Nino, la luna e come resistere all’apocalisse culturale: suggestioni zanzottiane nell’opera di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

Andrea Zanzotto

di Ada Bellanova

«Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo». La citazione è tratta da Un giorno come gli altri [1]. Sebbene nel contesto d’origine Consolo stabilisca una distinzione netta tra scrivere e narrare e si identifichi piuttosto con l’autore di narrazioni, ovvero di poemi narrativi, capaci di restituire un’esperienza che è il più delle volte di viaggio, nella memoria o nello spazio e nel tempo, in questa frase si può vedere riassunta la tensione etica del lavoro dell’autore, la sua scrittura di impegno, che sceglie di concentrarsi sull’essere umano e perciò resiste, si oppone alle istanze dello stravolgimento moderno che l’umano tendono a sovvertire.

La frase mi torna in mente, mentre leggo i versi ecologici di Zanzotto. Ripenso alla consonanza tra i due autori, alla comune volontà, pur negli esiti letterari diversi, di resistere alla mercificazione e alla corruzione del linguaggio tentando insieme di restituire dignità alla lingua letteraria dialogando con la tradizione. Ognuno dei due trova nel paesaggio la testimonianza di una ricerca: Consolo parte dal paesaggio siciliano dei persistenti vagabondaggi e della memoria, pur nella scelta di vivere a Milano; Zanzotto invece dal Veneto e in particolare da Pieve di Soligo. In entrambi i casi si tratta di luoghi carichi di suggestioni spazio-temporali che, mentre si fanno emblema del mondo – un mondo assediato dalle emergenze della contemporaneità –, offrono appigli alla resistenza. Anche se si sono frequentati poco – ma si sono scritti e si sono letti e apprezzati molto –, «l’archeologo della lingua» e «il botanico di grammatiche» [2] hanno condiviso l’eccezionale sperimentazione linguistica nello sforzo etico di «recuperare dall’oblio pezzi di Storia» [3].

E mi chiedo allora cosa scriverebbero dei tempi che stiamo vivendo, della memoria corta o vuota, dell’assedio multiplo a ciò che è umano, imprescindibile, eterno. Mentre rifletto su questa domanda nascono queste pagine in cui mi soffermo su alcuni testi di Consolo per rintracciare i segni di un dialogo con Zanzotto proprio sull’urgenza del resistere.

retablo

Un angolo di perduta armonia: l’oasi di Nino Alaimo

In Retablo (1987) con la scelta di ambientare la vicenda nel Settecento Consolo prende le distanze dal presente. È una Sicilia remota e favolistica quella in cui si avventura il milanese Fabrizio Clerici. L’assenza dell’attualità testimonia la delusione e la polemica dell’autore. D’altra parte l’isola onirica del viaggio non è immune da violenze e orrori, a partire dagli strumenti di tortura che il protagonista intravede a Palermo. Calamità naturali e crudeltà della storia costituiscono un costante richiamo alla realtà. Se Clerici fugge dalla Milano del XVIII secolo e ne rappresenta la ragione illuministica, la cultura, non mancano evocazioni della Milano degli anni Ottanta, quella reale, caratterizzata da superficialità, consumismo, corruzione: 

«[…] arrasso dalla Milano attiva, mercatora, dalla stupida e volgare mia città che ha fede solamente nel danee, ove impera e trionfa l’impostore, il bauscia, il ciarlatan, il falso artista, el teatrant vacant e pien de vanitaa, il governante ladro, il prete trafficone, il gazzettier potente, il fanatico credente e il poeta della putrida grascia brianzola» [4]. 

La Sicilia da sogno integra la proverbiale ospitalità dei siciliani dei viaggi del Grand Tour, ma permette anche incontri con personaggi volgari e gretti. Quasi al centro del romanzo compare un episodio molto significativo che rappresenta la possibilità di un’altra via, alternativa alla violenza e alla crudeltà, ovvero quella dell’armonia con la natura, quella della misura umana.

Fabrizio Clerici e Isidoro derubati di tutto dai briganti alle terme Segestane e soccorsi brevemente dai villanelli, dagli anziani e dalle donne che godono delle acque calde, vengono accolti pur logori, umili, bisognosi, quindi privi di mezzi che ne definiscano la condizione sociale, da Nino Alaimo, «solitario pastore d’uno stazzo» [5], nella terra di Segesta.

Nella sua cura del gregge e nei gesti serali della mungitura e della lavorazione del latte, oltre che nella sua vita separata, il personaggio ricorda il Polifemo omerico, ma, in forza di questa somiglianza, ancora di più risalta la sua cura degli ospiti. Nino Alaimo accoglie i malcapitati, li nutre, li solleva. Vi si riconoscono anche tratti del vecchio di Corico virgiliano [6]. Il personaggio di Retablo si dedica alla cura delle pecore e l’altro predilige invece quella della terra, eppure lo spirito è simile, quello della serena autarcheia che consente ad entrambi di bastare a se stessi e di tenersi lontani dalle crudeltà del mondo, mostrando una certa regalità nonostante la semplicità dei mezzi e della casa. «[…] sembrava nel dire un re che avesse il sommo di potere e di possanza per tutta l’estensione del suo regno» [7] ci ricorda regum aequabat opes animis (Georg. IV 132). In entrambi gli episodi miele e api fanno la loro non casuale comparsa. Nel passo delle Georgiche il vecchio di Corico ha arnie piene e la sua alacrità è implicitamente accostata a quella delle api a cui il libro IV è dedicato.

Nino Alaimo, dal canto suo, non è solo un pastore: egli integra la sua dieta a base di formaggio con abbondante miele e utilizza l’alimento per un suo personale rito in onore di una divinità antica, la Madre santa, testa marmorea bella e sorridente in una nicchia, forse Afrodite, Artemide, Demetra, secondo la voce narrante. Lo offre anche ai due ospiti e Clerici non può esimersi dal definirlo «come d’ambrosia e di nettare di cui si favoleggia gli dèi nell’Olimpo si nutrissero» celebrandone gli effetti come una quasi trasumanazione («un vigore, una pienezza, un senso sì acuto dell’esistere, e una gioia trascendea nell’estro, nell’entusiasmo, nell’en theòs») [8].

La momentanea irruzione del mondo esterno rappresentato dal brigante con il mal di denti, lo stesso che ha derubato di tutto i due viaggiatori, non turba la serenità del quadro e la straordinaria energia del pur semplice banchetto a base di pane, pecorino, fave, miele e vino. Di fronte alla violenza del dolore e alla possibile minaccia rappresentata dal seguito dell’uomo, il pastore non si scompone: ha anzi la lucidità e lo spirito di inventare un’identità di mago della medicina per Clerici, mentre lo invita a recitare «filastrocche, poesie, storie, quel che volete, ma in tutte lingue strane, sconosciute» per accompagnare la preparazione di filtri, medicamenti, ed è lui, mentre il milanese trova due versi dell’Inno ad Asclepio da pronunciare come formula e scongiuro, a incidere l’ascesso e a liberare il sofferente, conciliandogli infine il sonno con una tisana di erbe, foglie, bacche, gusci di noci o di lumache, e con i versi dolci e lievi di Giovanni Meli, dall’Idilliu III, Dafni, a proposito di un suggestivo notturno di ombre che scansano il chiarore di una nascente luna [9].

Un pastore non comune questo Nino Alaimo, che conosce la poesia, come gli arcadici, un pastore che accoglie e incanta, che è capace di guarire e rabbonire, con il miele e con i versi di miele. Anche il cibo da lui condiviso è più che un conforto: è godimento delle papille gustative che produce una vera e propria estasi in Clerici. La manifestazione di gradimento scaturisce narrativamente dalla precedente disavventura, ma l’entusiastico e appassionato elogio della semplice tavola implica un apprezzamento della sua genuinità, nella constatazione che esiste anche questo, non solo lo stucchevole artificio, ed esiste in un contesto naturale, non viziato. Il rifugio di Nino Alaimo è allora parentesi che culla, testimonianza di una pace fuori dal comune, di fronte alla violenza e alle atrocità, e lo stesso favoloso gioco linguistico con cui Clerici omaggia la poesia del Meli in bocca al pastore è marca di eccezionalità.

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Ma vengo a Zanzotto. Nel breve testo La Marca trevigiana di Zanzotto [10] Consolo ricorda i giorni passati con il poeta nella seconda metà degli anni Settanta durante la realizzazione del documentario Rai Una giornata di Iseo Tesser. Dentro e fuori una mostra sulla cultura contadina veneta per la regia di Raoul Bozzi. Il film – Consolo ne è sceneggiatore mentre Zanzotto conduce l’intervista – testimonia l’attenzione dei due scrittori per la civiltà contadina e per le occasioni di resistenza al miracolo economico e all’industrializzazione feroce del Secondo dopoguerra. Iseo Tesser, mezzadro nel podere del principe di Collalto, che parla di semina e vendemmia, racconta i profondi mutamenti della campagna, è per l’autore l’eco dei versi del poeta, incarna cioè il messaggio profondo delle raccolte zanzottiane, l’inesausto impegno a testimoniare e contestare la trasformazione. Il breve testo si conclude con una citazione da La Beltà (1968):

Fine delle sofferenze contadine
delle mosche e della grassa,
ragnatele di feudi di feudatari di proprietari,
altri affreschi dovevano affiorare dalla calce
[…]
e topi e serpi hanno tanto comperato
ormai da queste parti; ma guarda
che più s’è fatta proprietaria la talpa. 

A questa si aggiunge un breve commento che avvicina Veneto e Sicilia e identifica nella talpa del Sud il potere mafioso. I versi di Zanzotto che denunciano il mutamento paesaggistico e antropologico causato da una feroce speculazione edilizia sono necessariamente accolti da Consolo che ne condivide il senso profondo. Poco importa che La Beltà parli del Veneto: il Nord Est ha un destino sorprendentemente simile a quello della Sicilia.

Per quanto il testo di Consolo esca solo nel 2007, l’esperienza del documentario risale a prima di Retablo e così anche la frequentazione dei versi zanzottiani. Nel componimento citato, XVI, il nome Nino è l’apparizione che rompe l’evocazione della speculazione edilizia e dello stravolgimento desolante del paesaggio: «Ma […] appari, Nino» [11]. I suoi contorni si chiariscono subito dopo: Nino è il ducazio, il suo vino è «uno schiaffo al medico / è un calcio allo stento della sofisticazione» [12], ha conoscenze sovrabbondanti di un mondo agricolo perduto e persino «una certa cultura lunare qui di moda» [13].

In tutta la raccolta – ma poi anche in raccolte successive – il contadino Nino, ultrasettantenne profondamente legato alla terra veneta e ai suoi valori, assume i tratti di una mitica divinità locale, una sorta di profeta che rimane fedele ostinatamente alla tradizione e alla vita di armonia con la natura. Egli è «consapevole della bellezza dei paesi dei fiori delle erbe delle donne» [14] e mostra la straordinaria capacità di sopravvivere pur tra le tragedie e le catastrofi della storia. La Rolle-Dolle di questo vignaiolo, in realtà Angelo Mura, a cui sono esplicitamente dedicati i Colloqui con Nino, è locus amoenus [15]: «Dai cieli stessi derivi il tuo vino / che le tue vigne con lo stellato soltanto / confinano […] e le tue uve e i pampani e i tralci non c’è luce / che in vita li vinca né vento né umore di terra: / off limits la sofisticazione, lo stento!» [16] (III: 287). Zanzotto innalza il personaggio a emblema di un’Arcadia in grado di domare e assorbire il divenire storico [17], addirittura ne fa un alter ego [18], capace di essere fedele alla tradizione e insieme innovatore («tradizionista a sera e all’alba novatore») [19].

Trovo difficile che Consolo non sia rimasto colpito da Nino Mura e che non l’abbia più o meno volutamente accolto tra le suggestioni multiple che plasmano la figura di Nino Alaimo e la sua parentesi bucolica. Come la Rolle-Dolle zanzottiana, anche l’angolo del pastore di Retablo ha una sua sacralità, posto com’è in terra di Segesta, a un passo dalle rovine, segnato dalla presenza del mito e delle divinità antiche. Nell’essere campione di ospitalità, nella salda resistenza alla sosfisticazione, il personaggio consoliano è testimone di una bellezza umana possibile, malgrado tutto, proprio come il contadino indovino ne La Beltà zanzottiana.    

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La luna e il paesaggio: la Norma a Cava d’Ispica e altre cose

Gioacchino Martinez, il protagonista de Lo Spasimo di Palermo, è uno scrittore che non riesce e non vuole più scrivere, cosciente dell’inappagabilità del suo desiderio di dire sempre la verità. Disgustato dal romanzo, «genere scaduto, corrotto, impraticabile», si rammarica di non avere il dono della poesia, capace di distanza dalle logiche del mondo, e invidia in particolare «il veneto rinchiuso nella solitudine di una pieve saccheggiata», ovvero proprio Zanzotto. Il riferimento, esplicitato dal successivo toponimo, Montello, e dal rimando alle ecloghe, ovvero la raccolta del 1962, e al tema centrale dell’ispirazione poetica zanzottiana, «il tuo paesaggio avvelenato», sfocia nell’evocazione della lingua particolarissima. La «puella pallidula vagante» è la luna di 13 settembre 1959 (variante), componimento raccolto proprio in IX Ecloghe che dal pastiche citazionale dell’incipit [20] procede con gioco allitterativo incalzante e rinvia nel titolo all’allunaggio della sonda spaziale sovietica, evento assolutamente dissacrante, secondo l’autore, nei confronti di tradizione e valori. 

Toppan nel suo saggio mette in evidenza il prodigioso recupero dei versi zanzottiani per parlare della luna in Lunaria [21]. In particolare, come fa notare Turchetta [22], alcuni versi dell’opera di Consolo, sono un vero e proprio omaggio al poeta perché possono essere visti proprio come una riscrittura di 13 settembre 1959 (variante). L’enfasi negativa per la sua conquista da parte degli esseri umani è indicativa del valore che il poeta le attribuisce. Il contesto narrativo immediato del poemetto Gli Sguardi i Fatti e Senhal del 1969 – che si collega inevitabilmente a 13 settembre 1959 (variante) – trae spunto dallo sbarco degli astronauti americani sul suolo lunare il 20 luglio 1969, fatto banale, secondo il poeta, perché da inquadrare nella lotta di prestigio delle superpotenze le quali, in margine all’elaborazione di strumenti missilistici per distruggersi a vicenda, hanno trovato anche il tempo e il modo di dedicarsi a qualcosa di inutile come la conquista della Luna, ma allo stesso tempo di inquietante profanazione: nella fantasia collettiva infatti la Luna rappresenta il trascendente e l’irraggiungibile e chi la raggiunge per primo ottiene la supremazia assoluta, in una dissacrazione funzionalizzata ripugnante [23].

Ma il tema lunare è antico e pervasivo nella poesia di Zanzotto: se la luna appare già in Dietro il paesaggio (1951), poi, soprattutto a partire da La Beltà, il luogo simbolico dell’immaginario collettivo, associato al mito di Diana, al candore, alla trascendenza, all’inaccessibilità, si carica ulteriormente di senso. Essa è parte del patrimonio di Nino Mura, come ho già detto. È la luna della Madre-Norma, la «Casta diva», dal «bel sembiante» dell’Ipersonetto XII in Il Galateo in Bosco, dove, con il riferimento evidente alla preghiera della Norma belliniana, l’autore integra una già folta foresta di simboli nella definizione di una poesia in posizione «di doppia connivenza», tra le istanze di sostentamento del bosco che è anche speranza di vita autentica e quelle razionalizzanti della memoria del codice letterario, il galateo per l’appunto, la norma [24], e che proprio nell’interazione di queste riesce a essere alternativa all’afasia e opposizione all’apocalisse culturale.

Ma torno a Consolo, a un testo in cui mi sembra che la luna faccia capolino, in chiusura, portandosi dietro un po’ di poesia zanzottiana. Comiso, testo raccolto in Le pietre di Pantalica, si apre con la più volte citata espressione del desiderio di vagabondaggio nell’isola: 

«Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca» [25]. 

La Sicilia, già esplorata durante l’adolescenza, è per Consolo terra da scoprire e riscoprire. L’ansia della perlustrazione ha il risvolto amaro della scoperta di un inarrestabile imbarbarimento, che si traduce in una sorta di catalogo letterario di spazi trasformati, degradati. Si capisce allora quel sospetto di addio: cosa sarà rimasto al prossimo incontro dell’isola di un tempo?

Alla luce di questo incipit va interpretato il racconto-testimonianza di quanto accade all’aeroporto di Comiso dove l’autore arriva nelle sue peregrinazioni. Nell’agosto del 1983 molti furono i pacifisti che si riunirono davanti ai cancelli. Volevano opporsi all’installazione dei Cruise, impedire agli automezzi militari di portare i missili nucleari e alle impastatrici degli operai di entrare nell’area sorvegliata. Consolo parla di trecento ragazzi, tra cui riconosce a un certo punto alcuni figli o nipoti di amici di Sant’Agata. Le sue osservazioni sugli altrettanto giovani poliziotti e carabinieri assonnati perché fatti partire a chissà quali ore notturne dalle caserme di Ragusa o Catania i quali ora si trovano a fronteggiare i pacifisti in semicerchio, e poi quelle sugli operai che difendono il proprio lavoro perché necessario alla vita dei figli, suscitano in chi legge il ricordo delle parole di Pasolini sul Sessantotto. 

Le note sul paesaggio sono per lo più denotative ma mentre nello spiazzo davanti all’aeroporto la tensione sale, con l’arrivo di politici, del questore e le risate degli americani dietro il muro di cinta, il commento della voce narrante sugli eucalipti «dalle chiome rade, scomposte», alberi «maligni», «velenosi come serpenti, che scovano ovunque e succhiano acqua, fanno intorno aridume e deserto, bruciano erbe e cespugli» [26] contrapposto al sogno di frescura d’oasi delle chiome compatte e a cascata di pini e palme davanti a una vecchia masseria poco lontano, è uno stimolo a riflettere sulla trasformazione a cui sono stati sottoposti i luoghi. Sebbene oggi siano piante estremamente diffuse nell’isola, gli eucalipti furono introdotti in maniera massiccia dopo la Seconda guerra mondiale, senza considerare gli effetti che una specie aliena avrebbe potuto determinare su flora e fauna indigena, a scopo di bonifica e per alimentare l’industria cartiera di Fiumefreddo mai funzionante in maniera efficace [27].

Il paesaggio della civiltà contadina di un tempo è un sogno rispetto alle presaghe ferite dei tronchi di eucalipti e poi, dopo che è esplosa la violenza inaudita dell’assalto delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti e alcuni di questi hanno trovato rifugio con Consolo nella vicina piazza del paese, il pregevole paesaggio delle chiese barocche è il patrimonio nascosto – «in simmetria o in spaziale perfetto antagonismo» – alle quinte di palazzi con «bar, pasticcerie, tabacchi carto-librerie-giornali sedi di partiti circoli consorzi banche uffici…» [28].

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Non pare casuale il frinire delle cicale che accompagna la tensione prima dell’assalto perché nel testo precedente della raccolta, l’eponimo Le pietre di Pantalica, Comiso è il paese «folgorato dal sole», quasi fosse «uno di quei vuoti gusci dorati di cicala», e la sola vista del cancello dell’aeroporto che accoglie i lavori per l’installazione dei missili genera una tremenda apocalittica considerazione: «Non resterà di noi neanche una vuota, dorata carcassa, come quella della cicala scoppiata nella luce d’agosto. Non resterà compagna, figlio o amico; ricordo, memoria; libro, parola» [29]. Troppo in là è andato l’essere umano.

Nella narrazione consoliana il paesaggio afferma la trasformazione, testimonia la negazione di quello che è stato, dei valori del passato. Perciò, mentre si allontana da Comiso, dopo essersi congedato dai ragazzi con la dichiarata amara certezza che il governo è deciso a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli USA, e guarda il paese dall’alto, i vicoli, le chiese ma anche i piccoli grattacieli e l’aeroporto, Consolo non manca di rilevare anche la nuvola giallastra che lo sovrasta, «una nuvola di smog per le plastiche delle serre e i rifiuti che bruciavano da qualche parte» [30].

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La fuga da questo scenario di violenza di ogni tipo ha una meta ben precisa, ovvero gli Iblei. L’intera area si presenta in tutta l’opera di Consolo come alternativa di rinascita. La necropoli di Pantalica, in particolare, rappresenta la resurrezione, la vita, pur essendo un luogo di morte, poiché in essa riposa la memoria identitaria da cui occorre partire per uscire dalle tenebre della storia. Memoria che è fatta di tradizioni, come quella dell’apicultura: siamo, d’altronde, nella terra del miele più celebre di tutti i tempi, e il miele, si sa, ha qualità eccezionali anche in termini di rigenerazione. Non è un caso che il viaggio di La Sicilia passeggiata cominci proprio da Pantalica, confermando, attraverso l’attribuzione al luogo di un valore simbolico straordinario, l’intenzione del primo titolo, Kore risorgente che, nel rimando al mito di Proserpina, morta e poi risorta dalle tenebre infernali nel tempo primaverile, auspicava una possibilità di nuova vita, di resurrezione, come in una nuova bella stagione.

