La Sicilia comasca di Consolo nei “Meridiani”

consolo a livo

Nei “Meridiani” di Mondadori è approdata, a cura e con un saggio di Gianni Turchetta e con un testo introduttivo del filologo Cesare Segre, l’opera letteraria dello scrittore Vincenzo Consolo, molto legato al Lario. “Voglio subito enunciare un giudizio complessivo – esordisce Segre – Consolo è stato il maggior scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa del nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile”.

Pubblichiamo qui il testo integrale dell’intervista al maestro di Sant’Agata di Militello, scomparso nel 2012, apparsa sul nostro giornale  il 19 novembre 1997. Consolo era assiduo frequentatore del Lario. Nel 1993, fresco vincitore dello Strega, nella sala del comune di Albavilla, aveva presentato con il giornalista Lorenzo Morandotti del “Corriere di Como” il suo romanzo “Nottetempo casa per casa”. L’autore dell’articolo-intervista a Consolo, Dario Campione, così commenta oggi sul suo blog: “Ho ritrovato parole sorprendentemente attuali, a testimonianza del fatto che i grandi temi restano sempre sullo sfondo della vita degli uomini, sono il loro palcoscenico naturale. Rileggere Consolo a 20 anni di distanza dà la misura della sua grandezza di scrittore e di osservatore della realtà italiana”.

Vincenzo Consolo in Altolago nella chiesa di San Giacomo di Livo

Lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo ha instaurato un intenso rapporto con il territorio altolariano. In uno dei suoi libri più fortunati, Retablo, si parla diffusamente di Gravedona e delle Tre Pievi, terra di emigrazione (dal Cinquecento all’Ottocento) verso Palermo e la Sicilia. Eccone anche per darne un saggio della ricca prosa di Consolo, una citazione dal romanzo, che ritroviamo anche nel “Meridiano” pubblicato da Mondadori: “Con gran sorpresa riconobbi, sulla soglia di una botteghella, un uomo della terra di Stazzona, ove la mia famiglia possedea cascine e campi, e una casa in cui s’andava nell’estate e ancora vanno di tempo in tempo i miei parenti (…) Mi mostrò orgoglioso la sua bottega di panniere. ben avviata, fiorente, pur nel poco tempo in cui si dimorava qui in Palermo.”

Sempre più frequenti sono state, negli ultimi anni, le sue visite sul Lago di Como. InRetablo il protagonista, il pittore Fabrizio Clerici, compie un viaggio dalla Lombardia alla Sicilia. È anche il libro con il quale lei si è legato al territorio lariano. Come è nata l’idea del romanzo?

