Vincenzo Consolo: il dovere di scrivere sulla «mala pianta»

di Laura Pisanello

Settant’anni li ha compiuti nel 2003. Vincenzo Consolo, scrittore raffinato e schivo, nasce infatti, nel 1933, a Sant’Agata di Militello, paese costiero in provincia di Messina. Ma fin da giovane si trasferisce a Milano e cosi, da scrittore meridionale immigrato al Nord, nella memoria e nell’impegno ha trovato le sue principali fonti di ispirazioni. Settant’anni – scrive Consolo – che hanno fatto di me un «testimone, una lastra memoriale di eventi cruciali svoltisi in questo lungo tempo, il Novecento appena tramontato» nel Paese e in particolare in Sicilia. In Sicilia ho visto concludersi la guerra, iniziare la nuova vita civile, l’imporsi della necessità di emigrare al Nord.  «Ho visto – scrive ancora nella prefazione a Per Vincenzo Consolo (Piero Manni editore,2004) – la fine del mondo contadino, lo spopolarsi di paesi e di campagne, il nascere di quell’illusione industriale che avrebbe creato i pozzi mefitici di Augusta, di Priolo, di Gela; ho visto, nel vuoto creato dall’esodo della parte più consapevole del popolo, ricrescere e ingigantirsi la mala pianta siciliana della mafia, quell’osceno olivastro che, in simbiosi col potere politico, ha devastato il paesaggio, fisico e umano dell’isola».

Msa. La Sicilia di oggi è molto cambiata rispetto a quella della sua infanzia?

Consolo. Moltissimo. Nessuno pretende che tutto si fermi, si cristallizzi, ma avrei desiderato che lo sviluppo fosse un progresso più armonico nel rispetto della dimensione umana.

Invece, si è costruito selvaggiamente, spesso – lo apprendiamo dalle cronache – eludendo qualsiasi legge e contro le istituzioni. Poi, siccome c’e questo Stato paternalistico che condona, allora tutti osano.

lo ho cercato di esprimere questo mio rammarico, questo dolore per questa mia terra sfigurata, in L’olivo e l’olivastro che racconta un viaggio in Sicilia di uno che se ne era andato via da parecchi anni. E, quando ritorna, trova questo degrado non solo da un punto di vista paesaggistico, ma anche da un punto di vista umano. Un po’ sullo schema omerico del ritorno di Ulisse. E’ un Ulisse che non ritrova più la sua Itaca, che durante la sua assenza è sparita.

Ovviamente questo Ulisse è lei stesso, con i suoi continui allontanamenti e ritorni alla terra natale…

Non posso fame a meno perché e il luogo della memoria, degli affetti. Quando nasciamo veniamo incisi dai segni della cultura e della natura. E la Sicilia ha una grande ricchezza, anche nella stratificazione linguistica e culturale (civiltà greca, latina, araba, spagnola). Nel nostro dialetto ci sono ancora queste matrici di lingue del passato: io scavo da filologo nella lingua, per un bisogno di memoria.

Bisogna avere la consapevolezza dei luoghi dove si è nati, ma questo ci deve servire per aprirci alla conoscenza degli altri, non a chiuderci e a regredire.

foto Mike Palazzotto

Lei ha visto l’esodo dal Sud al Nord negli anni Cinquanta?

Vengo da una terra di immigrazione e di emigrazione (a Tunisi agli inizi del secolo c’erano novantamila italiani). Quando ero studente a Milano, negli anni Cinquanta, ho visto il grande esodo di braccianti meridionali verso il Nord. Ho visto in piazza Sant’Ambrogio il Centro orientamento immigrati, dove arrivavano contadini dalla stazione centrale in quei nebbiosi inverni milanesi e venivano scaricati lì dove c’erano le delegazioni dei Paesi stranieri, del Belgio, della Francia e della Svizzera e da lì venivano avviati o nelle miniere di carbone del Belgio o nelle fabbriche francesi. Capii in quel momento il dramma dell’immigrazione.

Come si comportano oggi gli italiani con gli immigrati?

C’è un sentimento di paura, di xenofobia, verso gli immigrati, che vengono immediatamente «criminalizzati» (anche chiamarli «clandestini» li marchia). Voglio dire che questo è un sentimento cieco perché la storia dell’umanità è fatta di incontri e arricchimenti reciproci, di spostamenti di popolazioni da un luogo all’altro. Oggi il nostro Paese sta invecchiando e questi immigrati sono giovani e portano veramente nuove energie.

Nelle cronache sull’immigrazione Siciliana dell’Ottocento ho letto che i primi passaporti venivano dati ai delinquenti, mentre la gente che non aveva conti in sospeso con la legge veniva sottoposta a visite mediche e spesso veniva scartata. Ci sono anche tra gli immigrati di oggi quelli che delinquono, ma la maggior parte di loro sono persone oneste che scappano da luoghi di violenza, di miseria e vengono a cercare speranza.

