DA PIU’ OSCURE LATÈBRE: CONSOLO E LA MAFIA

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recensione di Sergio Spadaro

Sab 06 Gennaio 2018 – da Paese Italia press.it

E’ uscita di Vincenzo Consolo una raccolta di interventi giornalistici (sessantaquattro articoli su un totale di circa ottanta, che vanno dal 1970 al 2010) concernenti le sue prese di posizione contro la mafia, dal titolo Cosa loro – Mafie tra cronaca e riflessione (Bompiani, MI, 2017), curate da Nicolò Messina


(già curatore dei racconti di La mia isola è Las Vegas, Mondadori, MI, 2012), il quale nella prefazione afferma che non si tratta di pagine scritte “da un mafiologo (etichetta  che  ripugnava a Consolo come a Sciascia) ma da un osservatore implacabile del reale storico […], di un suo doveroso e sofferto fare i conti con una Sicilia-mondo, ahimé sempre più olivastro che olivo

   In questi interventi, se Consolo non appare un mafiologo in senso stretto (vale a dire uno “studioso” distaccato del fenomeno preso in considerazione), non appare nemmeno uno storico, anche se alcuni articoli si prefiggono un taglio con più puntuale e sistematica documentazione (in tale direzione, si veda il saggio La mafia, che viene fatta risalire al sorgere dell’Unità d’Italia, anche se le cause sono antecedenti: e basti citare la relazione del procuratore di Trapani  Don Pietro  Ulloa del 1838, prima ancora dell’inchiesta di Sonnino e Franchetti del 1876). Ma se c’è un punto  che caratterizza in maniera precipua la riflessione di Consolo contro la mafia, è dato dal collegamento del fenomeno criminale al contesto sociopolitico, mettendo sempre in luce quelli che sono i rapporti con un certo tipo di “potere”. E individuando perciò in alcune aggregazioni   partitiche all’indomani dell’Unità, del primo e del secondo dopoguerra, la “fonte” di queste collusioni. Perciò, quando Giovanni Paolo II fece il famoso discorso di Agrigento contro la mafia. può commentare: “No, non sono cristiani i mafiosi […]. Ma non sono, non sono mai stati veri cristiani nemmeno quei politici che con l’organizzazione mafiosa in Sicilia hanno stretto […] un   patto scellerato, quei politici di un partito che nel nome di Cristo hanno esercitato un potere nefasto” (p. 134). Di quel partito via via Consolo citerà Salvo Lima, Andreotti e altri, ma non esponenti che pure con la mafia non hanno avuto nulla a che fare (lo stesso Aldo Moro o De Gasperi). Rifacendosi a una famosa citazione da Carlo Levi, parlerà dell’”eterno fascismo” italiano, individuato negli interessi della borghesia, che hanno sempre prevalso. E, nello scoramento degli ultimi tempi, successivi agli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, dirà: “All’immobilità, all’allucinazione sembra condannata la Sicilia, soprattutto per le gesta, i riti ossessivi della mafia. Ma non solo la Sicilia, tutto intero questo nostro bel paese, in cui chi denuncia immobilità, ripetitività, paranoia è considerato matto”(p. 190).

   Allo scrittore, “pur cresciuto nel messinese, al di là di quelli che un tempo erano i confini della mafia” (p. 69), toccherà la sorpresa di scoprire che anche Messina era “un crocevia delle mafie”. Ciò accadde nel 1998, quando all’Università – retta dall’allora rettore Diego Cuzzocrea – venne ucciso il primario del policlinico Matteo Bottari (fu poi individuato e arrestato come mandante per l’omicidio il “collega” Giuseppe Longo). E commenterà:”C’è un pesce, proprio della costa messinese, tardo e sciocco […], chiamato bbuddaci. […] Abbiamo scoperto ora […] che dietro quegli innocui pesci sguazzavano nelle acque di Messina branchi di feroci pescecani” (p. 196).

   Non possiamo, in questa sede, indicare tutti gli interventi di Consolo. Se ne può solo citare alcuni, come quello su Corleone, il paese di Luciano Liggio (e di Riina), che si dà alla latitanza nel 1969. Eppure anche a Corleone viene organizzato uno sciopero generale contro la mafia, nel 1970, che vide una partecipazione quasi generale della popolazione. Viene poi dato spazio a uno dei testimoni più importanti contro il potere mafioso, quel Michele Pantaleone che nel processo per diffamazione intentatogli da un piccolo mafioso di Villalba era stato assolto perché “aveva provato i fatti”. Un articolo molto polemico concerne la risposta a un intervento apparso sul “Giornale di Sicilia” del 30.9.90, che criticava le sue dimissioni dalla giuria del premio letterario Racalmuto-Leonardo Sciascia perché “non ci si può mettere a celebrare cerimonie letterarie sovvenzionate dal pubblico denaro” finché la mafia uccide in Sicilia. A parte poi Falcone e Borsellino, sarà commemorato anche Don Puglisi, il coraggioso parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, su cui Roberto Faenza aveva girato un bel film.