Nel costruire l’immagine ecologica di questo particolare angolo di Sicilia Consolo valorizza i tratti della terra del miele e degli apicultori, dello spazio da idillio arcadico. In ciò recupera una tradizione antichissima. Ma, mentre utilizza il topos,esplicitando il riferimento all’Arcadia, l’autore intende evidenziare che negli Iblei del ventunesimo secolo esiste ancora un mondo raccolto e immune agli eventi storici. Si tratta però di uno spazio più concreto, tangibile rispetto a quello della tradizione, perché è reale, rappresenta un’alternativa possibile, un modo più sostenibile di vivere.

Nel testo eponimo di Le pietre di Pantalica i personaggi del mielaio Blancato e del vecchio Paolo Carpinteri, artigiano e narratore insieme, sono il simbolo della resistenza all’omologazione contemporanea, soprattutto in considerazione della vicinanza geografica di Comiso, con la sua area militare e i suoi missili Cruise che rappresentano invece l’incombere della modernità. In Comiso il rifugio di Consolo è perciò necessariamente rappresentato dagli Iblei. In particolare il sito di Cava d’Ispica, con le sue grotte, le abitazioni, le chiese, le necropoli, su un cammino «bordato dai bastoni fioriti delle agavi, dagli ulivi, dai fichi, dai pistacchi, dai carrubi» [31] rappresenta l’alternativa all’immagine dell’isola e del Mediterraneo infiammati evocata dai fatti dell’aeroporto. È una tomba rettangolare della necropoli bizantina ad accogliere Consolo mentre il cielo imbrunisce. Nei resti di passate civiltà risiede la memoria dell’identità umana. C’è un altro tempo, diverso da quello presente, in cui trovare «riposo e fruscura», e il ricordo in chiusura della preghiera della Norma belliniana «Casta diva, che inargenti / queste sacre, antiche piante…» [32] suscitato dalla comparsa di una falce di luna non è poi così casuale come scrive Consolo. Credo che, voluta o meno, l’allusione sia proprio alla luna di Zanzotto e alla sua Madre-Norma.

Come per Zanzotto l’oltranza stilistica e verbale con tracce che alludono a un passato armonico, ovvero la tradizione incarnata dalla forma – la Madre Norma – sono «un tentativo di esorcismo verbale di fronte a un’apocalisse culturale e ecologica» [33], allo stesso modo per Consolo il dialogo con l’archeologia e il passato – anche dal punto di vista linguistico sebbene Comiso non sia il testo più rappresentativo in tal senso – rappresenta una forma di resistenza di fronte ad un progresso che devasta, scorsoio, per usare un termine zanzottiano.   

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Conclusioni

Quando nello Spasimo di Palermo Martinez menziona la «puella pallidula vagante» ricorda anche che con le sue particolarissime scelte linguistiche Zanzotto non si arrende al silenzio di fronte allo scempio della natura commesso dall’uomo, di fronte alla violenza politica, culturale, antropologica, ma contemporaneamente testimonia anche l’impegno dello stesso Consolo a resistere.

In Sarà (stata) Natura? [34] Zanzotto accusa la banalizzazione della storia in atto e auspica che la poesia possa diventare «luogo di un insediamento autenticamente umano» e in ciò farsi tramite tra «il ricordo di un tempo» e il «futuro semplice – banale forse, ma necessario – della speranza».  La poesia cioè, che divaga e intorbida, ma infine dilucida quanto v’è di più aggrumato nella storia [35], può conservare l’idea del sacro che è insita nella vita e che non ha nulla a che fare con le religioni.

Ma Nino Alaimo e la luna sulle tombe di Cava d’Ispica sono proprio simboli del sacro e dell’umano e il fatto che Consolo, scrivendone, possa aver scelto di alludere a Zanzotto, se non cambia il senso ultimo di una personale scelta di resistenza, è affermazione di una comunione di intenti.

Torno allora alla domanda di partenza. Ovviamente non so dire con certezza con quali parole i due autori commenterebbero il nostro tempo, ma certamente continuerebbero a scrivere. Perché forse scrivere non può davvero cambiare il mondo, ma occorre che qualcuno scriva ciò che l’acutezza e la sensibilità gli hanno permesso di vedere, e così salvi ciò che è sacro e ciò che è umano, perché gli altri a loro volta vedano e forse si ravvedano. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1]     Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983 : 1430-1442, :1436poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97: 92.
[2]     Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
[3]     Ivi:196-197.
[4]     Consolo V., Retablo, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015:433.
[5]     Ivi: 407.
[6]     Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5, 5.
[7]     Consolo V., Retablo, cit.: 407-408.
[8]    Ivi: 409.
[9]     Ivi: 411.
[10]   Id., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
[11]   Zanzotto A., Tutte le poesie, a cura di Dal Bianco S., Mondadori, Milano 2011: 307.
[12]   Ivi: 308.
[13]   Ibidem.
[14]   Id., Colloqui con Nino in Id., Luoghi e paesaggi, Bompiani, Milano 2013: 164.
[15]   A proposito del valore di Rolle-Dolle, Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
[16]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 287.
17   Dal Bianco S., in Zanzotto, Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F., Mondadori, Milano 1999: 1508.
[18]   Ad esempio Nuvoli G., Andrea Zanzotto, La Nuova Italia, Firenze 1979: 67.
[19]   Zanzotto A, Tutte le poesie, cit.: 288.
[20]   Agosti S. (a cura di), Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993:19.
[21]   Toppan 2018, cit.: 194-195.
[22]   Turchetta G., Note e notizie sui testi, in Consolo V., L’opera completa, cit.: 1350.
[23]   Zanzotto A., Poesie e prose scelte, a cura di Dal Bianco S. e Villalta G.M., con due saggi di Agosti S. e Bandini F. Mondadori, Milano 1999:1531.
[24]   Dal Bianco S., Il percorso della poesia di Andrea Zanzotto, in Zanzotto A., Tutte le poesie, cit.: XLIV.
[25]   Consolo V., Comiso, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 632-638, qui : 632.
[26]   Ivi: 634.
[27]   La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
[28]   Consolo V., Comiso, cit.: 636.
[29]   Id., Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, cit.: 615-631, qui: 623.
[30]   Id., Comiso, cit.: 637.
[31]   Ivi: 638.
[32]   Ibidem.
[33]   Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017: 180.
[34]   Zanzotto A., Sarà (stata) Natura?, inLuoghi e paesaggi, cit. :150-153 qui: 152-153.
[35]   Id., Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere (1979), ora in Id., Poesie e Prose scelte, cit : 1228. 
Riferimenti bibliografici 
Consolo V., Un giorno come gli altri, in Siciliano E. (a cura di), I racconti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1983: 1430-1442poiin La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 87-97.
Consolo V., La Marca Trevigiana di Zanzotto,in «L’immaginazione», n. 230, a. XXII, maggio 2007: 25.
Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015.
La Mantia T., Storia dell’eucalitticoltura in Sicilia, in «Naturalista sicil.», S. IV, XXXVII (2), 2013: 587-628.
Pianezzola E., Introduzione, in Consolo V., I ritorni. Conversazioni in Sicilia, Imprimitur, Padova 1997: 3-5.
Toppan L., Vincenzo Consolo e Andrea Zanzotto: un «archeologo della lingua» e un «botanico di grammatiche», in «Recherches Culture et Histoire dans l’Espace Roman», n. 21, autunno 2018: 183-198.
Scaffai N., Letteratura e ecologia: forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017.
Vasarri F., La Dolle di Zanzotto tra profezia e metamorfosi, in Turi N. (a cura di), Ecosistemi letterari: luoghi e paesaggi nella finzione novecentesca, Firenze University Press, Firenze 2016: 115-136.
Zanzotto A., Poesie 1938-1986, Mondadori, Milano 1993.
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Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi l’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.

https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/nino-la-luna-e-come-resistere-allapocalisse-culturale-suggestioni-zanzottiane-nellopera-di-vincenzo-consolo

Pensando ai Nebrodi di Consolo (e non solo)

Nebrodi, 2019 (ph. Ada Bellanova)

di Ada Bellanova 

La pretesa di ritrovare perfettamente nella realtà le ambientazioni letterarie è rischiosa, avverte Eco [1]. La sovrapponibilità è sempre imperfetta. D’altra parte cercare nella realtà i luoghi letterari può essere utile per comprendere i meccanismi della finzione e aprire nuovi orizzonti interpretativi. Inoltre una riflessione sui luoghi reali, geografici, a partire dalla letteratura permette di interrogarci sulla relazione che noi intessiamo con questi.

Come per altri angoli della Sicilia, le pagine di Consolo mi hanno fatto da baedeker anche nell’incontro con i Nebrodi.  I luoghi molto detti – in letteratura, al cinema, nell’arte, nelle guide turistiche – rischiano di passare di bocca in bocca con la zavorra degli stereotipi. Tocca incontrarli, sperimentarli per provare a ripulire la patina e non sempre ci si riesce.

Ma i Nebrodi sono riservati, lontani dai percorsi turistici più battuti, non così frequentati dalla letteratura. La narrazione di Consolo risente della lente della memoria personale. Le frequenti gioiose enumerazioni nascono da un legame intimo con il luogo, fatto di frequentazione e conoscenza. Il topos letterario preso in prestito dalla tradizione è quello dell’Arcadia, quale luogo d’armonia tra natura e esseri umani, ma non manca la consapevolezza del rischio della perdita.

Cosa ho trovato allora con una simile guida?  

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I Nebrodi di Consolo

Mentre la Sicilia – ma anche l’Italia intera – emerge nella lettura consoliana come luogo posto sotto assedio da una modernità rapace – impianti industriali sfregiano il paesaggio e le persone, la speculazione edilizia e i roghi attentano alla memoria identitaria – i Nebrodi sono l’eccezione, il luogo amato che si sottrae alle logiche dell’omologazione e del progresso fine a se stesso, che fiorisce di tesori di biodiversità e ricchezza linguistica, la prova che l’essere umano può convivere con la natura senza sopraffazione e proprio in questa convivenza sviluppare cultura e civiltà.

Tale rappresentazione scaturisce dalla conoscenza e dalla familiarità di una vita intera. Le numerose suggestioni del territorio di Sant’Agata e dintorni, e quindi anche degli alti monti che incombono vicini, segnano fortemente il primo romanzo, La ferita dell’aprile, del 1963, e sono il risultato di un’elaborazione avvenuta negli anni del rientro in Sicilia successivi al servizio militare vissuti in una rinnovata esperienza del territorio attraverso l’incarico di supplente proprio nelle scuole dei Nebrodi.

Ma l’immagine di questo particolare ambiente nell’opera di Consolo risente del legame intimo e profondo costruito dall’autore con esso già nell’infanzia. Per comprendere meglio questa relazione occorre avvicinarsi al racconto I linguaggi del bosco [2], che proprio di uno speciale e precoce incontro con i Nebrodi tratta. Il piccolo Vincenzo è molto gracile, ha il torace piccolo per una polmonite che lo ha molto debilitato, al punto che i fratelli lo chiamano Zigaga, uccellino, e il medico prova a curarlo con la prescrizione dell’aria di montagna. Per questa ragione nell’estate del ‘38 la famiglia si trasferisce nel bosco della Miraglia, nella contrada Ciccardo del comune di San Fratello. Lì, la selvatica Amalia, la figlia più piccola del forestale, guida il giovanissimo Consolo all’incontro con un universo nuovo e stimolante e, in ciò, gli consente di diventare più robusto e guarire [3].

Nel testo la memoria – arbitraria, inattendibile», «come il sogno» – ricostruisce, a partire da un paio di fotografie dell’epoca che ritraggono il camion del padre nel folto del bosco, una scoperta fatta con tutti i sensi che permette la sperimentazione di una ricca biodiversità: i piedi scalzi calpestano «zolle, sterpi, rovi, cespugli di spino, agrifoglio, ampelodesmo», la bocca coglie i sapori delle bacche, delle erbe, dei fiori e delle radici, del latte appena munto, l’udito si esercita nell’ascolto del linguaggio del bosco e della voce di Amalia capace di mescolare urli, parole inventate, lingue sconosciute [4]. La ragazzina rivela il bosco, perché rivela i nomi di ogni cosa: «E appena li nominava, sembrava che da quel momento esistessero». La sua lingua è unica e personale, inventata, mentre chiama le creature e le cose della natura, ma lei conosce anche il linguaggio delle bestie, e il sanpieroto, il sanfratellano, il siciliano.

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Alla maniera del Libereso-Adamo del racconto di Calvino del 1949, che nomina gli esseri del giardino a una stupita Marianunziata [5], Amalia consegna il bosco al giovanissimo Vincenzo chiamando animali e piante. D’altra parte la ragazzina, nell’unico racconto direttamente autobiografico della raccolta, oltre che come personaggio reale può essere interpretata anche come alter ego dell’autore, nel suo utilizzare una lingua estremamente varia, non quella dell’abitudine e della quotidianità, capace di comunicare la realtà integralmente [6]. La straordinaria esperienza formativa permette la guarigione: inselvatichito dalla nuova confidenza con la natura – i giochi scalzo, le bacche, le radici e il latte appena munto, una lingua inedita – il ragazzino si irrobustisce. 

È allora da un incontro precoce e intenso che scaturiscono la coscienza della ricchezza dei Nebrodi e l’attenzione per l’unicità del territorio che determinano poi un impegno attivissimo a favore dell’istituzione del parco mediante la partecipazione a convegni e con una decisa presa di posizione a difesa dell’identità culturale di uno spazio il quale, per quanto esente dal massiccio sfruttamento industriale toccato in sorte ad altre aree siciliane –  Milazzo, Siracusa, Gela – e mediterranee, è comunque a rischio. Dal 1989 (la proposta di istituzionalizzazione è del 1988) Consolo mostra forte turbamento di fronte ai segni di alterazione della natura dei Nebrodi: fondi di bilancio sono stati indirizzati nei piccoli comuni in netto declino dell’interno, dove il controllo sociale è minore, e ne sono scaturiti grandi appalti per opere discutibili o inutili; è in corso una pericolosa colonizzazione culturale che procede alla svalutazione del territorio e della sua identità, mediante l’adozione di modelli di sfruttamento turistico estranei; a ciò si aggiunge, a scopo denigratorio, la diffusione di informazioni false a contadini e pastori che, temendo di non poter continuare le proprie attività, si oppongono al progetto.

L’autore si schiera subito a favore del parco in quanto opportunità di tutela e salvaguardia di un ambiente naturale e di un’identità, di un patrimonio. Perciò, accettando la proposta della Lega per l’ambiente dei Nebrodi, scrive il testo Una volta boschi, fiumispiagge, in cui con toni tesi tuona contro i rischi della trasformazione [7].

Nebrodi, 2019 (ph. Ada Bellanova)

Certo, il caso dei Nebrodi è veramente eccezionale, diverso da quello di altri luoghi della Sicilia. La storia – l’autore lo ammette in un paio di articoli del ‘95-’96 [8] – si è ritratta da questo territorio mantenendolo al margine; in particolare la grande emigrazione ha svuotato molti dei paesi lasciandoli intatti, impedendone una deprecabile trasformazione. Ciò non implica una lode del passato fine a se stessa: Consolo riconosce i vantaggi del progresso, non nasconde l’amarezza dell’abbandono, delle rovine, ma gli sta a cuore ciò che il progresso rischia di trascurare o cancellare, ovvero un patrimonio di civiltà e di ricchezza naturalistica.

Su queste note si sviluppa perciò anche il racconto tardo La meraviglia del cielo e della terra [9]. Il protagonista, il piccolo Bitto, conosce solo la vita da pecoraio per le balze dei Nebrodi e il suo contatto con la natura è perciò quotidiano: anche lui incrocia conigli, lepri, uccelli, cavalli allo stato brado, porta al pascolo maialini neri, pecore, capre. Emerge dal suo racconto in prima persona un’immagine dei luoghi estremamente ricca dal punto di vista sensoriale che ricorda l’esperienza del giovanissimo Vincenzo ne I linguaggi del bosco: non solo colori vivissimi – il mare e il cielo rossi al tramonto, che si fanno neri poi; il vulcano scuro con la cima innevata fumante – ma anche una trama sonora fatta di «corvi crogiolanti, piccioni grucolanti, passeri cingottanti, gufi bubolanti» [10]. Il bosco aggiunge poi meraviglia a meraviglia con le luci notturne delle stelle cadenti, con la faccia piena della luna.

 Ma l’incontro con l’eremita Delfio, che porta significativamente il nome della montagna [11], gli permette di conoscere un cielo tutto nuovo. L’uomo infatti indirizza alla luna i versi di Leopardi di Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e insegna a Bitto a «leggere il bosco, gli animali con i loro suoni» e a scrivere. Ancora un’esperienza di conoscenza. Ne scaturisce una nuova familiarità con la natura, oltre che una maturazione del ragazzo, il quale finalmente ottiene una carta d’identità: riceve cioè non solo un documento ma una nuova consapevolezza della meraviglia del cielo e della terra. Bitto adulto, allora, una volta emigrato in Germania, è condannato alla nostalgia: la confidenza con la natura che era straordinaria avventura quotidiana sui Nebrodi è impossibile nella grande città straniera. L’uomo, pur avendo una famiglia, si rattrista di essere lontano da quel bosco e da quel cielo, dalle esperienze che da questi sono scaturite: la modernità gli impedisce di far leggere bosco e cielo ai suoi figli, priva l’essere umano dell’opportunità straordinaria di vivere a contatto con la natura.

Galati Mamertino

La memoria carica di senso lo spazio lontano, vede e sente i dettagli di un luogo reale come quelli di un locus amoenus. I Nebrodi vengono descritti come un’Arcadia reale, non letteraria, di cui si può fare esperienza. Anzi, Consolo lo consiglia proprio. Lo fa in due articoli dedicati a Galati Mamertino e a Miraglia usciti su «L’Espresso» nel 1982, quindi alcuni anni prima della proposta di istituzionalizzazione del parco. Sulla rivista Consolo pubblica dalla fine del 1981 al 1983 alcuni testi, poco ricordati, quasi tutti su località della Sicilia, soprattutto a proposito di luoghi appartatati, poco frequentati. Il tono dominante è gioioso: c’è l’appassionato invito a scoprire con tutti i sensi questi centri, diverse sono le note gastronomiche, perché mangiare bene allo scrittore piace, e perché anche nel cibo ci sono cultura e civiltà da difendere. Per quanto brevi e leggeri – ma non privi di punte ironiche e richiami a questioni importanti – questi testi sono baedeker per un particolare tipo di viaggiatore, capace di andare piano e alla ricerca di ciò che è prezioso ma che rischia di essere dimenticato, e dunque implicita stoccata al turismo rapido che non conosce personalità e poesia.

Nei due testi a cui mi riferisco un Consolo entusiasta invita all’esplorazione della natura e di opere d’arte nascoste. Una scoperta non da poco può essere un paese ai più sconosciuto come Galati Mamertino, che si erge sul burrone del Fitalia. Nell’articolo del 14 febbraio, Galàti,Consolo esorta il lettore ad una visita che si preannuncia particolare, perché fuori dai tracciati più noti, ma soprattutto perché capace di annebbiare i sensi con la manifestazione inattesa della bellezza antica in mezzo al verde [12]. La parola si prosciuga di fronte al monastero basiliano di S. Filippo di Fragalà, si rischia di venire assordati dal silenzio delle stelle e delle epoche passate, si rimane accecati dalla contemplazione del San Sebastiano. E questo accade sulle «dolomitiche vette», ricche di «boschi di querce e noccioli». Le opere d’arte ricordate (soprattutto il particolarissimo San Sebastiano ispirato dal fiammingo Memling e ispirante forse Antonello da Messina), oltre che la precisa collocazione (il castello sull’orlo del Fitalia), permettono di identificare il paese anche nel racconto Premio alla carriera del 1996, ora in La mia isola è Las Vegas [13], pur nascosto sotto il nome inesistente di Calatta Petranà. Il testo si apre con una descrizione della natura che propone i tratti tipici dei Nebrodi, ovvero boschi lussureggianti e ricchezza di fauna selvatica [14], in parte già evidenziati nel racconto I linguaggi del bosco, per l’area del bosco di Miraglia.

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Proprio a Miraglia è dedicato l’altro invito alla scoperta de «L’Espresso» [15]. La memoria della precoce familiarità con il luogo ha senz’altro il suo peso nella descrizione con cui Consolo annuncia al lettore uno straordinario viaggio, «un’avventura», nella natura più vera. Gli elenchi entusiastici propongono una vegetazione abbondante (tasso, faggio, quercia, acero bianco, agrifoglio, canne e giunchi) con cui convive una fauna ricchissima (conigli, nembrotti, pernici, quaglie, scrofe, pecore, vacche rosse, cavalli neri d’origine normanna, porcospini, uccelli locali e forestieri, trote e lucci). Nell’enumerazione è il tentativo di fornire un’immagine realistica, fedele. Vi si aggiunge la proposta di un’esperienza gastronomica altrettanto intensa, preziosa perché anche maccheroni di casa, coniglio, castrato, quaglie, olive, caciocavallo di Villa Miraglia [16] potrebbero non esistere per sempre, e suggestiva perché può capitare – ma questo era possibile negli anni Ottanta – di avere come commensali pastori e pastorelli, che sono segno di un’Arcadia reale, concreta, esseri umani che vivono a contatto con la natura e la rispettano.

Consolo propone quest’avventura arcadica soprattutto a chi, sensibile, si indigna e combatte le storture che dominano altrove, come i «missili di morte» della base Nato di Comiso. Il riferimento è rapido ma molto significativo. Il pacifista – sembra dire l’autore – non può che essere anche ecologista, amante della natura.

