Intervista a Vincenzo Consolo realizzata da Jean Fracchiolla.

Jean Fracchiolla
Questa è l’ennesima intervista che faccio con Lei. Ho scelto soltanto
alcune domande perché ovviamente non posso farle tutte.
Poi toccherà a voi (il pubblico presente) soddisfare i vostri interessi,
da quello che avrete sentito.
Nella Sua lunga e ricca produzione si può notare un ritmo piuttosto
lento, meditato e regolare, poiché non si può dire che Lei
sia un grafomane che scrive e pubblica uno o due libri all’anno,
come è diventato di moda oggi. Però ciò che colpisce, quando
si percorre la Sua bio-bibliografia e il lungo periodo di silenzio
che intercorre tra il Suo primo romanzo La ferita dell’aprile e il
secondo Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976. Sono ben dodici
anni di assenza dalla scena letteraria. Potrebbe un po’ chiarire
questo periodo di silenzio o almeno di non espressione letteraria?
Vincenzo Consolo
Dallo Spasimo di Palermo in poi questo mio lungo silenzio
può ricordare quello intercorso fra La ferita dell’aprile ed Il sorriso
dell’ignoto marinaio. Sembra quasi una dimissione dall’impegno
letterario, dalla scrittura. Credo che dopo l’opera prima dove
si mette in campo tutta la propria memoria personale, infatti La
ferita dell’aprile è la memoria della mia adolescenza, bisogna
capire chi si è e dove si vuole andare. Il titolo è preso da Elliot:
“Aprile è il mese più crudele”1. Da qui il titolo La ferita dell’aprile
che era la ferita dell’adolescenza, ma anche la ferita del luogo e
del momento storico di cui parla il narratore, che era la Sicilia e la
1 ELLIOT, T.S., La terra desolata.
strage di Portella della Ginestra e quindi i risultati delle votazioni
del ’48 che hanno portato quel potere politico che conosciamo
che è durato tanti anni.
Ma voglio precisare che dopo la prima opera mi sono chiesto
chi sono e dove voglio andare e non è stato facile darmi una risposta…
E dopo bisogna programmarsi, sapere qual è la propria
identità. Questo lungo silenzio ha coinciso anche con le mie vicende
private perché nel ‘68 sono andato via dalla Sicilia. Avevo
fatto i miei studi a Milano, il servizio militare, poi avevo deciso
di fare lo scrittore in Sicilia. Ero stato lì cinque anni ad insegnare,
frequentando Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Questi erano i
miei due riferimenti. Erano di quanto più opposto si possa immaginare.
L’uno poeta puro, quasi mistico, i suoi poeti per antonomasia
erano San Juan de la Cruz e Góngora, poeta barocco.
Piccolo era cugino di Tommaso di Lampedusa. E dall’altra parte
il razionalista illuminista Leonardo Sciascia. E quindi io dovevo
scegliere il mio camino: da una parte o dall’altra…
Jean Fracchiolla
Ma apparentemente, quando si conosce la Sua opera, ha scelto
questi due poli opposti e li ha conciliati?
Vincenzo Consolo
Si, e poi mi sono mosso verso i disegni della Storia. Verso il grande mondo occidentale… nella parte orientale c’è più natura,
più storia remota, storia greca… ed invece da quell’altra parte ci
sono segni più ricchi e più evidenti delle storie che si sono susseguite.
E quindi sono passati tutti questi anni con le mie ricerche
storiche, personali, ecc. Mi ero portato documenti dalla Sicilia. Ho
continuato poi a fare le mie ricerche, al Museo del Risorgimento
di Milano, dove il direttore si chiamava Canzio Garibaldi: era un
discendente di Garibaldi, molto simpatico e mi ha molto aiutato.
Poi ho progettato questa trilogia che parte dal Sorriso dell’ignoto
marinaio affrontando tre momenti importanti della storia italiana:
nel primo romanzo il Risorgimento, in Nottetempo, casa per casa
la nascita del fascismo. Mi sono chiesto come mai può nascere un
fenomeno così aberrante in un Paese, ho cercato di capirne le ragioni.
Le ho trovate soprattutto in una grande decadenza culturale (imperava in quegli anni il fenomeno di D’Annunzio) e soprattutto nell’insorgere di misticismi di segno bianco e di segno nero, rappresentato quest’ultimo dal satanista inglese Alaister Crowley.
E quindi il terzo libro Lo spasimo di Palermo che prende il
nome dalla Chiesa dello Spasimo e dal quadro di Raffaello che si
chiama “Lo spasimo di Sicilia”. Questo spasimo che non finisce
mai, in cui narro della Sicilia contemporanea, del fenomeno aberrante
del potere politico mafioso e concludo con le due famose
stragi di Capaci e di via d’Amelio, con l’uccisione di Falcone e
Borsellino.
Il mio silenzio dopo questo ultimo libro della trilogia? Molto
è mutato in questi anni in Italia, c’è stata una profonda, terribile
mutazione antropologica, culturale e anche letteraria. La letteratura
vera, quella in cui ho creduto e in cui ho cercato di muovermi,
è ormai sepolta, sepolta dallo spettacolo, dall’imposizione mediatica,
tutto è spettacolo in Italia, dalla politica alla letteratura.
Tutta l’Italia è ormai telestupefatta per opera di un signore che è
a capo oggi del Governo italiano. In questa Italia, io come altri
della mia generazione ci sentiamo estranei e spesso siamo assaliti
da profonda malinconia, se non da furore. Ma bisogna continuare
a scrivere, si ha il dovere di farlo. E io lo farò, malgrado tutto.
Jean Fracchiolla
Ha fatto notare quindi che ha preso il titolo della ferita
dell’aprile da Elliot; vorrei far notare a mia volta che i titoli delle
opere di Consolo sono bellissimi. Prima di conoscerLa, di conoscere
la Sua opera pensavo che quei bei titoli li sapevano dare
soltanto Françoise Sagan o Marguerite Duras che hanno dei
titoli di romanzi straordinari, ma veramente anche i Suoi sono
all’altezza di quelli dati da queste due scrittrici alle loro creazioni.
Questa è però una piccola osservazione, fatta così, en passant.
Ma tornando al nostro argomento, sappiamo appunto dei legami
di amicizia che L’hanno legata a Sciascia ed a Lucio Piccolo.
Può raccontarci il modo in cui li ha conosciuti e qual è stata la
loro influenza sulla Sua opera?
Vincenzo Consolo
Lucio Piccolo me lo ricordo da quand’ero ragazzino. Sulla strada
del mio paese passava con una macchina di lusso, decapottabile
con lo chauffeur. Dietro c’erano due signori, uno magro e
l’altro un po’ corpulento. Ed erano Lucio Piccolo ed il principe
di Lampedusa. Era il ’43. Lampedusa con la madre era sfollato a
Capo d’Orlando per i bombardamenti che c’erano a Palermo. Poi
un giorno io ero da un libraio che era anche rilegatore, si chiamava
Zuccarello, e Piccolo è entrato con l’autista ed ha portato
le poesie. Ha detto: “queste sono le poesie e mi deve stampare
un libretto e 60 copie, non di più”. Erano delle poesie intitolate
“Nove liriche”. Ed erano le poesie che poi mandò a Montale per il
Premio San Pellegrino. Poi Bassani da una parte, Montale dall’altra
raccontano sia nei Canti Barocchi, che nell’Introduzione del
Gattopardo l’arrivo di questi due geni siciliani, nel contesto dei
letterati che erano lì radunati a San Pellegrino…
I miei libri erano appoggiati sul tavolo, li avevo portati al
rilegatore. Piccolo mi dice: “Ah queste storie locali! Anch’io le
amo molto. Sono piene di insospettabile poesia! Venga a trovarmi
perché ne ho un’intera biblioteca”. Ed è così che cominciai a
frequentarlo. E per me era come andare a scuola di letteratura
perché era di una cultura sterminata. Parlava sempre lui. Io
l’ascoltavo e puntualmente ogni volta mi diceva quando lo salutavo:
“Venga Consolo, torni” ed era stabilito precisamente tre
volte alla settimana, “Venga e facciamo conversazione”. Conversazione…
parlava sempre lui… (risate).
Comunque poi quando pubblicarono il mio primo libro La
ferita dell’aprile lo inviai a Sciascia, con una lettera, dichiarando
il mio debito nei suoi confronti e lui mi rispose con una lettera
facendo molte domande sul tipo di linguaggio che avevo adoperato.
Incominciai a frequentare Sciascia il quale puntualmente
mi diceva “salutami Piccolo” e Piccolo mi diceva quando andavo
a trovare Sciascia “salutami il caro Sciascia” e quindi facevo da
messaggero, da angelos… Poi finalmente ho fatto in modo che
s’incontrassero. Sciascia è venuto al mio paese ed insieme siamo
andati a trovare Lucio Piccolo, e Sciascia ha scritto poi che
le personalità più interessanti che lui aveva incontrato nella sua
vita, quelle che l’avevano più colpito erano state Borges e Piccolo.
È stato un incontro bellissimo. A quei tempi non si pensava
a registrare questi incontri… Peccato… Quando decisi di lasciare
la Sicilia perché ho visto che lì il mondo contadino spariva, che
il mio stare lì non aveva più senso, mi sono consigliato con loro
due. Sono cose che ho già raccontato. Sciascia mi ha detto “Se
io fossi giovane come te. Se non avessi famiglia anch’io farei le
valigie e me ne andrei perché qui non c’è più speranza”. E Piccolo
dall’altra parte mi disse: “Non se ne vada, non se ne vada… perché
quando si sta lontano dai centri si ha più fascino”. Ragionava
da barone ricco e fuori dal mondo. Da razionalista-storicista ho
deciso di fare le valigie ed andare… Andare nella città che avevo
idealizzato, dove avevo fatto i miei studi, a Milano. L’unica città
per me possibile era Milano, la città degli illuministi, la città di
Manzoni, di Cesare Beccaria, la città con una tradizione operaia,
la città di Verga e di Capuana… di tutta una serie di scrittori siciliani
che avevano raggiunto questa patria immaginaria. Vittorini
era appena morto. Io ho fatto in tempo a conoscerlo alla Mondadori
a Milano quando pubblicai il mio primo libro. Mi hanno
portato nel suo ufficio, mi hanno presentato a Vittorini e poi ho
rivisto Quasimodo che avevo già incontrato in Sicilia. Anzi avevo
fatto incontrare Quasimodo, che era in vacanze dalle mie parti,
con Lucio Piccolo. Lui non voleva incontrarlo, perché Piccolo era
stato scoperto da Montale, il suo grande nemico. Poi finalmente
si convinse ed è venuto con me ad incontrare Piccolo. Piccolo ha
dato il meglio di sé in quell’incontro e Quasimodo lo guardava
ammirato, e poi quando siamo usciti mi disse “questo piccolo
poeta”… (risate)