   In passato abbiamo già avuto modo di notare come Consolo a volte proceda con generalizzazioni eccessive o comunque esorbitanti gli aspetti storici ( a es. quella sulla letteratura isolana della parte  orientale e occidentale, maggiormente mitica o maggiormente storica: cfr. Lontananze e risacche, Ismecalibri, BO, 2014, p. 135). Anche qui ne ricorre una, perché identifica un po’ troppo rigidamente la cultura spagnola e quella francese, rispettivamente come portatrici, in senso metaforico, di due costanti: quella della conservazione e quella della innovazione. E sostiene:” l’ipoteca spagnola non à mai stata radicalmente estirpata dalla Sicilia […]. L’inquietante Spagna ritorna come un incubo” (p. 208).

   Ma ci sono pure nel libro aspetti più squisitamente letterari, come l’uso dei tropi dell’iperbole e dell’ironia. Ciò avviene quando l’autore afferma che deve fare una “confessione”: nell’estate del ’43 era andato con suo padre, su un vecchio Fiat 621 guidato da un autista, a comprare a Villalba due sacchi di lenticchie (nella sua zona non si trovavano legumi), il paese che era il feudo del mafioso Don Calogero Vizzini, e un carabiniere li aveva indirizzati da costui, il quale aveva poi “concesso” loro l’autorizzazione ad andare via e a lui aveva regalato un torroncino e un buffetto sulla guancia (l’episodio viene descritto nei racconti di La mia isola è Las  Vegas più volte). E   l’ironia raggiunge poi il suo acme quando verrà eletto alla presidenza della Regione il medico Raffaele Lombardo, che aveva vinto contro l’opposto schieramento guidato dalla Finocchiaro e dalla sorella di Borsellino (“Puah, femmine sono! Lombardo invece, legato alla Lega Nord di Bossi e Borghezio, masculo è!”: p. 267).

   Un altro aspetto consiste nella teorizzazione della c.d. “scrittura di presenza” in Sicilia, che  è scrittura di testimonianza e di denuncia, frutto di osservazione e riflessione sulla realtà, nonché giudizio morale e storico.

   Certo il libro di Consolo veramente tocca i maggiori nervi scoperti sul tema della mafia e del coinvolgimento del potere politico nel fenomeno e dimostra ancora una volta la sua alta coscienza civile. Anche se, vinto dal pessimismo, parafraserà La terra desolata di Eliot e si chiederà se veramente “con il ricordo di Borsellino, con la lezione del sacrificio di tutte le vittime della mafia, riusciamo a puntellare le nostre macerie. Le macerie della nostra vita civile”(p. 262).

VINCENZO CONSOLO, Cosa loro – Mafie tra cronaca e riflessione, Bompiani, MI, 2017, € 18,00.

 

Un filo d’erba al margine del feudo da ” La mia isola è Las Vegas “

Carmelo BattagliaCarmine Battaglia

Un filo d’erba al margine del feudo

 

 

Via del Sole scende stretta tra il muro laterale del Pa­lazzo e una ringhiera di ferro sul dirupo. Era in ombra a quell’ora. Il sole batteva invece sulle pietre di via Muro­rotto e sul portale d’arenaria ricamata del Palazzo. La ringhiera di ferro di via del Sole era quella d’un terrazzo sospeso, navigante.

Il vecchio con lo scialle sporse nel vuoto il braccio e con l’indice a corno percorreva la linea ondulata che dise­gnavano nel cielo terso i monti tutti attorno, dalle spalle del paese fino al mare.

– Motta – diceva fermando il dito su un punto bian­castro lungo la costa dei monti. E poi – Pettineo, Castel­luzzo, Mistretta, San Mauro… – Posò lo sguardo sul mare, ripiegò il braccio, si tirò sulla spalla lo scialle scozzese che gli era scivolato. Stesi io il braccio nel vuoto oltre la rin­ghiera e indicai il mare. – Quelle macchie azzurre sono isole, Alicudi, Filicudi, Salina… Più in là c’è Napoli, il Con­tinente, Roma…

– Roma – ripeté il vecchio. Volse le spalle al mare e continuò a indicare le montagne, ora con un breve cenno del capo: – Cozzo San Pietro, Cozzo Favara, Fulla, Fo­ieri…

L’ulivo, fitto ai piedi dei monti, diradava, spariva verso l’alto. Poi vi erano costole nude, scapole, e qua e là ciuffi di sugheri, di castagni.

