofilia, nel gusto del disfacimento. È a Bologna, Zummo, assiduo frequentatore negli anfiteatri universitari degli spettacoli anatomici, a Genova, nei sotterranei di alberghi di poveri, ospedali, in cui su corpi, teste di decollati, sperimen- ta imbalsamazioni, confonde le materie, inietta nelle arterie cera liquefatta. Giunge infine a Parigi, alla gloria, alla protezione del Re Sole. Ogni male, malattia del tempo, ogni lacerto, meandro, ogni metamorfosi del corpo con la materia duttile, effimera, con l’imitazione, con l’inganno rappresenta. Al di qua del teatro, della teca, rappresenta la follia del tempo, la sua follia, nel gesto di premere le dita sulla materia molle, nel plasmare carcasse, spoglie, nello spettacolo del macabro, nel gusto della morte. La Rivoluzione cancellerà a Saint-Sulpice altari, spazzerà via la sua tomba, dedicherà il tempio alla Ragione.
Il Seppellimento di Santa Lucia è un dipinto di Caravaggio, a olio su tela (408×300 cm), esposto sull’altare del Santuario di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa
S’avissi ’na mezza sciabula o puru ’na carrubina facissi ’na ruvina facissi ’un sacciu chi. S’avissi un pignateddu l’agghiu e puru lu sali facissi un pani cottu sempre s’avissi ’u pani. Canto popolare siciliano
Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale, mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava, a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti. Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli, dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato, la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno. La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia, il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile, sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero, mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino. Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si fermavano qua e là davanti a una porta. Toc, toc. «Chi è?» «Carabinieri.» S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina, s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina d’una donna. Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio o il fratello. «Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata. «E dov’è?» «Mah, foresto, foresto è.» «Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na cartolina.» E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”. Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi, dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta, per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale. Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene. E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco, solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè leghe società partiti, divampò per il paese. Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture, una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa, veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio, sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore; Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe, a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi. A Ratumemmi a li primi nisciuti Si sparagiaru già li so surdati. Li baddi gruossi e li baddi minuti Cadianu comu grannuli quagghiati; E Pidicuddu ci dissi a Rumanu: Lassamu l’armi, e facimmula a manu. Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno, con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor- razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli, dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo, a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la sezione del partito. Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi, davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse, e lesse a voce alta pei compagni: GIOVANI SICILIANI Ancora una volta dopo lunghi anni di guerra e di miserie ci si chiede, contro la volontà di un popolo, di spargere il nostro sangue. Come ieri, il vile monarca ci impone di morire per la conquista di altri imperi. Noi non impugneremo le armi! GIOVANI DI SICILIA Siate tutti solidali nell’esprimere la vostra volontà di non presentarvi! Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo. La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti. Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere. Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana, si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro. Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi di sapere quale piega avrebbe preso quella parata. Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu- ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari, erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato. Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi. Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di circoli e partiti. Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello, muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia: «Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine! Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…» «Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito. Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa. «Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino «con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa di don Lucio Tasca.» «A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede da qui a ’na settimana!» «Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse con furia sulle spalle, e rigida partì. Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo. Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento, dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti, che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto, sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa fina,» mormorando «che pane bianco!» Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino. Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta di Caltanissetta. La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata. Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano “Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”. E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo per prima mirò al Municipio. Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio. Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli, Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello. Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna fatte a tutti con l’inglese. Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline, e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò. Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò, si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale. Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino, ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese d’anteguerra. Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono. Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò: «No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate, entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane. Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi; gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi per cui eran passati gli zuavi. Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi, a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo quartiere, si rintanò dentro il covile. Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo. E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce dalla guerra partigiana. Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue des Grands-Augustins? Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni, videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini, camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole, i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino. In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava angustiato. Vincenzo Consolo