I fili ininterrotti di Vincenzo Consolo Memoria, memoria, tanta memoria.

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Paolo Di Stefano

Se c’è uno scrittore che ha passato tutta la sua vita a combattere sul fronte dell’impegno etico-civile e su quello della sperimentazione linguistica, questo è Vincenzo Consolo. «Il maggiore scrittore italiano della sua generazione» l’ha definito Cesare Segre, tenendo presente che la sua generazione è quella che viene dopo Sciascia, Pasolini, Volponi e Calvino, e cioè quella degli anni Trenta (Consolo è nato a Sant’Agata di Militello nel 1933 ed è morto a Milano nel 2012) che ha attraversato le turbolenze della neoavanguardia con totale simpatia o con totale disgusto. Consolo non si è allineato né con gli uni né con gli altri: grazie a un suo speciale e inesausto sperimentalismo, sempre in lotta contro la lingua del suo tempo e contro la lingua vittoriosa della storia; insofferente e pessimista rispetto alle magnifiche sorti agognate dalle ideologie progressiste. Arrivato a Milano negli anni 50 per studiare, attratto dalle sirene vittoriniane, Consolo abita fino alla fine nella metropoli lombarda (con crescente irritazione che culmina negli anni 90) ma non smette di tormentarsi sul destino della sua Sicilia. E anzi la sua narrativa rappresenta quasi programmaticamente (e ostinatamente) le varie fasi della storia sicula, dall’antichità greca (Le pietre di Pantalica) alla dominazione spagnola (Lunaria), al Settecento illuminista (Retablo), alla pessima realizzazione unitaria (Il sorriso dell’ignoto marinaio), all’irrazionalismo prefascista (Nottetempo, casa per casa), al secondo dopoguerra, fino alla contemporaneità della cronaca mafiosa (L’olivo e l’olivastro), comprese le «memorie degli innocenti sopraffatti dai delinquenti» (Lo spasimo di Palermo).

La scrittura di Consolo vive di molteplici paradossi, come non cessa di sottolineare Gianni Turchetta, curatore dello splendido Meridiano, coordinatore del convegno milanese e autore del saggio introduttivo delle «Carte raccontate», il fascicolo appena pubblicato dalla Fondazione Mondadori: «Per Consolo la “letteratura” è il luogo dove il linguaggio viene sospinto fino alle sue estreme possibilità, sottoposto a una pressione senza compromessi, con una tensione che è al tempo stesso formale e morale (…). D’altro canto, Consolo non smette di ricordare quanto le parole siano mancanti rispetto alla realtà». In questa contraddizione irresoluta è il tragico della narrativa di Consolo, che si rispecchia nel rigore tormentoso del lavoro materiale sul testo, dove ogni parola e ogni giro sintattico sono il risultato di scavi filologici e, si direbbe, archeologici, sprofondamenti negli strati della memoria storica, con le sue cicatrici, e della memoria linguistica. In un burrascoso incontro al Teatro Studio di Milano (un entusiasmante tutti contro tutti), organizzato nel marzo 2002 dalla Fondazione del Corriere, con Emilio Tadini, Tiziano Scarpa e Laura Pariani, Consolo disse: «Se stabiliamo che la letteratura è memoria – e la letteratura è memoria altrimenti sarebbe soltanto comunicazione cronistica, giornalismo – allora diventa anche memoria linguistica. Io credo che l’impegno di chi scrive sia quello di far emergere continuamente la memoria». Memoria è anche memoria linguistica: il che significa affidare alla letteratura il compito di resistere al linguaggio «fascistissimo» dell’omologazione. Una visione pasoliniana. Anche per questo è affascinante (e non di rado perturbante) seguire da vicino lo scrittore lungo le vie accidentate che conducono alla pubblicazione delle sue opere: attraverso cui si intuisce come «dato fondativo» della scrittura di Consolo quella che lo stesso Turchetta definisce «la ridiscussione e perfino l’aperta negazione della forma romanzo, in quanto portatrice di un’illusoria continuità narrativa, che mistifica la complessità del reale». E già a partire da La ferita dell’aprile (1963) – il sorprendente libro d’esordio che restituisce le lotte politiche del secondo dopoguerra narrate in prima persona dall’allievo di un istituto religioso di paese – si intravede uno sviluppo che porta dalle soluzioni più piane delle prime redazioni verso una crescente deformazione espressionistica e un arricchimento stilistico. Un processo che troverà una vera maturazione ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, ambientato ai tempi della spedizione dei Mille e articolato su più livelli: il capolavoro del 1976 il cui titolo si deve a un misterioso ritratto d’uomo di Antonello da Messina (che per una felice coincidenza è in mostra in questi giorni nella rassegna di Palazzo Reale), un dipinto ricevuto in dono a Lipari dal protagonista, il barone di Mandralisca. Una gestazione sofferta (e fondata su una lunga preparazione documentaria) che procede per faticose fasi di scrittura e riscrittura, ripensamenti e blocchi che in quegli anni vennero superati grazie al sostegno della moglie Caterina Pilenga e alle sollecitazioni di amici fedeli come Corrado Stajano. E nel segno dell’amicizia è anche il lungo rapporto – di totale ammirazione – con il «maestro» Sciascia: ora testimoniato dalla corrispondenza (1963-1988), edita da Archinto a cura di Rosalba Galvagno. La preziosa biblioteca consoliana e l’archivio – con le varie redazioni dei romanzi e i rispettivi materiali di ricerca – sono stati affidati alla Fondazione Mondadori che negli ultimi due anni ha completato la catalogazione e la descrizione. Con un rigore e una passione che Consolo, principe di rigore e di passione, avrebbe certamente approvato.

