” Cosa loro ” Vincenzo Consolo nota del curatore Nicolò Messina

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nota del curatore

I libri di mafia (creazione e saggistica più o meno documentata, accademica o giornalistica) costituiscono ormai un filone nutrito, a volte retro o autoalimentato, anzi sembrano addirittura aver fondato un nuovo genere a sé stante, arricchito di recente anche dalla variante “antimafia”. Insomma, dal negazionismo – è proprio la parola giusta anche se mutuata dall’ambito delle riscritture della storia di un fenomeno non meno ignobile e sanguinoso –, dal negazionismo dei sicilianisti dell’Ottocento o del padano Ernesto Ruffini e oltre, si è passati all’inflazione “mafiologica”. Il dato di fatto è, tuttavia, che le pagine sulla mafia si sono moltiplicate, e continuano a proliferare, ma che la mafia – nonostante il sacrificio di tanti eroici resistenti e a discapito degli schivi combattenti impegnati a produrre fatti – persiste e si declina ormai al plurale.

Questo libro non intende allungare la sfilza di opere di tale “genere” editoriale, accrescere il rumore sul fenomeno delle mafie, un plurale da qualche tempo universalmente accettato. Un plurale, questo, la cui scoperta e consapevolezza – se mi è permessa una pennellata personale – sono legate al ricordo lontano di un seminario sul «sistema clientelare-mafioso»: lo teneva Danilo Dolci ed erano gli anni Settanta.

Queste pagine di Vincenzo Consolo, così poco gridate, non sono scritte da un mafiologo, etichetta che ripugnava a lui tanto quanto all’antesignano Leonardo Sciascia: sono invece l’ennesima dimostrazione del suo acume di osservatore implacabile del reale storico, della sua caratura di giornalista nato, mosso da una “curiosità” che è un “prendersi cura”, un “aver premura” di conoscere, di andare oltre le apparenze, di intervenire; sono, in un vasto arco temporale, un suo doveroso e sofferto fare i conti con una Sicilia-mondo – contro i suoi voti e desolatamente – più olivastro che olivo.

Da un esame dei documenti dell’archivio personale dello scrittore a Milano, i “pezzi” con attinenza alla mafia – sparsi in vari periodici o inediti – sono riconducibili grosso modo al periodo 1970-2010 e risultano un’ottantina. Il regesto completo è inserito in un’apposita Appendice finale.

Questo volume ne accoglie 64. I pezzi sono ordinati cronologicamente e corredati da una nota a piè di pagina con la fonte e la datazione. Ad ognuno di essi corrispondono ulteriori informazioni raccolte nell’appendice principale intitolata: Altre notizie sui testi.

Dei vari testimoni editi è stata seguita la lezione pubblicata. Nei casi in cui risultavano ancora custodite, sono state anche considerate, e in qualche caso preferite, le versioni manoscritte e/o dattiloscritte. Le varianti e i refusi di stampa emendati, certo interessanti dal punto di vista filologico, sono stati raccolti e registrati, ma alla fine non sono rientrati in questa edizione.

Dei 64 pezzi trascelti, alcuni sono motivati dalle impellenze dell’attualità (sia la cronaca legata a fatti di sangue o giudiziari, sia quella – nel formato della recensione – riguardante l’uscita di libri attinenti la mafia); altri sono improntati alla riflessione storico-sociologica generale. Ad una presentazione schematicamente tematica si è però preferita alla fine quella in stretto ordine cronologico di concepimento-gestazione-edizione, che ha il vantaggio di un approccio di lettura più libero e inoltre, non solo consente di seguire da vicino il dispiegarsi dell’interesse di Consolo per l’argomento, nel più vasto contesto della sua ininterrotta riflessione sulla storia italiana moderna e contemporanea, ma dimostra pure quanto le mafie fossero per lui Cosa loro, da cui prendere le distanze e da contrastare indefettibilmente e in ogni modo. Di qui il titolo e il sottotitolo dell’edizione: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione. 1970-2010.

Nei casi non infrequenti di riprese e riscritture — è noto e ampiamente studiato il carattere palinsestico della scrittura consoliana – si propone tendenzialmente l’espressione, per così dire, più compiuta (per lo più la recentior) e si rende conto nelle Altre notizie sui testi delle eventuali testimonianze vetustiores e non. Il principio ispiratore dell’edizione è quello del rispetto dei processi elaborativi dell’Autore e del suo ne varietur conclusivo. Il che ha implicato – va da sé – l’omissione di alcuni dei “pezzi”, dei quali resta tuttavia traccia fra le Altre notizie sui testi e nel regesto finali, e – in sparute occasioni – qualche ritocco (espuntivo e non).

València-Marsala, giugno 2017

Nicolò Messina

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Nicolò Messina
Universitat de València
https://uv.academia.edu/Nicol%C3%B2Messina
Di formazione filologico-classica (Laurea Magistrale con lode in Latino medievale, Università di Palermo), è Dottore di Ricerca in Italianistica cum laude (European Label, Universidad Complutense de Madrid).
Dal 2011 è docente di Italianistica alla Universitat de València (Corso di Laurea in Lingue e Letterature Moderne, e in Traduzione, Interpretazione e Mediazione linguistica). In precedenza ha insegnato presso le Università di Santiago de Compostela, Complutense di Madrid, di Santiago del Cile (USACH, Católica de Chile, UMCE) e di Girona.
Ha allestito edizioni critiche di alcuni testi ispano-latini del VII-IX sec., tra cui: Pseudo-Eugenio di Toledo. Speculum per un nobile visigoto (Santiago de Compostela, 1984).
Nell’ambito dell’italianistica gli interessi sono linguistico-letterari ed ecdotici. Ha pubblicato studi sulla lingua di alcuni autori contemporanei (Elsa Morante, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli, Enrico Brizzi, Stefano Vilardo).
A Vincenzo Consolo ha dedicato buona parte delle sue ricerche. In particolare: Breve viaggio testuale a ritroso: i retablos di Vincenzo Consolo (Madrid, 1997); Plurilinguismo in «Il sorriso dell’ignoto marinaio» di Vincenzo Consolo (Aarau [CH], 1998); Per una storia di «Il sorriso dell’ignoto marinaio» (Barcelona, 2005); Nello scriptorium di Vincenzo Consolo. Il caso di «Morti sacrata» (Lecce, 2006); Tra Mandralisca e Crowley. Su alcuni quaderni dell’Archivio Consolo (Stresa, 2010). Ha anche allestito l’edizione commentata del racconto La grande vacanza orientale-occidentale (Barcelona, 2005) e l’edizione critico-genetica di Il sorriso dell’ignoto marinaio (Madrid, 2009), pubblicata [ISBN: 978-84-692-0074-2] nella collana «E-Prints Complutense» (http://eprints.ucm.es/8090/). Inoltre – prima della curatela della raccolta di scritti giornalistici: Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione (Milano: Bompiani, 2017) – ha realizzato quella della silloge di racconti: La mia isola è Las Vegas (Milano: Mondadori, 2012). Ha tradotto in castigliano il racconto Le lenticchie di Villalba (Las lentejas de Villalba, Santiago de Chile, 2000).
È membro del Consiglio di redazione della rivista accademica Quaderns d’Italià / Quaderni d’Italiano [Barcelona, Girona].
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Cosa loro ” Mafie tra cronaca e riflessione ” Vincenzo Consolo

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La mafia 1

Diciamo subito mafia con emme minuscola: un sostantivo,

un nome comune che indica un certo fenomeno storico‐

sociale: come dire brigantaggio, pirateria, banditismo,

contrabbando… Sono tante le mafie: di antiche e moderne,

di europee e di americane del Nord e del Sud; esse possono

sorgere nelle più varie strutture della vita sociale; nelle

strutture economiche, politiche, ecc.

Ma se diciamo Mafia, con la emme maiuscola, ci riferiamo

subito a quel tipico fenomeno sociale che è nato in

Sicilia più di un secolo fa. E se di mafie in genere non sappiamo

neppure quante ce ne siano o ce ne siano state, della

Mafia siciliana si sa molto. Essa è l’unica associazione di

questo tipo, dell’Europa moderna, che sia stata ampiamente

descritta e analizzata. Dall’unità d’Italia in poi storici,

etnologi, uomini politici, giuristi, scrittori, si sono occupati

del fenomeno: da Napoleone Colajanni al Cutrera,

all’Alongi, al Pitrè, ai due parlamentari Sonnino e Franchetti,

per arrivare, ai giorni nostri, al Pantaleone, al Renda,

all’americano Reid, agli inglesi Smith e Hobsbawm, a

Salvatore Francesco Romano, Girolamo Li Causi, a Danilo

Dolci, a Leonardo Sciascia.

Si dice mafia o maffia? Da dove deriva il nome? Che

cos’è mafia? Cos’è la Mafia? Quali sono le sue origini? Prima

di rispondere a queste domande bisogna subito affermare

che la Mafia è ed è sempre stata una pericolosa e

dannosa associazione a delinquere, una organizzazione di

criminali. Accettata la grafia più corrente moderna, Mafia,

con una sola effe, non si sa quale accettare delle svariate

interpretazioni etimologiche: Mafia deriverebbe dall’antico

termine francese “maufe”, “mauvais”, cattivo; Mafia

deriverebbe dal fiorentino maffia, miseria; dall’arabo “mahias”,

vanteria; dall’italiano “muffole”, manette. Il magistrato

Giuseppe Guido Lo Schiavo, autore di Piccola Pretura,

un romanzo‐cronaca sulla mafia dal quale Pietro Germi

trarrà il soggetto per il suo film In nome della legge, afferma

che mafia deriva dall’arabo “maha”, grotta, e mafia

si chiamava appunto una grotta nella quale dei liberali

siciliani complottavano contro i Borboni e prepararono lo

sbarco di Garibaldi a Marsala. Mafioso diverrà quindi sinonimo

di bello, generoso, coraggioso. Anche per l’etnologo

siciliano Giuseppe Pitrè mafia esprimerebbe l’idea di

qualità superiore. Da qui la sua definizione: «La mafia è la

coscienza del proprio essere, la nozione esagerata della

forza individuale». Il Pitrè genererà una serie di equivoci.

Il più importante dei quali quello del diffondersi dell’idea

del mafioso come bandito eroe, giustiziere, una specie di

Robin Hood: vendicatore delle prepotenze dei forti contro

i deboli, dei ricchi contro i poveri; uomo giusto che si sostituisce

all’ingiustizia delle leggi dello stato. Equivoco in

cui sono caduti e cadono molti siciliani, da Vittorio Emanuele

Orlando a molti uomini politici, per un malinteso

senso dell’onore, del “buon nome dell’Isola”, fino al giornalista

Giuseppe Longa che affermava essere la Mafia: «una

fluida inafferrabile cosa: una atmosfera». «E sarà magari

un’atmosfera – gli risponderà lo scrittore Leonardo Sciascia

– ma il fatto è che si tratta di un’atmosfera che spara e

che, per di più, spara in determinate direzioni. È un’atmosfera

che predilige scaricarsi sotto forma di raffiche di mitra,

in direzione dei sindacalisti. Dimmi contro chi spari e

ti dirò chi sei: almeno questo possiamo dirlo».

