Consolo: figlio di tanti padri

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I libri di Consolo sono sempre nati da uno spunto di realtà e da un punto di vista. Poi prendono una via che può arrivare fino ad Ariosto. Nella sua officina letteraria convivono personaggi reali e diversissimi. E’ il caso di Pirajno di Mandralisca, concentrato sui realia, e di Fabrizio Clerici, attento ai surrealia. Come convivono nella sua officina queste due figure che peraltro sono storiche? Fanno a pugni? “Sono due personaggi – spiega Consolo – non accostabili, di matrice diversa, di esito diverso e anche di funzione diversa. Il barone di Mandralisca era il personaggio storico e romanzato che mi serviva per dimostrare cos’è la responsabilità dell’intellettuale in determinati momenti storici. L’intellettuale non può estranearsi dalla storia altrimenti diventa complice di determinati misfatti. Mandralisca, che era chiuso nella sua erudizione di malacologo e antiquario, è stato costretto ad aprire gli occhi e vedere la realtà tragica e drammatica delle rivolte contadine nel 1860. Quando uscì, il libro fu chiamato ‘l’anti-Gattopardo’. Io non so se ne avevo consapevolezza tracciando questo personaggio, che modificai per quello che mi serviva. Non sapevo cioè di scrivere ‘l’anti-Gattopardo’, ma certo la mia concezione era assolutamente opposta a Lampedusa che vedeva nei cambiamenti storici una sorta di determinismo dove l’intervento dell’uomo sulla storia è, seppure con principi diversi, del tipo di quello di Verga: le classi nascono, si raffinano e tramontano come le stelle in un ciclo di ineluttabilità di cambiamenti epocali. Mentre Lampedusa giustificava anche quelle che chiamava ‘le iene e gli sciacalli’ dando loro una legittimazione deterministica, in me invece agiva una visione opposta della responsabilità dell’intellettuale nei confronti della storia, nel senso che deve dare un giudizio sulla storia e intervenire”. D. Clerici allora a che distanza sta dal Mandralisca?R. Quanto a Clerici, il gioco letterario è più scoperto. Avere spostato nel Settecento un personaggio contemporaneo mi è servito per rivendicare nei confronti della storia e del romanzo di cronaca il primato della letteratura, rendendole un omaggio nel senso che tra i sentimenti dell’uomo c’è l’amore e c’è la passione. La scelta di questi temi era dovuta alla contingenza di quei tempi. Ho scritto Il sorriso dell’ignoto marinaio in un momento di accensione storica qual è stato quello degli anni Settanta quando tutto era messo in discussione con il dibattito culturale e politico del momento. Negli anni in cui ho scritto Retablo c’era piuttosto un atteggiamento da parte di certi intellettuali e politici di disprezzo nei confronti della letteratura, vista come concezione borghese, sicché ho scritto quel libro per difendere la letteratura contro la storiografia. D. Lei ha frequentato generi disparati passando per esempio da una specie di introibocome fu Un sacco di magnolie, che è anche un bozzetto verghiano insieme con Il fosso, per arrivare a sponde rivali come nel caso dello Spasimo di Palermo. Ciò potrebbe fare pensare all’itinerario lungo e sofferto di una persona insofferente e smaniosa. R. Racconti come Un sacco di magnolie rappresentano il tributo che fatalmente deve pagare un esordiente a quelli che sono i padri sacramentali della letteratura siciliana. Sfido chiunque scriva a dire di non avere avuto un minimo di eredità brancatiana e verghiana. Quello era il momento della fascinazione verghiana, dopo la quale è venuta una presa di coscienza, la rivendicazione di una propria identità. D. Certo, ma passare da Verga a Eliot è come un “salto mortale”. R. Non c’è dubbio. Sono sempre stato affascinato dalla poesia di Eliotche ho scoperto attraverso Montale già al tempo de La ferita dell’aprile. Lo stesso titolo è di tipo eliotiano, perché Eliot dice che “aprile il più crudele dei mesi”, talché io ho identificato la crudeltà dell’aprile con l’adolescenza che era quella dell’io narrante, ma era anche l’ennesima adolescenza della Sicilia dopo la guerra, e dunque il momento della rinascita. Naturalmente questa ferita può rimarginarsi e diventare una “maturezza” come dice Pirandello oppure una cancrena. Io ho constatato che l’adolescenza in Sicilia è diventata una cancrena e che quella ferita è rimsta ancora aperta. Di Eliot mi affascinano i correlativi oggettivi, il passare da un’immagine a un’altra. E nello Spasimo di Palermomi ha accompagnato questa continua cifra eliotianaD. Da un viatico verghiano passa dunque a un libro vittoriniano quale La ferita dell’aprile e chiude una sua prima stagione con Quasimodo e la Sicilia rimpianta. Ma c’è un secondo Consolo che ha ascoltato Dolci, Levi e Sciascia. Il salto è dall’empireo all’impegno. R. Io non vedo questo salto. È un processo di maturazione e di ricerca anche dal punto di vista linguistico e stilistico. Quando scrissi La ferita dell’aprile avevo consapevolezza piena di quello che facevo, della scelta di campo che operavo: avevo seguito la stagione del neorealismo, la memorialistica e tutto il meridionalismo, da Gramsci a Danilo Dolci fino poi a Carlo Levi e lo Sciascia delle Parrocchie. Voglio dire che l’esordio, a parte i racconti dei primi passi, è del tutto cosciente del contesto storico, sociale e stilistico perché questo libro è segnato da un forte impatto linguistico. Lo mandai a Sciascia e mi rispose chiedendomi spiegazioni su una particolarità linguistica che in effetti mi ha sempre accompagnato come diversità storica e sociale: cioè il dialetto galloitalico di San Fratello. Nella lettera che gli scrissi mi dissi debitore delle sue ParrocchieD. La ferita dell’aprile sta a lei come Le parrocchie di Regalpetra stanno a Sciascia, con la differenza che Le parrocchie sono una prova di realismo storico mentre La ferita di realismo mitico. Perché allora si sente debitore di Sciascia e non di Vittorini? R. Perché i miei temi non erano di tipo esistenziale e psicologico, ma storico-sociale. Ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un adolescente cosa sono stati la fine della guerra, il dopoguerra, la ricomposizione dei partiti, la ripresa della vita sociale, le prime elezioni del ’47, la vittoria del Blocco del popolo, denunciando l’ennesima impostura che si perpetuava attraverso le vocazioni religiose, i “microfoni di Dio”, fino alla vicenda di Portella e la pietra tombale delle elezioni del ’48. Ho voluto rappresentare tutto questo con una cifra assolutamente diversa, prendendo le distanze da quella comunicativa di Sciascia e mettendomi su un piano di espressività. D. Perché se la corrente era in senso contrario? R. Ho le mie spiegazioni a posteriori di queste scelte. L’ho fatto perché non mi sentivo di praticare lo stile della generazione che mi aveva preceduto, Moravia, Calvino, Sciascia. C’era lo scarto di appena dieci anni con questi scrittori che avevano vissuto il fascismo e la guerra. Nel ’43, quando avevo dieci anni, loro nutrivano la speranza di comunicare con una società più armonica sicché la loro scelta illuminista e razionalista era nel senso della speranza. Quando io sono nato come scrittore questa speranza era caduta e ho cercato di raccontare perché si era restaurato un assetto politico che non era come si sperava, ancora una volta iniquo, che lasciava marginalità, oppressioni e sfruttamento. Ho scelto il registro espressivo e sperimentale non vedendo una società armonica con la quale comunicare. La speranza che avevano nutrito quelli che mi avevano preceduto in me non c’era più. D. Detto adesso sembra facile, ma allora lei aveva di fronte le ultime risacche del neorealismo e le prime correnti del Gruppo 63. R. Già, ma io avevo consumato questa esperienza. Il prete belloLibera nos a Malo e la memorialistica di quanti erano reduci dalla guerra. Che non era diventata letteratura ma mera restituzione di un’esperienza. D. Ma quella sua prova fu fortemente innotiva e poco sciasciana. R. Senza dubbio. Ma è curioso che Sciascia sia stato impressionato dalla particolarità di questo libro. Poi, quando è uscito Il sorriso, a distanza di anni, con più consapevolezza e con la mimesi dell’erudito ottocentesco, Sciascia a Sant’Agata di Militello lo presentò e disse che quel libro era un parricidio. Voleva dire che avevo cercato di uccidere lui, come del resto avviene sempre. Dice Sklovskij che la letteratura è una storia di parricidi e di adozioni di zii. Debiti dunque sì nei confronti di Sciascia, ma la scelta di campo è stata diversa. La ricerca si inquadrava fatalmente sulla linea