Racconta Maxime du Camp che Alexandre Dumas
seguì l’impresa di Garibaldi, da Marsala a Napoli, inviando corrispondenze a
Parigi, con lo scopo di ottenere, ad Unità avvenuta, la direzione degli scavi
di Pompei. L’aspirazione di Dumas
scaturiva certo da quel fervore per il mondo antico che i diari dei
viaggiatori, a partire dal Settecento, avevano suscitato. E nella Francia
dell’Ottocento particolarmente, dove Rivoluzione e Impero napoleonico avevano
preso a modello l’antichità classica. I
viaggiatori stranieri avevano anche fatto aprire o riaprire gli occhi ai
meridionali sulla ricchezza archeologica della loro regione: avevano fatto
vedere quello che per troppa vicinanza era diventato invisibile. Ma oltre i templi e i teatri, le città
tornate “al celeste raggio / dopo l’antica oblivion”, quei viaggiatori non
potevano far vedere un altro grande patrimonio, più antico dei ruderi greci o
romani, remoto, secondo Propp, che è la cultura popolare in genere e la
tradizione della fiaba in particolare.
Per conoscere questo patrimonio, bisognava sostare, imparare la lingua
dei parlanti, raccogliere dalla viva voce dei popolani canti, proverbi, motti,
e soprattutto il racconto favoloso o leggendario, fissarli nella
scrittura. C’erano stati sì in passato
illustri “favolisti” italiani: da Giambattista Basile, il cui Lo cunto de li cunti s’era diffuso per l’Europa, era stato
forse letto da Perrault, imitato da Quevedo e Gianfranco Straparola, a Carlo
Gozzi, a Pompeo Sarnelli. Ma questi autori avevano “ricreato” il racconto
popolare, avevano scritto delle “loro” fiabe.
Quelli che gettarono le basi della nuova scienza folklorica, di questa diversa
archeologia, furono gli straordinari fratelli Grimm. Le loro Fiabe
del focolare erano in qualche modo la fedele restituzione scritta del
dettato popolare. Gli studi di folklore
o di demopsicologia, dopo quel primo impulso germanico, si svilupparono in vari
paesi d’Europa. Ma in Italia sembrava regnare il silenzio. Così lamentava Giuseppe Pitrè nella
prefazione alla sua raccolta in quattro volumi di fiabe siciliane: Il movimento intellettuale iniziato dai
Grimm fu indi a non guari seguito in Germania e fuori: e molte furono le
novelle e le tradizioni d’ogni sorta messe in luce dopo il 1812 […].A tanto
fervore di studi l’Italia non ha preso parte veramente attiva. Beh ha dato
molte e ricche raccolte di canti popolari, ma una raccolta di novelle con
gl’intendimenti scientifici che guidarono gli studiosi delle altre nazioni,
fino a pochi anni addietro essa non l’aveva ancora […] Prima che noi sono stati
gli stranieri a darci l’esempio del come s’abbia a fare dove non s’è voluto o
potuto fare. Li fa i nomi, il Pitrè,
degli studiosi stranieri che in varie parti d’Italia – a Venezia, a Livorno,
nel Tirolo, a Roma – hanno raccolto fiabe, le hanno tradotte e diffuse nei loro
rispettivi paesi. “Novantadue ne raccoglie nelle provincie di Messina e Catania
la signora Laura Gonzenbach” scrive. È
dunque la prima, la Gonzenbach, ad arare in quel campo della novellistica
siciliana, di una popolazione in cui il retaggio di più culture aveva reso
quanto mai ricchi, variegati canti, usi, costumi, racconti orali. Su questo patrimonio il Pitrè lavorerà,
stenderà quella sua vasta Biblioteca
delle tradizioni popolari siciliane. Insieme a lui, o dopo di lui, tanti
altri, da Lionardo Vigo a Salvatore Salomone-Marino, a Serafino Amabile
Guastella, fino a Giuseppe Cocchiara e oltre. A questo patrimonio popolare
attingeranno gli scrittori veristi siciliani.
“Potresti indicarmi una raccolta di Proverbi e Modi di dire siciliani?”
chiedeva da Milano Verga a Capuana nell’accingersi a scrivere I Malavoglia. Chi era la pioniera della favolistica
siciliana, chi era quella Laura Gonzenbach che nel 1870, cinque anni prima
delle Fiabe, novelle e racconti del
Pitrè, pubblicava a Lipsia Sicilianische
Märchen? Poco si sapeva di lei: il
terremoto di Messina del 1908 ne aveva cancellato la memoria, disperso i testi
siciliani delle fiabe da lei raccolte.
È stata la studiosa Luisa Rubini, curatrice di questo volume, a far
riscoprire da noi Laura Gonzenbach con il suo saggio dal titolo Fiabe e mercanti in Sicilia – La raccolta di
Laura Gonzenbach – La comunità di
lingua tedesca a Messina nell’Ottocento (Olschki, Firenze 1998), le cui
linee essenziali vengono riprese nell’Introduzione che segue. Uno studio, quello della Rubini, ampio,
accurato, con vasto apparato di note, di riferimenti bibliografici. Apprendiamo
così dalle notizie sulla vita di Laura Gonzenbach, e su quella della sorella,
la pedagogista Magdalena, che questa giovane intellettuale, nata a Messina
nella comunità svizzera di lingua tedesca, collegata con studiosi come Hartwig
e Köhler, era andata, nella sua ricerca etnologica, nel senso opposto a quello
in cui sarebbe andato il Pitrè, come conferma la lettura di queste fiabe.
