Il sorriso dell’ignoto marinaio compie quarant’anni, viene pubblicato nel 1976 per l’Einaudi
Già nel 1972 Vincenzo Consolo pensava al suo “ Sorriso “, pubblicando
Marina a Tindari in occasione di una mostra di un suo amico Michele Spadaro all’interno del libretto il saggista Sergio Spadaro ha messo in versi lo scritto.
(Realizzato presso il laboratorio di arti grafiche del Cav. De Marchi Pietro in Vercelli vengono stampati 100 esemplari numerati e tirati a mano edizione fuori commercio) .
Consolo in versi: un esemplare testo lirico e critico da 1 a 100
Sergio Spadaro non sa da dove incominciare, ma – una volta combinato il guaio – deve pure spiegarlo. In effetti, “saper cominciare” è molto difficile; io, qui, non ho nemmeno iniziato. Comunque, Sergio Spadaro ci si butta: e la soufflé riesce squisita. Detta in crudo, la faccenda è che nel 1972 (stamattina, e intanto alcuni secoli addietro) suo fratello Michele faceva una mostra a Milano con una qualche presentazione di Vincenzo Consolo: piuttosto appuntata sul’olio Marina a Tindari; dunque: Sergio Spadaro prende quel testo, lo spezzetta negli “a capo”, ne scopre il lirico fluire dei versi, vi premette un brano Il sorriso dell’ignoto marinaio (non ancora libro, solo il tratto presentato come racconto nel n. 15 di “Nuovi argomenti”) lasciandolo nel suo intrico di prosa, si fa presentatore del presentatore del quadro (nel tempo che va da La ferita dell’aprile a Il sorriso dell’ignoto marinaio ancora da farsi libro): ne esce un fascicolo – dice lo stampatore “Cav. De Marchi Pietro” in Vercelli, bodoni tondo per il testo di Sergio Spadaro e per la didascalia, bodoni corsivo per la premessa “ Il sole raggiante” ecc., etrusco per i versi, su carta Fabriano tirata a mano – “ in cento esemplari fuori commercio numerati da 1 a 100”.
Questo è il 18, umido del prelievo “a mano” dal muro, con i fogli incollati e cuciti, abbastanza letterario. Rispondendo a domande di Andrea Genovese – sono tutti della costa messinese i nomi d’autore sin qui annotati – nel n. 63 di “ Uomini e libri”, Consolo confida il proprio “sforzo di uscire dal romanzo, fuori dalla letteratura, fuori dalla scrittura” trattando “di temi temporali, relativi ad una precisa realtà politico-sociale” attraverso metafore però dubitando “del romanzo, della letteratura e della scrittura” nel desiderio di “andare a vivere in un paese dove non si pubblicano libri” nuovi ma si possono leggere “tutti i classici” più inconsueti: da Carlo Maria Cazzola a Pierantonio Scura, da Alberto Mangiapane a Pasqualina Bombourg. E questo, come si vede nella fotografia, letterariamente con carezze e sorrisi al soriano che si tiene in braccio. In definitiva, questa storica plaquette (“15.4.1072”) – che s’intitola Marina a Tindari, sotto il nome di Vincenzo Consolo per affettuoso omaggio – è un proliferare (congruo e delizioso) di letteratura da letteratura, di ragione critica da ragione lirica.
Ma pur nelle dimensioni minime della riproduzione, accuratissima, il quadro di Michele Spadaro fa campeggiare un deserto di sabbia e steli ed acque su toni gialli che riverberano nel bianco-celeste del cielo segnato dall’azzurro orizzonte dell’altra riva: uno spazio esistenziale di grande vastità, ampiamente sonoro per la scultorea evidenza della flora disseccata e degli stessi granuli di sabbia. Ve n’è da sommuovere onde liriche, come fa Consolo”in una dimensione tra marxiana ed esistenzialistica, ma dall’esistenzialismo della responsabilità e dell’impegno” con righe di poesia punteggiate da precisazioni le quali svariano, invece, aprendo varchi lirici sempre nuovi; abbiamo visto Lucio Piccolo scrivere in questo modo, ch’è nell’aria da Sant’Agata di Militello a Capo d’Orlando e a Patti, ma qui con un lussureggiare della desolazione.
Intelligente e partecipe, silenziosissimo (però stavolta si sbriglia: sino al punto di stampare un proprio testo), Sergio Spadaro indovina “la ‘vela’ del civile progresso e del lavoro, dell’attiva presenza umana nella storia e nel mondo” fra i versi finali del breve poemetto così arioso, e profondo nel respiro.
“E oltre, lontano – non sai se sopra/ o sotto il segno sfocato, rotondo -/ tu scorgi a malapena un grumo,/ la coda d’una falda: è vela/ o l’ala d’un uccello che trapassa?” Quel passare oltre (“trapassa”) appare determinante, omologo al pessimismo storicizzante e attivo di Consolo: s’è presenza umana, non sfocarsi d’uccello nell’aria, e in ogni caso grumo che non si posa; lascia, per disappunto di tutti, che il deserto continui ad essere sé stesso. Consolo, pure in questo modo, prosegue la propria sperimentazione della vita.
A Sergio Spadaro – commentatore prezioso in questa triade di “folli” veggenti, emigrati – è dovuto riconoscimento per l’orditura storica, psicologica, localistica, critica, del suo avvincente testo. Con una notazione, marginale, sulla “politica normanna di ricostruzione di un tessuto ‘cristiano’ nell’isola al fine di consolidare con l’appoggio della chiesa le conquiste compiute manu militari” in terra “ araba”: Ruggero d’Altavilla conduceva al proprio servizio il clero latino, che impiantava nei luoghi in cui officiavano i sacerdoti di rito greco, semplicemente li passava a filo di spada; ed erano basiliani, appena succeduti ai marabut nelle funzioni di medici del corpo e dell’anima, avevano fatto “cristiana” la Sicilia araba ma per il resto l’avevano lasciata intatta.
I normanni poterono compiere questi eccidi, anche politici, ma dovettero subire e utilizzare non solo gli architetti (e gli scalpellini e i musicanti) arabi: dovettero fermarsi dinanzi al simbolo della “Madonna nera” a Tindari; buia d’intense luci come i Calogeri (i monaci basiliani, bei-vecchi), i san Calogero che tuttora guariscono il corpo e assistono l’anima. Sopravvissuti al rito latino, sia pure fuori calendario, proteggono le messi superstiti.
Antonino Cremona Il Punto di Catanzaro 1 luglio 1981
Michele Spadaro e Vincenzo Consolo
1972
Antonel di Sicilia, uom così chiaro… (G. Santi: Cronica rimata) In ricordo del cavaliere Lucio Piccolo di Calanovella autore dei Canti Barocchi.
