L’illusione di Consolo tra metafora e realtà

                                           di Sebastiano Burgaretta

C’è un libro di Vincenzo Consolo, La Sicilia passeggiata, che, sebbene si presenti come opera minore, legata a un evento occasionale[1], riveste, come ha recentemente evidenziato Miguel Ángel Cuevas[2], un ruolo importante nel rapporto tra Consolo e la Sicilia, e, aggiungo io, per estensione, tra Consolo e l’Italia, Consolo e il mondo, in particolare per ciò che attiene al bacino del Mediterraneo. Il ruolo di questo libro è lo stesso che è narrato e descritto anche nelle due opere che – a parte il racconto La grande vacanza orientale-occidentale[3]si configurano come viaggio dello scrittore nell’isola. Scrive, infatti, Cuevas nella sua introduzione all’edizione spagnola: La Sicilia passeggiata è in effetti, per quanto opera minore, un testo centrale, e non solo né principalmente sul piano cronologico, fra le altre opere narrative: fra il sollievo erudito, il balsamo sentimentale di Retablo e l’insanabile frattura, le contemporanee lande desolate dell’Olivo e l’olivastro[4]. È vero, infatti, che nelle opere di Consolo si registra una tensione costante tra la volontà di intonare uno scongiuro propiziatorio e quella di svelare le atrocità. Nella Sicilia passeggiata è la prima pulsione a vincere[5]. Anche Giuseppe Traina, già nel 2001, scriveva che il testo si potrebbe per certi versi considerare un incunabulo del viaggio in Sicilia compiuto poi in L’olivo e l’olivastro ma fin dal titolo rasserenante, dimostra – anche rispetto agli esiti di Retablo e Le pietre di Pantalica – una disposizione d’animo meno direttamente coinvolta negli scempi dell’attualità[6]. La descrizione procede dritta, schivando le angustie dell’attualità, le ferocie mafiose palermitane, le chimeriche disgregazioni siracusane, e si svolge scioltamente, ha scritto Salvatore Mazzarella, con tono sereno e disteso, onirico[7]. È lo stesso Consolo, del resto, a precisare nella nota introduttiva all’edizione del 1991, che il libro era nato da una commissione e da una illusione…L’illusione mia, di mostrare – agli stranieri soprattutto! –, contro quella negativa e sconveniente che la cronaca ogni giorno ci consegna, una immagine positiva della Sicilia. Ho ripercorso così brevemente…una Sicilia onirica, illusoria. Nell’illusione anche, prendendo a metafora il mito di Persefone o Kore, che questa terra, la sua storia, possa, in una prossima desiderata primavera, risorgere dalle tenebre dell’attuale inverno, dal fondo dell’inferno[8].

Intenzionalmente e significativamente perciò egli intitolò il testo, nella prima edizione, Kore risorgente. L’illusione suscitata nello scrittore da un fatto occasionale e documentata nel libro è in realtà l’aspirazione costante, dolorosa che Consolo si portò dentro sino alla fine; il desiderio, mai appagato, di vedere una buona volta in Sicilia l’ulivo crescere e fruttificare in pace senza le briglie soffocatrici dell’olivastro, di vedere la positività soppiantare la negatività, il bene trionfare sul male. Quella di Consolo era una tensione dolorosa, che angustiava l’uomo e che si trasferiva tormentosamente nelle pagine delle sue opere con sempre maggiore intensità[9]. I suoi frequenti e attivissimi ritorni nell’isola ne sono stati la spia evidente, come egli stesso lasciò chiaramente intendere nelle pagine delle Pietre di Pantalica: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e rigirare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca[10].

Una tensione dolorosa che era figlia dell’amore viscerale che lo scrittore aveva per la Sicilia e la sua storia culturale, memoriale e linguistica. Una storia che non perdeva occasione di rivisitare e documentalmente illustrare sotto vari aspetti, tematiche e tradizioni etnoantropologiche, cui prestava profonda attenzione. E io conservo tanti bei ricordi di escursioni qua e là per l’isola. Mi ha fatto visitare con la sua sapiente guida, Palermo, i Nebrodi, Alcara Li Fusi, i resti archeologici di Apollonia, il bosco della Miraglia con i luoghi descritti e i linguaggi dei quali gli fu maestra la piccola Amalia[11], Cefalù, la stessa Sant’Agata Militello, Villa Piccolo a Capo d’Orlando, Santo Stefano di Camastra, e poi ancora insieme Siracusa, Sortino, Palazzolo Acreide, Cittadella dei Maccari, Eloro, Vendicari, Cava d’Ispica, Noto, Serravento, Testa dell’Acqua, Cava Grande del Cassibile, tutta la Montagna d’Avola con la delizia delle sue erbe aromatiche, alcuni di questi luoghi anche ripetutamente. Era questa la Sicilia, terra geograficamente e storicamente crocevia al centro di quel Mediterraneo che Consolo amava e proponeva nel bene e nella positività, senza tuttavia che il suo amore per l’isola facesse velo alle realtà negative e atroci di cui è lontana portatrice, come invece qualche benpensante in Sicilia gli rimproverava, tutt’altro anzi, perché non smise mai di denunciare i mali di cui soffre la Sicilia.

Lo scrittore aveva chiara consapevolezza del positivo portato storico-culturale e memoriale della gente dell’isola e ne ha dato prova in molti testi di natura saggistica pubblicati nel corso degli anni e poi riuniti in volumi, il più ricco dei quali è Di qua dal Faro. In questo sono confluiti, per esempio, con il titolo Uomini e paesi dello zolfo, lo scritto Un uomo di alta dignità, che era stato pubblicato coma saggio introduttivo al volume curato da Aurelio Grimaldi ‘Nfernu veru[12], La pesca del tonno, già uscito con Sellerio[13], Vedute dello Stretto di Messina, anch’esso già uscito da Sellerio[14], I pupi[15], argomento, questo, del quale si occupò più volte[16], La rinascita del Val di Noto, già uscito da Bompiani[17]. Tutti questi saggi sono incursioni in e approfondimenti di alcuni aspetti della storia e della cultura della Sicilia, che hanno la loro centralità nella matrice mediterranea della civiltà e dell’evoluzione culturale dell’isola. Sono scritti solo apparentemente d’occasione, perché lo scrittore è capace, ogni volta, di trasformarli e funzionalizzarli positivamente all’interno della sua ricerca – amorosa illusione – storico-memoriale[18] e, perché no, anche linguistica, stando ai documenti in essi studiati e citati, e ciò anche a non voler considerare il valore fondante che la lingua e la scrittura verticale, figlie della memoria storico-culturale, hanno in tutta l’opera di Consolo. Nella nota conclusiva del volume Di qua dal Faro lo scrittore dichiara: La scelta (dei testi) è dettata dalla coerenza e dalla sequenza degli argomenti tra loro. Utile, questa scelta, a dare ancora una mia idea della Sicilia[19]. È la Sicilia dell’olivo non sopraffatto dall’olivastro, la Sicilia che fa dire allo scrittore, per bocca del pescatore messinese Placido Alessi: Ora mi pare d’essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in Contemplazione, statico e affisso a un’eterna luce, o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita e pure avanti, di distaccarmi d’ogni reale vero e di sognare[20]. È la Sicilia degli amici costanti lungo il tempo, che offrono conforto, quando si sente smarrito[21]. La Sicilia nella quale gli può succedere d’esser in un luogo in disparte, lontano dagli uomini che mangiano pane, lontano dai Ciclopi, d’essere ai confini del mondo, in un’isola di sopravvivenza d’una umana misura ormai perduta[22]. Una terra in disparte, come quella che nell’isola di Scheria permette al re Alcinoo di coltivare, lontano dall’incivile convivenza in una terra in disparte, ai confini del mondo, oltre all’accoglienza di chi ha bisogno, anche l’esercizio della ragione, l’amore per il canto, la poesia[23]. In altri termini la Sicilia che porta i segni della sua antica civiltà e che è da sempre crocevia e ponte per uomini in viaggio e cammino all’interno del Mediterraneo, la Sicilia incrocio e centro d’ogni antica navigazione dell’uomo[24].

Di qua da Faro è il chiaro segnale del rovesciamento della prospettiva dalla quale i Borboni guardavano – da Napoli – al Faro e allo Stretto che separa la Sicilia dal continente. Consolo guarda, posto “di qua dal Faro”, facendo della Sicilia ciò che essa è realmente stata in passato, collocata com’è al centro del Mediterraneo: l’asse dal quale ruotare lo sguardo a 360 gradi, alla ricerca di quei contatti e di quelle aperture che la storia non ha lesinato agli abitanti dell’isola e che oggi si rendono necessari alla sopravvivenza di una civiltà, giunta “alla fine”, come quella del mondo occidentale. Anche in tempi epocali di “fine”, sembra voler dire lo scrittore, la Sicilia forse non ha esaurito il suo ruolo storico[25]. E noi oggi siamo testimoni dell’avverarsi di questo intimo desiderio dello scrittore. Stiamo, infatti, assistendo, in questi anni, a una sorta di rinnovata funzione mediatrice della Sicilia al centro del Mediterraneo. L’isola sta ridiventando quella che è già “in costrutto”: ponte reale, oltre che, poi anche, metaforico e letterario[26]. Questo, di fatto, ci insegna, che lo vogliamo o no, il fenomeno epocale dei drammatici sbarchi nell’isola. Questo ci è testimoniato dai tanti segnali positivi di ricerca scientifica e di collaborazione culturale presenti nell’isola. Penso, per esempio, al ruolo che da tanti anni riveste la Fondazione delle Orestiadi, messa su da quel Ludovico Corrao che Consolo omaggio in Retablo, penso al lavoro proficuo e mirato della casa editrice messinese Mesogea, con la quale lo scrittore collaborò, penso all’attività dell’Istituto Euro arabo di Mazara del Vallo, che in particolare con la rivista bimestrale “Dialoghi mediterranei”, grazie al lavoro del suo fondatore Antonino Cusumano spesso ricordato da Consolo, contribuisce all’arricchimento del patrimonio  culturale e scientifico dei paesi mediterranei “considerati nella propria unità e diversità”, aprendo spazi e occasioni di riflessione su argomenti strettamente legati all’incontro dei vari popoli dell’area mediterranea sui diversi aspetti relativi ai rapporti intrattenuti nel passato, nel presente e in prospettiva, tra la Sicilia, l’Italia e l’Europa, da un lato, e il mondo arabo-islamico, dall’altro[27]. Il segreto del felice modello Mazara, che resiste al virus del razzismo, è costituito dal lavoro e dalla cultura, un modello, ha dichiarato il vescovo della città, Domenico Mogavero, nato su quello della Tunisia, quando ad andare lì erano i siciliani. E qui c’è tolleranza, anche fra le religioni. Un clima che ormai non fa più notizia ma che forse è il momento che torni a fare notizia[28]. E qui è il ruolo degli intellettuali chiamati a dover intervenire, come Consolo non mancava di sottolineare già in una intervista del lontano 1992: Penso a quando, nel 1968, i primi tunisini sbarcavano a Trapani. Nessuno si accorgeva della presenza dei tunisini quando sui pescherecci o nelle vigne servivano le loro braccia. Ma nei momenti di crisi, nei momenti in cui i lavoratori locali sentivano la concorrenza dei tunisini, si scatenava una vera e propria caccia all’immigrato, cui partecipavano “onesti cittadini”, per ripulire la città da discriminazioni razziali… C’è nei letterati come una cautela, una reticenza, perché “l’impegno” era prima connotato come schieramento politico a sinistra. Oggi, di fronte a episodi di razzismo, nessuno interviene. Ci sono piuttosto interventi al contrario, di rifiuto del “diverso”[29]. Non perdeva occasione di denunciare la latitanza degli intellettuali davanti a certe emergenze sociali. Oggi gli intellettuali sono pressoché distanti dall’impegno sociale; la parola stessa “impegno” è ormai tabù, quasi scandalosa dichiarava a Domenico Calcaterra[30]. E a Roberto Andò: Piango la scomparsa delle eccentricità letterarie[31]. Non mancò di intervenire energicamente e anche con una punta di ironia Consolo, accendendo peraltro un vivace dibattito sulla stampa del tempo[32], nel 2004, alla notizia che una deputata dell’Udc aveva proposto una legge regionale che istituisse un museo dei migranti a Lampedusa. In anni nei quali si consumava, come ancora oggi si consuma, la tragedia di tanti immigrati morti nelle acque del Mediterraneo, Consolo bollò come retorica e ipocrita quella proposta: Cosa ci metterebbe dentro quel museo di Lampedusa la signora deputata dell’Udc? Ci metterebbe tibie incrociate e teschi? … È retorica pensare a un museo nel momento in cui il dramma dell’immigrazione terzomondista nel nostro crasso e ameno Paese è in attoUn monumento piuttosto a quella giovane madre africana, alla madre africana che affida alle acque il corpicino del figlio morto sulla carretta del mare durante il tragico viaggio della speranza[33].