Quando nasce la mafia? Dopo il 1860 afferma, la maggior

parte degli storici. Ma le cause del sorgere della Mafia

in Sicilia sono certo antecedenti. Le cause sono le parti9

colari condizioni storiche e sociali dell’isola: l’esistenza del

latifondo da una parte e dell’arretratezza e della miseria

del mondo contadino dall’altra: esistenza di un mondo

feudale protrattosi nella storia anche dopo la Rivoluzione

Francese e anche dopo l’unità d’Italia. Non vi è dubbio che

i contadini siciliani erano abituati a considerare il governo

centrale non come un vero stato, con leggi giuste e risolutive

di problemi annosi, ma come qualcosa di lontano ed

estraneo che si presentava a loro ogni tanto sotto forma di

esattore delle tasse, di poliziotto o di giudice di tribunale.

Già dall’abolizione ufficiale del feudalesimo in Sicilia

(1812‐1838) e dopo l’Unità d’Italia, tra la classe popolarecontadina

e il feudatario si sviluppa una classe media di

agricoltori capitalisti appaltatori, avvocati e simili. Da questa

classe media viene fuori quella che Hobsbawm chiama

il «sistema‐parallelo», il sistema autoritario e legiferante

che si sostituisce a quello dello stato: la mafia. La spina

dorsale della Mafia erano i gabellotti – appartenenti alla

classe media più ricca – che corrispondevano ai proprietari

feudali un affitto globale per l’intera proprietà e subaffittavano

ai contadini e praticamente erano diventati l’effettiva

classe dominante al posto dei padroni. Questi ultimi

erano intenti a sperperare, nei loro fastosi palazzi di

Palermo, i loro redditi o a rivivere, con feste e usanze, un

passato che non esisteva più. Il romanzo di Lampedusa Il

Gattopardo fa una radiografia lucida di questo passaggio

storico, con i Sedara che si sostituiscono ai Salina e divengono

oltre che ricchi, classe dirigente, uomini politici.

Nel 1865, il prefetto Gualtiero, scrivendo una relazione

sulla situazione dell’ordine pubblico in Sicilia affermava

che «l’origine del sempre maggior turbamento esistente

nello spirito pubblico dell’isola e della scarsa autorità morale

che le autorità esercitavano era un grave, prolungato

malinteso tra il Paese e l’autorità». In queste condizioni

era stato dunque facile, secondo il Prefetto, il diffondersi

della «cosidetta mafia», «associazione malandrinesca»,

che, per il Gualtiero ha sempre avuto in Sicilia dirette rela10

zioni con la vita politica. Il carattere particolare della mafia

siciliana era anzi da individuare nella particolare abitudine

e necessità di legame tra malandrinaggio e partiti politici.

Giacché, anche negli anni seguenti, delitti e “malandrinaggio”

non mostrano d’aver fine, i responsabili politici

italiani si renderanno lentamente conto della necessità

di conoscere meglio la situazione dell’isola: mentre, da

privati, due onorevoli toscani, Franchetti e Sonnino, intraprendono,

dopo il ‘70, un’indagine sulla situazione siciliana,

il 29 giugno 1875 il Senato approvava così una legge

che portava come denominazione quella di Inchiesta sulle

condizioni sociali ed economiche della Sicilia e sull’andamento

dei pubblici servizi. La commissione creata a questo scopo

avrà un anno di tempo per condurre un’indagine approfondita

con estesi poteri, sui fenomeni di “malandrinaggio”.

La relazione della commissione verrà pubblicata nel

1876, ma gli atti completi dell’inchiesta, che ha incontrato

numerosi ostacoli e resistenze, verranno praticamente

ignorati fino ad oggi. Gli interrogatori, i verbali delle sedute

verranno così pubblicati solo nel 1969, per iniziativa

dell’Archivio Centrale dello stato. Si tratta di un materiale

che rappresenta molto meglio della reticente relazione finale,

un’interessante e preziosa miniera di notizie, che serve

anche a ricostruire la storia del nostro sud dopo l’unità.

Ecco cosa afferma, per esempio, a proposito dell’andamento

della giustizia nell’Isola, nella sua relazione alla

Commissione d’inchiesta, il procuratore di Girgenti: «…

Se capitano dei poveri disgraziati che non hanno protezioni,

impegni denari, né appartengono alla maffia, si può

star sicuri, non troveranno indulgenza alcuna, e si avranno

verdetti severi e giusti. Ben altro è poi se gli imputati

appartengono a classe agiata; ovvero alla maffia; per qualunque

atroce crimine si può star sicuri d’ottenere verdetti

di incolpabilità: o, se il fatto fosse di tale evidenza di prove

da non potersi, se non con spudoratezza, negare, saranno

sempre ammesse dai giurati tutte quelle circostanze introdotte

dalla difesa, risultino oppure no, dal dibattimento,

 

che valgano a ridurre ai minimi termini l’imputazione e la

relativa pena».

La precisa e coraggiosa descrizione del procuratore

non ha bisogno di commenti. Man mano che le gerarchie

andavano potenziandosi e che si delimitavano le varie zone

di influenza mafiosa e man mano che il prestigio dell’“

onorata società” andava sempre più sostituendosi, di

fatto, ai poteri legittimi, accadde naturalmente che la mafia

andasse al di là delle sue attribuzioni originarie, e dei

suoi primitivi interessi, per rivolgere la sua attività ad ogni

settore della vita pubblica; ed anche questo può essere

desunto dai verbali dell’inchiesta.

Altrettanto bene se ne ricava, leggendo ad esempio l’interrogatorio

dell’ex deputato avv. Salvatore Carnazza, il

senso di sfiducia verso il nuovo stato che assumerà agli occhi

delle masse l’aspetto di uno stato repressivo. Infatti il

sud si era ribellato ai Borboni per il loro malgoverno. «Il

generale Garibaldi attraversava il Paese accompagnato

dalla rivoluzione. Egli portava in trionfo la bandiera dell’unità.

Ma la bandiera era piantata in un Paese in rivoluzione

», affermava De Pretis nell’ottobre del 1860, all’epoca

del dibattito alla Camera sull’annessione delle Provincie

meridionali. I motivi che avevano spinto i siciliani a fare la

rivoluzione erano ancora quelli che avevano prodotto i

vecchi moti: abbattere le strutture feudali, con tutte le ingiustizie,

le violenze, le corruzioni prodotte da quel sistema.

Come rileverà il De Cordova, deputato moderato al

Parlamento, «quando un Governo riceve un Paese non da

una conquista ma dalle mani della rivoluzione, deve domandarsi

per quali bisogni questa rivoluzione si è fatta, e

pensare a soddisfarli». Niente di tutto ciò, invece, verrà

fatto, e lo si vede già scorrendo le pagine della inchiesta.

Le proteste dei contadini delusi verranno così duramente

represse, sin dagli inizi, anche con la forza dalle truppe

dell’esercito garibaldino con fucilazioni e condanne sommarie;

la più nota repressione è quella eseguita dalla 15a

divisione di Nino Bixio, al quale verrà data la missione,

 

come scriverà alla moglie, «di dare il terribile esempio alla

popolazione di Bronte e dei paesi vicini». Dalle pagine

dell’opera ricaviamo pure l’incredibile indifferenza e ignoranza

di molti governi nei confronti dei problemi reali della

Sicilia. Quella Sicilia che per il Minghetti era la plaga

più fertile d’Europa, così come per il Cavour era invece in

base agli impressionanti dati raccolti dagli inquirenti la regione

in preda alla più profonda miseria e da questa miseria

la mafia traeva la sua forza.

Secondo molti uomini politici, dopo l’unificazione sotto

un governo finalmente “civile”, i siciliani avrebbero dovuto

rapidamente e automaticamente emanciparsi dalla

loro miseria e godere così delle ricchezze della loro Terra.

Con sorpresa generale le condizioni della Sicilia al contrario

non muteranno affatto: i delitti continueranno, si continuerà

a parlare sempre più frequentemente di mafia. A

un generico ottimismo succederà un altro generico e facile

pessimismo e gli abitanti verranno così definiti da un

membro responsabile del governo come «un esercito di

barbari accampato fra di noi», e D’Azeglio suggerirà di separare

nuovamente il Sud dall’Italia, mentre De Pretis parlerà

di «un paradiso governato da Satana».

Le repressioni di cui si è detto e il trattamento da cittadini

di seconda classe da parte del nuovo governo, che

considerava a questo punto, non ancora pervenute al grado

di “civiltà” del resto d’Italia le masse isolane, e quindi

largheggiava in provvedimenti restrittivi, terranno dunque

viva la sfiducia verso lo stato e daranno maggior fiato

alla mafia, in un drammatico circolo vizioso, perché questi

provvedimenti rinfocolavano l’ostilità della popolazione e

questo, a sua volta, dava motivo per altri provvedimenti

repressivi. Favorita da questo contesto sociale, la mafia assumeva

un aspetto sempre più organizzato e ragguardevole.

Era tutto un mondo dove la dipendenza personale

dal ricco e dal potente era sentita continuamente come una

necessità che assicurava al debole il soddisfacimento di bisogni

elementari: trovar lavoro, essere difeso nelle liti, ecc.

 

e offriva allo stesso tempo al forte lo strumento di una potenza

capace di passare al di sopra della legge ufficiale, o

in cui questa s’inchinava alla legge clandestina: un distinto

avvocato di Messina fu mandato alla corte di Assise di

Caltanissetta e fu assolto perché «quanto ci poteva essere

di protezioni, di intrighi, di impegni della mafia messinese

tutto si rivolse in Messina nel giorno dell’arresto. In breve

fu assolto e il giorno appresso pretese di essere rimesso in

ufficio, e io aveva fatto il rapporto per la destituzione».

Così afferma alla Commissione Vincenzo Calenda, procuratore

generale della Corte d’Appello di Palermo.

Questo è il quadro necessariamente schematico che

presenta il fenomeno della mafia al momento del suo

maggior sviluppo, che va, press’a poco, dall’unità d’Italia

al 1918 e che i risultati dell’inchiesta del 1875 ci fanno vedere

chiaramente. Concisamente Leonardo Sciascia, siciliano

e autore di saggi e romanzi basati sulla mafia, così definirà

la mafia giunta al suo processo finale di chiarificazione:

«Un’associazione a delinquere, con fini di illecito

arricchimento per i propri associati e che si pone come elemento

di mediazione tra la proprietà e il lavoro: mediazione

si capisce parassitaria e imposta con mezzi violenti».

L’Hobsbawm – analizzando la storia della mafia – vedrà

come essa a poco a poco, da oppositrice al potere politico,

diverrà di esso alleata. Man mano che le masse contadine

prenderanno coscienza e si organizzeranno politicamente,

essa si sposterà sempre più verso la reazione.

Nei moti contadini del 1894 – i fasci siciliani – essi [i mafiosi]

saranno alleati con le forze della repressione. E così,

fino al 1947, alla strage di Portella delle Ginestre, dove la

mafia si servirà della banda Giuliano per sparare su masse

contadine inermi e riunite per festeggiare il primo maggio.

