Nino, la luna e come resistere all’apocalisse culturale: suggestioni zanzottiane nell’opera di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

Andrea Zanzotto

di Ada Bellanova

«Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo». La citazione è tratta da Un giorno come gli altri [1]. Sebbene nel contesto d’origine Consolo stabilisca una distinzione netta tra scrivere e narrare e si identifichi piuttosto con l’autore di narrazioni, ovvero di poemi narrativi, capaci di restituire un’esperienza che è il più delle volte di viaggio, nella memoria o nello spazio e nel tempo, in questa frase si può vedere riassunta la tensione etica del lavoro dell’autore, la sua scrittura di impegno, che sceglie di concentrarsi sull’essere umano e perciò resiste, si oppone alle istanze dello stravolgimento moderno che l’umano tendono a sovvertire.

La frase mi torna in mente, mentre leggo i versi ecologici di Zanzotto. Ripenso alla consonanza tra i due autori, alla comune volontà, pur negli esiti letterari diversi, di resistere alla mercificazione e alla corruzione del linguaggio tentando insieme di restituire dignità alla lingua letteraria dialogando con la tradizione. Ognuno dei due trova nel paesaggio la testimonianza di una ricerca: Consolo parte dal paesaggio siciliano dei persistenti vagabondaggi e della memoria, pur nella scelta di vivere a Milano; Zanzotto invece dal Veneto e in particolare da Pieve di Soligo. In entrambi i casi si tratta di luoghi carichi di suggestioni spazio-temporali che, mentre si fanno emblema del mondo – un mondo assediato dalle emergenze della contemporaneità –, offrono appigli alla resistenza. Anche se si sono frequentati poco – ma si sono scritti e si sono letti e apprezzati molto –, «l’archeologo della lingua» e «il botanico di grammatiche» [2] hanno condiviso l’eccezionale sperimentazione linguistica nello sforzo etico di «recuperare dall’oblio pezzi di Storia» [3].

E mi chiedo allora cosa scriverebbero dei tempi che stiamo vivendo, della memoria corta o vuota, dell’assedio multiplo a ciò che è umano, imprescindibile, eterno. Mentre rifletto su questa domanda nascono queste pagine in cui mi soffermo su alcuni testi di Consolo per rintracciare i segni di un dialogo con Zanzotto proprio sull’urgenza del resistere.

retablo

Un angolo di perduta armonia: l’oasi di Nino Alaimo

In Retablo (1987) con la scelta di ambientare la vicenda nel Settecento Consolo prende le distanze dal presente. È una Sicilia remota e favolistica quella in cui si avventura il milanese Fabrizio Clerici. L’assenza dell’attualità testimonia la delusione e la polemica dell’autore. D’altra parte l’isola onirica del viaggio non è immune da violenze e orrori, a partire dagli strumenti di tortura che il protagonista intravede a Palermo. Calamità naturali e crudeltà della storia costituiscono un costante richiamo alla realtà. Se Clerici fugge dalla Milano del XVIII secolo e ne rappresenta la ragione illuministica, la cultura, non mancano evocazioni della Milano degli anni Ottanta, quella reale, caratterizzata da superficialità, consumismo, corruzione: 

«[…] arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia città che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l’impostore, il bauscia, il ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola» [4]. 

La Sicilia da sogno integra la proverbiale ospitalità dei siciliani dei viaggi del Grand Tour, ma permette anche incontri con personaggi volgari e gretti. Quasi al centro del romanzo compare un episodio molto significativo che rappresenta la possibilità di un’altra via, alternativa alla violenza e alla crudeltà, ovvero quella dell’armonia con la natura, quella della misura umana.

Fabrizio Clerici e Isidoro derubati di tutto dai briganti alle terme Segestane e soccorsi brevemente dai villanelli, dagli anziani e dalle donne che godono delle acque calde, vengono accolti pur logori, umili, bisognosi, quindi privi di mezzi che ne definiscano la condizione sociale, da Nino Alaimo, «solitario pastore d’uno stazzo» [5], nella terra di Segesta.

Nella sua cura del gregge e nei gesti serali della mungitura e della lavorazione del latte, oltre che nella sua vita separata, il personaggio ricorda il Polifemo omerico, ma, in forza di questa somiglianza, ancora di più risalta la sua cura degli ospiti. Nino Alaimo accoglie i malcapitati, li nutre, li solleva. Vi si riconoscono anche tratti del vecchio di Corico virgiliano [6]. Il personaggio di Retablo si dedica alla cura delle pecore e l’altro predilige invece quella della terra, eppure lo spirito è simile, quello della serena autarcheia che consente ad entrambi di bastare a se stessi e di tenersi lontani dalle crudeltà del mondo, mostrando una certa regalità nonostante la semplicità dei mezzi e della casa. «[…] sembrava nel dire un re che avesse il sommo di potere e di possanza per tutta l’estensione del suo regno» [7] ci ricorda regum aequabat opes animis (Georg. IV 132). In entrambi gli episodi miele e api fanno la loro non casuale comparsa. Nel passo delle Georgiche il vecchio di Corico ha arnie piene e la sua alacrità è implicitamente accostata a quella delle api a cui il libro IV è dedicato.

Nino Alaimo, dal canto suo, non è solo un pastore: egli integra la sua dieta a base di formaggio con abbondante miele e utilizza l’alimento per un suo personale rito in onore di una divinità antica, la Madre santa, testa marmorea bella e sorridente in una nicchia, forse Afrodite, Artemide, Demetra, secondo la voce narrante. Lo offre anche ai due ospiti e Clerici non può esimersi dal definirlo «come d’ambrosia e di nettare di cui si favoleggia gli dèi nell’Olimpo si nutrissero» celebrandone gli effetti come una quasi trasumanazione («un vigore, una pienezza, un senso sì acuto dell’esistere, e una gioia trascendea nell’estro, nell’entusiasmo, nell’en theòs») [8].

La momentanea irruzione del mondo esterno rappresentato dal brigante con il mal di denti, lo stesso che ha derubato di tutto i due viaggiatori, non turba la serenità del quadro e la straordinaria energia del pur semplice banchetto a base di pane, pecorino, fave, miele e vino. Di fronte alla violenza del dolore e alla possibile minaccia rappresentata dal seguito dell’uomo, il pastore non si scompone: ha anzi la lucidità e lo spirito di inventare un’identità di mago della medicina per Clerici, mentre lo invita a recitare «filastrocche, poesie, storie, quel che volete, ma in tutte lingue strane, sconosciute» per accompagnare la preparazione di filtri, medicamenti, ed è lui, mentre il milanese trova due versi dell’Inno ad Asclepio da pronunciare come formula e scongiuro, a incidere l’ascesso e a liberare il sofferente, conciliandogli infine il sonno con una tisana di erbe, foglie, bacche, gusci di noci o di lumache, e con i versi dolci e lievi di Giovanni Meli, dall’Idilliu III, Dafni, a proposito di un suggestivo notturno di ombre che scansano il chiarore di una nascente luna [9].

Un pastore non comune questo Nino Alaimo, che conosce la poesia, come gli arcadici, un pastore che accoglie e incanta, che è capace di guarire e rabbonire, con il miele e con i versi di miele. Anche il cibo da lui condiviso è più che un conforto: è godimento delle papille gustative che produce una vera e propria estasi in Clerici. La manifestazione di gradimento scaturisce narrativamente dalla precedente disavventura, ma l’entusiastico e appassionato elogio della semplice tavola implica un apprezzamento della sua genuinità, nella constatazione che esiste anche questo, non solo lo stucchevole artificio, ed esiste in un contesto naturale, non viziato. Il rifugio di Nino Alaimo è allora parentesi che culla, testimonianza di una pace fuori dal comune, di fronte alla violenza e alle atrocità, e lo stesso favoloso gioco linguistico con cui Clerici omaggia la poesia del Meli in bocca al pastore è marca di eccezionalità.

zanzotto-luoghiepaesaggi

Ma vengo a Zanzotto. Nel breve testo La Marca trevigiana di Zanzotto [10] Consolo ricorda i giorni passati con il poeta nella seconda metà degli anni Settanta durante la realizzazione del documentario Rai Una giornata di Iseo Tesser. Dentro e fuori una mostra sulla cultura contadina veneta per la regia di Raoul Bozzi. Il film – Consolo ne è sceneggiatore mentre Zanzotto conduce l’intervista – testimonia l’attenzione dei due scrittori per la civiltà contadina e per le occasioni di resistenza al miracolo economico e all’industrializzazione feroce del Secondo dopoguerra. Iseo Tesser, mezzadro nel podere del principe di Collalto, che parla di semina e vendemmia, racconta i profondi mutamenti della campagna, è per l’autore l’eco dei versi del poeta, incarna cioè il messaggio profondo delle raccolte zanzottiane, l’inesausto impegno a testimoniare e contestare la trasformazione. Il breve testo si conclude con una citazione da La Beltà (1968):

Fine delle sofferenze contadine
delle mosche e della grassa,
ragnatele di feudi di feudatari di proprietari,
altri affreschi dovevano affiorare dalla calce
[…]
e topi e serpi hanno tanto comperato
ormai da queste parti; ma guarda
che più s’è fatta proprietaria la talpa. 

A questa si aggiunge un breve commento che avvicina Veneto e Sicilia e identifica nella talpa del Sud il potere mafioso. I versi di Zanzotto che denunciano il mutamento paesaggistico e antropologico causato da una feroce speculazione edilizia sono necessariamente accolti da Consolo che ne condivide il senso profondo. Poco importa che La Beltà parli del Veneto: il Nord Est ha un destino sorprendentemente simile a quello della Sicilia.

Per quanto il testo di Consolo esca solo nel 2007, l’esperienza del documentario risale a prima di Retablo e così anche la frequentazione dei versi zanzottiani. Nel componimento citato, XVI, il nome Nino è l’apparizione che rompe l’evocazione della speculazione edilizia e dello stravolgimento desolante del paesaggio: «Ma […] appari, Nino» [11]. I suoi contorni si chiariscono subito dopo: Nino è il ducazio, il suo vino è «uno schiaffo al medico / è un calcio allo stento della sofisticazione» [12], ha conoscenze sovrabbondanti di un mondo agricolo perduto e persino «una certa cultura lunare qui di moda» [13].

In tutta la raccolta – ma poi anche in raccolte successive – il contadino Nino, ultrasettantenne profondamente legato alla terra veneta e ai suoi valori, assume i tratti di una mitica divinità locale, una sorta di profeta che rimane fedele ostinatamente alla tradizione e alla vita di armonia con la natura. Egli è «consapevole della bellezza dei paesi dei fiori delle erbe delle donne» [14] e mostra la straordinaria capacità di sopravvivere pur tra le tragedie e le catastrofi della storia. La Rolle-Dolle di questo vignaiolo, in realtà Angelo Mura, a cui sono esplicitamente dedicati i Colloqui con Nino, è locus amoenus [15]: «Dai cieli stessi derivi il tuo vino / che le tue vigne con lo stellato soltanto / confinano […] e le tue uve e i pampani e i tralci non c’è luce / che in vita li vinca né vento né umore di terra: / off limits la sofisticazione, lo stento!» [16] (III: 287). Zanzotto innalza il personaggio a emblema di un’Arcadia in grado di domare e assorbire il divenire storico [17], addirittura ne fa un alter ego [18], capace di essere fedele alla tradizione e insieme innovatore («tradizionista a sera e all’alba novatore») [19].

Trovo difficile che Consolo non sia rimasto colpito da Nino Mura e che non l’abbia più o meno volutamente accolto tra le suggestioni multiple che plasmano la figura di Nino Alaimo e la sua parentesi bucolica. Come la Rolle-Dolle zanzottiana, anche l’angolo del pastore di Retablo ha una sua sacralità, posto com’è in terra di Segesta, a un passo dalle rovine, segnato dalla presenza del mito e delle divinità antiche. Nell’essere campione di ospitalità, nella salda resistenza alla sosfisticazione, il personaggio consoliano è testimone di una bellezza umana possibile, malgrado tutto, proprio come il contadino indovino ne La Beltà zanzottiana.    

zanzotto-tutte-lepoesie

La luna e il paesaggio: la Norma a Cava d’Ispica e altre cose

Gioacchino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, è uno scrittore che non riesce e non vuole più scrivere, cosciente dell’inappagabilità del suo desiderio di dire sempre la verità. Disgustato dal romanzo, «genere scaduto, corrotto, impraticabile», si rammarica di non avere il dono della poesia, capace di distanza dalle logiche del mondo, e invidia in particolare «il veneto rinchiuso nella solitudine di una pieve saccheggiata», ovvero proprio Zanzotto. Il riferimento, esplicitato dal successivo toponimo, Montello, e dal rimando alle ecloghe, ovvero la raccolta del 1962, e al tema centrale dell’ispirazione poetica zanzottiana, «il tuo paesaggio avvelenato», sfocia nell’evocazione della lingua particolarissima. La «puella pallidula vagante» è la luna di 13 settembre 1959 (variante), componimento raccolto proprio in IX Ecloghe che dal pastiche citazionale dell’incipit [20] procede con gioco allitterativo incalzante e rinvia nel titolo all’allunaggio della sonda spaziale sovietica, evento assolutamente dissacrante, secondo l’autore, nei confronti di tradizione e valori. 

Toppan nel suo saggio mette in evidenza il prodigioso recupero dei versi zanzottiani per parlare della luna in Lunaria [21]. In particolare, come fa notare Turchetta [22], alcuni versi dell’opera di Consolo, sono un vero e proprio omaggio al poeta perché possono essere visti proprio come una riscrittura di 13 settembre 1959 (variante). L’enfasi negativa per la sua conquista da parte degli esseri umani è indicativa del valore che il poeta le attribuisce. Il contesto narrativo immediato del poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal del 1969 – che si collega inevitabilmente a 13 settembre 1959 (variante) – trae spunto dallo sbarco degli astronauti americani sul suolo lunare il 20 luglio 1969, fatto banale, secondo il poeta, perché da inquadrare nella lotta di prestigio delle superpotenze le quali, in margine all’elaborazione di strumenti missilistici per distruggersi a vicenda, hanno trovato anche il tempo e il modo di dedicarsi a qualcosa di inutile come la conquista della Luna, ma allo stesso tempo di inquietante profanazione: nella fantasia collettiva infatti la Luna rappresenta il trascendente e l’irraggiungibile e chi la raggiunge per primo ottiene la supremazia assoluta, in una dissacrazione funzionalizzata ripugnante [23].

Ma il tema lunare è antico e pervasivo nella poesia di Zanzotto: se la luna appare già in Dietro il paesaggio (1951), poi, soprattutto a partire da La Beltà, il luogo simbolico dell’immaginario collettivo, associato al mito di Diana, al candore, alla trascendenza, all’inaccessibilità, si carica ulteriormente di senso. Essa è parte del patrimonio di Nino Mura, come ho già detto. È la luna della Madre-Norma, la «Casta diva», dal «bel sembiante» dell’Ipersonetto XII in Il Galateo in Bosco, dove, con il riferimento evidente alla preghiera della Norma belliniana, l’autore integra una già folta foresta di simboli nella definizione di una poesia in posizione «di doppia connivenza», tra le istanze di sostentamento del bosco che è anche speranza di vita autentica e quelle razionalizzanti della memoria del codice letterario, il galateo per l’appunto, la norma [24], e che proprio nell’interazione di queste riesce a essere alternativa all’afasia e opposizione all’apocalisse culturale.