È altra, invece, non quella della retorica di circostanza, la Sicilia amata, agognata, cercata da Vincenzo Consolo. È la Sicilia di cui egli ha ripetutamente scandagliato la storica matrice mediterranea, identificandone la vocazione geografica e storica di mesogea, di terra di mezzo, il cui accesso non va negato a nessuno. Ecco quanto ebbe a dichiarare Consolo sulla centralità della Sicilia nel lontano dicembre del 1988: Questa regione è la più periferica e insieme è al centro del Mediterraneo. Anche per Goethe è una terra miracolosa: qui si sono incrociati tutti gli eventi. Si sono svolte qui tragedie e cose sublimi. Il susseguirsi dei popoli ha portato una grande infelicità sociale e insieme una grande ricchezza culturale[34]. Rifacendosi, come già Sciascia, al pensiero di Américo Castro, Consolo, nei suoi scritti, è più volte tornato a parlare della vocazione storica alla convivenza tra popoli diversi sperimentata nell’isola in età medievale. Soprattutto fu sotto la dominazione araba che si registrarono, scrive, lo spirito di tolleranza e la convivenza fra popoli di cultura, razza, religione diverse. Questa tolleranza, questo sincretismo culturale erediteranno poi i Normanni, sotto i quali si realizza veramente la società ideale, quella società in cui ogni cultura, ogni etnia vive nel rispetto di quella degli altri[35]. La Sicilia, insomma, che, al di là delle metafore di ascendenza omerica, ci porta alla realtà variegata del suo cammino storico. La Sicilia che coltivava buoni rapporti col Maghreb. Citando Francesco Gabrieli, Consolo evidenzia i rapporti della Tunisia con la Sicilia, così vicine le due, geograficamente e culturalmente, così uguali. E ricordava Gabrieli che, già sul finire della dominazione araba in Sicilia, il grande letterato tunisino Ibn Rashîq faceva in tempo a venire a chiudere la sua vita a Mazara, mentre sull’opposta sponda tunisina, a Monastir, s’innalzava un mausoleo al giureconsulto mazarese, all’Imàam al Màzari[36].

L’incanto della tolleranza e della convivenza civile fu rotto poi dai cristiani: Culminò, l’intolleranza, con i re cattolici di Spagna, con la cacciata dall’Isola, nel 1492, dei Mori e degli Ebrei. Decadde Palermo, decadde la Sicilia, da quella sua età dell’oro, da quel momento unico e irripetibile di equilibrio ateniese, di composta e alta civiltà, dal momento in cui si entrò nell’età dei conflitti e si piombò in quella paralisi culturale, e insieme sociale, storica, che, al di là dei tre secoli che Américo Castro attribuisce alla Spagna, è durata in Sicilia sino a ieri, dura sino ad oggi[37]. E il Mediterraneo divenne mare che conobbe migrazioni e spostamenti di popoli con ogni tipo di boat people, antico e moderno, dai settemila cavalieri di Gerusalemme, che cacciati da tutti i porti, ha scritto Francesco Merlo, errarono dal 1522 al 1530, alla famosa Exodus con a bordo 4515 profughi ebrei scampati ai campi di concentramento nazisti. E fino alla nave Diciotti[38]. S’era rotto l’incanto, s’erano guastati i civili rapporti tra la Sicilia e i paesi del Maghreb. Il ponte sul Canale di Sicilia, ponte umano già rappresentato dal Boccaccio nella seconda novella della giornata quinta del Decamerone, quella di Gostanza che ama Martuccio, ebbe a subire scossoni e colpi che non sono finiti più, nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni. Le cronache, ha scritto Consolo due anni prima di morire, ci dicono di disperati che cercano di raggiungere l’isola di Lampedusa. Disperati che partono soprattutto dalla Libia, ma anche dalla Tunisia e dal Marocco…Il governo italiano intanto non fa altro che promulgare leggi xenofobe, razzistiche, di vero spirito fascistico. Di fronte a episodi di contenzione di questi disperati in gabbie infuocate, di ribellioni, di fughe, scontri con le forze dell’ordine, scioperi della fame, gesti di autolesionismo e di tentai suicidi, di gravi episodi di razzismo e di norme italiane altrettanto razzistiche si rimane esterrefatti. Ci ritornano allora le parole di Braudel[39] riferite a un’epoca passata: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce le miserie, gli errori e le santità degli universi concentrazionari[40]. A questo ponte distrutto e alla sua storia, in particolare quella dei primi anni del XX secolo, che vide una folta immigrazione di siciliani in Tunisia, Consolo ha dedicato un capitolo intero, riprendendo un articolo pubblicato già sul “Messaggero”[41]; e ha dedicato anche il testo di una conferenza tenuta, col titolo I muri d’Europa, agli studenti dell’Università di Milano nella sede di via della Passione nel 2006 e successivamente ripresa al Palazzo Ducale di Genova, nel giugno del 2009, nell’ambito degli incontri della manifestazione “Mediterranea”[42] E la Tunisia, oltre che terra amata dallo scrittore, nel suo immaginario letterario è diventata anche terra d’esilio per siciliani amanti della libertà, come l’anarchico Paolo Schicchi e il protagonista di Nottetempo, casa per casa, Pietro Marano[43].

Purtroppo il veleno che aveva intossicato le acque del Mediterraneo s’era diffuso per osmosi all’intero mondo e dall’Egeo era giunto fino alle acque della costa somala – amara ironia degli stravolgimenti della storia – su di una nave greca, il cui capitano, in anni recenti, ha fatto gettare in mare un gruppo di giovani clandestini neri scoperti a bordo dell’imbarcazione; tragico e profetico prologo consoliano, nel 1988, di quello che sarebbe stato, ed è ancora oggi, il destino di tanti infelici che vogliono fuggire dalla guerra e dalla fame e s’avventurano, in mano a criminali speculatori, nelle acque del Mediterraneo, dove in gran parte lasciano la vita e il corpo in quello che è diventato un cimitero subacqueo, da Mare Bianco, che era, mare nero. Consolo prefigura tutto ciò nel racconto che significativamente chiude Le pietre di Pantalica, quello che nell’endiade del titolo ho sempre pensato reca un cordiale omaggio a Basilio Reale[44], amico e mentore di Vincenzo Consolo, che lo scrittore mi fece conoscere un’estate a Capo d’Orlando. Al disincanto dello scrittore verso il degrado della civiltà contemporanea presente in questo libro aveva fatto riferimento Flora Di Legami nella sua monografia dedicata a Consolo[45]. Della cancellazione dei buoni rapporti tra popoli all’interno del Mediterraneo Consolo avrebbe scritto poi nello Spasimo di Palermo[46], puntualizzando poi in un’intervista: Con la citazione dell’Algeria, prendendo spunto dalla moschea che c’è a Parigi e dalla sosta che fa il protagonista nel giardino della moschea, ho voluto dire della distruzione della civiltà mediterranea, della cancellazione della nostra cultura, che avviene in modo anche visibile e atroce, come appunto in Algeria o nella ex-Jugoslavia[47].

Sono stato personalmente privilegiato testimone[48] di questo suo disincanto, dell’amarezza che ne inficiava l’animo, della sua ansia di vita nuova per la Sicilia, della sua attesa speranzosa di una primavera, per così dire, “cerealicola” e “floreale” nella terra di Kore e nell’Italia tutta, attesa speranzosa che purtroppo puntualmente abortiva nella delusione, sino a fargli scrivere, in una pagina dell’Olivo e l’olivastro, davanti a Palermo, centro aggregante e sintesi della Sicilia della storia, contrapposta a quella appagante del  mito e del canto poetico: Via via, lontano da quella città che ha disprezzato probità e intelligenza, memoria, eredità di storia, arte, ha ucciso i deboli e i giusti[49]. La stessa Palermo, contraddittoria e infelice di cui parla nel racconto Il boato di Santa Rosalia[50].

Purtroppo, come per Sciascia la linea della palma s’era spostata a nord[51], così per Consolo, e in verità per tutti, i miasmi socio-antropologici e politici, e dunque sostanzialmente culturali, di Palermo e della Sicilia si erano propagati in tutto il paese, raggiungendo quella Milano che, per Consolo, anni prima, era stata il punto di un approdo culturale liberante e potenzialmente fecondo. Scoraggiato dichiara, in occasione dell’uscita dello Spasimo di Palermo: Sciascia si riferiva solo alla mafia, mentre io sento questo spasimo (in progressione, da Palermo alla Sicilia, al mondo) come distruzione della civiltà, come passaggio epocale, perché questa grande rivoluzione tecnologica che ci schiaccia e ci annulla è il mondo della sottocultura, dello spettacolo, della canzonetta, dove nessuno è se non appare[52]. Conseguenza ne fu che, sul piano creativo, lo scrittore si ritrovò senza il tessuto memoriale del luogo e perciò afasico, mentre, sul piano personale e civile, si ritrovò davanti agli stessi mali sociali e politici che soffocavano la Sicilia. Percepiva Milano e il suo decadimento culturale e civile come la proiezione geometrica dei mali siciliani nell’Italia tutta, di cui Milano era stata il cuore pulsante, giusta la storica tradizione degli illuministi lombardi di ogni tempo, da Beccaria a Manzoni a Dossi, fino all’amato Vittorini, a Sereni e al lui caro Leonardo Mondadori.