«Retablo è innanzitutto un omaggio alla letteratura, al Manzoni, rievocato attraverso il personaggio di Teresa Blasco, ma anche nel figlio del mercante gravedonese emigrato in Sicilia, che il Clerici incontra a Palermo, proprio nell’ultimo capitolo, nel momento in cui abbandona l’isola. Quel ragazzo si chiama Lorenzo e manda, attraverso il pittore, un paio di orecchini alla sua fidanzata, Lucia. Il romanzo contiene anche un omaggio al grande Cervantes attraverso il gioco del Retablo, riflessione sull’inganno necessario, l’inganno della poesia. Una società privata della poesia è una società che impazzisce, una società che si aliena. Sino a quando coltiviamo la memoria non correremo questo rischio. Se perdiamo la poesia perdiamo la memoria e quindi siamo veramente destinati alla follia della storia. E sappiamo a quali disastri, a quali orrori può condurci la follia della storia».
Che cosa l’ha colpita dell’Alto Lago, al punto da eleggerlo a luogo letterario?
«L’estremità di questi luoghi, questo Nord profondo che si incontra con la Sicilia grazie all’emigrazione. Credo che l’emigrazione sia veramente il cammino delle civiltà. Tutte le grandi civiltà si sono infatti formate attraverso le emigrazioni, a partire da quella greca. L’Altolago è un luogo della memoria, come dimostrano ad esempio i tanti oggetti sacri che la “Nazione Lombarda”, insediatasi nella Palermo del Seicento e del Settecento, mandava al luogo di origine, e che ancora oggi sono conservati nelle chiese. La memoria spesso si perde, viene cancellata. Sull’emigrazione lombarda in Sicilia sono state pubblicate parecchie ricerche, lavori meritori perché spiegano il fenomeno e ne dimensionano la portata. Sono le stesse ricerche di cui anch’io mi sono servito. Soltanto la letteratura, il romanzo, è però in grado di assegnare un significato alla storia, a dargli poesia. La letteratura scava nel profondo e restituisce ai fenomeni storici il loro senso più vero e profondo».
Si è mai chiesto perché si emigra?
«Tutte le emigrazioni sono sempre dovute a necessità economiche. Credo che la stessa cosa sia successa in quel lontano Seicento agli uomini delle Tre Pievi, quando per ragioni di carestia e di fame sono arrivati a Palermo, in questa grande capitale che allora era una sorta di crocevia del mondo. Da lì infatti passavano tutte le navi dirette a Oriente o verso le coste africane. Era una metropoli ricca, dove grande era anche la vitalità culturale ed economica. I valori in cui ci si riconosce, nell’emigrazione, sono quelli dell’onestà, della probità, del lavoro, della tolleranza, i valori della solidarietà. Questi lombardi, questi emigrati comaschi, proprio perché avevano questo senso dell’onestà del lavoro, del lavoro fatto bene – erano degli artigiani provetti – trovarono a Palermo la loro dimensione, il loro destino. Queste famiglie esistono ancora, oggi il più importante gioielliere di Palermo si chiama Barraja, ma si possono fare tantissimi altri esempi. Hanno trovato tolleranza, perché a Palermo, in quegli anni, c’era, proprio per eredità culturale, tolleranza e solidarietà per chi veniva da fuori, e hanno saputo con il loro lavoro, con la loro sapienza artigianale, con la loro probità, trovare lì, in questo luogo così lontano e così diverso da quelli che avevano lasciato, una nuova  identità, un nuovo futuro e, in definitiva, il loro destino».
Perché la metafora del viaggio è così importante per gli scrittori di ogni epoca e di ogni tradizione culturale?
«Viaggiare per scoprire i luoghi in cui i propri antenati sono emigrati, ad esempio, è un fatto di memoria, è un modo di difendere la propria identità. Oggi una diversa organizzazione del mondo, l’esplosione della cosiddetta rivoluzione tecnologica, l’invasione dei mezzi di comunicazione di massa, tendono a cancellare la nostra memoria, la nostra identità, e quindi a farci vivere in un presente infinito dove non riusciamo a immaginare neanche il futuro più prossimo. Credo che l’impegno di ciascuno di noi debba essere quello di conservare la memoria di tutto quanto ci ha preceduto e quindi: consapevolezza del presente e progettazione del futuro. Non facciamoci ridurre a oggetti, cerchiamo di rimanere soggetti della nostra vita e della nostra storia».
I suoi libri sono considerati difficili, il linguaggio in cui lei si esprime è volutamente colto, a volte caratterizzato da arcaismi e locuzioni dialettali. Da dove nasce questo modo di scrivere?
«Il mio linguaggio scaturisce da uno scavo profondo in un giacimento prezioso, di cui non ho alcun merito. È il giacimento linguistico lasciato da tutte le civiltà che sono passate nella mia terra. Scavando in questo patrimonio ho cercato di immettere in circolo parole sepolte dall’oblio. Fra queste lingue preziose, tra questi reperti lessicali, che vanno dal greco al latino, all’arabo, allo spagnolo, una lingua particolarmente importante per me è stata l’antico lombardo, che si parlava nella pianura padana intorno all’800 dopo Cristo. Quando i Lombardi, dopo essere venuti in Sicilia con i Normanni per cacciare gli Arabi dall’isola, decisero di insediarvisi definitivamente, formarono delle colonie linguistiche (su questa Lombardia siciliana ha molto fantasticato e mitizzato uno scrittore come Vittorini: inConversazione in Sicilia c’è infatti la figura del “Gran Lombardo”). Ho adottato questa lingua, che è un medio-latino, o gallico che dir si voglia, proprio come estremità linguistica, da cui partire per giungere poi alla lingua della comunicazione».
Non le sembra a volte di esagerare, di tentare un gioco estremo, di correre il rischio di cedere di fronte al fascino della forma?
«La mia lingua letteraria non è usata soltanto per un gioco formale. Sono nato vicino ad una di queste isole linguistiche, San Fratello, dove il medio-latino gallico si è conservato integro. I sanfratellani, proprio perché parlavano una lingua diversa (e avevano di conseguenza usi e costumi differenti) erano oggetto di critica, di dileggio, qualche volta anche di beffa».
A questa sua sperimentazione assegna un significato particolare?
«Investe tutto il significato della mia ricerca. Mi sono posto subito, sin dal mio primo gesto di scrittore, su una linea “sperimentale”, non ho cioè adottato il codice linguistico della comunicazione, ma quello dell’espressione, situandomi così su una linea che parte da lontano, da Verga, e poi, in tempi più recenti, passa attraverso Gadda e Pasolini. Ho conosciuto un mondo che adesso è scomparso, quello della cultura contadina, ed ho assistito alla grande trasformazione italiana, cioè alla cancellazione di questa cultura contadina e all’avvento di quella industriale. Credo che in Europa nessun paese come l’Italia abbia vissuto una trasformazione così rapida e profonda. Ciò ha messo in crisi parecchi scrittori. Pasolini, ad esempio cerca disperatamente di raccontare questa grande trasformazione. Nel momento in cui ho cominciato a scrivere si concludeva anche una stagione importante, nella letteratura come nel cinema: il neorealismo. Scrittori come Pratolini o Carlo Levi (e nel cinema registi come Roberto Rossellini e Vittorio De Sica) con grande generosità avevano immaginato, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una nuova società, e si erano quindi espressi in un linguaggio di estrema comunicazione, credendo così di poter ricostruire la realtà dalle macerie in cui era stata ridotta».
Ma il suo mestiere di scrittore nasce da un’esigenza di raccontare la società italiana o di trasformarla? Si tratta insomma di una scelta stilistica o di una scelta politica?