verghiana, gaddiana, pasoliniana della sperimentazione del linguaggio, della “disperata vitalità”, come la chiamava Pasolini. D. C’è un campo che è stato poco investigato circa la sua ricerca ed è quello del reportage. Penso a Il rito sulla morte di Rossi, o a Per un po’ d’erba ai limiti del feudo, “pezzi” giornalistici che l’hanno impegnata per due decenni. Come ha fatto a scrivere reportage mentre scriveva La ferita e poi Il sorriso? R. Mi sembravano due scritture diverse, della restituzione di una realtà immediata nel modo più originale la prima, senza però arrivare allo stile sciatto giornalistico, dando significati altri alla cronaca raccontata. Quando Sciascia stava facendo l’antologia sui narratori di Sicilia con Guglielmino pensava di mettere un mio brano della Ferita, ma quando lesse il racconto su Carmine Battaglia lo scelse perché gli sembrò più consono come sigillo di una certa realtà siciliana. D. A me piacerebbe davvero fare chiarezza sui suoi debiti perché non si è capito se sia figlio di Sciascia o di Vittorini. È un fatto che, per quanto sia stata importante per lei l’Odissea, a un certo punto dice che ci è arrivato attraverso Vittorini e non Sciascia. E allora mi chiedo chi è il suo padre putativo. Sembra amare di più Sciascia, ignora Vittorini in Di qua dal faro ma in verità ha ben conosciuto Vittorini e lo ha molto osservato. R. Dunque. A proposito di parricidi, nella Ferita ho fatto morire all’inizio il padre dell’io narrante e ho adottato uno zio che poi è diventato padre avendo impalato la madre del ragazzo. Poi faccio morire anche questo patrigno. Io sono figlio di tanti padri che poi regolarmente cerco di uccidere. Certo, Vittorini l’ho ignorato nei saggi perché Vittorini mi interessava per certe sollecitazioni di tipo teorico che lui dava circa la concezione letteraria. Sciascia, a una seconda lettura di Conversazione in Sicilia, dice di essere rimasto deluso, e lo capisco perché il libro è contrassegnato da una forte implicazione di tipo rondista con innesti di americanismo. Però è vero che per la prima volta appariva nella letteratura siciliana il movimento, l’atteggiamento attivo nei confronti della storia, la fuoriuscita dalla stasi verghiana, insomma una grande lezione per me quella del movimento. D. Lei ha fatto la stessa cosa che ha fatto Vittorini e che racconta in un’intervista a Giuseppe Traina: ha disegnato per Il sorriso la carta topografica di Cefalù, vicolo per vicolo, come Vittorini fece con la Sicilia per Le città del mondo. R. Già. Un modo per entrambi di essere più siciliani possibile, più precisi e acribitici. D. In Un giorno come gli altri lei pone una questione non risolta: quella della scelta tra lo scrivere e il narrare, dove scrivere significa cambiare il mondo e narrare soltanto rappresentarlo, secondo una definizione di Moravia. È importante quel racconto perché segna la sua scesa in campo politico. E lei dice che è meglio scrivere. R. Pensavo che la scrittura di tipo comunicativo-razionalistica avesse più incidenza che quella di tipo espressiva che io praticavo e che chiamo “il narrare”, implicata com’è con lo stile e la ricerca lessicale. Lo stile non ha impatto con la società e il movimento è dal lettore verso il libro, mentre in quella comunicativa il movimento è al contrario. I libri di Sciascia hanno fatto capire cos’era la mafia, Moravia ha fatto capire cos’era la noia durante il fascismo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo. D. Lei ha fatto una scelta a favore del coté espressivo. R. Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica. D. Vediamo la vicenda sotto un altro aspetto. Lei e Basilio Reale, entrambi messinesi, avete avuto uguali trascorsi: a Milano insieme e nello stesso periodo, però lei va verso la prosa mentre lui verso la poesia. E si chiede come succeda questo fenomeno. R. Lo trovo infatti inspiegabile. D. Mentre poi dice di essere più votato alla poesia quando Reale ha dato poi prova di essere buon prosatore. R. Se parla delle sue Sirene siciliane, siamo di fronte a strumenti psicoanalistici. Io non so perché uno nasce con la tendenza verso la musica e un altro verso la pittura. Con Reale ci siamo incontrati all’università di Milano giovanissimi. A Messina non ci eravamo mai visti. Quando ci siamo conosciuti c’era un altro confrére, Raffaele Crovi che frequentava Vittorini più da vicino. Mi raccontava Ginetta Varisco, che ho frequentato dopo la morte di Vittorini, che Crovi veniva da uno strato sociale povero e quando andava a casa loro Elio le diceva “Cucina molta pasta perché questi ragazzi hanno molta fame”. D. I suoi libri sono giocati in forma autobiografica. Il Petro Marano che lascia la Sicilia o il Gioacchino Martinez che viene in Sicilia sono sempre trasposizioni di sé. È sempre stato lei, sin dai reportage; e non ha parlato che di sé. R. Sì, ma in maniera molto mascherata. La mia esperienza personale mi serve come chiave di lettura della realtà e del momento storico che vivo. Ma nel Sorriso ci sto poco. Sciascia vi vedeva più Piccolo che me. D. Verga e Pirandello, anche loro andati via, sono però riusciti a scrivere di Milano, Roma e di salotti borghesi. Mentre lei, Sciascia, ma anche Vittorini, pur stando fuori non siete riusciti che a scrivere sempre della Sicilia. E c’è un motivo: perché bisogna conoscere il linguaggio e averne memoria, come ha osservato lei stesso. R. Di Milano io non so fare metafora mentre della Sicilia sì. Di Milano posso restituire una cronaca, l’ambiente vissuto da studente, mentre la Milano che ho vissuto dopo mi serve per leggere meglio la Sicilia e creare paralleli tra questi due mondi antitetici e opposti. Non sono caduto in crisi come Verga, se mi è permesso: vivendo in questa realtà milanese non mi sono ripiegato verso l’infanzia dorata. Ho scoperto invece un’altra Sicilia, quella più vera e infelice, la continua ingiustizia e perdita e smarrimento dell’identità. I miei libri sono contrassegnati da questa spinta a varcare la soglia della ragione per andare nella terra dello smarrimento. Vittorini dal canto suo ha scritto su temi non siciliani i libri meno riusciti, così come Verga ha scritto Per le vie che sono le novelle meno felici. Io di argomento non siciliano ho scritto solo qualche racconto come Porta Venezia. D. E’ dunque d’accordo che si può staccare un siciliano dalla Sicilia ma non si può staccare la Sicilia da un siciliano? R. Certo. Nel bene e nel male non si può strappare la Sicilia a un siciliano. D. Ma c’è un ultimo Consolo smaniato da intenti umoristici. Nerò metallicò ne è un esempio. R. Di più c’è forse Il teatro del sole. E’ il rovescio del tragico. Musco a chi dice “Domani il sole illuminerà il cadavere di uno dei due” domanda “E si chiovi?”. E se piove? D. Lei ha riflettuto lo stesso sentimento di Vittorini quando davanti al mondo industriale capiva di poter raccontare solo quello contadino. Le città del mondo nasce da questo stato d’animo. R. Vittorini aveva creduto generosamente in un’utopia. Pensava che l’industrializzazione della Sicilia fosse possibile. Aveva avuto l’esempio olivettiano dell’industria a misura d’uomo e riteneva che la scoperta da parte di Mattei del petrolio risvegliasse finalmente i siciliani. Ed ecco nelle Città del mondo i contadini a cavallo che convergono al centro della Sicilia. Ma la realtà ha infranto la sua mitizzazione. Gli esiti li abbiamo visti. Gela, Augusta, Priolo, obbrobriosi e nefasti. Ecco cosa ne è stato dell’industrializzazione della Sicilia. Ci fu una polemica tra Sciascia e un giornalista dell’Avanti: Sciascia, che scriveva su L’Ora, aveva cominciato ad avanzare dubbi sull’ industrializzazione e il giornalista gli contestò la mancanza di ottimismo concludendo “Benedetti letterati”. E Sciascia rispose: “Adesso si vede che anche loro, i socialisti, hanno la facoltà di benedire, come i democristiani”. Vittorini avrebbe voluto che la Sicilia uscisse dalla condizione di inferiorità e di soggezione incamminandosi verso un mondo di progresso. Non credeva nei dialetti individuali ma nella commistione delle lingue, ma non sapeva che gli immigrati siciliani a Torino la sera uscivano per imparare il piemontese e mimetizzarsi. D. Se lo sguardo di Vittorini è utopico, il suo è nella trilogia certamente molto amaro. R. Ero più avveduto e avevo gli strumenti per esserlo. Avevo constatato la realtà qual era. Io mi direi, ricordando Eco, un apocalittico realista, avendo visto la realtà italiana dal dopoguerra ad oggi: una continua deriva verso i valori più bassi di un mondo che non accetto sotto nessun punto di vista.

