Antonello da Messina


Vincenzo Consolo


Antonello d’Antonio, figlio di Giovanni, maczonus, mastro
scalpellino, e di Garita. Nato a Messina nel 1430 circa e ivi morto
nel 1479. Pittore. Ebbe un fratello, Giordano, pittore, da cui nacquero
Salvo e Antonio, pittori; una sorella, Orlanda, e un’altra sorella,
di cui non si conosce il nome, sposata a Giovanni de Saliba,
intagliatore, da cui nacquero Pietro e Antonio de Saliba, pittori.
Antonello d’Antonio sposò Giovanna Cuminella ed ebbe tre figli,
Jacobello, pittore, Catarinella e Fimia.
Visse dunque solo quarantanove anni questo grande pittore
di nome Antonello, e, poco prima di morire di mal di punta, di
polmonite, dettò il 14 febbraio 1479, al notaro Mangiante, il testamento,
in cui, fra l’altro, disponeva che il suo corpo, in abito
di frate minore osservante, fosse seppellito nella chiesa di Santa
Maria del Gesù, nella contrada chiamata Ritiro. “Ego magister
Antonellus de Antonej pictor, licet infirmus jacens in lecto sanus
tamen dey gracia mente… iubeo (dispongo) quod cadaver meum
seppeliatur in conventu sancte Marie de Jesu cum habitu dicti
conventus…”. E non possiamo qui non pensare al testamento
di un altro grande siciliano, di Luigi Pirandello, che suonò, allora,
nelle sue laiche disposizioni, come sarcasmo o sberleffo nei
confronti di quel Fascismo a cui aveva aderito nel 1924: “Morto,
non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori
sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei
poveri…”.
Ma torniamo al nostro Antonello. Fra scalpellini, intagliatori e
pittori, era, quella dei d’Antonio e parenti, una famiglia di artigiani
e artisti. Ma Messina doveva essere in quella seconda metà
del Quattrocento, una città piena d’artisti, locali, come Antonino
Giuffrè, che primeggiava nella pittura prima di Antonello, o venuti
da fuori. Dalla Toscana, per esempio. Ché Messina era città
fiorente, commerciava con l’Italia e l’Europa, esportava sete e
zuccheri nelle Fiandre, e il suo sicuro porto era tappa d’obbligo
nelle rotte per l’Africa e l’Oriente. Una città fortemente strutturata,
una dimora “storica”, d’alto livello e di sorte progressiva. E
certamente doveva essere meta di artigiani e artisti che lì volontariamente
approdavano o vi venivano espressamente chiamati.
E proprio parlando di Antonello d’Antonio, lo storico messinese
Caio Domenico Gallo (Annali della città di Messina, ivi 1758)
fu il primo ad affermare che “il di lui genitore era di Pistoja”. E
lo storico Gioacchino Di Marzo (Di Antonello da Messina e dei
suoi congiunti, Palermo, 1903), che cercò prove per far luce nella
leggendaria e oscura vita di Antonello (“[…] mi venne fatto d’imbattermi
in un filone, che condusse alla scoperta di una preziosa
miniera di documenti riguardanti Antonello in quell’Archivio Provinciale
di Stato […]”) il Di Marzo dicevamo, che così ancora scrive:
“L’asserzione del Gallo, che il sommo Antonello sia stato figlio
di un di Pistoia, non poté andare a sangue ai messinesi cultori di
patrie memorie, fervidi sempre di vivo patriottismo, vedendo così
sfuggirsi il vanto ch’egli abbia avuto origine da messinese casato
e da pittori messinesi ab antico”. Che fecero dunque questi cultori
di patrie memorie o questi campanilisti? Tolsero dei quadri
ad Antonello e li attribuirono ai suoi fantomatici antenati, falsificando
date, affermando che già nel 1173 e nel 1276 c’erano stati
un Antonellus Messanensis e un Antonello o Antonio d’Antonio
che rispettivamente avevano lasciato un polittico nel monastero
di San Gregorio e un quadro di San Placido nella cattedrale, pretendendo
così che la pittura si fosse sviluppata in Messina prima
che altrove, meglio che in Toscana…
Il primo di questi fantasiosi storici fu Giovanni Natoli Ruffo,
che si celava sotto lo pseudonimo di Minacciato, cui seguì il prete
Gaetano Grano che fornì le sue “invenzioni” al prussiano Filippo
Hackert per il libro Memorie dei pittori messinesi (Napoli, 1792),
e infine Giuseppe Grosso Cacopardo col suo libro Memorie dei
pittori messinesi e degli esteri, che in Messina fiorirono, dal secolo
XII sino al secolo XIX, ornate di ritratti (Messina, 1821).
Strana sorte ebbe questo nostro Antonello, ché la sua pur breve
vita, già piena di vuoti, di squarci oscuri e irricostruibili, è
stata campo d’arbitrarii ricami, romanzi, fantasie. E cominciò a
romanzare su Antonello Giorgio Vasari (Vite dei più eccellenti
architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue infino a’ tempi nostri,
1550-1568), il Vasari, di cui forse il nodo più vero è quell’annotazione
d’ordine caratteriale: “persona molto dedita a’ piaceri e
tutta venerea”, per cui Leonardo Sciascia ironicamente ricollega
l’indole di Antonello agli erotomani personaggi brancatiani.
La breve vita di Antonello viene, per così dire, slabbrata ai
margini, alla nascita e alla morte, falsificata, dilatata: negli antenati
e nei discendenti, con l’attribuzione di quadri suoi ai primi e
quadri dei secondi a lui. Ma sorte più brutta ebbero le sue opere,
specie quelle dipinte in Sicilia, a Messina e in vari paesi, di cui
molte andarono distrutte o irrimediabilmente danneggiate o presero
la fuga nelle parti più disparate del mondo. E l’annotazione
meno fantasiosa che fa nella Introduzione alle Memorie dei pittori
messinesi… il Grosso Cacopardo è quella della perdita subita
da Messina di una infinità di opere d’arte per guerre, invasioni,
epidemie, ruberie, terremoti. Dei quali ultimi egli ricorda “l’orribile