E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rellare man mano che si inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tindari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l’avevano squassato d’ogni parte. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d’acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, su un mare placato e come torpido, udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle. Un respiro penoso che si staccava da polmoni rigidi, contratti, con raschi e trappi risaliva la canna del collo e assieme a un lieve lamento usciva da una bocca che s indovinava spalancata. Alla fioca luce della lanterna, il Mandralisca scorse un luccichio bianco che forse poteva essere di occhi. Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i lor merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangonsi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo… Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce. Federico confida al suo falcone
O Deo, come fui matto quando mi dipartivi là ov’era stato in tanta dignitade E sì caro l’accatto e squaglio come nivi…
Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli olivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Calacte, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni. E strinse al petto la tavoletta avvolta nella tela cerata che s’era portata da Lipari, ne tastò con le dita la realtà e la consistenza, ne aspirò i sottili odori di can-fora, di ricino e di senape di cui s’era impregnata dopo tanti anni nella bottega dello speziale. Ma questi odori vennero subito sopraffatti d’altri che galoppanti, sopra lo scirocco, veniva da terra, cupi e forti, d’agliastro, di fico, nepitella. Con essi, grida e frullio di gabbiani. Un chiarore grande, a ventaglio, saliva dalla profondità del mare: svanirono le stelle, i tani sulle torri impallidirono. Il rantolo s’era cangiato in tosse, secca, ostinata. Il Mandralisca vide allora, al chiarore livido dell’alba, un uomo nudo, scuro e asciutto come un ulivo, le braccia aperte aggrappate a un pennone, che si tendeva ad arco, arrovesciando la testa, e cercava d’allargare il torace spigato per liberarsi come di un grumo che gli rodeva il petto. Una donna gli asciugava la fronte, il collo. S’accorse della presenza del galantuomo, si tolse lo scialletto e lo cinse ai fianchi del malato. L’uomo ebbe l’ultimo terribile squasso di tosse e subito corse verso la murata. Torno bianco, gli occhi dilatati e fissi, e si premeva uno straccio sulla bocca. La moglie l’aiutò a stendersi per terra, tra i cordami. – Silicosi – disse una voce quasi dentro l’orecchio del barone. Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero nelle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio, con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaro: non aveva il sonnolento distacco, nè la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e a le vicende loro. E, soprattutto, avvertivasi in colui la grande dignità di un signore. – Male di pietra – continuò il marinaio – E’ un cavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quel l’isola. Non arrivano neanche ai quarant’anni. I medici non sanno che farci e loro vengono a chiedere il miracolo alla Madonna negra qui del Tindari. Lo speziale ti cura con senapismi e infusi e ci s’ingrassa. I medici li squartano dopo morti e si danno a studiare quei polmoni bianchi e duri come pietra sui quali ci possono molare i loro coltellini. Che cercano? Pietra è, polvere : di pomice. Non capiscono che tutto sta a non fargliela ingoiare. E qui sorrise, amaro e subito ironico, scorgendo stupore e pena sul volto del barone. Il quale, pur seguendo il discorso del marinaio, da un pò di tempo si chiedeva dove mai aveva visto l’uomo e quando. Ne era certo, non era la prima volta che l’incontrava, ci avrebbe scommesso il fondo di Colombo o il cratere del Venditore di Tonno della sua raccolta. Ma dove l’aveva visto? Ma sotto lo sguardo dell’uomo, acuto e scrutatore, ritornò con la mente al cavatore. Al di là di Canneto, verso il ponente, s’erge dal mare un monte bianco, abbagliante, che chiamasi Pelato. Quivi copiosa schiera d’uomini, brulichìo nero di tarantole e scarafaggi, sotto un sole di foco che pare di Morea, gratta la pietra porosa coi picconi; curva sotto le ceste esce da buche, da grotte, gallerie; scivola sopra pontili esili di tavole che s’allungano nel mare fino ai velieri. Sotto queste immagini il Mandralisca cercava di nascondere, di rimandare indietro altre che in quel momento (frecce di volatili nel cielo di tempesta migranti verso Africa, verdi conchiglie segnanti sulla pietra strie d’argento, alte flessuose palme schiudenti le vulve delle spate con le bianche pasquali infiorescenza…), chissà per quale associazione o contrappunto, premevano per affiorare in primo piano. E quindi si presentarono, con disappunto del barone, davanti a quell’uomo indagatore e giudice, ordinate nei loro volumi, con titolo e stamperia e anno d’edizione, gli studi di cui il barone, in altri momenti, intimamente si compiaceva, con un certo orgoglio, con una certa soddisfazione, studi che gli avevano aperto le porte delle più importanti Accademie del Regno: ” Catalogo degli uccelli che si trovano stazionari o di passaggio nelle isole Eolie”. “Catalogo dei molluschi terrestri e fluviali delle Madonie e luoghi adiacenti”, ” Catalogo e fecondazione delle palme” . Il marinaio lesse, e sorrise, con ironica commiserazione. Venne da poppa un vociare e lo sferragliare della catena dell’ancora che si srotolava e sprofondava nell’acqua. Il bastimento era giunto a Olivèri, sotto la rocca del Tindari. Il marinaio lasciò il barone e si avviò con passo lesto verso il trinchetto. Il sole raggiante sopra la linea dell’orizzonte illuminava la rocca prominente, col santuario in cima, a picco sopra la grande distesa di acque e di terra. Era, questa spiaggia, un ricamo di ori e di smalti. In lingue sinuose, in cerchi, in ghirigori, la rena gialla creava bacini, canali, laghi, insenature. Le acque contenevano tutti gli azzurri, i verdi. Vi crescevano giunchi e muschi, vischiosi filamenti; vi nuotavano grassi pesci, vi scivolano pigri aironi e lenti gabbiani. Luceva sulla rena la madreperla di mitili e conchiglie e il bianco d’asterie calcinate. Piccole barche, dagli alberi senza vela, immobili sopra le acque stagne, fra le dune, sembravano relitti di maree. Un’aria spessa, umida, con lo scirocco fermo, visibile per certe nuvole basse; sottili e sfilacciate, gravava sopra la spiaggia. Qual cosmico evento, qual terribile tremuoto avea precipitato a mare la sommità eccelsa della rocca e, con essa, l’antica città che sopra vi giaceva? Oh i tresori dispersi sotto quelle acque verdi e quella rena, le erbe sconosciute affatto, le impensate vegetazioni, le incrostature che coprivano le bianche levigate spalle, i femori di veneri e dioscuri. Ora, sopra la rocca, sul-Torlo del precipizio, il piccolo santuario custodiva la nigra Bizantina, la Vergine formosa, chiusa nel perfetto triangolo del manto splendente di granati, di perle, d’acquemarine; l’impassibile Regina, la muta Sibilla, libico ebano, dall’unico gesto della mano che stringe il gambo dello scettro, l’argento di tre gigli.
