Paesaggi di luce

di Vincenzo Consolo

Non sappiamo se esiste o possa mai esistere una scienza che studia la luce in rapporto ai luoghi (topofotologia?). Speriamo che non esista, che non possa mai esistere. Perché vogliamo (noi che temiamo le razionalizzazioni, la distruzione delle fantasie, la loro riduzione in mappe, grafici, numeri: ah quella luna profanata, la sua caduta, il suo mito, la sua fantasia frantumata! Ah le sue misure, i nomi dei suoi “mari”. “. dei suoi monti, dei suoi crateri!) vogliamo che luoghi e luci – luoghi bruciati, smaterializzati dalla luce – rimangano pur sempre mari o cieli su cui navighi solo la poesia.
 Luogo di luce, di incroci o giochi di luce è ad esempio quell’isola del Mediterraneo che si chiama Sicilia. Luce che si modula, cambia da capo a capo, da costa a costa, da montagna a montagna, da pianura a pianura. Abbiamo potuto constatare (o è stato un abbaglio?), percorrendo l’isola, che, oltrepassato il capo Gallo, improvvisamente la luce cambia, si fa diversa da quella del Tirreno; che aggirato il capo Peloro, a torre Faro, sopra il gorgo di Cariddi, diversa è la luce dello Jonio; e ancora diversa oltre gli Iblei, da Siracusa a Pachino, all’Isola delle Correnti; che luce sua è, diversa dalle luci dei mari e delle coste, quella della sconfinata landa desolata dell’interno, oltre la barriera delle Madonie e dei Nébrodi. E non è altra la luce rossastra, infuocata, fenicia o africana, di Mozia, del Lilibeo o Selinunte, da quella bianca e cristallina di Taormina, di Megara o di Ortigia, altra dalla luce nera di Catania e dell’Etna? La luce terrosa di Palermo da quella marina, acquorea di Messina? La luce delle Egadi da quella delle Eolie, delle Pelagie? Messina, la spirale del suo porto, lo iato, la fenditura dello Stretto…
 Visto dalla platea di Paradiso, o dalle acque stagne di Ganziri, visto dai palchi dei colli di San Rizzo, dal Faro Superiore o Castanèa delle Furie, è un teatro unico, fantastico, una rappresentazione senza fine dove si spiegano velari, si squarciano, s’involano; dove rifrazioni di lastre immateriali, d’invisibili specchi sciabolano, s’incrociano, si spezzano; dove piovono, s’ammassano gravi cascami d’astri sfaldati; dove sorgono illusioni, sortilegi, fate morgane, allucinazioni; dove a volte il mondo crudamente e crudelmente si denuda, mostra tutta la sua desolazione, la sua angoscia (il dolore assoluto, senza scampo dello sfondo d’una qualche Crocefissione d’Antonello).
E allor mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Contemplazione, statico, e affisso a un’eterna luce o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminabili e vani, scale, tra mezzo a cattedrali, regge di nuvole e di raggi. Mi pare quando che ho l’agio e il tempo di staccarmi d’ogni reale vero e di sognare. Mi pare forse per questi nomi belli di villaggi o pel mio levarmi presto, ancora notte, con le lune e le stelle, uscire, portarmi alla spiaggia, sedermi sopra un masso e aspettare l’alba, il sole che mi fuga infine l’ombre i sogni, le illusioni, riscopre la verità del mondo, la terra, il mare, lo Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello, fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo.
E se dallo Stretto andiamo  oltre il golfo, il capo di Milazzo, altro teatro, più vasto e più fantasioso vi si spiega: quello di Vulcano, Lipari, Salina, Filicudi, Alicudi …  Isole ora sfumate, lontane, fuggenti dietro cortine, velari, vapori, illusorie come Sirene; ora corpose, evidenti, reali, prossime e avanzanti sulle acque, con ali di meduse, pomici, alghe, fluttuanti come le Simplegadi. Andiamo verso il Tindari, i ricami delle rene, le acque morte, i giunchi velieri marciti sotto la sua rocca prominente. Questo il teatro che mi si parò davanti appena aperti gli occhi, questo il quadro, la memoria più antica e indelebile.
E cos’è allora la memoria d’un pittore nato sopra lo specchio di sommo sortilegio e sommo inganno, sopra l’occhio verde e tremendo di Gorgona, sopra la lastra versicolore, il vetro di Murano, sopra quel Mar Morto e quello Stige, quel cielo rovesciato, quel ceruleo abisso che è la Laguna, la natura più intima, la segreta sorgiva di quel mare che scorre e che si mesce allo Jonio, all’Egeo?
 Nato in una città invisibile, Stambul e Samarcanda riflessa dentro l’acque, madrepora vagante, sargasso stralucente, mamona che si dona e che si nega?
Nato in Venezia e lì imprigionato, nella marea che sale, nel cielo che s’abbassa, nelle acque e nelle brume smemoranti, che celano splendori, miracoli, potenze, ogni beltà, ogni arte? Nella città che sorge all’orizzonte, oltre le soglie, s’erge nei cieli della Luna, di Venere, del Sole, nel cielo delle Stelle, nel centro dei cerchi luminosi?

 Quali nei pleniluni sereni
Trivia ride tra le ninfe eterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
vidi sopra migliaia di lucerne… (1)

 E possibile ancora memorare, dire, riportare tanto abbaglio, tanta viva sorgente d’ogni luce, d’ogni trasparenza? Solo per allusioni, per astrazioni, per ritmi, per intermittenze, per pulsazioni, per fotoni, per piani e fasci di luce, per accenni d’infinito, per tagli, lame di giallo, bianco, per fuochi intensi, per vermigli, per modulazioni di cieli, e di acque, per azzurri profondissimi, per altre arti e per altre nostalgie, per inusitate visioni forse è possibile.
Possibile, meravigliosamente ardita e luminosa fu la parola d’un Poeta fra luci e visioni d’altro mondo che ad ogni altro avrebbe tolto il passo, il fiato.

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
  non si profonde che i fondi sien persi,
  tornan de’ nostri visi le postille,
debili sì, che perla in bianca fronte… (2)


(1) Dante,Paradiso, canto XXIII
(2) Dante, Paradiso, canto


Confini – Visività e configurazione nel reale.
1990 Fabbri Editore

Isole Eolie

Memorie

Vincenzo Consolo
«Credo di non avere mai smesso di essere uomo di quest’Isola, figlio di questo paese».

In altre occasioni ho avuto modo di tracciare una mia ideale geografia letteraria siciliana. Ideale, ma collega­ta e collocata grosso modo a e in una corretta di­men­sione spaziale. L’idea è questa: la letteratura della Sicilia orien­tale, zona fortemente implicata con la natura, for­temente segnata dalla violenza devastatrice della natura – eruzioni, terremoti –, è contrassegnata da ispirazioni, da temi di ordine assoluto: la vita, la morte, il mito il fato… (Il nome di Verga valga a riassumere e a simboleggiare que­sto con­trassegno); si esprime in forme poematiche, in toni lirici, in scansioni musicali. La letteratura della Sicilia oc­ci­dentale, zona fortemente implicata con la storia, con l’af­fol­lata, va­ria e variamente conflittuale storia che in Sicilia è incorsa e si è stratificata, è marcata da temi di ordine re­lativo – la storia, la cultura, la civiltà, la pace o la guerra sociale, (i nomi di Pirandello, di un certo Pirandello no­velliere e ro­manziere, di Lampedusa, di Sciascia valgono come esempi di questo tipo di letteratura); si esprime in forme pro­saiche, in toni discorsivi, in scansioni logiche.

Fra quest’Oriente e quest’Occidente corre una im­ma­ginaria linea, un confine che, contro i miei preconcetti e i miei precetti, viene clamorosamente violato; scrittori al­lora si incrociano alle elusioni delle dogane: De Roberto emìgra clandestinamente da Catania a Palermo; e Piran­del­lo, il Pirandello pirandelliano, lasciata la sua Girgenti, come Empedocle, resta sospeso nella scelta di un nuovo do­micilio, tra il capo Peloro e le falde dell’Etna, tra il luogo vale a dire di più traballante identità e quello di più as­soluta indeterminatezza esistenziale. Si parva licet com­ponere magnis recita la massima virgiliana. Non parva, ma minora, minima mi viene da correggere. Il fatto è, insomma, che qui, ora, devo dire di me in rapporto a que­sto luogo, a questo paese in cui sono nato e che mi con­forta col suo affetto.

