Consolo Vincenzo , l’intellettuale furioso contro i boss 

 2 novembre 2017

Nicolò Messina, docente a Valencia cura << Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione >>. Edito da Bompiani
Consolo Vincenzo , l’intellettuale furioso contro i boss
Una raccolta di articoli dello scrittore di Sant’Agata di Militello che abbracciano 40 anni, e tra le righe c’è anche il dissidio con Bufalino.

Il fenomeno mafioso osservato con sguardo (e indagato con linguaggio) da intellettuale. C’è spazio per l’analisi e per l’invettiva, oltre che per le citazioni, quando è Vincenzo Consolo a scrivere di Cosa Nostra: una sessantina di brani, datti temporalmente nell’arco di un quarantennio (1970-2010), più che altro articoli giornalistici, ma anche prefazioni e brani inediti, sono stati selezionati dal curatore Nicolò Messina, docente all’università di Valencia, e danno vita a un libro «Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione» (315 pagine, 18 euro), edito da Bompiani, tassello ulteriore del mondo di Consolo, quello della sua militanza costante e vigile nella lotta alla mafia (tanti gli interventi, principalmente su Unità, Messaggero e Corriere), militanza mai doma e duratura, se si pensa che uno degli ultimi volumi pubblicati in vita dallo scrittore scomparso cinque anni fa è stato l’atto unico «Pio La Torre, orgoglio di Sicilia», un’orazione civile edita dal Centro Studi intitolato al deputato comunista, vittima nel 1982 di un agguato mafioso con Rosario Di Salvo. Spesso sono gli eccidi dei corleonesi, la loro «ottusa spietata ferocia» ad alimentare la veemenza sulla pagina impressa da Consolo. Cadono i cadaveri sul selciato o vengono dilaniati dal tritolo e lo scrittore di Sant’Agata di Militello, incessantemente, prova a scuotere le coscienze, in modo critico e analitico eppure perentorio, con furore, oltre che con un linguaggio limpido, ovviamente lontano dalla ricerca e dalla sperimentalismo della sua prosa letteraria. Ogni articolo occasionale, spesso con spaccati storico-letterari, finisce però per far parte di un disegno complessivo e dà comunque compattezza di scrittura e pensiero al volume «Cosa loro». Che scriva dell’anatema di Giovanni Paolo II nella valle dei Templi (e di come non siano cristiani i politici che hanno stretto patti scellerati con l’organizzazione mafiosa, né i preti che ai politici mafiosi hanno procacciato voti…), dei feroci pescecani di mafia e ‘ndrangheta che azzannano l’università di Messina nel 1998, di Rita Atria o Libero Grassi, di Falcone e Borsellino, dei cugini Salvo o della strage di Portella della Ginestra, di padre Pino Puglisi, Consolo, con tormento, non assolve la «bellissima e disgraziata terra» di Sicilia da una evidente responsabilità civile. Gli unici squarci di speranza nell’Isola? Irradiati da quanti sono caduti nella lotta alla mafia e da chi la prosegue: «Sono loro l’onore di Sicilia e di tutto questo nostro paese irriconoscibile e irriconoscente». L’afflato politico e sociale del libro è preponderante, ma tra le righe si svela probabilmente anche quello che è più di un pettegolezzo letterario, il dissidio fra Consolo e Gesualdo Bufalino, esploso dopo la morte di Sciascia.

Lo scrittore di Comiso aveva confidato a più di un amico, riferendosi a Consolo: «L’ho cancellato anche dalla lista dei nemici…». La causa dello screzio? Potrebbe essere un articolo di Consolo di questo volume, scritto per il quotidiano L’Ora (in cui replicava a un fondo del Giornale di Sicilia): dopo l’uccisione del «giudice ragazzino» Rosario Livatino, da parte della Stidda, l’autore de «Il sorriso dell’ignoto marinaio» invitava gli organizzatori del premio Racalmare- Sciascia a dimettersi, a non celebrare «cerimonie letterarie sovvenzionate da denaro pubblico». Scrivendo di Bufalino, presidente della giuria («ricevendo premi non ha mai guardato, contrariamente a come faceva Sciascia, da quali mano gli arrivavano…»), Consolo aveva affondato ulteriormente il colpo. Per ironia della sorte i due, dopo questo libro postumo di Consolo, sono nello stesso catalogo: Bompiani pubblica le opere principali di Bufalino.

 di Salvatore Lo Iacono
Giornale di Sicilia
Giovedì 2 novembre 2017
ripreso dal:
Centro di studi e iniziative culturali Pio La Torre
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Consolo scrittura antimafia

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S’intitola Cosa loro, l’ha appena pubblicato Bompiani (pp. 318, euro 18.00), e raccoglie una scelta di 64 articoli ricavata, come scrive il curatore Nicolò Messina, dall’«ottantina» che Vincenzo Consolo scrisse sulla mafia, taluni ancora inediti, tra il 1969 e il 2010, e cioè due anni prima di morire. In appendice, utilissimi, Altre notizie sui testi e il Regesto, ovvero la bibliografia completa anche di tutti i pezzi esclusi. In un modo o nell’altro, ci sfilano davanti i protagonisti d’un capitolo insieme doloroso ed eroico della storia siciliana, che però è metafora della nazione tutta, da Luciano Leggio, noto come Liggio, a Pio La Torre. In mezzo: Pantaleone, Falcone e Borsellino; Riina e Brusca; i cugini Salvo e Lima; Cuffaro, Lombardo e Dell’Utri; Enzo Sellerio, Letizia Battaglia e tanti altri ancora. Fa piacere notare che -se si eccettua il dattiloscritto datato dal curatore, ma non con certezza assoluta, nel 1969- i primi due articoli pubblicati entrambi nel 1970, su Liggio e Il Padrino di Mario Puzo, sono apparsi proprio qui, sulle colonne di Avvenire. E’ chiaro che, come recita il sottotitolo (Mafie tra cronaca e riflessione), si tratta di prosa giornalistica e interventi civili, di quella che, in un dattiloscritto del 1985, Consolo stesso, tenendola per altro in gran conto, chiama «scrittura di presenza» (di testimonianza e denunzia), ovvero «una scrittura militante interamente liberata dallo stile», in virtù della quale l’intellettuale si sostituisce allo scrittore. Una scrittura -aggiunge poi Consolo- che «sembra ormai caduta in disuso», proprio nel momento in cui -e mi pare perfetta diagnosi storico-antropologica-, nei piani alti della letteratura, e paradossalmente, «la verticalità dello stile inclina pericolosamente verso l’orizzontalità», in cui tutto si uniforma e omologa, sino a coincidere con il linguaggio «dell’informazione».

Ho detto che siamo di fronte perlopiù ad articoli di cronaca: ma stiamo attenti. Perché il talento dello scrittore sfugge spesso al controllo vigile del militante. Forte, seppure repressa, resta la tentazione della metafora, e sempre sul punto d’innesco -per fortuna- la vocazione narrativa. Così, per fare un esempio, su Ignazio Salvo, “il ministro”, nell’aula del processo, dopo la morte del cugino Nino, in un articolo del 1986: «Ma non aveva più quella patina lustra di un tempo, era pallido e imbiancato come se una raffica di polvere l’avesse investito». Per non dire di quella disposizione all’invettiva che, non di rado, erompe nei suoi libri d’invenzione. E’ il 1982, su Salemi: «paese terribile, di predoni e d’assassini, nemici di Cristo e amici di Caifa, paese estremo, desolato, posto su nude, riarse colline di gesso». Consolo in effetti, senza però mai recedere dagli imperativi morali e politici, non perde occasione per aprire parentesi, per divagare in funzione narrativa, per lasciarsi andare al ritratto, in modo da servire, quando possibile -persino dalla trincea di un’aula di giustizia-, le ragioni della letteratura. Cito proprio dal primo articolo apparso su Avvenire, propiziato dalla scomparsa di Liggio da una clinica romana, «senza lasciare traccia di sé», dopo la clamorosa assoluzione per insufficienza di prove «dall’imputazione di associazione per delinquere e da una serie di omicidi (nove) e di un tentato omicidio per non aver commesso il fatto». Ecco: «Abbiamo raccontato il fatto con estrema sintesi, perché vogliamo parlare più particolarmente, per ragioni “letterarie”, d’un personaggio che nella storia di Liggio entra ogni tanto per poi sparire e di cui la stampa poco si è occupata».