flagello de’ tremuoti del 1783, che rovesciando le chiese, ed
i palagi distrussero in gran parte le migliori opere di scultura e
di pennello”. Non avrebbe mai immaginato, il Grosso Cacopardo,
che un altro e più terribile futuro flagello, il terremoto del
28 dicembre 1908, nonché distruggere le opere d’arte, avrebbe
distrutto ogni possibile ricordo, ogni memoria di Messina. Due
testimoni d’eccezione ci dicono del primo e del secondo terremoto:
Wolfgang Goethe e David Herbert Lawrence. Scrive Goethe
nel suo Viaggio in Italia, visitando Messina, tre anni dopo il
terremoto del 1783: “Una città di baracche… In tali condizioni si
vive a Messina già da tre anni. Una simile vita di baracca, di capanna
e perfin di tende influisce decisamente anche sul carattere
degli abitanti. L’orrore riportato dal disastro immane e la paura
che possa ripetersi li spingono a godere con spensierata allegria
i piaceri del momento”.
E Lawrence, nel suo Mare e Sardegna, così scrive dopo il terremoto
del 1908: “Gli abitanti di Messina sembrano rimasti al punto
in cui erano quasi vent’anni fa, dopo il terremoto: gente che ha
avuto una scossa terribile e che non crede più veramente nelle
istituzioni della vita, nella civiltà, nei fini”.
E alle osservazioni di quei due grandi qui mi permetto di aggiungere
una mia digressione su Messina: “Città di luce e d’acqua,
aerea e ondosa, riflessione e inganno, Fata Morgana e sogno,
ricordo e nostalgia. Messina più volte annichilita. Esistono miti e
leggende, Cariddi e Colapesce. Ma forse vi fu una città con questo
nome perché disegni e piante (di Leida e Parigi, di Merian e
Juvarra) riportano la falce a semicerchio di un porto con dentro
velieri che si dondolano, e mura, colli scanditi da torrenti e coronati
da forti, e case e palazzi, chiese, orti… Ma forse, dicono quei
disegni, di un’altra Messina d’Oriente. Perché nel luogo dove si
dice sia Messina, rimane qualche pietra, meno di quelle d’Ilio o
di Micene. Rimane un prato, in direzione delle contrade Paradiso
e Contemplazione, dove sono sparsi marmi, calcinati e rugginosi
come ossa di Golgota o di campo d’impiccati. E sono angeli mutili,
fastigi, blocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una solida
storia, d’una civiltà fiorita, d’uno stile umano cancellato… Deve
dunque essere successo qualche cosa, furia di natura o saccheggio
d’orde barbare. Ma a Messina, dicono le storie, nacque un
pittore grande di nome Antonio d’Antonio. E deve essere così se
ne parlano le storie. Egli stesso poi per affermare l’esistenza di
questa sua città, usava quasi sempre firmare su cartellino dipinto
e appuntato in basso, a inganno d’occhio, “Antonellus messaneus
me pinxit”. E dipingeva anche la città, con la falce del porto, i
colli di San Rizzo, le Eolie all’orizzonte, e le mura, il forte di Rocca
Guelfonia, i torrenti Boccetta, Portalegni, Zaera, e la chiesa di
San Francesco, il monastero del Salvatore, il Duomo, le case, gli
orti…”.
Gli orti… E la luce, la luce del cielo e del mare dello Stretto,
dietro finestre d’Annunciazioni, sullo sfondo di Crocifissioni e
di Pietà. E i volti. Volti a cuore d’oliva, astratti, ermetici, lontani;
carnosi, acuti e ironici; attoniti e sprofondati in inconsolabili
dolori; e corpi, corpi ignudi, distesi o contorti, piagati o torniti
come colonne. Tanta grandezza, tanta profondità e tali vertici
non si spiegano se non con una preziosa, spessa sedimentazione
di memoria. Ma di memoria illuminata dal confronto con altre
realtà, dopo aver messo giusta distanza tra sé e tanto bagaglio,
giusto equilibrio tra caos e ordine, sentimento e ragione, colore
e geometria.
E’apprendista a Napoli, alla scuola del Colantonio, in quella
Napoli cosmopolita di Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, dove
s’incontra con la pittura dei fiamminghi, dei provenzali, dei catalani,
di Van Eyck e di Petrus Christus, di Van der Weyden, di Jacomar
Baço, di altri. E soggiorna poi a Venezia, “alla grand’aria”,
come dice Verga, in quella città, dove s’incontra con altra pittura,
altra luce e altri colori, altra “prospettiva”; incontra la pittura di
Piero della Francesca, Giovanni Bellini… Ed il ritorno poi in Sicilia,
nell’ultimo scorcio della sua vita, dove dipinge pale d’altare, e
gonfaloni, ritratti, a Messina, a Palazzolo Acreide, a Caltagirone,
a Noto, a Randazzo e, noi crediamo, a Lipari. Ma molte, molte
delle opere di Antonello in Sicilia si sono perse, per incuria, vendita,
distruzione. Su Antonello era calato l’oblìo. Vasari, sì, aveva
tracciato una biografia fantasiosa e, dietro di lui altri, come quei
correttori di date che avevano attribuito i suoi quadri a fantomatici
antenati.
Fu per primo Giovambattista Cavalcaselle, un critico e storico
dell’arte, a riscoprire Antonello da Messina, a far comprendere la
distanza fra l’Antonello delle fonti e l’Antonello dei dipinti. Era
esule a Londra, il Cavalcaselle, fuoruscito per ragioni politiche.
Aveva partecipato alla rivoluzione di Venezia del 1848, e quindi,
nelle file mazziniane e garibaldine, alla difesa della Repubblica
Romana contro l’assalto dei francesi. Rischioso e temerario dunque
il suo ritorno in Italia, il suo viaggio clandestino che parte
dal Nord e arriva fino al Sud, alla Sicilia. “Come Antonello, con il
suo complesso iter, aveva abbattuto barriere regionali e nazionali,
così per riscoprirlo era necessario fare un’operazione culturale affine:
essa è svolta proprio dai molteplici interessi del Cavalcaselle”,
scrive la giovane studiosa Chiara Savettieri nel suo Antonello
