Nino, la luna e come resistere all’apocalisse culturale: suggestioni zanzottiane nell’opera di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

Andrea Zanzotto

di Ada Bellanova

«Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo». La citazione è tratta da Un giorno come gli altri [1]. Sebbene nel contesto d’origine Consolo stabilisca una distinzione netta tra scrivere e narrare e si identifichi piuttosto con l’autore di narrazioni, ovvero di poemi narrativi, capaci di restituire un’esperienza che è il più delle volte di viaggio, nella memoria o nello spazio e nel tempo, in questa frase si può vedere riassunta la tensione etica del lavoro dell’autore, la sua scrittura di impegno, che sceglie di concentrarsi sull’essere umano e perciò resiste, si oppone alle istanze dello stravolgimento moderno che l’umano tendono a sovvertire.

La frase mi torna in mente, mentre leggo i versi ecologici di Zanzotto. Ripenso alla consonanza tra i due autori, alla comune volontà, pur negli esiti letterari diversi, di resistere alla mercificazione e alla corruzione del linguaggio tentando insieme di restituire dignità alla lingua letteraria dialogando con la tradizione. Ognuno dei due trova nel paesaggio la testimonianza di una ricerca: Consolo parte dal paesaggio siciliano dei persistenti vagabondaggi e della memoria, pur nella scelta di vivere a Milano; Zanzotto invece dal Veneto e in particolare da Pieve di Soligo. In entrambi i casi si tratta di luoghi carichi di suggestioni spazio-temporali che, mentre si fanno emblema del mondo – un mondo assediato dalle emergenze della contemporaneità –, offrono appigli alla resistenza. Anche se si sono frequentati poco – ma si sono scritti e si sono letti e apprezzati molto –, «l’archeologo della lingua» e «il botanico di grammatiche» [2] hanno condiviso l’eccezionale sperimentazione linguistica nello sforzo etico di «recuperare dall’oblio pezzi di Storia» [3].

E mi chiedo allora cosa scriverebbero dei tempi che stiamo vivendo, della memoria corta o vuota, dell’assedio multiplo a ciò che è umano, imprescindibile, eterno. Mentre rifletto su questa domanda nascono queste pagine in cui mi soffermo su alcuni testi di Consolo per rintracciare i segni di un dialogo con Zanzotto proprio sull’urgenza del resistere.

retablo

Un angolo di perduta armonia: l’oasi di Nino Alaimo

In Retablo (1987) con la scelta di ambientare la vicenda nel Settecento Consolo prende le distanze dal presente. È una Sicilia remota e favolistica quella in cui si avventura il milanese Fabrizio Clerici. L’assenza dell’attualità testimonia la delusione e la polemica dell’autore. D’altra parte l’isola onirica del viaggio non è immune da violenze e orrori, a partire dagli strumenti di tortura che il protagonista intravede a Palermo. Calamità naturali e crudeltà della storia costituiscono un costante richiamo alla realtà. Se Clerici fugge dalla Milano del XVIII secolo e ne rappresenta la ragione illuministica, la cultura, non mancano evocazioni della Milano degli anni Ottanta, quella reale, caratterizzata da superficialità, consumismo, corruzione: 

«[…] arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia città che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l’impostore, il bauscia, il ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola» [4]. 

La Sicilia da sogno integra la proverbiale ospitalità dei siciliani dei viaggi del Grand Tour, ma permette anche incontri con personaggi volgari e gretti. Quasi al centro del romanzo compare un episodio molto significativo che rappresenta la possibilità di un’altra via, alternativa alla violenza e alla crudeltà, ovvero quella dell’armonia con la natura, quella della misura umana.

Fabrizio Clerici e Isidoro derubati di tutto dai briganti alle terme Segestane e soccorsi brevemente dai villanelli, dagli anziani e dalle donne che godono delle acque calde, vengono accolti pur logori, umili, bisognosi, quindi privi di mezzi che ne definiscano la condizione sociale, da Nino Alaimo, «solitario pastore d’uno stazzo» [5], nella terra di Segesta.

Nella sua cura del gregge e nei gesti serali della mungitura e della lavorazione del latte, oltre che nella sua vita separata, il personaggio ricorda il Polifemo omerico, ma, in forza di questa somiglianza, ancora di più risalta la sua cura degli ospiti. Nino Alaimo accoglie i malcapitati, li nutre, li solleva. Vi si riconoscono anche tratti del vecchio di Corico virgiliano [6]. Il personaggio di Retablo si dedica alla cura delle pecore e l’altro predilige invece quella della terra, eppure lo spirito è simile, quello della serena autarcheia che consente ad entrambi di bastare a se stessi e di tenersi lontani dalle crudeltà del mondo, mostrando una certa regalità nonostante la semplicità dei mezzi e della casa. «[…] sembrava nel dire un re che avesse il sommo di potere e di possanza per tutta l’estensione del suo regno» [7] ci ricorda regum aequabat opes animis (Georg. IV 132). In entrambi gli episodi miele e api fanno la loro non casuale comparsa. Nel passo delle Georgiche il vecchio di Corico ha arnie piene e la sua alacrità è implicitamente accostata a quella delle api a cui il libro IV è dedicato.

Nino Alaimo, dal canto suo, non è solo un pastore: egli integra la sua dieta a base di formaggio con abbondante miele e utilizza l’alimento per un suo personale rito in onore di una divinità antica, la Madre santa, testa marmorea bella e sorridente in una nicchia, forse Afrodite, Artemide, Demetra, secondo la voce narrante. Lo offre anche ai due ospiti e Clerici non può esimersi dal definirlo «come d’ambrosia e di nettare di cui si favoleggia gli dèi nell’Olimpo si nutrissero» celebrandone gli effetti come una quasi trasumanazione («un vigore, una pienezza, un senso sì acuto dell’esistere, e una gioia trascendea nell’estro, nell’entusiasmo, nell’en theòs») [8].

La momentanea irruzione del mondo esterno rappresentato dal brigante con il mal di denti, lo stesso che ha derubato di tutto i due viaggiatori, non turba la serenità del quadro e la straordinaria energia del pur semplice banchetto a base di pane, pecorino, fave, miele e vino. Di fronte alla violenza del dolore e alla possibile minaccia rappresentata dal seguito dell’uomo, il pastore non si scompone: ha anzi la lucidità e lo spirito di inventare un’identità di mago della medicina per Clerici, mentre lo invita a recitare «filastrocche, poesie, storie, quel che volete, ma in tutte lingue strane, sconosciute» per accompagnare la preparazione di filtri, medicamenti, ed è lui, mentre il milanese trova due versi dell’Inno ad Asclepio da pronunciare come formula e scongiuro, a incidere l’ascesso e a liberare il sofferente, conciliandogli infine il sonno con una tisana di erbe, foglie, bacche, gusci di noci o di lumache, e con i versi dolci e lievi di Giovanni Meli, dall’Idilliu III, Dafni, a proposito di un suggestivo notturno di ombre che scansano il chiarore di una nascente luna [9].

Un pastore non comune questo Nino Alaimo, che conosce la poesia, come gli arcadici, un pastore che accoglie e incanta, che è capace di guarire e rabbonire, con il miele e con i versi di miele. Anche il cibo da lui condiviso è più che un conforto: è godimento delle papille gustative che produce una vera e propria estasi in Clerici. La manifestazione di gradimento scaturisce narrativamente dalla precedente disavventura, ma l’entusiastico e appassionato elogio della semplice tavola implica un apprezzamento della sua genuinità, nella constatazione che esiste anche questo, non solo lo stucchevole artificio, ed esiste in un contesto naturale, non viziato. Il rifugio di Nino Alaimo è allora parentesi che culla, testimonianza di una pace fuori dal comune, di fronte alla violenza e alle atrocità, e lo stesso favoloso gioco linguistico con cui Clerici omaggia la poesia del Meli in bocca al pastore è marca di eccezionalità.

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Ma vengo a Zanzotto. Nel breve testo La Marca trevigiana di Zanzotto [10] Consolo ricorda i giorni passati con il poeta nella seconda metà degli anni Settanta durante la realizzazione del documentario Rai Una giornata di Iseo Tesser. Dentro e fuori una mostra sulla cultura contadina veneta per la regia di Raoul Bozzi. Il film – Consolo ne è sceneggiatore mentre Zanzotto conduce l’intervista – testimonia l’attenzione dei due scrittori per la civiltà contadina e per le occasioni di resistenza al miracolo economico e all’industrializzazione feroce del Secondo dopoguerra. Iseo Tesser, mezzadro nel podere del principe di Collalto, che parla di semina e vendemmia, racconta i profondi mutamenti della campagna, è per l’autore l’eco dei versi del poeta, incarna cioè il messaggio profondo delle raccolte zanzottiane, l’inesausto impegno a testimoniare e contestare la trasformazione. Il breve testo si conclude con una citazione da La Beltà (1968):

Fine delle sofferenze contadine
delle mosche e della grassa,
ragnatele di feudi di feudatari di proprietari,
altri affreschi dovevano affiorare dalla calce
[…]
e topi e serpi hanno tanto comperato
ormai da queste parti; ma guarda
che più s’è fatta proprietaria la talpa. 

A questa si aggiunge un breve commento che avvicina Veneto e Sicilia e identifica nella talpa del Sud il potere mafioso. I versi di Zanzotto che denunciano il mutamento paesaggistico e antropologico causato da una feroce speculazione edilizia sono necessariamente accolti da Consolo che ne condivide il senso profondo. Poco importa che La Beltà parli del Veneto: il Nord Est ha un destino sorprendentemente simile a quello della Sicilia.