“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni…” dice di sé Pirandello.

Sì, si può cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente. Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell’a­ni­ma da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni. con l’ine­sorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre più sacro. Sacro per i fili degli affetti che man mano si moltiplicano e ci sostengono; per i fili dei ricordi, l’ac­cumulo di memoria che il luogo, come prezioso reli­quiario, in sé racchiude; memoria dolce di quelli che non sono più con noi; assiduo, presente ricordo di quelli che assieme a noi procedono; simpatia profonda per quelli che ci seguono.

Fin dal primo sguardo sul mondo, fin dai primi ba­gliori dei ricordi – e sono scene isolate, fotogrammi lumi­nosi incorniciati dal nero dell’immemorabile – si è im­presso, Sant’Agata, dentro di me per sempre.

Hieme et aestate et prope et procul, com’era scol­pito nella stele fogazzariana, io porto in me, questo punto uni­co del mondo, questo paese: nello spazio in cui esso s’ada­gia, in questa campagna bella alle sue spalle, pie­na di con­trade, d’abitanti, nell’anfiteatro dei colli che van­no dalla punta dello Scurzi a San Fratello, dalla valle del Rosma­rino a quella dell’Inganno; nel suo mare, spesso mi­nac­cioso, impraticabile, ch’era pericolo costante e fatica im­mane per i nostri pescatori: mi porto dentro fatalmente il reticolo delle sue vie, delle sue case, una folla di volti, un’in­finita sequenza di gesti, e un concerto di voci, parole, frasi; mi porto dentro i suoi giorni e le sue notti, la sua luce e il suo buio. Avrei potuto, o potrei, giun­to alla mia età, riempire pagine e pagine di ricordi, di me­morie, ri­costruire, al di là d’ogni validità letteraria,un tempo per­duto, stendere una mia, un’umile, piccola recherche. Ma non è questo il moto e lo scopo del mio scrivere. E allora: perché scrivo? Ma perché scrivo in prosa? E perché scrivo romanzi o racconti di contenuto storico e sociale? Scrivo dunque di temi relativi, contingenti perché non sono poe­ta, perché non sono fanciullo, perché non sono re (non faccio parte, voglio dire, non sono detentore del po­tere). Solo i poeti infatti, i fanciulli e i re possono affrontare gli assoluti, immergersi, naufragare nell’infinito mare dell’esi­stenza. Esistenza che è irreparabile, crudele nella sua in­differenza. Riscattabile è al contrario il contingente, il vivere nel temporaneo patto sociale (sì, solo al poeta è leci­to beffarsi delle magnifiche sorti e progressive: “Qui mira e qui ti specchia,/ secol superbo e sciocco”; si specchi nelle ceneri infeconde, nell’impietrata lava: si specchi nella terra desolata, nell’osso di seppia, nella bufera…).

La prosa dunque della narrazione nasce per me da un contesto storico e allo stesso contesto si rivolge. Si ri­volge con quella parte logica, di comunicazione che sem­pre ha in sé il racconto. Che è, per questa sua origine per questo suo destino, un genere letterario “sociale”. Sociale voglio dire soprattutto perché, in opposizione tematica e linguistica al potere, responsabile del malessere sociale (an­che in una ipotetica società perfetta, anche nella realiz­zazione di un’utopia sociale, di questa forma chiusa, sta­ti­ca, conservativa, come dice Lewis Mumford, c’è sempre un male da denunciare) il narratore vuole rimediare al­me­no l’infelicità contingente. Solo il re è sciolto da questo do­vere, da questo impegno: egli non può narrare in oppo­si­zione a se stesso, altrimente dovrebbe abdicare, la­sciare il potere. Ma solo se lui conserva nel racconto, in questo ibri­do letterario che è il racconto, una parte logica. Poiché questa parte può invadere per altissima febbre ci­vile tutta la colonnina, come fa il mercurio, con i rischi mortali per il corpo letterario del racconto che il termo­metro in questo caso denunzia, o ritrarsi, la parte logica, di comunicazione o di convenzione, fino a rendersi invisibile, sparire, la­scian­do libera tutta la colonna alla parte magica, alla poe­sia, a una comunicazione cioè anticonvenzionale, mediata. Ma cambia segno, natura, allora, il racconto; il quale può diventare surreale, metafisico, può diventare kafkiano, o ricostruzione speculare, memoriale, sensoriale, strug­gen­te­mente musicale, d’un mondo, un tempo irrime­dia­bil­mente perduto.

Io sono d’una terra. la Sicilia (ma quante altre terre nel mondo somigliarono, somigliano o somiglieranno alla Sicilia!) dove, oltre l’esistenza, anche la storia è stata da sempre devastata da tremende eruzioni di vulcani, im­ma­ni terremoti, dove il figlio dell’uomo e il figlio della storia non hanno conosciuto altro che macerie di pietra, squal­lidi, desolanti ammassi di detriti attorno a zolfare morte. “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura” dice Eliot. E allora, di fronte alle macerie, alla polvere dell’esi­stenza e della storia, privi come siamo di speranze e con­forti di ordine metafisico non resterebbe che lo scon­forto, il pianto. Ma solamente i poeti, ancora, posseggono l’oscu­ro segreto delle parole per dire, con la più alta digni­tà e più alta bellezza, della grande avventura dell’esistere, del­la vita; dei suoi dolori, delle malattie, della morte: dire del­le sue consolazioni, delle sue illusioni; dell’amore, dell’ar­te, di un fiore (sia pure una ginestra), del sorgere del sole, del tramonto della luna, della grazia di una donna.

Dicevo sopra di una mia ideale geografia letteraria siciliana, dicevo di un oriente e di un occidente. Ora, que­sto paese che mi ha dato i natali, ha la ventura, il destino di trovarsi ai confini, alla confluenza di due regni, dove si perdono, sfumano, si ritraggono in una sommessa risacca le onde lunghe della natura e della storia. Lasciando su questa remota spiaggia dell’incontro, segni indistin­gui­bili e confusi. Remota spiaggia, limen, finisterre, ma, an­che luo­go sgombro, vergine, terra da cui rinascere, ri­co­min­ciare, porto da cui salpare per inediti viaggi. Nato qui ho preso coscienza, a poco a poco, d’aver avuto il pri­vi­legio di tro­varmi legato all’ago di una bilancia i cui piatti possono re­stare in statico equilibrio o pendere, da una par­te o dall’al­tra, a secondo se sopravanza il peso del­la na­tura o del­la cultura. E non è questo poi l’essenza della nar­razione? Non è il narrare, come dicevo, quell’incontro mi­ra­coloso, di ragione e passione, di logica e di magico, di prosa e poe­sia?

Non è quest’ibrido sublime, questa chimera affa­sci­nante?

Mi sono ispirato, narrando, a questo mio paese, mi sono allontanato da lui per narrare altre storie, di altri pae­si, di altre forme. Però sempre, in quel poco che ho scritto, ho fatalmente portato con me i segni incancellabili di que­sto luogo. E mi sono allontanato da lui anche per andare a vivere altrove. In questi giorni si concludono i venti anni da che ho lasciato la Sicilia per andare a lavo­rare e vivere a Milano, la Milano di Manzoni, ma anche di Verga, di Qua­si­modo, di Vittorini. Ma in quella città, nella progredita, ricca e allettante, ma anche dura, ma anche pre­tenziosa cit­tà, non credo di essermi consegnato, docile e spoglio di identità, a una cultura che non mi apparteneva, pur cu­rioso, pur attento osservatore di quest’altra cultura. Credo, infine, di non aver mai smesso di essere uomo di quest’i­sola, figlio di questo paese. A cui sono grato di tutto quan­to mi ha dato, con i suoi segni, con la sua luce, con i suoi accenti.


febbraio 1990, La mia Isola è Las Vegas , Mondadori 2012

Edizioni Libreria Dante & Descartes 2012

Fra contemplazione e paradiso

di Vincenzo Consolo*

Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Contemplazione, statico e affisso a un’eterna luce, o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita, di distaccarmi dal reale vero e di sognare. Mi pare forse per questi bei nomi dei villaggi, per cui mi muovo tra la mia e la casa dei miei figli. Forse pel mio alzarmi presto, estate e inverno, sereno o brutto tempo, ancora notte, con le lune e le stelle, uscire, portarmi alla spiaggia, sedermi sopra un masso e aspettare l’alba, il sole che fuga infine l’ombre, i sogni, le illusioni, riscopre la verità del mondo, la terra, il mare, questo Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello, fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo. Inciso nel suo azzurro, nel luglio, nell’agosto, dalle linee nere, dai ferri degli altissimi tralicci, alti quanto quei delle campate ch’oscillano sul mare, dal Faro a Scilla, che sono ormai l’antenne verticali e quelle orizzontali, ritte come spade sui musi delle prore, delle feluche odierne chiamate passerelle. Ferme, in attesa, ciascuna alla sua posta, o erranti, rapide e rombanti, alla cattura del povero animale.

