«Possibile che in questa inflazione di carta stampata, fra tanto scialo di “opera omnia”, non ci sia modo di raccogliere se non tutto, il meglio di uno scrittore come Savarese?» scriveva Arnaldo Bocelli nel numero di Galleria dedicato a Savarese, Lanza e Brancati. Scriveva nel 1955: 33 anni fa. E cosa direbbe oggi l’onesto Bocelli, se pure, da quell’anno, a squarciare qua e là la coltre dell’oblio che si stendeva, e col tempo sempre più s’ispessiva gravando, sopra lo scrittore di Enna, siano stati pubblicati La semina nella bufera (Ceschina, 1960), Favole drammatiche (Salvatore Sciascia, 1962) e Gatteria (Sellerio, 1972)? Libri, questi, curati, prefati o postfati, da Enrico Falqui, il più appassionato dei critici di Savarese, ma gli ultimi due, e ancora quel numero di Galleria, sicuramente promossi da Leonardo Sciascia, in quella sua antica e mai interrotta, discreta ma incisiva «direzione» editoriale, sulla quale prima o dopo bisognerebbe far luce. Da Sciascia che è, con Brancati, il più savaresiano degli scrittori siciliani, del Savarese riflessivo, filosofico, gnomico, moralistico; dello scrittore che, pur dentro il lirismo della Ronda, pur dentro il buio del fascismo, attraverso il no stro arcadico Meli, il «pensatore» Leopardi, e l’«illuminista» Manzoni, assieme a Savinio ci conduce su fino alla chiarità del Settecento francese, a La Fontaine, e ancora in alto fino a Luciano, a Fedro, a Esopo… (E un caso che dell’autore dei Dialoghi dei morti si siano occupati prima l’«illuminista» napoletano Settembrini e poi Savinio e Sciascia? È un caso che Sciascia abbia fatto clamorosamente riscoprire nei recentissimi anni Savinio?): strada impervia, faticosa, ingrata, questa, si sa, poco battuta dalLa letteratura, italiana, siciliana, strada scelta solo dalle intelligenze più limpide, dagli spiriti più tenacemente critici. E un caso che il libro d’esordio di Sciascia si chiami Favole della dittatura (Bardi, 1950), del quale si è subito accorto, e ne ha scritto, dall’estremo Friuli, un «romantico», ma futuro moralista, polemista, scrittore «eretico» e «corsaro» come Pasolini? (Altri tempi, altre attenzioni, altra moralità). E non è un caso che lo stesso Sciascia esplicitamente dichiari il suo debito, riguardo ai contenuti e alla forma, alla scrittura, a Savarese, a questo «scrittore cattolico che nutriva un vero e proprio culto per Voltaire». Le novelle o racconti di Savarese qui ora raccolti costituiscono ancora un piccolo squarcio in quella coltre d’oblio di cui dicevamo. Novelle pubblicate su L’Ora a partire dal 1911 e fino al 1926. Non in una continua scansione, ma a intermittenza e con un lungo intervallo, dal 1912 al 1924, che coincide grosso modo con gli anni della guerra e con il soggiorno romano dello scrittore, con la sua piena militanza nella centralità letteraria di allora. Militanza che si concluderà con il ritorno a Enna, nel rifugio di San Benedetto, frapponendo così, lo scrittore, fra sé e quel centro, un giusto spazio geografico e mentale. Spazio che, rimettendolo nel «clima» siciliano, lo farà essere diverso dagli altri scrittori della Ronda, diverso da Cecchi, da Cardarelli, da Baldini, gli farà abbandonare il «frammento» incandescente al fuoco di uno strenuo lirismo. Tornato in Sicilia, ritrova anche la storia, che trasferisce in romanzi (Rossomanno, Il capo popolo, I fatti di Petra), ma ritrova altresì una sua originaria matrice «lombarda», d’una Lombardia siciliana («Carlo Cattaneo: ecco un nome non si sa come ricorso sovente alla mente» scrive Falqui). Del 1911 e ’12 sono le novelle Il richiamo, Prima novena, Il futuro, di un tempo cioè antecedente all’esordio in volume dello scrittore (le Novelle dell’oro sono del 1913): siamo dunque ai primi movimenti, ai primi passi nella pietrosa e perigliosa trazzera della letteratura del Nostro. Passi qui sostenuti — lo si vede chiaramente — dalle forti, paterne braccia