La letteratura, insomma. E, se si vuole, il romanzo, seppure allo stato latente: quando è vero che, a entrare ora in scena, come arrivasse da un romanzo di Simenon, sarà un funzionario di polizia poco noto che risponde al nome di Angelo Mangano, «un gigante di due metri», il quale, cinque anni prima, d’origine siciliana ma trasferito da Genova a Corleone, in soli sei mesi riesce a catturare il capomafia. Lo intercetta, Consolo, in un libro di Dominique Fernandez, Les événements de Palerme e in pochissime pagine ne fa leggenda: quella d’un investigatore che procede implacabile, con conseguenzialità quasi matematica, mentre ottiene lo straordinario risultato di riconciliare con le istituzioni, diventandone come l’eroe, un paese riluttante e risentito, terrorizzato e omertoso. Ma intendiamoci: questi qui restano tentazioni e scantonamenti, mere parentesi. E’ evidente sin da subito, infatti, che Consolo guarda a Sciascia come maestro di razionalità, senza però seguirlo in quegli esiti formali di scrittura spuria, nutrita di saggismo, nobilmente elzeviristica, che avrebbero anticipato, in opere come -per citarne solo alcune- Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), La scomparsa di Majorana (1975), L’affaire Moro (1978), tanta narrativa non finzionale dei nostri anni. Nessuna intenzione, da parte di Consolo, di dismettere il cilicio della «scrittura di presenza», di concedere qualche chance alle ragioni dello stile, sacrificando la nuda e cronachistica referenza della verità. E tutto questo proprio per preservare le differenze, che non sono solo e banalmente di genere letterario, ma estetiche e ontologiche, quando è vero che, se entriamo nel dominio del romanzo, l’estetica e l’ontologia coincidono: come dimostra in modo eclatante e coerente tutta la vicenda del Consolo narratore, da La ferità dell’aprile (1963) a Lo spasimo di Palermo (1998), passando per  quel capolavoro assoluto che è Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976).

Che cosa voglio dire con ciò? Che per Consolo -il quale ha alle spalle la parola-giustizia di Vittorini, le alchimie liriche di Piccolo, le oltranze ritmiche di D’Arrigo- la letteratura più vera resta sempre consegnata a un’oltranza prosodica e a una scommessa di stile. Se gli si chiedeva quale scrittore sentisse a sé più vicino, la sua risposta, infatti, correva al nome d’un poeta: Andrea Zanzotto.

                                                                Massimo Onofri

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Un binomio sofferto. Mafia e letteratura

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di Niccolò Scaffai

[Questo articolo è uscito su «Alias» 29 ottobre 2017]

«Mafia e letteratura… un binomio sofferto»: con queste parole cominciava un articolo di Vincenzo Consolo su Sciascia come Sherlock Holmes nei sotterranei del potere di Cosa nostra, pubblicato nel 1994. Quel pezzo fa ora parte di una raccolta uscita da Bompiani: Vincenzo Consolo, Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010, a cura di Nicolò Messina, pp. 320, euro 18,00. Il libro, da affiancare al volume dell’Opera completa pubblicato due anni fa nei «Meridiani», contiene gli articoli scritti da Consolo (Sant’Agata di Militello, Messina, 1933 – Milano 2012) tra il 1969-70 e il 2010: l’ultimo pezzo, Poeti di Sicilia, uscì proprio nel «manifesto», il 23 settembre di quell’anno.

Perché è ‘sofferto’ quel binomio che, pure, molta fortuna ha avuto nel corso del Novecento? Perché, come spiega lo stesso Consolo in Mafia e dc (1975), «se si incappa in certa letteratura “mafiosa” sulla mafia […] o nei recenti libri di vasto consumo sul tipo del Padrino, si rischia di pensare al mafioso come all’eroe positivo». In tema di mafia, Consolo preferisce alla letteratura come finzione («Non di finzione purtroppo, non di romanzo oggi si tratta», Pietà per chi muore sulla zattera di Medusa, 1992) la «scrittura di presenza» (così è intitolato un testo dattiloscritto del 1985). Una presenza cui tende purtroppo a sostituirsi il «dominio dell’informazione visiva». Testimonianza versus comunicazione, ‘presenza’ versus letteratura: si equivalgono queste coppie oppositive? Solo in parte, perché Consolo non è certo ostile alla letteratura o al romanzo; se anche non conoscessimo la sua opera narrativa, basterebbero questi articoli a garanzia del valore che Consolo attribuiva alla dimensione letteraria. Tra realtà e romanzo, infatti, lo scrittore tende qui a istituire un richiamo costante: tra i riferimenti spiccano Leonardo Sciascia, modello di una letteratura in equilibrio tra rappresentazione e ragione, priva di ambiguità e atteggiamenti mitizzanti nei confronti della mafia; Alessandro Manzoni, per l’esemplarità civile che lo rende una ‘funzione’ costantemente riattivata nell’arco del Novecento; e perfino I Beati Paoli (1909-1910), il romanzo di Luigi Natoli tornato in auge (e in libreria) di recente, che Consolo cita come esempio distintivo: la «leggendaria setta dei Beati Paoli, vendicatrice di torti e dispensatrice di giustizia», è ben altra e più romantica cosa rispetto alla vera mafia (Voragine a Palermo). Il punto è questo: per Consolo la realtà smentisce e supera la capacità di male che il romanzo può contenere (se per romanzo s’intende una rappresentazione troppo composta o suggestiva, che evita il confronto con la mafia reale, rimuovendola o dandone una versione bozzettistica). È un vizio antico: già Giuseppe Pitrè (1841-1916), il ‘demopsicologo’ siciliano da cui Verga aveva ricavato usi ed espressioni dei suoi personaggi, definiva la mafia «coscienza del proprio essere», «nozione esagerata della forza individuale». Una definizione ‘eroica’, insomma, che ha contribuito a generare stereotipi e orientare la narrazione romanzesca della mafia. Più grave, per Consolo, sembra la posizione di Capuana, che – alludendo all’inchiesta di Franchetti e Sonnino – già appariva insofferente verso i «cliché della mafia siciliana» e «la stampa a colori di una mostruosa mafia-piovra, dai mille viscidi tentacoli». In realtà, Capuana non assolveva la mafia criminale, ma ricordava come il significato originario del termine non avesse una connotazione così negativa. Le parole di Capuana servono tuttavia a Consolo per mettere in luce un atteggiamento, per denunciare una manipolazione molto contemporanea: per esempio, secondo Totò Cuffaro (all’epoca governatore della Regione) e altri politici e intellettuali dell’isola, a infangare la reputazione della Sicilia non sarebbe tanto la mafia, quanto chi la condanna pubblicamente (Disonore di Sicilia, 2005). È contro simili distorsioni che Consolo reagisce: «la lotta alla mafia ha bisogno di noi, di ognuno di noi, nella nostra limpida coscienza civile, della nostra ferma determinazione» (I nemici tra di noi, 1982). Nostra: è a quest’impegno che Consolo riserva il possessivo, riscattandolo dall’uso padrinesco nell’espressione ‘Cosa nostra’, non a caso rifiutata nel titolo del volume. La prospettiva suggerita dal quel titolo straniante – Cosa loro – ben corrisponde a quella dello scrittore; non segna una distanza, non allude alla lontananza puramente geografica che Consolo mise tra sé e la Sicilia, ma rivendica la condizione di chi non è implicato e può perciò vedere e raccontare quella ‘cosa’ per quel che è ed è stata. Consolo infatti parte sempre dalle origini del sistema mafioso, dalla sua autentica vocazione e collocazione politico-sociale. Riassumendo le tesi del saggio I ribelli (1966) di Hobsbawm, lo scrittore sottolinea le analogie tra mafia e fascismo, fenomeni entrambi orientati «in senso totalitario […] nelle due direzioni e verso i due poli dialettici, verso il capitale (il potere) e avverso il lavoro (il proletariato), diventando quindi potere politico esso stesso e nemico del proletariato». L’analisi è un antidoto contro ogni deformazione romantica: è questa forse la sostanza del discorso di Consolo, che attraversa i quarant’anni della sua pubblicistica contro la mafia, lasciando emergere una morale importante anche sul piano della rappresentazione letteraria, cinematografica e, oggi, televisiva. L’eccesso di racconto della fiction, al di là della diversa qualità degli esiti, trasforma le condizioni storiche e sociali alla base della dinamica mafiosa in situazioni, accentuando le manifestazioni esteriori (spesso di maniera) e isolando singole figure, che invitano a una paradossale identificazione. È di questo genere la critica che è stata rivolta, ad esempio, alla serie televisiva Gomorra, che – proprio perché narrativamente riuscita – fa della camorra un racconto epico. La fiction e il libro da cui è tratta non devono essere censurati (altra cosa è criticare, esteticamente, le cattive imitazioni); è bene però accostarvi, come contromisura, un libro come Cosa loro. Bastano i nomi: nelle fiction, si dà risalto al colore gergale, al diminutivo familiarizzante (Totò, Ciro, Genny), al soprannome suggestivo; negli articoli di Consolo, i nomi che si incontrano sono quelli di Pio La Torre, Rosario Di Salvo, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e molti altri che non richiamano un immaginario esotico (come ‘Sandokan’, soprannome del mafioso Francesco Schiavone) ma appartengono alla storia italiana, di cui Consolo segue gli sviluppi, vedendo nessi e costanti, dall’epoca della Democrazia cristiana a quella di Forza Italia e della Lega.