87 anni dopo l’inchiesta di cui ci siamo occupati la mafia,

che nel frattempo ha continuato a evolversi e ha spostato

la sua attività nelle città, dopo aver “congelato” almeno

nelle parti più vistosamente esterne la sua attività

durante il fascismo, essendo divenuta, una volta abolite le

 

libertà democratiche, una sovrastruttura costosa e nociva

agli interessi della classe agraria, è ancora viva. Essa sarà

oggetto di un’altra inchiesta: con legge 20 dicembre 1962

  1. 1720, veniva infatti costituita la commissione parlamentare

d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Il 30

giugno 1963, a Ciaculli, una località vicino a Palermo, una

Giulietta carica di tritolo esplodeva uccidendo alcuni

membri delle forze dell’ordine, tra cui un giovane tenente

dei Carabinieri. Il 6 luglio dello stesso anno la Commissione

parlamentare si mette al lavoro. Il 6 agosto 1966 l’allora

Presidente della commissione, il senatore Donato Pafundi

in un’intervista al Giornale di Sicilia dichiarava che «l’archivio

della commissione poteva paragonarsi a una polveriera

». A tutt’oggi comunque i risultati non sono stati resi

noti, tranne una breve relazione di tre pagine sull’andamento

dei lavori. Di questa inchiesta si occupa il secondo

libro Antimafia: occasione mancata, del noto saggista Michele

Pantaleone, un siciliano di Villalba, un paese tradizionalmente

dominato dalla mafia. Nel volume in questione

Pantaleone si occupa tra l’altro dello scandalo di Agrigento,

della mafia dei mercati generali di Palermo, degli enti

locali, del Banco di Sicilia, riferendosi sempre all’attività

della commissione antimafia. Grazie a queste due opere

dunque il panorama della mafia siciliana si offre al nostro

interesse in un arco ininterrotto di quasi un secolo.

 

1 Dattiloscritto inedito di nove carte, non datato (1969?).

Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Vincenzo Consolo, scritti sulla mafia

Esce il 20 settembre per Bompiani una raccolta di testi giornalistici del narratore
Contro la mafia un’appassionata militanza civile, innescata da un’antica esortazione

Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)Salvatore Mangione «Salvo» (Leonforte, Enna, 1947 – Torino, 2015), «Alba» (1989, olio su tela)

«Adesso odio il paese, l’isola, odio questa nazione disonorata, il governo criminale, la gentaglia che lo vuole… Odio finanche la lingua che si parla…». È un’invettiva con cui Vincenzo Consolo apostrofò la sua amata/odiata Sicilia in una pagina di Nottetempo, casa per casa, il romanzo che nel 1992 vinse il Premio Strega. Pubblicata negli anni Novanta anche dalla rivista siciliana «Euros» (ora scomparsa), è ripubblicata ora dall’editore Bompiani nel libro che sta per uscire: Vincenzo Consolo, Cosa loro. Mafie tra cronaca e riflessione, che raccoglie una vasta selezione degli articoli giornalistici dello scrittore nato nel 1933 a Sant’Agata di Militello, nel Messinese, morto a Milano nel 2012. Sessantaquattro articoli, scelti a cura di Nicolò Messina. Un romanzone nero di perenne attualità, purtroppo, sulle amare, spesso truculente vicende dell’isola, protagonista la mafia.

«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)
«Cosa loro» (Bompiani, pagine 315, euro 18)

Ha scritto Cesare Segre nel Meridiano Mondadori uscito due anni fa che «Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile». Ma Consolo che si definiva «archeologo della lingua», musica dei suoi libri, si potrebbe dire, trapanatore di ogni parola, conosce bene, e rispetta le differenze che esistono tra la scrittura dei suoi romanzi e la scrittura di un articolo di giornale che deve essere limpida e chiara, testimonianza veritiera del fatto che racconta.

Amava molto il giornalismo, Consolo. Fu la sua seconda natura, politica e civile, di pronto intervento spesso, e anche miniera d’invenzione. Alla metà degli anni Settanta del Novecento, quando tutta l’Italia era ribollente di violenza e di passione — non era ancora uscito il suo meraviglioso romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio — pensò persino di fare il giornalista di professione.

Vincenzo Consolo (1933-2012)
Vincenzo Consolo (1933-2012)

Scrisse molto sui giornali. Per decenni collaborò all’«Ora» di Palermo, quotidiano coraggioso e ribelle dove per sei mesi, nel 1975, lavorò, piccolo inviato, in redazione. Scrisse poi su «Tempo illustrato», sul «Messaggero, sul «Corriere della Sera», sull’«Unità», sul «Manifesto». Non si ritraeva mai anche quando gli veniva chiesto un articolo su fatti sanguinanti appena accaduti. Sapeva nutrire le notizie con la sua profonda cultura.

Protagonista di Cosa loro è dunque la mafia del passato e del presente che Consolo visita e rivisita con perenne angoscia e dolore. Perché questa cappa di morte, sembra chiedersi a ogni riga, deve pesare da più di un secolo sulla Sicilia un tempo incontaminata? «Com’è possibile che qui, in quest’isola di tanta storia, di tanta cultura, di tanta civiltà ci possano essere mafiosi, criminali spietati, autori di efferati delitti, di stragi?». Un’ossessione, un tormento.

Gli articoli si incastrano l’uno nell’altro e creano un unicum tra le narrazioni di bellezza dei luoghi e, troppo spesso, di morte: il mare color del vino, le eredità della Storia, gli Angioini, gli Aragonesi, i re di Castiglia, le cupoline arabe color rosso sangue di San Giovanni degli Eremiti, la cattedrale di Palermo che custodisce i sarcofagi romani e le urne di porfido di re e imperatori, Federico II e Costanza d’Aragona, e poi lo Spasimo, la chiesa cinquecentesca dei padri olivetani senza più il soffitto, ma affascinante, lo Steri, il palazzo dell’Inquisizione, e anche i quartieri marcescenti, la Kalsa, Ballarò, la Vucciria, il Capo, il mondo delle zolfare, posto di lavoro e di sopraffazione padronale, il degrado dell’isola dove le case, nell’ultimo mezzo secolo, indifferenti o complici i governanti, sono state costruite sulla sabbia del mare. «Un paradiso abitato da diavoli».

Ma è la mafia la vera prima attrice del libro. Consolo scrive di Riina, dello stalliere Mangano, degli andreottiani di Palermo, Lima, i Salvo, non si dà pace. Racconta quando, ragazzetto decenne, accompagnò il padre commerciante su un vecchio camion Fiat 621 e a Villalba conobbe un tale che si chiamava don Calò Vizzini, «un vecchio laido, bavoso». Il maresciallo dei carabinieri del paese aveva vietato al signor Consolo di caricare un sacco di lenticchie, don Calò lo autorizzò. «Hai visto», gli disse il padre, «da queste parti il capomafia comanda più dei carabinieri. Scrivilo, scrivilo a scuola». Vincenzo gli ubbidì per tutta la vita.

Il libro è ricco di fatti noti e anche dimenticati. Lo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel 1943, con il contributo essenziale di Cosa nostra, Portella della Ginestra, il bandito Giuliano, Pisciotta, le bugie istituzionali, la consapevolezza che la mafia non è una normale organizzazione criminale debellabile dalla repressione della polizia, ma è un altro Stato, con le sue leggi di rovina e di morte. È una continua constatazione per Consolo: «Chi ha uso di ragione, possesso di cognizione, sa che la mafia, questa mala pianta, questo olivastro infestante e devastante, è nata in Sicilia per il ritardo storico in cui l’isola è stata tenuta, per l’ingiustizia a danno di essa costantemente perpetrata, da dominazioni, governi, da ottuse cieche caste di privilegio e sopruso; sa che in Sicilia la mafia si è sviluppata con l’abbandono, con l’assenza dello Stato, con la connivenza, l’aiuto di regimi politici, di poteri statali insipienti o corrotti».

La mafia umilia e infama nel mondo la Sicilia della storia, della cultura, dell’arte, della filosofia, del diritto, scrive Consolo raccontando i terribili anni Ottanta-Novanta del Novecento, quando tutto sembra perduto, quando una impressionante catena di assassinii — magistrati, politici, uomini dello Stato, carabinieri poliziotti, piccoli industriali — insanguina Palermo, città d’Italia e d’Europa: Piersanti Mattarella, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Boris Giuliano, Libero Grassi, Ninni Cassarà, Gaetano Costa e poi Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Dopo l’assassinio del generale pare che si apra un tempo di speranza in cui anche Consolo crede. Falcone, Borsellino, altri giovani magistrati sembrano rappresentare allora la Sicilia che crede nella legge, nella libertà, nello Stato di diritto e si battono per una vera giustizia. Nasce dal loro lavoro il maxiprocesso che inizia nel febbraio 1986 nell’aula dell’ Ucciardone contro Abate Giovanni + 706, i capi della mafia e i gregari assassini che saranno condannati nei tre gradi di giudizio. Sembra l’inizio di una nuova era, quella degli italiani onesti.

È davvero così? La mafia nella storia non si dà mai per vinta e anche allora non dimentica il 16 dicembre 1987, data della sentenza definitiva della Cassazione.

La vendetta arriva nel 1992, il terribile anno dell’assassinio di Falcone e di Borsellino. Il popolo di Palermo quell’estate si ribella, passa insonne le notti nelle strade, nelle piazze, appende alle finestre e ai balconi lenzuola e panni bianchi. È il suo modo di dire no, di chiedere giustizia.

Non è finita. Il 15 settembre 1993, nel quartiere di Brancaccio, viene assassinato don Pino Puglisi, il parroco della chiesa di San Gaetano: «Un uomo, don Pino — scrive Consolo — in lotta contro i non uomini, i mafiosi e i sicari del quartiere, per salvare i bambini e i ragazzi da un destino di violenza, di illegalità, di miseria e ignoranza, di inciviltà».

Fino alla morte Vincenzo Consolo avrà nel cuore quegli uomini che si sono battuti allo spasimo, caduti nella lotta alla mafia: «Sono loro — scrive — l’onore di Sicilia e di tutto questo nostro paese irriconoscibile e irriconoscente».

Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre.

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PERIODICO QUADRIMESTRALE DI STUDI SULLA LETTERATURA E LE ARTI SUPPLEMENTO DELLA RIVISTA «SINESTESIE»

Sinestesieonline – N. 20 – Anno 6 – Giugno 2017
di Carmela Rosalia Spampinato Vincenzo Consolo e la matria: lingua, terra e madre.