http://www.letteratura.rai.it/articoli-programma-puntate/consolo-figlio-di-tanti-padri/1351/default.aspx

Consolo e “Cosa loro”

Consolo e “Cosa loro”: raccontare la mafia e il male per immaginare il bene

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 A leggere e rileggere il tormentato Novecento siciliano, che inizia nel 1894 con la repressione dei Fasci e finisce alle ore 16.58 del 19 luglio 1992 in via Mariano D’Amelio a Palermo, si potrebbe pensare che la coscienza del giusto, al di sotto dello Scill’e Cariddi, sia solo un’anomalia cromosomica per cui è impossibile guarigione e redenzione. Resta l’eresia o, per meglio dire, la ricerca della verità storica dietro l’impostura del presente.

Vincenzo Consolo doveva sicuramente essere affetto da un’aberrazione etica di questo tipo come può attestare la lettura di Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010, volume appena pubblicato per i tipi di Bompiani con la curatela di Nicolò Messina, che raccoglie gran parte degli articoli sul fenomeno Mafia dello scrittore santagatese. Fra i primi documenti raccolti, infatti, troviamo chiara traccia della sua risoluta indole in una denuncia, scritta pochi giorni dopo l’omicidio del giudice Rosario Livatino (21 settembre 1990), contro l’organizzazione e la giuria del Premio Letterario Racalmare.

Consolo sosteneva che era impensabile continuare a prendere parte a manifestazioni letterarie sovvenzionate da denaro pubblico con la mafia pronta «ogni giorno di più» ad uccidere magistrati, agenti e giornalisti: «Ci sono momenti […] in cui bisogna rifiutarsi di suonare e cantare in pubbliche feste o cerimonie, bisogna appendere le cetre, farle oscillare “lievi al triste vento”, e non per dantesca “viltà” (non siamo, per fortuna, dei papi), ma, al contrario, per non allietare i responsabili dei mali, perché non s’ingenerino equivoci o fraintendimenti. Per salvaguardare la nostra dignità» (Le cetre appese ai salici, pag. 81).

Con queste parole – voce di colui che grida nel deserto – esortava il sindaco di Grotte, il consiglio comunale della città, i giurati del premio e il suo presidente, Gesualdo Bufalino, «che, ricevendo premi, non ha mai guardato, contrariamente a come faceva Sciascia, da quali mani gli arrivavano» (ibidem). Probabilmente l’autore si riferiva ad una cerimonia tenuta a Villa Malfitano nell’aprile del 1987, di cui si legge nel racconto poematico Sunnu palori comu linzittati di Nino De Vita: Bufalino e Sciascia vengono a sapere della possibile presenza di Salvo Lima alla loro premiazione. Quando Giusto Monaco ne dà conferma, Sciascia va via, Bufalino resta.

Il dolore e il furore per il giudice Livatino, per quell’ennesimo servitore dello Stato assassinato nel silenzio e nell’insensibilità collettiva, è ipotizzabile che siano stati gli stessi provati da Giovanni Falcone di fronte ai feretri del tenente Mario Malausa e dei suoi uomini uccisi con un’alfetta carica di esplosivo il 30 giugno 1963. Il dolore profetico, il furore dei giusti che segna una scelta. L’utopia della speranza diventava l’unica via percorribile per chi, uomo delle istituzioni, avrebbe continuato a lottare «per arrestare quel linguaggio fragoroso e mortifero della mafia, quel linguaggio del tritolo dall’accento ormai da terrorismo basco, da guerriglia libanese» (Falcone, il furore di un siciliano giusto, pag. 107).

Quel linguaggio negli scritti di Consolo è reso lingua, letteraria e cronachistica, con l’intento di provocare l’effetto contrario e di sovvertire il senso comune: bisogna raccontare il male sociale per immaginare il bene. Ed è in questo punto che molti ravvedono l’anomalia cromosomica succitata, perché qui i rami di olivo e di olivastro sembrano confondersi, la Mafia pare diventi l’olivo e chi tenta di combatterla si trasformi in olivastro. Per questa ragione, allora, per aver sempre tagliato quel ramo che la maggior parte di noi giudicava selvatico (pur non essendolo), c’è una responsabilità civile della «bellissima e disgraziata terra» di Sicilia: «Fuori dal simbolo, dentro la realtà, dentro la storia, sappiamo che il duplice atroce destino della Sicilia, l’intreccio suo inestricabile di civiltà e di barbarie, non è dovuto a un evento della natura, a una legge dell’esistenza, a un destino, a una condanna genetica, come spesso neolombrosiani d’accatto hanno voluto far credere, ma a precise responsabilità, a colpe della storia» (Borsellino, l’uomo che sfidò Polifemo, pag. 257)

Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010 se non è un’anomalia di sistema, risulta senz’altro la testimonianza migliore dello sguardo eretico di uomo che, fra realtà e rappresentazione, ha saputo vivere l’istanza etica connaturata alla catastrofe sociale del suo tempo, formalizzandola nella scrittura di un sogno siciliano, che ancora aspetta di inverarsi.

MARCO MARINO
da informazione on line Tp24.it
Giovedì 19 Ottobre 2017

” Cosa loro ” Vincenzo Consolo nota del curatore Nicolò Messina

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in limine

nota del curatore

I libri di mafia (creazione e saggistica più o meno documentata, accademica o giornalistica) costituiscono ormai un filone nutrito, a volte retro o autoalimentato, anzi sembrano addirittura aver fondato un nuovo genere a sé stante, arricchito di recente anche dalla variante “antimafia”. Insomma, dal negazionismo – è proprio la parola giusta anche se mutuata dall’ambito delle riscritture della storia di un fenomeno non meno ignobile e sanguinoso –, dal negazionismo dei sicilianisti dell’Ottocento o del padano Ernesto Ruffini e oltre, si è passati all’inflazione “mafiologica”. Il dato di fatto è, tuttavia, che le pagine sulla mafia si sono moltiplicate, e continuano a proliferare, ma che la mafia – nonostante il sacrificio di tanti eroici resistenti e a discapito degli schivi combattenti impegnati a produrre fatti – persiste e si declina ormai al plurale.

Questo libro non intende allungare la sfilza di opere di tale “genere” editoriale, accrescere il rumore sul fenomeno delle mafie, un plurale da qualche tempo universalmente accettato. Un plurale, questo, la cui scoperta e consapevolezza – se mi è permessa una pennellata personale – sono legate al ricordo lontano di un seminario sul «sistema clientelare-mafioso»: lo teneva Danilo Dolci ed erano gli anni Settanta.

Queste pagine di Vincenzo Consolo, così poco gridate, non sono scritte da un mafiologo, etichetta che ripugnava a lui tanto quanto all’antesignano Leonardo Sciascia: sono invece l’ennesima dimostrazione del suo acume di osservatore implacabile del reale storico, della sua caratura di giornalista nato, mosso da una “curiosità” che è un “prendersi cura”, un “aver premura” di conoscere, di andare oltre le apparenze, di intervenire; sono, in un vasto arco temporale, un suo doveroso e sofferto fare i conti con una Sicilia-mondo – contro i suoi voti e desolatamente – più olivastro che olivo.

Da un esame dei documenti dell’archivio personale dello scrittore a Milano, i “pezzi” con attinenza alla mafia – sparsi in vari periodici o inediti – sono riconducibili grosso modo al periodo 1970-2010 e risultano un’ottantina. Il regesto completo è inserito in un’apposita Appendice finale.