I Nebrodi quindi, nel loro essere «spazio senza tempo», preservato, sono esemplari. Nell’invito a camminare, anche concitatamente nell’esaltazione che può scaturire dall’incontro con la bellezza, c’è un elogio della lentezza che è anche invito a conservare, a sottrarsi a un progresso rapace e violento.             

Nebrodi, 2019 (ph. Ada Bellanova)

Pensando ai Nebrodi di Consolo (e non solo)

Ripenso ai Nebrodi di Consolo sfiorando le montagne dall’autostrada. Ritrovo le indicazioni, spio le dolomitiche vette. Ripenso ai luoghi reali e alla narrazione che ha scelto di renderli esemplari. Quando sono andata a cercare i Nebrodi, sapevo che non avrei trovato esattamente quello che avevo letto. Non solo la lente dell’autore è molto personale, ma c’è anche il tempo con i suoi accadimenti a mutare le cose. La natura però confermava l’entusiasmo degli elenchi di Consolo: verde intenso dei boschi, cavalli liberi a sperduti abbeveratoi, gli stessi del testo Miraglia «bradi d’origine normanna, veloci come gli arabi e forti come i muli», mandrie indisturbate al pascolo «vacche rosse» e capre e pecore, e poi ranocchie e aquile e infiniti altri uccelli. Certo, le strade erano difficili, impegnativi i collegamenti, non era sempre facile reperire informazioni, e i paesi erano svuotati, ma il monastero basiliano di S. Filippo davvero toglieva la parola.

La più grande area protetta della Sicilia era ed è davvero uno scrigno di tesori. Ma la lettura di Consolo mi accompagna ogni volta che rifletto sull’equilibrio tra ambiente e essere umano. I testi sui Nebrodi non sono i soli a permettere riflessioni di tipo ecologico – l’autore dedica pagine tese ai poli industriali o alla speculazione edilizia e passi lirici anche agli Iblei – ma sono quelle più dense di riferimenti entusiastici alla natura, per di più a una natura sorprendente per ricchezza e varietà. I numerosi elenchi di vegetazione e fauna, a tratti molto precisi, nascono da una conoscenza felice che l’autore vuole trasmettere al lettore.

Credo che l’incontro infantile abbia consegnato per sempre i monti alla meraviglia: gli occhi che si riempiono, i sensi stupiti del bambino restano miracolosamente nell’adulto. L’insistenza sulla lettura della realtà poi – l’autore/io narrante prova a «leggere» le due foto ricostruendo con la memoria un’avventura infantile di inedita lettura del bosco attraverso la guida di una particolare compagna di giochi; Delfio aiuta il piccolo Bitto a leggere la natura –  rinvia a una volontà di comprensione e comunicazione nel segno di particolari scelte linguistiche che è ribellione a un progresso omologante e rapace il quale annienta la complessità e quindi natura e civiltà che ne fanno parte.

Nebrodi, 2019 (ph. Ada Bellanova)

Mi sembra che i testi sui Nebrodi invitino costantemente ad un allenamento dell’esperienza sensibile che è anche percorso conoscitivo in grado di cogliere proprio questa complessità: se tu, lettore, sarai capace di osservare, ascoltare, sentire, senza paura di essere sopraffatto dall’abbondanza delle sollecitazioni che ti verranno dall’essere immerso nella ricchezza di un certo tipo di ambiente, allora avrai un’opportunità conoscitiva straordinaria. Certo, in Miraglia Consolo si rivolge al lettore con qualche punta ironica: «tu non tenti catture, non brami le prede, vero?». Quasi a dire che è necessario avere il giusto approccio.

A volte il visitatore si lascia prendere un po’ la mano, il ‘turista’ – è così di moda ormai fare le vacanze in natura – dimentica di non essere il padrone. Aree intatte come i Nebrodi esistono e sono delicatissime e non tutto dovrebbe essere accessibile previo pagamento: alcune esperienze non andrebbero proposte e neppure cercate, alla luce di una conoscenza autentica e rispettosa. Penso ad esempio al fenomeno dell’acqua trekking e alle conseguenze devastanti sul fragile equilibrio dei torrenti.  

Ma i Nebrodi di Consolo mi vengono in mente anche nel tempo dei roghi. Il 25 luglio scorso – una giornata caldissima – ho visto i canadair che tentavano di spegnere gli incendi alla Riserva dello Zingaro. Il giorno dopo restava il nero di cenere fino alle creste, le piante bruciate, carrubi, mandorli, frassini, ulivi, fichidindia, fichi annientati. E gli animali, cosa sarà stato degli animali?  Identico lo scenario in altre aree del Trapanese e della Sicilia e del Sud. Neppure i Nebrodi si sono salvati ad agosto. Ad essere colpite soprattutto le aree protette con danni enormi soprattutto alla vegetazione e alla fauna. Nulla cambia. Perdura l’incuria. Domina la logica del profitto e non la tutela della biodiversità, del territorio, di una civiltà.

Nebrodi, 2019 (ph. Ada Bellanova)

Leggo in rete [17] della legge sul catasto degli incendi e di come questa venga puntualmente disattesa, il che lascia spazio ad un’edilizia rapace, spesso in funzione turistica, con un ritorno economico significativo. Il denaro viene prima di tutto. L’essere umano crede che tutto gli appartenga. «La meraviglia del cielo e della terra»non è importante. 

Eppure c’è chi si indigna ancora e non si arrende, c’è chi nella natura, nei parchi, vede le proprie radici e la propria identità, ricordandosi di una civiltà che proprio con quella natura è nata e si è sviluppata, c’è chi ancora lotta perché la relazione possa essere sana e risanare, come guarisce il piccolo Zigaga de I linguaggi del bosco. È un impegno conoscitivo e di resistenza all’omologazione e alla vorace modernità che rivendica assunzione di responsabilità da parte della politica ma che riguarda tutti: camminare, allenare uno sguardo di meraviglia, conoscere, con tutti i sensi e, quindi, rispettare, non solo sui Nebrodi, sono azioni che possono irrobustire molto più che i nostri muscoli. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1]    Eco U., Sei passeggiate nei boschi narrativi. Harvard University Norton Lectures 1992-1993, Bompiani, Milano, 1994: 95.
[2]    Consolo V., I linguaggi del bosco, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015: 606-612.
[3]    Ivi: 610. [4]    Non a caso il testo è fondativo di una ricerca linguistica incessante che caratterizza tutta la produzione di Consolo. A proposito si veda anche Consolo V., La scomparsa delle lucciole, «Autodafé», 1, 2000.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1]    Eco U., Sei passeggiate nei boschi narrativi. Harvard University Norton Lectures 1992-1993, Bompiani, Milano, 1994: 95.
[2]    Consolo V., I linguaggi del bosco, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015: 606-612.
[3]    Ivi: 610. [4]    Non a caso il testo è fondativo di una ricerca linguistica incessante che caratterizza tutta la produzione di Consolo. A proposito si veda anche Consolo V., La scomparsa delle lucciole, «Autodafé», 1, 2000.
[5]    Il racconto a cui mi riferisco è Un pomeriggio, Adamo, uscito per la prima volta nel 1949, oggi primo dei testi raccolti in Ultimo viene il corvo (Calvino I., Ultimo viene il corvo, Mondadori, Milano 2017): il giovane giardiniere di casa Calvino, Libereso, consegna i nomi – e le cose – a una ragazza piena di stupore.
[6]    A proposito Turchetta G., Inventare una lingua, in Consolo V. Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 2012: V-XIV: XIV. [7]    Consolo V., Una volta boschi, fiumi, spiagge, «Giornale di Sicilia», 26 gennaio 1991= prefazione a Le spiagge, le fiumare, i boschi. I Nebrodi. Lo Stato dell’ambiente. Lega per l’ambiente dei Nebrodi, Capo d’Orlando 1991: 5-7. [8]    Id., Risorti a miglior vita, «Airone», dicembre 95 – gennaio 96; Id., I Nebrodi, ovvero una miracolosa sopravvivenza, «Kaléghé, tracciati culturali», 1, gennaio febbraio 1996: 8-9. Si veda anche l’intervista di Serio M.L., I cunti di li cunti del ‘marinaio’Consolo, «Kaléghé tracciati culturali», 3-4, maggio-agosto 1995 : 4-7. [9]   Consolo V., La meraviglia del cielo e della terra, già in Pellizzola M., Zanzotto F. (a cura di), Porta Celeste. Un progetto di arte ambientale, Silvana editoriale, Milano 2011: 17-19, ora in La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 234-237.
[10]   Ivi: 235.
[11]  Il nome non è casuale, visto che il Monte San Fratello (dove con ogni probabilità è ambientato il racconto) è anche noto come Montagna di San Filadelfio (così ricordata in Consolo V., Atto unico L’attesa, Fondazione Campania dei Festival, Milano 2010: 39). [12]  Consolo V., Galati, «L’Espresso», 14 febbraio 1982.
[13]  Id., Premio alla carriera, “L’Unità”, 2 settembre 1996, ora in La mia isola è Las Vegas, cit. : 152-156. Nel racconto si allude inoltre al testo uscito su «L’Espresso»: «Cercò di ricordare dove e cosa aveva scritto di quel remoto paese sopra i Nèbrodi, e gli sovvenne infine di una nota su un settimanale, in una di quelle rubriche di viaggi ‘intelligenti’ […]»: 152. [14]  Id., Premio alla carriera, inId., La mia isola è Las Vegas, cit.: 152 [15]  Id., Miraglia, «L’Espresso», 7 novembre 1982. [16]  L’insistenza sul patrimonio gastronomico in questo e in altri casi è particolarmente significativa se si tiene in considerazione che in molte trattorie locali, per l’adozione sventurata di modelli di turismo estranei, il cibo tipico ha rischiato di scomparire perché ritenuto squalificante.
[17]  Ad esempio Billitteri C., Sappiamo come combattere gli incendi, ma non lo facciamohttps://chiarabillitteri.substack.com/p/sappiamo-come-combattere-gli-incendi (consultato in data 11/08/2025)
Riferimenti bibliografici Billitteri C., Sappiamo come combattere gli incendi, ma non lo facciamohttps://chiarabillitteri.substack.com/p/sappiamo-come-combattere-gli-incendi (consultato in data 11/08/2025) Calvino I., Ultimo viene il corvo, Mondadori, Milano 2017 Consolo V., Galati, «L’Espresso», 14 febbraio 1982. Id., Miraglia, «L’Espresso», 7 novembre 1982. Id., Una volta boschi, fiumi, spiagge, «Giornale di Sicilia», 26 gennaio 1991= prefazione a Le spiagge, le fiumare, i boschi. I Nebrodi. Lo Stato dell’ambiente. Lega per l’ambiente dei Nebrodi, Capo d’Orlando 1991: 5-7.Id., Risorti a miglior vita, «Airone», dicembre 1995 – gennaio 1996.Id., I Nebrodi, ovvero una miracolosa sopravvivenza, «Kaléghé, tracciati culturali», 1, gennaio febbraio 1996: 8-9.Id., Atto unico L’attesa, Fondazione Campania dei Festival, Milano 2010: 39.Id., Premio alla carriera, in “L’Unità”, 2 settembre 1996, ora in La mia isola è Las Vegas, cit.: 152-156.Id., La scomparsa delle lucciole, «Autodafé», 1, 2000.Id., La meraviglia del cielo e della terra, già in Pellizzola M., Zanzotto F. (a cura di), Porta Celeste. Un progetto di arte ambientale, Silvana editoriale, Milano 2011: 17-19, ora in La mia isola è Las Vegas, a cura di Messina N., Mondadori, Milano 2012: 234-237.Id., I linguaggi del bosco, in Le pietre di Pantalica, in Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di Turchetta G. e uno scritto di Segre C., Mondadori, Milano 2015: 606-612.Eco U., Sei passeggiate nei boschi narrativi. Harvard University Norton Lectures 1992-1993, Bompiani, Milano, 1994.Serio M.L., I cunti di li cunti del ‘marinaio’ Consolo, «Kaléghé tracciati culturali», 3-4, maggio-agosto 1995: 4-7.Turchetta G., Inventare una lingua, in Consolo V. Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano 2012: V-XIV.

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Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi l’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.

Vincenzo Consolo, lo scrittore che ha dato voce alla Sicilia contro le ingiustizie

Vincenzo Consolo è stato un autore profondamente legato alla sua terra, capace di raccontare la Sicilia con uno sguardo critico.

Vincenzo Consolo

Oggi, 18 febbraio 2025, ricorre l’anniversario della nascita di Vincenzo Consolo, una delle voci più originali della letteratura italiana del Novecento. Nato nel 1933 a Sant’Agata Militello, in provincia di Messina, ha legato indissolubilmente la sua scrittura alla Sicilia, trasformandola in una dimensione narrativa capace di travalicare il semplice scenario geografico per diventare simbolo di una condizione esistenziale e storica. La sua rappresentazione dell’Isola, lontana da stereotipi folkloristici, offre una chiave di lettura complessa e stratificata della realtà.

Chi era lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo

Sesto di otto figli, Vincenzo Consolo è cresciuto in un ambiente familiare segnato da un’etica rigorosa, trasmessa soprattutto dal padre, Calogero. Proprietario della ditta “Fratelli Consolo Cereali”, l’uomo si oppose alla crescente influenza della mafia nel dopoguerra, difendendo la libertà economica e sociale della sua comunità. Questo senso di giustizia e responsabilità civile si riflette profondamente nelle opere dello scrittore, che ha sempre mantenuto un atteggiamento critico verso le distorsioni del potere e le ingiustizie sociali.

Due modi diversi dunque di contrastare le ingiustizie: da un lato quello imprenditoriale, dall’altro quello umanistico. L’infanzia di Vincenzo Consolo fu segnata infatti dalla scoperta della letteratura, inizialmente attraverso la piccola biblioteca di un cugino del padre. I libri di ManzoniBalzac e dei grandi romanzieri russi alimentarono la sua passione per la narrazione e per il racconto delle trasformazioni storiche e sociali.

Vincenzo Consolo foto fondazione Mondadori filigrana - Be Sicily Mag
Vincenzo Consolo nel 1976 a Milano, foto Giovanna Borgese

L’esordio letterario e il legame con la terra natale

Il primo romanzo di Vincenzo ConsoloLa ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963, è dedicato alla memoria del padre e rappresenta il punto di partenza di un lungo percorso letterario in cui la Sicilia assume un ruolo centrale. Il libro racconta la transizione dall’infanzia all’età adulta attraverso gli occhi del protagonista. Già in quest’opera emerge una visione ambivalente della sua terra: da un lato luogo di radici profonde, dall’altro teatro di contraddizioni e ingiustizie.

La sua scrittura, sin dalle prime pagine, si caratterizza per una forte sperimentazione linguistica e per la ricerca di una prosa densa e stratificata, in cui il dialetto siciliano si intreccia con l’italiano letterario in un gioco di rimandi e richiami culturali. Questo stile unico, che lo distingue come uno degli autori più originali della sua generazione, lo avvicina inoltre a Leonardo Sciascia, maestro dell’ibridismo tra saggistica e narrativa, di cui era grande amico.

La Sicilia come protagonista letteraria

Nelle opere di Vincenzo Consolo, la Sicilia non è solo uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio. La sua narrazione si intreccia con la storia dell’Isola, in un continuo confronto tra passato e presente, tra memoria e disillusione. I suoi romanzi raccontano il destino di una terra che si trova costantemente al centro di trasformazioni epocali, spesso vissute con un senso di perdita e di lutto.

Vincenzo Consolo

Ne Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), considerato il suo più grande capolavoro, l’autore rievoca le rivolte popolari in Sicilia durante il Risorgimento, offrendo un affresco storico che mette in discussione il mito dell’unificazione nazionale. L’opera, ispirata alla tradizione del romanzo storico di Manzoni e De Roberto, ma rivisitato in chiave modernista, rappresenta una riflessione profonda sulle dinamiche del potere e sulle illusioni della storia.

Con Le pietre di Pantalica (1988), Consolo si allontana invece dalla struttura tradizionale del romanzo per offrire una raccolta di racconti che esplorano il paesaggio siciliano come un archivio di memorie e sofferenze. Qui, la Sicilia diventa metafora di una storia collettiva, in cui si intrecciano voci dimenticate e storie di emarginazione. In Nottetempo, casa per casa (1992), poi, l’autore affronta il tema del fascismo in Sicilia, narrando la disillusione e la violenza di un’epoca che ha lasciato segni profondi nella memoria collettiva.

Il viaggio e la perdita delle radici al centro delle opere di Vincenzo Consolo

Uno dei temi centrali dell’opera di Vincenzo Consolo è il viaggio, inteso non solo come spostamento fisico, ma come attraversamento simbolico di tempi e luoghi. Questo tema richiama il grande archetipo dell’Odissea. Nella modernità, per l’autore, tuttavia, non c’è spazio per un rassicurante ritorno a casa: Itaca non è più raggiungibile, da qui la dolorosa consapevolezza della perdita.

Questa idea emerge con forza in molte delle sue opere, in cui il protagonista è spesso un intellettuale esule, diviso tra il desiderio di fuga e la nostalgia per la terra natale. Vincenzo Consolo stesso ha vissuto a lungo lontano dalla Sicilia, trasferendosi a Milano negli anni ’50 per motivi di studio e di lavoro. La sua scrittura è rimasta tuttavia sempre profondamente legata all’Isola.

Zaira Conigliaro

Studia Scienze della comunicazione all’indirizzo Cultura Visuale, ha un debole per l’arte, la moda e il cinema. Da marzo 2024 scrive con passione per Be Sicily Mag, sognando una carriera nel giornalismo. Determinata e creativa, cerca costantemente di migliorare le sue abilità, trasmettendo emozioni attraverso le sue parole.

«E tu, e noi, chi siamo?». Meditazioni consoliane sulle rovine

Pubblicato il 10 gennaio 2025 da Comitato di Redazione

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di Ada Bellanova 

«Sembra retorico, ma non lo è: sono emozionato a vedere tutto questo. Quanta gente è passata di qui! […]  Sento il contatto con chi è passato di qui». Mentre tocca i massi e i cocci delle rovine di Eloro, con queste parole Consolo si rivolge a Sebastiano Burgaretta per dirgli la sua commozione [1]. Ma simili se non identici devono essere stati i toni tutte le volte che l’autore ha percorso e ripercorso i sentieri tra le rovine della Sicilia, nell’abitudine che, inaugurata precocemente, nell’adolescenza, è poi diventata passione, quasi ossessione dell’intera vita, e ha generato itinerari letterari significativi contagiando la stessa scrittura, rendendola cioè profondamente ‘archeologica’, votata allo scavo, all’indagine delle profondità della storia.

L’emozione di Consolo davanti ai resti delle epoche più antiche è consapevolezza del loro valore. Da qui nascono le pagine dense di indignazione nei confronti dell’incuria contemporanea. Al lettore de L’olivo e l’olivastro non può non venire in mente l’amarezza dell’anonimo viaggiatore per i resti di Megara Hyblea e la necropoli di Thapsos sfregiati dal fumo delle ciminiere, soffocati dalla Lestrigonia infernale del polo industriale siracusano [2].

Non è il tempo la causa maggiore del deteriorarsi delle rovine del passato, piuttosto lo sono gli esseri umani. Proprio questo dichiara Consolo in un articolo poco citato del 2006 scritto per l’area archeologica di Morgantina [3]: se la formula iniziale, che dà anche il titolo al testo, «Che non consumi tu, Tempo vorace», la stessa che – riporta l’autore – gli incisori romantici utilizzavano come didascalia alle loro raffigurazioni del passato, avvisa della voracità dello scorrere degli anni, anzi, dei secoli, che guastano ogni cosa, l’analisi lucida che segue individua la ragione principale delle cattive condizioni in cui versano i siti archeologici nelle responsabilità umane, ovvero incuria e scavi clandestini, spesso con coinvolgimento mafioso.

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Ciò che è accaduto con i reperti di Morgantina, ad esempio con la  dea, asportata illecitamente, finita dopo una vendita all’asta addirittura al Museo Paul Getty e tornata in Italia dopo la condanna del ricettatore e i necessari accertamenti solo nel 2011, quindi dopo la pubblicazione del testo. D’altra parte, il sentire comune non è estraneo alla logica dei ‘tombaroli’, che interpreta i resti del passato solo in chiave utilitaristica, quale mezzo di un possibile profitto. Per questo con amaro sarcasmo, nell’antifrastico racconto eponimo di La mia isola è Las Vegas, Consolo sceglie come protagonista, e voce narrante, un detenuto per associazione mafiosa il quale, nella straniante confessione di attaccamento alla sua patria siciliana, auspica una maggiore resa delle rovine, ad esempio la vendita agli americani oppure a Berlusconi [4]. Così si tradisce e si corrompe ciò che è sacro. 

L’incontro con le rovine è per l’autore necessità: lo scavo è ricerca del passato per riacquistarne consapevolezza in un presente omologante e perennemente in corsa che non tollera attenzione per la memoria e per gli  esseri umani. Ciò rende i resti di antiche civiltà il rifugio ideale per molti personaggi consoliani, inquieti viaggiatori amareggiati o insoddisfatti dal presente. E proprio le rovine suscitano in loro riflessioni sulla fragilità dell’essere umano ma anche sul tempo e sull’infinito. 

