Pietha de Woogd ,traduttrice di Retablo in lingua olandese. Intervista Vincenzo Consolo Il 3 marzo 2011.

“Regioni e testimonianze d’Italia”, nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia


Pubblicato il 03 feb 2014

Il testo che segue è la trascrizione
dell’intervento registrato a Milano nel
marzo 2011, quale contributo introduttivo
alla sezione siciliana della
mostra “Regioni e testimonianze
d’Italia”, nell’ambito delle celebrazioni
del 150° anniversario dell’Unità
d’Italia, a Roma — Isola espositiva di
Castel Sant’Angelo – 31 marzo / 3 luglio
2011.
Alle Regioni era stato chiesto di
scegliere un testimonial cui affidare
la propria presentazione. La Regione
Siciliana ha proposto a Vincenzo
Consolo, che ha accettato
con la consueta disponibilità, di raccontare
la sua Sicilia.

Bibliografia Essenziale
– La ferita dell’aprile, romanzo, Milano, Mondadori, 1963; Torino, Einaudi, 1977; Mondadori 1989 (con introduzione di Gian Carlo Ferretti).
– Il sorriso dell’ignoto marinaio, romanzo, Torino, Einaudi, 1976; Milano, Mondadori, 1987 (introduzione di Cesare Segre).
– Lunaria, racconto, Torino, Einaudi, 1985; Milano, Mondadori, 1996.
– Retablo, romanzo, Palermo, Sellerio, 1987; Milano, Mondadori, 2000.
– Le pietre di Pantalica, racconti, Milano, Mondadori, 1988; 1990 (con introduzione di Gianni Turchetta).
– Catarsi, racconto, in Trittico, a cura di Antonio Di Grado e Giuseppe Lazzaro Danzuso Catania, Sanfilippo, 1989.
– Nottetempo, casa per casa, romanzo, Milano, Mondadori, 1992 Premio Strega; 199 (con introduzione di Antonio Franchini); Torino, Utet, 2006 (con prefazione di Giulio Ferroni).
– Lo spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998.
– Di qua dal faro, saggio, Milano, Mondadori, 1999.
– Il corteo di Dioniso, tre racconti, Roma, La Lepre edizioni, 2009.
– La mia isola è Las Vegas,racconti, Milano, Mondadori, 2012.

Guttuso. Pittura e letteratura (di Vincenzo Consolo)

