Vincenzo Consolo: romanzo e storia. Storia e storie.


JEAN FRACCHIOLLA
Dire che ogni scrittore vive di storie è un po’ un truismo. Che cosa fa in effetti qualsiasi narratore? Ci racconta delle storie: Sia delle storie che possono appartenere alla realtà quotidiana dell’epoca in cui ci trasporta il narratore, e allora si tratta di un romanzo realista, ciò che Stendhal definisce, per riprendere
la sua celebre immagine, come «le miroir qu’on promène le long d’un chemin».
Sia delle storie che si nutrono di miti radicati nell’immaginario collettivo, e allora abbiamo a che fare con dei racconti che rasentano il meraviglioso, il fantastico, il lirico, l’epico o il tragico… Come ogni romanziere Vincenzo Consolo non sfugge a questa regola: i suoi romanzi sono strapieni di storie, di racconti,
nonché di aneddoti, di notazioni, d’impressioni, come quelle che ci presenterebbe uno scrittore viaggiatore. E qui apro subito una breve parentesi per fare una costatazione che mi sembra importante: tutte le sue opere sono fondate su una storia di viaggio o giocano con la metafora del viaggio. Tutte ci invitano ad un viaggio attraverso dei luoghi privilegiati, quasi sempre in Sicilia, il cui epicentro sembra essere la città di Cefalù; ma tornerò più avanti su questo punto. Però Vincenzo Consolo non è un semplice romanziere realista che si accontenta di registrare e di descrivere la realtà in cui vive (anche se questo gli capita, naturalmente, ad esempio quando egli denuncia il totale degrado in cui sono cadute oggi le grandi città di Sicilia, come Palermo o Siracusa), ma in generale le storie di Consolo affondano le loro radici nella Storia, quella della Sicilia degli anni e dei secoli passati, cioè di una Sicilia splendida nella bellezza dei suoi paesaggi e dei suoi siti ancora intatti, di una Sicilia pura e vergine nei suoi costumi non ancora corrotti, di una Sicilia mitica (che ci ricorda e rimanda a quella di Verga e Vittorini), di cui il nostro scrittore esprime continuamente la straziante e lacerante nostalgia. Per altro questo rapporto con la Storia caratterizza tutta la tradizione del romanzo italiano moderno, dal Manzoni, passando poi per Verga, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, perfino Sciascia, tradizione nella quale s’inserisce profondamente Vincenzo Consolo, ma in modo molto originale, come vedremo più avanti. Tutti i romanzi e tutte le opere di Consolo si riferiscono alla storia più o meno recente della Sicilia e se ne nutrono direttamente. Così La ferita dell’aprile, il romanzo che, nel 1963, segna gli inizi letterari di Consolo, misto sapientemente dosato di autobiogafia e di storia, di quotidiano e di mito. La ferita dell’aprile è la storia di un adolescente e di un paese siciliano all’indomani della seconda guerra mondiale. La storia di un adolescente che, alla fi ne di un itinerario fatto di entusiasmi e di delusioni, di gioie e di dolori, giunge alla conoscenza della solitudine e del carattere conflittuale dell’esistenza. In effetti la «ferita», alla quale allude il titolo, è di sicuro la «ferita» della giovinezza, nella sua esperienza dolorosa di passaggio all’età adulta; ma è anche forse «la ferita» politica delle elezioni del 18 aprile 1948, profondamente risentita dallo scrittore impegnato Consolo, che rimane solidale delle vittime di una storia che gli appare immutevole e insensata. Tra La ferita dell’aprile e il suo secondo romanzo, Il sorriso dell’ignoto marinaio del 1976, dodici anni di silenzio, sui quali potremo chiedere dopo a Vincenzo Consolo qualche chiarimento. Poi viene Lunaria (1985), in cui Consolo tiene un discorso sottilmente politico e storico (notiamo anche, ‘en passant’, come nel nostro autore Storia e politica sono sempre strettamente legate). Lunaria ci presenta una Palermo del Settecento, in cui l’autore
mette in scena un mito poetico, quello della luna contro il potere. La caduta della luna mette in luce «la diversità» di un vicere che non crede nel potere, il ché lo avvicinerà ai suoi sudditi (contadini e popolani), e lo aiuterà a smascherare la falsa scienza ben diversa da quella vera scienza capace di audacia e di spirito concreto. Solo la gente umile, i poeti, i marginali saranno capaci di capire veramente la luna e la forza del suo mito. Ne La ferita dell’aprile, rileviamo questa frase: “Il faro di Cefalù guizzava come un lampo, s’incrociava con la luna, la trapassava, lama dentro un pane tondo: potevano cadere sopra il mare molliche di luna e una barca si faceva sotto per raccoglierle: domani, alla pescheria, molliche di luna a duecento lire il chilo, il doppio delle sarde, lo sfizio si paga; correte femmine, correte, prima che si squagliano”1 . Questa frase annuncia già Lunaria e ci rivela, in nuce, nel suo potente lirismo, due elementi essenziali della poetica di Consolo:

da una parte il faro che invita al viaggio, un viaggio rituale
dall’esistenza alla Storia, che invita quindi alla conoscenza del
mondo e di se stessi. Il faro, cioè la luce, e quindi per Consolo la
ragione che attrae, che illumina in modo intermittente le tenebre;
il faro che simboleggia il tentativo umano, mai completamente
appagato, di penetrare il mistero dell’esistenza.

dall’altra parte la luna, altro topos al quale il nostro autore
è particolarmente legato, che rappresenta il bisogno assoluto di
immaginazione, di creazione poetica. Qui, in quei repentini bagliori del faro di Cefalù che, con la sua luce, trafigge la luna e ne fa cadere le briciole, le molliche nel mare, possiamo rilevare
non soltanto una immagine intensamente poetica, ma anche una
prima e delicata immagine della «violazione» e della «caduta» della
luna che sono precisamente i temi centrali del racconto teatrale
Lunaria.
E qui vediamo anche come, da un’opera all’altra, si stabilisce una rete di corrispondenze e di echi interni. Anche Retablo (1987) è, a modo suo, un romanzo storico, ambientato nel Settecento, nella Sicilia occidentale, che per Consolo è quella della Storia. Retablo si presenta come un racconto di viaggio -forma che ritroveremo ancora ne L’olivo e l’olivastro- quello del Cavaliere Clerici, pittore milanese, in cui, come avviene nei romanzi di avventure, gli episodi si susseguono senza legami necessari tra di loro. Attraverso la Sicilia del Settecento, sontuosa e misera, accecante e cupa, paradisiaca e infernale, deliziosa e squallida, si delinea e dispiega il conflitto tra ‘avere’ e ‘essere’, vale a dire tra i falsi valori (della ricchezza, la nobiltà del nome, del potere) e i valori autentici, cioè quelli che si affermano per sé stessi e che caratterizzano un’umanità umile, marginale, diversa, vale a dire quella dei pastori, dei poeti, dei nobili vegliardi, dei briganti generosi o dei mercanti disinteressati. È con questi umili che simpatizza ovviamente il Cavaliere Clerici (come il vicere di Lunaria di cui costituisce un’eco), intellettuale illuminato del secolo dei lumi, eco anche lui del barone Mandralisca e di Giovanni Interdonato de Il sorriso dell’ignoto marinaio. Le Pietre di Pantalica (1988), non più romanzo ma raccolta di novelle, conservano un legame molto stretto con la storia della Sicilia. L’opera si dipana su un arco di tempo che va dal periodo della liberazione fi no ai conflitti sociali del dopoguerra, dal «boom» economico degli anni’60, ai problemi, ai danni e al degrado causati da questo «boom» nella Sicilia e nell’Italia contemporanea. Siccome la Sicilia e i mali siciliani sono spesso, per non dire sempre, una metafora dell’Italia e dei mali italiani, ritroviamo, ne Le pietre di Pantalica, la critica contro la cultura dei privilegi e del potere; ritroviamo il rapporto-contrasto tra la razionalità e la follia, il «male misterioso ed endemico» di una Sicilia emblematica; ritroviamo la visione di una storia immobile ed immutevole nelle sue prevaricazioni, i suoi inganni e le sue menzogne, nelle sue ingiustizie e le sue esclusioni. Le pagine emblematiche del penultimo racconto, intitolato appunto “Le pietre di Pantalica”, ci offrono un ritratto terrificante delle città che una volta furono tra le più belle della Sicilia, si vuol parlare naturalmente di Siracusa e di Palermo: “Sono tornato a Siracusa dopo più di trent’anni, ancora come spettatore di tragedia. Allora, in quel teatro greco, nel momento in cui Ifi genia faceva il suo terribile racconto del suo sacrificio in Aulide, … o nel momento in cui il coro cantava… in questi alti momenti e in altri, nel teatro greco di Siracusa era tutto un clamore di clacson di automobili, trombe di camion, fischi di treni, scoppiettìo di motorette, sgommate, stridore di freni… Attorno al teatro, dietro la scena, dietro il fondale di pini e cipressi il paesaggio sonoro di Siracusa era orribile, inquinato, selvaggio, barbarico, in confronto al quale, il fragore del mare Inospitale contro gli scogli della Tauride era un notturno di Chopin… E, usciti dal teatro, che cosa si vede? La distruzione e lo squallore: un paesaggio di ferro e di fuoco, di maligni vapori, di pesanti caligini. Le raffinerie di petrolio e le industrie chimiche di Melilli e Priolo, alle porte di Siracusa, hanno corroso, avvelenato la città. Nel centro storico, nell’isola di Ortigia, lo spettacolo è ancora più deprimente. La bellissima città medievale, rinascimentale e
barocca, la città ottocentesca e quella dell’inizio del Novecento è completamente degradata: una città marcia, putrefatta”2 . E più avanti: “Palermo è fetida, infetta. In questo luglio fervido, esala odore dolciastro di sangue e gelsomino, odore pungente di creolina e olio fritto. Ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta, il fumo dei rifiuti che bruciano sopra Bellolampo… Questa città è un macello, le strade sono ‘carnezzerie’ con pozzanghere, rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati, legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati, chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta…”3
Queste pagine annunciano ciò che diventerà il leitmotiv di un’opera successiva di Consolo, cioè L’olivo e l’olivastro, pubblicata nell’agosto del 1994. L’olivo e l’olivastro è una specie di odissea,
di ritorno nella patria natale; è un’immagine desolata, corrotta, apocalittica della Sicilia, quella che ci offre la prosa lirica e barocca di Consolo. Anche qui ritroviamo il tema del viaggio che costituiva la struttura portante di Retablo; però tutto quello che il poeta vede è soggetto a un paragone che oppone la Sicilia mitica di una volta, la Sicilia eterna, superba, splendida attraverso i suoi siti, la sua natura ed i suoi monumenti, alla Sicilia attuale che non è altro che squallore e abbrutimento.
Bisognerebbe citare tutte le pagine che segnano questa trasformazione, quella di Caltagirone, di Gela di cui Consolo ci presenta un ritratto terrificante per non dire raggelante, quella di Segesta, di Mazzara ed infine di Gibellina che si offre come l’ultimo esempio, in quest’opera, di un’antica, nobile e magnifica civiltà, sacrificata agli dei di un modernismo dello scandalo e dell’orrore.
L’olivo e l’olivastro, a parer nostro, costituisce, nel percorso letterario di Vincenzo Consolo, un’opera-somma in cui s’incrociano e si rispondono tutti i temi maggiori della poetica consoliana, e un’opera in cui l’uomo, il romanziere ed il poeta, gridano la loro indignazione ed il loro sgomento di fronte ai templi della bruttezza architettonica e morale di quel che si è soliti chiamare la civiltà moderna. L’olivo e l’olivastro è un libro-chiave per capire tutta l’opera di Consolo. Occorrerebbe poterne citare tutte le pagine, in particolare quelle in cui Consolo rivela al lettore il significato profondo della sua scoperta di Cefalù, ma sarebbe ovviamente troppo lungo, perciò ci accontenteremo di citarne un breve passo: “Si ritrovò così a Cefalù… Ricorda che lo meravigliava, man mano che s’appressava a quel paese, l’alzarsi del tono di ogni cosa, nel paesaggio, negli oggetti, nei visi, nei gesti, negli accenti; il farsi il tono più colorito e forte, più netto ed eloquente, più iattante di quello che aveva lasciato alle sue spalle. Aspra, scogliosa era la costa, con impennate montuose di scabra e aguzza roccia, fi no alla gran rocca tonda sopra il mare -Kefa o Kefalè-, al capo che aveva dato nome e protezione dall’antico a Cefalù… Alti, chiari, dai capelli colore del frumento erano gli abitanti, o scuri e crespi, camusi, come se, dopo secoli, ancora distinti, uno accanto all’altro miracolosamente scorressero i due fi umi, l’arabo e il normanno, siccome accanto e in armonia stavano il gran Duomo o fortezza o castello di Ruggiero e le casipole con archi, altane e finestrelle del porto saraceno, del Vascio o la Giudecca. S’innamorò di Cefalù. Di quel paese che sembrava anticipare nella Rocca il monte Pellegrino, nel porto la Cala, nel Duomo il Duomo, nel Cristo Pantocratore la cappella Palatina e Monreale, nell’Osterio Magno lo Steri chiaramontano, nei quartieri Crucilla e Marchiafava la Kalsa e il Borgo, anticipare la grande capitale. Abitò a Cefalù nell’estate. Gli sembrava, ed era, un altro mondo, un mondo pieno di segni, di messaggi, che volevano essere letti, interpretati”4 .
Così quindi Cefalù, centro del mondo di Consolo, sorta di Aleph borgesiano, citando Borgès: “in cui si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti sotto tutti i punti di vista”, Cefalù è per Consolo la città d’incontro e di scoperta, la città che diventerà la citta-simbolo di un intero universo.
E quale migliore transizione di Cefalù per parlare dei due romanzi senz’altro più compiuti e tra i più importanti di Consolo, e di cui volutamente non si è parlato finora, cioè Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) -cronologicamente il secondo di Consolo- e Nottetempo, casa per casa (1992 -Premio Strega 1992). Cefalù, alfa e omega di Vincenzo Consolo, terra di ogni scoperta e ogni delizia, Cefalù col suo faro, Cefalù e la sua cattedrale, che di opera in opera sono, come i ciottoli seminati da Pollicino, i punti di riferimento di Consolo, Cefalù caput mundi (kefalè=testa), Cefalù è il luogo privilegiato di questi due romanzi, romanzi storici per antonomasia, che costituiscono come ama a ricordarlo il loro autore: «Il dittico di Cefalù». Con Il sorriso dell’ignoto marinaio, pubblicato integralmente nel 1976, Consolo si tuffa letteralmente nella storia, quella del Risorgimento a Cefalù e in Sicilia, per tentare di capire le ragioni del fallimento parziale degli ideali di uguaglianza e di giustizia che avevano attraversato tutta la prima metà dell’Ottocento, per concretizzarsi momentaneamente nella data dell’undici maggio 1860, giorno dello sbarco di Garibaldi in Sicilia. Il protagonista della prima parte del romanzo, quella di Cefalù, è Enrico Piraino, barone di Mandralisca, malacologo e archeologo, intellettuale impegnato a favore del nuovo corso della storia. Consolo ne fa il portavoce della propria ideologia, delle proprie convinzioni sull’idea di proprietà e delle ingiustizie che da essa derivano. Mandralisca va paragonato al Cavaliere Clerici di Retablo e al Vicere di Lunaria. Consolo è rimasto affascinato dalla statura morale di questo personaggio, decisamente più generoso del principe Salina ne Il Gattopardo di Lampedusa, e personaggio in cui egli sente, per via dell’amore comune che nutrono tutti e due per il viaggio (reale o metaforico), un fratello di elezione. Nei numerosi spostamenti del barone “da Lipari a Cefalù, dal mare alla terra, dall’esistenza alla storia”, come lo dice lui stesso, Consolo ha trovato un antecedente storico al proprio viaggio-scoperta-iniziazione, dalla regione di Messina dove è nato ed ha vissuto la propria infanzia (a Sant’Agata di Militello), e che rappresenta per lui il mondo della natura e del quotidiano, verso la regione di Palermo che rappresenta invece, tramite la tappa intermedia di Cefalù, autentica porta del mondo, la cultura e la Storia.
Mandralisca è l’intellettuale che si pone in modo problematico di fronte alla storia per cercare di capirne il corso e gli sviluppi. È lui peraltro che ha comprato il «Ritratto d’ignoto» d’Antonello da
Messina il cui sorriso e sguardo enigmatici, nel contempo complici e distanti, ironici e aristocraticamente benevoli, ci dicono a che punto quest’uomo la sa lunga sulla vita e i suoi segreti. D’altronde questo sorriso enigmatico dell’uomo misterioso dipinto da Antonello, Consolo lo fa rivivere sul viso di un altro personaggio importante del romanzo, il democratico Giovanni Interdonato, latore di tutti i valori positivi del cambiamento sperato: quello di una Sicilia migliore, in cui il lavoro e la capacità di sacrificio dei suoi abitanti potranno far regnare, alla luce della ragione e dello spirito (la cui sede è il capo, cioè Cefalù / kefalè), una maggiore giustizia. Il sorriso dell’ignoto marinaio ci offre, per lo meno nella sua prima parte, una visione allegra dell’esistenza, che Consolo ci comunica mediante parole che attingono la loro bellezza nella poesia dei luoghi descritti, nel lirismo dei gesti quotidiani, offerti al lettore senza compiacimento paternalistico, ma piuttosto attraverso un’estasi poetica profonda. La seconda parte del dittico, Nottetempo casa per casa (marzo 1992), arriva dopo anni di approfondimenti tematici e di sperimentazioni linguistiche molto personali: l’agonia della poesia in Lunaria, il tema e la metafora del viaggio, il rapporto scritturavita e le riflessioni esacerbate sull’alienazione della nostra epoca (Retablo e Le pietre di Pantalica). Nottetempo casa per casa è storicamente ambientato negli anni 20 del Novecento, scelta naturalmente non affatto casuale. Consolo stabilisce un parallelo implicito tra quel periodo ed il nostro, si serve del passato e della storia per parlarci meglio del presente: in effetti il clima di violenza e d’intolleranza, che s’instaura in Italia con l’avvento del fascismo, trova degli echi nella follia e l’oltraggiosa disconoscenza della dignità umana che regnano oggigiorno. Cefalù, come la Sicilia di Sciascia, diventa in questo romanzo metafora di una realtà generale non solo problematica e contraddittoria, ma anche, per certi aspetti, stretta e volgare. Per tutte queste ragioni, Petro Marano, il protagonista del romanzo, è naturalmente sconcertato -come lo è lo scrittore- davanti a questa realtà che perde la propria consistenza, che si sfrangia e si sfi laccia sotto i colpi dei movimenti irrazionalistici che sembrano fare dei proseliti anche tra i suoi compatrioti: “Sentiva d’esser legato a quel paese, pieno di vita, storie, trame, segni monumenti. Ma pieno soprattutto, piena la sua gente, della capacità di intendere e sostenere il vero, d’essere nel cuore del reale, in armonia con esso. Fino a ieri. Ora sembrava che un terremoto grande avesse creato una frattura, aperto un vallo tra gli uomini e il tempo, la realtà, che una smania, un assillo generale spingesse ognuno nella sfasatura, nella confusione, nell’insania”5 . Mentre ne Il sorriso dell’ignoto marinaio i luoghi di Cefalù erano le contrade dell’utopia, della speranza appassionata di un cambiamento storico e sociale, in Nottetempo casa per casa gli stessi luoghi diventano come le regioni del disincanto, dell’assenza di ragione, della scomparsa temporanea della luce del faro, del
«chiarore della lanterna». Allora la scrittura di Consolo in Nottetempo casa per casa si mette in posizione di attesa, pur rimanendo costruttiva poiché continuare a scrivere, a raccontare, significa per Consolo denunciare la notte della ragione, ma anche continuare a sperare, non abbandonarsi al pessimismo più tetro che genera l’afasia, l’impossibilità di creare e d’inventare. A Cefalù Consolo ha compiuto un «rito di passaggio», di cui lui stesso ha abbondantemente parlato, che gli ha permesso di fare emergere, dal suo magma interno, l’altra parte della verità, l’altro colore dell’esistenza, l’emisfero nascosto della luna. Questo viaggio, senza alcun dubbio, più che un viaggio spaziale vero e proprio, ha un valore piuttosto simbolico di conoscenza e d’iniziazione. Cefalù, «rito di passaggio», unisce strettamente i due romanzi. D’altronde Consolo fa notare che nessun critico aveva notato che i due libri hanno lo stesso incipit: il primo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, inizia così: “E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci”6 . Inizia quindi con una congiunzione, «E», e un’aurora. In altri termini è un libro augurale ed aurorale, è un libro diurno e solare, perché si tratta del romanzo della speranza. il secondo invece, con un effetto di simmetria oppositiva,
inizia con una congiunzione, «E», e un notturno:
“E la chiarìa scialba all’oriente… Sorgeva l’algente luna”7 .
Inizia con il sorgere della luna, con l’apparizione di un personaggio inquietante, anche lui notturno, il padre di Petro Marano, notturno perché soffre di licantropia. Se Il sorriso dell’ignoto marinaio era il libro della speranza, Nottetempo casa per casa è il libro della disperazione e del dolore. Lascio ora la parola a Consolo che citerò lungamente: “Ho voluto rappresentare il dolore… e questo libro è stato da me concepito proprio come una tragedia: la scansione in capitoli del libro è proprio quella delle scene di una tragedia greca… Mi è stato soprattutto rimproverato da un critico, per altro molto acuto, che io cerco consolazione in un genere ormai scaduto, nel romanzo. L’ho trovato offensivo. La letteratura non è scaduta, essa è stata avvilita. Credo che la funzione della letteratura sia ancora quella di essere testimone del nostro tempo. Petro Marano è questo. Di fronte al fallimento dell’utopia politica, di fronte alla follia della storia e alla follia privata, alla sua follia esistenziale, al dolore che lui si porta dentro, capisce che il suo compito è quello dell’anghelos, del messaggero che nella tragedia greca ad un certo punto arrivava sulla scena e raccontava ciò che si era svolto altrove. Ecco, la funzione dello scrittore, di Petro Marano è quella di fare da anghelos, da messaggero. Nei momenti in cui cadono tutti i valori, la funzione della letteratura è di essere testimone non soltanto della storia, ma anche del dolore dell’uomo. È l’unica funzione che la letteratura può avere. La politica si preoccupa delle sorti immediate dell’uomo, la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente. Di una letteratura, parlo di narrativa, quanto mai minacciata, oggi, da quella che è la mercificazione di questo genere letterario. È per questo che ho concepito il mio impegno letterario, non soltanto per un fatto di propensione verso il lirismo ma anche ideologicamente devo dire, come difesa dello spazio letterario.
Ho cercato di allontanarmi sempre di più da quel linguaggio senza memoria, insonoro, che i mezzi di comunicazione di massa oggi ci impongono e che ormai ha invaso tutti i settori della nostra vita. Il settore più minacciato, dicevo, è quello della narrativa. Credo che l’unica salvezza per questo genere fortemente appetito dai produttori dell’industria culturale -appunto perché è mercificabile- rimanga quella di avvicinare la narrazione alla poesia”. Ho tenuto a riferire lungamente le parole di Vincenzo Consolo perché, da sole, costituiscono un’ottima conclusione ai miei propositi di oggi. Propositi un po’ brevi e lapidari per una materia così ricca, sulla quale ci sarebbe ancora molto da dire. Ma il mio intento e la mia ambizione erano solo quelli d’introdurre un dibattito con l’autore in persona.
Quindi, per concludere, in Consolo narrativa e Storia sono intimamente legate. La Storia costituisce la trama intima del tessuto romanzesco. Ma Consolo non è uno storico e non è semplicemente, direi, un romanziere storico. È anche e soprattutto, per via di ciò che la sua prosa ha di lussureggiante, colorato, colto, prezioso, spesso barocco e lirico, è anche quindi un poeta della storia e del romanzo. La lettura di alcuni brani citati lo dimostra. I suoi legami e la sua dimestichezza di spirito e di penna con alcuni dei più grandi poeti contemporanei, quali Montale e soprattutto Lucio Piccolo, il grande poeta siciliano che fu amico di Consolo, lo attestano. Ma questo aspetto del nostro scrittore potrebbe essere oggetto di un’altra presentazione e di un altro dibattito.


