… T’avvolge improvvisa voluta di brezza di mare di monte, si fonde all’alga marcita la palma, poseidonia a ginepro fenicio e l’euforbia l’eringio il pino d’Aleppo esposti sui poggi del monte dimora al romito mai visto, pellegrino di grotte di tane, alla furia dei venti, brezza che fiori accarezza spessi d’effluvi di Cipro, spere di conca avvolte nell’oro: allora ti trovi alla balza su cui si erge la reggia. i Oh excelso muro, oh torres coronadas de honor, de majestad, de gallardia!’
Sei giunto dai sobborghi o dal Monte Reale per l’arco di porta dai giganti custodi reggenti la loggia, il belvedere a piramide a smalti e banderuola di latta (vi scorre ai piedi il ruscello, la vena sfuggita dal Nilo, che porta radici larve papiri caimani mostri impensati che il raggio di fuoco suscitò dalla coltre di limo ferace — il principe folle o burlone pietrificò nella villa que’ mostri e altri ne aggiunse, una folla, sognati o pure intravisti alle corti alle feste d’un gran carnevale). E varchi il portale dal timpano rotto in cui si spiegano gli stemmi le armi. Nel chiostro digrada un chiarore filtrato da lucernari di lino, per squarci di cielo turchese di cumuli cirri ammassi di nubi in cammino – sfreccia delle tempeste l’uccello, l’airone migrante, il solitario passero e quello maltese.
Luce in prigione che indugia in labirinti di pietra, losanghe dorsi di selci incastrate, s’ammassa, esita alle colonne, agli archi, ai doppi loggiati, agli scaloni a vite, a rampe, scivola sopra mura scialbate, cilestrine lesene. Sale dalle segrete il rumore dei ferri, dei cavalli il passo, il cigolio di carrozze da viali, cortili dietro cortili, di sedie volanti, da giardini pensili ai bastioni cinguettare d’uccelli, rari del paradiso, de’ tropici, il pavone, l’avvolgersi vischioso di pendule radici, grommose. Passi per gallerie, anditi, ambulacri, ponti, sospese logge, ai vestiboli esiti, alle soglie (il Grande, l’Infanta, l’Antenata Spagnola, il Condottiero da sogno, da parete dipinta ti viene): non badare alla guardia tronfia, al mercenario in brache festose, al buffone che nasconde i sonagli con lucerna spaccona, a pennacchio. Odi, se vuoi, nel tempo sospeso, il bisbiglio di preci per grate, fessure, bussole schiuse d’oratori segreti, cappelle murate, delle fruste gli schiocchi, flagelli, i lamenti, le canzoni dell’anima:
En una noche oscura Con ansias en amores inflamada… 2
Da vani diversi, dietro tende, cortine scarlatte, indovini l’alcova, la mano che indugia, carezza, il pannello d’avorio cinese che scorre e dispiega la scena, licenze… (la sposa del capitano partito per terre conquise s’arrese all’amore d’un giovane a corte; e l’altra – ma qualcuno assicura che la linea del corpo, la pelle riflessa allo specchio appartiene comunque alla stessa velata — fanciulla tenera, fu tolta a un padre in prigione, battiloro ribelle, agitatore, per risveglio di sensi, voglie incrostate di vecchi togati, prelati). Altrove è la forza, alla sala del dio provato da immani fatiche, la schiena le braccia a fasci rigonfi, a fibre nodose. Ma viene il momento: ti trovi al cospetto di vicerè in teoria spiegati, lungo pareti, in effigie, tra bande di onice nero e fastigi, sovrapporte di stucco, imperi di gesso; e l’altro – non sai se vero o dipinto in sostituzione d’un altro – in damasco dorato a garofani a gigli, in seta cangiante, e sboffi di trine, la gorgia che regge un volto di buio (ride o ira tremenda lo scuote?), assiso sul trono: “Maestà Seconda, Quasi Signore, Rappresentante Eccelso, Somma Autorità dopo Qualcuno, Sovrano Limitato, mio Vicerè” dirai piegando un sol ginocchio, mezza la testa e l’altra tieni alta: bada, pensa: sul trono avuto in prestito l’uomo senza volto non conosce il sorriso, il gesto largo, sereno della magnanimità; incrina la sua vita l’astio, l’orgoglio offeso, il pensiero costante d’un potere delegato, d’una grande sicurezza dipendente.
Ora è la volta della discesa, lasciando a mano dritta la macchina trionfale di Filippo, la Soledad, le cupole di sangue tra grappoli di datteri, pompelmi, viticci attorcigliati a le colonne, all’arco di ferro sopra il pozzo. La volta di pietre d’oro, d’ametiste, topazi affumicati, intrecci, geometrie affollate, ricami d’arenaria, rabeschi d’una grande moschea profanata. Vi dimora un cardinale che affonda in bambagie, mollezze porporine e dispiega in riccioli, in volute, in ventagli sfaldati effluvi d’incensi grassi, acide essenze, malsani fermenti. I servi, i paggi corrotti, in fronzoli, in gale, a farandola intorno, e il monaco accanto che regge lo stendardo dell’ulivo e del cane – Misericordia et Iustitia — arrossano i bagliori di roghi notturni sopra la piazza, moltiplicati da cristalli, bocce, vetri piombati. Allora muovi il passo, affrettati allo spazio circolare, al centro da cui partono i quattro punti del mondo. Quattro fontane scrosciano: viene Primavera con Carlo Imperatore e la vergine Cristina; Estate giunge con Filippo e la Ninfa fatta santa; al volger d’Autunno l’altro Filippo e l’Oliva santa; chiude Inverno con Filippo Terzo e la Vergine che tiene sopra il palmo la mammella. Tinvestono quattro venti e quattro canti.
Procedi dunque per la via che si sperde alla Porta Felice – passano le galee, i velieri sul fondale del mare; sosta, riposa alla fresca d’acque fontana teatrale: Orfeo danza, Ercole coi Fiumi i Tritoni le Ninfe, e il Genio della Città, sopra lo stelo di putti di conche di tazze, spande largisce dona in cornucopia canestro festone di frutta, l’albicocca la pera il melograno dischiuso… E guarda, osserva le quinte di pietra: scorgi le scale i portali le grate panciute i balconi pomposi di chiese conventi pretori; contro il cielo cobalto e trionfi di nubi i transetti, i contrafforti a volute, le aeree cupole come orci iridati, maioliche azzurre, splendenti. Il convento ti dona alla ruota l’agnello trafitto, i grappoli d’uva dorata, i trionfi di gola, le frutte di mandoria, cesti canestri nature morte dipinte; e la chiesa, la chiesa il fresco di nave, lo sfavillio, l’abbaglio degli occhi: scansa gl’intarsi catturanti, a mischio tramischio, stàccati dalle spire di colonne a torciglioni, le Allegorie, le cantorie, i coretti, volgi in alto, in alto lo sguardo: vedi i cieli, delle cupole le apoteosi, le glorie, i trionfi sopra balaustre da cui s’affaccia la pavoncella, la lira, il caprifoglio franante; e il Senato poi dispiega sopra i cieli le profane imprese, i Governi, le Giustizie, le Battaglie: cavalli bianchi s’impennano, galoppano tra nuvole, si rovescia il carro, si cozzano le lance; brillano le bocche da fuoco portatili, colpiscono una folla d’affamati…
1 Luis de Góngora: “Sonetti funebri” 2 Juan de la Cruz: “Poesie” Milano, novembre 1974
Il sole raggiante sopra la linea dell’orizzonte illuminava la rocca prominente, col santuario in cima, a picco sopra la grande distesa di acque e di terra. Era; questa spiaggia, un ricamo di ori e di smalti. In lingue sinuose, in cerchi, in ghirigori, la rena gialla creava bacini, canali, laghi, insenature. Le acque contenevano tutti gli azzurri, i verdi. Vi crescevano giunchi e muschi, vischiosi filamenti; vi nuotavano grassi pesci, vi scivolavano pigri aironi e lenti gabbiani. Luceva sulla rena la madreperla di mitili e conchiglie e il bianco d’asterie calcinate. Piccole barche, dagli alberi senza vela, immobili sopra le acque stagne fra le dune, sembravano relitti di maree. Un’aria spessa, umida, con lo scirocco fermo, visibile per certe nuvole basse, sottili e sfilacciate, gravava sopra la spiaggia. Qual cosmico evento, qual terribile tremuoto avea precipitato a mare la sommità eccelsa della rocca e, con essa, l’antica città che sopra vi giaceva?
Quindi Adelasia, regina d’alabastro, ferme le trine sullo sbuffo, impassibile attese che il convento si sfacesse. – Chi è, in nome di Dio? — di solitaria badessa centenaria in clausura domanda che si perde per le celle, i vani enormi, gli anditi vacanti. — Vi manda l’arcivescovo? _
E fuori era il vuoto. Vorticare di giorni e soli e acque, venti a raffiche, a spirali, muro d’ arenaria che si sfalda, duna che si spiana, collina, scivolio di pietra, consumo. Il cardo emerge, si torce, offre all’estremo il fiore tremulo, diafano per l’occhio cavo dell’asino bianco. Luce che brucia, morde, divora lati spigoli contorni, stempera toni macchie, scolora. Impasta cespi, sbianca le ramaglie, oltre la piana mobile di scaglie orizzonti vanifica, rimescola le masse.