Jean Fracchiolla
Non “questo, Piccolo, poeta”…
Vincenzo Consolo
E poi volevo sottolineare che in tutti i miei libri c’è il movimento.
Un segno letterario inaugurato da Vittorini con “Conversazioni
in Sicilia”. Quasi tutta la letteratura italiana si svolgeva sempre
in luoghi chiusi, Vittorini per primo ha inaugurato il movimento,
il viaggio di ritorno. E quindi questa lezione l’ha appresa D’Arrigo
con Horcynus Orca. Ne La ferita dell’aprile c’è un movimento
dell’io narrante che viene da un luogo dove parlano un dialetto
gallo italico, ancora parlato da una piccola comunità di origine
lombarda. Approda in un paese di mare per andare a scuola e
quindi passa dal gallo italico al siciliano e poi all’italiano. E dunque
questo viaggio linguistico parte dalle profondità storiche per
arrivare all’orizzontalità della comunicazione.
Jean Fracchiolla
Parliamo ora un poco di Retablo. Il protagonista di Retablo è il
Cavaliere Clerici. Retablo si svolge nel 700’, ma Lei ha conosciuto,
credo, a Milano, un Clerici pittore. Allora è questo Clerici che Le
ha dato l’idea poi del Cavaliere Clerici? Perché so che avete viaggiato
insieme in Sicilia…
Vincenzo Consolo
Fabrizio Clerici è già apparso in un libro di Savinio Ascolto il
tuo cuore, città. Savinio dice a Clerici: “Io mi chiamo De Chirico,
tu ti chiami Clerici, ma sicuramente saremo parenti, perché
abbiamo quasi lo stesso cognome: De Chirico e Clerici”. Fabrizio
Clerici è stato un pittore surrealista straordinario.
Anni fa, c’è stato a Palermo un matrimonio fastoso della nobiltà
palermitana, dove ero testimone di nozze con Fabrizio
Clerici, Guttuso ed altre persone. Alla fi ne dei festeggiamenti
con Clerici e con Bice Brichetto, scenografa di films di Luchino
Visconti, siamo partiti per un breve viaggio attraverso la Sicilia
classica, Segesta, Selinunte, Mozia, ecc. Vedevo Fabrizio Clerici
che disegnava e da lì mi è venuta l’idea di scrivere Retablo ed
il senso del libro era di un Clerici illuminista che s’innamora
di Teresa Blasco metà siciliana, metà spagnola e non è corrisposto.
Teresa Blasco sposa Cesare Beccaria e hanno una fi glia
Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni. Si passa dunque
dall’illuminismo, dalla ragione al sentimento, alla poesia,
dall’ideologia alla letteratura insomma. E quindi mi sembrava
che Clerici potesse impersonare un illuminista che lascia la città
fortemente ideologizzata alla ricerca delle tracce di quelli che
sono i segni della donna di cui lui è innamorato e scopre un
mondo di sentimenti, scopre un mondo di dolore. Sentimenti
che non può rappresentare un’ideologia politica, ma può rappresentare
soltanto la letteratura.
Jean Fracchiolla
Cambiando argomento, vorrei ora parlare un po’ con Lei del
degrado della Sicilia e delle città siciliane di cui ho citato qualche
esempio nei Suoi libri. Secondo Lei, questo degrado continua
tuttora? Perché, per esempio, io sono vissuto alcuni anni in Sicilia
e ultimamente ci sono tornato parecchie volte, ed ho visto che
hanno fatto molti sforzi di restauro a Siracusa per esempio; anche
a Palermo hanno restaurato palazzi, si sono dati da fare. Il teatro
Massimo, che da tempo era stato abbandonato (chiuso per 25
anni), l’hanno riaperto appunto quando io lavoravo a Palermo.
Allora c’è ancora qualche speranza, oppure questo degrado è
definitivo?
Vincenzo Consolo
Ma si, adesso stanno cercando di rimediare. Stanno restaurando
il Teatro Massimo. Il Pitré si lamentava che per costruire quel
palazzo ottocentesco progettato dal Basile avevano abbattuto un
numero spropositato di antiche chiese e conventi per fare spazio a
questo teatro perché la borghesia e la nobiltà palermitana avevano
bisogno del teatro. Da una parte avevano fatto costruire il Politeama
progettato dall’architetto Damiani Almeyda. Dall’altra parte il
Massimo con il Basile. Ma voglio dire, stanno restaurando questi
monumenti, ma le macerie dei quartieri palermitani rimangono
ancora lì cintate da mura di tufo, dietro cui vive la povera gente in
case disastrate. C’è stato dal secondo dopo guerra in poi una sorta
di stallo perché non si sono accordati sul recupero della città, sul
piano regolatore. Quindi lì c’è un gioco di corruzione, di mazzette…
Ricordiamo che nel secondo dopo guerra, quelli che hanno messo
le mani sulla città sono stati tre signori che hanno formato una
impresa edile, per costruire la nuova Palermo, la Palermo orrenda
che ha soffocato la Palermo storica. Questa società si chiamava
Valigia ed era l’acronimo di tre signori. Uno si chiamava Vassallo,
un mafioso. Un altro signore si chiamava Lima -era il referente siciliano
di Andreotti che poi è stato ucciso- ed il terzo si chiamava
Gioia, che è stato anche lui un eminente uomo politico. Ed era la
società Valigia che ha messo le mani sulla città e ha costruito gli
orrendi quartieri attorno al centro storico. Era l’epoca in cui con
la dinamite fecero saltare le ville “liberty” per costruire grattacieli.
Adesso non conosco le nuove iniziative urbanistiche, ma c’è un
signore che si chiama Micciché, che era il presidente dell’Assemblea
Regionale Siciliana che progettava campi da golf, un altro
presidente dell’Assemblea regionale, di Alleanza Nazionale, aveva
progettato un parco mistico nel territorio del tempio di Segesta con
statue di vetro resina di Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni
XXIII e un altro aveva progettato un aeroporto dei templi in un luogo che si chiama la Noce dove aveva la casa di campagna Leonardo Sciascia, che è un luogo collinare: avrebbero dovuto distruggere tutte le case dei contadini e le case dei proprietari terrieri e spianare le colline. Per fortuna queste cose non le hanno fatte.
Siccome sappiamo che gli apparati sono sempre in mano a forze
oscure, che questi legami al Sud si chiamano mafia, che è una
parola inedita, mi sono permesso di ricordare al signor Lombardo,
attuale presidente della Regione Siciliana, di avere rispetto del territorio
e quindi dei cittadini in un articolo sul Manifesto.
Jean Fracchiolla
Volevo farLe naturalmente una domanda sulla mafia che eviterò
ormai, perché comunque ha già risposto con quello che ha
detto su Palermo…
Vincenzo Consolo
Ma invece parliamone, parliamone…
Jean Fracchiolla
Allora secondo Lei il potere e l’influenza della mafia si sono
indeboliti oppure la mafia oggi è sempre quella che era?
Vincenzo Consolo
È cambiata. Ovviamente non è più la mafia rurale, corleonese.
Si è allargata: i suoi tentacoli si sono allargati alla maggior parte
dei paesi della Sicilia ed oltre. Non ha confini. Il modo di agire
mafioso ormai è diventato una cultura. Devo dire che questa
parola “mafia” per la prima volta l’hanno usata due studiosi. Un
piemontese e l’altro toscano. Ci fu una ribellione da parte degli
intellettuali siciliani di fronte a questa specificità vergognosa della
Sicilia e c’è stato Capuana che ha scritto un libello contro l’inchiesta
di questi due studiosi quando per la prima volta hanno parlato
della mafia, dicendo: “Ma come il brigantaggio è dappertutto
perché questa specificità?”. E Capuana per la prima volta usa la
parola piovra -perché la mafia viene raffigurata come una piovra e
spiega come se la Sicilia fosse stretta dai tentacoli di un’enorme
piovra. Mi è capitato di leggere adesso un romanzo scritto da un
signore del 1858, che è stato esiliato -anzi confi nato- come molti
rivoluzionari del ‘48. Si chiama Pietro Minneci ed è un poeta, uno
scrittore che scrive un romanzo intitolato Ustica e parla delle sue
esperienze ad Ustica, dove sono stati confinati molti antifascisti
negli anni ‘30, dove è stato anche Gramsci. E lui racconta di una
società che si chiama la società dell’umiltà. E racconta, nei minimi
particolari, cosa era questa organizzazione, perché i confinati
politici vivevano insieme ai delinquenti comuni. E questa società
era l’archetipo della mafia; quindi già nei primi anni dell’Ottocento
esisteva questo fenomeno mafioso, che prima aveva un nome
“compagnia della società dell’umiltà” e poi si chiamò “mafia”.
Jean Fracchiolla
Bene, quindi la Sicilia ancora oggi è tale quale Lei la descrive
e nessuno sembra sentire o capire gli avvertimenti o le grida che
Lei lancia nei Suoi romanzi. Ma secondo Lei, cosa bisognerebbe
fare per tentare di svegliare questa Sicilia, di cui già Lampedusa
diceva che nessuno può svegliarla dal suo sonno? Cosa bisognerebbe
fare secondo Lei?
Vincenzo Consolo
Non lo so… bisognerebbe mandare certi uomini politici a casa
e trovare delle persone oneste, intelligenti, colte e cercare di governare
non solo la Sicilia ma tutto il nostro Paese in un altro
modo, in modo più civile, più onesto, più corretto, più democratico.
Non voglio fare il solito lamentoso pessimista ma il nostro
Paese è degradato a questi estremi che sono preoccupanti. Non
solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale,
etico, morale. Ci sono degli spiragli in Sicilia: si sono opposti
clamorosamente al Pizzo i ragazzi di Palermo. Con il sequestro
dei beni mafiosi, con le associazioni contro la mafia come “Libera”
e l’ “Acio” si cerca di diffondere la cultura della legalità,
di far conoscere il lavoro dei magistrati e delle istituzioni che si
oppongono alla mafia. Si fanno nelle scuole manifestazioni per
far capire ai giovani la necessità di vivere nella legalità. Anche a
Milano si dovrebbe fare qualcosa di simile perché anche al Nord