da Messina: un percorso critico.
Cavalcaselle giunge a Palermo nel marzo del 1860 (l’11 aprile
di quello stesso anno Garibaldi sbarcherà con i suoi Mille a
Marsala) e, dopo le tappe intermedie, fatte a dorso di mulo, di
Termini Imerese, Cefalù, Milazzo, Castrogiovanni, Catania, giungerà
a Messina, da dove scrive al suo amico inglese Joseph Crowe,
assieme al quale firmerà il libro Una nuova storia della pittura in
Italia dal II al XVI secolo: “Caro mio, credo sia pura invenzione
del Gallo tutte le opere date al Avo, al Zio, al padre d’Antonello,
ed abbia di suo capriccio inventato una famiglia di pittori, mentre
quanto rimane delle opere attribuite a quei pittori sono di chi ha
tenuto dietro Antonello e non di chi lo ha preceduto”.
Cavalcaselle legge e autentica i quadri di Antonello, quindi,
due studiosi, il palermitano Gioacchino di Marzo e il messinese
Gaetano La Corte Cailler, rinvengono nell’Archivio Provinciale di
Stato di Messina documenti riguardanti Antonello, dai contratti di
committenze fino al suo testamento.
Pubblicheranno, i due, quei documenti, nei loro rispettivi libri
(Di Antonello da Messina e dei suoi congiunti – Antonello da
Messina. Studi e ricerche con documenti inediti) pubblicheranno
nel 1903, salvando così quei preziosi documenti dal disastro del
terremoto di Messina del 1908.
Dopo Cavalcaselle, Di Marzo e La Corte Cailler, gli studiosi
finalmente riscoprono e studiano Antonello. E sono Bernard Berenson,
Adolfo e Lionello Venturi, Roberto Longhi, Stefano Bòttari,
Jan Lauts, Cesare Brandi, Giuseppe Fiocco, Giorgio Vigni,
Fernanda Wittengs, Federico Zeri, Rodolfo Pallucchini, Fiorella
Sricchi Santoro, Leonardo Sciascia, Gabriele Mandel e tanti, tanti
altri, fino a Mauro Lucco, che ha curato nel 2006 la straordinaria
mostra di Antonello alle Scuderie del Quirinale, in Roma, fino
alla giovane studiosa Chiara Savetteri, che mi ha fatto scoprire,
leggendo il suo libro Antonello da Messina (Palermo, 1998)
l’incontro, a Cefalù, nel 1860, tra Cavalcaselle ed Enrico Pirajno
di Mandralisca, il possessore del Ritratto d’ignoto, detto popolarmente
dell’ignoto marinaio, di Antonello. E scriverà quindi il
Cavalcaselle a Mandralisca: “[…] il solo Antonello da me veduto
fino ad ora in Sicilia è il ritratto ch’ella possiede”. Dicevo che la
Savettieri mi ha fatto scoprire, nel 1996, l’incontro tra il barone
Mandralisca, malacologo e collezionista d’arte, e il Cavalcaselle.
Scopro -di questo incontro che sarebbe stato sicuramente un altro
capitolo del mio romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (Torino,
1976)- di cui è protagonista Enrico Pirajno di Mandralisca
e il cui tema portante è appunto il Ritratto d’ignoto di Antonello,
che io chiamo dell’Ignoto marinaio. Il marinaio mi serviva nella
trama del romanzo, ma è per primo l’Anderson che dà questo
titolo al ritratto ch’egli fotografa nel 1908, raccogliendo la tradizione
popolare.
Il primo capitolo apparve su «Nuovi Argomenti». L’avevo mandato
prima a «Paragone», la rivista di Roberto Longhi e Anna
Banti, perché il tema che faceva da leitmotiv era il ritratto di
Antonello. Longhi, in occasione della mostra del ’53 a Messina
di Antonello aveva scritto un bellissimo saggio dal titolo Trittico
siciliano. Nessuno mi rispose. Mel ’69 venne a Milano Longhi per
presentare la ristampa del suo Me pinxit e quesiti caravaggeschi.
Lo avvicinai «Mi chiamo Consolo» gli dissi «ho mandato un racconto
a Paragone…». Mi guardò con severità, mi rispose: «Sì, sì mi
ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa
storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve
finire!». Longhi, nel suo saggio, polemizzava con la tradizione
popolare che chiamava il ritratto del museo di Cefalù «dell’ignoto
marinaio», sostenendo, giustamente, che Antonello, come gli altri
pittori allora, non faceva quadri di genere, ma su commissione,
e si faceva ben pagare. Un marinaio mai avrebbe potuto pagare
Antonello. Quello effigiato lì era un ricco, un signore.
Lo sapevo, naturalmente, ma avevo voluto fargli «leggere» il
quadro non in chiave scientifica, ma letteraria. Mandai quindi il
racconto a Enzo Siciliano, che lo pubblicò su «Nuovi Argomenti».
Mi scriveva da Genova, in data 13 novembre 1997 il professor
Paolo Mangiante, discendente di quel notaro Mangiante che
nel 1479 stese il testamento di Antonello. Scriveva: “Accludo anche
alcune schede del catalogo della Mostra su Antonello da
Messina che credo possano rivestire un certo interesse per lei,
riguardano rogiti di un mio antenato notaro ad Antonello per il
suo testamento e per commissioni di opere pittoriche. Particolare
interesse potrebbe rivestire il rogito del notaro Paglierino a certo
Giovanni Rizo di Lipari per un gonfalone, perché si potrebbe
ipotizzare che il suddetto Rizo sia il personaggio effigiato dallo
stesso Antonello e da lei identificato come l’Ignoto marinaio. Del
resto, a conciliare le sue tesi con le affermazioni longhiane sta
la constatazione, dimostrabile storicamente, che un personaggio
notabile di Lipari, nobile o no, non poteva non avere interessi
marinari, e in base a quelli armare galere e guidare lui stesso le
sue navi come facevano tanti aristocratici genovesi dell’epoca,
nobili sì talora, ma marinai e pirati sempre”.
Il movimento di Cavalcaselle, ho sopra detto, è da Londra al
Nord d’Italia, fino in Sicilia, sino a Cefalù; il mio, è di una dimensione
geografica molto, molto più piccola (da un luogo a un
altro di Sicilia) e di una dimensione culturale tutt’affatto diversa.