1 CONSOLO, V. (1989: 31). 2CONSOLO, V. (1988: 165-6).
3CONSOLO, V. (1988: 170).
4 CONSOLO, V. (1994: 123-4).5 CONSOLO, V. (1992: 144). 6 CONSOLO, V. [(1976) ma 1997: 12]. 7 CONSOLO, V. (1992: 5).
BIBLIOGRAFIA:
CONSOLO, V. (1988): Le pietre di Pantalica, Milano: Mondadori.
CONSOLO, V. (1989): La ferita dell’aprile, Milano: Mondadori.
CONSOLO, V. (1992): Nottetempo, casa per casa, Milano: Mondadori.
CONSOLO, V. (1994): L’olivo e l’olivastro, Milano: Mondadori.
CONSOLO, V. (1997): Il sorriso dell’ignoto marinaio, Milano: Mondadori
(«Scrittori italiani») [1 ed. 1976, Torino: Einaudi].

Presentazione del libro Filosofiana, di Vincenzo Consolo racconto tratto dal libro le “Pietre di Pantalica”. Madrid istituto Cervantes. Il 17 di aprile 2008 Presenta: Manuel Gil Esteve (Cattedratico de Filologia Italiana. Universidad Complutense. Partecipano: Renzo Cremante, Cattedratico de Filologia Italiana Director del Fond de Manuscritos de Autores Contemporaneos. Università di Pavia. Salvatore Trovato, Cattedratico de Linguistica Universidad de Catania. Irene Romera Pintor: Professora Titular de Filologia Italiana. Univesidad de Valencia.

Presentazione del libro Filosofiana, Madrid istituto Cervantes. Vincenzo Consolo. Prima parte.
Presentazione del libro Filosofiana, Madrid istituto Cervantes. Vincenzo Consolo. Seconda parte
Presentazione del libro Filosofiana, Madrid istituto Cervantes. Vincenzo Consolo. Terza parte.

La pasión por la lengua: Vincenzo Consolo

Laureano Núñez García
AA.VV.
(Homenaje por sus 75 años)
a cura di Irene Romera Pintor
Valencia, Generalitat Valenciana Universitat de València
2008
Nell’aprile del 2008 l’Universitá di Valencia organizzò delle giornate internazionali di studio in onore al noto scrittore siciliano Vincenzo Consolo nelle quali si celebrava il suo straordinario apporto creativo al panorama della letteratura italiana e europea per il suo settantacinquesimo anniversario.
L’iniziativa di quest’incontro, così come gli accurati atti delle giornate, sono merito della professoressa Irene Romera Pintor, senza dubbio una delle migliori specialiste nell’opera di Vincenzo Consolo. Il volume La pasión por la lengua: Vincenzo Consolo (Homenaje por sus 75 años) raccoglie gli interventi che ebbero luogo in quest’incontro che contò sulla presenza di notevoli critici e studiosi europei, oltre che dello scrittore celebrato.
Vincenzo Consolo apre il libro con il saggio Due poeti prigionieri in Algeri: Miguel de Cervantes e Antonio Veneziano. Con il suo solito linguaggio preciso e sorprendente, Consolo indaga nuovamente nella memoria del passato storico per capire il presente, recuperando in quest’occasione la relazione istauratasi tra due grandi scrittori, Miguel de Cervantes e il siciliano Antonio Veneziano, nello stato di cattività che entrambi soffrirono in Algeri nella seconda metà del Seicento. Il poeta palermitano Antonio Veneziano fu catturato dalle navi corsare nel 1578 e trasferito ad Algeri, dove Cervantes era già da tre anni. In cattività, entrambi gli scrittori continueranno il loro lavoro letterario e, una volta liberati e rientrati in patria, sia Cervantes sia Veneziano soffriranno nuovamente la crudezza del carcere, fornendo un esempio delle difficoltà di vivere (allora come adesso) sulla rive del Mediterraneo.
In “Filosofiana” o cuando las piedras hablan, Fausto Díaz Padilla analizza sotto svariati aspetti linguistici e narratologici l’edizione e la traduzione spagnola (a cura di Irene Romera) del racconto di Consolo Filosofiana, appartenente all’opera Le pietre di Pantalica. Diaz Padilla conferma la felice intuizione della traduttrice spagnola nell’individuare nello scenario spaziale e la costruzione dei personaggi le chiavi per comprendere il concetto di sicilianità che struttura il testo. Inoltre, Diaz Padilla sostiene che la simbiosi tra il linguaggio regionale, locale e arcaico costituisce il peculiare stilo narrativo dello scrittore siciliano. Per quanto riguarda la traduzione spagnola, considera una felice scelta l’utilizzo del dialetto “murciano” rurale per adattare i termini dialettali equivalenti del testo originale.
Ne L’evidenza del nome nella scrittura di Vincenzo Consolo, Giulio Ferroni intraprende una interessante analisi stilistica per evidenziare l’importanza che acquisiscono nell’opera di Consolo i nomi, o meglio ancora, il legame che unisce i nomi e le cose in un tentativo di evitare la dissociazione tra il linguaggio e la realtà. Prendendone esempi da Il sorriso dell’ignoto marinaio, Le pietre di Pantalica, Nottetempo casa per casa e Retablo, Ferroni arriva alla conclusione che l’insistente ossessione con cui Consolo si afferra alla forza delle parole si fonda sul fatto che per lo scrittore siciliano esse siano, al di sopra di qualsiasi altra cosa, “nomi di cose vere, visibili, concrete”.
Alle relazioni tra storia e romanzo Jean Fracchiolla dedica il suo saggio Vincenzo Consolo: romanzo e storia. Storia e storie. Per Fracchiolla la narrativa di Consolo si nutre della storia della Sicilia e dei luoghi che acquisiscono un’importanza straordinaria nella sua opera, come Cefalú, che unisce due romanzi storici assai rilevanti come Il sorriso dell’ignoto marinaio e Nottetempo casa per casa, dai quali si può estrarre una visione pessimista del mutamento storico dell’isola e una metafora (nel secondo romanzo) sulla volgarità dei tempi presenti. Da parte sua, Vicente González Martín si avvicina in “La Nuova Questione della lingua” en Vincenzo Consolo al difficile compito di definire il modello linguistico ed espressivo dello scrittore in rapporto con il panorama linguistico italiano attuale e alla tradizione letteraria. González Martín conclude che lo sperimentalismo stilistico e formale di Consolo, così peculiare e lontano da qualsiasi altro narratore italiano, si caratterizza per un linguaggio poetico, plurilinguistico e polifonico che unisce la lingua italiana dell’alta tradizione e i contributi del dialetto, dotandolo di una capacità espressiva originalissima che probabilmente allontanerà dalla sua opera il lettore pigro e poco esigente, ma che con il passare del tempo sarà destinato a diventare un classico.
Alla problematica del linguaggio in Consolo anche Salvatore C. Trovato dedica un intervento che approfondisce le motivazioni delle sue scelte dialettali (sia sul piano stilistico sia su quello teorico e ideologico) nella tradizione culturale e letteraria, pienamente siciliana, nella quale si riconosce e dove spuntano, oltre a Verga, Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo. Per ultimo, riflette sulla traduzione allo spagnolo della “regionalità” del racconto Filosofiana, esprimendo un giudizio assai positivo sulle strategie traduttologiche impiegate da Irene Romera.
La seconda parte del libro, raccoglie (sotto il nome generico di Apéndices) i vari interventi e presentazioni di libri che ebbero luogo nel convegno, anche questi di grande interesse. Divise in quattro sezioni, la prima appendice raccoglie n’appassionante intervista di Jean Fracchiolla a Vincenzo Consolo (con interventi di Trovato e Ferroni), dove Consolo ricorda la sua amicizia con Piccolo e Sciascia, e la sua visione di Vittorini, e dove emerge la dura critica dello scrittore siciliano alla degradazione della vita pubblica italiana e alla scandalosa convivenza tra mafia e politica, che serve a spiegare, secondo lo scrittore, l’irreparabile distruzione urbanistica che soffrì Palermo qualche decennio prima. Da parte sua, la seconda appendice raccoglie l’intervento del regista Pasquale Scimeca, che svela i motivi che lo spinsero ad adattare il racconto Filosofiana, uno dei tre episodi che completano il suo film Un sogno perso. Per Scimeca, il testo di Consolo si presentava come un rappresentativo esempio della Sicilia come metafora di una millenaria civilizzazione contadina trascinata da una nuova forma di civilizzazione (il consumismo), che doveva essere portata al grande schermo.
Nella terza appendice sono riportati gli interventi di Dominique Budor, Vincenzo Consolo, Cesare Segre e Renzo Cremante in occasione della presentazione del libro Vincenzo Consolo, éthique et écriture (Presse Sorbonne Nouvelle, París, 2007, a cura di Dominique Budor), che sono gli atti del convegno avuto a Parigi nel 2002 sull’opera dell’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio. Gli interventi di Segre e Cremante, che raccontano uno a uno gli apporti dei critici e degli studiosi che partecipano nel volume, servono a dare un’idea globale del suo contenuto, dal quale si evince il vigore e l’interesse internazionale per un’opera letteraria nella quale emergono sia l’importanza degli aspetti etici e civili sia di quelli retorici, formali e linguistici. Infine, la quarta appendice raccoglie gli
interventi attinenti alla presentazione dell’edizione spagnola del racconto Filosofiana (Fundación
Updea Publicaciones, Madrid, 2008).

Intervista a Vincenzo Consolo realizzata da Jean Fracchiolla.