Qui una dura quiete si distese, altrove avvennero gli eventi. Di qua si trasse l’ora la stagione la voce l’acqua. Non avvenne neanche che attorno al ficodindia uno sperduto vi girasse. Di più o di meno – chi può dirlo? _ del desolato luogo dove s’attende invano o con speranza: sfugge, si nega finanche al negativo. Perchè non ha un contrappunto, un segno da cui dedurre il suo contrario. Solo sappiamo di qualcuno — o l’abbiamo pensato – che tentato quel luogo fu invaso da sgomento. Ma solo d’un momento è l’ansia che ti prende di varcare le soglie disumane: immagini, senti che oltre, dietro la roccia che di quarzo si mostra, di salino impasto, si cela a sorprenderti l’angoscia; che l’avorio scialbo dell’osso nasconde il coccio che svampa, barbaglia, t’acceca e ti travaglia, ti gioca la memoria … e quella buccia arsa, quelle trame di foglie, quel chiodo d’agave, quel legno logorato?
Ma per certo su la tremula landa sconfinata navigò qualcun altro puntiglioso scoraggiando la perdita, il malessere: di quel luogo tremendo ne riportò i segni, l’idea. Da le carte compare la reliquia di stagione, il tratto che svanisce, la macchia che si squaglia, il confine che oscilla e s’allontana. E oltre, lontano — non sai se sopra o sotto il segno sfocato, rotondo – tu scorgi a malapena un grumo, la coda d’una falda: è vela o l’ala d’un uccello che trapassa?
Sì, che bisogna
scappare, nascondersi. Che bisogna attendere, attendere fermi, immobili, pietrificati.
A cerchi, ad
ellissi, avanzano, ad onde avvolgenti, nella notte isterica, le trombe stridule.
II respiro, mòzzalo. Sfiorano
a parabola – lacera la curva le libre – declinano, a corno svaniscono, schiere di
cherubini opachi («Toh, sfaccime, toh!.,.»), le bùccine d’acciaio, feroci.
Sul blu’ in
diagonale, in vortice di dramma, le mani tra i capelli sulle guance, virano, cabrano,
picchiano, occhi a fessura,
piccole animelle
colombine, agli Scrovegni. Aggelati nel Giudizio, fermi nel cerchio d’oro della
testa… << Per San Michele, tu dal nulla generi la colpa!».
E qui, in questa
muffa d’angolo… Che vengano, vengano ad orde sferraglianti, con sirene lame
della notte. Perchè il silenzio, la pausa ti morde.
Chi sparse
quella peste? Nessuno. Nessuno con cuore d’uomo accese queste micce. <<…La
rabbia resa spietata da una
lunga
paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle
di mano; o il tirnor di mancare a un’aspettativa generale…; il tirnor fors’anche
di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire». Ma già è tardi. Già sono
state issate le colonne dell’infamia. Ma tu aspetta, fa’ piano. Deponi le mutrie,
gli orpelli, i giochi insensati d’ogni giorno, lascia scolare nelle fogne la miseria,
concentra la tua mente: sii uomo per un attimo.
Poggia il tuo
piede qui, su questa tela, entra, fissa la scena: in questo spazio invaso dalla
notte troverai i passaggi, le fughe. Esci, esci, se puoi, dalla maledizione della
colpa, senti: il rantolo tremendo si snoda dal corpo in prospettiva, mantegnesco.
L’uomo è caduto su punte di cristallo.
Mart! Cam t’affuoddi
stumatin
Chi t’arcuogghi
u garafu ‘ntra u sa giggh! (1)
Le buro-barecrazie
innalzano poi barriere, muri, labirinti. E dalle pietre del forte, stella di terrore,
il soave mattaccino murato vivo (hanno fermato il piede che disegna per l’aria libere
buffe spirali) urla nella notte: <<.,,Questa nostra lenta agonia che è già morte civile…
». E l’urlo rimbalza di casa in casa, per scaloni di porfido, cortine di damasco,
su per ciscranne, podi, teche opalescenti.
«Che si laccia tacere!» gridano, alzando sulle teste manti, pluviali,
cappe, palandre
d’ermellino.
Ma vi fu un
tempo idillii. Tempo d’arie e d’acque, di erbe e d’animali, di baite romite, masi.
Luce in ritmi, equilibri, scomposizioni, essenze: vuoto bianco e schiene di purezza,
braccia. Cattedrali d’aria vagano per luci di granato, smeraldine, martire impalato
e fraticello matto invetrati (…per sora acqua e frate sole…), illusioni a suoni
flautati di canne gotiche e ghirigorì barocchi di fumi orientali. Tempo di tessere
smaltate, di giochi bizantini, veloci impasti,
guizzicromie
su fresche scialbature, segni, graffi su mollezze caglianti.
E tempo di
maestri. Punto e linea, luce ferma. Oltre la greppia euclidea, fughe,
profondità, aggetti.
Del chierico
diafano non t’inganni la sua luce di febbre: il sacco copre croste, piaghe,
sozzure, orgogli. Schizofrenia gli cela il flusso degli eventi, condizioni
coatte. Estraneo alla dimora della famiglia dei polli.
ln stie sotterranee,
tra fumi d’arsenico e scoli di cianuro, per il mio e il tuo, beccano il vuoto
tondo dilatato ebete occhio, segano vene, tendini, polpe. In ciclo di crusca e sterco,
crusca e sterco. Sfiora il tao ventre ora, dallo sterno al punto del cordone, con
dita ferme: senti la stimma del tuo gastrosegato, la tacca per la fuga della
bile. E qui, dove le fughe? In pesi squilibrati di colori, in dissonanze, chiusure
dimensionali. In trittici distorti ti rifiuto la tua crusca e il mio sterco. A te,
dalla razza degli angeli!
Ma all’estremo della notte, già le orde picchiano alle porte, sgangherano e scardinano con calci chiodati, lasciano croci di gesso su bussole e portelli.
Viene fuori
l’eretico, prendetelo! Caricatelo di catene e mùffole, di torcia, di mitra e sambenito,
stringetegli al collo la corda di ginestra.
E nell’immensa piazza, grida il capitano: «Vivo abrugiato, le sue ceneri al vento siano sparse ».
Vincenzo Consolo
(1) «Morte! Come t’affolli stamattina – A coglierti il garofano dal suo calice!». postille al margine “nasce 1971 in Il sorriso pa,103-105 cap. VII-1976 modificato” dal catalogo della mostra di Luciano Gussoni Villa Reale di Monza 10 novembre – 30 novembre 1971 Barecrazie 71 Volo da una finestra 1° Luciano Gussoni
Antonel di Sicilia, uom così chiaro… (G. Santi: Cronica rimata) In ricordo del cavaliere Lucio Piccolo di Calanovella autore dei Canti Barocchi.