Tornando alla Sicilia, in questi ultimi tempi sembra che il problema della mafia non esista più  …

Dopo ii 1992, che è stato l’anno dell’impegno, della mobilitazione, è sceso il silenzio. Questo silenzio sulla mafia è un silenzio anche inquietante. L’interesse della mafia è sempre stato quello di stabilire rapporti con il potere politico. Ora, quando la mafia tace evidentemente si desume che questi rapporti sono ben saldi e ben stabiliti. Nel momento delle rotture avvengono le vendette e i fatti eclatanti.

Leonardo Sciascia, dopo aver scritto i primi libri (II Consiglio d’Egitto, Morte dell’Inquisitore) incominciò la serie dei romanzi gialli con II giorno della civetta. Quando lo andavo a trovare, gli comunicavo la mia disapprovazione da lettore per questa svolta. Lui sorrideva perché aveva scelto questa tecnica del romanzo poliziesco per dire altro. Capii, dopo, che lui aveva sentito l’urgenza di affrontare un tema come quello della mafia, servendosi di uno strumento collaudato come ii romanzo poliziesco. Nei suoi romanzi non si arriva mai all’individuazione del colpevole. Sciascia voleva dire che erano delitti politico-mafiosi, erano delitti del potere e li potere non poteva processare e condannare se stesso. Sciascia con questi romanzi ci ha dato il quadro di quella che è stata la storia d’Italia dagli anni Sessanta in poi.

Mi chiedo se sappiamo qualcosa di preciso, per esempio, sul delitto Moro …

Lei seguì anche, come cronista, dei processi di mafia?

Su invito del direttore de «L’Ora» di Palermo, nel 1975 presi aspettativa dalla Rai e andai a Palermo. Avrei dovuto dirigere le pagine culturali, ma non si videro mai: feci molti servizi, inchieste, poi mi mandarono a Trapani a seguire un processo in corte d’Assise. C’era un pubblico ministero che si chiamava Gian Giacomo Ciaccio Montalto, intelligentissimo, preparato. Dietro questo processo c’erano la mafia, il traffico della droga. Una sera Montalto mi invitò a casa sua, a Val d’Erice, sopra Trapani. E alla fine mi disse che riceveva moltissime telefonate e lettere anonime con minacce di morte: «Se mi dovesse succedere qualcosa, lei lo scriva». Gli chiesi perché non lo raccontasse alla polizia e lui rispose: «Dei miei superiori non mi fido». Mi sembrava di vivere in un romanzo giallo. Tornai a Milano e qualche anno dopo Montalto fu ucciso. lo raccontai la vicenda, Sciascia, che allora era deputato a Roma, fece una interrogazione alla Camera; il ministro rispose che a loro non risultava che Ciaccio Montalto avesse ricevuto minacce.

Lei si è laureato in legge ma non ha intrapreso la carriera forense…

Avrei voluto studiare Lettere, ma era considerata una facoltà da donne. Mi laureai in

Giurisprudenza a Milano e poi tornai in Sicilia dove andai a insegnare diritto in scuole agrarie di montagna. Lo feci per cinque anni, ma mi accorsi che il mondo contadino stava finendo e i ragazzi erano destinati anch’essi a emigrare.

Sentivo il desiderio di andarmene via e mi consigliai con Sciascia. Lui mi disse che se fosse stato giovane e senza famiglia se ne sarebbe andato anch’egli perché in Sicilia non c’era più speranza.

Come è finito alla Rai a Milano?

Milano mi sembrava l’unica città dove potevo andare: seppi che c’era un concorso per funzionario in Rai e lo vinsi. Ero l’unico senza ipoteche politiche. Quando mi vidi proiettato nel mondo del lavoro, ebbi subito un rifiuto.

Come è stato il suo rapporto con la Rai?

II mio rapporto con la Rai fu difficile: fui anche sospeso per indisciplina. Sono rimasto sempre ai margini, non ho fatto carriera, sono uscito con la stessa qualifica con cui sono entrato. Dicevo ironicamente: «Lavoro in una fabbrica di armi». Ho tentato tante volte di lasciarla.

Dopo la pubblicazione de II sorriso dell’Ignoto marinaio, Einaudi mi propose di andare a lavorare in casa editrice. Ma dopo una settimana scappai anche da Torino.

A che cosa sta lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo ambientato ancora una volta in Sicilia, alla fine del Seicento (ho trovato documentazione su un processo nell’archivio centrale di Spagna).

In un mondo che sembra dominato da violenza e caduta dell’etica, quali segni positivi lei ha trovato?