gutnotte

Renato Guttuso, La notte di Gibellina

Ci sono giorni d’inquiete primavere, di roventi estati, in cui il mondo, privo d’ombre, di clemenze, si denuda, nella cruda luce, appare d’una evidenza insopportabile.È allora la visione dello Stretto delle Crocifissioni di Antonello. È l’agonia spasmodica, ’abbandono mortale dei corpi sospesi ai pennoni; è il terreno sparso d’ossa, teschi, ove il serpe scivola dall’orbita, campeggia la civetta. Nell’implacabile luce di Palestina, Grecia o di Sicilia si sono alzate da sempre le croci del martirio; nelle Argo, Tebe, Atene o Corinto si sono consumate le tragedie. Nell’isola di giardini e di zolfare, di delizie e sofferenze, di idilli e violenze, di zagare e fiele, nella terra di civiltà e di barbarie, di sapienza e innocenza, di verità e impostura, l’enorme realtà, il cuore suo di vulcano, ha avuto il potere di ridurre alla paura, al sonno o alla follia. O di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della capacità del racconto, della rappresentazione. Dono che hanno avuto scrittori come Verga, come Pirandello, come Sciascia. Pittori come Guttuso. Guttuso ancora, nella Bagheria dove è nato, ha avuto la sua Aci Trezza e la sua Vizzini, la sua Girgenti, la sua Racalmuto e la sua zolfara. Un paese, Bagheria – la Bagarìa, la bagarrìa: il chiasso della lotta fra chi ha e chi non ha, dell’esplosione della vitalità, della ribellione  – un paese di polvere e di sole, di tufo e di calcina, di auliche ville e di tuguri, di mostri e di chiare geometrie, di deliri di principi e di ragioni essenziali, di agrumeti e rocce aspre, di carrettieri e di pescatori. In questo teatro inesorabile, il gioco della realtà è stato sempre un rischio, un azzardo. La salvezza è solo nel linguaggio. Nella capacità di liberare il mondo dal suo caos, di rinominarlo, ricrearlo in un ordine di necessità e di ragione. Verga peregrinò e s’attardò in “continente” per metà della sua vita con la fede in un mondo di menzogna, parlando un linguaggio di convenzione, di maniera. Dovette scontrarsi a Milano con il terremoto della rivoluzione industriale, con la Comune dei conflitti sociali, perché gli cadesse dagli occhi un velo di illusione, perché scoprisse dentro sé un mondo vero. Guttuso, grazie forse alla vicenda, alla lezione verghiana, grazie ai realisti siciliani come Leto, Lo Jacono o Tomaselli, ai grandi realisti europei non ebbe, sin dal suo primo dipingere, esitazioni linguistiche. E sì che forti furono, a Bagheria, le seduzioni del mitologico dialettale di un pittore di carretti come Murdolo, dell’attardato impressionismo o naturalismo di Domenico Quattrociocchi; forte, a Palermo, la suggestione di un futurista come Pippo Rizzo; forte, all’epoca, l’intimidazione del monumentalismo novecentista. Fatto è che Guttuso ebbe forza nell’occhio per sostenere la vista medusea del mondo che si spiegava davanti a lui a Bagheria; destrezza nella mano per ricreare quel mondo nella sua essenza; intelligenza per irradiare di dialettalità il linguaggio europeo del realismo, dell’espressionismo, del cubismo. Ma oltre che a trovarsi nella “dimora vitale” di Bagheria, si trovo a educarsi, il pittore da giovane, nella realtà storica della Sicilia tra il ’20 e il ‘30, in cui profonda era la crisi – dopo i disastri della guerra – acuto l’eterno conflitto tra il feudatario, tra il suo campiere e il contadino, decisa la volontà di ciascuno dei due di vincere. Vinse, si sa, e si impose, colui che provocò negli anni ’20 i morti di Riesi e di Gela, fece assassinare il capolega Alongi, il sindacalista Orcel; colui che, da lì a pochi anni, salito su un aeroplano, avrebbe bombardato Guernica: preludio di più vasti massacri, di olocausti. Si stagliarono allora subito le “cose” di Guttuso nello spazio con evidenza straordinaria, parlarono di realtà e di verità, narrarono della passione dell’esistenza, dissero dell’idea della storia. I suoi prologhi, le sue epifanie, Palinuro, Autoritratto con sciarpa e ombrello, sono le prime sue novelle della vita dei campi di Sicilia, ma non ci sono in essi esitazioni, corsivi dialettali che “bucano” la tela, il linguaggio loro è già sicuro, la voce è ferma e di un timbro inconfondibile. L’Autoritratto poi, con la narrazione in prima persona, è la dichiarazione di intenti di tutta l’opera a venire. La quale comincia, per questo pittore, col poema in cui per prima si consuma l’offesa all’uomo da parte della natura. Della natura distruttiva, che si presenta con la violenza di un vulcano. La fuga dell’Etna è la tragedia iniziale e ricorrente, è il disastro primigenio e irrimediabile che può cristallizzare, fermare il tempo e la speranza, assoggettare supinamente al fato, o fare attendere, come sulle scene di Grecia, che un dio meccanico appaia sugli spalti a sciogliere il tempo e la condanna. Un fuoco – fuoco grande d’un “utero tonante” – incombe dall’alto, minaccia ogni vita, ogni creatura del mondo, cancella, con il suo sudario incandescente, ogni segno umano. Uomini e animali, stanati dai rifugi della notte, corrono, precipitano verso il basso. Ma non c’è disperazione in quegli uomini, in quelle donne, non c’è terrore nei bimbi: vengono avanti come valanga di vita, vengono con le loro azzurre falci, coi loro rossi buoi, i bianchi cavalli; vengono avanti le ignude donne come La libertà che guida il popolo di Delacroix. Dall’offesa della natura all’offesa della storia. Il bianco dei teschi del Golgota di Antonello compare come bucranio in domestico interno, sopra un verde tavolo, tra un vaso di fiori e una sedia impagliata, una cuccuma, una cesta o una gabbia, a significare rinnovate violenze, nuovi misfatti, a simboleggiare la guerra di Spagna. L’offesa investe l’uomo in ogni luogo, si consuma nella terra di Cervantes, di Goya, di Gòngora, Unamuno. La Fucilazione in campagna del poeta, del bracciante o capolega, è un urlo, è un’invettiva contro la barbarie. La Crocifissione del 1941 riporta, come in Antonello, l’evento sulla scena di Sicilia. Allo sfondo della falce del porto, del mare dello Stretto, delle Eolie all’orizzonte, sostituisce la scansione dei muri, dei tetti di un paese affastellato del latifondo, gli archi ogivali del palermitano ponte dell’Ammiraglio. Guttuso inchioda alla loro colpa i responsabili. Anche quelli che nel nome di un dio vittima, sacrificabile, benedicevano i vessilli dei carnefici. Lo scandalo, di cui ciecamente non s’avvidero i farisei, non era nella nudità delle Maddalene, negli incombenti cavalli e cavalieri picassiani, nel ritmo stridente dei colori, lo scandalo era nel nascondere il volto del Cristo, nel far campeggiare in primo piano una natura morta con i simboli della violenza. Alla sacra conversazione, Guttuso aveva sostituito una conversazione storica, politica. “Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati [..] ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee..” scriveva nel suo diario. Nello stesso anno della Crocifissione, rintoccava come lugubre campana la frase d’attacco di Conversazione in Sicilia di Vittorini. “io ero quell’inverno in preda ad astratti furori..” E sono, per Guttuso, negli anni della guerra, ancora interni, luoghi chiusi come per clandestinità o coprifuoco, con donne a spiare alla finestra, assopite per stanchezza, con uomini, in quegli angoli di attesa, a leggere giornali, libri. E in questi interni, è sempre il bucranio a dire con il suo colore di calce, con la chiostra spalancata dei suoi denti, l’orrore del tempo. Cessata la guerra delle armi, ripresa la guerra contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, nel pittore c’è sempre, anche in un paesaggio di Bagherìa, in una bimba che corre, una donna che cuce, un pescatore che dorme, c’è il furore per un’antica offesa inobliabile. E pietà. Come nel momento in cui dal limite estremo del vulcano si cala fino al limite estremo, abissale della zolfara. In quel luogo la minaccia della natura non è episodica, ma costante, permane per tutto il tempo della vita e del travaglio. Dentro quella notte, quelle viscere acide di giallo, i picconieri, i carusi, sono nella debolezza, nella nudità totale, rosi dalla fatica, dalla perenne paura del crollo e della morte. Una pagina di tale orrore e di tale pietà Verga l’aveva scritta con Rosso Malpelo. E Malpelo è sicuramente il caruso piegato deLa zolfara e lo Zolfatarello ferito: il nero bambino dai larghi piedi, dalle grosse mani, dalla scarna schiena ingobbita, che sta per sollevare penosamente il suo corbello. In tutto poi il peregrinare per il mondo, nell’affrontare temi “urbani”, Guttuso non perde mai il contatto con la sua memoria, non dismette mai il suo linguaggio. Nel 1968 è costretto a tornare ancora una volta nel luogo della tragedia per una ennesima empietà della natura: il terremoto nella valle del Belice. È La notte di Gibellina. La processione di fiaccole sotto la nera coltre della notte, il corteo d’uomini e di donne verso l’alto, composto e muto, la marcia verso un’acropoli di macerie, ha un movimento contrario a quello de La fuga dell’Etna. E sono, quelle fiaccole rette da mani, il simbolo della luce che deve illuminare e farci vedere, se non vogliamo perderci, anche la realtà più cruda, la realtà di ogni notte di terremoto o di fascismo.
L’articolo è stato pubblicato con il titolo L’enorme realtà in “asud’europa”, Anno V, n.5, 14 febbraio 2011 – rivista del Centro Studi Pio La Torre