aumentano le infiltrazioni mafiose, non legali.
Jean Fracchiolla
Quando ho letto quella lunga citazione alla fi ne della mia presentazione,
Lei dice: “La politica si preoccupa della sorti immediate
dell’uomo e la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente”.
Allora: non Le è mai stato offerto di lanciarsi, di buttarsi nella
politica? Lei stesso non è mai stato tentato dalla politica? E perché?
Vincenzo Consolo
Perché è una attività che non saprei svolgere. Una volta mi ha
telefonato un segretario di quello che si chiamava PDS, partito
democratico di sinistra. Mi aveva invitato a mettermi in lista per il
Senato ed io gli ho detto di no. Lui mi ha detto “è un tuo dovere”,
ed io gli ho risposto “il mio dovere è quello di scrivere”.
Jean Fracchiolla
Cambiamo argomento. Ogni lettura che facciamo lascia una
traccia in noi; quindi, di tutte le letture che ha fatto, quali sono
i libri, gli autori che Le hanno lasciato una traccia più profonda?
Vincenzo Consolo
I classici. Per un uomo della mia età, per uno cresciuto subito
dopo la seconda guerra mondiale, che è nato in un’estrema periferia,
dove non c’erano libri, biblioteche, librerie, se non quelle
scolastiche, la sete di libri era tanta e ho avuto la fortuna di avere
-di fronte a casa mia- un piccolo proprietario terriero che era un
grande lettore ed era cugino di mio padre, don Peppino Consolo.
Ho scoperto questa sua biblioteca e lui mi faceva leggere a casa
sua in cucina sul tavolo di marmo perché non mi permetteva
di portare i libri a casa, aveva paura che li sciupassi. Lui mi ha
iniziato a leggere i classici. Il primo libro è stato I miserabili di
Victor Hugo che mi ha molto colpito, poi naturalmente mi sono
nutrito in quegli anni dell’adolescenza di tanti altri classici. È stata
una stagione molto importante per me, per fortuna non c’era
quell’idiozia della televisione, per cui l’unico modo di scoprire il
mondo per quelli della mia generazione erano le pagine dei libri.
Jean Fracchiolla
Un’ ultima domanda e poi vorrei lasciare spazio anche ai presenti.
Allora ci conosciamo da una trentina di anni e spero che
andremo avanti ancora almeno per trent’anni: che impressione Le
fa di essere arrivato a questa età con un’opera così importante e
significativa alle Sue spalle?
Vincenzo Consolo
Ho il rammarico di aver scritto poco per la verità, di essere
stato molto laconico e un po’ disertore praticando però assiduamente
quella che Roland Barthes chiama la scrittura d’intervento,
vale a dire gli interventi giornalistici sull’attualità politico-sociale.
E c’è anche la vita, c’è l’attacco di malinconie per gli spettacoli
che vedi, per quello che vorresti non accadesse e si ha il dovere
di lavorare, di scrivere perché se ci fermassimo ognuno nel proprio
lavoro sarebbe un guaio per tutti. Ecco c’è il rammarico di
aver scritto poco, di non aver scritto di più, di non esser stato
più presente, più incisivo, nel quadro della letteratura italiana.
Io voglio ringraziare i professori qui presenti che hanno avuto la
generosità di occuparsi di me, di dire qualcosa su di me in senso
positivo. Sono loro molto grato. Per fortuna che ancora ci sono i
professori, c’è l’università, perché sono come gli amanuensi nei
conventi che copiavano i codici antichi per non farli distruggere
dai barbari che arrivavano. Oggi i barbari sono i mass media diretti
dal potere politico-economico.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo, e adesso se le persone qui presenti hanno
qualche curiosità, qualche domanda da fare…
Salvatore C. Trovato
Non voglio fare una domanda a Vincenzo Consolo, ma voglio
ribadire, da siciliano, orgoglioso di esserlo, che la Sicilia non è
solo mafia, ma è soprattutto una terra di persone oneste. In Sicilia,
come altrove, ci sono anche i disonesti, i prevaricatori, chi
vuole vincere a tutti i costi e dominare. Da questo punto di vista
la mafia è una categoria dell’umanità costituita in società prima
che un fatto storico ben determinato e localizzato, e perciò si
trova dove c’è prevaricazione, violenza e mancanza di rispetto
verso il prossimo. Dappertutto, dunque, se gli elementi basilari
del viver civile vengono a mancare. In Sicilia questo fenomeno si
chiama mafia.
Il problema in ordine al fenomeno mafia c’è ed è notevole:
come sconfiggerla? Non con le geremiadi di vario tipo, ma, se mi
è lecito esprimere un mio parere, con l’impegno di tutti, sconfiggendo
il malcostume dalle mille sfaccettature, la prevaricazione,
la corruzione, le mille ingiustizie della vita di ogni giorno ed
educando le giovani generazioni al rispetto degli altri e oserei
dire all’amore per gli altri, cristianamente, al senso della libertà
individuale limitata da altra libertà individuale, alla legalità nel
senso più ampio. Voglio tanto illudermi che le famiglie e la scuola
queste cose possano ancora farle, in Sicilia e nel mondo.
Vincenzo Consolo
Sono d’accordo con Salvatore. C’è una Sicilia nobile, onesta
che malgrado tutto ancora resiste. Ed io l’ho vista questa Sicilia,
l’ho vista a Milano quando ero studente in piazza Sant’Ambrogio,
ho visto quando c’è stata la grande mutazione antropologica: la
fi ne del mondo contadino e il processo di industrializzazione del
nostro Paese. Masse di contadini che sono stati costretti a lasciare
la Sicilia ed approdare a Milano in piazza Sant’Ambrogio, per
essere poi sottoposti alle visite mediche, e poi mandati nei vari
paesi europei, mandati nelle fabbriche e nelle miniere del Belgio,
ecc. Dunque ho visto questa realtà. Devo dire che ero andato
in Sicilia quando ho scritto Le pietre di Pantalica perché mi ero
impegnato a scrivere un libro sui frati di Mazzarino, implicati in
un clamoroso episodio di estorsione e di minacce. Quando sono
arrivato lì, ho conosciuto la storia delle ultime lotte contadine
in quella zona, e l’occupazione delle terre incolte per ottenere la
riforma agraria. Ho lasciato di scrivere sui frati di Mazzarino, e la
prima parte del libro Le pietre di Pantalica è proprio sulle lotte
contadine, represse come sempre, come quelle del 1893. I contadini
sono stati costretti ad emigrare. Ho insegnato nelle scuole
agrarie quando ero in Sicilia, insegnavo “Diritto” ed “Educazione
civica”, in paesi di montagna, a Caronia, paese di boscaioli, di
carbornai. Questo paese era impoverito terribilmente con la crisi
dell’agricoltura e molti uomini sono stati costretti ad emigrare. Ci
sono stati anche suicidi di donne disperate perché rimaste sole,
senza il marito. Era un mondo terribile che mi aveva impressionato.
Sono persone che hanno pagato lo scontro della storia, hanno
pagato col sacrificio, spesso con la vita. Gli zolfatari che uscivano
della Sicilia e andavano in Belgio sono andati nelle miniere ed
anche lì ci sono state tragedie. E quindi c’è una storia della Sicilia
nobile, della Sicilia onesta, popolare e pulita però l’immagine che
prevale è stata quella della Sicilia dei trafficoni, dei mascalzoni,
la Sicilia che è quanto di più impronunciabile si possa immaginare,
di un signore che ha avuto rapporti sempre con la mafia, da
quando era a Palermo fi no adesso che si è trasferito a Milano e
ha fondato il partito “Forza Italia”. Ecco, quella è la Sicilia di cui
io mi vergogno, la Sicilia della sopraffazione, della violenza, del
fenomeno aberrante della mafia che parte da lontano, parte da
un sistema economico di tipo medievale, quello del latifondo, di
proprietari nobili che se ne restavano nei lori palazzi di Palermo,
i famosi Gattopardi, e ricevevano nei loro palazzi soltanto il pro131
fitto, le rendite, e non volevano sapere quello che succedeva nelle
loro terre dove gli umili erano molto spesso oggetto di violenza
e di ingiustizia. C’è uno scrittore che era stato costretto a scappare
dalla Sicilia per ragioni politiche, figlio di nobili, Michele
Palmieri di Micciché, che diventa amico di Stendhal a Parigi, e
che poi scrive un libro sugli usi e costumi siciliani dove racconta
degli episodi terribili appunto sulla Sicilia dei gabellotti, dei soprastanti.
Però questo non è successo solo in Sicilia. Quando c’è
un sistema di non equità, di ingiustizia, lo sfruttamento dei più
deboli c’è sempre.
Jean Fracchiolla
Grazie, Vincenzo. Qualche altra domanda su quello che è stato
detto… o non detto?
Giulio Ferroni
Prima volevo fare una domanda piuttosto semplice però questo
discorso sulla mafia m’interessa molto. Non sono siciliano
anche se amo moltissimo la Sicilia e credo che forse Vincenzo
potrebbe aggiungere qualcosa sulla situazione attuale, che in realtà
è molto più complicata, per la diffusione di comportamenti
mafiosi che sono in tutto il mondo, al di là della Sicilia. Però c’è
una specificità siciliana che attualmente ha assunto un nuovo volto
rispetto all’antica oppressione dei più deboli. Ci sono ora meccanismi
economici che suscitano il consenso degli stessi “deboli”.
C’è una distribuzione di ricchezza di basso livello, fatta attraverso
l’uso di modalità politiche, che hanno cambiato il volto del potere
della mafia e rendono più difficile la situazione. Così gli enti
locali assumono dipendenti per fare cose che non si capisce cosa
siano; c’è una distribuzione di ricchezza nel sottogoverno, in cui
la mafia è entrata fi no in fondo, suscitando un consenso anche
di massa. Ha ragione Trovato, ma la specificità della situazione