Ma torno a Consolo, a un testo in cui mi sembra che la luna faccia capolino, in chiusura, portandosi dietro un po’ di poesia zanzottiana. Comiso, testo raccolto in Le pietre di Pantalica, si apre con la più volte citata espressione del desiderio di vagabondaggio nell’isola: 

«Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca» [25]. 

La Sicilia, già esplorata durante l’adolescenza, è per Consolo terra da scoprire e riscoprire. L’ansia della perlustrazione ha il risvolto amaro della scoperta di un inarrestabile imbarbarimento, che si traduce in una sorta di catalogo letterario di spazi trasformati, degradati. Si capisce allora quel sospetto di addio: cosa sarà rimasto al prossimo incontro dell’isola di un tempo?

Alla luce di questo incipit va interpretato il racconto-testimonianza di quanto accade all’aeroporto di Comiso dove l’autore arriva nelle sue peregrinazioni. Nell’agosto del 1983 molti furono i pacifisti che si riunirono davanti ai cancelli. Volevano opporsi all’installazione dei Cruise, impedire agli automezzi militari di portare i missili nucleari e alle impastatrici degli operai di entrare nell’area sorvegliata. Consolo parla di trecento ragazzi, tra cui riconosce a un certo punto alcuni figli o nipoti di amici di Sant’Agata. Le sue osservazioni sugli altrettanto giovani poliziotti e carabinieri assonnati perché fatti partire a chissà quali ore notturne dalle caserme di Ragusa o Catania i quali ora si trovano a fronteggiare i pacifisti in semicerchio, e poi quelle sugli operai che difendono il proprio lavoro perché necessario alla vita dei figli, suscitano in chi legge il ricordo delle parole di Pasolini sul Sessantotto. 

Le note sul paesaggio sono per lo più denotative ma mentre nello spiazzo davanti all’aeroporto la tensione sale, con l’arrivo di politici, del questore e le risate degli americani dietro il muro di cinta, il commento della voce narrante sugli eucalipti «dalle chiome rade, scomposte», alberi «maligni», «velenosi come serpenti, che scovano ovunque e succhiano acqua, fanno intorno aridume e deserto, bruciano erbe e cespugli» [26] contrapposto al sogno di frescura d’oasi delle chiome compatte e a cascata di pini e palme davanti a una vecchia masseria poco lontano, è uno stimolo a riflettere sulla trasformazione a cui sono stati sottoposti i luoghi. Sebbene oggi siano piante estremamente diffuse nell’isola, gli eucalipti furono introdotti in maniera massiccia dopo la Seconda guerra mondiale, senza considerare gli effetti che una specie aliena avrebbe potuto determinare su flora e fauna indigena, a scopo di bonifica e per alimentare l’industria cartiera di Fiumefreddo mai funzionante in maniera efficace [27].

Il paesaggio della civiltà contadina di un tempo è un sogno rispetto alle presaghe ferite dei tronchi di eucalipti e poi, dopo che è esplosa la violenza inaudita dell’assalto delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti e alcuni di questi hanno trovato rifugio con Consolo nella vicina piazza del paese, il pregevole paesaggio delle chiese barocche è il patrimonio nascosto – «in simmetria o in spaziale perfetto antagonismo» – alle quinte di palazzi con «bar, pasticcerie, tabacchi carto-librerie-giornali sedi di partiti circoli consorzi banche uffici…» [28].

lepietredipantalica

Non pare casuale il frinire delle cicale che accompagna la tensione prima dell’assalto perché nel testo precedente della raccolta, l’eponimo Le pietre di Pantalica, Comiso è il paese «folgorato dal sole», quasi fosse «uno di quei vuoti gusci dorati di cicala», e la sola vista del cancello dell’aeroporto che accoglie i lavori per l’installazione dei missili genera una tremenda apocalittica considerazione: «Non resterà di noi neanche una vuota, dorata carcassa, come quella della cicala scoppiata nella luce d’agosto. Non resterà compagna, figlio o amico; ricordo, memoria; libro, parola» [29]. Troppo in là è andato l’essere umano.

Nella narrazione consoliana il paesaggio afferma la trasformazione, testimonia la negazione di quello che è stato, dei valori del passato. Perciò, mentre si allontana da Comiso, dopo essersi congedato dai ragazzi con la dichiarata amara certezza che il governo è deciso a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli USA, e guarda il paese dall’alto, i vicoli, le chiese ma anche i piccoli grattacieli e l’aeroporto, Consolo non manca di rilevare anche la nuvola giallastra che lo sovrasta, «una nuvola di smog per le plastiche delle serre e i rifiuti che bruciavano da qualche parte» [30].

meridiano-consolo

La fuga da questo scenario di violenza di ogni tipo ha una meta ben precisa, ovvero gli Iblei. L’intera area si presenta in tutta l’opera di Consolo come alternativa di rinascita. La necropoli di Pantalica, in particolare, rappresenta la resurrezione, la vita, pur essendo un luogo di morte, poiché in essa riposa la memoria identitaria da cui occorre partire per uscire dalle tenebre della storia. Memoria che è fatta di tradizioni, come quella dell’apicultura: siamo, d’altronde, nella terra del miele più celebre di tutti i tempi, e il miele, si sa, ha qualità eccezionali anche in termini di rigenerazione. Non è un caso che il viaggio di La Sicilia passeggiata cominci proprio da Pantalica, confermando, attraverso l’attribuzione al luogo di un valore simbolico straordinario, l’intenzione del primo titolo, Kore risorgente che, nel rimando al mito di Proserpina, morta e poi risorta dalle tenebre infernali nel tempo primaverile, auspicava una possibilità di nuova vita, di resurrezione, come in una nuova bella stagione.

Nel costruire l’immagine ecologica di questo particolare angolo di Sicilia Consolo valorizza i tratti della terra del miele e degli apicultori, dello spazio da idillio arcadico. In ciò recupera una tradizione antichissima. Ma, mentre utilizza il topos,esplicitando il riferimento all’Arcadia, l’autore intende evidenziare che negli Iblei del ventunesimo secolo esiste ancora un mondo raccolto e immune agli eventi storici. Si tratta però di uno spazio più concreto, tangibile rispetto a quello della tradizione, perché è reale, rappresenta un’alternativa possibile, un modo più sostenibile di vivere.

Nel testo eponimo di Le pietre di Pantalica i personaggi del mielaio Blancato e del vecchio Paolo Carpinteri, artigiano e narratore insieme, sono il simbolo della resistenza all’omologazione contemporanea, soprattutto in considerazione della vicinanza geografica di Comiso, con la sua area militare e i suoi missili Cruise che rappresentano invece l’incombere della modernità. In Comiso il rifugio di Consolo è perciò necessariamente rappresentato dagli Iblei. In particolare il sito di Cava d’Ispica, con le sue grotte, le abitazioni, le chiese, le necropoli, su un cammino «bordato dai bastoni fioriti delle agavi, dagli ulivi, dai fichi, dai pistacchi, dai carrubi» [31] rappresenta l’alternativa all’immagine dell’isola e del Mediterraneo infiammati evocata dai fatti dell’aeroporto. È una tomba rettangolare della necropoli bizantina ad accogliere Consolo mentre il cielo imbrunisce. Nei resti di passate civiltà risiede la memoria dell’identità umana. C’è un altro tempo, diverso da quello presente, in cui trovare «riposo e fruscura», e il ricordo in chiusura della preghiera della Norma belliniana «Casta diva, che inargenti / queste sacre, antiche piante…» [32] suscitato dalla comparsa di una falce di luna non è poi così casuale come scrive Consolo. Credo che, voluta o meno, l’allusione sia proprio alla luna di Zanzotto e alla sua Madre-Norma.

Come per Zanzotto l’oltranza stilistica e verbale con tracce che alludono a un passato armonico, ovvero la tradizione incarnata dalla forma – la Madre Norma – sono «un tentativo di esorcismo verbale di fronte a un’apocalisse culturale e ecologica» [33], allo stesso modo per Consolo il dialogo con l’archeologia e il passato – anche dal punto di vista linguistico sebbene Comiso non sia il testo più rappresentativo in tal senso – rappresenta una forma di resistenza di fronte ad un progresso che devasta, scorsoio, per usare un termine zanzottiano.   

978880446938hig

Conclusioni

Quando nello Spasimo di Palermo Martinez menziona la «puella pallidula vagante» ricorda anche che con le sue particolarissime scelte linguistiche Zanzotto non si arrende al silenzio di fronte allo scempio della natura commesso dall’uomo, di fronte alla violenza politica, culturale, antropologica, ma contemporaneamente testimonia anche l’impegno dello stesso Consolo a resistere.

In Sarà (stata) Natura? [34] Zanzotto accusa la banalizzazione della storia in atto e auspica che la poesia possa diventare «luogo di un insediamento autenticamente umano» e in ciò farsi tramite tra «il ricordo di un tempo» e il «futuro semplice – banale forse, ma necessario – della speranza».  La poesia cioè, che divaga e intorbida, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia [35], può conservare l’idea del sacro che è insita nella vita e che non ha nulla a che fare con le religioni.

Ma Nino Alaimo e la luna sulle tombe di Cava d’Ispica sono proprio simboli del sacro e dell’umano e il fatto che Consolo, scrivendone, possa aver scelto di alludere a Zanzotto, se non cambia il senso ultimo di una personale scelta di resistenza, è affermazione di una comunione di intenti.

Torno allora alla domanda di partenza. Ovviamente non so dire con certezza con quali parole i due autori commenterebbero il nostro tempo, ma certamente continuerebbero a scrivere. Perché forse scrivere non può davvero cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, perché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1]     Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983 : 1430-1442, :1436poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97: 92.
[2]     Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
[3]     Ivi:196-197.
[4]     Consolo V., Retablo, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015:433.
[5]     Ivi: 407.
[6]     Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5, 5.
[7]     Consolo V., Retablo, cit.: 407-408.
[8]    Ivi: 409.
[9]     Ivi: 411.
[10]   Id., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
[11]   Zanzotto A., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011: 307.
[12]   Ivi: 308.
[13]   Ibidem.
[14]   Id., Colloqui con Nino in Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013: 164.
[15]   A proposito del valore di Rolle-Dolle, Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
[16]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 287.
17   Dal Bianco S., in Zanzotto, Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999: 1508.
[18]   Ad esempio Nuvoli G., Andrea Zanzotto, La Nuova Italia, Firenze 1979: 67.
[19]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 288.
[20]   Agosti S. (a cura di), Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993:19.
[21]   Toppan 2018, cit.: 194-195.
[22]   Turchetta G., Note e notizie sui testi, in Consolo V., L’opera completa, cit.: 1350.
[23]   Zanzotto A., Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F. Mondadori, Milano 1999:1531.
[24]   Dal Bianco S., Il percorso della poesia di Andrea Zanzotto, in Zanzotto A., Tutte le poesie, cit.: XLIV.
[25]   Consolo V., Comiso, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 632-638, qui : 632.
[26]   Ivi: 634.
[27]   La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
[28]   Consolo V., Comiso, cit.: 636.
[29]   Id., Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 615-631, qui: 623.
[30]   Id., Comiso, cit.: 637.
[31]   Ivi: 638.
[32]   Ibidem.
[33]   Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017: 180.
[34]   Zanzotto A., Sarà (stata) Natura?, inLuoghi e paesaggi, cit. :150-153 qui: 152-153.
[35]   Id., Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere (1979), ora in Id., Poesie e Prose scelte, cit : 1228. 
Riferimenti bibliografici 
Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983: 1430-1442poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97.
Consolo V., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015.
La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5.
Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017.
Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993.
Id., Poesie e Prose scelte, a c. di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999.
Id., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011.
Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013.

 _____________________________________________________________

Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi l’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/nino-la-luna-e-come-resistere-allapocalisse-culturale-suggestioni-zanzottiane-nellopera-di-vincenzo-consolo

VINCENZO CONSOLO (18 febbraio 1933 – 21 gennaio 2012)

Per festeggiare Vincenzo Consolo.

Tutto è cominciato con la lettura di Retablo:ero su una nave e stavo per sbarcare a Palermo. Non avevo idea che Consolo mi avrebbe fatto da eccezionale baedeker in più di un’occasione.

La prima volta che ho incontrato Vincenzo è stato a Sant’Agata di Militello, al Castello. Era il 2017. Con entusiasmo straordinario mi parlò della sua eredità Claudio Masetta Milone. “La vedi, questa è la chiocciola del suo Sorriso”. E poi la scuola, le strade, la casa, il gusto per il cibo, la vista del mare, le isole e i Nebrodi alti, d’impareggiabile bellezza.

Lui non c’era già più ma era una presenza vivissima, così che era normale parlarne con il nome proprio. Claudio me lo stava presentando.

Poi a Milano, Caterina Pilenga mi ha accolta in casa sua. Ogni volta avevo la sensazione di andare a un appuntamento con entrambi. Forse era davvero così e nella piccola cucina mentre riscaldavamo focacce e parlavamo di condizione femminile e vecchie cascine e taralli non c’eravamo soltanto io e lei. “Quello era il suo posto”. Immaginavo che commentasse i nostri pasti, che apprezzasse i biscotti che avevo portato. “Gli piaceva mangiare”.

La scrivania, i libri, i ricordi. Di una vita. In parte già impacchettati. Alcuni libri li ho avuti in regalo. “Non ci capiterà più una classicista qui in casa. Come sarebbe stato interessato Vincenzo”, diceva Caterina. Tra le pagine ci sono ancora suoi brevi appunti. È la grafia una piccola parte di lui che mi accompagna.

Le ricorrenze personali – un compleanno – servono a riflettere. In questo caso la riflessione la fa chi resta. Sono felice di aver raccolto anch’io un po’ dell’eredità di Vincenzo Consolo. Sempre con stupore mi avvicino alla sua scrittura palinsestica e trovo sempre sorprendente il modo in cui questa si saldi alla presa di posizione netta contro le ingiustizie, le guerre, contro l’apocalisse antropologica e culturale, e in difesa della memoria e dei luoghi, che non sono un semplice sfondo, ma ci appartengono profondamente e intimimamente. Voglio ricordarlo con i versi di Accordi,perché mi piace pensare che con l’ignoto tu Vincenzo alluda ad un’identità sua e di tutti i figli del Mediterraneo, un’identità nata da una relazione vecchia di secoli con la terra, le piante, i muri a secco, con i paesaggi: tolto tutto questo, cosa saremmo?

Sei nato dal carrubo

e dalla pietra

da madre ebrea

e da padre saraceno.

S’è indurita la tua carne

alle sabbie tempestose

del deserto,

affilate si sono le tue ossa

sui muri a secco

della masseria.

Brillano granatini

sul tuo palmo

per le punture

delle spinesante1.

Mi chiedo come reagirebbe al nostro tempo buio, al dissesto idrogeologico trattato con noncuranza, ai progetti di opere pubbliche poco utili, alle stragi, alle guerre che insanguinano l’Europa e il Mediterraneo e il mondo, alla derive autoritarie, alla banalizzazione dell’intelligenza.

Continuerebbe certamente a scrivere, a indignarsi e impegnarsi. Perché forse scrivere non può direttamente cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, affinché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. Credo sia questo il talento dei veri grandi scrittori.

Converrà festeggiarlo allora, questo vero grande scrittore.

Buon compleanno, Vincenzo!

1Accordi. Poesie inedite, a cura di F. Zuccarello e Claudio Masetta Milone, Zuccarello editore, Sant’Agata di Militello 2015.

Retablo di Vincenzo Consolo

Circola nell’intero, avvincente racconto di Vincenzo Consolo il melodioso canto di una Sicilia luminosa e al tempo stesso attraversata da una condizione di arretratezza sociale in pieno secolo dei lumi; un’alternanza, a dirla con Traina, “di inferno e paradiso”.