«Credo entrambe. L’Italia non ha mai avuto una società coesa proprio perché non si è mai affermata, nel nostro Paese, una lingua comune. Il problema della lingua è stato agitato da parecchi scrittori della nostra letteratura: Leopardi, ad esempio, guarda oltralpe, afferma che il francese tende all’unità, è una lingua che si è geometrizzata a partire dall’epoca di Luigi XIV, mentre in Italia esistono un’infinità di lingue. La Francia ha “perso l’infinito” che aveva in origine, mentre l’Italia lo ha mantenuto, ha mantenuto cioè la possibilità di alimentare la propria lingua attraverso l’apporto delle parlate popolari, dei dialetti. Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, porta come esempio di possibilità infinita di orchestrazione dell’Italiano uno scrittore del Seicento, Daniello Bartoli. Bartoli era un gesuita, autore di una straordinaria Storia della Compagnia di Gesù, un’opera usata come pretesto per descrivere luoghi esotici, lontani, e in particolare l’estremo oriente e la Cina. Non è un caso che il padre del romanzo italiano, Alessandro Manzoni, nel momento in cui, con un gesto di generosità civile, cerca di dare una lingua agli italiani “sciacquando i panni in Arno”, “attacchi” il suo grande romanzo parodiando proprio Bartoli. “Quel ramo del lago di Como” non è altro che la mimesi, la scimmiottatura di una descrizione della Cina del Bartoli. Per quanto mi riguarda, rinunzierei a quello che Leopardi chiama l’infinito che c’è e c’è stato nella nostra lingua, pur di avere una società dove tutti possano comunicare in un’unica lingua della verità e della giustizia».