Il Pitrè e i suoi epigoni avevano per molti
versi mitizzato il mondo popolare siciliano, creduto il primitivismo sede del
candore e della bontà.Scrive Calvino:Nei folkloristi del secolo passato […] la
scienza si colora delle suggestioni culturali che presiedettero alla sua
nascita: da una parte il mito rousseauiano d’una vita secondo natura a cui il
popolo sarebbe rimasto vicino […]; dall’altra l’esaltazione romantica delle
radici profonde dello spirito nazionale, di cui il volgo sarebbe stato custode
nelle sue tradizioni. Mito e nazionalismo: due brutti scogli insomma. Contro i
quali andarono a sbattere il Pitrè ed altri intellettuali siciliani al momento
della pubblicazione dell’Inchiesta in
Sicilia di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino (1876), in cui appariva la
parola mafia. Hartwig, che aveva elogiato quell’inchiesta, fu bandito dalla
bibliografia dell’opera di Pitrè. Capuana arrivò a scrivere un pamphlet contro quell’inchiesta, in
difesa del buon nome della Sicilia. La direzione opposta – direzione
illuministica – per cui va la Gonzenbach, la si vede soprattutto in due fiabe
qui pubblicate: vi si parla di uno stupro e di un prete che vuole sedurre una
fanciulla. In Pitrè i due argomenti sono velati, le due fiabe nella sua
raccolta censurate.
Laura Gonzenbach nacque nel 1842 a Messina in seno alla locale comunità di lingua tedesca, dove trascorse gran parte della sua vita (morì a Napoli nel 1878). Raccoglitrice di racconti storici, fiabe e leggende delle classi popolari della Sicilia ottocentesca, proveniva da una famiglia di colti mercanti originari della Svizzera. Seguiva, insieme alla sorella Magdalena, il dibattito europeo sull’emancipazione femminile. Il suo lavoro di raccolta delle tradizioni orali dell’isola rappresenta una delle rare opere folkloriche ottocentesche realizzate da una donna.
Jean Fracchiolla Questa è l’ennesima intervista che faccio con Lei. Ho scelto soltanto alcune domande perché ovviamente non posso farle tutte. Poi toccherà a voi (il pubblico presente) soddisfare i vostri interessi, da quello che avrete sentito. Nella Sua lunga e ricca produzione si può notare un ritmo piuttosto lento, meditato e regolare, poiché non si può dire che Lei sia un grafomane che scrive e pubblica uno o due libri all’anno, come è diventato di moda oggi. Però ciò che colpisce, quando si percorre la Sua bio-bibliografia e il lungo periodo di silenzio che intercorre tra il Suo primo romanzo La ferita dell’aprile e il secondo Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1976. Sono ben dodici anni di assenza dalla scena letteraria. Potrebbe un po’ chiarire questo periodo di silenzio o almeno di non espressione letteraria? Vincenzo Consolo Dallo Spasimo di Palermo in poi questo mio lungo silenzio può ricordare quello intercorso fra La ferita dell’aprile ed Il sorriso dell’ignoto marinaio. Sembra quasi una dimissione dall’impegno letterario, dalla scrittura. Credo che dopo l’opera prima dove si mette in campo tutta la propria memoria personale, infatti La ferita dell’aprile è la memoria della mia adolescenza, bisogna capire chi si è e dove si vuole andare. Il titolo è preso da Elliot: “Aprile è il mese più crudele”1. Da qui il titolo La ferita dell’aprile che era la ferita dell’adolescenza, ma anche la ferita del luogo e del momento storico di cui parla il narratore, che era la Sicilia e la 1 ELLIOT, T.S., La terra desolata. strage di Portella della Ginestra e quindi i risultati delle votazioni del ’48 che hanno portato quel potere politico che conosciamo che è durato tanti anni. Ma voglio precisare che dopo la prima opera mi sono chiesto chi sono e dove voglio andare e non è stato facile darmi una risposta… E dopo bisogna programmarsi, sapere qual è la propria identità. Questo lungo silenzio ha coinciso anche con le mie vicende private perché nel ‘68 sono andato via dalla Sicilia. Avevo fatto i miei studi a Milano, il servizio militare, poi avevo deciso di fare lo scrittore in Sicilia. Ero stato lì cinque anni ad insegnare, frequentando Lucio Piccolo e Leonardo Sciascia. Questi erano i miei due riferimenti. Erano di quanto più opposto si possa immaginare. L’uno poeta puro, quasi mistico, i suoi poeti per antonomasia erano San Juan de la Cruz e Góngora, poeta barocco. Piccolo era cugino di Tommaso di Lampedusa. E dall’altra parte il razionalista illuminista Leonardo Sciascia. E quindi io dovevo scegliere il mio camino: da una parte o dall’altra… Jean Fracchiolla Ma apparentemente, quando si conosce la Sua opera, ha scelto questi due poli opposti e li ha conciliati? Vincenzo Consolo Si, e poi mi sono mosso verso i disegni della Storia. Verso il grande mondo occidentale… nella parte orientale c’è più natura, più storia remota, storia greca… ed invece da quell’altra parte ci sono segni più ricchi e più evidenti delle storie che si sono susseguite. E quindi sono passati tutti questi anni con le mie ricerche storiche, personali, ecc. Mi ero portato documenti dalla Sicilia. Ho continuato poi a fare le mie ricerche, al Museo del Risorgimento di Milano, dove il direttore si chiamava Canzio Garibaldi: era un discendente di Garibaldi, molto simpatico e mi ha molto aiutato. Poi ho progettato questa trilogia che parte dal Sorriso dell’ignoto marinaio affrontando tre momenti importanti della storia italiana: nel primo romanzo il Risorgimento, in Nottetempo, casa per casa la nascita del fascismo. Mi sono chiesto come mai può nascere un fenomeno così aberrante in un Paese, ho cercato di capirne le ragioni. Le ho trovate soprattutto in una grande decadenza culturale (imperava in quegli anni il fenomeno di D’Annunzio) e soprattutto nell’insorgere