– Fatti i cazzi tuo! – intimo a Rosario il Mandralisca. Il criato era appena giunto, con un velo di sonno che ancora gli svolazzava sulla testa, e pregava il padrone che andasse a riposare.
– Ma, Eccellenza, sono cose da cristiani queste, passare la nottata all’impiedi, fuori, con quel pezzo di legno sempre attaccato al petto come un nutrico?
– Sasà, lo so io quello che porto qua. Se tu vuoi continuare a ronfare, ronfa, da quell’animale che sei.
– Dormire, Eccellenza? Manco un occhio chiusi, Dio mi fulmini. Buttai a mare fino all’ultima quelle quattro ranfie d’aragosta che ieri sera mi succhiai.
– E tutta polpa dentro la corazza che quelle ranfie facevano camminare, Sasà, affogata in un mare di salsa di càpperi.
– Eccellenza si, squisita. Che peccato. – E non parrliamo di come l’innaffiasti. – Eccellenza si, giulebbo. Ma dicevo… – Sasà, capimmo, Torna a dormire. – Eccellenza si.
L’ignoto marinaio, ritto sopra la coffa, soffiò nel tritone per tre volte e il suono, urtando sulla rocca, ritornò per tre volte fino al veliero. Si levò dalla spiaggia uno stormo di gabbiani, dalla rupe calarono i corvi e i rondoni. Si staccò un barcone a quattro remi dalla riva d’Olivèri. Dagli angoli dei ponti, dalle stive, sbucarono a gruppi i pellegrini. Erano donne scalze, per voto, scarmigliate; vecchie con panari e fiscelle e bimbi sulle braccia; uomini carichi di sacchi barilotti damigiane. Portavano vino di Pianoconte, malvasia di Canneto, ricotte di Vulcano, frumento di Salina, càpperi d’Acquacalda e Quattropiani. E tutti poi, alti nelle mani, reggevano teste gambe toraci mammelle organi segreti, con qua e là crescenze gonfiori incrinature, dipinti di blu o nero, i mali che quelle membra di cera rosa, carnicina, deturpavano. Il cavatore di pomice indossava ora, sopra la pelle, lo scapolare di lana di capra, col cappuccio, e in mano teneva un cero grosso, alto quanto lui. Alla moglie pendevano sul petto, legate al laccio che le segava il collo, due forme a pera, lucide d’olio spalmato, di caciocavallo.
Il barcone toccò il fasciame del veliero e i pellegrini, con voci, con richiami, s ammassarono alla scala per sbarcare.
Per la strada a serpentina sopra la rocca, che d’Olivèri portava al santuario, si snodava la processione degli altri pellegrini che dalle campagne e dai paesi del Val Dèmone giungevano al Tindari per la festa di settembre. Cantavano, salendo, un canto incomprensibile, che dalla testa rimbalzava alla coda della schiera, s’incrociava nel mezzo, s’aggrovigliava. Ma poi divenne, come amalgamato, dopo tante prove e tanti giri, un canto chiaro, forte, che cresceva in sè, si gonfiava, man mano che la processione avanzava e s’avvicinava al santuario.
Un fanciulla bella, dai capelli corvini e gli occhi verdi, accesi, gia seduta con gli altri dentro il barcone, all’eco dei quel canto, s’alzò in piedi e, dimenandosi, intonò un suo canto: un canto osceno, turpe, che i coatti, li a Lipari, cantavano la sera, aggrappati alle inferriate del castello. La madre per fermarla, per tapparle la bocca con la mano, si lasciò sfuggire in acqua una testa di cera. Che galleggiò, con la sua fronte pura, e poi s’inabissò.
IL BARONE ENRICO PIRAJNO DI MANDRALISCA E LA BARONESSA SUA MOGLIE LA PREGANO DI ONORARLI DI SUA PRESENZA LA SERA DEL 27 OTTOBRE 1852 NELLA LORO CASA DI CITTÁ PER GODERE LA VISIONE DI UNA NUOVA OPERA UNITASI ALLA LORO COLLEZIONE E SI DANNO L’ONORE DI RASSEGNARSI
Dopo il giro in paese, dopo aver per tutta la mattinata salito e disceso scale e scaloni, con quest’ultimo foglio nella mano guantata di bianco, Sasà era dovuto arrivare fino a Castelluccio: attraversando la collina di Santa Barbara, scendendo nel vallone Sant’Oliva, risalendo, con piccole corse qua e là, con aggiramenti, per scansare cani che dietro gli latravano, per ritrovare il passo tra recinti di ginestre e rovi, invocando mali maligni dritti al cuore, al cervello del conte di Baucina, che ancora di questa stagione, conclusa la vendemmia, già tutti gli altri in paese, se ne stava là, arroccato tra le pietre di Castelluccio. Tornando, passò da Quattroventi. I mulini gemevano e , macinavano il frumento che una fila d’asini, attaccata agli anelli di ferro, aveva trasportato la mattina. Sui mucchi di sterco, tra i garretti, ruspavano galline, sciamavano nugoli di mosche iridescenti. Vespe e zanzare ronzavano ubriache sopra i rigagnoli di mosto dei palmenti. I terrazzani, uscendo dal fòndaco, a bocca aperta guardarono Sasà, tutto sgargiante nella sua livrea. A porta di Terra, davanti la forgia, il maniscalco bruciava l’unghia d’un mulo e il puzzo di carogna appestava l’aria. Sconturbato, Sasà scese per corso Ruggero. In questo stretto budello venne assalito dai pescivendoli. Le spalle e un piede al muro, con accanto le sporte, lo assordarono con richiami, con insulti, con imbonimenti. Uno lo insegui e gli mise sotto il naso un cefalo sfatto chiuso in una manciata d’alghe sgocciolanti. – Fatta è la spesa, la spesa è fatta — gli disse Sasà allontanandogli il braccio con l’indice bianco. Era stanco Sasà, nauseato, ma soprattutto era seccato per le pensate bizzarre del barone. – Beato, beato a te, Sasà! La barca all’asciutto l’hai – disse una voce cupa, cavernosa, che sbucava da sotto terra, quando i piedi piatti dentro gli scarpini e i grossi polpacci fasciati di bianco stilarono davanti alle finestrelle con grate e inferiate a livello della strada, sotto l’Osterio Magno. – Voi, all’asciutto, oh!, senza pensieri, senza combattimenti — rispose ai carcerati Sasà inviperito. Una scarica sonora di scorregge lo investi alle spalle come una fucileria. Presso al Casino di Compagnia, per non dare in pasto a quelle malelingue la sua furia e il suo abbattimento, raccolse la pancia e la riportò sotto il freno della cintura, strinse all’altro il labbro ch’era pendulo e diede una tiratina di redini allo sguardo per puntarlo dritto e sostenuto nella prospettiva della strada. Sbucato in piazza Duomo, alla vista di quello spazio aperto e quella luce, sospirò. Non potè fare a meno di fermarsi al caffè per chiedere a Pasquale un goccio d’acqua con una spruzzatina di zammù. Si lasciò cadere sulla sedia, appoggiò le braccia sul marmo del tavolino e fece: – Aaahhh.
