Il clamoroso caso letterario di uno scrittore siciliano.

Un moderno Ulisse tra Scilla e Cariddi

Sfogliando il grande libro (1300 pagine) di Stefano D’Arrigo

Vent’anni di lavoro, e tant’attesa – È l’odissea di un marinaio reduce in Sicilia alla fine dell’ultima guerra mondiale.

Annotava Moravia da qualche parte che alla povertà e infelicità di una terra corrisponde ricchezza e felicità di letteratura, poesia e romanzo. E portava l’esempio dell’America Latina, con Borges e Marquez e tutti gli altri scrittori di quella vasta regione dove la letteratura (il romanzo) cresce ancora rigogliosa e splendida. Bisognerebbe, a questa di Moravia, aggiungere l’osservazione che non di tutte le terre solamente povere è una letteratura che si possa dire propria di una determinata regione, ma di quelle – come insegna Americo Castro – dove più o meno s’è formato il “modo d’essere”, dove cioè la realtà da “descrivibile” è diventata “narrabile” e quindi “storicizzabile”. Com’è appunto della Spagna e dell’America Latina. Ma: e il romanzo del Settecento in Inghilterra e quello dell’Ottocento in Francia, che infelici non erano ma forse solo inquiete nella loro borghesia? E il romanzo russo? E il romanzo americano? Restano solo domande, per noi che ci muoviamo disarmati. Perché allora bisognerebbe affrontare il vastissimo discorso sulla letteratura, il romanzo: cos’è e perché nasce, che funzione e che destino ha.

E questo lo lasciamo agli specialisti, a quelli che riescono a spiegare le cose e le ragioni delle cose.

A noi solo il piacere di goderle, quelle cose, il piacere di leggere un romanzo: Qui solo vogliamo dire che quell’equazione povertà-infelicità e ricchezza letteraria cade bene anche per la Sicilia e per quella letteratura che si chiama siciliana.

E quando una storia della letteratura dell’isola si farà, oltre alla stagione felice del Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, si dovrà pure dire di un’altra, quella di Brancati, Vittorini, Sciascia, Lampedusa, Addamo, Castelli, Bonaviri … ultimo, nel tempo, è da ascrivere a questa anagrafe Stefano D’Arrigo, scrittore messinese, di cui a giorni sarà in libreria il poderoso romanzo “Orcynus Orca” edito da Mondadori.

Ma torniamo per un momento a Castro per avanzare un’ulteriore osservazione riguardo alla letteratura siciliana.

E più che a Castro, a Sciascia, che adatta quello schema alla realtà siciliana e dice “storicizzabile” la Sicilia di dopo i normanni e da questo momento fa nascere il modo d’essere siciliano.

Ora, l’isola, non sempre e non dappertutto ebbe uguale sorte. Gli arabi, per esempio, lasciarono il loro segno più nella parte occidentale che in quella orientale; il feudo nel Val di Mazara e la piccola proprietà nel Val Demone hanno fatto si che le popolazioni delle due zone fossero in qualche modo diverse.  E diverso è il siciliano dell’interno da quello della costa. Occidentale e orientale, marino e dell’interno, continentale, ha per noi significato riguardo agli scrittori, nella misura in cui essi rispecchiano nelle loro opere, nella materia che assumono e esprimono, queste diversità. Verga ci sembra Marino (e non per via dei malavoglia), De Roberto continentale, come Pirandello e Sciascia e Lampedusa. D’Arrigo ci sembra autore marino (e non perché il suo romanzo si svolge sullo stretto).  Vogliamo dire che gli scrittori siciliani sono diversi (come diversi sono gli artisti: Greco o Migneco sono diversi da Guttuso) per la diversa realtà che esprimono, a seconda cioè se quella realtà si muove nel descrivibile, nel narrabile o nello storicizzabile: se partecipa più o meno al modo d’essere siciliano.   Sciascia, sintetizzando Castro, dice che’ descrivibile “una vita che si svolge dentro un mero spazio vitale”.  E ci soccorre anche Addamo scrivendo: “ … Nella prevalenza della natura c’è esattamente il limite della storia”.