Per quanto il testo di Consolo esca solo nel 2007, l’esperienza del documentario risale a prima di Retablo e così anche la frequentazione dei versi zanzottiani. Nel componimento citato, XVI, il nome Nino è l’apparizione che rompe l’evocazione della speculazione edilizia e dello stravolgimento desolante del paesaggio: «Ma […] appari, Nino» [11]. I suoi contorni si chiariscono subito dopo: Nino è il ducazio, il suo vino è «uno schiaffo al medico / è un calcio allo stento della sofisticazione» [12], ha conoscenze sovrabbondanti di un mondo agricolo perduto e persino «una certa cultura lunare qui di moda» [13].

In tutta la raccolta – ma poi anche in raccolte successive – il contadino Nino, ultrasettantenne profondamente legato alla terra veneta e ai suoi valori, assume i tratti di una mitica divinità locale, una sorta di profeta che rimane fedele ostinatamente alla tradizione e alla vita di armonia con la natura. Egli è «consapevole della bellezza dei paesi dei fiori delle erbe delle donne» [14] e mostra la straordinaria capacità di sopravvivere pur tra le tragedie e le catastrofi della storia. La Rolle-Dolle di questo vignaiolo, in realtà Angelo Mura, a cui sono esplicitamente dedicati i Colloqui con Nino, è locus amoenus [15]: «Dai cieli stessi derivi il tuo vino / che le tue vigne con lo stellato soltanto / confinano […] e le tue uve e i pampani e i tralci non c’è luce / che in vita li vinca né vento né umore di terra: / off limits la sofisticazione, lo stento!» [16] (III: 287). Zanzotto innalza il personaggio a emblema di un’Arcadia in grado di domare e assorbire il divenire storico [17], addirittura ne fa un alter ego [18], capace di essere fedele alla tradizione e insieme innovatore («tradizionista a sera e all’alba novatore») [19].

Trovo difficile che Consolo non sia rimasto colpito da Nino Mura e che non l’abbia più o meno volutamente accolto tra le suggestioni multiple che plasmano la figura di Nino Alaimo e la sua parentesi bucolica. Come la Rolle-Dolle zanzottiana, anche l’angolo del pastore di Retablo ha una sua sacralità, posto com’è in terra di Segesta, a un passo dalle rovine, segnato dalla presenza del mito e delle divinità antiche. Nell’essere campione di ospitalità, nella salda resistenza alla sosfisticazione, il personaggio consoliano è testimone di una bellezza umana possibile, malgrado tutto, proprio come il contadino indovino ne La Beltà zanzottiana.    

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La luna e il paesaggio: la Norma a Cava d’Ispica e altre cose

Gioacchino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, è uno scrittore che non riesce e non vuole più scrivere, cosciente dell’inappagabilità del suo desiderio di dire sempre la verità. Disgustato dal romanzo, «genere scaduto, corrotto, impraticabile», si rammarica di non avere il dono della poesia, capace di distanza dalle logiche del mondo, e invidia in particolare «il veneto rinchiuso nella solitudine di una pieve saccheggiata», ovvero proprio Zanzotto. Il riferimento, esplicitato dal successivo toponimo, Montello, e dal rimando alle ecloghe, ovvero la raccolta del 1962, e al tema centrale dell’ispirazione poetica zanzottiana, «il tuo paesaggio avvelenato», sfocia nell’evocazione della lingua particolarissima. La «puella pallidula vagante» è la luna di 13 settembre 1959 (variante), componimento raccolto proprio in IX Ecloghe che dal pastiche citazionale dell’incipit [20] procede con gioco allitterativo incalzante e rinvia nel titolo all’allunaggio della sonda spaziale sovietica, evento assolutamente dissacrante, secondo l’autore, nei confronti di tradizione e valori. 

Toppan nel suo saggio mette in evidenza il prodigioso recupero dei versi zanzottiani per parlare della luna in Lunaria [21]. In particolare, come fa notare Turchetta [22], alcuni versi dell’opera di Consolo, sono un vero e proprio omaggio al poeta perché possono essere visti proprio come una riscrittura di 13 settembre 1959 (variante). L’enfasi negativa per la sua conquista da parte degli esseri umani è indicativa del valore che il poeta le attribuisce. Il contesto narrativo immediato del poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal del 1969 – che si collega inevitabilmente a 13 settembre 1959 (variante) – trae spunto dallo sbarco degli astronauti americani sul suolo lunare il 20 luglio 1969, fatto banale, secondo il poeta, perché da inquadrare nella lotta di prestigio delle superpotenze le quali, in margine all’elaborazione di strumenti missilistici per distruggersi a vicenda, hanno trovato anche il tempo e il modo di dedicarsi a qualcosa di inutile come la conquista della Luna, ma allo stesso tempo di inquietante profanazione: nella fantasia collettiva infatti la Luna rappresenta il trascendente e l’irraggiungibile e chi la raggiunge per primo ottiene la supremazia assoluta, in una dissacrazione funzionalizzata ripugnante [23].

Ma il tema lunare è antico e pervasivo nella poesia di Zanzotto: se la luna appare già in Dietro il paesaggio (1951), poi, soprattutto a partire da La Beltà, il luogo simbolico dell’immaginario collettivo, associato al mito di Diana, al candore, alla trascendenza, all’inaccessibilità, si carica ulteriormente di senso. Essa è parte del patrimonio di Nino Mura, come ho già detto. È la luna della Madre-Norma, la «Casta diva», dal «bel sembiante» dell’Ipersonetto XII in Il Galateo in Bosco, dove, con il riferimento evidente alla preghiera della Norma belliniana, l’autore integra una già folta foresta di simboli nella definizione di una poesia in posizione «di doppia connivenza», tra le istanze di sostentamento del bosco che è anche speranza di vita autentica e quelle razionalizzanti della memoria del codice letterario, il galateo per l’appunto, la norma [24], e che proprio nell’interazione di queste riesce a essere alternativa all’afasia e opposizione all’apocalisse culturale.

Ma torno a Consolo, a un testo in cui mi sembra che la luna faccia capolino, in chiusura, portandosi dietro un po’ di poesia zanzottiana. Comiso, testo raccolto in Le pietre di Pantalica, si apre con la più volte citata espressione del desiderio di vagabondaggio nell’isola: 

«Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca» [25]. 

La Sicilia, già esplorata durante l’adolescenza, è per Consolo terra da scoprire e riscoprire. L’ansia della perlustrazione ha il risvolto amaro della scoperta di un inarrestabile imbarbarimento, che si traduce in una sorta di catalogo letterario di spazi trasformati, degradati. Si capisce allora quel sospetto di addio: cosa sarà rimasto al prossimo incontro dell’isola di un tempo?

Alla luce di questo incipit va interpretato il racconto-testimonianza di quanto accade all’aeroporto di Comiso dove l’autore arriva nelle sue peregrinazioni. Nell’agosto del 1983 molti furono i pacifisti che si riunirono davanti ai cancelli. Volevano opporsi all’installazione dei Cruise, impedire agli automezzi militari di portare i missili nucleari e alle impastatrici degli operai di entrare nell’area sorvegliata. Consolo parla di trecento ragazzi, tra cui riconosce a un certo punto alcuni figli o nipoti di amici di Sant’Agata. Le sue osservazioni sugli altrettanto giovani poliziotti e carabinieri assonnati perché fatti partire a chissà quali ore notturne dalle caserme di Ragusa o Catania i quali ora si trovano a fronteggiare i pacifisti in semicerchio, e poi quelle sugli operai che difendono il proprio lavoro perché necessario alla vita dei figli, suscitano in chi legge il ricordo delle parole di Pasolini sul Sessantotto. 

Le note sul paesaggio sono per lo più denotative ma mentre nello spiazzo davanti all’aeroporto la tensione sale, con l’arrivo di politici, del questore e le risate degli americani dietro il muro di cinta, il commento della voce narrante sugli eucalipti «dalle chiome rade, scomposte», alberi «maligni», «velenosi come serpenti, che scovano ovunque e succhiano acqua, fanno intorno aridume e deserto, bruciano erbe e cespugli» [26] contrapposto al sogno di frescura d’oasi delle chiome compatte e a cascata di pini e palme davanti a una vecchia masseria poco lontano, è uno stimolo a riflettere sulla trasformazione a cui sono stati sottoposti i luoghi. Sebbene oggi siano piante estremamente diffuse nell’isola, gli eucalipti furono introdotti in maniera massiccia dopo la Seconda guerra mondiale, senza considerare gli effetti che una specie aliena avrebbe potuto determinare su flora e fauna indigena, a scopo di bonifica e per alimentare l’industria cartiera di Fiumefreddo mai funzionante in maniera efficace [27].

Il paesaggio della civiltà contadina di un tempo è un sogno rispetto alle presaghe ferite dei tronchi di eucalipti e poi, dopo che è esplosa la violenza inaudita dell’assalto delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti e alcuni di questi hanno trovato rifugio con Consolo nella vicina piazza del paese, il pregevole paesaggio delle chiese barocche è il patrimonio nascosto – «in simmetria o in spaziale perfetto antagonismo» – alle quinte di palazzi con «bar, pasticcerie, tabacchi carto-librerie-giornali sedi di partiti circoli consorzi banche uffici…» [28].

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Non pare casuale il frinire delle cicale che accompagna la tensione prima dell’assalto perché nel testo precedente della raccolta, l’eponimo Le pietre di Pantalica, Comiso è il paese «folgorato dal sole», quasi fosse «uno di quei vuoti gusci dorati di cicala», e la sola vista del cancello dell’aeroporto che accoglie i lavori per l’installazione dei missili genera una tremenda apocalittica considerazione: «Non resterà di noi neanche una vuota, dorata carcassa, come quella della cicala scoppiata nella luce d’agosto. Non resterà compagna, figlio o amico; ricordo, memoria; libro, parola» [29]. Troppo in là è andato l’essere umano.

Nella narrazione consoliana il paesaggio afferma la trasformazione, testimonia la negazione di quello che è stato, dei valori del passato. Perciò, mentre si allontana da Comiso, dopo essersi congedato dai ragazzi con la dichiarata amara certezza che il governo è deciso a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli USA, e guarda il paese dall’alto, i vicoli, le chiese ma anche i piccoli grattacieli e l’aeroporto, Consolo non manca di rilevare anche la nuvola giallastra che lo sovrasta, «una nuvola di smog per le plastiche delle serre e i rifiuti che bruciavano da qualche parte» [30].