Paolo Di Stefano
4 marzo 2019 (Corriere della Sera)

Un volume della Fondazione Mondadori curato da Gianni Turchetta e un epistolario
edito da Archinto. E a Milano il 6 e 7 marzo un convegno sullo scrittore

Il volume «E questa storia che m’intestardo a scrivere. Vincenzo Consolo e il dovere della scrittura», a cura di Gianni Turchetta, nella collana «Carte raccontate» (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, pp. 52, euro 12, disponibile dal 6 marzo)
Il volume «Essere o no scrittore. Lettere 1963-1988», di Vincenzo Consolo e Leonardo Sciascia (Archinto, pp. 84, euro 14)

” Cosa loro ” Vincenzo Consolo nota del curatore Nicolò Messina

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in limine

nota del curatore

I libri di mafia (creazione e saggistica più o meno documentata, accademica o giornalistica) costituiscono ormai un filone nutrito, a volte retro o autoalimentato, anzi sembrano addirittura aver fondato un nuovo genere a sé stante, arricchito di recente anche dalla variante “antimafia”. Insomma, dal negazionismo – è proprio la parola giusta anche se mutuata dall’ambito delle riscritture della storia di un fenomeno non meno ignobile e sanguinoso –, dal negazionismo dei sicilianisti dell’Ottocento o del padano Ernesto Ruffini e oltre, si è passati all’inflazione “mafiologica”. Il dato di fatto è, tuttavia, che le pagine sulla mafia si sono moltiplicate, e continuano a proliferare, ma che la mafia – nonostante il sacrificio di tanti eroici resistenti e a discapito degli schivi combattenti impegnati a produrre fatti – persiste e si declina ormai al plurale.

Questo libro non intende allungare la sfilza di opere di tale “genere” editoriale, accrescere il rumore sul fenomeno delle mafie, un plurale da qualche tempo universalmente accettato. Un plurale, questo, la cui scoperta e consapevolezza – se mi è permessa una pennellata personale – sono legate al ricordo lontano di un seminario sul «sistema clientelare-mafioso»: lo teneva Danilo Dolci ed erano gli anni Settanta.

Queste pagine di Vincenzo Consolo, così poco gridate, non sono scritte da un mafiologo, etichetta che ripugnava a lui tanto quanto all’antesignano Leonardo Sciascia: sono invece l’ennesima dimostrazione del suo acume di osservatore implacabile del reale storico, della sua caratura di giornalista nato, mosso da una “curiosità” che è un “prendersi cura”, un “aver premura” di conoscere, di andare oltre le apparenze, di intervenire; sono, in un vasto arco temporale, un suo doveroso e sofferto fare i conti con una Sicilia-mondo – contro i suoi voti e desolatamente – più olivastro che olivo.