di Verga. Il richiamo, per esempio, non può non far ricordare (con la variante di un «movimento» contrario: del bandito verso il paese, la sua donna) L’amante di Gramigna; Prima novena, certe altre novelle in cui i personaggi «dannati» si redimono per il miracolo degli affetti, dei sentimenti; Il futuro, per la sua «fatalità» in un contesto sociale come la miniera, Rosso malpelo. O meglio: colpendo questa volta il fato, non il caruso, ma il padrone, il giovane ingegnere, la novella ci riporta di più al Pirandello de I vecchi e i giovani, la cui pubblicazione, in appendice a L’Italia contemporanea, è del 1908. Da Le confessioni di un medico, e cioè dal 1924, in poi (aveva intanto pubblicato L’altipiano, 1915; Pensieri e allegorie, 1920; Ploto, L’uomo sincero, 1922; Ricordi di strada, 1922; Gatteria, 1925) ritroviamo il Savarese autonomo nel passo, sicuro e ben deciso nella sua individualità e singolarità di scrittore. E alcune di queste novelle (Intimità, Le zanzare, Svegliarsi, La visita e le parole) confluiranno giustamente in raccolte come La goccia sulla pietra o La semina nella bufera. Ce n’è una, fra le novelle qui raccolte, L’allarme dei vivi (1932), che ci sembra la più significativa della personalità dello scrittore Savarese. La storia è piuttosto allarmente (appunto): cinque morti si ridestano affiorando dalla fanghiglia del cimitero come i morti che risuscitano nell’affresco d’Orvieto del Signorelli. Vuol dire la storia, certo, come quella del mulo che parla nella novella Il caso di Val di Chiene, dello sgomento tra gli uomini al minimo inceppamento nell’ordine naturale delle cose. Ma nella novella, apparentemente gotica, eco di atmosfere alla Poe, come si ritrovano anche in certo Pascoli, è la morte che dà misura al racconto. «Dialettica di morte e di vita, non già di senso e riflessione, questo c’è nel libro di Savarese» scrive Contini su Congedi (1937), E: «Ma la morte è, stilisticamente: anzitutto, quell’equidistanza, di commozione o non-commozione, dalle cose; … poi, quel la possibilità di tare un gesto, sporgere una mano, mandare un grido, senza distruggere o alterare niente. Il risultato è una vita tutta incapsulata in morte…». Ma non solo di Savarese sembra che parli il Contini, ma di altri scrittori siciliani, di tanti che per questo scandaloso inceppamento della vita sentono l’urgenza di scrivere. «Siamo un fiume lento che porta alla foce confusi ricordi. E tutte le cose che ci circondano muovono con noi, e sembran ferme solo per il lento fluire…». Scriveva Savarese pochi giorni prima della fine questo brano famoso, che ha la solennità e la malinconia dei versi di Lucrezio.
Non c’è
turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle
cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di
fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza
luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per
visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose –
libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico
Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è,
splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di
Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il
più misterioso e inquietante.
E’un piccolo
dipinto ad olio su tavola (misura 30 centimetri per 25), non firmato e non
sicuramente databile (si presume sia stato eseguito intorno al 1470). Fu
acquistato a Lipari, nella prima metà del secolo scorso, dal barone
Mandralisca: e glielo vendette un farmacista che se lo teneva in bottega, e con
effetti – è leggenda, ma del tutto verosimile – che potevano anch’essere
fatali: per il ritratto, per noi che tanto lo amiamo. Pare che, turbata da
quello sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo, la figlia del
farmacista l’abbia un giorno furiosamente sfregiato. La leggenda può essere
vera, lo sfregio c’è di certo: ed è stato per due volte accettabilmente
restaurato.