E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rellare man mano che si inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tindari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l’avevano squassato d’ogni parte. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d’acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, su un mare placato e come torpido, udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle. Un respiro penoso che si staccava da polmoni rigidi, contratti, con raschi e trappi risaliva la canna del collo e assieme a un lieve lamento usciva da una bocca che s indovinava spalancata. Alla fioca luce della lanterna, il Mandralisca scorse un luccichio bianco che forse poteva essere di occhi. Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangonsi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo… Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce. Federico confida al suo falcone
O Deo, come fui matto quando mi dipartivi là ov’era stato in tanta dignitade E sì caro l’accatto e squaglio come nivi…
Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli olivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Calacte, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni. E strinse al petto la tavoletta avvolta nella tela cerata che s’era portata da Lipari, ne tastò con le dita la realtà e la consistenza, ne aspirò i sottili odori di can-fora, di ricino e di senape di cui s’era impregnata dopo tanti anni nella bottega dello speziale. Ma questi odori vennero subito sopraffatti d’altri che galoppanti, sopra lo scirocco, veniva da terra, cupi e forti, d’agliastro, di fico, nepitella. Con essi, grida e frullio di gabbiani. Un chiarore grande, a ventaglio, saliva dalla profondità del mare: svanirono le stelle, i tani sulle torri impallidirono. Il rantolo s’era cangiato in tosse, secca, ostinata. Il Mandralisca vide allora, al chiarore livido dell’alba, un uomo nudo, scuro e asciutto come un ulivo, le braccia aperte aggrappate a un pennone, che si tendeva ad arco, arrovesciando la testa, e cercava d’allargare il torace spigato per liberarsi come di un grumo che gli rodeva il petto. Una donna gli asciugava la fronte, il collo. S’accorse della presenza del galantuomo, si tolse lo scialletto e lo cinse ai fianchi del malato. L’uomo ebbe l’ultimo terribile squasso di tosse e subito corse verso la murata. Torno bianco, gli occhi dilatati e fissi, e si premeva uno straccio sulla bocca. La moglie l’aiutò a stendersi per terra, tra i cordami. – Silicosi – disse una voce quasi dentro l’orecchio del barone. Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero nelle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio, con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaro: non aveva il sonnolento distacco, nè la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e a le vicende loro. E, soprattutto, avvertivasi in colui la grande dignità di un signore. – Male di pietra – continuò il marinaio – E’ un cavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quel l’isola. Non arrivano neanche ai quarant’anni. I medici non sanno che farci e loro vengono a chiedere il miracolo alla Madonna negra qui del Tindari. Lo speziale ti cura con senapismi e infusi e ci s’ingrassa. I medici li squartano dopo morti e si danno a studiare quei polmoni bianchi e duri come pietra sui quali ci possono molare i loro coltellini. Che cercano? Pietra è, polvere : di pomice. Non capiscono che tutto sta a non fargliela ingoiare. E qui sorrise, amaro e subito ironico, scorgendo stupore e pena sul volto del barone. Il quale, pur seguendo il discorso del marinaio, da un pò di tempo si chiedeva dove mai aveva visto l’uomo e quando. Ne era certo, non era la prima volta che l’incontrava, ci avrebbe scommesso il fondo di Colombo o il cratere del Venditore di Tonno della sua raccolta. Ma dove l’aveva visto? Ma sotto lo sguardo dell’uomo, acuto e scrutatore, ritornò con la mente al cavatore. Al di là di Canneto, verso il ponente, s’erge dal mare un monte bianco, abbagliante, che chiamasi Pelato. Quivi copiosa schiera d’uomini, brulichìo nero di tarantole e scarafaggi, sotto un sole di foco che pare di Morea, gratta la pietra porosa coi picconi; curva sotto le ceste esce da buche, da grotte, gallerie; scivola sopra pontili esili di tavole che s’allungano nel mare fino ai velieri. Sotto queste immagini il Mandralisca cercava di nascondere, di rimandare indietro altre che in quel momento (frecce di volatili nel cielo di tempesta migranti verso Africa, verdi conchiglie segnanti sulla pietra strie d’argento, alte flessuose palme schiudenti le vulve delle spate con le bianche pasquali infiorescenza…), chissà per quale associazione o contrappunto, premevano per affiorare in primo piano. E quindi si presentarono, con disappunto del barone, davanti a quell’uomo indagatore e giudice, ordinate nei loro volumi, con titolo e stamperia e anno d’edizione, gli studi di cui il barone, in altri momenti, intimamente si compiaceva, con un certo orgoglio, con una certa soddisfazione, studi che gli avevano aperto le porte delle più importanti Accademie del Regno: ” Catalogo degli uccelli che si trovano stazionari o di passaggio nelle isole Eolie”. “Catalogo dei molluschi terrestri e fluviali delle Madonie e luoghi adiacenti”, ” Catalogo e fecondazione delle palme” . Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione. Venne da poppa un vociare e lo sferragliare della catena dell’ancora che si srotolava e sprofondava nell’acqua. Il bastimento era giunto a Olivèri, sotto la rocca del Tindari. Il marinaio lasciò il barone e si avviò con passo lesto verso il trinchetto. Il sole raggiante sopra la linea dell’orizzonte illuminava la rocca prominente, col santuario in cima, a picco sopra la grande distesa di acque e di terra. Era, questa spiaggia, un ricamo di ori e di smalti. In lingue sinuose, in cerchi, in ghirigori, la rena gialla creava bacini, canali, laghi, insenature. Le acque contenevano tutti gli azzurri, i verdi. Vi crescevano giunchi e muschi, vischiosi filamenti; vi nuotavano grassi pesci, vi scivolano pigri aironi e lenti gabbiani. Luceva sulla rena la madreperla di mitili e conchiglie e il bianco d’asterie calcinate. Piccole barche, dagli alberi senza vela, immobili sopra le acque stagne, fra le dune, sembravano relitti di maree. Un’aria spessa, umida, con lo scirocco fermo, visibile per certe nuvole basse; sottili e sfilacciate, gravava sopra la spiaggia. Qual cosmico evento, qual terribile tremuoto avea precipitato a mare la sommità eccelsa della rocca e, con essa, l’antica città che sopra vi giaceva? Oh i tresori dispersi sotto quelle acque verdi e quella rena, le erbe sconosciute affatto, le impensate vegetazioni, le incrostature che coprivano le bianche levigate spalle, i femori di veneri e dioscuri. Ora, sopra la rocca, sul-Torlo del precipizio, il piccolo santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa, chiusa nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle, d’acquemarine; l’impassibile Regina, la muta Sibilla, libico ebano, dall’unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro, l’argento di tre gigli.
– Fatti i cazzi tuo! – intimo a Rosario il Mandralisca. Il criato era appena giunto, con un velo di sonno che ancora gli svolazzava sulla testa, e pregava il padrone che andasse a riposare.
– Ma, Eccellenza, sono cose da cristiani queste, passare la nottata all’impiedi, fuori, con quel pezzo di legno sempre attaccato al petto come un nutrico?
– Sasà, lo so io quello che porto qua. Se tu vuoi continuare a ronfare, ronfa, da quell’animale che sei.
– Dormire, Eccellenza? Manco un occhio chiusi, Dio mi fulmini. Buttai a mare fino all’ultima quelle quattro ranfie d’aragosta che ieri sera mi succhiai.
– E tutta polpa dentro la corazza che quelle ranfie facevano camminare, Sasà, affogata in un mare di salsa di càpperi.
– Eccellenza si, squisita. Che peccato. – E non parrliamo di come l’innaffiasti. – Eccellenza si, giulebbo. Ma dicevo… – Sasà, capimmo, Torna a dormire. – Eccellenza si.
L’ignoto marinaio, ritto sopra la coffa, soffiò nel tritone per tre volte e il suono, urtando sulla rocca, ritornò per tre volte fino al veliero. Si levò dalla spiaggia uno stormo di gabbiani, dalla rupe calarono i corvi e i rondoni. Si staccò un barcone a quattro remi dalla riva d’Olivèri. Dagli angoli dei ponti, dalle stive, sbucarono a gruppi i pellegrini. Erano donne scalze, per voto, scarmigliate; vecchie con panari e fiscelle e bimbi sulle braccia; uomini carichi di sacchi barilotti damigiane. Portavano vino di Pianoconte, malvasia di Canneto, ricotte di Vulcano, frumento di Salina, càpperi d’Acquacalda e Quattropiani. E tutti poi, alti nelle mani, reggevano teste gambe toraci mammelle organi segreti, con qua e là crescenze gonfiori incrinature, dipinti di blu o nero, i mali che quelle membra di cera rosa, carnicina, deturpavano. Il cavatore di pomice indossava ora, sopra la pelle, lo scapolare di lana di capra, col cappuccio, e in mano teneva un cero grosso, alto quanto lui. Alla moglie pendevano sul petto, legate al laccio che le segava il collo, due forme a pera, lucide d’olio spalmato, di caciocavallo.
Il barcone toccò il fasciame del veliero e i pellegrini, con voci, con richiami, s ammassarono alla scala per sbarcare.
Per la strada a serpentina sopra la rocca, che d’Olivèri portava al santuario, si snodava la processione degli altri pellegrini che dalle campagne e dai paesi del Val Dèmone giungevano al Tindari per la festa di settembre. Cantavano, salendo, un canto incomprensibile, che dalla testa rimbalzava alla coda della schiera, s’incrociava nel mezzo, s’aggrovigliava. Ma poi divenne, come amalgamato, dopo tante prove e tanti giri, un canto chiaro, forte, che cresceva in sè, si gonfiava, man mano che la processione avanzava e s’avvicinava al santuario.
Un fanciulla bella, dai capelli corvini e gli occhi verdi, accesi, gia seduta con gli altri dentro il barcone, all’eco dei quel canto, s’alzò in piedi e, dimenandosi, intonò un suo canto: un canto osceno, turpe, che i coatti, li a Lipari, cantavano la sera, aggrappati alle inferriate del castello. La madre per fermarla, per tapparle la bocca con la mano, si lasciò sfuggire in acqua una testa di cera. Che galleggiò, con la sua fronte pura, e poi s’inabissò.
IL BARONE ENRICO PIRAJNO DI MANDRALISCA E LA BARONESSA SUA MOGLIE LA PREGANO DI ONORARLI DI SUA PRESENZA LA SERA DEL 27 OTTOBRE 1852 NELLA LORO CASA DI CITTÁ PER GODERE LA VISIONE DI UNA NUOVA OPERA UNITASI ALLA LORO COLLEZIONE E SI DANNO L’ONORE DI RASSEGNARSI
Dopo il giro in paese, dopo aver per tutta la mattinata salito e disceso scale e scaloni, con quest’ultimo foglio nella mano guantata di bianco, Sasà era dovuto arrivare fino a Castelluccio: attraversando la collina di Santa Barbara, scendendo nel vallone Sant’Oliva, risalendo, con piccole corse qua e là, con aggiramenti, per scansare cani che dietro gli latravano, per ritrovare il passo tra recinti di ginestre e rovi, invocando mali maligni dritti al cuore, al cervello del conte di Baucina, che ancora di questa stagione, conclusa la vendemmia, già tutti gli altri in paese, se ne stava là, arroccato tra le pietre di Castelluccio. Tornando, passò da Quattroventi. I mulini gemevano e , macinavano il frumento che una fila d’asini, attaccata agli anelli di ferro, aveva trasportato la mattina. Sui mucchi di sterco, tra i garretti, ruspavano galline, sciamavano nugoli di mosche iridescenti. Vespe e zanzare ronzavano ubriache sopra i rigagnoli di mosto dei palmenti. I terrazzani, uscendo dal fòndaco, a bocca aperta guardarono Sasà, tutto sgargiante nella sua livrea. A porta di Terra, davanti la forgia, il maniscalco bruciava l’unghia d’un mulo e il puzzo di carogna appestava l’aria. Sconturbato, Sasà scese per corso Ruggero. In questo stretto budello venne assalito dai pescivendoli. Le spalle e un piede al muro, con accanto le sporte, lo assordarono con richiami, con insulti, con imbonimenti. Uno lo insegui e gli mise sotto il naso un cefalo sfatto chiuso in una manciata d’alghe sgocciolanti. – Fatta è la spesa, la spesa è fatta — gli disse Sasà allontanandogli il braccio con l’indice bianco. Era stanco Sasà, nauseato, ma soprattutto era seccato per le pensate bizzarre del barone. – Beato, beato a te, Sasà! La barca all’asciutto l’hai – disse una voce cupa, cavernosa, che sbucava da sotto terra, quando i piedi piatti dentro gli scarpini e i grossi polpacci fasciati di bianco stilarono davanti alle finestrelle con grate e inferiate a livello della strada, sotto l’Osterio Magno. – Voi, all’asciutto, oh!, senza pensieri, senza combattimenti — rispose ai carcerati Sasà inviperito. Una scarica sonora di scorregge lo investi alle spalle come una fucileria. Presso al Casino di Compagnia, per non dare in pasto a quelle malelingue la sua furia e il suo abbattimento, raccolse la pancia e la riportò sotto il freno della cintura, strinse all’altro il labbro ch’era pendulo e diede una tiratina di redini allo sguardo per puntarlo dritto e sostenuto nella prospettiva della strada. Sbucato in piazza Duomo, alla vista di quello spazio aperto e quella luce, sospirò. Non potè fare a meno di fermarsi al caffè per chiedere a Pasquale un goccio d’acqua con una spruzzatina di zammù. Si lasciò cadere sulla sedia, appoggiò le braccia sul marmo del tavolino e fece: – Aaahhh.