Da un esame dei documenti dell’archivio personale dello scrittore a Milano, i “pezzi” con attinenza alla mafia – sparsi in vari periodici o inediti – sono riconducibili grosso modo al periodo 1970-2010 e risultano un’ottantina. Il regesto completo è inserito in un’apposita Appendice finale.

Questo volume ne accoglie 64. I pezzi sono ordinati cronologicamente e corredati da una nota a piè di pagina con la fonte e la datazione. Ad ognuno di essi corrispondono ulteriori informazioni raccolte nell’appendice principale intitolata: Altre notizie sui testi.

Dei vari testimoni editi è stata seguita la lezione pubblicata. Nei casi in cui risultavano ancora custodite, sono state anche considerate, e in qualche caso preferite, le versioni manoscritte e/o dattiloscritte. Le varianti e i refusi di stampa emendati, certo interessanti dal punto di vista filologico, sono stati raccolti e registrati, ma alla fine non sono rientrati in questa edizione.

Dei 64 pezzi trascelti, alcuni sono motivati dalle impellenze dell’attualità (sia la cronaca legata a fatti di sangue o giudiziari, sia quella – nel formato della recensione – riguardante l’uscita di libri attinenti la mafia); altri sono improntati alla riflessione storico-sociologica generale. Ad una presentazione schematicamente tematica si è però preferita alla fine quella in stretto ordine cronologico di concepimento-gestazione-edizione, che ha il vantaggio di un approccio di lettura più libero e inoltre, non solo consente di seguire da vicino il dispiegarsi dell’interesse di Consolo per l’argomento, nel più vasto contesto della sua ininterrotta riflessione sulla storia italiana moderna e contemporanea, ma dimostra pure quanto le mafie fossero per lui Cosa loro, da cui prendere le distanze e da contrastare indefettibilmente e in ogni modo. Di qui il titolo e il sottotitolo dell’edizione: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010.

Nei casi non infrequenti di riprese e riscritture — è noto e ampiamente studiato il carattere palinsestico della scrittura consoliana – si propone tendenzialmente l’espressione, per così dire, più compiuta (per lo più la recentior) e si rende conto nelle Altre notizie sui testi delle eventuali testimonianze vetustiores e non. Il principio ispiratore dell’edizione è quello del rispetto dei processi elaborativi dell’Autore e del suo ne varietur conclusivo. Il che ha implicato – va da sé – l’omissione di alcuni dei “pezzi”, dei quali resta tuttavia traccia fra le Altre notizie sui testi e nel regesto finali, e – in sparute occasioni – qualche ritocco (espuntivo e non).

València-Marsala, giugno 2017

Nicolò Messina

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Nicolò Messina
Universitat de València
https://uv.academia.edu/Nicol%C3%B2Messina
Di formazione filologico-classica (Laurea Magistrale con lode in Latino medievale, Università di Palermo), è Dottore di Ricerca in Italianistica cum laude (European Label, Universidad Complutense de Madrid).
Dal 2011 è docente di Italianistica alla Universitat de València (Corso di Laurea in Lingue e Letterature Moderne, e in Traduzione, Interpretazione e Mediazione linguistica). In precedenza ha insegnato presso le Università di Santiago de Compostela, Complutense di Madrid, di Santiago del Cile (USACH, Católica de Chile, UMCE) e di Girona.
Ha allestito edizioni critiche di alcuni testi ispano-latini del VII-IX sec., tra cui: Pseudo-Eugenio di Toledo. Speculum per un nobile visigoto (Santiago de Compostela, 1984).
Nell’ambito dell’italianistica gli interessi sono linguistico-letterari ed ecdotici. Ha pubblicato studi sulla lingua di alcuni autori contemporanei (Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli, Enrico Brizzi, Stefano Vilardo).
A Vincenzo Consolo ha dedicato buona parte delle sue ricerche. In particolare: Breve viaggio testuale a ritroso: i retablos di Vincenzo Consolo (Madrid, 1997); Plurilinguismo in «Il sorriso dell’ignoto marinaio» di Vincenzo Consolo (Aarau [CH], 1998); Per una storia di «Il sorriso dell’ignoto marinaio» (Barcelona, 2005); Nello scriptorium di Vincenzo Consolo. Il caso di «Morti sacrata» (Lecce, 2006); Tra Mandralisca e Crowley. Su alcuni quaderni dell’Archivio Consolo (Stresa, 2010). Ha anche allestito l’edizione commentata del racconto La grande vacanza orientale-occidentale (Barcelona, 2005) e l’edizione critico-genetica di Il sorriso dell’ignoto marinaio (Madrid, 2009), pubblicata [ISBN: 978-84-692-0074-2] nella collana «E-Prints Complutense» (http://eprints.ucm.es/8090/). Inoltre – prima della curatela della raccolta di scritti giornalistici: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione (Milano: Bompiani, 2017) – ha realizzato quella della silloge di racconti: La mia isola è Las Vegas (Milano: Mondadori, 2012). Ha tradotto in castigliano il racconto Le lenticchie di Villalba (Las lentejas de Villalba, Santiago de Chile, 2000).
È membro del Consiglio di redazione della rivista accademica Quaderns d’Italià / Quaderni d’Italiano [Barcelona, Girona].
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CRONACHE SICILIANE DI VINCENZO CONSOLO