Crimine organizzato, mala politica, nuovi fascismi rampanti, forme variegate di irrazionalismo caratterizzano il panorama nel quale l’ombra della Sicilia si è estesa a tutta la nazione. In Nottetempo, casa per casa tutto ciò è evidenziato in modo chiarissimo, ed è lo stesso Consolo a dichiarare in un’intervista: La questione dell’irrazionalismo delle neometafisiche sembra essere di grande attualità. In un periodo di crisi delle ideologie e delle relative estetiche, questo ritorno all’irrazionale non lascia prefigurare nulla di buono[53]. E in un’altra intervista, con riferimento alla metafora del presente insita nella storicità d’inizio Novecento di Nottetempo, casa per casa, dichiara: Un’alienazione dolorosa percorre quegli anni: sono tempi di sradicamento…Nel quotidiano smarrimento trionfano gli squadristi, i più umani soccombono al carnefice, i politici rincorrono utopie…Oggi l’Italia ha subito tali scosse in termini di classe, cultura, politica ed economia da ricordare quella del ’20. Ciò si traduce, ripeto, in perdita di sé, incapacità di sopportazione del reale, che genera nevrosi e barbarie[54]. Scrisse al riguardo Oreste del Buono: Vincenzo Consolo sa che quanto avviene in Sicilia, avviene anche a Milano, avviene in tutto il mondo. Lui scrive della Sicilia, perché ci è nato e perché a Sicilia è così bella, eccessiva ed esemplare anche nell’orrore[55]. Consolo stesso dichiara nel 1988: Non è migliorata Milano. Qui tutto è merce, denaro, falsi valori. Milano ha grandi responsabilità. Da Milano partono i messaggi. Milano è un pezzo d’America. Ci sono i giornali, c’è la televisione, uno strumento con cui si persuadono le masse[56]. E oggi noi possiamo aggiungere: c’è la rete telematica, che consente a chicchessia di lasciarsi piacevolmente persuadere dal primo villan che parteggiando viene e che perciò stesso diviene un Marcello[57]. Conferma tutto quanto Lo spasimo di Palermo, che Massimo Onofri definì tutto il romanzo della Sicilia, dell’Italia – tra Milano e Palermo – degli ultimi cinquant’anni: a complicare di un capitolo nuovo quella controstoria d’Italia letteraria e civile che ci ha affidato tanta letteratura siciliana[58]. Luca Canali, definendo l’ultimo romanzo di Consolo il più bello forse, e il più compatto dei libri dello scrittore di Sant’Agata Militello, riscontrò in esso il quadro “nero” della società italiana (da Palermo a Milano)[59]. È poi lo stesso scrittore a dichiarare: È un libro estremo, è l’esito o l’esodo di tutto il mio percorso letterario…Questo libro riassume la storia di un uomo nell’arco di cinquant’anni, a partire dal dopoguerra con l’orrore dei bombardamenti, la violenza dei tedeschi, dei razzisti, e arriva sino ai giorni nostri, nel ’92… Ho guardato a questo cinquantennio come a una perdita, a un’età di orrori, di dolore, un cinquantennio anche di violenza dalle forze che non amano la civiltà, che agiscono solo per i propri interessi. Parlo delle responsabilità di chi ha amministrato, di chi ha diretto i fili della nostra vita e ha deciso per la nostra vita. E quindi parlo di Milano, parlo di Palermo, parlo di Parigi, di questo nostro contesto[60]. Per bocca del protagonista, Chino Martinez, lo scrittore consuma tutta la sua delusione nei riguardi della scrittura e in particolare del romanzo, genere letterario ormai inadeguato di fronte alla realtà di degradazione in cui versa la società. Sono vari i luoghi del libro significativi al riguardo: Non scrivo più nemmeno dediche[61]; sai bene che non sono più uno scrittore, se mai lo sono stato[62]; ho assoluta ripugnanza, in questo stordimento, nell’angoscia mia e generale[63]; sarebbe riuscito forse a scrivere d’una realtà storica…fuori da ogni invenzione, finzione letteraria. Aborriva il romanzo, genere questo scaduto corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio[64].

Quello dello Spasimo di Palermo è un urlo d’amore che porta Consolo a fare finalmente i conti con Milano, divenuta metafora dell’Italia intera e perciò oggetto di ricerca poetico-creativa, come lo era stata la Sicilia. E attraverso la città lombarda, che già fu antitesi al marasma, cerchia di rigore, civile convivenza[65], lo scrittore, servendosi di Chino Martinez, fa i conti con l’Italia del nostro tempo, confessandosi in una sorta di esame di coscienza storico-generazionale (è debolezza d’un vecchio, desiderio estremo…[66]), nel quale non può non sentirsi coinvolto ogni lettore sensibile e attento. La Milano con cui si confronta l’alter ego di Consolo è quella dell’omologazione e della corruzione: Illusione infranta, amara realtà, scacco pubblico e privato, castello rovinato, sommerso dall’acque infette… palazzo della vergogna, duomo del profitto, basilica del fanatismo e dell’intolleranza, banca dell’avventura e dell’assassinio, fiera della sartoria mortuaria…stadio della merce e del messaggio, video dell’idiozia e della volgarità[67]. Non è più la Milano di Vittorini, nella quale il giovane scrittore aveva sperato più di trent’anni prima. È invece la Milano della logica dell’avere e non dell’essere, arrasso dalla quale era fuggito Fabrizio Clerici, il protagonista di Retablo. Oggi la Milano dei miei sogni, delle mie aspettative è una città irriconoscibile, per dirla con Rushdie. Una città centrale della menzogna[68]. Una Milano omologata a Palermo, alla Sicilia, all’Italia tutta, quella che non ha potuto conciliare a sé lo spirito critico e irrequieto, si direbbe pasoliniano, “irriducibile all’utile” di Vincenzo Consolo. Tutto il Paese ridotto ad un unicum di corruzione e di degrado: In questo Paese, in quest’accozzaglia d’assolvenza, dove lo stato è occupato da cosche o segrete sette di Dévorants…dove tutti ci impegnamo, governo e cittadini, ad eludere le leggi, a delinquere, e il giudice che applica le leggi ci appare come un Judex, un giustiziere insopportabile, da escludere, rimuovere. O da uccidere[69]. L’impossibilità di scrivere un romanzo storico-metaforico su Milano, sperimentata o patita per anni dallo scrittore, si è mutata nella realtà di un rapporto d’amore sofferto — Addio ai luoghi del dolore e dell’affetto[70] –, maturato e approdato compiutamente alla pagina, pur nei modi dell’invettiva pasoliniana, soltanto quando la città lombarda è diventata come tutte le altre città e, in virtù dei suoi mezzi produttivi, forse peggiore delle altre. Di un Paese tale ormai Milano, più che Palermo, è divenuta metafora. Ecco perché, non essendo stato Consolo ad “andare” a Milano, è stata questa, ormai irrimediabilmente mutata, ad “andare” da lui. Da questa odiosamata Milano lo scrittore, attraverso il protagonista del romanzo, dolorosamente si congeda, invocando la compagnia e l’assistenza degli spiriti magni che fecero grande la città e che da tempo costantemente lo confortano[71].

Ebbero un bel dire quanti si indignarono davanti alla dichiarazione, che Consolo fece sulle pagine del “Messaggero”[72], di voler lasciare Milano in caso di vittoria della Lega di Bossi alle elezioni amministrative del 20 giugno 1993. Una dichiarazione che… potrà apparire a chi legge…insensata, carica di esibizionismo, di prevenzione e presunzione, inopportunamente provocatoria, ma credo che essa possa trovare una sua motivazione e legittimità nel fatto che altri intellettuali milanesi – editori, scrittori, giornalisti ben più autorevoli e famosi di me – hanno dichiarato la loro simpatia e adesione politica allo schieramento della Lega Nord e quindi, implicitamente, la loro soddisfazione e felicità nel trovarsi a vivere in una Milano amministrata da domani dai leghisti[73]. Dichiarava che se ne andava specificando: Me ne andrò, voglio chiarire, non in quanto militante dell’altro schieramento politico…ma in quanto cittadino di Milano, in quanto lavoratore, in quanto, è la parola che si usa, un intellettuale[74]. E ancora precisava, data l’omologazione socio-culturale e civile del Paese tutto: Non si è più di nessun luogo. E, d’altra parte, credo che oggi non si possa più fuggire da nessun luogo, penso che siamo prigionieri, a Milano, a Roma, a Palermo, della stessa realtà, affetti tutti dallo stesso male. La mia dichiarazione di lasciare Milano era un gesto simbolico di protesta[75]. Il gesto, è chiaro, di un uomo libero, di uno abilitato a scrivere: Solo pochi scrittori, solo pochi isolati, “non protetti”, hanno sentito il dovere morale di parlare, di battersi per la verità e la giustizia…Lo scrittore rimane solo. Quando Zola affermava reiteratamente “sono uno scrittore libero”, “sono uno scrittore solo” affermava. O solo perché libero[76].

La libertà e il coraggio di elevare una simile protesta, che irritò e inquietò tanta gente[77], gli venivano dall’essere, nonostante egli se ne schermisse, un seguace degli scrittori-intellettuali che osavano partecipare alla vita del Paese con la scrittura cosiddetta d’intervento; dall’essere una persona nella quale non c’era separazione fra l’uomo e lo scrittore, una persona che, nonostante la forza, e in virtù anzi, dei suoi mezzi linguistici, meditava e pesava bene le parole, prima di parlare e scrivere. Una persona che, davanti a quella che i benpensanti gli rimproveravano come una contraddizione evidente la sua scrittura e i suoi interventi pubblici, da una parte, e l’essere pubblicato dalla casa editrice acquisita dal fondatore di Forza Italia, dall’altra, ebbe a confidarmi testualmente: Jano, bisogna imparare a sapere sputare nel piatto in cui si mangia, se si vuole conservare la libertà personale. Questo era Consolo. E a proposito di “contraddizioni” rinfacciate a grandi scrittori, non posso qui sottacere quanto testualmente mi disse, durante una sua visita ad Avola, a una mia esplicita domanda circa il suo “contraddisse e si contraddisse”, Leonardo Sciascia: Dissi questa battuta per gli stupidi[78], per coloro, insomma, che non sanno cogliere la portata, a volte profetica, di determinate dichiarazioni e che si soffermano a guardare non la luna ma il dito che la indica, spesso con esiti di insipienza socio-culturale che porta alla miopia politica e apre strade a scenari regressivi di demagogia, populismi, razzismi e titillamenti di pancia delle cosiddette masse, come quelli che sono sotto gli occhi e sulla pelle di tutti nell’Europa di oggi.

La battuta dello scrittore di Racalmuto mi riportò alla mente il saggio di Miguel De Unamuno Sobre la consecuencia la sinceridad, col quale il filosofo e scrittore basco nel 1906 combatteva contro l’ipocrisia e il perbenismo utilitario di certi intellettuali del suo tempo. Essere coerente, scriveva il pensatore basco, suole significare, la maggior parte delle volte, essere ipocrita. E questo arriva ad avvelenare le sorgenti stesse della vita morale intima[79]…È ridicolo, sommamente ridicolo, chiedere coerenza a un pensatore puro[80]. E ancora nel saggio Mi religión affermava: Il mio più grande impegno è inquietare il mio prossimo[81], la mia religione, insomma, è inquietare gli altri. Nella determinazione di Sciascia e di Consolo ravviso lo stile e la determinazione dell’intellettuale puro che fu Unamuno. E un intellettuale vero non può non essere un pensatore puro. Sciascia e Consolo lo furono entrambi ed entrambi ne pagarono il prezzo. Consolo, ha scritto Concetto Prestifilippo, non esercitava diplomazie linguistiche. Non operava concessioni. Non salvava potentati. Non blandiva accademie. I suoi interventi potevano irritare, non essere condivisi ma erano sempre onesti, veri[82]. Consolo era un irregolare, non era irreggimentabile, era un eccentrico. Non gli hanno perdonato la sistematica diserzione delle adunate, delle parate. Un conto che ha pagato caro a Milano e anche in Sicilia[83]. Un intellettuale contro. Questo è stato il suo paradigma esistenziale[84]. Le parole che chiudono Fuga dall’Etna sono emblematiche a tale riguardo: La mia ideologia o se volete la mia utopia consiste nell’oppormi al potere, nel combattere con l’arma della scrittura, che è come la fionda di David, o meglio come la lancia di Don Chisciotte, le ingiustizie, le sopraffazioni, le violenze, i mali e gli orrori del nostro tempo[85].

Con Lo Spasimo di Palermo, ultima opera fondamentale, che chiude la trilogia aperta da Nottetempo, casa per casa, passando per L’olivo e l’olivastro, la furia verbale ch’era finita in urlo, come s’è detto, s’era dissolta nel silenzio[86], un silenzio che fu al tempo stesso metafisico e reale. Ma poiché anche il silenzio è dolore[87], pur non credendo più nel romanzo, Consolo non rinuncia tuttavia alla scrittura e alla denuncia di uomo libero e solo. Ha giustamente osservato Massimo Onofri che l’afasia cui ci si riferisce non ha né una valenza psicologica né estetica, ma solo storica ed antropologica. Anzi: è proprio a questo livello che la ricerca di Consolo e la sua storia di scrittore sembrano caricarsi di futuro[88] Se il narratore tacque, l’uomo che nel suo intimo coltivava, contro ogni evidenza – spes contra spem – la speranza nella linfa nuova che dal Mediterraneo sarebbe venuta all’Italia e all’Europa intera, non cessava di intervenire in pubblico. La speranza non bisogna mai perderla, aveva dichiarato in un’intervista, io credo nella forza della storia. Malgrado i momenti bui, la storia si schiarisce. Viene la luce. Citando il poeta spagnolo Machado: desperados, esperamos, todavía[89].