di misticismi di segno bianco e di segno nero, rappresentato quest’ultimo dal satanista inglese Alaister Crowley. E quindi il terzo libro Lo spasimo di Palermo che prende il nome dalla Chiesa dello Spasimo e dal quadro di Raffaello che si chiama “Lo spasimo di Sicilia”. Questo spasimo che non finisce mai, in cui narro della Sicilia contemporanea, del fenomeno aberrante del potere politico mafioso e concludo con le due famose stragi di Capaci e di via d’Amelio, con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Il mio silenzio dopo questo ultimo libro della trilogia? Molto è mutato in questi anni in Italia, c’è stata una profonda, terribile mutazione antropologica, culturale e anche letteraria. La letteratura vera, quella in cui ho creduto e in cui ho cercato di muovermi, è ormai sepolta, sepolta dallo spettacolo, dall’imposizione mediatica, tutto è spettacolo in Italia, dalla politica alla letteratura. Tutta l’Italia è ormai telestupefatta per opera di un signore che è a capo oggi del Governo italiano. In questa Italia, io come altri della mia generazione ci sentiamo estranei e spesso siamo assaliti da profonda malinconia, se non da furore. Ma bisogna continuare a scrivere, si ha il dovere di farlo. E io lo farò, malgrado tutto. Jean Fracchiolla Ha fatto notare quindi che ha preso il titolo della ferita dell’aprile da Elliot; vorrei far notare a mia volta che i titoli delle opere di Consolo sono bellissimi. Prima di conoscerLa, di conoscere la Sua opera pensavo che quei bei titoli li sapevano dare soltanto Françoise Sagan o Marguerite Duras che hanno dei titoli di romanzi straordinari, ma veramente anche i Suoi sono all’altezza di quelli dati da queste due scrittrici alle loro creazioni. Questa è però una piccola osservazione, fatta così, en passant. Ma tornando al nostro argomento, sappiamo appunto dei legami di amicizia che L’hanno legata a Sciascia ed a Lucio Piccolo. Può raccontarci il modo in cui li ha conosciuti e qual è stata la loro influenza sulla Sua opera? Vincenzo Consolo Lucio Piccolo me lo ricordo da quand’ero ragazzino. Sulla strada del mio paese passava con una macchina di lusso, decapottabile con lo chauffeur. Dietro c’erano due signori, uno magro e l’altro un po’ corpulento. Ed erano Lucio Piccolo ed il principe di Lampedusa. Era il ’43. Lampedusa con la madre era sfollato a Capo d’Orlando per i bombardamenti che c’erano a Palermo. Poi un giorno io ero da un libraio che era anche rilegatore, si chiamava Zuccarello, e Piccolo è entrato con l’autista ed ha portato le poesie. Ha detto: “queste sono le poesie e mi deve stampare un libretto e 60 copie, non di più”. Erano delle poesie intitolate “Nove liriche”. Ed erano le poesie che poi mandò a Montale per il Premio San Pellegrino. Poi Bassani da una parte, Montale dall’altra raccontano sia nei Canti Barocchi, che nell’Introduzione del Gattopardo l’arrivo di questi due geni siciliani, nel contesto dei letterati che erano lì radunati a San Pellegrino… I miei libri erano appoggiati sul tavolo, li avevo portati al rilegatore. Piccolo mi dice: “Ah queste storie locali! Anch’io le amo molto. Sono piene di insospettabile poesia! Venga a trovarmi perché ne ho un’intera biblioteca”. Ed è così che cominciai a frequentarlo. E per me era come andare a scuola di letteratura perché era di una cultura sterminata. Parlava sempre lui. Io l’ascoltavo e puntualmente ogni volta mi diceva quando lo salutavo: “Venga Consolo, torni” ed era stabilito precisamente tre volte alla settimana, “Venga e facciamo conversazione”. Conversazione… parlava sempre lui… (risate). Comunque poi quando pubblicarono il mio primo libro La ferita dell’aprile lo inviai a Sciascia, con una lettera, dichiarando il mio debito nei suoi confronti e lui mi rispose con una lettera facendo molte domande sul tipo di linguaggio che avevo adoperato. Incominciai a frequentare Sciascia il quale puntualmente mi diceva “salutami Piccolo” e Piccolo mi diceva quando andavo a trovare Sciascia “salutami il caro Sciascia” e quindi facevo da messaggero, da angelos… Poi finalmente ho fatto in modo che s’incontrassero. Sciascia è venuto al mio paese ed insieme siamo andati a trovare Lucio Piccolo, e Sciascia ha scritto poi che le personalità più interessanti che lui aveva incontrato nella sua vita, quelle che l’avevano più colpito erano state Borges e Piccolo. È stato un incontro bellissimo. A quei tempi non si pensava a registrare questi incontri… Peccato… Quando decisi di lasciare la Sicilia perché ho visto che lì il mondo contadino spariva, che il mio stare lì non aveva più senso, mi sono consigliato con loro due. Sono cose che ho già raccontato. Sciascia mi ha detto “Se io fossi giovane come te. Se non avessi famiglia anch’io farei le valigie e me ne andrei perché qui non c’è più speranza”. E Piccolo dall’altra parte mi disse: “Non se ne vada, non se ne vada… perché quando si sta lontano dai centri si ha più fascino”. Ragionava da barone ricco e fuori dal mondo. Da razionalista-storicista ho deciso di fare le valigie ed andare… Andare nella città che avevo idealizzato, dove avevo fatto i miei studi, a Milano. L’unica città per me possibile era Milano, la città degli illuministi, la città di Manzoni, di Cesare Beccaria, la città con una tradizione operaia, la città di Verga e di Capuana… di tutta una serie di scrittori siciliani che avevano raggiunto questa patria immaginaria. Vittorini era appena morto. Io ho fatto in tempo a conoscerlo alla Mondadori a Milano quando pubblicai il mio primo libro. Mi hanno portato nel suo ufficio, mi hanno presentato a Vittorini e poi ho rivisto Quasimodo che avevo già incontrato in Sicilia. Anzi avevo fatto incontrare Quasimodo, che era in vacanze dalle mie parti, con Lucio Piccolo. Lui non voleva incontrarlo, perché Piccolo era stato scoperto da Montale, il suo grande nemico. Poi finalmente si convinse ed è venuto con me ad incontrare Piccolo. Piccolo ha dato il meglio di sé in quell’incontro e Quasimodo lo guardava ammirato, e poi quando siamo usciti mi disse “questo piccolo poeta”… (risate)