images (1)CRONACHE SICILIANE DI VINCENZO CONSOLO

Tanti anni fa Vincenzo Consolo raccontò di quando, da giovane, correva alla stazione del suo paese natale, Sant’Agata di Militello, «ad aspettare il “mio” giornale, il giornale dell’altra Sicilia, quella vera e storica della cultura e della speranza: “L’Ora”. Dalla sua cronaca apprendevo ora con gioia, ora con raccapriccio, delle occupazioni delle terre, delle uccisioni dei sindacalisti, della mafia, di Danilo Dolci, di Li Causi».Il grande scrittore siciliano è morto il 21 gennaio dell’anno scorso a Milano, lontano dalla sua isola amata e disamata. L’editore Sellerio, per l’occasione, ha pubblicato in volume gli articoli che Consolo scrisse sull’«Ora» in diversi periodi della vita: Esercizi di cronaca, a cura di Salvatore Grassia, con una prefazione di Salvatore Silvano Nigro (pp. 243, 13). Negli anni, Consolo collaborò a diversi giornali, «Tempo illustrato», «Il Messaggero», il «Corriere della Sera», «L’Unità», «il manifesto», ma per lui «L’Ora» fu sempre la voce di casa, il foglio più consonante, «il mio giornale», appunto. E sarebbe stato forse questo il titolo da dare alla raccolta uscita adesso, di grande interesse per la biografia dello scrittore.È una lezione di umiltà per Consolo il giornalismo. Non aveva, nei suoi confronti, la puzza sotto il naso di tanti letterati che disprezzano e insieme ambiscono a scrivere sui giornali. «Altro che dorata e comoda distanza, altro che metafora della scrittura letteraria! Com’è difficile il mestiere di giornalista e di giornalista in una città come Palermo, e in un giornale come “L’Ora”» scrisse.Il linguaggio, nei suoi romanzi, è essenziale. Ma nei suoi articoli dimentica del tutto il suo espressionismo barocco, usa soltanto l’italiano limpido e chiaro. Collaborò all’«Ora» dal 1964 e seguitò a scrivere su quel giornale della sinistra fin quando chiuse i battenti. Nel 1975 ? stava per finire, inquieto, il suo capolavoro, Il sorriso dell’ignoto marinaio ? lavorò per sei mesi nella redazione del quotidiano. Seguì allora a Trapani, nel Collegio dei gesuiti diventato Tribunale, il processo Vinci, l’uomo accusato di aver ucciso a Marsala tre bambine gettandole in un pozzo, condannato all’ergastolo per quegli orribili delitti. Scrisse la cronaca quotidiana del processo, testimone illuministico delle doppie verità, dei misteri, delle menzogne, delle isterie popolari, tra la tragedia greca e la manzoniana Storia della colonna infame. Protagonista è sempre il dubbio, i suoi resoconti sono minuziosi, a Consolo non sfugge nulla, attento alle figure e ai comportamenti dei giudici e all’enigmatico silenzio dell’imputato. Sa rendere partecipe il lettore del clima di follia che in quell’estate africana divise la città. Conobbe non superficialmente Giangiacomo Ciaccio Montalto, l’umanissimo e colto pubblico ministero del processo, che il 25 gennaio 1983 sarà ucciso dalla mafia. A lui Consolo dedicherà sul «Messaggero» pagine doloranti e bellissime.Gli articoli sul processo Vinci ? cento pagine ? letti adesso sembrano un libro nel libro. Consolo scrisse sull’«Ora» di molti temi. Il rapimento Corleo, parente dei ricchissimi cugini Salvo, gli esattori di Salemi, una cupa storia di mafia, ma usando il lato comico del suo primo libro, La ferita dell’aprile, raccontò anche storie gogoliane di vita siciliana andando a vedere gli uffici di Palermo, lo Stato civile, l’Inps, le Imposte dirette, con i loro grotteschi capiufficio, gli ispettori, gli impiegati.Lontano dalla Sicilia, invece i suoi articoli sembrano le lettere a casa di un eterno emigrato. Che cosa succede al Nord? Anche questo: un contadino salernitano viene licenziato da un’azienda di Codogno perché sa parlare soltanto nel suo dialetto.Scrisse affettuosamente di Franco Trincale, il cantastorie siciliano, e di Gaetano Manusé, il bancarellaio dalla faccia araba che vendeva libri dietro l’abside della chiesa di San Fedele, a Milano, ebbe clienti illustri, Montale, Toscanini, Luigi Einaudi, la Callas e tra le mani una Vita di Alfieri postillata da Stendhal.Il 12 giugno dell’anno scorso, sul «Corriere», Cesare Segre, recensendo La mia isola è Las Vegas, il libro di racconti uscito postumo, scrisse tra l’altro che «al dolore della perdita si mescola la consapevolezza, anche, dei mutamenti che questa perdita ha implicato per il quadro attuale della narrativa italiana. Si sa che Consolo era tra le figure di maggiore spicco del romanzo di fine Novecento».Si sa ora che era anche un ottimo giornalista.RIPRODUZIONE RISERVATA

