L’illusione di Consolo tra metafora e realtà

                                           di Sebastiano Burgaretta

C’è un libro di Vincenzo Consolo, La Sicilia passeggiata, che, sebbene si presenti come opera minore, legata a un evento occasionale[1], riveste, come ha recentemente evidenziato Miguel Ángel Cuevas[2], un ruolo importante nel rapporto tra Consolo e la Sicilia, e, aggiungo io, per estensione, tra Consolo e l’Italia, Consolo e il mondo, in particolare per ciò che attiene al bacino del Mediterraneo. Il ruolo di questo libro è lo stesso che è narrato e descritto anche nelle due opere che – a parte il racconto La grande vacanza orientale-occidentale[3]si configurano come viaggio dello scrittore nell’isola. Scrive, infatti, Cuevas nella sua introduzione all’edizione spagnola: La Sicilia passeggiata è in effetti, per quanto opera minore, un testo centrale, e non solo né principalmente sul piano cronologico, fra le altre opere narrative: fra il sollievo erudito, il balsamo sentimentale di Retablo e l’insanabile frattura, le contemporanee lande desolate dell’Olivo e l’olivastro[4]. È vero, infatti, che nelle opere di Consolo si registra una tensione costante tra la volontà di intonare uno scongiuro propiziatorio e quella di svelare le atrocità. Nella Sicilia passeggiata è la prima pulsione a vincere[5]. Anche Giuseppe Traina, già nel 2001, scriveva che il testo si potrebbe per certi versi considerare un incunabulo del viaggio in Sicilia compiuto poi in L’olivo e l’olivastro ma fin dal titolo rasserenante, dimostra – anche rispetto agli esiti di Retablo e Le pietre di Pantalica – una disposizione d’animo meno direttamente coinvolta negli scempi dell’attualità[6]. La descrizione procede dritta, schivando le angustie dell’attualità, le ferocie mafiose palermitane, le chimeriche disgregazioni siracusane, e si svolge scioltamente, ha scritto Salvatore Mazzarella, con tono sereno e disteso, onirico[7]. È lo stesso Consolo, del resto, a precisare nella nota introduttiva all’edizione del 1991, che il libro era nato da una commissione e da una illusione…L’illusione mia, di mostrare – agli stranieri soprattutto! –, contro quella negativa e sconveniente che la cronaca ogni giorno ci consegna, una immagine positiva della Sicilia. Ho ripercorso così brevemente…una Sicilia onirica, illusoria. Nell’illusione anche, prendendo a metafora il mito di Persefone o Kore, che questa terra, la sua storia, possa, in una prossima desiderata primavera, risorgere dalle tenebre dell’attuale inverno, dal fondo dell’inferno[8].

Intenzionalmente e significativamente perciò egli intitolò il testo, nella prima edizione, Kore risorgente. L’illusione suscitata nello scrittore da un fatto occasionale e documentata nel libro è in realtà l’aspirazione costante, dolorosa che Consolo si portò dentro sino alla fine; il desiderio, mai appagato, di vedere una buona volta in Sicilia l’ulivo crescere e fruttificare in pace senza le briglie soffocatrici dell’olivastro, di vedere la positività soppiantare la negatività, il bene trionfare sul male. Quella di Consolo era una tensione dolorosa, che angustiava l’uomo e che si trasferiva tormentosamente nelle pagine delle sue opere con sempre maggiore intensità[9]. I suoi frequenti e attivissimi ritorni nell’isola ne sono stati la spia evidente, come egli stesso lasciò chiaramente intendere nelle pagine delle Pietre di Pantalica: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca[10].

Una tensione dolorosa che era figlia dell’amore viscerale che lo scrittore aveva per la Sicilia e la sua storia culturale, memoriale e linguistica. Una storia che non perdeva occasione di rivisitare e documentalmente illustrare sotto vari aspetti, tematiche e tradizioni etnoantropologiche, cui prestava profonda attenzione. E io conservo tanti bei ricordi di escursioni qua e là per l’isola. Mi ha fatto visitare con la sua sapiente guida, Palermo, i Nebrodi, Alcara Li Fusi, i resti archeologici di Apollonia, il bosco della Miraglia con i luoghi descritti e i linguaggi dei quali gli fu maestra la piccola Amalia[11], Cefalù, la stessa Sant’Agata Militello, Villa Piccolo a Capo d’Orlando, Santo Stefano di Camastra, e poi ancora insieme Siracusa, Sortino, Palazzolo Acreide, Cittadella dei Maccari, Eloro, Vendicari, Cava d’Ispica, Noto, Serravento, Testa dell’Acqua, Cava Grande del Cassibile, tutta la Montagna d’Avola con la delizia delle sue erbe aromatiche, alcuni di questi luoghi anche ripetutamente. Era questa la Sicilia, terra geograficamente e storicamente crocevia al centro di quel Mediterraneo che Consolo amava e proponeva nel bene e nella positività, senza tuttavia che il suo amore per l’isola facesse velo alle realtà negative e atroci di cui è lontana portatrice, come invece qualche benpensante in Sicilia gli rimproverava, tutt’altro anzi, perché non smise mai di denunciare i mali di cui soffre la Sicilia.

Lo scrittore aveva chiara consapevolezza del positivo portato storico-culturale e memoriale della gente dell’isola e ne ha dato prova in molti testi di natura saggistica pubblicati nel corso degli anni e poi riuniti in volumi, il più ricco dei quali è Di qua dal Faro. In questo sono confluiti, per esempio, con il titolo Uomini e paesi dello zolfo, lo scritto Un uomo di alta dignità, che era stato pubblicato coma saggio introduttivo al volume curato da Aurelio Grimaldi ‘Nfernu veru[12], La pesca del tonno, già uscito con Sellerio[13], Vedute dello Stretto di Messina, anch’esso già uscito da Sellerio[14], I pupi[15], argomento, questo, del quale si occupò più volte[16], La rinascita del Val di Noto, già uscito da Bompiani[17]. Tutti questi saggi sono incursioni in e approfondimenti di alcuni aspetti della storia e della cultura della Sicilia, che hanno la loro centralità nella matrice mediterranea della civiltà e dell’evoluzione culturale dell’isola. Sono scritti solo apparentemente d’occasione, perché lo scrittore è capace, ogni volta, di trasformarli e funzionalizzarli positivamente all’interno della sua ricerca – amorosa illusione – storico-memoriale[18] e, perché no, anche linguistica, stando ai documenti in essi studiati e citati, e ciò anche a non voler considerare il valore fondante che la lingua e la scrittura verticale, figlie della memoria storico-culturale, hanno in tutta l’opera di Consolo. Nella nota conclusiva del volume Di qua dal Faro lo scrittore dichiara: La scelta (dei testi) è dettata dalla coerenza e dalla sequenza degli argomenti tra loro. Utile, questa scelta, a dare ancora una mia idea della Sicilia[19]. È la Sicilia dell’olivo non sopraffatto dall’olivastro, la Sicilia che fa dire allo scrittore, per bocca del pescatore messinese Placido Alessi: Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Contemplazione, statico e affisso a un’eterna luce, o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita e pure avanti, di distaccarmi d’ogni reale vero e di sognare[20]. È la Sicilia degli amici costanti lungo il tempo, che offrono conforto, quando si sente smarrito[21]. La Sicilia nella quale gli può succedere d’esser in un luogo in disparte, lontano dagli uomini che mangiano pane, lontano dai Ciclopi, d’essere ai confini del mondo, in un’isola di sopravvivenza d’una umana misura ormai perduta[22]. Una terra in disparte, come quella che nell’isola di Scheria permette al re Alcinoo di coltivare, lontano dall’incivile convivenza in una terra in disparte, ai confini del mondo, oltre all’accoglienza di chi ha bisogno, anche l’esercizio della ragione, l’amore per il canto, la poesia[23]. In altri termini la Sicilia che porta i segni della sua antica civiltà e che è da sempre crocevia e ponte per uomini in viaggio e cammino all’interno del Mediterraneo, la Sicilia incrocio e centro d’ogni antica navigazione dell’uomo[24].

Di qua da Faro è il chiaro segnale del rovesciamento della prospettiva dalla quale i Borboni guardavano – da Napoli – al Faro e allo Stretto che separa la Sicilia dal continente. Consolo guarda, posto “di qua dal Faro”, facendo della Sicilia ciò che essa è realmente stata in passato, collocata com’è al centro del Mediterraneo: l’asse dal quale ruotare lo sguardo a 360 gradi, alla ricerca di quei contatti e di quelle aperture che la storia non ha lesinato agli abitanti dell’isola e che oggi si rendono necessari alla sopravvivenza di una civiltà, giunta “alla fine”, come quella del mondo occidentale. Anche in tempi epocali di “fine”, sembra voler dire lo scrittore, la Sicilia forse non ha esaurito il suo ruolo storico[25]. E noi oggi siamo testimoni dell’avverarsi di questo intimo desiderio dello scrittore. Stiamo, infatti, assistendo, in questi anni, a una sorta di rinnovata funzione mediatrice della Sicilia al centro del Mediterraneo. L’isola sta ridiventando quella che è già “in costrutto”: ponte reale, oltre che, poi anche, metaforico e letterario[26]. Questo, di fatto, ci insegna, che lo vogliamo o no, il fenomeno epocale dei drammatici sbarchi nell’isola. Questo ci è testimoniato dai tanti segnali positivi di ricerca scientifica e di collaborazione culturale presenti nell’isola. Penso, per esempio, al ruolo che da tanti anni riveste la Fondazione delle Orestiadi, messa su da quel Ludovico Corrao che Consolo omaggio in Retablo, penso al lavoro proficuo e mirato della casa editrice messinese Mesogea, con la quale lo scrittore collaborò, penso all’attività dell’Istituto Euro arabo di Mazara del Vallo, che in particolare con la rivista bimestrale “Dialoghi mediterranei”, grazie al lavoro del suo fondatore Antonino Cusumano spesso ricordato da Consolo, contribuisce all’arricchimento del patrimonio  culturale e scientifico dei paesi mediterranei “considerati nella propria unità e diversità”, aprendo spazi e occasioni di riflessione su argomenti strettamente legati all’incontro dei vari popoli dell’area mediterranea sui diversi aspetti relativi ai rapporti intrattenuti nel passato, nel presente e in prospettiva, tra la Sicilia, l’Italia e l’Europa, da un lato, e il mondo arabo-islamico, dall’altro[27]. Il segreto del felice modello Mazara, che resiste al virus del razzismo, è costituito dal lavoro e dalla cultura, un modello, ha dichiarato il vescovo della città, Domenico Mogavero, nato su quello della Tunisia, quando ad andare lì erano i siciliani. E qui c’è tolleranza, anche fra le religioni. Un clima che ormai non fa più notizia ma che forse è il momento che torni a fare notizia[28]. E qui è il ruolo degli intellettuali chiamati a dover intervenire, come Consolo non mancava di sottolineare già in una intervista del lontano 1992: Penso a quando, nel 1968, i primi tunisini sbarcavano a Trapani. Nessuno si accorgeva della presenza dei tunisini quando sui pescherecci o nelle vigne servivano le loro braccia. Ma nei momenti di crisi, nei momenti in cui i lavoratori locali sentivano la concorrenza dei tunisini, si scatenava una vera e propria caccia all’immigrato, cui partecipavano “onesti cittadini”, per ripulire la città da discriminazioni razziali… C’è nei letterati come una cautela, una reticenza, perché “l’impegno” era prima connotato come schieramento politico a sinistra. Oggi, di fronte a episodi di razzismo, nessuno interviene. Ci sono piuttosto interventi al contrario, di rifiuto del “diverso”[29]. Non perdeva occasione di denunciare la latitanza degli intellettuali davanti a certe emergenze sociali. Oggi gli intellettuali sono pressoché distanti dall’impegno sociale; la parola stessa “impegno” è ormai tabù, quasi scandalosa dichiarava a Domenico Calcaterra[30]. E a Roberto Andò: Piango la scomparsa delle eccentricità letterarie[31]. Non mancò di intervenire energicamente e anche con una punta di ironia Consolo, accendendo peraltro un vivace dibattito sulla stampa del tempo[32], nel 2004, alla notizia che una deputata dell’Udc aveva proposto una legge regionale che istituisse un museo dei migranti a Lampedusa. In anni nei quali si consumava, come ancora oggi si consuma, la tragedia di tanti immigrati morti nelle acque del Mediterraneo, Consolo bollò come retorica e ipocrita quella proposta: Cosa ci metterebbe dentro quel museo di Lampedusa la signora deputata dell’Udc? Ci metterebbe tibie incrociate e teschi? … È retorica pensare a un museo nel momento in cui il dramma dell’immigrazione terzomondista nel nostro crasso e ameno Paese è in attoUn monumento piuttosto a quella giovane madre africana, alla madre africana che affida alle acque il corpicino del figlio morto sulla carretta del mare durante il tragico viaggio della speranza[33].

È altra, invece, non quella della retorica di circostanza, la Sicilia amata, agognata, cercata da Vincenzo Consolo. È la Sicilia di cui egli ha ripetutamente scandagliato la storica matrice mediterranea, identificandone la vocazione geografica e storica di mesogea, di terra di mezzo, il cui accesso non va negato a nessuno. Ecco quanto ebbe a dichiarare Consolo sulla centralità della Sicilia nel lontano dicembre del 1988: Questa regione è la più periferica e insieme è al centro del Mediterraneo. Anche per Goethe è una terra miracolosa: qui si sono incrociati tutti gli eventi. Si sono svolte qui tragedie e cose sublimi. Il susseguirsi dei popoli ha portato una grande infelicità sociale e insieme una grande ricchezza culturale[34]. Rifacendosi, come già Sciascia, al pensiero di Américo Castro, Consolo, nei suoi scritti, è più volte tornato a parlare della vocazione storica alla convivenza tra popoli diversi sperimentata nell’isola in età medievale. Soprattutto fu sotto la dominazione araba che si registrarono, scrive, lo spirito di tolleranza e la convivenza fra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri[35]. La Sicilia, insomma, che, al di là delle metafore di ascendenza omerica, ci porta alla realtà variegata del suo cammino storico. La Sicilia che coltivava buoni rapporti col Maghreb. Citando Francesco Gabrieli, Consolo evidenzia i rapporti della Tunisia con la Sicilia, così vicine le due, geograficamente e culturalmente, così uguali. E ricordava Gabrieli che, già sul finire della dominazione araba in Sicilia, il grande letterato tunisino Ibn Rashîq faceva in tempo a venire a chiudere la sua vita a Mazara, mentre sull’opposta sponda tunisina, a Monastir, s’innalzava un mausoleo al giureconsulto mazarese, all’Imàam al Màzari[36].