Questo volume ne accoglie 64. I pezzi sono ordinati cronologicamente e corredati da una nota a piè di pagina con la fonte e la datazione. Ad ognuno di essi corrispondono ulteriori informazioni raccolte nell’appendice principale intitolata: Altre notizie sui testi.

Dei vari testimoni editi è stata seguita la lezione pubblicata. Nei casi in cui risultavano ancora custodite, sono state anche considerate, e in qualche caso preferite, le versioni manoscritte e/o dattiloscritte. Le varianti e i refusi di stampa emendati, certo interessanti dal punto di vista filologico, sono stati raccolti e registrati, ma alla fine non sono rientrati in questa edizione.

Dei 64 pezzi trascelti, alcuni sono motivati dalle impellenze dell’attualità (sia la cronaca legata a fatti di sangue o giudiziari, sia quella – nel formato della recensione – riguardante l’uscita di libri attinenti la mafia); altri sono improntati alla riflessione storico-sociologica generale. Ad una presentazione schematicamente tematica si è però preferita alla fine quella in stretto ordine cronologico di concepimento-gestazione-edizione, che ha il vantaggio di un approccio di lettura più libero e inoltre, non solo consente di seguire da vicino il dispiegarsi dell’interesse di Consolo per l’argomento, nel più vasto contesto della sua ininterrotta riflessione sulla storia italiana moderna e contemporanea, ma dimostra pure quanto le mafie fossero per lui Cosa loro, da cui prendere le distanze e da contrastare indefettibilmente e in ogni modo. Di qui il titolo e il sottotitolo dell’edizione: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010.

Nei casi non infrequenti di riprese e riscritture — è noto e ampiamente studiato il carattere palinsestico della scrittura consoliana – si propone tendenzialmente l’espressione, per così dire, più compiuta (per lo più la recentior) e si rende conto nelle Altre notizie sui testi delle eventuali testimonianze vetustiores e non. Il principio ispiratore dell’edizione è quello del rispetto dei processi elaborativi dell’Autore e del suo ne varietur conclusivo. Il che ha implicato – va da sé – l’omissione di alcuni dei “pezzi”, dei quali resta tuttavia traccia fra le Altre notizie sui testi e nel regesto finali, e – in sparute occasioni – qualche ritocco (espuntivo e non).

València-Marsala, giugno 2017

Nicolò Messina

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Nicolò Messina
Universitat de València
https://uv.academia.edu/Nicol%C3%B2Messina
Di formazione filologico-classica (Laurea Magistrale con lode in Latino medievale, Università di Palermo), è Dottore di Ricerca in Italianistica cum laude (European Label, Universidad Complutense de Madrid).
Dal 2011 è docente di Italianistica alla Universitat de València (Corso di Laurea in Lingue e Letterature Moderne, e in Traduzione, Interpretazione e Mediazione linguistica). In precedenza ha insegnato presso le Università di Santiago de Compostela, Complutense di Madrid, di Santiago del Cile (USACH, Católica de Chile, UMCE) e di Girona.
Ha allestito edizioni critiche di alcuni testi ispano-latini del VII-IX sec., tra cui: Pseudo-Eugenio di Toledo. Speculum per un nobile visigoto (Santiago de Compostela, 1984).
Nell’ambito dell’italianistica gli interessi sono linguistico-letterari ed ecdotici. Ha pubblicato studi sulla lingua di alcuni autori contemporanei (Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli, Enrico Brizzi, Stefano Vilardo).
A Vincenzo Consolo ha dedicato buona parte delle sue ricerche. In particolare: Breve viaggio testuale a ritroso: i retablos di Vincenzo Consolo (Madrid, 1997); Plurilinguismo in «Il sorriso dell’ignoto marinaio» di Vincenzo Consolo (Aarau [CH], 1998); Per una storia di «Il sorriso dell’ignoto marinaio» (Barcelona, 2005); Nello scriptorium di Vincenzo Consolo. Il caso di «Morti sacrata» (Lecce, 2006); Tra Mandralisca e Crowley. Su alcuni quaderni dell’Archivio Consolo (Stresa, 2010). Ha anche allestito l’edizione commentata del racconto La grande vacanza orientale-occidentale (Barcelona, 2005) e l’edizione critico-genetica di Il sorriso dell’ignoto marinaio (Madrid, 2009), pubblicata [ISBN: 978-84-692-0074-2] nella collana «E-Prints Complutense» (http://eprints.ucm.es/8090/). Inoltre – prima della curatela della raccolta di scritti giornalistici: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione (Milano: Bompiani, 2017) – ha realizzato quella della silloge di racconti: La mia isola è Las Vegas (Milano: Mondadori, 2012). Ha tradotto in castigliano il racconto Le lenticchie di Villalba (Las lentejas de Villalba, Santiago de Chile, 2000).
È membro del Consiglio di redazione della rivista accademica Quaderns d’Italià / Quaderni d’Italiano [Barcelona, Girona].
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Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Esce il 20 settembre per Bompiani una raccolta di testi giornalistici del narratore
Contro la mafia un’appassionata militanza civile, innescata da un’antica esortazione

Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)

«Adesso odio il paese, l’isola, odio questa nazione disonorata, il governo criminale, la gentaglia che lo vuole… Odio finanche la lingua che si parla…». È un’invettiva con cui Vincenzo Consolo apostrofò la sua amata/odiata Sicilia in una pagina di Nottetempo, casa per casa, il romanzo che nel 1992 vinse il Premio Strega. Pubblicata negli anni Novanta anche dalla rivista siciliana «Euros» (ora scomparsa), è ripubblicata ora dall’editore Bompiani nel libro che sta per uscire: Vincenzo Consolo, Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione, che raccoglie una vasta selezione degli articoli giornalistici dello scrittore nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello, nel Messinese, morto a Milano nel 2012. Sessantaquattro articoli, scelti a cura di Nicolò Messina. Un romanzone nero di perenne attualità, purtroppo, sulle amare, spesso truculente vicende dell’isola, protagonista la mafia.

«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)
«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)

Ha scritto Cesare Segre nel Meridiano Mondadori uscito due anni fa che «Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile». Ma Consolo che si definiva «archeologo della lingua», musica dei suoi libri, si potrebbe dire, trapanatore di ogni parola, conosce bene, e rispetta le differenze che esistono tra la scrittura dei suoi romanzi e la scrittura di un articolo di giornale che deve essere limpida e chiara, testimonianza veritiera del fatto che racconta.

Amava molto il giornalismo, Consolo. Fu la sua seconda natura, politica e civile, di pronto intervento spesso, e anche miniera d’invenzione. Alla metà degli anni Settanta del Novecento, quando tutta l’Italia era ribollente di violenza e di passione — non era ancora uscito il suo meraviglioso romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio — pensò persino di fare il giornalista di professione.

Vincenzo Consolo (1933-2012)
Vincenzo Consolo (1933-2012)

Scrisse molto sui giornali. Per decenni collaborò all’«Ora» di Palermo, quotidiano coraggioso e ribelle dove per sei mesi, nel 1975, lavorò, piccolo inviato, in redazione. Scrisse poi su «Tempo illustrato», sul «Messaggero, sul «Corriere della Sera», sull’«Unità», sul «Manifesto». Non si ritraeva mai anche quando gli veniva chiesto un articolo su fatti sanguinanti appena accaduti. Sapeva nutrire le notizie con la sua profonda cultura.

Protagonista di Cosa loro è dunque la mafia del passato e del presente che Consolo visita e rivisita con perenne angoscia e dolore. Perché questa cappa di morte, sembra chiedersi a ogni riga, deve pesare da più di un secolo sulla Sicilia un tempo incontaminata? «Com’è possibile che qui, in quest’isola di tanta storia, di tanta cultura, di tanta civiltà ci possano essere mafiosi, criminali spietati, autori di efferati delitti, di stragi?». Un’ossessione, un tormento.

Gli articoli si incastrano l’uno nell’altro e creano un unicum tra le narrazioni di bellezza dei luoghi e, troppo spesso, di morte: il mare color del vino, le eredità della Storia, gli Angioini, gli Aragonesi, i re di Castiglia, le cupoline arabe color rosso sangue di San Giovanni degli Eremiti, la cattedrale di Palermo che custodisce i sarcofagi romani e le urne di porfido di re e imperatori, Federico II e Costanza d’Aragona, e poi lo Spasimo, la chiesa cinquecentesca dei padri olivetani senza più il soffitto, ma affascinante, lo Steri, il palazzo dell’Inquisizione, e anche i quartieri marcescenti, la Kalsa, Ballarò, la Vucciria, il Capo, il mondo delle zolfare, posto di lavoro e di sopraffazione padronale, il degrado dell’isola dove le case, nell’ultimo mezzo secolo, indifferenti o complici i governanti, sono state costruite sulla sabbia del mare. «Un paradiso abitato da diavoli».