Jean Fracchiolla
Questa è l’ennesima intervista che faccio con Lei. Ho scelto soltanto
alcune domande perché ovviamente non posso farle tutte.
Poi toccherà a voi (il pubblico presente) soddisfare i vostri interessi,
da quello che avrete sentito.
Nella Sua lunga e ricca produzione si può notare un ritmo piuttosto
lento, meditato e regolare, poiché non si può dire che Lei
sia un grafomane che scrive e pubblica uno o due libri all’anno,
come è diventato di moda oggi. Però ciò che colpisce, quando
si percorre la Sua bio-bibliografia e il lungo periodo di silenzio
che intercorre tra il Suo primo romanzo La ferita dell’aprile e il
secondo Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976. Sono ben dodici
anni di assenza dalla scena letteraria. Potrebbe un po’ chiarire
questo periodo di silenzio o almeno di non espressione letteraria?
Vincenzo Consolo
Dallo Spasimo di Palermo in poi questo mio lungo silenzio
può ricordare quello intercorso fra La ferita dell’aprile ed Il sorriso
dell’ignoto marinaio. Sembra quasi una dimissione dall’impegno
letterario, dalla scrittura. Credo che dopo l’opera prima dove
si mette in campo tutta la propria memoria personale, infatti La
ferita dell’aprile è la memoria della mia adolescenza, bisogna
capire chi si è e dove si vuole andare. Il titolo è preso da Elliot:
“Aprile è il mese più crudele”1. Da qui il titolo La ferita dell’aprile
che era la ferita dell’adolescenza, ma anche la ferita del luogo e
del momento storico di cui parla il narratore, che era la Sicilia e la
1 ELLIOT, T.S., La terra desolata.
strage di Portella della Ginestra e quindi i risultati delle votazioni
del ’48 che hanno portato quel potere politico che conosciamo
che è durato tanti anni.
Ma voglio precisare che dopo la prima opera mi sono chiesto
chi sono e dove voglio andare e non è stato facile darmi una risposta…
E dopo bisogna programmarsi, sapere qual è la propria
identità. Questo lungo silenzio ha coinciso anche con le mie vicende
private perché nel ‘68 sono andato via dalla Sicilia. Avevo
fatto i miei studi a Milano, il servizio militare, poi avevo deciso
di fare lo scrittore in Sicilia. Ero stato lì cinque anni ad insegnare,
frequentando Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Questi erano i
miei due riferimenti. Erano di quanto più opposto si possa immaginare.
L’uno poeta puro, quasi mistico, i suoi poeti per antonomasia
erano San Juan de la Cruz e Góngora, poeta barocco.
Piccolo era cugino di Tommaso di Lampedusa. E dall’altra parte
il razionalista illuminista Leonardo Sciascia. E quindi io dovevo
scegliere il mio camino: da una parte o dall’altra…
Jean Fracchiolla
Ma apparentemente, quando si conosce la Sua opera, ha scelto
questi due poli opposti e li ha conciliati?
Vincenzo Consolo
Si, e poi mi sono mosso verso i disegni della Storia. Verso il grande mondo occidentale… nella parte orientale c’è più natura,
più storia remota, storia greca… ed invece da quell’altra parte ci
sono segni più ricchi e più evidenti delle storie che si sono susseguite.
E quindi sono passati tutti questi anni con le mie ricerche
storiche, personali, ecc. Mi ero portato documenti dalla Sicilia. Ho
continuato poi a fare le mie ricerche, al Museo del Risorgimento
di Milano, dove il direttore si chiamava Canzio Garibaldi: era un
discendente di Garibaldi, molto simpatico e mi ha molto aiutato.
Poi ho progettato questa trilogia che parte dal Sorriso dell’ignoto
marinaio affrontando tre momenti importanti della storia italiana:
nel primo romanzo il Risorgimento, in Nottetempo, casa per casa
la nascita del fascismo. Mi sono chiesto come mai può nascere un
fenomeno così aberrante in un Paese, ho cercato di capirne le ragioni.
Le ho trovate soprattutto in una grande decadenza culturale (imperava in quegli anni il fenomeno di D’Annunzio) e soprattutto nell’insorgere di misticismi di segno bianco e di segno nero, rappresentato quest’ultimo dal satanista inglese Alaister Crowley.
E quindi il terzo libro Lo spasimo di Palermo che prende il
nome dalla Chiesa dello Spasimo e dal quadro di Raffaello che si
chiama “Lo spasimo di Sicilia”. Questo spasimo che non finisce
mai, in cui narro della Sicilia contemporanea, del fenomeno aberrante
del potere politico mafioso e concludo con le due famose
stragi di Capaci e di via d’Amelio, con l’uccisione di Falcone e
Borsellino.
Il mio silenzio dopo questo ultimo libro della trilogia? Molto
è mutato in questi anni in Italia, c’è stata una profonda, terribile
mutazione antropologica, culturale e anche letteraria. La letteratura
vera, quella in cui ho creduto e in cui ho cercato di muovermi,
è ormai sepolta, sepolta dallo spettacolo, dall’imposizione mediatica,
tutto è spettacolo in Italia, dalla politica alla letteratura.
Tutta l’Italia è ormai telestupefatta per opera di un signore che è
a capo oggi del Governo italiano. In questa Italia, io come altri
della mia generazione ci sentiamo estranei e spesso siamo assaliti
da profonda malinconia, se non da furore. Ma bisogna continuare
a scrivere, si ha il dovere di farlo. E io lo farò, malgrado tutto.
Jean Fracchiolla
Ha fatto notare quindi che ha preso il titolo della ferita
dell’aprile da Elliot; vorrei far notare a mia volta che i titoli delle
opere di Consolo sono bellissimi. Prima di conoscerLa, di conoscere
la Sua opera pensavo che quei bei titoli li sapevano dare
soltanto Françoise Sagan o Marguerite Duras che hanno dei
titoli di romanzi straordinari, ma veramente anche i Suoi sono
all’altezza di quelli dati da queste due scrittrici alle loro creazioni.
Questa è però una piccola osservazione, fatta così, en passant.
Ma tornando al nostro argomento, sappiamo appunto dei legami
di amicizia che L’hanno legata a Sciascia ed a Lucio Piccolo.
Può raccontarci il modo in cui li ha conosciuti e qual è stata la
loro influenza sulla Sua opera?
Vincenzo Consolo
Lucio Piccolo me lo ricordo da quand’ero ragazzino. Sulla strada
del mio paese passava con una macchina di lusso, decapottabile
con lo chauffeur. Dietro c’erano due signori, uno magro e
l’altro un po’ corpulento. Ed erano Lucio Piccolo ed il principe
di Lampedusa. Era il ’43. Lampedusa con la madre era sfollato a
Capo d’Orlando per i bombardamenti che c’erano a Palermo. Poi
un giorno io ero da un libraio che era anche rilegatore, si chiamava
Zuccarello, e Piccolo è entrato con l’autista ed ha portato
le poesie. Ha detto: “queste sono le poesie e mi deve stampare
un libretto e 60 copie, non di più”. Erano delle poesie intitolate
“Nove liriche”. Ed erano le poesie che poi mandò a Montale per il
Premio San Pellegrino. Poi Bassani da una parte, Montale dall’altra
raccontano sia nei Canti Barocchi, che nell’Introduzione del
Gattopardo l’arrivo di questi due geni siciliani, nel contesto dei
letterati che erano lì radunati a San Pellegrino…
I miei libri erano appoggiati sul tavolo, li avevo portati al
rilegatore. Piccolo mi dice: “Ah queste storie locali! Anch’io le
amo molto. Sono piene di insospettabile poesia! Venga a trovarmi
perché ne ho un’intera biblioteca”. Ed è così che cominciai a
frequentarlo. E per me era come andare a scuola di letteratura
perché era di una cultura sterminata. Parlava sempre lui. Io
l’ascoltavo e puntualmente ogni volta mi diceva quando lo salutavo:
“Venga Consolo, torni” ed era stabilito precisamente tre
volte alla settimana, “Venga e facciamo conversazione”. Conversazione…
parlava sempre lui… (risate).
Comunque poi quando pubblicarono il mio primo libro La
ferita dell’aprile lo inviai a Sciascia, con una lettera, dichiarando
il mio debito nei suoi confronti e lui mi rispose con una lettera
facendo molte domande sul tipo di linguaggio che avevo adoperato.
Incominciai a frequentare Sciascia il quale puntualmente
mi diceva “salutami Piccolo” e Piccolo mi diceva quando andavo
a trovare Sciascia “salutami il caro Sciascia” e quindi facevo da
messaggero, da angelos… Poi finalmente ho fatto in modo che
s’incontrassero. Sciascia è venuto al mio paese ed insieme siamo
andati a trovare Lucio Piccolo, e Sciascia ha scritto poi che
le personalità più interessanti che lui aveva incontrato nella sua
vita, quelle che l’avevano più colpito erano state Borges e Piccolo.
È stato un incontro bellissimo. A quei tempi non si pensava
a registrare questi incontri… Peccato… Quando decisi di lasciare
la Sicilia perché ho visto che lì il mondo contadino spariva, che
il mio stare lì non aveva più senso, mi sono consigliato con loro
due. Sono cose che ho già raccontato. Sciascia mi ha detto “Se
io fossi giovane come te. Se non avessi famiglia anch’io farei le
valigie e me ne andrei perché qui non c’è più speranza”. E Piccolo
dall’altra parte mi disse: “Non se ne vada, non se ne vada… perché
quando si sta lontano dai centri si ha più fascino”. Ragionava
da barone ricco e fuori dal mondo. Da razionalista-storicista ho
deciso di fare le valigie ed andare… Andare nella città che avevo
idealizzato, dove avevo fatto i miei studi, a Milano. L’unica città
per me possibile era Milano, la città degli illuministi, la città di
Manzoni, di Cesare Beccaria, la città con una tradizione operaia,
la città di Verga e di Capuana… di tutta una serie di scrittori siciliani
che avevano raggiunto questa patria immaginaria. Vittorini
era appena morto. Io ho fatto in tempo a conoscerlo alla Mondadori
a Milano quando pubblicai il mio primo libro. Mi hanno
portato nel suo ufficio, mi hanno presentato a Vittorini e poi ho
rivisto Quasimodo che avevo già incontrato in Sicilia. Anzi avevo
fatto incontrare Quasimodo, che era in vacanze dalle mie parti,
con Lucio Piccolo. Lui non voleva incontrarlo, perché Piccolo era
stato scoperto da Montale, il suo grande nemico. Poi finalmente
si convinse ed è venuto con me ad incontrare Piccolo. Piccolo ha
dato il meglio di sé in quell’incontro e Quasimodo lo guardava
ammirato, e poi quando siamo usciti mi disse “questo piccolo
poeta”… (risate)