Federico Guastella
Pubblicato il 21-10-2024

Retablo

Retablo

Nella quarta di copertina dell’edizione Sellerio del 1987, Leonardo Sciascia scrive:

“Retablo” – dice uno dei più sintetici e usuali dizionari della lingua castigliana – “è conjunto de figura que rapresentan la serie de una historia ò suceso”: e la scegliamo questa definizione, che può sembrare angusta […]. Perché “retablo” è questo racconto non soltanto per il suo alludere alla pittura e, con quasi medianico gioco à rebours, a un pittore; ma per il suo svolgersi in figure di incantata e incantevole fissità, pur circonfuse di un movimento, di un cangiare e trepidare di linee, di colori, di eventi luministici che si direbbe aspirino, al di là delle parole, ma restando certa ogni parola, a una più ineffabile condizione.

E così conclude:

Con questo racconto Vincenzo Consolo […] raggiunge una sua perfezione e compie, nella tradizione della narrativa siciliana, una specie di “rovesciamento della praxis” realistica che a questa tradizione è peculiare.

L’attenzione viene dunque rivolta al titolo dell’opera con la precisazione che il termine “retablo” in catalano indica la successione di “quadri” di una storia figurata: singole scene che, divise da una cornice, sono corrispondenti alle varie sequenze della storia.

Giuseppe Traina in Vincenzo Consolo (Fiesole, 2001), afferma che Retablo è

una narrazione che scommette se stessa nel gioco dialettico fra movimento e fissità, tra metafora del viaggio come conoscenza e metafisica immobilità rispetto alla storia.

La struttura del libro a tre pannelli, uscito pochi anni dopo l’assassinio di Pio La Torre e di Carlo Alberto della Chiesa, è fondata sull’intreccio di letteratura e arti figurative: un omaggio al pittore Fabrizio Clerici, rappresentante del surrealismo degli anni Cinquanta che, amico di Vincenzo Consolo, è il protagonista del viaggio settecentesco in una porzione della Sicilia occidentale, dedicato a dona Teresa Blasco. Alcuni disegni del Clerici impreziosiscono il libro in cui, di pagina in pagina, s’avverte l’onda poetica della grecità: dunque, un giornale di viaggio “in quest’isola lontana, in questa terra antica degli dèi, delle arti, delle conquiste e dei disastrosi avanzi”.
Ad accompagnarlo è Isidoro, un ragazzo siciliano svestitosi di fraticello questuante per amore di Rosalia. Ed è la loro storia a farsi racconto nei racconti, a rivelarsi a più riprese da vivaci sorprese. È in “Oratorio”, il primo dei tre, che proprio Isidoro racconta le sue vicende che introducono a quel che nel libro si svolge. Al porto di Palermo, dove cerca lavoro, vede giungere il packet-boat “Aurora”, dove viaggia il

gentiluomo di Milano, il cavaliere Clerici […] che sbarcò in Palermo con la fortuna mia, per viaggiare l’isola, scoprire l’anticaglie e disegnar su pergamene con chine e acque tinte templi e colonne e statue di cittate ultrapassate.

Il viaggio, narrato nel secondo portello, è intitolato “Peregrinazione”; l’itinerario, che è quello dei viaggiatori del “Gran Tour”, comincia con la voce del protagonista: lo dedica all’amata Teresa Blasco per narrarle la terra originaria, “quella materna e cara”, ma in realtà va in Sicilia

per lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno d’ere trapassate, antiche, che nella lontananza ci figuriamo d’oro, poetiche, come sempre è nell’irrealtà dei sogni, sogni, intendo come sostanza de’ nostri desideri.

Mostrando la Sicilia del Settecento, severo è il giudizio di Consolo sulla decadenza di Milano e dell’Italia degli anni Ottanta anche se il viaggio si svolge secoli prima. Più piani di finzione espressiva s’intrecciano intanto che scorrono le immagini del paesaggio siciliano a partire dal portello “Oratorio” in cui la descrizione attiene a vagabondi e ruffiani, parassiti e camorristi entro il racconto di Isidoro sulla storia d’amore con Rosalia.
Nel porto di Palermo regna il caos: lo caratterizzano scaricatori, casse, carriole, barili, bestemmie e sgradevoli olezzi, “sciarre di pugni e sfide di coltelli”, “il brulicare d’òmini, animali, carrette e mercanzie”. Ma l’immagine della città, all’arrivo di Clerici, è luminosa di luce chiarissima:

Il sole sul filo in oriente d’orizzonte, mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’inno della notte.

A interessarlo è la ricerca della Sicilia classica, greca e arcadica per ricavarne sensazioni e sentimenti di atarassia, di distacco dalle pene d’amore. Lo suggestiona la terra fertile, una natura tanto rigogliosamente gentile che si apre allo sguardo passando per Monreale, Burghetto e Partinico, ma le strade sono insicure e accidentate, asperrime e colme d’ogni insidia tra cui l’incontro con i ladri.

Ad Alcamo, ricca d’abbondante natura, il comportamento degli uomini è maschilisticamente contrapposto alle donne: i primi sono “scuri, guardinghi e sospettosi, immobili ai lati della strada” che scrutano il passare del convoglio, parlando tra loro “sommessi e concitati”; le seconde si presentano talmente “intabarrate” di cui non si scorge il viso “o il dito d’una mano”, pronte a “scivolare svelte”, “al richiamo d’uno scampanio, nell’antro d’una chiesa”.
Vistoso il barocchismo nel comportamento dei signorotti che si configura in una vivacità esasperata, nell’opulenza e nella nauseante boriosità in stridente contrasto con la miseria di vecchi e bambini. Chiara la denuncia sociale di Consolo nel rilevare le disuguaglianze: sotto stanno coloro che faticano lavorando “senza inizio e fine”, sopra quelli che oziano “ben armati di trombe e lame, in stivaloni, casacca e cappellaccio”. La condizione d’una miseria ingiusta si tocca poi con mano quando Isidoro e Clerici scorgono “innumerevoli fanciulli, cenciosi e magri” e un’orda “di mendichi, ciechi, storpi, nani, malformati, sconciati sulla pelle di ripugnanti mali”.

Non manca la violenza della prepotenza. Da qui il contrasto tra la bellezza della Sicilia e la vita miserabile della povera gente.

C’è una doppia realtà nell’isola: di una bellezza assoluta di quest’isola, che è al centro del Mediterraneo, che è ricca di cultura, per tutte le stratificazioni culturali che ci sono state lì […] E penso anche alla violenza che c’è.

È la violenza esercitata da chi possiede e dalle categorie intermedie al servizio del potere economico:

Non parliamo poi della mafia. E poi taglieggiano e opprimono i sottomessi.

Sono le donne “impotenti, sottomesse, vittime” in un quadro a fosche tinte. Ma è la meravigliosa natura a favorire l’abbandono al sogno. Anche la generosità siciliana spicca: quella dell’accoglienza dell’ospite derivante sicuramente dai greci. Dinanzi al granitico tempio di Segesta, Clerici resta estasiato; ne descrive ogni dettaglio che esprime un’aura di sacralità agli antipodi dell’imbarbarimento e del degrado. E ci sarebbe da soffermarsi sui “Bagni Segestani” o sull’incontro con i briganti o col pastore don Nino che li accoglie dopo essere stati derubati d’ogni bene. Avvincente la storia del brigante in cui si parla della fanciulla Rosalia, avente lo stesso nome della donna amata da Isidoro.

Incantano le descrizioni delle tappe del viaggio; sono delicatamente visive nell’intrecciarsi di narrazioni d’incontri e mostrano il pullulare immaginoso relativo al paesaggio della Selinunte greca:

Io scesi da cavallo e baciai la terra del Selìno, sacra per tanta vita e tanta morte umana. E come richiamato da voci che solamente a me si rivelavano, voci antiche e sepolte, di sacerdoti, vergini e fanciulli, dentro le pietre immense dei tumuli dei templi, e suscitate, quali suoni dalle corde d’una cetra o arpa, per la forma evocante e per l’amore mio di pellegrino, e per l’aere sciamanti […] m’inoltrai mezzo le pietre […] e tutte come in un grande gorgo vorticando attorno a un’unica colonna che ritta al centro, possente e alta, era rimasta a simbolo del grande, del santo monumento, come preghiera estrema e duratura a un dio ignoto, come meridiana o sosta alla sua ombra in questa ignuda vastità e assolata, come segnale e guida per le carovane che dall’interno si portavano agli empori della costa.

La costruzione del tempio sacro, commenta Vincenzo Consolo, è speranza che va verso il cielo, “oltre il confine misero dell’uomo”, mentre la vista nel “mar di pietra” di metopi e di sculture gli fa sorgere interrogativi esistenziali.

Cos’è mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l’uomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora?

Le descrizioni incalzano e affascinano per l’ampio sguardo rapace che fissa plurimi dettagli in un linguaggio scorrevolmente rapido e colto. A Mothia ridono i villani “con gran diverimento”, essendo stati informati che i viaggiatori cercavano “l’antichitate” e li invitano a pigliarsi tutto per liberare il campo. Quasi a far dimenticare la strage sacrificale di innocenti, fa luce di splendida bellezza la statua greca del cosiddetto “Auriga” (o “il Giovinetto di Mozia”), trovata dagli archeologi nell’ottobre del 1979 presso il forno di un vasaio. Sicuramente l’artefice dovette essere un esperto scultore conoscitore dell’arte di Fidia e forse era stata comprata da qualche ricco signore del luogo. Nulla si sa di certo. Chissà dove fosse stata scolpita (forse in una città greca della Sicilia, Selinunte o Agrigento). Lo stile e il secolo in cui si possa collocare sono ignoti. Permangono i dilemmi, gli interrogativi, le ricerche. Il V secolo a.C la datazione possibile, probabilmente la prima metà. Ecco un brano di come Consolo ne parla:

Era la statua, poco più grande della misura naturale, d’un giovine robusto, atleta o auriga, che, pur coperto d’una tunica o chitone a fitte pieghe come rivoli d’acqua scivolanti fino ai piedi, si leggea in trasparenza in corpo sano. Il quale, gravando su una gamba e portando avanti l’altra, parea offrirsi in posa dopo la conquista d’una vittoria. E il viso ancora, incorniciato di ricci sulla fronte, era quello fiero e lontano d’ogni vincitore. Privo di braccia, il residuo d’una mano era attaccato a un fianco, mentre l’altra, sicuramente protesa, dovea reggere in alto il premio o la palma della sua conquista.

Finita in mare la statua, lungo il tragitto per Trapani, che Clerici aveva portato con sé, questi rassegnato dice: “Tutto viene dal mare e tutto nel mare si riduce”.
Trapani, “quella città bianca di marmore e di sale”, ha il porto ricco di commercio e di merci; nella bella cittadina “agile e sciroccosa”, ”attiva e sensuale”, dove la grazia greca s’incrocia “con la carnalità ubertosa e ambrata d’un harem saracino”, poteva fiorire l’arte della pesca e della lavorazione del corallo.
Pagana e apparente la religiosità; folclorica e divertente la venuta a pranzo nella casa ospitale di don Sciaverio, esperta guida della città che, dopo un breve terremoto, pronuncia una frase crudele:

Andate, andate via subito, signor maestro Clerici, andate don Fabrizio. Quest’è terra insicura, traballante.

A Palermo incontrano lo scultore Giacomo Serpotta; prima di lasciare la Sicilia, da alcuni mercanti lombardi il Clerici apprende che donna Teresa, la sua amata,

è appena convolata a nozze […] con l’intraprendente Cesare Beccaria.

Riconoscendo le profonde stratificazioni della Sicilia e i contrasti di povertà e di ricchezza, Clerici non ignora la variegata e complessa umanità che la popola. Certo, le sue aspettative vengono incrinate. Di naufragio parla Traina. Ma a rimanere è un senso di meraviglia insieme ad uno sguardo illuministico.

Il terzo portello, “Veritas”, attiene al racconto di Rosalia dalle cui vicende balzano in primo piano le violenze subite dopo la partenza di Isidoro. È il giuramento di fedeltà ad essere l’epilogo della loro storia d’amore.

E io monaca sono, Isidoro mio, monaca per amore del ricordo più bello e interrotto, monaca per amore dell’amore, in clausura d’anima per te, fino alla morte

invitandolo a rientrare nel convento:

Saperti ancora monaco mi dona contentezza. Monaco tu e monaca io, nel voto e nel ricordo del nostro grande amore.

In definitiva, con questo racconto Vincenzo Consolo descrive storie come isole di un arcipelago, l’una all’altra rinviando personaggi, incanti e disincanti a far giungere il melodioso canto d’una Sicilia luminosa e al tempo stesso attraversata da una condizione di arretratezza sociale in pieno secolo dei lumi.
Federico Guastella per Sololibri.net

Moniti per la contemporaneità dal palinsesto consoliano

Pubblicato il 1 luglio 2024 

1

di Ada Bellanova

Nel 2008 Daragh O’Connell ha utilizzato il termine «palincestuoso» per definire Consolo evidenziando come, nell’imponente polifonia che caratterizza la sua scrittura, la voce letteraria acquisti un rilievo particolare e quanto intensa sia, rispetto ad altri autori pure attenti alla tradizione, la relazione con i testi anteriori. «La poetica della ri-scrittura o, meglio, della soprascrittura»[1] che ne scaturisce è fortemente legata alla tensione etica dell’autore: la rottura che ne deriva nei confronti delle mode letterarie del momento è un tramite che concorre a definire la scelta dell’impegno. Ma questa modalità convive con la componente memoriale e autobiografica, con l’uso e il riuso dei propri testi, con le citazioni e le allusioni iconiche, in un’attenzione sempre presente per la Storia e per la contemporaneità. È allora arduo e perciò ancora più gratificante scavare alla ricerca del senso.

L’indagine in un’opera così densa di innesti può riservare sempre nuove sorprese, a seconda di dove si va a ‘scavare’. Ma è ancora più degno di interesse che i ‘reperti’ continuino a veicolare messaggi preziosi per il nostro tempo.  «Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) è l’ultimo libro di Giuseppe Traina su Vincenzo Consolo, pubblicato da Mimesis, nella collana Punti di vista diretta di Gianni Turchetta. La raccolta di saggi, in parte inediti in parte rielaborazione di interventi già pubblicati, si riallaccia alla monografia del 2001 (Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole 2001). Pur uscendo, come ammette lo stesso studioso nella premessa, in una fase particolarmente fertile degli studi su Consolo e pur toccando questioni variamente dibattute dalla critica, queste pagine presentano un taglio nuovo, individuando come corpus di indagine l’ultima fase dell’opera dell’autore – i testi che vanno dagli anni Novanta alla morte, ovvero da L’olivo e l’olivastro del 1994 (ma con riferimenti anche ai precedenti Retablo e Le pietre di Pantalica) ai vari contributi parzialmente confluiti ne La mia isola è Las Vegas (2012) e nel postumo Cosa loro (2018) –, e riconoscendovi una netta presa di posizione, ancora preziosa e illuminante, in merito a questioni socio-culturali, ambientali e politiche dell’Italia e del mondo.

recherches

Il primo saggio I molti volti dell’ulisside, tra Sicilia e Mediterraneo: Retablo, Le pietre di Pantalica, L’olivo e l’olivastro, che rielabora quello già uscito su Recherches (Studi per Vincenzo Consolo. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, n. 21, automne 2018: 99-111) si sofferma su una questione già molto presente nella critica consoliana, ovvero sulla presenza di Ulisse. La mappatura delle ricorrenze tende all’esaustività perché, partendo dal bagaglio degli studi precedenti, in particolare quello di Massimo Lollini [2], Traina passa in rassegna una serie di aspetti, anche minori e in parte trascurati, componendo le tracce e guidando alla comprensione del senso.