L’incanto della tolleranza e della convivenza civile fu rotto poi dai cristiani: Culminò, l’intolleranza, con i re cattolici di Spagna, con la cacciata dall’Isola, nel 1492, dei Mori e degli Ebrei. Decadde Palermo, decadde la Sicilia, da quella sua età dell’oro, da quel momento unico e irripetibile di equilibrio ateniese, di composta e alta civiltà, dal momento in cui si entrò nell’età dei conflitti e si piombò in quella paralisi culturale, e insieme sociale, storica, che, al di là dei tre secoli che Américo Castro attribuisce alla Spagna, è durata in Sicilia sino a ieri, dura sino ad oggi[37]. E il Mediterraneo divenne mare che conobbe migrazioni e spostamenti di popoli con ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila cavalieri di Gerusalemme, che cacciati da tutti i porti, ha scritto Francesco Merlo, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento nazisti. E fino alla nave Diciotti[38]. S’era rotto l’incanto, s’erano guastati i civili rapporti tra la Sicilia e i paesi del Maghreb. Il ponte sul Canale di Sicilia, ponte umano già rappresentato dal Boccaccio nella seconda novella della giornata quinta del Decamerone, quella di Gostanza che ama Martuccio, ebbe a subire scossoni e colpi che non sono finiti più, nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni. Le cronache, ha scritto Consolo due anni prima di morire, ci dicono di disperati che cercano di raggiungere l’isola di Lampedusa. Disperati che partono soprattutto dalla Libia, ma anche dalla Tunisia e dal Marocco…Il governo italiano intanto non fa altro che promulgare leggi xenofobe, razzistiche, di vero spirito fascistico. Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di ribellioni, di fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame, gesti di autolesionismo e di tentai suicidi, di gravi episodi di razzismo e di norme italiane altrettanto razzistiche si rimane esterrefatti. Ci ritornano allora le parole di Braudel[39] riferite a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce le miserie, gli errori e le santità degli universi concentrazionari[40]. A questo ponte distrutto e alla sua storia, in particolare quella dei primi anni del XX secolo, che vide una folta immigrazione di siciliani in Tunisia, Consolo ha dedicato un capitolo intero, riprendendo un articolo pubblicato già sul “Messaggero”[41]; e ha dedicato anche il testo di una conferenza tenuta, col titolo I muri d’Europa, agli studenti dell’Università di Milano nella sede di via della Passione nel 2006 e successivamente ripresa al Palazzo Ducale di Genova, nel giugno del 2009, nell’ambito degli incontri della manifestazione “Mediterranea”[42] E la Tunisia, oltre che terra amata dallo scrittore, nel suo immaginario letterario è diventata anche terra d’esilio per siciliani amanti della libertà, come l’anarchico Paolo Schicchi e il protagonista di Nottetempo, casa per casa, Pietro Marano[43].

Purtroppo il veleno che aveva intossicato le acque del Mediterraneo s’era diffuso per osmosi all’intero mondo e dall’Egeo era giunto fino alle acque della costa somala – amara ironia degli stravolgimenti della storia – su di una nave greca, il cui capitano, in anni recenti, ha fatto gettare in mare un gruppo di giovani clandestini neri scoperti a bordo dell’imbarcazione; tragico e profetico prologo consoliano, nel 1988, di quello che sarebbe stato, ed è ancora oggi, il destino di tanti infelici che vogliono fuggire dalla guerra e dalla fame e s’avventurano, in mano a criminali speculatori, nelle acque del Mediterraneo, dove in gran parte lasciano la vita e il corpo in quello che è diventato un cimitero subacqueo, da Mare Bianco, che era, mare nero. Consolo prefigura tutto ciò nel racconto che significativamente chiude Le pietre di Pantalica, quello che nell’endiade del titolo ho sempre pensato reca un cordiale omaggio a Basilio Reale[44], amico e mentore di Vincenzo Consolo, che lo scrittore mi fece conoscere un’estate a Capo d’Orlando. Al disincanto dello scrittore verso il degrado della civiltà contemporanea presente in questo libro aveva fatto riferimento Flora Di Legami nella sua monografia dedicata a Consolo[45]. Della cancellazione dei buoni rapporti tra popoli all’interno del Mediterraneo Consolo avrebbe scritto poi nello Spasimo di Palermo[46], puntualizzando poi in un’intervista: Con la citazione dell’Algeria, prendendo spunto dalla moschea che c’è a Parigi e dalla sosta che fa il protagonista nel giardino della moschea, ho voluto dire della distruzione della civiltà mediterranea, della cancellazione della nostra cultura, che avviene in modo anche visibile e atroce, come appunto in Algeria o nella ex-Jugoslavia[47].

Sono stato personalmente privilegiato testimone[48] di questo suo disincanto, dell’amarezza che ne inficiava l’animo, della sua ansia di vita nuova per la Sicilia, della sua attesa speranzosa di una primavera, per così dire, “cerealicola” e “floreale” nella terra di Kore e nell’Italia tutta, attesa speranzosa che purtroppo puntualmente abortiva nella delusione, sino a fargli scrivere, in una pagina dell’Olivo e l’olivastro, davanti a Palermo, centro aggregante e sintesi della Sicilia della storia, contrapposta a quella appagante del  mito e del canto poetico: Via via, lontano da quella città che ha disprezzato probità e intelligenza, memoria, eredità di storia, arte, ha ucciso i deboli e i giusti[49]. La stessa Palermo, contraddittoria e infelice di cui parla nel racconto Il boato di Santa Rosalia[50].

Purtroppo, come per Sciascia la linea della palma s’era spostata a nord[51], così per Consolo, e in verità per tutti, i miasmi socio-antropologici e politici, e dunque sostanzialmente culturali, di Palermo e della Sicilia si erano propagati in tutto il paese, raggiungendo quella Milano che, per Consolo, anni prima, era stata il punto di un approdo culturale liberante e potenzialmente fecondo. Scoraggiato dichiara, in occasione dell’uscita dello Spasimo di Palermo: Sciascia si riferiva solo alla mafia, mentre io sento questo spasimo (in progressione, da Palermo alla Sicilia, al mondo) come distruzione della civiltà, come passaggio epocale, perché questa grande rivoluzione tecnologica che ci schiaccia e ci annulla è il mondo della sottocultura, dello spettacolo, della canzonetta, dove nessuno è se non appare[52]. Conseguenza ne fu che, sul piano creativo, lo scrittore si ritrovò senza il tessuto memoriale del luogo e perciò afasico, mentre, sul piano personale e civile, si ritrovò davanti agli stessi mali sociali e politici che soffocavano la Sicilia. Percepiva Milano e il suo decadimento culturale e civile come la proiezione geometrica dei mali siciliani nell’Italia tutta, di cui Milano era stata il cuore pulsante, giusta la storica tradizione degli illuministi lombardi di ogni tempo, da Beccaria a Manzoni a Dossi, fino all’amato Vittorini, a Sereni e al lui caro Leonardo Mondadori.

Crimine organizzato, mala politica, nuovi fascismi rampanti, forme variegate di irrazionalismo caratterizzano il panorama nel quale l’ombra della Sicilia si è estesa a tutta la nazione. In Nottetempo, casa per casa tutto ciò è evidenziato in modo chiarissimo, ed è lo stesso Consolo a dichiarare in un’intervista: La questione dell’irrazionalismo delle neometafisiche sembra essere di grande attualità. In un periodo di crisi delle ideologie e delle relative estetiche, questo ritorno all’irrazionale non lascia prefigurare nulla di buono[53]. E in un’altra intervista, con riferimento alla metafora del presente insita nella storicità d’inizio Novecento di Nottetempo, casa per casa, dichiara: Un’alienazione dolorosa percorre quegli anni: sono tempi di sradicamento…Nel quotidiano smarrimento trionfano gli squadristi, i più umani soccombono al carnefice, i politici rincorrono utopie…Oggi l’Italia ha subito tali scosse in termini di classe, cultura, politica ed economia da ricordare quella del ’20. Ciò si traduce, ripeto, in perdita di sé, incapacità di sopportazione del reale, che genera nevrosi e barbarie[54]. Scrisse al riguardo Oreste del Buono: Vincenzo Consolo sa che quanto avviene in Sicilia, avviene anche a Milano, avviene in tutto il mondo. Lui scrive della Sicilia, perché ci è nato e perché a Sicilia è così bella, eccessiva ed esemplare anche nell’orrore[55]. Consolo stesso dichiara nel 1988: Non è migliorata Milano. Qui tutto è merce, denaro, falsi valori. Milano ha grandi responsabilità. Da Milano partono i messaggi. Milano è un pezzo d’America. Ci sono i giornali, c’è la televisione, uno strumento con cui si persuadono le masse[56]. E oggi noi possiamo aggiungere: c’è la rete telematica, che consente a chicchessia di lasciarsi piacevolmente persuadere dal primo villan che parteggiando viene e che perciò stesso diviene un Marcello[57]. Conferma tutto quanto Lo spasimo di Palermo, che Massimo Onofri definì tutto il romanzo della Sicilia, dell’Italia – tra Milano e Palermo – degli ultimi cinquant’anni: a complicare di un capitolo nuovo quella controstoria d’Italia letteraria e civile che ci ha affidato tanta letteratura siciliana[58]. Luca Canali, definendo l’ultimo romanzo di Consolo il più bello forse, e il più compatto dei libri dello scrittore di Sant’Agata Militello, riscontrò in esso il quadro “nero” della società italiana (da Palermo a Milano)[59]. È poi lo stesso scrittore a dichiarare: È un libro estremo, è l’esito o l’esodo di tutto il mio percorso letterario…Questo libro riassume la storia di un uomo nell’arco di cinquant’anni, a partire dal dopoguerra con l’orrore dei bombardamenti, la violenza dei tedeschi, dei razzisti, e arriva sino ai giorni nostri, nel ’92… Ho guardato a questo cinquantennio come a una perdita, a un’età di orrori, di dolore, un cinquantennio anche di violenza dalle forze che non amano la civiltà, che agiscono solo per i propri interessi. Parlo delle responsabilità di chi ha amministrato, di chi ha diretto i fili della nostra vita e ha deciso per la nostra vita. E quindi parlo di Milano, parlo di Palermo, parlo di Parigi, di questo nostro contesto[60]. Per bocca del protagonista, Chino Martinez, lo scrittore consuma tutta la sua delusione nei riguardi della scrittura e in particolare del romanzo, genere letterario ormai inadeguato di fronte alla realtà di degradazione in cui versa la società. Sono vari i luoghi del libro significativi al riguardo: Non scrivo più nemmeno dediche[61]; sai bene che non sono più uno scrittore, se mai lo sono stato[62]; ho assoluta ripugnanza, in questo stordimento, nell’angoscia mia e generale[63]; sarebbe riuscito forse a scrivere d’una realtà storica…fuori da ogni invenzione, finzione letteraria. Aborriva il romanzo, genere questo scaduto corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio[64].

Quello dello Spasimo di Palermo è un urlo d’amore che porta Consolo a fare finalmente i conti con Milano, divenuta metafora dell’Italia intera e perciò oggetto di ricerca poetico-creativa, come lo era stata la Sicilia. E attraverso la città lombarda, che già fu antitesi al marasma, cerchia di rigore, civile convivenza[65], lo scrittore, servendosi di Chino Martinez, fa i conti con l’Italia del nostro tempo, confessandosi in una sorta di esame di coscienza storico-generazionale (è debolezza d’un vecchio, desiderio estremo…[66]), nel quale non può non sentirsi coinvolto ogni lettore sensibile e attento. La Milano con cui si confronta l’alter ego di Consolo è quella dell’omologazione e della corruzione: Illusione infranta, amara realtà, scacco pubblico e privato, castello rovinato, sommerso dall’acque infette… palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del fanatismo e dell’intolleranza, banca dell’avventura e dell’assassinio, fiera della sartoria mortuaria…stadio della merce e del messaggio, video dell’idiozia e della volgarità[67]. Non è più la Milano di Vittorini, nella quale il giovane scrittore aveva sperato più di trent’anni prima. È invece la Milano della logica dell’avere e non dell’essere, arrasso dalla quale era fuggito Fabrizio Clerici, il protagonista di Retablo. Oggi la Milano dei miei sogni, delle mie aspettative è una città irriconoscibile, per dirla con Rushdie. Una città centrale della menzogna[68]. Una Milano omologata a Palermo, alla Sicilia, all’Italia tutta, quella che non ha potuto conciliare a sé lo spirito critico e irrequieto, si direbbe pasoliniano, “irriducibile all’utile” di Vincenzo Consolo. Tutto il Paese ridotto ad un unicum di corruzione e di degrado: In questo Paese, in quest’accozzaglia d’assolvenza, dove lo stato è occupato da cosche o segrete sette di Dévorants…dove tutti ci impegnamo, governo e cittadini, ad eludere le leggi, a delinquere, e il giudice che applica le leggi ci appare come un Judex, un giustiziere insopportabile, da escludere, rimuovere. O da uccidere[69]. L’impossibilità di scrivere un romanzo storico-metaforico su Milano, sperimentata o patita per anni dallo scrittore, si è mutata nella realtà di un rapporto d’amore sofferto — Addio ai luoghi del dolore e dell’affetto[70] –, maturato e approdato compiutamente alla pagina, pur nei modi dell’invettiva pasoliniana, soltanto quando la città lombarda è diventata come tutte le altre città e, in virtù dei suoi mezzi produttivi, forse peggiore delle altre. Di un Paese tale ormai Milano, più che Palermo, è divenuta metafora. Ecco perché, non essendo stato Consolo ad “andare” a Milano, è stata questa, ormai irrimediabilmente mutata, ad “andare” da lui. Da questa odiosamata Milano lo scrittore, attraverso il protagonista del romanzo, dolorosamente si congeda, invocando la compagnia e l’assistenza degli spiriti magni che fecero grande la città e che da tempo costantemente lo confortano[71].

Ebbero un bel dire quanti si indignarono davanti alla dichiarazione, che Consolo fece sulle pagine del “Messaggero”[72], di voler lasciare Milano in caso di vittoria della Lega di Bossi alle elezioni amministrative del 20 giugno 1993. Una dichiarazione che… potrà apparire a chi legge…insensata, carica di esibizionismo, di prevenzione e presunzione, inopportunamente provocatoria, ma credo che essa possa trovare una sua motivazione e legittimità nel fatto che altri intellettuali milanesi – editori, scrittori, giornalisti ben più autorevoli e famosi di me – hanno dichiarato la loro simpatia e adesione politica allo schieramento della Lega Nord e quindi, implicitamente, la loro soddisfazione e felicità nel trovarsi a vivere in una Milano amministrata da domani dai leghisti[73]. Dichiarava che se ne andava specificando: Me ne andrò, voglio chiarire, non in quanto militante dell’altro schieramento politico…ma in quanto cittadino di Milano, in quanto lavoratore, in quanto, è la parola che si usa, un intellettuale[74]. E ancora precisava, data l’omologazione socio-culturale e civile del Paese tutto: Non si è più di nessun luogo. E, d’altra parte, credo che oggi non si possa più fuggire da nessun luogo, penso che siamo prigionieri, a Milano, a Roma, a Palermo, della stessa realtà, affetti tutti dallo stesso male. La mia dichiarazione di lasciare Milano era un gesto simbolico di protesta[75]. Il gesto, è chiaro, di un uomo libero, di uno abilitato a scrivere: Solo pochi scrittori, solo pochi isolati, “non protetti”, hanno sentito il dovere morale di parlare, di battersi per la verità e la giustizia…Lo scrittore rimane solo. Quando Zola affermava reiteratamente “sono uno scrittore libero”, “sono uno scrittore solo” affermava. O solo perché libero[76].

La libertà e il coraggio di elevare una simile protesta, che irritò e inquietò tanta gente[77], gli venivano dall’essere, nonostante egli se ne schermisse, un seguace degli scrittori-intellettuali che osavano partecipare alla vita del Paese con la scrittura cosiddetta d’intervento; dall’essere una persona nella quale non c’era separazione fra l’uomo e lo scrittore, una persona che, nonostante la forza, e in virtù anzi, dei suoi mezzi linguistici, meditava e pesava bene le parole, prima di parlare e scrivere. Una persona che, davanti a quella che i benpensanti gli rimproveravano come una contraddizione evidente la sua scrittura e i suoi interventi pubblici, da una parte, e l’essere pubblicato dalla casa editrice acquisita dal fondatore di Forza Italia, dall’altra, ebbe a confidarmi testualmente: Jano, bisogna imparare a sapere sputare nel piatto in cui si mangia, se si vuole conservare la libertà personale. Questo era Consolo. E a proposito di “contraddizioni” rinfacciate a grandi scrittori, non posso qui sottacere quanto testualmente mi disse, durante una sua visita ad Avola, a una mia esplicita domanda circa il suo “contraddisse e si contraddisse”, Leonardo Sciascia: Dissi questa battuta per gli stupidi[78], per coloro, insomma, che non sanno cogliere la portata, a volte profetica, di determinate dichiarazioni e che si soffermano a guardare non la luna ma il dito che la indica, spesso con esiti di insipienza socio-culturale che porta alla miopia politica e apre strade a scenari regressivi di demagogia, populismi, razzismi e titillamenti di pancia delle cosiddette masse, come quelli che sono sotto gli occhi e sulla pelle di tutti nell’Europa di oggi.

