Su Vincenzo Consolo, orafo della parola

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Nell’età della diffusione epidemica della graforrea sia tra i professionisti della pagina scritta che tra i dilettanti, non si può non andare con il ricordo e con il rimpianto a Vincenzo Consolo: orafo della parola. La penna dello scrittore siciliano era fresa e lima diamantata, bulino e bilancino, origine di sbalzo e cesello. Chi scrive ha avuto il piacere di conoscere Vincenzo e la dolcissima Caterina nei primi anni 90 del secolo scorso quando, con moglie e figlio, andò a trovarlo nella casa accogliente di Sant’Agata di Militello. Avevo fissato l’appuntamento attraverso un comune conoscente e andai per presentare un progetto sul suo ultimo – a quel tempo – romanzo: Retablo. Ancora mi commuovo al pensiero dell’accoglienza che Vincenzo riservò a noi tre sconosciuti; alla sua attenzione verso il nostro piccolo bambino; alla sua cura al momento della nostra ripartenza per Catania. Tanto era il suo pensiero per l’ora tarda e la probabile stanchezza del guidatore che ci invitò persino a trattenerci da lui per la notte.

Qualche anno dopo, su commissione del Teatro Stabile di Catania, avrebbe scritto un atto unico teatrale su Empedocle, “Catarsi”, e nel delineare il personaggio di Pausania mi disse di essersi ispirato a me, anzi di averlo scritto pensando che fossi chiamato io ad interpretarlo. Non aveva fatto i conti con le dinamiche del teatro e con i suoi tradimenti.

L’ultimo ricordo che ho del mio amico – mi perdoni, Vincenzo, ma il mio cuore la vuole chiamare così – risale ad un pomeriggio trascorso in casa di una prostituta ad Agrigento. Eravamo in quattro e il nostro ospite sapeva dell’amore di Consolo per la marginalità del mondo e della storia. Così ci portò a prendere un caffè da Pina, storica donnina della città dei templi. Con lei all’asse da stiro e noi seduti alla cerata unta e per ciò dai colori vivissimi su un tavolo scazonte, l’odore dalla caffettiera gorgogliante si espandeva nell’aria della piccola stanza umida. Ricordo gli occhi, anch’essi umidi, per la tenerezza che Vincenzo sicuramente provava per la storia che quella donna ci raccontava; così lontana dai lustrini e dalla sensualità che il suo ruolo sulla strada le avrebbe dovuto imporre. L’amore di Vincenzo per i margini, dicevo, diventava pudore infrangibile di fronte alla parola scritta; mai, a memoria mia, nelle sue opere, alcun margine è stato violato; mai l’interesse per il successo lo ha portato ad utilizzare anime e corpi verso cui vera era la sua cumpassione. Vincenzo non era uno scrittore di fiera, di mercato, di ‘bbanniata. Certo era un suo cruccio il non riuscire ad affidare all’inchiostro un solo segno che non fosse frutto di complessi processi creativi. Anche a me una volta confidò la sua meraviglia, non certo positiva, verso gli scrittori che producevano libri come… graforrea, appunto.

Leggere Consolo è come vivere la sequenza dell’immersione ne L’Atalante; è un fluttuare armonioso nella trama avvolgente del racconto; è un viaggiare sensuale fra le turgide pieghe e le morbide crespe della parola.

“Perché viaggiamo, perché veniamo fino in quest’isola remota, marginale? […] la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno.”

Buon viaggio, allora, e ad meliora, amico mio.

FD

” La Luna ” brani di Vincenzo Consolo

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Quand’ecco all’improvviso distaccasi la Luna, rotola sul profilo del Grifone, Gibilrossa, Bellolampo, scivola sui merli delle torri, le curve delle cupole, le guglie, le banderuole in cima ai campanili, e s’appressa crescendo a dismisura, fino che viene ad adagiarsi nel giardino sopra i bastioni, tra le palme e le voliere, grande come il rosone d’una chiesa, e vomita scintille dal suo corpo.

(Lunaria)

In quel modo si spegne a poco a poco, annerando, mentre pigolano gli uccelli e passiscon sfrigolando i gelsomini, le pomelie, le aiole d’erbe, di fiori senza nome. Allora, guardando il cielo, vedo, dove lei s’era divelta, un’orma, una nicchia, un vano nero che m’attrae e dona nel contempo le vertigini…

(Lunaria)

… il cielo si schiariva, le stelle si spegnevano, sparivano, e la luna di tre quarti, perdeva la sua luce, impallidiva, si faceva di carta matta, una velina.