Proprio a un libro di storia somiglia a tratti Cosa loro, innanzitutto perché storica è, come si è detto, la prospettiva dell’autore, anche quando commenta fatti contemporanei; poi perché storici sono ormai gli eventi e le figure che evoca e come tali vanno trattati. Cioè vanno ricordati, interpretati, insegnati, specialmente oggi che di Cosa nostra non si parla quasi più, o almeno non con la stessa urgenza con cui se ne parlava negli anni Novanta (metà degli articoli qui raccolti, trentotto su settantasei, sono stati scritti in quel decennio). Si parla molto – è vero – di mafie al plurale, di camorra, ’ndrangheta; è un fenomeno che corrisponde all’effettivo mutamento degli assetti e dei rapporti tra organizzazioni criminali. Ma uno degli effetti di questa evoluzione è l’aver trasformato la mafia, attraverso lo storytelling, dal male che è in un genere narrativo.

[Immagine: Vincenzo Consolo]

Consolo e “Cosa loro”

Consolo e “Cosa loro”: raccontare la mafia e il male per immaginare il bene

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 A leggere e rileggere il tormentato Novecento siciliano, che inizia nel 1894 con la repressione dei Fasci e finisce alle ore 16.58 del 19 luglio 1992 in via Mariano D’Amelio a Palermo, si potrebbe pensare che la coscienza del giusto, al di sotto dello Scill’e Cariddi, sia solo un’anomalia cromosomica per cui è impossibile guarigione e redenzione. Resta l’eresia o, per meglio dire, la ricerca della verità storica dietro l’impostura del presente.

Vincenzo Consolo doveva sicuramente essere affetto da un’aberrazione etica di questo tipo come può attestare la lettura di Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010, volume appena pubblicato per i tipi di Bompiani con la curatela di Nicolò Messina, che raccoglie gran parte degli articoli sul fenomeno Mafia dello scrittore santagatese. Fra i primi documenti raccolti, infatti, troviamo chiara traccia della sua risoluta indole in una denuncia, scritta pochi giorni dopo l’omicidio del giudice Rosario Livatino (21 settembre 1990), contro l’organizzazione e la giuria del Premio Letterario Racalmare.

Consolo sosteneva che era impensabile continuare a prendere parte a manifestazioni letterarie sovvenzionate da denaro pubblico con la mafia pronta «ogni giorno di più» ad uccidere magistrati, agenti e giornalisti: «Ci sono momenti […] in cui bisogna rifiutarsi di suonare e cantare in pubbliche feste o cerimonie, bisogna appendere le cetre, farle oscillare “lievi al triste vento”, e non per dantesca “viltà” (non siamo, per fortuna, dei papi), ma, al contrario, per non allietare i responsabili dei mali, perché non s’ingenerino equivoci o fraintendimenti. Per salvaguardare la nostra dignità» (Le cetre appese ai salici, pag. 81).

Con queste parole – voce di colui che grida nel deserto – esortava il sindaco di Grotte, il consiglio comunale della città, i giurati del premio e il suo presidente, Gesualdo Bufalino, «che, ricevendo premi, non ha mai guardato, contrariamente a come faceva Sciascia, da quali mani gli arrivavano» (ibidem). Probabilmente l’autore si riferiva ad una cerimonia tenuta a Villa Malfitano nell’aprile del 1987, di cui si legge nel racconto poematico Sunnu palori comu linzittati di Nino De Vita: Bufalino e Sciascia vengono a sapere della possibile presenza di Salvo Lima alla loro premiazione. Quando Giusto Monaco ne dà conferma, Sciascia va via, Bufalino resta.

Il dolore e il furore per il giudice Livatino, per quell’ennesimo servitore dello Stato assassinato nel silenzio e nell’insensibilità collettiva, è ipotizzabile che siano stati gli stessi provati da Giovanni Falcone di fronte ai feretri del tenente Mario Malausa e dei suoi uomini uccisi con un’alfetta carica di esplosivo il 30 giugno 1963. Il dolore profetico, il furore dei giusti che segna una scelta. L’utopia della speranza diventava l’unica via percorribile per chi, uomo delle istituzioni, avrebbe continuato a lottare «per arrestare quel linguaggio fragoroso e mortifero della mafia, quel linguaggio del tritolo dall’accento ormai da terrorismo basco, da guerriglia libanese» (Falcone, il furore di un siciliano giusto, pag. 107).

Quel linguaggio negli scritti di Consolo è reso lingua, letteraria e cronachistica, con l’intento di provocare l’effetto contrario e di sovvertire il senso comune: bisogna raccontare il male sociale per immaginare il bene. Ed è in questo punto che molti ravvedono l’anomalia cromosomica succitata, perché qui i rami di olivo e di olivastro sembrano confondersi, la Mafia pare diventi l’olivo e chi tenta di combatterla si trasformi in olivastro. Per questa ragione, allora, per aver sempre tagliato quel ramo che la maggior parte di noi giudicava selvatico (pur non essendolo), c’è una responsabilità civile della «bellissima e disgraziata terra» di Sicilia: «Fuori dal simbolo, dentro la realtà, dentro la storia, sappiamo che il duplice atroce destino della Sicilia, l’intreccio suo inestricabile di civiltà e di barbarie, non è dovuto a un evento della natura, a una legge dell’esistenza, a un destino, a una condanna genetica, come spesso neolombrosiani d’accatto hanno voluto far credere, ma a precise responsabilità, a colpe della storia» (Borsellino, l’uomo che sfidò Polifemo, pag. 257)

Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010 se non è un’anomalia di sistema, risulta senz’altro la testimonianza migliore dello sguardo eretico di uomo che, fra realtà e rappresentazione, ha saputo vivere l’istanza etica connaturata alla catastrofe sociale del suo tempo, formalizzandola nella scrittura di un sogno siciliano, che ancora aspetta di inverarsi.