La precocità del tema del viaggio già presente ne La ferita dell’aprile, sebbene non in maniera massiccia; la struttura ‘a stazioni’ non sempre programmate ma anche determinate da accidenti di varia natura in RetabloL’olivo e l’olivastro, Lo Spasimo di Palermo; le allusioni omeriche in episodi o motivi riconducibili all’Odissea; l’influsso epico nelle scelte stilistiche (l’imperfetto durativo come tempo della ciclicità e il passato remoto come traccia epica nei verbi di dire o in quelli di movimento); la predilezione per protagonisti sempre in movimento, come Fabrizio Clerici, l’io di Le Pietre di Pantalica e di L’olivo e l’olivastro e Chino Martinez: il rilievo dato a tutti questi aspetti è testimonianza del dialogo intenso con l’ipotesto. Traina inoltre non manca di sottolineare che a questa ricorrente scelta di intertestualità si legano elementi autobiografici o caratteriali dell’autore, come il gusto-ossessione per il viaggio periplo in Sicilia o l’esilio a Milano. Proprio del tema dell’erranza, così pervasivo, precisa l’ambivalenza: intanto perché, anche se è ‘in esilio’ a Nord e pur non essendo un privilegiato, Consolo, per sua stessa ammissione, non vive la condizione degli emigrati poveri e ammassati in transito verso altre destinazioni, e poi perché c’è l’autoesilio generato dall’invivibilità della Sicilia, in L’olivo e l’olivastro, ma, accanto all’erranza generata dalla tragedia civile della mafia, in Lo Spasimo di Palermo, c’è anche quella che scaturisce dalla propria vicenda personale. Né mi sembra «una piccola divagazione» la nota finale sulla possibile conoscenza dell’Ulisse di Tennyson per il rifiuto di un nostos compiuto che coinciderebbe con il regno su un’Itaca imbarbarita dalla logica economica e la scelta di un nuovo viaggio che lascerebbe il potere a un più accomodante Telemaco. D’altra parte questo particolare referente viene forse evocato ma per negazione anche ne Lo Spasimo perché l’esilio ora tocca al figlio – neppure per lui c’è posto in un’Itaca distorta – e al padre non resta che un’erranza senza pace, senza slanci di conoscenza.

71uj-0iskl-_ac_uf10001000_ql80_

Traina non si lascia sfuggire neppure l’occasione di precisare quanto il «monito periodico» dell’eliotiano Morte per acqua sia profondamente legato alla tematica odissiaca per la paura antica del viaggio per mare e del rischio della morte senza seppellimento. Tutti i compagni di Ulisse perdono la vita durante il difficile viaggio di ritorno e l’epos incarna il sentimento degli antichi Greci, mentre i morti per acqua di oggi, i migranti, sono ulissidi alla ricerca di una patria ideale che mai vedranno. C’è in queste tracce odissiache un fortissimo monito alla contemporaneità per quanto riguarda i drammi del Mediterraneo ma anche, come giustamente mette in evidenza Traina, l’avviso della profonda ambivalenza del rapporto dell’essere umano con la Natura.

A questo si collega un’altra riflessione interessante, sebbene più rapida, contenuta in questo primo saggio, sulla techne. Consolo ha senza dubbio pagine polemiche nei confronti della cultura tecnico-scientifica nella sua versione tecnologica. I poli industriali siciliani in particolare sintetizzano ne L’olivo e l’olivastro un’idea di sviluppo deteriore, che nega l’identità dei luoghi, distrugge la civiltà preesistente [3]. Altra cosa è la techne non meccanizzata, nei confronti della quale l’autore nutre un notevole interesse, evidente ad esempio nell’attenzione per botanica e arboricoltura in Retablo o ne Lo Spasimo di Palermo. In ciò Traina coglie una traccia ulissiaca perché riconduce queste aperture alla dicotomia tra olivo e olivastro e vi riconosce la valorizzazione di «una forma tra le più alte dell’intelletto umano e di una misura umana del vivere». Un altro avviso urgente per il nostro tempo.

Anche il secondo saggio, Nottetempo casa per casa: il potere, la lingua, l’esilio, rielaborazione di un intervento precedente, costruito attorno al tema chiave ‘lingua’, soffermandosi su una questione estremamente viva nella riflessione consoliana ovvero sulla peculiarità dello strumento linguistico con le sue ambivalenze, evidenza l’attualità del messaggio dello scrittore. Nel romanzo oggetto di analisi attraverso la narrazione di fatti misti di storia e invenzione degli anni Venti – la vicenda di Pietro Marano in una Cefalù che ha rinunciato a ogni forma di razionalità, stravolta dall’avvento del satanista Aleister Crowley e dai suoi riti orgiastici seducenti per alcuni cefaludesi pronti poi a schierarsi con il nascente fascismo – Consolo allude, per sua stessa ammissione, agli anni Novanta, «anni di crisi ideologica e politica, di neo-metafisiche, di chiusure particolaristiche, di scontri etnici, di teocrazie, integralismi…» [4], ovvero all’irrazionalismo della cultura di massa a lui contemporanea, alla caduta delle ideologie e alla deriva degli italiani pronti a sostenere nuove forze politiche, Lega Nord e Forza Italia, e quindi a consegnarsi a un sistema di potere illiberale.

9788833290980_0_536_0_75

Ma la violenza sembra essere ben più profonda e enigmatica di quella storico-politica: ha genesi antropologica e probabilmente anche autobiografica la malattia dei Marano, ma è solo apparenza, come ha messo in evidenza Galvagno [5], il legame esclusivo con la famiglia del protagonista e le implicazioni sono molto più vaste e riguardano la soggettività dolorosa dell’essere umano. L’indagine di Traina consegna al lettore alcuni importanti ‘ritrovamenti’, ipotesti della tradizione solo in parte affioranti, per riflettere sul ruolo della lingua nel romanzo. La parola poetica è per Petro Marano una possibilità di resistenza al dolore, mentre è nociva la retorica del linguaggio della politica, fascismo o antifascismo poca importa, perché anche nella lingua del vate poetico dell’anarchico Schicchi, Rapisardi, è rivelabile l’impostura. «Petro, con la sua sensibilità linguistica […] coglie il rischio che il terremoto grande che sconvolge politicamente l’Italia implichi una corruzione della lingua, uno slittamento tra significanti e significati che solo in apparenza può apparire un buffo calembour», e, nella sua alternanza tra melanconia, male catubbo da una parte e tentativo di resistere ad essi attraverso la scrittura, rappresenta dunque proprio la posizione dello scrittore che è consapevole dell’agguato in atto nei confronti della cultura umanistica e della razionalità, ma ha ancora fiducia in esse.

Alla base di questa riflessione Traina pone alcune sollecitazioni: l’idea di funzione utopica della lingua di Barthes, il principio di vacuità del linguaggio di Foucault, ma soprattutto il valore della leggerezza nelle Lezioni americane di Calvino. L’apparente distanza delle considerazioni calviniane – forse quelle che sorprendono di più tra i riferimenti suggeriti – è superata nella sottolineatura della presenza nel romanzo della «rutilante vitalità del fascismo», che è aggressivo, rumoroso, quindi facilmente ascrivibile a quello che Calvino definisce «regno della morte» [6], ma anche della coscienza della necessità di una riappropriazione della concretezza delle cose da parte del linguaggio. Inoltre se la pietrificazione dei Marano si lega alla pesantezza di cui le Lezioni americane invocano il superamento, nella percezione da parte di Petro del dolore individuale e nella  possibilità di una risposta collettiva alla sofferenza del mondo, Traina individua l’intreccio tra riflessione calviniana e echi leopardiani, in particolare nel passo del capitolo VIII: «Una suprema forza misericordiosa potrebbe forse sciogliere l’incanto, il grumo dolorante, ricomporre lo scempio, far procedere il tempo umanamente. O invocare ognuno, il mondo intorno, a capire, assumere insieme l’enorme peso, renderlo comune, e lieve» [7].

31yr9haojdl-_ac_uf10001000_ql80_

Il terzo saggio, finora inedito, cala il lettore nel mistero del marabutto (Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo) e dell’ultimo dei romanzi consoliani, portando alla luce, attraverso considerazioni sui molti significati del termine, anche il senso sepolto (inabissato) della narrazione. Il termine è di per sé polisenso – eremita, tomba mausoleo, cisterna sotterranea – ma a contare sono i significati che esso assume per Chino Martinez. Dapprima luogo sotterraneo, scoperto nell’infanzia con l’amico Filippino, il marabutto prelude forse al difficile destino di scrittore che deve impegnarsi a trovare ‘il motto giusto’. Ma diventa subito anche ricovero per sfuggire alla collera paterna e sarebbe segreto da condividere con Lucia, la sola che possa godere della bellezza delle pitture murali, ma i gemiti del padre e della siracusana lì rifugiatisi per fare l’amore lo rendono emblema del rimosso. Chino infatti, spinto da molteplici sentimenti, non ultimi odio e rivalsa, contribuisce suo malgrado alla morte del genitore e della sua amante per mano dei tedeschi e ciò diventa per lui causa di rimorso perenne e radice della futura pazzia per la ragazzina che è l’unica a vedere i cadaveri di sua madre e del padre del protagonista.

Così il marabutto è l’aleph, il punto di partenza e, nel senso borgesiano, il luogo in cui sono riassunti tutti i luoghi, la storia che le riassume tutte. Ma indica anche l’eremita e, se – è la premessa di Traina – nell’opera di Consolo questa figura è ricorrente e significativa e spesso ridotta all’afasia o ad un’ecolalia che non comunica, come nel caso del frate belga di L’olivo e l’olivastro, questa accezione è valorizzata nell’ultimo romanzo in vari modi. Innanzitutto Chino Martinez «opta per una sorta di romitaggio laico» che è illusorio nel caos di Palermo, ma soprattutto sceglie un’afasia di scrittore che diventa anche afasia nei rapporti umani, persino nei confronti del figlio. Inoltre l’auspicio «T’assista l’eremita» che chiude il proemio, ricondotto da Traina proprio all’incontro con il frate belga, va inteso in relazione con l’effetto del marabutto sulla vicenda di Chino e va collegato al motto del fioraio che precede l’esplosione letale alla fine del romanzo, «Ddiu ti scanza di marabutta». Ma lo studioso, provando a indagare tutte le accezioni della parola marabutto, suggerisce che forse eremita è anche il giudice obiettivo dell’attentato mafioso e la sua condizione rinvia alla vera solitudine sperimentata da Paolo Borsellino la cui vita si è svolta tra l’aleph della farmacia di famiglia di quel quartiere poverissimo che è la Kalsa, di cui Consolo si ricorda in Le macerie di Palermo, e il tremendo isolamento finale da cui nessuno l’ha protetto.

Il saggio successivo si concentra sulla scrittura d’intervento e sui testi confluiti in La mia isola è Las Vegas e Cosa loro verificando analogie e specificità di questi rispetto a quelli confluiti nel Meridiano curato da Turchetta. In particolare Traina si sofferma sull’uso dell’ironia costruita attraverso l’elencazione nominale, la deformazione onomastica, la scelta del dialetto o di forme regionali anche sul modello gaddiano, i rifacimenti mimetici ancora gaddiani, o con la prospettiva dell’io narrante, straniante e eticamente indifendibile come nel racconto La mia isola è Las Vegas. Inoltre in tutta la scrittura d’intervento, che si tratti di interventi sulla mafia o di articoli di politica internazionale, è riscontrabile un grande scrupolo documentario. Infine Traina segnala nella produzione estrema di Consolo una tendenza ad analizzare fenomeni di portata mondiale, a partire dal tema delle migrazioni del Mediterraneo e, a tal proposito, si sofferma sull’interessante ma poco noto Civiltà sepolta [8], articolo che nel richiamo del titolo all’archeologico Civiltà sepolte di C. W. Ceram allude antifrasticamente al «seppellimento morale della nostra attuale civiltà, emblematizzato dal perdurante ricorso alla tortura». Nel testo lo scrittore si sofferma sulle tante violazioni dei diritti umani, a partire da quelle compiute da fascisti e comunisti per arrivare alle moderne torture statunitensi. Traina vi rileva un ricorso preciso a toponomastica e onomastica – per citarne alcuni, Abu Ghraib, Baghdad, Nassiriya, Maurizio Quattrocchi, Nicholas Berg – fondato sulla convinzione che il nome possa facilmente, fissato sulla pagina, diventare emblema per tutti, in un crescendo apocalittico che l’ecfrasi finale del monumento ispirato alla fotografia di Lunchtime può, compensando la voragine angosciante di Ground Zero moltiplicata nelle immagini televisive dell’11 settembre 2001, riscattare con un moto di speranza – la profezia di una ricostruzione nella particolare scelta iconica che si riallaccia alle modalità dei grandi romanzi – la logica della guerra.

lo-sguardo-italiano-fronte

L’ultimo saggio, Consolo e il Mediterraneo arabo: «tra un mare di catarro e un mare di sperma», rielabora un precedente intervento su «Italianistica» (n1, gennaio-aprile 2020). Vi si collega, per l’attenzione rivolta al tema del mare e alle modalità con cui si manifesta la presenza araba, l’appendice sciasciana, del tutto inedita. Ma in Consolo la componente araba mediterranea non esiste da sola, bensì mescolata con l’identità greca, ebraica, spagnola, con individuazione dell’arricchimento che nasce proprio dalla fusione di civiltà e culture diverse. Traina passa in rassegna le differenti forme della presenza araba nell’opera dell’autore: quella geografico-artistica che valorizza l’eredità monumentale, soprattutto a Palermo e a Trapani, e la valenza civilizzatrice della dominazione araba in Sicilia non senza mettere in risalto in controcanto la distruttiva barbarie mafiosa contemporanea; quella storico-sociologica che, partendo dall’arrivo degli arabi in Sicilia, sulla scorta di Michele Amari, giunge ad analizzare la doppia migrazione tra l’isola e il Nord Africa e gli esiti tragici delle traversate dei nostri giorni; quella letteraria che dalla conoscenza di Ibn Giubayr e degli altri antichi scrittori arabi siciliani giunge all’interesse per autori contemporanei palestinesi o maghrebini; infine quella politica con le riflessioni sulle guerre del Mediterraneo, su eventi come l’11 settembre, e, ancora una volta, sulle migrazioni.

Il saggio mette in luce un aspetto, secondo me, fondamentale nella riflessione consoliana, ovvero la forza vivificatrice della mescolanza tra popoli. La stessa rappresentazione, entusiastica, della Sicilia come museo a cielo aperto, che accoglie rovine elime, greche, puniche testimonia nell’opera dell’autore il valore degli incontri, degli scambi tra popoli di culture diverse, ciò che è, da sempre, motivo del cammino della civiltà.