Appariva, di là della vallata, di là del Dessuèri e del Dittàino, di là d’Adrano, Jùdica e Centùripe, contro un cielo viola e lucescente, la cima innevata e il fumo del vulcano.

(Le pietre di Pantalica)

… supino, guardavo il cielo che da mosso si faceva violaceo e s’incupiva man mano.

Apparve una falce di luna, e mi tornarono in mente, chissà perché, a me che non ho mai amato il melodramma, le dolcissime note belliniane e le parole della preghiera di Norma: “Casta Diva, che inargenti ….”

(Le pietre di Pantalica)

Sorgeva l’algente luna in quintadecima e rivelava il mondo, gli scogli tempestosi e il mare alla Calura, stagliava le chiome argentee, i tronchi degli ulivi.

Sopra la collina Santa Barbara, in cima, sul declivio, per la pianura breve, contro la vaga luce mercuriale, parevan sradicarsi, muover dondolando, in tentativo di danza, in mutolo corteo, aspri, rugosi, piagati dalle folgori, maculati da lupe, da fumiggini, spansi o attorti con spasimo in se stessi.

Sale, sale pel cielo il turbine di lucciole, lo zingo fantasmatico, sale e suscita maree, turbamenti, lieviti, tristizie – se lento il progredire e inesorabile riduce la fiducia, incrina la quiete, sospinge alle discese scivolose, agli spenti catoi melanconici, l’estremo che s’involge, il colmo che trabocca, il pieno che tramuta in decrescenza sprofonda nel terrore, annega nell’angoscia.

(Nottetempo, casa per casa)

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brani scelti da Claudio Masetta Milone

Caro Maestro

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Caro Maestro, sono ormai passati cinque anni e le stagioni sembrano essersi fermate. Il tuo scendere in Sicilia, a Sant’Agata, le scandiva tutte: segnava l’arrivo imminente dell’estate o il suo trascolorare nell’autunno, quando tornavi a Milano. Scrivevi: “Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.” (Le pietre di Pantalica, 1988) Alcàra Li Fusi, San Marco d’Alunzio, San Fratello, Portella, Femmina Morta, Mistretta, Furci, Scurzi, Caronìa, Santo Stefano di Camastra, le pendici dei Nèbrodi: sono tutte schegge, frammenti, sprazzi di una Sicilia visitata insieme, osservata, ascoltata, raccolta e custodita per farne narrazione, racconto, poesia. Sono pagine di una storia comune, condivisa, che tu temevi sfumasse nella dimenticanza, nell’abbandono, nel silenzio. Per questo mi chiedevi di accompagnarti per paesi e contrade, su e giù per i fianchi dei nostri monti, ricchi di storia umana e naturale, o lungo la costa, nelle contrade incastonate come piccole gemme tra la roccia e il mare: per raccogliere i palpiti di una terra che temevi fosse sul punto di scomparire. A te, poi, spettava il compito di trasferire nella scrittura il pulsare di quella vita, di quelle storie di cui ti volevi fare testimone, custode, attraverso la parola di quel Creato nebroideo popolato di pastori, contadini, carbonai, carrettieri, autentici plasmatori di forme e sapori. Ricordo ancora l’interesse consapevole con cui apprezzavi le forme dell’umano creare: un canestro di olivastro e giunco, un bùmbulu di calda terracotta, una fascedda di ricotta profumata sapevano strapparti il più sincero e vivido interesse. A me lasciavano il privilegio di aver potuto assistere alla tua meraviglia di siciliano mai stanco di conoscere la sua terra. Nel raccoglimento creativo che inevitabilmente seguiva, nella tua casa di Sant’Agata o dalla distanza di Milano, trasferivi al linguaggio la dimensione umana e culturale sperimentata nei nostri pellegrinaggi su e giù per la Sicilia di allora. Alla lingua, più che a ogni altra cosa, spettava il compito di far riaffiorare la stratificazione culturale, le incrostazioni di cui la storia e gli avvicendamenti dei popoli hanno segnato la nostra isola. Ripercorrendo i tuoi scritti, mi soffermo di frequente su questo passo: Azzurro, giallo, rosso. Mi regalò mio padre tre cristalli, mia madre tre nastri variopinti. Mi dissero partendo: Muoviti, figlio, agita il ventre, danza a campo raso, nella luce piena. È fredda l’ombra, immobile serpente, lunga la notte dentro la foresta. (Lunaria, 1985, pag.19) E penso alla musicalità, al canto della tua lingua, alla gioia, ingrediente mai riconosciuto sufficientemente della tua opera. E come non ricordarla, la gioia, quell’emozione densa di stupore con cui accoglievi e raccoglievi ogni nuova trovatura, ogni nuova scoperta che ti disvelasse una pagina della nostra comune storia di siciliani. La stessa gioia meravigliata che ti colse bambino di fronte alla rivelazione di nuovi linguaggi: “[…], fu lei a rivelarmi il bosco, il bosco più intricato e segreto. Mi rivelava i nomi di ogni cosa, alberi, arbusti, erbe, fiori, quadrupedi, rettili, uccelli, insetti… E appena li nominava, sembrava che da quel momento esistessero.” (Le pietre di Pantalica, 1990, pag. 151) Gioia, nella tua scrittura, era il dispiegarsi pieno e ricco del linguaggio e della sua policromia, gioia era il far risuonare tra le pagine l’eco di parole antiche ma vive, antidoto alla perdita di senso, allo svuotamento, all’oblìo: “Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha rόso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia.” (Retablo, 1990, pag.1 )