Le parole ( non sono) pietre

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 Giovedì 24 marzo alle ore 21

Le parole (non sono) pietre

Viaggio nella scrittura di Vincenzo Consolo

Gianni Turchetta 

dialoga con Paolo Di Stefano

 Letture di Rosario Lisma

  L’iniziativa è realizzata in occasione della pubblicazione de L’opera completa di Vincenzo Consolo nella collana I Meridiani di Mondadori a cura di Gianni Turchetta.

Con il patrocinio del Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica

e di Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Milano.

Biglietto TFP cortesia € 3,50

Informazioni e prenotazioni

Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo 14 – Milano

biglietteria@teatrofrancoparenti.it; tel. 02. 59995206

Conferenza all’ Université de Lorraine ” La scrittura plurale di Vincenzo Consolo, fra sperimentalismo e meridionalismo “

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CONFERENCE DE

 

Mr. Gianni Turchetta

(Professeur de l’Université de Milan)

 

“Da un luogo bellissimo e tremendo”.

La scrittura plurale di Vincenzo Consolo, fra sperimentalismo e meridionalismo

 

Mardi 8 mars 2016    17h30-19h15

Salle des Actes  G04

Campus Lettres

 

ENTREE LIBRE

 

PRESENCE OBLIGATOIRE POUR LES ETUDIANTS D’ITALIEN

 