Stajano Corrado

Consolo, disperazione in Sicilia

Consolo, disperazione in Sicilia

viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce ” l’ olivo e l’ olivastro ” (Mondadori) . cosi’ lo scrittore racconta il suo ritorno a casa. brano su Gibellina dal libro

– L’ INTERVISTA Viaggio, reportage, discesa agli inferi: esce “L’ olivo e l’ olivastro”. Cosi’ lo scrittore racconta il suo ritorno a casa TITOLO: Consolo, disperazione in Sicilia L’ emigrazione, i terremoti, lo sfascio del paesaggio la violenza, la corruzione delle coscienze: “La mia letteratura? La trovo tra Verga e Vittorini”  “E’ un risentimento profondo, non so se chiamarlo odio. L’ odio, in fondo, e’ furore per un amore tradito, per un’ offesa, ha la stessa intensita’ dell’ amore: se si arriva all’ odio significa che si ama tantissimo”. L’ olivo e l’ olivastro e’ il titolo del prossimo libro di Vincenzo Consolo. E sin dal titolo si rivela quell’ accostamento di opposti che da’ forma a tutto il “romanzo”: amore e odio, appunto, dolcezza e atrocita’ , fuga e desiderio di ritorno, passione e violenza, umanesimo e irrazionalita’ , lussureggiante bellezza e disfacimento. Insomma, olivo e olivastro. Romanzo? Forse. Ma anche diario di viaggio in diciassette capitoli, anche reportage, anche pamphlet, leggenda, invettiva, poesia, persino saggio. Racconto: per esempio, nel capitolo dedicato al breve e disperato soggiorno di Caravaggio a Siracusa. Memoria: nelle bellissime pagine in cui si rievoca la madre ormai incapace di riconoscere il figlio. Un libro ad albero, dal cui tronco spuntano rami nervosi, rami spogli, rami frondosi e mobili. Olivo e olivastro: nati da un unico ceppo e indissolubilmente intrecciati tra loro, come nel cespuglio sotto cui Ulisse si nascose appena giunto nell’ isola di Scheria, abitata dai Feaci. “L’ immagine dell’ olivo e dell’ olivastro . dice Consolo . compare nell’ Odissea, quando l’ eroe e’ al massimo della degradazione umana: ferito, nudo, solo. Omero dice che da uno stesso arbusto vengono fuori rami d’ olivo e d’ olivastro. E’ una specie di indicazione di quel che Ulisse si era lasciato alle spalle e di quel che lo aspettava nel futuro: da una parte la natura malvagia e minacciosa, il selvatico, il bestiale; dall’ altra il coltivato, l’ umano, l’ armonia. Infatti, arrivato nell’ isola dei Feaci, Ulisse trovera’ una citta’ molto alta, un’ utopia, un modello di perfezione. Ulisse poteva rimanere li’ , in quel regno beato, ma sente l’ urgenza della realta’ e della storia, la necessita’ di tornare a Itaca”. Urgenza del ritorno, urgenza della memoria: “Anche per me e’ un desiderio che brucia, . dice Consolo . e quando torno provo molto dolore e pochissimo conforto, tutto mi pare omologato nel male, nella perdita. Io ho sentito l’ esigenza di raccontare il disastro”. Niente giornalismo, pero’ , tiene a precisare Consolo: “La differenza tra giornalismo e letteratura e’ che la letteratura lavora con la memoria”. E viene in mente la polemica aperta recentemente da Bocca. “Lo scrittore, attraverso la memoria, riesce a dare spessore al presente”. Un viaggio nell’ isola delle meraviglie e della barbarie, ma un viaggio universale, nello strazio della nostra civilta’ . A Milazzo, dove accanto allo stabilimento esploso, alle canne fumarie delle industrie, ai morti carbonizzati, cresce il gelsomino delicato. A Siracusa, dove nella dissoluzione urbanistica si rimane inebriati dal profumo intenso del basilico. Il viaggiatore, come Ulisse che cerca la sua Itaca, non riconosce piu’ la sua terra. Ovunque trova desolazione: a Gela, a Catania, a Palermo, a Ortigia. Non riconosce piu’ il barocco di Noto, un tempo rigoglioso, vede Cefalu’ , Trapani, Segesta