siciliana assomiglia pur con notevoli differenze a quella della
Campania: e un controllo dell’economia di tipo mafioso sem132
bra davvero estendersi dalla Sicilia all’Italia intera e a gran parte
del mondo. Io sono molto pessimista: credo che occorrerebbero
interventi capaci di tener conto del carattere estremo della situazione.
Così il governo centrale dovrebbe saper intervenire sulla
situazione siciliana proprio colpendo l’uso mafioso delle istituzioni
e la distribuzione di ricchezza che esso crea. Vincenzo, che
conosce bene la situazione meglio di me, potrebbe dirci qualcosa
anche in questo senso.
Ma la mia domanda semplice era un’altra e non c’entra nulla
con la mafia. Mi riferisco a Vittorini: la sua è una presenza un po’
atipica in fondo nella cultura siciliana del Novecento, tanto più rispetto
alla linea rappresentata da Sciascia e da Piccolo. Del resto,
è ben noto come Sciascia abbia sottolineato la sua distanza dal
modello Vittorini, privilegiando altri scrittori siciliani rispetto a
Vittorini. Vorrei chiedere a Consolo quale è stato per lui il rilievo
di Vittorini; rapporti e distanze da Vittorini. Grazie.
Vincenzo Consolo
Per quanto riguarda la tua prima osservazione si, da noi il
nepotismo e il clientelismo ci sono. In una lettera che Giuseppe
La Farina manda a Cavour dopo il 1860 parla di Napoli e dice
che le scale dei ministeri erano affollate, “sembrava un mercato,
tutti erano alla ricerca, alla richiesta di posti di lavoro, di sistemazione”.
In Sicilia il nepotismo e il clientelismo è stato sempre
praticato.
Detto questo, parliamo del mio rapporto con Vittorini. Vittorini
ha inaugurato con Conversazione in Sicilia il tema del “nostos”,
del viaggio di ritorno, tema che ha segnato tutti gli scrittori
della generazione del dopoguerra, dico degli scrittori siciliani che
sono stati costretti a lasciare l’Isola. In tutti i miei libri c’è il movimento,
il viaggio di ritorno. Ma in Vittorini c’è anche il saggista,
il direttore di “collane” editoriali e di riviste letterarie. È stato un
Vittorini maestro, ma l’intellettuale Vittorini era anche un antiverghiano.
Non accettava la concezione fatalistica di Verga. Era
convinto che i contadini siciliani o i pescatori di Acitrezza dive133
nuti operai con la rivoluzione industriale non sarebbero stati più
passivi, ma avrebbero avuto un atteggiamento attivo nei confronti
della storia. Rifi utando il fatalismo verghiano, Vittorini arrivò alla
bestemmia letteraria, scrisse: “quello schifosissimo Verga il più
reazionario degli scrittori italiani”. Ma Verga non era assolutamente
reazionario. Quando Verga a Milano legge le pagine di
Franchetti e Sonnino dell’Inchiesta in Sicilia, lì avviene la sua
conversione, riscopre il mondo reale della Sicilia che prima aveva
espresso soltanto in termini di esotismo, di romanticismo. La sua
conversione avviene per la sua consapevolezza, per la presa di
coscienza della realtà contadina siciliana, della realtà dei pescatori,
degli umili. Non ha una concezione progressiva della storia
come quella di Vittorini, ma ha una concezione metastorica che
appunto fa pensare ad una sfi ducia nei confronti del progresso.
In questo attinge a Leopardi, alla conversione leopardiana della
ginestra. Non lo chiamerei reazionario, per quanto Vittorini
è fi ducioso nelle magnifi che sorti progressive, quanto Leopardi
prima di Verga, è sfi ducioso nelle magnifi che sorti progressive.
Questa è la differenza fra i due. Io credo veramente nel progresso
della Storia, non penso che il destino dell’uomo si possa
esaurire soltanto nelle leggi e nei progetti politici. C’è una parte
dell’uomo, una parte privata, intima che non viene rappresentata
dai programmi politici; ci sono le passioni, la vita ed i sentimenti
dell’uomo. Perché noi siamo esseri civili perché facciamo parte di
una società, ma siamo anche esseri umani, con tutto il bagaglio
che ci portiamo di appartenere a questa specie dell’universo, che
è la specie umana.
Salvatore C. Trovato
Una domanda vorrei farla anch’io a Vincenzo Consolo. Su Vittorini,
di cui hai parlato poco fa. Vittorini è lo scrittore che ha
dato dignità letteraria a quella parte della storia della Sicilia che
riguarda i paesi cosiddetti lombardi. Penso al “Gran Lombardo” in
Conversazione in Sicilia, ai paesi lombardi, belli, ordinati, puliti,
dove anche la gente è bella, di contro ai paesi arabi, disordinati,
brutti, dove anche le gente è brutta, nel romanzo postumo Le
città del mondo. Un mito, evidentemente, dietro cui sta la conoscenza
puntuale dei luoghi e la lettura degli storici di Sicilia, da
Tommaso Fazello a Michele Amari. Tu, al di là del mito vittoriniano,
hai parlato molto dei paesi lombardi, dalla Ferita a Lunaria,
al Sorriso. Addirittura hai inserito nel Sorriso e poi anche in Lunaria
la parlata sanfratellana. Che è la lingua della rabbia sociale
nel romanzo e quella di un’Arcadia felice, la «remota Contrada
senza nome», in Lunaria. Ed ecco la domanda. Qual è il rapporto
tra te e Vittorini in ordine alla Sicilia lombarda, così mitizzata in
Vittorini, così crudamente reale nel Sorriso dell’ignoto marinaio
e, ancora, così fortemente mitizzata in Lunaria?
Vincenzo Consolo
Nell’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia Vittorini fa
fotografare la statua di Napoleone Colajanni che era uno dei
capi del socialismo siciliano del 1893/4. Perché vede nella Lombardia,
nel Nord quello che era stato il processo di sviluppo,
di industrializzazione. Ricordiamoci e lo racconta adesso un
professore che ha scritto un libro intitolato Un paradiso abitato
da diavoli, Nelson Moè, dell’Università di Boston, della visione
che avevano, prima dell’unità di Italia, gli europei a partire dai
francesi e dagli inglesi. Per loro il Sud partiva dalle Alpi, in giù,
tutta l’Italia era Sud, poi man mano il Nord oltrepassò le Alpi
incominciò a scendere fi no a Roma e poi il confi ne si fermò a
Napoli. L’Italia fi niva a Napoli, per cui il “paradiso abitato da
diavoli” era tutto il Meridione. I viaggiatori andavano a Napoli,
andavano tutti nel meridione. Da lì cominciò la questione
meridionale. Dunque Vittorini aveva quest’idea di un Nord
progressivo che progrediva industrialmente, socialmente con la
nascita della classe operaia ed un Sud ancora immobile, fermo,
rassegnato dove ancora c’erano i vecchi poteri, i proprietari
terrieri. Questa era la visione vittoriniana e quindi Vittorini faceva
parlare il “Gran Lombardo” di umanità offesa e di nuovi
doveri. Le comunità lombarde di cui parla Vittorini sono le colonie
lombarde che si sono formate in Sicilia con la riconquista
normanna, colonie costituite da truppe mercenarie -la moglie
di Ruggero il Normanno era Adelasia del Monferrato- raccolte
nella valle padana che si estendeva dal Piemonte e dalla Lombardia
fi no alla Romagna. I mercenari venuti in Sicilia con i
Normanni che avevano riconquistato la Sicilia alla cristianità, e
l’avevano tolta ai musulmani, e naturalmente come succede a
tutti gli immigrati si erano rinchiusi in piccole comunità. Sono
sopravvissute sette isole lombarde dove si parla ancora oggi il
dialetto gallo italico o medio latino. Uno di questi paesi è San
Fratello il più vicino al mio paese natale. Ma poi, l’altro giorno
io ironicamente ho detto, rispondendo a questo signore che si
chiama Lombardo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana,
che il dialetto gallo italico o medio latino -ahimé- si parla pure
a Corleone. E questo lo dice il prof. Gress. Vittorini aveva questo
schema, era andato via giovanissimo dalla Sicilia, andando
al Nord vede lo sviluppo di queste zone e quindi le considera
un simbolo dell’attivismo dei nordici a confronto della rassegnazione,
della passività del sud.
Jean Fracchiolla
Come vedete la Sicilia e la cultura siciliana sono una fonte
inesauribile di domande, di interrogazioni. Spero che potremo
ritrovarci ancora tante altre volte per parlarne. Vorrei ora lasciare
la parola a Irene.
Irene Romera Pintor
Grazie, Jean, per questa bellissima intervista. Per concludere
porgo anch’io un’ultima domanda a Vincenzo Consolo: quali
sono le grandi idee che ha voluto esprimere attraverso la Sua
scrittura?
Vincenzo Consolo
Attraverso i miei romanzi che sono quasi tutti di sfondo storico,
di storia come metafora del presente, ho voluto raccontare
non solo la Sicilia ma anche l’Italia. Sono i miei romanzi di recupero
storico e memoriale, ma anche di recupero linguistico.
La mia scrittura infatti ha una sua specifi cità e la ricerca al di là
della orizzontalità della lingua italiana di quelle che io chiamo le
lingue sepolte che sono le antiche lingue che nella mia terra si
sono parlate. È’ questo ancora un bisogno di recupero della memoria
che è anche recupero linguistico. Credo che questo sia lo
scopo della letteratura, perché la letteratura non può che essere
memoria.
Jean Fracchiolla
Possiamo ora concludere, ringraziando vivamente Vincenzo
Consolo per la sua disponibilità e per la consueta amabilità con la
quale si è sottoposto al fuoco nutrito di tutte le nostre domande.
Vorrei anche rinnovargli tutti i nostri più affettuosi auguri di
buon compleanno, con l’auspicio molto egoistico di ritrovarci ancora
spesso negli anni futuri, per parlare ancora non solo di tutto
quello che ha scritto fi nora, ma anche di tutte le altre opere, speriamo
numerose, alle quali avrà dato vita nel frattempo.