Viene il momento allora, per i vocii e i frastuoni dei motori, sul mare (barbagliano parabrezza d’auto, di camion che lontano corrono lungo i tornanti della costa calabra, sopra Gallico, Catona; barbagliano vetri e lamiere dei grandi gabbiani, degli aerei aliscafi), sulla strada alle mie spalle, che corre, tra le case e il mare, giù verso Messina, il porto, fino a Gazzi, Mili, Galati, su verso Ganzirri, Rasocolmo, San Saba, viene il momento di rintanarmi.

Mi metto allora a lavorare ai modelli in legno dello spada, azzurro e argento, tonno, alalonga, aguglie, ai modelli dei lontri veri, delle feluche antiche, a riparare reti e ritessere ricordi, miei, della mia vita, qui, sopra questo breve nastro di mare, quest’infinito oceano di fatti, d’avventure, o per il mondo.

Sono nato (e chi lo sa più quando?) a Torre Faro, da rinomato padrone lanzatore, padre Stellario Alessi, terzo di cinque figli. I maschi, Nicola, Saro e io, di nome (solo di nome) Placido, ancora quasi lattanti, non lasciavamo in casa a nostra madre forchetta per mangiare, che legavamo in cima a una canna a mo’ di fiocina per infilzare polipi bollaci costardelle, ogni pesce che per ventura capitava a tiro del nostro occhio e braccio. Era l’istinto che ci portava verso il mestiere, come aveva portato nostro padre, suo padre indietro, ci portava verso il destino del mare, dello Stretto, del pesce spada, sopra feluche e lontri, ci portava a lance, palamidare, palangresi.

Nicola morì soldato e Saro nel suo letto, di spagnola. E io non mi ricordo più quando salii sul lontra e lanciai l’arpione la prima volta. Ho solo negli occhi la vista della draffinera, di quelle preziose del ferraro mastro Nino, che s’inchioda nella pelle lucida, colore dell’acciaio, nel cuore della carne, del pesce che s’impenna, che s’inarca, alta la spada sopra il fior dell’acqua, e s’inabissa, sferzando forte con la luna della coda, rapido sparendo con tutto il filo della sàgola, il filo del sangue che disegna la sua strada. Strada che finisce nella morte. Ho negli occhi la ciurma che lo tira in barca, grande, pesante, inghiaccato alla coda, la bocca aperta, la spada in basso, come un cavaliere che ha perso la battaglia; negli occhi, l’occhio suo tondo e fisso, che guarda oltre, oltre noi, il mare, oltre la vita. Ho nell’orecchio le voci di mio padre, i suoi comandi, le voci della ciurma: «Buittu, viva san Marcu binidittu!». Dopo la femmina, fu la volta del maschio, che s’aggirava, pesante e rassegnato, come in offerta, torno alla barca, a tiro del mio ferro.

Da allora, ho negli occhi e nel ricordo una schiera infinita di pesci indraffinati, di spade a pezzi succhiate nel midollo, di teste, di pinne, di code resecate.

Mio padre, vecchio e privo d’altri maschi, privo ormai di vista e resistenza, fu costretto a scender dall’antenna, ad ingaggiare, per la stagione che arrivava, uno di Calabria, dove sono gli antennieri più acuti dello Stretto, pur se i comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua tutta loro. «Appà, maccà, palè, ti fò…» urlano.

Il giovane, Pietro Iannì, che sempre da caruso era stato guida sulle postazioni delle rocche alte di Scilla, di Palmi, di Bagnara, sposò poi Assunta, mia sorella, e se ne tornò al paese. Fu per il loro primo figlio, pel battesimo, ch’io conobbi quella che divenne poi la mia sposa. Figlia di padrone di barche, padre Séstito, era picciotta bella e assennata. Muta e travagliante. Ma non di fora, come le bagnarote libere e spartane che vanno a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui traghetti, ma, di casa, e al più sulla spiaggia, tra le barche dei suoi. Bruna, il fazzoletto in testa, gli occhi sfuggenti che spiavan di traverso, stretta alla vita, i fianchi dentro quel maremoto di pieghe della gonna, il busto che sbocciava in sopra ardito e snello: così m’apparve in prima a quella festa. Il matrimonio, con tutti gli accordi e i sacramenti, si fece nella chiesa bella del Carmelo, e il trattamento, nella casa capace della sposa. Fu quel giorno che mio padre, in presenza dei Séstito, pronunciò il testamento, disse che le barche, gli attrezzi per la pesca, tutto passava a me, ch’io sarei stato da quel giorno il padrone nuovo.

Poco durò lo spasso per le nozze. Me la portai, Concetta, la mia sposa, nella casa nostra, lì vicino alla chiesa, davanti al monumento con l’angelo di marmo a cui la guerra tagliò di netto un’ala, in faccia alle barche nostre, al mare, alla rocca di Scilla dall’altra parte. Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei ferribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l’orologio, ch’è una delle meraviglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l’Angelo, San Paolo, torna l’Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice… Me la portai per i viali, a Cristo Re, a Dinnammare, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partorì in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scontento. C’era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare. Eppure, santissima Madonna!, la trattavo con ogni cura e affetto, l’adornavo di vesti, di ori; la portavo alla festa di Ganzirri, alla processione di San Nicola sul Pantano, alla trattoria di don Michele; e a Messina, alla festa dell’ Assunta a Mezzagosto. Una volta tirai anch’io per voto (voto che si capisce quale fosse, d’avere finalmente quella donna, per cui potevo morire, indraffinato come un pescespada), tirai per la corda la gran Vara, scalzo, senza camicia, e lei accanto a me, sciolti i capelli, certo per un voto suo segreto che mai mi rivelò.

Un luglio, ad apertura della pesca, per l’ammalarsi dell’antenniere mio, fu lei a suggerirmi, come per caso, quel nome d’un parente suo lontano, Polistena Rocco, rinomato fra Bagnara e Scilla. E arrivò quest’uomo snello, alto, d’una chioma riccia come quella del gigante Grifone sul cavallo. Tanto che là, in cima, stava per tutte l’ore senza un cappello, solo riparo quel suo casco nero di chiocciole o di cozze. Lo vidi e l’odiai. Non so perché. Forse per il suo portamento, il suo sorriso, la fama per cui ognuno rideva e mormorava, d’una sua dote fuori d’ordinario, la fama, scapolo com’era all’età sua, di grande ladro, d’amatore tenace e senza cuore. Mi parve che Concetta, al suo arrivare, mi parve che appena appena mutasse nell’umore, nel modo suo di fare; parlava più frequente, con me, coi figli, sorrideva finanche qualche volta. L’odiai. E quando alzavo il braccio per colpire il pesce, che lucido e dritto guizzava sotto l’acqua con la spada, mi sembrava di colpire, di piantare in quell’uomo la draffinera. E il mare lo vedevo tutto rosso, poi argento, poi blu, poi nero come la notte.

Pel tempo che durò la sua presenza al Faro (due, tre estati, non ricordo), pur senza un segno, un fatto, un motivo vero, cresceva sempre più la mia pazzia, l’ossessione dell’inganno. E sì che non eravamo più di primo pelo, né io né quello né Concetta. Durò fino a quell’anno in cui cominciò il grande mutamento, l’anno vale a dire in cui passarono in disuso remi, lo ntri, feluche, si mutarono le barche in passerelle. E ci vollero quindi, per i motori, l’antenne, tanti soldi. Decisi per questo (ma forse fu una scusa) di sbarcare, disarmare tutto, licenziar la ciurma, il calabrese.