“ che Calasia ”.

Claudio Masetta Milone

foto di Gino Fabio

Caro Maestro

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Caro Maestro,
sono ormai passati cinque anni e le stagioni sembrano essersi fermate. Il tuo scendere in Sicilia, a Sant’Agata, le scandiva tutte: segnava l’arrivo imminente dell’estate o il suo trascolorare nell’autunno, quando tornavi a Milano. Scrivevi:

“Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta di addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca.”
(Le pietre di Pantalica, 1988)

Alcàra Li Fusi, San Marco d’Alunzio, San Fratello, Portella, Femmina Morta, Mistretta, Furci, Scurzi, Caronìa, Santo Stefano di Camastra, le pendici dei Nèbrodi: sono tutte schegge, frammenti, sprazzi di una Sicilia visitata insieme, osservata, ascoltata, raccolta e custodita per farne narrazione, racconto, poesia. Sono pagine di una storia comune, condivisa, che tu temevi sfumasse nella dimenticanza, nell’abbandono, nel silenzio. Per questo mi chiedevi di accompagnarti per paesi e contrade, su e giù per i fianchi dei nostri monti, ricchi di storia umana e naturale, o lungo la costa, nelle contrade incastonate come piccole gemme tra la roccia e il mare: per raccogliere i palpiti di una terra che temevi fosse sul punto di scomparire.
A te, poi, spettava il compito di trasferire nella scrittura il pulsare di quella vita, di quelle storie di cui ti volevi fare testimone, custode, attraverso la parola di quel Creato nebroideo popolato di pastori, contadini, carbonai, carrettieri, autentici plasmatori di forme e sapori. Ricordo ancora l’interesse consapevole con cui apprezzavi le forme dell’umano creare: un canestro di olivastro e giunco, un bùmbulu di calda terracotta, una fascedda di ricotta profumata sapevano strapparti il più sincero e vivido interesse. A me lasciavano il privilegio di aver potuto assistere alla tua meraviglia di siciliano mai stanco di conoscere la sua terra. Nel raccoglimento creativo che inevitabilmente seguiva, nella tua casa di Sant’Agata o dalla distanza di Milano, trasferivi al linguaggio la dimensione umana e culturale sperimentata nei nostri pellegrinaggi su e giù per la Sicilia di allora. Alla lingua, più che a ogni altra cosa, spettava il compito di far riaffiorare la stratificazione culturale, le incrostazioni di cui la storia e gli avvicendamenti dei popoli hanno segnato la nostra isola. Ripercorrendo i tuoi scritti, mi soffermo di frequente su questo passo:
Azzurro,
giallo,
rosso.
Mi regalò mio padre tre cristalli,
mia madre tre nastri variopinti.
Mi dissero partendo:
Muoviti, figlio,
agita il ventre,
danza a campo raso,
nella luce piena.
È fredda l’ombra,
immobile serpente,
lunga la notte dentro la foresta.
(Lunaria, 1985, pag.19)
E penso alla musicalità, al canto della tua lingua, alla gioia, ingrediente mai riconosciuto sufficientemente della tua opera. E come non ricordarla, la gioia, quell’emozione densa di stupore con cui accoglievi e raccoglievi ogni nuova trovatura, ogni nuova scoperta che ti disvelasse una pagina della nostra comune storia di siciliani. La stessa gioia meravigliata che ti colse bambino di fronte alla rivelazione di nuovi linguaggi:
“[…], fu lei a rivelarmi il bosco, il bosco più intricato e segreto. Mi rivelava i nomi di ogni cosa, alberi, arbusti, erbe, fiori, quadrupedi, rettili, uccelli, insetti… E appena li nominava, sembrava che da quel momento esistessero.”
(Le pietre di Pantalica, 1990, pag. 151)
Gioia, nella tua scrittura, era il dispiegarsi pieno e ricco del linguaggio e della sua policromia, gioia era il far risuonare tra le pagine l’eco di parole antiche ma vive, antidoto alla perdita di senso, allo svuotamento, all’oblìo:
“Rosalia. Rosa e lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha rόso, il mio cervello s’è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia, zàgara e cardenia.”
(Retablo, 1990, pag.1 )