Ci sono delle luci di speranza. i movimenti pacifisti e l’impegno dei giovani a vedere al di là dei confini, in modo globale. Poi ci sono fenomeni poco conosciuti come il volontariato. All’ estero ho incontrato giovani, cattolici e laici che operano nei luoghi più infelici. Si vede che l’essenza umana ancora brilla. In Bosnia, in Libano, in Palestina con Saramago abbiamo incontrato pacifisti che lavorano in modo meraviglioso, ma questo i nostri politici lo ignorano.

Dal Messaggero di Sant’Antonio
novembre 2014

CONSOLO E IL GIUDICE CIACCIO MONTALTO

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Il prossimo 25 gennaio saranno 33 anni dalla morte per mano violenta, mano di mafia, del sostituto procuratore di Trapani, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, aveva 41 anni, era il 25 gennaio del 1983. Ammazzato a Valderice, davanti casa sua, al momento del rientro. Ancora per poco sarebbe stato in servizio al Palazzo di Giustizia di Trapani, presto sarebbe andato a Firenze, e quel trasferimento in Toscana faceva paura ai boss. La presenza di Cosa nostra in terra toscana sarebbe stata accertata anni dopo, una presenza di Cosa nostra che a Firenze e dintorni aveva intessuto stretti rapporti con la massoneria, alleanza che nel 1993 potrebbe essere servita a compiere le stragi che colpirono proprio Firenze, e poi Roma e Milano.

Ciaccio Montalto fu un «uomo dal candido coraggio», si imbatté nei primi anni 80 nella mafia che cominciava a cambiare pelle, quella che oggi chiamiamo «sommersa» e allora si cominciava ad interessare di appalti (1550 banditi e assegnati nel solo biennio 83/85 a Trapani, quasi tutti finiti intercettati da Cosa Nostra). Lo scrittore, e giornalista. Vincenzo Consolo appena scomparso lasciando ancora più orfana la Sicilia, disse un giorno di rimpiangere di non avere fatto il suo dovere, di giornalista, quando una sera raccolse lo sfogo di Ciaccio Montalto che si sentiva isolato: «Rimpiango di non avere disubbidito al suo volere e di non avere scritto subito quella intervista». Lo scrittore aveva vissuto Trapani per due mesi, nell’estate del 1975, quando seguiva per il giornale “L’Ora ” il processo al mostro di Marsala, Michele Vinci. Pubblica accusa di quel processo era il giudice Ciaccio Montalto.Consolo ricordò: «Un giorno Ciaccio mi chiamò e mi disse che mi voleva incontrare a Valderice, nella sua casa, da solo. Una sera andai e mi accolse con la moglie, una donna che negli occhi aveva tutte le preoccupazioni per il marito. Mi rivelò che aveva ricevuto delle minacce. Non scriva nulla, lo faccia solo se dovesse succedermi qualcosa, disse». Otto anni dopo, quella confessione divenne profezia. Allora scrisse sulla Stampa e sul Messaggero (a cui seguì una interrogazione alla Camera dei Deputati di Leonardo Sciascia) e rivelò ciò che Ciaccio Montalto gli aveva detto quella sera.

I magistrati di oggi e tra quelli che lavorano tra Trapani e Marsala, come Andrea Tarondo, titolare di molte indagini sulla nuova mafia trapanese, e l’ex procuratore di Sciacca, Dino Petralia, ex Csm, e che negli anni 80 fu collega vicinissimo a Ciaccio Montalto a Trapani, in più occasioni hanno osservato che“qui” non sarà tutto mafia quando corrisponderanno le azioni concrete, gli atti trasparenti, quando si cancellerà l’area grigia, quando la si smetterà di confinare la legalità nel lavoro di magistrati, giudici, investigatori. Lo disse il presidente Sandro Pertini proprio ai funerali di Ciaccio Montalto: «Per combattere la mafia c’è solo da rispettare fino in fondo la Costituzione». Ciaccio Montalto non è riuscito a sconfiggere la mafia, perchè la mafia glielo ha impedito. «Ulisse era il mito di Ciaccio Montalto» ha svelato un altro suo amico, il pediatra Benedetto Mirto, ma a lui non è riuscito ciò che riuscì a Ulisse, battere i proci e riconquistare la sua Itaca. Il compito oggi è di altri dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Ma la strada è in salita e lo sarà fino a quando non si riconoscerà come eroe davvero chi lo merita o chi lo fu  e non come avviene di questi tempi, che eroi vengono indicati i mafiosi e i corrotti.