E qui ora voglio dire del mio incontro con Antonello, con il mio
Ritratto d’ignoto.
In una Finisterre, alla periferia e alla confluenza di province,
in un luogo dove i segni della storia s’erano fatti labili, sfuggenti,
dove la natura, placata -immemore di quei ricorrenti terremoti
dello Stretto, immemore delle eruzioni del vulcano, dell’Etna- la
natura qui s’era fatta benigna, materna. In un villaggio ai piedi
dei verdi Nèbrodi, sulla costa tirrenica di Sicilia, in vista delle
Eolie celesti e trasparenti, sono nato e cresciuto.
In tanta quiete, in tanto idillio, o nel rovesciamento d’essi, ritrazione,
malinconia, nella misura parca dei rapporti, nei sommessi
accenti di parole, gesti, in tanta sospensione o iato di natura e
di storia, il rischio era di scivolare nel sonno, perdersi, perdere il
bisogno e il desiderio di cercare le tracce intorno più significanti
per capire l’approdo casuale in quel limbo in cui ci si trovava. E
poiché, sappiamo, nulla è sciolto da causa o legami, nulla è isola,
né quella astratta d’Utopia, né quella felice del Tesoro, nella viva
necessità di uscire da quella stasi ammaliante, da quel confine,
potevo muovere verso Oriente, verso il luogo del disastro, il cuore
del marasma empedocleo in cui s’erano sciolti e persi i nomi
antichi e chiari di Messina, di Catania, muovere verso la natura,
l’esistenza. Ma per paura di assoluti ed infiniti, di stupefazioni e
gorgoneschi impietrimenti, verghiani fatalismi, scelsi di viaggiare
verso Occidente, verso i luoghi della storia più fitta, i segni più
incisi e affastellati: muovere verso la Palermo fenicia e saracena,
verso Ziz e Panormo, verso le moschee, i suq e le giudecche, le
tombe di porfido di Ruggeri e di Guglielmi, la reggia mosaicata
di Federico di Soave, il divano dei poeti, il trono vicereale di
corone aragonesi e castigliane, all’incrocio di culture e di favelle
più diverse. Ma verso anche le piaghe della storia: il latifondo e
la conseguente mafia rurale.
Andando, mi trovai così al suo preludio, la sua epifania, la
sua porta magnifica e splendente che lasciava immaginare ogni
Palermo o Cordova, Granata, Bisanzio o Bagdad. Mi trovai così
a Cefalù. E trovai a Cefalù un uomo che molto prima di me, nel
modo più simbolico e più alto, aveva compiuto quel viaggio dal
mare alla terra, dall’esistenza alla storia, dalla natura alla cultura:
Enrico Pirajno di Mandralisca. Recupera, il Mandralisca, in una
spezieria di Lipari, il Ritratto d’ignoto di Antonello dipinto sul
portello di uno stipo.
Il viaggio del Ritratto, sul tracciato d’un simbolico triangolo,
avente per vertici Messina, Lipari e Cefalù, si caricava per me allora
di vari sensi, fra cui questo: un’altissima espressione di arte e di
cultura sbocciata, per mano del magnifico Antonello, in una città
fortemente strutturata dal punto di vista storico qual era Messina
nel XV secolo, cacciata per la catastrofe naturale che per molte
volte si sarebbe abbattuta su Messina distruggendola, cacciata in
quel cuore della natura qual è un’isola, qual è la vulcanica Lipari,
un’opera d’arte, quella di Antonello, che viene quindi salvata
e riportata in un contesto storico, nella giustezza e sicurezza di
Cefalù. E non è questo poi, tra terremoti, maremoti, eruzioni di
vulcani, perdite, regressioni, follie, passaggi perigliosi tra Scilla e
Cariddi, il viaggio, il cammino tormentoso della civiltà?
Quel Ritratto d’uomo poi, il suo sorriso ironico, “pungente e
nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto,
sa del presente e intuisce del futuro, di uno che si difende dal
dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà”, quel Ritratto
era l’espressione più alta, più compiuta della maturità, della
ragione. Mandralisca destinerà per testamento la sua casa della
strada Badia, i suoi libri, i suoi mobili, la sua raccolta di statue
e vasi antichi, di quadri, di conchiglie, di monete, a biblioteca e
museo pubblico.
Fu questo piccolo, provinciale museo Mandralisca il mio primo
museo. Varcai il suo ingresso al primo piano, non ricordo più
quando, tanto lontano è nel tempo, varcai quella soglia e mi trovai
di fronte a quel Ritratto, posto su un cavalletto, accanto a una
finestra. Mi trovai di fronte a quel volto luminoso, a quel vivido
cristallo, a quella fisionomia vicina, familiare e insieme lontana,
enigmatica: chi era quell’uomo, a chi somigliava, cosa voleva significare?
“Apparve la figura di un uomo a mezzo busto. Da un
fondo scuro, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione,
balzava avanti il viso luminoso […] L’uomo era in quella giusta
età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza,
s’è fatta lama d’acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente
nell’uso ininterrotto. […] Tutta l’espressione di quel volto era fissata,
per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia,
velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti
coprono la pietà”.
Ragione, ironia: equilibrio difficile e precario. Anelito e chimera
in quell’Isola mia, in Sicilia, dov’è stata da sempre una caduta
dopo l’altra, dove il sorriso dell’Ignoto si scompone e diviene
sarcasmo, pianto, urlo. Diviene Villa dei Mostri a Bagheria, capriccio,
locura, pirandelliano smarrimento dell’io, sonno, sogno,
ferocia. Diviene disperata, goyesca pinturas negras, Quinta del
Sordo.
Ma è dell’Isola, della Sicilia che dice il Ritratto di Antonello o
dice del degradato Paese che è l’Italia, dice di questo nostro tremendo
mondo di oggi?