Per mantenere la famiglia m’imbarcai come marinaio, io padrone, sopra il Luigi Rizzo, il vaporetto che collegava Milazzo a Lipari, Vulcano … Fuori dal porto, costeggiando la penisola del Capo, oltre il Castello, davanti alla casa di quell’ammiraglio che nella Grande Guerra era stato eroe, assieme a un poeta, per una impresa ardita contro il nemico, il battello che portava il suo nome, lanciava il fischio di saluto. Allora qualcuno, una serva, un parente, rispondeva sventolando dal terrazzo un panno bianco. Il battello d’estate era sempre pieno di turisti: scoprii così il mondo. Mi feci, per cancellar l’amore per Concetta, gran traffichiere, facile predatore di straniere. D’inverno, nelle soste a Lipari sotto il Monastero, nelle soste forzate per il brutto tempo, m’intrecciai con una di là, ché sono, le donne di quell’isola, svelte, calamitose, seducenti.

Tornavo al Faro, a casa, a ogni turno di riposo, tornavo per le feste. E lei, Concetta, era sempre chiusa nel suo mondo, sempre indifferente. In più ora sembrava solo presa dai figli, ch’erano ormai cresciuti e le davano maggior lavoro.

Il colmo della sua freddezza nei confronti miei lo provai un’estate. Forse per sfida o forse nell’intento di smuoverla allo scontro, portai una straniera fino a Torre Faro, fino alla punta estrema del Peloro, all’incrocio dei mari, dove la rema forma i gorghi, quelli che la tedesca chiamava del mostro di Cariddi. Passammo davanti alla mia casa. Lei ci vide, da dietro la finestra, ed ebbe come un riso di sprezzo, di compatimento.

Dopo quel fatto, decisi di sbarcare, di tornare al mio mestiere della pesca. Anch’io, come gli altri, misi da parte remi e lontri, comprai un motore per la mia feluca e cominciai a correre, a inseguire lo spada sullo Stretto. Avevo preso un’antenniere nuovo di Fiumara Guardia, e il mio braccio di vecchio lanzatore era tornato ad essere forte e preciso come nel passato. Fu in uno di questi erraggi, nell’inseguire il pesce dalla posta mia, che mi scontrai con una passerella che per abuso aveva catturato il pescespada. Lì, sull’antenna della feluca pirata, rividi allora dopo tanto tempo il calabrese. La questione della preda fu portata davanti al Consiglio, che sentenziò naturalmente a mio favore. Ma al Polistena, che seppi era il padrone della passerella, feci sapere che il giudizio per me, oltre il Consiglio, era nel riparar lo sfregio col duello: che si facesse trovare sulla spiaggia, proprio sotto il Faro. Fu lì puntuale, come convenuto. Stavamo appressandoci, quando, a un passo l’uno dall’altro, cominciarono a fischiare sopra le nostre teste le palle dei fucili. Eravamo proprio sotto il campo del tiro al piattello. Ci buttammo per terra, la faccia contro la rena. E restammo così, impediti a muoverei, non so per quanto tempo. Ci spiavamo con la coda dell’occhio. Poi improvviso fu lui a ridere per primo, a ridere forte, e trascinò me nella risata, mentre i piatti in aria venivano dai colpi sbriciolati. Dopo, quando ci fu il silenzio, ed era quasi l’imbrunire, ci alzammo, ci guardammo in faccia. Fu lui, Rocco, a tendermi la mano. Non lo vidi più. Sparì dalla mia vista e dalla mia vita. Anche perché sparì in uno con Concetta tutto il rancore mio e la gelosia.

Mi disse lei, là all’ospedale Margherita, affossata nel letto, gli occhi negli occhi, la mano serrata nella mia: «Ah, Placido, come si può passare una vita senza capire!»

Da allora, quando mi lasciò la mia Concetta, sentii che cominciavo a farmi vecchio. Donai tutto, passerella e reti ai miei figli, lasciai il Faro e venni qui ad abitare in una nuova casa.

Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come un trapassato… Ma vivo nei ricordi. E vivo finché ho gli occhi nella beata contemplazione dello Stretto, di questo breve mare, di questo oceano grande come la vita, come l’esistenza.

Dicembre 1988
fra-contemplazione-e-paradiso

Le pietre di Pantalica Introduzione di Gianni Turchetta

phpVincenzo Consolo

Le pietre di Pantalica

Introduzione di  Gianni Turchetta

Inventare una lingua

Se si adotta la parola “scrittura” in un senso forte, intendendola

cioè non soltanto come produzione di opere letterarie, ma come

possesso eccezionalmente sicuro della lingua e come stile fortemente

individuato, riconoscibile ad apertura di pagina, ebbene

in tal caso Vincenzo Consolo è uno dei pochissimi “scrittori”

operanti oggi in Italia. Come spesso accade, egli è però

meno conosciuto di molti autori mediocri, e solo negli ultimi

anni ha cominciato a trovare un pubblico abbastanza ampio. Indubbiamente

questo dipende in misura non piccola dalla complessità

e difficoltà della sua lingua, ma anche dalla serietà e riservatezza

del personaggio, schivo e poco incline a tuffarsi nei

bassi fondali delle iniziative pubblicitarie, e soprattutto, cosa

molto più importante, non disposto a scrivere forsennatamente,

e a pubblicare un libro all’anno o più pur di restare sempre al

centro dell’attenzione e tenersi a galla nella memoria della gente.

In circa venticinque anni di carriera letteraria, infatti, Consolo

ha pubblicato solo cinque libri, tanto piccoli (non arrivano

mai alle duecento pagine) quanto densi, e lungamente pensati.

Nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello (provincia di Messina),

Consolo, come quasi tutti i più importanti scrittori siciliani

moderni, da Verga e Capuana a Pirandello e Vittorini, scrive

costantemente della sua terra d’origine, ma vivendone lontano.

Dopo aver compiuto infatti gli studi universitari a Milano

ed essere temporaneamente rientrato nell’isola, egli vive dal 1°

gennaio 1968 (una data che sembra un presagio) a Milano, dove

 

fino a pochi anni fa ha lavorato per una grande azienda, prima

di dedicarsi esclusivamente alla letteratura.

Questa condizione di distanza materiale e vicinanza sentimentale

sembra derivare insieme da un rapporto di odio e amore

con la Sicilia, e da una doppia esigenza artistica e conoscitiva.

Da un lato infatti la lontananza consente una messa a fuoco

migliore della realtà siciliana, che può essere vista più chiaramente

anche perché messa in relazione con quanto accade nel

“continente”. Da un altro lato però, con paradosso apparente,

la Sicilia della giovinezza o di un passato ancora più remoto, allontanata

e ricostruita sul filo della memoria personale o storica,

diventa un luogo forse idealizzato dalla nostalgia, ma proprio

per questo capace di funzionare come termine di confronto

per misurare la violenza del tempo e la profondità di trasformazioni

che distruggono un mondo ingiusto ma pure carico di valori

positivi, per sostituirlo con un mondo non meno ingiusto e

per sovrapprezzo impoverito sul piano umano.

In questa prospettiva la Sicilia diventa, proprio come era accaduto

a Verga e Pirandello, o, su un livello meno alto, a Tomasi

di Lampedusa, sia il luogo simbolico di una condizione universale

e atemporale, sia l’oggetto di una rappresentazione ben

individuata, costruita attraverso uno studio attento delle testimonianze

storiche, come ci mostrano i lavori saggistici di Consolo

e lo stesso uso di documenti veri all’interno delle opere letterarie.

La tragedia del vivere viene così rappresentata su due

livelli diversi, inestricabilmente intrecciati. Anzitutto c’è la riflessione

esistenziale e metafisica sul destino eterno dell’uomo,

sulla sua sofferenza e sul dominio invincibile della corrosione e

della morte. Così Vito Parlagreco, il protagonista di Filosofiana,

uno dei racconti più complessi de Le pietre di Pantalica, si domanda:

“Ma che siamo noi, che siamo? (…) Formicole che s’ammazzan

di travaglio in questa vita breve come il giorno, un lampo.