MARCO MARINO
da informazione on line Tp24.it
Giovedì 19 Ottobre 2017

” Cosa loro ” Vincenzo Consolo nota del curatore Nicolò Messina

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in limine

nota del curatore

I libri di mafia (creazione e saggistica più o meno documentata, accademica o giornalistica) costituiscono ormai un filone nutrito, a volte retro o autoalimentato, anzi sembrano addirittura aver fondato un nuovo genere a sé stante, arricchito di recente anche dalla variante “antimafia”. Insomma, dal negazionismo – è proprio la parola giusta anche se mutuata dall’ambito delle riscritture della storia di un fenomeno non meno ignobile e sanguinoso –, dal negazionismo dei sicilianisti dell’Ottocento o del padano Ernesto Ruffini e oltre, si è passati all’inflazione “mafiologica”. Il dato di fatto è, tuttavia, che le pagine sulla mafia si sono moltiplicate, e continuano a proliferare, ma che la mafia – nonostante il sacrificio di tanti eroici resistenti e a discapito degli schivi combattenti impegnati a produrre fatti – persiste e si declina ormai al plurale.

Questo libro non intende allungare la sfilza di opere di tale “genere” editoriale, accrescere il rumore sul fenomeno delle mafie, un plurale da qualche tempo universalmente accettato. Un plurale, questo, la cui scoperta e consapevolezza – se mi è permessa una pennellata personale – sono legate al ricordo lontano di un seminario sul «sistema clientelare-mafioso»: lo teneva Danilo Dolci ed erano gli anni Settanta.

Queste pagine di Vincenzo Consolo, così poco gridate, non sono scritte da un mafiologo, etichetta che ripugnava a lui tanto quanto all’antesignano Leonardo Sciascia: sono invece l’ennesima dimostrazione del suo acume di osservatore implacabile del reale storico, della sua caratura di giornalista nato, mosso da una “curiosità” che è un “prendersi cura”, un “aver premura” di conoscere, di andare oltre le apparenze, di intervenire; sono, in un vasto arco temporale, un suo doveroso e sofferto fare i conti con una Sicilia-mondo – contro i suoi voti e desolatamente – più olivastro che olivo.

Da un esame dei documenti dell’archivio personale dello scrittore a Milano, i “pezzi” con attinenza alla mafia – sparsi in vari periodici o inediti – sono riconducibili grosso modo al periodo 1970-2010 e risultano un’ottantina. Il regesto completo è inserito in un’apposita Appendice finale.

Questo volume ne accoglie 64. I pezzi sono ordinati cronologicamente e corredati da una nota a piè di pagina con la fonte e la datazione. Ad ognuno di essi corrispondono ulteriori informazioni raccolte nell’appendice principale intitolata: Altre notizie sui testi.

Dei vari testimoni editi è stata seguita la lezione pubblicata. Nei casi in cui risultavano ancora custodite, sono state anche considerate, e in qualche caso preferite, le versioni manoscritte e/o dattiloscritte. Le varianti e i refusi di stampa emendati, certo interessanti dal punto di vista filologico, sono stati raccolti e registrati, ma alla fine non sono rientrati in questa edizione.

Dei 64 pezzi trascelti, alcuni sono motivati dalle impellenze dell’attualità (sia la cronaca legata a fatti di sangue o giudiziari, sia quella – nel formato della recensione – riguardante l’uscita di libri attinenti la mafia); altri sono improntati alla riflessione storico-sociologica generale. Ad una presentazione schematicamente tematica si è però preferita alla fine quella in stretto ordine cronologico di concepimento-gestazione-edizione, che ha il vantaggio di un approccio di lettura più libero e inoltre, non solo consente di seguire da vicino il dispiegarsi dell’interesse di Consolo per l’argomento, nel più vasto contesto della sua ininterrotta riflessione sulla storia italiana moderna e contemporanea, ma dimostra pure quanto le mafie fossero per lui Cosa loro, da cui prendere le distanze e da contrastare indefettibilmente e in ogni modo. Di qui il titolo e il sottotitolo dell’edizione: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010.

Nei casi non infrequenti di riprese e riscritture — è noto e ampiamente studiato il carattere palinsestico della scrittura consoliana – si propone tendenzialmente l’espressione, per così dire, più compiuta (per lo più la recentior) e si rende conto nelle Altre notizie sui testi delle eventuali testimonianze vetustiores e non. Il principio ispiratore dell’edizione è quello del rispetto dei processi elaborativi dell’Autore e del suo ne varietur conclusivo. Il che ha implicato – va da sé – l’omissione di alcuni dei “pezzi”, dei quali resta tuttavia traccia fra le Altre notizie sui testi e nel regesto finali, e – in sparute occasioni – qualche ritocco (espuntivo e non).

València-Marsala, giugno 2017

Nicolò Messina

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Nicolò Messina
Universitat de València
https://uv.academia.edu/Nicol%C3%B2Messina
Di formazione filologico-classica (Laurea Magistrale con lode in Latino medievale, Università di Palermo), è Dottore di Ricerca in Italianistica cum laude (European Label, Universidad Complutense de Madrid).
Dal 2011 è docente di Italianistica alla Universitat de València (Corso di Laurea in Lingue e Letterature Moderne, e in Traduzione, Interpretazione e Mediazione linguistica). In precedenza ha insegnato presso le Università di Santiago de Compostela, Complutense di Madrid, di Santiago del Cile (USACH, Católica de Chile, UMCE) e di Girona.
Ha allestito edizioni critiche di alcuni testi ispano-latini del VII-IX sec., tra cui: Pseudo-Eugenio di Toledo. Speculum per un nobile visigoto (Santiago de Compostela, 1984).
Nell’ambito dell’italianistica gli interessi sono linguistico-letterari ed ecdotici. Ha pubblicato studi sulla lingua di alcuni autori contemporanei (Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli, Enrico Brizzi, Stefano Vilardo).
A Vincenzo Consolo ha dedicato buona parte delle sue ricerche. In particolare: Breve viaggio testuale a ritroso: i retablos di Vincenzo Consolo (Madrid, 1997); Plurilinguismo in «Il sorriso dell’ignoto marinaio» di Vincenzo Consolo (Aarau [CH], 1998); Per una storia di «Il sorriso dell’ignoto marinaio» (Barcelona, 2005); Nello scriptorium di Vincenzo Consolo. Il caso di «Morti sacrata» (Lecce, 2006); Tra Mandralisca e Crowley. Su alcuni quaderni dell’Archivio Consolo (Stresa, 2010). Ha anche allestito l’edizione commentata del racconto La grande vacanza orientale-occidentale (Barcelona, 2005) e l’edizione critico-genetica di Il sorriso dell’ignoto marinaio (Madrid, 2009), pubblicata [ISBN: 978-84-692-0074-2] nella collana «E-Prints Complutense» (http://eprints.ucm.es/8090/). Inoltre – prima della curatela della raccolta di scritti giornalistici: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione (Milano: Bompiani, 2017) – ha realizzato quella della silloge di racconti: La mia isola è Las Vegas (Milano: Mondadori, 2012). Ha tradotto in castigliano il racconto Le lenticchie di Villalba (Las lentejas de Villalba, Santiago de Chile, 2000).
È membro del Consiglio di redazione della rivista accademica Quaderns d’Italià / Quaderni d’Italiano [Barcelona, Girona].
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Cosa loro ” Mafie tra cronaca e riflessione ” Vincenzo Consolo

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La mafia 1

Diciamo subito mafia con emme minuscola: un sostantivo,

un nome comune che indica un certo fenomeno storico‐

sociale: come dire brigantaggio, pirateria, banditismo,

contrabbando… Sono tante le mafie: di antiche e moderne,

di europee e di americane del Nord e del Sud; esse possono

sorgere nelle più varie strutture della vita sociale; nelle

strutture economiche, politiche, ecc.