– Stanco, Sasà? – fu domanda di Pasquale. Con l’amico diede libero sfogo al suo mugugno. – Come se fosse battesimo, che dico? sposalizio. Fare una festa per un pezzo di sportello di stipo comprato a Lipari dallo speziale, pittato, dice lui, da uno che si chiamava ‘Ntonello, di Messina. – Messinese? Quando mai hanno saputo fare cose buone i messinesi, cataplasmi come sono ? Che va cercando il barone? Questi son capidopera, Sasà, — e Pasquale indicò il duomo li di fronte – il nostro potente patrono sopra l’altare, il Santissimo Salvatore, tutto oro e pietre rare, fatto da noi, dai cefalutani. Le ombre delle chiome delle palme cadevano a piombo Sul selciato facendo corona attorno ai tronchi. Uscì dalla Porta dei Re, venne fuori dal portico, scese l’alta gradinata con in ciMa i vescovi di calce, batte col bastone la bocca digrignata del leone di pietra sotto la vasca della fontana secca, l’organista cieco. Da dietro le bifore delle due torri del duomo si videro oscillare le campane: vibrando nellaria ferma, come gli archi a zig-zag che correvano intrecciandosi lungo la facciata, il tocco di mezzogiorno si propagò per porta Giudecca fino a Presi-diana, per la salita Saraceni fino alla prima balza della rocca, per porta Piscaria fino alle barche ferme dentro il porto, fino a Santa Lucia. Il salone del barone Mandralisca aveva quasi, ormai, l’aspetto d’un museo. I monetari d’ebano e avorio, i comò Luigi sedici, i canapé e le poltrone di velluto controtagliato, i tondi intarsiati, i medaglioni del Malvica, tutto era stato rimosso e ammassato nell’ingresso e nella studio, lasciando sopra la seta delle pareti i segni chiari del loro lungo soggiorno in quel salone. Restavano solo le consolle coi piani di peluche che sostenevano vasi di Cina blu e oro, potiches verdi e bianchi, i turchesi e rosa della Cocincina. E porcęllane di Sassonia e Meis-sen, le frutta d’alabastro, fagian chiocce gallinacci di Jacob-petit, orologi di bronzo dorato e fiori di cera sotto campane di vetro. Gl invitati se ne stavano all’impiedi, tranne le anziane dame che occupavano, sotto il gonfiore delle crinoline, le poche sedie e il pouf al centro del salone. Le signorine e i giovanotti facevano cerchio attorno al pianoforte dove la baronessa Maria Francesca accompagnava i gorgheggi della nipote Annetta. Salvatore Spinuzza, che ancora portava sulla fronte e ai polsi i segni delle torture della polizia di Ferdinando, se ne stava in disparte, le braccia incrociate sul petto, gli occhi celesti e il pizzetto biondo puntati in alto, muto e fiero, con ai lati, come Cosma e Damiano, i due fratelli Botta. Lo ignoravano tutti, lo scansavano, tranne i padroni di casa, i loro parenti Agnello e il barone Bordonaro. Tranne Giovanna Oddo. Il duca d’Alberi teneva banco, con la sua voce di petto, tra le dame e i cavalieri più nobili della nobile mastra di Cefalù. Parlava dei turbatori dell’ordine, di giovani con fisime e vessiche in te-sta, pericolosi nemici di Sua Maestà il Re (Dioguardi) e della Santa Religione. Il signor Luogotenente, il buon principe di Satriano, troppo buono era, magnanimo, a perdere tempo e onze con arresti e con processi (santo diavolone!, non era bastato il quarantotto?): subito, subito la forca ci voleva. Giovanna Oddo si volse verso lo Spinuzza, con sguardo supplichevole, accorato. Totò si scompose, s’appoggiò sull’altra gamba, riportò al suo posto con un colpo di testa il ciuffo biondo caduto sopra la fronte, ricambiò lo sguardo. Accennò appena a un sorriso. Giovanna stava piangendo come fosse già, Madonna!, davanti a quel corpo amato pendente dalla trave come un canavaccio. – Stupida! – le sussurrò la madre stringendole il gomito con tutta la sua forza – Scriteriata. Vai sul balcone, va, asciuqa.- ti quegli occhi. A casa faremo i conti. – Ah, che mali acquisti fanno ‘ste povere fanciulle d’oggi-giorno! – sentenzio il duca, come continuando il suo discorso. Donna Salvina Oddo emise un sospirone. – Complimenti, duca, per il vostro monumento – disse subito per sviare l’argomento. Il duca, lusingato, passò alla descrizione della fastosa tomba che s’era fatto costruire nella cappella di S. Michele Arcangelo. – Non vi dico quanto m’è costata. Tutta marmi policromi, sullo stile del Pampillònia a Gibilmanna. Il mezzo busto, lo stemma e in più la dicitura… ANTE DECESSUM, TUMULUM CUM CARMINE, la data, POSUI, HIC CONDAR CINERES, HAEC CONTEGET URNA SACELLO… eccetera -. Sette salme le piantai a manna — diceva forte, intanto, il conte di Baucina al vecchio e sordo cavaliere Invidiato – Dieci salme le scassai pel vigneto… – Ih, come siete funereo con tutte queste salme! – l’apostrofò il duca d’Alberi. E subito tornò alla signora Oddo. – Una bella cerimonia veramente. Una festa intima, religiosa. Il solo parentado, la confraternita dei Trentatre e l’intervento dell’Abate mitrato per la benedizione e il discorso. Venne il momento della visita al museo. Guidati dal baro-ne, fecero il giro della quadreria disposta in doppia fila alle pareti. Sentirono distratti elogiare la luce dell Alba a Cefalù del Bevelacqua, l’espressione intensa della Sant’Anna del No-velli, la sapienza prospettica dell’Ultima Cena di Pietro Ruz-zolone, dove le figure erano cosi tonde e grosse che sembrava quella si un’ultima cena, ma il cui inizio non si conosceva, con portate continue di maccheroni al sugo. E così avanti, per le tavole bizantine, per ignoti siciliani, per i viventi, fino a quello della giovane che offre alle labbra di un vecchio rinsecchito il capezzolo d’una mammella bianca che sbuca dallo scuro in piena luce. – Vengo, mamma – disse la signorina Micciché, come avesse inteso d’essere chiamata per questione urgehte. E si staccò dal gruppo, assieme alla Barranco, alla Pernice e a quella vezzosetta della Coco. – Madonna, che caldo, andiamo sul balcone -, — Gesù, dove ho lasciato il guanto? — fecero le altre, man mano che ci ‘avvicinava alle vetrine dei vasi greci. Oltre al venditore di tonno, oltre a matrone languide, sdra-late, con ancelle attorno che l’aiutavano a fare toilette, i vasi neri mostravano fauni impudichi, sporcaccioni, che abbrancavano per la vita, per le reni ninfe sgambettanti per portarsele, poverette, chissà dove; altre scene di fughe e rapimenti, altre di ragazze estatiche davanti a giovani inghirlandati e con bordoni in mano di cui non si capivano le intenzioni. Gli uomini si davano gomitate, ammiccamenti, azzardavano sottovoce interpre-tazioni, mentre il barone li informava sull’epoca e sul luogo della loro provenienza. Alle vetrine, alle teche delle lucerne e delle monete, dove il barone si lasciò andare a una sequela infinita di date, di luoghi, di simboli, valori, quei quattro o cinque che appresso gli restarono, per troppa stima o estrema corte-sia, afferrarono qualcosa come Mozia Panormo Lipara Litra Nummo Decadramma. Entrarono i camerieri con vassoi ricolmi di brioches con burro e mosciamà, biscotti col sèsano, paste di Santa Caterina, buccellati, preferiti coi chiodi di garofano, nucatoli. Sasà guidava come un capitano, con cenni degli occhi e della mano, grattandosi con l’altra la parrucca che gli faceva prudere il testone, l’assalto ai vari gruppi d’invitati. Ma il suo vero nemico era là, in mezzo alla sala, coperto da un panno, posto sopra un leggio alto, con ai lati due moretti candelieri su colonnine at-torcigliate. Sasà, passandovi davanti, lo guardava torvo. Ma le voci l’altri nemici, più vivi e più famelici, entrarono dai balconi aperti sulla strada. Come cani che avessero sentito il flo dell’odore dei dolei che per l’aria muoveva serpeggiando, sbucando dal cortile Gonzaga, dal vicolo Ferraresi, dal Siracusani, dal Monte di Pietà, i carusi sotto i balconi cominciarono a vociare:
– Sasà, Sasà, affacciati, Sasà! E si misero a cantare:
Bivuta Martina, chiamata Luscia, Cani canassa, scavassa larduta, viva Cuccagna, la xoia la mia! -‘Sti vastasi! – mormorò Sasà, e corse a chiudere i balconi.
