Un terremotato a Milano racconto a cura di Vincenzo Consolo fotografie di Ferdinando Scianna

Sono nato a Gibellina, di anni ventitré. Imparai il meccanico
a Salemi, non mi ricordo niente, sentii un gran boato
e il tetto che s’aprì, ho visto il cielo per un attimo, le stelle.
La zappa l’ho lasciata a chi gli pare, con la meccanica
si può espatriare.
Stava Gibellina sopra la timpa tutt’attorno al castello e
alla chiesa, a San Nicola. Al castello ci andai per la scuola:
c’erano dammusi, catoi murati, passi e sospiri, voci di spirti,
d’anime legate.
Anche qui, in questi sotterranei alla stazione, i treni fanno
un rintrono come il terremoto.
Ho lasciato nelle baracche la madre e la sorella. Gli altri
Capitolo I
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sono rimasti sotto terra. Le bambine, gonfie, occhi invetrati,
erano pupe, bambole di fiera. La sorella più non parla,
sì e no con la testa è il massimo che dice. I passaporti a vista,
sotto la tenda: via, senza tante storie.
Con me ci sono paesani, una incinta si lamentò tutta la
notte. Altri non so di dove sono, ma qualcuno mi sembra
conoscente. Molti ci vengono a guardare. Siamo profughi,
sì, terremotati, con le borse, i sacchi, le coperte. Ci aiuteranno,
sì, però l’affronto resta. Dicono che ci daranno alloggio
e un lavoro. Io, per me, voglio emigrare in Svizzera.
C’è la nebbia qua, che mangia case, gente, come là mangiava
pàmpini, racemi.
da L’olivo e l’olivastro
vincenzo consolo

dalla rivista Nuovo Sud maggio 1962