– Stanco, Sasà? – fu domanda di Pasquale. Con l’amico diede libero sfogo al suo mugugno. – Come se fosse battesimo, che dico? sposalizio. Fare una festa per un pezzo di sportello di stipo comprato a Lipari dallo speziale, pittato, dice lui, da uno che si chiamava ‘Ntonello, di Messina. – Messinese? Quando mai hanno saputo fare cose buone i messinesi, cataplasmi come sono ? Che va cercando il barone? Questi son capidopera, Sasà, — e Pasquale indicò il duomo li di fronte – il nostro potente patrono sopra l’altare, il Santissimo Salvatore, tutto oro e pietre rare, fatto da noi, dai cefalutani. Le ombre delle chiome delle palme cadevano a piombo Sul selciato facendo corona attorno ai tronchi. Uscì dalla Porta dei Re, venne fuori dal portico, scese l’alta gradinata con in ciMa i vescovi di calce, batte col bastone la bocca digrignata del leone di pietra sotto la vasca della fontana secca, l’organista cieco. Da dietro le bifore delle due torri del duomo si videro oscillare le campane: vibrando nellaria ferma, come gli archi a zig-zag che correvano intrecciandosi lungo la facciata, il tocco di mezzogiorno si propagò per porta Giudecca fino a Presi-diana, per la salita Saraceni fino alla prima balza della rocca, per porta Piscaria fino alle barche ferme dentro il porto, fino a Santa Lucia. Il salone del barone Mandralisca aveva quasi, ormai, l’aspetto d’un museo. I monetari d’ebano e avorio, i comò Luigi sedici, i canapé e le poltrone di velluto controtagliato, i tondi intarsiati, i medaglioni del Malvica, tutto era stato rimosso e ammassato nell’ingresso e nella studio, lasciando sopra la seta delle pareti i segni chiari del loro lungo soggiorno in quel salone. Restavano solo le consolle coi piani di peluche che sostenevano vasi di Cina blu e oro, potiches verdi e bianchi, i turchesi e rosa della Cocincina. E porcęllane di Sassonia e Meis-sen, le frutta d’alabastro, fagian chiocce gallinacci di Jacob-petit, orologi di bronzo dorato e fiori di cera sotto campane di vetro. Gl invitati se ne stavano all’impiedi, tranne le anziane dame che occupavano, sotto il gonfiore delle crinoline, le poche sedie e il pouf al centro del salone. Le signorine e i giovanotti facevano cerchio attorno al pianoforte dove la baronessa Maria Francesca accompagnava i gorgheggi della nipote Annetta. Salvatore Spinuzza, che ancora portava sulla fronte e ai polsi i segni delle torture della polizia di Ferdinando, se ne stava in disparte, le braccia incrociate sul petto, gli occhi celesti e il pizzetto biondo puntati in alto, muto e fiero, con ai lati, come Cosma e Damiano, i due fratelli Botta. Lo ignoravano tutti, lo scansavano, tranne i padroni di casa, i loro parenti Agnello e il barone Bordonaro. Tranne Giovanna Oddo. Il duca d’Alberi teneva banco, con la sua voce di petto, tra le dame e i cavalieri più nobili della nobile mastra di Cefalù. Parlava dei turbatori dell’ordine, di giovani con fisime e vessiche in te-sta, pericolosi nemici di Sua Maestà il Re (Dioguardi) e della Santa Religione. Il signor Luogotenente, il buon principe di Satriano, troppo buono era, magnanimo, a perdere tempo e onze con arresti e con processi (santo diavolone!, non era bastato il quarantotto?): subito, subito la forca ci voleva. Giovanna Oddo si volse verso lo Spinuzza, con sguardo supplichevole, accorato. Totò si scompose, s’appoggiò sull’altra gamba, riportò al suo posto con un colpo di testa il ciuffo biondo caduto sopra la fronte, ricambiò lo sguardo. Accennò appena a un sorriso. Giovanna stava piangendo come fosse già, Madonna!, davanti a quel corpo amato pendente dalla trave come un canavaccio. – Stupida! – le sussurrò la madre stringendole il gomito con tutta la sua forza – Scriteriata. Vai sul balcone, va, asciuqa.- ti quegli occhi. A casa faremo i conti. – Ah, che mali acquisti fanno ‘ste povere fanciulle d’oggi-giorno! – sentenzio il duca, come continuando il suo discorso. Donna Salvina Oddo emise un sospirone. – Complimenti, duca, per il vostro monumento – disse subito per sviare l’argomento. Il duca, lusingato, passò alla descrizione della fastosa tomba che s’era fatto costruire nella cappella di S. Michele Arcangelo. – Non vi dico quanto m’è costata. Tutta marmi policromi, sullo stile del Pampillònia a Gibilmanna. Il mezzo busto, lo stemma e in più la dicitura… ANTE DECESSUM, TUMULUM CUM CARMINE, la data, POSUI, HIC CONDAR CINERES, HAEC CONTEGET URNA SACELLO… eccetera -. Sette salme le piantai a manna — diceva forte, intanto, il conte di Baucina al vecchio e sordo cavaliere Invidiato – Dieci salme le scassai pel vigneto… – Ih, come siete funereo con tutte queste salme! – l’apostrofò il duca d’Alberi. E subito tornò alla signora Oddo. – Una bella cerimonia veramente. Una festa intima, religiosa. Il solo parentado, la confraternita dei Trentatre e l’intervento dell’Abate mitrato per la benedizione e il discorso. Venne il momento della visita al museo. Guidati dal baro-ne, fecero il giro della quadreria disposta in doppia fila alle pareti. Sentirono distratti elogiare la luce dell Alba a Cefalù del Bevelacqua, l’espressione intensa della Sant’Anna del No-velli, la sapienza prospettica dell’Ultima Cena di Pietro Ruz-zolone, dove le figure erano cosi tonde e grosse che sembrava quella si un’ultima cena, ma il cui inizio non si conosceva, con portate continue di maccheroni al sugo. E così avanti, per le tavole bizantine, per ignoti siciliani, per i viventi, fino a quello della giovane che offre alle labbra di un vecchio rinsecchito il capezzolo d’una mammella bianca che sbuca dallo scuro in piena luce. – Vengo, mamma – disse la signorina Micciché, come avesse inteso d’essere chiamata per questione urgehte. E si staccò dal gruppo, assieme alla Barranco, alla Pernice e a quella vezzosetta della Coco. – Madonna, che caldo, andiamo sul balcone -, — Gesù, dove ho lasciato il guanto? — fecero le altre, man mano che ci ‘avvicinava alle vetrine dei vasi greci. Oltre al venditore di tonno, oltre a matrone languide, sdra-late, con ancelle attorno che l’aiutavano a fare toilette, i vasi neri mostravano fauni impudichi, sporcaccioni, che abbrancavano per la vita, per le reni ninfe sgambettanti per portarsele, poverette, chissà dove; altre scene di fughe e rapimenti, altre di ragazze estatiche davanti a giovani inghirlandati e con bordoni in mano