Nu xù cucussa, la bernagualà Buliu pigliata, sunata tambura, Tubba, catubba, la nànina nà! cantarono più forte dalla strada, ballando, battendo le mani, le pietre.
– Sasà, — ordinò la baronessa Maria Francesca — fai scendere Rosalia con un vassoio.
Mentre ancora gli invitati sorseggiavano cherry di Salaparuta e malvasia, il barone fece cenno a un cameriere d’accendere le sei candele dei moretti. S’accostò al leggio e, nel silenzio : generale, tolse il panno che copriva il dipinto. Apparve la figura d’un uomo a mezzo busto. Da un fondo verde cupo, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione, balzava avanti il viso luminoso. Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della stupida giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’ombra sul volto di una barba ispida di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspa-tura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull’orlo dell’asfratta ra del dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa, o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini. Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi angolo essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio. Da porta d’Ossuna, in quel momento, s’udiron venire colpi di schioppo e abbaiar di cani. Era la ronda che di questi tempi sparava la notte a ogni ombra che vagava fuori le mura. Lo Spinuzza sentì un brivido salirgli per la schiena e si fece inquieto. Nel silenzio che segui a quegli spari, l’uomo sopra il leggio sembrava che avesse accentuato il suo sorriso. Il Mandra-lisca lo guardò e riguardò, aggiustandosi il pince-nez, lisciandosi la barba, come lo vedesse anche lui la prima volta. Si volse poi ai convitati e comincio, con voce piana, come soprappensiero, gli occhi puntati sul pavimento di maiolica:
— Mi gode l’animo nello sperare, opino, sono in vero fortemente persuaso che trattasi d’opera di mano d’Antonello…
Alzò di colpo lo sguardo, si batté la fronte con la mano ed esclamò: – Sasà, l’ignoto marinaio!
Sasa apri le braccia ed atteggiò la faccia come davanti a uno che gli parlasse turco. Ci fu nel salone una gran risata. II duca d’Alberi, staccandosi dal gruppo e avanzando solo verso il ritratto, tutto piatto dietro e la redingote aperta sul bombè che trionfalmente si portava davanti, con la sua voce acuta di cornetta chiese forte al Mandralisca:
– Barone, a chi ci ride quello? — indicando col dito il personaggio.
Ai pazzi allegri come voi e come me, agli imbecilli! – rispose il Mandralisca.
Vincenzo Consolo , Nuovi Argomenti n. 15 – Luglio – Settembre 1969
Ama molto camminare a piedi. Dal suo solito albergo vicino la stazione scendiamo verso il centro. Alla Libreria Internazionale Cavour facciamo il giro delle tre vetrine cariche di libri. Libri, libri. Ed essendo periodo di «strenne», vi sono vecchi titoli ristampati e riproposti in nuove e lussuose confezioni come fossero panettoni raffermi rinforzati, scatole di dolci scadenti in involucri preziosi e accattivanti. Libri sui vini, sulle automobili, sui fiori, guide gastronomiche, guide ai piaceri di Londra e di New York, guide al raggiungimento delle perfette intese sessuali. Proseguiamo per via Manzoni. Parliamo dello scrivere e del non scrivere. «Che fai, lavori, Leonardo?». «Vorrei scrivere tre o quattro cose ancora, prima di smettere (o di morire: ma spero di arrivare a smettere per avere il tempo di prepararmi a morire). Ma c’è qualcosa nell’aria che, si direbbe a Napoli, ti fa cadere la penna di mano; e in Sicilia specialmente. Scrivere è ora una lotta non solo con la realtà ma con me stesso. Forse il successo che i miei libri hanno avuto, mentre le condizioni della Sicilia peggiorano al punto che poco più è morte, ha creato in me uno stato d’animo che somiglia alla vergogna e al rimorso. Avendo concepito lo scrivere come azione, sconfitto nell’azione sento come una forma d’irrisione il successo in “letteratura”. Ma scrivere è la mia vocazione e il mio mestiere: e continuerò a scrivere anche se tutte le ragioni per cui ho scritto ora si rivoltano a non farmi scrivere». Alla Libreria Einaudi, in Galleria, il direttore Aldrovandi ci accoglie come vecchi amici. Ci chiede di Attilio. Attilio Mangano è un giovane siciliano di Palermo che, avendo fatto una interessante tesi su Vittorini, era stato chiamato da Einaudi e messo qui, in libreria, a fare il commesso. Un giorno – fui spettatore – entrarono nel negozio due ragazze e chiesero ad Attilio ventidue romanzi che fossero divertenti, un po’ «spinti» senza essere «eccitanti». Aiutai Attilio a scegliere i titoli. «Scusate. Per chi servono?». «Per una squadra di calcio in ritiro. Gli undici giocatori e le riserve». Attilio lasciò la libreria e tornò in Sicilia. Ora è di nuovo qui a Milano e insegna in un ginnasio. Entrano giovani barbuti e con mantelli, ragazze con lunghissimi cappotti e occhialoni alla clown, e chiedono Marcuse e le opere del «Che», la «Monthly Review» e i «Quaderni Piacentini». Ma entrano anche persone, meno giovani, che chiedono «tutto Pavese», Le confessioni di Nat Turner e A ciascuno il suo. «La crisi del romanzo non esiste se non dentro quella che direi la generale crisi dello scrivere. Perché ci dovrebbe essere una particolare crisi del romanzo? Ancora c’è chi li sa scrivere; e moltissimi sono quelli che sanno leggerli, anche se nessuno, al disotto dei quarant’anni, è disposto ad ammettere che legge romanzi. La lettura dei libri di narrativa è diventata una specie di vizio segreto, da quando certi galantuomini che non ne sanno scrivere si danno da fare a lanciare la moda del non leggerli: “Non leggo più romanzi, leggo saggi”; come ieri si diceva “non leggo più poesie, leggo romanzi”. La verità è che leggiamo poesia e leggiamo romanzi: quando troviamo un buon poeta, un buon narratore. E in quanto ai saggi, se ne comprano certamente molti, ma direi che se ne leggono pochi». Davanti alla bancarella di un siciliano, in piazza Matteotti, Sciascia mi parla dello stare nell’isola e dell’andarsene. «Il mio stare in Sicilia non ha niente a che fare col dovere e col sacrificio, né ha comportato alcun rischio. Mi piace starci e ci sto: tutto qui. O meglio: finora mi è piaciuto starci. Comincio infatti a sentire una certa inquietudine, una certa insofferenza: in parte perché mi sento, pirandellianamente, imprigionato nella forma di “quello che sta in Sicilia” (il che Vittorini mi prediceva quando io ero ancora lontano dal sentirne il disagio); in parte per ragioni più oggettive, che si posso no oggettivamente riassumere nella constatazione che fa il personaggio di un mio libro: che uscendo di casa incontri tutte le persone che non vorresti incontrare, e quasi mai quelle che ti piacerebbe incontrare».
* Questo articolo è stato scritto per L’Ora ed è raccolto nel libro “Esercizi di cronaca” (Sellerio editore)
“Incidono lo
spazio,” si diceva, “sono una perentoria affermazione dell’esistenza”.
E li osservava,
nelle loro linee nette, nel loro scuro cloisonnage che li stagliava contro il fondo chiaro,
nelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce. In
contrasto, gli altri apparivano deboli, labili, indeterminati; i loro colori
incerti sfumavano nel grigio chiaro dello sfondo, il pallore delle loro facce
era come una nebulosa che svaniva verso l’inconsistenza. E concludeva,
sintetizzando: “Nero e bianco: l’esistenza e l’inesistenza; la vita e la morte.
Avviene nei popoli”, si diceva”quello che avviene nella vita di un uomo. Il
nascere, cioè, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci
stiamo avvicinando alla morte. Come m’avvicino io, sbiancando ogni giorno nei
capelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo che è la morte”.
Andava
rimuginando questi pensieri (ma che pensieri?, larve d’idee, banali congetture,
sensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarsi nel periglioso
mare dei popoli e delle razze), affogarsi in quei pensieri dettati da noia e
malumore, passeggiando il tardo pomeriggio d’un sabato a Porta Venezia, o Porta
Orientale, come la chiamò Manzoni, là dov’era il lazzaretto degli
appestati. Il quartiere, quello di Porta Venezia, che più amava in quella
grigia città ch’era diventata ormai Milano, e il più vero, al confronto dei
noiosi e irritanti quartieri del centro, le strade della moda, della sartoria
ridondante, o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell’affaristica
organizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera
o dei Navigli. Amava quella Porta Orientale, quel Corso Buenos Aires popolare,
multietnico, quel quartiere lontano dagli infiniti cantieri edili, dalla Milano
trionfante dell’Esposizione Universale, e lontana dai penosi quartieri
periferici da dove si spazzano via come rifiuti umani gli zingari accampati.