Infos : laura.toppan@univ-lorraine.fr
Université de Lorraine

Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo

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Rilanciare l’impegno civile di Vincenzo Consolo
Ricordando a tre anni dalla scomparsa
Vincenzo Consolo a S.Agata di Militello,
suo paese natale, è stato facile
sottolineare l’impegno sociale e politico
di uno dei grandi scrittori del novecento.
Ho avuto modo di conoscere da vicino
Consolo negli ultimi anni della sua vita,
quando ebbe modo di entrare in stretto
contatto con il Centro Studi Pio La Torre
e con le sue attività. Grazie a questa
frequentazione e alla mia personale
insistenza, Consolo nel 2009 ha scritto
un atto unico dedicato a “Pio La Torre,
orgoglio di Sicilia” rimasto tra i pochi testi teatrali dell’autore. Testo donato al Centro, che
lo ha pubblicato e che oggi viene recitato nelle scuole italiane collegate alle attività
educative antimafiose del Centro. Quell’atto unico servì all’autore, come ebbe modo di
dirmi, per colmare un vuoto che gli pesava.
Fino ad allora non aveva avuto modo di scrivere nulla su Pio, suo amico, perciò avvertiva
un personale debito morale verso l’amico ucciso dalla mafia. L’omaggio reso alle vittime di
mafia servì a Consolo a ripercorrere il filo del suo impegno antimafia dal dopoguerra sino
alle stragi degli anni ’90. Infatti nell’atto unico, dalla Strage di Portella al Sacco di Palermo,
cioè dalla storia del movimento contadino alla mafia urbana del boom edilizio, descritti
drammaticamente da una voce narrante, Consolo richiama la sua visione storica e
democratica della Sicilia contrapposta a quella meccanicistica di Tomasi di Lampedusa,
autore de “Il Gattopardo” che ignorava il ruolo della mafia nella difesa del feudo e a quella
fatalista di Giovanni Verga. L’atto unico si chiude infatti nel modo seguente: “I veri nobili
non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e
sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita il rispetto
della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i
Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino e tutti coloro che hanno lottato e
sacrificato la loro vita per la libertà, la giustizia e il rispetto dei diritti di tutti”.
Nel corso della sua vita e dei suoi scritti, Consolo ha affrontato il tema della mafia. Il tema
si rintraccia quando riferisce del soldato italo-americano delle truppe Alleate sbarcate in
Sicilia nel luglio 1943 che si presenta a casa dei Consolo presentandosi come fidanzato di
una figlia di una loro cugina emigrata negli Usa. La parente, avuta notizia del fatto, scrive
allarmata per avvertire i suoi parenti che è tutto falso perché quel soldato è un gregario
della “Mano nera”.
Sempre nel 1943, alla fine dell’estate, Consolo ragazzino segue il padre commerciante
che va alla ricerca di derrate alimentari sino a Villalba dove potrebbe comprare le
lenticchie, pagando il pizzo, solo con il consenso di un signore grasso e ben vestito (Don
Calò?). Il padre rifiutò di pagare, perse la possibilità di guadagno ma diede un esempio di
rifiuto della mafia la cui presenza è avvertita da Vincenzo per la prima volta.
Successivamente ne sentirà parlare, ancora giovinetto, dal grande capo dei comunisti
siciliani, Girolamo Li Causi, in un comizio qualche anno dopo a Sant’Agata. Ricordando il
suo esser nato in un luogo poco segnato dalla storia, invaso dalla natura, dove non c’è
stata una forte presenza arabo-normanna con tracce greco-bizantina più leggibili che
sicuramente ha influito sulla identità di scrittore che per tutta la vita è impegnato a
conciliare i due poli – quello logico illuminista di Leonardo Sciascia e quello lirico puro di
Lucio Piccolo. Sciascia era un illuminista liberale, dice Consolo, mentre di sé stesso parla
come di uno che aveva creduto nel cambiamento radicale della società, secondo un
orientamento marxista. Stimolato dalla lettura di Sciascia, Carlo Levi, Danilo Dolci, Rocco
Scotellaro, degli altri scrittori meridionalisti, Consolo entra in conflitto sia con i codici
linguistici imposti sia con il “Potere”. Vincenzo appare un moderno Odisseo in continua
ricerca di sé stesso, vive la crisi della propria identità e vede i propri miti sfaldarsi, da
quello della società contadina a quello della civiltà industriale, in quella Milano, del boom
del dopoguerra dove si è trasferito attratto dagli inviti dei Vittorini, dei Calvino a esplorare
la nuova società industriale.
Il filo conduttore dello scrittore è l’ininterrotta riflessione sulla società siciliana e le sue
ingiustizie, le ferite, le umiliazioni subìte dalla sua terra.. La narrazione del passato, serve
a Consolo per leggere e interpretare il presente. La Sicilia contadina e umana di una volta
è rievocata in Retablo e nelle Pietre di Pantalica, mentre nel suo primo libro “La Ferita
dell’Aprile” descrive il viaggio simbolico linguistico del giovane sanfratellano, Scavone,
che viene sulla costa dove impara il siciliano e poi, con gli studi, l’italiano. L’olivo e
l’olivastrotratteggia la tragedia dell’emigrazione dopo il terremoto del Belice, che richiama
quella che stiamo vivendo in questi anni nel Mediterraneo.
In tutti i suoi scritti Consolo esplora il mondo degli umili, perché la sua letteratura è uno
strumento di ragionamento sulla realtà concreta interrogandosi alla maniera di Bertolt
Brecht, su chi “paga le spese del nostro progresso”, visto che l’Occidente prospera sulle
miserie dei tre quarti del mondo. Quell’esule errante che cerca la sua Itaca si trova di
fronte la grande minaccia della cancellazione della sua identità di cittadino della
globalizzazione, “grande bottega del mondo”.
Queste riflessioni esistenziali hanno accompagnato per tutta la vita Vincenzo Consolo,
sino alla fine, sino al suo ultimo scritto che il Centro Studi La Torre ha avuto l’onore di
pubblicare per espresso suo desiderio, rimanendogli per sempre grato.

di Vito Lo Monaco

Intervento durante la presentazione del Meridiano dedicato allo scrittore ” Omaggio a Vincenzo Consolo ” 7 marzo 2015 a Sant’Agata di Militello
successivamente pubblicato dalla rivista  articolo21 – 9 marzo 2015

Vincenzo Consolo , l’implacabile siciliano

Vincenzo Consolo, l’implacabile siciliano
LIBRI E FUMETTI
Mondadori pubblica per la collana I Meridiani “L’opera completa di Vincenzo Consolo” a cura di Gianni Turchetta, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano, che raccoglie la produzione letteraria dell’autore di Sant’Agata di Militello definito dal curatore del volume «Ostinatamente e implacabilmente siciliano»

di Giuseppe Lorenti
da sicilymag.it

L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto – Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia

Vincenzo Consolo è la Sicilia. Così, è difficile quando pensi a Consolo, ai suoi romanzi e saggi non legarlo alla sua terra. La Sicilia come paradigma e metafora dell’Italia, forse del mondo, un’isola che potrebbe essere un paradiso e che, invece, troppo spesso è stata un inferno. I maggiori studiosi di letteratura italiana considerano lo scrittore di Santa Agata di Militello uno dei pochi, nel panorama italiano del XX secolo, a poter mostrare cosa è stato, cosa ancora è per l’Occidente moderno la letteratura. Mondadori ha, da poco, pubblicato nella collana i Meridiani “L’opera completa di Vincenzo Consolo”, a cura di Gianni Turchetta, docente di Letteratura Italiana Contemporanea alla Università Statale di Milano. Perché sia chiaro del valore e dell’importanza dello scrittore siciliano Cesare Segre nell’introduzione all’opera lo definisce “ il maggior scrittore italiano della sua generazione”.

Il volume raccoglie la sua produzione letteraria, da La ferita dell’Aprile a Di qua dal faro, e Gianni Turchetta ha fatto un grande lavoro, accurato, chiaro, basterebbe leggere la cronologia per capire la ricchezza e il rigore del lavoro del curatore.
Turchetta ci fa comprendere meglio che scrittore, che siciliano, che italiano è stato Vincenzo Consolo: «La forza di Consolo sta nel rappresentare una Sicilia che è, davvero, Sicilia. Studiata, documentata e vissuta sulla propria pelle, quella Sicilia che riesce a diventare metafora del mondo. Si posso dirlo, Consolo è stato ostinatamente e implacabilmente siciliano».

Indubbiamente è stato un autore plurale, complesso, nella lingua e nello stile.
«E’ uno scrittore sperimentale ma non è uno scrittore di avanguardia. Il suo atteggiamento nei confronti della tradizione non è di rifiuto. Da un lato vuole innovare il linguaggio, le forme letterarie, ma non lo fa rinnegando la tradizione bensì reinventandola a suo modo. Consolo rifiuta una letteratura che sia troppo commerciale, troppo incline a soddisfare gusti facili, polemizza anche con scrittori che sono stati dei maestri e a cui rimprovera un linguaggio troppo chiaro e comunicativo. In questo senso è molto delicato il rapporto che aveva con Leonardo Sciascia che è chiaramente un maestro di letteratura civilmente impegnata però non è, esattamente, un suo maestro di stile».

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Gianni Turchetta

Per capire davvero la sua scrittura è necessario capire che un grande lavoro è stato fatto sulla lingua ma non solo su quella. C’è un enorme lavoro sulle strutture. «In tutta la sua opera c’è tanta verità. Consolo costruisce una lingua ad alta densità di forme e significati e questo lo fa moltiplicando il proprio discorso letterario a vari livelli. Uno è quello del linguaggio, una mescolanza di tanti italiani, di tanti dialetti, spesso ha usato un siciliano non vocabolarizzato; un altro è quello dei generi letterari, ogni sua opera è, difficilmente, identificabile in un genere preciso. Un elemento decisivo per la molteplicità consoliana è la moltiplicazione dei soggetti, mette in gioco diverse prospettive. In questo modo Vincenzo Consolo ci ricorda che la realtà è fatta di più prospettive, la realtà è plurale, e che ogni soggetto rappresentato porta con sé una propria verità».

“L’opera completa di Vincenzo Consolo” a cura di Gianni Turchetta sarà presentata alla Libreria Cavallotto di Catania (corso Sicilia, 91), venerdì 27 febbraio alle ore 17.30, ne parleranno Rosalba Galvagno, Attilio Scuderi, Dario Stazzone e Salvatore Trovato.