Milano, 20 ottobre 2006

L’enorme realtà

Ci sono giorni d’inquiete primavere, di roventi estati, in cui il mondo, privo d’ombre, di clemenze, si denuda, nella cruda luce, appare d’una evidenza insopportabile.

È allora la visione dello Stretto delle Crocifissioni di Antonello. È l’agonia spasmodica, l’abbandono mortale dei corpi sospesi ai pennoni; è il terreno sparso d’ossa, teschi, ove il serpe scivola dall’orbita, campeggia la civetta.

Nell’implacabile luce di Palestina, Grecia o di Sicilia si sono alzate da sempre le croci del martirio; nelle Argo, Tebe, Atene o Corinto si sono consumate le tragedie.

Nell’isola di giardini e di zolfare, di delizie e sofferenze, di idilli e violenze, di zagare e di fiele, nella terra di civiltà e di barbarie, di sapienza e innocenza, di verità e impostura, l’enorme realtà, il cuore suo di vulcano, ha avuto il potere di ridurre alla paura, al sonno o alla follia. O di nutrire intelligenze, passioni, di fare il dono della capacità del racconto, della rappresentazione.

Dono che hanno avuto scrittori come Verga, come Pirandello, come Sciascia. Pittori come Guttuso.

Guttuso ancora, nella Bagherìa dove è nato, ha avuto la sua Aci Trezza e la sua Vizzini, la sua Girgenti, la sua Racalmuto e la sua zolfara.

Un paese, Bagherìa – la Bagarìa, la bagarrìa: il chiasso della lotta fra chi ha e chi non ha, dell’esplosione della vitalità, della ribellione – un paese di polvere e di sole, di tufo e di calcina, di auliche ville e di tuguri, di mostri e di chiare geometrie, di deliri di principi e di ragioni essenziali, di agrumeti e rocce aspre, di carrettieri e di pescatori.

In questo teatro inesorabile, il gioco della realtà è stato sempre un rischio, un azzardo. La salvezza è stata solo nel linguaggio. Nella capacità di liberare il mondo dal suo caos, di rinominarlo, ricrearlo in un ordine di necessità e di ragione.

Verga peregrinò e s’attardò in “continente” per metà della sua vita con la fede in un mondo di menzogna, parlando un linguaggio di convenzione, di maniera. Dovette scontrarsi a Milano con il terremoto della rivoluzione industriale, con la Comune dei conflitti sociali, perché gli cadesse dagli occhi ogni velo di illusione, perché scoprisse dentro sé un mondo vero.

Guttuso, grazie forse alla vicenda, alla lezione verghiana, grazie ai realisti siciliani come Leto, Lo Jacono o Tomaselli, ai grandi realisti europei non ebbe, sin dal suo primo dipingere, esitazioni linguistiche. E sì che forti furono, a Bagherìa, le seduzioni del mitologico dialettale di un pittore di carretti come Murdolo, dell’attardato impressionismo o naturalismo di Domenico Quattrociocchi; forte, a Palermo, la suggestione di un futurista come Pippo Rizzo; forte, all’epoca, l’intimidazione del monumentalismo novecentista. Fatto è che Guttuso ebbe forza nell’occhio per sostenere la vista medusea del mondo che si spiegava davanti a lui a Bagherìa; destrezza nella mano per ricreare quel mondo nella sua essenza; intelligenza per irradiare di dialettalità il linguaggio europeo del realismo, dell’espressionismo, del cubismo.

Ma oltre che a trovarsi nella “dimora vitale” di Bagherìa, si trovò a educarsi, il pittore da giovane, nella realtà storica della Sicilia tra il ’20 e il ’30, in cui profonda era la crisi – dopo i disastri della guerra – acuto l’eterno conflitto tra il feudatario, tra il suo campiere e il contadino, decisa la volontà in ciascuno dei due di vincere. Vinse, si sa, e si impose, colui che provocò negli anni ’20 i morti di Riesi e di Gela, fece assassinare il capolega Alongi, il sindacalista Orcel; colui che, da lì a pochi anni, salito su un aeroplano, avrebbe bombardato Guernica: preludio di più vasti massacri, di olocausti. Si stagliarono allora subito le “cose” di Guttuso nello spazio con evidenza straordinaria, parlarono di realtà e di verità, narrarono della passione dell’esistenza, dissero dell’idea della storia. I suoi prologhi, le sue epifanie, Palinuro, Autoritratto con sciarpa e ombrello sono le prime sue novelle della vita dei campi di Sicilia, ma non ci sono in essi esitazioni, corsivi dialettali che “bucano” la tela, il linguaggio loro è già sicuro, la voce è ferma e di un timbro inconfondibile. L’Autoritratto poi, con la narrazione in prima persona, è la dichiarazione di intenti di tutta l’opera a venire.

(Renato Guttuso, autoritratto con ombrello e sciarpa)


La quale comincia, per questo pittore, col poema in cui per prima si consuma l’offesa all’uomo da parte della natura. Della natura distruttiva, che si presenta con la violenza di un vulcano.