Le considerazioni di Traina per l’interesse di Consolo nei confronti di Tahar Ben Jelloun, che evidenziano tra l’altro una comune predilezione per la dimensione dell’oralità, permettono di cogliere un auspicio di meticciato anche sul piano letterario. La soluzione alla crisi linguistica e letteraria – in particolare del romanzo, minacciato dalla comunicazione del potere in virtù della sua valenza comunicativa – risiederebbe in un incontro straordinario tra lingua della memoria e lingua scelta per comunicare, proprio come nel caso dello scrittore marocchino che pur scegliendo il francese – la lingua degli ex colonizzatori – per scrivere non ha rinunciato alla sua identità maghrebina. Ma il meticciato dovrebbe essere l’esito anche sul piano biopolitico: l’Europa vecchia – «un mare di catarro» – ha bisogno della vitalità giovane che possono portare i migranti. In consonanza con l’aforisma zanzottiano [9], Consolo evidenzia la necessità e la positività della mescolanza, non tanto o non solo per spirito umanitario ma per evidenti ragioni politiche e economiche: si tratta, d’altra parte, di riconoscere il cammino della Storia, tanto più della Storia di un siciliano, segnata da così tanti popoli e commistioni.

meridiano

In un Mediterraneo dilaniato da guerre e morte la speranza risiede, a sorpresa, in San Benedetto, nel santo nero di origini popolari. Soffermandosi in chiusura sull’analisi del racconto Il miracolo, che, con tono sarcastico e grottesco, narra di come una ragazza semplice e chiusa nella fede in un vicolo del centro storico di Palermo si convince di essere stata messa incinta da San Benedetto e non da un migrante nero che ha bussato alla sua porta, e sugli articoli dedicati al santo – con la proposta di eleggerlo copatrono accanto alla bianca e aristocratica Santa Rosalia proprio in virtù della presenza significativa di immigrati – Traina mette evidenzia la forza del simbolo che Consolo ci lascia in eredità: a Palermo, nell’isola e in tutto il Mediterraneo dovrebbe essere finita l’epoca delle madri sofferenti che piangono i loro figli, dovrebbe esserci invece «un nuovo tipo di padri, non legati all’atavica cultura mafiosa ma capaci di tenere in braccio un bambino, come il santo nero nell’allucinata narrazione della ragazza del Miracolo».

Resta, alla fine della lettura di questi saggi, oltre ad una rinnovata vertigine di fronte alla ricchezza del palinsesto consoliano, l’apprezzamento per la pregevole opera di scavo operata da Traina il cui denso resoconto testimonia una cura attenta e consapevole dell’eredità dell’autore. Questa è percepita come propria nell’atto dell’indagine ma, nella scelta di uno specifico corpus di indagine e nel focus su questioni care a Consolo e assolutamente non risolte, come le migrazioni, la violenza, la violazione dei diritti umani, l’uso distorto della lingua, il rapporto tra uomo e natura, è proposta anche, ancora e urgentemente, a tutti.

Dialoghi Mediterranei, n. 68, luglio 2024
Note
[1]   D. O’Connell, Consolo narratore e scrittore palincestuoso, «Quaderns d’Italià», 13, 2008: 161-184 (:163).
[2]   M. Lollini, Intrecci mediterranei. La testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo, in «Italica», LXXXII, I, 2005: 24-43.
[3]  Ne ho diffusamente parlato in A. Bellanova, Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021, in particolare: 230-245.
[4]  V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e la Milano, la memoria e la storia, a cura di Renato Nisticò, Donzelli, Roma, 1993: 47.
[5]  R. Galvagno, L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Milella, Lecce, 2022: 199.
[6]   I. Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano,2023: 16.
[7] V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano, 2015: 712.
[8] V. Consolo, Civiltà sepolta, in L’Unità, 15 maggio 2004. L’articolo è reperibile per intero online https://vincenzoconsolo.it/?p=2928
[9]  A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Conversazione con M. Breda, Garzanti, Milano, 2009: 68-69.
  _____________________________________________________________
Ada Bellanova, insegna lettere in un liceo pugliese. Si interessa di permanenza della letteratura greca e latina nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Si dedica da alcuni anni allo studio dell’opera di Vincenzo Consolo: da qui è nata la monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021). Ha collaborato con La macchina sognante, Erodoto108.  Nel 2010 ha pubblicato il libro di racconti L’invasione degli omini in frac, con prefazione di Alessandro Fo e nel 2016 Papamusc, un breve romanzo edito da Effigi.

INTERVISTA A VINCENZO CONSOLO

Scritto il

A cura di Franco Romanò

Premessa

Questa intervista fu pubblicata sulla rivista Il Cavallo di Cavalcanti nel 2008: ad essa seguirono altri incontro pubblici cui partecipò lo stesso Consolo allo Spazio Coop di via Arona. La ripropongo oggi nel blog per la sua ricchezza e attualità, con due precisazioni. Nella mia introduzione di allora notavo che molti dei suoi libri erano introvabili: per fortuna oggi la situazione è cambiata e questa è una buona notizia. La seconda precisazione. Nella parte finale, pur senza citarlo Consolo mette in evidenza i cambiamenti negativi indotti dal governo Berlusconi. Nel contesto di allora la sua frase era chiarissima, oggi è forse bene ricordarlo in modo esplicito.

——-

Mi accingo a incontrare Vincenzo Consolo con due pensieri in testa: prima di tutto che i suoi libri sono quasi introvabili, a parte quello d’esordio – La ferita dell’aprile – ristampato di recente da Mondatori. Per fortuna li avevo quasi tutti, e per qualcuno sono ricorso ad amici, ma mi sembra un cattivo segno dei tempi che si faccia fatica a trovare in libreria un autore che ha dato così tanto alla narrativa italiana. Il secondo pensiero riguarda la lingua. Nel prepararmi a intervistarlo mi sono ricordato di un saggio che T.S.Eliot dedicò in anni lontani alla poesia di Marianne Moore: in esso il grande poeta anglo statunitense afferma, fra l’altro (ricordo a memoria), che un poeta va prima di tutto valutato rispetto a quello che ha dato alla lingua d’appartenenza. Penso che questo sia estendibile anche ai narratori e nel caso di Vincenzo Consolo il giudizio di Eliot è quanto mai calzante e di bruciante attualità. Il poeta, infatti, avvertiva già in quegli anni lontani, che l’inglese correva il pericolo di un impoverimento dovuto alla sua estensione planetaria come lingua veicolare, sottoposta quindi a un processo di semplificazione e di impoverimento. Per ragioni diverse anche le altre lingue – e quella italiana in particolare – sono oggi minacciate (sebbene da altri e ben più distruttivi fattori) e questo sarà proprio uno dei temi dell’intervista.

Lo scrittore mi riceve nella sua bella casa milanese; l’ampio salone è pieno di libri e al tempo stesso molto luminoso, due caratteristiche che non sempre vanno a braccetto quando si entra nello studio di un artista della parola; chissà che la solarità della sua terra non abbia a che fare con questo! Entriamo subito in argomento e gli ricordo una frase contenuta in Fuga dall’Etna:

Franco Romanò:

Vorrei partire da questa sua affermazione: “Mi sono sempre sforzato, di sfuggire, nella vita, nell’opera, ai miti. La letteratura per me, ripeto ancora, è il romanzo storico-metaforico. E poiché la storia è ideologia, come insegna il Carr, credo nel romanzo storico ideologico,… cioè nel romanzo critico.” È una dichiarazione del ’93: ha qualcosa da aggiungere, o da modificare, a tale affermazione?

Vincenzo Consolo:

No, sono convinto di questa mia idea del romanzo storico metaforico, critico e nel momento stesso anche ideologico. Quanto alla parola romanzo, però, credo che oggi questo genere letterario non si possa più praticare; io parlo di narrazione piuttosto. Credo che il romanzo d’intreccio, oggi, non sia più possibile perché una volta l’autore aveva presente qual era il suo interlocutore. Si facevano persino delle indagini e si chiedeva agli scrittori a quale tipo di lettore pensavano. Una volta Calvino rispose alla domanda dicendo che pensava a un lettore che la sapesse più lunga di lui ed era assai difficile saperla più lunga di Calvino! Comunque c’era un lettore cui lo scrittore poteva pensare. Oggi in questa nostra società non è possibile pensare a un lettore e allora occorre spostarsi verso la narrazione…

FR:

E come si potrebbe definire la narrazione?

VC:

La narrazione scaturisce da qualcuno che ha fatto un’esperienza, ritorna e la racconta, come ha scritto Walter Benjamin in Angelus Novus. Il fatto di raccontare, di narrare, lo porta a un ritmo che sposta la prosa verso la forma poetica. È quello che ho cercato di fare nei miei libri, dove non c’è mai l’arresto, la riflessione, l’irruzione di quello che si chiama spirito socratico e cioè la filosofia, come era nella tragedia moderna di Euripide. Oggi questo non è possibile perché l’autore non sa più a chi rivolgersi. Io dico sempre che la cavea è vuota. Sulla scena non arriva più l’anghelos, il messaggero, che raccontava al pubblico presente ciò che era successo in un altro luogo e in un altro tempo. Così aveva inizio la tragedia. L’anghelos per me è lo scrittore che non può più apparire sulla scena e la narrazione è relegata al coro, che commenta e lamenta ciò che è avvenuto. Sono quindi per la narrazione e non più per il romanzo, tutti i miei libri di narrativa sono contrassegnati da questa prosa ritmica, a volte con il ricorso spesso alla rima e all’assonanza; questo è stato notato da diversi critici.

FR:

Andare verso la prosa lirica e la narrazione non è forse andare anche verso l’oralità, verso un senso arcaico della narrazione?

VC:

Sì, è anche tipico del mondo mediterraneo. Ce lo hanno insegnato gli aedi, Omero o chi è stato identificato come tale. Fra l’altro gli aedi erano ciechi perché avevano lo sguardo interno. Òmeros, in greco antico, significa ostaggio e ci si domanda ostaggio di chi? Io credo ostaggio della memoria, perché c’era la tradizione del racconto orale. In questo nostro tempo la memoria è minacciata dai mezzi di comunicazione di massa, dal potere economico e politico. L’interesse di questi poteri è di farci vivere in un infinito presente, per cui non sappiamo più da dove veniamo e non riusciamo a immaginare dove vogliamo andare. Quindi io credo che oggi più che mai il poeta, lo scrittore debbano conservare la memoria per cercare di salvarla. Sembra uno sguardo all’indietro ma credo che sia necessario essere ostaggi della memoria e perciò pratico il romanzo storico metaforico. Ho immaginato la trilogia a partire dal 1860 fino ai giorni nostri, ma la metafora era sul tempo storico che stavamo vivendo.

FR:

Quest’idea di romanzo si è affermata subito in lei o si è modificata nel tempo? Nel romanzo d’esordio La ferita dell’aprile, prevale ancora una narrazione più realistica. Gli stessi eventi storici entrano nel libro in modo diverso da come accadrà per esempio nel romanzo successivo Il sorriso dell’ignoto marinaio, che ha pure una forte carattere visionario.

VC:

Sì la visionarietà è una forma di fantasia…

FR:

Qualcuno ha parlato anche di incrocio fra memoria e profezia.

VC:

Sì. Per quanto riguarda il romanzo d’esordio, naturalmente era un libro di ricordi, il tono era ironico e talvolta sarcastico, era una ribellione ai padri e a tutto ciò in cui loro avevano mancato; ma dal primo, uscito nel ’63, al secondo sono passati tredici anni. Il mio silenzio era dovuto al fatto che stavo riflettendo su quella prima esperienza di restituzione dei ricordi personali e anche su quello che sarebbe stato il mio futuro letterario. A cavallo degli anni ’60 Pasolini ci disse cos’era successo in Italia, io avevo studiato molto e quindi ho intrapreso la strada del romanzo storico metaforico dopo la restituzione dei miei ricordi di adolescenza.

FR:

Lei è uno scrittore che ha dato molto alla lingua italiana. Cosa ci può dire su questo, specialmente sulla mescolanza fra l’italiano e i dialetti; cosa questa che mi è sempre apparsa molto interessante.

VC:

Sì, le dicevo che in quegli anni di silenzio avevo riflettuto molto sul momento storico che stavamo vivendo e anche sulla trasformazione della società italiana, quella che Pasolini chiamava la mutazione antropologica, che era anche e soprattutto una mutazione linguistica. La lingua italiana stava diventando orizzontale e anch’io ho sentito l’assillo che hanno tutti gli scrittori da Dante in poi… È sempre l’assillo delle lingua. Anch’io mi sono domandato in quale lingua scrivevo e ritornando in Sicilia con la mia memoria ho capito che lì – un po’ in tutta Italia, ma in Sicilia soprattutto perché c’è stata una stratificazione di civilizzazioni (io non le chiamo dominazioni) – c’erano dei giacimenti linguistici importanti. Ho pensato che andasse recuperata anche la memoria linguistica e quindi anche dei vocaboli che esistono nel dialetto siciliano, ma senza scadere nella regressione dialettale, secondo l’esempio che ci avevano dato il plurilinguismo gaddiano, oppure il romanesco pasoliniano. Io ho pensato che andassero recuperati vocaboli provenienti dall’arabo, dal greco dallo spagnolo e di italianizzarli, farli emergere ma innestandoli sempre nella lingua centrale. Oltre che della mia memoria linguistica mi sono servito dei vocabolari siciliani dei termini arabi nel dialetto siciliano. C’è per esempio un dizionario prezioso di padre Gabriele da Aleppo, sulle parole arabe presenti nel dialetto siciliano. Proprio per un’esigenza di memoria e anche di memoria linguistica, dal momento che questa nostra lingua, a causa della mutazione antropologica, stava perdendo purtroppo quella che Leopardi chiamava l’infinito che aveva in sé. Ecco io credo che sia un dovere dello scrittore, del poeta di recuperare anche la memoria linguistica.

FR:

Infatti leggere un romanzo come Retablo, per esempio, è anche un po’ immergersi in una storia della lingua. Sempre a questo proposito cosa ne pensa dei manifesti in difesa della lingua che periodicamente sono stilati?

VC:

Il manifesto serve come allarme, ma è un po’ una lotta con i mulini a vento. Questa nostra lingua è stata distrutta dai mass media; inoltre l’italiano, diversamente dal francese o dallo spagnolo che hanno dei bacini di parlanti molto vasti, è parlato solo in questa nostra stretta penisola. Siamo invasi continuamente dall’americanismo. Credo che lo scrittore abbia il dovere, al di là dei manifesti, di difendere questa nostra memoria linguistica e sapere cosa ci sta dietro. Una cosa che cerco di fare è anche operare una scrittura palinsestica – così la chiamo – e cioè una scrittura su altre scritture. Nella mia scrittura ci sono sempre citazioni e recuperi di altri scrittori o poeti, a volte più esplicite a volte meno.

Mi ricordo, a questo proposito, la polemica fra Leopardi e Niccolò Tommaseo – che non amava Leopardi – e definì la sua poesia un palinsesto mal cancellato. Il povero Leopardi si offese terribilmente e scrisse un saggio contro Tommaseo; ma la scrittura deve essere palinsestisca!

FR:

Rimanendo alla lingua, anche per lei si può parlare di plurilinguismo…

VC:

Sì qualcuno ha parlato, nel mio caso, anche di plurivocità, nel senso che riporto nella narrazione anche altre lingue. In Sicilia, per esempio, ci sono sette isole linguistiche. Ne Il sorriso dell’ignoto marinaio ne riporto una che ancora esiste: il gallo italico o medio latino. Si tratta di una lingua che hanno portato i Normanni con le truppe mercenarie raccolte nella pianura padana: finita la riconquista, come accade agli immigrati, si sono chiusi nella loro comunità e hanno conservato la lingua. Ne parla anche Vittorini in Conversazione in Sicilia, precisamente del gran lumbardo che parlava con la ü francese. Nel finale del libro (Il sorriso dell’ignoto marinaio, ndr.) quando riporto le scritte sul muro dei carcerati, quelli sono esempi nella lingua gallo italica.

