di Vincenzo Consolo
Un piccolo cortile dietro un’umile casa di un paesino della provincia siciliana. Due coniugi, ultraottantenni, siedono nel cortile per avere un po’ di frescura durante le lunghe e calde giornate estive, ma anche d’inverno a volte vi si rifugiano, per il tiepido sole che vi batte, per sfuggire al freddo dell’interno delle due stanze (camera da letto e cucina). Sulla soglia della porta che dà nel cortile, tengono sempre la televisione con lo schermo rivolto verso di loro, ma privo di sonoro. Parlano tra loro, ma la moglie tiene sempre gli occhi fissi sullo schermo. I due coniugi, Benedetto e Lia Salanitro, pensionati, hanno due figli emigrati e vengono assistiti dalla giovane badante Surjani, proveniente dallo Sri Lanka. I due vecchi non fanno ormai che parlare dei loro ricordi, delle loro memorie, in un flusso che si interrompe solo quando la moglie commenta le immagini televisive che la colpiscono.
BENEDETTO Mi ricordo, mi ricordo quand’ero pastore nel bosco, là alla Miraglia, a Portella Femmina Morta, a Floresta, con le mie capre, i miei maialini neri su e giù per i prati, sotto faggi, cerri, querce. Si mangiava la sera e si dormiva dentro i pagliari. Ti ricordi, fu così che ti conobbi, Rosalia. Io scendevo coi miei maiali alla marina per la fiera d’aprile e per quella di novembre, passavo nel paese, e tu eri là, alla finestra, che mi guardavi.
LIA Mi ricordo Bettino. Tu urlavi quando passavi sotto la mia finestra, e io aprivo e ti guardavo. Com’eri selvaggio, con quel mantello nero, le scarpe di pelo di capra… Ma com’eri bello, bello, Bettino mio. Ti ho voluto sin dal primo momento. BENEDETTO Anch’io, Rosalia mia, sin dal primo momento che ti ho visto a quella finestra di casa tua. Mi sorridevi, mentre tua madre ti tirava indietro per un braccio e cercava di chiudere la finestra.
LIA Ah, Bettino mio, il destino è destino.
BENEDETTO Poi… La fuitina. Ti ricordi? Solo una notte fuori, a Brolo, alla pensione… Che bello, che bello! E il matrimonio poi, alle sei del mattino, in sagrestia.
LIA Eh sì, noi due soli, coi due compari testimoni.
BENEDETTO Però tuo padre poi è stato buono a mettermi su un negozio di ferramenta. Abbiamo così potuto campare… Noi e i nostri figli. I nostri due figli emigrati là in Continente, a Viggiù, che tornano qualche volta coi nipotini.
LIA (chiama battendo le mani) Surjani, Surjani!… SURJANI (appare sulla soglia la giovane badante) Comandi, signora.
LIA Un bicchiere d’acqua, subito. SURJANI Sì, subito, signora.
Surjani rientra in casa e subito riappare con un bicchiere d’acqua in mano che dà a Lia. Lia tracanna e poi emette un forte sospiro di sollievo. Porge il bicchiere vuoto a Surjani che rientra in casa.
LIA (sgrana gli occhi che fissa sullo schermo della televisione. Manda baci schioccanti verso l’immagine che appare in televisione.) Bello, bello, bello… BENEDETTO (che vede ormai molto poco) Chi è?
LIA E non lo vedi? È lui, il presidente. Bello, bello. Meno male che lui c’è.
BENEDETTO Ah, va be’
LIA E tutti che lo attaccano, tutti che lo odiano, la moglie, i giornali, i giudici… BENEDETTO Ma no, ma no…
LIA Sì, sì, ti dico!
BENEDETTO Va be’, va be’… Volevo ricordarti della guerra. Ti ricordi? Le bombe, dal mare, dal cielo… Le navi, gli apparecchi. Ah, quanti danni, quante macerie… E quanti morti, quei criminali di tedeschi che resistevano, che non se ne volevano andare. E noi siamo dovuti sfollare in campagna, con i due bambini, là nella nostra casetta di Vallebruca. Ma poi i tedeschi si ritirarono. Ti ricordi il polacco, Lia, ti ricordi?
LIA Quale polacco?
BENEDETTO Eravamo a tavola. La porta era aperta. Si presentò un soldato tedesco sbandato, la pistola e un documento in mano. “Io polacco, io cattolico” si mise a dire. Si avvicinò a me e mi fece capire che voleva liberarsi della divisa, vestire da civile, scappare, imboscarsi da qualche parte.