La fuga dall’Etna è la tragedia iniziale e ricorrente, è il disastro primigenio e irrimediabile che può cristallizzare, fermare il tempo e la speranza, assoggettare supinamente al fato, o fare attendere, come sulle scene di Grecia, che un dio meccanico appaia sugli spalti a sciogliere il tempo e la condanna. Un fuoco – fuoco grande d’un “utero tonante” – incombe dall’alto, minaccia ogni vita, ogni creatura del mondo, cancella, con il suo sudario incandescente, ogni segno umano. Uomini e animali, stanati dai rifugi della notte, corrono, precipitano verso il basso. Ma non c’è disperazione in quegli uomini, in quelle donne, non c’è terrore nei bimbi: vengono avanti come valanga di vita, vengono con le loro azzurre falci, coi loro rossi buoi, i bianchi cavalli; vengono avanti le ignude donne come La libertà che guida il popolo di Delacroix.

Dall’offesa della natura all’offesa della storia. Il bianco dei teschi del Golgota di Antonello compare come bucranio in domestico interno, sopra un verde tavolo, tra un vaso di fiori e una sedia impagliata, una cuccuma, una cesta o una gabbia, a significare rinnovate violenze, nuovi misfatti, a simboleggiare la guerra di Spagna. L’offesa investe l’uomo in ogni luogo, si consuma nella terra di Cervantes, di Goya, di Góngora, Unamuno. La Fucilazione in campagna del poeta, del bracciante o capolega, è un urlo, è un’invettiva contro la barbarie. La Crocifissione del 1941 riporta, come in Antonello, l’evento sulla scena di Sicilia. Allo sfondo della falce del porto, del mare dello Stretto, delle Eolie all’orizzonte, sostituisce la scansione dei muri, dei tetti di un paese affastellato del latifondo, gli archi ogivali del palermitano ponte dell’Ammiraglio. Guttuso inchioda alla loro colpa i responsabili. Anche quelli che nel nome di un dio vittima, sacrificale, benedicevano i vessilli dei carnefici. Lo scandalo, di cui ciecamente non s’avvidero i farisei, non era nella nudità delle Maddalene, negli incombenti cavalli e cavalieri picassiani, nel ritmo stridente dei colori, lo scandalo era nel nascondere il volto del Cristo, nel far campeggiare in primo piano una natura morta con i simboli della violenza.

(Renato Guttuso, Crocifissione, 1940-1941, olio su tela,)

Alla sacra conversazione, Guttuso aveva sostituito una conversazione storica, politica. “Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni, Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio di Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati […] ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee…” scriveva nel suo diario.

(la “Crocifissione”, capolavoro conservato al Museo Reale di Belle Arti di Anversa, creato dal celebre pittore siciliano Antonello da Messina. Realizzato a Venezia nel 1475)

Nello stesso anno della Crocifissione, rintoccava come lugubre campana la frase d’attacco di Conversazione in Sicilia di Vittorini. “Io ero quell’inverno in preda ad astratti furori…” E sono, per Guttuso, negli anni della guerra, ancora interni, luoghi chiusi come per clandestinità o coprifuoco, con donne a spiare alla finestra, assopite per stanchezza, con uomini, in quegli angoli di attesa, a leggere giornali, libri. E in questi interni, è sempre il bucranio a dire con il suo colore di calce, con la chiostra spalancata dei suoi denti, l’orrore del tempo.

Cessata la guerra delle armi, ripresa la guerra contro lo sfruttamento, l’ingiustizia, nel pittore c’è sempre, anche in un paesaggio di Bagherìa, in una bimba che corre, una donna che cuce, un pescatore che dorme, c’è il furore per un’antica offesa inobliabile. E pietà. Come nel momento in cui dal limite estremo del vulcano si cala fino al limite estremo, abissale della zolfara.

In quel luogo la minaccia della natura non è episodica, ma costante, permane per tutto il tempo della vita e del travaglio. Dentro quella notte, quelle viscere acide di giallo, i picconieri, i carusi, sono nella debolezza, nella nudità totale, rosi dalla fatica, dalla perenne paura del crollo e della morte. Una pagina di tale orrore e di tale pietà Verga l’aveva scritta con Rosso Malpelo. E Malpelo è sicuramente il caruso piegato de La zolfara e lo Zolfatarello ferito: il nero bambino dai larghi piedi, dalle grosse mani, dalla scarna schiena ingobbita, che sta per sollevare penosamente il suo corbello.

In tutto poi il peregrinare per il mondo, nell’affrontare temi “urbani”, Guttuso non perde mai il contatto con la sua memoria, non dismette mai il suo linguaggio.

Nel 1968 è costretto a tornare ancora una volta nel luogo della tragedia per una ennesima empietà della natura: il terremoto nella valle del Belice. È La notte di Gibellina. La processione di fiaccole sotto la nera coltre della notte, il corteo d’uomini e di donne verso l’alto, composto e muto, la marcia verso un’acropoli di macerie, ha un movimento contrario a quello de La fuga dall’Etna.

E sono, quelle fiaccole rette da mani, il simbolo della luce che deve illuminare e farci vedere, se non vogliamo perderci, anche la realtà più cruda, la realtà di ogni notte di terremoto o di fascismo.

(Renato Guttuso – natura morta)


Vincenzo Consolo – Di qua dal faro – Arnoldo Mondadori Editore Milano
I edizione ottobre 1999

Julian Pacheco. Muro di Spagna


di Vincenzo Consolo

E’ aperta a Milano una mostra del pittore antifascista spagnolo Julian Pacheco, noto nel nostro paese fin da quando ritirò clamorosamente le proprie opere dalla Biennale di Venezia, perché non voleva in nessun modo essere accomunato – nella mostra sulla Spagna ad artisti compromessi al regime  prima di Franco poi di Juan Carlos
Vincenzo Consolo scrittore, e giornalista siciliano, autore fra l’altro de Il sorriso dell’ignoto marinaio, ha scritto il saggio introduttivo del catalogo di questa mostra. A lui abbiamo chiesto di presentare la mostra di
Julian Pacheco per i lettori di Fronte popolare.