Sperava, Consolo, sperava, per esempio, nelle nuove energie vitali che, in tempi di decadimento e di barbarie come quelli che registra attualmente la società del mondo occidentale, sarebbe venuta a noi dai paesi del Maghreb, a rinvigorire e temprare le nostre membra esauste e svigorite dagli eccessi dell’opulenza e dell’irrazionalità. In più d’una occasione ebbe ad auspicare che entro pochi anni i figli e i nipoti degli immigrati di questi nostri anni avrebbero potuto scrivere la loro letteratura, che sarebbe stata anche la nostra. Cosa che realmente si sta verificando da qualche tempo a questa parte. Riferendosi a Ben Jelloun, così annotava lo scrittore: E noi aspettiamo in Italia una voce come la sua che venga dal Maghreb, a far esplodere la nostra lingua, che venga ad arricchire il nostro romanzo[90]. In una intervista a Gianni Bonina Consolo dichiarava: Nel nostro contesto le voci nuove possono essere quelle di quanti arrivano qui e diventano, se non in questa generazione forse nella prossima, italianofoni, portando fantasia e immaginazione, come è successo in Francia e in Inghilterra. Speriamo che i figli dei nostri clandestini possano arrivare ad esprimersi e diventare scrittori e poeti, arricchendo così la nostra letteratura. Nella quale vedo un prosciugamento senza rimedio[91]. Alla luce di queste affermazioni, come non pensare al lavoro svolto in anni recenti in Italia dal giovane scrittore congolese Jadelin Mabiala Gamgbo, autore del romanzo Rometta e Giulieo e, insieme con Piersandro Pallavicini, curatore dell’antologia L’Africa secondo noi[92], nonché a quello di tanti altri autori immigrati?[93] Allora, possiamo arguire, sarà salva la nostra società, perché sarà garantita la salvezza di una memoria storica di ampia matrice mediterranea che oggi traballa e rischia di essere cancellata definitivamente. La nostra società tutta ha bisogno di nuova linfa culturale, senza preclusioni di ordine storico né geografico né etnico. È una prospettiva nuova, oggi per molti scandalosa, sulla quale è necessario riflettere, per sottrarsi ai condizionamenti dell’unidimensionalità alla quale ci costringe la realtà del mondo contemporaneo. Si tratta di una proiezione razionale dell’ethos profondo dello scrittore, che in Di qua dal Faro è calibrata in modi e termini non metaforici, come nelle opere narrative, ma comunicativi, quelli propri della scrittura d’intervento. Ne viene fuori un sostanziale atto di fiducia nelle possibilità dell’uomo, quasi una sorta di profezia che supera di fatto, lungo il percorso di un “orizzonte colloquiale”, come l’ha definito Giulio Ferroni, i tratti, per così dire, pessimistici che porta con sé il tono alto, elaborato, solenne, talora tragico, di quell’articolato e sofferto poema narrativo che è tutta l’opera narrativa di Consolo[94]. A ragione Gianni Turchetta, a conclusione del suo saggio introduttivo al Meridiano Mondadori con l’opera omnia dello scrittore, ha sottolineato che il disincanto e le delusioni non hanno impedito a Consolo di coltivare l’intensità del suo amore per il mondo…Il progressivo incupirsi della sua visione non deve indurci a sottovalutare un altro aspetto fondamentale delle sue scritture: l’instancabile, attentissima, partecipe valorizzazione degli infiniti aspetti del mondo, e più ancora dei soggetti che lo abitano, che giorno per giorno lo fabbricano[95].

Sperava Consolo, sperava e credeva nella poesia, per lui la forma più alta di espressione creativa, quella cui era maggiormente votato e con cui – quasi antico aedo, erede anche della memoria popolare della gente di Sicilia – chiude Lo Spasimo di Palermo, in un disperato urlo catartico, a somiglianza dell’Empedocle della sua pièce Catarsi, con una preghiera, quella preghiera alla quale egli, in Chino Martinez[96], alla fine approda, realizzando un passo avanti rispetto allo Sciascia, che, alla fine del Cavaliere e la morte, s’era fermato muto davanti alla soglia del mistero del tempo[97]. Sperava Consolo, sperava e confidava nei giovani, come dimostra il sostegno dato negli anni a tanti di loro, fra cui Aurelio Grimaldi, Roberto Andò, Roberto Saviano e altri. E nella società di oggi sono i giovani a dare i segnali forti del cambiamento. Quando mai era successo che un italiano figlio di immigrati magrebini riempisse il Forum di Assago, strapieno di giovani, come ha fatto l’estate scorsa il rapper, figlio di tunisini, Ghali Andouni?[98] E come non segnalare, a proposito di giovani artisti legati all’immigrazione magrebina, i nomi della cantautrice italiana ma di origine marocchina Malika Ayane e quello dell’italo-egiziano Alessandro Mahmood[99], che, segno dei tempi nuovi, ha vinto il festival di Sanremo 2019, con tutto lo strascico di polemiche che in ambito politico e mediatico ne è seguito[100] e a conferma, come ha sottolineato più d’uno e come sosteneva Consolo, che l’incontro di culture differenti genera bellezza; nomi, tutti questi, di giovani tra i tanti in cui sperava Consolo. E sappiamo tutti quanta influenza abbia il mondo della musica e dello spettacolo in genere nell’incontro tra i giovani di ogni latitudine, oltre ogni limite e pregiudizio culturale.

Sperava Consolo, e alimentava la speranza degli altri. Voglio ricordare, al riguardo, il mio ultimo incontro con lui, nell’aprile del 2011, nella sua casa di Sant’Agata Militello. Ero andato a trovarlo insieme con Nino De Vita, ed egli, che recava evidenti nel fisico i segni della malattia che lo stava divorando, ci parlava del suo romanzo in programma, ambientato, precisava, nel Seicento e al quale, ripeteva, stava lavorando, come mi aveva in precedenza anche per telefono più volte confermato. E io, forse più per sostenerlo che per intimo convincimento, pensando oltretutto ai tempi lunghi della gestazione dei suoi romanzi, lo incoraggiavo e lo spronavo, come avevo sempre fatto con lui nel corso degli anni. E lui: Sì, Jano, scriverò, scriverò… Illusione che tra metafora e realtà lo accompagnò sino alla fine per la fiducia che egli aveva nella scrittura, in virtù della testimonianza civile di cui per lui la scrittura letteraria era portatrice. E un sospetto, in verità, mi portai dentro alla fine di quell’incontro: che fosse stato lui a sostenere e confortare me con la naturale empatia, con la pietas umana e l’amicizia che mi aveva sempre dimostrato e confermato nel corso degli anni, al punto di non vergognarsi di versare lacrime, in mia presenza, accarezzando le pietre dell’antica Eloro, come stesse accarezzando delle persone, di quelle che, ebbe a dirmi, andando poi via dal sito archeologico e chiedendomi sommessamente scusa, erano passate e vissute tra quelle antiche pietre[101].

 

[1] Il libro, col titolo Sicilia teatro del mondo, e corredato di foto di Giuseppe Leone, fu pubblicato nel 1990 in occasione della 42° sessione del “Premio Italia” della RAI, che si tenne in Sicilia. L’anno successivo l’opera fu pubblicata in edizione economica col titolo La Sicilia passeggiata.

[2] Cfr. V. Consolo, Sicilia paseada, Ediciones Taspiés, Granada 2016, pp. 9-14.

[3] Il racconto è stato pubblicato in trentaduesimo a Napoli nel 2001 dalle Edizioni Dante e Descartes.

[4] V. Consolo, Op. cit., p. 12.

[5] Ivi, p. 13.

[6] G. Traina, Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole 2001, p. 32.

[7] S. Mazzarella, Dell’olivo e dell’olivastro, ossia d’un viaggiatore, in “Nuove Effemeridi” a. VIII, n. 29, p.58.

[8] V. Consolo, La Sicilia passeggiata, ERI, Torino 1991, p. 5.

[9] Cfr. S. Burgaretta, L’illusione di Consolo e la Sicilia paseada, in “Notabilis”. A. IX, n. 3, maggio-giugno 2018, pp. 26-28.

[10] V. Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 1988, p. 179.

[11] Ivi, pp. 154 ss.

[12] AA. VV. ‘Nfernu veru. Uomini e immagini dei paesi dello zolfo, Edizioni Lavoro, Roma 1985.

[13] V. Consolo, La pesca del tonno in Sicilia, Sellerio, Palermo 1986.

[14] V. Consolo, Vedute dello Stretto di Messina, Sellerio, Palermo 1986. Sull’attenzione dello scrittore allo Stretto di Messina cfr. V. Consolo – N. Rubino, Fra contemplazione e paradiso. Suggestioni dello Stretto, Sicania, Messina 1988.

[15] Era uscito sul “Messaggero” del 30 novembre 1993.

[16] Cfr. V. Consolo, Così la Sicilia ingrata tradì il paladino Mimmo, in “Il Messaggero”, 8 gennaio 1995; Idem, Retablo siciliano, in S. Burgaretta, Retablo siciliano. I colori dell’epos nella Casa-museo “Antonino Uccello”, catalogo dell’omonima mostra tenutasi al Museo Teatrale alla Scala. Museo Teatrale alla Scala, Milano 1997, pp. 17-20.

[17] V. Consolo, La rinascita del Val di Noto, Bompiani, Milano 1991.

[18] Cfr. M. A. Cuevas, Introdución, in V. Consolo, A este lado del Faro, Editorial Parténope, Valencia 2008, p. 10.

[19] V. Consolo, Di qua dal Faro, Mondadori, Milano, p. 283.

[20] V. Consolo-N. Rubino, Op cit., p. 7.

[21] V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, p. 106.

[22] Ivi, p. 113.

[23] Ivi, p. 18.

[24] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 39.

[25] Cfr. S. Burgaretta, I saggi di Consolo, un commento ai suoi romanzi; in “Stilos”, 23 novembre 1999.

[26] Cfr. S. Burgaretta, La parola che salva, in “Annali 12”, a. XX, 2003, Centro Studi Feliciano Rossitto, Ragusa 2004, pp. 298-299; Idem, Il beato Antonio Etiope, profeta dell’accoglienza, nel rinnovato culto degli avolesi, in Idem, Uomini e santi, vol. I, Armando Siciliano Editore, Messina-Civitanova Marche 2019, pp. 102 ss.

[27] M. D’Anna, I “dialoghi mediterranei”, in “La Sicilia”, 13 settembre 2018.

[28] G. Amato, Attenti al rischio intolleranza; il virus sta sconvolgendo la natura del popolo siciliano, in “la Repubblica”, 21 agosto 2018.

[29] V. Consolo – L. Manconi, Perché non ha senso essere razzisti, in “Sette” del “Corriere della sera”, 26 novembre 1992, p. 38.

[31] R. Andò, Vincenzo Consolo: la follia, l’indignazione, la scrittura, in “Nuove Effemeridi”, cit., p. 12.

[32] V. Consolo, Ai disperati non servono musei, in “la Repubblica”, edizione di Palermo, 22 agosto 2004.

[33] Cfr. A. Cusumano, I migranti senza valigie nelle stanze della memoria, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 35, gennaio 2019.

[34] G. Giordano, “Il libro? Deve ferire”, in “Giornale di Sicilia”, 24 dicembre 1988.

[35] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p.213.

[36] Ivi, p. 215.

[37] Ivi, p. 239.

[38] F. Merlo, La nave della resistenza, in “la Repubblica”, 23 agosto 2018.

[39] F. Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, vol. I, Einaudi, Torino 1976, pp. 921-922

[40] V. Consolo, Il Mediterraneo tra illusione e conflitto nella storia e in letteratura, in G. Interlandi (a c d), La salute mentale nelle terre di mezzo. Per costruire insieme politiche di inclusione nel Mediterraneo, in “Fogli d’informazione”, terza serie, nn. 13-14, gennaio-giugno 2010, p. 7.

[41] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., pp. 217-222; cfr, inoltre, A. Campisi – F. Pisanelli, Memorie e racconti del Mediterraneo: l’emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo, Mc éditions, Tunisi 2015, A. Campisi, Il pericolo è alle “nostre porte”. L’invasione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo, in “Dialoghi mediterranei”, www.istitutoeuroarabo.it, n. 33, settembre 2018.

[42] Cfr. I muri d’Europa, in  www.nuovosoldo.it

[43] Cfr. V. Consolo, Nottetempo, casa per casa, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992, pp.173-175; cfr. G. Traina, Op. cit., p. 33.