CRONACHE SICILIANE DI VINCENZO CONSOLO

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Tanti anni fa Vincenzo Consolo raccontò di quando, da giovane, correva alla stazione del suo paese natale, Sant’Agata di Militello, «ad aspettare il “mio” giornale, il giornale dell’altra Sicilia, quella vera e storica della cultura e della speranza: “L’Ora”. Dalla sua cronaca apprendevo ora con gioia, ora con raccapriccio, delle occupazioni delle terre, delle uccisioni dei sindacalisti, della mafia, di Danilo Dolci, di Li Causi».Il grande scrittore siciliano è morto il 21 gennaio dell’anno scorso a Milano, lontano dalla sua isola amata e disamata. L’editore Sellerio, per l’occasione, ha pubblicato in volume gli articoli che Consolo scrisse sull’«Ora» in diversi periodi della vita: Esercizi di cronaca, a cura di Salvatore Grassia, con una prefazione di Salvatore Silvano Nigro (pp. 243, 13). Negli anni, Consolo collaborò a diversi giornali, «Tempo illustrato», «Il Messaggero», il «Corriere della Sera», «L’Unità», «il manifesto», ma per lui «L’Ora» fu sempre la voce di casa, il foglio più consonante, «il mio giornale», appunto. E sarebbe stato forse questo il titolo da dare alla raccolta uscita adesso, di grande interesse per la biografia dello scrittore.È una lezione di umiltà per Consolo il giornalismo. Non aveva, nei suoi confronti, la puzza sotto il naso di tanti letterati che disprezzano e insieme ambiscono a scrivere sui giornali. «Altro che dorata e comoda distanza, altro che metafora della scrittura letteraria! Com’è difficile il mestiere di giornalista e di giornalista in una città come Palermo, e in un giornale come “L’Ora”» scrisse.Il linguaggio, nei suoi romanzi, è essenziale. Ma nei suoi articoli dimentica del tutto il suo espressionismo barocco, usa soltanto l’italiano limpido e chiaro. Collaborò all’«Ora» dal 1964 e seguitò a scrivere su quel giornale della sinistra fin quando chiuse i battenti. Nel 1975 ? stava per finire, inquieto, il suo capolavoro, Il sorriso dell’ignoto marinaio ? lavorò per sei mesi nella redazione del quotidiano. Seguì allora a Trapani, nel Collegio dei gesuiti diventato Tribunale, il processo Vinci, l’uomo accusato di aver ucciso a Marsala tre bambine gettandole in un pozzo, condannato all’ergastolo per quegli orribili delitti. Scrisse la cronaca quotidiana del processo, testimone illuministico delle doppie verità, dei misteri, delle menzogne, delle isterie popolari, tra la tragedia greca e la manzoniana Storia della colonna infame. Protagonista è sempre il dubbio, i suoi resoconti sono minuziosi, a Consolo non sfugge nulla, attento alle figure e ai comportamenti dei giudici e all’enigmatico silenzio dell’imputato. Sa rendere partecipe il lettore del clima di follia che in quell’estate africana divise la città. Conobbe non superficialmente Giangiacomo Ciaccio Montalto, l’umanissimo e colto pubblico ministero del processo, che il 25 gennaio 1983 sarà ucciso dalla mafia. A lui Consolo dedicherà sul «Messaggero» pagine doloranti e bellissime.Gli articoli sul processo Vinci ? cento pagine ? letti adesso sembrano un libro nel libro. Consolo scrisse sull’«Ora» di molti temi. Il rapimento Corleo, parente dei ricchissimi cugini Salvo, gli esattori di Salemi, una cupa storia di mafia, ma usando il lato comico del suo primo libro, La ferita dell’aprile, raccontò anche storie gogoliane di vita siciliana andando a vedere gli uffici di Palermo, lo Stato civile, l’Inps, le Imposte dirette, con i loro grotteschi capiufficio, gli ispettori, gli impiegati.Lontano dalla Sicilia, invece i suoi articoli sembrano le lettere a casa di un eterno emigrato. Che cosa succede al Nord? Anche questo: un contadino salernitano viene licenziato da un’azienda di Codogno perché sa parlare soltanto nel suo dialetto.Scrisse affettuosamente di Franco Trincale, il cantastorie siciliano, e di Gaetano Manusé, il bancarellaio dalla faccia araba che vendeva libri dietro l’abside della chiesa di San Fedele, a Milano, ebbe clienti illustri, Montale, Toscanini, Luigi Einaudi, la Callas e tra le mani una Vita di Alfieri postillata da Stendhal.Il 12 giugno dell’anno scorso, sul «Corriere», Cesare Segre, recensendo La mia isola è Las Vegas, il libro di racconti uscito postumo, scrisse tra l’altro che «al dolore della perdita si mescola la consapevolezza, anche, dei mutamenti che questa perdita ha implicato per il quadro attuale della narrativa italiana. Si sa che Consolo era tra le figure di maggiore spicco del romanzo di fine Novecento».Si sa ora che era anche un ottimo giornalista.RIPRODUZIONE RISERVATA

Stajano Corrado