Fuga dall’Etna. La Memoria.

II. La memoria

Spesso la ricezione di un’opera d’arte passa attraverso dei filtri letterari, e nel caso del ritratto di Antonello da Messina un filtro importante è stato, per la nostra generazione, senz’altro il suo libro. Tra l’altro, l’impressione che si ha nel vedere l’ignoto del quadro è che le somigli molto. Quale è stato il suo rapporto con il ritratto di Antonello, quando lo ha visto per la prima volta? E come ha immaginato le sue vicissitudini: si tratta di una fantasia che risale all’infanzia, all’adolescenza, o ha più a che fare con un’esperienza di maturità?

Ho visto quel quadro in anni lontani, non riesco a ricordare quando. Da ragazzino, certo. Lo vidi poggiato su un cavalletto, senza cornice, vicino a una finestra, illuminato dalla luce solare. Mi sembrò un quadro grande, e invece è di piccole dimensioni, 30×25 (adesso sembra più piccolo, ed è diventato quasi invisibile per ragioni di sicurezza è stato relegato in un angolo, distante da chi guarda, imprigionato dietro un vetro che fa da specchio e schiacciato da una mostruosa cornice aggettante). Il personaggio effigiato mi appari familiare e insieme lontano, enigmatico. Era uno che «somigliava» a tante persone che avevo conosciuto o che mi vedevo intorno. Quegli occhi, quel sorriso ironico, quella forza realistica, concreta dell’aspetto

(Cesare Brandi dice che ha la consistenza di un cristallo), rappresentava certo l’archetipo dell’uomo siciliano, con tutte le componenti etniche e culturali dietro, giunto, dopo la tempesta della giovinezza o la precarietà sociale, alla sicurezza della maturità, della cultura e del censo.

Quando cominciai a scrivere il romanzo, il quadro si caricò di vari significati, fra cui questo.

Il viaggio del Ritratto d’ignoto, nel simbolico tracciato di un triangolo avente per vertici Messina, Lipari a Cefalù voleva dire: un’altissima espressione di cultura e di arte sbocciata, per mano del magnifico Antonello, in una città fortemente strutturata dal punto di vista storico qual era Messina nel XV secolo, cacciata per il terremoto abbattutosi sulla città dello Stretto distruggendola, cacciata in quel cuore della natura qual è un’isola vulcanica come Lipari, scoperta da un uomo sapiente e appassionato come il barone di Mandralisca, viene infine salvata e riportata nella sicurezza di Cefalù, preambolo, porta del gran mondo palermitano. E non questo, tra terremoti, maremoti, eruzioni di vulcani, perdite, regressioni, passaggi perigliosi tra gli scogli di Scilla  e Cariddi, il viaggio, il cammino tormentoso della civiltà?
Tornava nel libro l’essermi trovato alla confluenza di due mondi siciliani, all’ incrocio della  natura e della storia. E ho voluto rappresentare questo movimento, questo arrivare dal mare e approdare alla terra, dall’esistenza alla storia (c’è più volte nel romanzo l’arrivo in porto di un veliero).

Il movimento poi, verticalmente, dal basso verso l’alto, è simboleggiato dal carcere a forma di chiocciola, di spirale, dalle scritte che i carcerati hanno lasciato col carbone sulle pareti: in una progressiva e ascendente presa di coscienza sociale e politica.

Ha un altro significato ancora quel ritratto, che molto bene ha colto Sciascia. «Questo libro è la storia di un parricidio» ha detto, riferendosi allo sfregio che il ritratto ha sulle labbra (mi pare che sia Sklovskij a dire che la storia della letteratura è una storia di parricidi). Lo sfregio è fatto da un personaggio, Catena Carnevale, che appare in limine, nell’Antefatto, ma che muove tutto il racconto, tutta l’azione. La ragazza, un’intellettuale, figlia dello speziale di Lipari, sfregia l’uomo del ritratto al quale perfettamente somiglia il fidanzato, Giovanni Interdonato, fuoruscito, clandestino per ragioni politiche, indignata perché la «rivoluzione» tarda a venire. All’uomo del ritratto somigliano anche il vescovo, il capo della polizia, lo stesso barone Mandrali-sca.. Non somigliano invece i cavatori di pomice o i contadini rivoltosi di Alcara. Il gioco delle somiglianze, circolare e chiuso, col ritratto vuol dire che dalla ragione si può uscire dall’ alto con il disordine e il furore della fantasia creatrice. La faccia contrapposta di Catena è quella dell’eremita allucinato, simbolo dell’uscita dal basso per disgregazione della ragione, per annientamento.

L’aspetto saliente del libro, da un punto di vista meno formale, è che per la prima volta viene scritto un romanzo storico il cui tema centrale è proprio la messa in questione della storia, la ricerca di una nuova scrittura della storia. E tutto ciò viene ottenuto mediante un montaggio fra i capitoli di invenzione, che pure parlano di personaggi storici, e i documenti posti in appendice, straniati dal contesto per creare un mutuo dialogo fra queste varie visioni del mon-do. Il che è anche un modo di dire che non esiste una storia, ma che le storie possono essere tante.