La battuta dello scrittore di Racalmuto mi riportò alla mente il saggio di Miguel De Unamuno Sobre la consecuencia la sinceridad, col quale il filosofo e scrittore basco nel 1906 combatteva contro l’ipocrisia e il perbenismo utilitario di certi intellettuali del suo tempo. Essere coerente, scriveva il pensatore basco, suole significare, la maggior parte delle volte, essere ipocrita. E questo arriva ad avvelenare le sorgenti stesse della vita morale intima[79]…È ridicolo, sommamente ridicolo, chiedere coerenza a un pensatore puro[80]. E ancora nel saggio Mi religión affermava: Il mio più grande impegno è inquietare il mio prossimo[81], la mia religione, insomma, è inquietare gli altri. Nella determinazione di Sciascia e di Consolo ravviso lo stile e la determinazione dell’intellettuale puro che fu Unamuno. E un intellettuale vero non può non essere un pensatore puro. Sciascia e Consolo lo furono entrambi ed entrambi ne pagarono il prezzo. Consolo, ha scritto Concetto Prestifilippo, non esercitava diplomazie linguistiche. Non operava concessioni. Non salvava potentati. Non blandiva accademie. I suoi interventi potevano irritare, non essere condivisi ma erano sempre onesti, veri[82]. Consolo era un irregolare, non era irreggimentabile, era un eccentrico. Non gli hanno perdonato la sistematica diserzione delle adunate, delle parate. Un conto che ha pagato caro a Milano e anche in Sicilia[83]. Un intellettuale contro. Questo è stato il suo paradigma esistenziale[84]. Le parole che chiudono Fuga dall’Etna sono emblematiche a tale riguardo: La mia ideologia o se volete la mia utopia consiste nell’oppormi al potere, nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o meglio come la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo[85].

Con Lo Spasimo di Palermo, ultima opera fondamentale, che chiude la trilogia aperta da Nottetempo, casa per casa, passando per L’olivo e l’olivastro, la furia verbale ch’era finita in urlo, come s’è detto, s’era dissolta nel silenzio[86], un silenzio che fu al tempo stesso metafisico e reale. Ma poiché anche il silenzio è dolore[87], pur non credendo più nel romanzo, Consolo non rinuncia tuttavia alla scrittura e alla denuncia di uomo libero e solo. Ha giustamente osservato Massimo Onofri che l’afasia cui ci si riferisce non ha né una valenza psicologica né estetica, ma solo storica ed antropologica. Anzi: è proprio a questo livello che la ricerca di Consolo e la sua storia di scrittore sembrano caricarsi di futuro[88] Se il narratore tacque, l’uomo che nel suo intimo coltivava, contro ogni evidenza – spes contra spem – la speranza nella linfa nuova che dal Mediterraneo sarebbe venuta all’Italia e all’Europa intera, non cessava di intervenire in pubblico. La speranza non bisogna mai perderla, aveva dichiarato in un’intervista, io credo nella forza della storia. Malgrado i momenti bui, la storia si schiarisce. Viene la luce. Citando il poeta spagnolo Machado: desperados, esperamos, todavía[89].

Sperava, Consolo, sperava, per esempio, nelle nuove energie vitali che, in tempi di decadimento e di barbarie come quelli che registra attualmente la società del mondo occidentale, sarebbe venuta a noi dai paesi del Maghreb, a rinvigorire e temprare le nostre membra esauste e svigorite dagli eccessi dell’opulenza e dell’irrazionalità. In più d’una occasione ebbe ad auspicare che entro pochi anni i figli e i nipoti degli immigrati di questi nostri anni avrebbero potuto scrivere la loro letteratura, che sarebbe stata anche la nostra. Cosa che realmente si sta verificando da qualche tempo a questa parte. Riferendosi a Ben Jelloun, così annotava lo scrittore: E noi aspettiamo in Italia una voce come la sua che venga dal Maghreb, a far esplodere la nostra lingua, che venga ad arricchire il nostro romanzo[90]. In una intervista a Gianni Bonina Consolo dichiarava: Nel nostro contesto le voci nuove possono essere quelle di quanti arrivano qui e diventano, se non in questa generazione forse nella prossima, italianofoni, portando fantasia e immaginazione, come è successo in Francia e in Inghilterra. Speriamo che i figli dei nostri clandestini possano arrivare ad esprimersi e diventare scrittori e poeti, arricchendo così la nostra letteratura. Nella quale vedo un prosciugamento senza rimedio[91]. Alla luce di queste affermazioni, come non pensare al lavoro svolto in anni recenti in Italia dal giovane scrittore congolese Jadelin Mabiala Gamgbo, autore del romanzo Rometta e Giulieo e, insieme con Piersandro Pallavicini, curatore dell’antologia L’Africa secondo noi[92], nonché a quello di tanti altri autori immigrati?[93] Allora, possiamo arguire, sarà salva la nostra società, perché sarà garantita la salvezza di una memoria storica di ampia matrice mediterranea che oggi traballa e rischia di essere cancellata definitivamente. La nostra società tutta ha bisogno di nuova linfa culturale, senza preclusioni di ordine storico né geografico né etnico. È una prospettiva nuova, oggi per molti scandalosa, sulla quale è necessario riflettere, per sottrarsi ai condizionamenti dell’unidimensionalità alla quale ci costringe la realtà del mondo contemporaneo. Si tratta di una proiezione razionale dell’ethos profondo dello scrittore, che in Di qua dal Faro è calibrata in modi e termini non metaforici, come nelle opere narrative, ma comunicativi, quelli propri della scrittura d’intervento. Ne viene fuori un sostanziale atto di fiducia nelle possibilità dell’uomo, quasi una sorta di profezia che supera di fatto, lungo il percorso di un “orizzonte colloquiale”, come l’ha definito Giulio Ferroni, i tratti, per così dire, pessimistici che porta con sé il tono alto, elaborato, solenne, talora tragico, di quell’articolato e sofferto poema narrativo che è tutta l’opera narrativa di Consolo[94]. A ragione Gianni Turchetta, a conclusione del suo saggio introduttivo al Meridiano Mondadori con l’opera omnia dello scrittore, ha sottolineato che il disincanto e le delusioni non hanno impedito a Consolo di coltivare l’intensità del suo amore per il mondo…Il progressivo incupirsi della sua visione non deve indurci a sottovalutare un altro aspetto fondamentale delle sue scritture: l’instancabile, attentissima, partecipe valorizzazione degli infiniti aspetti del mondo, e più ancora dei soggetti che lo abitano, che giorno per giorno lo fabbricano[95].

Sperava Consolo, sperava e credeva nella poesia, per lui la forma più alta di espressione creativa, quella cui era maggiormente votato e con cui – quasi antico aedo, erede anche della memoria popolare della gente di Sicilia – chiude Lo Spasimo di Palermo, in un disperato urlo catartico, a somiglianza dell’Empedocle della sua pièce Catarsi, con una preghiera, quella preghiera alla quale egli, in Chino Martinez[96], alla fine approda, realizzando un passo avanti rispetto allo Sciascia, che, alla fine del Cavaliere e la morte, s’era fermato muto davanti alla soglia del mistero del tempo[97]. Sperava Consolo, sperava e confidava nei giovani, come dimostra il sostegno dato negli anni a tanti di loro, fra cui Aurelio Grimaldi, Roberto Andò, Roberto Saviano e altri. E nella società di oggi sono i giovani a dare i segnali forti del cambiamento. Quando mai era successo che un italiano figlio di immigrati magrebini riempisse il Forum di Assago, strapieno di giovani, come ha fatto l’estate scorsa il rapper, figlio di tunisini, Ghali Andouni?[98] E come non segnalare, a proposito di giovani artisti legati all’immigrazione magrebina, i nomi della cantautrice italiana ma di origine marocchina Malika Ayane e quello dell’italo-egiziano Alessandro Mahmood[99], che, segno dei tempi nuovi, ha vinto il festival di Sanremo 2019, con tutto lo strascico di polemiche che in ambito politico e mediatico ne è seguito[100] e a conferma, come ha sottolineato più d’uno e come sosteneva Consolo, che l’incontro di culture differenti genera bellezza; nomi, tutti questi, di giovani tra i tanti in cui sperava Consolo. E sappiamo tutti quanta influenza abbia il mondo della musica e dello spettacolo in genere nell’incontro tra i giovani di ogni latitudine, oltre ogni limite e pregiudizio culturale.

Sperava Consolo, e alimentava la speranza degli altri. Voglio ricordare, al riguardo, il mio ultimo incontro con lui, nell’aprile del 2011, nella sua casa di Sant’Agata Militello. Ero andato a trovarlo insieme con Nino De Vita, ed egli, che recava evidenti nel fisico i segni della malattia che lo stava divorando, ci parlava del suo romanzo in programma, ambientato, precisava, nel Seicento e al quale, ripeteva, stava lavorando, come mi aveva in precedenza anche per telefono più volte confermato. E io, forse più per sostenerlo che per intimo convincimento, pensando oltretutto ai tempi lunghi della gestazione dei suoi romanzi, lo incoraggiavo e lo spronavo, come avevo sempre fatto con lui nel corso degli anni. E lui: Sì, Jano, scriverò, scriverò… Illusione che tra metafora e realtà lo accompagnò sino alla fine per la fiducia che egli aveva nella scrittura, in virtù della testimonianza civile di cui per lui la scrittura letteraria era portatrice. E un sospetto, in verità, mi portai dentro alla fine di quell’incontro: che fosse stato lui a sostenere e confortare me con la naturale empatia, con la pietas umana e l’amicizia che mi aveva sempre dimostrato e confermato nel corso degli anni, al punto di non vergognarsi di versare lacrime, in mia presenza, accarezzando le pietre dell’antica Eloro, come stesse accarezzando delle persone, di quelle che, ebbe a dirmi, andando poi via dal sito archeologico e chiedendomi sommessamente scusa, erano passate e vissute tra quelle antiche pietre[101].

 

[1] Il libro, col titolo Sicilia teatro del mondo, e corredato di foto di Giuseppe Leone, fu pubblicato nel 1990 in occasione della 42° sessione del “Premio Italia” della RAI, che si tenne in Sicilia. L’anno successivo l’opera fu pubblicata in edizione economica col titolo La Sicilia passeggiata.

[2] Cfr. V. Consolo, Sicilia paseada, Ediciones Taspiés, Granada 2016, pp. 9-14.

[3] Il racconto è stato pubblicato in trentaduesimo a Napoli nel 2001 dalle Edizioni Dante e Descartes.

[4] V. Consolo, Op. cit., p. 12.

[5] Ivi, p. 13.

[6] G. Traina, Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole 2001, p. 32.

[7] S. Mazzarella, Dell’olivo e dell’olivastro, ossia d’un viaggiatore, in “Nuove Effemeridi” a. VIII, n. 29, p.58.

[8] V. Consolo, La Sicilia passeggiata, ERI, Torino 1991, p. 5.

[9] Cfr. S. Burgaretta, L’illusione di Consolo e la Sicilia paseada, in “Notabilis”. A. IX, n. 3, maggio-giugno 2018, pp. 26-28.

[10] V. Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 1988, p. 179.

[11] Ivi, pp. 154 ss.

[12] AA. VV. ‘Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo, Edizioni Lavoro, Roma 1985.

[13] V. Consolo, La pesca del tonno in Sicilia, Sellerio, Palermo 1986.

[14] V. Consolo, Vedute dello Stretto di Messina, Sellerio, Palermo 1986. Sull’attenzione dello scrittore allo Stretto di Messina cfr. V. Consolo – N. Rubino, Fra contemplazione e paradiso. Suggestioni dello Stretto, Sicania, Messina 1988.

[15] Era uscito sul “Messaggero” del 30 novembre 1993.

[16] Cfr. V. Consolo, Così la Sicilia ingrata tradì il paladino Mimmo, in “Il Messaggero”, 8 gennaio 1995; Idem, Retablo siciliano, in S. Burgaretta, Retablo siciliano. I colori dell’epos nella Casa-museo “Antonino Uccello”, catalogo dell’omonima mostra tenutasi al Museo Teatrale alla Scala. Museo Teatrale alla Scala, Milano 1997, pp. 17-20.

[17] V. Consolo, La rinascita del Val di Noto, Bompiani, Milano 1991.

[18] Cfr. M. A. Cuevas, Introdución, in V. Consolo, A este lado del Faro, Editorial Parténope, Valencia 2008, p. 10.

[19] V. Consolo, Di qua dal Faro, Mondadori, Milano, p. 283.

[20] V. Consolo-N. Rubino, Op cit., p. 7.

[21] V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, p. 106.

[22] Ivi, p. 113.

[23] Ivi, p. 18.

[24] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 39.

[25] Cfr. S. Burgaretta, I saggi di Consolo, un commento ai suoi romanzi; in “Stilos”, 23 novembre 1999.

[26] Cfr. S. Burgaretta, La parola che salva, in “Annali 12”, a. XX, 2003, Centro Studi Feliciano Rossitto, Ragusa 2004, pp. 298-299; Idem, Il beato Antonio Etiope, profeta dell’accoglienza, nel rinnovato culto degli avolesi, in Idem, Uomini e santi, vol. I, Armando Siciliano Editore, Messina-Civitanova Marche 2019, pp. 102 ss.

[27] M. D’Anna, I “dialoghi mediterranei”, in “La Sicilia”, 13 settembre 2018.

[28] G. Amato, Attenti al rischio intolleranza; il virus sta sconvolgendo la natura del popolo siciliano, in “la Repubblica”, 21 agosto 2018.

[29] V. Consolo – L. Manconi, Perché non ha senso essere razzisti, in “Sette” del “Corriere della sera”, 26 novembre 1992, p. 38.

[31] R. Andò, Vincenzo Consolo: la follia, l’indignazione, la scrittura, in “Nuove Effemeridi”, cit., p. 12.

[32] V. Consolo, Ai disperati non servono musei, in “la Repubblica”, edizione di Palermo, 22 agosto 2004.

[33] Cfr. A. Cusumano, I migranti senza valigie nelle stanze della memoria, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 35, gennaio 2019.

[34] G. Giordano, “Il libro? Deve ferire”, in “Giornale di Sicilia”, 24 dicembre 1988.

[35] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p.213.

[36] Ivi, p. 215.

[37] Ivi, p. 239.

[38] F. Merlo, La nave della resistenza, in “la Repubblica”, 23 agosto 2018.

[39] F. Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, vol. I, Einaudi, Torino 1976, pp. 921-922

[40] V. Consolo, Il Mediterraneo tra illusione e conflitto nella storia e in letteratura, in G. Interlandi (a c d), La salute mentale nelle terre di mezzo. Per costruire insieme politiche di inclusione nel Mediterraneo, in “Fogli d’informazione”, terza serie, nn. 13-14, gennaio-giugno 2010, p. 7.

[41] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., pp. 217-222; cfr, inoltre, A. Campisi – F. Pisanelli, Memorie e racconti del Mediterraneo: l’emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo, Mc éditions, Tunisi 2015, A. Campisi, Il pericolo è alle “nostre porte”. L’invasione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo, in “Dialoghi mediterranei”, www.istitutoeuroarabo.it, n. 33, settembre 2018.

[42] Cfr. I muri d’Europa, in  www.nuovosoldo.it

[43] Cfr. V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, pp.173-175; cfr. G. Traina, Op. cit., p. 33.

[44] V. Consolo, Memoriale di Basilio Archita, in Idem, Le pietre di Pantalica, cit., pp. 187-195. Il racconto, ispirato a un fatto di cronaca, era già uscito, quattro anni prima, con il titolo E il capitano ordinò: buttateli agli squali! In “L’Espresso”, 3 giugno 1984, pp. 55-64.

[45] F. Di Legami, Vincenzo Consolo, Pungitopo, Marina di Patti 1990, p. 43.