Era di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli
dei Giardini, arrossava il cielo terso. Ma dalla parte opposta, a oriente,
nuvole nere erano squarciate da saette: si preparava il temporale della sera dopo
la giornata di caldo appiccicoso. Lungo il Corso i negozi già abbassavano le
saracinesche. Da via Castaldi e da via Palazzi sbucavano a gruppi gli eritrei,
riservati e dignitosi, con le loro donne in veli bianchi. E frotte d’arabi,
tunisini ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con l’aria di libertà e
di canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili
e guardinghi, stavano con le loro
cassette piene di paccottiglia d’orologi, occhiali, accendini, radioline,
davanti a quei supermarket del cibo che si chiamano fast food. Davanti alle
uscite della metro stavano invece gli africani della Costa d’Avorio o del
Senegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali,
gazzelle, elefanti e maschere d’ebano, d’un marrone lucido come la loro pelle.
In angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare
come stormi d’uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, cingalesi.
Da questa
umanità intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno
meridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi “tipici”; erano
famigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di
plastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti alla
gelateria per far prendere il cono ai loro bambini irrequieti.
Erano, i
marciapiedi di Corso Buenos Aires, in quel tardo pomeriggio di sabato, tutta
un’ondata di mediterraneità, di meridionalità, dentro cui egli s’immergeva e si
crogiolava, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Lui che non
era nato in quella nordica metropoli, lui trapiantato qui, come tanti, da un
Sud dove la storia s’era conclusa, o come quegli africani, da una terra
d’esistenza (o negazione d’esistenza) dove la storia è appena o non è ancora
cominciata; lui che era di tante razze e che non apparteneva a nessuna razza,
frutto dell’estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione
araba, del seppellimento etiope, lui, da una svariata commistione nato per caso
bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Si distendeva e crogiolava dentro
quell’umanità come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino. Ma dal
nero africano, dal bruno meridionale, si arriva al biondo, chiaro scialbo.
Erano gruppi di nordici che uscivano da gioiellerie e da boutique; erano frotte
di lunari, astratti punk nei loro neri abiti, nelle loro criniere arancione e
verde, nelle loro borchie, nei piercing e orecchini, aggressivi e fragili.
I nuvoloni
avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; i lampi ora vicini
anticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arrivò la pioggia.
Rimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si
trasformò in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia. Ci fu un fuggi
fuggi generale, un rifugiarsi sotto i balconi, negli androni dei palazzi, nelle
gallerie, dentro la metro. Le automobili, sul Corso, erano ferme, incastrate a
causa dei semafori guasti, e con clacson e trombe lanciavano un rabbioso,
assordante urlo.
Tenendo il giornale
sulla testa, corse in direzione di Porta Venezia, scantonò per via Palazzi. I
bar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Più avanti, fu attratto da
un’insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana:
“Ristorante eritreo”. Spinse la porta a vetri ed entrò. Subito s’accesero le
luci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti
che lo invitarono ad accomodarsi a uno dei tavoli.
– Vuole mangiare
? – gli chiese l’uomo.
– Vorrei prima
asciugarmi. Mi porti intanto del vino.
Stese sulla
spalliera d’una sedia il giornale che non aveva ancora letto, ridotto quasi a
una pasta mucida. Ma per la verità leggeva di quel giornale, che comprava solo
il sabato, le pagine dei libri. E quelle, all’interno, erano in qualche modo
ancora leggibili.
Cominciarono ad
arrivare eritrei, tutti zuppi come lui, e sorridenti. La sala si empiva a poco
a poco. La donna era scomparsa in cucina; l’uomo, dietro il banco, lo teneva
d’occhio. Gli fece cenno di venire. Gli consigliò il loro piatto tipico, lo zichinì.
Era piccantissimo. Lacrimava, ma con quegli occhi addosso non osava smettere di
mangiare o fare alcuna smorfia d’intolleranza. Mandava giù biccchieri colmi di
vino. Alla fine aveva vampe in bocca, nello stomaco, e la testa gli girava per
il vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti
bianchissimi, ma non era in grado di capire se ridevano di lui. Anche loro
mangiavano lo zichini, ma non usavano la forchetta, attingevano con le
dita a un grande piatto comune posto al centro d’ogni tavolo. Si ricordò che
anche così si usava in Sicilia nelle famiglie contadine. E gli venne di pensare
che il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della
comunione, la separazione, la solitudine.
– Piccante ? –
gli chiese l’uomo togliendogli il piatto, e gli sembrò che avesse un tono
ironico.
– Un po’ –
rispose, con sussiego. E si trovò subito ridicolo. Fumando si mise poi a
leggere su quel giornale disastrato la recensione a un libro di grande
successo, un best-seller, come si dice; la lesse senza interesse, senza
attenzione, non capiva neanche quello
che vi si diceva. Bruciore per bruciore, continuò a bere, bevve fin quasi tutta
la bottiglia.
Uscì che barcollava.
Pioveva ancora. Si riparò la testa con quel residuo di giornale che gli
restava. Sbucò in via Castaldi e lì ancora un’insegna esotica l’attrasse: Bar
Cleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Dal cd si diffondeva una di quelle
nenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo
delle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d’ogni musica
mediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti dei carrettieri siciliani,
delle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante
del cd, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolino, un altro
ballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordinò un caffè. Che fu
insufficiente a far svanire i fumi del vino. Gli egiziani bevevano tè scuro
dentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi,
gutturali e fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati
degli eritrei, più caciaroni, più scugnizzi.
Uno si accostò
al suo tavolo.
– Piace muscica
araba ? – gli chiese.
– Piace, piace
tanto.
E, sedendosi al
suo tavolo, cominciò a sciorinargli nomi di divi delle loro canzoni, fra cui riuscì a distinguere solo
quello della mitica Om Kalsoum. Gli chiese di fargli ascoltare Om Kalsoum.
Appena s’udirono le prime note, andò a risedersi e smise di parlare, si chiuse
nel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e
malinconici.
In quella,
s’aprì di schianto la porta ed irruppero nella stanza tre poliziotti.
Ordinarono a tutti d’alzarsi e, mani in alto, di mettersi con la faccia al
muro. Egli rimase fermo al suo posto. Un poliziotto l’afferrò per un braccio e
lo spinse contro il muro. Li perquisirono tutti, palpandoli da sotto le ascelle
fino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.
– Non ce l’ho, –
egli disse – ho la patente.
– La patente ? Tu
guidi in Italia?
– E dove devo
guidare ?
– Ma sei
italiano ?
Gli venne voglia
di gridargli, con voce profonfa, gutturale, “No, no, sono africano, sono arabo,
sono ebreo, sono di tutte le razze, come te! “
– Fai vedere la
patente.
Gliela mostrò e,
ancor più vigliaccamente, gli mostrò quel tesserino dei Pubblicisti per cui
s’appartiene, sia pure da sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E
il poliziotto, subito:
– Dotto’, a
quest’ora di notte, per questi quartieri è assai pericoloso. Si faccia
accompagnare almeno da un fotografo.
“Ecco,“
ritornando umiliato a casa”così difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra
agonia, noi vecchi esangui. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro
benessere da ogni minima minaccia. Tutta questa nostra ricchezza sotto cui
finiremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili per sempre”.
Vincenzo Consolo Milano, 4 aprile 2008 Milano settembre 1968
Nome dell’autore, titolo, dedica, introduzione, prefazione, postfazione,
nota, epigrafe, e molt’altro, sono i «dintorni», più o meno prossimi, del testo
letterario, sono quel paratesto che Gérard Genette chiama Soglie e che
nell’omonimo saggio ampiamente analizza.
Le soglie, le cornici, autografe o allografe, che avvolgono o vestono la nudità del testo, sono state, secondo le epoche e le mode, più o meno ampie, ricche, qualche volta ampollose. Si pensi a titoli e sottotitoli lunghi, complessi, di opere per esempio che sinteticamente chiamiamo Robinson Crusoe o David Copperfield, si pensi alle dediche o alle lettere dedicatorie, esterne o interne al testo, che partono almeno da quella indirizzata a Mecenate nelle Georgiche e vanno fino a quelle per altri illustri mecenati come Ippolito e Alfonso d’Este, rispettivamente nell’Orlando e nella Gerusalemme, come il duca di Béjar nel Don Chisciotte, vanno fino alla breve « Per Ezra Pound – il miglior fabbro » ne La terra desolata, all’ermetica « a I.B. » ne Le occasioni; arrivano, le dediche, rare e significative, necessitate dal testo (non teniamo in conto quelle esortative e spesso patetiche apposte in molti libri d’oggi) fin nelle opere di due scrittori << illuministi>>, scarni e severi di come Calvino e Sciascia: in Calvino compare una dedica, ne Il sentiero dei nidi di ragno e in Se una notte d’inverno un viaggiatore; in Sciascia, soltanto in Occhio di capra, avendo diversa collocazione e diverso senso altre due incorporate rispettivamente nella nota finale della Morte dell’inquisitore e nel titolo della Recitazione della controversia liparitana.