Jean Fracchiolla
Non “questo, Piccolo, poeta”…
Vincenzo Consolo
E poi volevo sottolineare che in tutti i miei libri c’è il movimento.
Un segno letterario inaugurato da Vittorini con “Conversazioni
in Sicilia”. Quasi tutta la letteratura italiana si svolgeva sempre
in luoghi chiusi, Vittorini per primo ha inaugurato il movimento,
il viaggio di ritorno. E quindi questa lezione l’ha appresa D’Arrigo
con Horcynus Orca. Ne La ferita dell’aprile c’è un movimento
dell’io narrante che viene da un luogo dove parlano un dialetto
gallo italico, ancora parlato da una piccola comunità di origine
lombarda. Approda in un paese di mare per andare a scuola e
quindi passa dal gallo italico al siciliano e poi all’italiano. E dunque
questo viaggio linguistico parte dalle profondità storiche per
arrivare all’orizzontalità della comunicazione.
Jean Fracchiolla
Parliamo ora un poco di Retablo. Il protagonista di Retablo è il
Cavaliere Clerici. Retablo si svolge nel 700’, ma Lei ha conosciuto,
credo, a Milano, un Clerici pittore. Allora è questo Clerici che Le
ha dato l’idea poi del Cavaliere Clerici? Perché so che avete viaggiato
insieme in Sicilia…
Vincenzo Consolo
Fabrizio Clerici è già apparso in un libro di Savinio Ascolto il
tuo cuore, città. Savinio dice a Clerici: “Io mi chiamo De Chirico,
tu ti chiami Clerici, ma sicuramente saremo parenti, perché
abbiamo quasi lo stesso cognome: De Chirico e Clerici”. Fabrizio
Clerici è stato un pittore surrealista straordinario.
Anni fa, c’è stato a Palermo un matrimonio fastoso della nobiltà
palermitana, dove ero testimone di nozze con Fabrizio
Clerici, Guttuso ed altre persone. Alla fi ne dei festeggiamenti
con Clerici e con Bice Brichetto, scenografa di films di Luchino
Visconti, siamo partiti per un breve viaggio attraverso la Sicilia
classica, Segesta, Selinunte, Mozia, ecc. Vedevo Fabrizio Clerici
che disegnava e da lì mi è venuta l’idea di scrivere Retablo ed
il senso del libro era di un Clerici illuminista che s’innamora
di Teresa Blasco metà siciliana, metà spagnola e non è corrisposto.
Teresa Blasco sposa Cesare Beccaria e hanno una fi glia
Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni. Si passa dunque
dall’illuminismo, dalla ragione al sentimento, alla poesia,
dall’ideologia alla letteratura insomma. E quindi mi sembrava
che Clerici potesse impersonare un illuminista che lascia la città
fortemente ideologizzata alla ricerca delle tracce di quelli che
sono i segni della donna di cui lui è innamorato e scopre un
mondo di sentimenti, scopre un mondo di dolore. Sentimenti
che non può rappresentare un’ideologia politica, ma può rappresentare
soltanto la letteratura.
Jean Fracchiolla
Cambiando argomento, vorrei ora parlare un po’ con Lei del
degrado della Sicilia e delle città siciliane di cui ho citato qualche
esempio nei Suoi libri. Secondo Lei, questo degrado continua
tuttora? Perché, per esempio, io sono vissuto alcuni anni in Sicilia
e ultimamente ci sono tornato parecchie volte, ed ho visto che
hanno fatto molti sforzi di restauro a Siracusa per esempio; anche
a Palermo hanno restaurato palazzi, si sono dati da fare. Il teatro
Massimo, che da tempo era stato abbandonato (chiuso per 25
anni), l’hanno riaperto appunto quando io lavoravo a Palermo.
Allora c’è ancora qualche speranza, oppure questo degrado è
definitivo?
Vincenzo Consolo
Ma si, adesso stanno cercando di rimediare. Stanno restaurando
il Teatro Massimo. Il Pitré si lamentava che per costruire quel
palazzo ottocentesco progettato dal Basile avevano abbattuto un
numero spropositato di antiche chiese e conventi per fare spazio a
questo teatro perché la borghesia e la nobiltà palermitana avevano
bisogno del teatro. Da una parte avevano fatto costruire il Politeama
progettato dall’architetto Damiani Almeyda. Dall’altra parte il
Massimo con il Basile. Ma voglio dire, stanno restaurando questi
monumenti, ma le macerie dei quartieri palermitani rimangono
ancora lì cintate da mura di tufo, dietro cui vive la povera gente in
case disastrate. C’è stato dal secondo dopo guerra in poi una sorta
di stallo perché non si sono accordati sul recupero della città, sul
piano regolatore. Quindi lì c’è un gioco di corruzione, di mazzette…
Ricordiamo che nel secondo dopo guerra, quelli che hanno messo
le mani sulla città sono stati tre signori che hanno formato una
impresa edile, per costruire la nuova Palermo, la Palermo orrenda
che ha soffocato la Palermo storica. Questa società si chiamava
Valigia ed era l’acronimo di tre signori. Uno si chiamava Vassallo,
un mafioso. Un altro signore si chiamava Lima -era il referente siciliano
di Andreotti che poi è stato ucciso- ed il terzo si chiamava
Gioia, che è stato anche lui un eminente uomo politico. Ed era la
società Valigia che ha messo le mani sulla città e ha costruito gli
orrendi quartieri attorno al centro storico. Era l’epoca in cui con
la dinamite fecero saltare le ville “liberty” per costruire grattacieli.
Adesso non conosco le nuove iniziative urbanistiche, ma c’è un
signore che si chiama Micciché, che era il presidente dell’Assemblea
Regionale Siciliana che progettava campi da golf, un altro
presidente dell’Assemblea regionale, di Alleanza Nazionale, aveva
progettato un parco mistico nel territorio del tempio di Segesta con
statue di vetro resina di Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni
XXIII e un altro aveva progettato un aeroporto dei templi in un luogo che si chiama la Noce dove aveva la casa di campagna Leonardo Sciascia, che è un luogo collinare: avrebbero dovuto distruggere tutte le case dei contadini e le case dei proprietari terrieri e spianare le colline. Per fortuna queste cose non le hanno fatte.
Siccome sappiamo che gli apparati sono sempre in mano a forze
oscure, che questi legami al Sud si chiamano mafia, che è una
parola inedita, mi sono permesso di ricordare al signor Lombardo,
attuale presidente della Regione Siciliana, di avere rispetto del territorio
e quindi dei cittadini in un articolo sul Manifesto.
Jean Fracchiolla
Volevo farLe naturalmente una domanda sulla mafia che eviterò
ormai, perché comunque ha già risposto con quello che ha
detto su Palermo…
Vincenzo Consolo
Ma invece parliamone, parliamone…
Jean Fracchiolla
Allora secondo Lei il potere e l’influenza della mafia si sono
indeboliti oppure la mafia oggi è sempre quella che era?
Vincenzo Consolo
È cambiata. Ovviamente non è più la mafia rurale, corleonese.
Si è allargata: i suoi tentacoli si sono allargati alla maggior parte
dei paesi della Sicilia ed oltre. Non ha confini. Il modo di agire
mafioso ormai è diventato una cultura. Devo dire che questa
parola “mafia” per la prima volta l’hanno usata due studiosi. Un
piemontese e l’altro toscano. Ci fu una ribellione da parte degli
intellettuali siciliani di fronte a questa specificità vergognosa della
Sicilia e c’è stato Capuana che ha scritto un libello contro l’inchiesta
di questi due studiosi quando per la prima volta hanno parlato
della mafia, dicendo: “Ma come il brigantaggio è dappertutto
perché questa specificità?”. E Capuana per la prima volta usa la
parola piovra -perché la mafia viene raffigurata come una piovra e
spiega come se la Sicilia fosse stretta dai tentacoli di un’enorme
piovra. Mi è capitato di leggere adesso un romanzo scritto da un
signore del 1858, che è stato esiliato -anzi confi nato- come molti
rivoluzionari del ‘48. Si chiama Pietro Minneci ed è un poeta, uno
scrittore che scrive un romanzo intitolato Ustica e parla delle sue
esperienze ad Ustica, dove sono stati confinati molti antifascisti
negli anni ‘30, dove è stato anche Gramsci. E lui racconta di una
società che si chiama la società dell’umiltà. E racconta, nei minimi
particolari, cosa era questa organizzazione, perché i confinati
politici vivevano insieme ai delinquenti comuni. E questa società
era l’archetipo della mafia; quindi già nei primi anni dell’Ottocento
esisteva questo fenomeno mafioso, che prima aveva un nome
“compagnia della società dell’umiltà” e poi si chiamò “mafia”.
Jean Fracchiolla
Bene, quindi la Sicilia ancora oggi è tale quale Lei la descrive
e nessuno sembra sentire o capire gli avvertimenti o le grida che
Lei lancia nei Suoi romanzi. Ma secondo Lei, cosa bisognerebbe
fare per tentare di svegliare questa Sicilia, di cui già Lampedusa
diceva che nessuno può svegliarla dal suo sonno? Cosa bisognerebbe
fare secondo Lei?
Vincenzo Consolo
Non lo so… bisognerebbe mandare certi uomini politici a casa
e trovare delle persone oneste, intelligenti, colte e cercare di governare
non solo la Sicilia ma tutto il nostro Paese in un altro
modo, in modo più civile, più onesto, più corretto, più democratico.
Non voglio fare il solito lamentoso pessimista ma il nostro
Paese è degradato a questi estremi che sono preoccupanti. Non
solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale,
etico, morale. Ci sono degli spiragli in Sicilia: si sono opposti
clamorosamente al Pizzo i ragazzi di Palermo. Con il sequestro
dei beni mafiosi, con le associazioni contro la mafia come “Libera”
e l’ “Acio” si cerca di diffondere la cultura della legalità,
di far conoscere il lavoro dei magistrati e delle istituzioni che si
oppongono alla mafia. Si fanno nelle scuole manifestazioni per
far capire ai giovani la necessità di vivere nella legalità. Anche a
Milano si dovrebbe fare qualcosa di simile perché anche al Nord
aumentano le infiltrazioni mafiose, non legali.
Jean Fracchiolla
Quando ho letto quella lunga citazione alla fi ne della mia presentazione,
Lei dice: “La politica si preoccupa della sorti immediate
dell’uomo e la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente”.
Allora: non Le è mai stato offerto di lanciarsi, di buttarsi nella
politica? Lei stesso non è mai stato tentato dalla politica? E perché?
Vincenzo Consolo
Perché è una attività che non saprei svolgere. Una volta mi ha
telefonato un segretario di quello che si chiamava PDS, partito
democratico di sinistra. Mi aveva invitato a mettermi in lista per il
Senato ed io gli ho detto di no. Lui mi ha detto “è un tuo dovere”,
ed io gli ho risposto “il mio dovere è quello di scrivere”.
Jean Fracchiolla
Cambiamo argomento. Ogni lettura che facciamo lascia una
traccia in noi; quindi, di tutte le letture che ha fatto, quali sono
i libri, gli autori che Le hanno lasciato una traccia più profonda?
Vincenzo Consolo
I classici. Per un uomo della mia età, per uno cresciuto subito
dopo la seconda guerra mondiale, che è nato in un’estrema periferia,
dove non c’erano libri, biblioteche, librerie, se non quelle
scolastiche, la sete di libri era tanta e ho avuto la fortuna di avere
-di fronte a casa mia- un piccolo proprietario terriero che era un
grande lettore ed era cugino di mio padre, don Peppino Consolo.
Ho scoperto questa sua biblioteca e lui mi faceva leggere a casa
sua in cucina sul tavolo di marmo perché non mi permetteva
di portare i libri a casa, aveva paura che li sciupassi. Lui mi ha
iniziato a leggere i classici. Il primo libro è stato I miserabili di
Victor Hugo che mi ha molto colpito, poi naturalmente mi sono
nutrito in quegli anni dell’adolescenza di tanti altri classici. È stata
una stagione molto importante per me, per fortuna non c’era
quell’idiozia della televisione, per cui l’unico modo di scoprire il
mondo per quelli della mia generazione erano le pagine dei libri.
Jean Fracchiolla
Un’ ultima domanda e poi vorrei lasciare spazio anche ai presenti.
Allora ci conosciamo da una trentina di anni e spero che
andremo avanti ancora almeno per trent’anni: che impressione Le
fa di essere arrivato a questa età con un’opera così importante e
significativa alle Sue spalle?
Vincenzo Consolo
Ho il rammarico di aver scritto poco per la verità, di essere
stato molto laconico e un po’ disertore praticando però assiduamente
quella che Roland Barthes chiama la scrittura d’intervento,
vale a dire gli interventi giornalistici sull’attualità politico-sociale.
E c’è anche la vita, c’è l’attacco di malinconie per gli spettacoli
che vedi, per quello che vorresti non accadesse e si ha il dovere
di lavorare, di scrivere perché se ci fermassimo ognuno nel proprio
lavoro sarebbe un guaio per tutti. Ecco c’è il rammarico di
aver scritto poco, di non aver scritto di più, di non esser stato
più presente, più incisivo, nel quadro della letteratura italiana.
Io voglio ringraziare i professori qui presenti che hanno avuto la
generosità di occuparsi di me, di dire qualcosa su di me in senso
positivo. Sono loro molto grato. Per fortuna che ancora ci sono i
professori, c’è l’università, perché sono come gli amanuensi nei
conventi che copiavano i codici antichi per non farli distruggere
dai barbari che arrivavano. Oggi i barbari sono i mass media diretti
dal potere politico-economico.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo, e adesso se le persone qui presenti hanno
qualche curiosità, qualche domanda da fare…
Salvatore C. Trovato
Non voglio fare una domanda a Vincenzo Consolo, ma voglio
ribadire, da siciliano, orgoglioso di esserlo, che la Sicilia non è
solo mafia, ma è soprattutto una terra di persone oneste. In Sicilia,
come altrove, ci sono anche i disonesti, i prevaricatori, chi
vuole vincere a tutti i costi e dominare. Da questo punto di vista
la mafia è una categoria dell’umanità costituita in società prima
che un fatto storico ben determinato e localizzato, e perciò si
trova dove c’è prevaricazione, violenza e mancanza di rispetto
verso il prossimo. Dappertutto, dunque, se gli elementi basilari
del viver civile vengono a mancare. In Sicilia questo fenomeno si
chiama mafia.
Il problema in ordine al fenomeno mafia c’è ed è notevole:
come sconfiggerla? Non con le geremiadi di vario tipo, ma, se mi
è lecito esprimere un mio parere, con l’impegno di tutti, sconfiggendo
il malcostume dalle mille sfaccettature, la prevaricazione,
la corruzione, le mille ingiustizie della vita di ogni giorno ed
educando le giovani generazioni al rispetto degli altri e oserei
dire all’amore per gli altri, cristianamente, al senso della libertà
individuale limitata da altra libertà individuale, alla legalità nel
senso più ampio. Voglio tanto illudermi che le famiglie e la scuola
queste cose possano ancora farle, in Sicilia e nel mondo.
Vincenzo Consolo
Sono d’accordo con Salvatore. C’è una Sicilia nobile, onesta
che malgrado tutto ancora resiste. Ed io l’ho vista questa Sicilia,
l’ho vista a Milano quando ero studente in piazza Sant’Ambrogio,
ho visto quando c’è stata la grande mutazione antropologica: la
fi ne del mondo contadino e il processo di industrializzazione del
nostro Paese. Masse di contadini che sono stati costretti a lasciare
la Sicilia ed approdare a Milano in piazza Sant’Ambrogio, per
essere poi sottoposti alle visite mediche, e poi mandati nei vari
paesi europei, mandati nelle fabbriche e nelle miniere del Belgio,
ecc. Dunque ho visto questa realtà. Devo dire che ero andato
in Sicilia quando ho scritto Le pietre di Pantalica perché mi ero
impegnato a scrivere un libro sui frati di Mazzarino, implicati in
un clamoroso episodio di estorsione e di minacce. Quando sono
arrivato lì, ho conosciuto la storia delle ultime lotte contadine
in quella zona, e l’occupazione delle terre incolte per ottenere la
riforma agraria. Ho lasciato di scrivere sui frati di Mazzarino, e la
prima parte del libro Le pietre di Pantalica è proprio sulle lotte
contadine, represse come sempre, come quelle del 1893. I contadini
sono stati costretti ad emigrare. Ho insegnato nelle scuole
agrarie quando ero in Sicilia, insegnavo “Diritto” ed “Educazione
civica”, in paesi di montagna, a Caronia, paese di boscaioli, di
carbornai. Questo paese era impoverito terribilmente con la crisi
dell’agricoltura e molti uomini sono stati costretti ad emigrare. Ci
sono stati anche suicidi di donne disperate perché rimaste sole,
senza il marito. Era un mondo terribile che mi aveva impressionato.
Sono persone che hanno pagato lo scontro della storia, hanno
pagato col sacrificio, spesso con la vita. Gli zolfatari che uscivano
della Sicilia e andavano in Belgio sono andati nelle miniere ed
anche lì ci sono state tragedie. E quindi c’è una storia della Sicilia
nobile, della Sicilia onesta, popolare e pulita però l’immagine che
prevale è stata quella della Sicilia dei trafficoni, dei mascalzoni,
la Sicilia che è quanto di più impronunciabile si possa immaginare,
di un signore che ha avuto rapporti sempre con la mafia, da
quando era a Palermo fi no adesso che si è trasferito a Milano e
ha fondato il partito “Forza Italia”. Ecco, quella è la Sicilia di cui
io mi vergogno, la Sicilia della sopraffazione, della violenza, del
fenomeno aberrante della mafia che parte da lontano, parte da
un sistema economico di tipo medievale, quello del latifondo, di
proprietari nobili che se ne restavano nei lori palazzi di Palermo,
i famosi Gattopardi, e ricevevano nei loro palazzi soltanto il pro131
fitto, le rendite, e non volevano sapere quello che succedeva nelle
loro terre dove gli umili erano molto spesso oggetto di violenza
e di ingiustizia. C’è uno scrittore che era stato costretto a scappare
dalla Sicilia per ragioni politiche, figlio di nobili, Michele
Palmieri di Micciché, che diventa amico di Stendhal a Parigi, e
che poi scrive un libro sugli usi e costumi siciliani dove racconta
degli episodi terribili appunto sulla Sicilia dei gabellotti, dei soprastanti.
Però questo non è successo solo in Sicilia. Quando c’è
un sistema di non equità, di ingiustizia, lo sfruttamento dei più
deboli c’è sempre.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo. Qualche altra domanda su quello che è stato
detto… o non detto?
Giulio Ferroni
Prima volevo fare una domanda piuttosto semplice però questo
discorso sulla mafia m’interessa molto. Non sono siciliano
anche se amo moltissimo la Sicilia e credo che forse Vincenzo
potrebbe aggiungere qualcosa sulla situazione attuale, che in realtà
è molto più complicata, per la diffusione di comportamenti
mafiosi che sono in tutto il mondo, al di là della Sicilia. Però c’è
una specificità siciliana che attualmente ha assunto un nuovo volto
rispetto all’antica oppressione dei più deboli. Ci sono ora meccanismi
economici che suscitano il consenso degli stessi “deboli”.
C’è una distribuzione di ricchezza di basso livello, fatta attraverso
l’uso di modalità politiche, che hanno cambiato il volto del potere
della mafia e rendono più difficile la situazione. Così gli enti
locali assumono dipendenti per fare cose che non si capisce cosa
siano; c’è una distribuzione di ricchezza nel sottogoverno, in cui
la mafia è entrata fi no in fondo, suscitando un consenso anche
di massa. Ha ragione Trovato, ma la specificità della situazione
siciliana assomiglia pur con notevoli differenze a quella della
Campania: e un controllo dell’economia di tipo mafioso sem132
bra davvero estendersi dalla Sicilia all’Italia intera e a gran parte
del mondo. Io sono molto pessimista: credo che occorrerebbero
interventi capaci di tener conto del carattere estremo della situazione.
Così il governo centrale dovrebbe saper intervenire sulla
situazione siciliana proprio colpendo l’uso mafioso delle istituzioni
e la distribuzione di ricchezza che esso crea. Vincenzo, che
conosce bene la situazione meglio di me, potrebbe dirci qualcosa
anche in questo senso.
Ma la mia domanda semplice era un’altra e non c’entra nulla
con la mafia. Mi riferisco a Vittorini: la sua è una presenza un po’
atipica in fondo nella cultura siciliana del Novecento, tanto più rispetto
alla linea rappresentata da Sciascia e da Piccolo. Del resto,
è ben noto come Sciascia abbia sottolineato la sua distanza dal
modello Vittorini, privilegiando altri scrittori siciliani rispetto a
Vittorini. Vorrei chiedere a Consolo quale è stato per lui il rilievo
di Vittorini; rapporti e distanze da Vittorini. Grazie.
Vincenzo Consolo
Per quanto riguarda la tua prima osservazione si, da noi il
nepotismo e il clientelismo ci sono. In una lettera che Giuseppe
La Farina manda a Cavour dopo il 1860 parla di Napoli e dice
che le scale dei ministeri erano affollate, “sembrava un mercato,
tutti erano alla ricerca, alla richiesta di posti di lavoro, di sistemazione”.
In Sicilia il nepotismo e il clientelismo è stato sempre
praticato.
Detto questo, parliamo del mio rapporto con Vittorini. Vittorini
ha inaugurato con Conversazione in Sicilia il tema del “nostos”,
del viaggio di ritorno, tema che ha segnato tutti gli scrittori
della generazione del dopoguerra, dico degli scrittori siciliani che
sono stati costretti a lasciare l’Isola. In tutti i miei libri c’è il movimento,
il viaggio di ritorno. Ma in Vittorini c’è anche il saggista,
il direttore di “collane” editoriali e di riviste letterarie. È stato un
Vittorini maestro, ma l’intellettuale Vittorini era anche un antiverghiano.
Non accettava la concezione fatalistica di Verga. Era
convinto che i contadini siciliani o i pescatori di Acitrezza dive133
nuti operai con la rivoluzione industriale non sarebbero stati più
passivi, ma avrebbero avuto un atteggiamento attivo nei confronti
della storia. Rifi utando il fatalismo verghiano, Vittorini arrivò alla
bestemmia letteraria, scrisse: “quello schifosissimo Verga il più
reazionario degli scrittori italiani”. Ma Verga non era assolutamente
reazionario. Quando Verga a Milano legge le pagine di
Franchetti e Sonnino dell’Inchiesta in Sicilia, lì avviene la sua
conversione, riscopre il mondo reale della Sicilia che prima aveva
espresso soltanto in termini di esotismo, di romanticismo. La sua
conversione avviene per la sua consapevolezza, per la presa di
coscienza della realtà contadina siciliana, della realtà dei pescatori,
degli umili. Non ha una concezione progressiva della storia
come quella di Vittorini, ma ha una concezione metastorica che
appunto fa pensare ad una sfi ducia nei confronti del progresso.
In questo attinge a Leopardi, alla conversione leopardiana della
ginestra. Non lo chiamerei reazionario, per quanto Vittorini
è fi ducioso nelle magnifi che sorti progressive, quanto Leopardi
prima di Verga, è sfi ducioso nelle magnifi che sorti progressive.
Questa è la differenza fra i due. Io credo veramente nel progresso
della Storia, non penso che il destino dell’uomo si possa
esaurire soltanto nelle leggi e nei progetti politici. C’è una parte
dell’uomo, una parte privata, intima che non viene rappresentata
dai programmi politici; ci sono le passioni, la vita ed i sentimenti
dell’uomo. Perché noi siamo esseri civili perché facciamo parte di
una società, ma siamo anche esseri umani, con tutto il bagaglio
che ci portiamo di appartenere a questa specie dell’universo, che
è la specie umana.
Salvatore C. Trovato
Una domanda vorrei farla anch’io a Vincenzo Consolo. Su Vittorini,
di cui hai parlato poco fa. Vittorini è lo scrittore che ha
dato dignità letteraria a quella parte della storia della Sicilia che
riguarda i paesi cosiddetti lombardi. Penso al “Gran Lombardo” in
Conversazione in Sicilia, ai paesi lombardi, belli, ordinati, puliti,
dove anche la gente è bella, di contro ai paesi arabi, disordinati,
brutti, dove anche le gente è brutta, nel romanzo postumo Le
città del mondo. Un mito, evidentemente, dietro cui sta la conoscenza
puntuale dei luoghi e la lettura degli storici di Sicilia, da
Tommaso Fazello a Michele Amari. Tu, al di là del mito vittoriniano,
hai parlato molto dei paesi lombardi, dalla Ferita a Lunaria,
al Sorriso. Addirittura hai inserito nel Sorriso e poi anche in Lunaria
la parlata sanfratellana. Che è la lingua della rabbia sociale
nel romanzo e quella di un’Arcadia felice, la «remota Contrada
senza nome», in Lunaria. Ed ecco la domanda. Qual è il rapporto
tra te e Vittorini in ordine alla Sicilia lombarda, così mitizzata in
Vittorini, così crudamente reale nel Sorriso dell’ignoto marinaio
e, ancora, così fortemente mitizzata in Lunaria?
Vincenzo Consolo
Nell’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia Vittorini fa
fotografare la statua di Napoleone Colajanni che era uno dei
capi del socialismo siciliano del 1893/4. Perché vede nella Lombardia,
nel Nord quello che era stato il processo di sviluppo,
di industrializzazione. Ricordiamoci e lo racconta adesso un
professore che ha scritto un libro intitolato Un paradiso abitato
da diavoli, Nelson Moè, dell’Università di Boston, della visione
che avevano, prima dell’unità di Italia, gli europei a partire dai
francesi e dagli inglesi. Per loro il Sud partiva dalle Alpi, in giù,
tutta l’Italia era Sud, poi man mano il Nord oltrepassò le Alpi
incominciò a scendere fi no a Roma e poi il confi ne si fermò a
Napoli. L’Italia fi niva a Napoli, per cui il “paradiso abitato da
diavoli” era tutto il Meridione. I viaggiatori andavano a Napoli,
andavano tutti nel meridione. Da lì cominciò la questione
meridionale. Dunque Vittorini aveva quest’idea di un Nord
progressivo che progrediva industrialmente, socialmente con la
nascita della classe operaia ed un Sud ancora immobile, fermo,
rassegnato dove ancora c’erano i vecchi poteri, i proprietari
terrieri. Questa era la visione vittoriniana e quindi Vittorini faceva
parlare il “Gran Lombardo” di umanità offesa e di nuovi
doveri. Le comunità lombarde di cui parla Vittorini sono le colonie
lombarde che si sono formate in Sicilia con la riconquista
normanna, colonie costituite da truppe mercenarie -la moglie
di Ruggero il Normanno era Adelasia del Monferrato- raccolte
nella valle padana che si estendeva dal Piemonte e dalla Lombardia
fi no alla Romagna. I mercenari venuti in Sicilia con i
Normanni che avevano riconquistato la Sicilia alla cristianità, e
l’avevano tolta ai musulmani, e naturalmente come succede a
tutti gli immigrati si erano rinchiusi in piccole comunità. Sono
sopravvissute sette isole lombarde dove si parla ancora oggi il
dialetto gallo italico o medio latino. Uno di questi paesi è San
Fratello il più vicino al mio paese natale. Ma poi, l’altro giorno
io ironicamente ho detto, rispondendo a questo signore che si
chiama Lombardo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana,
che il dialetto gallo italico o medio latino -ahimé- si parla pure
a Corleone. E questo lo dice il prof. Gress. Vittorini aveva questo
schema, era andato via giovanissimo dalla Sicilia, andando
al Nord vede lo sviluppo di queste zone e quindi le considera
un simbolo dell’attivismo dei nordici a confronto della rassegnazione,
della passività del sud.
Jean Fracchiolla
Come vedete la Sicilia e la cultura siciliana sono una fonte
inesauribile di domande, di interrogazioni. Spero che potremo
ritrovarci ancora tante altre volte per parlarne. Vorrei ora lasciare
la parola a Irene.
Irene Romera Pintor
Grazie, Jean, per questa bellissima intervista. Per concludere
porgo anch’io un’ultima domanda a Vincenzo Consolo: quali
sono le grandi idee che ha voluto esprimere attraverso la Sua
scrittura?
Vincenzo Consolo
Attraverso i miei romanzi che sono quasi tutti di sfondo storico,
di storia come metafora del presente, ho voluto raccontare
non solo la Sicilia ma anche l’Italia. Sono i miei romanzi di recupero
storico e memoriale, ma anche di recupero linguistico.
La mia scrittura infatti ha una sua specifi cità e la ricerca al di là
della orizzontalità della lingua italiana di quelle che io chiamo le
lingue sepolte che sono le antiche lingue che nella mia terra si
sono parlate. È’ questo ancora un bisogno di recupero della memoria
che è anche recupero linguistico. Credo che questo sia lo
scopo della letteratura, perché la letteratura non può che essere
memoria.
Jean Fracchiolla
Possiamo ora concludere, ringraziando vivamente Vincenzo
Consolo per la sua disponibilità e per la consueta amabilità con la
quale si è sottoposto al fuoco nutrito di tutte le nostre domande.
Vorrei anche rinnovargli tutti i nostri più affettuosi auguri di
buon compleanno, con l’auspicio molto egoistico di ritrovarci ancora
spesso negli anni futuri, per parlare ancora non solo di tutto
quello che ha scritto fi nora, ma anche di tutte le altre opere, speriamo
numerose, alle quali avrà dato vita nel frattempo.