Lo sfregio – e ce lo insegna tanta letteratura napoletana, e soprattutto quel
grande poeta che è Salvatore Di Giacomo – è un atto di esasperazione e di
rivolta connaturato all’amore; ed è anche come un rito, violento e sanguinoso,
per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo, un definitivo segno
di possesso: e chi lo ha inferto non è meno «posseduto» di chi lo ha subito. La ragazza che ha sfregiato il
ritratto di Antonello è possibile dunque si sia ribellata per amore, abbia
voluto iscrivere un suo segno di possesso su quel volto ironico e beffardo. A
meno che non si sia semplicemente ribellata – stupita – all’intelligenza da cui
si sentiva scrutata ed irrisa.
Proveniente
dall’isola di Lipari, quasi che in un’isola soltanto ci fossero dei marinai,
all’ignoto del ritratto fu data qualifica di marinaio: «ritratto
dell’ignoto marinaio». Ma altre ipotesi furono avanzate: che doveva essere un barone,
e comunque un personaggio facoltoso, poiché era ancora lontano il tempo dei
temi «di genere» (il che non esclude fosse un
marinaio facoltoso: armatore e capitano di vascello); o che si trattasse di un
autoritratto, lasciato ai familiari in Sicilia al momento della partenza per il
Nord. Ipotesi, questa, ricca di suggestione: perché, se da quando esiste la
fotografia i siciliani usano prima di emigrare farsi fotografare e consegnare
ai familiari che restano l’immagine di come sono al momento di lasciarli,
Antonello non può aver sentito un impulso simile e, sommamente portato al
ritratto com’era, farsene da sé uno e lasciarlo?
Comunque,
una tradizione si è stabilita a denominare il ritratto come dell’ignoto
marinaio: e da questa denominazione, a inventarne la ragione e il senso, muove
il racconto di Vincenzo Consolo che s’intitola Il sorriso dell’ignoto
marinaio. Ma la ragione e il senso del racconto non stanno nella felice
fantasia filologica e fisionomica da cui prende avvio e che come una frase
musicale, più o meno in sottofondo, ritorna e svaria. La vera ragione, il senso
profondo del racconto, direi che stanno – a volerli approssimativamente
chiudere in una formula – nella ricerca di un riscatto a una cultura, quale
quella siciliana, splendidamente isolata nelle sovrastrutture, nei vertici:
così come quelle cime di montagne, nitide nell’azzurro, splendide di sole, che
dominano paesaggi di nebbia.
Ma prima di
parlare del libro, qualcosa bisogna dire del suo autore. Siciliano di
Sant’Agata Militello, paese a metà strada tra Palermo e Messina (sul mare,
Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), Consolo – tranne gli anni
dell’università e quelli del recente trasferimento, passati a Milano – è
vissuto nel suo paese e muovendosi, per conoscerli profondamente nella vita,
nel modo di essere, nel dialetto, nei paesi a monte del suo, nell’interno: che
sono paesi lombardi, della «Lombardia siciliana» di Vittorini – sorti cioè
dalle antiche migrazioni di popolazioni dette genericamente lombarde. Solo che
Consolo, a misura di come li conosce, oltre che per temperamento e formazione,
è ben lontano dal mitizzarli e favoleggiarne, come invece Vittorini in Conversazione
in Sicilia e più – non conclusa apoteosi – ne Le città del mondo.
Quel che più attrae Consolo è, di questi paesi, forse l’impasto dialettale, la
fonda espressività che è propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e
folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Perché Consolo è scrittore
che s’appartiene alla linea di Gadda (sempre tenendo presente che un Verga e un
Brancati non sono lontani): ma naturalmente, non per quel volontaristico arteficiato
gaddismo – che peraltro ambisce a riconoscersi più in Joyce che in Gadda – che
ha prodotto in Italia (e forse, senza Gadda, anche altrove) libri senza lettori
e testi, proprio dal punto linguistico, di assoluta gratuità e improbabilità.
Altro elemento
da tenere in conto, è quella specie di esitante sodalizio che Consolo ha
intrattenuto per anni con Lucio Piccolo. E qui bisognerebbe parlare di questo
straordinario e poco conosciuto poeta siciliano: ma rimandiamo il lettore ad
altro nostro scritto, pubblicato nel volume La corda pazza.