Nella primavera del ’65, durante lavori di restauro, furono aperte a Palermo, in quel famoso palazzo che va sotto il nome di Steri, fosca costruzione trecentesca della famiglia Chiaramonte, adibita poi a carcere dell’inquisizione (<<E qui nelle notti scure e rigide d’inverno quando il vento fischi sinistro, par di sentire come cupi gemiti di sepolti vivi e strida orribili di torturati… >>, scrive l’etnologo Giuseppe Pitrè), furono scoperte, dicevamo, delle celle che , con l’abolizione del Sant’Uffizio (1782), erano state murate e mai più da nessuno viste, nemmeno dal Pitrè stesso, che nel 1906 delle mura di altre celle di questo carcere aveva decifrato scritte, graffiti, disegni, riportando tutto nel libro Del Sant’Uffizio a Palermo e di un carcere di esso. E un giorno di quella primavera, dunque, alla notizia della scoperta di quelle celle << inedite>>, ci demmo convegno a Palermo  per visitarle, Leonardo Sciascia,  che aveva appena pubblicato Morte dell’inquisitore, la cui vicenda in quel carcere si svolgeva, il fotografo Ferdinando Scianna, il poeta spagnolo Gonzalo Alvarez e il sottoscritto. Forte dovette essere l’impressione di quella visita, della lettura delle scritte sui muri (una me ne ricordo, ironica e amara, che diceva press’a poco: <<Allegro, o carcerato, chè se piove o tira vento, qui al sicuro sei>>) se, a distanza d’anni – io posso dire ora obiettivamente, e spero sia chiaro che sono costretto a parlare di me per dire d’altro – nel mio romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio ho immaginato delle scritte sui muri di un carcere che dei contadini rivoltosi avevano lasciate. Questi muri e queste scritte di rabbia, di rivolta, me li trovai materializzati, <<reali>>, nei quadri di Julian Pacheco: frammenti, pezzi di stacco, di riporto di muri di quel grande carcere dell’Inquisizione che è stato, che continua a essere la Spagna, nonostante la morte per putrefazione del dittatore-belva, nonostante gli abbracci e i baciamano a papi e capi di stato del re-infante scappato da una malriuscita, rappresentazione teatrale di secoli passati.
Julian Pacheco, spagnolo della Mancia, nasce nel ’37, in piena guerra civile, l’anno della battaglia del Jarama, di Guadalajara, in cui il fascismo e l’antifascismo italiano si scontrarono in terra di Spagna, e l’anno del bombardamento nazista di Guernica. Contadino e povero, viene avviato a quel mestiere – <<arte>> lo chiamano gli impostori – di torero in cui i ragazzi proletari di Spagna vengono sacrificati a un tragico tòtem
 in cui il rituale di morte che esalta l’istinto delle masse fino al delirio, all’ ottundimento della ragione (il goyesco << sueno de la razon >>),
all’ assopimento della coscienza storica.
Pacheco scappa da questa Spagna dell’inquisizione e del delirio ed è esule a Parigi ( vuole scrivere, dice, un libro sulla corrida, sulla miseria della corrida) e qui entra nel gruppo della << Nuova figurazione >>, con Aillaud, Arroyo, Del Pezzo, Recacati, Pozzati, etc. Subito la pittura di Pacheco è realistica ed espressionistica, di immediata e violenta denunzia di una realtà storico-politica violenta e criminale, pittura nella quale è bandito ogni attardo formale, ogni concessione alle squisitezze estetiche. Sono immagini dir e con facce di maiale, di caudilli con naso a becco, di rapaci carnivori, di cardinali funzionari carabineros soddisfatti e ottusi da cibi e da bevande, come in quel Banchetto nel Mozambico di brueghelliano ricalco in cui vengono servite teste mozze di negri.
L’altro timbro di Pacheco sono questi muri: Muro del Toledo, Muro de Canete, de Aragon, de Barcelona, de Cadiz… fino a quel grande Muro di Spagna dove, sopra le scritte, emerge l’ironico e amaro manifesto a trompe-l’oeil che annuncia. <<Plaza de Burgos – 6 revolucionarios vascos – seran tourturados y a muerte – Matadores: Francisco Franco. Carrero Blanco – Sobresaliente J. Carlos de Bordon>>.
Questo Muro di Spagna ci ricorda immediatamente il famoso e stereotipato lorchiano << bianco muro di Spagna >>, per coglierne la differenza, il diverso messaggio, oltre e al di là d’ogni valutazione d’ordine poetico o estetico, ammesso che sia possibile. Tra un abbagliato e abbagliante, antico e immutabile muro bianco << sconciato >> da scritte, graffiti, disegni, vi è la differenza che tra l’esistenza e la storia di quella storia che scaturisce da una << morada vital >>, come dice Americo Castro, e che immediatamente politica. Ma<, anche nella storia, ci sono muri e muri, segni e segni. Il muro è stato usato anche dal potere per tracciarvi a grandi lettere ordinate la propria retorica opprimente, l’iterazione ossessiva dei propri imperativi. E, in pittura, segni sono anche di Tapies, di Klee, di Burrio Capogrossi, ma di una realtà narrabile e non storicizzabile che ci porta a condizioni primigenie, come quella segnata dai petroglifi dei Camuni o di Lascaux e Altamira, o dai disegni ingenui e << felici>> dei bambini. Ma oltre quei muri e questi segni, c’è una scrittura murale che è scrittura notturna e furtiva, cioè d’opposizione, scrittura popolare e politica, libro d4el popolo sempre cancellato e sempre riscritto. Pacheco ha riportato sulla tela frammenti di questi muri, compiendo opera di recupero e di memoria: perché quelle scritte di protesta (REY NO – ABAJO – NO – FAI  -PAZ – REP…) non si dimentichino quando i nuovi regimi faranno stendere sui muri di Spagna veli di bianco, di rosa o di grigio. Quei nuovi regimi che già cominciano a stemperare e a mischiare i colori per mascherare in quella Spagna le nuove carceri, le nuove inquisizioni.
Pacheco, combattente radicale e libertario, avverte questo, e la sua pittura e i suoi gesti allora si fanno sempre più netti e inequivocabili, come quello per esempio, di ritirare le sue opere dal padiglione spagnolo della Biennale di Venezia del ’76, non volendosi trovare vicino e confuso con pittori contrabbandati per oppositori ma che col regime di Franco avevano trescato: sempre succede, ovunque, che alla fine di una dittatura o di un regime i trasformismi emergono, si mettono al servizio del potere nuovo. E anche in Italia, lo sappiamo è già successo.