Il vecchio sedette sulla panchina di pietra e, la fac­cia tra due sbarre della ringhiera, appuntò gli occhi sullo spiazzo erboso sotto il dirupo. Ragazzi vi giocavano, tra pecore al pa­scolo, piccoli, appiattiti sul prato, silenziosi. Uccelli con larghe ali planavano sulla valle. La strada a serpentina, grigia di fango rappreso, partiva dalle prime case del paese, passava tra alberi d’eucalipto e d’acacia, circondava il prato, accostava una vasca d’acqua stagnante e finiva in un cancello di lamiera arrugginita. Il sole di questo primo pomeriggio era tutto ammassato nella tenera valle, su­scitava tremuli vapori.

Al di là del cancello, dentro, il cerchio del muro, nel tabuto fresco di vernice, era Carmelo Battaglia, il sin­da­calista di Tusa ammazzato su una trazzera, una mat­tina di marzo, con due colpi a lupara, e messo in ginoc­chioni, con la faccia per terra. La valle declinava dolce fino alla balza d’Alesa (le sue mura massicce, l’agorà, i cocci d’an­fora e le colonne spezzate affioranti tra gli ulivi, la bianca Demetra dal velo incollato sul ventre abbondante). In fondo, Tusa Marina, col suo castello sull’acqua sma­gliante e triangoli di vele sui merli.

Nel ventitrè ammazzarono il padre Battaglia, con colpi a lupara, su una trazzera, e gli riempirono la bocca di pietre e di fango. Il vecchio s’era tirato fin sulla nuca e gli orecchi lo scialle scozzese, aveva chiuso gli occhi e recli­nato il mento sul petto.

Il piano della Piazza era tagliato a rettangoli e tra­pe­zi di luce. La torre medievale, al centro, massiccia, qua­dra­ta, aveva due facce illuminate. Uccelli neri, con lieve fruscio, facevano la spola tra la Matrice e la torre. Via Pier delle Vigne si perdeva tra vecchie case. Via Matteotti, dall’ogiva dell’antica porta, scendeva ripida e larga verso le case nuove. Un vecchio cantava nella piazza, seduto al sole davanti alla porta della società Agricola. Un altro vec­chio stava immobile dall’altra parte; e altri tre dentro, nel vano interrato della società, immobili attorno a un piccolo tavolo su cui batteva il sole. Il vecchio sulla porta cantava con gli occhi in cielo e un sorriso sulle labbra. Cantava: – Al natio fulgente sol / qual destino ti furò –; e poi dac­capo: – Qual destino ti furò / al natio fulgente sol –; sempre avanti e indietro su quelle parole.

Un’automobile nera venne giù da via Alesina, attra­versò la Piazza e scese per via Matteotti. Vi era dentro un ufficiale dei Carabinieri con le stelle d’argento sulle spalle e altri signori col cappello. Il vecchio interruppe il suo can­to e poi riprese.

Via Alesina era tutta in ombra, stretta e lunga, tra alte case, dalla Piazza fino al Belvedere. I vicoli verticali erano assolati. Cespi di bàlico fiorito, viola e giallo, spun­tavano dalle crepe delle case e ficodindia da sopra i tetti. Da un balcone del vicolo penzolava la testa d’un asi­no, pensosa nel sole. Il municipio e la cooperativa Risve­glio Alesino. Sul portone del municipio era scolpito lo stem­ma della città: un grosso cane muscoloso sopra una torre, le zampe posteriori contratte, sul punto d’avven­tarsi, i denti scoperti (1860: «In più luoghi, come a Bronte, a Tusa e al­tro­ve, i Consigli municipali, costituiti dai Go­vernatori di­stret­tuali, erano composti di elementi della grossa borghe­sia o dell’aristocrazia di proprietari terrieri, avversi alle rivendicazioni contadine e ai fautori e capi del movimento per la divisione delle terre demaniali»).

Una giovane bellissima, dietro i vetri d’una piccola finestra, ricamava. Divenne viva, aprì la finestra, si sporse, allungò il braccio bianco e fece segno che dovevo ancora andare avanti e poi salire per il vicolo.