Tutto, in come è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva – di «degnificazione» per Piccolo, di «indegnificazione» per Consolo – non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini. (Il termine «degnificazione» lo si usa qui nel senso di Pedro Salinas quando parla di Jorge Guillén: e quindi anche il suo opposto, «indegnificazione»). Il primo libro di Consolo, La ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963 e ora ristampato da Einaudi, non ricordo abbia suscitato allora attenzione né ho seguito quel che ora, dopo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ne hanno detto i critici: probabilmente, chi allora l’ha letto ha avuto qualche perplessità a classificarlo tra i neorealisti in via d’estinzione; e chi l’ha letto ora, difficilmente riuscirà a trattarlo come un libro scritto prima. Il che è ingiusto, ma tutto sommato meglio che l’intrupparlo tra i neorealisti. Tra il primo e il secondo son corsi bel tredici anni (e speriamo non ci faccia aspettare tanto per il terzo): ma c’è tra l’uno e l’altro un preciso, continuo, coerente rapporto; un processo di sviluppo e di arricchimento che è arrivato alla piena, consapevolmente piene, padronanza del mezzo espressivo (e dunque del mondo da esprimere). Anni, dunque, passati non invano, ma intensamente e fervidamente: a pensare questo libro, a scriverlo, a costruirlo; in margine, si capisce, ad altro lavoro, anche giornalistico (di cui restano memorabili cose: non ultimi gli scritti sul Gattopardo e su Lucio Piccolo). A costruire questo libro, si è detto. E lo ribadisco polemicamente, per aver sentito qualcuno dire, negativamente, che è un libro costruito. Certo che lo è: ed è impensabile i buoni libri non lo siano (senza dire dei grandi), come è impensabile non lo sia una casa. L’abitabilità di un libro dipende da questo semplice e indispensabile fatto: che sia costruito e – appunto – a regola di abitabilità. I libri inabitabili, cioè i libri senza lettori, sono quelli non costruiti; e oggi sono proprio tanti. Un libro ben costruito, dunque, questo di Consolo: con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», e «cose viste» che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui. E facilmente viene da pensare – almeno a me che so del rapporto che legava Consolo al barone Lucio Piccolo di Calanovella, che ho letto tutto ciò che Consolo ha scritto di questo difficile e affascinante rapporto – che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva «letto tutti i libri» e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano. «Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change».
Leonardo Sciascia
brano tratto da “Cruciverba” einaudiana collana “Gli struzzi” 1983
Sfogliando il grande
libro (1300 pagine) di Stefano D’Arrigo
Vent’anni di lavoro,
e tant’attesa – È l’odissea di un marinaio reduce in Sicilia alla fine
dell’ultima guerra mondiale.
Annotava Moravia da qualche parte che alla povertà e
infelicità di una terra corrisponde ricchezza e felicità di letteratura, poesia
e romanzo. E portava l’esempio dell’America Latina, con Borges e Marquez e
tutti gli altri scrittori di quella vasta regione dove la letteratura (il
romanzo) cresce ancora rigogliosa e splendida. Bisognerebbe, a questa di
Moravia, aggiungere l’osservazione che non di tutte le terre solamente povere è
una letteratura che si possa dire propria di una determinata regione, ma di
quelle – come insegna Americo Castro – dove più o meno s’è formato il “modo
d’essere”, dove cioè la realtà da “descrivibile” è diventata “narrabile” e
quindi “storicizzabile”. Com’è appunto della Spagna e dell’America Latina. Ma:
e il romanzo del Settecento in Inghilterra e quello dell’Ottocento in Francia,
che infelici non erano ma forse solo inquiete nella loro borghesia? E il romanzo
russo? E il romanzo americano? Restano solo domande, per noi che ci muoviamo
disarmati. Perché allora bisognerebbe affrontare il vastissimo discorso sulla
letteratura, il romanzo: cos’è e perché nasce, che funzione e che destino ha.