[44] V. Consolo, Memoriale di Basilio Archita, in Idem, Le pietre di Pantalica, cit., pp. 187-195. Il racconto, ispirato a un fatto di cronaca, era già uscito, quattro anni prima, con il titolo E il capitano ordinò: buttateli agli squali! In “L’Espresso”, 3 giugno 1984, pp. 55-64.

[45] F. Di Legami, Vincenzo Consolo, Pungitopo, Marina di Patti 1990, p. 43.

[46] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, Mondadori, Milano 1998, pp. 40-41.

[47] G. Bonina, In nome della nostra legge, in “La Sicilia”, 27 settembre 1998.

[48] Cfr. S. Burgaretta, L’illusione di Consolo, art. cit.

[49] V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, Op. cit., p. 125.

[50] V. Consolo, Il boato di Santa Rosalia, in “L’Unità”, 6 agosto 1998.

[51] L. Sciascia, La palma va a nord, Gammalibri, Milano 1982.

[52] G. Bonina, Art. cit.

[53] G. Marrone, Consolo risveglia l’eco di parole dimenticate, in “L’Ora”, 14 aprile 1992.

[54] C. Medail, C’era il diavolo a Cefalù. Ma poi arrivò Mussolini, in “Il Corriere della sera”, 21 marzo 1992.

[55] O. del Buono, Sicilia con furore, in “Panorama”, 16 ottobre 1988, p. 137.

[56] A. Rossi, Il “contastorie” del bel tempo che fu, in “Grazia”, 30 ottobre 1988, p. 97.

[57] D. Alighieri, Purgatorio, VI, vv. 125-126.

[58] M. Onofri, I miracoli della poesia, in “Diario della settimana”, 7 ottobre 1998.

[59] L. Canali, Che schiaffo la furia civile di Consolo, in “L’Unità”, 7 ottobre 1988.

[60] Dalla registrazione del discorso che Consolo tenne ad Avola l’11 dicembre 1998, in occasione della presentazione, da me organizzata, dello Spasimo di Palermo. Cfr. anche L. Faraci, Ho scritto il romanzo per narrare le nostre perdite, in “La Sicilia”, 13 dicembre 1998.

[61] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 37.

[62] Ivi, p. 91.

[63] Ivi, p.88.

[64] Ivi, p. 105.

[65] Ivi, p. 91.

[66] Ivi, pp. 127-128.

[67] Ibidem.

[68] C. Prestifilippo, Parole contro il potere. Vincenzo Consolo, ritratti e lezioni civili, Navarra Editore, Marsala, 2013, p.69.

[69] Ivi, pp.129-130.

[70] Ivi, p. 93.

[71] Cfr. S. Burgaretta, Il Gran Lombardo schiavo dell’utile, in “la Sicilia”, 10 dicembre 1998.

[72] V. Consolo, Tu non mi avrai, città dei leghisti, in “Il Messaggero”, 20 giugno 1993.

[73] V. Consolo, Fuga dall’Etna, Donzelli Editore, Roma 1993, p. 5.

[74] Ivi, p. 4.

[75] Ivi, pp.68-69.

[76] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 197.

[77] V. Consolo. Fuga dall’Etna, cit., p. 69.

[78] Cfr. S. Burgaretta, La nota dissonante, in “Il Giornale di Scicli”, 9 febbraio 2003.

[79] M. De Unamuno, Ensayos, tomo I, Aguilar, Madrid 1966, p. 849.

[80] Ivi, p. 855.

[81] M. De Unamuno, Ensayos, tomo II, Aguilar, Madrid 1966, p. 373.

[82] C. Prestifilippo, Op. cit., p.8.

[83] Ivi, p.12.

[84] Ivi, p. 13.

[85] V. Consolo, Fuga dall’Etna, cit., p.70.

[86] Cfr. la nota n. 59.

[87] Cfr. l’epigrafe in esergo con la citazione dal Prometeo incatenato di Eschilo.

[88] M. Onofri, Nel magma italiano: considerazioni su Consolo scrittore politico e sperimentale, in A A. V V. Per Vincenzo Consolo, a cura di Enzo Papa, Manni, San Cesario di Lecce 2004, p. 66.

[89] C. Prestifilippo, Op. cit, p. 27.

[90] V. Consolo, Di qua dal Faro, cit., p. 235.

[91] G. Bonina, Art. cit.

[92] AA. VV. , L’Africa secondo noi, a cura di P. Pallavicini e J.M. Gangbo, Edizioni dell’Arco, Pavia 2002.

[93] C’è da segnalare che da una ventina d’anni si va sviluppando in Italia una letteratura che è opera di immigrati che scrivono adottando la lingua italiana. Tra di essi sono Pap Khouma, Saidou Moussa Ba, Mohamed Bouchane, Mbacke Gadji, Amara Lakhous, Igiaba Scego e altri.

[94] Cfr. S. Burgaretta, I saggi di Consolo, un commento ai suoi romanzi, in “Stilos”, art. cit.

[95] G. Turchetta, Da un luogo bellissimo e tremendo, in V. Consolo, L’opera completa, Mondadori, Milano 2015, p. LXXIV.

[96] V. Consolo, Lo spasimo di Palermo, cit., p. 131.

[97] L. Sciascia, Il cavaliere e la morte, Adelphi, Milano 1988, pp. 90-91.

[98] Cfr. L. Bolognini, Ghali:“Dovrei esser pieno di amici, invece ne ho persi la metà, in “la Repubblica”, 11 settembre 2018, p. 35; G. Castaldo, Lasciatemi cantare, sono un italiano di nome Ghali, in “ la Repubblica”, 29 dicembre 2018, p. 34.

[99] Cfr. C. Moretti, Mahmood”Faccio Morocco pop nel segno di mio padre”, in “la Repubblica”, 6 febbraio 2019, p. 32.

[100] Cfr., fra l’altro, A. Laffranchi, Mahmood: italiano al 100°/° cresciuto in periferia tra i cantautori di mamma e la musica araba di papà, in “Corriere della Sera”, 11 febbraio 2019, p. 13; R. Franco, Sanremo, polemiche e veleni sulla finale. E la politica “sale” sul palco dell’Ariston, Ivi, p. 12; S. Fumarola, Sanremo, Mahmood l’italiano trionfo che spacca la politica, in “la Repubblica”, 12 febbraio 2019, p. 2; L. Bolognini, Nella periferia di Mahmood “È il mio mondo, io resto qui”, in “la Repubblica”, 18 febbraio 2019, p. 18.  

[101] Cfr. S. Burgaretta, Alle soglie del témenos, in M. Maugeri (a c d), Letteratitudine 3, LiberAria Editrice, Bari 2017, p. 350; Idem, L’illusione di Consolo e la Sicilia paseada, cit., p. 28.



foto di Claudio Masetta Milone

Milano, 6 – 7 marzo 2019
Università degli Studi
Sala Napoleonica via Sant’Antonio 10/12

L’opera di Vincenzo Consolo e l’identità culturale del Mediterraneo


*
MILANO, 6 -7 MARZO 2019
Università degli Studi
Sala Napoleonica
via Sant’Antonio 10/12
Responsabile scientifico Gianni Turchetta
Segreteria Chiara Melgrati

GIOVEDÌ 7 MARZO
9.30
Coordina Irene Romera Pintor (Universitat de València)
Sebastiano Burgaretta (etnologo e docente)
L’illusione di Consolo tra metafora e realtà
Rosalba Galvagno (Università degli Studi di Catania)
Il «mondo delle meraviglie e del contrasto».
Il Mediterraneo di Vincenzo Consolo
Miguel Angel Cuevas (Universidad de Sevilla)
Della natura equorea dello Scill’e Cariddi:
testimonianze consoliane inedite su Stefano D’Arrigo

11.00 | Pausa caffè
11.30

Daragh Daragh O’Connell (University College Cork)
La notte della ragione: Nottetempo, casa per casa
fra poetica e politica
Giuseppe Traina (Università degli Studi di Catania)
Per un Consolo arabo-mediterraneo
Salvatore Maira (scrittore e regista)
Parole allo specchio

MERCOLEDÌ 6 MARZO
14.30 | Saluti di apertura
Elio Franzini
Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Milano
15.00
Coordina Alberto Cadioli (Università degli Studi
di Milano)
Gianni Turchetta (Università degli Studi di Milano)
Introduzione ai lavori
Carla Riccardi (Università degli Studi di Pavia)
Da Lunaria a Pantalica: fuga e ritorno alla storia?
Nicolò Messina (Universitat de València)
Cartografia delle migrazioni in Consolo
16.30 | Pausa caffè
17.00
Corrado Stajano (giornalista e scrittore)
Storia di un’amicizia
Dominique Budor (Université Sorbonne Nouvelle)
“Gli inverni della storia” e le “patrie immaginarie”
Marina Paino (Università degli Studi di Catania)
La scrittura e l’isola
L’opera di
Vincenzo Consolo
e l’identità culturale del Mediterraneo
foto Giovanna Borgese

 

Il mare, l’isola, il viaggio negli ultimi libri di Vincenzo Consolo.

*

ROBERTA DELLI PRISCOLI

Il mare, l’isola, il viaggio negli ultimi libri di Vincenzo Consolo.

ROBERTA DELLI PRISCOLI

Il mare, l’isola, il viaggio negli ultimi libri di Vincenzo Consolo.

Tra gli ultimi scritti di Consolo sono presi in attenta considerazione «L’olivo e l’olivastro» (1994), «Lo Spasimo di Palermo» (1998), «Il viaggio di Odisseo» (1999), «La mia isola è Las Vegas» (2012). «Il viaggio di Odisseo», trascrizione di una conversazione tra Consolo e Nicolao, offre una illuminante chiave di lettura. Il ritorno catartico di Odisseo nell’ Itaca della ragione e degli affetti diventa metafora del nostos di chi è nato nell’ isola dai tre angoli. La Trinacria, isola in cui sono confluite le fisionomie diverse, ma complementari di varie componenti etniche, è configurata come modello emblematico di una più ampia realtà storica e geografica. Le aporie del tempo presente sembrano offuscare il panorama sociale e ambientale del mondo del Mediterraneo, ma, secondo Consolo, la salvezza è ancora possibile, ove si dia spazio al linguaggio della letteratura e della poesia. Il viaggio di Odisseo 1 ‘offre il filo di Arianna al lettore che si avvicina alla multiforme e complessa produzione letteraria di Vincenzo Consolo.2 Il libro, attento e meditato confronto tra Consolo e Nicolao, delinea l’orizzonte culturale, le coordinate letterarie, i valori di riferimento dello scrittore siciliano. Questi, preliminarmente, dichiara che, tra i più recenti scrittori, i più significativi per lui sono Vittorini (Conversazione in Sicilia) e D’Arrigo ( Horcynus Orca), ambedue siciliani «di una terra, di un’isola eccentrica, estrema, che fanno compiere ai loro rispettivi eroi, Silvestro e ’Ndria Cambria, il nostos, il viaggio di ritorno».3 Ma, dopo aver preso atto che l’utopia vittoriniana di Conversazione in Sicilia è definitivamente crollata, Consolo risale da Vittorini all’ Odissea, a questa grande matrice del racconto, per capire e per capirsi.4 «L’Odissea è così piena di sensi, di significati: in ogni frammento di essa si possono leggere interi mondi».5 Egli  compie così un nuovo viaggio nel poema omerico, mettendo in luce originali prospettive di lettura, che sono non verità filologiche, ma scoperte soggettive, utili alla sua concezione del mondo. Odisseo è visto come l’eroe della colpa, della colpa soggettiva, e il suo nostos diventa il viaggio dell’espiazione e della catarsi. La colpa dell’eroe è la creazione del cavallo di legno, «mostro tecnologico, […] arma estrema, sleale e dirompente che aveva segnato la sconfitta di Troia alla fine della guerra».6 Nicolao, in uno dei suoi interventi,7 sottolinea come Odisseo, nella prospettiva di Consolo, sia il primo eroe che collega mētis e technē nell’arte bellica, attirando su di sé la maledizione dell’uomo tecnologico.8 Consolo ribadisce il collegamento tra la maledizione di Odisseo e l’irruzione della tecnologia nel mondo del menos, del furore guerriero, proponendo una riflessione sulla tecnologia in generale, che è la chiave di volta della sua intuizione del mondo: La tecnologia ha un automatismo di riproduzione di velocissimo e inarrestabile sviluppo che l’uomo non riesce più a controllare: è lei che ci controlla, ci determina. Siamo insomma al mito di Frankenstein di Mary Shelley. Siamo all’ambiguità della scienza, che ci può salvare  1 V. CONSOLO – M. NICOLAO, Il viaggio di Odisseo, Milano, Bompiani, 1999. Il testo è la registrazione,