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La fuga da questo scenario di violenza di ogni tipo ha una meta ben precisa, ovvero gli Iblei. L’intera area si presenta in tutta l’opera di Consolo come alternativa di rinascita. La necropoli di Pantalica, in particolare, rappresenta la resurrezione, la vita, pur essendo un luogo di morte, poiché in essa riposa la memoria identitaria da cui occorre partire per uscire dalle tenebre della storia. Memoria che è fatta di tradizioni, come quella dell’apicultura: siamo, d’altronde, nella terra del miele più celebre di tutti i tempi, e il miele, si sa, ha qualità eccezionali anche in termini di rigenerazione. Non è un caso che il viaggio di La Sicilia passeggiata cominci proprio da Pantalica, confermando, attraverso l’attribuzione al luogo di un valore simbolico straordinario, l’intenzione del primo titolo, Kore risorgente che, nel rimando al mito di Proserpina, morta e poi risorta dalle tenebre infernali nel tempo primaverile, auspicava una possibilità di nuova vita, di resurrezione, come in una nuova bella stagione.

Nel costruire l’immagine ecologica di questo particolare angolo di Sicilia Consolo valorizza i tratti della terra del miele e degli apicultori, dello spazio da idillio arcadico. In ciò recupera una tradizione antichissima. Ma, mentre utilizza il topos,esplicitando il riferimento all’Arcadia, l’autore intende evidenziare che negli Iblei del ventunesimo secolo esiste ancora un mondo raccolto e immune agli eventi storici. Si tratta però di uno spazio più concreto, tangibile rispetto a quello della tradizione, perché è reale, rappresenta un’alternativa possibile, un modo più sostenibile di vivere.

Nel testo eponimo di Le pietre di Pantalica i personaggi del mielaio Blancato e del vecchio Paolo Carpinteri, artigiano e narratore insieme, sono il simbolo della resistenza all’omologazione contemporanea, soprattutto in considerazione della vicinanza geografica di Comiso, con la sua area militare e i suoi missili Cruise che rappresentano invece l’incombere della modernità. In Comiso il rifugio di Consolo è perciò necessariamente rappresentato dagli Iblei. In particolare il sito di Cava d’Ispica, con le sue grotte, le abitazioni, le chiese, le necropoli, su un cammino «bordato dai bastoni fioriti delle agavi, dagli ulivi, dai fichi, dai pistacchi, dai carrubi» [31] rappresenta l’alternativa all’immagine dell’isola e del Mediterraneo infiammati evocata dai fatti dell’aeroporto. È una tomba rettangolare della necropoli bizantina ad accogliere Consolo mentre il cielo imbrunisce. Nei resti di passate civiltà risiede la memoria dell’identità umana. C’è un altro tempo, diverso da quello presente, in cui trovare «riposo e fruscura», e il ricordo in chiusura della preghiera della Norma belliniana «Casta diva, che inargenti / queste sacre, antiche piante…» [32] suscitato dalla comparsa di una falce di luna non è poi così casuale come scrive Consolo. Credo che, voluta o meno, l’allusione sia proprio alla luna di Zanzotto e alla sua Madre-Norma.

Come per Zanzotto l’oltranza stilistica e verbale con tracce che alludono a un passato armonico, ovvero la tradizione incarnata dalla forma – la Madre Norma – sono «un tentativo di esorcismo verbale di fronte a un’apocalisse culturale e ecologica» [33], allo stesso modo per Consolo il dialogo con l’archeologia e il passato – anche dal punto di vista linguistico sebbene Comiso non sia il testo più rappresentativo in tal senso – rappresenta una forma di resistenza di fronte ad un progresso che devasta, scorsoio, per usare un termine zanzottiano.   

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Conclusioni

Quando nello Spasimo di Palermo Martinez menziona la «puella pallidula vagante» ricorda anche che con le sue particolarissime scelte linguistiche Zanzotto non si arrende al silenzio di fronte allo scempio della natura commesso dall’uomo, di fronte alla violenza politica, culturale, antropologica, ma contemporaneamente testimonia anche l’impegno dello stesso Consolo a resistere.

In Sarà (stata) Natura? [34] Zanzotto accusa la banalizzazione della storia in atto e auspica che la poesia possa diventare «luogo di un insediamento autenticamente umano» e in ciò farsi tramite tra «il ricordo di un tempo» e il «futuro semplice – banale forse, ma necessario – della speranza».  La poesia cioè, che divaga e intorbida, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia [35], può conservare l’idea del sacro che è insita nella vita e che non ha nulla a che fare con le religioni.

Ma Nino Alaimo e la luna sulle tombe di Cava d’Ispica sono proprio simboli del sacro e dell’umano e il fatto che Consolo, scrivendone, possa aver scelto di alludere a Zanzotto, se non cambia il senso ultimo di una personale scelta di resistenza, è affermazione di una comunione di intenti.

Torno allora alla domanda di partenza. Ovviamente non so dire con certezza con quali parole i due autori commenterebbero il nostro tempo, ma certamente continuerebbero a scrivere. Perché forse scrivere non può davvero cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, perché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1]     Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983 : 1430-1442, :1436poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97: 92.
[2]     Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
[3]     Ivi:196-197.
[4]     Consolo V., Retablo, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015:433.
[5]     Ivi: 407.
[6]     Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5, 5.
[7]     Consolo V., Retablo, cit.: 407-408.
[8]    Ivi: 409.
[9]     Ivi: 411.
[10]   Id., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
[11]   Zanzotto A., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011: 307.
[12]   Ivi: 308.
[13]   Ibidem.
[14]   Id., Colloqui con Nino in Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013: 164.
[15]   A proposito del valore di Rolle-Dolle, Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
[16]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 287.
17   Dal Bianco S., in Zanzotto, Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999: 1508.
[18]   Ad esempio Nuvoli G., Andrea Zanzotto, La Nuova Italia, Firenze 1979: 67.
[19]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 288.
[20]   Agosti S. (a cura di), Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993:19.
[21]   Toppan 2018, cit.: 194-195.
[22]   Turchetta G., Note e notizie sui testi, in Consolo V., L’opera completa, cit.: 1350.
[23]   Zanzotto A., Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F. Mondadori, Milano 1999:1531.
[24]   Dal Bianco S., Il percorso della poesia di Andrea Zanzotto, in Zanzotto A., Tutte le poesie, cit.: XLIV.
[25]   Consolo V., Comiso, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 632-638, qui : 632.
[26]   Ivi: 634.
[27]   La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
[28]   Consolo V., Comiso, cit.: 636.
[29]   Id., Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 615-631, qui: 623.
[30]   Id., Comiso, cit.: 637.
[31]   Ivi: 638.
[32]   Ibidem.
[33]   Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017: 180.
[34]   Zanzotto A., Sarà (stata) Natura?, inLuoghi e paesaggi, cit. :150-153 qui: 152-153.
[35]   Id., Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere (1979), ora in Id., Poesie e Prose scelte, cit : 1228. 
Riferimenti bibliografici 
Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983: 1430-1442poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97.
Consolo V., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015.
La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5.
Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017.
Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993.
Id., Poesie e Prose scelte, a c. di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999.
Id., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011.
Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013.

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Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi l’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/nino-la-luna-e-come-resistere-allapocalisse-culturale-suggestioni-zanzottiane-nellopera-di-vincenzo-consolo

VINCENZO CONSOLO (18 febbraio 1933 – 21 gennaio 2012)

Per festeggiare Vincenzo Consolo.

Tutto è cominciato con la lettura di Retablo:ero su una nave e stavo per sbarcare a Palermo. Non avevo idea che Consolo mi avrebbe fatto da eccezionale baedeker in più di un’occasione.

La prima volta che ho incontrato Vincenzo è stato a Sant’Agata di Militello, al Castello. Era il 2017. Con entusiasmo straordinario mi parlò della sua eredità Claudio Masetta Milone. “La vedi, questa è la chiocciola del suo Sorriso”. E poi la scuola, le strade, la casa, il gusto per il cibo, la vista del mare, le isole e i Nebrodi alti, d’impareggiabile bellezza.

Lui non c’era già più ma era una presenza vivissima, così che era normale parlarne con il nome proprio. Claudio me lo stava presentando.

Poi a Milano, Caterina Pilenga mi ha accolta in casa sua. Ogni volta avevo la sensazione di andare a un appuntamento con entrambi. Forse era davvero così e nella piccola cucina mentre riscaldavamo focacce e parlavamo di condizione femminile e vecchie cascine e taralli non c’eravamo soltanto io e lei. “Quello era il suo posto”. Immaginavo che commentasse i nostri pasti, che apprezzasse i biscotti che avevo portato. “Gli piaceva mangiare”.

La scrivania, i libri, i ricordi. Di una vita. In parte già impacchettati. Alcuni libri li ho avuti in regalo. “Non ci capiterà più una classicista qui in casa. Come sarebbe stato interessato Vincenzo”, diceva Caterina. Tra le pagine ci sono ancora suoi brevi appunti. È la grafia una piccola parte di lui che mi accompagna.

Le ricorrenze personali – un compleanno – servono a riflettere. In questo caso la riflessione la fa chi resta. Sono felice di aver raccolto anch’io un po’ dell’eredità di Vincenzo Consolo. Sempre con stupore mi avvicino alla sua scrittura palinsestica e trovo sempre sorprendente il modo in cui questa si saldi alla presa di posizione netta contro le ingiustizie, le guerre, contro l’apocalisse antropologica e culturale, e in difesa della memoria e dei luoghi, che non sono un semplice sfondo, ma ci appartengono profondamente e intimimamente. Voglio ricordarlo con i versi di Accordi,perché mi piace pensare che con l’ignoto tu Vincenzo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

Sei nato dal carrubo

e dalla pietra

da madre ebrea

e da padre saraceno.