di cui non si capivano le intenzioni. Gli uomini si davano gomitate, ammiccamenti, azzardavano sottovoce interpre-tazioni, mentre il barone li informava sull’epoca e sul luogo della loro provenienza. Alle vetrine, alle teche delle lucerne e delle monete, dove il barone si lasciò andare a una sequela infinita di date, di luoghi, di simboli, valori, quei quattro o cinque che appresso gli restarono, per troppa stima o estrema corte-sia, afferrarono qualcosa come Mozia Panormo Lipara Litra Nummo Decadramma. Entrarono i camerieri con vassoi ricolmi di brioches con burro e mosciamà, biscotti col sèsano, paste di Santa Caterina, buccellati, preferiti coi chiodi di garofano, nucatoli. Sasà guidava come un capitano, con cenni degli occhi e della mano, grattandosi con l’altra la parrucca che gli faceva prudere il testone, l’assalto ai vari gruppi d’invitati. Ma il suo vero nemico era là, in mezzo alla sala, coperto da un panno, posto sopra un leggio alto, con ai lati due moretti candelieri su colonnine at-torcigliate. Sasà, passandovi davanti, lo guardava torvo. Ma le voci l’altri nemici, più vivi e più famelici, entrarono dai balconi aperti sulla strada. Come cani che avessero sentito il flo dell’odore dei dolei che per l’aria muoveva serpeggiando, sbucando dal cortile Gonzaga, dal vicolo Ferraresi, dal Siracusani, dal Monte di Pietà, i carusi sotto i balconi cominciarono a vociare:
– Sasà, Sasà, affacciati, Sasà! E si misero a cantare:
Bivuta Martina, chiamata Luscia, Cani canassa, scavassa larduta, viva Cuccagna, la xoia la mia! -‘Sti vastasi! – mormorò Sasà, e corse a chiudere i balconi.
Nu xù cucussa, la bernagualà Buliu pigliata, sunata tambura, Tubba, catubba, la nànina nà! cantarono più forte dalla strada, ballando, battendo le mani, le pietre.
– Sasà, — ordinò la baronessa Maria Francesca — fai scendere Rosalia con un vassoio.
Mentre ancora gli invitati sorseggiavano cherry di Salaparuta e malvasia, il barone fece cenno a un cameriere d’accendere le sei candele dei moretti. S’accostò al leggio e, nel silenzio : generale, tolse il panno che copriva il dipinto. Apparve la figura d’un uomo a mezzo busto. Da un fondo verde cupo, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione, balzava avanti il viso luminoso. Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L’uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della stupida giovinezza, s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell’uso ininterrotto. L’ombra sul volto di una barba ispida di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspa-tura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull’orlo dell’asfratta ra del dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa, o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini. Il personaggio fissava tutti negli occhi, in qualsiasi angolo essi si trovavano, con i suoi occhi piccoli e puntuti, sorrideva a ognuno di loro, ironicamente, e ognuno si sentì come a disagio. Da porta d’Ossuna, in quel momento, s’udiron venire colpi di schioppo e abbaiar di cani. Era la ronda che di questi tempi sparava la notte a ogni ombra che vagava fuori le mura. Lo Spinuzza sentì un brivido salirgli per la schiena e si fece inquieto. Nel silenzio che segui a quegli spari, l’uomo sopra il leggio sembrava che avesse accentuato il suo sorriso. Il Mandra-lisca lo guardò e riguardò, aggiustandosi il pince-nez, lisciandosi la barba, come lo vedesse anche lui la prima volta. Si volse poi ai convitati e comincio, con voce piana, come soprappensiero, gli occhi puntati sul pavimento di maiolica:
— Mi gode l’animo nello sperare, opino, sono in vero fortemente persuaso che trattasi d’opera di mano d’Antonello…
Alzò di colpo lo sguardo, si batté la fronte con la mano ed esclamò: – Sasà, l’ignoto marinaio!
Sasa apri le braccia ed atteggiò la faccia come davanti a uno che gli parlasse turco. Ci fu nel salone una gran risata. II duca d’Alberi, staccandosi dal gruppo e avanzando solo verso il ritratto, tutto piatto dietro e la redingote aperta sul bombè che trionfalmente si portava davanti, con la sua voce acuta di cornetta chiese forte al Mandralisca:
– Barone, a chi ci ride quello? — indicando col dito il personaggio.
Ai pazzi allegri come voi e come me, agli imbecilli! – rispose il Mandralisca.
Vincenzo Consolo , Nuovi Argomenti n. 15 – Luglio – Settembre 1969
“Incidono lo
spazio,” si diceva, “sono una perentoria affermazione dell’esistenza”.
E li osservava,
nelle loro linee nette, nel loro scuro cloisonnage che li stagliava contro il fondo chiaro,
nelle dure capigliature scolpite, nei colori forti, accesi delle loro facce. In
contrasto, gli altri apparivano deboli, labili, indeterminati; i loro colori
incerti sfumavano nel grigio chiaro dello sfondo, il pallore delle loro facce
era come una nebulosa che svaniva verso l’inconsistenza. E concludeva,
sintetizzando: “Nero e bianco: l’esistenza e l’inesistenza; la vita e la morte.
Avviene nei popoli”, si diceva”quello che avviene nella vita di un uomo. Il
nascere, cioè, il farsi giovane, maturo, vecchio e poi il morire. Ecco, noi ci
stiamo avvicinando alla morte. Come m’avvicino io, sbiancando ogni giorno nei
capelli, nella pelle, preludio a quel bianco definitivo che è la morte”.
Andava
rimuginando questi pensieri (ma che pensieri?, larve d’idee, banali congetture,
sensazioni; e ridicole anche: andare incautamente ad affogarsi nel periglioso
mare dei popoli e delle razze), affogarsi in quei pensieri dettati da noia e
malumore, passeggiando il tardo pomeriggio d’un sabato a Porta Venezia, o Porta
Orientale, come la chiamò Manzoni, là dov’era il lazzaretto degli
appestati. Il quartiere, quello di Porta Venezia, che più amava in quella
grigia città ch’era diventata ormai Milano, e il più vero, al confronto dei
noiosi e irritanti quartieri del centro, le strade della moda, della sartoria
ridondante, o di quegli squallidi teatrini provinciali, di quell’affaristica
organizzazione del divertimento di fine settimana che sono i quartieri di Brera
o dei Navigli. Amava quella Porta Orientale, quel Corso Buenos Aires popolare,
multietnico, quel quartiere lontano dagli infiniti cantieri edili, dalla Milano
trionfante dell’Esposizione Universale, e lontana dai penosi quartieri
periferici da dove si spazzano via come rifiuti umani gli zingari accampati.