Rimanendo sulle soglie, al paratesto dell’opera di questi due scrittori, ultimi grandi testimoni e cronisti d’una fine, vicini nelle origini, nel terreno di coltura o cultura (la Firenze rinascimentale, il centro della lingua attica, della scrittura laica e limpida, della civile comunicazione, la Toscana rondista di Cecchi, Barilli, Savinio, l’acqua lustrale dell’Arno del Manzoni che, attraverso la Lombardia dei Verri e del Beccaria, portava oltralpe, alla Francia dei Lumi, alla lingua unica, geometrica ch’era espressione d’una formata e consolidata società), vicini nelle origini dicevamo, i due autori, ma divergenti, lontani negli esiti, colpisce nell’opera di Calvino l’assenza assoluta di epigrafie l’alta frequenza di esse, al contrario, in quella di Sciascia. Perché?, ci chiediamo. Avanziamo allora l’ipotesi che in Calvino rimane costante, disperatamente salda, in un luogo e in tempo in cui ateismi oppressivi e devastanti stanno per bandirla, la fede nell’affabulazione, nel racconto, nel suo assoluto valore, unico strumento di percezione, e conoscenza del mondo, di lotta contro la malinconia, l’impietrimento, e da questa fede ne viene il suo continuo cercare sapiente, sagace, infaticabile «castoro della penna», come lo chiamò Pavese, onnivoro e felice organismo metabolico nuovi sentieri, nuove piste, nuovi territori. In lui dunque ogni memoria letteraria, ogni citazione è messa en abime, è dissolta e occultata nel testo. Sciascia, meno chierico, più laico, a causa di un retroterra quello siciliano, che si fa paradigma, nucleo metaforico – di più drammatica storia, di più atroce realtà, perde man mano fede nell’affabulazione, perde speranza in una possibile sopravvivenza e incidenza del racconto e, dopo aver rovesciato e quindi distrutto un modulo narrativo collaudato e funzionale quale il romanzo poliziesco, arriva a spostare il testo nel paratesto, mutare il racconto in parodia, in saggismo, spingerlo verso le soglie, verso la citazione, la rimemorazione della letteratura, la grande letteratura d’altri tempi e d’altri contesti, cielo di verità sopra un mondo, contro una storia di menzogna e di sconfitta, di offesa all’uomo. Ambroise: Pratichi costantemente la riscrittura, la parodia, l’arte della citazione vera o falsa. Che senso dai a questo tipo di operazione che implica un rapporto singolare con il proprio testo: non tuo eppure tuo lo stesso, forse tuo nel suo non esserlo? «Sciascia: Non è più possibile scrivere: si riscrive.
E in questo operare più o meno consapevolmente si va da un riscrivere che attinge allo scrivere (Borges) a un maldestro e a volte ignobile riscrivere. Del riscrivere io ho fatto, per così dire, la mia poetica: un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere, Tutto pagato». Così nelle 14 domande a Leonardo Sciascia, in apertura del primo volume delle Opere dei Classici Bompiani. «Un consapevole, aperto» riscrivere, dice Sciascia, E l’apertura più ampia, più costante – da Le tavole della dittatura fino A futura memoria – è sulle soglie, nell’epigrafe, chiave d’apertura del testo, epicitazione d’ogni altra citazione, lume, filo d’Arianna, ramo d’oro per percorrere i meandri dell’oscurità della realtà rappresentata, per uscire dal labirinto dell’inganno e dello smarrimento. Le epigrafi. Le epigrafi delle opere di Sciascia: queste antologizza, legge, interpreta, « illustra» qui Pino Di Silvestro. Cos’è ‘epigrafe? Così il sunnominato Genette: «Definirò approssimativamente l’epigrafe come una citazione posta “in esergo”, in genere all’inizio del l’opera o parte dell’opera; “in esergo” significa letteralmente fuori dall’opera, il che forse è un po’ esagerato: l’esergo consiste piuttosto, in questo caso, in un confine dell’opera, in genere molto vicino al testo…».
In Sciascia l’epigrafe, come il titolo, come l’illustrazione in copertina – sempre dallo scrittore scelta e indicata all’editore -, come la dedica, come ogni altro elemento del paratesto, è quanto di pia vicino, di più connaturato al testo ci sia. La sua epigrafe è sempre di un autore scelto per ammirazione e immedesimazione, è brano, frase d’un’opera sotto la cui luce bisogna porre il testo che ci accingiamo a leggere (epigrafati sono di volta in volta Orwell, Poe, Shakespeare, Montaigne, Courier, Pascal, Casanova, Brancati, Borgese, Borges, Canetti, Dürrenmatt, Bernanos…; ma è anche voce di dizionario, spezzone di documento storico, ed è inoltre frase d’ironico contrasto assunta per disarmo, per malinconico giudizio, come quella di Palazzeschi apposta a 1912 + 1 o quell’ineffabile « O Rousseau!» di Anonimo al Contesto: anonimia fin troppo scoperta, esclamativamente indicativa).
Epigrafatari, destinatari di questo prezioso testo fuori testo, «composto» e proposto dall’Epigrafatore, sono i lettori, siamo noi. Destinatario è, nel caso di cui vogliamo qui discorrere, Pino Di Silvestro, lettore privilegiato per l’appassionata, straordinaria capacità ch’egli possiede di percorrere il «testo» sciasciano, di riassumerlo e assumerlo nell’epigrafe, di stendere su di esso una sua ulteriore epigrafe, un suo visivo paratesto che è il corpo dei disegni, delle chine: il testo vale a dire di questo suo libro. Che è quanto di più sciasciano si possa fare, per ammirazione e per immedesimazione, per scrittura, per stile. Amava il disegno, Sciascia, le gravures, acqueforti e puntesecche, che, con il loro segno nero si potevano accostare alla scrittura, erano anzi per lui un’altra affascinante forma di scrittura, simile allo scrivere che è «imprevedibile quanto il vivere». In questo segno di china di Di Silvestro, quasi un «nero su nero» della realtà descritta da Sciascia, il bianco, a rinforzare ed esaltare ancor più il nero, emerge dal fondo, s’insinua da maglie di stretti reticoli, sorge da cave occhiaie o vitree lenti, da fori di corpi crivellati, fumoso lampeggia da bocche di armi, lattiginoso piove da globi di lampade, s’effonde da corpi di donne, balugina in riquadri di porte o grate, s’espande da una mesta luna che suscita facce di cristallo, squadra tetti, muri di case d’un villaggio perduto. Il segno sottile, secco di queste chine, le figure espressive o espressioniste creano un mondo in negativo, un universo privo di luce e pietà. E sono quasi sempre inscritte, figure e scene, in spazi chiusi, tribunali, prigioni, celle, luoghi del potere e della pena, stanze della tortura, dello strazio. È uno spazio, questo creato da Di Silvestro, quasi riferito alla più grande epigrafe di tutta l’opera di Sciascia, non scritta ma vistosamente implicita, quella di Pirandello: la stanza della tortura pirandelliana declinata sul piano della storia, sul palcoscenico della violenza, della sconfitta.
Via del Sole
scende stretta tra il muro laterale del Palazzo e una ringhiera di ferro sul
dirupo. Era in ombra a quell’ora. Il sole batteva invece sulle pietre di via
Murorotto e sul portale d’arenaria ricamata del Palazzo. La ringhiera di ferro
di via del Sole era quella d’un terrazzo sospeso, navigante.
Il vecchio
con lo scialle sporse nel vuoto il braccio e con l’indice a corno percorreva la
linea ondulata che disegnavano nel cielo terso i monti tutti attorno, dalle
spalle del paese fino al mare.
– Motta – diceva
fermando il dito su un punto biancastro lungo la costa dei monti. E poi – Pettineo,
Castelluzzo, Mistretta, San Mauro… – Posò lo sguardo sul mare, ripiegò il
braccio, si tirò sulla spalla lo scialle scozzese che gli era scivolato. Stesi
io il braccio nel vuoto oltre la ringhiera e indicai il mare. – Quelle macchie
azzurre sono isole, Alicudi, Filicudi, Salina… Più in là c’è Napoli, il Continente,
Roma…
– Roma –
ripeté il vecchio. Volse le spalle al mare e continuò a indicare le montagne,
ora con un breve cenno del capo: – Cozzo San Pietro, Cozzo Favara, Fulla, Foieri…
L’ulivo,
fitto ai piedi dei monti, diradava, spariva verso l’alto. Poi vi erano costole
nude, scapole, e qua e là ciuffi di sugheri, di castagni.
Il vecchio
sedette sulla panchina di pietra e, la faccia tra due sbarre della ringhiera,
appuntò gli occhi sullo spiazzo erboso sotto il dirupo. Ragazzi vi giocavano,
tra pecore al pascolo, piccoli, appiattiti sul prato, silenziosi. Uccelli con
larghe ali planavano sulla valle. La strada a serpentina, grigia di fango
rappreso, partiva dalle prime case del paese, passava tra alberi d’eucalipto e
d’acacia, circondava il prato, accostava una vasca d’acqua stagnante e finiva
in un cancello di lamiera arrugginita. Il sole di questo primo pomeriggio era
tutto ammassato nella tenera valle, suscitava tremuli vapori.