In fila avant’arriere senza sosta sopra quest’aia tonda che si

chiama mondo, carichi di grani, paglie, pùliche, a pro’ di uno,

due più fortunati. E poi? Il tempo passa, ammassa fango, terra

sopra un gran frantumo d’ossa. E resta, come segno della

vita scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena

o figura”. Si noti che questa meditazione avviene mentre Vito

sta “masticando pane e pecorino con il pepe”, così da controbilanciare

il tono alto con un riferimento basso, comico: una situazione

tipica della scrittura consoliana. La percezione atemporale

del male di vivere è al centro, in cui è leopardiano non

solo lo spunto narrativo (la caduta della luna, come nel frammento

“Odi, Melisso”) ma anche lo sgomento cosmico di fronte

all’incommensurabilità dell’universo che ci circonda: “Ma se

malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine,

panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti

e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia”.

A differenza però di tanti cantori di una negatività piagnucolosa,

infantilmente indiscriminata e, a pensarci bene, consolatoria,

Consolo ci costringe continuamente a ricordare che la

sofferenza è sì di tutti, ma non si distribuisce affatto in parti

eguali, anzi è perfettamente rispettosa delle differenze di classe.

Ecco così che arriviamo all’altro livello della rappresentazione

della tragedia del mondo, e alla violenza non più della

natura ma dell’uomo contro l’uomo. Memore dei Viceré di De

Roberto oltre che del Gattopardo, Consolo sottolinea la recita

eterna del potere, “quella di sempre, che sempre ripetono baroni,

proprietari e alletterati con ognuno che viene qua a comandare,

per aver grazie, giovamenti, e soprattutto per fottere

i villani”. D’altra parte anche in questo egli sa distinguere bene

fra il ripetersi in ogni società di una divisione fra dominati e

dominatori, e le articolazioni diverse assunte dalla violenza e

dal potere a seconda dei tempi e dei luoghi. Si potrebbe anzi

seguire l’evoluzione della narrativa consoliana sottolineando

via via l’oscillazione fra eventi storicamente individuati e vicende

inventate, sempre storicamente credibili ma impiegate

soprattutto per il loro peso simbolico. Così Il sorriso dell’ignoto

marinaio, “romanzo storico che è la negazione del romanzo,

come narrazione filata di una ‘storia’” (Segre), pur essendo

carico di significati metaforici, incentrati sull’inquietante

presenza del Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, mette

a fuoco un preciso periodo storico, la fine cioè del regime borbonico

e la cruenta ribellione contadina di Alcára Li Fusi del

  1. Al contrario in Retablo, pur trovandosi anche personaggi

realmente esistiti e una verosimile ricostruzione di un Set-

tecento insieme sontuoso e miserabile, l’interesse prevalente si

sposta verso il valore simbolico di un mondo in cui la violenza

convive con una disperata vitalità e con la persistenza di passioni

autentiche, che si oppongono polemicamente allo squallore

senza nerbo e alla disgregazione dell’oggi. Ne Le pietre di

Pantalica, invece, di nuovo ciò che conta è la realtà del passato

recente e dell’oggi, rappresentata in modo puntuale, e talvolta

mescolando al racconto moduli saggistici. Direttamente legata

a questo più diretto impegno nella contemporaneità è anche

la scelta di un linguaggio relativamente diverso dai vertiginosi

intarsi di Retablo e di Lunaria, un linguaggio che non viene

meno alle tendenze consuete del plurilinguismo di Consolo,

ma le traduce in un tessuto discorsivo un poco più disteso.

La legge fondamentale della lingua consoliana sembra essere

la tensione verso la differenziazione, verso la conquista di

un’identità originale e riconoscibile quasi in ogni giuntura sintattica.

Una tensione che dipende anche da quanto Harold Bloom

ha definito “l’angoscia dell’influenza”, la paura cioè di non

riuscire ad avere un’identità nell’affollato mondo delle lettere:

“Ma tutto questo, ahimè, di già cantò il Poeta, un poeta di qua,

che tutto ha saccheggiato: fiumi (…) laghi stagni erbe frasche, e

uccelli, stazionari e di passaggio, merli gazze aironi gru. E allora,

accidenti!, non c’è più augello insetto goccia d’acqua che sia

ormai nullius o almeno appropriabile”.

Soprattutto però Consolo vuole creare un forte scarto fra la

sua lingua e la povertà espressiva e conoscitiva della lingua appiattita

dell’uso quotidiano. Per far questo egli si allontana sistematicamente

dal lessico dell’italiano comune e quasi cancella

il tono medio, ricorrendo a una pluralità di lessici (soprattutto

l’italiano antico e il dialetto siciliano) e a una pluralità di registri

e di toni, in una gamma amplissima che va dal tragico al

domestico-familiare, e dal lirico al triviale-volgare. Il brano che

segue ci mostra per esempio un massiccio impiego di strumenti

tipici del linguaggio lirico, come la disposizione parallelistica

di frasi con la stessa struttura sintattica, la formazione di strutture

ritmiche semiregolari e talora di veri e propri versi, le figure

etimologiche, le ripetizioni di suoni (allitterazioni) spesso

con valore fonosimbolico, fino alle rime (e alle quasi-rime e

false rime): “Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore

che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola

frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si

spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di

lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di

brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre

ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la

croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio.

Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta,

non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto

la volpe e l’avvoltoio”.

È importante insistere sul contrasto alto-basso, tragico-comico,

perché è il meccanismo che consente di combattere e mettere

in scacco l’atonìa del tono medio o dimesso, ma senza sbracare

nel sublime, come accade regolarmente agli scrittori meno

padroni delle dinamiche dello stile. Questo contrasto ha fatto

a ragione pensare non solo allo sperimentalismo linguistico di

altri autori siciliani come Pizzuto e D’Arrigo, ma anche e proprio

al grande maestro di tutti, cioè a Gadda. E, per quanto riguarda

l’oggi, se Bufalino, un altro siciliano, persegue essenzialmente

una raffinata strategia linguistica di allontanamento

dal presente in direzione alta, per certi versi Consolo potrebbe

piuttosto essere avvicinato a un gaddiano purosangue (anche

perché milanese) come Tadini, altro nostro narratore non conosciuto

come meriterebbe. Come succede ai veri scrittori espressionistici

anche Consolo punta spesso, proprio per volontà di

provocazione, sulla rappresentazione della carnalità umana, di

cui magari accentua proprio gli aspetti più crudamente materiali,

e talvolta brutali o macabri, stomaco e viscere inclusi. Ma

è opportuno ricordare che la compresenza contraddittoria di comico

e tragico coincide anche esattamente con quel “sentimento

del contrario” che è la chiave di volta dell’umorismo pirandelliano.

Un modo di percezione che non a caso Consolo ritrova

nell’amico Sciascia: “Gli capitava spesso, a lui cultore della razionalità,

del pensiero chiaro e ordinato, amante dell’ironia e

del piacere dell’intelligenza, d’imbattersi in persone che lo incuriosivano

per la loro originalità, per la loro comica eccentricità,

che gli facevano pregustare spasso, gioco lieve e ameno, e che si

scoprivano invece, come denudandosi all’improvviso, la malata

pelle della pazzia. E gli si rivoltava tutto in amaro, in penoso.”.

La pluralità di lingue e di toni implica poi anche, altra caratteristica

fondamentale, pluralità di prospettive. Se in Retablo, vistosamente,

ognuna delle tre parti ha un narratore diverso, che

appunto vede (deforma, interpreta) la realtà dal suo punto di

vista, obbligando a sua volta il lettore a cambiare via via prospettiva,

più in generale Consolo sceglie continuamente di raccontare

secondo la prospettiva soggettiva, parziale di qualcuno

che è all’interno della storia. Lo stesso tessuto verbale fatto

di molte lingue sta proprio a significare il tentativo di dar voce

a molte prospettive diverse, alla visione del mondo di chi parla

o parlava quel determinato linguaggio. Si comincia così a intravedere

il significato politico di certe scelte di stile: come il suo

amico etnologo Antonino Uccello raccoglieva gli oggetti della

tradizione siciliana per farli sopravvivere, almeno nel ricordo,

alla sparizione delle culture che ne facevano uso, così lo scrittore

Consolo cerca di far sopravvivere le parole morte o morenti o

marginalizzate, e con esse le visioni del mondo di uomini e culture

altrimenti condannati al silenzio. Come egli stesso ha dichiarato

in una bella intervista curata da Marino Sinibaldi: “Fin

dal mio primo libro ho cominciato a non scrivere in italiano. (…)

Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale

alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione

nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato,

è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati

(…). Io cerco di salvare le parole per salvare i sentimenti che

le parole esprimono, per salvare una certa storia”.