Anche la storiografia non ha più ormai da parecchio tempo la presunzione di descrivere fatti oggettivi, ma cerca di far interagire diverse prospettive nel tentativo di darne una ricostruzione attendibile. Eppure, nel libro, c’è una sorta di sfiducia nella possibilità di avvicinarsi al verosimile, se non al vero, anche attraverso questo metodo: alla fine si ricorre alla «tan-gente» utopica, all’affermazione della speranza che i protagonisti della storia, soprattutto quelli dei cet! subalterni, trovino da soli le parole per raccontarsi.
C’è, perciò, una contraddizione tra il tentativo di altissima mediazione intellettuale e il ricorso alla speranza in una immediatezza espressiva, che appare come una caduta un po’ demagogica…

Quello non è il pensiero dell’autore, ma del Mandralisca, dell’intellettuale che cerca di scaricarsi la coscienza, di alleviare i sensi di colpa donando il suo patrimonio al popolo di Cefalù, nella speranza che le nuove generazioni «possano scrivere da sé la storia». Certo, questa soluzione è ingenua, se non demagogica. A parte il fatto che gli acculturati quasi sempre fatalmente, passano dall’altra parte… Ma lasciamo andare questi discorsi pericolosi. Il punto è la responsabilità di chi ha il potere della scrittura (parliamo ancora dell’arcaica scrittura. Pensiamo alla pericolosità di chi ha oggi in mano il potere dei media, di giornali e della televisione). Dire che quelli che non  hanno questo potere sono le vittime,sono quelli che più soffrono l’ingiustizia, può sembrare populista. Sì, questo è il rischio, ma io l’ho affrontato mettendo in scena nel romanzo mille dubbi.

Piazza Armerina il 5 giugno 1966

Il libro è scritto nella prima parte in forma parodistica, mimetica, sarcastica se si vuole, quindi in negativo: faccio il verso a un erudito dell’Ottocento recluso nella sua mania antiquaria, che scrive i suoi saggi scientifici, che si occupa di malacologia, una materia quanto mai curiosa, eccentrica. L’erudito cozza suo malgrado contro la storia e entra in crisi: si trova davanti a un massacro, ed essendo un uomo di coscienza, non cinico, perora la causa dei rivoltosi che stanno per essere condannati a morte, scrive lettere al presidente del tribunale, Giovanni Interdonato. Questo è un espediente per un cambio di persona o di voce. L’altro scarto o frattura totale arriva alla fine, con le scritte sul muro del carcere. Naturalmente, nel primo cambio di voce, la scrittura non è più parodistica, cambia segno, si fa positiva, di adesione dell’autore alla voce del personaggio (è il gioco ambiguo della letteratura). La struttura del romanzo è spezzata. Non ho voluto scrivere il romanzo storico di matrice ottocentesca, compiuto, rotondo, sapienziale o pedagogico, d’intrattenimento o di consolazione (avrei contraddetto i presupposti da cui ero partito). Ho fatto così vedere l’ordito che sta sotto l’invenzione letteraria, ho esibito, fra un episodio e un altro, dei documenti storici. Ho tolto insomma i colori all’affresco (e quello storico, per la distanza temporale, come dice Leopardi, è quanto mai seducente).

Finora abbiamo girato attorno ad un nome, tra quelli che è possibile intravedere dietro la sua scrittura, e che non è siciliano, ma milanese, e cioè Manzoni. Qual è il suo rapporto, se c’è, con Manzoni! Perché le parole che lei ha usato sono quasi una filigrana manzoniana: il palinsesto, l’erudito, l’ironia e insieme il rapporto-scontro tra la realtà dello scritto e quella della storia, e poi la storia intesa come problema, come dramma. Siamo d’accordo sul suo rapporto con i siciliani, e anche forse con Gadda e Pasolini, ma Manzoni come lo sente?

Si sa, Manzoni è il nome fondamentale sacramentale forse dovrei dire, della letteratura italiana moderna, del romanzo storico. E noi scrittori siciliani, «inclini» alla storia, troviamo in Manzoni paternità e sostegno. Nel Manzoni dei Promessi sposi e della Colonna infame, quello della necessità della storia, prima della narrazione e soprattutto quello della necessità della metafora. Nell’adolescenza avevo letto altri autori, D’Azeglio, Guerrazzi, Grossi, il siciliano Luigi Natoli, i cui romanzi, privi di metafora, e di tante altre cose, erano solo delle ponderose e soporifere storie romanzate. La lezione del Manzoni è proprio la metafora. Ci siamo sempre chiesti perché abbia ambientato il suo romanzo nel Seicento e non nell’Ottocento. Oltre che per il rovello per la giustizia, proprio per dare distanza alla sua inarrestabile metafora. L’Italia del Manzoni sembra davvero eterna, inestinguibile.
Dopo il Sorriso, ho continuato a scrivere romanzi storici (ne sento sempre più la necessità).
L’ultimo, Nottetempo, casa per casa, è ambientato negli anni venti, che mi sembrano terribilmente somiglianti a questi che stiamo vivendo, anni di crisi ideologica e politica, di neo-metafisiche, di chiusure particolaristiche, di scontri etnici, di teocrazie, integralismi…
Il sorriso e Nottetempo formano un dittico.
Ho sottolineato questo legame fra loro non solo con il luogo dell’azione, Cefalù, ma anche con altri segni. Gli incipit dei due racconti cominciano con la congiunzione «e»; il primo si apre con un’aurora, col sorgere del sole; il secondo con un notturno, col sorgere della luna. Nel primo ho voluto insomma raccontare la nascita di un utopia politica, della speranza di un nuovo asseto sociale; nel secondo, il crollo di quella speranza, la follia degli uomini e la follia della storia, il dolore e la fuga. Il protagonista, Pietro Marano, fugge dalla Sicilia, dal caos, dal fascismo che arriva (fugge da Milano, da Palermo), da un tempo atroce e allarmante.
Ho studiato gli anni venti, soprattutto in Sicilia, su libri, riviste, su un giornale che si stampava a Cefalù, «L’idea». Mi sono imbattuto, in quel paese, in personaggi veri, storici, interessanti, fra cui il mago satanista inglese Aleister Crowley, e li ho fatti muovere insieme a personaggi di invenzione, come sempre avviene nei romanzi storici. Del resto Manzoni nel suo famoso saggio sul romanzo storico chiarisce bene il concetto: sono i personaggi della storia che vanno insieme, camminano insieme ai personaggi di invenzione letteraria, e corrispondono e somigliano gli uni agli altri. Tutti devono avere la luce del loro tempo, e insieme devono riflettere il nostro.

Tornando al Sorriso dell’ignoto marinaio, questo ragionare da letterati sulla storia ha una precisa contestualizzazione, nel senso che avviene all’inizio degli anni settanta quando trova altri momenti di espressione letteraria, per esempio nel romanzo alla Morante. Naturalmente la storia di cui lei parla è qualcosa di più della storiografia, della storia quale disciplina, è una specie di controaltare denso e composito di quello che è il portato delle forme razionali della cultura, è la storia come rappresentazione complessiva che gli intellettuali danno di un mondo e dei suoi poteri. Qui forse c’è qualche punto di vicinanza con la Morante, nonostante le differenze che vi separano, e sarebbe interessante sentire da lei quale era il clima degli anni settanta rispetto a questo tema.

Ho trovato allora interessanti le teorie messe in campo dal Gruppo 47 tedesco, quello di Enzensberger, di Kluge, di altri. I tedeschi venivano da un’esperienza tremenda, quella del nazismo e dei campi di sterminio, e in Germania era in atto una sorta di rimozione di quella grande colpa che li schiacciava, che non li faceva vivere. Il Gruppo 47 voleva ostinatamente ricordare quello che era successo attraverso la storiografia, additare le colpe, parlarne, invece di seppellire tutto, nel tentativo di provocare una sorta di catarsi collettiva. Ci sono ad esempio due libri di Alexander Kluge, Descrizione di una battaglia e Biografie, di un realismo freddo, lucido, di puntigliosa scientifica documentazione che lasciano Senza fiato. Di quella logicità spietata che spesso hanno i tedeschi. Quegli scrittori per me (non ridano i germanisti) si possono dividere in pasticceri (Günther Grass, ad esempio, altri espressionisti) e in analisti. Kluge, Schmidt, Johnson, Enzensberger appartengono a questa seconda categoria. Quello della Morante non è un romanzo storico-metaforico, piuttosto è una rivisitazione della storia narrata attraverso una sotto-storia, quella dei vinti, degli umili. I capitoli si aprono con la storiografia ufficiale e quindi, in opposizione, l’autrice racconta la storia ignota degli innocenti, degli emarginati, delle vittime. La storia è mossa dalla pietà, dall’amore per gli umili, gli indifesi, per quelli che hanno pagato più di tutti per il fascismo e per la guerra. Ricordate il vecchio Brecht? «…Roma la grande / è piena d’archi di trionfo. Su chi / trionfarono i Cesari?… / Ogni dieci anni un grand’uomo. / Chi ne pagò le spese?…».
Per me c’era l’esigenza della metafora, l’esigenza cioè di rappresentare gli anni settanta attraverso lo schema storico.
Credo sempre più alla necessità e alla validità di quella scelta, della scelta cioè del romanzo storico, che vuol dire critico, vuol dire ideologico, per le ragioni cui sopra ho accennato, che sono interne alla letteratura, di ordine diciamo estetico, ma anche, soprattutto, per ragioni di ordine etico. Il più grande romanzo della civiltà occidentale, l’Odissea, è diviso in due parti: la Telemachia e l’Odisssea vera e propria. La prima è narrata in terza persona è quello il romanzo d’iniziazione, di formazione); la seconda parte è narrata in prima persona.