E il sorriso si fece barocco

E il sorriso si fece barocco
01 febbraio 2015

A tre anni dalla morte, il Meridiano con l’opera completa e alcuni saggi critici lo colloca tra i maggiori del’ 900

di Salvatore Silvano Nigro
Domenica del Sole24ore

Quando si accinse a raccontare il “sorriso” nella pittura europea, Daniel Arasse si arrestò davanti a una scoperta imprevista. Dovette constatare che fu Leonardo da Vinci a inventare il «ritratto con il sorriso». Prima della Gioconda c’era stato sì l’«uomo che ride» di Antonello da Messina, misterioso nella sua bellezza senza biografia; ma l’increspatura dilatata delle labbra sortiva l’effetto, in quel ritratto conservato a Cefalù, di una smorfia se non proprio di un ghigno. L’anonimità del personaggio di Antonello aveva già acceso la fantasia di Vincenzo Consolo, che aveva raccolto nella trama di un romanzo la vibrazione arricciata, insopportabilmente ironica, che infettava di malizia il volto dipinto sulla tavoletta quattrocentesca. La «chiocciola», che andava allargandosi attorno alle labbra stirate dell’uomo ridente di Cefalù, aveva indirizzato e determinato la trama del romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo: il percorso a spirale della storia, le linee spezzate di una narrazione che si sottrae alle continuità e agli slarghi della costruzione romanzesca e su se stessa si avvolge in un disegno di contrappunti o «riurti» e in un «giuoco delle somiglianze», le volute delle lumache studiate da un barone malacologo, l’architettura vorticante di un luogo di detenzione. L’opera, pubblicata nel 1976, è ambientata negli anni del Risorgimento in Sicilia. Racconta la rivolta contadina di Alcàra Li Fusi. E riprende la polemica contro le passioni politiche astratte e il tema dell’impostura storiografica, riportati all’attenzione dal Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Scrive Salvatore Grassia: «La macchinazione narrativa del Sorriso nacque … proprio da una costola delConsiglio d’Egitto. E tuttavia, se l’Ulisse di Joyce – come diceva paradossalmente Borges – era la fonte dell’Odissea, per il semplice fatto che il romanzo dello scrittore irlandese aveva cambiato il modo di leggere il poema greco, allo stesso modo si potrebbe affermare che il romanzo di Consolo ha “barocchizzato” la lettura dell’apologo sciasciano sull’impostura».
Il sorriso dell’ignoto marinaio si impose subito come libro epocale: il capolavoro riconosciuto di una generazione che aveva attraversato il Sessantotto e i movimenti degli anni Settanta ed era sensibile a una metanarratività impostata sulla responsabilità politica della scrittura letteraria. Piacquero la precisione a scalpello del lavoro linguistico, la musicalità splendida della prosa, la scrittura di immagini, gli effetti plastici delle tante voci in campo, assorbite nelle inflessioni poderose e ritmate come nell’oralità di un antico contastorie siciliano. In una densa conversazione con Silvio Perrella lo stesso Consolo ha sintetizzato il salto di generazione che lo aveva contraddistinto: «gli scrittori della generazione che mi ha preceduto, parlo di scrittori di tipo razionalistico, illuministico, come Moravia, come Calvino come Sciascia» scelsero una «lingua geometrizzata … cristallina, limpida … Io mi sono sempre chiesto perché questi scrittori che hanno vissuto il fascismo e la guerra abbiano optato per questo tipo di scrittura e di concezione illuministica del mondo. Perché speravano, perché la loro era una «scrittura di speranza». Speravano che finalmente in questo paese si formasse, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una società civile con la quale comunicare… Quelli della mia generazione, che hanno visto succedere al regime fascista un altro regime, quello democristiano, hanno dovuto prendere atto che questa società non era ancora nata, che la società civile alla quale lo scrittore poteva rivolgersi non esisteva, quindi la mia opzione non è stata più in senso razionalistico, ma in senso, diciamo, espressivo», barocco: plurilinguistico e pluriprospettico.