LIA Mi ricordo, mi ricordo adesso. Io tirai fuori dal cassetto del canterano una camicia e un paio di calzoni tuoi. Li porsi a te e tu facesti cenno al soldato di seguirti. BENEDETTO Lo portai giù, nella vallata, lo feci nascondere nel canalone del torrente secco coperto da un cespo di rovo. Arrivò poi la camionetta e si fermò lassù in alto sulla strada. Scesero due feroci coi fucili in mano. “Voronic, Antoni Voronic” si misero a urlare. E il povero polacco non resistette. Uscì dalla sua tana, ancora in divisa, le mani in alto, e si consegnò ai due che lo portarono via sulla macchina. Povero figlio, una brutta fine avrà fatto.
LIA Mi ricordo tutto, mi ricordo tutto ora. I due nostri figli piangevano e io cercavo di calmarli. Piangevano forse perché vedevano noi due spaventati. Sì, spavento. Pensavamo che venissero da noi con i loro fucili.
BENEDETTO Poi arrivarono gli americani. Li vedemmo scendere in colonna giù dalla montagna di San Filadelfio. A piedi e sui carrarmati.
LIA Sì, sì, e noi siamo scesi in paese, con tutte le masserizie sul carretto. I nostri due figli, Calogero e Peppino, ridevano, ridevano per la contentezza.
BENEDETTO Questa nostra piccola casetta per fortuna è rimasta sana, non ha avuto danni. Ma in paese quante macerie, quante case distrutte. Danneggiata anche la casa dei tuoi, di tuo padre e di tua madre.
LIA Eh, sì, sì. Ma là non ci abitava più nessuno, dopo che i miei erano morti. E l’unico mio fratello, Vincenzo, dall’Australia non è più tornato.
BENEDETTO Eh, la vita, la vita…
LIA Sì, sì, la vita. Questa è la vita.
BENEDETTO Io sono andato poi un giorno alla marina e ho visto sulla spiaggia un marinaio tedesco morto, ributtato dal mare. Tutto gonfio dentro la sua divisa nera, negli stivali. La faccia e le mani mangiate dal sale. Uh, che spavento, che impressione.
LIA Lo spavento per me è stato quando i nostri due figli, Calò e Peppe, invece di andare all’oratorio, se ne andavano alla marina a giocare con gli altri ragazzi con le armi che avevano lasciato là i soldati: bombe a mano, micce, fucili… E più di uno ci ha rimesso la vista, le mani, o addirittura la vita. Due ne sono morti, di quei carusi, I nostri per fortuna non hanno avuto guai.
BENEDETTO Eh, i guai ce l’hanno adesso, là dove sono emigrati. Ha chiuso la loro fabbrica, e loro sono a spasso, senza lavoro, con la moglie, i figli… Ah, che tempi, che tempi!
LIA (sgrana gli occhi e fissa lo schermo televisivo) Aspetta, aspetta. E lui, sempre lui. Bello, bello! (Manda baci verso lo schermo) Lui risolverà tutto, vedrai, il nostro presidente!
BENEDETTO Sì, sì, va bẻ’…
LIA (batte le mani e chiama) Surjani, Surjani! SURJANI (apparendo sulla soglia) Comandi, signo-
LIA Portami un bicchierino di rosolio, voglio bere alla salute del presidente.
LIA Ma sì, quella bottiglia scura che c’è sul comò. SURJANI Rosolio? Io non sapere. Surjani rientra e poi riappare con la bottiglia del rosolio e un bicchierino. SURJANI Ecco, signora. È questo?
LIA Sì, sì. Ma quando imparerai? Surjani, versando il rosolio nel bicchierino, fa spallucce.
LIA (al marito) Tu, ne vuoi?
BENEDETTO Io no, no!
LIA (bevendo) Alla salute del presidente. Cent’anni, cent’anni e più! (E beve il rosolio) Surjani riprende il bicchierino e la bottiglia e rientra in casa.
BENEDETTO E poi è cominciata la vita politica, i partiti, i comizi.
LIA Bella roba, bella roba. Tutti gli stessi erano, tutti uguali. Meno male che ora c’è questo presidente che ha messo le cose a posto. Hai visto a L’Aquila per il terremoto? Che rapidità, che bravura. Ha dato casa e speranza a tutta quella povera gente. Con quello della Protezione. Come si chiama? Ah, Bertolazzo. Che bravo, che bravo! BENEDETTO Mi ricordo che una domenica mattina passavo per la piazza. C’erano tutti i contadini che scendevano la domenica in paese per vendere la loro frutta e la loro verdura. Erano tutti là che ascoltavano uno che, all’impiedi sopra un sedile, parlava, faceva un comizio. “Chi è?” chiesi a un contadino. “Uno che si chiama Li Causi,” mi rispose. Mi colpì quel nome e mi fermai ad ascoltare. Quello parlava ai contadini in siciliano. Diceva dei feudi, delle lotte contadine, della riforma agraria. Diceva di un partito, il Blocco del popolo.