Jean Fracchiolla Non “questo, Piccolo, poeta”… Vincenzo Consolo E poi volevo sottolineare che in tutti i miei libri c’è il movimento. Un segno letterario inaugurato da Vittorini con “Conversazioni in Sicilia”. Quasi tutta la letteratura italiana si svolgeva sempre in luoghi chiusi, Vittorini per primo ha inaugurato il movimento, il viaggio di ritorno. E quindi questa lezione l’ha appresa D’Arrigo con Horcynus Orca. Ne La ferita dell’aprile c’è un movimento dell’io narrante che viene da un luogo dove parlano un dialetto gallo italico, ancora parlato da una piccola comunità di origine lombarda. Approda in un paese di mare per andare a scuola e quindi passa dal gallo italico al siciliano e poi all’italiano. E dunque questo viaggio linguistico parte dalle profondità storiche per arrivare all’orizzontalità della comunicazione. Jean Fracchiolla Parliamo ora un poco di Retablo. Il protagonista di Retablo è il Cavaliere Clerici. Retablo si svolge nel 700’, ma Lei ha conosciuto, credo, a Milano, un Clerici pittore. Allora è questo Clerici che Le ha dato l’idea poi del Cavaliere Clerici? Perché so che avete viaggiato insieme in Sicilia… Vincenzo Consolo Fabrizio Clerici è già apparso in un libro di Savinio Ascolto il tuo cuore, città. Savinio dice a Clerici: “Io mi chiamo De Chirico, tu ti chiami Clerici, ma sicuramente saremo parenti, perché abbiamo quasi lo stesso cognome: De Chirico e Clerici”. Fabrizio Clerici è stato un pittore surrealista straordinario. Anni fa, c’è stato a Palermo un matrimonio fastoso della nobiltà palermitana, dove ero testimone di nozze con Fabrizio Clerici, Guttuso ed altre persone. Alla fi ne dei festeggiamenti con Clerici e con Bice Brichetto, scenografa di films di Luchino Visconti, siamo partiti per un breve viaggio attraverso la Sicilia classica, Segesta, Selinunte, Mozia, ecc. Vedevo Fabrizio Clerici che disegnava e da lì mi è venuta l’idea di scrivere Retablo ed il senso del libro era di un Clerici illuminista che s’innamora di Teresa Blasco metà siciliana, metà spagnola e non è corrisposto. Teresa Blasco sposa Cesare Beccaria e hanno una fi glia Giulia Beccaria, la madre di Alessandro Manzoni. Si passa dunque dall’illuminismo, dalla ragione al sentimento, alla poesia, dall’ideologia alla letteratura insomma. E quindi mi sembrava che Clerici potesse impersonare un illuminista che lascia la città fortemente ideologizzata alla ricerca delle tracce di quelli che sono i segni della donna di cui lui è innamorato e scopre un mondo di sentimenti, scopre un mondo di dolore. Sentimenti che non può rappresentare un’ideologia politica, ma può rappresentare soltanto la letteratura. Jean Fracchiolla Cambiando argomento, vorrei ora parlare un po’ con Lei del degrado della Sicilia e delle città siciliane di cui ho citato qualche esempio nei Suoi libri. Secondo Lei, questo degrado continua tuttora? Perché, per esempio, io sono vissuto alcuni anni in Sicilia e ultimamente ci sono tornato parecchie volte, ed ho visto che hanno fatto molti sforzi di restauro a Siracusa per esempio; anche a Palermo hanno restaurato palazzi, si sono dati da fare. Il teatro Massimo, che da tempo era stato abbandonato (chiuso per 25 anni), l’hanno riaperto appunto quando io lavoravo a Palermo. Allora c’è ancora qualche speranza, oppure questo degrado è definitivo? Vincenzo Consolo Ma si, adesso stanno cercando di rimediare. Stanno restaurando il Teatro Massimo. Il Pitré si lamentava che per costruire quel palazzo ottocentesco progettato dal Basile avevano abbattuto un numero spropositato di antiche chiese e conventi per fare spazio a questo teatro perché la borghesia e la nobiltà palermitana avevano bisogno del teatro. Da una parte avevano fatto costruire il Politeama progettato dall’architetto Damiani Almeyda. Dall’altra parte il Massimo con il Basile. Ma voglio dire, stanno restaurando questi monumenti, ma le macerie dei quartieri palermitani rimangono ancora lì cintate da mura di tufo, dietro cui vive la povera gente in case disastrate. C’è stato dal secondo dopo guerra in poi una sorta di stallo perché non si sono accordati sul recupero della città, sul piano regolatore. Quindi lì c’è un gioco di corruzione, di mazzette… Ricordiamo che nel secondo dopo guerra, quelli che hanno messo le mani sulla città sono stati tre signori che hanno formato una impresa edile, per costruire la nuova Palermo, la Palermo orrenda che ha soffocato la Palermo storica. Questa società si chiamava Valigia ed era l’acronimo di tre signori. Uno si chiamava Vassallo, un mafioso. Un altro signore si chiamava Lima -era il referente siciliano di Andreotti che poi è stato ucciso- ed il terzo si chiamava Gioia, che è stato anche lui un eminente uomo politico. Ed era la società Valigia che ha messo le mani sulla città e ha costruito gli orrendi quartieri attorno al centro storico. Era l’epoca in cui con la dinamite fecero saltare le ville “liberty” per costruire grattacieli. Adesso non conosco le nuove iniziative urbanistiche, ma c’è un signore che si chiama Micciché, che era il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana che progettava campi da golf, un altro presidente dell’Assemblea regionale, di Alleanza Nazionale, aveva progettato un parco mistico nel territorio del tempio di Segesta con statue di vetro