L’infinito e non solo: riflessioni sulle rovine in Retablo

Retablo è percorso da una vibrante passione per i resti del passato, che scaturisce dall’abitudine e dall’interesse dell’autore ma anche dall’adozione dello schema dell’odeporica settecentesca. Infatti, nelle memorie di viaggiatori stranieri, che, attratti dall’Italia e dal Mediterraneo, si mossero fra i resti antichi abbandonandosi al godimento malinconico di un paesaggio fatto di natura e ruderi e ‘scoprirono’ la religione laica delle rovine, l’isola ha un posto privilegiato, e in Italianische Reise di Goethe, in particolare, Consolo coglie la ricerca di una rinascita, un cammino a ritroso verso le radici della civiltà e della cultura che ha la sua necessaria conclusione proprio in Sicilia dove si svelano al viaggiatore del Nord, come in una iniziazione misterica, gli straordinari prodigi dei templi e dei marmi [5].

Clerici viaggia, in fuga da un amaro presente, nel passato, e scopre architetture antiche, statue e reperti d’ogni sorta che gli procurano uno straordinario piacere, a tratti addirittura un’estasi. I resti archeologici restituiscono lo splendore del passato di Segesta, Selinunte e Mozia, ma essi appartengono anche alla dimensione dell’immaginario per la prospettiva idealizzante con cui il viaggiatore li osserva: realtà passata e sogno si fondono nella caratterizzazione di un’alternativa al presente in cui rifugiarsi.  

A rendere più viva l’esperienza del viaggio concorrono le frequenti descrizioni di antichità, pause ecfrastiche a cui si accompagna una ricca intertestualità fatta di riferimenti letterari, artistici e autocitazioni, e che permettono una più facile immedesimazione da parte del lettore in virtù del frequente corredo di suggestioni dell’esperienza sensibile. L’ambientazione settecentesca poi sposta la fruizione dei reperti in un altro tempo, togliendoli alle sale museali, ai percorsi espositivi attuali: templi, metope, statue emergono da un caos quasi armonioso, non toccato dalle chiassose comitive  della contemporaneità, e sono sacri perché testimonianza di un passato ancora più antico.

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Il racconto della tappa a Segesta è dominato dall’imponenza del tempio che appare a Clerici alto e solitario sul colle, circondato dal burrone [6], con un’immagine simile a quella reale che ancora oggi si presenta a chiunque guardi dal basso verso il sito archeologico, ripetuta nell’iconografia di guide e cartoline. La percezione visiva del paesaggio da parte del personaggio accoglie le suggestioni generate dalla stessa esperienza dell’autore e suscita un’immedesimazione e una partecipazione anche emotiva da parte del lettore, che, proiettatosi all’interno dello spazio narrato, lo percorre con il suo sguardo mentale, sulla base delle proprie esperienze, ed è portato a condividere lo stupore espresso dalla narrazione. Ma nella descrizione intervengono tratti onirici suscitati dalla prospettica classicheggiante di Clerici: il tempio è «come corona sul fronte d’un gran dio»; più avanti, diventa addirittura, nel disegno idealizzante del narratore, luogo arcadico, con pastorelle danzanti e musici [7]. La visione delle rovine è dunque un sogno perché chiama in causa, idealizzandola e vestendola di mito, l’antichità. Essa è però anche in grado di generare meditazioni sul tempo e sull’eternità.

La puntuale descrizione del tempio, corredata di informazioni molto precise, quasi tecniche, rompe lo slancio estatico [8] solo brevemente, per alludere probabilmente al testo di Goethe dove invece l’edificio è descritto con entusiasmo contenuto e osservazioni da profano, sigillate da «Un architetto potrebbe stabilirlo con esattezza» [9]. Ma non altezze, larghezze, volumi interessano davvero a Clerici: le osservazioni a proposito della posizione e a proposito dell’assenza di cella e copertura, della mancanza di scanalatura nelle colonne o scalpellatura nelle bugne dei lastroni si concludono con l’ipotesi suggestiva di un progetto ben preciso degli antichi che vollero il tempio, armonioso e imponente sul paesaggio pietroso, ma aperto verso il cielo, come porta o passaggio «verso l’ignoto, verso l’eternitate e l’infinito» [10].  

Nelle memorie di viaggio del personaggio allora si insinuano impressioni che solo all’autore possono appartenere, o al referente novecentesco dell’itinerario, il pittore Clerici. Don Fabrizio di fronte al tempio medita sull’eternità, diventa Leopardi davanti alla siepe [11]. Seduto sullo stilobate tra le colonne da cui pende una ‘siepe’ di cappero, rovo, euforbia, egli ammira l’immensità dello spazio che è al di là e si ritrae nel passato, sprofonda nella vertigine dell’infinita sequenza di civiltà evocate dalle rovine, lontano da un presente tumultuoso e tragico. Come ne L’infinito leopardiano, a cui rinvia la sequenza di gerundi «E sedendo e mirando, e ascoltando», vista e udito sono tutti impegnati nel confrontare il presente sensibile (il cappero che oscilla al vento, le gazze e i corvi che stridono, il verso delle cicale, il fluire del fiume) con l’eterno. Clerici di fronte al tempio di Segesta è capace di andare oltre Goethe, di varcare il limite, naufragare nell’infinito [12].

La stessa cosa capita all’anonimo viaggiatore di L’olivo e l’olivastro, che ha maggiori evidenze autobiograficheIn fuga dai resti di un incendio doloso e dal chiasso dissacrante di alcune comitive che sciamano attorno al tempio, reso più imponente dal deserto di carbone e ceneri, ma ancor di più per staccarsi dalla corruzione e dal massacro della Palermo mafiosa, egli sale sul colle e poi, supino, in mezzo alle colonne, mentre medita sull’incompiutezza che rende l’edificio mirabile, quasi quello si fosse fatto da sé, si lascia rapire dall’osservazione del cielo stellato inquadrato nel recinto del tempio: «Rimango immobile e contemplo, sprofondo estatico nei palpiti, nei fuochi, nei bagliori, nei frammenti incandescenti che si staccano, precipitano filando, si spengono, finiscono nel più profondo nero» [13]. L’ipotesto leopardiano ritorna nella costruzione dell’emozionante naufragio di Clerici nel mare di rovine di Selinunte. 

Nella smania di percorrere continuamente l’isola, la tappa si rivela per Consolo irrinunciabile, fin dall’adolescenza [14]. L’antica città è per lui estremamente affascinante: la sua fondazione ad opera dei migranti di Megara Iblea ha sapore epico, i suoi resti sono imponenti e misteriosi. Il racconto più suggestivo dell’incontro con le rovine è proprio in Retablo. L’avventura di Clerici ha il sapore di una scoperta: come un nuovo Fazello egli si trova di fronte a inattesi e abbondanti resti e la sua commozione mentre si immerge nel suggestivo labirinto di marmi e piante è contagiosa per il lettore. 

La meraviglia di fronte ai resti dell’antica città avvolti dalla vegetazione è espressa attraverso fitte enumerazioni che costruiscono narrativamente il mare di rovine [15]. In questa distesa di marmi Clerici trova anche le metope, in particolare quella che ritrae Zeus e Era: a Consolo, che in più di un’occasione si è espresso sul valore di questi «libri di pietra» [16], non sfugge l’opportunità di collocarle lì, in un ipotetico e verosimile caos settecentesco, prima della catalogazione museale, a dimostrarne, nel racconto della seduzione esercitata sul viaggiatore, persino in una collocazione per così dire selvatica, nell’abbandono della vegetazione, la forza narrativa.

Di fronte alle rovine, il pensiero della fragilità di Selinunte diventa meditazione sulla sacralità dei resti e l’estasi contemplativa che ne consegue, come nel caso del tempio di Segesta, ha i tratti dell’ebbrezza leopardiana di fronte all’infinito. Lo smarrimento di Clerici si traduce in un naufragio dei sensi nel mare dei resti, naufragio a cui concorrono gli effetti sonori, cioè le voci immaginate di altre epoche – le morte stagioni – e visivi, ovvero i reperti che, affastellati, ammonticchiati, in un incredibile caos, sbucano nella vegetazione [17]: «Là un altro mar di pietra m’attendeva e mi ghermiva, una tempesta solida di basamenti, di tamburi, d’architravi, di capitelli, di templi, di are, di celle, di nicchie, d’agorà, di case, di botteghe, e io dentro, su onde e avvallamenti, su per le scale e sotto in ipogei, ebbro vi natava» [18].

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A questa estasi segue la scoperta dell’area sacra dedicata a Demetra Malophoros che, come nel racconto autobiografico contenuto in Le pietre di Pantalica, ha i tratti di un percorso di iniziazione, quasi un incontro con l’Aldilà. Se la visita in compagnia di Ignazio Buttitta e Vincenzo Tusa del 1984 è un «procedere iniziatico o profanatorio» e le persone reali a un tratto vengono risucchiate nel pozzo di Ecate «nel mistero e nell’oscurità infinita del Tempo» [19], l’esperienza di Clerici, in un crescendo di particolari che evidenziano la consueta abbondanza archeologica e evocano il mistero del luogo, si chiude, proprio lì sulle rovine, davanti a un inatteso rito funebre dal sapore pagano, con tanto di epicedio, per una ragazza precocemente morta. Tra le nere donne che piangono e si lamentano con movenze da coro tragico, la «fanciulla d’impareggiabile bellezza che la luna nel cielo, nello splendore pieno, inargentava» allude a Murió la verdad, uno dei Desastres de la guerra diGoya, come sembrano confermare le parole del narratore: «Addio. Tu eri il pudore, la trepidazione, il sentimento, tu la verità [corsivo mio] del mondo. Ora non è che falsità, laidezza, brutalità e follia. Io un misero uomo, un nolente, un fuggitivo» [20].

L’apostrofe meditativa attribuisce al rito funebre e al corpo della ragazza un alto valore simbolico: diventa preghiera, lamento e compianto per un tempo che non esiste più, è pietas nei confronti delle realtà lontane, perdute di cui sono traccia tutti i resti osservati, le pietre calpestate o sfiorate, l’emozionante mare di resti di Selinunte, pietas tanto più necessaria di fronte all’incuria e alla superficialità contemporanee. Ma l’episodio è forse anche smemoramento, perdita di sé, in una sorta di contatto concesso con un altro tempo, un altro mondo, come sembra confermare il successivo «I’mi trovai disteso, e non so come» [21].

Ancora più misteriosa risulta, nel romanzo, Mozia, con gli abbondanti reperti archeologici affioranti dal terreno. E questo già nell’approdo, in cui, alla sorpresa di Clerici e Isidoro di fronte ai primi relitti che si affacciano dai fondali si accompagna una lunga nota dai toni meditativi, che è autocitazione da Paludi e naufragi, testo composto per la mostra di F. Mulas [22]. Agli occhi del viaggiatore Mozia emerge dal mare inondata di luce fenicia. Poi è «isola di spirti» [23] che genera spavento e attrazione in Isidoro mentre si rivela seminata di pignatte, ‘una grande trovatura’. Il suo tesoro sono le pietre, nocive e odiose, che i contadini dell’isola cercano di scansare per provare a coltivare la terra e che si rivelano al lettore rassegna di buona parte del patrimonio museale locale, in un procedimento ecfrastico originale che restituisce ancora una volta la natura delle antiche opere d’arte ipotizzandone la collocazione settecentesca, quindi lo stato d’abbandono e l’accumulo casuale.

Tra le pietre c’è anche la straordinaria statua dell’Efebo ed è proprio questa a suscitare le riflessioni del protagonista. Consolo vuole che i viaggiatori trovino l’opera per caso, nelle mani di alcuni contadini che non sanno che farsene e che anzi vogliono liberarsene, secondo lo stereotipo, comune nei resoconti di viaggi settecenteschi, del siciliano ospitale ma ignorante. Alla fine lavorazione che Clerici intravede nel marmo pur sotto le incrostature di terriccio fa da contraltare la fatica dei salinari, che appaiono neri sulla bianchezza dello Stagnone a lui che li contempla a distanza, commentata dall’osservazione del vecchio contadino dell’isola «Eh, la vita è dura, ma più per noi che la campiamo fidando solamente nelle braccia» [24]. Insomma la vita umana è decisamente un’altra cosa rispetto all’arte, ma lo stesso Clerici giungerà a questa conclusione, proprio partendo dallo strano destino della statua.

La lunga ecfrasi veicola l’immagine del Giovane di Mozia così come appare ai visitatori del Museo Whitaker e però il luogo è un altro. Dopo averlo fatto finire nelle mani di Clerici, che lo ha voluto caricare premurosamente sulla nave per portarselo via, l’autore vuole che l’Efebo ritorni all’oblio, nei flutti: durante il viaggio il marmo rompe i legami; un’onda più alta, sopraggiunta al levarsi dello scirocco, spinge la statua in mare. La reminiscenza di Morte per acqua di Eliot per dire il destino della «squisita fattura d’uomo, fiore d’estrema civiltà, estrema arte» sostanzia la riflessione sui limiti della letteratura e dell’arte: «tu, com’ogni arte, non vali la vita, un fiato del più volgare o incolto, più debole o sgraziato uomo» [25]. Attraverso le parole di Clerici Consolo sostiene così che la creazione artistica, pur pregevole, è poca cosa di fronte al valore della vita umana, che è – o dovrebbe essere –  sacra e inoffendibile, la vita di tutti quelli che si sono spenti in mare, sciolti nelle ossa alla maniera dell’eliotiano Phlebas il fenicio [26]. 

nottetempo

Tra i cocci e l’infinito a Filosofiana 

Sebbene l’apologo Filosofiana evidenzi la miseria e l’ignoranza dei personaggi e nell’amara conclusione che delude i sogni di tesori e ricchezze suscitati da una tomba antica racconti la tragedia dell’esistenza, anche al protagonista Vito Parlagreco capita di meditare sui resti antichi. Eppure i reperti in sé non gli interessano affatto, piuttosto vorrebbe toglierli di mezzo e coltivare una terra tutta sua, e, mentre si affatica a ‘spietrare’ sogna una casetta circondata da alberi e fiori. Ma la «distesa rossigna in groppa all’altopiano di cocci e di rantumi, pance culi manici di scifi, lemmi, di bombole e di giare» [27] e il pensiero delle favole sulla vicina Villa del Casale accompagnano la concretezza del suo pasto di pane e pecorino con inattese considerazioni sul destino degli esseri umani. Le riflessioni sono quelle del suo autore. «Ma che siamo noi, che siamo?» [28], si domanda. Egli accosta la vita degli uomini, la sua vita, a quella delle formiche: tanto affanno, tanto girare nel mondo che, in fondo, non è che un’aia. Piccola cosa, insomma, l’esistenza umana, di fronte all’eternità. Il tempo, riflette Vito, si porta via ogni cosa, lascia solo pochi segni «qualche fuso di pietra scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra, qualche scena o figura come quelle dissepolte nella valle di Piazza» [29]. Per quanto liquidi i resti di antiche civiltà come capricci («certo la villa di un ricco capriccioso» a proposito della Villa del Casale e dei suoi mosaici; «Che capricci, che capricci si passavano gli antichi» a proposito dei cocci che emergono dalla terra) [30], egli vi riconosce il segno di un tempo lontanissimo: in questa vicinanza diventa un po’ filosofo, assaggia una forma di eternità. Prova subito a scacciare il pensiero come cosa da vecchi, per concentrarsi piuttosto su cose concrete, ma dalla terra non può evitare di passare «al cielo, al sole, alla luna, alle stelle», viene insomma risucchiato nella vertigine dell’infinito: «gli sembrava di scivolare dentro un pozzo senza fine» [31].

Agisce forse anche nella costruzione di questo personaggio la suggestione leopardiana de L’infinito. Vito, che guarda al di là del muro dove si è appoggiato per mangiare, è nella concretezza del suo mondo contadino ma i resti di epoche lontane affioranti lo trascinano verso altre dimensioni, i suoni a lui vicini come gli zoccoli della mula o il grido di qualche uccello scandiscono un silenzio immenso, enfatizzato dalla vista del pur immenso Etna all’orizzonte.      La sensazione di scivolamento in un pozzo senza fine, interrotta tra l’altro dall’apparizione dello sfuggente Tanu o Tanatu quasi essere leggendario o addirittura liminare, proprio accanto alla tomba antica, allude inoltre a una forma di contatto con l’aldilà.

Anche se il racconto si sviluppa e si conclude con modi da farsa – Vito è trascinato dal cavatesori Gregorio Nanfara in un bizzarro rituale proprio sui resti, e i sogni di ricchezza e fama  dell’uno e dell’altro vengono delusi dall’apparizione di un inutile mascherone comico – che sembrano sottolineare un’impossibile rigenerazione di valori e ideali antichi, le tracce liriche e meditative sono molto simili a quelle già incontrate in Retablo e esprimono la relazione di Consolo con le rovine.           

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«E tu, e noi chi siamo?» 

Anche Petro, in Nottetempo, casa per casa, bisognoso di cancellare un presente di sofferenza, trova conforto nelle rovine. La contemplazione piena di stupore delle figure del tempio distrutto di Cefalù, al chiarore di una lanterna, innesca una lunga meditazione dai toni lirici che riprende con minime varianti e qualche espunzione L’ora sospesa, testo per il catalogo della mostra di Ruggero Savinio a Sciacca nell’estate del 1989 [32]. Già qui le rovine richiamano l’espressione «Che non consumi tu Tempo vorace» [33], ripetuta e poi troncata nel prorompere di commosse allusioni al mistero di una comunicazione, di una conoscenza non perfettamente attingibile. I riferimenti al «grembo tenero di Cuma, del Lilibeo» [34] rinviano al contatto con un sapere oracolare, possibile attraverso un’esperienza iniziatica che prevede una discesa, uno sprofondamento, come per l’appunto nell’apertura del passo «per gradi, per lenti processi discendiamo in spazi inusitati» [35]. Ma il testo parla anche di oblio di sé e di assunzione del lete, al confine, il che conferisce all’incontro con le rovine tratti da viaggio nell’aldilà ancora più evidenti rispetto agli altri passi analizzati. Eppure l’accostamento al mistero permette solo la domanda esitante  «E tu, e noi chi siamo?» [36].

Ecco allora cosa succede a questi personaggi di Consolo nel contatto con le pietre del passato: in fuga dal presente, vengono rapiti nel vortice del tempo – il tempo delle vite umane scomparse che hanno però lasciato traccia di sé, ma anche l’eterno, l’infinito – in una sorta di esperienza iniziatica che li avvicina a verità esistenziali per lasciarli poi esitanti, dubbiosi. Ma non è forse ciò che secondo Consolo succede anche nel processo della scrittura letteraria? La fuga verso realtà perdute rinvia per l’autore proprio al dovere di scrivere in maniera archeologica, ovvero discendendo ‘per gradi, per lenti processi a spazi inusitati’, tentando di rintracciare il mistero: iniziatico è lo sprofondamento, difficile, arduo il ridire. Eppure lo scrittore deve provare, ritrovando e risacralizzando parole perdute contro l’appiattimento della lingua d’uso quotidiana, recuperando frammenti, rovine, a ricostruire un mondo, anche in modo approssimativo. Perciò in La Sicilia passeggiata, a proposito di Selinunte, Consolo scrive che la tecnologia può sicuramente aiutare a sistemare le antiche pietre, a ricomporle, ma solo la fantasia, 

«il sentimento di noi viaggiatori in luoghi del passato, può resuscitare quelle pietre […] dare significato e parola alle pietre, dare, al di là della loro maggiore o minore monumentalità o bellezza, al di là delle grandi imprese che le rovine evocano, il significato dell’umile vita degli abitanti, della trama dei loro affetti, dei loro gesti, dei loro bisogni, delle loro pene e delle loro gioie; può immaginare, ricostruire insomma, tra quelle antiche pietre, il grande miracolo dell’umano vivere quotidiano che ci ha preceduto che dà senso e illumina il presente nostro» [37]. Dialoghi Mediterranei, n. 71, gennaio 2027 