Il 15 agosto del 2004 sul giornale La Sicilia viene pubblicato il racconto di Vincenzo Consolo La mia isola è Las Vegas, in cui compare l’hapax “matria”. La matria è una metafora di triplice natura: insieme lingua, terra e madre. Analizzando Retablo, Le pietre di Pantalica, L’olivo e l’olivastro, Il sorriso dell’ignoto marinaio e La mia isola è Las Vegas si individuano attestazioni e ricorrenze. Dei tre versanti della complessa metafora, quello materno e femminile si rivela il più articolato. On August 15, 2004 in the newspaper La Sicilia is published the story of Vincenzo Consolo My island is Las Vegas, in which the hapax “matria” appears. The matria is a triple nature metaphor: along with language, land and mother. AnalyzingAltarpiece, The Pantalica stones, The olive tree and the olive tree wild, The Smile of the unknown sailor and My island is Las Vegas are identified claims and celebrations. Of the three sides of the complex metaphor, maternal and feminine it reveals the most articulate.
Nel racconto La mia isola è Las Vegas, pubblicato da Vincenzo Consolo sul quotidiano «La Sicilia» il 15 agosto 2004, si legge per la prima ed unica volta il termine «matria»1 : «Sicilia, Sicilia mia, mia patria e mia matria, matria sì perché è lei che mi ha dato i natali, mi ha nutrito, mi ha cresciuto, mi ha educato. Ora sono lontano da lei e ne soffro, mi struggo di nostalgia per lei»2 . Il termine «matria» si può assumere come metafora e chiave di lettura per l‟intera produzione consoliana. L’incipit del racconto, fortemente evocativo, rimembra una terra lontana che è la «matria» poiché come una madre ha dato i natali allo scrittore, una terra che è dunque donna, che può essere America, tutte le terre insieme e nessuna, una terra che è dialetto e nenia, canto popolare, ritornello dedicato alle arance: Sicilia mia, oh che nostalgia! Ricordo una bella canzoncina che m‟hanno fatto imparare quand‟ero ancora picciriddu. Faceva così: “Di Muncibeddu i figghinuisemu, ohi oh, / terra di canti e di ciuri e d‟amuri, ohi oh, / „st‟arancisulunui li pussiremu, ohi oh, / e la Sicilia nostra si fa onuri, ohi oh. / E di luntanuvenunu li furisteri a massa / dicennu la Sicilia chi ciauruca fa, / chi ciauruca fa…”. Mi viene da piangere a ricordare queste parole. Terra antica, nobile e ricca, la mia Sicilia. Terra importante3 . Ecco dunque il nucleo più pro Vegas– si riscontrano le declinazioni della matria come: lingua, terra e madre5 . La lingua In primis, vi è la lingua. Ripudiando la lingua moderna, appiattita dai mass media, violentata, privata delle sfumature, Consolo sceglie lo sperimentalismo, una lingua definita pastiche6 , la lingua della plurivocità7 , all’insegna della ricerca e della convivenza degli estremi – razionalismo, illuminismo e prosa da una parte, musicalità e poesia dall’altra. E ancora, lo scrittore riscopre il dialetto – spesso nella variante sanfratellana8 –, culla dell’ultimo seme di autenticità, e lo mescola a termini dotti, prestiti linguistici, latinismi, grecismi e neoformazioni, risacralizzando9 così le parole. Il dialetto – la lingua che si impara da piccoli, quella della prima nominazione e quindi dell’invenzione del mondo, carico di ricordi, pulsioni ed affetti – può avere questa valenza forte e virginea. Il dialetto è importante poiché ha echi materni10 . 5 La metafora della matria si ritrova anche nelle altre opere di Vincenzo Consolo. 6 Salvatore Trovato afferma: «Studiare la lingua di Consolo significa estrarre dal pastiche delle sue opere gli ingredienti, isolarli e analizzarli singolarmente, in sé e in rapporto agli altri, nel testo singolo e nell’opera consoliana in genere. […] La lingua che […] possiamo fin da ora definire “dialetto metaforico” o, pascolianamente (ma senza allusioni alla complessa problematica decadentistica e simbolistica di Pascoli), la “lingua che più non si sa”»; S. C. Trovato, Italiano Regionale, Letteratura, Traduzione, Euno Edizioni, Leonforte, 2013, p.92. 7 Cfr. Consolo: «Nel solco della sperimentazione linguistica di Gadda e Pasolini dicevo. Senza dimenticare il solco per me più congeniale di Verga. La mia sperimentazione però non andava verso la verghiana irradiazione dialettale del codice toscano né verso la digressione dialettalgergale di Pasolini o la deflagrazione polifonica di Gadda, ma verso un impasto linguistico e una “plurivocità”, come poi l’avrebbe chiamata Segre (nell‟introduzione al Sorriso dell’ignoto marinaio), che mi permettevano di non adottare un codice linguistico imposto» V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la Memoria e la Storia, Donzelli Editore, Roma, 1993, p.16. 8 «No, le parole non si trovano nel Devoto-Oli né nel Fanfani o nel Tommaseo. Non sono però parole inventate, ma reperite, ritrovate. Le trovo nella mia memoria, nel mio patrimonio linguistico, ma sono frutto anche di mie ricerche, di miei scavi storico-lessicali. Sin dal primo libro sono partito da una estremità linguistica, mi sono collocato, come narrante, in un’isola linguistica, in una colonia lombarda di Sicilia, San Fratello, dove si parla, un antico dialetto, il gallo-italico. […] Quelle parole, irreperibili nei vocabolari italiani, hanno però una loro storia, una loro dignità filologica: la loro etimologia la si può trovare nel greco, nell’arabo, nel francese, nello spagnolo…. Quei materiali lessicali li utilizzo per una mia organizzazione di suoni oltre che di significati» Ivi p.54. 9 «“Risacralizzazione” non è sinonimo di aulicizzazione. La mia ricerca letterario-filologica è volta al recupero di parole che abbiano una loro intrinseca purezza, una verginità non ancora imbrattata e degradata, che portino una intima risonanza di luce e verità» D. Calcaterra, Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza, Prova d’Autore, Catania, 2007, p.169. 10 «Si potrebbe ipotizzare che la scelta linguistica di Consolo – che egli stesso connette all’uccisione del padre e che si può ricondurre alla profondità naturale e “materna” del dialetto (anzi, dei dialetti: il siciliano standard e i dialetti gallo-italici, come il sanfratellano […]) – si situi in un equilibrio difficile con la proiezione storica (e dunque “paterna”) della sua ispirazione: è la stessa ricerca di equilibri fra “mondo dei padri” e “mondo delle madri” perseguita da Vittorini e, La scrittura consoliana, si serve dell’innesto e dello scavo archeologico: portando in auge termini dimenticati e ormai seppelliti, mescidandoli con altri, sperimenta un linguaggio nuovo e potente, che non scade mai nel tono medio. Tutti gli elementi della lingua consoliana richiamano fortemente la Sicilia. Narrando di una terra che dà i natali, che segna nel profondo l’uomo, la lingua diventa il mezzo per esprimere l’identità, la vocazione, l‟appartenenza. Consolo afferma infatti: Mi sono ispirato, narrando, a questo mio paese, mi sono allontanato da lui per narrare altre storie, di altri paesi, di altre forme. Però sempre, in quel poco che ho scritto, ho fatalmente portato con me i segni incancellabili di questo luogo. […] Credo, infine, di non aver mai smesso di essere uomo di quest‟isola, figlio di questo paese. A cui sono grato di tutto quanto mi ha dato, con i suoi segni, con la sua luce, con i suoi accenti11 . Attraverso le parole del racconto Memorie, si congiungono i tre vertici della matria: vi sono la lingua, una madre e la terra, di cui lo scrittore afferma di essere figlio. 2. La terra Dunque la matria è anche terra. È la Sicilia. E per Vincenzo Consolo: «Sì, si può cadere su questo mondo per caso, ma non si nasce in un luogo impunemente. Non si nasce, intendo, in un luogo senza essere subito segnati, nella carne, nell’anima da questo stesso luogo. Il quale, con gli anni, con l’inesorabile, crudele procedere del tempo, si fa per noi sempre più sacro»12. E ancora, ne Le pietre di Pantalica afferma: Io non so che voglia sia questa, ogni volta che torno in Sicilia, di volerla girare e girare, di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, inoltrarmi all’interno, sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone,conoscerne nuove. Una voglia, una smania che non mi lascia star fermo in un posto. Non so. Ma sospetto sia questo una sorta d’addio, un volerla vedere e toccare prima che uno dei due sparisca13 . La Sicilia è sempre nei pensieri dello scrittore: «Io porto in me questo punto unico del mondo, questo paese14». Da una parte è l’isola santa(«la Sicilia! La Sicilia! Pareva qualcosa di vaporoso laggiù nell’azzurro tra mare e cielo, ma era l’isola santa!15 »), dall‟altra è anche la terra delle contraddizioni, degli orrori, della in forme meno palesi, da Sciascia. Un equilibrio che […] si rivela sempre precario, frutto comunque di un azzardo lacerante» G. Traina, Vincenzo Consolo, Cadmo, Fiesole, 2001, p.56. 11V. Consolo, Memorie, in Id., La mia isola è Las Vegas, cit. pp.137-138. 12Ivi p.135 13V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.632 14V. Consolo, Memorie, cit. p.135. 15V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, in Id., L’opera completa, cit. p.176. violenza e della forzatura: E cosa non è forzatura, cosa non è violentazione in quest’Isola? Che cosa non arriva al limite della vita, della follia? Tutto quello che non precipita, che non si disgrega, che non muore, è verdello, cedro lunare, è frutto aspro, innaturale, ricco d’umore e di profumo; è dolorosa saggezza, disperata intelligenza16 . E proprio del paradosso e di un inspiegabile grumo di odio e amore si alimenta il siciliano e lo scrittore. Per Consolo, narratore–viaggiatore–siciliano, la Sicilia non è mai semplice sfondo, muto e incolore, ma vera innegabile protagonista. Per Consolo, la terra è un culto, rappresenta la devozione di un figlio nei confronti della madre. A riprova di ciò, le parole scelte per la Sicilia sono di eco materna. Le città vengono descritte come donne, la terra raccontata come una madre, verso cui riservare le medesime attenzioni: I campi vogliono la vicenda: ora grano, ora fave, e un anno riposo. Non bisogna sfruttare eccessivamente la terra: se troppo le chiedi, ti rende meno. Dàllemodo di rafforzarsi e nutrirsi: essa è come la nutrice, che ha bisogno di riposo e di buon nutrimento per avere buon latte17 . Ecco come la matria appare ben riconoscibile. La metafora tripartita, la trinità laica, mostra i propri vertici. Li intreccia. 3. La madre E con la presenza materna, si introduce il vertice più importante dell‟hapax. La matria è donna. Elemento femminile. Natura profonda. La matria è madre. Metafora del «grembo» 18, recesso più interno e proibito19. Di volta in volta muta, si trasforma, si declina. Grazie a un’attenta ricognizione nei dizionari constatiamo che il termine «matria» ha nel panorama letterario italiano solo tre antecedenti: Màtria, sf. Letter. Luogo natio, patria. Tasso20 , II-379: Ne godo fra me stesso per molte cagioni, delle quali la prima, ch’ella sia di quella nobil patria de la quale io mi vanto; e potrei gloriarmene più ragionevolmente, s’io la chiamassi la mia cara matria, secondo l’usanza antica dei creti. M. ni21 ,3-4-338: La Patria e la Matria (per parlare al presente, come dicono i Cretesi), la 16V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.631 17Ivi p.523. 18V. Consolo, Retablo, cit. p.427. 19Ivi, p.437. 20T. Tasso, Dialoghi, a cura di E. Raimondi, 4 voll., G. C. Sansoni, Firenze, 1958, p.379. 21M. Adriani, Opuscoli morali di Plutarco volgarizzati, 6 voll., Stamperia Piatti, Firenze, 1819- 1820, p.338. quale è più antica, a cui siamo più forte obbligati che ai genitori, parimente è di lunga vita. – Figur. Gioberti22 , 1-71: La Chiesa è la patria, e per, usare la bella espressione dei Cretesi, legittimata da Platone, la ‘matria’ dell’uman genere, perché comprende, rannoda e restringe con vincolo interno, sacro e tenace, tutte le patrie speciali. = Formazione dotta, dal lat. matermatris ‘madre’, sul modello di patria23 . Tasso, Adriani e Gioberti scelgono il termine richiamando la tradizione cretese. È il luogo natio, insieme impasto affettivo e culturale. La matriacustodisce l’elemento sacro e diviene il cantuccio dei ricordi. Consolo, che si rifà alla lezione bizantina24 per la sacralità della lingua, alla cultura greca, all’oralità araba e allo stile makamet25, sembrerebbe stato memore anche della lezione cretese, dell’interpretazione antica di luogo natio, di dea e madre. Potrebbe aver usato il termine tanto come neoformazione che come riferimento alle attestazioni passate. Entrambe le intenzioni rappresentano la poetica dello scavo archeologico e dell‟innesto. Infatti ripescando una tradizione matriarcale profondissima e sepolta, di matrice siciliana (e non solo), Consolo modifica il termine tradizionale «patria» e lo adatta al fine di raccontare una storia diversa, personale, affettiva e materna. L’etimologia di «matria» è «mater». E questa madre si porta dietro un modello archetipo di valori, tradizioni, culti, storie, miti26 . 