“Un sogno perso” por PASQUALE SCIMECA


“Un sogno perso” è il mio secondo film, ed è un film che deve molto a Vincenzo Consolo, ma questo lui non lo sa. Nel 1988, io facevo l’insegnante. Come spesso accadeva a tanti della mia generazione, dopo la laurea, sono andato a lavorare nelle regioni del nord Italia; perché lì c’erano più possibilità.
Durante l’estate tornavo al mio paese per stare un po’ con i miei e ritrovare i vecchi amici. Quella estate del 1988, al mio paese, avevano indetto un concorso di fotografia. Il mio è un piccolo paese con poco più di mille abitanti, nel centro del feudo della Sicilia. I miei amici, che sapevano della mia passione per la fotografi a, mi esortavano a presentare le mie foto a questo concorso. Io, sinceramente, non ero molto interessato alla cosa e non volevo farlo; però quando mi dissero che il Presidente della giuria era Vincenzo Consolo, ho deciso di partecipare per avere così la possibilità di conoscerlo. Il primo premio, per chi vinceva questo concorso, consisteva nella solita “targa”, e cosa più importante, in un milione di lire (circa cinquecento euro di oggi). Così cominciai ad andare in giro per le campagne a fotografare i pastori e i contadini, (quelli che ancora resistevano a quella vita di stenti). Alla fi ne fui io che vinsi il primo premio, e con i soldi mi comprai una cinepresa Arriflex 16 mm di seconda mano. Il possesso di questa cinepresa stimolò la mia antica passione per il cinema; e fu così che iniziò la mia carriera cinematografica. Vincenzo Consolo, suo malgrado, ha dunque una responsabilità molto grande per quello che poi sarebbe diventato il mio lavoro. Anche perché senza quel milione del premio non avrei mai comprato quella cinepresa (che conservo ancora come un cimelio) e non avrei mai iniziato a fare cinema.
I miei due primi film (La donzelletta e Un sogno perso) li ho fatti con quella cinepresa, e questo mi ha permesso, soprattutto, di sviluppare la mia idea di cinema autoriale; dalla scrittura alla fotografia, dal montaggio alla produzione. Eravamo un gruppo di amici ai quali piaceva il cinema e abbiamo coinvolto altre persone, e così abbiamo fatto, a bassissimo costo, La donzelletta. Poi questo fi lm è stato comprato da Enrico Ghezzi per Fuori Orario che andava (e va ancora) in onda su Rai Tre. E sempre Rai Tre ci ha dato i soldi (cento milioni di lire —cinquantamila euro circa di oggi—) per il secondo film: Un sogno perso.
Dopo questa piccola parentesi, vorrei tornare a parlare dei temi, che in questi due giorni di convegno, hanno affrontato l’opera di Vincenzo Consolo, partendo proprio dal mio secondo film Un sogno perso.
I due primi episodi del film sono tratti dalle opere di due grandi scrittori siciliani: Elio Vittorini e Vincenzo Consolo. Dico scrittori siciliani e non italiani, perché una parte importante della letteratura italiana del secolo scorso è stata opera di autori siciliani (Pirandello, Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, per citare solo i più noti). Una cosa, questa, che mi ha sempre colpito; perché fi no alla metà del secolo scorso, in Sicilia, l’ ottanta per cento della popolazione era analfabeta. Mi sono sempre chiesto; come è possibile che da un popolo di analfabeti siano potuti uscire questi grandi scrittori? Io credo, che in qualche modo, questo abbia a che fare col fatto che l’arte del racconto, il gusto e il piacere del racconto
(che purtroppo oggi si è perso) è un qualcosa di insito nell’animo del popolo siciliano. In tutti i paesi c’erano delle persone: artigiani, contadini, pescatori, minatori, ecc., che erano stimati e amati solo perché avevano il dono del racconto. Da bambino passavo anch’io il mio tempo seduto nelle botteghe dei barbieri o dei calzolai a sentire i loro racconti. E poi c’erano i Cantastorie con le loro chitarre e i loro cartelloni dipinti, e i pupari, questi artigiani dell’arte che intrattenevano il pubblico, non una sera o due, ma trecento sessanta sere all’anno, ogni sera c’era una puntata, con racconti straordinari che assomigliavano molto a quelli delle Mille e una notte. Un sogno perso è un film di tanti anni fa: del 1992. Un film su un sogno, perso per l’appunto. Il sogno di un mondo, quello della mia infanzia, della civiltà contadina spazzata via da una nuova forma di civiltà che P. P. Pasolini chiamava del consumismo, dove ci sono tutte quelle cose che dicevo prima, ma c’è soprattutto la letteratura. Il primo episodio è tratto da Filosofiana di Consolo e il secondo dall’ultimo romanzo (incompiuto) di Vittorini Le città del mondo.
Quello che ho fatto, rispetto al racconto di Consolo, è un’ opera, diciamo così, di tradimento. Perché dal momento che faccio un film tratto da uno scrittore è chiaro che lo tradisco. Lo tradisco nella forma e nella sostanza. Per me, l’episodio del libro di Consolo Filosofiana è anche un modo per raccontare un’altra cosa (che poi, credo, sia insita, sostanzialmente anche in Consolo), ma per me è una cosa più esplicita. Nel mio caso è una scusa per raccontare qualcosa di questo mondo che andava scomparendo; della Sicilia vista come metafora della civiltà contadina, questa millenaria civiltà contadina che si è riprodotta quasi uguale nel tempo. Per secoli e secoli ha riprodotto se stessa, con pochissime innovazioni, però anche con una pratica culturale e sociale, con un’idea del rapporto con la natura, con la cultura, l’educazione, e che nell’arco di qualche decennio è stata completamente annientata, distrutta. E questo in Sicilia è avvenuto anche fisicamente attraverso l’ emigrazione. Milioni di contadini, che avevano iniziato ad andare via già verso la fi ne dell’Ottocento, quando partivano a migliaia e migliaia, sui piroscafi che li portavano in America, in Argentina, in Brasile e perfino in Sudafrica. Ma negli anni cinquanta del secolo scorso, la cosa è diventata una vera e propria desertificazione, di una civiltà, di una cultura ma anche di una terra che cambiava. Prima di partire in massa i contadini, a dire il vero, avevano tentato una qualche forma di resistenza, disperata, folle, eroica. L’ultimo tentativo di resistenza, sono state le lotte contadine. Negli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale, centinaia di migliaia di contadini hanno tentato di cambiare se stessi, di cambiare le cose, di scardinare quelle forme di potere feudale che si basavano sulla mafia, sulle classi aristocratiche, sulle gerarchie ecclesiastiche, sulle burocrazie del nuovo Stato unitario. Purtroppo queste lotte sono fallite, e il movimento contadino non si è più ripreso. Non solo il movimento contadino, ma l’intero popolo siciliano ha perso la sua identità e la sua anima. Ho parlato di popolo, ma in realtà, in Sicilia vi erano almeno tre popoli: quello dei pescatori, quello dei minatori e quello dei contadini. Erano mondi separati che spesso non avevano alcun rapporto fra di loro. Il minatore la mattina scendeva in miniera e non sapeva se la sera sarebbe tornato in superficie. Questo fatto determinava un modo di essere, una caratteristica esistenziale che lo distingueva da tutti gli altri. I contadini, ad esempio, si vestivano a festa soltanto in rarissime occasioni (funerali, matrimoni, battesimi, ecc.), mentre i minatori, ogni fi ne settimana si vestivano di modo elegante e andavano ad ubriacarsi nelle taverne, spendevano tutti i soldi che avevano guadagnato e che rimanevano, dopo le spese per la famiglia, perché tanto poi, chi sa se sarebbero tornati vivi dalle viscere della terra, l’ indomani tornando al lavoro. Per non parlare dei pescatori, che spesso parlavano dei dialetti propri, incomprensibili agli altri. Erano veramente tre mondi diversi l’uno dell’altro, ma accumunati da un’ unico destino; quello dell’estinzione. Questi popoli, scomparendo, hanno lasciato un deserto, ed è di questo che si parla nel mio film “Un sogno perso”, che poi è anche il mio sogno perso. Io vengo da un piccolo paese contadino… Per qualsiasi ragazzo del mio paese, Cefalù (la stessa Cefalù dove Consolo ha ambientato II sorriso dell’ignoto marinaio) era la civiltà, era il mondo. Sono andato a studiare a Cefalù dopo le scuole elementari, e quando uscivo per strada, spesso rimanevo sbalordito da questo nuovo mondo: i negozi, le ragazze in costume che si vedevano in estate, la cattedrale imponente, i palazzi signorili… Questo film mi ha aiutato a cercare un sogno che non esiste più. Un sogno che non potrà più ripetersi e qual è il modo migliore di cercare i sogni? Cercare nella letteratura; ecco perché Consolo, ecco perché Vittorini. Questi due episodi che i due grandi scrittori raccontano nei loro libri, mi sembravano fossero molto importanti perché in qualche modo erano degli episodi che seguivano in un arco di tempo (dalla fi ne della guerra fi no agli anni cinquanta), la delusione provocata dal fallimento delle lotte contadine. Vito Parlagreco che cerca di rifarsi una vita comprando questo pezzetto di terra pieno di pietre, perché erano delle vere e proprie pietraie le terre che una falsa riforma agraria dava ai contadini. Così come Vittorini in Le città del mondo ci racconta di quello che succede dopo. L’incomunicabilità tra padri e figli, la paura dei padri per l’ignoto e il desiderio dei figli di partire, di cancellare le orme dei padri. La rottura del Mito, l’inutilità della parola e della scrittura che caratterizzeranno gli ultimi anni di vita di Vittorini, e la ricerca spasmodica, quasi maniacale che Consolo dedica alla scrittura, sono le due facce della stessa medaglia. Si può scrivere di un mondo che sta scomparendo? Si può scrivere con parole che per le generazioni future non avranno più alcun significato? Lo si può fare a condizione di guardare alla storia come fosse l’anima del popolo, a condizione di rinunciare a qualsiasi forma di verismo e di andare all’essenza; “Eschilo, è nato qui, in terra di Sicilia” fa dire Consolo a don Gregorio, l’imbroglione che leva a Parlagreco l’ultima vana illusione. Eschilo il grande tragico… Chissà attraverso quale associazione d’idee mi viene in mente Verga. Forse perché penso che Verga è anche lui un grande tragico. Vittorini non è stato un grande tragico, ma tendeva in qualche modo alla tragedia attraverso la costruzione del mito. Consolo cerca la tragedia attraverso la parola, attraverso questo altro modo di lavorare la parola, di alzare il livello della realtà alla metafisica, scavando le parole come un minatore. Io quando sento parlare di letteratura regionalistica provo un po’ fastidio perché penso che la letteratura siciliana non ha niente di regionale, è pura metafora. È un caso che parla di Sicilia, anche se senza Sicilia non potrebbe esistere. Come diceva Vittorini (in Conversazioni in Sicilia) “È per caso che questa storia si svolge in Sicilia”. Dunque la Sicilia —come diceva un altro grande: Leonardo Sciascia— è una metafora del mondo. Quindi è una bella miniera per uno scrittore, dalla quale poter estrarre i minerali che si sciolgono nella lingua, che tra l’altro è una lingua molto ricca (c’è dentro qualcosa della lingua araba, di quella greca, spagnola, francese, italiana). Una lingua profonda che ha radici, che si nutre della terra. Questo è un po’ l’origine di questo film. Dove non c’è solo un riferimento letterario, ma un processo che parte dalla letteratura e diventa altro – perché il cinema è altro – Un bisogno esistenziale, un tentativo di raccontare la desertificazione di un mondo, la scomparsa di un popolo che può tornare a vivere solo nel sogno. Perché senza questo sogno non c’è letteratura, ma non c’è neanche il cinema. Grazie.

La pasión por la lengua: VINCENZO CONSOLO
(Homenaje por sus 75 años)
Irene Romera Pintor (Ed.)


foto di Marino Ciardi

Due poeti prigionieri in Algeri: Miguel de Cervantes e Antonio Veneziano

VINCENZO CONSOLO

“Al Señor Antonio Veneziani. Señor mio: dichiaro alla Signoria Vostra, come cristiano, che sono tante le fantasticherie che mi affaticano, che non mi hanno permesso di portare a compimento come volevo questi versi che Le invio, in segno del desiderio che ho di servirla, già che questo mi ha indotto a far vedere così presto i difetti del mio ingegno, fiducioso che l’alto ingegno della Signoria vostra accoglierà le mie scuse e mi animerà affinché in tempi più tranquilli non tralasci di celebrare come potrò il cielo che così tristemente la trattiene su questa terra, dalla quale ci liberi Dio, e la porti in quella dove vive la vostra Celia.
Ad Algeri, il 6 Novembre del 1579 Della Signoria Vostra vero amico e servitore. Miguel de Cervantes”. Questa lettera e le ottave a Antonio Veneziano, che essa accompagna, furono scoperte nel 1914, nella Biblioteca Nazionale di Palermo, dal professore Eugenio Mele. Lettera e versi entrarono quindi nelle Obras completas di Cervantes, a cura di Rodolfo Schevill e Adolfo Bonilla (Madrid, 1914-31). Questi alcuni versi delle Ottave a Antonio Veneziano: “Il cielo, che contempla il vostro ingegno, ha voluto impiegarvi in queste cose, e segue i vostri passi perché aspira a innalzarvi, per Celia, sino al cielo: (…)
Mi sorprende veder che quel divino ciel di Celia nasconde un vero inferno, e che la forza della sua potenza vi abbia costretto a piangere e a pensare”. Chi era Antonio Veneziano a cui Cervantes indirizza quella lettera, piena di formale deferenza ma venata d’ironia, e le Ottave? el 1894 la palermitana Società di Storia Patria pubblica il fascicolo dedicato ad Antonio Veneziano per il 3º centenario della sua morte. Scrive il bibliotecario della Società Giuseppe Lodi: “Di Antonio Veneziano, l’elegantissimo latinista, il più rinomato poeta siciliano del secolo XVI, ricorreva nell’Agosto del 1893 il terzo centenario della morte, avvenuta per lo scoppio di una polveriera, mentr’egli era detenuto entro il forte di Castellamare. La ricorrenza di questo avvenimento non potea lasciarsi passare inosservata da una Società, come la nostra, la quale (…) non trascura, all’occorrenza di tener desti con solenni commemorazioni l’amore e la riverenza per quanti hanno onorato con il loro ingegno e le loro opere questa non infima parte d’Italia, questa nostra prediletta Sicilia”. C’era spesso nei membri di quelle Società o Accademie un po’ di ampollosità, un po’ di retorica. Retorica non vi è invece in uno scienziato, un demopsicologo o etnologo: Giuseppe Pitré. Scrive nel fascicolo: “io imposi a me stesso l’assoluto silenzio sulla sua vita. Me lo imposi, non per manco di ammirazione per l’illustre poeta, ma per la ferma convinzione ch’ebbi sempre, ed ora più che mai ho, delle inesattezze e, lo dico senza reticenze, dei grossi errori che sono stati scritti su di lui”. Grossi errori, come afferma il Pitré, nati dalla leggenda popolare in cui il Veneziano era stato avvolto, a cui venivano attribuite vicende, spesso fantastiche o surreali, e rime che erano spesso di malaccorti epigoni. Un altro scritto del fascicolo è del monrealese canonico Gaetano Millunzi. Che stende la prima documentata biografi a del Veneziano. Il poeta nasce nel 1543 da una ricca famiglia di origine veneziana, come denuncia il cognome, ma che è ben assestata, già dal Quattrocento, in quel di Monreale, all’ombra della gran cattedrale dei re normanni. Il padre, Antonio, mastro notaro della Curia e pretore, ebbe ben tre mogli, un figlio dalla prima moglie, uno dalla seconda, e ben sette dalla terza, di nome Allegranza Azolina. Antonello, detto Antonio dopo la morte del padre, era il terzo di quest’ultima nidiata. Ancora nella prima adolescenza fu mandato a Palermo per studiare nel collegio dei Gesuiti, quindi a Messina e infine a Roma. È un periodo, questo del Veneziano, di severi studi: di filosofia e teologia, di lingua e letteratura italiana, latina, greca, ebraica. Nel Collegio Romano ha come professore Francesco Toleto, il quale, oltre a insegnare la filosofi a tomista, inizia gli allievi agli studi di giurisprudenza. Studi che saranno utili al Veneziano quando, lasciata la Compagnia di Gesù, ritorna a Monreale e inizia tutta una serie di cause civili contro fratelli e parenti per la divisione della roba, dell’eredità paterna; e cause penali perché accusato non solo dell’omicidio di un tal Polizzi, ma anche del rapimento di Franceschella Porretta, serva della terziaria domenicana suor Eufrigenia Diana. Per questo rapimento la madre lo disereda perché “figlio disubbidiente”, come scrive nel testamento. “Violento, sensuale, scialacquatore, carico di debiti, incostante negli affetti famigliari e negli amori, assolutamente sprovvisto di rispetto per le istituzioni e per gli uomini che le rappresentano”. Scrive del Veneziano Leonardo Sciascia1. E pensa Sciascia, che questo carattere, questo maledettismo del poeta siano stati una reazione alle costrizioni dell’educazione gesuitica. E, malgrado il carattere e la mala condotta, scrive, scrive, il Veneziano, scrive poesie in siciliano, in latino, in spagnolo, prose e composizioni in versi per gli archi di trionfo in onore dei vari viceré che s’installano a Palermo. Ma scrive anche satire contro gli stessi viceré, contro il potere politico, satire anonime
affisse sui muri. Sospettato quale autore di una di queste satire, un cartello, “appizzato alla cantonera di don Pietro Pizzinga allo piano delli Bologni”, contro il viceré conte di Albadeliste, definito uomo “fatale”, vale a dire jettatore, fi nisce nel carcere di Castellamare. Nell’educazione presso i Gesuiti, nell’accusa di omicidio, nella cultura e nelle composizioni poetiche per gli archi di trionfo, nel 1 Sciascia, L. (1967): “Introduzione a Antonio Veneziano”, Ottave, Einaudi: Milano. continuo assillo per le difficoltà economiche, nei disordini della famiglia paterna, nella varie incarcerazioni infine, non possiamo non vedere una curiosa specularità tra la vita di Cervantes e quella di Antonio Veneziano. Specularità che poi diviene immedesimazione nella comune condizione di schiavi nei bagni di Algeri. Il 1574 è l’anno in cui il Veneziano fa donazione di tutti i suoi beni ad Eufemia de Calogero, figlia di sua sorella Vincenza, la quale Eufemia è obbligata per contratto e rimanere nubile e a non farsi monaca. Questa donazione ha fatto sorgere il sospetto che ad Eufemia, la nipote, fossero indirizzate canzoni d’amore della Celia, che fosse insomma, quella di Veneziano, una passione disdicevole, vergognosa. Canta:

“Donna d’auti biddizzi fatta ‘n Celu,

mandata pri ricchezza e gloria in terra,

cu l’occhi toi lu diu di l’aureu telu

fa quasi all’universu ingiuria e guerra;

si sa quanta npi tia m’ardu e querelu,

tempra, si poi, st’arduri chi m’atterra,

ch’in tanta estrema dogghia, affannu e jelu

non dura lungamente omo di terra”.

Il 25 aprile 1578, Veneziano s’imbarca a Palermo sulla galea Sant’Angelo, al seguito di don Carlo d’Aragona, imbarcato a sua volta sulla galea detta Capitana. Al largo di Capri, vengono assalite, le due navi, da galee corsare. La Capitana riesce a fuggire, la Sant’Angelo viene bloccata dai corsari. “Gagliardamente si combatte con mortalità d’entrambe le parti, ma arrivate dopo l’altre da fianchi, dandoli un terribile assalto di saette, e d’archibugiate, furono astretti li difensori a buttare l’armi, a rendersi vivi”. Scrive il monaco cassinese Giovanni Tornamira. Antonio Veneziano viene dunque preso, insieme ad altri, chierici e frati soprattutto, e portato schiavo in Algeri. “Cervantes si trovava schiavo in Algeri da tre anni. Può darsi avesse già conosciuto il Veneziano durante il suo soggiorno a Palermo, nel 1574; certo è che ad Algeri si trovarono (o si ritrovarono) e che tra loro nacque una qualche dimestichezza e un rapporto di reciproca estimazione letteraria, se non di amicizia”. Scrive ancora Sciascia. Ne La nenia così lamenta il Veneziano: “…

l’alma in Sicilia,
già temp’è cattiva,
in manu de la diva,
cinta di forti amurusa catina,
… e lu corpu in Algeri,
fattu di genti barbara suggettu
chì, di lu gran rispettu
di stà partenza e di gran pinseri
acerbamente offi su
era lu cori esanimatu estisu”.

“Ai primi di settembre (1575) Cervantes, soldato aventajado (scelto), s’imbarca a Napoli sulla galera El Sol. Comandata da don Gaspar Pedro de Villena, questa era una delle quattro navi costituenti la piccola fl otta agli ordini di don Sancho de Leiva, che si disponevano a fare rotta per Barcellona (…) Assieme a Miguel, salgono a bordo, oltre al fratello Rodrigo e a qualche loro amico, diverse personalità di rilievo. (…) In capo a qualche giorno la tempesta disperde le galere. Tre di esse riusciranno infi ne ad arrivare in porto; ma l’ultima, El Sol, sarà sorpresa dai corsari barbareschi, e i suoi passeggeri condotti come prigionieri ad Algeri”. Così racconta Jean Canavaggio2 in Cervantes. In questo assalto dei corsari avrà provato, il futuro autore del Don Chisciotte, le stesse ansie, le stesse paure dell’archibugiere Miguel de Cervantes imbarcato sulla Marquesa in quel 7 ottobre del 1571; ma avrà dimostrato lo stesso coraggio, coraggio che allora, nella battaglia di Lepanto, gli costò la perdita della mano sinistra. Sulla mano perduta, così risponderà al falso Avellaneda, l’autore della seconda parte apocrifa del Don Chisciotte, il quale l’accusa d’essere vecchio e monco e quindi incapace di scrivere la seconda parte del suo romanzo: “Ciò di cui non ho potuto fare a meno di dolermi è che mi si accusi d’esser vecchio e monco, come se fosse stato in mio po-
2 CANAVAGGIO, J. (1986): Cervantes, biographie, Mazarine: Paris.

tere fermare il tempo perché non passasse per me, o come se l’esser monco, mi fosse stato cagionato in qualche bettola e non nella più illustre battaglia che abbiano visto i secoli passati e i presenti…”. È il rinnegato albanese Arnaut Mami che porta schiavo in Algeri Cervantes e i suoi compagni. Miguel ha solo ventotto anni quando è portato in catene ai bagni. Ci dice, Cervantes, di questa sua cattività durata cinque anni, nel racconto del Prigioniero nella prima parte del Don Chisciotte, nelle commedie La vita ad Algeri e I bagni di Algeri. Ma una notizia della prigionia di Cervantes ce la dà l’inquisitore di Sicilia, e quindi arcivescovo di Palermo e presidente del Regno di Sicilia, Diego de Haedo, autore della Topographia e Historia general de Argel (Valladolid, 1612). L’Haedo, raccogliendo notizie dagli schiavi cristiani riscattati, ci racconta tutto su Algeri, sui corsari, sui cristiani là prigionieri. Nel Dialogo secundo, il prigioniero capitan Geronimo Ramirez racconta al dottor Sosa del fallito tentativo di fuga da Algeri di Cervantes per il tradimento di un rinnegato di Melilla soprannominato El Dorador, dice che i turchi presero tutti i cristiani che stavano per fuggire, “y particolarmente a Miguel Cervantes, un hidalgo principal de Halcalà Henares, que fuera el autor deste negozio y era portanto mas culpado…”. Avrebbe dovuto essere punito, il nostro don Miguel, ma, ci racconta ancora il Prigioniero del Don Chisciotte: “Hassan Agà (il Saavedra) non lo bastonò mai, e neanche gli rivolse mai parole offensive; noi temevamo che sarebbe stato impalato ad ognuno dei suoi tentativi di fuga, cosa di cui lui stesso ebbe paura più di una volta”. E ci racconta ancora Diego de Haedo di Cervantes schiavo di Dali Mami, detto El Cojo, lo zoppo, quindi di Ramadan Pascià e infine del terribile Hassan Agà, un rinnegato veneziano che divenne re di Algeri. Nell’aprile del 1578, quando Antonio Veneziano finisce nel bagno di Algeri, Cervantes è appena uscito dal quarto fallimento di evasione dalla prigione per la delazione del prete rinnegato Juan Blasco. Si conoscono là i due, Cervantes e Veneziano, o si riconoscono dopo il loro primo incontro a Palermo? I due, in carcere, ascoltano la cantilena in sabir, la lingua franca del Mediterraneo, che i ragazzi mori cantavano sotto le finestre dei bagni.

“Non rescatar, non fugir

Don Juan no venir

acà morir…”.

Cantilena riportata da Cervantes in Vita ad Algeri e ne I bagni di Algeri. Tutti e due avranno avuto catene alle caviglie e saranno stati vestiti allo stesso modo, il modo come Cervantes descrive il Prigioniero che entra con Zoraide nella locanda, “… il quale mostrava dagli abiti d’essere un cristiano giunto recentemente da terra di mori, perché era vestito d’una casacca di panno turchino, a falde corte, con mezze maniche e senza collo; anche i calzoni erano di tela turchina, e il berretto dello stesso colore”. Antonio Veneziano giunge in Algeri infiammato d’amore, pazzo d’amore: per la nipote Eufemia o per una bella e irraggiungibile signora? Signora che sarebbe stata, secondo gli studiosi Caterina e Giuseppe Sulli (Antonio Veneziano, Palermo, 1982), Felice Orsini Colonna, moglie di Marc’Antonio Colonna, il comandante della fl otta veneziana nella battaglia di Lepanto, allora viceré di Sicilia, al cui figlio, Ascanio, Cervantes, dedica La Galatea. Ad avanzare l’ipotesi della passione del Veneziano verso la viceregina c’è una ottava del poeta che così termina:

“Pirchi’ mi tratti comu li ‘nnimici?

Rimedia cu lu meghiu modu c’hai,

Filici, fi licissima, Filici”.

Là, nel bagno di Algeri, il Veneziano avrebbe scritto La Celia. E là, nel bagno, sembra che Cervantes abbia scritto Vita ad Algeri e incominciato la stesura de La Galatea. Inimmaginabili sono gli incroci della storia, nonché della poesia. Nel 1650, un gruppo di nobili siciliani congiurava contro il viceré don Giovanni d’Austria, vagheggiando di porre sul trono di un regno indipendente di Sicilia don Giuseppe Branciforti, conte di Mazarino e principe di Butera. La congiura falliva per la delazione del prete Simone Rao e per la confessione dello stesso Branciforti. Sei dei congiurati furono giustiziati. Il Branciforti lasciava quindi Palermo e si ritirava a Bagheria, tra la fenicia Sòlunto e la greca Imera, si faceva là costruire una villa e si chiudeva in quella sua dimora che era fortezza, castello, tomba non di libri e di salme come l’Escorial, ma di orgoglio umiliato e di rimorso. Sull’arco d’ingresso della villa faceva incidere un emistichio del Tasso, O corte a Dio, e oltre, sopra un altro arco, questi versi in spagnolo:

“Ya la esperanza es perdida

Y un solo bien me consuela

Que el tiempo que pasa y buela

Lleverà presto la vida”.

E sono i versi questi che recita Teolinda nel Libro primo de La Galatea di Cervantes. Ma ritorniamo al bagno di Algeri, ai due poeti là rinchiusi, Cervantes e Veneziano. Il monrealese, preso com’è dal “vendaval erótico”, come lo defi nisce Américo Castro, dalla bufera d’amore per la nipote Eufemia o per Felice Orsini, scrive là La Celia, e Cervantes (anche lui forse in quel momento nella bufera d’amore, se nel personaggio di Lauso de La Galatea dobbiamo riconoscere lo stesso autore), e Cervantes scrive là le Ottave per Antonio Veneziano. Veneziano viene riscattato nel 1579, e il cronista Ortolani così scrive:

“Fu fatta festa in Palermu pillu ricattu e ritornu di lu celebri

poeta Veneziano”.

Morirà poi, il povero poeta, il 19 agosto 1593, come sappiamo, per l’incendio (doloso, sembra) e lo scoppio della polveriera nel carcere di Castellamare. E morirà, in quello scoppio, anche Egisto Giuffredi, l’autore di Avvertimenti cristiani. Cervantes, riscattato, lasciava Algeri il 24 ottobre 1580. Dice ancora il Prigioniero del Don Chisciotte: “Non c’è sulla terra, secondo il mio parere, gioia che eguagli quella di conseguire la libertà perduta”. E sarà, quella di Cervantes, una vita libera, ma, come quella di prima della prigionia in Algeri, una vita molto tribolata. Nulla però gli impedirà di concepire (nel carcere di Siviglia o in quello di Castro del Rio -1592) e di scrivere quindi le avventure dell’ingegnoso hidalgo, di don Alonso Quijana, ribattezzatosi Don Chisciotte della Mancia, e del suo fi do scudiero Sancio Panza. Don Chisciotte, il primo grande romanzo della storia letteraria, uno dei grandi capolavori dell’umanità. Nel 2005 ricorreva il quarto centenario della prima pubblicazione del romanzo. E, nell’aprile di quell’anno, ad Alcalà de Henares, nella casa natale-museo di Cervantes, si inaugurava la mostra delle prime edizioni del Quijote, in cui compariva l’edizione del 1610, stampata a Milano “por el Heredero de Pedromartir Locarni y Juan Bautista Bidello”, e dedicata dal Cervantes, questa edizione, non più al conte di Bejar, ma “All’Ill.mo Señor el Sig. Conde Vitaliano Vizconde”. Abbiamo voluto sin qui raccontare della prigionia in Algeri di due poeti, Cervantes e Veneziano. Ma abbiamo anche voluto signifi care, soprattutto attraverso Cervantes, la terribile vita che si svolgeva allora, nel ‘500, tra le sponde del Mediterraneo, in questo spazio dove si svolge il grande poema omerico e dove sono nate le prime grandi civiltà della storia umana. Terribile vita allora, nel ‘500, tra le sponde del Mediterraneo. E terribile di nuovo oggi, dopo cinque secoli, per le tragedie quasi quotidiane che tra queste sponde si consumano. Tragedie di poveri infelici che fuggono da luoghi di guerra, di malattia e di fame e che cercano salvezza in questo nostro mondo di opulenza e di alienazione. Infelici che spesso trovano la morte per acqua, come l’eliotiano Phlebas il Fenicio, naufragano presso le sponde di Sicilia e di Spagna. E con dolore dunque possiamo ripetere le parole di Fernand Braudel, riferite all’età di Filippo II: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari

03/11/2005 – La prigione dei destini incrociati: Miguel de Cervantes e Antonio Veneziano nei bagni di Algeri
Instituto Cervantes Napoli

14/04/2008 Universitat de Valencia. Spagna.La pasión por la lengua: VINCENZO CONSOLO



Antonio Veneziano e Miguel de Cervantes



Consolo “Le ombre della nostra cultura”

L’INTERVISTA

Consolo “Le ombre della nostra cultura”

Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

Il suo viaggio di ritorno in Sicilia è iniziato nello stesso momento in cui è partito da Sant´Agata di Militello, sulla spinta di quella verghiana «fantasia dell´ignoto». Vincenzo Consolo nei sui quarant´anni e passa poi vissuti a Milano non ha fatto altro che rimuginare sull´Isola e a scriverne. Il passato e il presente della sua terra sovrapposti alla quotidianità di un luogo altro. La storia è antica. Verga in una lettera a Capuana scriveva che bisogna partire per andare alla «grand´aria» per vedere da lontano la realtà siciliana e così poterla capire meglio. Ma poi, aggiungeva, occorre ritornare per verificare. «Il mio è un eterno ritorno – dice Consolo – Non sono d´accordo con Quasimodo, che asseriva che nessuno lo avrebbe più portato in Sicilia. Oggi tra l´altro in questo mondo riavvicinato, oltre che con la fantasia si può viaggiare con comodi aerei. Io vivo dentro la storia isolana». Lo scrittore de “Il sorriso dell´ignoto marinaio” è il testimonial del convegno di “Repubblica” per fare il punto sui dieci anni dell´edizione di Palermo che si terrà martedì 20 novembre al teatro Biondo. “Dalla Sicilia al mondo, il viaggio della cultura”, è il tema su cui si confronteranno i personaggi dell´arte, della letteratura e dello spettacolo isolani. Con l´intervista a Consolo diamo il via al dibattito.

Consolo, c´è oggi una letteratura siciliana?
«No. Non esistono più letterature radicate in uno specifico territorio. Né del Nord né del Sud. La globalizzazione ha omologato tutto. Funzionano solo i modelli che detta il mercato a cui tutti ormai sembrano asserviti. Sono i potentati editoriali o della distribuzione che hanno il monopolio dell´offerta e quindi decidono i temi da consumare. Basta entrare in una qualsiasi libreria per provare un giramento di testa di fronte a quelle pile di libri, moltissimi cloni negli argomenti e nel linguaggio».

Quali sono i generi più frequentati dagli scrittori?
«Gialli, polizieschi che dir si voglia, intimismo, sesso, storia addomesticata, maghi e maghetti e fantasy vari».

Quindi ci sta dicendo che la Sicilia è stritolata da questo meccanismo?
«Sicuramente. Ormai quel che conta è apparire. In Sicilia e altrove. Non sembrano più esserci margini per una narrativa che esplori in lungo, in largo e in profondità, un´area circoscritta, per capire e non per mettere insieme una trama da fiction finalizzata a fare cassetta. Ed è il numero a determinare la qualità».

In una delle sue ultime interviste, il poeta Mario Luzi ci disse che la letteratura del Novecento sarebbe povera cosa senza gli autori siciliani. Dopo tanta grandeur dobbiamo ora rassegnarci a una marginalità senza futuro?
«La crisi è iniziata negli anni Settanta del secolo scorso, quando è diventata visibile quella mutazione antropologica teorizzata da Pasolini. Il nostro Paese si modernizzava velocemente, subendo però modelli importati dall´esterno. Da qui un asservimento culturale, linguistico, negli usi, nei costumi e nei consumi. Oggi ogni luogo è per molti versi intercambiabile con ogni altro. Quindi, la letteratura perde quella capacità di esplorazione, di introspezione di un contesto unico. Da qui la perdita di ogni forza espressiva e di ogni verità storica».