Era di giugno. Il sole tramontava dietro le trame degli ippocastani e dei tigli
dei Giardini, arrossava il cielo terso. Ma dalla parte opposta, a oriente,
nuvole nere erano squarciate da saette: si preparava il temporale della sera dopo
la giornata di caldo appiccicoso. Lungo il Corso i negozi già abbassavano le
saracinesche. Da via Castaldi e da via Palazzi sbucavano a gruppi gli eritrei,
riservati e dignitosi, con le loro donne in veli bianchi. E frotte d’arabi,
tunisini ed egiziani, allegri e chiassosi, ragazzotti con l’aria di libertà e
di canagliesca innocenza come quella dei gitani. Solitari marocchini, immobili
e guardinghi, stavano con le loro
cassette piene di paccottiglia d’orologi, occhiali, accendini, radioline,
davanti a quei supermarket del cibo che si chiamano fast food. Davanti alle
uscite della metro stavano invece gli africani della Costa d’Avorio o del
Senegal con la loro mercanzia stesa a terra di collanine, anelli, bracciali,
gazzelle, elefanti e maschere d’ebano, d’un marrone lucido come la loro pelle.
In angoli appartati o dentro le gallerie, stavano in cerchio, a cinguettare
come stormi d’uccelli sopra un ramo, donne e uomini filippini, cingalesi.
Da questa
umanità intensamente colorata, si partiva poi tutta una gamma di bruno
meridionale. Ed erano quelli dietro le bancarelle dei dolciumi “tipici”; erano
famigliole di siciliani, calabresi, pugliesi, con i pacchi e le buste di
plastica delle loro compere, che tornavano a casa o sostavano davanti alla
gelateria per far prendere il cono ai loro bambini irrequieti.
Erano, i
marciapiedi di Corso Buenos Aires, in quel tardo pomeriggio di sabato, tutta
un’ondata di mediterraneità, di meridionalità, dentro cui egli s’immergeva e si
crogiolava, con una sensazione di distensione, di riconciliazione. Lui che non
era nato in quella nordica metropoli, lui trapiantato qui, come tanti, da un
Sud dove la storia s’era conclusa, o come quegli africani, da una terra
d’esistenza (o negazione d’esistenza) dove la storia è appena o non è ancora
cominciata; lui che era di tante razze e che non apparteneva a nessuna razza,
frutto dell’estenuazione bizantina, del dissolvimento ebraico, della ritrazione
araba, del seppellimento etiope, lui, da una svariata commistione nato per caso
bianco con dentro mutilazioni e nostalgie. Si distendeva e crogiolava dentro
quell’umanità come sulla spiaggia al primo, tiepido sole del mattino. Ma dal
nero africano, dal bruno meridionale, si arriva al biondo, chiaro scialbo.
Erano gruppi di nordici che uscivano da gioiellerie e da boutique; erano frotte
di lunari, astratti punk nei loro neri abiti, nelle loro criniere arancione e
verde, nelle loro borchie, nei piercing e orecchini, aggressivi e fragili.
I nuvoloni
avevano coperto tutto il cielo e si faceva buio; i lampi ora vicini
anticipavano tuoni fragorosi. E improvvisa, violenta arrivò la pioggia.
Rimbalzava a campanelle sul marciapiede e sulla lamiera delle auto. E subito si
trasformò in grandine, fragorosa come una cascata di ghiaia. Ci fu un fuggi
fuggi generale, un rifugiarsi sotto i balconi, negli androni dei palazzi, nelle
gallerie, dentro la metro. Le automobili, sul Corso, erano ferme, incastrate a
causa dei semafori guasti, e con clacson e trombe lanciavano un rabbioso,
assordante urlo.
Tenendo il giornale
sulla testa, corse in direzione di Porta Venezia, scantonò per via Palazzi. I
bar erano pieni, pieni ristoranti e pizzerie. Più avanti, fu attratto da
un’insegna in caratteri amharici e con sotto la traduzione italiana:
“Ristorante eritreo”. Spinse la porta a vetri ed entrò. Subito s’accesero le
luci e da dietro il bancone del bar sbucarono un uomo e una donna sorridenti
che lo invitarono ad accomodarsi a uno dei tavoli.
– Vuole mangiare
? – gli chiese l’uomo.
– Vorrei prima
asciugarmi. Mi porti intanto del vino.
Stese sulla
spalliera d’una sedia il giornale che non aveva ancora letto, ridotto quasi a
una pasta mucida. Ma per la verità leggeva di quel giornale, che comprava solo
il sabato, le pagine dei libri. E quelle, all’interno, erano in qualche modo
ancora leggibili.
Cominciarono ad
arrivare eritrei, tutti zuppi come lui, e sorridenti. La sala si empiva a poco
a poco. La donna era scomparsa in cucina; l’uomo, dietro il banco, lo teneva
d’occhio. Gli fece cenno di venire. Gli consigliò il loro piatto tipico, lo zichinì.
Era piccantissimo. Lacrimava, ma con quegli occhi addosso non osava smettere di
mangiare o fare alcuna smorfia d’intolleranza. Mandava giù biccchieri colmi di
vino. Alla fine aveva vampe in bocca, nello stomaco, e la testa gli girava per
il vino. Gli eritrei, uomini e donne, ridevano con tutti i loro denti
bianchissimi, ma non era in grado di capire se ridevano di lui. Anche loro
mangiavano lo zichini, ma non usavano la forchetta, attingevano con le
dita a un grande piatto comune posto al centro d’ogni tavolo. Si ricordò che
anche così si usava in Sicilia nelle famiglie contadine. E gli venne di pensare
che il Nord, il mondo industriale, era anche questo, la rottura della
comunione, la separazione, la solitudine.
– Piccante ? –
gli chiese l’uomo togliendogli il piatto, e gli sembrò che avesse un tono
ironico.
– Un po’ –
rispose, con sussiego. E si trovò subito ridicolo. Fumando si mise poi a
leggere su quel giornale disastrato la recensione a un libro di grande
successo, un best-seller, come si dice; la lesse senza interesse, senza
attenzione, non capiva neanche quello
che vi si diceva. Bruciore per bruciore, continuò a bere, bevve fin quasi tutta
la bottiglia.