S’è indurita la tua carne

alle sabbie tempestose

del deserto,

affilate si sono le tue ossa

sui muri a secco

della masseria.

Brillano granatini

sul tuo palmo

per le punture

delle spinesante1.

Mi chiedo come reagirebbe al nostro tempo buio, al dissesto idrogeologico trattato con noncuranza, ai progetti di opere pubbliche poco utili, alle stragi, alle guerre che insanguinano l’Europa e il Mediterraneo e il mondo, alla derive autoritarie, alla banalizzazione dell’intelligenza.

Continuerebbe certamente a scrivere, a indignarsi e impegnarsi. Perché forse scrivere non può direttamente cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, affinché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. Credo sia questo il talento dei veri grandi scrittori.

Converrà festeggiarlo allora, questo vero grande scrittore.

Buon compleanno, Vincenzo!

1Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.

Vincenzo Consolo, Il sè e l’altro.

“Si conferma così la modernità di un intellettuale che possiede la consapevolezza di non poter sanare le fratture nel reale né risolvere l’interrogazione su sé stesso, ma che sente il dovere di urlare la sua indignazione.
Nel degrado della Sicilia e del mondo, e dopo la morte di Consolo, ci rimangono le sole opere: vincolano, in una condivisa esperienza di riflessione e di vita, la travagliata scrittura dell’autore e l’intensa partecipazione del lettore modello.”

foto di copertina Giovanna Borgese

Dominique Budor
Mimesis /Punti di vista

Vincenzo Consolo, lo scrittore che ha dato voce alla Sicilia contro le ingiustizie

Vincenzo Consolo è stato un autore profondamente legato alla sua terra, capace di raccontare la Sicilia con uno sguardo critico.

Vincenzo Consolo

Oggi, 18 febbraio 2025, ricorre l’anniversario della nascita di Vincenzo Consolo, una delle voci più originali della letteratura italiana del Novecento. Nato nel 1933 a Sant’Agata Militello, in provincia di Messina, ha legato indissolubilmente la sua scrittura alla Sicilia, trasformandola in una dimensione narrativa capace di travalicare il semplice scenario geografico per diventare simbolo di una condizione esistenziale e storica. La sua rappresentazione dell’Isola, lontana da stereotipi folkloristici, offre una chiave di lettura complessa e stratificata della realtà.

Chi era lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo

Sesto di otto figli, Vincenzo Consolo è cresciuto in un ambiente familiare segnato da un’etica rigorosa, trasmessa soprattutto dal padre, Calogero. Proprietario della ditta “Fratelli Consolo Cereali”, l’uomo si oppose alla crescente influenza della mafia nel dopoguerra, difendendo la libertà economica e sociale della sua comunità. Questo senso di giustizia e responsabilità civile si riflette profondamente nelle opere dello scrittore, che ha sempre mantenuto un atteggiamento critico verso le distorsioni del potere e le ingiustizie sociali.

Due modi diversi dunque di contrastare le ingiustizie: da un lato quello imprenditoriale, dall’altro quello umanistico. L’infanzia di Vincenzo Consolo fu segnata infatti dalla scoperta della letteratura, inizialmente attraverso la piccola biblioteca di un cugino del padre. I libri di ManzoniBalzac e dei grandi romanzieri russi alimentarono la sua passione per la narrazione e per il racconto delle trasformazioni storiche e sociali.

Vincenzo Consolo foto fondazione Mondadori filigrana - Be Sicily Mag
Vincenzo Consolo nel 1976 a Milano, foto Giovanna Borgese

L’esordio letterario e il legame con la terra natale

Il primo romanzo di Vincenzo ConsoloLa ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963, è dedicato alla memoria del padre e rappresenta il punto di partenza di un lungo percorso letterario in cui la Sicilia assume un ruolo centrale. Il libro racconta la transizione dall’infanzia all’età adulta attraverso gli occhi del protagonista. Già in quest’opera emerge una visione ambivalente della sua terra: da un lato luogo di radici profonde, dall’altro teatro di contraddizioni e ingiustizie.

La sua scrittura, sin dalle prime pagine, si caratterizza per una forte sperimentazione linguistica e per la ricerca di una prosa densa e stratificata, in cui il dialetto siciliano si intreccia con l’italiano letterario in un gioco di rimandi e richiami culturali. Questo stile unico, che lo distingue come uno degli autori più originali della sua generazione, lo avvicina inoltre a Leonardo Sciascia, maestro dell’ibridismo tra saggistica e narrativa, di cui era grande amico.

La Sicilia come protagonista letteraria

Nelle opere di Vincenzo Consolo, la Sicilia non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio. La sua narrazione si intreccia con la storia dell’Isola, in un continuo confronto tra passato e presente, tra memoria e disillusione. I suoi romanzi raccontano il destino di una terra che si trova costantemente al centro di trasformazioni epocali, spesso vissute con un senso di perdita e di lutto.

Vincenzo Consolo

Ne Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), considerato il suo più grande capolavoro, l’autore rievoca le rivolte popolari in Sicilia durante il Risorgimento, offrendo un affresco storico che mette in discussione il mito dell’unificazione nazionale. L’opera, ispirata alla tradizione del romanzo storico di Manzoni e De Roberto, ma rivisitato in chiave modernista, rappresenta una riflessione profonda sulle dinamiche del potere e sulle illusioni della storia.

Con Le pietre di Pantalica (1988), Consolo si allontana invece dalla struttura tradizionale del romanzo per offrire una raccolta di racconti che esplorano il paesaggio siciliano come un archivio di memorie e sofferenze. Qui, la Sicilia diventa metafora di una storia collettiva, in cui si intrecciano voci dimenticate e storie di emarginazione. In Nottetempo, casa per casa (1992), poi, l’autore affronta il tema del fascismo in Sicilia, narrando la disillusione e la violenza di un’epoca che ha lasciato segni profondi nella memoria collettiva.

Il viaggio e la perdita delle radici al centro delle opere di Vincenzo Consolo

Uno dei temi centrali dell’opera di Vincenzo Consolo è il viaggio, inteso non solo come spostamento fisico, ma come attraversamento simbolico di tempi e luoghi. Questo tema richiama il grande archetipo dell’Odissea. Nella modernità, per l’autore, tuttavia, non c’è spazio per un rassicurante ritorno a casa: Itaca non è più raggiungibile, da qui la dolorosa consapevolezza della perdita.

Questa idea emerge con forza in molte delle sue opere, in cui il protagonista è spesso un intellettuale esule, diviso tra il desiderio di fuga e la nostalgia per la terra natale. Vincenzo Consolo stesso ha vissuto a lungo lontano dalla Sicilia, trasferendosi a Milano negli anni ’50 per motivi di studio e di lavoro. La sua scrittura è rimasta tuttavia sempre profondamente legata all’Isola.

Zaira Conigliaro

Studia Scienze della comunicazione all’indirizzo Cultura Visuale, ha un debole per l’arte, la moda e il cinema. Da marzo 2024 scrive con passione per Be Sicily Mag, sognando una carriera nel giornalismo. Determinata e creativa, cerca costantemente di migliorare le sue abilità, trasmettendo emozioni attraverso le sue parole.

Via Volta a Milano, quando Leonardo Sciascia lambiva i Bastioni: il salotto dei letterati a casa di Vincenzo Consolo

di Gianni Santucci
2 feb 2025 Corriere della Sera

Al civico 20 l’invito (accettato) da Consolo per una cena. E l’inizio di una carriera.
Nel 1971, sotto questo portone di un’altezza spropositata, che ancor oggi, a guardarlo, fa immaginare che una giraffa potrebbe passarci sotto eretta e tranquilla come un’inquilina qualsiasi, senza dover neppure piegare il collo, entrò Leonardo Sciascia. Era un tardo pomeriggio. Aveva un invito a cena da parte di un suo giovane amico, come lui siciliano, che da tre anni s’era trasferito a Milano, assunto in Rai. Sciascia, in quel momento, ha già pubblicato alcuni capolavori, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il consiglio d’Egitto. Vincenzo Consolo invece di libri ne ha pubblicato solo uno, che ha ricevuto tanti apprezzamenti, ma non è ancora uno scrittore celebre. Ha 38 anni, dodici meno di Sciascia, e si è appena trasferito a vivere in questo bel palazzo storico, con la compagna Caterina; con Sciascia ha confidenza, ma ancora una certa reverenza. Forse è per questo che, prima di ospitarlo a cena per la prima volta, ha aspettato di avere un appartamento adeguato per riceverlo. L’indirizzo è via Volta, civico 20, a pochi passi dai bastioni.

Vincenzo e Caterina preparano «un pasto classico milanese: risotto con lo zafferano, cotoletta con purè, formaggi. Alla fine Leonardo commenta: “Non c’è niente da fare. Se io non mangio la pasta è come se non avessi mangiato”». La storia è ricordata nella Cronologia che apre il Meridiano Mondadori dedicato a Consolo, ormai entrato nel canone della letteratura del Novecento, un gigante della lingua italiana lavorata a un livello maestoso. L’introduzione di Cesare Segre si apre così: «Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggior scrittore italiano della sua generazione. Il romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio fu una rivelazione». Ecco, Il sorriso: Consolo lo scrive quasi tutto nella casa di via Volta, e lo conclude pochi mesi prima della pubblicazione, nel 1976. Con il lavoro per quel romanzo, «Giulio Einaudi si affeziona moltissimo a Vincenzo». È l’occasione di altre cene in via Volta. Anche l’editore transita sotto il mastodontico ingresso. «Einaudi viene spesso a Milano, e in molti casi si autoinvita a cena dai Consolo, arrivando in macchina da Torino, con un minimo preavviso». Ricorderà Consolo: «Ci piombava a casa all’improvviso, si metteva a tavola con noi. Una sera sbuccia una mela, e toglie metà polpa. Caterina gli dice: “Giulio, ma che fai? Così la butti via”. “Lasciami stare, che quando eravamo ragazzi mio padre (l’economista Luigi Einaudi, ndr) ci faceva raccogliere le mele da terra e dovevamo mangiare quelle, e quelle buone bisognava venderle. Questo era l’economista! Il presidente della Repubblica!”».