Pubblicato da Fronte popolare
Edizioni Movimento Studentesco
6 marzo 1977

Julian Pacheco

La volpe di donna Elisa

S’avissi ’na mezza sciabula
o puru ’na carrubina
facissi ’na ruvina
facissi ’un sacciu chi.
S’avissi un pignateddu
l’agghiu e puru lu sali
facissi un pani cottu
sempre s’avissi ’u pani.
Canto popolare siciliano


Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci
dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua
del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale,
mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva
sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava,
a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti.
Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli,
dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato,
la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava
nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane
lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno.
La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i
vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le
dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia,
il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile,
sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli
stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero,
mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno
della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si
sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da
lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera
con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata
d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo
sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e
martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la
farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino.
Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al
piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario
due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni
alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello
e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si
fermavano qua e là davanti a una porta.
Toc, toc.
«Chi è?»
«Carabinieri.»
S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina,
s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina
d’una donna.
Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio
o il fratello.
«Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata.
«E dov’è?»
«Mah, foresto, foresto è.»
«Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na
cartolina.»
E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina
rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia,
Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al
Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”.
Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi,
dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della
guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione
dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai
suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta,
per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale.
Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei
giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per
questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean
portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti
morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene.
E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con
la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si
parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi
e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo
era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco,
solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre
dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno
uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè
leghe società partiti, divampò per il paese.
Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi
la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo
era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti
caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso
avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia
Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture,
una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni
la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa,
veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni
di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio,
sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina
rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco
in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore;
Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda
con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante
de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli
Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo
Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe,
a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un
Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di
giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi.
A Ratumemmi a li primi nisciuti
Si sparagiaru già li so surdati.
Li baddi gruossi e li baddi minuti
Cadianu comu grannuli quagghiati;
E Pidicuddu ci dissi a Rumanu:
Lassamu l’armi, e facimmula a manu.
Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno,
con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a
mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor-
razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per
Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e
di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli,
dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E
tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo,
a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la
sezione del partito.
Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi,
davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei
circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse,
e lesse a voce alta pei compagni:
GIOVANI SICILIANI
Ancora una volta dopo lunghi anni
di guerra e di miserie ci si chiede,
contro la volontà di un popolo,
di spargere il nostro sangue. Come ieri,
il vile monarca ci impone di morire
per la conquista di altri imperi.
Noi non impugneremo le armi!
GIOVANI DI SICILIA
Siate tutti solidali nell’esprimere
la vostra volontà di non presentarvi!
Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo.
La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi
donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni
canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti.
Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua
carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma.
Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza,
tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come
fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana,
si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da
molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro.
Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi
di sapere quale piega avrebbe preso quella parata.
Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le
due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu-
ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava
e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori
d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani
capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari,
erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei
chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle
idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato.
Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il
tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della
banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico
rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti
e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù
pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza
i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi.
Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di
circoli e partiti.
Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva
gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso
il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello,
muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia:
«Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato
cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine!
Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…»
«Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso
che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito.
Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino
a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale
a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino
non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa.
«Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino
«con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa
di don Lucio Tasca.»
«A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede
da qui a ’na settimana!»
«Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire
basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse
con furia sulle spalle, e rigida partì.
Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo
militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al
bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò
sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo.
Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento,
dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna
Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di
riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al
vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro
la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti,
che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per
reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto,
sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa
fina,» mormorando «che pane bianco!»
Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal
piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino.
Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo
prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in
tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia
piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta
di Caltanissetta.
La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli
influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri
nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano
a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette
e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata.
Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò
ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò
all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano
“Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane
e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”.
E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano
i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni
scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo
per prima mirò al Municipio.
Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e
ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica,
girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali
di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu,
fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe
spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo
d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio,
la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi,
perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato.
Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio.
Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie
mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati
davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e
saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli,
Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio
podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello.
Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna
superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna
fatte a tutti con l’inglese.
Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono
stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore
di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del
legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la
toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola
rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i
bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline,
e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro
Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e
ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò.
Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano
al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò,
si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della
baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di
donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale.
Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì
anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di
Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino,
ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario
uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel
paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico
mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese
d’anteguerra.
Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello
del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono.
Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli
eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò:
«No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate,
entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece
cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero
filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto
una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane.
Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi;
gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi
per cui eran passati gli zuavi.
Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi,
a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo
quartiere, si rintanò dentro il covile.
Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel
saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono
alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan
godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la
notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel
sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo.
E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo
chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce
dalla guerra partigiana.
Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava
nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert
che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue
des Grands-Augustins?
Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni,
videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini,
camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole,
i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino.
In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto
di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava
angustiato.
Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo con Sebastiano Burgaretta