Pubblicato da Salvatore Lo Leggio

Vincenzo Consolo come Verga

Nel 1893 Giovanni Verga lascia Milano, “stanco di anima e di corpo”, per ritornare nella sua Sicilia. A Milano aveva soggiornato per circa vent’anni, essendovi giunto nel novembre del 1872, ma se ne andrà alquanto deluso e risentito. In Sicilia Verga ritroverà i sedimenti profondi della sua memorialità e soprattutto la lingua delle origini; primordiale, robusta, incorrotta, da cui trarrà linfa vitale e sangue la sua fantasia e con cui darà forza, spessore, virulenza alle sue storie e alla sua poetica, come non gli era ancora accaduto. Questo generoso amalgama si rivelerà una felice epifania e lo trasformerà nel potente scrittore che conosciamo. Stilisticamente una vera e propria rivoluzione, pari a quella di altri giganti della letteratura europea del suo tempo. All’archetipo del ritorno degli scrittori siciliani moderni nella loro isola, Vincenzo Consolo dedica un breve capitolo “I ritorni” che chiude la sezione verghiana degli scritti compresi in Di qua dal faro. Ritorno nelle sue molteplici declinazioni, che non è solo tópos, mito, visionarietà, storia o civitas, ma soprattutto memoria e lingua; vale a dire, il corredo più acconcio e prezioso per uno scrittore. Ora è giunto il momento anche per lui, il momento del nóstos e del ricongiungimento, come lo fu per Verga più di un secolo fa; anche Consolo ripercorre a ritroso il suo cammino, di uomo prima che di scrittore, e da Milano dove era salito nel 1968 vivendovi e operandovi per oltre un quarantennio, inverte la rotta per riapprodare nella sua isola. “Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia isola”‘ , confida in un’intervista al settimanale palermitano “a sud’ europa” (1) nel dicembre scorso. Ribadita all’età di 77 anni, Consolo è del 1933, questa volontà suona perentoria, asseverativa, ultimativa. Quando questo avverrà, si sarà compiuta la parabola naturale di un uomo e di uno scrittore che non ha mai scisso, per sua e nostra fortuna, il legame profondo, primigenio, ancestrale, con l’ónfalos, con la terra, con la mater, che è impasto di lingua, carne, affetti e visione. E su quell’isola, non dimentichiamolo, c’è sedimentato il respiro di Sciascia e di Lucio Piccolo, di Verga e di Lampedusa, di Antonello e di Pirandello con la fantasia del Caos, il profumo perduto del suo pino. E c’è il mare, cioè il mito dei miti.
Ritorna, Consolo, con lo stesso risentimento, con la stessa delusione di Verga. Delusione per le aspettative tradite di una città divenuta, secondo le sue stesse parole, “città centrale della menzogna” (2). E non possiamo fare a meno di andare con la mente alla Milano di Tangentopoli e al tradimento che ne è seguito: al leghismo bieco e reazionario, al berlusconismo disinvolto e immorale, alla deriva etica, al degrado civile, all’indegnità opportunista della cosiddetta società letteraria, sempre più stomachevole. Il ritorno di Consolo non è un ritorno alla fonte salvifica (come fu per Verga); egli non ne ha bisogno; non ha bisogno di purificare la sua lingua alle fonti primigenie perché di quella lingua Consolo è impastato. Della sua oralità e della sua sostanza. Non torna per arginare la crisi dell’artista, perché di quell’universo vitale, labirintico e fecondo non si è mai separato. E rimasto, pur vivendo fuori dalla sua isola, il più siciliano degli scrittori siciliani: come Sciascia, come Buttitta. E questa è stata la sua forza e la sua fortuna. Egli non ha dissipato, e, in linea con la grande lezione della tradizione, ha tenuto salde le radici per non “disperdersi”, come dice Giuseppe Bonura, “in un ambizioso quanto vacuo internazionalismo’, senza anima e senza storia. In sintesi: senza verità. Se, com’egli scrive, “la letteratura è essenzialmente scrittura, è espressione linguistica; è tempo, ritmo delle parole, eco poetica di suoni” (3), il plurilinguismo, la poeticità, il suono, e direi anche il colore stesso della parola, non possono prescindere dalle lingue madri. Nessuna lingua artificialmente ricostruita può eguagliarne la potenza espressionistica, la densità sapienziale, la ricchezza significante, l’umoralità, l’irriverenza iridescente, l’ironia sovversiva. E lingua madre significa una lingua talmente antica e così arcaicada aver sfidato il divenire; che ha saputo tener testa all’omologante egemonia, al livellamento sterile e banale del linguaggio, nato dalla società consumistica e della pervasività televisiva.
Quest’opera di resistenza ha operato il Consolo artista, il Consolo creativo, attento alla parola quant’altri mai, attratto come direbbe Bonura “dalla passione inappagata del senso primitivo della parola” (4), da quella “nostalgia dell’inizio, dell’origine, quando un vocabolo poteva illuminare una vita” (5). Questa nostalgia, questa “regressione strategica” (sono ancora concetti di Bonura), si ricollega a radici antichissime e dai risultati espressivi sorprendenti. Valga per tutti l’Aristofane delle Tesmoforiazuse e della sua guardia, che argomenta in un misto di siculo-calabrese divertentissimo, e che non ha perduto nulla, a distanza di tanti secoli, della sua vis comica e della sua efficacia. Non si dimentichi che questa regressione strategica ci ha dato un capolavoro come Il sorriso dell’ignoto marinaio, da un lato, e come contrappeso quella favola barocca e notturna che è Lunaria. Un discorso approfondito meriterebbe anche il Consolo intellettuale, il ricercatore erudito, il filologo, il cultore di storia e di tradizioni, il saggista. Il Consolo che invidia la scrittura geometrica, rigorosa, analitica di sodali come Sciascia, Pasolini o Moravia è in realtà altrettanto illuminista, analitico, ragionatore. Chi vuole la prova di quanto sto sostenendo, si vada a leggere le oltre 280 pagine che hanno dato vita ad un libro composito come Di qua dal faro. Tutti assieme ora, quei saggi, quelle conferenze, quegli articoli, quelle prefazioni, compongono il corpo unitario di un volume che io trovo, oltre che bellissimo, assolutamente necessario.

ANGELO GACCIONE

NOTE (1) “a sud’europa” anno 3° n. 45, Palermo 21 dicembre 2009, pag. 18. Intervista a cura di Concetto Prestifilippo. (2) Idem. (3) Vincenzo Consolo, Di qua dal faro, Mondadori, 1999, cit. pag. 137, nel saggio “Verga fotografo” (4) LE LUCI DEL BAUHAUS – Linee/Voci, a cura di Angelo Gaccione, Gutenberg, 2001, pag. 7, “I labirinti della poesia”. (5) Idem.

L’ATTESA

di Vincenzo Consolo

Un piccolo cortile dietro un’umile casa di un paesino della provincia siciliana. Due coniugi, ultraottantenni, siedono nel cortile per avere un po’ di frescura durante le lunghe e calde giornate estive, ma anche d’inverno a volte vi si rifugiano, per il tiepido sole che vi batte, per sfuggire al freddo dell’interno delle due stanze (camera da letto e cucina). Sulla soglia della porta che dà nel cortile, tengono sempre la televisione con lo schermo rivolto verso di loro, ma privo di sonoro. Parlano tra loro, ma la moglie tiene sempre gli occhi fissi sullo schermo. I due coniugi, Benedetto e Lia Salanitro, pensionati, hanno due figli emigrati e vengono assistiti dalla giovane badante Surjani, proveniente dallo Sri Lanka. I due vecchi non fanno ormai che parlare dei loro ricordi, delle loro memorie, in un flusso che si interrompe solo quando la moglie commenta le immagini televisive che la colpiscono.