[46] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, Mondadori, Milano 1998, pp. 40-41.

[47] G. Bonina, In nome della nostra legge, in “La Sicilia”, 27 settembre 1998.

[48] Cfr. S. Burgaretta, L’illusione di Consolo, art. cit.

[49] V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Op. cit., p. 125.

[50] V. Consolo, Il boato di Santa Rosalia, in “L’Unità”, 6 agosto 1998.

[51] L. Sciascia, La palma va a nord, Gammalibri, Milano 1982.

[52] G. Bonina, Art. cit.

[53] G. Marrone, Consolo risveglia l’eco di parole dimenticate, in “L’Ora”, 14 aprile 1992.

[54] C. Medail, C’era il diavolo a Cefalù. Ma poi arrivò Mussolini, in “Il Corriere della sera”, 21 marzo 1992.

[55] O. del Buono, Sicilia con furore, in “Panorama”, 16 ottobre 1988, p. 137.

[56] A. Rossi, Il “contastorie” del bel tempo che fu, in “Grazia”, 30 ottobre 1988, p. 97.

[57] D. Alighieri, Purgatorio, VI, vv. 125-126.

[58] M. Onofri, I miracoli della poesia, in “Diario della settimana”, 7 ottobre 1998.

[59] L. Canali, Che schiaffo la furia civile di Consolo, in “L’Unità”, 7 ottobre 1988.

[60] Dalla registrazione del discorso che Consolo tenne ad Avola l’11 dicembre 1998, in occasione della presentazione, da me organizzata, dello Spasimo di Palermo. Cfr. anche L. Faraci, Ho scritto il romanzo per narrare le nostre perdite, in “La Sicilia”, 13 dicembre 1998.

[61] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 37.

[62] Ivi, p. 91.

[63] Ivi, p.88.

[64] Ivi, p. 105.

[65] Ivi, p. 91.

[66] Ivi, pp. 127-128.

[67] Ibidem.

[68] C. Prestifilippo, Parole contro il potere. Vincenzo Consolo, ritratti e lezioni civili, Navarra Editore, Marsala, 2013, p.69.

[69] Ivi, pp.129-130.

[70] Ivi, p. 93.

[71] Cfr. S. Burgaretta, Il Gran Lombardo schiavo dell’utile, in “la Sicilia”, 10 dicembre 1998.

[72] V. Consolo, Tu non mi avrai, città dei leghisti, in “Il Messaggero”, 20 giugno 1993.

[73] V. Consolo, Fuga dall’Etna, Donzelli Editore, Roma 1993, p. 5.

[74] Ivi, p. 4.

[75] Ivi, pp.68-69.

[76] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 197.

[77] V. Consolo. Fuga dall’Etna, cit., p. 69.

[78] Cfr. S. Burgaretta, La nota dissonante, in “Il Giornale di Scicli”, 9 febbraio 2003.

[79] M. De Unamuno, Ensayos, tomo I, Aguilar, Madrid 1966, p. 849.

[80] Ivi, p. 855.

[81] M. De Unamuno, Ensayos, tomo II, Aguilar, Madrid 1966, p. 373.

[82] C. Prestifilippo, Op. cit., p.8.

[83] Ivi, p.12.

[84] Ivi, p. 13.

[85] V. Consolo, Fuga dall’Etna, cit., p.70.

[86] Cfr. la nota n. 59.

[87] Cfr. l’epigrafe in esergo con la citazione dal Prometeo incatenato di Eschilo.

[88] M. Onofri, Nel magma italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale, in A A. V V. Per Vincenzo Consolo, a cura di Enzo Papa, Manni, San Cesario di Lecce 2004, p. 66.

[89] C. Prestifilippo, Op. cit, p. 27.

[90] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 235.

[91] G. Bonina, Art. cit.

[92] AA. VV. , L’Africa secondo noi, a cura di P. Pallavicini e J.M. Gangbo, Edizioni dell’Arco, Pavia 2002.

[93] C’è da segnalare che da una ventina d’anni si va sviluppando in Italia una letteratura che è opera di immigrati che scrivono adottando la lingua italiana. Tra di essi sono Pap Khouma, Saidou Moussa Ba, Mohamed Bouchane, Mbacke Gadji, Amara Lakhous, Igiaba Scego e altri.

[94] Cfr. S. Burgaretta, I saggi di Consolo, un commento ai suoi romanzi, in “Stilos”, art. cit.

[95] G. Turchetta, Da un luogo bellissimo e tremendo, in V. Consolo, L’opera completa, Mondadori, Milano 2015, p. LXXIV.

[96] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 131.

[97] L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, Adelphi, Milano 1988, pp. 90-91.

[98] Cfr. L. Bolognini, Ghali:“Dovrei esser pieno di amici, invece ne ho persi la metà, in “la Repubblica”, 11 settembre 2018, p. 35; G. Castaldo, Lasciatemi cantare, sono un italiano di nome Ghali, in “ la Repubblica”, 29 dicembre 2018, p. 34.

[99] Cfr. C. Moretti, Mahmood”Faccio Morocco pop nel segno di mio padre”, in “la Repubblica”, 6 febbraio 2019, p. 32.

[100] Cfr., fra l’altro, A. Laffranchi, Mahmood: italiano al 100°/° cresciuto in periferia tra i cantautori di mamma e la musica araba di papà, in “Corriere della Sera”, 11 febbraio 2019, p. 13; R. Franco, Sanremo, polemiche e veleni sulla finale. E la politica “sale” sul palco dell’Ariston, Ivi, p. 12; S. Fumarola, Sanremo, Mahmood l’italiano trionfo che spacca la politica, in “la Repubblica”, 12 febbraio 2019, p. 2; L. Bolognini, Nella periferia di Mahmood “È il mio mondo, io resto qui”, in “la Repubblica”, 18 febbraio 2019, p. 18.  

[101] Cfr. S. Burgaretta, Alle soglie del témenos, in M. Maugeri (a c d), Letteratitudine 3, LiberAria Editrice, Bari 2017, p. 350; Idem, L’illusione di Consolo e la Sicilia paseada, cit., p. 28.



foto di Claudio Masetta Milone

Milano, 6 – 7 marzo 2019
Università degli Studi
Sala Napoleonica via Sant’Antonio 10/12

Vincenzo Consolo “Autobiografia della Lingua” conversazione con Irene Romera Pintor.

Irene Romera Pintor

Premessa
Il privilegio di conoscere per la prima volta Vincenzo Consolo e sua moglie Caterina risale a parecchi anni fa, esattamente lunedì 15 febbraio 1999, quando stavo preparando la “Lectio Magistralis” su Il sorriso dell’ignoto marinaio che dovevo presentare per il concorso all’Università di València. Sono rimasta subito affascinata dalla personalità di Vincenzo, dalla calda accoglienza che mi ha riservato a casa sua, a Milano, seguito discretamente dalla donna della sua vita: Caterina. Da allora è iniziata una relazione di profonda amicizia. Si sono venuti a creare anche legami che si sono protratti nel tempo, ben oltre la triste scomparsa di Vincenzo, avvenuta il 21 gennaio 2012. La stretta relazione professionale mantenuta con Consolo si è realizzata soprattutto nella pubblicazione di alcune sue opere che ho avuto il privilegio di tradurre: Lunaria, Madrid 2003 (Premio Internazionale di Traduzione di Opere Letterarie e Scientifiche 2004) e il racconto “Filosofiana” tratto da Le pietre di Pantalica, Madrid (prima edizione 2008, riveduta e ampliata nel 2011). Vincenzo Consolo ci ha onorati con la sua presenza in Spagna nei tre congressi internazionali che ho organizzato presso la mia Università: nell’ottobre 2005 Lunaria vent’anni dopo; nell’ottobre 2006 Vincenzo Consolo: punto de unión entre Sicilia y España. Los treinta años de Il sorriso dell’ignoto marinaio; e, infine, per i festeggiamenti del suo 75° compleanno: La pasión por la lengua: Vincenzo Consolo (Homenaje por sus 75 años), nell’aprile 2008. I contributi scientifici dei tre Congressi sono stati raccolti nelle relative pubblicazioni: tre libri sovvenzionati dalla Generalitat Valenciana (València, 2006, 2007 e 2008). Il testo che segue contiene l’intervista inedita, ora pubblicata grazie alla gentilezza di Caterina Consolo, in ricordo di Vincenzo. Aprile 2016

Conversazione
Quanto è importante per Lei quello che scrive e quanto come lo scrive?

Non ho mai creduto, non credo ancora, che possa esistere in arte, tanto meno in letteratura, l’istintualità, l’ingenuità o l’innocenza. Quando si sceglie di esprimersi attraverso la scrittura, la pittura o la musica, si sceglie di esprimersi attraverso il mondo espressivo. Bisogna avere consapevolezza di come collocarsi, sapere cosa si vuole rappresentare, cosa si vuole dire, sapere quali sono le proprie scelte di campo per contenuti e stile. Per quanto mi riguarda, ho esordito nel ’63, io avevo – nel ’63 – trent’anni. Quindi non ero un fanciullo, ero una persona formata e sapevo cosa avrei dovuto fare, cosa avrei dovuto dire e come dirlo. Per quanto riguarda la scelta dei contenuti, mi interessava esprimere una realtà Tu sei storico-sociale. Erano assolutamente lontane da me le istanze di tipo esistenziale o psicologico e più ancora le istanze di tpo metafisico o spirituali. Come tutti gli scrittori siciliani avevo a che fare con una realtà quanto mai difficile, infelice. Era quella la realtà che volevo esprimere immettendomi nella tradizione della letteratura siciliana, che ha sempre avuto – almeno questa è la costante da Verga in poi – lo sguardo rivolto all’esterno, nel senso che da noi non esiste una letteratura di introspezione psicolo-gica. Tutta la letteratura siciliana è con lo sguardo rivolto all’esterno, alla realtà storico-sociale ed è una letteratura di tipo realistico con tutte le sue declinazioni. Per quanto riguarda la scelta dello stile ora chiarisco. Sono nato come scrittore, dopo la stagione cosiddetta neo-realistica, dopo gli scrittori che avevano vissuto il periodo del fascismo e il periodo della guerra. Questi scrittori – parlo di Moravia, Calvino, Sciascia – avevano uno stile di tipo razionalistico, di assoluta comunicazione: interessava loro esprimere un argomento nel modo più chiaro, con le dovute differenze di stile, naturalmente. Secondo me questi scrittori avevano adattato questo stile alla maniera illuministica di stile francese. Sciascia e Calvino sono due esempi classici di scrittori di tipo illuministico. C’è da fare un discorso sulla lingua francese, sulla sua perfetta geometria. Io sono venuto dopo, e la speranza che questi scrittori avevano nutrito nei confronti di una nuova società che si sarebbe dovuta formare, di un nuovo assetto politico e di un maggiore equilibrio sociale, quella speranza, per quelli della mia generazio-ne, era caduta perché si era stabilito in Italia un potere politico che replicava esattamente quello che era crollato. In qualche modo, sì, eravamo in democrazia, però con un sistema di potere che lasciava sempre fuori, ai margini, tutti quelli a cui non erano stati riconosciuti i diritti. Parlo delle classi popolari: quindi la mia scelta stilistica non poteva essere nel segno della spe-ranza, ma doveva essere nel segno dell’opposi-zione, della rottura con il comune codice lin-guistico, con l’adozione di un altro codice che rappresentasse anche le periferie della società. Questa scelta mi è stata facilitata perché il luogo dove sono nato, la realtà che potevo espri-mere, era una realtà dal punto di vista linguistico quanto mai ricca, dato che in Sicilia, varie civiltà – da quella greca in poi o anche prima – oltre ai vari monumenti hanno lasciato un grande deposito linguistico. Quindi io ho rivolto il mio sguardo verso la realtà in cui mi trovavo a vivere e ho attinto a questa ricchezza lin-guistica. Non bisogna però pensare subito al dialetto, io non ho mai amato la parola dialetto. La mia scelta era nel senso di innestare, dicia-mo, delle voci, delle forme grammaticali o sintattiche che attingevano al patrimonio linguistico dell’isola. Di volta in volta ho usato parole che avessero una loro dignità filologica, che venissero da altre lingue, che potevano essere il greco, il latino, l’arabo, lo spagnolo, il francese. E quindi mi sono immesso in quella linea chiamata “linea sperimentale”, che nella storia della letteratura è sempre convissuta con quella ufficialmente in uso. La “linea sperimentale”, secondo me, parte da Dante, perché Dante ha formato la lingua italiana proprio ricomponendo tutti i dialetti che allora si parlavano nell’Italia medievale. Dopo Dante il Rinascimento ha forgiato una nuova lingua italiana che, in segui-to, dopo i grandi scrittori italiani che conoscia-mo, autori dei grandi poemi come l’Ariosto e il Tasso, arriverà infine ad una frantumazione con la Controriforma. La “linea sperimentale” arriva sino ai giorni nostri, dopo i vari ritorni alla tradizione, diciamo, toscaneggiante con i movimenti del rondismo e del vocianesimo che in Italia si erano diffusi negli anni Trenta, a cavallo tra le due guerre. Nel dopo-guerra c’è sta-ta, di nuovo una frantumazione della lingua. Il primo nome che viene in mente è quello di Carlo Emilio Gadda poi quello di Pasolini. Io mi sono immesso in questa linea sperimentale, con l’impasto linguistico o plurivocità o polifo-nia, come si suol dire, percorrendo una linea assolutamente speculare a quella di un codice comune di tipo razionalistico. Questo ho fatto sin dal mio primo libro, proseguendo man mano in questa sperimentazione. Posso aggiungere che i motivi per cui avevo scelto questo stile erano non solo di tipo estetico, erano di tipo etico e politico. Ho detto le ragioni, insomma, di questa mia opposizione a una lingua convenzionale-domi-nante, la lingua del potere. Ho cercato quindi di crearmi una lingua che fosse oppositiva al potere stesso. Pasolini, ha fatto, già nel 1961, un’analisi della lingua italiana, con un saggio che si chiama “Nuove questioni linguistiche”, dove annunziava la nascita di una nuova lingua italiana. Che cosa era avvenuto? Con il cosiddetto miracolo economico, con la trasformazione di questo Paese, da paese millenariamente contadino in paese industriale, con le grandi trasformazioni rapide e profonde che sono avvenute, si era formata una nuova lingua. La ricchezza della lingua italiana (Leopardi dice: “L’infinito che c’è nella lingua italiana”) dovuta anche agli apporti che venivano dal basso e dai vari dialetti che la arricchivano con la loro vitalità, si era esaurita. C’è stata come una frattura: con la nascita della nuova lingua italiana come lingua na-zionale, essa si è impoverita perché ha perso i contatti con le parlate popolari, e quindi si è costituita quella lingua che Pasolini chiama di tipo aziendale-tecnologico, una lingua enormemente impoverita e priva ormai di memoria, invasa da una terminologia tecnologica (molto spesso americana o inglese). Ho sentito quindi la necessità di insistere nella mia sperimentazione, perché credo che sia proprio questo il dovere della letteratura, il dovere della memoria. Non perdere il contatto con le nostre matrici linguistiche, che erano anche matrici etiche, matrici culturali profonde. Perdere questo contatto significa perdere identità e perdere anche la funzione della letteratura stessa, perché la letteratura è memoria e soprattutto memoria linguistica.

In questa ricerca particolare del linguaggio si nota, nei suoi scritti, una spiccata tendenza alla sperimentazione di generi diversi: favola teatrale, romanzo storico, poema narrativo, racconti e riflessioni sulla Sicilia. C’è una ragione specifica? Lei preferisce un genere in particolare? Qual è il suo progetto letterario?