Bussai e venne ad aprire una donna in nero. Mi fece strada per uno stretto corridoio celeste che sbucava in una grande stanza celeste. È il celeste, abbagliante per le mo­sche, latte di calce mischiato con l’azolo. Sei donne tutte nere erano attorno alla ruota della conca: la figlia, la moglie, due sorelle e altre due parenti di Carmelo. Parlava la giovane figlia, il fazzoletto nero annodato sotto il mento e ancora il velo nero che le scendeva per le spalle, gestiva con le sue mani guantate di nero. La madre, accanto, non parlava perché muta, muta e paralitica. Solo gli occhi ave­va vivi.

– Sì, fece il soldato e, finita la guerra, venne a piedi da Trieste. Passò lo Stretto su una barca e, a Messina, pri­ma che attraccassero, si buttò in acqua per toccare prima la Sicilia, ma non sapeva nuotare. Il pescatore calabrese lo dovette afferrare per i capelli per salvarlo. Rideva molto quan­do raccontava questo. Diceva che allora, a vent’anni, era sventato come un caruso.

– Sempre l’ha avuta questa idea socialista, ma di più quando tornò dalla guerra. Diceva che i contadini, i bovari sono sempre state malebestie. Sempre a limosinare un palmo di terra o un po’ d’erba al limite del feudo. Ma non parlava molto in casa, aveva le parole giuste, contate. Questa di mia madre era una pena forte che portava in cuore: venti anni che è allogo, un male di nervi.

– Partiva alle quattro, alle cinque, secondo la sta­gio­ne, col mulo, per il feudo. A volte si restava là e si por­tava un poco di pasta e una boatta di salsina. Questa volta do­veva restarci per due giorni.

– Sì, voglio che si scopra al più presto l’assassino. Voglio conoscerlo. Voglio vedere in faccia questo che in­sulta i morti, che li mette in ginocchioni.

– No, neanche i vivi s’insultano. Ma di più i morti, specie se in vita sono stati sempre latini, diritti, cava­lieri.

La madre mugolò e cominciò a piangere. La figlia le prese le mani, se le portò sulle gambe e, tenendovi sopra le sue, si mise a cullargliele.

La stanza era piena di penombra. C’era solo la luce rossa di un lumino davanti alla fotografia di Carmelo ve­stito da soldato, sopra il comò. Le donne stavano tutte chiuse nei loro scialli e mute. Una prese la paletta di rame e rimestò la brace nella conca.

– Nessun desiderio, nessun progetto. L’unica sua idea era quella di aggiustare questa casa».

Il sole era tramontato e, all’uscita del paese, sopra un muretto della strada, erano seduti un prete grosso e un prete magro. Quello magro, scuro, era venuto da Cesarò per predicare il quaresimale. Quello grosso, chiaro, era del paese.

– Un uomo buono, benvoluto da tutti. Parlava po­co ma spartano. No, in chiesa mai. Ci andavo io a casa sua, una volta al mese, per confessare e comunicare la moglie. Poveretta, mi scriveva i peccati su un foglio di carta.

Passavano i contadini per la strada, tornavano a grup­pi dal lavoro, gli uomini sul mulo e le donne a piedi. – Vos­sia benedica – salutavano.

– Benedetto – rispondeva il prete.

– Tra loro, si ammazzano, tra loro bovari.

– Benedetto.

Le montagne là di fronte erano diventate viola, di un viola tenero sfumato.

Questi Nebrodi, alti di fronte al mare, sono di una bellezza impareggiabile. Ora, con le prime ombre della se­ra, si udivano per la campagna ringhiare e abbaiare i primi cani: quei cani orbi, bastardi, che si avventano feroci non appena li sfiora l’odore della carne d’un cristiano.

[i] «L’Ora», 16 aprile 1966, p. 6. Stesso testo, col titolo: Per un po’ d’erba al limite del feudo, in L. Sciascia e S. Gu­gliel­mino (a cura di), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia, 1967, pp. 429-434. Il testo del 1966 è ripreso tal quale – sotto forma di «Prima appendice del curatore», con fonte: L’Ora, 16 aprile 1966 (p. 6), autore: Vincenzo Consolo, occhiello e titolo: Tra cronaca e racconto un giorno a Tusa. Un filo d’erba ai margini del feudo, sottotitoletti redazionali in­fram­mezzati: Il tabuto fre­sco di vernice, Sei donne tutte nere – in Mario Ovaz­za, Il caso Battaglia. Pascoli e mafia sui Nebrodi, a cura di Fernando Cia­ramitaro, Palermo: Centro Studi e iniziative culturali Pio La Torre, 2008, pp. 124-126 [cfr. il precedente M. Ovazza, La mafia dei Nebrodi. Il caso Battaglia, a cura di Maurizio Rizza, Palermo: La Zisa, 1993].