aggiornata, di una conversazione tenuta da Consolo e Nicolao presso la libreria Messaggerie Paravia di Milano il 10 ottobre 1996. 2 Sugli stretti rapporti tra l’opera di Consolo e l’Odissea, cfr. A. GRILLO, Appunti su Odisseo e il suo viaggio nella cultura siciliana contemporanea: da Vittorini a Consolo e a Cattafi, in S. NICOSIA (a cura di), Ulisse nel tempo. La metafora infinita, Venezia, Marsilio, 2003, 593-604. Una ricca rassegna bibliografica su Consolo si legge in TRAINA, Vincenzo Consolo, Fiesole (FI), 2001, 117-122. 3 CONSOLO – NICOLAO, Il viaggio di Odisseo…, 13. 4 Ivi, 20. 5 Ivi, 32. 6 Ivi, 28. Cfr. V. CONSOLO, L’olivo e l’olivastro, Milano, Oscar Mondadori, 2012, 15 (I edizione: Scrittori italiani, Mondadori, 1994). 7 CONSOLO-NICOLAO, Il viaggio di Odisseo …, 30. 8 IVI, 29-30. 2 o distruggere. La tecnologia, certo, ha rivoluzionato il mondo, ci ha liberati dalla fatica, dall’isolamento, dalla lentezza, dalle offese della natura, dalle malattie. Ma quella stessa tecnologia ha creato la bomba atomica, ha ammorbato il mondo, avvelenato la natura. L’elettronica poi ci ha fatto varcare le colonne d’Ercole, uscire dall’angusto Mediterraneo, dato sicuramente nuove conoscenze, ma insieme ci ha immesso in un oceano tempestoso di messaggi, ci ha staccati dalla realtà, ci ha risospinti nella caverna platonica o meglio nell’incantato palazzo di Circe, dove avvengono le mutazioni più degradanti.9 Odisseo, dunque, rappresenta l’archetipo dell’homo technologicus, responsabile di mali estremi. 10 Per altro, egli non è solo individualmente responsabile della costruzione del cavallo, ma è anche compartecipe della colpa collettiva degli Achei, che hanno scatenato la guerra di Troia, la guerra, «questo grande cataclisma».11 Il tema odissiaco della guerra e della colpa soggettiva degli eroi achei, in primis di Odisseo, è interpretato da Consolo come metafora dei mali e delle colpe della modernità, con la precisazione che le colpe della modernità non sono soggettive, come quelle di Odisseo e degli altri duci greci, ma oggettive. Con amaro pessimismo scrive Consolo: I mostri non sorgono più dal mare, dalla profondità del subconscio, ma sono mostri concreti, reali, che tutti noi abbiamo creato (tutti noi abbiamo scatenato le guerre, creato i campi di sterminio, le pulizie etniche, lasciamo morire per fame la stragrande maggioranza dell’umanità…). Nessun viaggio penitenziale e liberatorio è ormai possibile. Itaca non è più raggiungibile.12 Come Itaca, così la Sicilia, l’Itaca dello scrittore, non è più raggiungibile, perché l’isola è stata distrutta dal potere politico-mafioso. I due mostri dell’Odissea, Scilla e Cariddi, acquattati sulle opposte coste dello Stretto, sono la zoomorfizzazione del cavallo di legno, il suo contrappasso.13 Partendo da questa visione negativa della modernità, di matrice sociale e politica, Consolo perviene ad una radicale concezione pessimistica del destino dell’uomo e della sua storia esistenziale; e gli elementi fondamentali di questa desolata Weltanshauung egli attinge da una sua peculiare interpretazione dell’Odissea: «Ma tutta l’Odissea, sappiamo, è una metafora della vita. Casualmente nasciamo in un’Itaca dove tramiamo i nostri affetti, dove piantiamo i nostri olivi, dove attorno all’olivo costruiamo il nostro talamo nuziale, dove generiamo i nostri figli. “La racine de l’Odyssée c’est un olivier” dice Paul Claudel».14 Consolo, rimodulando la frase di Claudel, afferma che alla radice dell’odissea moderna è l’olivastro, richiamando i vv. 476-485 del libro V dell’Odissea, in cui sono descritti un olivo e un olivastro nati dallo stesso ceppo, sotto i quali si rifugia Ulisse, sbattuto dalle onde sull’isola dei Feaci.15 L’olivo selvatico è per Consolo metafora di tempeste e naufragi, inganni, regressioni, perdite; insomma, è simbolo del ritorno del barbarico e mostruoso mondo dei Ciclopi.16 È questa l’intelaiatura culturale e ideologica da cui prendono luce e significato le opere di Consolo, in particolare quelle degli ultimi anni: L’olivo e l’olivastro (1994), Lo Spasimo di Palermo (1998), La mia isola è Las Vegas (2012). I primi due libri sono strettamente interconnessi. Come scrive lo stesso Consolo,17 il primo è una sorta di proemio, di antefatto del secondo. Suoi temi dominanti sono la centralità geografica della Sicilia, nuova Itaca, nel mare Mediterraneo, la  9 Ivi, 32-33. 10 IVI, 29-30. 11 Ivi, 21.12 Ivi, 22. 13 Ivi, 22-23. 14 Ivi, 24. Per la citazione di P. Claudel, cfr. L’Odyssée, Préface de P. CLAUDEL, Introduction et notes de J.BÉRARD, Traduction de V. BÉRARD, Paris, Gallimard, 1973. 15 Di qui il titolo del libro L’olivo e l’olivastro, che ha in epigrafe i vv. 476-482 del libro V dell’Odissea. 16 CONSOLO – NICOLAO, Il viaggio di Odisseo…, 24. 17 Ivi, 20.3 ricchezza e la molteplicità culturale dell’isola, la presenza in essa di indelebili testimonianze della colonizzazione e della civiltà greca: la Sicilia, insomma, è non solo l’ombelico geografico del Mediterraneo, ma anche il crocevia di viaggi e migrazioni, l’approdo di diverse etnie e civiltà. Prefigurazione di questa varietà e mobilità culturale è l’Odissea, il cui protagonista attraversa tutto il Mediterraneo e, secondo alcune fonti antiche e medievali,18 si spinge oltre le colonne d’Ercole sulle coste meridionali atlantiche dell’ Iberia, vedendo e conoscendo molti popoli e i loro costumi.19 Altro Leitmotiv del libro, e in generale di tutta l’opera consoliana, è il drammatico contrasto tra l’età dell’oro della Sicilia e il catastrofico scadimento del tempo presente. L’opera si articola in diciassette capitoli, ciascuno dei quali offre un racconto autonomo. Consolo considera la navigazione di Ulisse secondo una duplice prospettiva: in una dimensione orizzontale il viaggio è da oriente verso occidente, nel Mediterraneo; ma, una volta immerso nella vastità del mare, Ulisse compie il suo viaggio in verticale, nell’ipogeo della memoria, dove il reale si sfalda e insorgono paure e rimorsi. Ulisse, l’inventore del mostro tecnologico, il cavallo, compie un viaggio di espiazione per purificarsi dagli orrori e dalle colpe della guerra di Troia, causa di morti e distruzioni. L’eroe affronta la prova suprema nell’attraversare lo stretto, tra Scilla e Cariddi: Una metafora diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, una metafora dell’esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l’uomo può perdersi, perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice d’una natura matrigna, feroce; o salvarsi, uscire dall’orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare, lasciata l’utopia feacica, nell’Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti. Metafora di quel che riserva la vita a chi è nato per caso nell’isola dai tre angoli: epifania, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza possibile dopo tanto travaglio, approdo a un’amara saggezza, a una disillusa intelligenza.20 Queste riflessioni di Consolo sullo stretto aprono la strada alla descrizione della devastante rovina che è stata provocata nell’ isola dal dissennato uso degli strumenti tecnologici ed elettronici, ultime proliferazioni della nefasta invenzione del cavallo di Troia. In più di un capitolo Consolo delinea il quadro spaventoso di una Sicilia stuprata e deturpata da nuovi proci. Crudamente realistica e orrifica è la rappresentazione degli scempi perpetrati nella piana di Milazzo, «uno dei più incantevoli teatri dell’intera Sicilia»,21 come scriveva nell’ Ottocento lo storico siciliano Piaggia. Dopo avere ricordato la sacrilega uccisione delle intoccabili vacche del Sole, compiuta dai compagni di Ulisse, Consolo evoca un analogo sacrilegio del tempo presente: Ai milazzesi è stato distrutto per sempre, verso la fine degli anni Cinquanta, quell’“incantevole” teatro, come è stato distrutto agli augustani, ai siracusani, ai gelesi. Sulla piana dove pascolavano gli armenti del Sole, dove si coltivava il gelsomino, è sorta una vasta e fitta città di silos, di tralicci, di ciminiere che perennemente vomitano fiamme e fumo, una metallica, infernale città di Dite che tutto ha sconvolto e avvelenato: terra, cielo, mare, menti, cultura.22 È uno scenario apocalittico di distruzione e di morte. Con un inquietante collegamento transtestuale,23 Consolo inserisce nella narrazione le parole di un operaio miracolosamente sfuggito alla morte in un incidente verificatosi nella raffineria di Milazzo. Allo scrittore, tutto  18 Cfr. M. CORTI, Introduzione, in CONSOLO – NICOLAO, Il viaggio di Odisseo…, VI. 19 Cfr. Od. I, 3. 20 CONSOLO, L’olivo e l’olivastro…, 17.