BENEDETTO Mi ricordo, mi ricordo quand’ero pastore nel bosco, là alla Miraglia, a Portella Femmina Morta, a Floresta, con le mie capre, i miei maialini neri su e giù per i prati, sotto faggi, cerri, querce. Si mangiava la sera e si dormiva dentro i pagliari. Ti ricordi, fu così che ti conobbi, Rosalia. Io scendevo coi miei maiali alla marina per la fiera d’aprile e per quella di novembre, passavo nel paese, e tu eri là, alla finestra, che mi guardavi.
LIA Mi ricordo Bettino. Tu urlavi quando passavi sotto la mia finestra, e io aprivo e ti guardavo. Com’eri selvaggio, con quel mantello nero, le scarpe di pelo di capra… Ma com’eri bello, bello, Bettino mio. Ti ho voluto sin dal primo momento. BENEDETTO Anch’io, Rosalia mia, sin dal primo momento che ti ho visto a quella finestra di casa tua. Mi sorridevi, mentre tua madre ti tirava indietro per un braccio e cercava di chiudere la finestra.
LIA Ah, Bettino mio, il destino è destino.
BENEDETTO Poi… La fuitina. Ti ricordi? Solo una notte fuori, a Brolo, alla pensione… Che bello, che bello! E il matrimonio poi, alle sei del mattino, in sagrestia.
LIA Eh sì, noi due soli, coi due compari testimoni.
BENEDETTO Però tuo padre poi è stato buono a mettermi su un negozio di ferramenta. Abbiamo così potuto campare… Noi e i nostri figli. I nostri due figli emigrati là in Continente, a Viggiù, che tornano qualche volta coi nipotini.
LIA (chiama battendo le mani) Surjani, Surjani!… SURJANI (appare sulla soglia la giovane badante) Comandi, signora.
LIA Un bicchiere d’acqua, subito. SURJANI Sì, subito, signora.
Surjani rientra in casa e subito riappare con un bicchiere d’acqua in mano che dà a Lia. Lia tracanna e poi emette un forte sospiro di sollievo. Porge il bicchiere vuoto a Surjani che rientra in casa.
LIA (sgrana gli occhi che fissa sullo schermo della televisione. Manda baci schioccanti verso l’immagine che appare in televisione.) Bello, bello, bello… BENEDETTO (che vede ormai molto poco) Chi è?
LIA E non lo vedi? È lui, il presidente. Bello, bello. Meno male che lui c’è.
BENEDETTO Ah, va be’
LIA E tutti che lo attaccano, tutti che lo odiano, la moglie, i giornali, i giudici… BENEDETTO Ma no, ma no…
LIA Sì, sì, ti dico!
BENEDETTO Va be’, va be’… Volevo ricordarti della guerra. Ti ricordi? Le bombe, dal mare, dal cielo… Le navi, gli apparecchi. Ah, quanti danni, quante macerie… E quanti morti, quei criminali di tedeschi che resistevano, che non se ne volevano andare. E noi siamo dovuti sfollare in campagna, con i due bambini, là nella nostra casetta di Vallebruca. Ma poi i tedeschi si ritirarono. Ti ricordi il polacco, Lia, ti ricordi?
LIA Quale polacco?
BENEDETTO Eravamo a tavola. La porta era aperta. Si presentò un soldato tedesco sbandato, la pistola e un documento in mano. “Io polacco, io cattolico” si mise a dire. Si avvicinò a me e mi fece capire che voleva liberarsi della divisa, vestire da civile, scappare, imboscarsi da qualche parte.
LIA Mi ricordo, mi ricordo adesso. Io tirai fuori dal cassetto del canterano una camicia e un paio di calzoni tuoi. Li porsi a te e tu facesti cenno al soldato di seguirti. BENEDETTO Lo portai giù, nella vallata, lo feci nascondere nel canalone del torrente secco coperto da un cespo di rovo. Arrivò poi la camionetta e si fermò lassù in alto sulla strada. Scesero due feroci coi fucili in mano. “Voronic, Antoni Voronic” si misero a urlare. E il povero polacco non resistette. Uscì dalla sua tana, ancora in divisa, le mani in alto, e si consegnò ai due che lo portarono via sulla macchina. Povero figlio, una brutta fine avrà fatto.
LIA Mi ricordo tutto, mi ricordo tutto ora. I due nostri figli piangevano e io cercavo di calmarli. Piangevano forse perché vedevano noi due spaventati. Sì, spavento. Pensavamo che venissero da noi con i loro fucili.
BENEDETTO Poi arrivarono gli americani. Li vedemmo scendere in colonna giù dalla montagna di San Filadelfio. A piedi e sui carrarmati.
LIA Sì, sì, e noi siamo scesi in paese, con tutte le masserizie sul carretto. I nostri due figli, Calogero e Peppino, ridevano, ridevano per la contentezza.
BENEDETTO Questa nostra piccola casetta per fortuna è rimasta sana, non ha avuto danni. Ma in paese quante macerie, quante case distrutte. Danneggiata anche la casa dei tuoi, di tuo padre e di tua madre.
LIA Eh, sì, sì. Ma là non ci abitava più nessuno, dopo che i miei erano morti. E l’unico mio fratello, Vincenzo, dall’Australia non è più tornato.
BENEDETTO Eh, la vita, la vita…
LIA Sì, sì, la vita. Questa è la vita.
BENEDETTO Io sono andato poi un giorno alla marina e ho visto sulla spiaggia un marinaio tedesco morto, ributtato dal mare. Tutto gonfio dentro la sua divisa nera, negli stivali. La faccia e le mani mangiate dal sale. Uh, che spavento, che impressione.
LIA Lo spavento per me è stato quando i nostri due figli, Calò e Peppe, invece di andare all’oratorio, se ne andavano alla marina a giocare con gli altri ragazzi con le armi che avevano lasciato là i soldati: bombe a mano, micce, fucili… E più di uno ci ha rimesso la vista, le mani, o addirittura la vita. Due ne sono morti, di quei carusi, I nostri per fortuna non hanno avuto guai.
BENEDETTO Eh, i guai ce l’hanno adesso, là dove sono emigrati. Ha chiuso la loro fabbrica, e loro sono a spasso, senza lavoro, con la moglie, i figli… Ah, che tempi, che tempi!
LIA (sgrana gli occhi e fissa lo schermo televisivo) Aspetta, aspetta. E lui, sempre lui. Bello, bello! (Manda baci verso lo schermo) Lui risolverà tutto, vedrai, il nostro presidente!
BENEDETTO Sì, sì, va bẻ’…
LIA (batte le mani e chiama) Surjani, Surjani! SURJANI (apparendo sulla soglia) Comandi, signo-
LIA Portami un bicchierino di rosolio, voglio bere alla salute del presidente.
LIA Ma sì, quella bottiglia scura che c’è sul comò. SURJANI Rosolio? Io non sapere. Surjani rientra e poi riappare con la bottiglia del rosolio e un bicchierino. SURJANI Ecco, signora. È questo?
LIA Sì, sì. Ma quando imparerai? Surjani, versando il rosolio nel bicchierino, fa spallucce.
LIA (al marito) Tu, ne vuoi?
BENEDETTO Io no, no!
LIA (bevendo) Alla salute del presidente. Cent’anni, cent’anni e più! (E beve il rosolio) Surjani riprende il bicchierino e la bottiglia e rientra in casa.
BENEDETTO E poi è cominciata la vita politica, i partiti, i comizi.
LIA Bella roba, bella roba. Tutti gli stessi erano, tutti uguali. Meno male che ora c’è questo presidente che ha messo le cose a posto. Hai visto a L’Aquila per il terremoto? Che rapidità, che bravura. Ha dato casa e speranza a tutta quella povera gente. Con quello della Protezione. Come si chiama? Ah, Bertolazzo. Che bravo, che bravo! BENEDETTO Mi ricordo che una domenica mattina passavo per la piazza. C’erano tutti i contadini che scendevano la domenica in paese per vendere la loro frutta e la loro verdura. Erano tutti là che ascoltavano uno che, all’impiedi sopra un sedile, parlava, faceva un comizio. “Chi è?” chiesi a un contadino. “Uno che si chiama Li Causi,” mi rispose. Mi colpì quel nome e mi fermai ad ascoltare. Quello parlava ai contadini in siciliano. Diceva dei feudi, delle lotte contadine, della riforma agraria. Diceva di un partito, il Blocco del popolo.
LIA Ah, va be’. Cose antiche, cose antiche…
BENEDETTO Antiche, sì, ma importanti.
LIA Ma che importanti? Ma va, va…