Ma è la mafia la vera prima attrice del libro. Consolo scrive di Riina, dello stalliere Mangano, degli andreottiani di Palermo, Lima, i Salvo, non si dà pace. Racconta quando, ragazzetto decenne, accompagnò il padre commerciante su un vecchio camion Fiat 621 e a Villalba conobbe un tale che si chiamava don Calò Vizzini, «un vecchio laido, bavoso». Il maresciallo dei carabinieri del paese aveva vietato al signor Consolo di caricare un sacco di lenticchie, don Calò lo autorizzò. «Hai visto», gli disse il padre, «da queste parti il capomafia comanda più dei carabinieri. Scrivilo, scrivilo a scuola». Vincenzo gli ubbidì per tutta la vita.

Il libro è ricco di fatti noti e anche dimenticati. Lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel 1943, con il contributo essenziale di Cosa nostra, Portella della Ginestra, il bandito Giuliano, Pisciotta, le bugie istituzionali, la consapevolezza che la mafia non è una normale organizzazione criminale debellabile dalla repressione della polizia, ma è un altro Stato, con le sue leggi di rovina e di morte. È una continua constatazione per Consolo: «Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione, sa che la mafia, questa mala pianta, questo olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l’isola è stata tenuta, per l’ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata, da dominazioni, governi, da ottuse cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia si è sviluppata con l’abbandono, con l’assenza dello Stato, con la connivenza, l’aiuto di regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti».

La mafia umilia e infama nel mondo la Sicilia della storia, della cultura, dell’arte, della filosofia, del diritto, scrive Consolo raccontando i terribili anni Ottanta-Novanta del Novecento, quando tutto sembra perduto, quando una impressionante catena di assassinii — magistrati, politici, uomini dello Stato, carabinieri poliziotti, piccoli industriali — insanguina Palermo, città d’Italia e d’Europa: Piersanti Mattarella, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Libero Grassi, Ninni Cassarà, Gaetano Costa e poi Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Dopo l’assassinio del generale pare che si apra un tempo di speranza in cui anche Consolo crede. Falcone, Borsellino, altri giovani magistrati sembrano rappresentare allora la Sicilia che crede nella legge, nella libertà, nello Stato di diritto e si battono per una vera giustizia. Nasce dal loro lavoro il maxiprocesso che inizia nel febbraio 1986 nell’aula dell’ Ucciardone contro Abate Giovanni + 706, i capi della mafia e i gregari assassini che saranno condannati nei tre gradi di giudizio. Sembra l’inizio di una nuova era, quella degli italiani onesti.

È davvero così? La mafia nella storia non si dà mai per vinta e anche allora non dimentica il 16 dicembre 1987, data della sentenza definitiva della Cassazione.

La vendetta arriva nel 1992, il terribile anno dell’assassinio di Falcone e di Borsellino. Il popolo di Palermo quell’estate si ribella, passa insonne le notti nelle strade, nelle piazze, appende alle finestre e ai balconi lenzuola e panni bianchi. È il suo modo di dire no, di chiedere giustizia.

Non è finita. Il 15 settembre 1993, nel quartiere di Brancaccio, viene assassinato don Pino Puglisi, il parroco della chiesa di San Gaetano: «Un uomo, don Pino — scrive Consolo — in lotta contro i non uomini, i mafiosi e i sicari del quartiere, per salvare i bambini e i ragazzi da un destino di violenza, di illegalità, di miseria e ignoranza, di inciviltà».

Fino alla morte Vincenzo Consolo avrà nel cuore quegli uomini che si sono battuti allo spasimo, caduti nella lotta alla mafia: «Sono loro — scrive — l’onore di Sicilia e di tutto questo nostro paese irriconoscibile e irriconoscente».

Incroci identitari in Vincenzo Consolo

Scritto da Mario Minarda – cover consolo

(Recensione a Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo, Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38).

Due parole al singolare, mito e storia, che fissano i nuclei ideativi di partenza e una al plurale, letterature, che di quei nessi costituisce la filigrana espressiva, la facies esteriore, ma anche l’antico sostrato di fondo, disseminato in reminescenze culturali multiple. Queste le connotazioni principali che affiorano leggendo Mediterraneo. Viaggiatori e migranti di Vincenzo Consolo (Edizioni dell’Asino, Roma, 2016, pp.38), una piccola silloge di prose in forma breve che raccoglie testi già pubblicati dall’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio, alcuni dei quali presenti nel recente Meridiano mondadoriano, curato da Gianni Turchetta.

Il libro presenta un prezioso incastro di storie, riprodotto anche nella struttura stilistica degli scritti, accomunati dall’incisiva brevitas e dal tema conduttore: il viaggio, il movimento continuo come metafora di accoglienza e scambio. Ma anche come dispositio mentale di luoghi e sogni, identità meticcie, desideri ed emancipazioni. La dimensione narrativa, da questo punto di vista, è solo l’attacco emblematico di un itinerario conoscitivo nel quale trovano posto riflessioni critiche sulla lingua e la storia, reportage, memorie private e recensioni letterarie: spunti per una spicciola, e sui generis sociologia della letteratura, in costante dialogo con i fermenti dell’attualità.

Attraverso essa Consolo ci consegna una scrittura ricca, curiosa e vorace, dipanata in una tessitura testuale che segue la Storia ufficiale (citata , per esempio, è la Storia dei musulmani in Sicilia, di Michele Amari), ma che non disdegna le antiche cronache locali dimenticate, gli aneddoti legati a certe figure minori, o le microstorie, anche di natura (auto)biografica, che hanno dato vita a trame letterarie di intensa levatura, come ci insegna, tra gli altri, Leonardo Sciascia, che di Consolo fu amico e maestro. Ne viene fuori una prosa a metà strada tra racconto e saggio, nella quale l’armonizzazione dei pensieri dell’autore si accompagna ad una piacevole cifra conversativa con il lettore.

Si parte così dal racconto dei racconti, ovvero Il viaggio iniziatico di Ulisse nei mari dell’immaginario, palinsesto mitico per eccellenza, bacino universale di smarrimenti e frustrazioni, ma anche di fascinose seduzioni, dal momento che «Il romanzo di Ulisse non poteva che svolgersi in mare, perché il mare, questo cammino mobile e mutevole, è il luogo dove avviene il distacco dalla realtà, dove fiorisce il fantastico, il surreale, l’onirico» (p.7). Il movimento si associa al ricordo e alla trascrizione di esso, come a volere catturare un’impressione gravida di informazioni sul sociale, religiose, geografiche, familiari. È il caso del viaggio di Ibn Giubayr, curioso pellegrino arabo di fede islamica che disegna nel suo taccuino una privata odissea, ossia un «magico Memoriale» pubblicato postumo, che rievoca un lungo percorso da Granada verso la Mecca, passando attraverso le meraviglie abbaglianti di una Sicilia ancora inedita.

L’autore non manca tuttavia di gettare un occhio alle questioni geopolitiche più controverse, per scoprire come facili razzismi e difficili integrazioni odierne, andando indietro nel tempo, apparissero lievemente mutate di segno: ne è eco «la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano» in Tunisia che «avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali» (p.26).

La congerie embricata di trame e riflessioni morali continua fino alla chiusura dell’antologia consoliana, costituita dal racconto Uomini sotto il sole del 1963, dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani. Attraverso questo libro, che parla di esuli, di profughi senza patria morti tragicamente mentre andavano in cerca di fortuna nel Kuwait, Consolo ci parla del tema delle precarie identità nazionali e civili, sfibrate in mille rivoli retorici e spesso avulse dal multi prospettico reale; dolenti tasselli di una consunzione erratica e seminomade che dal mondo torna sempre alla letteratura e, attraverso essa, guarda con più viva circolarità e densa incisività di nuovo al mondo.