LIA Ah, va be’. Cose antiche, cose antiche…
BENEDETTO Antiche, sì, ma importanti.
LIA Ma che importanti? Ma va, va…
BENEDETTO (continuando con i suoi ricordi) C’era stato un casino, un casino, prima: l’indipendentismo, il banditismo. Finocchiaro Aprile, il bandito di Montelepre, Giuliano, la mafia… L’autonomia. Ma poi per fortuna alle prime elezioni vinse questo Blocco del popolo, socialisti e comunisti con la faccia di Garibaldi sui manifesti. E poi il casino ancora, mafia, mafia, e quanti morti ammazzati. Fino alla strage di Portella della Ginestra, il Primo maggio del ’47, alla pietra di Barbato. Spararono tutti là, contro quei contadini che festeggiavano, spararono i banditi di Giuliano comandati dai mafiosi, e i fascisti di Borghese. Morti innocenti, donne e bambini.
LIA (infastidita) Ma ancora, ancora’ste cose antiche… Ma non la finisci, non la finisci più!
BENEDETTO Antiche, antiche, sì, ma quanto mai vere…
LIA Vere. La verità vera è che ormai abbiamo la pace. Questo governo ci ha dato la pace, la pace vera e ogni bene possibile. Hai capito? Benedetto sempre più stanco, provato, abbandona le braccia lungo i fianchi e abbassa la testa sul petto.
LIA (guardando lo schermo televisivo) Bello, bello. Canta, canta con Moscatiella, canta napoletano… Bello, bello (manda baci schioccanti).
BENEDETTO (riscuotendosi e, come risvegliandosi) E vennero i preti, vennero i preti giù a comiziare padre Lombardo, padre Alessandrini… De pericolo, dicevano, del pericolo della vittoria de nemici di Dio e della santa Chiesa cattolica.. “Ah, ah, povera Italia,” dicevano.
LIA (indignata. Quasi si alza dalla sedia e comincia inveire) Minorenne, minorenne? Ma scherzi: mo. Papi, papi, ma quale papi? È tutta ur calunnia, una congiura dei nemici. Pover povero il mio presidente, povero il mio Salvi
BENEDETTO Poi venne quel giorno, il 18 aprile d ’48. E vinse lei, la Democrazia cristiana. Vinse Andreotti. Ed è durata, è durata, sino a quando non arrivò lui, il mio compaesano, Bettino. Lo sai perché Bettino? Dal santo del mio paese, san Benedetto il Moro. Che poi, nel Sudamerica, è diventato San Benito. Quello là, il fascista, prende quel nome pure da lui, Benito. Ah, la storia, la storia…
LIA (sempre più indignata) E ora pure quest’altra. Buttana! Buttana! Come si può credere a una buttana? La registrazione… Sì, va be’. È tutta una congiura. Povero, povero il mio Salvio.
Benedetto emette un lamento e si accascia.
LIA (si accorge del mancamento del marito, si alza lo scuote. Lo chiama) Bettino, Bettino!
BENEDETTO (emette un lamento) Ah, ah…
LIA (spaventata) Surjani, Surjani, presto, vieni. SURJANI (apparendo sulla soglia) Sì, sì, signora.
LIA Vieni, vieni. Porta l’acqua, l’acqua. SURJANI (rientra e riesce subito in cortile con un bicchiere d’acqua che porge a Lia) Ecco, ecco, signora.
LIA (scuote e dà schiaffettini a Benedetto per farlo risvegliare) Bettino, Bettino mio. Tieni l’acqua, bevi, bevi.
BENEDETTO (risvegliandosi) Ah, ah. Sì, sì. Dammi, bevo. (Beve e si riprende)
LIA (porgendo il bicchiere vuoto a Surjani) Tieni, tieni. Puoi andare. SURJANI Sì, signora. (Prende il bicchiere e rientra in casa)
BENEDETTO (parla ora con fatica) Lia, Rosalia, questo non te l’ho mai detto, ma noi due, i nostri santi sono uno contro l’altro. È una storia che mi ha raccontato un prete quando ero ancora un caruso a San Filadelfio. Dunque, c’era la peste a Palermo e si cercava un nuovo santo patrono per farla cessare, perché santa Cristina non funzionava. I francescani allora presero san Benedetto il Moro, figlio di uno schiavo negro, nativo di San Filadelfio, del mio paese. I gesuiti dissero: “Un santo nero? Ma scherziamo?” Inventarono allora santa Rosalia, e dissero che le sue ossa erano state trovate in una grotta del monte Pellegrino. Santa Rosalia veniva da Carlo Magno, dissero, era quindi nobile, vergine e bianca. E lei fu la nuova patrona di Palermo. Ma san Benedetto il Moro sbarcò poi in Sudamerica, dove divenne san Benito da Palermo. È quello che diede il nome a Benito il fascista e anche al Bettino socialista, quello morto in Tunisia. E poi è arrivato questo tuo Salvio con il palermitano dell’Otre, otre d’olio, e con lo stalliere Manganaro.