Ma se diciamo Mafia, con la emme maiuscola, ci riferiamo

subito a quel tipico fenomeno sociale che è nato in

Sicilia più di un secolo fa. E se di mafie in genere non sappiamo

neppure quante ce ne siano o ce ne siano state, della

Mafia siciliana si sa molto. Essa è l’unica associazione di

questo tipo, dell’Europa moderna, che sia stata ampiamente

descritta e analizzata. Dall’unità d’Italia in poi storici,

etnologi, uomini politici, giuristi, scrittori, si sono occupati

del fenomeno: da Napoleone Colajanni al Cutrera,

all’Alongi, al Pitrè, ai due parlamentari Sonnino e Franchetti,

per arrivare, ai giorni nostri, al Pantaleone, al Renda,

all’americano Reid, agli inglesi Smith e Hobsbawm, a

Salvatore Francesco Romano, Girolamo Li Causi, a Danilo

Dolci, a Leonardo Sciascia.

Si dice mafia o maffia? Da dove deriva il nome? Che

cos’è mafia? Cos’è la Mafia? Quali sono le sue origini? Prima

di rispondere a queste domande bisogna subito affermare

che la Mafia è ed è sempre stata una pericolosa e

dannosa associazione a delinquere, una organizzazione di

criminali. Accettata la grafia più corrente moderna, Mafia,

con una sola effe, non si sa quale accettare delle svariate

interpretazioni etimologiche: Mafia deriverebbe dall’antico

termine francese “maufe”, “mauvais”, cattivo; Mafia

deriverebbe dal fiorentino maffia, miseria; dall’arabo “mahias”,

vanteria; dall’italiano “muffole”, manette. Il magistrato

Giuseppe Guido Lo Schiavo, autore di Piccola Pretura,

un romanzo‐cronaca sulla mafia dal quale Pietro Germi

trarrà il soggetto per il suo film In nome della legge, afferma

che mafia deriva dall’arabo “maha”, grotta, e mafia

si chiamava appunto una grotta nella quale dei liberali

siciliani complottavano contro i Borboni e prepararono lo

sbarco di Garibaldi a Marsala. Mafioso diverrà quindi sinonimo

di bello, generoso, coraggioso. Anche per l’etnologo

siciliano Giuseppe Pitrè mafia esprimerebbe l’idea di

qualità superiore. Da qui la sua definizione: «La mafia è la

coscienza del proprio essere, la nozione esagerata della

forza individuale». Il Pitrè genererà una serie di equivoci.

Il più importante dei quali quello del diffondersi dell’idea

del mafioso come bandito eroe, giustiziere, una specie di

Robin Hood: vendicatore delle prepotenze dei forti contro

i deboli, dei ricchi contro i poveri; uomo giusto che si sostituisce

all’ingiustizia delle leggi dello stato. Equivoco in

cui sono caduti e cadono molti siciliani, da Vittorio Emanuele

Orlando a molti uomini politici, per un malinteso

senso dell’onore, del “buon nome dell’Isola”, fino al giornalista

Giuseppe Longa che affermava essere la Mafia: «una

fluida inafferrabile cosa: una atmosfera». «E sarà magari

un’atmosfera – gli risponderà lo scrittore Leonardo Sciascia

– ma il fatto è che si tratta di un’atmosfera che spara e

che, per di più, spara in determinate direzioni. È un’atmosfera

che predilige scaricarsi sotto forma di raffiche di mitra,

in direzione dei sindacalisti. Dimmi contro chi spari e

ti dirò chi sei: almeno questo possiamo dirlo».

Quando nasce la mafia? Dopo il 1860 afferma, la maggior

parte degli storici. Ma le cause del sorgere della Mafia

in Sicilia sono certo antecedenti. Le cause sono le parti9

colari condizioni storiche e sociali dell’isola: l’esistenza del

latifondo da una parte e dell’arretratezza e della miseria

del mondo contadino dall’altra: esistenza di un mondo

feudale protrattosi nella storia anche dopo la Rivoluzione

Francese e anche dopo l’unità d’Italia. Non vi è dubbio che

i contadini siciliani erano abituati a considerare il governo

centrale non come un vero stato, con leggi giuste e risolutive

di problemi annosi, ma come qualcosa di lontano ed

estraneo che si presentava a loro ogni tanto sotto forma di

esattore delle tasse, di poliziotto o di giudice di tribunale.

Già dall’abolizione ufficiale del feudalesimo in Sicilia

(1812‐1838) e dopo l’Unità d’Italia, tra la classe popolarecontadina

e il feudatario si sviluppa una classe media di

agricoltori capitalisti appaltatori, avvocati e simili. Da questa

classe media viene fuori quella che Hobsbawm chiama

il «sistema‐parallelo», il sistema autoritario e legiferante

che si sostituisce a quello dello stato: la mafia. La spina

dorsale della Mafia erano i gabellotti – appartenenti alla

classe media più ricca – che corrispondevano ai proprietari

feudali un affitto globale per l’intera proprietà e subaffittavano

ai contadini e praticamente erano diventati l’effettiva

classe dominante al posto dei padroni. Questi ultimi

erano intenti a sperperare, nei loro fastosi palazzi di

Palermo, i loro redditi o a rivivere, con feste e usanze, un

passato che non esisteva più. Il romanzo di Lampedusa Il

Gattopardo fa una radiografia lucida di questo passaggio

storico, con i Sedara che si sostituiscono ai Salina e divengono

oltre che ricchi, classe dirigente, uomini politici.

Nel 1865, il prefetto Gualtiero, scrivendo una relazione

sulla situazione dell’ordine pubblico in Sicilia affermava

che «l’origine del sempre maggior turbamento esistente

nello spirito pubblico dell’isola e della scarsa autorità morale

che le autorità esercitavano era un grave, prolungato

malinteso tra il Paese e l’autorità». In queste condizioni

era stato dunque facile, secondo il Prefetto, il diffondersi

della «cosidetta mafia», «associazione malandrinesca»,

che, per il Gualtiero ha sempre avuto in Sicilia dirette rela10

zioni con la vita politica. Il carattere particolare della mafia

siciliana era anzi da individuare nella particolare abitudine

e necessità di legame tra malandrinaggio e partiti politici.

Giacché, anche negli anni seguenti, delitti e “malandrinaggio”

non mostrano d’aver fine, i responsabili politici

italiani si renderanno lentamente conto della necessità

di conoscere meglio la situazione dell’isola: mentre, da

privati, due onorevoli toscani, Franchetti e Sonnino, intraprendono,

dopo il ‘70, un’indagine sulla situazione siciliana,

il 29 giugno 1875 il Senato approvava così una legge

che portava come denominazione quella di Inchiesta sulle

condizioni sociali ed economiche della Sicilia e sull’andamento

dei pubblici servizi. La commissione creata a questo scopo

avrà un anno di tempo per condurre un’indagine approfondita

con estesi poteri, sui fenomeni di “malandrinaggio”.

La relazione della commissione verrà pubblicata nel

1876, ma gli atti completi dell’inchiesta, che ha incontrato

numerosi ostacoli e resistenze, verranno praticamente

ignorati fino ad oggi. Gli interrogatori, i verbali delle sedute

verranno così pubblicati solo nel 1969, per iniziativa

dell’Archivio Centrale dello stato. Si tratta di un materiale

che rappresenta molto meglio della reticente relazione finale,

un’interessante e preziosa miniera di notizie, che serve

anche a ricostruire la storia del nostro sud dopo l’unità.

Ecco cosa afferma, per esempio, a proposito dell’andamento

della giustizia nell’Isola, nella sua relazione alla

Commissione d’inchiesta, il procuratore di Girgenti: «…

Se capitano dei poveri disgraziati che non hanno protezioni,

impegni denari, né appartengono alla maffia, si può

star sicuri, non troveranno indulgenza alcuna, e si avranno

verdetti severi e giusti. Ben altro è poi se gli imputati

appartengono a classe agiata; ovvero alla maffia; per qualunque

atroce crimine si può star sicuri d’ottenere verdetti

di incolpabilità: o, se il fatto fosse di tale evidenza di prove

da non potersi, se non con spudoratezza, negare, saranno

sempre ammesse dai giurati tutte quelle circostanze introdotte

dalla difesa, risultino oppure no, dal dibattimento,

 

che valgano a ridurre ai minimi termini l’imputazione e la

relativa pena».