Al di là del
cancello, dentro, il cerchio del muro, nel tabuto fresco di vernice, era
Carmelo Battaglia, il sindacalista di Tusa ammazzato su una trazzera, una mattina
di marzo, con due colpi a lupara, e messo in ginocchioni, con la faccia per
terra. La valle declinava dolce fino alla balza d’Alesa (le sue mura massicce,
l’agorà, i cocci d’anfora e le colonne spezzate affioranti tra gli ulivi, la
bianca Demetra dal velo incollato sul ventre abbondante). In fondo, Tusa Marina,
col suo castello sull’acqua smagliante e triangoli di vele sui merli.
Nel ventitrè
ammazzarono il padre Battaglia, con colpi a lupara, su una trazzera, e gli
riempirono la bocca di pietre e di fango. Il vecchio s’era tirato fin sulla
nuca e gli orecchi lo scialle scozzese, avevachiuso gli occhi e reclinato il mento sul petto.
Il piano
della Piazza era tagliato a rettangoli e trapezi di luce. La torre medievale,al centro,
massiccia, quadrata, avevadue
facce illuminate. Uccelli neri, con lievefruscio, facevano la spola tra la Matrice e la torre. Via Pier delle
Vigne si perdeva tra vecchiecase.
Via Matteotti, dall’ogiva dell’antica porta, scendevaripida e larga versole case nuove. Un vecchio cantavanella piazza, seduto al sole davanti alla porta
della società Agricola. Un altro vecchio stavaimmobile dall’altra parte; e altri tre dentro, nel vanointerrato della società,
immobili attorno a un piccolo tavolosu cui battevail
sole. Il vecchio sulla porta cantavacon gli occhi in cielo e un sorriso sulle labbra. Cantava: – Al natio fulgente
sol / qual destino ti furò –; e poi daccapo: – Qual destino ti furò / al natio
fulgente sol –; sempre avanti e indietro su quelle parole.
Un’automobile
nera venne giù da viaAlesina,
attraversò la Piazza e scese per viaMatteotti. Vi era dentro un ufficiale dei Carabinieri con le stelle
d’argento sulle spalle e altri signori col cappello. Il vecchio interruppe il
suo canto e poi riprese.
Via Alesina
era tutta in ombra, stretta e lunga, tra alte case, dalla Piazza fino al
Belvedere. I vicoli verticali erano assolati. Cespi di bàlico fiorito, viola e
giallo, spuntavano dalle crepe delle case e ficodindia da sopra i tetti. Da un
balcone del vicolo penzolava la testa d’un asino, pensosa nel sole. Il
municipio e la cooperativa Risveglio Alesino. Sul portone del municipio era
scolpito lo stemma della città: un grosso cane muscoloso sopra una torre, le
zampe posteriori contratte, sul punto d’avventarsi, i denti scoperti (1860:
«In più luoghi, come a Bronte, a Tusa e altrove, i Consigli municipali,
costituiti dai Governatori distrettuali, erano composti di elementi della
grossa borghesia o dell’aristocrazia di proprietari terrieri, avversi alle
rivendicazioni contadine e ai fautori e capi del movimento per la divisione
delle terre demaniali»).
Una giovane
bellissima, dietro i vetrid’una
piccola finestra, ricamava. Divenne
viva,aprì la finestra,
si sporse, allungò il braccio bianco e fece segno che dovevoancora andare avanti e poi salire per il vicolo.
Bussai e
venne ad aprire una donna in nero. Mi fece strada per uno stretto corridoio
celeste che sbucava in una grande stanza celeste. È il celeste, abbagliante per
le mosche, latte di calce mischiato con l’azolo. Sei donne tutte nere erano
attorno alla ruota della conca: la figlia, la moglie, due sorelle e altre due
parenti di Carmelo. Parlava la giovane figlia, il fazzoletto nero annodato
sotto il mento e ancora il velo nero che le scendevaper le spalle, gestiva con le sue mani guantate
di nero. La madre, accanto, non parlava perché muta, muta e paralitica. Solo
gli occhi avevavivi.
– Sì, fece
il soldato e, finita la guerra, venne a piedi da Trieste. Passò lo Stretto su
una barca e, a Messina, prima che attraccassero, si buttò in acqua per toccare
prima la Sicilia, ma non sapevanuotare.
Il pescatore calabrese lo dovetteafferrare
per i capelli per salvarlo. Rideva molto quando raccontava questo. Dicevache allora, a
vent’anni, era sventatocome
un caruso.
– Sempre
l’ha avutaquesta idea
socialista, ma di più quando tornò dalla guerra. Dicevache i contadini, i bovari sono sempre state malebestie.
Sempre a limosinare un palmo di terra o un po’ d’erba al limite del feudo. Ma
non parlava molto in casa, avevale
parole giuste, contate. Questa di mia madre era una pena forte che portava in
cuore: venti anni che è allogo, un male di nervi.
– Partiva
alle quattro, alle cinque, secondo la stagione, col mulo, per il feudo. A voltesi restavalà e si portava un
poco di pasta e una boatta di salsina. Questa voltadovevarestarci per due giorni.
– Sì, voglio
che si scopra al più presto l’assassino. Voglio conoscerlo. Voglio vedere in
faccia questo che insulta i morti, che li mette in ginocchioni.
– No, neanche
i vivi s’insultano. Ma di più i morti, specie se in vita sono stati sempre
latini, diritti, cavalieri.
La madre
mugolò e cominciò a piangere. La figlia le prese le mani, se le portò sulle
gambe e, tenendovi sopra le sue, si mise a cullargliele.
La stanza
era piena di penombra. C’era solo la luce rossa di un lumino davanti alla
fotografia di Carmelo vestito da soldato, sopra il comò. Le donne stavano
tutte chiuse nei loro scialli e mute. Una prese la paletta di rame e rimestò la
brace nella conca.
– Nessun
desiderio, nessun progetto. L’unica sua idea era quella di aggiustare questa
casa».
Il sole era
tramontato e, all’uscita del paese, sopra un muretto della strada, erano seduti
un prete grosso e un prete magro. Quello magro, scuro, era venuto da Cesarò per
predicare il quaresimale. Quello grosso, chiaro, era del paese.
– Un uomo
buono, benvoluto da tutti. Parlava poco ma spartano. No, in chiesa mai. Ci
andavo io a casa sua, una volta al mese, per confessare e comunicare la moglie.
Poveretta, mi scriveva i peccati su un foglio di carta.
Passavano i
contadini per la strada, tornavano a gruppi dal lavoro, gli uomini sul mulo e
le donne a piedi. – Vossia benedica – salutavano.
– Benedetto
– rispondeva il prete.
– Tra loro,
si ammazzano, tra loro bovari.
– Benedetto.
Le montagne
là di fronte erano diventate viola, di un viola tenero sfumato.
Questi
Nebrodi, alti di fronte al mare, sono di una bellezza impareggiabile. Ora, con
le prime ombre della sera, si udivano per la campagna ringhiare e abbaiare i
primi cani: quei cani orbi, bastardi, che si avventano feroci non appena li
sfiora l’odore della carne d’un cristiano.
[i] «L’Ora», 16 aprile 1966, p. 6. Stesso testo, col titolo: Per un po’ d’erba al limite del feudo, in L. Sciascia e S. Guglielmino (a cura di), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia, 1967, pp. 429-434. Il testo del 1966 è ripreso tal quale – sotto forma di «Prima appendice del curatore», con fonte: L’Ora, 16 aprile 1966 (p. 6), autore: Vincenzo Consolo, occhiello e titolo: Tra cronaca e racconto un giorno a Tusa. Un filo d’erba ai margini del feudo, sottotitoletti redazionali inframmezzati: Il tabuto fresco divernice, Sei donne tutte nere – in Mario Ovazza, Il caso Battaglia. Pascoli e mafia sui Nebrodi, a cura di Fernando Ciaramitaro, Palermo: Centro Studi e iniziative culturali Pio La Torre, 2008, pp. 124-126
Sono nato a Gibellina, di anni ventitré. Imparai il meccanico a Salemi, non mi ricordo niente, sentii un gran boato e il tetto che s’aprì, ho visto il cielo per un attimo, le stelle.La zappa l’ho lasciata a chi gli pare, con la meccanica si può espatriare. Stava Gibellina sopra la timpa tutt’attorno al castello e alla chiesa, a San Nicola. Al castello ci andai per la scuola:c’erano dammusi, catoi murati, passi e sospiri, voci di spirti, d’anime legate. Anche qui, in questi sotterranei alla stazione, i treni fanno un rintrono come il terremoto. Ho lasciato nelle baracche la madre e la sorella. Gli altri sono rimasti sotto terra. Le bambine, gonfie, occhi invetrati, erano pupe, bambole di fiera. La sorella più non parla, sì e no con la testa è il massimo che dice. I passaporti a vista, sotto la tenda: via, senza tante storie. Con me ci sono paesani, una incinta si lamentò tutta la notte. Altri non so di dove sono, ma qualcuno mi sembra conoscente. Molti ci vengono a guardare. Siamo profughi,sì, terremotati, con le borse, i sacchi, le coperte. Ci aiuteranno,sì, però l’affronto resta. Dicono che ci daranno alloggio e un lavoro. Io, per me, voglio emigrare in Svizzera. C’è la nebbia qua, che mangia case, gente, come là mangiava pàmpini, racemi.
da L’olivo e l’olivastro