devastate dai terremoti, si inoltra nell’ inferno di acidi e diossine che esalano dalle raffinerie di Melilli. Torna a Trezza, il paese dei Malavoglia. Parte da Gibellina e la ritrova irrimediabilmente deformata. “Cos’ e’ successo, dio mio, cos’ e’ successo?”, si chiede con rabbia. Viaggio agli inferi. “Credo che la letteratura siciliana . dice Consolo . sia letteratura della stasi. Il piu’ statico e’ il mondo verghiano, dominato dal fato. Quello che ha cercato di rompere il cerchio della fatalita’ e della condanna e’ stato Pirandello, attraverso la dialettica e il ragionamento: ma trasferiva la chiusura del mondo contadino e marinaro in un’ altra chiusura, piccolo borghese: e’ quella che Macchia ha chiamato la camera della tortura. Poi Vittorini, con Conversazione in Sicilia, ha portato il viaggio nella letteratura siciliana. Io oscillo tra questi due opposti. Ma l’ esigenza di muoversi o di star fermi dipende anche dalle speranze che si nutrono nella storia. Questo e’ un libro di grande disperazione, anche se ci sono qua e la’ piccoli barlumi di sopravvivenza”. E poi il libro di Consolo ci parla di letteratura: si apre con una dichiarazione di apparente sfiducia: “Ora non puo’ narrare”. Come, non puo’ narrare? “Nel libro . dice Consolo . viene agitato il tema dell’ afasia. Ci sono momenti in cui la disperazione e’ tale che non trovi piu’ interlocutori e ti viene voglia di chiuderti. Ci sono due tipi di afasia: quella del potere, che per definizione non vuole comunicare, e quella dell’ artista che si oppone a questo potere. Per narrare bisogna essere angeli, messaggeri, avere degli interlocutori in cui trovare comprensione. Se viene meno questa speranza, lo scrittore rischia l’ afasia: basta pensare a Empedocle, a Ezra Pound, a Holderlin”. E c’ e’ l’ afasia del vecchio Verga, raccontata in un capitolo del libro. Eccolo, l’ autore dei Malavoglia, al suo ottantesimo compleanno, chiuso nel suo soliloquio, nell’ amarezza dell’ incomprensione, insensibile ai festeggiamenti e muto persino davanti a Pirandello chiamato a celebrarne ufficialmente la grandezza: “Verga ha subi’ to una grave ingiustizia. E’ l’ ingiustizia perpetrata ogni volta nei confronti degli scrittori che non adottano il codice linguistico imperante. Io ho voluto narrare il momento del suo risentimento e della sua ritrazione. Fu preso per un traditore, perche’ fino a un certo punto abbandono’ il linguaggio mondano, assolutamente comunicabile, che piaceva tanto nei salotti nobili milanesi. Quando riscopre la memoria, sceglie una lingua intraducibile ma di estrema verita’ e poesia: a quel punto non viene piu’ capito”. Dalla parte di Verga, della sua lingua, una scelta che oltrepassa la superficie formale e che affonda nelle profondita’ della narrazione. Come le esplosioni barocche di Consolo, che da sempre bruciano nel corpo del suo racconto: “In una lettera, Calvino scriveva a Sciascia: io sento che tu raffreni la matrice barocca che c’ e’ dentro la tua scrittura… Forse Sciascia aveva paura di sconfinare. Sono convinto che qualsiasi scrittore periferico sia spinto verso l’ uso di un linguaggio eccentrico. Sciascia diceva che era un cultore del pensiero e che non sapeva pensare in dialetto. In me c’ e’ questo bisogno, forse perche’ sono nato alla confluenza tra due mondi antitetici: la Sicilia orientale, contrassegnata dalla presenza della natura, dell’ Etna, dei terremoti e quindi portata al lirismo; e la Sicilia occidentale, piu’ razionalistica, attratta dallo storicismo. Ecco, io vorrei essere un illuminista ma la mia scrittura mi porta irresistibilmente verso il barocco. Vivo in continua oscillazione tra questi due poli”. L’ olivo e l’ olivastro.