Note[1]     È Burgaretta a raccontarlo, attingendo a un suo diario personale, in Burgaretta S., Con Consolo per antiche pietre, in Galvagno R., L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Edizioni Milella, Lecce 2022: 272-273. [2]     L’olivo e l’olivastro, in L’opera completa,a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano 2015: 782-784. Ne ho parlato diffusamente in Bellanova A., Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021: 237-241. [3]   Consolo, Che non consumi tu tempo vorace, in Fontana F. (a cura di), Il tempo fissato. Pietre e colori a Morgantina, Edizioni Università Kore, Enna 2006: 11-13. [4]     La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Mondadori, Milano 2012: 217. [5]     Viaggio in Sicilia, in Di qua dal faro, L’opera completa, cit.: 1219-1224. [6]     Retablo, in L’opera completa, cit.: 412-213. [7]     Ivi: 417. [8]     Ivi: 413-414. [9]     Goethe J. W., Viaggio in Sicilia, trad. e note a cura di P. Di Silvestro, Ediprint, Siracusa 1987: 76. [10]   Retablo, cit.: 414. [11]   Ivi: 414-415. [12]   Viaggio in Sicilia, cit.: 1220. [13]   L’olivo e l’olivastro, cit.: 856. [14]   Malophoros, in Le pietre di Pantalica, L’opera completa, cit.: 577; La grande vacanza occidentale orientale, in La mia isola è Las Vegas, cit.:167-169. [15]   Retablo, cit.: 433 e 436. [16]   In particolarein In lettere d’oro il romanzo di Selinunte, in L’Ora, 13 marzo 1984; La Sicilia passeggiata, con fotografie di G. Leone, Nuova Eri, Torino, 1991: 94-101. [17]   Retablo, cit.: 433-434. [18]   Ivi: 435. [19]   Malophoros, cit.: 581. [20]   Ibidem. [21]   Traina ravvisa nel passo uno smemoramento dai toni danteschi che induce a rileggere l’episodio di Selinunte come un vero viaggio iniziatico nell’aldilà. Traina G., Rilettura di Retablo, in Papa E. (a cura di), Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo, Manni, San Cesario di Lecce 2004: 122. [22]   Retablo, cit.:442-443. Paludi e naufragi è ora raccolto in L’ora sospesa (L’ora sospesa e altri scritti per artisti, a cura di M.A. Cuevas, Le Farfalle, Valverde 2018: 33-36).  [23]   Retablo, cit.: 443-444. [24]   Ivi: 449-450. [25]   Ivi: 453. [26]   Sul passo si veda Turchetta G., Per toccare la vita che ci scorre per davanti: Retablo e l’arte come nostalgia,in Microprovincia, 48, gennaio-dicembre 2010: 18; Id., Il luogo della vita: una lettura di Retablo, in Lo Castro G.,  Porciani E., Verbano C.(a cura di), Visitare la letteratura. Studi per Nicola Merola, Ets, Pisa 2014: 653: la statua viene gettata in mare a mò di zavorra a conferma del superiore valore della vita umana per Consolo; l’arte, dunque, può essere al comando della nostra esistenza se ci aiuta a vivere; quando entra in contrasto con la vita allora è il caso che soccomba. [27]   Le pietre di Pantalica, in L’opera completa, cit.: 539. [28]   Ivi: 541. [29]   Ibidem. [30]   Ivi: 541-542. [31]   Ivi: 542. [32]   Ruggero Savinio, catalogo della mostra a Sciacca, ex Convento di San Francesco, luglio-agosto 1989, Sellerio, Palermo 1989, ora nel volume omonimo (L’ora sospesa, cit.: 42-46). [33]   Nottetempo, casa per casa, in L’opera completa, cit.: 687. [34]   Ibidem. [35]   Ivi: 686. [36]   Ivi: 688. [37   La Sicilia passeggiata, cit.: 98. Riferimenti bibliografici

Testi di Vincenzo Consolo Consolo V., In lettere d’oro il romanzo di Selinunte, in L’Ora, 13 marzo 1984. Id., La Sicilia passeggiata, con fotografie di G. Leone, Nuova Eri, Torino, 1991. Id., Che non consumi tu tempo vorace, in F. Fontana (a cura di), Il tempo fissato. Pietre e colori a Morgantina, Edizioni Università Kore, Enna 2006: 11-13. Id., La mia isola è Las Vegas, a cura di N. Messina, Mondadori, Milano 2012. Id., L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano 2015 (edizione di riferimento per Retablo, Le pietre di Pantalica, Nottetempo, casa per casa, L’olivo e l’olivastro, Di qua dal faro). Id., L’ora sospesa e altri scritti per artisti, a cura di M.A. Cuevas, Le Farfalle, Valverde 2018. Altri testi Bellanova A., Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021: 237-241. Burgaretta S., Con Consolo per antiche pietre, in Galvagno R., L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Edizioni Milella, Lecce 2022: 272-273. Goethe J. W., Viaggio in Sicilia, trad. e note a cura di P. Di Silvestro, Ediprint, Siracusa 1987.Traina G., Rilettura di Retablo, in Papa E. (a cura di), Atti delle giornate di studio in onore di Vincenzo Consolo, Manni, San Cesario di Lecce 2004: 113-132. Turchetta G., Per toccare la vita che ci scorre per davanti: Retablo e l’arte come nostalgia,in Microprovincia, 48, gennaio-dicembre 2010: 13-19. Id., Il luogo della vita: una lettura di Retablo, in Lo Castro G.,  Porciani E., Verbano C.(a cura di), Visitare la letteratura. Studi per Nicola Merola, Ets, Pisa 2014: 647-655.

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Ada Bellanova, insegna lettere nei licei. Dopo essersi occupata per diversi anni della presenza dei classici greci e latini nel moderno e contemporaneo, in particolare nell’opera di J. L. Borges, è approdata da alcuni anni allo studio dell’opera di Vincenzo Consolo: da qui è nata la monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021).  Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. 

Moniti per la contemporaneità dal palinsesto consoliano

Pubblicato il 1 luglio 2024 

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di Ada Bellanova

Nel 2008 Daragh O’Connell ha utilizzato il termine «palincestuoso» per definire Consolo evidenziando come, nell’imponente polifonia che caratterizza la sua scrittura, la voce letteraria acquisti un rilievo particolare e quanto intensa sia, rispetto ad altri autori pure attenti alla tradizione, la relazione con i testi anteriori. «La poetica della ri-scrittura o, meglio, della soprascrittura»[1] che ne scaturisce è fortemente legata alla tensione etica dell’autore: la rottura che ne deriva nei confronti delle mode letterarie del momento è un tramite che concorre a definire la scelta dell’impegno. Ma questa modalità convive con la componente memoriale e autobiografica, con l’uso e il riuso dei propri testi, con le citazioni e le allusioni iconiche, in un’attenzione sempre presente per la Storia e per la contemporaneità. È allora arduo e perciò ancora più gratificante scavare alla ricerca del senso.

L’indagine in un’opera così densa di innesti può riservare sempre nuove sorprese, a seconda di dove si va a ‘scavare’. Ma è ancora più degno di interesse che i ‘reperti’ continuino a veicolare messaggi preziosi per il nostro tempo.  «Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) è l’ultimo libro di Giuseppe Traina su Vincenzo Consolo, pubblicato da Mimesis, nella collana Punti di vista diretta di Gianni Turchetta. La raccolta di saggi, in parte inediti in parte rielaborazione di interventi già pubblicati, si riallaccia alla monografia del 2001 (Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole 2001). Pur uscendo, come ammette lo stesso studioso nella premessa, in una fase particolarmente fertile degli studi su Consolo e pur toccando questioni variamente dibattute dalla critica, queste pagine presentano un taglio nuovo, individuando come corpus di indagine l’ultima fase dell’opera dell’autore – i testi che vanno dagli anni Novanta alla morte, ovvero da L’olivo e l’olivastro del 1994 (ma con riferimenti anche ai precedenti Retablo e Le pietre di Pantalica) ai vari contributi parzialmente confluiti ne La mia isola è Las Vegas (2012) e nel postumo Cosa loro (2018) –, e riconoscendovi una netta presa di posizione, ancora preziosa e illuminante, in merito a questioni socio-culturali, ambientali e politiche dell’Italia e del mondo.

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Il primo saggio I molti volti dell’ulisside, tra Sicilia e Mediterraneo: Retablo, Le pietre di Pantalica, L’olivo e l’olivastro, che rielabora quello già uscito su Recherches (Studi per Vincenzo Consolo. Con lo scrivere si può forse cambiare il mondo, n. 21, automne 2018: 99-111) si sofferma su una questione già molto presente nella critica consoliana, ovvero sulla presenza di Ulisse. La mappatura delle ricorrenze tende all’esaustività perché, partendo dal bagaglio degli studi precedenti, in particolare quello di Massimo Lollini [2], Traina passa in rassegna una serie di aspetti, anche minori e in parte trascurati, componendo le tracce e guidando alla comprensione del senso.

La precocità del tema del viaggio già presente ne La ferita dell’aprile, sebbene non in maniera massiccia; la struttura ‘a stazioni’ non sempre programmate ma anche determinate da accidenti di varia natura in RetabloL’olivo e l’olivastro, Lo Spasimo di Palermo; le allusioni omeriche in episodi o motivi riconducibili all’Odissea; l’influsso epico nelle scelte stilistiche (l’imperfetto durativo come tempo della ciclicità e il passato remoto come traccia epica nei verbi di dire o in quelli di movimento); la predilezione per protagonisti sempre in movimento, come Fabrizio Clerici, l’io di Le Pietre di Pantalica e di L’olivo e l’olivastro e Chino Martinez: il rilievo dato a tutti questi aspetti è testimonianza del dialogo intenso con l’ipotesto. Traina inoltre non manca di sottolineare che a questa ricorrente scelta di intertestualità si legano elementi autobiografici o caratteriali dell’autore, come il gusto-ossessione per il viaggio periplo in Sicilia o l’esilio a Milano. Proprio del tema dell’erranza, così pervasivo, precisa l’ambivalenza: intanto perché, anche se è ‘in esilio’ a Nord e pur non essendo un privilegiato, Consolo, per sua stessa ammissione, non vive la condizione degli emigrati poveri e ammassati in transito verso altre destinazioni, e poi perché c’è l’autoesilio generato dall’invivibilità della Sicilia, in L’olivo e l’olivastro, ma, accanto all’erranza generata dalla tragedia civile della mafia, in Lo Spasimo di Palermo, c’è anche quella che scaturisce dalla propria vicenda personale. Né mi sembra «una piccola divagazione» la nota finale sulla possibile conoscenza dell’Ulisse di Tennyson per il rifiuto di un nostos compiuto che coinciderebbe con il regno su un’Itaca imbarbarita dalla logica economica e la scelta di un nuovo viaggio che lascerebbe il potere a un più accomodante Telemaco. D’altra parte questo particolare referente viene forse evocato ma per negazione anche ne Lo Spasimo perché l’esilio ora tocca al figlio – neppure per lui c’è posto in un’Itaca distorta – e al padre non resta che un’erranza senza pace, senza slanci di conoscenza.

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Traina non si lascia sfuggire neppure l’occasione di precisare quanto il «monito periodico» dell’eliotiano Morte per acqua sia profondamente legato alla tematica odissiaca per la paura antica del viaggio per mare e del rischio della morte senza seppellimento. Tutti i compagni di Ulisse perdono la vita durante il difficile viaggio di ritorno e l’epos incarna il sentimento degli antichi Greci, mentre i morti per acqua di oggi, i migranti, sono ulissidi alla ricerca di una patria ideale che mai vedranno. C’è in queste tracce odissiache un fortissimo monito alla contemporaneità per quanto riguarda i drammi del Mediterraneo ma anche, come giustamente mette in evidenza Traina, l’avviso della profonda ambivalenza del rapporto dell’essere umano con la Natura.

A questo si collega un’altra riflessione interessante, sebbene più rapida, contenuta in questo primo saggio, sulla techne. Consolo ha senza dubbio pagine polemiche nei confronti della cultura tecnico-scientifica nella sua versione tecnologica. I poli industriali siciliani in particolare sintetizzano ne L’olivo e l’olivastro un’idea di sviluppo deteriore, che nega l’identità dei luoghi, distrugge la civiltà preesistente [3]. Altra cosa è la techne non meccanizzata, nei confronti della quale l’autore nutre un notevole interesse, evidente ad esempio nell’attenzione per botanica e arboricoltura in Retablo o ne Lo Spasimo di Palermo. In ciò Traina coglie una traccia ulissiaca perché riconduce queste aperture alla dicotomia tra olivo e olivastro e vi riconosce la valorizzazione di «una forma tra le più alte dell’intelletto umano e di una misura umana del vivere». Un altro avviso urgente per il nostro tempo.

Anche il secondo saggio, Nottetempo casa per casa: il potere, la lingua, l’esilio, rielaborazione di un intervento precedente, costruito attorno al tema chiave ‘lingua’, soffermandosi su una questione estremamente viva nella riflessione consoliana ovvero sulla peculiarità dello strumento linguistico con le sue ambivalenze, evidenza l’attualità del messaggio dello scrittore. Nel romanzo oggetto di analisi attraverso la narrazione di fatti misti di storia e invenzione degli anni Venti – la vicenda di Pietro Marano in una Cefalù che ha rinunciato a ogni forma di razionalità, stravolta dall’avvento del satanista Aleister Crowley e dai suoi riti orgiastici seducenti per alcuni cefaludesi pronti poi a schierarsi con il nascente fascismo – Consolo allude, per sua stessa ammissione, agli anni Novanta, «anni di crisi ideologica e politica, di neo-metafisiche, di chiusure particolaristiche, di scontri etnici, di teocrazie, integralismi…» [4], ovvero all’irrazionalismo della cultura di massa a lui contemporanea, alla caduta delle ideologie e alla deriva degli italiani pronti a sostenere nuove forze politiche, Lega Nord e Forza Italia, e quindi a consegnarsi a un sistema di potere illiberale.

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Ma la violenza sembra essere ben più profonda e enigmatica di quella storico-politica: ha genesi antropologica e probabilmente anche autobiografica la malattia dei Marano, ma è solo apparenza, come ha messo in evidenza Galvagno [5], il legame esclusivo con la famiglia del protagonista e le implicazioni sono molto più vaste e riguardano la soggettività dolorosa dell’essere umano. L’indagine di Traina consegna al lettore alcuni importanti ‘ritrovamenti’, ipotesti della tradizione solo in parte affioranti, per riflettere sul ruolo della lingua nel romanzo. La parola poetica è per Petro Marano una possibilità di resistenza al dolore, mentre è nociva la retorica del linguaggio della politica, fascismo o antifascismo poca importa, perché anche nella lingua del vate poetico dell’anarchico Schicchi, Rapisardi, è rivelabile l’impostura. «Petro, con la sua sensibilità linguistica […] coglie il rischio che il terremoto grande che sconvolge politicamente l’Italia implichi una corruzione della lingua, uno slittamento tra significanti e significati che solo in apparenza può apparire un buffo calembour», e, nella sua alternanza tra melanconia, male catubbo da una parte e tentativo di resistere ad essi attraverso la scrittura, rappresenta dunque proprio la posizione dello scrittore che è consapevole dell’agguato in atto nei confronti della cultura umanistica e della razionalità, ma ha ancora fiducia in esse.

Alla base di questa riflessione Traina pone alcune sollecitazioni: l’idea di funzione utopica della lingua di Barthes, il principio di vacuità del linguaggio di Foucault, ma soprattutto il valore della leggerezza nelle Lezioni americane di Calvino. L’apparente distanza delle considerazioni calviniane – forse quelle che sorprendono di più tra i riferimenti suggeriti – è superata nella sottolineatura della presenza nel romanzo della «rutilante vitalità del fascismo», che è aggressivo, rumoroso, quindi facilmente ascrivibile a quello che Calvino definisce «regno della morte» [6], ma anche della coscienza della necessità di una riappropriazione della concretezza delle cose da parte del linguaggio. Inoltre se la pietrificazione dei Marano si lega alla pesantezza di cui le Lezioni americane invocano il superamento, nella percezione da parte di Petro del dolore individuale e nella  possibilità di una risposta collettiva alla sofferenza del mondo, Traina individua l’intreccio tra riflessione calviniana e echi leopardiani, in particolare nel passo del capitolo VIII: «Una suprema forza misericordiosa potrebbe forse sciogliere l’incanto, il grumo dolorante, ricomporre lo scempio, far procedere il tempo umanamente. O invocare ognuno, il mondo intorno, a capire, assumere insieme l’enorme peso, renderlo comune, e lieve» [7].

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Il terzo saggio, finora inedito, cala il lettore nel mistero del marabutto (Nel marabutto: Lo Spasimo di Palermo) e dell’ultimo dei romanzi consoliani, portando alla luce, attraverso considerazioni sui molti significati del termine, anche il senso sepolto (inabissato) della narrazione. Il termine è di per sé polisenso – eremita, tomba mausoleo, cisterna sotterranea – ma a contare sono i significati che esso assume per Chino Martinez. Dapprima luogo sotterraneo, scoperto nell’infanzia con l’amico Filippino, il marabutto prelude forse al difficile destino di scrittore che deve impegnarsi a trovare ‘il motto giusto’. Ma diventa subito anche ricovero per sfuggire alla collera paterna e sarebbe segreto da condividere con Lucia, la sola che possa godere della bellezza delle pitture murali, ma i gemiti del padre e della siracusana lì rifugiatisi per fare l’amore lo rendono emblema del rimosso. Chino infatti, spinto da molteplici sentimenti, non ultimi odio e rivalsa, contribuisce suo malgrado alla morte del genitore e della sua amante per mano dei tedeschi e ciò diventa per lui causa di rimorso perenne e radice della futura pazzia per la ragazzina che è l’unica a vedere i cadaveri di sua madre e del padre del protagonista.

Così il marabutto è l’aleph, il punto di partenza e, nel senso borgesiano, il luogo in cui sono riassunti tutti i luoghi, la storia che le riassume tutte. Ma indica anche l’eremita e, se – è la premessa di Traina – nell’opera di Consolo questa figura è ricorrente e significativa e spesso ridotta all’afasia o ad un’ecolalia che non comunica, come nel caso del frate belga di L’olivo e l’olivastro, questa accezione è valorizzata nell’ultimo romanzo in vari modi. Innanzitutto Chino Martinez «opta per una sorta di romitaggio laico» che è illusorio nel caos di Palermo, ma soprattutto sceglie un’afasia di scrittore che diventa anche afasia nei rapporti umani, persino nei confronti del figlio. Inoltre l’auspicio «T’assista l’eremita» che chiude il proemio, ricondotto da Traina proprio all’incontro con il frate belga, va inteso in relazione con l’effetto del marabutto sulla vicenda di Chino e va collegato al motto del fioraio che precede l’esplosione letale alla fine del romanzo, «Ddiu ti scanza di marabutta». Ma lo studioso, provando a indagare tutte le accezioni della parola marabutto, suggerisce che forse eremita è anche il giudice obiettivo dell’attentato mafioso e la sua condizione rinvia alla vera solitudine sperimentata da Paolo Borsellino la cui vita si è svolta tra l’aleph della farmacia di famiglia di quel quartiere poverissimo che è la Kalsa, di cui Consolo si ricorda in Le macerie di Palermo, e il tremendo isolamento finale da cui nessuno l’ha protetto.

Il saggio successivo si concentra sulla scrittura d’intervento e sui testi confluiti in La mia isola è Las Vegas e Cosa loro verificando analogie e specificità di questi rispetto a quelli confluiti nel Meridiano curato da Turchetta. In particolare Traina si sofferma sull’uso dell’ironia costruita attraverso l’elencazione nominale, la deformazione onomastica, la scelta del dialetto o di forme regionali anche sul modello gaddiano, i rifacimenti mimetici ancora gaddiani, o con la prospettiva dell’io narrante, straniante e eticamente indifendibile come nel racconto La mia isola è Las Vegas. Inoltre in tutta la scrittura d’intervento, che si tratti di interventi sulla mafia o di articoli di politica internazionale, è riscontrabile un grande scrupolo documentario. Infine Traina segnala nella produzione estrema di Consolo una tendenza ad analizzare fenomeni di portata mondiale, a partire dal tema delle migrazioni del Mediterraneo e, a tal proposito, si sofferma sull’interessante ma poco noto Civiltà sepolta [8], articolo che nel richiamo del titolo all’archeologico Civiltà sepolte di C. W. Ceram allude antifrasticamente al «seppellimento morale della nostra attuale civiltà, emblematizzato dal perdurante ricorso alla tortura». Nel testo lo scrittore si sofferma sulle tante violazioni dei diritti umani, a partire da quelle compiute da fascisti e comunisti per arrivare alle moderne torture statunitensi. Traina vi rileva un ricorso preciso a toponomastica e onomastica – per citarne alcuni, Abu Ghraib, Baghdad, Nassiriya, Maurizio Quattrocchi, Nicholas Berg – fondato sulla convinzione che il nome possa facilmente, fissato sulla pagina, diventare emblema per tutti, in un crescendo apocalittico che l’ecfrasi finale del monumento ispirato alla fotografia di Lunchtime può, compensando la voragine angosciante di Ground Zero moltiplicata nelle immagini televisive dell’11 settembre 2001, riscattare con un moto di speranza – la profezia di una ricostruzione nella particolare scelta iconica che si riallaccia alle modalità dei grandi romanzi – la logica della guerra.

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L’ultimo saggio, Consolo e il Mediterraneo arabo: «tra un mare di catarro e un mare di sperma», rielabora un precedente intervento su «Italianistica» (n1, gennaio-aprile 2020). Vi si collega, per l’attenzione rivolta al tema del mare e alle modalità con cui si manifesta la presenza araba, l’appendice sciasciana, del tutto inedita. Ma in Consolo la componente araba mediterranea non esiste da sola, bensì mescolata con l’identità greca, ebraica, spagnola, con individuazione dell’arricchimento che nasce proprio dalla fusione di civiltà e culture diverse. Traina passa in rassegna le differenti forme della presenza araba nell’opera dell’autore: quella geografico-artistica che valorizza l’eredità monumentale, soprattutto a Palermo e a Trapani, e la valenza civilizzatrice della dominazione araba in Sicilia non senza mettere in risalto in controcanto la distruttiva barbarie mafiosa contemporanea; quella storico-sociologica che, partendo dall’arrivo degli arabi in Sicilia, sulla scorta di Michele Amari, giunge ad analizzare la doppia migrazione tra l’isola e il Nord Africa e gli esiti tragici delle traversate dei nostri giorni; quella letteraria che dalla conoscenza di Ibn Giubayr e degli altri antichi scrittori arabi siciliani giunge all’interesse per autori contemporanei palestinesi o maghrebini; infine quella politica con le riflessioni sulle guerre del Mediterraneo, su eventi come l’11 settembre, e, ancora una volta, sulle migrazioni.

Il saggio mette in luce un aspetto, secondo me, fondamentale nella riflessione consoliana, ovvero la forza vivificatrice della mescolanza tra popoli. La stessa rappresentazione, entusiastica, della Sicilia come museo a cielo aperto, che accoglie rovine elime, greche, puniche testimonia nell’opera dell’autore il valore degli incontri, degli scambi tra popoli di culture diverse, ciò che è, da sempre, motivo del cammino della civiltà.