BENEDETTO (continuando con i suoi ricordi) C’era stato un casino, un casino, prima: l’indipendentismo, il banditismo. Finocchiaro Aprile, il bandito di Montelepre, Giuliano, la mafia… L’autonomia. Ma poi per fortuna alle prime elezioni vinse questo Blocco del popolo, socialisti e comunisti con la faccia di Garibaldi sui manifesti. E poi il casino ancora, mafia, mafia, e quanti morti ammazzati. Fino alla strage di Portella della Ginestra, il Primo maggio del ’47, alla pietra di Barbato. Spararono tutti là, contro quei contadini che festeggiavano, spararono i banditi di Giuliano comandati dai mafiosi, e i fascisti di Borghese. Morti innocenti, donne e bambini.
LIA (infastidita) Ma ancora, ancora’ste cose antiche… Ma non la finisci, non la finisci più!
BENEDETTO Antiche, antiche, sì, ma quanto mai vere…
LIA Vere. La verità vera è che ormai abbiamo la pace. Questo governo ci ha dato la pace, la pace vera e ogni bene possibile. Hai capito? Benedetto sempre più stanco, provato, abbandona le braccia lungo i fianchi e abbassa la testa sul petto.
LIA (guardando lo schermo televisivo) Bello, bello. Canta, canta con Moscatiella, canta napoletano… Bello, bello (manda baci schioccanti).
BENEDETTO (riscuotendosi e, come risvegliandosi) E vennero i preti, vennero i preti giù a comiziare padre Lombardo, padre Alessandrini… De pericolo, dicevano, del pericolo della vittoria de nemici di Dio e della santa Chiesa cattolica.. “Ah, ah, povera Italia,” dicevano.
LIA (indignata. Quasi si alza dalla sedia e comincia inveire) Minorenne, minorenne? Ma scherzi: mo. Papi, papi, ma quale papi? È tutta ur calunnia, una congiura dei nemici. Pover povero il mio presidente, povero il mio Salvi
BENEDETTO Poi venne quel giorno, il 18 aprile d ’48. E vinse lei, la Democrazia cristiana. Vinse Andreotti. Ed è durata, è durata, sino a quando non arrivò lui, il mio compaesano, Bettino. Lo sai perché Bettino? Dal santo del mio paese, san Benedetto il Moro. Che poi, nel Sudamerica, è diventato San Benito. Quello là, il fascista, prende quel nome pure da lui, Benito. Ah, la storia, la storia…
LIA (sempre più indignata) E ora pure quest’altra. Buttana! Buttana! Come si può credere a una buttana? La registrazione… Sì, va be’. È tutta una congiura. Povero, povero il mio Salvio.
Benedetto emette un lamento e si accascia.
LIA (si accorge del mancamento del marito, si alza lo scuote. Lo chiama) Bettino, Bettino!
BENEDETTO (emette un lamento) Ah, ah…
LIA (spaventata) Surjani, Surjani, presto, vieni. SURJANI (apparendo sulla soglia) Sì, sì, signora.
LIA Vieni, vieni. Porta l’acqua, l’acqua. SURJANI (rientra e riesce subito in cortile con un bicchiere d’acqua che porge a Lia) Ecco, ecco, signora.
LIA (scuote e dà schiaffettini a Benedetto per farlo risvegliare) Bettino, Bettino mio. Tieni l’acqua, bevi, bevi.
BENEDETTO (risvegliandosi) Ah, ah. Sì, sì. Dammi, bevo. (Beve e si riprende)
LIA (porgendo il bicchiere vuoto a Surjani) Tieni, tieni. Puoi andare. SURJANI Sì, signora. (Prende il bicchiere e rientra in casa)
BENEDETTO (parla ora con fatica) Lia, Rosalia, questo non te l’ho mai detto, ma noi due, i nostri santi sono uno contro l’altro. È una storia che mi ha raccontato un prete quando ero ancora un caruso a San Filadelfio. Dunque, c’era la peste a Palermo e si cercava un nuovo santo patrono per farla cessare, perché santa Cristina non funzionava. I francescani allora presero san Benedetto il Moro, figlio di uno schiavo negro, nativo di San Filadelfio, del mio paese. I gesuiti dissero: “Un santo nero? Ma scherziamo?” Inventarono allora santa Rosalia, e dissero che le sue ossa erano state trovate in una grotta del monte Pellegrino. Santa Rosalia veniva da Carlo Magno, dissero, era quindi nobile, vergine e bianca. E lei fu la nuova patrona di Palermo. Ma san Benedetto il Moro sbarcò poi in Sudamerica, dove divenne san Benito da Palermo. È quello che diede il nome a Benito il fascista e anche al Bettino socialista, quello morto in Tunisia. E poi è arrivato questo tuo Salvio con il palermitano dell’Otre, otre d’olio, e con lo stalliere Manganaro.
LIA Oh Gesù, Gesù, che dici, ma che favole racconti? Io e te uno contro l’altro. Ma che dici, Bettino mio? E dell’Otre poi, Manganaro…
BENEDETTO No, no, Lia. La storia, raccontavo la storia di san Benedetto e di santa Rosalia. E poi la storia del tuo Salvio e dei compari e degi amici degli amici di Palermo e di Milano.
LIA La storia, la storia… Sì. Sì, favole sono, favole.
BENEDETTO (accasciandosi ancora, con un fil di voce) Eh, no, no. È proprio storia, storia…
LIA (sgrana gli occhi, fissa lo schermo televisivo e urla, alzandosi in piedi) Ah, no, no, non è possibile. L’hanno colpito in faccia. Ma povero il mio Salvio! Il sangue, il sangue sulla faccia. Disgraziati, assassini! Volevano uccidere il mio Salvio, ma non ci sono riusciti. (Si porta le mani sulla faccia e piange. Chiama poi la badante)
LIA Surjani, Surjani, qua subito! Portami il rosolio, il rosolio! Appare Surjani con la bottiglietta del rosolio e il bicchierino in mano. SURJANI Ecco, ecco, signora. (Versa il rosolio nel bicchierino. Lia lo prende e lo beve d’un fiato)
LIA Ah, ah, ah, che ristoro. Potessi, potessi darlo al mio povero Salvio. Ah, Salviuccio mio, ti hanno colpito i nemici tuoi, di questa nostra Italia. Vigliacchi, vigliacchi! BENEDETTO (emette un lungo lamento) Ah, ah…
LIA (si gira, lo guarda, e subito volge lo sguardo verso lo schermo) Ma che hai? Ma basta, basta, finiscila! Quel poveretto sì che sta male. Lo hanno colpito al viso con una pietra. Lui sì che sta male. Ma per fortuna lo curano là, nell’ospedale di San Michelangelo, quello di don Zerzé. Meno male, meno male.
BENEDETTO (sospirando, sempre più accasciato) Ah, Lia, Lia… I nostri figli, i nostri due figli, e i nipoti, non li vedrò mai più…
LIA Ma che dici, che dici. Non straparlare. Pensa piuttosto a quel poveretto, quel mio Salvio colpito là, nella piazza del Duomo.
BENEDETTO (sospirando profondamente) Ah, Lia, Lia mia, io me ne vado, me ne vado…
LIA Ma dove vuoi andare, dove?
BENEDETTO Non vedi, non vedi, non te ne accorgi.
LIA (gli occhi allo schermo televisivo) È uscito, è uscito. Bello, bello, è più bello di prima. Ah, Salvio, Salvio mio! Salviatore della patria! (Si alza e manda baci verso lo schermo) E lo vogliono processare questi comunisti, tutti comunisti! Toghe rosse, come il mio Salvio le ha chiamate. Toghe rosse, comunisti!
BENEDETTO (emette un forte lamento) Ah, ah…
LIA (sempre con gli occhi allo schermo) Ma finiscila, finiscila, lamentoso che non sei altro!
Benedetto non dà più segni di vita. È accasciato nella sua sedia, la testa reclinata da una parte.
LIA (finalmente si gira verso il marito, lo guarda, lo chiama) Bettino, Bettino! (Si alza, va presso di lui, lo scuote. Urla) Bettino, Bettino, rispondimi! (Ma Bettino è morto, esanime. Lia urla, le mani nei capelli) Surjani, Surjani! Aiuto, aiuto! Arriva Surjani nel cortile. Vede la scena. Si acco sta a Benedetto, lo scuote per una spalla. SURJANI Signore, signore… (Benedetto non risponde. Surjani si gira verso Lia) Signora, il signore è morto.
LIA Morto? No, no. Aiuto, aiuto. Surjani, chiama gente! Chiama i miei figli. Aiuto, aiuto. (Lia urla, le mani nei capelli) SURJANI Signora, io non sapere.
LIA Chiamo io i miei figli. (Poi si avvicina al marito) Bettino, Bettino mio, così te ne sei andato… E io che pensavo a quello, a Salvio. Maledetto Salvio!