Consolo aveva studiato a Milano, alla Cattolica. In piazza Sant’Ambrogio aveva assistito alla massa dei braccianti e degli zolfatari che partivano dalla sua Sicilia, e vicino alla basilica dedicata al santo Ambrogio restavano pochi giorni, giusto il tempo di essere esaminati dalle commissioni francesi e belghe, che dopo le visite li mettevano sui treni dell’emigrazione. Dopo il ritorno in Sicilia, Consolo risale a Milano in treno il primo gennaio 1968, per prendere servizio come funzionario in Rai, dopo aver vinto un concorso. Una collega, Caterina Pilenga, gli va incontro e gli dice che ha letto il suo libro, «ma qui ho scritto tutte le parole che non so, e lei me le deve spiegare!». Vincenzo e Caterina rimarranno insieme per tutta la vita; si sposeranno alla Villa Reale, con rito civile, il 10 settembre 1986. In Rai Consolo, insofferente come altri intellettuali al clima di cupa lottizzazione politica, vivrà anni non semplici, ai limiti del mobbing. Per l’uscita di Retablo, nel 1987, Leonardo Sciascia pubblica sul Corriere un tributo al nuovo romanzo di Consolo, poche righe di cristallina lucidità sulla città e sulla migrazione: «Scontrosamente emigrando dalla Sicilia e scontrosamente vivendo a Milano, per ragioni diverse (e magari tra loro in contrasto) amando e detestando la Sicilia come ama e detesta Milano, Consolo ha trovato nella regione della fantasia il modo di pacificarsi ad entrambe: all’isola delle sconfitte, alla città che non perdona sconfitte».

Nel dicembre 1995 Vincenzo e Caterina lasciano via Volta e si trasferiscono in corso Plebisciti, 9. Corrado Stajano e sua moglie Giovanna Borgese sono stati i loro amici di sempre. Consolo è morto il 21 gennaio del 2012. Stajano ha scritto: «Non ha mai tradito la sua isola. Andava per vedere un’altra volta quel che aveva nel cuore. Non lo ritrovava. Ferito tornava al Nord, a Parigi, a Madrid. E poco dopo riprendeva la strada dell’eterno viaggio, riandava in Sicilia. È morto nella Milano della sua giovinezza. Nella grande stanza foderata dai libri degli scrittori amati di laggiù. Alle pareti un dipinto con una smisurata macchia arancione, il disegno di due ragazzi di Casarsa, di Pasolini, l’Ignoto marinaio di Guttuso, incisioni secentesche, ritratti, carte geografiche dell’isola stampate all’insù e all’ingiù. Tutto qui sa di Sicilia»

Per Consolo, 18 febbraio 2024

Caro Claudio,

a te posso confidare un moto d’animo e un pensiero che mi visitano in questi giorni prossimi al 18 febbraio. E posso farlo, perché so che mi capisci, essendo tu, come ho avuto modo di constatare in tutti questi anni, in sintonia con me riguardo al rapporto di amicizia di cui ci ha entrambi onorato – te in modo specialissimo e unico – il carissimo Vincenzo Consolo, che per noi è stato solo Enzo. Devo precisare che ti scrivo, sforzandomi di superare una certa remora nell’espormi e nel parlare della dimensione di vita privata del nostro comune amico. Lui vivente, infatti, fui sempre, costantemente fedele a una linea di riserbo amicale e rispettoso di lui e delle sue scelte personali, cosa, questa, che ci permise di cementare la nostra amicizia, come tu ben sai. Anche dopo il suo trapasso ho mantenuto tale riserbo, cedendo solo poche volte davanti a precise richieste di amici comuni in occasione di convegni o libri a lui e alla sua opera dedicati. Ogni anno ero puntualmente tra i primi a telefonargli per gli auguri di buon compleanno, e lui era felice di riceverli, profondendosi in ringraziamenti e confidenze amicali, come faceva tutte le volte che ci sentivamo. Il più delle volte mi annunciava che avrebbe festeggiato la ricorrenza con il carissimo Corrado Stajano e la moglie di lui, Giovanna Borgese. Andavano a cena insieme, per condividere pasti e pensieri di vita in piacevole conversazione. Ciò mi fa immancabilmente ricordare due cose che in lui erano presenti, andando in perfetta sintonia e armonia: il piacere della convivialità e la capacità, che Enzo aveva, di tenere viva la conversazione ridendo e spesso anche motteggiando, spingendosi persino a raccontare qualche barzelletta, quando se ne davano l’atmosfera e il momento propizio. Ricordo con piacere alcuni pranzi e cene consumati, anche insieme con altri comuni amici, nella mia casa dei Làufi, dove egli venne tante volte e che ricordò nell’Olivo e l’olivastro.
Ricordo quando una volta, unitamente a Pino e Gina Di Silvestro, pranzando con lui e i suoi nella sua casa di Sant’Agata di Militello, mentre gustavamo i maccheroni confezionati a mano e cucinati dalla sorella Teresa, colei che, rimasta nubile, era stata la sua prima maestra, come lui orgogliosamente asseriva, rivolto a costei ridendo, le disse: Teresa, tu vai di là, perché non puoi sentire questa barzelletta che sto per raccontare. E la barzelletta, pensa un po’, riguardava Pier Paolo Pasolini. Sì, perché Vincenzo Consolo era anche questo, un uomo a tutto tondo, che sapeva calibrare tempi e modi nella sua vita di relazione, specialmente con gli amici che stimava, e nella sua vita di uomo di cultura. Conservo il ricordo delle tante risate che con lui ho avuto modo di fare, grazie al suo spirito critico e ironico, di cui sapeva servirsi nei momenti opportuni. Tutto questo tu, caro Claudio, lo sai benissimo. Consolo fu l’uomo che rifiutò sempre il mercato pubblicitario e l’esposizione mediatica — che sono l’anima dei talk show televisivi, per i quali si assoggettano a passare quelli che aspirano a un attimo di sia pure fugace notorietà –, ma che era capace di sintonizzarsi perfettamente su onde di umanità autentica e onesta. Ricordo che si rifiutò di incontrare Pippo Baudo, il quale avrebbe voluto conoscerlo personalmente, quando questi si trovava, ospite anch’egli come Enzo dell’hotel Eloro in occasione di un concerto estivo che la moglie del presentatore, Katia Ricciarelli, tenne davanti a palazzo Ducezio a Noto nell’estate, mi pare, del 1988. Preferì venire a cena da me ai Làufi. Quante volte, tu sai bene, chiuse di botto rapporti amicali a causa di dissonanze ideali! Coraggiosa misura di equilibrio personale, questa, non facilmente accessibile ai più, specialmente negli ultimi decenni della nostra epoca, e pure per lui gravida di conseguenze in ordine alle critiche grossolane che poteva provocare e alle invidiuzze di mestiere che poteva suscitare. Ma lui fu sempre fedele a sé stesso, pagando il prezzo della disillusione nei riguardi di tanti, che pure in alcuni casi aveva aiutato, e il prezzo dell’isolamento in cui si tentò di cacciarlo.

Amo e voglio ricordare, nella imminente ricorrenza, l’amico Enzo, che a casa mia, tanto ai Làufi quanto nella mia casa di Avola, si apriva alla condivisione sia dei pasti sia dei pensieri e dei sentimenti di vita positiva e creativa; l’amico che spesso mi telefonava, per chiedermi informazioni e notizie su termini siciliani e su tradizioni popolari o su mille altre cose occasionali di cui scriveva nei quotidiani; l’amico che amava andare in giro con me, ascoltandomi nelle perlustrazioni del territorio che insieme facevamo nonché nelle belle conversazioni da cui io imparavo tanto; l’amico cui presentavo spesso miei alunni di liceo che desideravano conoscerlo di persona, dopo averne letto i libri e che egli a casa mia accoglieva con piacere, offrendosi generosamente alle loro domande; l’amico che, pur nelle sofferenze per i dolori del mondo, che lo tormentavano e che di lui e della sua parola poetica rivelavano l’aspetto profetico, amava la vita, come dimostra la sua indefessa militanza di testimone del suo tempo.