La precisa e coraggiosa descrizione del procuratore

non ha bisogno di commenti. Man mano che le gerarchie

andavano potenziandosi e che si delimitavano le varie zone

di influenza mafiosa e man mano che il prestigio dell’“

onorata società” andava sempre più sostituendosi, di

fatto, ai poteri legittimi, accadde naturalmente che la mafia

andasse al di là delle sue attribuzioni originarie, e dei

suoi primitivi interessi, per rivolgere la sua attività ad ogni

settore della vita pubblica; ed anche questo può essere

desunto dai verbali dell’inchiesta.

Altrettanto bene se ne ricava, leggendo ad esempio l’interrogatorio

dell’ex deputato avv. Salvatore Carnazza, il

senso di sfiducia verso il nuovo stato che assumerà agli occhi

delle masse l’aspetto di uno stato repressivo. Infatti il

sud si era ribellato ai Borboni per il loro malgoverno. «Il

generale Garibaldi attraversava il Paese accompagnato

dalla rivoluzione. Egli portava in trionfo la bandiera dell’unità.

Ma la bandiera era piantata in un Paese in rivoluzione

», affermava De Pretis nell’ottobre del 1860, all’epoca

del dibattito alla Camera sull’annessione delle Provincie

meridionali. I motivi che avevano spinto i siciliani a fare la

rivoluzione erano ancora quelli che avevano prodotto i

vecchi moti: abbattere le strutture feudali, con tutte le ingiustizie,

le violenze, le corruzioni prodotte da quel sistema.

Come rileverà il De Cordova, deputato moderato al

Parlamento, «quando un Governo riceve un Paese non da

una conquista ma dalle mani della rivoluzione, deve domandarsi

per quali bisogni questa rivoluzione si è fatta, e

pensare a soddisfarli». Niente di tutto ciò, invece, verrà

fatto, e lo si vede già scorrendo le pagine della inchiesta.

Le proteste dei contadini delusi verranno così duramente

represse, sin dagli inizi, anche con la forza dalle truppe

dell’esercito garibaldino con fucilazioni e condanne sommarie;

la più nota repressione è quella eseguita dalla 15a

divisione di Nino Bixio, al quale verrà data la missione,

 

come scriverà alla moglie, «di dare il terribile esempio alla

popolazione di Bronte e dei paesi vicini». Dalle pagine

dell’opera ricaviamo pure l’incredibile indifferenza e ignoranza

di molti governi nei confronti dei problemi reali della

Sicilia. Quella Sicilia che per il Minghetti era la plaga

più fertile d’Europa, così come per il Cavour era invece in

base agli impressionanti dati raccolti dagli inquirenti la regione

in preda alla più profonda miseria e da questa miseria

la mafia traeva la sua forza.

Secondo molti uomini politici, dopo l’unificazione sotto

un governo finalmente “civile”, i siciliani avrebbero dovuto

rapidamente e automaticamente emanciparsi dalla

loro miseria e godere così delle ricchezze della loro Terra.

Con sorpresa generale le condizioni della Sicilia al contrario

non muteranno affatto: i delitti continueranno, si continuerà

a parlare sempre più frequentemente di mafia. A

un generico ottimismo succederà un altro generico e facile

pessimismo e gli abitanti verranno così definiti da un

membro responsabile del governo come «un esercito di

barbari accampato fra di noi», e D’Azeglio suggerirà di separare

nuovamente il Sud dall’Italia, mentre De Pretis parlerà

di «un paradiso governato da Satana».

Le repressioni di cui si è detto e il trattamento da cittadini

di seconda classe da parte del nuovo governo, che

considerava a questo punto, non ancora pervenute al grado

di “civiltà” del resto d’Italia le masse isolane, e quindi

largheggiava in provvedimenti restrittivi, terranno dunque

viva la sfiducia verso lo stato e daranno maggior fiato

alla mafia, in un drammatico circolo vizioso, perché questi

provvedimenti rinfocolavano l’ostilità della popolazione e

questo, a sua volta, dava motivo per altri provvedimenti

repressivi. Favorita da questo contesto sociale, la mafia assumeva

un aspetto sempre più organizzato e ragguardevole.

Era tutto un mondo dove la dipendenza personale

dal ricco e dal potente era sentita continuamente come una

necessità che assicurava al debole il soddisfacimento di bisogni

elementari: trovar lavoro, essere difeso nelle liti, ecc.

 

e offriva allo stesso tempo al forte lo strumento di una potenza

capace di passare al di sopra della legge ufficiale, o

in cui questa s’inchinava alla legge clandestina: un distinto

avvocato di Messina fu mandato alla corte di Assise di

Caltanissetta e fu assolto perché «quanto ci poteva essere

di protezioni, di intrighi, di impegni della mafia messinese

tutto si rivolse in Messina nel giorno dell’arresto. In breve

fu assolto e il giorno appresso pretese di essere rimesso in

ufficio, e io aveva fatto il rapporto per la destituzione».

Così afferma alla Commissione Vincenzo Calenda, procuratore

generale della Corte d’Appello di Palermo.

Questo è il quadro necessariamente schematico che

presenta il fenomeno della mafia al momento del suo

maggior sviluppo, che va, press’a poco, dall’unità d’Italia

al 1918 e che i risultati dell’inchiesta del 1875 ci fanno vedere

chiaramente. Concisamente Leonardo Sciascia, siciliano

e autore di saggi e romanzi basati sulla mafia, così definirà

la mafia giunta al suo processo finale di chiarificazione:

«Un’associazione a delinquere, con fini di illecito

arricchimento per i propri associati e che si pone come elemento

di mediazione tra la proprietà e il lavoro: mediazione

si capisce parassitaria e imposta con mezzi violenti».

L’Hobsbawm – analizzando la storia della mafia – vedrà

come essa a poco a poco, da oppositrice al potere politico,

diverrà di esso alleata. Man mano che le masse contadine

prenderanno coscienza e si organizzeranno politicamente,

essa si sposterà sempre più verso la reazione.

Nei moti contadini del 1894 – i fasci siciliani – essi [i mafiosi]

saranno alleati con le forze della repressione. E così,

fino al 1947, alla strage di Portella delle Ginestre, dove la

mafia si servirà della banda Giuliano per sparare su masse

contadine inermi e riunite per festeggiare il primo maggio.

87 anni dopo l’inchiesta di cui ci siamo occupati la mafia,

che nel frattempo ha continuato a evolversi e ha spostato

la sua attività nelle città, dopo aver “congelato” almeno

nelle parti più vistosamente esterne la sua attività

durante il fascismo, essendo divenuta, una volta abolite le

 

libertà democratiche, una sovrastruttura costosa e nociva

agli interessi della classe agraria, è ancora viva. Essa sarà

oggetto di un’altra inchiesta: con legge 20 dicembre 1962

  1. 1720, veniva infatti costituita la commissione parlamentare

d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Il 30

giugno 1963, a Ciaculli, una località vicino a Palermo, una

Giulietta carica di tritolo esplodeva uccidendo alcuni

membri delle forze dell’ordine, tra cui un giovane tenente

dei Carabinieri. Il 6 luglio dello stesso anno la Commissione

parlamentare si mette al lavoro. Il 6 agosto 1966 l’allora

Presidente della commissione, il senatore Donato Pafundi

in un’intervista al Giornale di Sicilia dichiarava che «l’archivio

della commissione poteva paragonarsi a una polveriera

». A tutt’oggi comunque i risultati non sono stati resi

noti, tranne una breve relazione di tre pagine sull’andamento

dei lavori. Di questa inchiesta si occupa il secondo

libro Antimafia: occasione mancata, del noto saggista Michele

Pantaleone, un siciliano di Villalba, un paese tradizionalmente

dominato dalla mafia. Nel volume in questione

Pantaleone si occupa tra l’altro dello scandalo di Agrigento,

della mafia dei mercati generali di Palermo, degli enti

locali, del Banco di Sicilia, riferendosi sempre all’attività

della commissione antimafia. Grazie a queste due opere

dunque il panorama della mafia siciliana si offre al nostro

interesse in un arco ininterrotto di quasi un secolo.