Le considerazioni di Traina per l’interesse di Consolo nei confronti di Tahar Ben Jelloun, che evidenziano tra l’altro una comune predilezione per la dimensione dell’oralità, permettono di cogliere un auspicio di meticciato anche sul piano letterario. La soluzione alla crisi linguistica e letteraria – in particolare del romanzo, minacciato dalla comunicazione del potere in virtù della sua valenza comunicativa – risiederebbe in un incontro straordinario tra lingua della memoria e lingua scelta per comunicare, proprio come nel caso dello scrittore marocchino che pur scegliendo il francese – la lingua degli ex colonizzatori – per scrivere non ha rinunciato alla sua identità maghrebina. Ma il meticciato dovrebbe essere l’esito anche sul piano biopolitico: l’Europa vecchia – «un mare di catarro» – ha bisogno della vitalità giovane che possono portare i migranti. In consonanza con l’aforisma zanzottiano [9], Consolo evidenzia la necessità e la positività della mescolanza, non tanto o non solo per spirito umanitario ma per evidenti ragioni politiche e economiche: si tratta, d’altra parte, di riconoscere il cammino della Storia, tanto più della Storia di un siciliano, segnata da così tanti popoli e commistioni.

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In un Mediterraneo dilaniato da guerre e morte la speranza risiede, a sorpresa, in San Benedetto, nel santo nero di origini popolari. Soffermandosi in chiusura sull’analisi del racconto Il miracolo, che, con tono sarcastico e grottesco, narra di come una ragazza semplice e chiusa nella fede in un vicolo del centro storico di Palermo si convince di essere stata messa incinta da San Benedetto e non da un migrante nero che ha bussato alla sua porta, e sugli articoli dedicati al santo – con la proposta di eleggerlo copatrono accanto alla bianca e aristocratica Santa Rosalia proprio in virtù della presenza significativa di immigrati – Traina mette evidenzia la forza del simbolo che Consolo ci lascia in eredità: a Palermo, nell’isola e in tutto il Mediterraneo dovrebbe essere finita l’epoca delle madri sofferenti che piangono i loro figli, dovrebbe esserci invece «un nuovo tipo di padri, non legati all’atavica cultura mafiosa ma capaci di tenere in braccio un bambino, come il santo nero nell’allucinata narrazione della ragazza del Miracolo».

Resta, alla fine della lettura di questi saggi, oltre ad una rinnovata vertigine di fronte alla ricchezza del palinsesto consoliano, l’apprezzamento per la pregevole opera di scavo operata da Traina il cui denso resoconto testimonia una cura attenta e consapevole dell’eredità dell’autore. Questa è percepita come propria nell’atto dell’indagine ma, nella scelta di uno specifico corpus di indagine e nel focus su questioni care a Consolo e assolutamente non risolte, come le migrazioni, la violenza, la violazione dei diritti umani, l’uso distorto della lingua, il rapporto tra uomo e natura, è proposta anche, ancora e urgentemente, a tutti.

Dialoghi Mediterranei, n. 68, luglio 2024
Note
[1]   D. O’Connell, Consolo narratore e scrittore palincestuoso, «Quaderns d’Italià», 13, 2008: 161-184 (:163).
[2]   M. Lollini, Intrecci mediterranei. La testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo, in «Italica», LXXXII, I, 2005: 24-43.
[3]  Ne ho diffusamente parlato in A. Bellanova, Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo, Mimesis, Milano 2021, in particolare: 230-245.
[4]  V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e la Milano, la memoria e la storia, a cura di Renato Nisticò, Donzelli, Roma, 1993: 47.
[5]  R. Galvagno, L’oggetto perduto del desiderio. Archeologie di Vincenzo Consolo, Milella, Lecce, 2022: 199.
[6]   I. Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano,2023: 16.
[7] V. Consolo, L’opera completa, a cura e con un saggio introduttivo di G. Turchetta e uno scritto di C. Segre, Mondadori, Milano, 2015: 712.
[8] V. Consolo, Civiltà sepolta, in L’Unità, 15 maggio 2004. L’articolo è reperibile per intero online https://vincenzoconsolo.it/?p=2928
[9]  A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Conversazione con M. Breda, Garzanti, Milano, 2009: 68-69.
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Ada Bellanova, insegna lettere in un liceo pugliese. Si interessa di permanenza della letteratura greca e latina nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Si dedica da alcuni anni allo studio dell’opera di Vincenzo Consolo: da qui è nata la monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021). Ha collaborato con La macchina sognante, Erodoto108.  Nel 2010 ha pubblicato il libro di racconti L’invasione degli omini in frac, con prefazione di Alessandro Fo e nel 2016 Papamusc, un breve romanzo edito da Effigi.

Lo spasimo di Palermo di Vincenzo Consolo

– Storia di un lungo viaggio dal procedimento memorialistico intrecciato con la coscienza civile di un personaggio-scrittore siciliano che acquista coscienza del fallimento generazionale e della pervasività del potere mafioso.

Federico Guastella

Lo spasimo di Palermo, romanzo dal tono elevato e dotto dalle ardite scelte stilistiche scritto da Vincenzo Consolo e pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1998, ha il primo capitoletto caratterizzato dal segno del corsivo e senza denominazione. In merito, Giuseppe Traina in Da paesi di mala sorte e storia (Mimesis, 2023), ha scritto che lo stile è: Misterioso, oracolare, zeppo di criptocitazioni e presenta una voce – più evocante ed esortante che narrante – che invita un interlocutore ad “andare”: questi acquista quasi subito i connotati di Ulisse, grazie a diverse allusioni alla materia ulissiaca. Un “proemio”, dunque, da potersi intendere come un “invito al viaggio” da fare insieme. Vi si legge un’affermazione che fa riflettere sul tempo identico nel suo scorrere: “la storia è sempre uguale”, cui segue un invito alla maniera di Eliot: Ora la calma ti aiuti a ritrovare il nome tuo d’un tempo, il punto di partenza. Inizia così l’oscuro tragitto che è ricerca d’identità: Ricerca nel solaio elenchi mappe, riparti dalle tracce sbiadire, angoscia è il deserto, la pista che la sabbia ha ricoperto. T’assista l’eremita l’esule il recluso, ti guidi la fiamma di lucerna, il suono della sera, t’assolva la tua pena, il tuo smarrimento. Ramificato l’intreccio che costringe il lettore alla ripresa delle pagine già lette e ad un procedere con tanti interrogativi. Il capitolo che segue, denominato I, introduce in un piccolo albergo di Parigi denominato “La dixième muse”, dove lo scrittore Gioacchino Martinez, Chino, mentre aspetta d’incontrare il figlio esule per terrorismo, rievoca la sua infanzia in Sicilia, da cui affiora un trauma: Fluttuava nel fondo dell’acqua catramosa il nome della remota visione, dell’oblunga sagoma implacabile. Si domandava da quale muffito sotterraneo, da quali strati dimentichi del tempo poteva esser sorto, nel tempo dell’infanzia, quell’arcaico incunabolo. Il brano è psicoanalitico; segna la riappropriazione dell’inconscio dal cui abisso si profila la visione d’un film con un personaggio chiamato Judex, il gran giustiziere e vendicatore. L’aveva visto quel film all’oratorio proprio quando un bombardamento incuteva terrore e seminava morte in paese. Da qui la decisione del padre di Chino di rifugiarsi in campagna, a Rassalemi, dove li raggiunge “La siracusana” con la figlia Lucia: la sua amante, dato che era rimasto vedovo. Suggestiona l’inventività a proposito della scoperta d’una tana effettuata col compagnetto Filippo: Filippo gli mostrò l’entrata ad arco, schermata dalle frasche, d’una cisterna o marabutto sepolto dal terriccio. Dentro era una stanza vasta, la lama d’una luce che per lo spacco nella cuba colpiva il suolo muffo, schiariva i muschi sopra i muri, e le strame, i nòzzoli di capre presso i canti. In una nicchia, sopra la malta liscia, era la figura d’un uomo accovacciato, un gran turbante, gli occhi a calamaro, che pizzicava le corde d’un liuto, d’una donna allato fra viticchi e uccelli che ballava. Chiarisce Traina: Il nome “marabutto”, dunque, indica qui una cisterna sotterranea, utilizzata forse per accumularvi acqua (lo farebbero pensare la presenza di muschi e il suolo muffito) oppure come rifugio per capre: usi recenti e degradati, rispetto alla destinazione primitiva a tomba o mausoleo, testimoniata dalle decorazioni murarie. Il dialogo fra i due ragazzini corrobora la consistenza di “altrove siciliano” in un’arcaica magia: – C’è qui la trovatura – disse Filippo – Ci vuole il motto giusto, e appaiono pignatte, cafisi di tarì. Sai uno strammotto, una rima per spegnare? E a Chino viene in mente una canzone appresa all’oratorio. Da allora il “marabutto” diventa il luogo privilegiato, “autoreclusivo” e nascosto, incognito e segreto, un piccolo eremo dove rifugiarsi in solitudine per sfuggire all’ira paterna e contemplare, incantato, le pitture murali che gli evocano le figure femminili a lui familiari. Lo condivide con Lucia e le mostra il boschetto curato dallo zio (conoscitore della botanica e amante dell’arboricoltura), conducendola fino alla grotta dei Beati Paoli dal cammino “oscuro e tortuoso” verso il regno ctonio; sull’arco d’ingresso l’incisione: PER ARTE E PER INGANNO Chiaramente alludeva all’artificio e all’inganno che sono di ostacolo a chi vuole agire per giustizia a favore del popolo siciliano. Dal “marabutto” a Nico giungono gemiti erotici da cui riconosce la presenza del padre intento a fare all’amore con la siracusana. Da qui il sorgere del rapporto ostile con lui fino a denunciarlo ai tedeschi. Intanto il marabutto diventa rifugio nel corso dei bombardamenti. E in quel rifugio, il piano architettato da Chino, favorito dalle circostanze, causa la morte del padre e della siracusana: un trauma per il ragazzo che rimuove l’accaduto al punto di non ricordarlo più. Di vicenda in vicenda, si susseguono le sue scoperte nel corso della devastante guerra. Poi il difficoltoso dopoguerra e Chino, ormai orfano, si ritrova con lo zio in città, a Palermo. Chino e Lucia: lui libero di muoversi e di andare in gita coi compagni; lei reclusa in un collegio di suore, privata di visite e di vacanze. Chino, preso da rammarico e da pena, ottiene, per intercessione dello zio, che Lucia trascorra un periodo nella loro casa. La passeggiata al mare si ramifica in vari episodi, in altri itinerari. Dinanzi alla grotta di Santa Rosalia, Lucia, pallida e tremante, fugge: Non so, non so, mi prende sempre il tremito, il terrore sulle porte del buio, dell’umidore… io… io ricordò tutto, Rassalèmi, il marabutto, rivedo sempre mia madre, quei corpi insanguinati sul carretto… Piange lei stretta forte a Gioacchino: Lui no, non aveva visto, era fuggito, una fuga era stata la sua vita. Vale ora la pena di accennare alla nascita di Mauro, figlio di Chino e di Lucia, lei tenerissima destinata alla follia. Anni dopo avviene lo scoppio d’una bomba: un attentato nell’ingresso della loro villa, ereditata dallo zio. L’investigatore, un commissario di polizia, così gli si rivolge: Professore, qui c’è una guerra, non la sente? Spari per le strade, kalashinikov nei cantieri. Mai tanta furia insieme. Si sterminano tra loro. La posta ora in gioco sono i terreni, gli appalti, le licenze… Ha mai sentito di un certo Scirotta Gaspare? […]. Uno stracciaiolo divenuto il più grosso costruttore, prestanome di politici potenti… Ha capito adesso? Chiaro l’avvertimento della mafia: impossessarsi a bassissimo costo del terreno su cui sorge la villa per affari loschi di speculazione edilizia. Mauro, che ormai studia filosofia, convince il padre a trasferirsi in una città lontana: Fuggire dal pantano, dal luogo infetto, salvare forse così la madre, lasciare quella terra priva ormai di speranza, nel dominio della mafia. All’arresto di Mauro, che all’università ha elaborato la sua filosofia e politica, segue la perquisizione della casa. Ecco la coincidenza. Nico stava scrivendo un racconto “La perquisizione” e aveva lasciato i fogli sopra il tavolo. Il borghese li nota e scorge rapido l’inizio, soffermandosi sulla scena in cui fa irruzione la polizia che butta a terra i libri e scruta dietro gli scaffali. Legge dunque ciò che stanno facendo i gendarmi: “Mi sembra di sognare”, disse. Lei sapeva, prevedeva. Avviene la scarcerazione prima del processo, poi la latitanza a Parigi per sfuggire alla repressione politica. Da qui l’accorato addio di Nico a Milano e il ritorno da vedovo in Sicilia col pensiero del figlio e “Lo confortava saperlo con Daniela, quella donna generosa, intelligente” (abile mediatrice fra padre e figlio). Egli, dunque: Tornava nell’isola, il porto da cui era partito, in cui si sarebbe conclusa la sua avventura, la sua vita. Si ritrova non più nella lussuosa villa d’allora, ma in un brutto appartamento condominiale. È l’uomo colto e scrittore civilmente impegnato Martinez (“Aborriva il romanzo, questo genere scaduto, corrotto, impraticabile. Se mai ne aveva scritti, erano i suoi in una diversa lingua, dissonante, in una furia verbale ch’era finita in urlo, s’era dissolta nel silenzio”); forse per l’esigenza di una mappatura culturale, oltre che topografica, del territorio, legge libri anche in lingua spagnola e si ritrova nella Biblioteca Comunale di Casa Professa; compie il giro per la città, pensando alla povera signora, sua dirimpettaia, che attende l’arrivo del figlio magistrato. Rari i contatti con le persone, l’unico con cui si intrattiene è il fioraio mastr’Erasmo. Siamo nel capitolo X, dal tenero inizio, dove si parla dell’incontro di Martinez con Borsellino (Judex, il giustiziere antimafia), che accenna ad uno dei suoi libri, riportando la frase dello scritto ne “Le pietre di Pantalica”: Palermo è fetida, infetta. In questo luglio fervido esala odore dolciastro di sangue e gelsomino… Il pessimismo è totale: – Sono passati da allora un po’ di anni… – disse Gioacchino. – Ma nulla è cambiato, creda. Vedrà, il prossimo luglio sarà uguale… o forse peggio. Dalla profonda crisi di Nico la decisione di scrivere al figlio, spinto dal bisogno di confessare e di chiarire (un consuntivo potrebbe dirsi personale e intellettuale): … Non sono mai riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo di odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario. Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello screziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre. È questo il brano d’una lunga lettera dove confessa al figlio il fallimento della sua generazione, il bisogno della rivolta nell’ambito della scrittura, il profondo sentimento per Lucia, nonché il senso della sconfitta a seguito degli attentati contro i giudici Falcone e Borsellino. Si conclude il romanzo con il gran boato a seguito del gesto del giudice che preme il campanello del condominio in cui abita la madre. È il 19 luglio 1992. Evidente il fallimento d’ogni speranza nell’Italia degli anni Ottanta-Novanta, sotto il segno della sconfitta, di fronte alla pervasività del sistema mafioso, si conclude la storia d’un lungo, terrificante viaggio.

Pubblicato il 30-05-2024

«Da paesi di mala sorte e mala storia». Esilio, erranza e potere nel Mediterraneo di Vincenzo Consolo (e di Sciascia) di Giuseppe Traina (Mimesis, 2023).

Dalla Premessa al volume:

Questo libro scommette sull’ipotesi che […] le opere di Consolo comprese tra gli anni Novanta e la morte (2012) siano dotate di una peculiare capacità di parlare al lettore di oggi con intatta veridicità e particolare efficacia per il presente.

Ciò non vuol dire che le sue prime opere abbiano perduto valore: tutt’altro! La ferita dell’aprile (1963),romanzo d’esordio, rimane, a mio (e non solo mio) avviso,un’opera ancora da riscoprire e da sottrarre al coté tardo-neorealista nel quale è stata impropriamente arruolata; Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) è un capolavoro indiscusso che seppe rimettere in discussione e positivamente decostruire la tradizione del romanzo storico italiano; Lunaria (1985) è un’opera che, al di là delle apparenze rococò, rivela una notevole forza espressiva, da rileggere nell’àmbito di un’altra peculiare mitografia, per l’appunto di argomento lunare, alla quale ha apportato un contributo non sottovalutabile; Retablo (1987) è un altro capolavoro (forse non troppo amato dal suo autore e forse per questo un po’ trascurato da taluni studiosi) che andrebbe letto, oltre che per il suo specifico valore di testo perfettamente in bilico tra espressività linguistica e iconografica, inserendolo ai piani alti della breve stagione postmoderna della letteratura italiana (ipotesi storiografica per alcuni studiosi risibile ma per me molto seria, eppure da verificare con rigorosi supplementi d’indagine); Le pietre di Pantalica (1988) è una tappa importantissima, che rivela ormai la sua natura ancipite di raccolta di racconti ma anche di rielaborazione di un romanzo mancato, e che, forse proprio per questo, traghetta l’autore verso una stagione nuova che si apre, se la mia ipotesi è corretta, con gli anni Novanta.

Rimandando alle pagine successive per la parte analitica del mio ragionamento, si può qui alla svelta ricordare che, dagli anni Novanta in poi, testi come L’olivo e l’olivastro,del 1994(ma con anticipazioni significative presenti in Retablo e Le pietre di Pantalica), Nottetempo, casa per casa (1992), Lo Spasimo di Palermo (1998) e la costellazione di raccontini, articoli, brevi saggi e testi memoriali che sono stati, in parte, raccolti in Di qua dal faro (1999), La mia isola è Las Vegas (2012) e Cosa loro (2018), hanno consentito a Consolo di porsi in posizione di tempestiva e “militante” presenza, quando non di acutissima anticipazione, rispetto a fenomeni sociali di indiscutibile centralità, non soltanto nella vita pubblica italiana ma anche in quella internazionale (Consolo ha dimostrato un’attenzione agli scenari politici e culturali internazionali che, dopo la morte di Sciascia e Calvino, trova soltanto in Claudio Magris un possibile termine di paragone nella letteratura italiana di fine secolo): l’opzione netta per uno “sviluppo senza progresso” e le conseguenze visibili soprattutto in campo economico e ambientale, non disgiunte, talvolta, dal ritorno, o rigurgito, di facili soluzioni politiche affidate all’“uomo forte” di turno; l’oblio sistematico della memoria storica e della sensibilità linguistica che l’appiattimento sul presente della comunicazione telematica e la diffusione di basici e asettici linguaggi transnazionali hanno irrimediabilmente innescato; il picco di violenza raggiunto dal potere di Cosa Nostra e poi la sua non meno pericolosa sommersione, che implica il non mollare mai la presa rispetto ai gangli del potere politico ed economico; l’aumento esponenziale delle migrazioni in àmbito mediterraneo e la tragica diversità delle risposte che i governi hanno dato al dilagare del fenomeno.

Se la trattazione di tali temi fosse stata affrontata da Consolo con piglio meramente testimoniale, staremmo parlando di risultati non troppo diversi da quelli raggiunti da scrittori-giornalisti importanti come Alessandro Leogrande e Roberto Saviano; ma importa non dimenticare che mai, o quasi mai, il Consolo di questo ventennio estremo ha dismesso la sua inconfondibile vocazione a una scrittura che non soltanto si distaccasse sistematicamente dalla lingua d’uso ma che, per la sua natura “palinsestica”, si collocasse anche in una posizione critica e autocritica di continua rimessa in discussione dei fondamenti (stili, generi letterari, collocazione dell’intellettuale) che la tradizione letteraria italiana ha codificato.

In questo atteggiamento sta la fedeltà di Consolo a sé stesso, alle sue opere degli anni Sessanta-Ottanta e alla sua caparbia collocazione intellettuale “di opposizione”; ma è anche vero che, rispetto a quelle prime opere, in alcuni testi del suo ventennio estremo Consolo è riuscito, con difficoltà e con sofferenza, a dischiudere, sempre in letteratissima forma, talune significative feritoie su uno strato “rimosso” della sua storia personale e familiare. Se ne hanno cospicue testimonianze, che vanno interpretate con misura e sensibilità, soprattutto nei due romanzi Nottetempo, casa per casa e Lo Spasimo di Palermo. […]

Ho cercato di mettere in relazione tali componenti riconducibili al “rimosso” con […] una problematica rielaborazione del mito ulissiaco: anche nella riscoperta del poema omerico Consolo si è collocato in significativa sintonia con altri importanti esponenti della letteratura mondiale a cavallo dei due secoli.

Vincenzo Consolo, “Di qua dal faro”

Alfio Pelleriti
10 gennaio 2024

In “Di qua dal faro” Vincenzo Consolo veste i panni del critico letterario conservando tuttavia la prosa ammaliante e piena di vibrazioni emotive, regalando ai lettori un saggio ineludibile per cogliere sentimenti, contraddizioni, tragicità e poesia nell’universo siciliano nel quale l’autore conduce il lettore in una esplorazione culturale, storica, antropologica. Della Sicilia presenta gli elementi costitutivi della sua storia e delle sue tradizioni, oltre che le più importanti produzioni letterarie, non tralasciando informazioni che attengono i settori produttivi: la pesca del tonno, le miniere di zolfo, gli eventi tragici relativi ai terremoti del 1693 in Val di Noto e a quello di Messina del 1908; il mondo dei vinti nella produzione verghiana; lo smarrimento dell’identità personale nelle opere di Pirandello; l’analisi socio-politica della Sicilia pessimistica e scettica nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa o nei romanzi di Leonardo Sciascia, fino alle “Parole come pietre” di Carlo Levi.