Molti dicono che il “noir”, abbastanza praticato nell´Isola, ha suonato a morte le campane della narrativa. Cosa ne pensa?
«Con Sciascia ho discusso parecchie volte di questo argomento. Io sostenevo che il “noir” fosse il genere più conservativo, perché con la sua filosofia consolatoria forniva un grosso sostegno alle società capitalistiche».

Si spieghi.
«Qual è lo schema che seguono Agatha Cristhie, Rex Stout e altri? C´è un assassinio, poi un´indagine caratterizzata da colpi di scena, alla fine la scoperta del colpevole. Con la condanna tutto torna al suo posto. Il corpo sociale resta protetto e quel mondo continua a essere, citando Voltaire, il migliore dei mondi possibili. Le magagne della società restano ben nascoste. Con Sciascia questo teorema viene completamente rovesciato: con lui – vedi “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, ma anche gli ultimi suoi “gialli” – c´è il morto, c´è un´indagine, ma non si arriva mai alla verità. Perché così succede nella realtà. Mafia e politica al potere riescono ad occultare ogni verità. Ed è quello che è accaduto nell´ultimo secolo nel nostro Paese. Sciascia, che viveva in una realtà permeata dallo strapotere mafioso, ricorreva all´espediente del giallo per denunciare queste commistioni e l´eterna mancanza di verità».
Sciascia però amava il poliziesco tout court a prescindere da ogni valenza politica e sociologica. Come lo spiega?
«Leonardo era uno scrittore razionale e quindi era portato ad apprezzare le dinamiche logiche della dialettica poliziesca. Il fatto che mi consideri un allievo di Sciascia, non significa essere però d´accordo con lui su tutto. Un critico russo, Victor Slowsky, ha sostenuto che la storia della letteratura è una storia di parricidi. Quasi sempre c´è un rovesciamento dell´assunto del padre da parte dei figli. Parricidi sono stati, ad esempio De Roberto nei confronti del suo maestro Verga, Pirandello per De Roberto e io per Sciascia. E lui stesso nella prefazione de “Il sorriso dell´ignoto marinaio” rimarca questo parricidio. La devozione a Leonardo non mi ha impedito di cercare una mia verità».

Parricida in che modo? Sui contenuti, sul linguaggio?
«Sui contenuti condivido tutto di Sciascia. A cominciare dalla sua capacità di leggere le cose del passato, facendone metafora della contemporaneità. Sul linguaggio, invece, lui e altri grandi scrittori degli anni Sessanta, penso a Calvino, Moravia, Elsa Morante, continuavano sul solco di una pulizia linguistica che partiva da Manzoni. Un gruppo di giovani, io, Luigi Meneghello e Lucio Mastronardi, allora abbiamo ritenuto che la mutazione in atto della società, anche linguistica, abbisognava di un nuovo idioma per poterla raccontare. È nato sotto questi auspici il mio primo libro “La ferita dell´aprile” nel 1963. Una ricerca che poi ha trovato più consistenza nel “Sorriso”».

Figli o nipotini di Gadda e di Pasolini?
«No. I due grandi autori muovevano da Manzoni per ritornare al dialetto. Io invece partivo, e parto ancora, dalla profondità del nostro lessico per approdare alla lingua nazionale. Col siciliano convivono tante lingue “sepolte”, quelle delle varie dominazioni che si sono succedute. E allora io ne dissotterravo, e ne dissotterro, frammenti – di greco, spagnolo, arabo – per tradurli in italiano, ritrovando così grande vigore espressivo».

In questi giorni si parla molto de “I vicerè” di Federico De Roberto, riletti per il cinema dal regista Roberto Faenza. Sciascia, contravvenendo alla scomunica di Benedetto Croce, scrisse che era il romanzo più importante di tutta la letteratura dopo “I promessi sposi”. È d´accordo?
«Completamente. È un grande romanzo che ci racconta le utopie e le disillusioni dell´Unità, le stesse che contraddistinsero il Risorgimento. Ma in quel momento storico – “I vicerè” uscì nel 1894, l´anno della feroce repressione dei Fasci dei lavoratori – De Roberto era scomodo. Anche gli altri suoi libri “L´illusione” e “L´imperio” erano fuori dalle poetiche del tempo, seppure specchio di quella società. Non dimentichiamo che eravamo in pieno dominio del decadentismo dannunziano, per cui bisognava parlare dei trionfi e non dei fallimenti».

Anche il “Gattopardo” racconta il fallimento di quella rivoluzione annunciata da Garibaldi. Ma lei su questo capolavoro da sempre esprime riserve. Dove è la differenza con “I vicerè”?
«Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che aveva un conto in sospeso con De Roberto, spietato con la nobiltà del tempo, ci propone una sua visione meccanicistica e pessimistica della storia, a suo dire incapace di registrare cambiamenti. In realtà lui nel “Gattopardo” non fa altro che assolvere la classe nobiliare di cui fa parte. Quando dice che ai gattopardi succederanno le iene e gli sciacalli, dimentica di aggiungere che quelle iene e quegli sciacalli li hanno allevati loro, gli aristocratici, ricevendone in cambio le risorse per continuare a fare la bella vita. Loro hanno creato i Sedàra. Loro hanno armato la mafia nei loro feudi. Non si può autoassolversi così come se non ci fossero responsabilità».

È una lettura ideologica che forse non rende giustizia alla grandezza del romanzo. Lo stesso errore che ha fatto Vittorini bocciandolo. O no?
«Mettiamo i puntini sulle “i”. “Il Gattopardo” è un grandissimo romanzo scritto da un uomo sapientissimo, ma esprime un punto di vista che ritengo inaccettabile. In quanto a Vittorini, ha portato addosso una croce che non si meritava. Le cose sono andate così: Fausto Flaccovio gli ha mandato il romanzo. Vittorini pensando che glielo segnalasse per i suoi “Gettoni” Einaudi, e ritenendolo inadatto per quella collana sperimentale, lo ha inviato alla Mondadori segnalandolo per la “Medusa”, una “contenitore” più congeniale. Lì, il solito burocrate non capendo la qualità del manoscritto, lo ha rimandato indietro. Me lo hanno raccontato i due collaboratori di Vittorini testimoni del tempo. Ma la verità come sempre fatica a farsi strada».

da Repubblica del 16 novembre 2007

 

Vincenzo Consolo: l’irrequietudine e il sigillo della scrittura

20 GIUGNO 2007
TOPOGRAFIE LETTERARIE

di Natale Tedesco

Due sono gli elementi che in generale caratterizzano e qualificano l’elaborazione inventiva, l’opera, di Vincenzo Consolo: il legame con la tradizione letteraria dei grandi siciliani che ha rappresentato la condizione umana dell’isola come mondo ma che con una costitutiva e persistente disposizione a riscrivere la storia della Sicilia e dell’Italia, cioè portando avanti una ricognizione del suo percorso civile e politico, finisce col delineare come una controstoria nazionale. L’altro elemento è quello di una peculiare formalizzazione della scrittura isolana, la cui forte originalità è soprattutto di carattere linguistico.

In verità, la tradizione realistica della narrativa siciliana è molto meno compatta e unitaria di quanto non si creda: lirismo e prosa d’arte, sperimentalismo e ricerca linguistica, formalismo in genere, s’intrecciano con il realismo di base e a volte lo sopraffanno ed espungono anche nella varia produzione di uno stesso autore.Proprio per Consolo c’è da dire che prima ancora che Lunaria, un’opera del 1985, si presenti come una deliberata antinarrazione, questo intreccio è evidente nel primo romanzo,La ferita dell’aprile, del 1963, ambientato nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra, in una Sicilia dove le tensioni sociali si manifestano drammaticamente in uno con le “ferite” di un gruppo di adolescenti inquieti. Già qui le forme del romanzo si scontravano con gli intenti poematici, nello sperimentalismo di una fraseologia autobiografica vernacolare, con un lirismo che ritaglia un Verga poetico. E pure Il sorriso dell’ignoto marinaio, il romanzo del 1976 ritenuto il suo capolavoro, segnato da ricercatezze lessicali e costrutti regionali d’antica e recente formazione, è intersecato da piani stilistici differenziati.

Nel Sorriso dell’ignoto marinaio, opera significativa di tutto un tempo dell’elaborazione della prosa italiana, dominata dal dissidio tipico dell’ideologia letteraria del decennio Settanta, tra rifiuto della letteratura e fede nella scrittura, la narrazione che vuole essere oggettiva della situazione storica, cioé impegnata a rappresentare le rivolte contadine a metà dell’Ottocento e la loro repressione classista, si mescola con un immaginario barocco, o neobarocco che dir si voglia, di accentuato vigore. Protagonisti del romanzo sono Enrico Pirajno di Mandralisca, un aristocratico liberale ed illuminista, e l’avvocato Giovanni Interdonato, un borghese cospiratore antiborbonico (figura di ascendenza sciasciana dell’intransigenza morale ed intellettuale), e pure diversamente sorpresi e scolpiti nel sorriso ambiguo dell’uomo siciliano del quadro di Antonello da Messina.

In realtà, in quest’opera, al Verga del primo libro, allo Sciascia del secondo, è subentrato più prepotentemente come nume tutelare Lucio Piccolo e con lui entra in profondità nella prosa la poesia, con lacerti di lui e di altri poeti, e con modulazioni e ritmi che sono di essa. Non si tratta solo di singole parole, magari recuperate nel segno di ambiguità e ambivalenze, come “datura”: fiore bianco e veleno. Rispetto ai passi, ai luoghi esibiti di altri poeti, la citazione di versi piccoliani non è virgolettata, perché sono fatti propri come immagini, figure, di un consentaneo e simpatetico universo espressivo. Si vedano come sono incastonati emistichi o versi come “l’eco risorta…” o “velieri salpati alla speranza di isole felici…”.

Di fatto, ancora diverso, è l’insistito preziosismo lessicale, con un particolare assaporamento dell’aggettivazione che isola i particolari, già andando contro il costruire prosastico più disteso. Per questo non ci si può limitare a godere o a saziarsi di questa ricchezza, senza nemmeno sospettare le ragioni di una scelta che è ideologica, di una poetica che è già contrastativa e in cui vive l’invettiva contro la valanga di libri ‘privi d’anima’.

Se nell’opera di Consolo vi sono modulazioni barocche e, più, rococò in un misto isolano di dolcezze da ‘arte minore’ e di Serpotta, soprattutto nell’impegnato neoclassicismo preromantico di fine Settecento sono da vedere le sue ascendenze esemplari. Penso ai romanzi Le avventure di Saffo, Notti romane al sepolcro degli Scipioni del periodo romano di Alessandro Verri, pur sempre anti-pedantesco e anticruscante transfuga dalla Milano in cui aveva combattuto contro i “parolai”, che tuttavia i suoi ‘racconti filosofici’ vergò con penna neoclassica.

Retablo, sequenza di accadimenti e di figure, di scritti, di uno scritto che s’incrocia con un’altro, è un incrocio di passato e di presente, di un goethiano “viaggiare alla ricerca degli stampi”. Al fondo di tutta la condizione cognitiva e formale di Retablo, sembra fermentare anche un retaggio di Leopardi, quel privilegiamento dell’antico e quella poetica della rimembranza, che fanno diverso il suo classicismo rispetto agli stessi ultimi settecenteschi, e che,dunque, mettono su altri profili quei riferimenti ai neoclassici preromantici, di cui si è detto per Consolo.

L’antico è per il nostro scrittore il ritrovamento della dimora isolana, come ancestralità storica e metastorica, che, sul piano individuale, vuol dire recuperare l’infanzia dei giardini messinesi, dei carbonari dei Nebrodi.

Se è vero, come affermava Salvatore Battaglia, che “Il poeta, secondo il paradigma leopardiano, è un restauratore di antiche remote impressioni, idealità, fantasmi, in cui egli si rifugia per evitare la depressione della vita presente”, sembrerebbe che Consolo viva passionalmente questa condizione. Per questo parrebbe che Retablo risolva pure quel peculiare contrasto della crisi della cultura, dell’ideologia letteraria degli anni Settanta, tra negazione della letteratura e fiducia nella scrittura. Senza volere togliere nulla al rilievo che Il sorriso ha nella produzione consoliana, alla luce degli ultimi libri dello scrittore messinese, si deve tuttavia affermare che Retablo gode di un’ispirazione unitaria che porta ad esiti più compiuti almeno una parte, forse la più autentica della sua tematica, soggetta a spinte centrifughe altrettanto vere. Invero, essendo un elemento costitutivo fortemente ineludibile, il problema di Consolo rimarrà la necessità di comporre di volta in volta la tensione poetica con la scrittura referenziale di un chiaro discorso politico. Il dilemma che pur nella ambiguità permeava Il sorriso dell’ignoto marinaio con forza e fascino, appare risolto univocamente in Retablo.

Ma ritorna, anzi quasi contemporaneamente persiste al modo di Vittorini, nelle Pietre di PantalicaFascinosamente ambiguo è altresì il linguaggio anticato, ma in modo che non sia sempre attibuibile ad un’area linguistica storicamente determinata, e paia venir fuori da un mondo sommerso e ricreato con l’immaginazione, vago e concretissimo insieme. Un linguaggio che in realtà, anche quando va da movimento a stabilità, non accetta di consistere del tutto; come l’ideologia dello scrittore che, sempre vittorinianamente, rifiuta la quiete nella non speranza, e invero si agita, si sbilancia tra disperazione e speranza. Per questo la sua memoria del tempo andato non è ferma, ma si spinge a contestare, con il presente, anche se stessa.

Con questa raccolta del 1988 Vincenzo Consolo ha reinventato peraltro il progetto che già fu di Vittorini; ha scritto le sue “città del mondo”, che intanto paiono più nostre. Così sembra che abbia pure ripreso in prima persona il viaggio che il suo personaggio Clerici aveva compiuto in Retablo. Dunque, ottobre ottantasette Retablo, ottobre ottantotto Le pietre di Pantalica: un anno appena d’intervallo. Ma bisognerebbe dire dei suoi reali tempi di composizione; rimane il fatto che Le pietre di Pantalica conservano e rinsaldano una mobilità e plurivocità che saranno riprese in futuro. Peraltro, se in gran parte esso pare venir fuori dalla costola plurilinguistica del Sorriso dell’ignoto marinaio, con qualche ricordo dell’autobiografismo della Ferita dell’aprile, pure usufruisce di quella ricerca prosodica che dal barocco e rococò perviene ad una scrittura che vuol farsi classica pur bagnando la penna nell’ inquietudine ideale e nell’ insoddisfazione espressiva della contemporaneità.

Sorgono da amore, dolore e sdegno, dunque, le pagine di diverso memorialismo della raccolta: come I linguaggi del bosco e Le pietre di Pantalica, la prosa eponima del libro. Un memorialismo complesso, intricato e intrigante: un domestico, privato, autobiografico ricordo che è anche civile, antropologica memoria della vita e della storia. Si tratta di una memoria non cristallizzata, né soddisfatta di sé, ma dialettica, soprattutto agonistica. Un inusitato agonismo della memoria, perché non muove solo contro il presente, ma questa volta si agita e tenzona anche al suo interno, in forza della dinamica plurivocità delle componenti contenutistiche ed espressive.

Il decennio Novanta vede subito Consolo riproporre con forza un romanzo di argomento storico, ambientato nell’isola negli anni dell’avvento fascista. Pietro, un maestro elementare, dopo un attentato a proprietari e fascisti, fugge esule in Tunisia. L’opera in qualche modo riprende la tematica democratica di rivisitazione della nostra storia, come già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, ma in una chiave formale diversa. Nottetempo casa per casa (1992) è stato considerato un romanzo postmoderno perché fondato sulla citazione letteraria da scrittori pur diversi (Manzoni, Verga, Pascoli, D’Annunzio, Montale), sulla parodia, il rifacimento e l’alternarsi di usi linguistici molteplici, per concludere che tuttavia non si riteneva una soluzione postmoderna il prevalere in esso dell’italiano letterario, la scelta di uno stile eletto. Invero la convinzione consoliana che sia la letteratura a difenderci dal generale degrado e imbarbarimento sempre più pervasivi, non era una novità. L’idea della letteratura come “impostura” stava bene in piedi nel contesto particolare dell’opera del 1976, sia il contesto interno dell’opera, sia il contesto esterno.

Nell’Olivo e l’olivastro,l’autobiografismo dell’autore, che torna nella maturità a prorompere più apertamente, per farsi giudizio metapersonale viene traslato in terza persona. Affidarsi all’Ulisse mitico, della poesia omerica, serve all’Odisseo, al Nessuno di oggi, a procurarsi un’identità che, perduta nel presente, si può solo ricostruire nel passato, col passato. E solo così, nel naufragio, nella catastrofe generale, si può trovare una salvezza individuale. La poesia moderna si è servita della “enumeraciòn caotica” perché nominando le cose ha ritenuto di riconoscerle, di riguadagnarle. Oggi si ha il sospetto che si nominano le cose per segnalare la definitiva perdita di esse. Per questo lo scrittore o si serve di un linguaggio referenziale che ( “tradendo il campo” con “stanca ecolalia”) ha solo un compito informativo, oppure inventa un linguaggio metaforico che si deve descrittare nelle sue valenze interiori. In questo linguaggio irreale, dominato dalla dannazione dell’inesprimibile, ora le epifanie danno solo il senso della ricerca di una verità misteriosa da identificare. Con ciò e perciò la pratica di una scrittura visionaria, anche a partire da un apparente, semplice dato di cronaca.