“ che Calasia ”.

Claudio Masetta Milone

foto di Gino Fabio

Sciascia e Parigi. Lo scrittore nella città

 

La tua Parigi è sempre quella che hai scoperto attraverso gli occhi di Sciascia?

Il primo libro di Sciascia francese è stato Il paradosso dell’attore di Diderot. Il mio primo romanzo francese, quando lo lessi avrò avuto 10-11 anni, è stato I miserabili di Victor Hugo. Siamo stati segnati da due matrici assolutamente diverse. Una romantica, l’altra settecentesca illuminista. Io amo moltissimo Parigi, ma non ci vado con lo spirito con cui ci andava Leonardo. Vedo Parigi molto letteraria, senz’altro; un giorno mi sono imbattuto in una targa che diceva che lì aveva abitato Hemingway; a ogni piè sospinto ti trovi pagine di letteratura; non c’è solo Voltaire, c’è anche Proust. Ho cercato di andare oltre questa geometria cartesiana, mi sento più romantico… che illuminista. Ma Parigi la trovo veramente la città ideale, al di là della letteratura al di fuori della letteratura, per il suo essere tante città; cosa che non credo sia neanche  New York.

Forse perché in Italia siamo abituati alle piccole città. Anche la nostra letteratura è una letteratura di piccole città, a partire da Manzoni in poi, una letteratura della piazza, del villaggio. E lì invece appena giri l’angolo trovi una città assolutamente diversa. Ritrovi questa varietà di paesaggi anche umani. Una volta camminando, credo a Barbès, con Sciascia abbiamo incrociato una schiera di arabi e Sciascia mi disse «guarda che belle faccie di siciliani…», anche se sapeva benissimo che si trattava di arabi; lui aveva un grande amore per le matrici arabe della Sicilia, e ritrovarle a Parigi… credo lo affascinasse. Però questa mediterraneità, che lui vedeva a Parigi, ma anche il côté sudamericano, questa varietà di umanità lo affascinava; perché i nostri orizzonti sono monoculturali; solo adesso per la prima volta ci ritroviamo di fronte a degli estranei con le immigrazioni recenti. La Francia ha avuto da sempre la multi-cultura… credo che Leonardo fosse affascinato da questo; perché appunto conoscendo la storia siciliana, sapeva cos’era stata Palermo sotto i normanni, come ci racconta l’Amari; varie lingue, culture, religioni che convivevano insieme. Per lui era dunque l’ideale della reciproca conoscenza, dell’arricchimento reciproco, credo fossero tutte queste cose che lo affascinavano…

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Vincenzo Consolo Conversazione a Siviglia a cura di Miguel Ángel Cuevas

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VINCENZO CONSOLO
CONVERSAZIONE A SIVIGLIA
A cura di Miguel Ángel Cuevas

NOTA DEL CURATORE

Nell’ottobre del 2004 vennero organizzate presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Siviglia, su iniziativa dell’Istituto di Italianistica, delle giornate di studio sull’opera di Vincenzo Consolo. L’autore aveva già visitato in precedenza il capoluogo andaluso, sia privatamente sia in quanto invitato a tenere delle conferenze nell’Ateneo cittadino. In questo caso, era la celebrazione del suo settantesimo compleanno nel 2003 ad offrire un’occasione d’incontro ad un gruppo di studiosi interessati nell’analisi e l’interpretazione della sua opera. Partita la proposta, problemi di varia natura costrinsero però a posticipare le giornate, che dovettero finalmente intitolarsi ai 70+1 anni dello scrittore.