Su Vincenzo Consolo, orafo della parola

*

Nell’età della diffusione epidemica della graforrea sia tra i professionisti della pagina scritta che tra i dilettanti, non si può non andare con il ricordo e con il rimpianto a Vincenzo Consolo: orafo della parola. La penna dello scrittore siciliano era fresa e lima diamantata, bulino e bilancino, origine di sbalzo e cesello. Chi scrive ha avuto il piacere di conoscere Vincenzo e la dolcissima Caterina nei primi anni 90 del secolo scorso quando, con moglie e figlio, andò a trovarlo nella casa accogliente di Sant’Agata di Militello. Avevo fissato l’appuntamento attraverso un comune conoscente e andai per presentare un progetto sul suo ultimo – a quel tempo – romanzo: Retablo. Ancora mi commuovo al pensiero dell’accoglienza che Vincenzo riservò a noi tre sconosciuti; alla sua attenzione verso il nostro piccolo bambino; alla sua cura al momento della nostra ripartenza per Catania. Tanto era il suo pensiero per l’ora tarda e la probabile stanchezza del guidatore che ci invitò persino a trattenerci da lui per la notte.

Qualche anno dopo, su commissione del Teatro Stabile di Catania, avrebbe scritto un atto unico teatrale su Empedocle, “Catarsi”, e nel delineare il personaggio di Pausania mi disse di essersi ispirato a me, anzi di averlo scritto pensando che fossi chiamato io ad interpretarlo. Non aveva fatto i conti con le dinamiche del teatro e con i suoi tradimenti.

L’ultimo ricordo che ho del mio amico – mi perdoni, Vincenzo, ma il mio cuore la vuole chiamare così – risale ad un pomeriggio trascorso in casa di una prostituta ad Agrigento. Eravamo in quattro e il nostro ospite sapeva dell’amore di Consolo per la marginalità del mondo e della storia. Così ci portò a prendere un caffè da Pina, storica donnina della città dei templi. Con lei all’asse da stiro e noi seduti alla cerata unta e per ciò dai colori vivissimi su un tavolo scazonte, l’odore dalla caffettiera gorgogliante si espandeva nell’aria della piccola stanza umida. Ricordo gli occhi, anch’essi umidi, per la tenerezza che Vincenzo sicuramente provava per la storia che quella donna ci raccontava; così lontana dai lustrini e dalla sensualità che il suo ruolo sulla strada le avrebbe dovuto imporre. L’amore di Vincenzo per i margini, dicevo, diventava pudore infrangibile di fronte alla parola scritta; mai, a memoria mia, nelle sue opere, alcun margine è stato violato; mai l’interesse per il successo lo ha portato ad utilizzare anime e corpi verso cui vera era la sua cumpassione. Vincenzo non era uno scrittore di fiera, di mercato, di ‘bbanniata. Certo era un suo cruccio il non riuscire ad affidare all’inchiostro un solo segno che non fosse frutto di complessi processi creativi. Anche a me una volta confidò la sua meraviglia, non certo positiva, verso gli scrittori che producevano libri come… graforrea, appunto.

Leggere Consolo è come vivere la sequenza dell’immersione ne L’Atalante; è un fluttuare armonioso nella trama avvolgente del racconto; è un viaggiare sensuale fra le turgide pieghe e le morbide crespe della parola.

“Perché viaggiamo, perché veniamo fino in quest’isola remota, marginale? […] la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno.”

Buon viaggio, allora, e ad meliora, amico mio.

FD

L’idea della Sicilia – di Vincenzo Consolo

E’ ancora possibile il viaggio, oggi che sola ci è concessa la via unica, obbligata del risaputo e prevedibile per questo gran villaggio uguale in ogni punto che è diventato il mondo?

Oggi che siamo spinti verso la stasi – anticipo di quella definitiva -, in cui il mondo in sequenza ininterrotta di immagini ci scorre avanti agli occhi? Oggi che l’altrove, il lontano e ignorato è fuori dalla terra? Solo che dentro o fuori, qui o altrove forse poco è diverso.

Non è figura del tedio nostro, del sonno senza sogni il nero, infinito vuoto siderale; figura della nostra mente, dell’anima ogni squallido mar della Tranquillità o Serenità? (Tutto comincia, o finisce, quel 21 luglio del 1969, quando l’astronauta violò la superficie del satellite.

Si frantumò allora, cadde sulla terra a pioggia, oltre la poesia, ogni desiderio o illusione di viaggio. Anche, crediamo, la fantasia, la gioia della ricerca nello spazio d’ogni vero scienziato – “…appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci s’innalza in un’incantata sospensione” dice Calvino – non è tutto ormai sotto il dominio della fredda tecnologia?).

Impossibile oggi il viaggio. Ma mai come oggi si è viaggiato, mai tante compagnie, tanti grantours, planetours, international travels hanno mosso masse nei luoghi più “esotici” remoti del pianeta. Ma, privo d’ignoto, di scoperta, ridotto al livello dei consumi più accessibili e più rapidi, mai come oggi il viaggio ci è apparso più incosciente e insieme più innocente.
Viaggio in cui finalmente non si rischia più l’errore, l’omissione, l’incomprensione, come al contrario si rischiava nel passato, dall’antichità e fino a ieri.

Cos’era nel passato il viaggiare? Cos’era per un uomo lasciare la propria casa, il proprio paese e mettersi sulla via, cominciare il viaggio? Era, sappiamo, il bisogno di conoscere e di conoscersi. Ma era anche interrompere una vita e viverne contemporaneamente un’altra, era un moltiplicarla; era un lasciare l’inverno e cercare la primavera, un morire e rinascere, un rigenerarsi.

La chari est triste, helas! et j’ai lu tous les livres. Fuir! là-bas fuir!…

Ma non tutti avevano letto tous les livres, non tutti hanno avuto l’ansia radicale di Mallarmé, non tutti sono stati dei Rimbaud o dei Mattia Pascal, questi viaggiatori assoluti nella metafora della vita come viaggio? Quasi sempre i viaggiatori si son portati appresso scorie dell’altra vita, memorie, sentimenti, idee, preconcetti, certezze che fossero puntelli, difesa allo smarrimento, al panico del nuovo e dell’ignoto.

I viaggiatori, per esempio, che dal nord dell’Europa tra il Sette e l’Ottocento venivano in Italia. E, ancor di più, quelli che venivano in Sicilia. In quest’isola remota, antica (ecco due condizioni che generano poesia, dice Leopardi), carica di miti, di storia; in questa terra del caos e della minaccia, dei terremoti, dei vulcani, delle caligini, delle aride rocce, dei gessi e degli zolfo (“E la bella Trinacria che caliga / tra Pachino e Peloro, sopra il golfo / che riceve da Euro maggior briga / non per Tifeo ma per nascere solfo”: così Dante la dipinge nel Paradiso); in questa terra della quiete, dell’abbandono, della natura più bella e generosa, della luce chiara, delle acque, dei boschi, dei giardini e delle zagare.

In questa terra dei contrasti, in quest’isola ipotecata dalla letteratura, dal mito, dalla leggenda.

Già nel Medioevo e fino al Cinquecento, al Seicento e oltre – ci informa Atanasio Mozzillo nel suo saggio – la Sicilia appariva, infuocata e folgorata di lave e di sole, come un terrestre inferno, abitata da gente più simile a diavoli che ad uomini: era (per Montesquieu, per l’Encyclopédie, ad esempio) una deserta landa, una infinita distesa di ruderi, di macerie, con città come Palermo o Siracusa distrutte dai terremoti, scomparse nell’oblio.

Realistici, attendibili altrove, messo piede in Sicilia, quasi sempre i viaggiatori si avvolgono la testa nelle spesse bende del mito, dell’affabulazione. E l’esempio più evidente dice Mozzillo, è il domenicano Leandro Alberti.

Ma anche successivamente, il padre Labat, il barone von Riedesel, Brydone, l’abate Saint-Non, e tanti e tanti altri non sfuggono a questa legge. Sì che ci viene da immaginare che le lettres, le relazioni di viaggi in Sicilia più veritiere – vere nell’ordine del vagheggiamento, della fantasia – potrebbero forse apparirci quelle di famosi personaggi che il viaggio in Sicilia avrebbero voluto compiere e non compirono, o, anche se l’hanno compiuto, di esso han lasciato nessuna o labile traccia.