Fra le rovine

Una lingua che costantemente si sforza di sottolineare la pluralità

delle prospettive rivela però anche una sostanziale sfiducia

nella forza conoscitiva del proprio punto di vista, o almeno nella

possibilità di riuscire a produrre una rappresentazione unitaria

del reale. Così, con un’ambivalenza tipica della letteratura

moderna, la titanica ambizione di far parlare nella propria tutte

le lingue dimenticate coincide esattamente con il dubbio di non

essere capaci di capire nulla: “È sempre sogno l’impresa del narrare,

uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. Sogno o

forse anche una follia, perché della follia è proprio la vita che si

stacca e che procede accanto, come ombra, fantàsima, illusione,

all’altra che noi diciamo la reale”. E questo è anche uno dei motivi

per cui Consolo non può e non vuole praticare la narrazione

filata, e racconta per frammenti anche quando costruisce un romanzo,

come era accaduto già nel Sorriso dell’ignoto marinaio, e

come accade di nuovo nella prima parte delle Pietre di Pantalica.

Si capisce così come l’insistenza sul tema delle rovine, intese

come scavi archeologici, sia un modo di parlare delle condizioni

di possibilità della scrittura letteraria, sempre obbligata

a ricostruire faticosamente una totalità a partire da pochi e

frammentari segni, “qualche scritta sopra d’una lastra, qualche

scena o figura”, con la consapevolezza di essere condannata

a un’approssimazione insoddisfacente. D’altra parte, proprio

perché costretta a essere archeologia, la letteratura finisce

per testimoniare direttamente la violenza del tempo, la continua

trasformazione di quanto era “oro fino, monete risplendenti

al par del sole” in “merda del diavolo”, e di quanto era vivo

in putrefazione e disfacimento: “il suo sguardo cadde sulla lepre

che Tanu aveva abbandonato sopra il muro: un nugolo di

mosche le mangiava gli occhi e la ferita, una schiera di formiche

le entrava nella bocca”. Di nuovo però marciume e degrado

non sono solo metafisici, ma storici, cioè fisici, morali e politici,

come mostra fin troppo bene la disastrosa condizione della Sicilia,

dallo sfascio del bellissimo centro storico di Siracusa all’orrore

senza fine della violenza mafiosa. Palermo per esempio ormai

“è un macello, le strade sono carnezzerie con pozzanghere,

rivoli di sangue coperti da giornali e lenzuola. I morti ammazzati,

legati mani e piedi come capretti, strozzati, decapitati, evirati,

chiusi dentro neri sacchi di plastica, dentro i bagagliai delle

auto, dall’inizio di quest’anno, sono più di settanta”, e pochi

giorni dopo “più di cento”.

È evidente che il dubbio su se stesso e la lucida constatazione

delle difficoltà dell’artista di oggi ad afferrare il reale convivono

con un imperativo morale urgente, non discutibile, con la necessità

cioè di denunciare lo scempio in atto in Sicilia e nell’Italia tutta.
Pantalica allora, grandiosa necropoli rupestre formata

da circa 5.000 grotte scavate fra il XIII e l’ VIII secolo a.C., vale sì

come esempio di luogo da conservare intatto per la sua suggestione

naturale e artistica, ma anche, più profondamente, come

simbolo di una sacralità perduta, di una autenticità umana che

sembra in via di estinzione. E le rovine di Pantalica, segno di

una religiosa pietas, si oppongono polemicamente alle squallide,

insensate rovine fabbricate dalla nostra storia recente.

Questa storia ha inizio con la fine della seconda guerra mondiale,

e la prima sezione del libro, Teatro, raccoglie i frammenti

di un possibile romanzo sulla Sicilia all’epoca dello sbarco

degli americani nel 1943. La liberazione e il dopoguerra avevano

alimentato una grande “speranza di riscatto” (come ben

mostrano, nella loro tensione utopica, i viaggi siciliani dei libri

di Vittorini), cui ha fatto seguito però una feroce disillusione.

Non per caso in Teatro, soprattutto nella serie “Ratumemi”, dedicata

a un episodio di occupazione di terre, si ritrovano molti

problemi che erano già al centro del Sorriso dell’ignoto marinaio:

anzitutto la continuità del potere economico-sociale al di là dei

cambiamenti formali di governo, e l’estraneità della gente siciliana

allo stato italiano.

Il titolo della prima sezione sottolinea però anche un altro

aspetto della concezione del mondo consoliana, l’idea cioè che

la vita umana sia sorretta da un gioco illusionistico, e assomigli

a una rappresentazione teatrale, se non a una mascherata. È una

concezione barocca, che, per i legami profondi fra la cultura siciliana

e quella spagnola, si ritrova in molti scrittori dell’isola.

Questa idea del mondo come rappresentazione è così profonda

da determinare nello stesso indice del libro uno schema che

ricorda molto da vicino l’inizio di un’opera teatrale: Teatro, Persone,

Eventi, come a dire Scena, Personaggi (e infatti la dicitura

“Persone” introduce i personaggi di Lunaria), Fatti.

Di Teatro si è appena detto. La sezione Persone invece raccoglie

una serie di ritratti di intellettuali: Sciascia, Buttitta, Antonino

Uccello, Lucio Piccolo. A questi si aggiunge, ne “I linguaggi

del bosco”, una rilettura di una fase dell’infanzia di Consolo

stesso attraverso due fotografie del 1938. Si ripropone così in

modo particolarmente esplicito un altro motivo caro allo scrittore,
dal Sorriso a Retablo, quello cioè dell’intreccio fra l’arte della

parola e quella dell’immagine: “Con l’aiuto di una lente, cerco

di leggere e descrivere queste due foto. (…) Voglio solo fare

una lettura oggettiva, letterale, come di reperti archeologici o

di frammenti epigrafici, da cui partire per la ricostruzione, attraverso

la memoria, d’una certa realtà, d’una certa storia”. Qui

si mostra ancora una volta in azione la metafora della scrittura

come archeologia, e si vede anche come la stessa sistematica

sovrapposizione di letteratura e arti figurative sia un modo di

interrogarsi sulla natura delle relazioni fra arte e verità. Semmai

anzi in questo caso il gioco d’incastro fra parola e immagine

avrà in palio una posta più alta che in passato, perché collegato

alla constatazione che con lo sviluppo neocapitalistico del

secondo dopoguerra, “incomincia a terminare l’era della parola

e a prendere l’avvio quella dell’immagine. Ma saranno poi,

a poco a poco, immagini vuote di significato, uguali e impassibili,

fissate senza comprensione e senza amore, senza pietà per

le creature umane sofferenti”.

Con Eventi lo scrittore si arrischia a un contatto ancora più

ravvicinato e bruciante con la cronaca. Per esempio il “Memoriale

di Basilio Archita” è una riscrittura, a pochi giorni dai fatti,

dell’atroce episodio dei clandestini africani buttati in pasto

ai pescecani da un mercantile greco. Usando la prima persona

grammaticale Consolo si mette nei panni di un immaginario

marittimo italiano coinvolto nel delitto e riesce brillantemente,

ricostruendo un gioco di suspence e anticipazioni narrative,

a eludere i pericoli di una riscrittura a botta calda, senza i tempi

di metabolizzazione solitamente necessari per la letteratura.

Né si deve trascurare lo sforzo di fingere un linguaggio poverissimo,

carico degli stereotipi del parlato di questi anni, e agli

antipodi dunque dello stile consueto dell’autore.