I risultati accademici del seminario vennero pubblicati in un dossier monografico nel numero 10 della rivista universitaria catalana Quaderns d’Italià, nel 2005. Al di là però di tali risultati, ciò che queste pagine vorrebbero proporre – senza altri filtri se non quelli assolutamente imprescindibili, a cui si accennerà dopo – è la voce dello scrittore stesso, le sue parole in presa diretta.

A motivo del convegno, il programma Tesi, trasmissione culturale della televisione pubblica andalusa, riprese Consolo in una lunga intervista, mandandone poi in onda una versione molto ridotta all’interno della serie Autoritratti. La prima parte di questo libro consiste nella trascrizione dei momenti di maggiore spessore riflessivo dell’intera intervista.

Pari interesse presenta almeno la seconda sezione del libro. Stimolato dalla lettura plurale alla quale veniva sottomessa la sua opera, spronato dalle molteplici significazioni che svariate operazioni ermeneutiche mettevano a fuoco nei suoi testi – la cui condensazione simbolica permetteva, anzi richiedeva interpretazioni diverse – Consolo prendeva estemporaneamente la parola in seguito agli interventi dei relatori: a volte per rispondere a delle domande dei partecipanti (studiosi e studenti); più spesso però motu proprio, senza bisogno d’alcun quesito, per raccontare: spinto dai privati ricordi destati da quella attenzione che la sua opera suscitava. E l’attenzione, come ognun sa, è una delle forme più alte dell’affetto. Così, ed intensamente, dovette percepirlo lo scrittore se, a conclusione dell’incontro, volle dire: «Al di là di me, al di là anche degli interventi di tutti, di tipo filologico, di tipo critico, la cosa più importante, più bella è questo ritrovarci qui, trovarci tra persone dello stesso sentire, dello stesso modo di concepire il mondo e la vita. Ecco, io credo che questa sia la cosa più importante, in questo mondo di oggi che va sempre più desertificandosi». Tutta questa narrazione orale, a viva voce, improvvisata come quella dell’aedo – che rimembra e dice, nel ripetere il già detto – era ripresa da un registratore. Possiamo leggerne ora, dopo il necessario assemblaggio, la trascrizione.

Nella prima edizione, spagnola, di questo testo, chiudeva il volume la traduzione de La grande vacanza orientale-occidentale, racconto che lesse lo scrittore a chiusura delle giornate e che ora fa parte del libro postumo La mia isola è Las Vegas: una narrazione di scoperta matrice autobiografica se la si legge alla luce di quanto è stato rapsodicamente raccontato durante la conversazione; ma anche se si dà ascolto alle ultime parole, sottovoce, timide e alquanto imbarazzate, che registra il documento sonoro: «Non c’è niente di inventato in questo racconto, è tutto vero».

In Conversazione a Siviglia (ammicco e controcanto, sin dal titolo, alla vittoriniana Conversazione in Sicilia) Vincenzo Consolo passa in rassegna l’intera sua opera: con la sola eccezione dell’ultimo dei romanzi, Lo Spasimo di Palermo, e della raccolta di saggi Di qua dal Faro, tutti i libri maggiori vengono rivisitati, sarebbe il caso di dire illuminati, delle volte reiterando opinioni, vicende già evocate in altre pagine: soprattutto nella narrazione frammentaria Le pietre di Pantalica e nel libro-intervista Fuga dall’Etna.

La presente edizione si arrichisce di nuove testimonianze rinvenute dopo quella spagnola. Nel 2009 Vincenzo Consolo visita per l’ultima volta Siviglia e la sua Università, a motivo di un convegno organizzatovi, sempre dall’Istituto di Italianistica, in occasione del ventennale della scomparsa di Leonardo Sciascia. Un’altra trasmissione culturale televisiva, Il pubblico legge, intervista lo scrittore: alcune delle sue osservazioni sono riportate in calce nel capitoletto I della prima sezione, e nel VII della seconda. Inoltre, la ripulitura ed eliminazione dei rumori nelle registrazioni ha permesso una miglior comprensione di alcuni passaggi oscuri e l’individuazione della voce dell’autore – e quindi la restituzione delle sue parole – in momenti di battute incrociate.