Il passaggio dalla terza alla prima persona, dal racconto oggettivo al soggettivo, avviene nella terra dei Feaci, quando il re Alcinoo invita l’ignoto naufrago a dire chi è e da dove viene.
«Io sono il figlio di Laerte, Ulisse, / tra gli uomini famoso per le astuzie; / la mia gloria va fino al cielo. / Abito nella chiara Itaca…» risponde l’eroe (cito nella bella traduzione di Giovanna Bemporad). E comincia quindi un lungo flash back, un racconto quasi onirico, fantastico, che si svolge in mare, dal momento che le navi hanno doppiato il capo Malea, un racconto di mostri, giganti, sirene, maghe, maliarde, di oblii, metamorfosi, tempeste, perdite, follia e morte. Sembra, quello di Ulisse, un racconto di tipo psicoanalitico, in cui il narratore fa riemergere dalla profondità del mare o della sua coscienza tutti i mostri che si portava dentro, i mostri generati dai suoi rimorsi. Ulisse infatti era il più colpevole degli eroi greci, perché il più astuto e il più consapevole, il più umano (Agamennone pagherà con la morte e con la maledizione nella sua stirpe la grande colpa iniziale). Ulisse aveva inventato la macchina sleale, il cavallo di legno che aveva determinato La sconfitta dei Troiani, aveva seminato morte e distruzione. Ulisse dunque si porta dentro questa grande colpa e compie un viaggio di dolore e di espiazione.
Finito il racconto in prima persona, soggettivo, riprende quello in terza persona. Ulisse raggiungerà, con la nave dei Feaci, Itaca, dove, per ritrovare l’armonia perduta, riprendere il suo posto familiare e sociale, dovrà combattere i nemici reali, i Proci.
Ecco, credo che nel nostro tempo, i mostri individuali, del nostro subconscio, sono emersi dagli abissi, si sono oggettivizzati, sono diventati mostri reali. Dopo Hiroshima e Auschwitz, dopo Stalin e Sarajevo, dopo tutti gli orrori di oggi, quei mostri profetizzati da Kafka o da Musil, da Eliot, da Joyce o da Pirandello, sono diventati mostri della storia. Questi mostri credo che la letteratura, il romanzo abbia oggi l’obbligo di affrontare. Altrimenti è alienazione, fuga, colpevole assenza, se non complicità.

Anche per questo, per questa sostanza metaforica, si è parlato, a proposito della sua prosa, di un carattere teatrale, che del resto appartiene molto anche alla tradizione siciliana. Retablo, il romanzo successivo al Sorriso dell’ignoto marinaio, è la dimostrazione lampante di questa dimensione teatrale della sua scrittura, della composizione per quadri, di una propensione a scomporre l’unità della scena.

Più che a quella teatrale, credo che appartenga alla tradizione della narrazione orale. La narrazione epica dell’antica Grecia era orale. Ma anche nella tradizione araba, passata poi in Sicilia, la narrazione era orale. Nei romanzi di Tahar Ben Jelloun, in Creatura di sabbia, Notte fatale e nell’ultimo, A occhi bassi, ci sono sempre personaggi che in traduzione vengono chiamati cantastorie ma che in effetti sono contastorie, narratori orali che narravano nelle piazze (ancora ci sono nella piazza Jama el Fna di Marrakesh), come in Sicilia, fino a pochi anni fa quelli che narravano dei Paladini di Francia. I poemi narrativi credo che siano nati così, dall’oralità, avevano bisogno di un ritmo, proprio per un fatto mnemonico. Nella tradizione araba c’è uno stile che si chiama makamet, che consiste in una sorta di prosa ritmica, nata per ragioni pedagogiche. Nella mia scrittura c’è uno slittare della prosa verso un ritmo poetico.
Sento la necessità di far questo perché credo che la lingua della narrativa ha bisogno di «risacralizzarsi» (non solo, certo, attraverso l’espediente esterno del ritmo), di ritrovare dignità. La lingua oggi è talmente privata di identità, talmente appiattita, quotidianamente incenerita dai media, che è terribilmente difficile trovare una lingua per narrare. D’altra parte in Italia non c’è una grande tradizione di lingua narrativa. La nostra vera tradizione è quella dei poemi narrativi, popolari o aulici come l’Orlando furioso o la Gerusalemme liberata Gli scrittori italiani hanno dovuto sempre andare all’estero per poter scrivere in prosa, da Manzoni a Calvino, a Sciascia, mutuare cioè la loro dalla prosa francese o adottare una sorta di koiné funzionale di tipo transnazionale come Pirandello o Moravia. Penso che quando uno scrittore ha scoperto qualcosa di nuovo, di importante e ha urgenza di comunicarlo, allora la lingua diventa strumento del messaggio. Pirandello ha fatto questo, Svevo… Altrimenti, per rimanere nel campo letterario, si ha l’obbligo dello stile.

Volevo chiederle qualcosa proprio a proposito della lingua. Leggendo i suoi romanzi, ho sempre avuto la sensazione che si trattasse di un lingua quasi completamente inventata. Mi dicevo: adesso vado a vedere sul Devoto-Oli se esiste questa parola e sono quasi certa di non trovarla. Devo dire che non ho mai tentato questa ricerca, però mi piaceva molto quest’idea… e immagino anche che sia difficile per lei rispondere alla domanda che sto per farle perché è difficile razionalizzare il processo attraverso il quale nasce questa creazione, questa invenzione della lin-gua. Lei ha parlato di memoria storica, cioè della necessità per chi scrive, soprattutto per chi scrive romanzi storici, di fare una ricerca storica sull’ambien-te, il contesto, la situazione, i personaggi di cui si tratta; ha parlato anche di una memoria personale, di una lingua che evidentemente deriva da una formazione personale, familiare. Credo che per quanto la riguarda ci sia di mezzo anche il dialetto, il dialetto siciliano: ecco, l’alchimia di tutto questo come succede, come nasce?

No, le parole non si trovano nel Devoto-Oli né nel Fanfani o nel Tommaseo. Non sono però parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia memoria, nel mio patrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono partito da una estremità linguistica, mi sono collocato, come narrante, in un’isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San Fratello, dove si parla un antico dialetto, il gallo-italico. È quella particolarità storico-linguistica avvertita da Sciascia.

Questa cifra linguistica estrema mi ha accompagnato poi negli altri libri, nel Sorriso, in Lunaria… C’è un racconto ne Le pietre di Pantalica intitolato I linguaggi del bosco, in cui metto a fuoco proprio la mia «ideologia» linguistica.
Quelle parole, irreperibili nei vocabolari italiani, hanno però una loro storia, una loro dignità filologica: la loro etimologia la si può trovare nel greco, nell’arabo, nel francese, nello spagnolo…
Quei materiali lessicali li utilizzo per una mia organizzazione di suoni oltre che di significati.
Faccio qualche esempio. Nel Sorriso, di avvoltoi che si librano sopra cadaveri, dopo una strage, dico che stavano «arraggiati in cielo a volteggiare». Arraggiati voleva significare a forma di raggiera e insieme arrabbiati, famelici. In Nottetempo la sorella del protagonista, Lucia, ha un attacco di follia durante una gita a Bàida, un villaggio sopra Palermo. Bàida in arabo significa bianca, di bianco era vestita a sua volta la ragazza, cioè del colore-simbolo della follia. Superata la barriera sonora, quella sorta di ron ron ruffiano, credo che il lettore potrebbe essere stimolato a scoprire questi significati nascosti.

Vincenzo Consolo
Fuga dall’Etna Donzelli Editore, Roma 1993

Memorie

Vincenzo Consolo
«Credo di non avere mai smesso di essere uomo di quest’Isola, figlio di questo paese».

In altre occasioni ho avuto modo di tracciare una mia ideale geografia letteraria siciliana. Ideale, ma collega­ta e collocata grosso modo a e in una corretta di­men­sione spaziale. L’idea è questa: la letteratura della Sicilia orien­tale, zona fortemente implicata con la natura, for­temente segnata dalla violenza devastatrice della natura – eruzioni, terremoti –, è contrassegnata da ispirazioni, da temi di ordine assoluto: la vita, la morte, il mito il fato… (Il nome di Verga valga a riassumere e a simboleggiare que­sto con­trassegno); si esprime in forme poematiche, in toni lirici, in scansioni musicali. La letteratura della Sicilia oc­ci­dentale, zona fortemente implicata con la storia, con l’af­fol­lata, va­ria e variamente conflittuale storia che in Sicilia è incorsa e si è stratificata, è marcata da temi di ordine re­lativo – la storia, la cultura, la civiltà, la pace o la guerra sociale, (i nomi di Pirandello, di un certo Pirandello no­velliere e ro­manziere, di Lampedusa, di Sciascia valgono come esempi di questo tipo di letteratura); si esprime in forme pro­saiche, in toni discorsivi, in scansioni logiche.