22V. Gioberti, Il gesuita moderno – Apologia, Dalla Stamperia del Vaglio, Napoli, 1848, p.71 23Battaglia, S. Barberi Squadrotti, G. (a cura di) [1961-2004], Grande dizionario della lingua italiana. Torino, Utet, 21 voll. + Supplemento + Indice degli Autori citati a cura di G. Ronco. 24«Gli scrittori bizantini nel momento in cui la loro grande civiltà stava finendo, scavavano ossessivamente nel linguaggio, cercando disperatamente di recuperare la loro matrice che era classica greca. Reinventarono una scrittura ricca e complessa, che non corrispondeva al momento storico che stavano vivendo ma era un modo per riaffermare la loro identità proprio mentre scomparivano dalla storia. Avevano i barbari alle porte e scrivevano in modo straordinario (p.15 e p.10)» SINIBALDI (1988); cit. in S. C. Sgroi, Scrivere Per Gli Italiani Nell’Italia Post-Unitaria, Franco Cesati Editore, Firenze, 2013, p.374. 25«[la prosa consoliana] credo che appartenga alla tradizione della narrazione orale. La narrazione epica dell’antica Grecia era orale. Ma anche nella tradizione araba, passata poi in Sicilia, la narrazione era orale. […] I poemi narrativi credo che siano nati così, dall’oralità, avevano bisogno di un ritmo, proprio per un fatto mnemonico. Nella tradizione araba c’è uno stile che si chiama makamet, che consiste inuna sorta di prosa ritmica, nata per ragioni pedagogiche, nella mia scrittura c’è uno slittare dalla prosa verso un ritmo poetico. Sento la necessità di far questo perché credo che la lingua della narrativa ha bisogno di “risacralizzarsi” (non solo, certo, attraverso l’espediente esterno del ritmo), di ritrovare dignità» V. Consolo, Fuga dall’Etna. La Sicilia e Milano, la Memoria e la Storia, cit., p.52. 26Per ulteriori approfondimenti: E. Neumann, La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, con 74 figg. e 186 tavv. fuori testo, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1981, ed. it. e trad. a cura di Antonio Vitolo; E. Neumann, La psicologia del femminile, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 1975, trad. di Matelda Talarico; J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginococrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, tomo I e tomo II, Giulio Einaudi Editore S.p.a., Torino, 1988, ed. it. a cura di Giulio Schiavoni; I. Magli, Matriarcato e po- 3.1. Le divinità femminili La prima manifestazione femminile della matria è di natura divina. La matria è dea. Un catalogo di dee. In Retablo, la Sicilia è la terra della coppia indissolubile Demetra e Persefone– Kore. La dea ammantata di nero27 che ha subito l’oltraggio è il simbolo della fertilità, delle messi e dei campi. È la madre della figlia rapita e sposa di Ade, signore della morte. Demetra collerica alterna alla fertilità l’aridità della terra, fino al momento in cui le è concesso il ricongiungimento alla figlia sfortunata. Dunque vita e morte diventano facce della medesima metafora. Alla madre si lega la terra, alla coppia madre–figlia si lega il dolore e l’oltraggio, simboli della Sicilia più antica e ferina. La matria è mito e terra. I luoghi delle dee e della mitologia sono luoghi sacri, carichi di significato e tradizione. Luoghi di magia e mito, silenzio e meraviglia. Alla madre disperata è riservato il luogo sacro, il temenos inviolabile e inviolato. Alla dea spettano i templi, i grandi luoghi misteriosi della Sicilia. Mediante le parole dello scrittore si rintraccia l’antichissimo nucleo del mistero. In Retablo riguardo Egesta, Consolo scrive: Porta o passaggio […] verso l‟ignoto, verso l‟eternitate e l‟infinito. L‟ignoto oltre la vita, metafisico, che nei riti notturni e sotto il cielo stellato le madri, per la gran Madre comune e originaria, vollero sondare; […] l‟infinito oltre questo tempio, […] oltre quest‟isola dal passato morto, dal presente tumultuoso e tragico per cui ora mi sogno di viaggiare28 . La matria si manifesta con i connotati più regali. A Selinunte, per il protagonista Fabrizio Clerici solcare i luoghi mitici vuol dire immergersi nel cuore della metafora. O mia Medusa, mia Sfinge, mia Europa, mia Persefone, mio sogno e mio pensiero, cos‟è mai questa terribile, meravigliosa e oscura vita, questo duro enigma che l‟uomo sempre ha declinato in mito, in racconto favoloso, leggendario, per cercar di rispecchiarla, di decifrarla per allusione, per metafora? E qui tremo, pavento, poiché mi pare di toccare il cuor della metafora, e qui come mai mi pare di veder la vita, di capirla e amarla, d‟amare questa terra come fosse mia, la terra mia, la terra d‟ogni uomo.29 Nel mistero più oscuro, vi è posto per un altro culto, per un’altra donna dea e madre – anche se le due divinità spesso coincidono, come ne Le Pietre di tere delle donne, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1978; E. Ciaceri, Culti e miti nella storia dell’antica Sicilia, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese (BO), 1981. 27V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.580. L’intero capitolo Malophòros risulta assolutamente denso e utile al fine dello studio della metafora materna e divina insieme. 28 V. Consolo, Retablo, cit. p.414. 29Ivi, p. 436. Pantalica –, la Molle e Umida, la Malophòros, letteralmente «portatrice di mela»: «Lei, la grande Dea, la figlia del Tempo, la Signora, la Regina, la madre dolente e ammantata di nero, la Portatrice di spighe, la generosa nutrice»30 . Lo scrittore mostra un panorama di figure antiche femminili e divine, dee e ninfe, sante. Vi è spazio anche per Ecate Triforme, degna di attenzione per la natura tripartita, ricorrente in Consolo e nella tradizione siciliana: Traversato il ponticello sul fiume, arrivammo alla collina delle divinità catactonie, sotterranee, di Demetra Malophòros, la portatrice di mela, di Persefone, di EcateTriformis […] : stazione dei cortei funebri verso la vicina necropoli e recinti di culti segreti, di sacri misteri31 Inoltre questa divinità viene associata secondo alcune varianti del mito alla luna e proprio la luna è simbolo della vita e della morte, insieme donna fertile e malinconia di luponario, protagonista del sogno teatrale Lunaria32 e di Nottetempo, casa per casa33 . E volendo inoltrarsi ancor di più nelle pagine dello scrittore agatese, in Retablo ritroviamo altri due importanti culti femminili e materni: la Grande Dea Madre Astarte e la Celeste Madre Tanit. Era quello il cimitero ove i Fenici di quest’isola di Mozia seppellivano i fanciulli dopo averli sacrificati ai loro dèi. Il primo nato sacrificavano gli sposi, la primizia, estrema privazione e suprema offerta, come l’offerta del primo fiore o frutto d’una pianta, alla celebre madre Tanit o Astarte34 . Una delle manifestazioni più potenti della madre divina è ancora tra le pagine di Retablo, in cui il pastore Mastro Curatolo venera una Matre Santa, secondo un antichissimo culto che si tramanda di padre in figlio e la cui origine è ormai dimenticata. – Mastro curatolo, don Nino, che santa è quella? – La più santa – rispose l‟uomo. – E si chiama? – La Matre santa. – E dove la si venera? – Qua, per intanto, nella mia casèna. – Ma lo sanno i monaci, i parroci che avete in casa questa santa? – Lo so io e basta. Come lo seppe mio padre, da cui l‟ereditai. Che l‟ereditò dal padre suo e così arrere, fino a che si perde la memoria, memoria dico della mia famiglia.35 3.2. Rosalia e la matrazza 30V. Consolo, Le pietre di Pantalica, cit. p.580. 31Ibidem. 32Lunaria, può considerarsi una sorta di favola teatrale e viene pubblicata per la prima volta nel 1985 dalla casa editrice Einaudi. Ora in: V. Consolo,L’opera completa, cit. pp.261-364. 33 Il romanzo è pubblicato da Mondadori nel 1992 e vince il premio Strega. È incluso in: V. Consolo, L’opera completa, cit. pp.647-755. 34V. Consolo, Retablo, cit. p. 445. 35Ivi, pp. 408-409. Retablo è forse l’opera in cui la metafora della matria si manifesta con maggiore poeticità e con un numero elevato di ricorrenze. Infatti è il romanzo di una coppia madre–figlia36 (che richiama Demetra–Persefone): una figlia, che è fiore37, statua, simbolo dell‟eros, metafora della Veritas e una madre, una matrazza38viva e terrena, una madre bagascia39, «la ‘gna Cristina Insàlico, vedova Guarnaccia»40. I connotati di questa madre sono negativi. A tal proposito tornano utili le ricerche svolte sui vocabolari del siciliano-italiano, poiché tanto nell’Antonino Traina41quanto nel Giorgio Piccitto42 il termine «matria» si attesta col significato di «matrigna». Dunque la matriaconsoliana può essere anche la matrigna siciliana. Il romanzo di Demetra e della fanciulla con il nome di fiore parla anche di questa donna terribile. E Rosalia, l’altra metà dell’innesto materno, è tante Rosalie insieme. A partire dall’incipit in cui si tramuta in tanti fiori, è rosa e giglio43 , malia e maledizione, amore agognato e maledetto, angelo e diavola, magàra44 , si sdoppia, acquista più forme e diviene più donne. È Rosalia di Isidoro, ma è anche Rosalia Granata, è Teresa Blasco, è Ortensia, è «la Rosalia d’ognuno che si danna e soffre, e perde per amore»45. Siamo dinanzi a un personaggio che non è più personaggio, a un corpo mitizzato e sfumato46, a un soggetto che è metafora e destinatario indefinito di tutto l’amore. E Rosalia diviene anche soggetto artistico. In Retablo la statua della Veritas, realizzata dal Serpotta, ha le sue sembianze e provoca la reazione folle di Isidoro nelle prime pa36 «Già nel primo incontro Isidoro vede Rosalia in coppia con la madre, dettaglio quest’ultimo da non trascurare, poiché il ritratto della figlia si confonde talvolta coi tratti materni, fino a costituire un curioso corpo ibrido» R. Galvagno, Il corpo metamorfico di «Rosalia» in Retablo di Vincenzo Consolo, Comunicazione presentata al Convegno della Mod, Scritture del corpo, tenutosi a Catania il 22-24 giugno 2016 (in corso di stampa). 37Rosalia è rosa, giglio, gelsomino. Prende il nome di «Ortensia» nella parte finale del romanzo, altro fiore. Cfr R. Galvagno, L’inno a «Rosalia» in Retablo di Vincenzo Consolo, in corso di stampa, nel quale si analizza l’incipit del romanzo e si enunciano i vari riferimenti al mondo floreale. 38V. Consolo, Retablo, cit. p.373. 39Ivi, p.370. 40Ivi, p.375. 41 «Matria. V. MATRIGNA. In quel di Modica.» A. TRAINA, Vocabolario siciliano-italiano illustrato, 2 voll., Edizioni Sore, Palermo, 2ª ed., 1977. 42 «Matria (Spa., Tr., Av., Ma., ecc., RG7) f. matrigna.» G. PICCITTO, (a cura di), Vocabolario Siciliano, 5 voll., Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Catania – Palermo, 1977. 43Secondo le parole della madre: «la figlia mia ch’è giglio, regina»V. CONSOLO, Retablo, in Id., L’opera completa, cit. p.373. 44 V. Consolo, Retablo, cit. p.370. 45Ivi, p.423. 46«Quale corpo femminile è allora in questione nei due casi? Non è, in definitiva, che un corpo fantasmatico, puro oggetto della pulsione quello di Rosalia; un oggetto altamente idealizzato quello di Teresa Blasco; ma entrambi investiti dal furore dei loro amanti» R. Galvagno, Il corpo metamorfico di «Rosalia» in Retablo di Vincenzo Consolo, cit. gine del romanzo. Nel penultimo capitolo invece viene contemplata con ammirazione da Fabrizio Clerici47 . Ma Consolo dissemina nel testo molti riferimenti alla Veritas. Infatti «VERITAS» è il titolo dell‟ultima sezione del romanzo, nella quale Rosalia–Ortensia racconta la propria verità nella lettera dettata a Don Gennaro. Queste pagine malinconiche sono impreziosite dall‟ironica anafora «Bella la Verità!». Anche Rosalia Granata racconta una verità, la verità di una «smarrita pecorella, peccatora inveterata, anima confusa»48. La confessione, scritta in corsivo rispetto al tondo del testo, parla d‟amore ma anche di abusi e violenza. Attraverso Rosalia, la statua della Veritas e i vari riferimenti alla verità, Consolo affronta un tema a cui tiene particolarmente. In Retablo, nel Sorriso e in altre opere, mediante metafore, ekfraseis, rimanti più o meno celati e riflessioni, lo scrittore cerca e trova la propria verità49 . 3.4. Il corallo e l’arancio/arancia All’interno del catalogo femminile di Consolo, la donna finirà con l‟assumere anche i tratti del corallo e dell’arancia, due potenti rappresentazioni poetiche. Il corallo, sublime più di ogni altra pietra è sensuale e seducente, perché il colore suo morbido e carnale rimemora le carni femminine, […] il corallino pallido le carni ascose, immaginate, quello acceso, le carni in vista delle labbra, delle dita, degli orecchi, del canale pettorino… […] Di questa pietra o fior sottomarino che, pur raffigurando Annunziate, sante Rosalie, Maddalene, sante Caterine, Immacolate, sante Ninfe o Susanne, sono sempre carne, carne, che risveglia ogni senso e appetito.50 L’arancia e l’arancio richiamano la maternità, la fertilità umida del grembo, la conca intima, il miracolo. In diverse opere, al frutto e alla pianta sono dedicate le pagine più liriche, più cariche d’amore e nostalgia. Come la madeleine di Proust, il ricordo dell’arancia provoca l’epifania del passato, l’apparizione improvvisa della terra natia, il ricordo, una fitta al cuore. In Retablo, don 47«L’immagine su cui lo scrittore posa il suo sguardo narrativo, alla fine del viaggio di Clerici, è quella ambigua, esemplata in una statua del Serpotta, in cui è raffigurato il corpo reale di Rosalia e l’idea della Veritas. Vera e propria Morgana di un reperimento di senso, costituisce la figura più affascinante ed emblematica di un tentativo di mediazione tra reale ed immaginario, immagine concreta e simbolo ideale. Emblema infine del doppio insito in una narrazione ai limiti dell’artificio barocco, ove protagonista principale è la coscienza di una ricerca costantemente disillusa. La figura ariostesca di una Rosalia-Angelica, sempre sfuggente ai desideri e ai ritrovamenti dell’amato, si compone enigmaticamente nella realtà inattingibile della statua» F. Di Legami, Vincenzo Consolo, la figura e l’opera, Editrice Pungitopo, Marina di Patti, 1990, p.41. 