Rientra in casa insieme a Surjani. Sulla scena resta Benedetto morto.

Trivelle e cemento, Sicilia da basso impero

TRIVELLE  E CEMENTO, SICILIA DA BASSO IMPERO

pubblicato il 3.11.2010  IL MANIFEST0

 

“E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo, ma per nascente solfo,…”

(Dante, Paradiso,VIII)

 

Non più, non più “caliga” la Sicilia per i vapori di zolfo, ché negli anni Sessanta del Novecento si sono chiuse tutte le zolfare, ma caliga oggi l’Isola e potrà ancor più essere asfissiata da mefitici, micidiali vapori domani per i progetti di trivellazioni di pozzi petrolifici nel Val di Noto. Val di Noto o Contea di Modica, la parte della Sicilia orientale che il torrente Salso divide dalla Sicilia occidentale. Questo Vallo, dominato dai Normanni e quindi dagli Aragonesi non era contrassegnato dall’arcaico sistema feudale del latifondo come nella parte Occidentale, nel cui contesto, con i gabelloti, i soprastanti e campieri è nata la mafia. Ma vi era la divisione della terra, della piccola proprietà contadina. L’economista Paolo Balsamo compie nel 1808 un viaggio nel Val di Noto o Contea di Modica e annota, sulla esistenza della piccola proprietà contadina: “Questa sorta di equità sociale nella Contea era forse dovuta ai normanni Chiaramonte e quindi all’aragonese ribelle Bernardo Cabrera, i quali non avevano instaurato lo stesso arcaico sistema feudale del latifondo, come nell’occidente siciliano…”. Ebbene in questa Val di noto o Contea di Modica ora il colosso Texano del petrolio Panther Oil (un nome, un programma!) vuole qui trivellare per cercare petrolio. Nel 2004, sotto il governo regionale di Totò Cuffaro( Totò vasa vasa), la Panther ottiene le autorizzazioni per trivellare. Trivellare là, nella patria del barocco in un territorio tutelato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Ma a Totò bastavano due cannoli e concedeva tutto. Non solo trivelle in terra, ma anche piattaforme in mare come quella già esistente al largo di Pozzallo. Una storia, quella delle trivellazioni in Val di Noto, che sembrava chiusa, ma che una sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa(Cga) riapre dando via libera alle trivellazioni. Manifestazioni nei paesi del Val di Noto ci sono state, nel paese di Vittoria soprattutto, appelli di intellettuali. E la questione è aperta. Trivellazioni, petrolio da una parte, cemento da un altra parte.

Cemento a Siracusa, nelle antiche Siracuse. Siracusa la greca, la Pentapoli, con i suoi straordinari siti archeologici, i suoi templi, i suoi teatri, le sue latomie. Siracusa, patrimonio dell’umanità, rischia oggi di essere coperta da una coltre, da un sudario di cemento. Già in anni passati la nobile città aveva avuto il suo primo oltraggio. A pochi chilometri dalla città, tra Priolo e Melilli era sorto il petrolchimico dell’ENI che  con i suoi velenosi miasmi ha provocato un disastro ambientale. Chi lavora e abita in quei luoghi si ammala di cancro; lì nascono bambini malformati.

E oggi il disastro minaccia proprio Siracusa, una città che per la sua profondità storica e per la sua bellezza dovrebbe essere inviolabile e invece sono in programma progetti devastanti. Sul porto grande della città, il porto dell’isola di Ortigia, dove abita la nostra cara ministra dell’ambiente Prestigiacomo, l’Ortigia che ha di fronte i monti Iblei e la penisola del Plemmirio, su questo porto sono in programma due progetti, due approdi di cemento che coprano l’acqua del mare. Il primo, già in costruzione è approvato nel 2007 da Regione, Comune, Genio Civile, Capitaneria di Porto. 50.000 mq di superficie vengono sottratti al mare e sulla superficie di cemento sono previste costruzioni di uffici, negozi, ristoranti, hotel, centri benessere, eliporto…e ancora nella penisola del Plemmirio sono previste costruzioni di ville; nel castello di Urialo, fra le torri e le mura antiche, sequele di casette a schiera. Siamo allo scempio, all’oltraggio. Il secondo porto in progetto dentro il Porto Grande, con il suo cemento dovrebbe coprire ancora 50.000 mq di mare. Ma chi li ferma, chi ferma questi cementificatori?

Si, si sono formati dei comitati per scongiurare il pericolo di devastazione: attorno al siracusano Enzo Maiorca, il campione d’immersione in apnea; si sono fatti esposti all’Unesco; si muove Italia-Nostra di Siracusa; si è creato il movimento SOS Siracusa. Si riuscirà a fermare la colata di cemento sopra la luminosa Siracusa?

Conoscendo le amministrazioni, comunali, regionali e nazionali italiche, da vergognoso basso impero, diffidiamo.

E tuttavia speriamo. Se no, dobbiamo solo recitare i versi di Ungaretti:

Calava a Siracusa senza luna

La notte e l’acqua plumbea

E ferma nel suo fosso appariva,

Soli andavamo dentro la rovina…

Si, dentro la rovina del cemento!