                                   Cordialmente

                                                                 Sebastiano Burgaretta

Addio Addio


Che dolore grande vederlo sdraiato su quel divano del soggiorno di casa, con un plaid addosso, il volto sempre più segnato, la voce sempre più flebile. Agitava il braccio smagrito e la mano, addio, addio. Chissà se quel gesto era l’ultimo saluto, il segno amorevole della vita che si stava allontanando. Il vecchio sofferente era il ragazzetto che nel suo primo libro – autobiografico – La ferita dell’aprile, sprizzava allegria beffarda, un grillo saltellante dalla marina alla montagna siciliana, tra le piazze, i vicoletti, i bagli, l’oratorio, in mezzo ai carusi, ai bastasi, ai preti, alle vocianti donne di paese, alla baronessa secca e bianca, narrazione di un vivere che non può finire mai? Vincenzo Consolo è morto in corso Plebisciti a Milano, dove abitava, dopo un travaglio di mesi. «Mi sto riprendendo», diceva immancabilmente, e non si capiva se in quelle parole c’era soltanto la sua antica ironia o anche un pizzico di speranza. Perché Vincenzo ha intensamente amato la vita, anche nei momenti più difficili di dramma e di sofferenza. E Caterina, sua moglie, come quelle solide figure della mitologia greca che gli piaceva tanto, gli ha sempre dato la forza e il coraggio di cui aveva bisogno. È nato il 18 febbraio 1933 a Sant’Agata di Militello, nella piazza del paese, non lontano dal mare. Un paese del messinese, sulla costa del Val Démone, tra San Fratello e Capo d’Orlando. Da bambino, ricorda, era piccolo e magro, «con un toracino d’uccello. Zigaga era il soprannome che mi avevano appioppato i fratelli: zirlo, pìspola». La sua è una famiglia di commercianti, la ditta vendeva olio, zucchero, lenticchie, fave, cerea-li. Suo padre, su un camion Fiat 6211, consegnava la merce ai grossisti. Qualche volta il piccolo Vincenzo lo accompagnava. Studi in paese, il liceo Valla a Barcellona Pozzo di Gotto: dopo la maturità la scelta che decide la vita. Consolo non ha esitazioni, è Milano ad attirarlo. La cultura industriale, in quegli anni cinquanta, gli sembra tutto ciò che c’è di nuovo. Elio Vittorini è il primo dei suoi miti, lo conoscerà, anche se non riusciranno a parlare tra loro, paralizzati dalle timidezze reciproche. Vittorini e Sereni stanno riscoprendo il rapporto tra letteratura e industria, Ottieri e Volponi lavorano in fabbrica, i nomi delle grandi aziende, la Pirelli, l’Alfa Romeo, la Breda, affascinano, la città è ricca di energie intellettuali, vi abitano Quasimodo, Montale, gli scrittori, gli scienziati, gli editori. Consolo studia Legge all’Università Cattolica, non per ragioni religiose o ideologiche, semplicemente perché l’aveva preceduto un compaesano. Entra nel convitto universitario di via Necchi, vicino a Sant’Ambrogio, capisce in fretta. Ricorda padre Gemelli, il frate fondatore e rettore della Cattolica, già vicino ai fascisti e avversario accanito del Modernismo e di tutto ciò che è nuovo: aveva la testa grossa e gli occhi fulminanti. Immobilizzato, veniva spinto su una sedia a rotelle nei chiostri dell’università e incuteva al suo passaggio timore e tremore soprattutto nelle studentesse che non indossavano l’obbligatorio grembiule nero. Ricorda anche il cardinale Schuster, «etereo e magico come una figura onirica, benedicente ricamato di venuzze». nelle pieghe della sua porpora, nel suo viso gotico e diafano Ricorda soprattutto i poliziotti del suo paese, nella vicina caserma della Celere e gli zolfatari siciliani che al Centro Orientamento Immigrati, lì vicino, venivano equipaggiati di casco, lanterna e mantellina e fatti partire per le miniere del Belgio dove molti di loro, a Marcinelle e altrove, troveranno la morte. I diversi destini degli uomini. Vincenzo ha deciso di diventare scrittore. Ma Milano è straniera, non ne possiede la lingua, per lui essenziale, quel mondo industriale se l’era soltanto immaginato. Come raccontarlo? Torna in Sicilia, pensa di diventare uno scrittore di realtà viste e vissute, di tipo sociologico. Ma non fa i conti con la sua natura fantastica da archeologo delle parole. Si laurea all’Università di Messina, fa il professore, precario d’epoca, a Mistretta, a Caronia, insegna educazione civica e cultura generale nelle scuole agrarie. Nel 1963 pubblica La ferita dell’aprile, in una bella collana, «Il Tornasole», diretta da Niccolò Gallo e da Vittorio Sereni. Con i «Gettoni» di Vittorini è l’iniziativa editoriale più coraggiosa, aperta al futuro, che dà ai giovani talenti l’opportunità di esprimersi. Conosce Lucio Piccolo, il barone di Calanovella, che abita in una villa a Capo d’Orlando. Vincenzo è affascinato dal mondo visionario del coltissimo poeta scoperto da Montale, cugino dell’autore del Gattopardo, che viveva come un uomo del Settecento. Nel salone della villa – con il cimitero dei cani accanto – nel buio più assoluto recitava urlando le sue poesie Soteriche, tra vasi Ming, statuette orientali, cassettoni Luigi XVI, ritratti di viceré e di capitani dell’Inquisizione. Ma è Leonardo Sciascia il vero maestro. È lui a far da contrappeso al fantasioso mondo di Lucio Piccolo. Consolo ritrova con la sua razionalità e i suoi saperi storici, critici, politici, quella strada civile annusata nella prima avventura milanese. La Sicilia contadina cosi amata si e nel frattempo disgregata, la mafia ha riconquistato un potere assoluto, il candore dell’isola è stato macchiato dalla corruzione, dall’ossessione del denaro, più sporco che pulito, dagli assassinii. Il lavoro manca e dove c’è è un lavoro complice, sotto l’ombrello dei protettori della politica degenerata. Consolo decide di partire di nuovo. E il Sessantotto. Milano è incandescente, ricca di fervori. Vincenzo vince un concorso alla Rai, ma viene subito emarginato per le sue idee progressiste. I dirigenti di corso Sempione non si rendono conto, per motivi politici e di convenienza, di ciò che avrebbe potuto fare quel giovane arrivato dal Sud. Dal 1963 al 1976 Consolo non pubblica nulla, sta rimuginando, pensando, studiando. È convinto che la letteratura deve essere nemica del potere. Vuole legare la Sicilia alle idee di progresso sociale e civile della Milano di allora. Ma il linguaggio, come trovare il linguaggio adatto che sente gorgogliare nella testa? Legge Gadda, ma il suo amore per la metafora non lo accomuna allo scrittore dell’Adalgisa. È Manzoni, piuttosto, che gli dà paternità e sostegno: «Nel Manzoni dei Promessi Sposi e della Colonna infame, quello della necessità della metafora. …] L’Italia del Manzoni sembra davvero eterna, inestinguibile» (Fuga dall’Etna, La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli). Come spunta l’idea di un libro nella mente di uno scritto-re? Il Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, del museo di Cefalù, fa da scintilla. È il fallimento del Risorgimento, la speranza tradita dei contadini di avere le terre dei feudatari, a povertà dei cavatori di pomice ammalati di silicosi – storia e società – ad accumularsi informi nella testa di Vincenzo. Nel 1976, pubblicato da Einaudi, esce Il sorriso dell’ignoto marinaio, capolavoro di folgorante bellezza, che fa arrabbiare Roberto Longhi. I pittori non dipingevano i subalterni – un marinaio, poi – ma i doviziosi signori: si facevano infatti ben pagare. Ma l’arte, replica Consolo, e libera e il libro deve essere letto come un frutto dell’invenzione, senza vincoli. Nasce allora, si può dire, Vincenzo Consolo, il Vicè dei compagni di giochi, uno dei più grandi scrittori del Novecento, l’unico italiano al quale la Sorbona, nel 2002, abbia dedicato un convegno, tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, conosciuto forse più in Europa che in Italia. Vince nel 1992 il Premio Strega con Nottetempo, casa per casa e, nel 1994, il Premio Internazionale Unione Latina, con L’olivo e l’olivastro. Per capire la meccanica del suo linguaggio basta leggere nelle Pietre di Pantalica la pagina su una piccola pastora, Amalia: «Ma Amalia poi conosceva altri linguaggi: quello sonoro, contratto, allitterato con cui parlava alle bestie; conosceva il sampieroto, col quale comunicava con la famiglia; conosceva il sanfratellano e il siciliano coi quali comunicava cogli estranei. In quella sua lingua d’invenzione, che s’era forgiata nelle lunghe ore del pascolo, nella solitudine del bosco, chiamava per esempio sossi i maiali, beli le capre, scipe le serpi, aleppi i cavalli, fràuni gli alberi, golli le ghiande, cici gli uccelli, feibe le volpi, zimpi le lepri e i conigli, lammi le mucche». È Amalia la maestra del suo linguaggio, non inventato, risuscitato piuttosto dalle latomie della memoria. La Sicilia nel sangue. Vincenzo non è mai in pace; inquieto, sempre. Non ha di certo bisogno di quella nota di diario che Goethe scrisse nel suo Viaggio in Italia, il 13 aprile 1787: «’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: è qui la chiave di tutto». Appena poteva partiva, eterno migrante del ritorno. Non ha mai tradito la sua isola. Andava nel paese natale e nei paesi più minuti per vedere un’altra volta quel che aveva nel cuore. Non lo ritrovava. Ferito tornava al Nord, a Parigi, a Madrid. E poco dopo riprendeva la strada dell’eterno viaggio, riandava in Sicilia. È morto nella Milano della sua giovinezza. Nella grande stanza foderata dai libri degli scrittori amati di laggiù. Alle pareti un dipinto con una smisurata macchia arancione, il disegno di due ragazzi di Casarsa, di Pasolini, l’Ignoto marinaio di Guttuso, incisioni secentesche, ritratti, carte geografiche dell’isola stampate all’insù e all’ingiù. Tutto sa di Sicilia.

Corrado Stajano
Destini
Vite di un mondo perduto

Il Saggiatore – Milano 2023
Foto di Giovanna Borgese

Vincenzo Consolo. La storia, il mito, l’impegno (II)

Figlio errante d’Ermocrate ricordo di Vincenzo Consolo

Purché ci resti Itaca: prendersi cura delle radici. La voce di Consolo.