Nella trascrizione e collocazione di queste conversazioni un certo riordinamento, una relativa rielaborazione è stata necessaria: un processo di montaggio (poiché si tratta di una proposta selettiva) nel quale la scorrevolezza del discorso – pur conservando le tracce dell’occasionalità da cui parte – costringe a prescindere da certe giunture della registrazione e quindi ad approntare dei nessi nuovi. Ma il risultato di tutte queste operazioni, nella versione spagnola del testo, venne sottomesso alla revisione dello stesso Consolo, che ne autorizzò la pubblicazione. Autorizzò in due sensi: da una parte, diede il proprio consenso; dall’altra conferì al risultato di quelle procedure di trascrizione, traduzione e montaggio il suo marchio autoriale: attento in ogni momento a evitare nella misura del possibile che la fissità della scrittura tradisse l’oralità. Agiva senz’altro in lui la memoria di Enrico Pirajno barone di Mandralisca mentre redige la lettera che costituisce il capitolo VI de Il sorriso dell’ignoto marinaio: «E bene: chi verga quelle scritte, chi piega quelle voci e le raggela dentro i codici, le leggi della lingua? Uno scriba, un trascrittore, un cancelliere. Quando un immaginario meccanico strumento tornerebbe al caso, che fermasse que’ discorsi al naturale, siccome il dagherrotipo fissa di noi le sembianze».

Non più immaginario quel congegno, ora la parola consoliana non ha dovuto passare nemmeno il filtro della traduzione: eccola, tout court, testimonianza di impegno estetico e civile. Semmai, ci sarà da appellarsi alla fedeltà dello scriba.

Miguel Ángel Cuevas

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Caltagirone 2016

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Un ricordo di Luigi Camarilla Scultore

 

 

Ma che fai, voli? –  diceva Vincenzo aprendomi la porta e provocando la mia reazione. Allora  sollevavo e agitavo goffamente i gomiti fischiettando il cinguettìo di un canarino. Un reciproco gioco infantile che alludeva al settecentesco carillon con gabbietta e due uccellini sgargianti  che in gioventù aveva acquistato  in un mercatino di Palermo. Mostrarlo, azionarne il gioioso meccanismo che animava i due uccellini in effusioni a scatti e in canterini richiami d’amore, lo rallegrava.

 

Dopo averlo conosciuto, furono frequenti le sue telefonate per invitarmi a trascorrere una mattinata o un pomeriggio insieme, ed io, emozionato e lusingato mettevo le ali   alla bicicletta ed ero già  lì a far squillare il campanello di casa sua .

Mattinate e pomeriggi indimenticabili, durante i quali l’uomo Vincenzo -che mi schiudeva l’intimità del suo mondo privato- e lo scrittore Consolo, -che mi aveva ammaliato con il prodigioso libro “Retablo” – si lasciavano conoscere  sempre più in profondità, consegnandomi dei suoi due volti un’unica immagine coerente di sé..

 

Nel 2001 a Catania, al termine di una sua conferenza, mi ero presentato per  conoscerlo, infervorato com’ero dalla convinzione,  che il suo “Retablo” e il mio “Pellegrinaggio d’amore: dalla Passione  alla Coscienza”  seppure nella differenza dei reciproci destini e dei rispettivi linguaggi,  presentavano somiglianze  significative e  lusinghiere: la Sicilia che faceva da sfondo, il tema dell’amore impossibile in Isidoro e Rosalia profuso anche in altri personaggi, il viaggio del pittore Clerici simile a un pellegrinaggio passionale la cui meta sarà l’accettazione, la Coscienza. E non costituiva forse un ideale Retablo di ispanica tradizione l’insieme dei miei 32 Altari laici costruiti con i legni delle vecchie barche dei pescatori e dei migranti?

 

Metterlo a conoscenza della mia ricerca artistica nella quale si intrecciavano pittura, scultura e scrittura, era l’inevitabile premessa per osare di confessargli il desiderio  di un suo breve commento  scritto.

Fra le trenta righe battute a macchina e corrette a mano che mi consegnò,  trovai una pietruzza che da allora considero preziosa,  un’espressione   sintetica e limpida, una ritmata combinazione di tre aggettivi e un sostantivo : “un materico e poetico poema narrativo”, parole che in me producevano lo stesso  effetto  della vernice lucida spennellata sopra la pittura opaca, o della cera   spalmata  che disvela le venature del legno.

Con quell’ illuminante frammento di scrittura, Vincenzo mi aveva istruito su me stesso; e non dimentico l’intento a lui esposto di cimentarmi  un giorno nell’omaggio di un grande Retablo  per illustrare e  onorare il suo Retablo di parole.

Luigi Camarilla
Scultore
HOMO MEDITERRANEUS..