48V. Consolo, Retablo, cit. p.416. 49Per un‟analisi approfondita, vedi: R. Galvagno, «Bella la verità». Figure della verità in alcuni testi di Vincenzo Consolo, in V. Consolo, «Diverso è lo scrivere», Scrittura poetica dell’impegno in Vincenzo Consolo, a cura di Rosalba Galvagno e con Introduzione di Antonio di Grado, Biblioteca di Sinestesie, Avellino, 2015, pp.39-64. 50Ivi, pp.457-458. Carmelo Alòsi, «d’una Sicilia remota»51, dedica una struggente preghiera d’addio alla pampinella vergine, alla fanciulla fantasiosa, alla figlia e sposa bambina: Addio, promessa d‟ogni essenza, sorgente di fragranza, corona delle zagare, goliera dell‟aurora. Addio ramo di miele, fanciulla fantasiosa, stellaria vanigliata, regina dei giardini. Spero che gli innesti arcani compiuti nel grembo tuo di nardo fruttino la fantasia di spere multicolori, di scrigni di sapori impareggiabili. […] Bevi rugiada e ambrosia, o Mora, cresci, Bionda, Sanguinella, Tarocchina, divieni donna piena, fruttifera, amorosa, a te la buona sorte, vergine ingallata, zingara maliosa, figlia e sposa mia bambina, narancia affatturata.52 E ancora: Nel tepore del grembo, nutrito dagli umori, il seme gonfia, s‟apre, emette il suo germoglio. E in poco tempo, il semenzale, la pampinella vergine, è pronta per lo squarcio e per l‟innesto. […] Volevo che la mia prima amante si tramutasse in donna singolare, si facesse sogno, irrealtà, chimera. Io la contemplavo, le parlavo, le rivolgevo fiati e sillabe d„amore per tutto il tempo dell„incubazione e dell’attesa. E quindi, tolta la fasciatura della rafia, gridai al miracolo.53 La terra delle arance è Mazzarà. Anche il paese diventa così donna e madre: «Mazzarà: grembo, nutrice, madre d’ogni pianta d’agrume, limone o arancio, cedro o lumia, bergamotto, mandarino o chinotto che si trovi in questa terra di Sicilia e oltre. Luogo privilegiato, conca umida e calda riparata…»54 . Nel racconto Arancio, sogno o nostalgia55 il profumo inebriante di un aranceto dà vita alla narrazione di una Sicilia arabaantica e perduta: Ricordo, nostalgia è l’arancio, o il limone o il cedro, ma anche sogno, desiderio. Simbolo, accanto al tempio dorico, alla cavea di granito d’un teatro, al luminoso pario d’una Venere, d’un Sud d’antica civiltà. […] Non ci sarà più storia, per gli agrumi, per gli aranci di Sicilia, per questo pomo così antico, così mitico, per questo frutto dei poveri e dei reali56? L’arancia diventa vana illusione, ricerca di speranza e domanda priva di risposta. Consolo si chiede se potrà esserci ancora un futuro per l’arancia di Sicilia, se potrà esserci ancora un futuro per la sua metafora, per il mistero di una terra senza tempo e di un popolo senza speranza. 51Ivi, p.426. 52Ivi, pp.426-427. 53Ivi, p.429. 54Ivi, p.427. 55 Arancio, sogno o nostalgia viene pubblicato per la prima volta sul giornale «Sicilia Magazine», nel dicembre 1988 (con traduzione inglese a fronte). È trascorso circa un anno da Retablo. Nonostante i rispettivi anni di pubblicazione, è probabile che la stesura del racconto sia stata antecedente o contemporanea al romanzo. 56V. Consolo, Arancio, sogno o nostalgia, in Id., La mia isola è Las Vegas, cit. pp.129-133. Anche ne L’olivo e l’olivastro un tenue lamento è dedicato al frutto dorato, al «profumo d’arancio edi nardo»57 . E infine nel capitolo del Sorriso intitolato L’albero delle quattro arance, la pianta è ricamata su una tovaglia. Questa immagine capovolta si trasforma nella penisola, in cui le arance finiscono per rappresentare le bocche dei tre vulcani di Sicilia58. Ancora una volta torna il numero tre, ancora una volta i vertici siciliani, ancora una volta la metafora. 3.5. Il carcere/labirinto, la chiocciola e la lumaca La metafora diventa altro ed altrove. Diventa carcere e discesa nell’antro recondito, nel profondo nucleo materno. Echi vittoriniani si avvertono nel romanzo Il Sorriso dell’ignoto marinaio, in cui la prigione ha forma circolare e richiama la chiocciola. Il simbolo della chiocciola59, il suo guscio a forma di conchiglia rappresentano il riferimento più arcaico della metafora materna60 . La chiocciola è l’origine61. E il ritorno all’origine significa ritorno alla madre ed alla terra natia62, preghiera alla donna, circolarità dell’immagine. Dentro il labirinto, i detenuti invocano le proprie donne con preghiere incise sui muri. «Mammuzza mia»63, scrive un povero diavolo, e si legge anche Rosa64 e Serafina65, giacché la donna è sogno e ristoro, attesa e sollievo. Dunque la metafora matria–madre–donna diviene carcere–labirinto–conchiglia– chiocciola–lumaca. 3.6. L’ermafrodita e il castrato È necessario riflettere ancora sul simbolo della lumaca poiché rappresenta anche l’ermafroditismo. Insieme maschio e femmina, la metafora si alimenta così di dicotomie per affermare la propria potenza. La lumaca non è il solo riferimento all’ermafroditismo nelle pagine dello scrittore agatese. Infatti più volte viene 57V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, cit. p.773. 58V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, cit. p.168. 59 Per la metafora della chiocciola cfr: S. Grassia, La ricreazione della mente. Una lettura del «Sorriso dell’ignoto marinaio»,Sellerio editore, Palermo, 2011. 60Riguardo la metafora materna nel Sorriso, cfr.: G. Traina, Vincenzo Consolo, cit. pp.27-29 e pp.62-63. 61V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, cit. p.236. 62 Attilio Scuderi si sofferma sulle metafore malinconiche di Consolo: «Conclude il libro l’effigie della chiocciola, vera parola fine del manifesto della poetica di Consolo; come se il libro volesse farsi anch’esso pietra, per rientrare nel ciclo della Terra-Madre concludendo una goethiana discesa nel luogo delle matrici originarie del tutto» A. SCUDERI, Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, Il Lunario, Enna, 1997, p.33. 63V. Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, cit. p.239. 64Ivi, p.246. 65Ivi, p.248. citato l’indovino Tiresia, personaggio mitologico sia uomo che donna per sette anni, alter ego di Consolo. E se narrare vuol dire inventare un mondo altro66 , dunque narratore e indovino finiscono per coincidere. L’attività del narrare così è paragonabile alla magia e meritevole delle peggiori condanne dantesche («Grande peccatore, che merita una pena, come quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni […]. Ed anche “di maschio femmina”, diviene, come Tiresia, il narratore67 »). Dunque se Tiresia è l’indovino cieco sia uomo che donna, se indovino è anche il narratore, Consolo diviene il custode della metafora femminile. Altra figura importante è quella del castrato, che si ritrova in Retablo, nei panni del personaggio di Don Gennariello. Figura apparentemente secondaria e marginale, il castrato è anche l’artista. Infatti è proprio Don Gennariello a scrivere la malinconica e poetica lettera di Rosalia/Ortensia. E proprio in un’affermazione di questo personaggio si manifesta un’importante chiave della poetica consoliana: “Siamo castrati, figlia mia” aggiunse, “siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pittore… Stiamo ai margini, ai bordi della strada, guardiamo, esprimiamo, e talvolta, con invidia, con nostalgia struggente, allunghiamo la mano per toccare la vita che ci scorre per davanti”68 Ed è castrato anche l’Ulisse moderno de L’Olivo e l’olivastro, uomo senza nome e ormai senza via. A Scheria, dinanzi a Nausicaa si copre i genitali e mediante l’inconscio gesto manifesta la propria privazione69 . Ulisse ha toccato il punto più basso dell’impotenza umana, della vulnerabilità. Come una bestia ora, nuda e martoriata, trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro […], si nasconde sotto le foglie secche per passare la notte paurosa che incombe. È svegliato al mattino dalle voci, dalle grida gioiose e aggraziate di fanciulle, di Nausicaa e delle sue compagne. Esce dal riparo e si presenta a loro, il sesso schermato da una 66Per Consolo, scrivere e narrare sono due attività differenti. Egli si definisce un narratore e questo vuol dire aver la capacità di inventare un mondo nuovo, altro. Vedi: V. Consolo, Un giorno come gli altri, in Id., La mia isola è Las Vegas, cit. pp.87-97. 67Ivi. pp. 92-93. 68V. Consolo, Retablo, cit. p. 473 69«Il capitolo II del libro rievoca il tremendo viaggio di Ulisse fino a Scheria, il suo naufragionostos come segno di una colpa storica: lo scempio della guerra ma anche l’abbandono colpevole della Terra-madre. Troviamo qui – nella rievocazione del racconto omerico dell’approdo dell’eroe, nel suo coprirsi i genitali dinanzi alla vergine Nausicaa il segno di “simbolica autocastrazione” – una completa psicologia del nòstos: luttuoso; l’espiazione consiste nel doloroso passaggio attraverso “quell’utero tremendo di nascita o di annientamento: Scilla e Cariddi”, simboli della “metafora dell’esistenza” che diventa quel braccio di mare, metafora di una vera ordalia in cui il soggetto può perdere la ragione o recuperare l’utopia, la sua felice Scheria, la sua Itaca; infine l’autocastrazione e la remissione colpevole nel ventre materno, nel ventre-Sicilia» A. Scuderi, Scrittura senza fine. Le metafore malinconiche di Vincenzo Consolo, cit., pp.95-96. fronda, come per simbolica autocastrazione, per non allarmare le vergini, come umile supplice, dimesso70. 3.7. La madre, stanca Nessuna Penelope attende l’eroe. Vi è solo una madre stanca, dimentica, irriconoscibile, che sonnecchia indifferente sulla poltrona71. Approda a questo la matriaconsoliana. Diventa vecchia la donna regale di un tempo. Non più Demetra, non più dea. Ora solo Euridice. Non basta più la poesia. Resta solo il silenzio. Un «mah» emesso tra i denti, a labbra strette. Il viaggio all’interno della matria, delle metafore femminili e materne si conclude con l’immagine più forte, più vera. Questa matria è antica, questa madre stanca… Dopo anni, anni d‟assenza, lontananza, dopo sconfitte, perdite, follie, afflizioni, ritornava sovente, rimaneva nel paese. Ritornava e stava chiuso nella casa, seduto a parlare con la madre. Parlare… era lei, quando non chiudeva gli occhi e s‟assopiva. Lui rispondeva alle domande. – Chi sei? – Tuo figlio. – Mah… Pensava fosse quella la vecchiaia, quello sfilacciarsi, rompersi di legami, allontanarsi a poco a poco, procedere a ritroso. […] La guardava, ne studiava la faccia, la pelle sottile e bianca, le venuzze azzurre, il neo sulla tempia, i capelli fini e lisci fermati dietro con la crocchia, la bocca a grinze, le orecchie trasparenti, i buchi allungati dei lobi da cui pendevano gli orecchini. Ma presto provava imbarazzo, distoglieva lo sguardo, gli sembrava di violare l‟intimità indifesa di quella donna ch‟era stata sempre candida, innocente, il suo privato e lento allontanarsi. […] La madre s‟era addormentata. […] Pensava ch‟era stato lui per primo a rompere gli ormeggi, allontanarsi, via per tanto tempo. Cosa credeva? Che quella donna, sua madre, fosse rimasta sempre lì, uguale, come il giardino, le barche, le isole, con il ricordo di lui sempre acceso? Il dolore sempre vivo per gli altri figli andati, scomparsi? Aveva mollato pure lei (ma quando, come?) e s‟era messa a camminare per la sua strada. Voleva annullare quel tempo, ritornare, lui, al punto di partenza, far tornare lei, la vecchia Euridice, di là dall‟ombra dell‟oblìo? – Mamma, o ma‟… – Chi sei? – Tuo figlio. – Quale figlio? 70V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, cit. pp.767-768. 71«Il ritorno alla vera patria, al paese natio, potrebbe essere allora un rimedio allo scempio, anche perché comporta il vero e proprio ritorno vittoriniano, alle madri. E l’ulisside […] incontra la madre, che però è una presenza attonita: sonnecchia, lo riconosce appena, non fa altro che evocare la propria madre, giusto sul filo della continuità matriarcale. Un ritorno inutile, che provoca sola la rievocazione dell’antico bisogno di partenza» G. Traina, Vincenzo Consolo, cit., pp.101-102. […] Cos‟era quel sostare nella casa della madre? Era per cancellare un insopportabile presente, la Tauride dell‟esilio e dell‟offesa, saldare la frattura, colmare l‟incolmabile voragine. […] Osservò ancora quella faccia, quegli occhi vivi, ma lontani. I quali poi si chiusero e diedero al volto l‟aspetto d‟una maschera severa72 . 72V. Consolo, L’olivo e l’olivastro, cit. pp.848-850, c.n.