Credo di avere un progetto letterario che perseguo da parecchi anni. Consiste nel cercare di raccontare quelli che sono i momenti critici della nostra storia: momenti critici in cui c’è stato uno scacco, una sconfitta, un’offesa dell’uomo. Ho scritto dopo il mio romanzo di formazione e d’iniziazione, La ferita dell’aprile, un romanzo storico: Il sorriso dell’ignoto marinaio. Questo romanzo l’ho concepito proprio per raccontare la storia italiana attraverso varie tappe e momenti critici della storia. Ho cominciato appunto con il 1860, che è un topos storico per cui siamo passati tutti noi, scrittori siciliani, perché forse da lì sono partite tutte le questioni, le disillusioni ed i problemi che oggi ci assillano. Il tema è quello dell’Unità d’Italia, affrontato da tutta la letteratura siciliana, da Verga a Pirandello, a Lampedusa, a De Roberto, sino a Leonardo Sciascia e ad altri. Mi sono cimentato in questo 1860, da una angolazione diversa. De Roberto ha visto l’orrore del potere in mano al nobili, Lampedusa ha cercato di riparare questa offesa al potere dei nobili scrivendo Il Gattopardo, Sciascia ha fatto vedere il trasformismo della classe dirigente italiana e siciliana. Io ho cercato di raccontare il 1860 con gli occhi degli emarginati, dei contadini, autori di una rivolta popolare e di una strage, e poi condannati e fu- Naturalmente la scelta linguistica è consequenziale alla materia, e lo e anche alla Struttura del libro. Poi ho raccontato la nascita del fascismo, visto da un paese della Sicilia che si chiama Cefalù, in un libro che si chiama Notte-tempo, casa per casa. Sono arrivato quindi ai giorni nostr, cercando di raccontare il presente, con il libro che è uscito adesso e che si chiama Lo spasimo di Palermo. Naturalmente sono tutti romanzi storico-metaforici: scrivendo del 1860 ho cercato di raccontare l’Italia degli anni Set-tanta, cioè la nascita delle speranze di cambiare la società e, quindi, la delusione, la perdita di questa speranza. Gli anni Settanta sono gli anni in cui le nuove generazioni hanno cercato, con slancio, di cambiare la società, hanno vissuto la politica in un modo intenso, ma poi tutto è crollato, è diventato terribile, atroce, con il terrorismo. Invece, in Nottetempo, casa per casa, ho cercato di raccontare metaforicamente gli anni Novanta, quando in Italia, per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, sono entrati nel governo italiano i fascisti, cioè dopo che erano stati allontanati e condannati dalla storia. E un libro sul presente, ma anche un ripercorrere gli anni Sessanta, con il terrorismo vissuto a Milano e anche con quello che è il male della Sicilia, con le atrocità delle stragi di male della Sicilia, con le atrocità delle stragi di mafia. Infatti il libro si conclude con la strage di Via d’Amelio e con la morte del giudice Borsellino. Questo è stato il mio progetto letterario. Poi, naturalmente, accanto a questi libri ci sono dei libri collaterali, che convergono tutti su questa idea: sul potere e sulla corruzione. Sia la favola Lunaria che Retablo. Ho voluto, in questo viaggio in un fantastico Settecento, rappresentare che cosa sia 1l potere che non crede più in se stesso: un Vicere che non è il Re e che quindi può mostrare i suoi dubbi e la sua crisi, perché non crede al potere che deve rappresenta-re. La crisi del potere come crisi di una certa cultura e la perdita della memoria sociale. Il nostro tempo è contrassegnato dalla cancellazione continua della memoria: oggi quella che si chiama la rivoluzione tecnologica, ci fa vivere in un eterno presente, dove non abbiamo più memoria del nostro passato e non immaginiamo neanche il nostro futuro. Viviamo quindi in una continua dittatura dell’informazione mediatica che è un nuovo fascismo esercitato dai media.

Lei nei suoi romanzi lavora con nomi di personaggi storici veri oppure no?

Ad esempio questo Fabrizio Clerici nel Suo romanzo Retablo…

Ho scritto di questo personaggio Clerici, per far capire che non era un vero e proprio romanzo storico ma una fantasia storica. Ci sono dei personaggi reali come il Serpotta, ma gli altri sono tutti personaggi di invenzione. Ho messo questa spia di un personaggio vivente collocandolo nel Settecento, prima di tutto per far capire che era una una fantasia storica e non un romanzo storico, e poi perché il personaggio si giustificava inserendolo nel Settecento. Clerici è un antico cognome milanese e poi Clerici è un pittore surreal-metafisico, che ha dipinto in chiave metafisica i resti di civiltà se-polte. Mi serviva un personaggio milanese e gli ho dato questo nome perché parte da Milano, è innamorato di Teresa Blasco, che poi sarà la nonna del Manzoni. È un omaggio alla letteratura, al padre del romanzo italiano: Alessandro Manzoni.

Lei crede che la letteratura sia la memoria storica che l’uomo ha di se stesso grazie alla lingua? cioè tramite la lingua?

Si, la letteratura si esprime attraverso la scrittura e quindi il libro è lo stile. Questo dualismo, che era stato ipotizzato da Croce, non esiste, perché anche lo stile è contenuto. Quindi non si può fare più questa distinzione fra contenuto e stile: se io scrivo in un determinato modo, scrivo così perché la materia che tratto esige quel tipo di linguaggio e quello stile. Non c’è questa dicotomia o questa discrepanza dannunziana fra i contenuti, i personaggi e il loro linguaggio. Pensiamo per esempio a Il Piacere o anche alle Novelle della Pescara, dove in un ambiente umile, umili personaggi si esprimono in un linguaggio eccessivamente forbito e non coerente. Non credo che possa avvenire che oggi uno scrittore, dopo queste esperienze linguistiche e stilistiche, non abbia la consapevolezza di una discrepanza fra 1l contenuto e lo stile. Lo stile fa parte del contenuto.

Devo dire che sono stata colpita dalla ricchezza del suo vocabolario, da questo suo dominio della lingua: lei è un purista della lingua…

La mia ricerca mi ha indotto a spostare la prosa verso la zona della poesia. La mia è una prosa ritmata, che si avvicina ai poemi narrativi Perché appunto sono convinto che ormai la prosa sia impraticabile: bisogna dare sonorità a questa prosa, avvicinandola appunto ai ritmi poetici, dandole un po’il significato della narrazione orale, non più della scrittura in prosa, che si legge in solitudine nella propria stanza. Insomma, la prosa ritmica invoca proprio la lettura orale.

Può parlare un po’ di questa “geometrizzazione” della lingua francese?

Questa è un’analisi bellissima che fa Leopardi che paragona la lingua italiana e quella francese. Dice che quella francese è una lingua “geometrizzata” È una lingua “geometrizzata” perché la Francia si è formata come Stato, come società fra le prime nazioni europee. Già da Luigi XIV c’era una società francese e c’era stata una lingua, di tipo razionale, di tipo cartesiano, di grande comunicazione. Leopardi però dice che la lingua francese avea perso l’infinito che aveva invece la lingua italiana e poi aggiunge che la stessa cosa era successa in Italia, nel periodo del Rinascimento, in Toscana. Poi tutto si frantuma con la fine del Rinascimento e con il Seicento, con l’età barocca. E indica uno scrittore che lui addirittura paragona a Dante come esempio della possibilità infinita che ha la lingua italiana. E un gesuita seicentesco che si chiama Daniello Bartoli e che ha scritto la storia della Compagnia di Gesù. Dice che la lingua di questo scrittore ha un’estensione massima, perché veramente la ricchezza dell’italiano è nella sua intera estensione e non lascia in ombra le infinite possibilità espressive che questa lingua ha. Daniello Bartoli ha usato tutta la gamma della lingua italiana e di lui Leopardi dice che è il Dante della prosa italiana: una prosa seicentesca individuata come prosa barocca. Manzoni, al contrario, rovescerà poi questa teoria. Volevo poi aggiungere che Leopardi riporta una frase di Fenelon e dice che la lingua francese assomiglia ad una processione di collegiali molto uniforme e che questa è stata la sua for-tuna, ma anche il suo difetto. Questa frase di Fenelon è ripresa da Ernest Renan che dice: “Sì va bene la lingua francese è forse incapace di paradossi, però è una lingua democratica, per- che appunto è una lingua che è parlata da tutti e quindi non ci sono le lingue alte, le lingue bas-se: una lingua di un unico livello”. A questa frase di Renan risponde Roland Barthes che sostiene che la lingua francese non è né democratica né reazionaria: è semplicemente fascista. Questa è stata la polemica sulla lingua francese. Una simile “geometrizzazione” l’Italia non l’aveva; si possono veramente elencare gli scrittori di tipo razionalistico e gli scrittori espressionisti. Gadda nella letteratura moderna è sta- to il massimo esponente di questa polifonia linguistica. Ma dicevo del Manzoni che, nel suo ecumenismo, aspirava all’unificazione linguistica dell’Italia, quindi risciacquò “i suoi panni in Arno” e ironizzò sulla prosa di Daniello Bartoli. Infatti, nell’attacco dei Promessi Sposi, parlando di un fittizio manoscritto ritrovato di un anonimo seicentesco, fa una parodia di un brano di Bar-toli. C’è infatti una descrizione fatta da quest’ultimo, che Manzoni ironicamente trasferisce nella piccola geografia del lago di Como, e descrive in lingua toscana esattamente quello che Bartoli ha descritto – nel suo stile seicentesco – parlando di una regione dell’India.

Lei ha avuto dei maestri? E quanto è importante un maestro?

I miei maestri sono state le mie letture: tutta l’eredità letteraria italiana e siciliana e anche oltre. Perché, sin da ragazzino, i primi romanzi che ho letto erano romanzi stranieri, soprattutto francesi. Il primo romanzo per me, in asso-luto, è stato I miserabili di Victor Hugo; ero un ragazzino, un bambinetto. Ma i due maestri reali, vicini, che ho avuto sono stati due, che sono diametralmente opposti e che ho sempre citato, perché li ho frequentati, perché sono stato loro amico. Da una parte Leonardo Scia-scia, che mi è stato di esempio anche nell’impegno civile e nello storicismo. Quando pubblicai il mio primo romanzo nel 1963, lo mandai a Sciascia e lui mi scrisse una bella lettera, facendomi delle domande sul tipo di scrittura che avevo adottato, assolutamente diversa da quella adottata da lui, che era una scrittura estremamente limpida, comunicativa, e poi m’invitava ad andarlo a trovare. Così andai a trovare Sciascia a Caltanissetta, nel centro della Sicilia. Sciascia veniva da una realtà mineraria, da un luogo di miniere di zolfo. Suo nonno era stato un caruso che lavorava dentro le miniere di zolfo, suo padre era stato anche lui guardiano nelle miniere di zolfo. Sciascia veniva da questa realtà terribile che era la stessa realtà di Pirandello e quindi da una Sicilia di sofferenza, ma che era anche la Sicilia dove finalmente i lavoratori, gli operai avevano preso coscienza dei loro diritti e per la prima volta si erano ribellati nel 1893-94, quando arrivò il messaggio socialista. Di fronte alla presa di posizione degli operai delle miniere di zolfo ci fu la repressione da parte del potere politico e ci furono tantissimi morti. L’altro maestro fu invece un poeta, un poeta puro di tipo spagnolo: Lucio Piccolo, il cugino di Tomasi Lampedusa. Un poeta purtroppo trascurato, ma un grandissimo poeta, barocco pure lui. Piccolo lo conoscevo sin da bambino, ma naturalmente non è che lo frequentassi, perché lui era un barone ed io no: appartenevo alle classi basse. Lo conobbi una volta da un ti-pografo, al mio paese, dove lui stampò le sue prime poesie. Poi le mandò a Montale e Montale lo scopri e le fece pubblicare dalla Mondadori. Cominciai a frequentarlo quando tornai da militare; avevo ventiquattro annı, forse di meno e siccome lui abitava a Capo d’Orlando e io a Sant’Agata, eravamo vicini. Andavo da lui e per me era come andare a scuola di letteratura, perché era uomo di sconfinata cultura, dalla conversazione affascinante, e poi aveva una vastissima biblioteca, dalla quale attingevo. Ero una sorta di allievo privilegiato di questo personaggio, anche simpatico, straordinario. Sciascia ha scritto su questo mio rapporto con Lucio Piccolo. Con lui c’era un accordo tacito: dovevo andare tre volte alla settimana a casa sua, e lui mi diceva ogni volta puntualmente: “Venga, venga Consolo, facciamo conversazione”. La conversazione era un monologo: parlava sempre lui. Era un uomo di sterminata cultura: conosceva il greco, il latino, l’arabo… Conosceva la poesia europea, soprattutto la poesia spagnola, soprattutto San Juan de la Cruz, perché la sua poesia è proprio di tipo barocco, mistico, alla Gongora. E quindi andavo da lui come per andare alla scuola di poesia: imparavo la poesia. Avevo questi due archetipi: da una parte il razionalista, l’illuminista Sciascia, che scriveva sulla realtà terribile della Sicilia, della mafia. Dall’altra parte, il poeta distaccato dalla realtà. Quindi mi trovavo tra questi due contrasti. Quando andavo a trovare Sciascia, Piccolo mi diceva “mi saluti il caro Sciascia”, quando tornavo, Sciascia mi diceva: “salutami il caro Piccolo”. Non si erano mai incontrati e io ho fatto in modo di farli incontrare. Sciascia era affascinato dalla personalità di Piccolo. Ha scritto le “soledades di Lucio Piccolo”, come le “soledades de Gongora”. Ha scritto anche che le personalità che più lo avevano impressionato nella sua vita erano state appunto quelle di Lucio Piccolo e di Borges, che aveva incontrato a Palermo.

Quale può essere il ruolo dello scrittore nella letteratura?

Il dovere dello scrittore è quello di rimanere nello spazio letterario, perché scrivere non è un divertissement, non è un’evasione. Se noi diamo uno sguardo alla attuale produzione letteraria in Italia – e forse anche fuori d’Italia – vediamo che i romanzi assomigliano sempre di più alle cronache nello stile, nel linguaggio. Parlo soprattutto dei romanzi italiani che usano sempre di più il linguaggio della comunicazione, che non hanno nessuna valenza di tipo letterario. Le storie che si raccontano sono delle storie di cui spesso abbiamo già sentito parlare, insomma delle storie già viste, già sentite; sono quindi libri che si allontanano dalla letteratura e che raggiungono però un vasto pubblico, perché il pubblico trova in questi romanzi un rispecchiamento. Sono romanzi di intrattenimento e di consumo. L’industria editoriale ha, in tutto questo, una grande responsabilità perché naturalmente essendo gli editori degli industriali, cercano di trovare profitto in questi romanzi e la letteratura vera è sempre più relegata ai margini, è sempre più sepolta da una massa di libri che vengono immessi ogni giorno sul mercato.

Credo che nel nostro mondo ormai la vera letteratura sarà letta da poche persone. Avrà lo stesso destino della poesia. La poesia letta da pochi e non mercificabile. Se uno vuole rimanere dentro l’arco letterario, dentro quello che Blanchot chiama lo “spazio letterario”, si tratterà di una letteratura letta da pochi e non mercificabile. Non dobbiamo pensare più ai romanzi letti da tanti lettori. I lettori veri, che chiamano oggi “forti” (con una cultura che permette loro di penetrare il significato dei testi) diventano sempre di meno, e quindi il destino della letteratura è quello di essere relegata in una riserva “indiana”. D’altra parte io credo che sia stato sempre così: i libri di letteratura normalmente quando uscivano, quando venivano pubblicati, non avevano immediatamente un vasto pubblico, c’erano però ancora degli scrittori che puntavano sul futuro. I Malavoglia di Verga è stato un libro rivolu-zionario, scritto in una lingua che nessuno sino a quel momento aveva praticato. Verga aveva fatto una grande rivoluzione stilistica: il libro fu indubbiamente un fiasco. Verga rimase offeso per questo scacco e, dopo aver scritto un secondo romanzo che si chiama Mastro Don Gesualdo, si chiuse nel silenzio. Ma ci sono delle lettere che lui scrive a Capuana per questa offesa che aveva avuto dopo la pubblicazione dei Malavoglia e diceva: “il fallimento non è mio, ma è del pubblico e dei lettori, il fallimento è dei critici” . Aveva ragione. Infatti Verga in Italia è stato riscoperto dopo l’orgia dannunziana del periodo fascista, solo nel secondo dopo-guerra. C’è stata anche una rilettura di Verga nel film di Visconti La terra trema c’è stata una ripresa dell’attenzione su Verga che è stato collocato al suo giusto posto: il più grande scrittore italiano dopo Manzoni.