resina di Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni XXIII e un altro aveva progettato un aeroporto dei templi in un luogo che si chiama la Noce dove aveva la casa di campagna Leonardo Sciascia, che è un luogo collinare: avrebbero dovuto distruggere tutte le case dei contadini e le case dei proprietari terrieri e spianare le colline. Per fortuna queste cose non le hanno fatte. Siccome sappiamo che gli apparati sono sempre in mano a forze oscure, che questi legami al Sud si chiamano mafia, che è una parola inedita, mi sono permesso di ricordare al signor Lombardo, attuale presidente della Regione Siciliana, di avere rispetto del territorio e quindi dei cittadini in un articolo sul Manifesto. Jean Fracchiolla Volevo farLe naturalmente una domanda sulla mafia che eviterò ormai, perché comunque ha già risposto con quello che ha detto su Palermo… Vincenzo Consolo Ma invece parliamone, parliamone… Jean Fracchiolla Allora secondo Lei il potere e l’influenza della mafia si sono indeboliti oppure la mafia oggi è sempre quella che era? Vincenzo Consolo È cambiata. Ovviamente non è più la mafia rurale, corleonese. Si è allargata: i suoi tentacoli si sono allargati alla maggior parte dei paesi della Sicilia ed oltre. Non ha confini. Il modo di agire mafioso ormai è diventato una cultura. Devo dire che questa parola “mafia” per la prima volta l’hanno usata due studiosi. Un piemontese e l’altro toscano. Ci fu una ribellione da parte degli intellettuali siciliani di fronte a questa specificità vergognosa della Sicilia e c’è stato Capuana che ha scritto un libello contro l’inchiesta di questi due studiosi quando per la prima volta hanno parlato della mafia, dicendo: “Ma come il brigantaggio è dappertutto perché questa specificità?”. E Capuana per la prima volta usa la parola piovra -perché la mafia viene raffigurata come una piovra e spiega come se la Sicilia fosse stretta dai tentacoli di un’enorme piovra. Mi è capitato di leggere adesso un romanzo scritto da un signore del 1858, che è stato esiliato -anzi confi nato- come molti rivoluzionari del ‘48. Si chiama Pietro Minneci ed è un poeta, uno scrittore che scrive un romanzo intitolato Ustica e parla delle sue esperienze ad Ustica, dove sono stati confinati molti antifascisti negli anni ‘30, dove è stato anche Gramsci. E lui racconta di una società che si chiama la società dell’umiltà. E racconta, nei minimi particolari, cosa era questa organizzazione, perché i confinati politici vivevano insieme ai delinquenti comuni. E questa società era l’archetipo della mafia; quindi già nei primi anni dell’Ottocento esisteva questo fenomeno mafioso, che prima aveva un nome “compagnia della società dell’umiltà” e poi si chiamò “mafia”. Jean Fracchiolla Bene, quindi la Sicilia ancora oggi è tale quale Lei la descrive e nessuno sembra sentire o capire gli avvertimenti o le grida che Lei lancia nei Suoi romanzi. Ma secondo Lei, cosa bisognerebbe fare per tentare di svegliare questa Sicilia, di cui già Lampedusa diceva che nessuno può svegliarla dal suo sonno? Cosa bisognerebbe fare secondo Lei? Vincenzo Consolo Non lo so… bisognerebbe mandare certi uomini politici a casa e trovare delle persone oneste, intelligenti, colte e cercare di governare non solo la Sicilia ma tutto il nostro Paese in un altro modo, in modo più civile, più onesto, più corretto, più democratico. Non voglio fare il solito lamentoso pessimista ma il nostro Paese è degradato a questi estremi che sono preoccupanti. Non solo dal punto di vista politico, ma anche dal punto di vista culturale, etico, morale. Ci sono degli spiragli in Sicilia: si sono opposti clamorosamente al Pizzo i ragazzi di Palermo. Con il sequestro dei beni mafiosi, con le associazioni contro la mafia come “Libera” e l’ “Acio” si cerca di diffondere la cultura della legalità, di far conoscere il lavoro dei magistrati e delle istituzioni che si oppongono alla mafia. Si fanno nelle scuole manifestazioni per far capire ai giovani la necessità di vivere nella legalità. Anche a Milano si dovrebbe fare qualcosa di simile perché anche al Nord aumentano le infiltrazioni mafiose, non legali. Jean Fracchiolla Quando ho letto quella lunga citazione alla fi ne della mia presentazione, Lei dice: “La politica si preoccupa della sorti immediate dell’uomo e la letteratura, invece, va al di là del tempo contingente”. Allora: non Le è mai stato offerto di lanciarsi, di buttarsi nella politica? Lei stesso non è mai stato tentato dalla politica? E perché? Vincenzo Consolo Perché è una attività che non saprei svolgere. Una volta mi ha telefonato un segretario di quello che si chiamava PDS, partito democratico di sinistra. Mi aveva invitato a mettermi in lista per il Senato ed io gli ho detto di no. Lui mi ha detto “è un tuo dovere”, ed io gli ho risposto “il mio dovere è quello di scrivere”. Jean Fracchiolla Cambiamo argomento. Ogni lettura che facciamo lascia una traccia in noi; quindi, di tutte le letture che ha fatto, quali sono i libri, gli autori che Le hanno lasciato una traccia più profonda? Vincenzo Consolo I classici. Per un uomo della mia età, per uno cresciuto subito dopo la seconda guerra mondiale, che è nato in un’estrema periferia, dove non c’erano libri, biblioteche, librerie, se non quelle scolastiche, la sete di libri era tanta e ho avuto la fortuna di avere -di fronte a casa mia- un piccolo proprietario terriero che era un grande lettore ed era cugino di mio padre, don Peppino Consolo. Ho scoperto questa sua biblioteca e lui mi faceva leggere a casa sua in cucina sul tavolo di marmo perché non mi permetteva di portare i libri a casa, aveva paura che li sciupassi. Lui mi ha iniziato a leggere