La Sicilia di Vincenzo Consolo in cinquantadue racconti

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La Sicilia di Vincenzo Consolo in cinquantadue racconti

 

da Napoli Monitor n. 51 / Novembre 2012

Sono passati alcuni mesi dalla scomparsa di Vincenzo Consolo, certo uno degli scrittori più affascinanti dell’ultimo cinquantennio. Ma per fortuna avremo da leggere ancora altri suoi libri, a cominciare da questo La mia isola è Las Vegas (Mondadori 2012, pagg. 250, € 19) che raccoglie cinquantadue racconti, tutti o quasi i suoi testi narrativi brevi. Sono testi molto godibili, che coprono un arco temporale molto ampio, dal 1957 al 2010; usciti in gran parte su quotidiani e su periodici, rimodulano la poco meno che leggendaria complessità dello stile di Consolo in una direzione fortemente comunicativa. D’altro canto vi ritroviamo tutta la ricchezza del suo stile: fra sapori dialettali, soprattutto ma non solo siciliani; lacerti di altre lingue; ampi strati di lingua colta, arcaismi, linguaggio letterario; franche, a tratti vertiginose discese verso la colloquialità. Ma la densità della scrittura di Consolo, lungi dall’essere riducibile alla sua lingua, è anche fatto strutturale, e mette radici nella capacità di unire una franca vena narrativa a molteplici altri modi discorsivi: dal saggio storico alla critica sociale, dall’indagine antropologica alle note di costume.

Al cuore del discorso c’è la rappresentazione della Sicilia, a cui rimanda il titolo, ripreso da un racconto, dove il narratore è un carcerato, condannato al 41bis, che dichiara il proprio rimpianto perché, all’epoca dello sbarco degli Alleati, la Sicilia non è riuscita a diventare il cinquantunesimo stato degli Stati Uniti. Se così fosse stato, davvero avrebbe potuto diventare una specie di Las Vegas: cioè un luogo di gioco, di divertimento, di soldi a fiumi, di sesso facile e altro ancora. La nostalgia dell’ergastolano, è chiaro, va letta due volte a contropelo: perché non la possiamo condividere, e perché quel suo sogno mistificato ci rivela non tanto e non solo che cosa la Sicilia non è diventata, ma, ahimè, proprio quello che in qualche modo la Sicilia è invece poi davvero diventata.

Metafora ad alta densità del mondo tutto, la Sicilia di Consolo oscilla fra il vagheggiamento di un luogo che avrebbe potuto conciliare bellezza storica e naturale, vitalità e cultura, desiderio e conoscenza, fra scampoli d’idillio e prefigurazioni dell’utopia, e la constatazione, addolorata e indignata, dell’orrore reale, fra violenza mafiosa e scempio edilizio, degrado di valori e distruzione del paesaggio. In questo libro si alternano tre tipi di narratore: un narratore lontano dall’autore, portatore di valori degradati, come si è visto; un narratore dai connotati autobiografici, ma dissimulati; un narratore apertamente autobiografico. È quest’ultimo tipo di narratore che spesso si mette al servizio della ricostruzione storica di episodi lontani, come la strage di Bronte del 1860 (E poi arrivò Bixio, l’angelo della morte) o recenti. Come, fra gli altri, nel memorabile Un filo d’erba ai margini del feudo, uscito su L’Ora il 16 aprile 1966, che rievoca l’assassinio mafioso del sindacalista Carmelo Battaglia. Ma anche nella rievocazione, intensamente ironica, della spedizione del Living Theatre a Cefalù, sulle tracce di Aleister Crowley, il santone decadente poi protagonista di Nottetempo, casa per casa.

Troviamo in questi racconti, fra le altre cose, non solo il versante impegnato e tragico di Consolo, ma anche una linea apertamente comico-grottesca: nei vivacissimi racconti di costume (come La prova d’amore), o nei racconti fantastici, un filone finora semisconosciuto. Consolo si fa comunque sempre portatore di un’idea forte di scrittura: non ci si può accontentare di “narrare”, bisogna “scrivere”, che è tutt’ altro. Nell’ intensissimo Un giorno come gli altri, egli rifiuta la vecchia alternativa fra la vita e la scrittura: se “dopo Freud siamo tutti nevrotici”, dopo Marx “siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti ‘filosofi dell’azione’”. Una lezione di etica, e anche di politica, di cui continuiamo ad avere bisogno.
Gianni Turchetta