Curiosamente però nel personaggio di Basilio, in teoria infinitamente

distante dalla personalità di chi lo ha inventato, c’è

anche un autoritratto, e nemmeno tanto nascosto: “Io non sono

buono a parlare, mi trovo meglio a scrivere”. In effetti Consolo

(come Antonello da Messina?) dissemina e cela nelle sue opere

autoritratti. Viene da pensare che anche la bambina compagna

di giochi dell’autore nell’unico racconto direttamente auto-

biografico, Amalia, che rivela a Vincenzo “il bosco più intricato

e segreto” e che conosce infinite lingue, sia, oltre che un personaggio

reale, anche un alter ego del narratore. Amalia infatti

“Nominava” le cose “in una lingua di sua invenzione, una lingua

unica e personale, che ora a poco a poco insegnava a me e

con la quale per la prima volta comunicava”. Forse il desiderio

più profondo di uno scrittore come Consolo, che costruisce

la sua scrittura con le vive rovine dei linguaggi dimenticati pur

di non ricorrere alle logore parole dell’abitudine e della quotidianità,

è proprio quello di ritrovare, al termine del suo percorso,

questa lingua del tutto inventata, originaria, capace di restituire

non più soltanto “favole” o “sogni”, ma la realtà stessa, in

tutta la sua intatta energia, miracolosamente sottratta al tempo

e alla morte.

Gianni Turchetta
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La volpe di donna Elisa

S’avissi ’na mezza sciabula
o puru ’na carrubina
facissi ’na ruvina
facissi ’un sacciu chi.
S’avissi un pignateddu
l’agghiu e puru lu sali
facissi un pani cottu
sempre s’avissi ’u pani.
Canto popolare siciliano


Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci
dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua
del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale,
mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva
sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava,
a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti.
Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli,
dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato,
la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava
nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane
lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno.
La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i
vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le
dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia,
il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile,
sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli
stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero,
mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno
della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si
sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da
lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera
con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata
d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo
sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e
martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la
farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino.
Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al
piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario
due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni
alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello
e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si
fermavano qua e là davanti a una porta.
Toc, toc.
«Chi è?»
«Carabinieri.»
S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina,
s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina
d’una donna.
Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio
o il fratello.
«Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata.
«E dov’è?»
«Mah, foresto, foresto è.»
«Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na
cartolina.»
E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina
rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia,
Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al
Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”.
Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi,
dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della
guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione
dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai
suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta,
per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale.
Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei
giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per
questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean
portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti
morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene.
E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con
la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si
parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi
e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo
era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco,
solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre
dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno
uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè
leghe società partiti, divampò per il paese.
Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi
la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo
era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti
caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso
avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia
Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture,
una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni
la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa,
veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni
di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio,
sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina
rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco
in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore;
Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda
con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante
de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli
Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo
Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe,
a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un
Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di
giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi.
A Ratumemmi a li primi nisciuti
Si sparagiaru già li so surdati.
Li baddi gruossi e li baddi minuti
Cadianu comu grannuli quagghiati;
E Pidicuddu ci dissi a Rumanu:
Lassamu l’armi, e facimmula a manu.
Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno,
con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a
mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor-
razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per
Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e
di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli,
dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E
tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo,
a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la
sezione del partito.
Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi,
davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei
circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse,
e lesse a voce alta pei compagni:
GIOVANI SICILIANI
Ancora una volta dopo lunghi anni
di guerra e di miserie ci si chiede,
contro la volontà di un popolo,
di spargere il nostro sangue. Come ieri,
il vile monarca ci impone di morire
per la conquista di altri imperi.
Noi non impugneremo le armi!
GIOVANI DI SICILIA
Siate tutti solidali nell’esprimere
la vostra volontà di non presentarvi!
Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo.
La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi
donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni
canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti.
Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua
carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma.
Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza,
tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come
fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana,
si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da
molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro.
Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi
di sapere quale piega avrebbe preso quella parata.
Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le
due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu-
ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava
e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori
d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani
capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari,
erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei
chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle
idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato.
Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il
tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della
banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico
rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti
e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù
pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza
i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi.
Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di
circoli e partiti.
Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva
gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso
il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello,
muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia:
«Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato
cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine!
Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…»
«Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso
che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito.
Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino
a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale
a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino
non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa.
«Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino
«con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa
di don Lucio Tasca.»
«A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede
da qui a ’na settimana!»
«Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire
basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse
con furia sulle spalle, e rigida partì.
Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo
militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al
bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò
sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo.
Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento,
dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna
Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di
riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al
vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro
la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti,
che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per
reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto,
sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa
fina,» mormorando «che pane bianco!»
Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal
piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino.
Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo
prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in
tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia
piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta
di Caltanissetta.
La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli
influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri
nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano
a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette
e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata.
Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò
ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò
all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano
“Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane
e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”.
E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano
i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni
scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo
per prima mirò al Municipio.
Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e
ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica,
girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali
di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu,
fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe
spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo
d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio,
la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi,
perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato.
Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio.
Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie
mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati
davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e
saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli,
Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio
podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello.
Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna
superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna
fatte a tutti con l’inglese.
Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono
stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore
di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del
legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la
toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola
rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i
bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline,
e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro
Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e
ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò.
Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano
al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò,
si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della
baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di
donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale.
Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì
anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di
Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino,
ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario
uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel
paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico
mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese
d’anteguerra.
Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello
del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono.
Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli
eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò:
«No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate,
entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece
cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero
filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto
una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane.
Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi;
gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi
per cui eran passati gli zuavi.
Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi,
a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo
quartiere, si rintanò dentro il covile.
Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel
saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono
alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan
godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la
notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel
sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo.
E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo
chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce
dalla guerra partigiana.
Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava
nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert
che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue
des Grands-Augustins?
Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni,
videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini,
camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole,
i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino.
In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto
di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava
angustiato.
Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo con Sebastiano Burgaretta