Su Vincenzo Consolo, orafo della parola

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Nell’età della diffusione epidemica della graforrea sia tra i professionisti della pagina scritta che tra i dilettanti, non si può non andare con il ricordo e con il rimpianto a Vincenzo Consolo: orafo della parola. La penna dello scrittore siciliano era fresa e lima diamantata, bulino e bilancino, origine di sbalzo e cesello. Chi scrive ha avuto il piacere di conoscere Vincenzo e la dolcissima Caterina nei primi anni 90 del secolo scorso quando, con moglie e figlio, andò a trovarlo nella casa accogliente di Sant’Agata di Militello. Avevo fissato l’appuntamento attraverso un comune conoscente e andai per presentare un progetto sul suo ultimo – a quel tempo – romanzo: Retablo. Ancora mi commuovo al pensiero dell’accoglienza che Vincenzo riservò a noi tre sconosciuti; alla sua attenzione verso il nostro piccolo bambino; alla sua cura al momento della nostra ripartenza per Catania. Tanto era il suo pensiero per l’ora tarda e la probabile stanchezza del guidatore che ci invitò persino a trattenerci da lui per la notte.

Qualche anno dopo, su commissione del Teatro Stabile di Catania, avrebbe scritto un atto unico teatrale su Empedocle, “Catarsi”, e nel delineare il personaggio di Pausania mi disse di essersi ispirato a me, anzi di averlo scritto pensando che fossi chiamato io ad interpretarlo. Non aveva fatto i conti con le dinamiche del teatro e con i suoi tradimenti.

L’ultimo ricordo che ho del mio amico – mi perdoni, Vincenzo, ma il mio cuore la vuole chiamare così – risale ad un pomeriggio trascorso in casa di una prostituta ad Agrigento. Eravamo in quattro e il nostro ospite sapeva dell’amore di Consolo per la marginalità del mondo e della storia. Così ci portò a prendere un caffè da Pina, storica donnina della città dei templi. Con lei all’asse da stiro e noi seduti alla cerata unta e per ciò dai colori vivissimi su un tavolo scazonte, l’odore dalla caffettiera gorgogliante si espandeva nell’aria della piccola stanza umida. Ricordo gli occhi, anch’essi umidi, per la tenerezza che Vincenzo sicuramente provava per la storia che quella donna ci raccontava; così lontana dai lustrini e dalla sensualità che il suo ruolo sulla strada le avrebbe dovuto imporre. L’amore di Vincenzo per i margini, dicevo, diventava pudore infrangibile di fronte alla parola scritta; mai, a memoria mia, nelle sue opere, alcun margine è stato violato; mai l’interesse per il successo lo ha portato ad utilizzare anime e corpi verso cui vera era la sua cumpassione. Vincenzo non era uno scrittore di fiera, di mercato, di ‘bbanniata. Certo era un suo cruccio il non riuscire ad affidare all’inchiostro un solo segno che non fosse frutto di complessi processi creativi. Anche a me una volta confidò la sua meraviglia, non certo positiva, verso gli scrittori che producevano libri come… graforrea, appunto.

Leggere Consolo è come vivere la sequenza dell’immersione ne L’Atalante; è un fluttuare armonioso nella trama avvolgente del racconto; è un viaggiare sensuale fra le turgide pieghe e le morbide crespe della parola.

“Perché viaggiamo, perché veniamo fino in quest’isola remota, marginale? […] la causa vera è lo scontento del tempo che viviamo, della nostra vita, di noi, e il bisogno di staccarsene, morirne, e vivere nel sogno.”

Buon viaggio, allora, e ad meliora, amico mio.

FD

” La Luna ” brani di Vincenzo Consolo

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Quand’ecco all’improvviso distaccasi la Luna, rotola sul profilo del Grifone, Gibilrossa, Bellolampo, scivola sui merli delle torri, le curve delle cupole, le guglie, le banderuole in cima ai campanili, e s’appressa crescendo a dismisura, fino che viene ad adagiarsi nel giardino sopra i bastioni, tra le palme e le voliere, grande come il rosone d’una chiesa, e vomita scintille dal suo corpo.

(Lunaria)

In quel modo si spegne a poco a poco, annerando, mentre pigolano gli uccelli e passiscon sfrigolando i gelsomini, le pomelie, le aiole d’erbe, di fiori senza nome. Allora, guardando il cielo, vedo, dove lei s’era divelta, un’orma, una nicchia, un vano nero che m’attrae e dona nel contempo le vertigini…

(Lunaria)

… il cielo si schiariva, le stelle si spegnevano, sparivano, e la luna di tre quarti, perdeva la sua luce, impallidiva, si faceva di carta matta, una velina.

Appariva, di là della vallata, di là del Dessuèri e del Dittàino, di là d’Adrano, Jùdica e Centùripe, contro un cielo viola e lucescente, la cima innevata e il fumo del vulcano.

(Le pietre di Pantalica)

… supino, guardavo il cielo che da mosso si faceva violaceo e s’incupiva man mano.

Apparve una falce di luna, e mi tornarono in mente, chissà perché, a me che non ho mai amato il melodramma, le dolcissime note belliniane e le parole della preghiera di Norma: “Casta Diva, che inargenti ….”