La Sicilia che Lei ha vissuto è la stessa Sicilia dei suoi romanzi?

Prima della mia emigrazione dalla Sicilia al Nord, avevo fatto i miei studi universitari a Milano, all’università Cattolica… sono capitato lì non perché fossi cattolico, anzi la mia educazione era laica. Quando ero studente in un paese della Sicilia, a ottanta km dal mio, un paese che si chiama Barcellona, di origine catalana, il mio punto di riferimento era un famoso professore anarchico dell’Università di Messina. Era anche un poeta dialettale, si chiamava Nino Pino Ballotta. E stato il mio primo maestro di politica. Lui ha partecipato con i contadini agli scioperi per la distribuzione delle terre incolte dei feudi ed ha combattuto una singolare battaglia contro i carabinieri che lo volevano arrestare. È salito sul tetto di casa sua e ai carabinieri che sparavano tirava delle tegole. E stato arrestato. Il Partito Comunista per farlo uscire dal carcere l’ha fatto eleggere deputato. Ma durante il periodo fascista di tempo in tempo veniva ugualmente messo in carcere ogni qual volta c’era l’arrivo di qualche federale. Ma voglio dire che per frequentare l’università Cattolica sono approdato nella piazza Sant’Ambrogio, dove c’è una famosa Basilica. Negli anni Cinquanta, mentre era in atto la grande trasformazione dell’Italia, vedevo arrivare in quella piazza, dove c’era un centro orientamento emigrati, le masse dei contadini, dei braccianti meridionali costretti ad emigrare per cui il mondo contadino stava per essere cancellato. C’era molta povertà e miseria: molti venivano destinati alle miniere di carbone del Belgio o alle fabbriche della Francia o della Svizzera. Quelli che andavano in Germania venivano smistati a Verona. Io sono cresciuto con questa realtà e quando ho concepito la malvagia idea di fare lo scrittore, ho pensato che non potevo rimanere a Milano dopo i miei studi, e quindi sono tornato in Sicilia e ho pubblicato il mio primo libro. Ho una laurea in Diritto, ma mi sono rifiutato di esercitare la professione di avvocato, ho invece insegnato nelle scuole agrarie, nelle scuole di campagna per sette anni, per conoscere ancora meglio il mondo contadino, un mondo che in quel momento vedevo scomparire attraverso i ragazzi che venivano a scuola: stava scomparendo e capivo che quei ragazzi che si diplomavano in agraria sarebbero stati costretti poi ad emigrare. Quindi mi sembrò una finzione rimanere in Sicilia anche perché in quegli anni per un intellettuale come me non c’era più spazio. Mi sono consigliato con Sciascia e lui mi ha detto: “Se fossi giovane come te, non avessi famiglia, anch’io farei le valigie e partirei perché qui non c’è più speranza”. Poi ho chiesto consiglio anche a Lucio Piccolo che mi diceva: “No, non vada via, perché quando si è lontano dai centri si ha più fascino”. Ma io non ero né barone né ricco come il barone Piccolo e mi sentivo legato alla realtà sociale e storica del Paese. Sono approdato a Milano nel ’68 quando c’era un grande rivolgimento, non solo a Milano, ma in tutta Italia, a Parigi e in America. È stato un momento in cui si chiedeva un grande rinnovamento della cultura e della società. Ed io sono stato ad osservare questa realtà che non conoscevo: la realtà operaia del Nord. Da li mi è venuta poi l’idea di scrivere il romanzo di tipo storico-metaforico, Il sorriso dell’ignoto marinaio che racconta la delusione di una speranza di rinnovamento, ed il frantumarsi di questa speranza, come è avvenuto nel 1860: topos storıco che si riflette in molta letteratura siciliana, da De Roberto a Pirandello, Sciascia, Lampedusa. Lei ha detto che fra il suo primo romanzo ed il secondo c’è un grande periodo di spazio. Perché lasciare così tanto tempo fra un romanzo e l’altro? Per due fatti concomitanti. In primo luogo perché dopo che si è scritto il primo romanzo, che io chiamo romanzo di formazione, rimane come una terra prosciugata, una terra nuda, perché l’autore si è svuotato di quella che era stata la sua esperienza, la sua vita. È sempre un romanzo memoriale e quindi da lì in poi comincia a costruire il suo progetto letterario. E questa una prima causa del mio lungo silenzio. La seconda ha coinciso con la mia vicenda di vita, perché mentre io volevo rappresentare la Sicilia, il mondo contadino, le classi emarginate e quest’idea, che io avevo nei confronti della realtà, il mondo contadino stava sparendo. Io scrivevo proprio nel momento in cui finiva questo mondo. Parlo degli inizi degli anni Sessanta quando c’era questo grande esodo delle masse di contadini e di braccianti merıdionali verso il Nord industriale. Era in atto la grande trasformazione italiana e ho capito che non potevo più rimanere in Sicilia dove era finito un mondo; volevo vedere questo altro mondo, che stava nascendo nel Nord industriale, vedere la trasformazione di queste masse di meridionali in operai e come si sarebbero comportati nel processo di industrializzazione. Ho deciso di trasferirmi a Milano nel ’68 (proprio in una data fatidica: il primo gennaio del 60) e trovandomi di fronte ad una realtà assolutamente nuova per me, una realtà che mı era difficile capire e che ho cercato di studiare, ho passato i primi anni ad osservarla, a leggere e soprattutto facendo molto giornalismo. Scrivevo sui giornali rimandando il racconto letterario. L’ho potuto fare nel 76, appunto, scrivendo Il sorriso, libro che, come dicevo, ha voluto rappresentare gli anni ’68-70, con i dibattiti non solo di tipo politico ma anche di tipo intellettuale che si svolgevano allora, cioè il ruolo dell’intellettuale in quel momento storico, il valore della scrittura e il ruolo della letteratura. Tutti interrogativi che allora erano attuali. Sono passati quindi tredici anni dal primo al secondo libro, appunto per queste vicende, perché (posso fare un paragone blasfemo?), mi sono trovato nella stessa situazione di Verga quando è approdato a Milano. Verga veniva da Firenze perché c’è stata, da parte degli scrittori meridionali, questa “ansia del centro”, di arrivare al centro che era centro culturale, centro linguistico; c’era quindi l’approdo a Firenze e poi il passaggio a Milano. Milano era la città dell’industria, dove c’erano le case editrici. Verga arrivò a Milano nel 1872 e pensava di trovare una città immobile, con i salotti delle contesse (come la famosa contessa Maffei, che lui fre-quentò); si trovò però di fronte a una città in preda alla prima rivoluzione industriale. Una città che si ingrandiva: nascevano nuove fabbriche e quindi, naturalmente, nascevano i primi conflitti sociali e dunque rimase spiazzato e spaesato di fronte a questa realtà che non riusciva a decifrare e avvenne quella che fu chiamata la sua “conversione” , la sua rivoluzione. Tornò in Sicilia, perché questo mondo non lo avrebbe mai potuto rappresentare e immaginò una Sicilia immobile, che era la Sicilia della sua infanzia. La crisi che ebbe a Milano, cominciò a risvegliare la sua memoria e scrisse in un’altra lingua che non era naturalmente il siciliano, ma era un italiano irradiato di dialettalità; facendo parlare i suoi personaggi per proverbi, per modi di dire siciliani, con una coloritura lieve di italiano. Anch’io ho seguito lo stesso cammino. Mi sono trovato in una Milano in subbuglio dal punto di vista politico, con scioperi, attentati, bombe che scoppiavano. Ma poi ho capito questa realtà e ho cercato di rappresentarla. Non ho avuto un ripiegamento o un rifiuto dell’attualità e della modernità ma ho cercato di rappresentare il tempo presente, senza nostalgie di una Sicilia metastorica. La mia Sicilia è sempre storica, io non credo al fatum, al destino, penso che l’uomo possa e debba intervenire nella storia per cambiare l’esistenza e per migliorarla. Ho fede nella storia e quindi ne rappresento i momenti critici con la speranza di un cambiamento. Quando è uscito Il sorriso dell’ignoto marinaio nel ’76, è stato letto da tutti. E stato letto dai giovani: tutti i quarantenni e i cinquantenni di oggi lo hanno letto. È stato il libro di una gene-razione. E un libro che è stato ristampato parecchie volte e ora è introvabile.

Quando Le è venuta in mente l’idea di un romanzo che prende spunto da un ritratto e da uno sguardo?

Durante i viaggi con mio padre. Ero un bambino petulante che voleva sempre andare col papà per vedere il mondo. Vidi per la prima volta, da piccolo, questo ritratto di Antonello da Messina, che mi impressionò perché mi sembrava una faccia familiare ma non riuscivo a decifrarla. Era il volto di una persona conosciuta: poteva essere la faccia di mio padre o di altre persone note. Da adulto, frequentando Cefalù, ho incominciato a frequentare il museo Mandralisca, e quindi la biblioteca con i suoi di oggetti d’arte. Questo quadro, che vedevo continuamente, era esposto vicino ad una finestra, su di un leggio. Mi incuriosiva il fatto che venisse dalle isole Eolie: avevo frequentato le isole Eolie, dove ero stato e dove avevo conosciuto la realtà dei cavatori di pomice. Da Messina, distrutta dal terremoto, veniva questo grande pittore, e quindi era come un reperto e un superstite di una distruzione naturale, che arrivava a Lipari e poi ritornava sulla terraferma, grazie ad un uomo sapiente, un erudito, che era questo barone Enrico Pirajno di Mandralisca. Tutti elementi che hanno alimentato la mia fantasia.

La luna di Nottetempo, casa per casa che significato ha? È la stessa luna di Lunaria?


Sì, è la stessa luna con effetti diversi… ma non tanto. Ha lo stesso significato della luna che porta la melanconia, melanconia che fa capire l’essenza della finitezza umana, del dolore dell’esistere. Ed è anche la malinconia che diventa in termini clinici depressione. La principessa di Lampedusa, la moglie di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, una psicanalista allieva di Freud, è stata anche la presidente della Società di Psicanalisi in Italia e ha studiato il fenomeno della licantropia, fenomeno antichissimo, stabilendo che la licantropia deriva dalla depressione, dalla malinconia. C’è un poeta italiano, Metastasio, che declama “Melanconia, ninfa genti-le, il mio spirto consegno a te”, in modo romantico insomma. Ma la malinconia, quando diventa sofferenza atroce, insopportabile, si trasforma in licantropia. La depressione non appartiene a nessuna categoria specifica sociale, ma attraversa tutte le categorie, dal nobile ricco al popolano. La depressione è talmente terribile ed insopportabile che nel mondo contadino arcaico i malati uscivano da casa ed urla-vano: da lì è nata la tradizione popolare, la leggenda che con la luna piena il licantropo usciva per le strade. Ho preso spunto da questa tradizione popolare per dire di questo personaggio che diventa licantropo ed esce nella notte durante la luna piena appunto in Nottetempo, casa per casa. Si chiama Marano ed è il padre del protagonista del romanzo. Marano viene da marrano. Erano gli ebrei che erano stati costretti a convertirsi per non essere cacciati dalla Sicilia nel 1492, come avvenne in Spagna, quando la Sicilia era sotto la dominazione spagnola. Marano si converti alla religione cattolica. Questo contadino era stato beneficiato dal suo padrone, che era un eccentrico, uno studioso di Tolstoi e che gli aveva donato tutti i suoi beni anziché lasciarli al nipote. La famiglia Marano da contadina diventa così proprietaria di terre e di case, da proletaria che era diventa piccolo borghese ed è costretta ad ubbidire alle regole della piccola borghesia. Il passaggio di classe porta nella famiglia Marano uno sconvolgimento: il padre diventa depresso, la figlia Lucia, sorella del prota-gonista, Pietro, non può più sposare il pastorello di cui era innamorata, deve rinunciare al matrimonio e impazzisce. Il giovane Pietro Marano pensa che questo dolore famigliare possa essere lenito con l’aiuto dei concittadini, con la partecipazione agli eventi della piccola comunità, con l’impegno politico, pensa che una società più giusta, meno chiusa nel familismo possa aiutare a sopportare il dolore dell’esistenza. Il giovane Marano pensava secondo le idee di allora, secondo le idee socialiste, ma poi compie un atto inconsulto, che per fortuna non diventa mortale, compie un attentato ed è costretto a fuggire. Vede così la violenza di quegli anni, gli anni Venti, la violenza dell’inizio del fascismo: quando arrivano le squadracce in casa sua e rompono le giare piene di olio d’oliva (l’olio è un simbolo molto importante). Marano risponde mettendo una bomba alla casa del suo antagonista, il barone Cicio, poi è costretto a fuggire in Tunisia. Allora capisce che la politica a volte diventa violenta e irrazionale, può diventare terrorismo, e quindi può essere speculare al fascismo. Pietro Marano pensa che, andando in Tunisia, l’unica cosa che può fare è quella di scrivere e trovare le parole per tutto quel dolore. Così finisce il romanzo.

Ora è uscito questo libro Lo spasimo di Palermo, recensito da tutti i giornali ed etichettato come libro difficile, perché io ho esteso la mia sperimentazione, senza nessuna concessione sino alle estreme conseguenze, ma… sono arrivato alle ventimila copie, che è già un miracolo.

Sa già qual è il prossimo romanzo che Lei vuole scrivere?

Nell’immediato devo pubblicare un libro di saggi, che ho scritto in tutti questi anni e che devo mettere insieme. È una raccolta di saggi che riguardano il mondo del lavoro: per esempio il mondo delle zolfare, dei minatori di zolfo e la letteratura che è scaturita da questa realtà sociale. E poi vari saggi letterari su Verga, Pirandello, Sciascia e altri autori siciliani. Ci sono anche dei pittori, Fabrizio Clerici… Sono dei saggi che devo mettere insieme e che si pubblicano entro quest’anno con un titolo che prendendo spunto dallo zolfo, si rifà ad un emistichio di Dante, quando parla della Sicilia, “la bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro, non per Tifeo, ma per nascente solfo”. E allora metterò questo titolo dantesco Per nascente solfo. E poi ho già tutta la documentazione per scrivere un romanzo, ancora una volta storico, am-bientato nel Seicento, però ancora è prematuro parlarne. Comunque posso dirle che ho trovato documenti in un Università spagnola: la biblioteca di Simancas. Ho trovato un documento preziosissimo, che riguarda la Sicilia naturalmente, e quindi su questo documento poi costruirò il mio romanzo. Si evince dai Suoi libri che Lei conosce lo spagnolo. Che rapporto ba con la cultura spagnola? Ad esempio, in Lunaria, c’è anche un effetto comico: Doña Sol dice una parola spagnola che non esiste, ma è per creare comicità. C’è anche un misto di spagnolo e di siciliano: “Viceregina de nada, principessa del desierto, duchessa de las nubes, marchesa del vacío, benefattrice de mez-quinidad. Palabras, patrañas, puro son, apariencia de Poder, de majestad. Casimiro, no tengo un grano, un baiocco, un tarí. Soy la mas miserable virreina de todo lo imperio de Sua Mayestad, Diós Le guarde” Devo dire che gli scrittori che citavo, di tipo razionalista, hanno sempre guardato alla Francia dell’illuminismo. Io, per la verità, ho sempre guardato alla Spagna, alla Spagna della grande letteratura a partire da Cervantes e poi dai grandi poeti della generazione del ’98, della generazione del ’27; ho letto, devo dire, più poesia che narrativa. Dai poeti barocchi, da Gongora o dai mistici come San Juan de la Cruz, sino naturalmente a Unamuno, ai poeti antologizzati da Gerardo Diego, della generazione del ’27, e poi tutti i grandi poeti, da Lorca ad Alberti a Vicente Alexandre e tutti gli altri, Machado, ecc… Quindi mi sono formato su questa letteratura spagnola, che amo tantissimo, perché trovo che sia la letteratura più profonda e perché trovo delle consonanze profonde fra la Sicilia e la Spagna. La Sicilia è molto ispanica, ma arabo-spagnola, perché abbiamo avuto una storia parallela: oltre alla civilizzazione spagnola, abbiamo avuto prima quella islamica; quindi trovo delle consonanze, trovo che sia la Spagna del meridione – non quella castigliana, ma quella sivigliana – abbiano avuto un momento di grande splendore e armonia sino a quella che Americo Castro chiama poi la rottura, l’età dei conflitti, quando prendono il potere i Re cattolici e cacciano via gli ebrei. Ma sia Palermo che Cordoba, per esempio, hanno vissuto dei momenti direi di altissima civiltà, quando c’era la convivenza fra queste varie culture. Insomma a Palermo c’erano gli ebrei, c’erano i mori, c’erano i latini, c’erano i greci e c’era uno scambio di cultura straordinario; poi i re normanni sono stati intelligenti nel conservare quest’armonia. Tutto questo è durato sino al 1492, con la cacciata sia dalla Spagna che dalla Sicilia degli ebrei e dei mori. Poi questo periodo aureo, che è una sorta di età dell’oro sia in Spagna che in Sicilia, si frantuma e avvengono tutti i disastri che conosciamo. Braudel ci racconta le atrocità nel Me-diterraneo, le battaglie fra cristiani e ottomani e turchi e musulmani, ecc…

Continuando questo discorso sulla Spagna. Lei ha letto le traduzioni spagnole che sono state fatte dei suoi libri. Cosa ne pensa?