i classici. Il primo libro è stato I miserabili di Victor Hugo che mi ha molto colpito, poi naturalmente mi sono nutrito in quegli anni dell’adolescenza di tanti altri classici. È stata una stagione molto importante per me, per fortuna non c’era quell’idiozia della televisione, per cui l’unico modo di scoprire il mondo per quelli della mia generazione erano le pagine dei libri. Jean Fracchiolla Un’ ultima domanda e poi vorrei lasciare spazio anche ai presenti. Allora ci conosciamo da una trentina di anni e spero che andremo avanti ancora almeno per trent’anni: che impressione Le fa di essere arrivato a questa età con un’opera così importante e significativa alle Sue spalle? Vincenzo Consolo Ho il rammarico di aver scritto poco per la verità, di essere stato molto laconico e un po’ disertore praticando però assiduamente quella che Roland Barthes chiama la scrittura d’intervento, vale a dire gli interventi giornalistici sull’attualità politico-sociale. E c’è anche la vita, c’è l’attacco di malinconie per gli spettacoli che vedi, per quello che vorresti non accadesse e si ha il dovere di lavorare, di scrivere perché se ci fermassimo ognuno nel proprio lavoro sarebbe un guaio per tutti. Ecco c’è il rammarico di aver scritto poco, di non aver scritto di più, di non esser stato più presente, più incisivo, nel quadro della letteratura italiana. Io voglio ringraziare i professori qui presenti che hanno avuto la generosità di occuparsi di me, di dire qualcosa su di me in senso positivo. Sono loro molto grato. Per fortuna che ancora ci sono i professori, c’è l’università, perché sono come gli amanuensi nei conventi che copiavano i codici antichi per non farli distruggere dai barbari che arrivavano. Oggi i barbari sono i mass media diretti dal potere politico-economico. Jean Fracchiolla Grazie, Vincenzo, e adesso se le persone qui presenti hanno qualche curiosità, qualche domanda da fare… Salvatore C. Trovato Non voglio fare una domanda a Vincenzo Consolo, ma voglio ribadire, da siciliano, orgoglioso di esserlo, che la Sicilia non è solo mafia, ma è soprattutto una terra di persone oneste. In Sicilia, come altrove, ci sono anche i disonesti, i prevaricatori, chi vuole vincere a tutti i costi e dominare. Da questo punto di vista la mafia è una categoria dell’umanità costituita in società prima che un fatto storico ben determinato e localizzato, e perciò si trova dove c’è prevaricazione, violenza e mancanza di rispetto verso il prossimo. Dappertutto, dunque, se gli elementi basilari del viver civile vengono a mancare. In Sicilia questo fenomeno si chiama mafia. Il problema in ordine al fenomeno mafia c’è ed è notevole: come sconfiggerla? Non con le geremiadi di vario tipo, ma, se mi è lecito esprimere un mio parere, con l’impegno di tutti, sconfiggendo il malcostume dalle mille sfaccettature, la prevaricazione, la corruzione, le mille ingiustizie della vita di ogni giorno ed educando le giovani generazioni al rispetto degli altri e oserei dire all’amore per gli altri, cristianamente, al senso della libertà individuale limitata da altra libertà individuale, alla legalità nel senso più ampio. Voglio tanto illudermi che le famiglie e la scuola queste cose possano ancora farle, in Sicilia e nel mondo. Vincenzo Consolo Sono d’accordo con Salvatore. C’è una Sicilia nobile, onesta che malgrado tutto ancora resiste. Ed io l’ho vista questa Sicilia, l’ho vista a Milano quando ero studente in piazza Sant’Ambrogio, ho visto quando c’è stata la grande mutazione antropologica: la fi ne del mondo contadino e il processo di industrializzazione del nostro Paese. Masse di contadini che sono stati costretti a lasciare la Sicilia ed approdare a Milano in piazza Sant’Ambrogio, per essere poi sottoposti alle visite mediche, e poi mandati nei vari paesi europei, mandati nelle fabbriche e nelle miniere del Belgio, ecc. Dunque ho visto questa realtà. Devo dire che ero andato in Sicilia quando ho scritto Le pietre di Pantalica perché mi ero impegnato a scrivere un libro sui frati di Mazzarino, implicati in un clamoroso episodio di estorsione e di minacce. Quando sono arrivato lì, ho conosciuto la storia delle ultime lotte contadine in quella zona, e l’occupazione delle terre incolte per ottenere la riforma agraria. Ho lasciato di scrivere sui frati di Mazzarino, e la prima parte del libro Le pietre di Pantalica è proprio sulle lotte contadine, represse come sempre, come quelle del 1893. I contadini sono stati costretti ad emigrare. Ho insegnato nelle scuole agrarie quando ero in Sicilia, insegnavo “Diritto” ed “Educazione civica”, in paesi di montagna, a Caronia, paese di boscaioli, di carbornai. Questo paese era impoverito terribilmente con la crisi dell’agricoltura e molti uomini sono stati costretti ad emigrare. Ci sono stati anche suicidi di donne disperate perché rimaste sole, senza il marito. Era un mondo terribile che mi aveva impressionato. Sono persone che hanno pagato lo scontro della storia, hanno pagato col sacrificio, spesso con la vita. Gli zolfatari che uscivano della Sicilia e andavano in Belgio sono andati nelle miniere ed anche lì ci sono state tragedie. E quindi c’è una storia della Sicilia nobile, della Sicilia onesta, popolare e pulita però l’immagine che prevale è stata quella della Sicilia dei trafficoni, dei mascalzoni, la Sicilia che è quanto di più impronunciabile si possa immaginare, di un signore che ha avuto rapporti sempre con la mafia, da quando era a Palermo fi no adesso che si è trasferito a Milano e ha fondato il partito “Forza Italia”. Ecco, quella è la Sicilia di cui io mi vergogno, la Sicilia della sopraffazione, della violenza, del fenomeno aberrante della