Vincenzo Consolo

2/11/2010

TRIVELLE  E CEMENTO, SICILIA DA BASSO IMPERO                                   

 

 

“E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo

che riceve da Euro maggior briga,

non per Tifeo, ma per nascente solfo,…”

(Dante, Paradiso,VIII)

 

Non più, non più “caliga” la Sicilia per i vapori di zolfo, ché negli anni Sessanta del Novecento si sono chiuse tutte le zolfare, ma caliga oggi l’Isola e potrà ancor più essere asfissiata da mefitici, micidiali vapori domani per i progetti di trivellazioni di pozzi petrolifici nel Val di Noto. Val di Noto o Contea di Modica, la parte della Sicilia orientale che il torrente Salso divide dalla Sicilia occidentale. Questo Vallo, dominato dai Normanni e quindi dagli Aragonesi non era contrassegnato dall’arcaico sistema feudale del latifondo come nella parte Occidentale, nel cui contesto, con i gabelloti, i soprastanti e campieri è nata la mafia. Ma vi era la divisione della terra, della piccola proprietà contadina. L’economista Paolo Balsamo compie nel 1808 un viaggio nel Val di Noto o Contea di Modica e annota, sulla esistenza della piccola proprietà contadina: “Questa sorta di equità sociale nella Contea era forse dovuta ai normanni Chiaramonte e quindi all’aragonese ribelle Bernardo Cabrera, i quali non avevano instaurato lo stesso arcaico sistema feudale del latifondo, come nell’occidente siciliano…”. Ebbene in questa Val di noto o Contea di Modica ora il colosso Texano del petrolio Panther Oil (un nome, un programma!) vuole qui trivellare per cercare petrolio. Nel 2004, sotto il governo regionale di Totò Cuffaro( Totò vasa vasa), la Panther ottiene le autorizzazioni per trivellare. Trivellare là, nella patria del barocco in un territorio tutelato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Ma a Totò bastavano due cannoli e concedeva tutto. Non solo trivelle in terra, ma anche piattaforme in mare come quella già esistente al largo di Pozzallo. Una storia, quella delle trivellazioni in Val di Noto, che sembrava chiusa, ma che una sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa(Cga) riapre dando via libera alle trivellazioni. Manifestazioni nei paesi del Val di Noto ci sono state, nel paese di Vittoria soprattutto, appelli di intellettuali. E la questione è aperta. Trivellazioni, petrolio da una parte, cemento da un altra parte.

Cemento a Siracusa, nelle antiche Siracuse. Siracusa la greca, la Pentapoli, con i suoi straordinari siti archeologici, i suoi templi, i suoi teatri, le sue latomie. Siracusa, patrimonio dell’umanità, rischia oggi di essere coperta da una coltre, da un sudario di cemento. Già in anni passati la nobile città aveva avuto il suo primo oltraggio. A pochi chilometri dalla città, tra Priolo e Melilli era sorto il petrolchimico dell’ENI che  con i suoi velenosi miasmi ha provocato un disastro ambientale. Chi lavora e abita in quei luoghi si ammala di cancro; lì nascono bambini malformati.

E oggi il disastro minaccia proprio Siracusa, una città che per la sua profondità storica e per la sua bellezza dovrebbe essere inviolabile e invece sono in programma progetti devastanti. Sul porto grande della città, il porto dell’isola di Ortigia, dove abita la nostra cara ministra dell’ambiente Prestigiacomo, l’Ortigia che ha di fronte i monti Iblei e la penisola del Plemmirio, su questo porto sono in programma due progetti, due approdi di cemento che coprano l’acqua del mare. Il primo, già in costruzione è approvato nel 2007 da Regione, Comune, Genio Civile, Capitaneria di Porto. 50.000 mq di superficie vengono sottratti al mare e sulla superficie di cemento sono previste costruzioni di uffici, negozi, ristoranti, hotel, centri benessere, eliporto…e ancora nella penisola del Plemmirio sono previste costruzioni di ville; nel castello di Urialo, fra le torri e le mura antiche, sequele di casette a schiera. Siamo allo scempio, all’oltraggio. Il secondo porto in progetto dentro il Porto Grande, con il suo cemento dovrebbe coprire ancora 50.000 mq di mare. Ma chi li ferma, chi ferma questi cementificatoriu?

Si, si sono formati dei comitati per scongiurare il pericolo di devastazione: attorno al siracusano Enzo Maiorca, il campione d’immersione in apnea; si sono fatti esposti all’Unesco; si muove Italia-Nostra di Siracusa; si è creato il movimento SOS Siracusa. Si riuscirà a fermare la colata di cemento sopra la luminosa Siracusa?

Conoscendo le amministrazioni, comunali, regionali e nazionali italiche, da vergognoso basso impero, diffidiamo.

E tuttavia speriamo. Se no, dobbiamo solo recitare i versi di Ungaretti:

Calava a Siracusa senza luna

La notte e l’acqua plumbea

E ferma nel suo fosso appariva,

Soli andavamo dentro la rovina…

Si, dentro la rovina del cemento!

Vincenzo Consolo

2/11/2010

pubblicato il 3.11.2010  IL MANIFEST0

Satiri e dèmoni nel sabba siciliano di Consolo



Il romanzo di Vincenzo Consolo, Nottetempo, casa per casa, è tutto uno scatenarsi di follia.
Questa follia dilaga in una Sicilia antica, pastorale e agricola, splendida nei suoi monumenti medievali foderati di mosaici, imponente nei palazzi barocchi, pittoresca e tenebrosa nei vicoli brulicanti. E’ una follia dai molti volti, sempre a confronto con una natura vincitrice per la sua bellezza magica e indifferente, sue luci che non si curano di farsi strada negli animi.
Una natura dai cieli immensi, cui si contrappone la discesa in tenebrose caverne, ove i segni del tempo, si perdono tra le ombre. Pietro il protagonista, vive tra la licantropia del padre e la psicosi ossessiva della sorella. Personaggio positivo, condivide senza infatuazioni i programmi di rinnovamento politico e sociale che stanno velocemente, ma provvisoriamente, affermandosi: però anche li scopre le crepe dell’irrazionale e del fanatismo. Di contro al suo giudizioso rapporto con la pazzia, sta la funzione di condensatore di ogni sregolatezza mentale svolta da Aleister Crowley, l’inventore officiante di riti satanici in cui si mescolano alla promiscuità sessuale e alla droga tutte le invenzioni più stravaganti e kitsch di religioni e leggende esoteriche. Nella sua thélème di satiri e donne assatanate sono via via attratti il dannunziano barone Cicio e il pastore Janu.