Uscì che barcollava.
Pioveva ancora. Si riparò la testa con quel residuo di giornale che gli
restava. Sbucò in via Castaldi e lì ancora un’insegna esotica l’attrasse: Bar
Cleopatra. Il locale era pieno di egiziani. Dal cd si diffondeva una di quelle
nenie senza inizio e senza fine, dolcissime, strazianti, che hanno il ritmo
delle carovane, il tono del deserto, nenie che sono la matrice d’ogni musica
mediterranea, del cante jondo andaluso, dei canti dei carrettieri siciliani,
delle serenate napoletane. Qualcuno degli egiziani cantava assieme al cantante
del cd, altri tamburellavano con le dita sul piano del tavolino, un altro
ballava, dondolando la testa dai capelli crespi. Ordinò un caffè. Che fu
insufficiente a far svanire i fumi del vino. Gli egiziani bevevano tè scuro
dentro bicchieri, fumavano. Parlavano fra loro a voce alta, con suoni gravi,
gutturali e fortemente aspirati, spesso sghignazzavano. Erano meno riservati
degli eritrei, più caciaroni, più scugnizzi.
Uno si accostò
al suo tavolo.
– Piace muscica
araba ? – gli chiese.
– Piace, piace
tanto.
E, sedendosi al
suo tavolo, cominciò a sciorinargli nomi di divi delle loro canzoni, fra cui riuscì a distinguere solo
quello della mitica Om Kalsoum. Gli chiese di fargli ascoltare Om Kalsoum.
Appena s’udirono le prime note, andò a risedersi e smise di parlare, si chiuse
nel silenzio, in religioso ascolto. Anche gli altri si fecero silenziosi e
malinconici.
In quella,
s’aprì di schianto la porta ed irruppero nella stanza tre poliziotti.
Ordinarono a tutti d’alzarsi e, mani in alto, di mettersi con la faccia al
muro. Egli rimase fermo al suo posto. Un poliziotto l’afferrò per un braccio e
lo spinse contro il muro. Li perquisirono tutti, palpandoli da sotto le ascelle
fino alle caviglie. Quindi chiesero a ognuno il passaporto.
– Non ce l’ho, –
egli disse – ho la patente.
– La patente ? Tu
guidi in Italia?
– E dove devo
guidare ?
– Ma sei
italiano ?
Gli venne voglia
di gridargli, con voce profonfa, gutturale, “No, no, sono africano, sono arabo,
sono ebreo, sono di tutte le razze, come te! “
– Fai vedere la
patente.
Gliela mostrò e,
ancor più vigliaccamente, gli mostrò quel tesserino dei Pubblicisti per cui
s’appartiene, sia pure da sottufficiali, al magnifico Ordine dei Giornalisti. E
il poliziotto, subito:
– Dotto’, a
quest’ora di notte, per questi quartieri è assai pericoloso. Si faccia
accompagnare almeno da un fotografo.
“Ecco,“
ritornando umiliato a casa”così difendiamo il nostro ultimo respiro, la nostra
agonia, noi vecchi esangui. Ci illudiamo di sopravvivere difendendo il nostro
benessere da ogni minima minaccia. Tutta questa nostra ricchezza sotto cui
finiremo schiacciati, sepolti, bianchi e immobili per sempre”.
Vincenzo Consolo Milano, 4 aprile 2008 Milano settembre 1968
Via del Sole
scende stretta tra il muro laterale del Palazzo e una ringhiera di ferro sul
dirupo. Era in ombra a quell’ora. Il sole batteva invece sulle pietre di via
Murorotto e sul portale d’arenaria ricamata del Palazzo. La ringhiera di ferro
di via del Sole era quella d’un terrazzo sospeso, navigante.
Il vecchio
con lo scialle sporse nel vuoto il braccio e con l’indice a corno percorreva la
linea ondulata che disegnavano nel cielo terso i monti tutti attorno, dalle
spalle del paese fino al mare.
– Motta – diceva
fermando il dito su un punto biancastro lungo la costa dei monti. E poi – Pettineo,
Castelluzzo, Mistretta, San Mauro… – Posò lo sguardo sul mare, ripiegò il
braccio, si tirò sulla spalla lo scialle scozzese che gli era scivolato. Stesi
io il braccio nel vuoto oltre la ringhiera e indicai il mare. – Quelle macchie
azzurre sono isole, Alicudi, Filicudi, Salina… Più in là c’è Napoli, il Continente,
Roma…
– Roma –
ripeté il vecchio. Volse le spalle al mare e continuò a indicare le montagne,
ora con un breve cenno del capo: – Cozzo San Pietro, Cozzo Favara, Fulla, Foieri…
L’ulivo,
fitto ai piedi dei monti, diradava, spariva verso l’alto. Poi vi erano costole
nude, scapole, e qua e là ciuffi di sugheri, di castagni.
Il vecchio
sedette sulla panchina di pietra e, la faccia tra due sbarre della ringhiera,
appuntò gli occhi sullo spiazzo erboso sotto il dirupo. Ragazzi vi giocavano,
tra pecore al pascolo, piccoli, appiattiti sul prato, silenziosi. Uccelli con
larghe ali planavano sulla valle. La strada a serpentina, grigia di fango
rappreso, partiva dalle prime case del paese, passava tra alberi d’eucalipto e
d’acacia, circondava il prato, accostava una vasca d’acqua stagnante e finiva
in un cancello di lamiera arrugginita. Il sole di questo primo pomeriggio era
tutto ammassato nella tenera valle, suscitava tremuli vapori.
Al di là del
cancello, dentro, il cerchio del muro, nel tabuto fresco di vernice, era
Carmelo Battaglia, il sindacalista di Tusa ammazzato su una trazzera, una mattina
di marzo, con due colpi a lupara, e messo in ginocchioni, con la faccia per
terra. La valle declinava dolce fino alla balza d’Alesa (le sue mura massicce,
l’agorà, i cocci d’anfora e le colonne spezzate affioranti tra gli ulivi, la
bianca Demetra dal velo incollato sul ventre abbondante). In fondo, Tusa Marina,
col suo castello sull’acqua smagliante e triangoli di vele sui merli.
Nel ventitrè
ammazzarono il padre Battaglia, con colpi a lupara, su una trazzera, e gli
riempirono la bocca di pietre e di fango. Il vecchio s’era tirato fin sulla
nuca e gli orecchi lo scialle scozzese, avevachiuso gli occhi e reclinato il mento sul petto.
Il piano
della Piazza era tagliato a rettangoli e trapezi di luce. La torre medievale,al centro,
massiccia, quadrata, avevadue
facce illuminate. Uccelli neri, con lievefruscio, facevano la spola tra la Matrice e la torre. Via Pier delle
Vigne si perdeva tra vecchiecase.