 

1 Dattiloscritto inedito di nove carte, non datato (1969?).

Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Esce il 20 settembre per Bompiani una raccolta di testi giornalistici del narratore
Contro la mafia un’appassionata militanza civile, innescata da un’antica esortazione

Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)

«Adesso odio il paese, l’isola, odio questa nazione disonorata, il governo criminale, la gentaglia che lo vuole… Odio finanche la lingua che si parla…». È un’invettiva con cui Vincenzo Consolo apostrofò la sua amata/odiata Sicilia in una pagina di Nottetempo, casa per casa, il romanzo che nel 1992 vinse il Premio Strega. Pubblicata negli anni Novanta anche dalla rivista siciliana «Euros» (ora scomparsa), è ripubblicata ora dall’editore Bompiani nel libro che sta per uscire: Vincenzo Consolo, Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione, che raccoglie una vasta selezione degli articoli giornalistici dello scrittore nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello, nel Messinese, morto a Milano nel 2012. Sessantaquattro articoli, scelti a cura di Nicolò Messina. Un romanzone nero di perenne attualità, purtroppo, sulle amare, spesso truculente vicende dell’isola, protagonista la mafia.

«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)

«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)

Ha scritto Cesare Segre nel Meridiano Mondadori uscito due anni fa che «Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile». Ma Consolo che si definiva «archeologo della lingua», musica dei suoi libri, si potrebbe dire, trapanatore di ogni parola, conosce bene, e rispetta le differenze che esistono tra la scrittura dei suoi romanzi e la scrittura di un articolo di giornale che deve essere limpida e chiara, testimonianza veritiera del fatto che racconta.

Amava molto il giornalismo, Consolo. Fu la sua seconda natura, politica e civile, di pronto intervento spesso, e anche miniera d’invenzione. Alla metà degli anni Settanta del Novecento, quando tutta l’Italia era ribollente di violenza e di passione — non era ancora uscito il suo meraviglioso romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio — pensò persino di fare il giornalista di professione.

Vincenzo Consolo (1933-2012)

Vincenzo Consolo (1933-2012)

Scrisse molto sui giornali. Per decenni collaborò all’«Ora» di Palermo, quotidiano coraggioso e ribelle dove per sei mesi, nel 1975, lavorò, piccolo inviato, in redazione. Scrisse poi su «Tempo illustrato», sul «Messaggero, sul «Corriere della Sera», sull’«Unità», sul «Manifesto». Non si ritraeva mai anche quando gli veniva chiesto un articolo su fatti sanguinanti appena accaduti. Sapeva nutrire le notizie con la sua profonda cultura.

Protagonista di Cosa loro è dunque la mafia del passato e del presente che Consolo visita e rivisita con perenne angoscia e dolore. Perché questa cappa di morte, sembra chiedersi a ogni riga, deve pesare da più di un secolo sulla Sicilia un tempo incontaminata? «Com’è possibile che qui, in quest’isola di tanta storia, di tanta cultura, di tanta civiltà ci possano essere mafiosi, criminali spietati, autori di efferati delitti, di stragi?». Un’ossessione, un tormento.

Gli articoli si incastrano l’uno nell’altro e creano un unicum tra le narrazioni di bellezza dei luoghi e, troppo spesso, di morte: il mare color del vino, le eredità della Storia, gli Angioini, gli Aragonesi, i re di Castiglia, le cupoline arabe color rosso sangue di San Giovanni degli Eremiti, la cattedrale di Palermo che custodisce i sarcofagi romani e le urne di porfido di re e imperatori, Federico II e Costanza d’Aragona, e poi lo Spasimo, la chiesa cinquecentesca dei padri olivetani senza più il soffitto, ma affascinante, lo Steri, il palazzo dell’Inquisizione, e anche i quartieri marcescenti, la Kalsa, Ballarò, la Vucciria, il Capo, il mondo delle zolfare, posto di lavoro e di sopraffazione padronale, il degrado dell’isola dove le case, nell’ultimo mezzo secolo, indifferenti o complici i governanti, sono state costruite sulla sabbia del mare. «Un paradiso abitato da diavoli».

Ma è la mafia la vera prima attrice del libro. Consolo scrive di Riina, dello stalliere Mangano, degli andreottiani di Palermo, Lima, i Salvo, non si dà pace. Racconta quando, ragazzetto decenne, accompagnò il padre commerciante su un vecchio camion Fiat 621 e a Villalba conobbe un tale che si chiamava don Calò Vizzini, «un vecchio laido, bavoso». Il maresciallo dei carabinieri del paese aveva vietato al signor Consolo di caricare un sacco di lenticchie, don Calò lo autorizzò. «Hai visto», gli disse il padre, «da queste parti il capomafia comanda più dei carabinieri. Scrivilo, scrivilo a scuola». Vincenzo gli ubbidì per tutta la vita.

Il libro è ricco di fatti noti e anche dimenticati. Lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel 1943, con il contributo essenziale di Cosa nostra, Portella della Ginestra, il bandito Giuliano, Pisciotta, le bugie istituzionali, la consapevolezza che la mafia non è una normale organizzazione criminale debellabile dalla repressione della polizia, ma è un altro Stato, con le sue leggi di rovina e di morte. È una continua constatazione per Consolo: «Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione, sa che la mafia, questa mala pianta, questo olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l’isola è stata tenuta, per l’ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata, da dominazioni, governi, da ottuse cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia si è sviluppata con l’abbandono, con l’assenza dello Stato, con la connivenza, l’aiuto di regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti».

La mafia umilia e infama nel mondo la Sicilia della storia, della cultura, dell’arte, della filosofia, del diritto, scrive Consolo raccontando i terribili anni Ottanta-Novanta del Novecento, quando tutto sembra perduto, quando una impressionante catena di assassinii — magistrati, politici, uomini dello Stato, carabinieri poliziotti, piccoli industriali — insanguina Palermo, città d’Italia e d’Europa: Piersanti Mattarella, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Libero Grassi, Ninni Cassarà, Gaetano Costa e poi Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Dopo l’assassinio del generale pare che si apra un tempo di speranza in cui anche Consolo crede. Falcone, Borsellino, altri giovani magistrati sembrano rappresentare allora la Sicilia che crede nella legge, nella libertà, nello Stato di diritto e si battono per una vera giustizia. Nasce dal loro lavoro il maxiprocesso che inizia nel febbraio 1986 nell’aula dell’ Ucciardone contro Abate Giovanni + 706, i capi della mafia e i gregari assassini che saranno condannati nei tre gradi di giudizio. Sembra l’inizio di una nuova era, quella degli italiani onesti.

È davvero così? La mafia nella storia non si dà mai per vinta e anche allora non dimentica il 16 dicembre 1987, data della sentenza definitiva della Cassazione.

La vendetta arriva nel 1992, il terribile anno dell’assassinio di Falcone e di Borsellino. Il popolo di Palermo quell’estate si ribella, passa insonne le notti nelle strade, nelle piazze, appende alle finestre e ai balconi lenzuola e panni bianchi. È il suo modo di dire no, di chiedere giustizia.

Non è finita. Il 15 settembre 1993, nel quartiere di Brancaccio, viene assassinato don Pino Puglisi, il parroco della chiesa di San Gaetano: «Un uomo, don Pino — scrive Consolo — in lotta contro i non uomini, i mafiosi e i sicari del quartiere, per salvare i bambini e i ragazzi da un destino di violenza, di illegalità, di miseria e ignoranza, di inciviltà».

Fino alla morte Vincenzo Consolo avrà nel cuore quegli uomini che si sono battuti allo spasimo, caduti nella lotta alla mafia: «Sono loro — scrive — l’onore di Sicilia e di tutto questo nostro paese irriconoscibile e irriconoscente».