Ada Bellanova

1. Ripensare i luoghi in forma di idillio. Il dramma di Ulisse e di Ifigenia. Senza la letteratura Itaca sarebbe semplicemente una piccola isola greca nel Mediterraneo. Invece Omero, la tradizione, le invenzioni letterarie l’hanno resa il luogo per eccellenza delle radici e della memoria, la patria ritrovata dopo un lungo viaggio: l’hanno trasformata in simbolo 1. Ulisse in viaggio, intento ad affrontare pericoli, mostri e tempeste, porta con sé un’immagine di Itaca come luogo del cuore, patria perfetta, a cui desidera a tutti i costi tornare. Una polarità netta si crea tra il mondo avventuroso e minaccioso e il nucleo accogliente e protettivo della patria e della casa. Eppure Ulisse, una volta sbarcato, è costretto a interrogarsi subito sull’identità della terra, sullo scarto tra il sogno che ha cullato durante la lunga distanza e la realtà 2. Molte cose infatti sono cambiate: lui non è più lo stesso e Itaca è mutata, non solo per i soprusi dei Proci, ma anche perché il tempo ha segnato la sua geografia a tal punto da conferirle un paesaggio nuovo, diverso. Per queste ragioni, e non solo per l’intervento di Atena, Ulisse si guarda intorno e, smarrito, si pone la domanda: «Dove sono capitato?». Sebbene il finale dell’Odissea risulti confortante – l’eroe ottiene di nuovo il suo ruolo di re dopo la sconfitta dei Proci e l’intesa del talamo con Penelope – sorge il dubbio che l’Itaca ritrovata sia un po’ deludente rispetto al sogno e alla nostalgia. Perché altrimenti Ulisse sceglierebbe, come insegna l’altra tradizione, di ripartire? Non dovrebbe godersi la terra tanto amata? Il fatto è che, come scrive Jankelevitch, la nostalgia, per l’esule – per qualunque esule –, è insanabile, inestinguibile3 . Già nel momento del primo distacco dalla patria ha inizio un cambiamento, nel luogo e nell’individuo, che non permette di colmare 3 la distanza, in alcun modo, neppure nell’opportunità di un ritorno. Patria dolcissima solo nel ricordo è anche la città di Argo per Ifigenia. La sfortunata figlia di Agamennone, salva ma costretta all’esilio tra i feroci Tauri autori di sacrifici umani, non fa altro che sognare la sua reggia preziosa, in cui è stata bambina, principessa, ma che ormai, senza che lei lo sappia, è luogo insanguinato dagli omicidi, la morte del padre per mano di sua madre, quella di sua madre per mano di suo fratello. La Tauride – anche in questo caso la responsabilità è della letteratura4 – assume la connotazione di una terra selvaggia, priva di ogni forma di civiltà: la dolente sacerdotessa greca, pur investita dell’autorità religiosa, non può far altro che sciogliere il suo canto d’esilio, insieme alle schiave sue compagne. È questa la trama dell’Ifigenia in Tauride euripidea: l’autore antico ha composto una tragedia che recita il dramma della nostalgia, la stessa di Ulisse. La città lontana di Argo, nella mente di chi vive l’esilio, ovvero la protagonista e, con lei, il coro, assume i tratti di uno spazio desiderato e armonioso, un territorio caro, in cui rispecchiarsi e ritrovarsi: è emblema della Grecia della civiltà. Eppure, come dicevo, la terra lontana non è affatto così come l’esule se la dipinge e, anche di fronte al lieto fine, mentre Ifigenia e il fratello ritrovato salpano dalla Tauride ostile e si allontanano dai sacrifici, c’è da augurarsi che non ci sia nessun ritorno a casa. Ritrovare Argo, infatti, non è possibile e il ritorno può essere estremamente traumatico. Il mito e la letteratura, come si vede, proponendo una caratteristica veste per certi luoghi reali, li trasformano in simboli, metafore efficaci anche per la contemporaneità e per il nostro modo di vivere gli spazi. 2. Itaca non c’è più: la voce di Consolo. A chi percorre le pagine di Consolo non sfugge l’insistente riflessione, che nasce da più di uno spunto autobiografico, sul rapporto travagliato tra l’esule e la propria patria. In tutta la sua opera lo scrittore pone l’accento sul suo esilio nel Nord e sull’irredimibile nostalgia per la Sicilia lontana, patria del ricordo, e perciò idealizzata nella distanza, come in un’odissea contemporanea, tra le nebbie di una Milano grigia che ha più di un tratto in comune con la Tauride euripidea. L’olivo e l’olivastro (1994) e poi anche Lo Spasimo di Palermo (1998) descrivono un ritorno doloroso che ha i tratti di un incauto procedere tra le rovine di una patria in fiamme. Nel primo libro, che reca già nel titolo l’omaggio e la simbolizzazione degli spazi omerici – nell’Odissea olivo e olivastro segnano lo spazio del naufragio di Ulisse sulla costa dei Feaci –, al giovane migrante siciliano che, fuggito dal terremoto di Gibellina – quasi Enea che abbandona un’Ilio compromessa –, prova a ritornare dopo tanti anni, il nóstos è negato. Itaca non c’è più, fuor di metafora, perché la vecchia città è scomparsa sotto il sudario di cemento del Cretto di Burri, e la nuova, con la Stella texana che segna l’ingresso nel Belice, è, come scrive Consolo, «costruita dai Proci»5 , ha perso cioè l’identità della tanto sospirata patria delle radici in uno stravolgimento sociale e culturale: gli usurpatori hanno avuto la meglio e l’esule è impotente di fronte a un mondo che non gli appartiene e a cui non appartiene. Nella seconda opera, poi, veramente amaro è il ritorno del protagonista, lo scrittore Chino Martinez, a Palermo: la città degli anni Novanta, già compromessa dalla ferocia della speculazione edilizia, dal sacco che ha cementificato la Conca d’oro, deve fare i conti con la violenza mafiosa, esemplificata dalla drammatica esplosione finale in via d’Astorga che allude in maniera netta alla strage di via d’Amelio. È un’Itaca stravolta allora, quella dell’approdo, una terra in cui l’ulivo non ha posto, perché in essa non c’è più ombra di civiltà, e scomparso, irrimediabilmente, è anche il conforto della famiglia, già fagocitato dalla debole salute mentale di una moglie ormai morta, che niente ha a che fare con la Penelope omerica. A queste opere possono essere aggiunte moltissime pagine, come il testo eponimo di Le pietre di Pantalica, che piange il degrado – culturale, ambientale – dello scenario della bianca Siracusa, chiaman5 V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Mondadori, Milano 2015, p. 869. 6 V. Consolo, Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, pp. 615-621. 7 Ifigenia fra i Tauri, trad. di Vincenzo Consolo e Dario Del Corno, Istituto Nazionale del Dramma Antico-XXVII ciclo di spettacoli classici (27 maggio-4 luglio 1982), INDA, Siracusa 1982. 8 «Non si ritorna più nei luoghi da cui si è partiti, perché quelli non sono più i luoghi che noi abbiamo lasciato. Non si è più di nessun luogo», V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli, Roma 1993, p. 69. 9 La percezione di un luogo e la sua rappresentazione, come insegna la geocritica, non si possono limitare all’unica componente visiva. Sulla necessità di cogliere la presenza delle percezioni sensoriali do in causa i simboli della tragedia euripidea6 , tradotta tra l’altro proprio da Consolo con Del Corno7 , che è messa in scena nel teatro antico. L’autore fa del suo vissuto il motore dell’invenzione narrativa: la sua personale prospettiva interpreta gli spazi e li reinventa sul piano letterario. In questo processo Itaca e Argo rimandano a un mondo che non c’è più: un universo intatto, in armonia, cancellato da una modernità incivile e snaturante e divenuto un perenne labirinto fitto di mostri e pericoli, una Tauride in cui si sacrificano gli innocenti. Nella prospettiva consoliana allora non è solo la Milano affarista ad assumere i tratti di luogo ostile: l’osservazione dell’intero spazio della contemporaneità – l’Italia, il Mediterraneo con i suoi naufraghi e ogni luogo in cui il migrante è perseguitato, ferito, il paesaggio mortificato dagli incendi, dall’industrializzazione, da un turismo becero e superficiale – denuncia una perdita irreparabile in termini di valori e identità8 . La polarità non è più, o comunque non solo, tra lo spazio fisico dell’esilio e la terra delle radici, ma tra lo spazio del presente, omologante e svilente, e quello del passato, in cui era ancora possibile un equilibrio. 3. Itaca con tutti i sensi. Nell’esilio la patria lontana – nello spazio e nel tempo – appare luminosa, contrapposta a un Nord, anche fuor di metafora, decisamente grigio. Una complessa trama di paesaggi visivi, con evidente omaggio al mondo dell’arte e della pittura, ma anche di paesaggi sonori, olfattivi, persino gustativi, che si sovrappongono e si intersecano, concorre a definire la Sicilia. Se indubbia è in ciò una ricca componente letteraria, al di là del topos però la pagina consoliana rivela una sensibilità che si lega al vissuto dell’autore: memoria e confronto personale con i luoghi determinano l’immagine che questi assumono sulla pagina scritta9 . Alla Milano affollata che propone sollecitazioni da grande città del Nord alla vista e all’udito – ben oltre il modello letterario va l’apprezzamento per l’umanità multicolore di Porta Venezia e per il suo vario patrimonio gustativo, mentre il fetore di Seveso10 è traccia olfattiva di un progresso feroce, dell’inquinamento e della deriva politica che a questi si accompagna – la Sicilia si contrappone con la sua festa dei sensi. Retablo, in particolare, è una straordinaria esibizione di percezioni sensoriali che testimoniano la scoperta e la sorpresa di fronte alla ricchezza e alla diversità dell’isola. Fin dal suo approdo a Palermo Clerici deve fare i conti, alla maniera dei viaggiatori del Grand Tour, con la novità delle sollecitazioni visive, sonore, olfattive11. Ma il protagonista e voce narrante accoglie soprattutto le capacità percettive del suo autore: la Sicilia è l’isola della memoria e gli straordinari paesaggi sensoriali che descrivono le rovine di Segesta o di Selinunte, l’universo arcano di Mozia, rivelano un compiacimento nella percezione che appartiene a Consolo, siciliano alla scoperta della propria terra. Pur senza abbandonarsi all’idillio a tutti i costi – attraverso la prospettiva di Clerici emergono anche tracce sensoriali non edificanti – l’autore