FR:
Un programma linguistico più dantesco che manzoniano…

VC:

Certo, certo. Dante parla delle due lingue: quella di primo grado che impariamo in casa e la seconda che lui definisce grammaticale. Lui dice però con un bel ossimoro che la più nobile è la lingua volgare, che era nata in Sicilia.

FR:

Retablo Mi porta a un’altra considerazione. In alcuni momenti mi ha ricordato Fiori blu di Queneau, con una differenza fondamentale però: la qualità pittorica del testo, assente invece in Queneau. Ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, i protagonisti sono tanti, ma anche in quel caso si parte da Antonello da Messina e dal suo quadro. Ecco, cosa rappresenta per lei la pittura?

VC:

Per me è un’esigenza di equilibrio fra svolgimento nel tempo e lo spazio. Per me la parola, come la musica, si svolge nel tempo, quindi ho bisogno di riferimenti iconografici e pittorici per equilibrare il tempo e lo spazio. Per me l’ispirazione della pittura è costante: a volte esplicita come è nei due romanzi che lei ha ricordato, a volte nascosta. C’è Guttuso e finanche pittori moderni come Ruggero Savinio, il figlio di Alberto. In Nottetempo, casa per casa, c’è tutto un brano in cui io leggo la pittura di Savinio in forma lirica. Sono delle figure che emergono dalle profondità delle spazio, come affreschi appena dissepolti. Mi interessano finanche pittori contemporanei; per esempio, uno che mi ha ispirato un’immagine è Mario Merz. Una volta vidi un quadro proprio in casa editrice Einaudi di cui ero collaboratore: in un suo quadro veniva raffigurata una lumaca che disegnava un tracciato che era una spirale e da lì sono partito.”Vidi una volta una lumaca…”

FR:

Milano e Palermo, Sicilia e Lombardia. C’è una continua tensione fra queste polarità e la sensazione che siano come due patrie dalle quali però lei si sente sempre anche un po’ esule.

VC:

Sì è proprio così, anzi più che esiliato mi sento estraneo negli anni. Ho fatto i miei studi a Milano e poi sono tornato in Sicilia perché avevo già concepito l’idea di diventare scrittore, dopo aver fatto il servizio militare. Avevo una laurea in legge, ma mi sono rifiutato di fare l’avvocato e ho insegnato diritto ed educazione civica nelle scuole agrarie. Ho insegnato per cinque anni e poi, riflettendo, ho pensato che quei ragazzi che si sarebbero diplomati in agraria sarebbero stati costretti a emigrare come i loro padri. Le racconto un episodio che non posso più dimenticare. Insegnavo nei monti Nebrodi, a Mistretta e Caronìa, che era poi l’antica Calacte… Mi colpì a Caronìa il numero di suicidi di donne che si era verificato in questo piccolo paese. Erano donne il cui marito era emigrato: la solitudine, lo sconforto le aveva portate a quel gesto. Riflettendo sulla loro vicenda anche la scuola mi sembrò una finzione. Consigliai molti di andare nelle scuole alberghiere, dove almeno avevano uno sbocco e non erano costretti a emigrare; alcuni l’hanno fatto. Poi però dopo cinque anni sono stato io a fare le valigie e a emigrare. Mi consigliai con due persone: Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo. Quando ero libero andavo a Caltanissetta a trovare Sciascia e stavo lì dei giorni. Con Piccolo, invece, l’accordo era che andavo a trovarlo tre volte la settimana. Per me sono stati due riferimenti importanti. Ho anche fatto in modo di farli incontrare perché entrambi mi dicevano sempre di salutare l’altro. Sciascia una volta ha dichiarato che le due persone che più l’avevano colpito, fra le molte incontrate, erano Borges e Lucio Piccolo. Piccolo aveva una cultura sterminata. Mi diceva venga venga Consolo, che facciamo conversazione: la conversazione era che parlava sempre lui e io ascoltavo.

Lucio Piccolo e Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Ho imparato molto. Insomma mi consigliai con loro e Piccolo mi disse no, no, non vada via perché quando si è lontani dai centri si ha più fascino. Lui parlava da barone che viveva isolato nella sua villa di campagna. Sciascia invece mi disse che se fosse stato giovane come me e non avesse avuto la famiglia, se ne sarebbe andato anche lui perché – mi disse – “qui non c’è più speranza.” Per me l’unica città possibile era Milano, ma quando tornai non la riconoscevo più. C’era stato il miracolo economico e ora c’era il ’68 e quindi molti fermenti. Si parva licet, ho avuto nei confronti di Milano lo stesso atteggiamento che ebbe Verga quando si trovò a Milano nel 1872, nel momento della prima rivoluzione industriale. Verga rimase spiazzato perché era un mondo che non conosceva e di cui gli mancava memoria e lingua. Però da quell’esperienza nacque la grande conversione verghiana. Anch’io rimasi spiazzato e quindi ho riflettuto su questa realtà milanese e su quello che stava accadendo. Da tutto questo nacque Il sorriso dell’ignoto marinaio, a tredici anni dal primo libro. Non sono tornato fisicamente in Sicilia come Verga, ma con la memoria sì.

FR:

Il Risorgimento è molto presente nei suoi libri e anche nelle opere di molti scrittori siciliani. Mi ha colpito molto il bassissimo profilo delle commemorazioni garibaldine.

VC:

C’è questa regressione verso i localismi e l’individualismo. Le racconto un episodio successo a Capo d’Orlando. Durante una manifestazione pubblica il sindaco ha fatto togliere da una piazzetta del paese la targa con il nome di Garibaldi, intitolandola poi al 4 di luglio. La data si riferisce a una battaglia navale che ci fu nelle acque di Capo d’Orlando fra arabi e normanni. L’anti italianismo è ormai dilagante. Il signor Lombardo, attuale Presidente della Regione Sicilia, ha chiamato Autonomia siciliana il suo movimento; ma la Sicilia è già una regione autonoma, lui intendeva un’altra autonomia e infatti ha fatto riferimento anche alla Lumbardia di Bossi. Siamo alla regressione, alla stupidità e all’ignoranza. Non capire cosa è stato questo evento memorabile che fu l’unificazione d’Italia, per cui morirono eroi e persone degnissime è molto grave. Garibaldi riuscì davvero a compiere il miracolo di unire questo paese campanilistico; che era poi il sogno dei grandi italiani da Virgilio a Dante a Machiavelli. Questa regressione localistica è tipica dei momenti bui della storia. Il Risorgimento aveva acceso molte speranza. Garibaldi era un socialista mazziniano, poi capì che l’unità era più importante, ma comprese che le cose non erano andate secondo le speranze e lui prese la via dell’esilio. Da quello scaturirono anche le rivolte, le vendette nei confronti di quelli che erano stati gli oppressori, i famosi gattopardi, i proprietari terrieri… La prima rivolta fu quella di Alcara di cui parlo nel mio romanzo. Non lo dico nel libro ma risulta che dopo avere domato la ribellione di Alcara gli emissari si spostarono a Bronte.

FR:

Infatti gli episodi sono molto simili.

VC:

Sì, sì, tutta la letteratura siciliana poi ha affrontato questo tema perché è un nodo cruciale. Da Verga a De Roberto. Con I vicerè De Roberto ci ha fatto capire cosa sia il trasformismo, fino a Pirandello e al nostro Lampedusa. Tutti hanno affrontato questo momento importante della storia nazionale .

FR:

Sciascia è stato per lei un punto di riferimento, ma nella sua narrativa e anche nella sua prosa, che non è mai del tutto disgiunta dalla narrazione, io trovo un riferimento anche alla tradizione europea del romanzo saggio e non solo a Sciascia.

VC:
Sì, il romanzo saggio; forse questo c’è di più in L’olivo e l’olivastro, la cui matrice, tuttavia, si trova nel nostos, il viaggio di ritorno, che è assolutamente antico. Colui che l’ha riproposto e insegnato di nuovo è stato Vittorini con Conversazione in Sicilia, che è un viaggio nella terra delle madri e della memoria, anche se poi se ne allontana di nuovo, sollecitato anche dalla madre stessa che lo esorta a fare il suo mestiere di tipografo e compositore di parole, cioè il suo dovere di intellettuale. Pensi che nel 1941 sono usciti contemporaneamente Conversazione in Sicilia e Don Giovanni in Sicilia di Brancati, che sono di segno opposto. In Vittorini c’è la rivisitazione del profondo della memoria e poi il ritorno ai suoi doveri di intellettuale. In Brancati c’è la regressione. Quando Giovanni Percolla ritorna dalla madre e dalle sorelle, mangia e poi si mette a letto a un certo punto afferma: “Un’ora di sonno è stata come un’ora di morte.” Il personaggio di Brancati rimane di nuovo prigioniero delle viscere materne.

FR:

Beh ci sta dietro il mito della grande madre mediterranea…

VC:

È curioso come tutta la nostra narrativa, a parte i grandi poemi come L’orlando Furioso e altri che hanno una geografia straordinaria, il romanzo dell’800 da Manzoni in poi, si svolge sempre in piccoli centri, nella piccola città, quel ramo del lago di Como, piuttosto che Vizzini o Acitrezza. Chi inaugura per la prima volta il movimento è proprio Vittorini e questo scaturiva anche dal rapporto che lui aveva con la letteratura americana. La letteratura inglese e americana è contrassegnata dal viaggio, dal movimento.

FR:

Lei è considerato un autore dal forte impegno civile; tuttavia, seguendola in alcune presentazioni mi ricordo anche il suo fastidio costante rispetto a una retorica dell’impegno. Cosa pensa dello scrittore che si impegna direttamente in politica, pensando anche all’esperienza di Sciascia stesso.

VC:

Mi sembrò allora a quel tempo da parte di Sciascia fosse doveroso accettare l’invito. Lui mi raccontò che dopo la sua elezione al Comune di Palermo, insieme a Guttuso e poi dopo le dimissioni, tutti lo invitarono a entrare nei rispettivi partiti. Lui accettò il radicale e mi disse che lo aveva fatto perché era il meno partito di tutti. Anch’io ebbi un invito in anni lontani a presentarmi al Senato per il PCI. Il segretario del partito mi telefonò dicendomi “ti devi presentare” e al mio rifiuto motivato con il fatto che dovevo lavorare mi disse “è un  tuo dovere”; ma io risposi che il mio dovere era quello di scrivere. Tuttavia penso che lo scrittore, come dice Roland Barthes, ha a disposizione anche la scrittura d’intervento, sui giornali, per esempio. Tutti i grandi l’hanno fatto: da Zola, che è stato il maestro con l’Affaire Dreyfus, a Pasolini, Moravia e Sciascia ecc. Io ho sempre praticato la scrittura d’intervento, ho scritto per L’ora di Palermol’ Unità, per Il Corriere della sera. Però la spettacolarizzazione mi disturba molto. Anche la manifestazione di Piazza Navona del giugno scorso, non mi è piaciuta, siamo all’indecenza. Gli intellettuali sono diventati i comici, oppure gli scrittori che fanno spettacolo. Purtroppo, se vivessero oggi, Pasolini, Sciascia, Moravia, non avrebbero più lo stesso impatto. I giornali sono in crisi , le case editrici sono in crisi, il nostro è un popolo che non legge più. Io ho definito quello italiano un popolo telestupefatto… È un’espressione che hanno ripreso in Francia: lo ha fatto Christian Salmon nella sua rubrica su Le Monde. Questo dei mass media e della televisione in particolare è stato una specie di tsunami provocato da questo signore che oggi è il capo del Governo. Anche il suo consenso è dovuto a questo mezzo di distruzione di massa che è la televisione, che è quanto di più volgare, stupido e ignorante che si possa immaginare.

FR:

Cosa c’è nei suoi programmi futuri?

VC:

È difficile parlare di programmi futuri. Sono tanti anni che taccio e non pubblico, scrivo di nascosto e nascondo. Ho un progetto di romanzo storico-metaforico che riguarda una storia di Inquisizione. Ho trovato dei documenti presso la biblioteca di Simancas in Spagna; naturalmente si svolge sempre in Sicilia e mi sembra che in questo momento di fondamentalismi religiosi di ogni tipo che rischiano di diventare teocrazie, che sono momenti terribili della storia umana, mi sembra che sia una storia da raccontare. Quando la smetterò di fuggire mi devo sedere a tavolino a scrivere questo libro.

Il profumo delle parole: Vincenzo Consolo

“Il profumo delle parole: Vincenzo Consolo, Irene Romera Pintor e i giovani” .
Le amicizie sono consonanze spirituali intrise di odori di famiglia, nutrite da affetti corrisposti e resistenti, illuminate da dialoghi fluenti, ed è amicizia vera quella che lega Irene Romera Pintor, “Profesora Titular de filologia italiana” – come tiene a sottolineare lei – presso l’ateneo spagnolo di Valencia, e Vincenzo Consolo. Da questo sentimento inossidabile, forgiato da studi tenaci e consolidato da affinità intellettuali, sono scaturite le opere che hanno legato Romera Pintor e Vincenzo Consolo , quali “Autobiografia della lingua” e le traduzioni in spagnolo di “Lunaria” e “Filosofiana” da cui la studiosa ispanica ha preso le mosse nella lectio magistralis tenuta il 14 marzo agli allievi del liceo “Sciascia” di Sant’Agata Militello, grazie alla collaborazione con Claudio Masetta Milone, in rappresentanza dell’associazione “Amici di Vincenzo Consolo” . “Il profumo delle parole”, questo il titolo della lezione, nato dall’idea condivisa di Claudio Masetta e di Irene Romera Pintor, ha aperto una riflessione personale, densa di emotività e ricchezza interiore sull’espressività letteraria e sulle parole di Vincenzo Consolo, che schiudono mondi consonanti uniti da polisemie di corrispondenze linguistiche che non temono equivoci nella traduzione, laddove questa è il frutto di un lavoro di continui contatti, suggerimenti e scelte audaci. Tra queste , la filologa ha segnalato il ricorso al dialetto murciano, una variante regionale dello spagnolo , ricca di regionalismi, con una melodia più ampiamente vocalica ed echi aragonesi, arabi e catalani, per la resa di consonanze e allitterazioni affini alla lingua consoliana. La letteratura, dalle parole di Romera Pintor, che interpreta la concezione letteraria di Consolo, schiude lo scrigno della memoria e dipana i fili dei ricordi dell’identità, alla ricerca di affinità impreviste, come quelle tra Consolo stesso , Cervantes, e Calderón de la Barca , nel nome del sogno e dell’ esistenza, tra l’asimmetria geniale dello spagnolo e la pregnanza promiscua del siciliano. A tanta ricchezza hanno fatto da degno preludio la presentazione precisa , personale e delicata della prof.ssa Susanna Villari, docente ordinario di Filologia italiana presso il Dicam dell’Università di Messina e la relazione colta e raffinata della prof.ssa Anna Maria Tata, che ha avviato gli allievi alla lettura consoliana. La discussione è stata introdotta dalla prof.ssa Giuseppina Leone, Vice Preside del Liceo santagatese, la quale ha sottolineato come questa attività si inserisca all’interno di un percorso volto a far conoscere e valorizzare la figura e l’opera di Vincenzo Consolo , un cammino iniziato nel 2006 , grazie ad un “Incontro con l’Autore”, presentato dal prof. Faraci, e proseguito con l’istituzione del Certamen Nebrodeum Vincentio Consolo dicatum, di cui quest’ anno ricorre la V edizione.
In ogni lezione è protagonista la scuola , qui rappresentata dall’Assessore all’Istruzione , dottoressa Ilaria Pulejo e dai giovani : non si possono tacere i saluti garbati e le domande autenticamente curiose degli studenti ispanisti della V B linguistico , proposti nella lingua madre di Irene Romera Pintor, la lettura espressiva ed appassionata di Retablo della IV B scientifico e gli interventi puntuali e colti della V B classico. Ogni cosa al suo posto , in una mattinata preziosa per chi ama sapere studiare per recuperare una parte di sé.