Via Matteotti, dall’ogiva dell’antica porta, scendevaripida e larga versole case nuove. Un vecchio cantavanella piazza, seduto al sole davanti alla porta
della società Agricola. Un altro vecchio stavaimmobile dall’altra parte; e altri tre dentro, nel vanointerrato della società,
immobili attorno a un piccolo tavolosu cui battevail
sole. Il vecchio sulla porta cantavacon gli occhi in cielo e un sorriso sulle labbra. Cantava: – Al natio fulgente
sol / qual destino ti furò –; e poi daccapo: – Qual destino ti furò / al natio
fulgente sol –; sempre avanti e indietro su quelle parole.
Un’automobile
nera venne giù da viaAlesina,
attraversò la Piazza e scese per viaMatteotti. Vi era dentro un ufficiale dei Carabinieri con le stelle
d’argento sulle spalle e altri signori col cappello. Il vecchio interruppe il
suo canto e poi riprese.
Via Alesina
era tutta in ombra, stretta e lunga, tra alte case, dalla Piazza fino al
Belvedere. I vicoli verticali erano assolati. Cespi di bàlico fiorito, viola e
giallo, spuntavano dalle crepe delle case e ficodindia da sopra i tetti. Da un
balcone del vicolo penzolava la testa d’un asino, pensosa nel sole. Il
municipio e la cooperativa Risveglio Alesino. Sul portone del municipio era
scolpito lo stemma della città: un grosso cane muscoloso sopra una torre, le
zampe posteriori contratte, sul punto d’avventarsi, i denti scoperti (1860:
«In più luoghi, come a Bronte, a Tusa e altrove, i Consigli municipali,
costituiti dai Governatori distrettuali, erano composti di elementi della
grossa borghesia o dell’aristocrazia di proprietari terrieri, avversi alle
rivendicazioni contadine e ai fautori e capi del movimento per la divisione
delle terre demaniali»).
Una giovane
bellissima, dietro i vetrid’una
piccola finestra, ricamava. Divenne
viva,aprì la finestra,
si sporse, allungò il braccio bianco e fece segno che dovevoancora andare avanti e poi salire per il vicolo.
Bussai e
venne ad aprire una donna in nero. Mi fece strada per uno stretto corridoio
celeste che sbucava in una grande stanza celeste. È il celeste, abbagliante per
le mosche, latte di calce mischiato con l’azolo. Sei donne tutte nere erano
attorno alla ruota della conca: la figlia, la moglie, due sorelle e altre due
parenti di Carmelo. Parlava la giovane figlia, il fazzoletto nero annodato
sotto il mento e ancora il velo nero che le scendevaper le spalle, gestiva con le sue mani guantate
di nero. La madre, accanto, non parlava perché muta, muta e paralitica. Solo
gli occhi avevavivi.
– Sì, fece
il soldato e, finita la guerra, venne a piedi da Trieste. Passò lo Stretto su
una barca e, a Messina, prima che attraccassero, si buttò in acqua per toccare
prima la Sicilia, ma non sapevanuotare.
Il pescatore calabrese lo dovetteafferrare
per i capelli per salvarlo. Rideva molto quando raccontava questo. Dicevache allora, a
vent’anni, era sventatocome
un caruso.
– Sempre
l’ha avutaquesta idea
socialista, ma di più quando tornò dalla guerra. Dicevache i contadini, i bovari sono sempre state malebestie.
Sempre a limosinare un palmo di terra o un po’ d’erba al limite del feudo. Ma
non parlava molto in casa, avevale
parole giuste, contate. Questa di mia madre era una pena forte che portava in
cuore: venti anni che è allogo, un male di nervi.
– Partiva
alle quattro, alle cinque, secondo la stagione, col mulo, per il feudo. A voltesi restavalà e si portava un
poco di pasta e una boatta di salsina. Questa voltadovevarestarci per due giorni.
– Sì, voglio
che si scopra al più presto l’assassino. Voglio conoscerlo. Voglio vedere in
faccia questo che insulta i morti, che li mette in ginocchioni.
– No, neanche
i vivi s’insultano. Ma di più i morti, specie se in vita sono stati sempre
latini, diritti, cavalieri.
La madre
mugolò e cominciò a piangere. La figlia le prese le mani, se le portò sulle
gambe e, tenendovi sopra le sue, si mise a cullargliele.
La stanza
era piena di penombra. C’era solo la luce rossa di un lumino davanti alla
fotografia di Carmelo vestito da soldato, sopra il comò. Le donne stavano
tutte chiuse nei loro scialli e mute. Una prese la paletta di rame e rimestò la
brace nella conca.
– Nessun
desiderio, nessun progetto. L’unica sua idea era quella di aggiustare questa
casa».
Il sole era
tramontato e, all’uscita del paese, sopra un muretto della strada, erano seduti
un prete grosso e un prete magro. Quello magro, scuro, era venuto da Cesarò per
predicare il quaresimale. Quello grosso, chiaro, era del paese.
– Un uomo
buono, benvoluto da tutti. Parlava poco ma spartano. No, in chiesa mai. Ci
andavo io a casa sua, una volta al mese, per confessare e comunicare la moglie.
Poveretta, mi scriveva i peccati su un foglio di carta.
Passavano i
contadini per la strada, tornavano a gruppi dal lavoro, gli uomini sul mulo e
le donne a piedi. – Vossia benedica – salutavano.
– Benedetto
– rispondeva il prete.
– Tra loro,
si ammazzano, tra loro bovari.
– Benedetto.
Le montagne
là di fronte erano diventate viola, di un viola tenero sfumato.
Questi
Nebrodi, alti di fronte al mare, sono di una bellezza impareggiabile. Ora, con
le prime ombre della sera, si udivano per la campagna ringhiare e abbaiare i
primi cani: quei cani orbi, bastardi, che si avventano feroci non appena li
sfiora l’odore della carne d’un cristiano.
[i] «L’Ora», 16 aprile 1966, p. 6. Stesso testo, col titolo: Per un po’ d’erba al limite del feudo, in L. Sciascia e S. Guglielmino (a cura di), Narratori di Sicilia, Milano: Mursia, 1967, pp. 429-434. Il testo del 1966 è ripreso tal quale – sotto forma di «Prima appendice del curatore», con fonte: L’Ora, 16 aprile 1966 (p. 6), autore: Vincenzo Consolo, occhiello e titolo: Tra cronaca e racconto un giorno a Tusa. Un filo d’erba ai margini del feudo, sottotitoletti redazionali inframmezzati: Il tabuto fresco divernice, Sei donne tutte nere – in Mario Ovazza, Il caso Battaglia. Pascoli e mafia sui Nebrodi, a cura di Fernando Ciaramitaro, Palermo: Centro Studi e iniziative culturali Pio La Torre, 2008, pp. 124-126