Incroci identitari in Vincenzo Consolo

Scritto da Mario Minarda – cover consolo

(Recensione a Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo, Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38).

Due parole al singolare, mito e storia, che fissano i nuclei ideativi di partenza e una al plurale, letterature, che di quei nessi costituisce la filigrana espressiva, la facies esteriore, ma anche l’antico sostrato di fondo, disseminato in reminescenze culturali multiple. Queste le connotazioni principali che affiorano leggendo Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo (Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38), una piccola silloge di prose in forma breve che raccoglie testi già pubblicati dall’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio, alcuni dei quali presenti nel recente Meridiano mondadoriano, curato da Gianni Turchetta.

Il libro presenta un prezioso incastro di storie, riprodotto anche nella struttura stilistica degli scritti, accomunati dall’incisiva brevitas e dal tema conduttore: il viaggio, il movimento continuo come metafora di accoglienza e scambio. Ma anche come dispositio mentale di luoghi e sogni, identità meticcie, desideri ed emancipazioni. La dimensione narrativa, da questo punto di vista, è solo l’attacco emblematico di un itinerario conoscitivo nel quale trovano posto riflessioni critiche sulla lingua e la storia, reportage, memorie private e recensioni letterarie: spunti per una spicciola, e sui generis sociologia della letteratura, in costante dialogo con i fermenti dell’attualità.

Attraverso essa Consolo ci consegna una scrittura ricca, curiosa e vorace, dipanata in una tessitura testuale che segue la Storia ufficiale (citata , per esempio, è la Storia dei musulmani in Sicilia, di Michele Amari), ma che non disdegna le antiche cronache locali dimenticate, gli aneddoti legati a certe figure minori, o le microstorie, anche di natura (auto)biografica, che hanno dato vita a trame letterarie di intensa levatura, come ci insegna, tra gli altri, Leonardo Sciascia, che di Consolo fu amico e maestro. Ne viene fuori una prosa a metà strada tra racconto e saggio, nella quale l’armonizzazione dei pensieri dell’autore si accompagna ad una piacevole cifra conversativa con il lettore.

Si parte così dal racconto dei racconti, ovvero Il viaggio iniziatico di Ulisse nei mari dell’immaginario, palinsesto mitico per eccellenza, bacino universale di smarrimenti e frustrazioni, ma anche di fascinose seduzioni, dal momento che «Il romanzo di Ulisse non poteva che svolgersi in mare, perché il mare, questo cammino mobile e mutevole, è il luogo dove avviene il distacco dalla realtà, dove fiorisce il fantastico, il surreale, l’onirico» (p.7). Il movimento si associa al ricordo e alla trascrizione di esso, come a volere catturare un’impressione gravida di informazioni sul sociale, religiose, geografiche, familiari. È il caso del viaggio di Ibn Giubayr, curioso pellegrino arabo di fede islamica che disegna nel suo taccuino una privata odissea, ossia un «magico Memoriale» pubblicato postumo, che rievoca un lungo percorso da Granada verso la Mecca, passando attraverso le meraviglie abbaglianti di una Sicilia ancora inedita.

L’autore non manca tuttavia di gettare un occhio alle questioni geopolitiche più controverse, per scoprire come facili razzismi e difficili integrazioni odierne, andando indietro nel tempo, apparissero lievemente mutate di segno: ne è eco «la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano» in Tunisia che «avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali» (p.26).

La congerie embricata di trame e riflessioni morali continua fino alla chiusura dell’antologia consoliana, costituita dal racconto Uomini sotto il sole del 1963, dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani. Attraverso questo libro, che parla di esuli, di profughi senza patria morti tragicamente mentre andavano in cerca di fortuna nel Kuwait, Consolo ci parla del tema delle precarie identità nazionali e civili, sfibrate in mille rivoli retorici e spesso avulse dal multi prospettico reale; dolenti tasselli di una consunzione erratica e seminomade che dal mondo torna sempre alla letteratura e, attraverso essa, guarda con più viva circolarità e densa incisività di nuovo al mondo.

” La Luna ” brani di Vincenzo Consolo

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*
Quand’ecco all’improvviso distaccasi la Luna, rotola sul profilo del Grifone, Gibilrossa, Bellolampo, scivola sui merli delle torri, le curve delle cupole, le guglie, le banderuole in cima ai campanili, e s’appressa crescendo a dismisura, fino che viene ad adagiarsi nel giardino sopra i bastioni, tra le palme e le voliere, grande come il rosone d’una chiesa, e vomita scintille dal suo corpo.

(Lunaria)

In quel modo si spegne a poco a poco, annerando, mentre pigolano gli uccelli e passiscon sfrigolando i gelsomini, le pomelie, le aiole d’erbe, di fiori senza nome. Allora, guardando il cielo, vedo, dove lei s’era divelta, un’orma, una nicchia, un vano nero che m’attrae e dona nel contempo le vertigini…

(Lunaria)

… il cielo si schiariva, le stelle si spegnevano, sparivano, e la luna di tre quarti, perdeva la sua luce, impallidiva, si faceva di carta matta, una velina.

Appariva, di là della vallata, di là del Dessuèri e del Dittàino, di là d’Adrano, Jùdica e Centùripe, contro un cielo viola e lucescente, la cima innevata e il fumo del vulcano.

(Le pietre di Pantalica)

… supino, guardavo il cielo che da mosso si faceva violaceo e s’incupiva man mano.

Apparve una falce di luna, e mi tornarono in mente, chissà perché, a me che non ho mai amato il melodramma, le dolcissime note belliniane e le parole della preghiera di Norma: “Casta Diva, che inargenti ….”

(Le pietre di Pantalica)

Sorgeva l’algente luna in quintadecima e rivelava il mondo, gli scogli tempestosi e il mare alla Calura, stagliava le chiome argentee, i tronchi degli ulivi.

Sopra la collina Santa Barbara, in cima, sul declivio, per la pianura breve, contro la vaga luce mercuriale, parevan sradicarsi, muover dondolando, in tentativo di danza, in mutolo corteo, aspri, rugosi, piagati dalle folgori, maculati da lupe, da fumiggini, spansi o attorti con spasimo in se stessi.

Sale, sale pel cielo il turbine di lucciole, lo zingo fantasmatico, sale e suscita maree, turbamenti, lieviti, tristizie – se lento il progredire e inesorabile riduce la fiducia, incrina la quiete, sospinge alle discese scivolose, agli spenti catoi melanconici, l’estremo che s’involge, il colmo che trabocca, il pieno che tramuta in decrescenza sprofonda nel terrore, annega nell’angoscia.

(Nottetempo, casa per casa)

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brani scelti da Claudio Masetta Milone

4 liriche Vincenzo Consolo

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Quando qualcuno glielo chiedeva, Vincenzo Consolo negava recisamente di aver mai scritto poesie. Un’affermazione che non corrispondeva del tutto alla verità. Era la sua idea della poesia, intesa come la più ardua forma d’arte, e la sua intransigenza di artista mai soddisfatto di sé e degli altri, a impedirgli di dirsi ‘poeta’. Anche se poi la poesia entrava di diritto nel suo stesso modo di concepire la narrazione. In un’intervista rilasciata a Rosaria Guacci per il trimestrale ‘Tuttestorie’, dice: “Il romanzo era per la borghesia, oggi è inconcepibile… Io non scrivo romanzi. Io narro, e la narrazione ha radici lontanissime, che risalgono fino ai testi orali. E quindi la prosa si avvicina necessariamente sempre di più alla forma poetica, alla scansione metrica”. Dunque la poesia era il substrato della sua stessa narrazione. Non solo. Era anche una sua forma d’espressione saltuaria e per così dire ‘clandestina’, ma esercitata con passione e vigore. Come dimostrano le “4 liriche” inedite, che sua moglie Caterina ha pubblicato in occasione del quarto anniversario della morte. Quattro liriche brevi ma indimenticabili, raccolte in un libretto di grande eleganza, arricchito da una bella incisione di Luciano Ragozzino.

Maria Rosa Cutrufelli

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