21 IVI, 23.

22 Ibidem. 23 Sulla diffusa transtestualità nell’opera di Consolo, che spesso si spinge fino all’autoplagio, cfr. DARAG O’CONNELL, Consolo narratore e scrittore palincestuoso, in «Quaderni d’Italia» 13, 2008,163-164, 174, 180- 182.4 immerso nel racconto odissiaco, si presenta ovvia l’analogia tra lo scempio delle vacche del Sole e la strage degli operai di Milazzo: come le pelli delle vacche sgozzate strisciavano prodigiosamente e muggivano le loro carni, sia quelle cotte intorno agli spiedi, sia quelle crude,24 così i superstiti sperano «che le nere pelli dei compagni striscino, svolazzino nelle notti di rimorsi e sudori dei petrolieri, urlino le membra di dolore e furore nei sogni dei ministri».25 A questo terrificante quadro della rovina presente si collega e insieme si contrappone il panorama della Sicilia felix di un tempo, ricca di fermenti culturali, che possono diventare l’inizio di una catarsi, a somiglianza del viaggio liberatorio di Ulisse. Emblematici, a tale riguardo, sono alcuni capitoli. Così, nel capitolo XI, in cui Consolo, con un ardito volo di fantasia, immagina un viaggio di Caravaggio a Siracusa per incontrare l’amico e discepolo Mario Minniti, al tema centrale del fecondo intreccio di civiltà si associa il motivo, appena accennato, dell’esilio dei siciliani dalla loro terra: Il tono scarno e grave, ermetico e dolente vorrebbe avere d’Ungaretti o tutti i toni degli innumerevoli poeti per sciogliere […] un canto di nostalgia d’emigrato a questa città della memoria sua e collettiva, a questa patria d’ognuno ch’è Siracusa, ognuno che conserva cognizione dell’umano, della civiltà più vera, della cultura. Canto di nostalgia come quello delle compagne d’Ifigenia, schiave nella Tauride di pietre e d’olivastri. Ché questa è oggi la condizione nostra d’esiliati in una terra inospitale, cacciati da un’umana Siracusa, dalla città che continuamente si ritrae, scivola nel passato, si fa Atene e Argo, Costantinopoli e Alessandria, che ruota attorno alla storia, alla poesia, poesia che da essa muove, ad essa va, di poeti che si chiamano Pindaro Simonide Bacchilide Virgilio Ovidio Ibn Hamdĩs esule a Majorca.26 Chi scioglie il canto di nostalgia per Siracusa è lo stesso Consolo, simbolo di ogni viaggiatore in esilio, Odisseo della modernità. Dalla grecità classica, che è la lente culturale attraverso cui sono guardate la storia e la e la civiltà letteraria di ogni popolo, egli si spinge fino a Ibn Hamdĩs, il poeta arabo-siciliano, nativo di Siracusa, dell’XI-XII secolo, esule dalla sua città a causa della conquista normanna. Figura per antonomasia dell’esule è Ifigenia, trasportata da Artemide nella Tauride, dove regnava il barbaro re Toante, secondo la vicenda rappresentata nell’Ifigenia in Tauride di Euripide. I tre poeti lirici greci viaggiarono molto: seguendo la rotta di Ulisse, vennero nell’isola del Sole, a Siracusa, alla corte di Ierone, e nei loro carmi celebrarono il re, la Sicilia, Siracusa. Dai poeti greci a Ibn Hamdĩs, a Ungaretti, il canto dei poeti celebra Siracusa. La Cattedrale siracusana di S. Lucia, in cui è «incastonato il tempio di Atena, la dea dell’olivo e dell’olio, del nutrimento e della luce, della ragione e della sapienza, guida del reduce, soccorso dell’errante»,27 è simbolo della civiltà cosmopolitica della città, dei traffici plurietnici del suo porto, verso cui convergono tutte le rotte del Mediterraneo, il mare che «solcò la nera barca d’Ulisse, che solcarono le navi dei Corinzi che vennero a fondare Siracusa».28 Nell’ampia e variegata prospettiva culturale di Consolo Siracusa assurge a simbolo di città europea nel cuore del Mediterraneo. Qui venne Guy de Maupassant; qui venne e morì il “Pindaro germanico”, August von Platen: la sua tomba è nel parco di Villa Landolina, dietro il museo dove è custodita la Venere Anadiomene, espressione suprema della Bellezza greca, amata e cantata dal poeta tedesco.29 Ma il il presente ha oltraggiato e sfigurato i luoghi della memoria. Il reduce di Siracusa, ossia Consolo, per rappresentare la decadenza di questa città, con raffinata dottrina, vivificata da sincero pathos, incastona nel racconto un passo della Historia turco-byzantina di Ducas, che scrive un compianto per la caduta di Costantinopoli, nella mirabile versione di un anonimo traduttore  24 Cfr Od. XII, 394-396.