O assolutamente “inventata”, com’è nel caso limite di Stendhal. dice ne “La duchesse de Palliano: …il mio scopo principale, viaggiando per la Sicilia, non è stato quello di osservare i fenomeni dell’Etna, né di chiarire, per me e per gli antichi altri, quel che gli antichi autori greci hanno detto della Sicilia. Ho cercato soprattutto il piacere degli occhi, che in questo singolare paese è grande. Si dice che assomigli all’Africa: ma quel che per me è certo, è che non all’Italia se non per passioni divoranti”.

Ecco con quali occhiali, o con quali deliziose bende, se si vuole, l’autore della Chartreuse avrebbe fatto il suo viaggio in Sicilia. Ma, più indietro nel tempo, pensiamo ad un pittore come Pietere Bruegel, che nel 1552, dopo Napoli e Reggio Calabria, sembra che approdi nella bella, popolosa, ricca, per il suo porto, di traffici, di commerci, Messina.

“Et enfin il peut-être vu le détroit de Messine, ou il place un Combat naval dans une gravure…” scrive Marcel Fryns. Ma per noi è più suggestiva l’idea che Bruegel, a Palermo, abbia visto il famoso “Trionfo della morte di palazzo Sclafani” e che, nel suo Trionfo abbia ripreso quel cavallo e quel cavaliere scheletriti.

Topos pittorico che scivolerà poi fino a Guernica di Picasso. E pensiamo al viaggio, tra Siracusa e Messina e Palermo, sicuramente avventuroso e maudit, del Caravaggio.
A tanti altri pittori o disegnatori, pensiamo, che hanno o no lasciato appunti. Come quel Vivan Denon, versione francese del napoletano Liborio Pirro, quel segretario d’ambasciata a Napoli per il re di Francia e poi Direttore delle Belle Arti per Napoleone, che del suo viaggio in Sicilia oltre che con disegni, con un diario ci lascia traccia.

Ma penso soprattutto al viaggio desiderato ma non compiuto in Sicilia di Leopardi. Penso con rammarico a una mancata Ginestra dell’Etna, o a un tramonto della luna, o a un Infinito siciliani. Dicevamo sopra dei concetti o preconcetti, del bagaglio rassicurante che ogni viaggiatore in Sicilia si portava appresso.
Così il più grande di questa schiera di viaggiatori, il Viaggiatore: Goethe.

Quante omissioni, quante censure, quante imprecisioni gli hanno rimproverato, soprattutto nella parte siciliana, insigni lettori dell’Italienische reise. certo, il poeta di Weimar, partendo da Kralsbad il 3 settembre del 1786, cerca di spogliarsi di tutto – si spoglia anche del nome, ormai famoso, che cambia con un più anonimo Philipp Moller -, cerca di “morire e di rinascere”, ma non può fare a meno del suo bagaglio.

In cui vi sono, a fargli da metro, da certezza, in quel mare periglioso e infinito di natura e cultura che è la Sicilia, oltre ai classici, ad Omero, Diodoro, a virgilio, a Ovidio, (gli affiora a roma, davanti al colosseo), vi sono Winkckelmann, Spinoza, Michelangelo, Poussin, Lorrain, Raffaello, Palladio…

E, come pratico baedeker, vi è il viaggio del predecessore e compatriota von Riedesel. Cos’è il viaggio di Goethe in Sicilia?

E’ la conclusione necessaria per progressus alle origini, è il viaggio al termine della storia, della civiltà e del tempo; il viaggio anche al cuore della natura. La Sicilia, il prodigioso e antichissimo grembo di questa terra contiene, per chi sa trovarlo, l’Aleph: il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi, la storia che contiene tutte le storie…

“La Sicilia per me è un preannuncio dell’Asia e dell’Africa, e il trovarsi in persona al centro del prodigioso cui convergono tanti raggi della storia del mondo non è cosa da poco” dirà alla vigilia della sua partenza per l’Isola.

In cui, una volta giuntovi, come in una iniziazione misterica o una discesa agli Inferi, gli saranno rivelati, fuori di sè e dentro di sè, veramente dei prodigi. Come il prodigio del tempio di Segesta o quello, rovesciato e contrario, di Villa Palagonia, o quello “naturale” del’Etna, o, infine, il prodigio di vedersi, in Sicilia, al di là d’ogni particolare contingenza, cadere dagli occhi ogni benda, di sopportare la realtà nella misura più alta in cui erano arrivati a sopportarla i Greci.

Dirà, dopo il viaggio: “per quanto riguarda Omero, è come se mi fosse caduta una benda dagli occhi… Ora l’Odissea è davvero per me una parola viva”; e ancora: “L’aver aderito in stretto contatto al reale; mi ha dato un’incredibile scioltezza nell’esprimersi, per così dire, a prima vista su ogni cosa, e mi sento veramente felice che nel mio animo sia rimasta un’idea tanto chiara, completa e pura della grande, bella, impareggiabile Sicilia”.

Goethe riassume e rappresenta tutti gli altri viaggiatori stranieri in Sicilia; quelli che, pur non vedendo o stravedendo tanti aspetti della realtà siciliana, hanno tuttavia, ciascuno a suo modo, dato la visibilità di quell’evidenza che per Sciascia ai Siciliani prima era invisibile.

Li rappresenta anche nel senso del “rischio” oggettivo che è ciascun viaggio, rischio di errore ed omissione, e nella consapevolezza di questo rischio. “Eppure spesso mi appare evidente come siano lacunose le mie osservazioni; e se il viaggio compiuto sembra trascorrere come un fiume davanti agli occhi del viaggiatore, e la fantasia ne serba un’immagine di continuità ininterrotta, ciò malgrado non ci si può sottrarre alla sensazione che questa immagine sia, in fondo, incomunicabile” scrive.

E conclude, sulla impossibilità per il viaggiatore di “rendere” compiutamente un luogo: “Davvero ci vorrebbe tutta una vita umana, anzi la vita di parecchi uomini, che man mano ci trasmettessero le loro conoscenze”. Ma sa, Goethe, che il viaggio, ogni viaggio, è sì nella realtà, ma è soprattutto nella “idealità”.

Quello di Goethe, come d’ogni viaggiatore nell’Isola di ieri e di oggi, è la ricerca, come dice la Tuzet, d’una “idea” platonica della Sicilia.

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Ho letto “Le pietre di Pantalica” di Vincenzo Consolo

Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie di pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente…
Ho scoperto Vincenzo Consolo per via del Ritratto d’uomo o d’ignoto marinaio di Antonello da Messina, conservato al Museo Mandralisca di Cefalù, dove sarei andato a trascorrere le mie vacanze siciliane. Sul ritratto si era soffermato Consolo pubblicando nel 1976 Il sorriso dell’ignoto marinaio, da molti considerato il suo capolavoro. E’ mio vezzo da sempre leggere in vacanza libri che riguardano il luogo dove mi trovo. Scoprire Consolo mi ha dato una grande opportunità. Cosi ho cominciato con Le Pietre di Pantalica, una raccolta di racconti pubblicata nel 1988. Pantalica in provincia di Siracusa, che conoscevo perché fino al 2003 vi si è disputato un trofeo ciclistico internazionale, è una necropoli rupestre formata da migliaia di grotte scavate fra il XIII e l’VIII secolo a.C.
I primi racconti sono frammenti per un possibile romanzo ambientato all’epoca dello sbarco degli americani in Sicilia. Si svolgono tra Gela, Licata e Mazzarino.
Guatarono sulla strada quella gran tartuca di ferro, quella cùbbula possente, quel bufone meccanico col cannone sulla testa che avanzava lasciando dietro una coda di fumo e polverazzo. Videro le stelle bianche stampate sopra i fianchi e la bandiera floscia in su la cima dell’asta sopra il parafango. Che è che non è, capirono finalmente che si trattava d’essi, dei Mericani...
Da subito dunque Consolo intriga per quel suo linguaggio che lo rende assai diverso, più diretto, rispetto a quello artificiosamente siculo di un Camilleri.
Nella Mazzarino invasa da inglesi e americani lo scrittore ci introduce un fotografo ungherese al seguito delle truppe, uno che odiava la guerra, lo schifo della guerra e lo schifo dei fascismi e delle dittature che provocano le guerre. Ecco che Consolo regala al lettore una figurina (da alcune pagine si è capito che si tratta di Robert Capa), sperando che il fotografo ungherese, saltato su una mina a Thai Binh, in Indocina, un pomeriggio di maggio del ’54, approvi dal suo cielo, col suo sguardo ironico, il mio gesto.
Consolo si sofferma sulla chiamata alle armi del dopo 8 settembre ’43, quando si cercò di ricostituire qualcosa che somigliasse a un italico esercito. Arrivano le prime cartoline precetto: Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Nella Mazzarino di Consolo compaiono personaggi pittoreschi come don Oreste Paraninfo che nudo, di notte, suonava al violino sul balcone Mozart e Beethoven. O come don Rocco Colajanni, il farmacista, che sul letto di morte si fece leggere il Decamerone. Il medico Giunta, don Turiddu Bartoli e don Peppino, Falzone di cognome, capo mafia di nome e d’azione. E più di tutti piace la baronessa donna Elisa Accàttoli, elegante, ma d’una superbia tale e d’una prepotenza, e pardessù d’una sboccataggine, che pareva ci avesse sotto due cose come un uomo.
E’ proprio la Sicilia che volevo conoscere e che ho trovato in questo e altri scritti di Vincenzo Consolo che poi filosofeggia attraverso il personaggio di Vito Parlagreco (“Ma che siamo noi, che siamo?… formicole che s’ammazzan di travaglio… Il tempo passa, ammassa fango, sopra un gran frantumo d’ossa… E resta come segno della vita che s’è trascorsa, qualche fuso di pietra scanalata, qualche scritta sopra d’una lastra… Un cimiterio resta, di pietre e ciaramìte mezzo a cui cresce, a ogni rispuntar di primavera, il giaggiolo, l’asfodèlo”).
Sono racconti che vanno letti con attenzione per assaporare tutto lo humour che lo avvicina a Pirandello e agli scrittori siciliani che lo hanno preceduto. In altre pagine ci parla di intellettuali siculi, Sciascia, Buttitta, Antonino Uccello, Lucio Piccolo e ci porta a spasso per la costa nord, tra Palermo e Messina, così scorrono Naso, San Fratello, Capo d’Orlando, Sant’Agata di Militello che è il suo paese di nascita. Entrano di diritto nella narrazione la poesia, il teatro, la storia, l’archeologia. Sempre critico verso la sua Sicilia, abbandonata ben presto per vivere e lavorare a Milano, Consolo scrive righe allucinanti su Palermo: Palermo è fetida, infetta. In questo luogo fervido, esala odore dolciastro di sangue e gelsomino, odore pungente di creolina e olio fritto. Ristagna sulla città, come un’enorme nuvola compatta, il fumo dei rifiuti sopra Bellolampo.
Sembrano frasi scritte oggi, a luglio 2016. Della sporcizia e fatiscenza di Palermo sono stato recente testimone. Purtroppo. Ma è possibile che lì nulla cambi mai? Aveva ragione Tancredi, il nipote del principe di Salina che gattopardescamente aveva detto “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Questa è la Sicilia ancora oggi. E c’entra – l’oggi – nel Memoriale di Basilio Archita, il racconto che narra di un mercantile su cui si sono imbarcati di nascosto dei clandestini africani: Il capitano confabulò con gli ufficiali; il secondo comunicò poi a tutti che avrebbero buttato i negri in mare. L’oggi, appunto.
E infine nel racconto Comiso Vincenzo Consolo lascia una sorta di testamento nei confronti della sua terra: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato… Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto… Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.

Riccardo Caldara
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Chi si sente liberato e chi no

CHI SI SENTE LIBERATO E CHI NO

Vincenzo Consolo

 

Due nazionalismi, due fascismi speculari sono An e Lega. Sono due partiti che rivelano oggi, dismettendo finzioni, strappando veli – ammesso che non l’abbiano fatto prima, da sempre – la loro vera natura: autocratica, illiberale, violenta, razzista, incolta incivile… Rivelano oggi la loro natura, dichiarando, An e Lega, di non partecipare, il 25 aprile alla manifestazione di Milano per la celebrazione del 60° anniversario della liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. E’ incredibile a sessant’anni da quel sollevamento di popolo, dalla lotta partigiana, dal sacrificio di migliaia e migliaia di vittime innocenti. E di eroi caduti per ridare all’Italia libertà, democrazia, civiltà e dignità, dopo il vergognoso e disastroso ventennio nero e l’ancor più disastrosa guerra, dopo le criminali violenze dei nazisti e dei repubblichini di Salò ( stragi di Boves, Sant’Anna di Stazzema,di Marzabotto, deportazioni nei campi di sterminio…), è incredibile che ancora oggi paleo o neo fascisti possano offendere la Liberazione.  Perché oltraggiose suonano le dichiarazioni di due politici dei rispettivi schieramenti, di due che siedono oggi, grazie al sistema democratico riconquistato con la lotta partigiana, nel Parlamento; di due, i cui camerati, nel governo Berlusconi ( governo appena caduto, distruttore dei fondamentali principi della Costituzione, governo di interessi personali e degli amici degli amici), occupavano fino a ieri poltrone di ministri, di sottoministri e di sottogoverno.  Tornano in mente allora le parole che Livio Bianco, capo partigiano nel cuneese, con Duccio Galimberti, Nuto Revelli, Giorgio Bocca, Beppe Fenoglio, Pompeo Colajanni, pronunciò nel lontano 1947: “ Quelle forze, che credevano di aver sempre debellato, e verso cui abbiamo avuto il torto di essere stati troppo indulgenti, sono sempre vive, e rialzano la testa, e cercano baldanzosamente la loro rivincita”.

Sollevamento di popolo, dicevamo, è stata la lotta contro il nazifascismo, lotta di contadini, di operai, professionisti, intellettuali, di militari sbandati dopo l’8 settembre, di donne e ragazzi; lotta che dal Sud si propagò al Nord man mano che le truppe alleate avanzavano. Nelle Quattro Giornate di Napoli furono gli studenti del Liceo Sannazzaro e ragazzetti, scugnizzi di dodici anni, come Gennaro Capuozzo, a morire combattendo. Robert Capa, entrato in città con gli americani, fotografa il pianto delle madri e le misere bare dei ragazzi uccisi. Scrive nel suo diario: “ Mi tolsi il cappello e tirai fuori l’apparecchio. Puntai l’obiettivo sui volti delle donne affrante, che avevano piccole foto dei loro bambini morti, finché le bare non furono portate via. Le più vere e sincere immagini della vittoria furono queste, prese ad un semplice funerale in una scuola”.

Dal Sud al Nord dunque la Resistenza, man mano che gli angloamericani avanzano e i nazisti sono costretti a ritirarsi divenendo sempre più feroci, seminando distruzione e morte. Ma al Centro e al Nord, nell’ Abruzzo, nelle Marche, nell’ Umbria, in Emilia Romagna, in Toscana, in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, i partigiani si organizzano militarmente. E Milano, scrive Roberto Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana è “ la capitale politica della Resistenza”, la Milano di Curiel, Parri, Bauer, Pertini, Longo Valiani, la Milano dei dirigenti politici e degli intellettuali, ma soprattutto della classe operaia, la Milano delle lapidi sulle facciate delle case dei martiri della lotta partigiana, le lapidi di Giancarlo Puecher, dei fratelli Bruno e Fofi Vivarelli, di Alfonso Gatti, di Mario Greppi e di tantissimi altri (la mappa “Itinerari della Resistenza” è stata redatta dal Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano). La Milano di Uomini e no di Vittorini, di Col piede straniero sopra il cuore di Quasimodo, di Foglio di via di Fortini, e di Per i compagni fucilati in piazzale Loreto di Alfonso Gatto, la lirica pubblicata clandestinamente qualche giorno dopo l’eccidio.

Diceva.” Ed era l’alba, poi tutto fu fermo/La città, il cielo, il fiato del giorno/Restarono i carnefici soltanto/vivi davanti ai morti…”.

Dunque in questa città che è stata la “capitale politica” della Resistenza si commemora con la presenza del Presidente della Repubblica Ciampi, il 60° anniversario della Liberazione. E sia l’occasione, questo anniversario, perché Milano, la Lombardia, il Paese tutto, possano ritrovare la loro dignità, il loro orgoglio, il loro bisogno di libertà, di democrazia, di verità. Tutto quanto le elezioni regionali del 3-4 aprile, come un’alba luminosa, ci hanno fatto intravedere.

Vincenzo Consolo

( brano tratto da L’Unità del 24 Aprile 2005)