mafia che parte da lontano, parte da un sistema economico di tipo medievale, quello del latifondo, di proprietari nobili che se ne restavano nei lori palazzi di Palermo, i famosi Gattopardi, e ricevevano nei loro palazzi soltanto il pro131 fitto, le rendite, e non volevano sapere quello che succedeva nelle loro terre dove gli umili erano molto spesso oggetto di violenza e di ingiustizia. C’è uno scrittore che era stato costretto a scappare dalla Sicilia per ragioni politiche, figlio di nobili, Michele Palmieri di Micciché, che diventa amico di Stendhal a Parigi, e che poi scrive un libro sugli usi e costumi siciliani dove racconta degli episodi terribili appunto sulla Sicilia dei gabellotti, dei soprastanti. Però questo non è successo solo in Sicilia. Quando c’è un sistema di non equità, di ingiustizia, lo sfruttamento dei più deboli c’è sempre. Jean Fracchiolla Grazie, Vincenzo. Qualche altra domanda su quello che è stato detto… o non detto? Giulio Ferroni Prima volevo fare una domanda piuttosto semplice però questo discorso sulla mafia m’interessa molto. Non sono siciliano anche se amo moltissimo la Sicilia e credo che forse Vincenzo potrebbe aggiungere qualcosa sulla situazione attuale, che in realtà è molto più complicata, per la diffusione di comportamenti mafiosi che sono in tutto il mondo, al di là della Sicilia. Però c’è una specificità siciliana che attualmente ha assunto un nuovo volto rispetto all’antica oppressione dei più deboli. Ci sono ora meccanismi economici che suscitano il consenso degli stessi “deboli”. C’è una distribuzione di ricchezza di basso livello, fatta attraverso l’uso di modalità politiche, che hanno cambiato il volto del potere della mafia e rendono più difficile la situazione. Così gli enti locali assumono dipendenti per fare cose che non si capisce cosa siano; c’è una distribuzione di ricchezza nel sottogoverno, in cui la mafia è entrata fi no in fondo, suscitando un consenso anche di massa. Ha ragione Trovato, ma la specificità della situazione siciliana assomiglia pur con notevoli differenze a quella della Campania: e un controllo dell’economia di tipo mafioso sem132 bra davvero estendersi dalla Sicilia all’Italia intera e a gran parte del mondo. Io sono molto pessimista: credo che occorrerebbero interventi capaci di tener conto del carattere estremo della situazione. Così il governo centrale dovrebbe saper intervenire sulla situazione siciliana proprio colpendo l’uso mafioso delle istituzioni e la distribuzione di ricchezza che esso crea. Vincenzo, che conosce bene la situazione meglio di me, potrebbe dirci qualcosa anche in questo senso. Ma la mia domanda semplice era un’altra e non c’entra nulla con la mafia. Mi riferisco a Vittorini: la sua è una presenza un po’ atipica in fondo nella cultura siciliana del Novecento, tanto più rispetto alla linea rappresentata da Sciascia e da Piccolo. Del resto, è ben noto come Sciascia abbia sottolineato la sua distanza dal modello Vittorini, privilegiando altri scrittori siciliani rispetto a Vittorini. Vorrei chiedere a Consolo quale è stato per lui il rilievo di Vittorini; rapporti e distanze da Vittorini. Grazie. Vincenzo Consolo Per quanto riguarda la tua prima osservazione si, da noi il nepotismo e il clientelismo ci sono. In una lettera che Giuseppe La Farina manda a Cavour dopo il 1860 parla di Napoli e dice che le scale dei ministeri erano affollate, “sembrava un mercato, tutti erano alla ricerca, alla richiesta di posti di lavoro, di sistemazione”. In Sicilia il nepotismo e il clientelismo è stato sempre praticato. Detto questo, parliamo del mio rapporto con Vittorini. Vittorini ha inaugurato con Conversazione in Sicilia il tema del “nostos”, del viaggio di ritorno, tema che ha segnato tutti gli scrittori della generazione del dopoguerra, dico degli scrittori siciliani che sono stati costretti a lasciare l’Isola. In tutti i miei libri c’è il movimento, il viaggio di ritorno. Ma in Vittorini c’è anche il saggista, il direttore di “collane” editoriali e di riviste letterarie. È stato un Vittorini maestro, ma l’intellettuale Vittorini era anche un antiverghiano. Non accettava la concezione fatalistica di Verga. Era convinto che i contadini siciliani o i pescatori di Acitrezza dive133 nuti operai con la rivoluzione industriale non sarebbero stati più passivi, ma avrebbero avuto un atteggiamento attivo nei confronti della storia. Rifi utando il fatalismo verghiano, Vittorini arrivò alla bestemmia letteraria, scrisse: “quello schifosissimo Verga il più reazionario degli scrittori italiani”. Ma Verga non era assolutamente reazionario. Quando Verga a Milano legge le pagine di Franchetti e Sonnino dell’Inchiesta in Sicilia, lì avviene la sua conversione, riscopre il mondo reale della Sicilia che prima aveva espresso soltanto in termini di esotismo, di romanticismo. La sua conversione avviene per la sua consapevolezza, per la presa di coscienza della realtà contadina siciliana, della realtà dei pescatori, degli umili. Non ha una concezione progressiva della storia come quella di Vittorini, ma ha una concezione metastorica che appunto fa pensare ad una sfi ducia nei confronti del progresso. In questo attinge a Leopardi, alla conversione leopardiana della ginestra. Non lo chiamerei reazionario, per quanto Vittorini è fi ducioso nelle magnifi che sorti progressive, quanto Leopardi prima di Verga, è sfi ducioso nelle magnifi che sorti progressive. Questa è la differenza fra i due. Io credo veramente nel progresso della Storia, non penso che il destino dell’uomo si possa esaurire soltanto nelle leggi e nei progetti politici. C’è una parte dell’uomo, una parte privata, intima che non viene