LIA Oh Gesù, Gesù, che dici, ma che favole racconti? Io e te uno contro l’altro. Ma che dici, Bettino mio? E dell’Otre poi, Manganaro…
BENEDETTO No, no, Lia. La storia, raccontavo la storia di san Benedetto e di santa Rosalia. E poi la storia del tuo Salvio e dei compari e degi amici degli amici di Palermo e di Milano.
LIA La storia, la storia… Sì. Sì, favole sono, favole.
BENEDETTO (accasciandosi ancora, con un fil di voce) Eh, no, no. È proprio storia, storia…
LIA (sgrana gli occhi, fissa lo schermo televisivo e urla, alzandosi in piedi) Ah, no, no, non è possibile. L’hanno colpito in faccia. Ma povero il mio Salvio! Il sangue, il sangue sulla faccia. Disgraziati, assassini! Volevano uccidere il mio Salvio, ma non ci sono riusciti. (Si porta le mani sulla faccia e piange. Chiama poi la badante)
LIA Surjani, Surjani, qua subito! Portami il rosolio, il rosolio! Appare Surjani con la bottiglietta del rosolio e il bicchierino in mano. SURJANI Ecco, ecco, signora. (Versa il rosolio nel bicchierino. Lia lo prende e lo beve d’un fiato)
LIA Ah, ah, ah, che ristoro. Potessi, potessi darlo al mio povero Salvio. Ah, Salviuccio mio, ti hanno colpito i nemici tuoi, di questa nostra Italia. Vigliacchi, vigliacchi! BENEDETTO (emette un lungo lamento) Ah, ah…
LIA (si gira, lo guarda, e subito volge lo sguardo verso lo schermo) Ma che hai? Ma basta, basta, finiscila! Quel poveretto sì che sta male. Lo hanno colpito al viso con una pietra. Lui sì che sta male. Ma per fortuna lo curano là, nell’ospedale di San Michelangelo, quello di don Zerzé. Meno male, meno male.
BENEDETTO (sospirando, sempre più accasciato) Ah, Lia, Lia… I nostri figli, i nostri due figli, e i nipoti, non li vedrò mai più…
LIA Ma che dici, che dici. Non straparlare. Pensa piuttosto a quel poveretto, quel mio Salvio colpito là, nella piazza del Duomo.
BENEDETTO (sospirando profondamente) Ah, Lia, Lia mia, io me ne vado, me ne vado…
LIA Ma dove vuoi andare, dove?
BENEDETTO Non vedi, non vedi, non te ne accorgi.
LIA (gli occhi allo schermo televisivo) È uscito, è uscito. Bello, bello, è più bello di prima. Ah, Salvio, Salvio mio! Salviatore della patria! (Si alza e manda baci verso lo schermo) E lo vogliono processare questi comunisti, tutti comunisti! Toghe rosse, come il mio Salvio le ha chiamate. Toghe rosse, comunisti!
BENEDETTO (emette un forte lamento) Ah, ah…
LIA (sempre con gli occhi allo schermo) Ma finiscila, finiscila, lamentoso che non sei altro!
Benedetto non dà più segni di vita. È accasciato nella sua sedia, la testa reclinata da una parte.
LIA (finalmente si gira verso il marito, lo guarda, lo chiama) Bettino, Bettino! (Si alza, va presso di lui, lo scuote. Urla) Bettino, Bettino, rispondimi! (Ma Bettino è morto, esanime. Lia urla, le mani nei capelli) Surjani, Surjani! Aiuto, aiuto! Arriva Surjani nel cortile. Vede la scena. Si acco sta a Benedetto, lo scuote per una spalla. SURJANI Signore, signore… (Benedetto non risponde. Surjani si gira verso Lia) Signora, il signore è morto.
LIA Morto? No, no. Aiuto, aiuto. Surjani, chiama gente! Chiama i miei figli. Aiuto, aiuto. (Lia urla, le mani nei capelli) SURJANI Signora, io non sapere.
LIA Chiamo io i miei figli. (Poi si avvicina al marito) Bettino, Bettino mio, così te ne sei andato… E io che pensavo a quello, a Salvio. Maledetto Salvio!
Rientra in casa insieme a Surjani. Sulla scena resta Benedetto morto.