Questo campionario di follia offertoci da Consolo sintetizza le manifestazioni dell’irrazionale che intorno al ’20, in Sicilia e altrove, invocando il fascismo in via di costituzione, vi trovarono poi un alveo. Era anche viva l’illusione di strapparsi a un’ indifferenza secolare, al sonno, alla noia: come una smania, un assillo verso qualcosa di agognato quanto sconosciuto. E la ricostruzione d’epoca è molto più sistematica di quanto non appaia a prima vista. Da un lato l’indolenza delle vecchie abitudini, il Circolo, i pettegolezzi di paese, i rapporti tra una nobiltà decaduta e pretenziosa e un popolo ancora primitivo. Dall’altro le nuove mode, le réclames con pizzichi di esotismo, l’esibizione di parole francesi e inglesi, le marche dei prodotti appena commercializzati, i compiacimenti dannunziani, la Florio. Fitti perciò gli inserti materici nella prosa d’arte di Consolo. Anche Aleister Crowley è un personaggio strico; suoi i versi inglesi riportati nei capitoli dedicatigli. Deve aver affascinato lo scrittore spingendolo a raccogliere notizie e dicerie su di lui: e certo subirono il suo fascino i molti che vennero a conoscenza o a contatto con questo santone attirati secondo i casi dall’aura misteriosofica o profetica di cui si circondava o dalla dissolutezza sua e dei suoi seguaci. Inglese o americano, Anticristo, mormone o quacchero, è facile credere che abbia sbalordito il chiuso ambiente in cui venne a sistemarsi.
Con questo mirabile romanzo si fa ancora più chiaro il programma svolto da Consolo nel ciclo della sua narrativa: rappresentare la Sicilia in varie fasi della sua storia, da quella greca riscoperta in frammenti enigmatici (Le pietre di Pantalica) alla dominazione spagnola (Lunaria) al settecento illuministico (Retablo)
al risorgimento e all’unità malamente realizzata (Il sorriso dell’ignoto marinaio). E per ottenere il necessario straniamento, analogo a quello operato dallo scrittore di Sant’Agata Di Militello, fungono da testimoni o pietre di paragone dei forestieri: il vicerè di Sicilia o il cavaliere e artista lombardo Fabrizio Clerici, ora il mistificatore inglese. Lo stile barocco, fitto di sicilianismi, fornisce il coinvolgente e inconfondibile colore locale, sovrastorico sinché non si apre a parole precisamente, significativamente connotate, lirico sinchè non discende con efficacia alla corposa quotidianità.
Ho appena parlato di narrativa, ma occorre chiarire. Consolo sempre aborrito il raccontare filato, la trama in senso tradizionale. Egli procede con una successione di scene sintomatiche, rivelandone i nessi con la riapparizione dei personaggi e segnalandone il tono con i ben scelti eserghi. Ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, brani di opere storiche intercalati alle scene fornivano le notizie attestandone la verità. Sotto questo riguardo, Nottetempo, casa per casa è l’opera che si avvicina di più a un romanzo, dato il forte nesso fra le scene allineate nei dodici brevi capitoli e l’eterna presenza di pochi personaggi in fasi diverse della loro vicenda.
Anche Petro, alter ego dello scrittore, ha la sua vena di pazzia: vede i protagonisti dei romanzi che divora nei pochi momenti liberi, parla con loro interrompendo il silenzio delle sue letture. Questa pazzia positiva sembra essere la provvisoria catarsi proposta da Consolo. Una catarsi drammatica perché pare irraggiungibile (<<intinge la penna nell’inchiostro secco, nel catrame del vetro, nei pori della lava, nei grumi dell’ossidiana, cosparge il foglio di polvere, di cenere , un soffio, e si rivela il nulla, l’assenza d’ogni segno, rivela, l’impotenza, l’incapacità di dire, di raccontare la vita, il patimento>>); ma Petro alla fine si sa maturo per attingere le parole, il tono, la cadenza, per sciogliere il grumo dentro e dare ragione a tanto dolore.
Questa decisione di testimoniare, non solo i fatti ma i tumulti del sentimento, è formulata da Petro all’arrivo in Tunisia. Perché anche la topografia del romanzo si allarga progressivamente: da Cefalù e Palermo ai remoti paesi delle peregrinazioni di Crowley, da una Sicilia profonda, verghiana, a un’Europa atteggiata secondo un gusto dannunziano e liberty, Una topografia in cui irrompono deformandosi, le nuove idee, e l’impazienza rivoluzionaria si attua in velleitarie azioni terroristiche, mentre i fascisti fanno le loro scorrerie. Infine, Petro riesce a attuare lo strappo: lascia in nave la sua Sicilia dov’è in pericolo, emigrante più che esule, scettico verso i programmi di lotta enunciati dall’anarchico Schicchi che lo accompagna. La scelta della scrittura è, insieme, una lucida rinuncia a una vittoria.

Cesare  Segre
Microprovincia gennaio – dicembre 2010

Poeti di Sicilia

                           POETI DI SICILIA

         per Tommaso Di Francesco del Manifesto 23/09/2010

“Cu voli puisia venga ‘n Sicilia” ha cantato il poeta dialettale Ignazio  Buttitta. Sì, tutti poeti  noi siciliani; da sempre, e in quei saloni di Palazzo dei Normanni in cui attorno allo Stupor mundi, a Federico II, nacque la Scuola poetica siciliana, si muovono oggi i nuovi poeti, gli assessori della nuova giunta di Raffaele Lombardo. Lombardo quater, è stata chiamata la  nuova giunta, ma con questi poeti si potrebbe arrivare anche al Lombardo octies. Fatto fuori dal catanese Lombardo, il gran poeta agrigentino Totò Cuffaro (sette anni di condanna per associazione mafiosa), il quale, eroico, si è ritirato come un Cincinnato nella sua tenuta agricola di Piazza Armerina, dove comporrà sicuramente le sue Bucoliche, così come ha fatto Provenzano nel suo rifugio montano scrivendo poetici “pizzini”. E questi nuovi poeti lombardiani quaterni si abbracciano fraternamente fra loro (vietato il vasa-vasa) pur provenendo da patrie diverse (Pd, Fli, Mpa, Api, Udc) o diverse dimore (Giosué Marino, Massimo Russo, Mario Centorino…).

Prosatori, ma soprattutto cantanti, in opposizione ai poeti palermitani, si sono mossi nei giorni scorsi a Taormina: il presidente Berlusconi e i suoi seguaci, e il fascista duro e puro antifiniano Storace. È un peccato che questi due cantanti si siano esibiti in un luogo chiuso. Potevano andare al magnifico teatro greco di Taormina e il Berlusca, là sulla scena, avrebbe potuto cantare con Apicella. Storace invece avrebbe potuto intonare “…e per Benito Mussolini eia eia alalà”. E ha ragione a cantare quella canzone, in memoria anche di Junio Valerio Borghese che, dissoltasi la Repubblica di Salò, si rifugia in Sicilia con i suoi camerati e partecipa insieme ai mafiosi,  ai banditi di Giuliano e agli indipendentisti di Finocchiaro Aprile alla strage di Portella della Ginestra  (1° maggio 1947). Eia, eia Storace, eia eia Berlusca.

E Gianfrancuccio, il Micciché, l’amico stretto di Dell’Utri? Va beh, anche lui, Gianfranco, è un finissimo bibliofilo, ma non è poeta e non canta. Però parla, e con voce dura. Lui è sempre fedelissimo di Berlusca, e, in appoggio al Capo vuole fondare il Partito del Sud, come la Lega di Bossi. Ma i leghisti non permetteranno mai questo.

“Una liga terruna? Scherzamm?” E allora scendono dalla Padania Bossi, Borghezio, Calderoli, il Trota, con il loro seguito, tutti con un libro di Lombroso sotto il braccio, sbarcano a Marsala, si scontrano a Calatafimi con i leghisti di Micciché. Scontro durissimo, con graffi e bozzi per tutti. Ma, avvertito, il Cavaliere, piomba in Sicilia, in groppa a un cavallo fornitogli da un famoso stalliere si porta al galoppo a Calatafimi e mette subito la pace fra le due leghe. In memoria, là sul posto, in un luogo chiamato Pianto Romano, fa erigere un monumento, con la sua statua al centro e, ai lati, le statue di Bossi e di Micciché e la scritta latina sul piedistallo dettata da Dell’Utri “Pax pro nostro bono majore”.

“Cu voli puisia venga ‘n Sicilia”.

                                    Vincenzo Consolo

 

 

 

 

Milano 22.9.2010