rappresentata dai programmi politici; ci sono le passioni, la vita ed i sentimenti dell’uomo. Perché noi siamo esseri civili perché facciamo parte di una società, ma siamo anche esseri umani, con tutto il bagaglio che ci portiamo di appartenere a questa specie dell’universo, che è la specie umana. Salvatore C. Trovato Una domanda vorrei farla anch’io a Vincenzo Consolo. Su Vittorini, di cui hai parlato poco fa. Vittorini è lo scrittore che ha dato dignità letteraria a quella parte della storia della Sicilia che riguarda i paesi cosiddetti lombardi. Penso al “Gran Lombardo” in Conversazione in Sicilia, ai paesi lombardi, belli, ordinati, puliti, dove anche la gente è bella, di contro ai paesi arabi, disordinati, brutti, dove anche le gente è brutta, nel romanzo postumo Le città del mondo. Un mito, evidentemente, dietro cui sta la conoscenza puntuale dei luoghi e la lettura degli storici di Sicilia, da Tommaso Fazello a Michele Amari. Tu, al di là del mito vittoriniano, hai parlato molto dei paesi lombardi, dalla Ferita a Lunaria, al Sorriso. Addirittura hai inserito nel Sorriso e poi anche in Lunaria la parlata sanfratellana. Che è la lingua della rabbia sociale nel romanzo e quella di un’Arcadia felice, la «remota Contrada senza nome», in Lunaria. Ed ecco la domanda. Qual è il rapporto tra te e Vittorini in ordine alla Sicilia lombarda, così mitizzata in Vittorini, così crudamente reale nel Sorriso dell’ignoto marinaio e, ancora, così fortemente mitizzata in Lunaria? Vincenzo Consolo Nell’edizione illustrata di Conversazioni in Sicilia Vittorini fa fotografare la statua di Napoleone Colajanni che era uno dei capi del socialismo siciliano del 1893/4. Perché vede nella Lombardia, nel Nord quello che era stato il processo di sviluppo, di industrializzazione. Ricordiamoci e lo racconta adesso un professore che ha scritto un libro intitolato Un paradiso abitato da diavoli, Nelson Moè, dell’Università di Boston, della visione che avevano, prima dell’unità di Italia, gli europei a partire dai francesi e dagli inglesi. Per loro il Sud partiva dalle Alpi, in giù, tutta l’Italia era Sud, poi man mano il Nord oltrepassò le Alpi incominciò a scendere fi no a Roma e poi il confi ne si fermò a Napoli. L’Italia fi niva a Napoli, per cui il “paradiso abitato da diavoli” era tutto il Meridione. I viaggiatori andavano a Napoli, andavano tutti nel meridione. Da lì cominciò la questione meridionale. Dunque Vittorini aveva quest’idea di un Nord progressivo che progrediva industrialmente, socialmente con la nascita della classe operaia ed un Sud ancora immobile, fermo, rassegnato dove ancora c’erano i vecchi poteri, i proprietari terrieri. Questa era la visione vittoriniana e quindi Vittorini faceva parlare il “Gran Lombardo” di umanità offesa e di nuovi doveri. Le comunità lombarde di cui parla Vittorini sono le colonie lombarde che si sono formate in Sicilia con la riconquista normanna, colonie costituite da truppe mercenarie -la moglie di Ruggero il Normanno era Adelasia del Monferrato- raccolte nella valle padana che si estendeva dal Piemonte e dalla Lombardia fi no alla Romagna. I mercenari venuti in Sicilia con i Normanni che avevano riconquistato la Sicilia alla cristianità, e l’avevano tolta ai musulmani, e naturalmente come succede a tutti gli immigrati si erano rinchiusi in piccole comunità. Sono sopravvissute sette isole lombarde dove si parla ancora oggi il dialetto gallo italico o medio latino. Uno di questi paesi è San Fratello il più vicino al mio paese natale. Ma poi, l’altro giorno io ironicamente ho detto, rispondendo a questo signore che si chiama Lombardo, l’attuale Presidente della Regione Siciliana, che il dialetto gallo italico o medio latino -ahimé- si parla pure a Corleone. E questo lo dice il prof. Gress. Vittorini aveva questo schema, era andato via giovanissimo dalla Sicilia, andando al Nord vede lo sviluppo di queste zone e quindi le considera un simbolo dell’attivismo dei nordici a confronto della rassegnazione, della passività del sud. Jean Fracchiolla Come vedete la Sicilia e la cultura siciliana sono una fonte inesauribile di domande, di interrogazioni. Spero che potremo ritrovarci ancora tante altre volte per parlarne. Vorrei ora lasciare la parola a Irene. Irene Romera Pintor Grazie, Jean, per questa bellissima intervista. Per concludere porgo anch’io un’ultima domanda a Vincenzo Consolo: quali sono le grandi idee che ha voluto esprimere attraverso la Sua scrittura? Vincenzo Consolo Attraverso i miei romanzi che sono quasi tutti di sfondo storico, di storia come metafora del presente, ho voluto raccontare non solo la Sicilia ma anche l’Italia. Sono i miei romanzi di recupero storico e memoriale, ma anche di recupero linguistico. La mia scrittura infatti ha una sua specifi cità e la ricerca al di là della orizzontalità della lingua italiana di quelle che io chiamo le lingue sepolte che sono le antiche lingue che nella mia terra si sono parlate. È’ questo ancora un bisogno di recupero della memoria che è anche recupero linguistico. Credo che questo sia lo scopo della letteratura, perché la letteratura non può che essere memoria. Jean Fracchiolla Possiamo ora concludere, ringraziando vivamente Vincenzo Consolo per la sua disponibilità e per la consueta amabilità con la quale si è sottoposto al fuoco nutrito di tutte le nostre domande. Vorrei anche rinnovargli tutti i nostri più affettuosi auguri di buon compleanno, con l’auspicio molto egoistico di ritrovarci ancora spesso negli anni futuri, per parlare ancora non solo di tutto quello che ha scritto fi nora, ma anche di tutte le altre opere, speriamo numerose, alle quali avrà dato vita nel frattempo.