Titolo: Gibellina: un sudario di calce

– Da “L’ olivo e l’ olivastro” di Vincenzo Consolo (Mondadori, pagine 149, lire 27.000) anticipiamo il brano su Gibellina.Nel nudo, nel crudo terreno, nella desolata vaghezza, nella memoria dissolta, nell’ estraneita’ , nell’ assenza, sorge l’ arroganza, l’ offesa, il teatro di marmo, di cemento, di bronzo, sorge alto sopra l’ asfalto il fiore stridente, la stella texana, la porta per la fiera del vuoto, per la citta’ metafisica. Di larghe strade, di rampe, di scale, di spalti, portici, logge, vaste piazze, anfiteatri deserti, folgorati dal sole, tagliati dall’ ombra, di cubi, sfere, coni, cilindri, giardini di pietra, ghirigori di ferro, porte di marmo, cancelli, cerchi, ellissi, frecce, rombi, triangoli, sibillini alfabeti, il sarcasmo della reliquia innestata del frammento, l’ arco il portale il timpano infranto. L’ ombra alle spalle e il rimbombo sopra le lastre, fra le astratte sculture imponenti, le architetture della citta’ costruita dai proci, il labirinto dello spaesamento, della squadra, del compasso, dello scoramento, della malinconia, dell’ ansia perenne (…). Ora tu, eroe sconfitto, vieni fuori da una casa del nuovo paese, cammini sulla strada deserta, ti guardi intorno smarrito. Io t’ incontro, ti chiedo. “Sono nato a Gibellina, di anni ventitre’ …”, rispondi. “Che dico?… Mi chiamo Nicola, sono nato a Gibellina, ho lavorato nelle cave di Meirengen, vicino Basilea. Ho la’ moglie, figli che non vogliono piu’ tornare in questo paese”. “Ti riconosco, Nicola, e son passati tanti anni, sei incanutito… T’ ho incontrato alla stazione di Milano…”. “Anch’ io ti riconosco, e sei vecchio, hai una faccia diversa… Vorrei rivedere l’ altro paese”. Andiamo per quella campagna brulla, di radi alberi, di rocce, di stoppie, di palme solitarie. Arriviamo al colle, ai ruderi spianati e coperti da un’ immensa colata di cemento, da una coltre bianca, da un sudario di calce. “Non so dov’ era la mia casa, dov’ era il castello, la piazza, la chiesa…”, lamenta Nicola.

 Paolo Di Stefano, Consolo Vincenzo

(3 settembre 1994) – Corriere della Sera
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