E questo lo lasciamo agli specialisti, a quelli che riescono
a spiegare le cose e le ragioni delle cose.
A noi solo il piacere di goderle, quelle cose, il piacere di
leggere un romanzo: Qui solo vogliamo dire che quell’equazione
povertà-infelicità e ricchezza letteraria cade bene anche per la Sicilia e per
quella letteratura che si chiama siciliana.
E quando una storia della letteratura dell’isola si farà,
oltre alla stagione felice del Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, si dovrà
pure dire di un’altra, quella di Brancati, Vittorini, Sciascia, Lampedusa,
Addamo, Castelli, Bonaviri … ultimo, nel tempo, è da ascrivere a questa
anagrafe Stefano D’Arrigo, scrittore messinese, di cui a giorni sarà in
libreria il poderoso romanzo “Orcynus Orca” edito da Mondadori.
Ma torniamo per un momento a Castro per avanzare
un’ulteriore osservazione riguardo alla letteratura siciliana.
E più che a Castro, a Sciascia, che adatta quello schema
alla realtà siciliana e dice “storicizzabile” la Sicilia di dopo i normanni e
da questo momento fa nascere il modo d’essere siciliano.
Ora, l’isola, non sempre e non dappertutto ebbe uguale
sorte. Gli arabi, per esempio, lasciarono il loro segno più nella parte
occidentale che in quella orientale; il feudo nel Val di Mazara e la piccola
proprietà nel Val Demone hanno fatto si che le popolazioni delle due zone
fossero in qualche modo diverse. E
diverso è il siciliano dell’interno da quello della costa. Occidentale e
orientale, marino e dell’interno, continentale, ha per noi significato riguardo
agli scrittori, nella misura in cui essi rispecchiano nelle loro opere, nella
materia che assumono e esprimono, queste diversità. Verga ci sembra Marino (e
non per via dei malavoglia), De Roberto continentale, come Pirandello e
Sciascia e Lampedusa. D’Arrigo ci sembra autore marino (e non perché il suo
romanzo si svolge sullo stretto).
Vogliamo dire che gli scrittori siciliani sono diversi (come diversi
sono gli artisti: Greco o Migneco sono diversi da Guttuso) per la diversa
realtà che esprimono, a seconda cioè se quella realtà si muove nel
descrivibile, nel narrabile o nello storicizzabile: se partecipa più o meno al
modo d’essere siciliano. Sciascia,
sintetizzando Castro, dice che’ descrivibile “una vita che si svolge dentro un mero
spazio vitale”. E ci soccorre anche
Addamo scrivendo: “ … Nella prevalenza della natura c’è esattamente il limite
della storia”.
Ora, le regioni, le città, le popolazioni che per varie
ragioni hanno dovuto fare i conti con la natura prima ancora che con la storia,
o a dispetto della storia, da esse, ci sembra, non possono venire fuori che
scrittori, che opere i cui temi sono il mito, l’epos, la bellezza, il dolore,
la vita, la morte,… vogliamo dire che queste opere, quando sono vere opere, si
muovono dall’universale al particolare e sono siciliane per accidente; mentre
le altre, al contrario, partono dal particolare e vanno all’universale e sono
siciliane per sostanza. Ma questa non è
che una semplicistica classificazione, nella quale, come nel letto di procuste,
la realtà scappa da tutte le parti.
Tuttavia: una città
come Messina, per esempio, al limite e al confine, distrutta, ricostruita e
ridistrutta da terremoti, ci sembra un luogo dove la vita tende a svolgersi
dentro un mero spazio vitale. E
figurarsi poi la vita di quella città invisibile e mobile che si stende sullo
stretto, quella dei pescatori della costa calabra, e della costa siciliana, di
Scilla e Cariddi, Scill’e Cariddi, anzi, arcaica e sempre uguale, vecchissima e
sempre nuova, piccola e vastissima, come il mare. “Lu mari è vecchiu assai. Lu mari è amaru. A lu mari voi truvari fumu?”
dicono i pescatori. Ed è qui, su questo mare, su queste acque che si svolge il
romanzo di D’Arrigo.