25 CONSOLO, L’olivo e l’olivastro…, 23. 26 Ivi, 74. 27 Ivi, 73. 28 Ivi, 80. 29 Ivi, 88-89. 5 veneto.30 Siracusa e Costantinopoli alle due estremità del Mediterraneo: l’una devastata dai moderni barbari, l’altra occupata dai turchi. Accanto a Siracusa Consolo esplora la storia, la composita cultura, il fascino e la rovina di altre città dell’isola. Nel capitolo VI si snoda, lungo le pendici dell’Etna, una fantasmagoria di personaggi moderni e antichi, in un’ambigua dimensione atemporale. Fra tutti emerge Empedocle di Agrigento, il filosofo che, secondo la tradizione, si sarebbe gettato nei crateri dell’Etna, per dare credito alla diceria che fosse diventato un dio;31 accanto al filosofo compare Pausania, il giovane amato, a cui il filosofo dedica il poema Sulla natura.32 Empedocle e Pausania propongono ampie citazioni dalla tragedia in un atto Catarsi, che Consolo scrisse nel 1989 e che nel novembre di quell’anno andò in scena al teatro Stabile di Catania.33 Le autocitazioni sembrano dare un ritmo desultorio al capitolo, ma, ad una lettura attenta, emerge chiaro il disegno di un mosaico, che ha come motivo conduttore «la tragedia senza soluzione, la colpa, il dolore senza catarsi».34 In alcuni capitoli la tecnica dell’agglutinamento di vari nuclei narrativi perviene a risultati di forte concentrazione tematica, soprattutto in relazione alla cultura classica. Così, nel capitolo I, è raccontato il viaggio di un giovane meccanico di Gibellina dalla Sicilia a Milano: quel giovane è il Doppelgänger di Consolo stesso, che, nella narrazione, passando repentinamente alla sua vicenda autobiografica, ai suoi viaggi a Milano, dove era già Vittorini, così conclude il racconto, alludendo a se stesso: Un lungo tempo uguale, di orrori, fughe, follie, vergogne, un infinito tempo di rimorsi. Alzò le vele un tempo e abbandonò altre macerie. Come un vecchio lazzarone ferma ora la gente, invitati alla festa di nozze e, senza opportunità e ritegno, si confessa: – Sì, sono io l’astuto inventore degli inganni, il guerriero spietato, l’ambiguo indovino, il re privato dell’onore, il folle massacratore degli armenti, sono io l’assassino di mia figlia.35 Consolo allude velatamente a personaggi dell’epos omerico: Ulisse, Achille, Tiresia o Calcante, Menelao,Aiace, Agamennone. Ora lo scrittore non è più soltanto un altro Odisseo, ma si rispecchia in altri personaggi omerici, tutti colpiti da un avverso destino e segnati da colpe individuali e collettive. L’olivo e l’olivastro, che aveva preso inizio dal viaggio emigratorio di un giovane meccanico di Gibellina, si chiude, secondo la tecnica della Ringkomposition, con la storia dello stesso emigrante, che alla fine va a lavorare nelle cave di Meirengen, presso Basilea, e non torna più in Sicilia, l’Itaca negata. L’antica Gibellina non esiste più, sepolta sotto un manto di macerie, distrutta dal terremoto del Belice. Al suo posto sorgono «le architetture della città costruita dai proci, il labirinto dello spaesamento, della squadra, del compasso, dello scoramento, della malinconia, dell’ansia perenne».36 Volgendo lo sguardo indietro, nella storia ebraica, Consolo trova un cupo  30 Ivi, 93. L’inizio del Lamento sulla città caduta di Ducas, insieme con tre versi di Jacopo da Lentini, è premesso in epigrafe al romanzo Retablo: V. CONSOLO, Retablo, Milano, Oscar Mondadori, 2000, 5 (I edizione: Palermo, Sellerio, 1987). 31 Cfr. DIOGENE LAERZIO, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, a cura di G. REALE, Milano, Bompiani, 2005, 1001 (VIII, 69) 32 Ivi, 993 (VIII, 60); I Presocratici, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2006, 649 (EMPEDOCLE 1). 33 Catarsi, tragedia in un atto, fu pubblicata insieme con due atti unici rispettivamente di Bufalino e Sciascia in Trittico, a cura di A. DI GRADO e G. LAZZARO DANZUSO, Catania, Sanfilippo, 1989. Cfr. Vincenzo Consolo, Spettacolo di fuoco avvolto nel mito, in «Corriere della Sera», 21 luglio 2001, 17.; G. TRAINA, Vincenzo Consolo…, 31-32. 34 V. CONSOLO, Per una metrica della memoria, in G. ADAMO (a cura di), La parola scritta e pronunziata. Nuovi saggi sulla narrativa di Vincenzo Consolo, Prefazione di G. FERRONI, S, Cesario di Lecce, Manni, 2006, 187. 35 CONSOLO, L’olivo e l’olivastro…, 11. 36 CONSOLO, L’olivo e l’olivastro…, 130 6 riscontro allo scempio di Gibellina nella tragedia di Masada, narrata da Giuseppe Flavio.37 E nella sua potente fantasia, di ascendenza pasoliniana, i romani, che entrano nel forte di Masada, si trasfigurano in violenti motociclisti, che sfrecciano sulle rovine di Gibellina: «I romani, con tute di pelle, con caschi, irrompono sopra motociclette, corrono rombando dentro le crepe del cretto, squarciano il buio con fari. Trovano corpi, fiamme, silenzio».38 La frase conclusiva dell’Olivo e l’oleastro prelude significativamente alla Stimmung che domina nel successivo romanzo Lo Spasimo di Palermo, a cui in epigrafe sono premessi i vv. 196-198 del Prometeo incatenato eschileo: «Corifea Rivela tutto, grida il tuo racconto… / Prometeo Il racconto è dolore, / ma anche il silenzio è dolore».39 A questa iniziale citazione eschilea fa da controcanto una citazione omerica, dal libro VIII dell’Odissea (vv. 577-578), in cui a Odisseo, che piange ascoltando il canto di Demodoco sulla caduta di Troia, Alcinoo chiede: «Di’ perché piangi e nel tuo animo gemi / quando odi la sorte…».40 Le due citazioni preannunciano per il protagonista Gioacchino Martinez un destino «d’atroce perdita, di pena, di sconfitta».41 Egli è un novello Prometeo, incatenato alla rupe scoscesa delle sue sconfitte e sofferenze, e, al tempo stesso, un novello Odisseo sventurato, esule dalla sua Itaca/Sicilia, ramingo in paesi lontani. Lo stesso titolo del romanzo richiama chiaramente il destino di Palermo,42 della Sicilia e di tutti coloro che in Sicilia sono nati, segnati, come Mauro, il figlio di Gioacchino, «dalla nascita nell’isola, nell’assurdo della storica stortura, prigione dell’offesa, deserto della ragione, dissolvimento, spreco di vite, d’ogni umano bene».43 Il titolo è stato suggerito all’autore da una tela di Raffaello, La caduta di Cristo sul cammino del Calvario, chiamata a Palermo Lo Spasimo di Sicilia, tela dipinta originariamente per la chiesa palermitana di Santa Maria dello Spasimo e poi ceduta al re Filippo II per la sua cappella dell’Alcazar di Madrid. Consolo riporta la descrizione del quadro fatta da un anonimo siciliano, il quale scrive che la scena dell’incontro di Cristo con la Vergine, accompagnata da Giovanni e dalle Marie, è così viva e perfetta, che il pittore le diede il nome di “sgomento della Vergine e Spasimo del Mondo”. «In progressione – commenta Consolo – andava dunque questo Spasimo, da Palermo, alla Sicilia, al mondo».44 Nel romanzo è narrata la storia dello scrittore Gioacchino Martinez e della sua famiglia, in particolare della moglie Lucia e del figlio Mauro. Il racconto, in undici capitoli, cronologicamente procede, per così dire, a zig-zag, giustapponendo segmenti narrativi appartenenti a tempi diversi. Temi conduttori sono l’allontanamento dalla Sicilia, l’inesorabile perdita degli affetti e la conseguente solitudine, il tragico tramonto di un’Itaca felice, per sempre distrutta da nuovi e più disumani proci. Il figlio del protagonista, arrestato in Italia per partecipazione a gruppi terroristici, riesce a fuggire con la sua compagna Daniela a Parigi, dove frequentemente si reca Gioacchino, per rivedere «quel figlio che si negava a ogni confidenza, tentativo di racconto, chiarimento».45 Mauro respinge il padre e con lui tutti i padri di quella generazione che non ha fatto la guerra, ma il dopoguerra, che dopo il disastro avrebbe dovuto  37 FLAVIO GIUSEPPE, Guerra giudaica, a cura di G: VITUCCI, Milano, Mondadori, 2008, 484-499 (VII, 8, 2 – 9, 2). 38 CONSOLO, L’olivo e l’olivastro…, 132. Nelle pagine culminanti nella rievocazione di Masada C.RICCARDI [Inganni e follie della storia: lo stile lirico tragico della narrativa di Consolo, in E. PAPA (a cura di), Atti delle giornate di studio in onore di V. Consolo, Siracusa, 2-3 maggio 2003, San Cesario di Lecce, Manni, 2004, 101- 102] ha messo in luce elementi strutturali della tragedia greca. 39 La traduzione italiana è di Consolo. 40 V. CONSOLO, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Oscar Mondadori, 2013, 59 (I edizione: Scrittori italiani,Mondadori, 1998), Come è precisato a p. 111, la traduzione italiana è di G. A. Privitera. Per la correlazione di questa citazione omerica con la concezione di Consolo della «narrazione poematica», cfr. O’CONNELL, Consolo narratore e scrittore palincestuoso…, 177-179. 41 CONSOLO, Lo Spasimo di Palermo…, 54. 42 Per la percezione consoliana della realtà palermitana, cfr. S. PERRELLA, In fondo al mondo. Conversazione in Sicilia con Vincenzo Consolo, Messina, Mesogea, 2014, 30-33. 43 CONSOLO, Lo Spasimo di Palermo…, 74. 44 Ivi, 94 45 IVI, 35.7 ricostruire il paese, «formare una nuova società, una civile, giusta convivenza».46 E invece, come dice Mauro al padre, il paese è sempre «nel marasma, nel fascismo inveterato, nell’ingerenza del pretame, nella mafia statuale».47 Al ristorante parigino, dove Mauro e Daniela accompagnano il padre, questi osservando attentamente i compagni di Mauro, ricostruisce nella sua mente il quadro di un naufragio generale, che ha coinvolto la generazione dei padri e quella dei figli: Provò pena per quei naufraghi, rematori sulla galea dell’illusione e dell’azzardo, vittime della follia del capitano, della ferocia del nostromo, superstiti d’un tempo di speranza, prigionieri d’uno slancio, d’una idea pietrificata, esuli sfuggiti alla condanna, privati del ritorno. Per quelli seppelliti nelle galere, uccisi dalle droghe, transfughi negli assoluti, metafisiche di conforto o apocalissi di catarsi. E ancora per i cinici, barattieri d’ideali e dignità, accattoni di condoni e di prebende. Pena per una generazione incenerita da un potere criminale, figlia di padri illusi, finiti anch’essi nei più diversi naufragi.48 I viaggi di Gioacchino, nella prima parte del romanzo, sono diretti dalla Sicilia verso il continente, prima a Milano, dove si stabilisce con la famiglia, e poi in Francia. Ogni viaggio «era tempesta, tremito, perdita, dolore, incanto e oblio, degrado, colpa sepolta, rimorso, assillo senza posa».49 Nel capitolo ottavo ha inizio il viaggio di ritorno, il nostos verso la Sicilia. Gioacchino lascia Milano, vista nella prospettiva delle peregrinazioni di Odisseo: «Qui la babele, il chiasso, la caverna dell’inganno, il loto dell’oblio, l’eea dei filtri, della mutazione, del grugnito inverecondo».50 Ma, come Consolo aveva dichiarato nel Viaggio di Odisseo, non è più possibile nessun viaggio di catarsi, Itaca non è più raggiungibile, perché non esiste più. La Sicilia è un «pantano», «luogo infetto», una «terra priva ormai di speranza, nel dominio della mafia».51 Lo stesso antico Mediterraneo, un tempo solcato dalle navi dei coloni greci, simbolo dell’incontro di diverse culture, è ormai un mare devastato.52 Palermo, la città dove torna Gioacchino, l’ Odisseo disincantato del nostos infausto, è irrimediabilmente deturpata dal «sacco mafioso».53 Martinez-Consolo ne delinea un quadro apocalittico:Intrigo d’ogni storia, teatro di storture, iniquità, divano di potenti, càssaro dei criati, villena degli apparati, osterio di fanatismo, tribunale impietoso, stanza della corda, ucciardone della nequizia, kalsa del degrado, cortile della ribellione, spasimo della cancrena, loggia della setta, casaprofessa della tenebra, monreale del mantello bianco. Congiura, contagio e peste in ogni tempo.54 L’esistenza del reduce deluso, sofferente, disperato si conclude tragicamente in un attentato mafioso, che stronca la vita di un magistrato, di un innocente fioraio, dello stesso protagonista. Conclusione amara, intrisa di scorato pessimismo. E tuttavia Consolo non ha perduto una sia pur fioca speranza di risorgere: la salvezza può venire dalla poesia. «Per la memoria, la poesia, l’umanità si è trasfigurata, è salita sull’Olimpo della bellezza e del valore».55 46 Ivi, 105. 47 Ivi, 32. 48 Ivi, 32. 49 Ivi, 83. 50 Ivi, 79. 51 Ivi, 65.52 Ivi, 89. 53 Ivi, 83. 54 Ivi, 102. Sui variegati registri linguistci di Consolo, cfr. G. ALVINO, La lingua di Vincenzo Consolo, in ID., Tra linguistica e letteratura, «Quaderni pizzutiani» 4-5, Roma, Fondazione Antonio Pizzuto, 1998. 55 CONSOLO, Lo Spasimo di Palermo…, 44.
8 Moduli strutturali della visione di Consolo della realtà siciliana e mediterranea ricorrono anche in alcuni racconti della raccolta La mia isola è Las Vegas.56 Nel racconto Le vele apparivano a Mozia,57 in cui lo scrittore narra un’escursione, compiuta da lui insieme con Clerici, Guttuso e altri amici, sui siti archeologici da Segesta ad Agrigento, vengono in primo piano l’antica città fenicia di Mozia sull’isolotto di S.Pantaleo e i suoi straordinari reperti, testimonianza emblematica della ricca e variegata storia della Sicilia, della sua civiltà plurietnica, della sua centralità geografica e culturale nel contesto dei paesi bagnati dal Mediterraneo. Il vero protagonista di questo racconto è «la stupenda statua in tunica trasparente del cosiddetto ragazzo di Mozia»58. Intorno a questa statua Consolo elabora una fantasia letteraria tra autocitazione e suggestione eliotiana. Ricorda che nel suo precedente libro Retablo59 aveva immaginato che il protagonista, il pittore, portasse via dall’isola la statua e che questa, nel corso di una burrascosa traversata verso Trapani, cadesse in fondo al mare. L’episodio di Retablo richiama alla memoria dello scrittore i versi della quarta e penultima sezione di The Waste Land di T. S. Eliot intitolata Death by Water, in cui è tratteggiata la morte a mare di Phlebas, maturo marinaio fenicio, un tempo giovane e bello. Mozia è l’isola dove approdano le navi dei colonizzatori fenici, cariche di mercanzie, il luogo in cui si incrociano le civiltà dei semiti, dei greci e dei romani, ombelico del Mediterraneo e crocevia delle sue rotte.60 Consolo fa sparire in fondo al mare il ragazzo di Mozia, perché gli appare dissonante rispetto alla mercantile civiltà fenicia: […] quella statua di marmo mi sembrò una discrepanza, un’assurdità, una macchia bianca nel tessuto rosso della fenicia Mozia; mi sembrò una levigatezza in contrasto alla rugosità delle arenarie dei Fenici, uno squarcio, una pericolosa falla estetica nel concreto, prammatico fasciame dei mercanti venuti dal levante. Come l’arte, infine, un lusso, una mollezza nel duro, aspro commercio quotidiano della vita.61 Analoga trama tematica è nel racconto Arancio, sogno e nostalgia.62 Qui il Leitmotiv è dato dagli agrumi siciliani, considerati nella loro lunga storia, dalla prima origine in Oriente al loro arrivo in Occidente e, lungo le rotte del Mediterraneo, nell’isola di Sicilia, «che, nel centro di questo mare, ha avuto tutte le invasioni, ma ha accolto e sviluppato tutte le civiltà e culture»63 Dai greci ai bizantini, dagli arabi ai catalani e fino a tempi recenti, gli agrumi sono stati sempre diffusamente coltivati in Sicilia, poiché in quest’isola, simile all’omerico orto di Alcinoo e all’ariostesco Paradiso Terrestre, hanno trovato il loro clima ideale: questi alberi, arancio o limone o cedro, sono diventati il simbolo d’un Sud di antica civiltà, «accanto al tempio dorico, alla cavea di granito d’un teatro, al luminoso pario d’una Venere».64 Ed è per gli agrumi che la Sicilia è diventata il paese del sogno, vagheggiato da Goethe nella lirica «Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn» e da Stendhal nella Vie de Henri Brulard.65  56 V. CONSOLO, La mia isola è Las Vegas, Milano, Mondadori, 2012. In questo volume, l’ultimo voluto e concepito da Consolo, sono raccolti racconti precedentemente pubblicati o inediti. 57 Il racconto fu pubblicato per la prima volta in «Il Gambero rosso», supplemento di «il manifesto», 5-6 giugno 1988. 58 CONSOLO, La mia isola è Las Vegas…, 127. 59 Cfr. CONSOLO, Retablo…, 89-94. 60 Sul mare come culla e crocevia di civiltà, cfr. le riflessioni dello stesso Consolo in PERRELLA, In fondo al mondo. Conversazione in Sicilia con Vincenzo Consolo…, 67-69. 61 CONSOLO, La mia isola è Las Vegas…, 127.62 Il racconto fu pubblicato per la prima volta in «Sicilia Magazine», dicembre 1988, 35-46 (con traduzione inglese a fronte). 63 CONSOLO, La mia isola è Las Vegas…, 130. 64 Ivi, 129. 65 Ivi,129, 132. La poesia di Goethe apre il terzo libro di Wilhelm Meister. Gli anni dell’apprendistato, traduzione di A. RHO ed E. CASTELLANI, Milano, Adelphi, 2006, 127. Per la citazione di STENDHAL, cfr. Vie de Henri Brulard, Édition établie sur le manuscrit, présentée et annotée par B. DIDIER, Paris, Gallimard, 9 Il racconto si conclude con l’amara constatazione che oggi gli agrumi in Sicilia sono mandati al macero, sono schiacciati sotto le ruspe, simbolo, questa volta, di un degrado civile e sociale. Lo scrittore pone a sé e al lettore una sconfortata domanda: «Non ci sarà più storia per gli agrumi, per gli aranci siciliani, per questo pomo così antico, così mitico, per questo frutto dei poveri e dei reali?».66 Questa grave nota di amarezza e di sfiducia di fronte alla mutata situazione del tempo presente costituisce la Stimmung di un altro racconto, Il mare, del 2005.67 Consolo, nato in un paese marino sulla costa tirrenica di Sicilia, si sente profondamente legato al mare, con il quale ha un rapporto ancestrale e vivificante. Ma il mare di Sicilia, tutto il Mediterraneo, non è più quello di una volta. La conclusione del racconto è di un’attualità inquietante, ha quasi l’intonazione di una lucida profezia: Luoghi tremendi, di tragedie e di pene, e di vergogna per noi, come Porto Palo o Lampedusa, dove i pescatori tirano nelle reti cadaveri di poveri “clandestini” annegati. Questo odierno terribile Canale di Sicilia, questo Mediterraneo di miti e di storia, è divenuto oggi un mare di dolore, un mare di morte. E sono, sì, sempre attuali le parole di Fernand Braudel: “In tutto il Mediterraneo l’uomo è cacciato, rinchiuso, venduto, torturato, e vi conosce tutte le miserie, gli orrori e le santità degli universi concentrazionari”.68 E tuttavia, anche se le aporie del tempo presente sembrano offuscare il panorama sociale e ambientale del mondo del Mediterraneo, secondo Consolo, la salvezza è ancora possibile, ove si dia spazio al linguaggio della letteratura e della poesia e si riscoprano i valori perenni della civiltà nel suo lungo cammino da Omero agli scrittori e agli artisti più rappresentativi del mondo contemporaneo.69  1973, 92-93: «Ce qui me frappa beaucoup alors, c’est que nous étions venus […] d’un pays [l’Italie], où les oranges croissant en pleine terre. Quel pays de délices, pensais-je!». 66 CONSOLO, La mia isola è Las Vegas…, 133. Per la citazione di F. BRAUDEL, cfr. Civiltà e imperi del

Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino, Einaudi, 1986, vol. II, 921-922. 67 Questo racconto è stato pubblicato per la prima volta in CONSOLO, La mia isola è Las Vegas…, 220-222. 68 Ivi, 221-222. 69 Cfr. CONSOLO – NICOLAO, Il viaggio di Odisseo…, 38-43

I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Padova, 10-13 settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Roma, Adi editore, 2016
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