tratteggia la propria Itaca come una terra che seduce con le sue innumerevoli sollecitazioni sensoriali. È in particolare nelle descrizioni gastronomiche di cui abbonda il racconto che emerge il compiacimento di Consolo12: non vi si può rintracciare dunque solo il modello letterario – la meraviglia del viaggiatore di fronte alle offerte culinarie – ma anche il gusto dello scrittore che ricorda i sapori della sua terra. L’interesse per pietanze dolci e salate è d’altra parte presente anche nella produzione giornalistica e saggistica e confessato in testi scopertamente autobiografici in cui emerge come tratto intimo la predilezione per i cibi del Sud, in contrasto con quelli evidentemente meno invitanti del Nord13. Itaca insomma nutre con il suo gusto anche a distanza e preziosa è la riserva d’antichi sapori e nella caratterizzazione letteraria dei luoghi reali, si veda anche «Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le cose più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillardina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, caciocavallo, cubbàita… Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete», 16 «Ecco, io allora infilzerò con lo spiedo un rocchio di quella salsiccia fresca, condita con grani di pepe e semi di finocchio, lo farò arrostire sopra la brace, e l’offrirò a te, gentile lettrice, a te, caro lettore, insieme a un bicchiere rosso dell’Etna e a una mela d’oro, di quelle che mandava a casa nostra il compare Panascì. […] Erano mele gialle e lucide, dolcissime, che impregnavano la casa di profumo. Sovrastava il loro odore di pomelia e cedro, quello delle arance, dei fichi secchi, delle sorbe, delle zizzole, dei melograni e delle cotogne», Id., Natali sepolti, in AA.VV., Cantata di Natale. Racconti per venticinque notti di attesa, San Paolo, Milano 2001, pp. 83-89; ora in La mia isola è Las Vegas, pp. 191-194, a p. 193. odori che nei lunghi e grigi inverni del Nord riporta al ricordo del paese14. E anche se un nuovo approdo all’isola, in Ritorno al paese perduto, sottopone al rischio di nuove e per nulla confortanti sensazioni – non solo la casa non è più la stessa, pure la vista dal terrazzo è mutata, e più forte del senso della vista diventa quello dell’udito nel registrare un nuovo, invadente e sgradevole paesaggio sonoro15 – più forte del tempo resiste nella vivacità dell’allocuzione al lettore nel più tardo Natali sepolti il gusto delle radici: l’offerta diretta di un pasto appartenente alla Sant’Agata del passato, fatto di salsiccia, vino dell’Etna, profumatissime mele d’oro, interrompe il flusso narrativo e sembra testimoniare, nell’immediatezza dell’uso del presente, che qualcosa si è salvato16. 4. Proteggere le radici. Al di là della permanenza delle percezioni gustative, affrontato il rischio della rottura dell’idillio, si può scoprire che Itaca non è del tutto allo sfacelo e che sulle colonne di Argo si può ricostruire. Conviene però prendere coscienza del punto a cui siamo arrivati. Conviene ripartire dalle radici, ritrovare angoli vivi del paesaggio, lasciarsi ispirare da quanto di buono essi comunicano. Il che non vuol dire smettere di vedere le criticità di ciò che è stato: significa valorizzare ciò che può essere valorizzato e trovare una nuova via alternativa all’omologazione e allo sfruttamento. La vera letteratura ha questo di utile, ci svela a noi stessi, e le pagine di Consolo parlano a tutti e di tutti, toccano le corde del legame doloroso o vivificante che abbiamo con gli spazi e tentano di fare chiarezza su questioni grandi e urgenti: invitano cioè ad una consapevolezza ambientale nel senso più ampio dell’espressione come unica strada non solo per non perdere il luogo, ma anche per non perdere noi stessi. Illuminante è la riflessione dello scrittore sulla Sicilia e sul Mediterraneo: nell’amarezza di fronte allo scempio, di fronte ai facili stereotipi che semplificano lo spazio, lo appiattiscono – il seducente paradiso a buon mercato da una parte, il degrado e i sotterfugi dall’altro –, avvallati in maniera semplicistica da un certo tipo di informazione e da un certo tipo di politica, l’autore rivendica il valore della complessità. Lo spazio ha molte facce, molte sfumature, la bellezza ha una sua indubbia fragilità. Nella sua rappresentazione dello spazio individuiamo la valorizzazione di alcune isole di sopravvivenza: gli Iblei con l’arte intatta degli apicoltori e i Nebrodi coi pascoli verdissimi non sono semplice idillio, Itaca e Argo del ricordo in cui sarebbe meglio non tornare mai, ma un esempio di risposta concreta alla crisi del paesaggio e dell’identità contemporanea. Descrivendo la miracolosa armonia tra uomo e natura, la ricchezza ambientale – piante, animali –, tradizioni gastronomiche e saperi antichi, che caratterizzano queste oasi di sopravvivenza, Consolo valorizza una Sicilia quasi arcaica. In ciò non rifiuta il progresso in sé, piuttosto evidenzia la necessità che esso non faccia perdere all’uomo la sua identità storica e culturale, come è invece accaduto nel caso della violenta industrializzazione dell’isola. Mette cioè in evidenza che i luoghi non sono uno sfondo e che, se smettono di essere quello che sono in maniera rapida e feroce – fagocitati dall’omologazione, da interessi economici, dalla costruzione di barriere –, inevitabili e funeste sono le conseguenze anche sugli esseri umani. Così strettamente interrelate sono l’identità degli uomini e quella degli spazi. La sua opera invita dunque – e in ciò risiede la grande attualità del messaggio consoliano – a conservare le radici, a prendercene cura, perché solo nella salvaguardia di ciò che è rimasto possiamo sperare di non perdere noi stessi. Il passato, come insegnava anche Pasolini nella sua strenua definizione dell’ambiente storico e umano come territorio composito e stratificato nel tempo, insieme universo linguistico, identità dei luoghi, creazione artistica, può non essere un ricordo perduto: può anzi configurarsi come forza a cui attingere. Mi piace pensare allora che nei versi di Accordi, con l’ignoto tu, Consolo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo? Sei nato dal carrubo e dalla pietra da madre ebrea e da padre saraceno. S’è indurita la tua carne alle sabbie tempestose del deserto, affilate si sono le tue ossa sui muri a secco della masseria Brillano granatini sul tuo palmo per le punture delle spinesante17. Solo se ripartiamo da questo, quindi, da ‘Itaca’, attraverso un cammino, senz’altro faticoso, difficile, di consapevolezza degli spazi e della nostra relazione con essi, possiamo avere qualche opportunità di sopravvivere anche noi. Solo salvando le radici, come le piante, possiamo avere speranza di non perire.
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3 V. Jankélévitch, L’irréversible et la nostalgie, Flammarion, Paris 1983, pp. 370-371. 4 B. Westphal, Le miroir barbare. Géocritique de la Tauride, in A. Le Berre (a cura di), De Prométée à la machine à vapeur: cosmogonies et mythe fondateur, Pulim, Limoges 2005, pp. 13-33. 5 V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, Mondadori, Milano 2015, p. 869. 6 V. Consolo, Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, pp. 615-621. 7 Ifigenia fra i Tauri, trad. di Vincenzo Consolo e Dario Del Corno, Istituto Nazionale del Dramma Antico-XXVII ciclo di spettacoli classici (27 maggio-4 luglio 1982), INDA, Siracusa 1982. 8 «Non si ritorna più nei luoghi da cui si è partiti, perché quelli non sono più i luoghi che noi abbiamo lasciato. Non si è più di nessun luogo», V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli, Roma 1993, p. 69. 9 La percezione di un luogo e la sua rappresentazione, come insegna la geocritica, non si possono limitare all’unica componente visiva. B. Westphal, Geocritica: reale, finzione, spazio, trad. di L. Flabbi, Armando editore, Roma 2009, p. 184. Sulla necessità di cogliere la presenza delle percezioni sensoriali nella caratterizzazione letteraria dei luoghi reali, si veda anche D. Papotti, Istruzioni geopoetiche per la lettura della città di Napoli, in F. Italiano, M. Mastronunzio (a cura di), Geopoetiche. Studi di geografia e letteratura, Unicopli, Milano 2011, pp. 43-63, a p. 49. 10 V. Consolo, Replica eterna, in Id., La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Mondadori, Milano 2012, p. 180. 11 Id., L’opera completa, cit., p. 403. 12 A proposito W. Geerts, L’euforia a tavola. Su Vincenzo Consolo, in B. Van den Bossche (a cura di), Soavi sapori della cultura italiana, Atti del XIII Congresso dell’A.I.P.I., Verona/Soave, 27-29 agosto 1998, Cesati, Firenze 2000, pp. 307-316. 13 «Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le cose più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillardina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, caciocavallo, cubbàita… Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete», V. Consolo, Un giorno come gli altri, in “Il Messaggero”, 17 luglio 1980, ora in Id., La mia isola è Las Vegas, pp. 87-97, a p. 92. 14 Id., E poi la festa del patrono, in “Corriere della sera” 15 agosto 1990, ora in La mia isola è Las Vegas, pp. 139-42, a p. 141. 15 Id., Ritorno al paese perduto, in “Il manifesto” 5 aprile 1992; ora in La mia isola è Las Vegas, pp. 146-149, a pp. 146-147. 16 «Ecco, io allora infilzerò con lo spiedo un rocchio di quella salsiccia fresca, condita con grani di pepe e semi di finocchio, lo farò arrostire sopra la brace, e l’offrirò a te, gentile lettrice, a te, caro lettore, insieme a un bicchiere rosso dell’Etna e a una mela d’oro, di quelle che mandava a casa nostra il compare Panascì. […] Erano mele gialle e lucide, dolcissime, che impregnavano la casa di profumo. Sovrastava il loro odore di pomelia e cedro, quello delle arance, dei fichi secchi, delle sorbe, delle zizzole, dei melograni e delle cotogne», Id., Natali sepolti, in AA.VV., Cantata di Natale. Racconti per venticinque notti di attesa, San Paolo, Milano 2001, pp. 83-89; ora in La mia isola è Las Vegas, pp. 191-194, a p. 193. 17 Id., Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.

Giugno 2022 Editora Comunità Rio de Janeiro – Brasil