Lo Spasimo di Palermo conclude, dopo Il sorriso e Nottetempo, il trittico narrativo in cui Consolo affronta la storia dell’isola dalla parte dei vinti e della Storia rinnega e demistifica storture e menzogne. La forma è sempre più ellittica e problematica, e tende allo scavo interiore e alla vertigine espressiva: il frutto di questa sfida sempre più impervia ai linguaggi piatti e strumentali della comunicazione è una scrittura insieme febbrile e raziocinante, accesa e vigile, tramata di poesia e di engagementDi quest’ultimo fa fede il palese riferimento alle coraggiose e sfortunate inchieste del pool giudiziario di Palermo e alla tragica strage di via D’Amelio, in cui confluiscono le vicende e i destini dipanati nel romanzo.

Simbolo dell’immane fallimento d’una società e insieme d’una generazione che avrebbe voluto e potuto modificarla -è l’assassinio del coraggioso giudice, intravvisto dal protagonista – testimone, che è uno scrittore sfiduciato e votato al silenzio, nonché un padre altrettanto deluso e autocritico. La crisi della scrittura coincide così con lo “spasimo” estremo di una civiltà: un punto di non ritorno, ovvero di avvio di modalità espressive e di tensioni civili da rifondare.

In tutta la produzione di Vincenzo Consolo di manifestazioni vigorosamente mitopoietiche ve ne sono tantissime. Anzi si può dire che l’aspetto più precipuo della sua formalizzazione è il raccontare creativo, questo riprendere miti ricreandoli. Al principio dell’invenzione di Consolo ci furono la ferita (sì, La ferita dell’aprile, titolo della sua prima opera, è pure figura di un dato esistenziale) e la folgorazione poetica. Nella produzione di Consolo, a quanto se ne sa, si isolano due episodi di versificazione poetica vera e propria.

Mi riferisco a Marina a Tindari , del 1972, che dunque si colloca tra La ferita dell’aprile e Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo testo in versi, quasi sconosciuto, contiene molti, forse i principali temi dell’intera sua opera, anche certi usi lessicali: il vorticare; certe pratiche linguistiche. L’altro testo splendido è L’ape iblea- elegia per Noto, da cui è scaturito L’Oratorio composto da uno straordinario Francesco Pennisi ed eseguito a Firenze il 19 giugno 1998 al teatro Verdi. Nella tradizione passata e recente egli si ritaglia Verga e Vittorini poetici – già il siracusano riprendeva Montale – e propriamente il ‘vorticare’ lirico di Lucio Piccolo. Da quell’ulcerazione ne vennero i grumi di dolore da rappresentare per trame intense di una ricerca, appunto mitopoietica. La cognizione del dolore per avere tregua, per vivere delle soste, si riporta peraltro al mondo della natura. Al malessere alla perdita, cioè all’assenza della persona, si risponde con la presenza delle figure del mondo naturale. La scrittura ridona la memoria delle cose, e non sai se è ricordo umano o memoria di fisicità ancestrale, una presenza che prepara eventi, o appena un trasalimento di evanescenze.

Alla base di questa sua ricerca mitopoietica, certo, c’è un’opzione della positività umana, del vivere sociale che merita l’impegno civile del letterato, ma la maturazione di Consolo avviene tra rifiuto della letteratura che risulta nonostante le intenzioni, sempre esornativa, e fede nella scrittura che ripostula il mondo nel suo continuo inventare. Essa si colloca nell’alveo del rapporto fra tradizione e innovazione, tra norma ed eccezione. Non è paradossale per Consolo, come per tutti i siciliani, che nella superstite fedeltà alla norma l’eversione sposi uno sperimentalismo che invece di coniugarsi con l’avanguardia, la neo avanguardia, si muove nel solco di una tradizione che pure può stare stretta. Avverte tuttavia Consolo:

La tradizione non si può cancellare, e chi pretende di cancellarla agisce sull’idea stessa di letteratura, dico sul senso nobilmente bachtiniano di una letteratura che trama contro le cancellazioni dell’oblio. E’ questa la vera funzione della letteratura, nella quale si sperimenta un altro tipo di memoria.

E’ ovvio che fra tradizione e innovazione, anche nel pieno dell’eversione, il cemento è il reale, anzi, nel crogiuolo materiale, là dove i miti siciliani non sono arsenali, armamentari dell’arte isolana, ma costituiscono il seno materno di essa, per dirla con Karl Marx, il cemento è la realtà esistenziale dell’autore, il profondo e radicato vissuto biografico. La particolarità del rapporto che Consolo istituisce tra la sua effettuale vicenda biografica e la rappresentazione letteraria che ne dà, consiste nel fatto che tale vicenda piuttosto che essere, quasi ovviamente, deterministicamente ancorata ad una situazione storica – la nostra, terribile – risulta dolorosamente uncinata da questa.

In ciò è da riconoscere la condizione di sofferenza che qualifica e fa vibrare esistenzialisticamente il lavoro dello scrittore contemporaneo. Nella misura di questa sofferenza e nella modalità di esitarla, di uscirne anche, liricamente, sta il significato complesso e complessivo dell’operazione scrittoria di Consolo, cioè della sua invenzione che si costruisce sempre più in grumi di dolore e di rifiuto. L’invettiva contro il presente storico insopportabile, si coniuga, anzi ha radice in un malessere esistenziale personale, tra perdita e assenza. In tal senso è esemplare l’incontro con la madre nell’ Olivo e l’olivastro. Ad ogni modo in Consolo la carta della letteratura si gioca nell’irrequietudine e questa ha il suo sigillo nella scrittura mitopoietica.

20 giugno 2007

Inventare una lingua


Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola
cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come
possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente
individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene
in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori”
operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però
meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi
anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente
questo dipende in misura non piccola dalla complessità
e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza
del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei
bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa
molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente,
e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al
centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente.
In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo
ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano
mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati.
Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina),
Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani
moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive
costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano.
Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano
ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1°
gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove
fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima
di dedicarsi esclusivamente alla letteratura.
Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale
sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore
con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva.
Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco
migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente
anche perché messa in relazione con quanto accade nel
“continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente,
la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata
e ricostruita sul filo della memoria personale o storica,
diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio
per questo capace di funzionare come termine di confronto
per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni
che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori
positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e
per sovrapprezzo impoverito sul piano umano.
In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto
a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi
di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale
e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben
individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze
storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo
e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie.
La tragedia del vivere viene così rappresentata su due
livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione
esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo,
sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e
della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana,
uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda:
“Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan
di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.
In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si
chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno,
due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra
sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della
vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena
o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito
sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare
il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione
tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale
del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non
solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento
“Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte
all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se
malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine,
panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti
e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”.
A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa,
infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria,
Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la
sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti
eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe.
Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione
della tragedia del mondo, e alla violenza non più della
natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De
Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita
eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni,
proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare,
per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere
i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene
fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e
dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e
dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi
seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando
via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende
inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate
soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto
marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo,
come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo
carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante
presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette
a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico
e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del 1860.

Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi
realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set-
tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si
sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza
convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni
autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore
senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di
Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato
recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta
mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata
a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche
la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi
intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene
meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo,
ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso.
La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere
la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di
un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica.
Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom
ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non
riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere:
“Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua,
che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e
uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora,
accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia
ormai nullius o almeno appropriabile”.
Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la
sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita
dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente
dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella
il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto
l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri
e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al
domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che
segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti
tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica
di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture
ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure
etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso
con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e
false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore
che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola
frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si
spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di
lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di
brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre
ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la
croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio.
Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta,
non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto
la volpe e l’avvoltoio”.
È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico,
perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere
in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare
nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno
padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto
a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di
altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio
al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda
l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente
una raffinata strategia linguistica di allontanamento
dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe
piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche
perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto
come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici
anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di
provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di
cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali,
e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma
è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico
e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento
del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano.
Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova
nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità,
del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e
del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano
per la loro originalità, per la loro comica eccentricità,
che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si
scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata
pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”.
La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica
fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente,
ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che
appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di
vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva,
più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare
secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno
che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto
di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce
a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla
o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere
il significato politico di certe scelte di stile: come il suo
amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della
tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo,
alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore
Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o
marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture
altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato
in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin
dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…)
Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale
alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione
nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato,
è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati
(…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che
le parole esprimono, per salvare una certa storia”.
Fra le rovine
Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità
delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia
nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella
possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria
del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura
moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte
le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non
essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare,
uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o
forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si
stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione,
all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi
per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione
filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo,
come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e
come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica.
Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese
come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni
di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata
a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e
frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche
scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata
a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio
perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce
per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua
trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti
al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo
in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre
che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di
mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche
le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado
non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici,
come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia,
dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore
senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai
“è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere,
rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati,
legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati,
chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle
auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi
giorni dopo “più di cento”.
È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione
delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono
con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità
cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Ita-
lia tutta. Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata
da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C., vale sì
come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione
naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come
simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che
sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di
una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide,
insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente.
Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale,
e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti
di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco
degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano
alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben
mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri
di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione.
Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata
a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti
problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio:
anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei
cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana
allo stato italiano.
Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro
aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che
la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli
a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una
concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana
e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola.
Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda
da determinare nello stesso indice del libro uno schema che
ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone,
Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura
“Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti.
Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie
una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino
Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi
del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo
stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in
modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrit-
tore, dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della
parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco
di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare
una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o
di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso
la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui
si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura
come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica
sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di
interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai
anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine
avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato
alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del
secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola
e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi,
a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili,
fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per
le creature umane sofferenti”.
Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più
ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale
di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti,
dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto
ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona
grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario
marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente,
ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative,
a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi
di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura.
Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo,
carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli
antipodi dunque dello stile consueto dell’autore.
Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente
distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è
anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono
buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo
(come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere
autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna
di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto-
biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato
e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio
reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti
“Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua
unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e
con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio
più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce
la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur
di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità,
è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso,
questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire
non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in
tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo
e alla morte.
Gianni Turchetta

    SICILIA IN FESTA – FOTO DI GIUSEPPE LEONE

    SICILIA IN FESTA – FOTO DI GIUSEPPE LEONE
     Pubblicato in “Feste per un anno”Eidos-Fondazione Buttitta 2007 pag. 11-12


     “La mitologia […] questo ha potuto con sicurezza affermare: che i fenomeni del cielo e della terra nel loro periodico ripetersi e rinnovarsi han dato luogo a molte pratiche e usanze come a molti miti e leggende.” Scrive Giuseppe Pitrè nel volume Spettacoli e feste (1) della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. E Sebastiano Aglianò, in Questa Sicilia, scrive a sua volta:”InSiciliailcarattere sacro dei misteri greci, la prostrazione islamica al Dio onnipotente hanno confuso i loro germi con quelli più vivi del cristianesimo” (2) Fenomeni dunque del cielo e della terra hanno creato i più antichi miti, e quelli della Grecia, i più significativi per noi. Hanno creato il mito primitivo e pregnante della terra, del buio e della luce, dell’inverno e della primavera. Il mito primigenio, vogliamo dire, di Demetra e di Persefone. “Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare,/ e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapi.. così l’Inno di Omero a Demetra(3). E in questa madre dolente che ricerca la figlia rapita si è voluto vedere, nelle feste pasquali, l’Addolorata alla ricerca del Figlio. Lampante ancora ci sembra lo scivolamento pagano nella liturgia cristiana, nella festa di San Giovanni, il 24 giugno, nel solstizio d’estate. Festa che si fa in vari paesi, ma singolare è quella di Alcara Li Fusi, un paesino dei Nebrodi. Al mattino si svolge la processione con la statua del Santo. Alla sera, in ogni contrada del paese, si apparecchiano gli altarini del muzzuni, una brocca senza manici dentro cui si son fatti germogliare orzo e frumento. Intorno all’altarino, uomini e donne intonano canti d’amore. Dello stesso senso della festa di San Giovanni, della netta separazione del rito pagano dal rito cristiano, ci sembra il rito rappresentato da Pirandello ne La sagra del Signore della Nave. Ma torniamo alla Settimana Santa, ai riti del passaggio dalla morte alla resurrezione, alla vita. Già nell’alto medioevo, nel mondo cristiano, avveniva nelle chiese la recita del Mistero, la Sacra Rappresentazione per celebrare la Settimana Santa. E in Sicilia? La Sicilia, che al tempo dei greci aveva avuto i grandi teatri di Taormina, di Segesta, di Siracusa, dove Eschilo fece rappresentare per la prima volta le Etnee, con i Bizantini, gli Arabi e i Normanni non ebbe più rappresentazioni teatrali. Bisogna arrivare al 1563, quando, col viceré Medinaceli, fu rappresentato a Palermo, nella chiesa di Santa Maria della Pinta, l’atto, detto appunto della Pinta, scritto da Merlin Cocai, pseudonimo di Teofilo Folengo. L’atto della Pinta fu l’inizio di una serie di sacre rappresentazioni, di recite di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie città di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie – città e paesi di Sicilia. Erano storie di martirii di santi, ma erano soprattutto, durante la Settimana Santa, rappresentazioni del Mortorio, della Passione di Cristo; erano opere come il Cristo morto di Ortensio Scammacca, Funerale di Giesù di Giuseppe Riccio, Cristo condannato e Cristo al Calvario di padre Benedetto da Militello, Il riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo di Filippo Orioles. A Trapani, come a Prizzi e in altri centri, la sacra rappresentazione cominciava la Domenica delle Palme, con la benedizione dei rami delle palme, tra musiche e scampanate. Dopo, nei giorni della Settimana Santa, la rappresentazione diveniva sempre più drammatica, come avveniva a Palermo lungo il Cassaro, con la Danza Macabra o Trionfo della Morte. Il culmine si raggiungeva, negli ultimi tre giorni della Settimana Santa, con la recita della Passione di Cristo, che prendeva a Erice il nome di Casazza. Nome, Casazza, dicono gli storici di volta in volta, venuto in Sicilia dalla Lombardia, dalla Toscana o dalla Spagna, ma che significa sempre la grande casa in cui avveniva la sacra rappresentazione. C’erano, in queste rappresentazioni, quelli che dovevano recitare l’ ingrata parte degli uccisori di Cristo, dei Giudei, come avveniva e avviene ancora, a San Fratello e a Geraci Siculo. Per i sanfratellani però l’interpretazione della parte dei Giudei forse ingrata non è. Nei loro sgargianti costumi diavoleschi, con trombe e catene in mano, quei contadini, pastori, boscaioli carbonai, sembra che interpretino fino in fondo, con convinzione, la loro parte di “cattivi”. Scrive Nino Buttitta: “Nel giovedì e nel venerdì precedenti la Pasqua le strade di San Fratello sembrano ripercorse dall’agitazione e dal tripudio dei giorni di carnevale. Salti, corse, sgambetti, saggi di equilibrismo [..], canti, rumori di catene, squilli di tromba, clamorosamente annunciano la presenza dei Giudei”(4). E ancora due altri etnologi, rispettivamente di San Fratello e di Mistretta, Rubino e Cocchiara, ci parlano di questi Giudei. Feste, feste in Sicilia: feste calendariali, feste religiose. “Che cosa è una festa religiosa in Sicilia? ” si chiede Leonardo Sciascia (5). E così risponde usando una grammatica freudiana e insieme pirandelliana: “E’ una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo” (6). Una solitudine troppo rumorosa verrebbe da dire con Bohumil Hrabal. Ru-more, chiasso, movimento, luce, colore che ritroviamo nel Carnevale, nel Natale, nella Pasqua e nelle feste patronali dei vari paesi di Sicilia, fissati nelle straordinarie fotografie di questa mostra di Giuseppe Leone. Giuseppe Leone, con Sellerio, Scianna, Minnella e altri, appartiene alla grande scuola dei fotografi siciliani, scuola che è speculare, azzardiamo dire a quella letteraria. Speculari, le due scuole, perché leggono interpretano, “rappresentano”, ciascuna a suo modo, la ricca realtà siciliana. Cento e più foto sono in questa mostra di Leone. In cui sono fissate le immagini delle feste, religiose e no, di tanti paesi di Sicilia, dal Natale di San Michele di Ganzeria e Barrafranca, al Carnevale di Chiaramonte Gulfi, di cui ci ha lasciato memoria Serafino Amabile Guastella; e ancora, la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme di Leonforte e di Gangi, al Giovedì e Venerdì Santo di Trapani e di Enna, ai Diavoli di Prizzi, e le feste patronali, dalle tre sante patrone di Palermo, Catania e Siracusa, Rosalia, Agata e Lucia,alla festa di San Giuseppe a Santa Croce di Camerina,di San Silvestro a Troina, Sant’ Alfio, con la corsa dei “nudi”, a Lentini e Trecastagne, a quella di San Paolo a Palazzolo Acreide… Sono immagini, queste di Leone, della profonda storia, della ricca cultura siciliana. Immagini che rimarranno, in questo nostro tempo di cancellazione d’ogni memoria, d’ogni tradizione, di omologazione culturale, come gli “annali” della nostri storia. Milano, 18.2.07 Vincenzo Consolo (1) Giuseppe Pitrè “Spettacoli e feste” pag. XI – Luigi Pedone Lauriel Palermo 1881 (2) Sebastiano Aglianò “Questa Sicilia” A.Mondadori editore 1950 (3) Inni Omerici a cura di Filippo Cassola -pag. 39 – Fondazione Lorenzo Valla – A. Mondadori editore 1981 (4) Nino Buttitta in “Feste religiose in Sicilia” di Leonardo Sciascia – foto di Fernando Scianna – Leonardo da Vinci Editrice – Bari 1965 – pagina senza numerazione (5) Leonardo Sciascia in “Feste religiose in Sicilia” idem come sopra pag.30 (6) Idem come sopra

    Vincenzo Consolo – Sant’Agata di Militello – 2007

    La Pasqua di Giuseppe Leone – Monterosso Almo
    Il Maestro Giuseppe Leone
    Vincenzo Consolo e Giuseppe Leone – bosco della Miraglia