Mi sembra che la lingua spagnola restituisca nel modo migliore il mio stile, perché ha le stesse componenti, le stesse sonorità del mio italiano, mentre, per esempio, le traduzioni in francese (il paragone lo posso fare col francese perché sono le due lingue che conosco), subiscono una sorta di “civilizzazione” del mio stile, cioè una sorta di “geometrizzazione” di appiattimento, per cui tutte le componenti che dentro ci sono di rimandi, di sonorità, di concatenazione di frasi, fatalmente si perdono, mentre nello spagnolo si conservano. Questa non è una captatio benevolentiae ma è la verità, ecco, si.

Ha mai pensato di approfondire questo rapporto della Sicilia con la Spagna?

È una cosa che ho sempre vagheggiato, ma ho bisogno di molto tempo per documentarmi. In quel libro Lo spasimo di Palermo già è accennato. Mi piacerebbe narrare la prigionia di Cervantes ad Algeri, dove era prigionero insieme ad un poeta siciliano che si chiamava Antonio Veneziano. Veneziano fu riscattato prima di Cervantes, poi ci fu una corrispondenza fra di loro. Veneziano gli mandò un suo poema, intitolato La Celia, e Cervantes gli rispose con delle ottave che sono state pubblicate: Ottave per Antonio Veneziano. Mi piacerebbe narrare la vicenda di questi due poeti, di questi due scrittori prigioneri ad Algeri. Sarebbe molto bello. Poi Cervantes è stato in Sicilia. Ha scritto le Novelle esemplari ambientate a Trapani. E stato a Messina, perché quando si è imbarcato per la battaglia di Lepanto, ha soggiornato a Messina. piacerebbe raccontare questo Cervantes siciliano, questo grandissimo scrittore, il più grande che esiste.

Certo. Mi ha colpito il fatto che Lei abbia una conoscenza della cultura spagnola. Lei lo spagnolo lo parla benissimo…

Parlare è una cosa, leggere è un’altra. Io ho sempre letto lo spagnolo da autodidatta, naturalmente, ma sono due cose diverse. Per parlare bisognerebbe vivere in Spagna, impossessarsi della lingua. La lingua letteraria è sempre diversa dalla lingua di uso quotidiano. La storia della Spagna mi interessa moltissimo. C’è questo grande storico: Americo Castro, con il suo libro La Spagna nella sua realtà storica, poi Siglo de Oro. C’è stata una polemica fra Borges e Americo Castro: Castro, con l’avvento del franchi-smo, si è rifugiato in Argentina e ha scritto un saggio sul castigliano argentino, che era un castigliano bastardo, non un castigliano puro. Ed allora Borges gli ha risposto con una lettera, Pubblicata con il titolo Lettera al professor Americo Castro (cfr. Jorge Luis Borges, “Las alarmas del doctor Américo Castro”, in Obras completas, Buenos Aires, Emecé, 1974, PP. 653-657).

Vincenzo Consolo con Irene Romera Pintor

Quanto ci mancano la penna e la spada di Sciascia.

di Vincenzo Consolo

«Chi sei?» domanda Danilo Dolci a Leonardo Sciascia durante il dibattito tenutosi al Circolo Culturale di Palermo il 15 aprile 1965. E Sciascia risponde: <<Sono un maestro delle elementari che si è messo a scrivere libri. Forse perché non riuscivo ad essere un buon maestro delle elementari. Questa può essere una battuta, ma per me è una cosa seria>>.

No, non è una battuta, perché sappiamo dalle sue Cronache scolastiche, pubblicate nel1955 nel numero 12 di “Nuovi Argomenti”, la malinconia, la pena, lo smarrimento e l’indignazione per le condizioni di quei suoi alunni di 5″ elementare, alunni poveri, figli di contadini e zolfatari. Pena e indignazione per le condizioni di Racalmuto, della Sicilia di allora e di sempre, sfruttata e umiliata dai “galantuomini”, oppressa dalla mafia. Inadeguato, incisivo, come si sente, nell’ insegnare, si mette a scrivere (ma Sciascia aveva già pubblicato, le Favole della dittatura nel 1950 e La Sicilia, il suo cuore nel 1952) e scrivere per lui, impugnare la penna, è come impugnare la spada, L’affilata, lucida e luminosa spada della ragione per dire, denunciare e quindi combattere i mali della società, le ingiustizie, le offese all’uomo, alla sua dignità. Aveva scritto Sciascia, nella premessa a Le parrocchie di Regalpetra, pubblicato nel 1956, parlando del suo paese, di Racalmuto: <<La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice – basta un colpo di penna – come dicesse un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso. Paolo Luigi Courier vignaiolo della Turenna e membro della legion d’onore, sapeva dare colpi di penna che erano colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna.,.>>, e ribadisce, nella conversazione con Dolci: «Io concepisco la letteratura come una buona azione. Il mio ideale letterario, la mia bibbia è Courier, l’autore dei libelli. Courier definì il libello una buona azione.,.>>. Anch’io <<in effetti non ho scritto che libelli». Il libello o pamphlet. E siamo nel ’65, quando già Sciascia aveva pubblicato vari libri di narrativa, fra cui Gli zii di Sicilia, Morte dell’inquisitore, Il giorno della civetta, Il consiglio d’Egitto. Ma libello, dice, nel senso di buona azione, di impegno civile, vale a dire, sia in campo narrativo che in campo saggistico o giornalistico. Dice, ancora in quell’incontro con Dolci: <<Ho scritto libri di storia locale, in un certo modo, nel tentativo di raggiungere un pubblico anche popolare. Cosa che parzialmente mi è riuscita. E il mio impegno – ormai è diventato quasi ridicolo palare di impegno – ma io continuo a ritenermi uno scrittore impegnato. Perché fin quando c’è una realtà che si deve mutare, pena proprio la morte, come il caso nostro della Sicilia, io ritengo che esiste l’impegno dello scrittore>>. Scrittura narrativa, dunque, e scrittura libellistica, e scrittura saggistica e scrittura. giornalistica. E in tutte le scritture Sciascia ha come principio, come cifra stilistica la chiarezza. <<Il problema della chiarezza è per me come se lo può porre un giornalista, non come se lo può porre un letterato>>. E qui, in tema di chiarezza, di scrittura chiara ed estremamente comunicativa, siamo nel problema dello stile. Scrive Roland Barthes ne Il grado zero della scrittura: <<Lo sconfinare dei fatti politici e sociali nel campo di coscienza della letteratura. ha prodotto un nuovo tipo, diciamo, di scrittore situato a metà strada tra il militante e lo scrittore vero e proprio (…) Nel momento in cui l’intellettuale si sostituisce allo scrittore, nelle riviste e nei saggi nasce una scrittura militante interamente liberata dallo stile e che è come il linguaggio professionale della “presenza”>>. E ancora: «Nelle scritture intellettuali si tratta di scritture etiche, in cui la coscienza di chi scrive trova
 l’immagine confortante di una salvezza collettiva.
Ora, crediamo che la distinzione barthesiana tra scrittore e intellettuale la si possa applicare a tanti scrittori, a partire dall’ Émile Zola del caso Dreyfus, ma nel caso di Sciascia non è possibile vedere quella dicotomia. Perché in Sicilia, in Italia, i fatti politici e sociali sconfinano con una tale irruenza, costanza e urgenza nella coscienza della letteratura che non è più possibile, per uno scrittore come Sciascia, praticare una lingua, uno stile per la scrittura narrativa e un altro per la scrittura di “presenza” o militante. <<Sono le grandi cose da dire che fanno la lingua>> afferma Sciascia. E anche; «Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono>>. La ragione che dalla buia miniera di Racalmuto, dalla Sicilia, lo porta alla luce di quella regione, di quella città dove la lingua ha avuto la sua più alta e limpida declinazione, a quelle rive dell’Arno in cui Manzoni volle sciacquare i panni. Manzoni fino ai rondisti. «Debbo confessare che proprio dagli scrittori “rondisti” – Savarese, Cecchi, Barilli – ho imparato a scrivere. E per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt’altra direzione, anche intimamente in me restano tracce di tale esercizio>> scrive il Nostro nella prefazione alla seconda edizione del’67 delle parrocchie di Regalpetra. La fiorentina lingua dei rondisti, sì, ma scavalcando poi le Alpi e trovando più robusta consistenza in quella lingua “geometrizzata”, come la definisce Leopardi, che è il francese, la lingua dei suoi illuministi, degli amati Diderot, Voltaire e Courier, la lingua del suo “adorabile” Stendhal. Scrive Italo Calvino a Sciascia, in data 26 ottobre 1964 (la lettera è pubblicata nel numero 77 della rivista francese “LArc”, dedicato a Sciascia): <<Tu sei molto più rigoroso “filosofo” di me, le tue opere hanno un carattere di battaglia civile che le mie non hanno mai avuto, esse hanno una univocità che è loro propria nel pieno del pamphlet. (…) Ma tu hai, dietro di te, il relativismo di Pirandello, e Gogol tramite Brancati, e, continuamente tenuta presente, la continuità Spagna-Sicilia, Una serie di cariche esplosive sotto i pilastri dello spirito filosofico. Io m’aspetto sempre che tu dia fuoco alle polveri, le polveri tragico-barocco-grottesche che tu hai accumulato”. E questo potrà difficilmente prodursi senza una esplosione formale, della levigatezza della tua scrittura>>. Ma mai e poi mai Sciascia avrebbe dato fuoco alle polveri, avrebbe fatto esplodere il suo stile, la sua lingua illuministico-comunicativa. Poiché polveri, esplosioni e tragici continui crolli, caligini e disordini erano già nella realtà storicosociale della Sicilia, dell’Italia; libertà e giustizia erano in quelle realtà continuamente offese, offeso era il cittadino, l’uomo nei suoi diritti, nella sua dignità. E allora Sciascia, tagliente penna-spada, con quella limpida, luminosa lingua “geometrizzata” scrisse i suoi romanzi, racconti. pamphlet, articoli di giornale, con la barthesiana scrittura di “presenza” o militante. I fatti poi, i fatti siciliani, italiani erano (e, ahinoi, sono tuttavia, direbbe Manzoni) così gravi e urgenti da spingere Sciascia a scrivere, a intervenire sulle pagine dei giornali, a spingerlo a dire, a denunziare, a indicare là dove un male civile era in atto o avrebbe potuto manifestarsi. Ma in lui gli intellettuali giornalistici erano anche occasione di ripercorrere la storia, rivisitare episodi, indicare personaggi, libri, autori che quegli episodi ci fanno capire, di cui ci indicano la soluzione. Già, da anni lontani. dalla metà degli anni Quaranta, Sciascia comincia a scrivere sui “giornali, sulla “Sicilia del Popolo” e quindi sul ‘Corriere del Ticino”. la “Gazzetta del Mezzogiorno”. sul “Corriere della Sera”. “La Stampa”, oltre che su varie riviste italiane e straniere. Ma il suo rapporto più assiduo, costante e direi più connaturale, è stato con il giornale “L’Ora”.
Inizia nel 1955) con un articolo su Micio Tempio, la collaborazione se pure saltuaria, con quel glorioso giornale di frontiera. Ma è dal ’64 al ’67 che Sciascia tiene sul quel giornale la rubrica settimanale “Quaderno”. E il nuovo direttore del giornale, Vittorio Nisticò. approdato a Palermo nel 1955, per restare alla direzione di quel giornale fino al ’75, a invitare Sciascia, tramite Gino Cortese e Mario Farinella. A collaborare col giornale. E lo farà, Sciascia, fino agli ultimi suoi anni, fino a dettare alla figlia, poco prima di morire, una nota su Giuseppe Antonio Borgese. La grande firma di Sciascia si affiancava nella gloriosa storia dell’ “Ora”, Fondato nel 1900 da Ignazio Florio e diretto da Vincenzo Morello (Rastignac), a quella di Verga, Capuana, Borgese, Rosso di San Secondo, Serao, Scarfoglio, Brocca, Di Giacomo, Guglielminetti, Ojetti; e, alla grande firma di Sciascia, si affiancavano firme di scrittori e intellettuali a lui vicini: Guttuso, Caruso, Addamo, Renda, Marck Smith, Sapegno, Sanguineti, Lanza Tomasi, Franco Grasso, Dolci, Giarrizzo, Pantaleone, lo stesso che qui vi parla, ed altri ed altri ancora: per non dire di intellettuali entrati come giornalisti a “L’Ora”: Farinella, Cimino, Saladino. Perriera, Nicastro e altri. Il rapporto più stretto, più assiduo di Sciascia con “L’Ora” è stato, come dicevo, attraverso la rubrica settimanale “Quaderno”, che va dal 24 ottobre 1964 al 27 giugno 1967. Rubrica poi raccolta in volume, pubblicato nel ’91 dalla stessa editrice “L’Ora”. Nella introduzione da me scritta per quel volume, definivo Sciascia “scrittore di pensiero”, in contrapposizione a quello scrittore di sentimento che era Verga. E l’uno e l’altro quindi, con due visioni del mondo e con due stili, con due lingue diverse: l’uno, ripetiamo, con una chiara ed estremamente comunicativa lingua centrale” o illuministica; l’altro con un italiano “irradiato di dialettalità”, come l’ha definito Pasolini. L’uno con una lingua articolata, dialettica; l’altro con una lingua chiusa, circolare, come di versetti biblici o sure del Corano. E cosa più importante, dietro Sciascia e Verga vi erano due biblioteche. Dietro Sciascia vi furono quei dieci importanti libri in cui s’imbattè nella sua infanzia, e quindi la sterminata biblioteca del suo vasto, inesauribile sapere. Per cui la lineare chiara scrittura di Sciascia, aveva in sé delle vaste e profonde risonanze; era la sua, in modo esplicito o implicito una scrittura palinsestica (di riscrittura egli parlava). In Verga, invece, non c’era nessuna biblioteca (ci poteva essere, sì, Zola o Flaubert), c’era solo in luì la memoria di Acitrezza o di Vizzini, la memoria dei proverbi e dei modi di dire siciliani che egli traduceva appena, in italiano.
La Spagna, innanzitutto. La Francia, abbiamo detto, nel pensiero, ma, com’egli ha scritto, <<La Spagna nel cuore>>. La Spagna della Guerra civile, la Spagna di Cervantes e di Unamuno, quella dei poeti della generazione del ’27, antologizzati da Gerardo Diego, di Lorca, di Alberti, di Guillén, Cernuda. Machado, Salinas, Aleixandre, Alonso .,. La Spagna di Manuel Azana, l’ultimo presidente della repubblica spagnola, l’autore de  La veglia a Benicarlò, che Sciascia aveva tradotto e introdotto per Einaudi. La Spagna ancora di Hemingwy e di Malraux, della città martire di Guernica e di Picasso dell’architetto Gaudì e di Robert Capa, della sconfitta dell’esercito fascista italiano a Gudalajara. Spagna e quanto di Spagna, attraverso lo schema del grande storico Américo Castro, è rimasto in Sicilia. Rimasto nelIa sua storia, nei costumi, nel modo di essere. Rimasto in quell’atroce fenomeno dell’lnquisizione. Inquisizione che è sì quella del Santo Uffizio a Palermo, del suo carcere qui. in questo palazzo dello Steri, dei messaggi degli inquisiti, dei Palinsesti del carcere. Quella Spagna e quella Sicilia di dolore e di orrore da cui sono scaturiti i racconti L’antimonio, Morte all’inquisitore, il Consiglio D’Egitto. Si chiude sì il Santo Uffizio a Palermo e il suo carcere, il giorno 27 marzo 1782, viene abbattuto l’orribile mostro”, come scrive il marchese Caracciolo al suo amico d’Alambert, ma le inquisizioni e le carceri continuano in Italia e nel mondo, là dove impera il “sonno della ragione” e si commettono ludibri, oscene vergognose violenze di uomini contro altri uomini, Di questo parlano, per esempio, le pareti delle carceri naziste o staliniste le carceri di via Tasso a Roma, così le pareti delle carceri argentine o cilene o greche, delle dittature dei colonnelli o di Pinochet; così oggi, e ancora con maggior ludibrio palano le pareti delle carceri americane in Iraq, di Abu Ghraib e quelle di Guantanamo. E, a proposito dell’Inquisizione a Palermo, Sciascia scrive ancora sul “Quaderno” del 21 novembre 1964: << II 19 agosto del 1953 incappò foco a due dammusi di polveri» nel castello a mare di Palermo: <<et essendo vicine le carceri, tutte le scacciò>>. Tra quei prigionieri di Castellamare perirono Argisto Giuffredi, autore di quel libretto (che precorre Beccaria) contro la tortura e la pena di morte intitolato Avvertimenti Cristiani, e il poeta Antonio Veneziano, che, nei bagni di Algeri, aveva conosciuto e stretto amicizia con Cervantes.
Tanti, tanti sono i tempi svolti da Sciascia in quei 125 articoli, scritti trai,’64 eil’67 per il “Quaderno”. Articoli che prendono spunto di volta in volta da fatti di cronaca – di mafia soprattutto -, da letture, viaggi, incontri, accadimenti politici, polemiche. Fra queste ultime vogliamo ricordare quella del 21 febbraio col giornalista dell’“Avanti!” Fidia Sassano. Il quale rimproverava a Sciascia di essere pessimista nei confronti del futuro della Sicilia, nonostante la miracolosa scoperta del petrolio in Sicilia, la presenza del “colosso europeo” del petrolchimico di Priolo, Melilli, Gela. E, dice Sassano a Sciascia: <<Questi benedetti letterati!». Ma benedetto letterato non era Sciascia allora, lo è stato invece, e ci dispiace dirlo, Vittorini, che in quel “petrolio siciliano” aveva visto il risveglio e il riscatto dei siciliani ed era stato indotto a scrivere Le città del mondo, uscito postumo. Del disastro, dello sfacelo di quell’utopia industriale che era stato il petrolio siciliano, Sciascia ne vede, profeticamente, il fallimento, così come profeticamente vede il fallimento del Psi, il Partito socialista italiano, cui Fidia Sassano appartiene. Quel partito socialista che alla sua fine, come frutto avvelenato, ci avrebbe lasciato in eredità un uomo e un partito: Berlusconi e Forza Italia, del cui potere o strapotere tutti soffriamo e di cui ci vergogniamo. Scriveva Sciascia: <<Sassano appartiene a quella categoria di socialisti che io chiamo soddisfatti: talmente soddisfatti che dalle loro soddisfatte viscere si possono trarre auspici non del tutto rassicuranti per il nostro immediato e lontano avvenire >>. Potrei ancora dire d’altri temi e d’altri spunti. Dire che questo illuminista interviene sempre là dove la ragione è offuscata, la libertà conculcata, il cittadino, l’uomo offeso. Ed è certo che la sua “conversazione” sempre dalla Sicilia parte e alla Sicilia si riduce, a quest’isola che duole al siciliano Sciascia, a questa regione in cui i siciliani onesti si ritrovano sempre “con la faccia per terra”, quei siciliani di “alta dignità e di tenace concetto” che non hanno meritato tutti i malgoverni locali e nazionali del passato, non meritano quelli nefasti e vergognosi di oggi, a Palermo e a Roma. Ci è mancato dal 1989 e ci manca ancora oggi e ogni giorno di più uno scrittore e un intellettuale come Leonardo Sciascia. Ci manca la sua penna, la sua spada. Come ci è mancata e ci manca quella di un suo confrère, di Pier Paolo Pasolini, il Pasolini delle Lucciole, del Palazzo, il Pasolini corsaro e luterano. Luterano come Sciascia, come pochi altri in questo Paese segnato da sempre da viltà e conformismo. Nel deserto e nella malinconia di questo nostro attuale Paese, di questo nostro contesto occidentale, ci conforta sapere che è stato qui con noi, per noi, un uomo come Leonardo Sciascia. Ci conforta sapere che possiamo tornare a rileggere le sue forti e luminose parole.