Scrivendo di un più tardo romanzo di Consolo, Retablo, che ha per protagonista il pittore novecentesco Fabrizio Clerici travestito da settecentesco «archeologo dei propri sogni barocchi», Giuseppe Traina ha applicato allo stile dello scrittore siciliano la definizione che Sciascia aveva dato delle Confessioni palermitane dipinte dal vero Clerici: «Un delirio barocco riflesso da uno specchio illuministico»; ovvero, «un barocco senza inganni e un illuminismo senza illusioni, giuste le lezioni di Leopardi e Pirandello (e di Sciascia)».
Il Meridiano dedicato a Consolo colloca lo scrittore tra i classici del Novecento. Nella premessa al volume, Cesare Segre esordisce lapidariamente: «Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione». Curata con passione da Gianni Turchetta, la raccolta di romanzi e saggi (e racconti; con la precisazione che Consolo si è sempre mosso ai confini dei generi letterari, praticando commistioni e ibridazioni), si apre con La ferita dell’aprile del 1963 e si chiude con Di qua dal faro del 1999. Include la «favola teatrale» Lunaria del 1985, Retablo del 1987 e, insieme a Le pietre di Pantalica del 1988, L’olivo e l’olivastro del 1994; allinea poi, lungo un percorso di intima tragicità che va dalla crisi delle illusioni all’ansia inquieta dell’afasia, la trilogia della storia: il Sorriso sul Risorgimento; Nottetempo, casa per casa, sull’avvento del fascismo; Lo spasimo di Palermo, sulla «collusione tra mafia e potere politico, con le stragi mafiose degli anni Novanta».
Nell’imponente apparato, il curatore segue la storia interna delle singole opere: il loro farsi e stratificarsi nel tempo, secondo la memoria che esse conservano del loro stesso costruirsi e grazie alle carte gelosamente ordinate e custodite nel vasto archivio privato. È un lavoro gigantesco, che fa i conti con la complessità di una scrittura letteraria che sin dall’inizio ha praticato citazioni, autocitazioni, evocazioni di reperti d’arte (dalle fotografie, alle pitture e sculture: dai quadri insospettabili di Turner, alle metope di Selinunte), rifacimenti di pagine di scrittori barocchi come Bartoli, e di scrittori più vicini come il Nabokov di Lolita; non senza la complicazione di più innesti nel corpo stesso di questa letteratura sulla letteratura, come ha documentato Grassia, individuando «le vele le vele» di Dino Campana che prendono vento dentro una pagina di Bartoli da Consolo rilavorata con l’aiuto del De Aetna di Bembo.
Turchetta rivede i testi. Corregge persino, e giustamente, qualche ipercorrettismo del curatore dell’edizione critica del Sorriso dell’ignoto marinaio. Io però non avrei accolto lo scioglimento di un’abbreviatura epigrafica contenuta in un cartiglio. Nella prima edizione del Sorriso, si legge «COEFALEDU SICILIAE URBS». Doveva essere «COEFALEDŪ». Chiaramente è caduto il segno abbreviativo, che va ripristinato. Lo scioglimento («COEFALEDUM») appanna il gusto arcaicizzante dello scrittore, la sua passione per l’immagine.
Corredano il volume un utile glossario, una dettagliatissima cronologia della vita, e una bibliografia esaustiva. Viene ricordato, a proposito del racconto Libertà di Verga presente al Consolo del Sorriso, anche il film di Vancini, Bronte: cronaca di un massacro. Sciascia collaborò alla sceneggiatura, fiancheggiato da Benedetto Benedetti da poco scomparso. E qui mi piace ricordare il vecchio film-maker, che un giorno, tanti anni fa, in tempi difficili, non esitò a improvvisarsi editore per pubblicare le poesie dialettali di Tonino Guerra.

I LIBRI DI CUI SI PARLA

Vincenzo Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre, I Meridiani, Mondadori, pagg. 1.564, € 80,00
Salvatore Grassia, La ricreazione della mente. Una lettura
del «Sorriso dell’ignoto marinaio», Sellerio, pagg. 78, € 12,00
Silvio Perrella, In fondo al mondo. Conversazione in Sicilia con Vincenzo Consolo, Mesogea, pagg.80,
€ 6,00
Giuseppe Traina, Siciliani ultimi? Tre studi su Sciascia, Bufalino, Consolo. E oltre, Mucchi Editore, pagg. 118, €15,00

foto di Claudio Masetta Milone.
foto di Claudio Masetta Milone.