(Le pietre di Pantalica)

Sorgeva l’algente luna in quintadecima e rivelava il mondo, gli scogli tempestosi e il mare alla Calura, stagliava le chiome argentee, i tronchi degli ulivi.

Sopra la collina Santa Barbara, in cima, sul declivio, per la pianura breve, contro la vaga luce mercuriale, parevan sradicarsi, muover dondolando, in tentativo di danza, in mutolo corteo, aspri, rugosi, piagati dalle folgori, maculati da lupe, da fumiggini, spansi o attorti con spasimo in se stessi.

Sale, sale pel cielo il turbine di lucciole, lo zingo fantasmatico, sale e suscita maree, turbamenti, lieviti, tristizie – se lento il progredire e inesorabile riduce la fiducia, incrina la quiete, sospinge alle discese scivolose, agli spenti catoi melanconici, l’estremo che s’involge, il colmo che trabocca, il pieno che tramuta in decrescenza sprofonda nel terrore, annega nell’angoscia.

(Nottetempo, casa per casa)

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brani scelti da Claudio Masetta Milone

L’abbuffata dei musulmani, Vincenzo Consolo

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L’abbuffata dei musulmani

Vincenzo Consolo

Immaginiamo che quel luminoso mattino di giugno dell’ottocentoventisette, quando le truppe musulmane – Arabi, Berberi, Spagnoli “sotto il comando del dotto e saggio Asad ibn al-Furat, sbarcarono presso Mazara, assieme ad armi, carri, cavalli, abbiamo portato a terra le loro vettovaglie. Immaginiamo che garzoni e cucinieri, issate sulla spiaggia le tende, dentro vi abbiano stipato giare d’olio, di semolina, di ceci, di fave, di giuggiulena, di cumino, di peperoncini, di miele, di datteri; e ancora capre e montoni da sgozzare per il rancio di quella famelica soldatesca venuta da Susa, da Sfax, da Djerba …

Dopo tanto tempo in mare, fame avevano quei soldati, fame di cibo cotto.

Immaginiamo che lì sulla spiaggia mazarese abbiano subito acceso i fuochi e, con grandi e numerosi lemmi, mafarate e cuscusiere, si siano subito messi a preparare gran quantità di cuscus. Ci vorrebbe la passione, la scrupolosità documentaria e l’ingegno con i quali Flaubert, ha ricostruito e descritto in Salammbo il pranzo delle truppe mercenarie sotto le mura di Cartagine per poter descrivere minuziosamente il primo pranzo delle truppe musulmane appena sbarcate in Sicilia. Ma non avendo né lo scrupolo né l’\ingegno di Flaubert, allora continuiamo a immaginare: immaginiamo che a conquista compiuta di tutta l’isola da parte dei Musulmani (con la caduta di Siracusa nell’878 e di Taormina nel 903: per 70 anni è andata avanti la conquista!), a poco a poco i Siciliani abbiano imparato a cucinare e mangiare al modo arabo. A cucinare per esempio il cuscus. Ma come avviene in ogni conquista che tra conquistatori e conquistati c’è uno scambio culturale, così immaginiamo che a un determinato momento i Siciliani abbiano apportato al cuscus la variante del brodo di pesce al posto del piccante e grasso sugo di montone, variante adatta a stomaci meno corazzati e tetragoni di quelli arabi. E ci piacerebbe infine sapere (quanto grande è la nostra ignoranza, nonché generale, di storia gastronomica, una storia particolare che ci aiuterebbe tanto a capire la grande Storia) quando dal consumo di quella pietanza straordinaria che è il cuscus (cibo che ha la morbidezza e la tenerezza materna nel biancore, nella granulosità del semolino e insieme la forza e la decisione paterna nella sferza del peperoncino e nella consistenza della carne di montone) si è passati al consumo dei maccheroni, della pasta in Sicilia.

Ma il cuscus, si sa, assieme a tanti altri retaggi della cultura musulmana, assieme a monumenti e linguaggi, è rimasto in Sicilia, come vestigia e memoria di quel periodo

d’oro, di quel gran Rinascimento che fu nell’isola nostra quello della dominazione musulmana.

2 gennaio 1990 L’Ora

Piazza, foto e mostre Sant’Agata di Militello riscopre così il “suo” Consolo

 

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Il re dei Savoia cede il passo all’autore dell’Antigattopardo. Sarà dedicata allo scrittore Vincenzo Consolo la piazza principale di Sant’Agata di Militello. L’amministrazione comunale della città natale dell’autore di “Retablo”, ha deciso di rinominare la piazza sulla quale si affaccia il castello dei principi Gallego. Non più dunque piazza Vittorio Emanuele ma piazza Vincenzo Consolo. La cerimonia di intitolazione si inquadra nel novero di una serie di manifestazioni. Nel quinto anniversario della scomparsa dello scrittore siciliano si terrà a Tunisi un convegno internazionale a lui dedicato. Il convegno è stato organizzato dall’Istituto italiano di Cultura a Tunisi, dal dipartimento di Italianistica dell’università di La Manouba e dal Center for italian studies dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia. «Rendiamo omaggio a un artista di levatura internazionale – sottolinea uno degli organizzatori della manifestazione, Vito Lo Monaco, presidente del centro studi “Pio La Torre”- Consolo era legato da un profondo rapporto di stima con il Centro studi dedicato a Pio La Torre. Tanto da voler destinare a noi il suo ultimo scritto. Un testo teatrale che, ogni anno, rappresentiamo con gli studenti coinvolti nel nostro progetto di educazione alla Legalità. È stato un raro esempio di intellettuale contro e scrittore di impegno civile. Trasmetteremo l’intera cerimonia sin diretta streaming sul nostro sito: www.piolatorre.it». Infaticabile animatore delle attività di valorizzazione dello scrittore è Claudio Masetta Milone, tra i fondatori dell’Associazione amici di Vincenzo Consolo, presieduta da Caterina Pilenga, moglie dello scrittore. «I locali del castello Gallego ospiteranno la donazione voluta dalla signora Consolo – precisa Masetta Milone – La biblioteca personale, tutte le sue edizioni, i quadri, le collezioni, le onorificenze, saranno a disposizione degli studiosi. Nei prossimi mesi potremo contare anche sui supporti digitalizzati dei suoi manoscritti. Un lavoro che è stato affidato alla Fondazione Arnoldo Mondadori». Nel salone principale del castello Gallego sarà ospitata la mostra del fotografo Giuseppe Leone dedicata a Consolo. «Ho voluto rendere omaggio a un grande amico – precisa il grande fotografo ragusano – Con Consolo abbiamo collaborato a lungo. Pubblicato libri straordinari. Un artista ineguagliabile. Questo invito mi lusinga e mi consente di donare con grande onore questi ritratti alla Casa letteraria Consolo». Un rapporto inscindibile quello tra Vincenzo Consolo e Sant’Agata di Militello. Come affiora tra le righe di una recente pubblicazione affidata alla casa editrice Dante & Descartes di Napoli, “La grande vacanza orientale-occidentale”:“Una costa diritta, priva di insenature, cale, ai piedi dei Nèbrodi alti, verdi d’agrumi, grigi d’ulivi. Una spiaggia pietrosa e un mare profondo che a ogni spirare di vento, maestrale, tramontana o scirocco, ingrossava, violento muggiva, coi cavalloni sferzava e invadeva la spiaggia. Era un correre allora dei pescatori dalle loro casupole in fila là oltre la strada di terra battuta, era un chiamare, un clamoroso vociare. Le donne, sugli usci, i bambini in braccio, ansiose osservavano. I pescatori, i pantaloni fino al ginocchio, tiravano svelti le barche, in bilico sui parati, fino alla stradina, fin davanti ai muri delle case”. Sant’Agata di Militello era il luogo del suo scontro e del suo riscontro. Era nato in via Pace. Il balcone dell’abitazione dell’infanzia, si affaccia proprio sulla piazza che a lui sarà dedicata. Il castello Gallego è lo scenario naturale del libro che gli conferì la notorietà: “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. Il lungomare La Praia, era il suo sguardo sulle “Isole dolci del Dio”. L’estremità del porto di Punta Lena, era il suo immaginario visivo. Il giovane Consolo frequentò l’istituto salesiano di via Medici. Esperienza raccontata nel suo libro di esordio: “La ferita dell’aprile”, pubblicato nel 1963, il libro che contiene tutti i suoi libri. A Sant’Agata di Militello Consolo ha voluto essere sepolto.  È questo il definitivo ritorno dell’odisseo Consolo nella sua Sant’Agata. Lo scrittore gramscianamente non indifferente, è stato il vero interprete della lezione civile di Leonardo Sciascia. Uno scrittore che cercava parole non imposte dal potere. Autore connaturato da una scrittura enciclopedica e ipnotica. Un uomo che non operava concessioni. Non salvaguardava potentati. Non blandiva accademie. Un artista che, come estrema sottrazione, aveva operato una progressiva sottrazione. Fino alla stanchezza della parola. Era un irregolare. Non era irreggimentabile. Era un eccentrico. Disertava le adunate e le parate dell’esposizione televisiva. Spodestato il re piemontese, il nome dello scrittore siciliano troneggerà sornione sulla piazza dove si affaccia il circolo di conversazione Dante Alighieri. Così tratteggiato da Consolo nel suo libro “La mia isola è Las Vegas”: “Il circolo Dante Alighieri altrimenti detto circolo dei civili o nobili. Uno di quei circoli siciliani frequentati dai piccoli proprietari terrieri che non lavoravano, campavano di rendita, “ammazzavano” il tempo e la noia con chiacchiere e il gioco delle carte, e l’unico segno che lasciavano del loro passaggio su questa terra era un fosso nella poltrona del circolo, come dice Brancati”.

                                                           Concetto Prestifilippo
da La Repubblica ediz. Palermo del 18 febbraio 2017

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nella foto Vito Lo Monaco,
Claudio Masetta Milone, Francesca Faraci,Melo Consolo

4 liriche Vincenzo Consolo

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Quando qualcuno glielo chiedeva, Vincenzo Consolo negava recisamente di aver mai scritto poesie. Un’affermazione che non corrispondeva del tutto alla verità. Era la sua idea della poesia, intesa come la più ardua forma d’arte, e la sua intransigenza di artista mai soddisfatto di sé e degli altri, a impedirgli di dirsi ‘poeta’. Anche se poi la poesia entrava di diritto nel suo stesso modo di concepire la narrazione. In un’intervista rilasciata a Rosaria Guacci per il trimestrale ‘Tuttestorie’, dice: “Il romanzo era per la borghesia, oggi è inconcepibile… Io non scrivo romanzi. Io narro, e la narrazione ha radici lontanissime, che risalgono fino ai testi orali. E quindi la prosa si avvicina necessariamente sempre di più alla forma poetica, alla scansione metrica”. Dunque la poesia era il substrato della sua stessa narrazione. Non solo. Era anche una sua forma d’espressione saltuaria e per così dire ‘clandestina’, ma esercitata con passione e vigore. Come dimostrano le “4 liriche” inedite, che sua moglie Caterina ha pubblicato in occasione del quarto anniversario della morte. Quattro liriche brevi ma indimenticabili, raccolte in un libretto di grande eleganza, arricchito da una bella incisione di Luciano Ragozzino.

Maria Rosa Cutrufelli

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