Patrizia Baldanza

«Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) di Giuseppe Traina (Mimesis, 2023).

Dalla Premessa al volume:

Questo libro scommette sull’ipotesi che […] le opere di Consolo comprese tra gli anni Novanta e la morte (2012) siano dotate di una peculiare capacità di parlare al lettore di oggi con intatta veridicità e particolare efficacia per il presente.

Ciò non vuol dire che le sue prime opere abbiano perduto valore: tutt’altro! La ferita dell’aprile (1963),romanzo d’esordio, rimane, a mio (e non solo mio) avviso,un’opera ancora da riscoprire e da sottrarre al coté tardo-neorealista nel quale è stata impropriamente arruolata; Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) è un capolavoro indiscusso che seppe rimettere in discussione e positivamente decostruire la tradizione del romanzo storico italiano; Lunaria (1985) è un’opera che, al di là delle apparenze rococò, rivela una notevole forza espressiva, da rileggere nell’àmbito di un’altra peculiare mitografia, per l’appunto di argomento lunare, alla quale ha apportato un contributo non sottovalutabile; Retablo (1987) è un altro capolavoro (forse non troppo amato dal suo autore e forse per questo un po’ trascurato da taluni studiosi) che andrebbe letto, oltre che per il suo specifico valore di testo perfettamente in bilico tra espressività linguistica e iconografica, inserendolo ai piani alti della breve stagione postmoderna della letteratura italiana (ipotesi storiografica per alcuni studiosi risibile ma per me molto seria, eppure da verificare con rigorosi supplementi d’indagine); Le pietre di Pantalica (1988) è una tappa importantissima, che rivela ormai la sua natura ancipite di raccolta di racconti ma anche di rielaborazione di un romanzo mancato, e che, forse proprio per questo, traghetta l’autore verso una stagione nuova che si apre, se la mia ipotesi è corretta, con gli anni Novanta.

Rimandando alle pagine successive per la parte analitica del mio ragionamento, si può qui alla svelta ricordare che, dagli anni Novanta in poi, testi come L’olivo e l’olivastro,del 1994(ma con anticipazioni significative presenti in Retablo e Le pietre di Pantalica), Nottetempo, casa per casa (1992), Lo Spasimo di Palermo (1998) e la costellazione di raccontini, articoli, brevi saggi e testi memoriali che sono stati, in parte, raccolti in Di qua dal faro (1999), La mia isola è Las Vegas (2012) e Cosa loro (2018), hanno consentito a Consolo di porsi in posizione di tempestiva e “militante” presenza, quando non di acutissima anticipazione, rispetto a fenomeni sociali di indiscutibile centralità, non soltanto nella vita pubblica italiana ma anche in quella internazionale (Consolo ha dimostrato un’attenzione agli scenari politici e culturali internazionali che, dopo la morte di Sciascia e Calvino, trova soltanto in Claudio Magris un possibile termine di paragone nella letteratura italiana di fine secolo): l’opzione netta per uno “sviluppo senza progresso” e le conseguenze visibili soprattutto in campo economico e ambientale, non disgiunte, talvolta, dal ritorno, o rigurgito, di facili soluzioni politiche affidate all’“uomo forte” di turno; l’oblio sistematico della memoria storica e della sensibilità linguistica che l’appiattimento sul presente della comunicazione telematica e la diffusione di basici e asettici linguaggi transnazionali hanno irrimediabilmente innescato; il picco di violenza raggiunto dal potere di Cosa Nostra e poi la sua non meno pericolosa sommersione, che implica il non mollare mai la presa rispetto ai gangli del potere politico ed economico; l’aumento esponenziale delle migrazioni in àmbito mediterraneo e la tragica diversità delle risposte che i governi hanno dato al dilagare del fenomeno.

Se la trattazione di tali temi fosse stata affrontata da Consolo con piglio meramente testimoniale, staremmo parlando di risultati non troppo diversi da quelli raggiunti da scrittori-giornalisti importanti come Alessandro Leogrande e Roberto Saviano; ma importa non dimenticare che mai, o quasi mai, il Consolo di questo ventennio estremo ha dismesso la sua inconfondibile vocazione a una scrittura che non soltanto si distaccasse sistematicamente dalla lingua d’uso ma che, per la sua natura “palinsestica”, si collocasse anche in una posizione critica e autocritica di continua rimessa in discussione dei fondamenti (stili, generi letterari, collocazione dell’intellettuale) che la tradizione letteraria italiana ha codificato.

In questo atteggiamento sta la fedeltà di Consolo a sé stesso, alle sue opere degli anni Sessanta-Ottanta e alla sua caparbia collocazione intellettuale “di opposizione”; ma è anche vero che, rispetto a quelle prime opere, in alcuni testi del suo ventennio estremo Consolo è riuscito, con difficoltà e con sofferenza, a dischiudere, sempre in letteratissima forma, talune significative feritoie su uno strato “rimosso” della sua storia personale e familiare. Se ne hanno cospicue testimonianze, che vanno interpretate con misura e sensibilità, soprattutto nei due romanzi Nottetempo, casa per casa e Lo Spasimo di Palermo. […]

Ho cercato di mettere in relazione tali componenti riconducibili al “rimosso” con […] una problematica rielaborazione del mito ulissiaco: anche nella riscoperta del poema omerico Consolo si è collocato in significativa sintonia con altri importanti esponenti della letteratura mondiale a cavallo dei due secoli.

Vincenzo Consolo, “Di qua dal faro”

Alfio Pelleriti
10 gennaio 2024

In “Di qua dal faro” Vincenzo Consolo veste i panni del critico letterario conservando tuttavia la prosa ammaliante e piena di vibrazioni emotive, regalando ai lettori un saggio ineludibile per cogliere sentimenti, contraddizioni, tragicità e poesia nell’universo siciliano nel quale l’autore conduce il lettore in una esplorazione culturale, storica, antropologica. Della Sicilia presenta gli elementi costitutivi della sua storia e delle sue tradizioni, oltre che le più importanti produzioni letterarie, non tralasciando informazioni che attengono i settori produttivi: la pesca del tonno, le miniere di zolfo, gli eventi tragici relativi ai terremoti del 1693 in Val di Noto e a quello di Messina del 1908; il mondo dei vinti nella produzione verghiana; lo smarrimento dell’identità personale nelle opere di Pirandello; l’analisi socio-politica della Sicilia pessimistica e scettica nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa o nei romanzi di Leonardo Sciascia, fino alle “Parole come pietre” di Carlo Levi.

In “Di qua dal faro”, come in tutte le opere di Consolo, da Retablo al Sorriso dell’ignoto marinaio, alle “Pietre di Pantalica”, anche il paesaggio sembra indissolubilmente legato all’analisi delle caratteristiche comportamentali dei siciliani: “nei loro fianchi, negli anfratti, cresce lo spino, l’agave, l’ampelodesmo, il cardo, la giummara, la ginestra spinosa, il pomo di Sodoma… e sopra vi volteggiano i neri corvi… sembrano luoghi, questi, di maledizione biblica, luoghi come la disumana, barbara, d’atroce esilio per Ifigenia, terra dei tauri.”[1]

Un elemento che accomuna buona parte della letteratura siciliana, dice il Nostro, è il Nòstos, il ritorno in patria dopo esperienze in altri mondi, in altre culture, per riscoprire un legame forte e profondo con la cultura della propria terra, che si rivela unica, prodotto di molteplici influssi linguistici, storici e culturali. Alcuni intellettuali hanno negato tale peculiarità, in nome di un’apertura alla modernità e al progresso, chiudendo con lo stereotipo di una Sicilia contadina, chiusa alle novità e rassegnata ad una subalternità culturale, orgogliosa e velleitaria nel volersi isolare in nome di una unicità ormai inesistente. Fu questa la posizione di Elio Vittorini, dice Consolo, antesignano del neorealismo e dello sperimentalismo in letteratura, aperto alla cultura anglosassone e alla letteratura americana in particolare, convinto assertore della posizione gramsciana dell’intellettuale organico per approdare ad una egemonia culturale che potesse aprire le porte alla nuova società democratica, moderna e liberale. Era questa una posizione molto critica col dialetto, pur vivendo in un periodo di sperimentalismo linguistico come quello di Gadda, di Pasolini, di Stefano D’Arrigo, di Ignazio Buttitta. D’Arrigo, in particolare, viene presentato da Consolo come un autore appassionato e originale con il suo splendido “Horcynus orca”, pubblicato poi in una nuova edizione con il titolo di “I fatti della fera”, un romanzo straordinario che si colloca nella scia dei Malavoglia di Verga, che adopera una lingua aperta a vari innesti culturali ma al cui fondo c’è comunque il dialetto. Nel romanzo di D’Arrigo emerge una visione rassegnata e pessimistica sulla possibilità di riscatto della Sicilia in un’opera monumentale e affascinante, dalla scrittura affabulatoria e poetica che si può accostare, senza false modestie, all’Ulisse di Joyce, quanto a ricerca di nuovi canoni espressivi.

Vincenzo Consolo

Consolo, in questo suo viaggio nella produzione letteraria siciliana, non poteva tralasciare la presentazione di Pirandello, lo scrittore che cerca di uscire dalla “prigione” isolana e dai confini linguistici segnati dal dialetto con i riferimenti ad una tradizione piegata spesso ad anti valori, rassegnata al prevalere del male, all’inutilità dell’impegno politico. Pirandello è voluto uscire da tali confini, da lui percepiti come solide sbarre d’un carcere, per approdare ad una riflessione sull’uomo inserito in un mondo dai più vasti orizzonti e con uno sguardo volto al futuro, alla ricerca di soluzioni nuove. I risultati, tuttavia, saranno quelli tipici di un approdo allo smarrimento e all’angoscia esistenziale, alla necessità dell’isolamento rispetto a un contesto sociale che annulla e reifica.

Altre pagine interessanti sono quelle dedicate a Zola e al tema del rapporto tra intellettuale e scrittore. Afferma Consolo che lo scrittore francese col suo J’accuse contro i giudici che avevano condannato il capitano Dreyfus, ha vestito i panni di un intellettuale prestato alla politica e tuttavia egli avverte che quello non è il suo ruolo, poiché più che dalla politica e dall’impegno sociale egli è attirato da “altro”, cioè da quella dimensione del reale in cui lo scrittore indaga sull’uomo cercando le risposte al senso della vita.

E a proposito dell’impegno sociale degli scrittori italiani emerge in Consolo una certa amarezza dopo aver constatato che spesso preferiscono non accostarsi a problematiche sociali e politiche che porterebbero a scontrarsi con chi s’è assunto la responsabilità di amministrare quegli ambiti. Dice Consolo: “Gli scrittori italiani, i letterati, considerati dal potere superflui o esornativi, hanno da sempre stabilito col potere stesso un patto di silenziosa servitù e di convenienza per ricevere protezione ed emolumenti. Solo pochi scrittori, isolati, ‘non protetti’, hanno sentito il dovere morale di parlare, di battersi per la verità e la giustizia. Pasolini, tra gli ultimi, è stato uno di questi: da poeta s’era fatto intellettuale, polemista, lanciando dalle prime pagine dei giornali i suoi j’accuse, processando il palazzo per farsi processare… e Leonardo Sciascia. Scrittori isolati.[2]

Il saggio di Vincenzo Consolo è essenziale per la comprensione del contesto culturale nel quale si inscrive la produzione letteraria italiana e siciliana in particolare. Non manca niente e nessuno in questa sua analisi e, a ragione, essa può definirsi completa, esaustiva, con uno stile elegante e leggero, qui e là venato dal rosso della passione, perché della sua terra egli parla e dei suoi amici scrittori, di quelli con cui s’è accompagnato, come Sciascia, e di quelli che ha apprezzato leggendone le opere, sulle quali s’è formata la sua sensibilità e la sua peculiarità creativa. Costoro si ritrovano in questo suo lavoro, insieme ad autori che, sbrigativamente, sono considerati “minori”, come lo storico Michele Amari, di cui parla nel capitolo “La Sicilia e la cultura araba”[3], davvero illuminante per cogliere il profondo apporto dato da quella cultura alla lingua, all’architettura, alla letteratura, all’economia, all’agricoltura con l’inserimento di colture che diventeranno fondamentali in tale settore economico: l’ulivo, la vite, il limone, l’arancio, il cotone. E ancora, grazie a quello scambio culturale e commerciale, la pesca divenne un importante settore economico, soprattutto con la lavorazione del tonno. Ma la presenza araba in Sicilia fece registrare anche un miglioramento della macchina amministrativa: fu in quel periodo che si introdusse la divisione dell’isola in tre valli: Val di Mazara, Val Demone, Val di Noto e si affermò un nuovo spirito di tolleranza e di pacifica convivenza tra popoli di cultura, razza e religione diverse.

Del resto, tutti gli interventi di Consolo in questo suo prezioso viaggio nella storia e nella cultura siciliana, sono chiarificatori e illuminanti per capire le radici di quella che viene definita “sicilianità”, ma qualcuno dei suoi capitoli risulta davvero interessante oltre che elegante come, ad esempio, quello sul rapporto tra spazio fisico e produzione letteraria. Esso presenta un percorso che ha inizio con i poemi omerici, in particolare con l’Odissea seguendo il Nòstos di Ulisse, ma anche il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre e della sua iniziazione e maturazione, e continua con l’Eneide di Virgilio, “seconda grande Odissea”, e ancora l’Odissea di Dante, La Divina Commedia, con i luoghi adibiti alla condanna dei peccatori, all’espiazione delle colpe nel Purgatorio e ai premi nel Paradiso celeste. E presenta ancora lo spazio vasto (Europa, Africa, Asia) in cui si svolgono le vicende dell’Orlando furioso di Ariosto, e poi segue La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, il cui spazio tocca Gerusalemme, l’Egitto e Costantinopoli, e ancora il Don Chisciotte di Cervantes, la letteratura anglosassone con Robinson Crusoe, Moby Dick, L’isola del tesoro.

Infine, afferma Consolo, per ciò che riguarda la letteratura italiana moderna, gli spazi riguardano soprattutto la provincia e qualche città, ma si tratta sempre di spazi ristretti, dai Promessi sposi di Manzoni, ai Malavoglia di Verga, per giungere a Pirandello, che restringe ulteriormente gli spazi dove si muovono i suoi personaggi. Con lui si passa alla “stanza” come luogo in cui si svolgono le sue storie e spesso diventano “stanze di tortura”, lì “dove si compie ogni violenza, lacerazione, crisi, frantumazione della realtà, perdita di identità. Il movimento in quella storia è solo verbale.[4] L’analisi del tema del rapporto tra spazio e letteratura si chiude con “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini, dove il protagonista, Silvestro, ritorna dopo tanti anni in Sicilia, nei luoghi della sua infanzia e lì ritrova la sua casa, la madre, che da Torino avevano assunto l’aura del mito ma che si rivelavano adesso senza più quei riferimenti ideali che aveva custodito nella lontananza. Col ritorno si dipana ogni velo e la realtà appare povera, esangue, banale perfino. Riferendosi ad una successiva pubblicazione di Vittorini, “L’olivo e l’olivastro”, Consolo chiude il capitolo con un’amara considerazione che riguarda anche la sua condizione di esule: “Noi oggi, esuli, erranti, non aneliamo che a ritornare ad Itaca, a ritrovare l’olivo. Lo scacco consiste nel fatto che sull’olivo ha prevalso l’olivastro, l’olivo selvatico.[5]


[1] Ibidem, pag. 12

[2] Ibidem. Pag. 197

[3] Dall’827 al 1072 si colloca la dominazione araba in Sicilia. Ad essa succederà quella normanna.