Bella, la verità

retablorid

ISIDORO, dono dell’ alma e gioia delle carni, spirito di miele, verdello della state, sugello d’ oro, candela della Pasqua, battaglio d’ ogni festa, sposo d’ un giorno e sempre disiato, Rosalia che t’ ha donato il core si squaglia per la brama, col ricordo di te rimane incatenata. Ah, bagascia!, dici, lo so. E sua madre pure! Bagascia, sì, all’ apparenza, ma per il bene nostro, tuo e mio. Bella, la verità. Isidoro, monaco smonacato per amore, uomo sbocciato con tardanza, fiumara turbinosa d’ autunno, foco che sprizza in cima del vulcano, tu, nella volontaria povertate, nella sicurezza del paglione, nel profumo e nel ristoro della chiesa, nella serenitate del convento, tu non capivi la laida miseria, i pericoli mortali di due femmine, una vedova e una vergine, nel vicolo fetoso dove mi vedesti, ed io ti vidi, per la prima volta. D’ acchito non mi piacesti, lo confesso. In primo, perch’ ero presa da un giovine ambulante, biondo e rizzuto come un san Giovanni, ch’ ogni giorno arrivava sopra un asino pantesco adorno di specchietti, di nastri e di cianciàne, e con potente voce, modulata, bandeggiava spàragi, cime, bròccoli e finocchi. E guardi e complimenti e regalìe d’ ortaggi salivano dalla strada alla finestra, dentro il panàro e in volo sopra l’ aere. In secondo, perch’ eri torvo, nero come un san Calogero e chiuso nel nero della barba, storto per le bisacce, incerto nella tonaca d’ albagio che ti ballava sul secco delle ossa. Brutto, eri brutto, Isidoro. Io e mia madre ne ridevamo tanto. Ma la notte che scappasti dal convento, dopo che ti tagliasti quei peli in faccia di porco ragusano, che ti sgrasciasti nella pila e t’ appressasti a me che già dormivo, ah, Isidoro, Dio benedica, io subito m’ accorsi che la bellezza tua stava nascosta. Bella, la verità. La mattina, mentre tu ronfavi, alla finestra, guardando l’ Immacolata dell’ altarino sulla cantonata in faccia, infilando nel dito un anello, che più non tolgo mai, feci giuramento: “Isidoro è l’ unico e vero sposo mio, per l’ eternitate”. E recisi una ciocca di capelli e l’ offrii alla Madonna spargendola nel vento, siccome fanno le monache che si sposano con Dio. E io monaca sono, Isidoro mio, monaca per amore del ricordo più bello e incorrotto, monaca per amore dell’ amore, in clausura d’ anima per te, per te, fino alla morte. Chè mai prima di quella notte io provai il Paradiso, nè mai per l’ innante proverò. Per grazia tua, Isidoro, Dio benedica. Bella, la verità. E dopo quella notte, per un mese e passa non volli più lavarmi, sciogliere l’ essenza, disperdere l’ odore tuo sparso nel mio corpo. Con gran dispetto del signor marchese che, dalla partenza tua per il Vallo di Mazara in compagnia del cavaliere di Milano, ci tolse, me e la madre mia, dal vico malfamato e ci portò in palazzo. “Lavati”, mi diceva “e lavati!”. “No, no e no!” gli rispondevo battendo a terra lo scarpino. E il marchese allora, rassegnato, al momento d’ uscire per la passeggiata, mi spruzzava essenze di bergamotto e di jasmino. Monaca, dicevo, in clausura d’ anima, d’ amore, e il monastero mio è questo gran palazzo in cui dimoro, tenuta al pari d’ un bigiù, nell’ agio e nello sfrazzo, vesti e cibarie sopraffine a tinchitè, ora nel quartierino mio a scrivere questa lettera per te. Lettera, memoria o testamento, prima ch’ io lasci questa citate di Palermo, incontro a un destino che solo Dio sa. ;-3MA NON è la mia mano a far scorrere la penna sulla carta. Io vivo, sento, ascolto il core mio e parlo, e ciò che dico, è la mano innocente di don Gennaro Affronti a calarlo sulla carta, in forma di segni a china, di scrittura. Don Gennariello, artista un tempo molto rinomato, ch’ ha girato per corti e per teatri di tutto questo mondo, s’ è ridotto in Palermo per insegnare il canto. E l’ ha insegnato a me, chè il signor marchese che mi tiene, scoprendomi gran dote nella gola, ha voluto ch’ io divenissi una cantante e così debutterò fra qualche giorno in una capitale, prima donna seria nella Vergine del Sole del Cimarosa. Don Gennariello m’ ha insegnato l’ arte, tutte l’ astuzie del mestiere, ed egli a poco a poco è divenuto per me il padre che non ho, e pure madre, chè quella mia, la naturale, presa nel cortiglio di signore sdillinchiose e dei loro sdillinchiosi cavalieri, non ha più tempo di badare a me. Io sono dunque ormai creatura di don Gennaro. Il quale, meschino, da caruso, fu mutilato della sostanza sua mascolina per esser tramutato in istromento dolcissimo di canto. E ha avuto ricchezza, onori e risonanza, ma gli è mancata la cosa più importante della vita: l’ amore, come quello nostro, Isidoro mio. Mi dice: “Ah, come t’ avrei adorata, Rosalia, se fossi stato uguale come gli altri!”. E ancora, sospirando: “C’ est la vie: chi canta non vive e chi vive non canta”. E mi guarda, alla vigilia del mio inizio, con gran malinconia. “Siamo castrati, figlia mia”, aggiunge, “siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, lo scrittore, il pintore… Stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti”. Ha ragione, ha ragione don Gennaro! Così fanno, allungano le mani, questi artisti. Così il vecchio abate Meli, che a Villa Giulia, sbucando avanti a me all’ improvviso da un cespuglio, tocca, sospira e va, declamando poesie. Così il cavalier Serpotta, lo scultore plastico, quando il marchese mi portò da lui per farmi fare le pose per la statua della Verità: al posto dello stucco, plasmava me, con insistente mano. Ahuffa, vah. Non voglio dirti, ma i rischi che c’ erano nel vico ci sono pure qua, coi galantomi. Ma io vivo solo nel ricordo di te e per te, Isidoro. Monaca mi feci e monaca resto nel cuore e nelle carni, finchè posso. Il signor marchese, poveretto, già vecchio, affaticato, s’ accontenta ch’ io viva nel palazzo, di guardarmi e di mostrarsi con me in società. Gli altri, cicisbei o babbaluci, li tengo a bada, e come!, non mi chiamassi se no Guarnaccia Rosalia e non avessi avuto un uomo come Cicco Paolo Cricchiò, ai voti tramutato in Isidoro. E così continuo a chiamarlo, perchè nome troppo bello e perchè sotto questo nome lo conobbi. Bella, la verità. Isidoro, io ti vidi folle per Palermo al tuo ritorno dal viaggio, ti vidi alla Marina da dentro la carrozza, ancora qualche volta sulla strada da dietro le gelosie del palazzo. So, so che per tutti i mesi che durò il viaggio, notte e giorno, in tutte l’ avventure, i mali passi, nel rischio della vita, fra gente bona o pure fra briganti, sotto il sole o le stelle, in fondachi o locande, non facevi che sognare, invocare me, la tua Rosalia. E il cavaliere Clerici racconta che sei stato picciotto valoroso, accorto e ingegnoso. Nello scansare ostacoli, sventare trappole, imboscate, ridurre all’ amistà ladri di passo e truci grassatori. Tu che da monaco vendevi bolle dei Luoghi Santi pei viaggi, bolla vivente fosti per il cavaliere, e più efficace. Nel trovare l’ uscita a ogni intoppo. Come a Selinunte, dopo che al cavalier pintore furarono la sacca con dentro carte, pennelli, carboni e acque tinte, nell’ ingegnarti a squagliare sul foco pallettoni a lupara e farne un bastoncino a punta pel disegno. Ma subito, al ritorno, perdesti la ragione. Ossesso ti facesti, cane randagio e questuante di pietà. Perchè la Rosalia tua era scomparsa. E apparecchiasti casotto, spettacolo per i vichi, le strade e le piazze di Palermo. In pianto rotto sul monte Pellegrino davanti all’ alabastro della Santa; in possessione, in furia dell’ Inferno in San Lorenzo alla scoperta che la Verità ignuda del cavalier Serpotta era la copia del sembiante mio. E l’ urla e lo schiamazzo davanti all’ Oratorio, e l’ accorrere del padre Guardiano che riconobbe in te il frat’ Isidoro fuggito dal convento, ladro dell’ onze delle bolle, e che chiamò i gendarmi. E fu la Vicarìa. Povero Isidoro. Non fosse stato pel signore di Milano, pel cavaliere Clerici, amico del marchese e amico mio, che pagò ogni debito e pure pel riscatto, saresti ancora ai ferri. ;-3ORA sei libero, Isidoro, libero, solo e disperato, per l’ assenza di me, pel tradimento e l’ affronto mortale che credi ch’ io ti feci. M’ ammazzeresti, son certa, nel caso mi trovassi. Male faresti, Isidoro, male, ammazzeresti la Rosalia tua che t’ ama e t’ è fedele, che t’ ha lasciato solo per amore. Bella, la verità. Cos’ è l’ amore in dentro la miseria? Un fiore delicato, una pomelia bianca e avorio dentro in un pantano, neve immacolata nel fervore del luglio. Dura un sospiro, un attimo, si corrompe e muore. E il nostro, così breve, intenso e risplendente? Io vidi nel nero vico dove nacqui innumeri fanciulle infiammarsi d’ amore, maritarsi e subito odiare, cariche di figli e strette dagli stenti, l’ uomo tanto amato, ed essere odiate. Avere insulti, fiati di vino, patimenti, colpi di legno e sfregi di coltello. Finire sfatte al Càssero Morto o fora dalle mura della Kalsa e appestate morire a lo spedale dello Spasimo. Ah, io mai, io mai! Far finire nell’ odio e nel dolore il nostro amore. Fu per questo che scappai, ch’ accettai questa parte dell’ amante, questa figura della mantenuta. Bella, la verità. E ora che la sai, la verità, se la capisci, fatti saggio, Isidoro, ritorna virtuoso. Chiedi perdono al padre Guardiano, rientra nel convento. Saperti ancora monaco, mi dona contentezza. Monaco tu e monaca io, nel voto e nel ricordo del nostro grande amore. Addio, Isidoro, io parto, io parto. Addio. E per l’ ultima volta, come quella notte: dolce, sangue mio.

VINCENZO CONSOLO
La Repubblica, 28 luglio 1985