da Kalos “Sciascia il romanzo quotidiano”
2005 Gruppo editoriale Kalos

L’enorme realtà

Ci sono giorni d’inquiete primavere, di roventi estati, in cui il mondo, privo d’ombre, di clemenze, si denuda, nella cruda luce, appare d’una evidenza insopportabile.

È allora la visione dello Stretto delle Crocifissioni di Antonello. È l’agonia spasmodica, l’abbandono mortale dei corpi sospesi ai pennoni; è il terreno sparso d’ossa, teschi, ove il serpe scivola dall’orbita, campeggia la civetta.

Nell’implacabile luce di Palestina, Grecia o di Sicilia si sono alzate da sempre le croci del martirio; nelle Argo, Tebe, Atene o Corinto si sono consumate le tragedie.

Nell’isola di giardini e di zolfare, di delizie e sofferenze, di idilli e violenze, di zagare e di fiele, nella terra di civiltà e di barbarie, di sapienza e innocenza, di verità e impostura, l’enorme realtà, il cuore suo di vulcano, ha avuto il potere di ridurre alla paura, al sonno o alla follia. O di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della capacità del racconto, della rappresentazione.

Dono che hanno avuto scrittori come Verga, come Pirandello, come Sciascia. Pittori come Guttuso.

Guttuso ancora, nella Bagherìa dove è nato, ha avuto la sua Aci Trezza e la sua Vizzini, la sua Girgenti, la sua Racalmuto e la sua zolfara.

Un paese, Bagherìa – la Bagarìa, la bagarrìa: il chiasso della lotta fra chi ha e chi non ha, dell’esplosione della vitalità, della ribellione – un paese di polvere e di sole, di tufo e di calcina, di auliche ville e di tuguri, di mostri e di chiare geometrie, di deliri di principi e di ragioni essenziali, di agrumeti e rocce aspre, di carrettieri e di pescatori.

In questo teatro inesorabile, il gioco della realtà è stato sempre un rischio, un azzardo. La salvezza è stata solo nel linguaggio. Nella capacità di liberare il mondo dal suo caos, di rinominarlo, ricrearlo in un ordine di necessità e di ragione.

Verga peregrinò e s’attardò in “continente” per metà della sua vita con la fede in un mondo di menzogna, parlando un linguaggio di convenzione, di maniera. Dovette scontrarsi a Milano con il terremoto della rivoluzione industriale, con la Comune dei conflitti sociali, perché gli cadesse dagli occhi ogni velo di illusione, perché scoprisse dentro sé un mondo vero.

Guttuso, grazie forse alla vicenda, alla lezione verghiana, grazie ai realisti siciliani come Leto, Lo Jacono o Tomaselli, ai grandi realisti europei non ebbe, sin dal suo primo dipingere, esitazioni linguistiche. E sì che forti furono, a Bagherìa, le seduzioni del mitologico dialettale di un pittore di carretti come Murdolo, dell’attardato impressionismo o naturalismo di Domenico Quattrociocchi; forte, a Palermo, la suggestione di un futurista come Pippo Rizzo; forte, all’epoca, l’intimidazione del monumentalismo novecentista. Fatto è che Guttuso ebbe forza nell’occhio per sostenere la vista medusea del mondo che si spiegava davanti a lui a Bagherìa; destrezza nella mano per ricreare quel mondo nella sua essenza; intelligenza per irradiare di dialettalità il linguaggio europeo del realismo, dell’espressionismo, del cubismo.

Ma oltre che a trovarsi nella “dimora vitale” di Bagherìa, si trovò a educarsi, il pittore da giovane, nella realtà storica della Sicilia tra il ’20 e il ’30, in cui profonda era la crisi – dopo i disastri della guerra – acuto l’eterno conflitto tra il feudatario, tra il suo campiere e il contadino, decisa la volontà in ciascuno dei due di vincere. Vinse, si sa, e si impose, colui che provocò negli anni ’20 i morti di Riesi e di Gela, fece assassinare il capolega Alongi, il sindacalista Orcel; colui che, da lì a pochi anni, salito su un aeroplano, avrebbe bombardato Guernica: preludio di più vasti massacri, di olocausti. Si stagliarono allora subito le “cose” di Guttuso nello spazio con evidenza straordinaria, parlarono di realtà e di verità, narrarono della passione dell’esistenza, dissero dell’idea della storia. I suoi prologhi, le sue epifanie, Palinuro, Autoritratto con sciarpa e ombrello sono le prime sue novelle della vita dei campi di Sicilia, ma non ci sono in essi esitazioni, corsivi dialettali che “bucano” la tela, il linguaggio loro è già sicuro, la voce è ferma e di un timbro inconfondibile. L’Autoritratto poi, con la narrazione in prima persona, è la dichiarazione di intenti di tutta l’opera a venire.

(Renato Guttuso, autoritratto con ombrello e sciarpa)


La quale comincia, per questo pittore, col poema in cui per prima si consuma l’offesa all’uomo da parte della natura. Della natura distruttiva, che si presenta con la violenza di un vulcano.

La fuga dall’Etna è la tragedia iniziale e ricorrente, è il disastro primigenio e irrimediabile che può cristallizzare, fermare il tempo e la speranza, assoggettare supinamente al fato, o fare attendere, come sulle scene di Grecia, che un dio meccanico appaia sugli spalti a sciogliere il tempo e la condanna. Un fuoco – fuoco grande d’un “utero tonante” – incombe dall’alto, minaccia ogni vita, ogni creatura del mondo, cancella, con il suo sudario incandescente, ogni segno umano. Uomini e animali, stanati dai rifugi della notte, corrono, precipitano verso il basso. Ma non c’è disperazione in quegli uomini, in quelle donne, non c’è terrore nei bimbi: vengono avanti come valanga di vita, vengono con le loro azzurre falci, coi loro rossi buoi, i bianchi cavalli; vengono avanti le ignude donne come La libertà che guida il popolo di Delacroix.

Dall’offesa della natura all’offesa della storia. Il bianco dei teschi del Golgota di Antonello compare come bucranio in domestico interno, sopra un verde tavolo, tra un vaso di fiori e una sedia impagliata, una cuccuma, una cesta o una gabbia, a significare rinnovate violenze, nuovi misfatti, a simboleggiare la guerra di Spagna. L’offesa investe l’uomo in ogni luogo, si consuma nella terra di Cervantes, di Goya, di Góngora, Unamuno. La Fucilazione in campagna del poeta, del bracciante o capolega, è un urlo, è un’invettiva contro la barbarie. La Crocifissione del 1941 riporta, come in Antonello, l’evento sulla scena di Sicilia. Allo sfondo della falce del porto, del mare dello Stretto, delle Eolie all’orizzonte, sostituisce la scansione dei muri, dei tetti di un paese affastellato del latifondo, gli archi ogivali del palermitano ponte dell’Ammiraglio. Guttuso inchioda alla loro colpa i responsabili. Anche quelli che nel nome di un dio vittima, sacrificale, benedicevano i vessilli dei carnefici. Lo scandalo, di cui ciecamente non s’avvidero i farisei, non era nella nudità delle Maddalene, negli incombenti cavalli e cavalieri picassiani, nel ritmo stridente dei colori, lo scandalo era nel nascondere il volto del Cristo, nel far campeggiare in primo piano una natura morta con i simboli della violenza.

(Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-1941, olio su tela,)

Alla sacra conversazione, Guttuso aveva sostituito una conversazione storica, politica. “Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati […] ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee…” scriveva nel suo diario.

(la “Crocifissione”, capolavoro conservato al Museo Reale di Belle Arti di Anversa, creato dal celebre pittore siciliano Antonello da Messina. Realizzato a Venezia nel 1475)

Nello stesso anno della Crocifissione, rintoccava come lugubre campana la frase d’attacco di Conversazione in Sicilia di Vittorini. “Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori…” E sono, per Guttuso, negli anni della guerra, ancora interni, luoghi chiusi come per clandestinità o coprifuoco, con donne a spiare alla finestra, assopite per stanchezza, con uomini, in quegli angoli di attesa, a leggere giornali, libri. E in questi interni, è sempre il bucranio a dire con il suo colore di calce, con la chiostra spalancata dei suoi denti, l’orrore del tempo.

Cessata la guerra delle armi, ripresa la guerra contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, nel pittore c’è sempre, anche in un paesaggio di Bagherìa, in una bimba che corre, una donna che cuce, un pescatore che dorme, c’è il furore per un’antica offesa inobliabile. E pietà. Come nel momento in cui dal limite estremo del vulcano si cala fino al limite estremo, abissale della zolfara.

In quel luogo la minaccia della natura non è episodica, ma costante, permane per tutto il tempo della vita e del travaglio. Dentro quella notte, quelle viscere acide di giallo, i picconieri, i carusi, sono nella debolezza, nella nudità totale, rosi dalla fatica, dalla perenne paura del crollo e della morte. Una pagina di tale orrore e di tale pietà Verga l’aveva scritta con Rosso Malpelo. E Malpelo è sicuramente il caruso piegato de La zolfara e lo Zolfatarello ferito: il nero bambino dai larghi piedi, dalle grosse mani, dalla scarna schiena ingobbita, che sta per sollevare penosamente il suo corbello.

In tutto poi il peregrinare per il mondo, nell’affrontare temi “urbani”, Guttuso non perde mai il contatto con la sua memoria, non dismette mai il suo linguaggio.

Nel 1968 è costretto a tornare ancora una volta nel luogo della tragedia per una ennesima empietà della natura: il terremoto nella valle del Belice. È La notte di Gibellina. La processione di fiaccole sotto la nera coltre della notte, il corteo d’uomini e di donne verso l’alto, composto e muto, la marcia verso un’acropoli di macerie, ha un movimento contrario a quello de La fuga dall’Etna.

E sono, quelle fiaccole rette da mani, il simbolo della luce che deve illuminare e farci vedere, se non vogliamo perderci, anche la realtà più cruda, la realtà di ogni notte di terremoto o di fascismo.

(Renato Guttuso – natura morta)


Vincenzo Consolo – Di qua dal faro – Arnoldo Mondadori Editore Milano
I edizione ottobre 1999