Fra quest’Oriente e quest’Occidente corre una im­ma­ginaria linea, un confine che, contro i miei preconcetti e i miei precetti, viene clamorosamente violato; scrittori al­lora si incrociano alle elusioni delle dogane: De Roberto emìgra clandestinamente da Catania a Palermo; e Piran­del­lo, il Pirandello pirandelliano, lasciata la sua Girgenti, come Empedocle, resta sospeso nella scelta di un nuovo do­micilio, tra il capo Peloro e le falde dell’Etna, tra il luogo vale a dire di più traballante identità e quello di più as­soluta indeterminatezza esistenziale. Si parva licet com­ponere magnis recita la massima virgiliana. Non parva, ma minora, minima mi viene da correggere. Il fatto è, insomma, che qui, ora, devo dire di me in rapporto a que­sto luogo, a questo paese in cui sono nato e che mi con­forta col suo affetto.

“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni…” dice di sé Pirandello.

Sì, si può cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente. Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell’a­ni­ma da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni. con l’ine­sorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre più sacro. Sacro per i fili degli affetti che man mano si moltiplicano e ci sostengono; per i fili dei ricordi, l’ac­cumulo di memoria che il luogo, come prezioso reli­quiario, in sé racchiude; memoria dolce di quelli che non sono più con noi; assiduo, presente ricordo di quelli che assieme a noi procedono; simpatia profonda per quelli che ci seguono.

Fin dal primo sguardo sul mondo, fin dai primi ba­gliori dei ricordi – e sono scene isolate, fotogrammi lumi­nosi incorniciati dal nero dell’immemorabile – si è im­presso, Sant’Agata, dentro di me per sempre.

Hieme et aestate et prope et procul, com’era scol­pito nella stele fogazzariana, io porto in me, questo punto uni­co del mondo, questo paese: nello spazio in cui esso s’ada­gia, in questa campagna bella alle sue spalle, pie­na di con­trade, d’abitanti, nell’anfiteatro dei colli che van­no dalla punta dello Scurzi a San Fratello, dalla valle del Rosma­rino a quella dell’Inganno; nel suo mare, spesso mi­nac­cioso, impraticabile, ch’era pericolo costante e fatica im­mane per i nostri pescatori: mi porto dentro fatalmente il reticolo delle sue vie, delle sue case, una folla di volti, un’in­finita sequenza di gesti, e un concerto di voci, parole, frasi; mi porto dentro i suoi giorni e le sue notti, la sua luce e il suo buio. Avrei potuto, o potrei, giun­to alla mia età, riempire pagine e pagine di ricordi, di me­morie, ri­costruire, al di là d’ogni validità letteraria,un tempo per­duto, stendere una mia, un’umile, piccola recherche. Ma non è questo il moto e lo scopo del mio scrivere. E allora: perché scrivo? Ma perché scrivo in prosa? E perché scrivo romanzi o racconti di contenuto storico e sociale? Scrivo dunque di temi relativi, contingenti perché non sono poe­ta, perché non sono fanciullo, perché non sono re (non faccio parte, voglio dire, non sono detentore del po­tere). Solo i poeti infatti, i fanciulli e i re possono affrontare gli assoluti, immergersi, naufragare nell’infinito mare dell’esi­stenza. Esistenza che è irreparabile, crudele nella sua in­differenza. Riscattabile è al contrario il contingente, il vivere nel temporaneo patto sociale (sì, solo al poeta è leci­to beffarsi delle magnifiche sorti e progressive: “Qui mira e qui ti specchia,/ secol superbo e sciocco”; si specchi nelle ceneri infeconde, nell’impietrata lava: si specchi nella terra desolata, nell’osso di seppia, nella bufera…).

La prosa dunque della narrazione nasce per me da un contesto storico e allo stesso contesto si rivolge. Si ri­volge con quella parte logica, di comunicazione che sem­pre ha in sé il racconto. Che è, per questa sua origine per questo suo destino, un genere letterario “sociale”. Sociale voglio dire soprattutto perché, in opposizione tematica e linguistica al potere, responsabile del malessere sociale (an­che in una ipotetica società perfetta, anche nella realiz­zazione di un’utopia sociale, di questa forma chiusa, sta­ti­ca, conservativa, come dice Lewis Mumford, c’è sempre un male da denunciare) il narratore vuole rimediare al­me­no l’infelicità contingente. Solo il re è sciolto da questo do­vere, da questo impegno: egli non può narrare in oppo­si­zione a se stesso, altrimente dovrebbe abdicare, la­sciare il potere. Ma solo se lui conserva nel racconto, in questo ibri­do letterario che è il racconto, una parte logica. Poiché questa parte può invadere per altissima febbre ci­vile tutta la colonnina, come fa il mercurio, con i rischi mortali per il corpo letterario del racconto che il termo­metro in questo caso denunzia, o ritrarsi, la parte logica, di comunicazione o di convenzione, fino a rendersi invisibile, sparire, la­scian­do libera tutta la colonna alla parte magica, alla poe­sia, a una comunicazione cioè anticonvenzionale, mediata. Ma cambia segno, natura, allora, il racconto; il quale può diventare surreale, metafisico, può diventare kafkiano, o ricostruzione speculare, memoriale, sensoriale, strug­gen­te­mente musicale, d’un mondo, un tempo irrime­dia­bil­mente perduto.

Io sono d’una terra. la Sicilia (ma quante altre terre nel mondo somigliarono, somigliano o somiglieranno alla Sicilia!) dove, oltre l’esistenza, anche la storia è stata da sempre devastata da tremende eruzioni di vulcani, im­ma­ni terremoti, dove il figlio dell’uomo e il figlio della storia non hanno conosciuto altro che macerie di pietra, squal­lidi, desolanti ammassi di detriti attorno a zolfare morte. “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura” dice Eliot. E allora, di fronte alle macerie, alla polvere dell’esi­stenza e della storia, privi come siamo di speranze e con­forti di ordine metafisico non resterebbe che lo scon­forto, il pianto. Ma solamente i poeti, ancora, posseggono l’oscu­ro segreto delle parole per dire, con la più alta digni­tà e più alta bellezza, della grande avventura dell’esistere, del­la vita; dei suoi dolori, delle malattie, della morte: dire del­le sue consolazioni, delle sue illusioni; dell’amore, dell’ar­te, di un fiore (sia pure una ginestra), del sorgere del sole, del tramonto della luna, della grazia di una donna.

Dicevo sopra di una mia ideale geografia letteraria siciliana, dicevo di un oriente e di un occidente. Ora, que­sto paese che mi ha dato i natali, ha la ventura, il destino di trovarsi ai confini, alla confluenza di due regni, dove si perdono, sfumano, si ritraggono in una sommessa risacca le onde lunghe della natura e della storia. Lasciando su questa remota spiaggia dell’incontro, segni indistin­gui­bili e confusi. Remota spiaggia, limen, finisterre, ma, an­che luo­go sgombro, vergine, terra da cui rinascere, ri­co­min­ciare, porto da cui salpare per inediti viaggi. Nato qui ho preso coscienza, a poco a poco, d’aver avuto il pri­vi­legio di tro­varmi legato all’ago di una bilancia i cui piatti possono re­stare in statico equilibrio o pendere, da una par­te o dall’al­tra, a secondo se sopravanza il peso del­la na­tura o del­la cultura. E non è questo poi l’essenza della nar­razione? Non è il narrare, come dicevo, quell’incontro mi­ra­coloso, di ragione e passione, di logica e di magico, di prosa e poe­sia?

Non è quest’ibrido sublime, questa chimera affa­sci­nante?

Mi sono ispirato, narrando, a questo mio paese, mi sono allontanato da lui per narrare altre storie, di altri pae­si, di altre forme. Però sempre, in quel poco che ho scritto, ho fatalmente portato con me i segni incancellabili di que­sto luogo. E mi sono allontanato da lui anche per andare a vivere altrove. In questi giorni si concludono i venti anni da che ho lasciato la Sicilia per andare a lavo­rare e vivere a Milano, la Milano di Manzoni, ma anche di Verga, di Qua­si­modo, di Vittorini. Ma in quella città, nella progredita, ricca e allettante, ma anche dura, ma anche pre­tenziosa cit­tà, non credo di essermi consegnato, docile e spoglio di identità, a una cultura che non mi apparteneva, pur cu­rioso, pur attento osservatore di quest’altra cultura. Credo, infine, di non aver mai smesso di essere uomo di quest’i­sola, figlio di questo paese. A cui sono grato di tutto quan­to mi ha dato, con i suoi segni, con la sua luce, con i suoi accenti.


febbraio 1990, La mia Isola è Las Vegas , Mondadori 2012

Edizioni Libreria Dante & Descartes 2012