[4] Ibidem, pag. 269

[5] Ibidem, pag. 270
foto postate di Giuseppe Leone e Claudio Masetta Milone

L’oggetto perduto del desiderio: L’inno a Rosalia. In Retablo di Vincenzo Consolo

Rosalba Galvagno

La critica considera abitualmente Retablo, il romanzo di Vincenzo Consolo uscito nel 1987, come un libro di viaggio. Consolo d’altronde si era ispirato a un viaggio fatto in Sicilia nel 1984 insieme a Renato Guttuso, Fabrizio Clerici, Sebastiano Burgaretta e altri artisti e intellettuali, tutti invitati a un importante matrimonio. In una conferenza tenuta all’Accademia di Belle Arti a Perugia il 23 maggio del 2003 Consolo affermerà che proprio da un: «Pittore straordinario, intelligente e raffinato mi è venuta l’idea di trasferire nel ’700 il mio Fabrizio Clerici e il trasferimento significava che volevo scrivere un libro che non avesse una matrice storica, ma che fosse una fantasia, fosse un viaggio in una Sicilia ideale».

Retablo si rivela infatti essere il racconto del sogno di un viaggio, che obbedisce alla dinamica originaria del sogno, dinamica centrata, com’è noto, su un punto cieco che Freud ha denominato l’ombelico del sogno, e da dove nasce, si compone e si articola la rappresentazione. Da questa prospettiva il personaggio di Rosalia, la protagonista di Retablo, non è che l’oggetto di un sogno (secondo le parole del testo di «un sogno angustiante»), oggetto del desiderio inseguito da frate Isidoro lungo tutta la narrazione. E questo fin dal prologo che ho scelto di intitolare Inno a Rosalia. D’altronde Fabrizia Ramondino legge l’intero Retablo come «un’ode alla Sicilia».

Retablo è diviso, come un ideale trittico, in tre portelli rispettivamente intitolati Oratorio Peregrinazione, Veritas, e narra le peripezie dell’artista milanese Fabrizio Clerici e della sua guida Isidoro, un monaco del convento della Gancia, nella Sicilia del XVIII secolo (1760-1761 circa). Ciò che spinge al viaggio questi due personaggi è fondamentalmente una pena d’amore, Fabrizio avendo lasciato Milano per allontanarsi dalla donna amata Teresa Blasco e mettersi, curiosamente, alla ricerca delle origini siciliane di quest’ultima. Isidoro costretto ad allontanarsi da Rosalia avendo rubato, per amor suo, il denaro ricavato dalla vendita delle Bolle dei Luoghi Santi.

In Retablo ci sono due riferimenti letterari a due Inni greci antichi, ad Asclepio e a Demetra, donde la mia scelta del termine Inno inteso come la forma più arcaica dell’invocazione rivolta all’Altro ossia, con le parole di Retablo: alla «Madre e alla Figlia».

Mi limiterò qui a illustrare soltanto questo Inno caratterizzato da un singolare e inconfondibile ritmo poetico. Ora, il ritmo della prosa consoliana è certamente prodotto dall’ordine sintattico delle parole, ma anche dal loro ordine prosodico e metrico, dall’inserzione di versi endecasillabi specialmente, e perfino dalla disposizione fonetica delle parole, cioè dalla materialità dei timbri e dei suoni, in breve da ciò che si potrebbe definire una fonetizzazione generalizzata della scrittura. Sempre nella Conferenza prima citata Consolo afferma: «La mia scrittura, per la mia ricerca, è contrassegnata da questa organizzazione della frase in prosa che ha un suo metro, un suo ritmo che l’accosta un po’ al ritmo della poesia».

L’Inno si compone di tre lasse separate da un punto e un a capo. La prima è un canto attorno al nome Rosa, la seconda si articola attorno al nome lia, e la terza ritorna sul nome intero, Rosalia, questa volta associato a quello di Santa Rosalia, la patrona di Palermo. A queste tre lasse, bisogna aggiungere il primo rigo del paragrafo che le segue e che contiene l’emistichio, «Ahi!, non ho abènto», tratto dal celebre Contrasto di Cielo D’Alcamo, Rosa fresca aulentissima.

Il soggetto lirico dell’Inno è frate Isidoro, pazzo d’amore per Rosalia, il quale dopo averla posseduta una sola volta, la perderà per sempre. Nella prima lassa, l’oggetto cantato da Isidoro è giustamente la rosa (segnalo en passant la coppia paronomastica Rosa-Isidoro), il fiore le cui lettere formano la prima parte del nome dell’amata; a cui si aggiungono altri fiori, che ne costituiscono delle variazioni sinonimiche.

Ciascuna lassa è costituita da sequenze che contengono a loro volta delle piccole frasi, separate da virgole, un punto e virgola e, a due riprese, da un punto esclamativo seguito da una virgola. Questa punteggiatura, perfettamente calcolata, separa dei segmenti narrativi allineati per asindeto o polisindeto, seguendo un ordine principalmente paratattico ed enumerativo. Una prima e fondamentale scansione ritmica discende da questa struttura paratattica, che fa sì che una pausa intervenga alla fine di ogni piccola frase, di un sintagma, o di un semplice vocabolo, marcati da un segno di interpunzione.

Prima lassa (5 sequenze):

Rosalia. Rosa e lia.

Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha róso, il mio cervello s’è mangiato.

Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia.

Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora, cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi.

Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore.

In questo mirabile incipit, risalta in posizione enfatica il nome di Rosalia, un nome proprio immediatamente diviso in due lessemi, Rosa e lia. Si possono contare dodici occorrenze del lessema rosa: la prima parte del nome Rosalia (Rosa), le varianti participiali e aggettivali róso e odorosi, e anche, la disseminazione sonora delle lettere r – o – s – a: misericordia, scorre, chiostro, grommosi, cuore. Inoltre il termine rosa (il fiore) è il soggetto grammaticale della frase che chiude la prima lassa: «Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore». Pertanto la maggior parte delle occorrenze (nove, precisamente) denotano il fiore, salvo quella incorporata in Rosalia, che rinvia sia al nome proprio sia al fiore. Rosalia dunque, l’oggetto del desiderio che Isidoro non cessa di inseguire, è assimilata a una panòplia di fiori (datura, gelsomino, bàlico, viola, pomelia, magnolia, zagara, cardenia), di cui alcuni contengono almeno due lettere del termine rosa, e altri almeno due lettere appartenenti al termine lia. Questa rosa dunque, che non è solamente una rosa, ma che s’innesta su tutti gli altri fiori menzionati, produce su Isidoro curiosi e inebrianti effetti di felicità e insieme di infelicità, conformemente a una lunga tradizione letteraria.

Inoltre il ritmo di questa prosa sembra obbedire a una scansione sintattica marcata dalla pausa, l’arresto della voce e al contempo a una scansione che, sovrapponendosi alla precedente, ne modifica l’andamento. A una prima lettura, in effetti, il cambiamento d’accento tonico di alcune parole, dalla penultima alla terzultima sillaba, genera una sorta di inciampo, una interruzione del ritmo più spesso regolare, piano e quasi monotono («gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia. Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora»). Bisogna leggere e rileggere la lassa per accorgersi che non è così, poiché la regolarità, apparentemente ostacolata dall’irruzione dell’accento sulla terzultima sillaba di alcuni vocaboli, è in realtà rimodulata su un’altra linea di sonorità, che è quella del livello soprasegmentale della scrittura (come per i termini: bàlico, zàgara, vèspero, àere, vàlica, bàlsami). Questa prima parte dell’Inno a Rosalia si rivela così estremamente ricca di figure di fonetica come: allitterazioni (rosa/rosa ecc.; sfera/aere/sfervora; cancello/scorre/coglie/coinvolge), rime (Rosalia/Rosa e lia; inebriato/sventato/mangiato; pomelia/magnolia; datura/frescura/clausura; fiati/distillati; odorosi/grommosi ecc.), e figure metriche, tra cui una dialefe, m’ha, hai!, messa in evidenza da un polisindeto, un’elisione iniziale e un punto esclamativo finale.

Nella seconda lassa (2 sequenze) prevalgono invece le variazioni attorno a lia, termine lungamente reiterato, che si congiungerà alla fine della lassa col termine Rosa, dunque di nuovo Rosalia, seguito da un chiasmo: «Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?», che contiene, per di più, una sintomatica citazione petrarchesca («De la dolce et amata mia nemica», Canzoniere, v. 2 del sonetto CCLIV «I’ pur ascolto, et non odo novella»):

Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!, per mia dannazione.

Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume, Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?

Infine la terza lassa (3 sequenze) delinea, attraverso un’originalissima ekphrasis, il corpo (piuttosto il simulacro) di Rosalia:

T’ho cercata per vanelle e per cortigli, dal Capo al Borgo, dai colli a la Marina, per piazze per chiese per mercati, son salito fino al Monte, sono entrato nella Grotta: lo sai, uguale a la Santuzza, sei marmore finissimo, lucore alabastrino, ambra e perla scaramazza, mandola e vaniglia, pasta martorana fatta carne. Mi buttai ginocchioni avanti all’urna, piansi a singulti, a scossoni della cascia, e pellegrini intorno, “meschino, meschino…”, a confortare.

Ignoravano il mio piangere blasfemo, il mio sacrilego impulso a sfondare la lastra di cristallo per toccarti, sentire quel piede nudo dentro il sandalo che sbuca dall’orlo della tunica dorata, quella mano che s’adagia molle e sfiora il culmo, le rose carnacine di quel seno… E il collo tondo e il mento e le labbruzze schiuse e gli occhi rivoltati in verso il Cielo…

Rosalia, diavola, magàra, cassariota, dove t’ha portata, dove, a chi t’ha venduta quella ceraola quella vecchia bagascia di tua madre?

Ciò che sembra emergere dall’analisi dell’Inno a Rosalia è la scrittura dello slancio di un desiderio verso un oggetto femminile, forse inedito nella tradizione letteraria italiana ed europea. Alle due tradizionali Venere celeste e Venere terrestre (amor sacro e amor profano), subentra in Retablo una sola figura femminile dalle molte sfaccettature, che è al contempo idealizzata e intensamente desiderata. Ciò che il lavoro dello stile, della prosodia specialmente, rivela grazie all’accordo stabilito da un certo ritmo tra elementi verbali appartenenti a ordini linguistici differenti e perfino opposti, è l’ibridazione di queste due Veneri, ottenuta attraverso la coalescenza della corrente tenera dell’amore e della corrente sensuale del desiderio, che fa sì che i tratti ideali e i tratti erotici si intrecciano.

L’Inno a Rosalia si svolge dunque seguendo un ritmo regolare, e tuttavia interrotto da alcuni inciampi o sospensioni. Una sorta di deviazione viene così prodotta dall’irruzione allucinatoria dell’oggetto del desiderio che il Soggetto crede finalmente di potere attingere e possedere. È l’impossibile cattura di questo oggetto meraviglioso o mostruoso, che impone al tempo regolare dell’Inno di arrestarsi, per poterlo aggirare e mascherarne il vuoto per mezzo di una momentanea discordanza ritmica.

Breve estratto dal volume di Rosalba Galvagno L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo (Milella 2023), presentato a San Mauro Castelverde per il III° Festival di Poesia Paolo Prestigiacomo (25-26-27 agosto 2023).

Le firme storiche del Corriere

Il grande scrittore era curiosissimo di conoscere luoghi feste usanze linguaggi e personaggi della sua terra così amata. Per andarlo a trovare nella sua casa in città, lasciai in un giorno di luglio il mio mare ai piedi dei verdissimi Nébrodi. Poi di corsa in littorina tra stazioncine solitarie nella vallata di un torrente quasi asciutto dal nome enfatico di Fiumetorto.

 Nell’isola interna del latifondo e delle zolfare Io, smarrito, fino alla Caltanissetta di Sciascia.

 Avevo mandato a Leonardo Sciascia il mio primo racconto. (…) Mi rispose con la civile sollecitudine di cui sono capaci le persone attente e disponibili verso gli altri. Aggiungendo nella lettera questa postilla vergata a mano: «Mi piacerebbe sapere quali sono i luoghi del Suo racconto: per documentarmi su quelle particolarità storico-linguistiche che insorgono nel libro, e che hanno, a mio parere, peculiare carattere». I luoghi del racconto, i luoghi dei racconti: c’era allora, in quei primi anni Sessanta, usciti da molto dalla guerra, ma da poco dalle penurie del dopoguerra, c’era come un bisogno vitale da parte degli scrittori, almeno in Sicilia, di conoscere e riconoscere i luoghi, i paesi, di incontrarsi, di conoscersi (…). E Sciascia era curiosissimo di conoscere luoghi, paesi, feste, usanze, linguaggi, persone, personaggi di quella sua Sicilia tanto amata e per la quale poi negli anni fini per disperarsi. (…) Ma è certo che i luoghi più interessanti del racconto, tracciato fino a quel momento da Le parrocchie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia, Il consiglio d’Egitto e Il giorno della civetta, erano quelli di Sciascia, e luogo di attrazione, di convergenza fu allora Caltanissetta, dove a quel tempo lo scrittore abitava (…). Partii un giorno di luglio dal mio paese sul mare ai piedi dei verdissimi Nébrodi. A Termini Imerese, cambiato treno, m’inoltrai in un giallo aspro, desertico paesaggio che abbagliava e smarriva. Era quella la Sicilia interna del latifondo e dello zolfo che gli abitanti della costa settentrionale, al di qua della barriera appenninica, usi ad andare a Palermo, a Messina, a varcare lo Stretto, spesso ignoravano. La littorina correva dentro la vallata di un torrente quasi asciutto dall’enfatico nome di Fiumetorto e si fermava davanti a caselli, a stazioncine solitarie che servivano paesi nascosti dietro gole di monti: Sciara (il paese di Le parole sono pietre di Levi, dell’euripidea madre di Salvatore Carnevale), Montemaggiore, Roccapalumba, Valledolmo, Marianopoli, Xirbi.. .. Toponimi di lirismo vittoriano, ma avrebbe potuto essere, una di esse, la stazione dentro cui viene consumato il duplice omicidio di Una storia semplice, l’ultimo racconto di Sciascia. Perché qui, in questa vastità, in questo vuoto, nella finzione del racconto, nella realtà, si può scoprire la violenza  corpo squarciato del picciotto o del giudice inerme, la catena del servaggio, della pena d’una condizione disumana, nei calcheroni, nei tralicci arrugginiti della zolfara morta, la solitudine del bandito, del ribelle braccato nella bocca d’una grotta, il senso di desolazione e di morte nel grumo roccioso d’un crinale sopra cui volteggiano corvi, nel chiarchiaro de Il giorno della civetta o di Occhio di capra: «E il cuoco disse ai suoi piccoli / al chiarchiaro ci rivedremo tutti. Per dire dell’appuntamento che tutti abbiamo con la morte». Caltanissetta (…). A proteggerla (…) era in alto una gran statua del Cristo Redentore. E in via del Redentore era la casa dello scrittore. (.) Il mondo intorno si faceva sempre più ingiusto, violento, bugiardo, perdeva intelligenza, sentimento, umani-tà: si imbarbariva. E con questo dolore di pietra se ne andò al chiarchiaro, alla morte (…)