In “Di qua dal faro”, come in tutte le opere di Consolo, da Retablo al Sorriso dell’ignoto marinaio, alle “Pietre di Pantalica”, anche il paesaggio sembra indissolubilmente legato all’analisi delle caratteristiche comportamentali dei siciliani: “nei loro fianchi, negli anfratti, cresce lo spino, l’agave, l’ampelodesmo, il cardo, la giummara, la ginestra spinosa, il pomo di Sodoma… e sopra vi volteggiano i neri corvi… sembrano luoghi, questi, di maledizione biblica, luoghi come la disumana, barbara, d’atroce esilio per Ifigenia, terra dei tauri.”[1]

Un elemento che accomuna buona parte della letteratura siciliana, dice il Nostro, è il Nòstos, il ritorno in patria dopo esperienze in altri mondi, in altre culture, per riscoprire un legame forte e profondo con la cultura della propria terra, che si rivela unica, prodotto di molteplici influssi linguistici, storici e culturali. Alcuni intellettuali hanno negato tale peculiarità, in nome di un’apertura alla modernità e al progresso, chiudendo con lo stereotipo di una Sicilia contadina, chiusa alle novità e rassegnata ad una subalternità culturale, orgogliosa e velleitaria nel volersi isolare in nome di una unicità ormai inesistente. Fu questa la posizione di Elio Vittorini, dice Consolo, antesignano del neorealismo e dello sperimentalismo in letteratura, aperto alla cultura anglosassone e alla letteratura americana in particolare, convinto assertore della posizione gramsciana dell’intellettuale organico per approdare ad una egemonia culturale che potesse aprire le porte alla nuova società democratica, moderna e liberale. Era questa una posizione molto critica col dialetto, pur vivendo in un periodo di sperimentalismo linguistico come quello di Gadda, di Pasolini, di Stefano D’Arrigo, di Ignazio Buttitta. D’Arrigo, in particolare, viene presentato da Consolo come un autore appassionato e originale con il suo splendido “Horcynus orca”, pubblicato poi in una nuova edizione con il titolo di “I fatti della fera”, un romanzo straordinario che si colloca nella scia dei Malavoglia di Verga, che adopera una lingua aperta a vari innesti culturali ma al cui fondo c’è comunque il dialetto. Nel romanzo di D’Arrigo emerge una visione rassegnata e pessimistica sulla possibilità di riscatto della Sicilia in un’opera monumentale e affascinante, dalla scrittura affabulatoria e poetica che si può accostare, senza false modestie, all’Ulisse di Joyce, quanto a ricerca di nuovi canoni espressivi.

Vincenzo Consolo

Consolo, in questo suo viaggio nella produzione letteraria siciliana, non poteva tralasciare la presentazione di Pirandello, lo scrittore che cerca di uscire dalla “prigione” isolana e dai confini linguistici segnati dal dialetto con i riferimenti ad una tradizione piegata spesso ad anti valori, rassegnata al prevalere del male, all’inutilità dell’impegno politico. Pirandello è voluto uscire da tali confini, da lui percepiti come solide sbarre d’un carcere, per approdare ad una riflessione sull’uomo inserito in un mondo dai più vasti orizzonti e con uno sguardo volto al futuro, alla ricerca di soluzioni nuove. I risultati, tuttavia, saranno quelli tipici di un approdo allo smarrimento e all’angoscia esistenziale, alla necessità dell’isolamento rispetto a un contesto sociale che annulla e reifica.

Altre pagine interessanti sono quelle dedicate a Zola e al tema del rapporto tra intellettuale e scrittore. Afferma Consolo che lo scrittore francese col suo J’accuse contro i giudici che avevano condannato il capitano Dreyfus, ha vestito i panni di un intellettuale prestato alla politica e tuttavia egli avverte che quello non è il suo ruolo, poiché più che dalla politica e dall’impegno sociale egli è attirato da “altro”, cioè da quella dimensione del reale in cui lo scrittore indaga sull’uomo cercando le risposte al senso della vita.

E a proposito dell’impegno sociale degli scrittori italiani emerge in Consolo una certa amarezza dopo aver constatato che spesso preferiscono non accostarsi a problematiche sociali e politiche che porterebbero a scontrarsi con chi s’è assunto la responsabilità di amministrare quegli ambiti. Dice Consolo: “Gli scrittori italiani, i letterati, considerati dal potere superflui o esornativi, hanno da sempre stabilito col potere stesso un patto di silenziosa servitù e di convenienza per ricevere protezione ed emolumenti. Solo pochi scrittori, isolati, ‘non protetti’, hanno sentito il dovere morale di parlare, di battersi per la verità e la giustizia. Pasolini, tra gli ultimi, è stato uno di questi: da poeta s’era fatto intellettuale, polemista, lanciando dalle prime pagine dei giornali i suoi j’accuse, processando il palazzo per farsi processare… e Leonardo Sciascia. Scrittori isolati.[2]

Il saggio di Vincenzo Consolo è essenziale per la comprensione del contesto culturale nel quale si inscrive la produzione letteraria italiana e siciliana in particolare. Non manca niente e nessuno in questa sua analisi e, a ragione, essa può definirsi completa, esaustiva, con uno stile elegante e leggero, qui e là venato dal rosso della passione, perché della sua terra egli parla e dei suoi amici scrittori, di quelli con cui s’è accompagnato, come Sciascia, e di quelli che ha apprezzato leggendone le opere, sulle quali s’è formata la sua sensibilità e la sua peculiarità creativa. Costoro si ritrovano in questo suo lavoro, insieme ad autori che, sbrigativamente, sono considerati “minori”, come lo storico Michele Amari, di cui parla nel capitolo “La Sicilia e la cultura araba”[3], davvero illuminante per cogliere il profondo apporto dato da quella cultura alla lingua, all’architettura, alla letteratura, all’economia, all’agricoltura con l’inserimento di colture che diventeranno fondamentali in tale settore economico: l’ulivo, la vite, il limone, l’arancio, il cotone. E ancora, grazie a quello scambio culturale e commerciale, la pesca divenne un importante settore economico, soprattutto con la lavorazione del tonno. Ma la presenza araba in Sicilia fece registrare anche un miglioramento della macchina amministrativa: fu in quel periodo che si introdusse la divisione dell’isola in tre valli: Val di Mazara, Val Demone, Val di Noto e si affermò un nuovo spirito di tolleranza e di pacifica convivenza tra popoli di cultura, razza e religione diverse.

Del resto, tutti gli interventi di Consolo in questo suo prezioso viaggio nella storia e nella cultura siciliana, sono chiarificatori e illuminanti per capire le radici di quella che viene definita “sicilianità”, ma qualcuno dei suoi capitoli risulta davvero interessante oltre che elegante come, ad esempio, quello sul rapporto tra spazio fisico e produzione letteraria. Esso presenta un percorso che ha inizio con i poemi omerici, in particolare con l’Odissea seguendo il Nòstos di Ulisse, ma anche il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre e della sua iniziazione e maturazione, e continua con l’Eneide di Virgilio, “seconda grande Odissea”, e ancora l’Odissea di Dante, La Divina Commedia, con i luoghi adibiti alla condanna dei peccatori, all’espiazione delle colpe nel Purgatorio e ai premi nel Paradiso celeste. E presenta ancora lo spazio vasto (Europa, Africa, Asia) in cui si svolgono le vicende dell’Orlando furioso di Ariosto, e poi segue La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, il cui spazio tocca Gerusalemme, l’Egitto e Costantinopoli, e ancora il Don Chisciotte di Cervantes, la letteratura anglosassone con Robinson Crusoe, Moby Dick, L’isola del tesoro.

Infine, afferma Consolo, per ciò che riguarda la letteratura italiana moderna, gli spazi riguardano soprattutto la provincia e qualche città, ma si tratta sempre di spazi ristretti, dai Promessi sposi di Manzoni, ai Malavoglia di Verga, per giungere a Pirandello, che restringe ulteriormente gli spazi dove si muovono i suoi personaggi. Con lui si passa alla “stanza” come luogo in cui si svolgono le sue storie e spesso diventano “stanze di tortura”, lì “dove si compie ogni violenza, lacerazione, crisi, frantumazione della realtà, perdita di identità. Il movimento in quella storia è solo verbale.[4] L’analisi del tema del rapporto tra spazio e letteratura si chiude con “Conversazione in Sicilia” di Elio Vittorini, dove il protagonista, Silvestro, ritorna dopo tanti anni in Sicilia, nei luoghi della sua infanzia e lì ritrova la sua casa, la madre, che da Torino avevano assunto l’aura del mito ma che si rivelavano adesso senza più quei riferimenti ideali che aveva custodito nella lontananza. Col ritorno si dipana ogni velo e la realtà appare povera, esangue, banale perfino. Riferendosi ad una successiva pubblicazione di Vittorini, “L’olivo e l’olivastro”, Consolo chiude il capitolo con un’amara considerazione che riguarda anche la sua condizione di esule: “Noi oggi, esuli, erranti, non aneliamo che a ritornare ad Itaca, a ritrovare l’olivo. Lo scacco consiste nel fatto che sull’olivo ha prevalso l’olivastro, l’olivo selvatico.[5]


[1] Ibidem, pag. 12

[2] Ibidem. Pag. 197

[3] Dall’827 al 1072 si colloca la dominazione araba in Sicilia. Ad essa succederà quella normanna.

[4] Ibidem, pag. 269

[5] Ibidem, pag. 270
foto postate di Giuseppe Leone e Claudio Masetta Milone

Addio Addio


Che dolore grande vederlo sdraiato su quel divano del soggiorno di casa, con un plaid addosso, il volto sempre più segnato, la voce sempre più flebile. Agitava il braccio smagrito e la mano, addio, addio. Chissà se quel gesto era l’ultimo saluto, il segno amorevole della vita che si stava allontanando. Il vecchio sofferente era il ragazzetto che nel suo primo libro – autobiografico – La ferita dell’aprile, sprizzava allegria beffarda, un grillo saltellante dalla marina alla montagna siciliana, tra le piazze, i vicoletti, i bagli, l’oratorio, in mezzo ai carusi, ai bastasi, ai preti, alle vocianti donne di paese, alla baronessa secca e bianca, narrazione di un vivere che non può finire mai? Vincenzo Consolo è morto in corso Plebisciti a Milano, dove abitava, dopo un travaglio di mesi. «Mi sto riprendendo», diceva immancabilmente, e non si capiva se in quelle parole c’era soltanto la sua antica ironia o anche un pizzico di speranza. Perché Vincenzo ha intensamente amato la vita, anche nei momenti più difficili di dramma e di sofferenza. E Caterina, sua moglie, come quelle solide figure della mitologia greca che gli piaceva tanto, gli ha sempre dato la forza e il coraggio di cui aveva bisogno. È nato il 18 febbraio 1933 a Sant’Agata di Militello, nella piazza del paese, non lontano dal mare. Un paese del messinese, sulla costa del Val Démone, tra San Fratello e Capo d’Orlando. Da bambino, ricorda, era piccolo e magro, «con un toracino d’uccello. Zigaga era il soprannome che mi avevano appioppato i fratelli: zirlo, pìspola». La sua è una famiglia di commercianti, la ditta vendeva olio, zucchero, lenticchie, fave, cerea-li. Suo padre, su un camion Fiat 6211, consegnava la merce ai grossisti. Qualche volta il piccolo Vincenzo lo accompagnava. Studi in paese, il liceo Valla a Barcellona Pozzo di Gotto: dopo la maturità la scelta che decide la vita. Consolo non ha esitazioni, è Milano ad attirarlo. La cultura industriale, in quegli anni cinquanta, gli sembra tutto ciò che c’è di nuovo. Elio Vittorini è il primo dei suoi miti, lo conoscerà, anche se non riusciranno a parlare tra loro, paralizzati dalle timidezze reciproche. Vittorini e Sereni stanno riscoprendo il rapporto tra letteratura e industria, Ottieri e Volponi lavorano in fabbrica, i nomi delle grandi aziende, la Pirelli, l’Alfa Romeo, la Breda, affascinano, la città è ricca di energie intellettuali, vi abitano Quasimodo, Montale, gli scrittori, gli scienziati, gli editori. Consolo studia Legge all’Università Cattolica, non per ragioni religiose o ideologiche, semplicemente perché l’aveva preceduto un compaesano. Entra nel convitto universitario di via Necchi, vicino a Sant’Ambrogio, capisce in fretta. Ricorda padre Gemelli, il frate fondatore e rettore della Cattolica, già vicino ai fascisti e avversario accanito del Modernismo e di tutto ciò che è nuovo: aveva la testa grossa e gli occhi fulminanti. Immobilizzato, veniva spinto su una sedia a rotelle nei chiostri dell’università e incuteva al suo passaggio timore e tremore soprattutto nelle studentesse che non indossavano l’obbligatorio grembiule nero. Ricorda anche il cardinale Schuster, «etereo e magico come una figura onirica, benedicente ricamato di venuzze». nelle pieghe della sua porpora, nel suo viso gotico e diafano Ricorda soprattutto i poliziotti del suo paese, nella vicina caserma della Celere e gli zolfatari siciliani che al Centro Orientamento Immigrati, lì vicino, venivano equipaggiati di casco, lanterna e mantellina e fatti partire per le miniere del Belgio dove molti di loro, a Marcinelle e altrove, troveranno la morte. I diversi destini degli uomini. Vincenzo ha deciso di diventare scrittore. Ma Milano è straniera, non ne possiede la lingua, per lui essenziale, quel mondo industriale se l’era soltanto immaginato. Come raccontarlo? Torna in Sicilia, pensa di diventare uno scrittore di realtà viste e vissute, di tipo sociologico. Ma non fa i conti con la sua natura fantastica da archeologo delle parole. Si laurea all’Università di Messina, fa il professore, precario d’epoca, a Mistretta, a Caronia, insegna educazione civica e cultura generale nelle scuole agrarie. Nel 1963 pubblica La ferita dell’aprile, in una bella collana, «Il Tornasole», diretta da Niccolò Gallo e da Vittorio Sereni. Con i «Gettoni» di Vittorini è l’iniziativa editoriale più coraggiosa, aperta al futuro, che dà ai giovani talenti l’opportunità di esprimersi. Conosce Lucio Piccolo, il barone di Calanovella, che abita in una villa a Capo d’Orlando. Vincenzo è affascinato dal mondo visionario del coltissimo poeta scoperto da Montale, cugino dell’autore del Gattopardo, che viveva come un uomo del Settecento. Nel salone della villa – con il cimitero dei cani accanto – nel buio più assoluto recitava urlando le sue poesie Soteriche, tra vasi Ming, statuette orientali, cassettoni Luigi XVI, ritratti di viceré e di capitani dell’Inquisizione. Ma è Leonardo Sciascia il vero maestro. È lui a far da contrappeso al fantasioso mondo di Lucio Piccolo. Consolo ritrova con la sua razionalità e i suoi saperi storici, critici, politici, quella strada civile annusata nella prima avventura milanese. La Sicilia contadina cosi amata si e nel frattempo disgregata, la mafia ha riconquistato un potere assoluto, il candore dell’isola è stato macchiato dalla corruzione, dall’ossessione del denaro, più sporco che pulito, dagli assassinii. Il lavoro manca e dove c’è è un lavoro complice, sotto l’ombrello dei protettori della politica degenerata. Consolo decide di partire di nuovo. E il Sessantotto. Milano è incandescente, ricca di fervori. Vincenzo vince un concorso alla Rai, ma viene subito emarginato per le sue idee progressiste. I dirigenti di corso Sempione non si rendono conto, per motivi politici e di convenienza, di ciò che avrebbe potuto fare quel giovane arrivato dal Sud. Dal 1963 al 1976 Consolo non pubblica nulla, sta rimuginando, pensando, studiando. È convinto che la letteratura deve essere nemica del potere. Vuole legare la Sicilia alle idee di progresso sociale e civile della Milano di allora. Ma il linguaggio, come trovare il linguaggio adatto che sente gorgogliare nella testa? Legge Gadda, ma il suo amore per la metafora non lo accomuna allo scrittore dell’Adalgisa. È Manzoni, piuttosto, che gli dà paternità e sostegno: «Nel Manzoni dei Promessi Sposi e della Colonna infame, quello della necessità della metafora. …] L’Italia del Manzoni sembra davvero eterna, inestinguibile» (Fuga dall’Etna, La Sicilia e Milano, la memoria e la storia, Donzelli). Come spunta l’idea di un libro nella mente di uno scritto-re? Il Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, del museo di Cefalù, fa da scintilla. È il fallimento del Risorgimento, la speranza tradita dei contadini di avere le terre dei feudatari, a povertà dei cavatori di pomice ammalati di silicosi – storia e società – ad accumularsi informi nella testa di Vincenzo. Nel 1976, pubblicato da Einaudi, esce Il sorriso dell’ignoto marinaio, capolavoro di folgorante bellezza, che fa arrabbiare Roberto Longhi. I pittori non dipingevano i subalterni – un marinaio, poi – ma i doviziosi signori: si facevano infatti ben pagare. Ma l’arte, replica Consolo, e libera e il libro deve essere letto come un frutto dell’invenzione, senza vincoli. Nasce allora, si può dire, Vincenzo Consolo, il Vicè dei compagni di giochi, uno dei più grandi scrittori del Novecento, l’unico italiano al quale la Sorbona, nel 2002, abbia dedicato un convegno, tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, conosciuto forse più in Europa che in Italia. Vince nel 1992 il Premio Strega con Nottetempo, casa per casa e, nel 1994, il Premio Internazionale Unione Latina, con L’olivo e l’olivastro. Per capire la meccanica del suo linguaggio basta leggere nelle Pietre di Pantalica la pagina su una piccola pastora, Amalia: «Ma Amalia poi conosceva altri linguaggi: quello sonoro, contratto, allitterato con cui parlava alle bestie; conosceva il sampieroto, col quale comunicava con la famiglia; conosceva il sanfratellano e il siciliano coi quali comunicava cogli estranei. In quella sua lingua d’invenzione, che s’era forgiata nelle lunghe ore del pascolo, nella solitudine del bosco, chiamava per esempio sossi i maiali, beli le capre, scipe le serpi, aleppi i cavalli, fràuni gli alberi, golli le ghiande, cici gli uccelli, feibe le volpi, zimpi le lepri e i conigli, lammi le mucche». È Amalia la maestra del suo linguaggio, non inventato, risuscitato piuttosto dalle latomie della memoria. La Sicilia nel sangue. Vincenzo non è mai in pace; inquieto, sempre. Non ha di certo bisogno di quella nota di diario che Goethe scrisse nel suo Viaggio in Italia, il 13 aprile 1787: «’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: è qui la chiave di tutto». Appena poteva partiva, eterno migrante del ritorno. Non ha mai tradito la sua isola. Andava nel paese natale e nei paesi più minuti per vedere un’altra volta quel che aveva nel cuore. Non lo ritrovava. Ferito tornava al Nord, a Parigi, a Madrid. E poco dopo riprendeva la strada dell’eterno viaggio, riandava in Sicilia. È morto nella Milano della sua giovinezza. Nella grande stanza foderata dai libri degli scrittori amati di laggiù. Alle pareti un dipinto con una smisurata macchia arancione, il disegno di due ragazzi di Casarsa, di Pasolini, l’Ignoto marinaio di Guttuso, incisioni secentesche, ritratti, carte geografiche dell’isola stampate all’insù e all’ingiù. Tutto sa di Sicilia.

Corrado Stajano
Destini
Vite di un mondo perduto

Il Saggiatore – Milano 2023
Foto di Giovanna Borgese

Vincenzo Consolo si racconta: un contributo autobiografico inedito

Il 18 febbraio 1933 ricorre la nascita di questo autore centrale nella storia della letteratura italiana del Novecento. Attraverso le sue stesse parole ne ripercorriamo la biografia e il senso della sua opera.
Un articolo di Giulia Mozzato

Vincenzo Consolo è stato un autore centrale nella storia letteraria italiana del Novecento. In modo particolare per lo studio sistematico della lingua e della sua evoluzione, per il recupero della forma narrativa poetica, per la raffinatezza della scrittura, per le tematiche sociali che sono state al centro del suo lavoro.
Un uomo fisicamente non alto, non imponente, ma che entrando in una stanza portava con sé una presenza carismatica molto forte, pur con un atteggiamento di estrema disponibilità.

Nel 2004 fu protagonista di una lezione nell’ambito del corso di scrittura creativa che organizzammo. Abbiamo sempre conservato la registrazione di quella lezione, sapendo che si trattava di un contenuto importante, unico.

In quelle parole ritroviamo oggi la sua biografia e il senso della sua opera.

Un contributo prezioso che in occasione dei 90 anni dalla nascita (era nato a Sant’Agata di Militello il 18 febbraio 1933 ed è purtroppo scomparso nel 2012) vogliamo condividere con i nostri lettori.