La morte marina
“Orcynus Orca” è un
romanzo di 1257 pagine a cui l’autore ha lavorato per circa vent’anni. È la storia d’un Ulisse, ‘Ndrja Cambria,
marinaio della fu regia marina, pescatore del faro, a Cariddi, che durante
l’ultima guerra, nell’autunno del ’43, a piedi percorre la costa della
Calabria, da Amantea a Scilla, per tornare al suo paese. Quella lingua di mare,
lo stretto, lo ferma. Tutto è devastato,
distrutto, non ci sono più ferribotti e né barche. Le femminote, le mitiche, arcaiche, libere e
matriarcali donne di Bagnara sono ferme anche loro per le coste, in attesa di
riprendere, come prima, il loro contrabbando di sale. Ferme e in attesa sotto i giardini di aranci
e bergamotti, in mezzo ai gelsomini, alle olivare e tra le dune delle spiagge.
Solo una d’esse possiede una barca, la potente magara
Ciccina Circè che, impietosita e ammaliata, trasborda quel reduce, su un mare
notturno di cadaveri e di fere bestine.
Dopo tanta struggente nostalgia per la sua Itaca, all’approdo, l’isola
appare al reduce sconvolta, diversa, avvilita, scaduta per causa della guerra,
ma anche per causa dello stesso ritorno che, come tutti i ritorni, è sempre
deludente e atroce. Ritrova il vecchio
padre, i compagni pescatori, i pellisquadre d’una volta.
Ma qui, a Cariddi, sulla spiaggia della “Ricchia, compare
improvvisa l’orca, l’Orcynus Orca, com’è scritto sui libri di zoologia,
l’orcaferone”… quella che dà la morte, mentre lei passa per immortale: lei, la
morte marina, sarebbe a dire la morte, in una parola.
Solitario,
terrificante scorritore di oceani e mari: puzza lontano un miglio, lo precede
il terrore, lo segue il deserto e la devastazione. Il mostro arenato, scodato e irriso dalle
fere, i feroci delfini dei due mari, il Tirreno e lo Jonio, muore spargendo
fetore di cancrena. L’enorme carogna verrà trainata sulla spiaggia dagli
inglesi e dai pellisquadre. Il viaggio
di ritorno di ‘Ndrja Cambria diventa così viaggio verso un mondo alterato,
corrotto: viaggio verso la morte. Ma
viaggio anche verso la verità, l’origine della vita. Orcynus è anche orcio, grembo materno,
liquido rifugio, mare, principio e fine della vita. ‘Ndrja Cambria morirà, ucciso sul mare dello
stretto, striscia di mare, profonda, abissale, canale e oceano, iato, rottura
“naturale” tra una terra e le altre, tra una “storia” e le altre, ucciso da un
colpo d’arma che lo raggiungerà alla fronte
È quasi impossibile
riassumere questo vastissimo romanzo, magmatico, scandito in quarantanove
episodi, dove si muove un’infinita schiera di personaggi e figure. Romanzo dentro il quale tuttora siamo
immersi, come in un’avventura, un viaggio eccezionale e affascinante. E per poterne riferire in termini pacati e
chiari bisogna prima uscirne, bisogna che cessi lo stupore e l’incanto.
“Vogliamo adesso soltanto riferire, accennare anche alla lingua usata
dallo scrittore. Lingua che è il
dialetto proprio dei pescatori dello Stretto, gergo, suono e atteggiamento,
assunti e reinventati dall’autore con conoscenza e sapienza magistrale e resi
con ritmo e musicalità, larga, polifonica.
Una lingua che è
ammiccante, allusiva, ora tenera e carezzante, ora dura e sentenziosa, che
procede circolarmente, per accumuli, e arriva fino al cuore delle cose.
E riferire vogliamo
anche dello scrittore, di Stefano D’Arrigo. Nato ad Alì nel 1919, passa subito
a Messina. Ragazzo, navigava per le Eolie.
