Introduzione a “Storie di provincia”

Vincenzo Consolo

«Possibile che in questa inflazione di carta stampata, fra tanto scialo di “opera omnia”, non ci sia modo di raccogliere se non tutto, il meglio di uno scrittore come Savarese?» scriveva Arnaldo Bocelli nel numero di Galleria dedicato a Savarese, Lanza e Brancati. Scriveva nel 1955: 33 anni fa. E cosa direbbe oggi l’onesto Bocelli, se pure, da quell’anno, a squarciare qua e là la coltre dell’oblio che si stendeva, e col tempo sempre più s’ispessiva gravando, sopra lo scrittore di Enna, siano stati pubblicati La semina nella bufera (Ceschina, 1960), Favole drammatiche (Salvatore Sciascia, 1962) e Gatteria (Sellerio, 1972)? Libri, questi, curati, prefati o postfati, da Enrico Falqui, il più appassionato dei critici di Savarese, ma gli ultimi due, e ancora quel numero di Galleria, sicuramente promossi da Leonardo Sciascia, in quella sua antica e mai interrotta, discreta ma incisiva «direzione» editoriale, sulla quale prima o dopo bisognerebbe far luce. Da Sciascia che è, con Brancati, il più savaresiano degli scrittori siciliani, del Savarese riflessivo, filosofico, gnomico, moralistico; dello scrittore che, pur dentro il lirismo della Ronda, pur dentro il buio del fascismo, attraverso il no stro arcadico Meli, il «pensatore» Leopardi, e l’«illuminista» Manzoni, assieme a Savinio ci conduce su fino alla chiarità del Settecento francese, a La Fontaine, e ancora in alto fino a Luciano, a Fedro, a Esopo… (E un caso che dell’autore dei Dialoghi dei morti si siano occupati prima l’«illuminista» napoletano Settembrini e poi Savinio e Sciascia? È un caso che Sciascia abbia fatto clamorosamente riscoprire nei recentissimi anni Savinio?): strada impervia, faticosa, ingrata, questa, si sa, poco battuta dalLa letteratura, italiana, siciliana, strada scelta solo dalle intelligenze più limpide, dagli spiriti più tenacemente critici. E un caso che il libro d’esordio di Sciascia si chiami Favole della dittatura (Bardi, 1950), del quale si è subito accorto, e ne ha scritto, dall’estremo Friuli, un «romantico», ma futuro moralista, polemista, scrittore «eretico» e «corsaro» come Pasolini? (Altri tempi, altre attenzioni, altra moralità). E non è un caso che lo stesso Sciascia esplicitamente dichiari il suo debito, riguardo ai contenuti e alla forma, alla scrittura, a Savarese, a questo «scrittore cattolico che nutriva un vero e proprio culto per Voltaire». Le novelle o racconti di Savarese qui ora raccolti costituiscono ancora un piccolo squarcio in quella coltre d’oblio di cui dicevamo. Novelle pubblicate su L’Ora a partire dal 1911 e fino al 1926. Non in una continua scansione, ma a intermittenza e con un lungo intervallo, dal 1912 al 1924, che coincide grosso modo con gli anni della guerra e con il soggiorno romano dello scrittore, con la sua piena militanza nella centralità letteraria di allora. Militanza che si concluderà con il ritorno a Enna, nel rifugio di San Benedetto, frapponendo così, lo scrittore, fra sé e quel centro, un giusto spazio geografico e mentale. Spazio che, rimettendolo nel «clima» siciliano, lo farà essere diverso dagli altri scrittori della Ronda, diverso da Cecchi, da Cardarelli, da Baldini, gli farà abbandonare il «frammento» incandescente al fuoco di uno strenuo lirismo. Tornato in Sicilia, ritrova anche la storia, che trasferisce in romanzi (Rossomanno, Il capo popolo, I fatti di Petra), ma ritrova altresì una sua originaria matrice «lombarda», d’una Lombardia siciliana («Carlo Cattaneo: ecco un nome non si sa come ricorso sovente alla mente» scrive Falqui). Del 1911 e ’12 sono le novelle Il richiamo, Prima novena, Il futuro, di un tempo cioè antecedente all’esordio in volume dello scrittore (le Novelle dell’oro sono del 1913): siamo dunque ai primi movimenti, ai primi passi nella pietrosa e perigliosa trazzera della letteratura del Nostro. Passi qui sostenuti — lo si vede chiaramente — dalle forti, paterne braccia di Verga. Il richiamo, per esempio, non può non far ricordare (con la variante di un «movimento» contrario: del bandito verso il paese, la sua donna) L’amante di Gramigna; Prima novena, certe altre novelle in cui i personaggi «dannati» si redimono per il miracolo degli affetti, dei sentimenti; Il futuro, per la sua «fatalità» in un contesto sociale come la miniera, Rosso malpelo. O meglio: colpendo questa volta il fato, non il caruso, ma il padrone, il giovane ingegnere, la novella ci riporta di più al Pirandello de I vecchi e i giovani, la cui pubblicazione, in appendice a L’Italia contemporanea, è del 1908. Da Le confessioni di un medico, e cioè dal 1924, in poi (aveva intanto pubblicato L’altipiano, 1915; Pensieri e allegorie, 1920; Ploto, L’uomo sincero, 1922; Ricordi di strada, 1922; Gatteria, 1925) ritroviamo il Savarese autonomo nel passo, sicuro e ben deciso nella sua individualità e singolarità di scrittore. E alcune di queste novelle (Intimità, Le zanzare, Svegliarsi, La visita e le parole) confluiranno giustamente in raccolte come La goccia sulla pietra o La semina nella bufera. Ce n’è una, fra le novelle qui raccolte, L’allarme dei vivi (1932), che ci sembra la più significativa della personalità dello scrittore Savarese. La storia è piuttosto allarmente (appunto): cinque morti si ridestano affiorando dalla fanghiglia del cimitero come i morti che risuscitano nell’affresco d’Orvieto del Signorelli. Vuol dire la storia, certo, come quella del mulo che parla nella novella Il caso di Val di Chiene, dello sgomento tra gli uomini al minimo inceppamento nell’ordine naturale delle cose. Ma nella novella, apparentemente gotica, eco di atmosfere alla Poe, come si ritrovano anche in certo Pascoli, è la morte che dà misura al racconto. «Dialettica di morte e di vita, non già di senso e riflessione, questo c’è nel libro di Savarese» scrive Contini su Congedi (1937), E: «Ma la morte è, stilisticamente: anzitutto, quell’equidistanza, di commozione o non-commozione, dalle cose; … poi, quel la possibilità di tare un gesto, sporgere una mano, mandare un grido, senza distruggere o alterare niente. Il risultato è una vita tutta incapsulata in morte…». Ma non solo di Savarese sembra che parli il Contini, ma di altri scrittori siciliani, di tanti che per questo scandaloso inceppamento della vita sentono l’urgenza di scrivere. «Siamo un fiume lento che porta alla foce confusi ricordi. E tutte le cose che ci circondano muovono con noi, e sembran ferme solo per il lento fluire…». Scriveva Savarese pochi giorni prima della fine questo brano famoso, che ha la solennità e la malinconia dei versi di Lucrezio.