Non ho mai creduto all’innocenza, innocenza di chi intraprende una strada d’espressione, sia essa letteraria, musicale o pittorica… certo ci sono stati i naïf, i cosiddetti nativi, ma sono casi rarissimi di felicità innocente. Quando si intraprende un cammino espressivo bisogna essere consapevoli di quanto sia importante ciò che ci ha preceduto nel momento in cui abbiamo deciso di muovere i primi passi e di quello che si sta volgendo intorno a noi nel momento in cui ci accingiamo a scrivere. Questo è successo a me.

Sono nato in Sicilia, ma volevo vivere a Milano

Sono nato in Sicilia e ho fatto i miei studi a Milano, la Milano degli Anni ’50, una Milano con le ferite della guerra ma pure con un’anima popolare, direi “portiana”, che ancora si conservava in quegli anni.
In piazza Sant’Ambrogio ho frequentato l’Università Cattolica, non per convinzione religiosa, ma perché sono capitato lì per caso; in questa piazza vedevo arrivare la sera un tram, senza numero, pieno di migranti provenienti dal meridione. Lì c’era un grosso casermone, un ex-convento del Settecento, in parte destinato alla caserma della celere, e in parte a un “Centro orientamento immigrati”. Questi tram provenienti dalla stazione Centrale scaricavano gli emigranti che venivano sottoposti a visite mediche ed erano poi avviati in Belgio, nelle miniere di carbone, o in Svizzera o in Francia. Io, da studentello privilegiato, osservavo e non capivo cosa stesse succedendo; mi ricordo però queste persone già equipaggiate con la mantellina cerata, il casco e la lanterna.
Spesso erano miei conterranei che avevano lasciato le miniere dello zolfo perché la crisi ne aveva causato la chiusura, e quindi passavano a quelle di carbone; poi sapete che a Marcinelle ci fu quella grande tragedia con numerosi italiani morti… Osservavo questa realtà, mentre in quegli anni avevo maturato l’idea di fare lo scrittore pur frequentando la facoltà di giurisprudenza.
Milano per me era la città dove era stato Verga, dove c’erano Vittorini e Quasimodo, quindi per me era la città giusta dove approdare. Ho insistito coi miei per spostarmi a Milano, specie perché avevo il desiderio di incontrare Vittorini: Conversazione in Sicilia per me era una sorta di vangelo che mi accompagnava da tempo. Ma insieme a Conversazione in Sicilia, dal punto di vista essenzialmente letterario e narrativo, c’era stato tutto un bagaglio di letture che mi aveva formato in quegli anni, ed era tutta la letteratura meridionalista, come Gramsci o Salvemini sino a Carlo Doglio, a Carlo Levi con Cristo si è fermato a Eboli o con Le parole sono pietre, e Sciascia.

Tutte letture non propriamente letterarie ma di ordine storico-sociologico sulla questione meridionale.
Finita l’Università ho pensato di voler fare lo scrittore di tipo “testimoniale”, storico-sociologico sulla linea non di Vittorini ma di Carlo Levi, di Dolci, e del primo Sciascia.
Tornato in Sicilia dopo la laurea, mi sono rifiutato di fare il notaio o l’avvocato o il magistrato e ho insistito coi miei genitori per fare l’insegnante. Ho insegnato diritto, educazione civica e cultura generale in scuole agrarie, perché era questo il mondo che volevo conoscere: i paesi sperduti di montagna. La mia curiosità e la mia felice voracità di lettore – non c’era la televisione a quell’epoca e quindi il mondo lo si poteva conoscere solo attraverso i libri – mi portava verso letture di riviste, dibattiti culturali. Seguivo tutti i dibattiti culturali dell’epoca, come l’esperienza vittoriniana della collana dei “Gettoni”, una collana di ricerca dove sono usciti i maggiori scrittori dell’epoca come Bassani o lo stesso Sciascia; e poi la rivista letteraria che dirigevano allora Vittorini e Calvino, “Il Menabò”.

Non c’era l’affollamento che c’è oggi di un’enorme quantità di libri pubblicati, all’epoca i libri si potevano ancora memorizzare, si capiva come collocarli, l’importanza che potevano avere. Comunque, quando mi accinsi a scrivere il mio primo libro, l’intenzione era di restituire la realtà contadina in forma sociologica, mettendomi sul coté “leviano” di Sciascia, invece poi sia l’istinto sia la consapevolezza, mi portarono in una direzione letteraria e narrativa, narrativa però nel senso più ampio della parola.
Ho subito preso la decisione di praticare dei temi storico-sociali, che non erano dei temi assoluti, ma erano dei temi relativi. Questo mi permetteva di svolgere attraverso la scrittura quella che era la mia visione del mondo, quella che era la mia visione storico-sociale, non esistenziale, che era poi il bagaglio di cui mi ero nutrito.

Scrittura e tematiche

Il problema principale era scrivere sì del mondo che conoscevo, del mondo che avevo praticato, di cui avevo memoria, ma con quale stile, con quale linguaggio, con quale tipo di scrittura?
In quegli anni si esauriva una stagione letteraria che è andata sotto il nome di “neorealismo”, tutta la letteratura del secondo dopoguerra di tipo memorialistico, una scrittura nobilissima, certamente, ma una scrittura assolutamente referenziale, comunicativa.
Ho riflettuto: gli scrittori che mi avevano preceduto di una generazione, ma neanche, con lo scarto di dieci anni (e parlo di scrittori autentici, grandi, come per esempio Moravia, o Elsa Morante, o Calvino, o lo stesso SciasciaBassani e tanti altri) avevano vissuto il periodo del fascismo e della guerra, e avevano continuato a scrivere anche nel secondo dopoguerra in uno stile assolutamente comunicativo, in uno stile razionalista o illuminista che dir si voglia.
Non potevo scegliere quel registro stilistico, non potevo praticare quella lingua. Mi sono convinto che questi scrittori, avendo vissuto il periodo della guerra e del dopoguerra, avevano nutrito la speranza che con l’avvento della democrazia potesse nascere in questo paese una società più giusta, democratica, armonica con la quale poter comunicare.
Avevano un po’ lo schema della Francia dell’Illuminismo, la Francia del Razionalismo, dove una società si era già compiuta, già formata all’epoca di Luigi XIV, ma poi, con le istanze della rivoluzione, era avvenuta quella novità di riconoscimento di equità e giustizia nelle società civili. Ho chiamato il registro che avevano scelto quegli scrittori, il “registro della speranza”.
Pur avendo vissuto l’esperienza della guerra, ai tempi ero un bambino, mi sono formato nel secondo dopoguerra e ho visto che la speranza che questi scrittori avevano nutrito non c’era più. C’erano state le prime elezioni in Sicilia del ’47, con la vittoria del blocco del popolo, la sinistra aveva avuto la maggioranza assoluta in questa prima prova elettorale, ed erano seguite le intimidazioni. C’era stata la strage di Portella della Ginestra, e poi le elezioni del ’48 con la vittoria della DC; io osservavo, dal mio angolo di mondo, che quella società giusta, armonica, che si sperava e a cui si tendeva, non si era realizzata, ed erano rimaste disparità, ingiustizie e molti problemi ereditati dal passato.
Quindi per me la scelta di quella lingua, di quello stile comunicativo, era assolutamente impensabile, io non potevo praticare quel codice linguistico che era il codice linguistico “centrale”, quel toscano che poi, valicando le Alpi, attingeva a una specie di reticolo illuministico francese: la lingua di Calvino, di Sciascia o Moravia… anzi di Moravia si diceva che scrivesse con una lingua che pareva tradotta da una lingua straniera. A Moravia interessava restituire gli argomenti più che dare attenzione allo stile, un po’ come Pirandello che aveva inventato un tale mondo inesplorato nel quale la lingua era assolutamente funzionale a quello che voleva comunicare; e quindi la mia scelta fatalmente andò in un senso opposto, cioè in un contro-codice linguistico che non fosse quello centrale e che fosse un codice di tipo sperimentale-espressivo.
Naturalmente non avevo inventato niente, ma fatalmente mi collocavo in una linea stilistica che partiva nella letteratura moderna, che partiva da Verga, e arrivava agli ultimi epigoni: GaddaPasoliniMastronardiMeneghello. Sperimentatori o espressivi che dir si voglia, una linea che ha sempre convissuto nella letteratura italiana con l’altra.
Però le tecniche degli sperimentatori-espressivi naturalmente sono personali, variano da autore ad autore; per esempio Verga s’era opposto all’utopia linguistica del Manzoni. Manzoni voleva “sciacquare i panni in Arno”, cioè riteneva che l’Italia, dopo la sua unità, dovesse avere una lingua unica, e così, dopo aver scritto Fermo e Lucia  ha scritto I promessi sposi nella lingua “centrale” toscana, ma pure lui i panni li aveva già portati umidi dalla Senna, essendosi formato anche con l’illuminismo francese.

Verga è stato il primo che ha rivoluzionato questo assunto della centralità della lingua inventando una lingua che nella letteratura italiana non era mai stata scritta, un italiano che non era dialetto (Verga aborriva il dialetto) ed era una lingua appena tradotta dal siciliano all’italiano, in primo grado, diciamo, quella che Dante, nel De vulgari Eloquentia chiama “la lingua di primo grado”; Pasolini invece definisce la lingua di Verga “un italiano irradiato di italianità”.
Verga rappresenta i contadini di Vizzini oppure i pescatori di Aci Trezza che non avrebbero mai potuto parlare in toscano, sarebbe stata un’incongruenza.
Io mi inquadravo in questa grande ombra verghiana, che passava per gli scapigliati milanesi della prima rivoluzione industriale milanese del 1872, e arrivava, man mano negli anni, al polifonico Gadda e a Pasolini.
La tecnica di Pasolini e di Gadda era simile perché partivano dal codice centrale, dalla lingua toscana e poi, man mano, regredivano verso le forme dialettali, con l’immissione, l’irruzione dei dialetti nella lingua scritta, nella lingua italiana; sennonché in Gadda c’è una polifonia di dialetti, soprattutto in quel capolavoro che è Quel pasticciaccio brutto de via Merulana, dove sono orchestrati oltre al romanesco gli altri dialetti italiani; invece in Pasolini troviamo la digressione verso il romanesco del sottoproletariato romano; in Meneghello ci sono altre implicazioni, in Mastronardi altre, e potrei fare il nome di un altro scrittore siciliano come D’Arrigo autore di quell’opera enorme che si chiama Horcynus Orca.

La tecnica che mi sono imposto è stata la tecnica dell’innesto. Ho trovato a mia disposizione un giacimento linguistico ricchissimo, quello della mia terra, la Sicilia. Senza mitizzare, enfatizzare questa mia terribile terra, c’è in essa una stratificazione linguistica enorme. Oltre ai templi greci o arabo-normanni, vi sono pure giacimenti linguistici che hanno lasciato le diverse civilizzazioni, a partire dal greco, poi l’arabo o il latino, lo spagnolo, il francese… Ho pensato che bisognava reimmettere nel codice centrale questo glossario, queste forme sintattiche che erano state espunte e riprendere queste parole che avevano una loro dignità filologica, che avevano una loro storia, e inserirle nella scrittura, nel mio codice, nel mio modo di scrivere.
Non era il cammino inverso, cioè la corruzione dell’italiano che diviene dialetto, ma era l’opposto cioè la profondità di certi vocaboli, di certi modi di dire che venivano reimmessi da queste antichità nel codice centrale, ubbidendo a un’esigenza di significato, perché il vocabolo greco, il vocabolo arabo o spagnolo, mi dava una pregnanza maggiore del vocabolo italiano, era più pregno di significato e portatore di una storia più autentica.
Ecco: la ricerca era proprio in questo senso e poi l’organizzazione della frase e della prosa, in senso ritmico e prosodico.

Struttura e lingua

Dal primo libro – La ferita dell’Aprile -, ho cercato di dare una scansione ritmica alla frase, provando ad accostare quella che è la prosa illuministica, comunicativa, in cui l’autore “autorevole” alla Manzoni, interrompe di tempo in tempo la narrazione e riflette sulla storia che sta raccontando per dialogare con il lettore, per introdurre un ragionamento di tipo filosofico.
Nietzsche fa una divisione parlando della nascita della tragedia greca: il passaggio dalla tragedia antica, di Eschilo e di Sofocle, alla tragedia moderna di Euripide. Dice che nella tragedia di Euripide, che lui chiama la tragedia moderna, c’è l’irruzione dello spirito socratico: i personaggi iniziano a riflettere, a ragionare e non più a cantare come avveniva nella tragedia antica, dove usciva l’”anghelos”, che era il messaggero che si rivolgeva al pubblico e narrava l’antefatto, quello che era avvenuto in un altro momento e in un altro luogo; da quel momento poteva iniziare la tragedia, cioè i personaggi iniziavano ad agire, a parlare.. poi c’era il coro che commentava e lamentava la tragedia che si stava svolgendo. Nietzsche dice che nella tragedia antica c’è lo spirito dionisiaco, musicale, poetico, mentre nella tragedia moderna prevale lo spirito socratico, cioè la filosofia e la riflessione.


Può apparire eccessivo da parte mia ricorrere a paragoni talmente aulici, ma in questo nostro tempo, nella nostra civiltà di massa, con la rivoluzione tecnologica, sulla scena non può più apparire l’”anghelos”, il messaggero non può più usare quel linguaggio della comunicazione con cui fare iniziare la tragedia perché l’autore non sa più a chi si rivolge. Quindi ho spostato la prosa verso la forma del coro, del coro greco, dandole un ritmo di tipo poetico, eliminando la parte autorevole dell’autore e quella della riflessione. La prosa si presenta così come un poema narrativo, come quello che praticavano nel Mediterraneo i famosi Aedi di omerica memoria. Penso che la scrittura comunicativa non sia più praticabile, perché si è rotto il rapporto tra il testo letterario e il conteso, quello che si chiama il contesto “situazionale”. Non c’è più rapporto, a meno che non si vogliano praticare le forme mediatiche e quindi si scriva nell’italiano più corrente, più corrivo, quello che non denuncia la profondità della lingua, una lingua che è portatrice di storia, memoria anche collettiva.


La  mia ricerca è proseguita negli anni con gli altri libri, dal primo libro sino all’ultimo Lo spasimo di Palermo, in modo sempre più accentuato. Non solo ho organizzato la frase in forma metrica, ritmica, ma nel contesto della narrazione invece di inserire riflessioni di tipo filosofico, di immettere la scrittura saggistica dentro alla scrittura narrativa – come teorizzato da Kundera, il quale, nella sua teoria del romanzo, sostiene la necessità di interrompere la narrazione e d’inserire delle parti riflessive-saggistiche –  interrompo la narrazione per alzare il tono della scrittura in una forma ancora più alta, in una forma ancora più poetica, un po’ come se subentrasse il coro della tragedia greca: sono parti corali che fanno da commento all’azione che sto raccontando, alla narrazione che sto svolgendo, alle vicende che sto narrando.

Le opere

Torno al mio primo libro che parla del secondo dopoguerra in Sicilia, un libro scritto con un io-narrante adolescente, dove parlo della vita politica, della vita sociale, delle prime elezioni, del ’48. Lì ho scelto questo stile, usando anche nell’organizzazione della frase le rime e le assonanze, ma in senso comico-sarcastico, come parodia della società degli adulti che l’adolescente che scrive critica e non condivide.
Il mio primo libro è in prima persona, come spesso accade agli esordi perché si attinge a quelli che sono i ricordi: il primo libro è una sorta di libro di formazione, di iniziazione, di educazione sentimentale.
Credo che dopo il primo libro non si possa più praticare la prima persona, bisogna invece trattare quello che è il proprio progetto letterario, cioè cercare la propria identità: che cosa sono, dove voglio arrivare, chi voglio essere.

Il secondo mio libro si chiama Il sorriso dell’ignoto marinaio, e qui devo fare un‘altra digressione autobiografica: dal primo al secondo libro sono passati quasi 13 anni in cui venivo considerato quasi un latitante dalla scrittura letteraria. Ma questo lasso di tempo ha coinciso con la mia seconda venuta a Milano, nel 1968, dopo essermi reso conto che la mia attività di insegnante era assolutamente inutile perché il mondo contadino era finito, come aveva osservato Pasolini.
Milano mi sembrava la città più interessante -, che io tra l’altro già conoscevo – perché qui si svolgeva la storia più accesa, quella del ’68, con un grande dibattito culturale, politico, coi grandi conflitti tra il mondo del lavoro e quello del capitale, cioè tra gli imprenditori e gli operai. Mi sembrava importante e interessante approdare non a Roma o a Firenze ma a Milano, sollecitato, allora, dalla lettura dei “Menabò” di Vittorini e di Calvino che invitavano, proprio in questo momento storico importante e acuto, i giovani autori ad inurbarsi, studiando la grande trasformazione italiana perché il mondo contadino era finito sostituito da un nuovo paese che bisognava narrare, che bisognava rappresentare.

Così mi trovai qui nel ’68, ma spaesato e spiazzato perché di fronte a una realtà urbana e industriale che non conoscevo, di cui non avevo memoria e di cui mi mancava il linguaggio: se posso permettermi di fare un paragone, la stessa sorte l’ha avuta Verga, approdato a Milano nel 1872 nel momento della prima rivoluzione industriale, una città che si ingrandiva, aprendo nuove fabbriche: la Pirelli era nata proprio nel 1872 per la lavorazione della gomma… dove vi erano stati i primi scontri, i primi scioperi dei lavoratori per richiedere diritti. Pure il signor Verga rimase spiazzato e qui a Milano avvenne la sua famosa conversione: non riuscendo a capire questo nuovo mondo lui, come scrive Natalino Sapegno, ritornò con la memoria alla Sicilia “intatta e solida” della sua infanzia; iniziò il nuovo ciclo di Verga con Le novelle rusticane e poi con il suo capolavoro I Malavoglia.


Anch’io rimasi spiazzato, ma non feci la stessa scelta di Verga. Credo nella storia e credo che l’uomo possa intervenite nella storia; non ho avuto il ripiegamento ideologico che ha avuto Verga, ma ho pensato che per rappresentare l’Italia e soprattutto Milano di quegli anni, le grandi istanze, le grandi richieste di mutamento di questa nostra società, dovevo assolutamente ripartire dalla mia terra, dalla Sicilia, scegliendo un topos storico qual è il 1860 che mi pareva somigliante al 1968 in Italia, e non solo. Ho pensato appunto di scrivere un romanzo storico – Il sorriso dell’ignoto marinaio -, ambientato al momento della venuta di Garibaldi in Sicilia con le speranze che si erano accese negli strati contadini e popolari siciliani all’arrivo di Garibaldi, concependo il Risorgimento e l’unità d’Italia come un mutamento anche politico e sociale. Speranze deluse dell’unità che ha compiuto il progetto politico dell’unione ma senza mutare le condizioni degli strati popolari.

Da qui poi è nata tutta quella letteratura di tipo sociale di cui vi dicevo: la questione meridionalista trattata da Salvemini e Gramsci, ma anche una letteratura narrativa di riflessione sull’unità d’Italia, fatta da Verga, sia nei Malavoglia che in Mastro don Gesualdo, o da De Roberto con I ViceréPirandello con I vecchi e i giovani, fino ad arrivare a Lampedusa.
Naturalmente la letteratura sul Risorgimento è espressa in maniera diversa: in Lampedusa si trova una visione scettica e deterministica. Lui veniva da una classe nobile, Il Gattopardo è il libro di uno scettico che pensa che le classi sociali si avvicendano nella storia con una determinazione quasi fisica, come succede con il principe di Salina, uno studioso delle stelle: come accade alle stelle che prima si accendono e poi si spengono e finiscono, così le classi sociali. Però le classi alte, quelle nobiliari, vengono da lui assolte perché attraverso la ricchezza l’uomo si raffina e dà il meglio di sé, producendo poesia e bellezza. Per ciò che mi riguarda posso dire che me ne frego della poesia e della bellezza, mentre esigo più giustizia e più equità tra gli strati che formano una società.

Ho concepito partendo da Il sorriso dell’ignoto marinaio un ciclo di romanzi a sfondo storico, una trilogia. Il secondo è Notte tempo, casa per casa, che parla di un momento cruciale della storia italiana, gli anni venti con la nascita del fascismo, raccontato dall’angolazione di un piccolo paese della Sicilia che si chiama Cefalù, parlando delle crisi delle ideologie che sono succedute al primo dopoguerra, l’insorgere di nuove metafisiche, di istanze di tipo settario, le sette religiose, di segno bianco e di segno nero. L’ultimo della trilogia, è Lo spasimo di Palermo, che parla della contemporaneità, degli anni’90 e si svolge sempre in Sicilia però con flashback che partono dal secondo dopoguerra e arrivano al 1992 con la strage di via D’Amelio e la morte del giudice Borsellino. Naturalmente non faccio nomi, ma si capisce che il tema è la tragedia di questi magistrati che sono massacrati dalla mafia.
Poi sono usciti altri libri che potrei definire collaterali, per esempio Retablo oppure L’oliva e l’olivastrodove ho cercato di praticare la riflessione sulla realtàL’oliva e l’olivastro è un libro ambientato in Sicilia dove non c’è la finzione letteraria, ma un viaggio nell’isola degli anni ’80 e ’90, con tutte le perdite e sullo schema del viaggio di ritorno di Ulisse, che non ritrova più la sua Itaca, o meglio la ritrova ma non la riconosce perché è degradata, è devastata, soggiogata e dominata dai proci, gli uomini del potere politico mafioso, con tutti i disastri che ne sono susseguiti.

Giulia Mozzato, per MaremossoMagazine – La Feltrinelli
17 febbraio 2023



Consolo poeta. foto di Giovanna Borgese