Sarà entrato nelle celle delle acque saline e calde delle terme di San
Calogero, dentro bocche, crateri spenti; si sarà imbattuto nelle necropoli
degli uomini antichi, venuti dal mare, nelle olle, negli orci, nei giaroni in
cui rannicchiati come nel grembo materno seppellivano i morti, la testa a
oriente, verso il sole. Si sarà
incantato davanti a tutto quanto dal mare si fa schiuma, conchiglia, roccia,
terra, e in tutto che si sfalda e ritorna al mare.
L’incontro con Vittorini
A Messina,
all’università, fa un giornale murale. D’Arrigo scriveva a un suo amico, Felice
Canonico, disegnava. Vittorini, chissà
per quali vie, da Milano sa di questo giornale e scrive perché vuole vederlo,
vuole leggerlo. Gli mandano un numero
con un interessante articolo di D’Arrigo, “La crisi della civiltà”. È il 1946.
Laureatosi in lettere con una tesi su Hoederlin (“Doveva forse sembrarmi
di scorgere in lui, malgrado lui, qualcosa di quel conflitto tra poesia e
follia, tra civiltà e barbarie che fa la Germania e in cui alla fine soccombono
civiltà e poesia”).
Nel 1947 parte per
Roma. Qui si occupa d’arte. Suoi amici sono Guttuso (e in certe pagine di
D’Arrigo c’è quell’aura dei quadri di Guttuso, dei quadri dei pescatori del
periodo di Scilla), Mazzullo, Canonico, ma anche Zavattini, De Sica, Ungaretti,
Ciarletta. Nella soffitta dello scultore
di Graniti, Peppino Mazzullo, si riuniscono, mettono ogni sera un tanto a
testa, e mangiano panibi e bevono vino.
Il pittore Felice Canonico se ne torna a Messina ed è a lui che poi
D’Arrigo si rivolge per sapere tutto sulla fera dello Stretto, sul
delfino. Canonico va dal direttore
dell’istituto talassografico di Messina e così può avere trattati scientifici,
storie antiche sul delfino, leggende. E
fa anche per D’Arrigo un bel disegno del pesce, un disegno scientifico, a
inchiostro di china, come quelli che faceva il durer dei granchi, dei cetacei.
Nel 1957 D’Arrigo
pubblica un libro di versi, “Codice siciliano” presso l’editore Scheiwiller di Milano.
Ma è nel 1960 che D’Arrigo viene conosciuto: Vittorini pubblica sulla rivista
“Menabò 3” due parti, cento pagine, de “I giorni della Fera”, come si chiamava
prima il romanzo. Scrisse allora
Vittorini sulla rivista: “Quanto qui ora
pubblichiamo di lui non è opera compiuta. Fa parte di un “Work in progress”
ch’io non sono riuscito ad appurare in che anno, e come, e perché, sia stata
iniziata, e come sia andata avanti finora ma che ritengo possa restare soggetta
a mutamenti e sviluppi anche per un decennio.
Di impegno complesso, estremamente ingenuo e estremamente letterario ad
un tempo, è di quel genere di lavori cui una volta, fino a metà circa dello
scorso secolo, accadeva di vedere dedicare tutta un’esistenza”.
Impegno totale
La rivista di Vittorini
era uscita nell’agosto del ’60. Nel settembre di quell’anno conobbi D’Arrigo a
Messina stupefatta e sciroccosa come i fondali dei quadri d’Antonello, alla
libreria di Giulio D’Anna, sul viale San Martino. Ci trovammo, non ricordo bene come, a parlare,
a chiacchierare. Io avevo appena finito di leggere le sue pagine sul “menabò” e
ne avevo ricevuto una grande impressione.
D’Arrigo, più che rispondere alle mie, mi fece lui
delle domande, domande a non finire, su quello che lui aveva pubblicato e io
avevo letto, voleva su tutto la mia impressione di lettore “messinese”: sul
linguaggio, il ritmo, i personaggi…
Lo incontrai l’anno
dopo, sempre a Messina, casualmente per la strada. Mi disse che era venuto giù
da Roma per verificare, a Sparta, ad Acqualatroni, alcuni modi di dire dei
pescatori, parole, frasi. Era pieno di
fervore, di vita. Si capiva che il
lavoro lo teneva in una forma di frenesia, di entusiasmo creativo. E lo rividi poi ancora a Roma nel 1964. Andai
a trovarlo a casa, a Monte Sacro. Era
già cominciato il suo completo isolamento. Lavorava dalla mattina alla sera. Il
libro era là nel suo studio, in bozze.
Bozze sulla scrivania, sulle sedie, attaccate al muro e con lunghe
strisce di carta scritte a mano incollate al margine inferiore del foglio e che
arrivavano fino al pavimento.
D’Arrigo era diverso da quello che avevo conosciuto a
Messina. Era tutto calato dentro il suo
libro, nel lavoro duro, massacrante, totale che richiedeva il libro. Mi disse che soffriva di cattiva circolazione
alle gambe per la vita sedentaria che faceva, lui che aveva giocato da
attacante nella squadra di calcio del Messina.
Sono passati anni. Di tanto in
tanto leggevo, come tutti, di lui sui giornali, brevi note che annunciavano
l’imminente pubblicazione del libro presso l’editore Mondadori.
Nel ’73 sono ancora
andato a trovare D’Arrigo a Roma. Mi
apre la porta e rimane sorpreso, impacciato per la visita improvvisa. Non vede
nessuno ormai da anni. Dopo un lungo
tempo di silenzio, seduti l’uno di fronte all’altro, D’Arrigo comincia a
sciogliersi a parlare, in un flusso straripante di racconto, dove c’è tutto,
memoria, progetto, speranza ma soprattutto sentimento e risentimento. Mi parla della moglie Jutta (è assente perché
al lavoro), che per tanti anni ha accettato questo calvario accanto a lui,
senza mai lamentarsene, stancarsi, sfiduciarsi, sempre spronandolo, con
speranza intatta e chiara. “A Jutta, che
meriterebbe di figurare in copertina con il suo Stefano” c’è scritto ora sul
frontespizio del libro. Parla degli
amici che se ne sono andati, quelli morti
(Niccolò Galo, Vittorini) e quelli allontanatisi, scomparsi in una città
grande, caotica e lontanissima che si chiama Roma. E parla di Messina, della sua Messina, della
Sicilia.
– Perché un giorno
non ce ne torniamo tutti laggiù? – mi dice – e cacciamo via tutti i
politicanti, gli affaristi, i mafiosi.
– E poi, dopo una
lunga pausa: – Ma no, non è possibile – dice – è un’utopia.
Ma del libro non parla e io non oso fargli domande. E il libro è lì, sempre in bozze sparse, sul tavolo
e anche sul divano. E c’è anche la prima
pagina, la controcopertina col titolo.
“Orcynus orca” si chiama ora e non più
“I giorni della fera”. E poi di
Dante – è grande in tutte le dimensioni – dice – è iperbolico. La Divina Commedia è il mio libro De
Chevet. Mi è servito molto, soprattutto
per la lingua. Quello che mi scandalizza sempre è il Manzoni, col suo “Bagno”
in Arno.
Al momento che devo
partire, non vuole lasciarmi andar via, vuole ancora parlare e parlare con me,
in quel suo flusso di ricordi, di sentimenti e risentimenti.
Certo, D’Arrigo,
rappresenta un caso, una eccentricità, un fenomeno di impegno totale alla letteratura, alla
poesia, che non si riscontra forse più nel mondo d’oggi. Non si sa ancora che ripercussioni avrà il
suo libro nei lettori, nei critici.
Il rischio più grosso in cui potrà incorrere è quello di essere chiuso, cristallizzato nel fenomeno, nel personaggio. E questo lui lo sa e lo teme. Ma ha anche temuto fino a ieri, soprattutto, portare a termine il libro, distaccarsene, non lavorarci più, consegnare col “va bene, si stampi”, quelle mille e duecento pagine di bozze all’editore. Perché, quando opere come “Orcynus Orca” possono dirsi concluse? Quando si può dire conclusa una vita, la vita, anche se minacciata dall’orca atomica, dall’orca tecnologica, dall’orca della disumanizzazione?