Ora, le regioni, le città, le popolazioni che per varie ragioni hanno dovuto fare i conti con la natura prima ancora che con la storia, o a dispetto della storia, da esse, ci sembra, non possono venire fuori che scrittori, che opere i cui temi sono il mito, l’epos, la bellezza, il dolore, la vita, la morte,… vogliamo dire che queste opere, quando sono vere opere, si muovono dall’universale al particolare e sono siciliane per accidente; mentre le altre, al contrario, partono dal particolare e vanno all’universale e sono siciliane per sostanza.  Ma questa non è che una semplicistica classificazione, nella quale, come nel letto di procuste, la realtà scappa da tutte le parti.

   Tuttavia: una città come Messina, per esempio, al limite e al confine, distrutta, ricostruita e ridistrutta da terremoti, ci sembra un luogo dove la vita tende a svolgersi dentro un mero spazio vitale.  E figurarsi poi la vita di quella città invisibile e mobile che si stende sullo stretto, quella dei pescatori della costa calabra, e della costa siciliana, di Scilla e Cariddi, Scill’e Cariddi, anzi, arcaica e sempre uguale, vecchissima e sempre nuova, piccola e vastissima, come il mare. “Lu mari è vecchiu assai. Lu mari è amaru. A lu mari voi truvari fumu?” dicono i pescatori. Ed è qui, su questo mare, su queste acque che si svolge il romanzo di D’Arrigo.

La morte marina

   “Orcynus Orca” è un romanzo di 1257 pagine a cui l’autore ha lavorato per circa vent’anni.  È la storia d’un Ulisse, ‘Ndrja Cambria, marinaio della fu regia marina, pescatore del faro, a Cariddi, che durante l’ultima guerra, nell’autunno del ’43, a piedi percorre la costa della Calabria, da Amantea a Scilla, per tornare al suo paese. Quella lingua di mare, lo stretto, lo ferma.  Tutto è devastato, distrutto, non ci sono più ferribotti e né barche.  Le femminote, le mitiche, arcaiche, libere e matriarcali donne di Bagnara sono ferme anche loro per le coste, in attesa di riprendere, come prima, il loro contrabbando di sale.  Ferme e in attesa sotto i giardini di aranci e bergamotti, in mezzo ai gelsomini, alle olivare e tra le dune delle spiagge.

Solo una d’esse possiede una barca, la potente magara Ciccina Circè che, impietosita e ammaliata, trasborda quel reduce, su un mare notturno di cadaveri e di fere bestine.  Dopo tanta struggente nostalgia per la sua Itaca, all’approdo, l’isola appare al reduce sconvolta, diversa, avvilita, scaduta per causa della guerra, ma anche per causa dello stesso ritorno che, come tutti i ritorni, è sempre deludente e atroce.  Ritrova il vecchio padre, i compagni pescatori, i pellisquadre d’una volta.

Ma qui, a Cariddi, sulla spiaggia della “Ricchia, compare improvvisa l’orca, l’Orcynus Orca, com’è scritto sui libri di zoologia, l’orcaferone”… quella che dà la morte, mentre lei passa per immortale: lei, la morte marina, sarebbe a dire la morte, in una parola.

   Solitario, terrificante scorritore di oceani e mari: puzza lontano un miglio, lo precede il terrore, lo segue il deserto e la devastazione.  Il mostro arenato, scodato e irriso dalle fere, i feroci delfini dei due mari, il Tirreno e lo Jonio, muore spargendo fetore di cancrena. L’enorme carogna verrà trainata sulla spiaggia dagli inglesi e dai pellisquadre.  Il viaggio di ritorno di ‘Ndrja Cambria diventa così viaggio verso un mondo alterato, corrotto: viaggio verso la morte.  Ma viaggio anche verso la verità, l’origine della vita.  Orcynus è anche orcio, grembo materno, liquido rifugio, mare, principio e fine della vita.  ‘Ndrja Cambria morirà, ucciso sul mare dello stretto, striscia di mare, profonda, abissale, canale e oceano, iato, rottura “naturale” tra una terra e le altre, tra una “storia” e le altre, ucciso da un colpo d’arma che lo raggiungerà alla fronte

   È quasi impossibile riassumere questo vastissimo romanzo, magmatico, scandito in quarantanove episodi, dove si muove un’infinita schiera di personaggi e figure.  Romanzo dentro il quale tuttora siamo immersi, come in un’avventura, un viaggio eccezionale e affascinante.  E per poterne riferire in termini pacati e chiari bisogna prima uscirne, bisogna che cessi lo stupore  e l’incanto.  “Vogliamo adesso soltanto riferire, accennare anche alla lingua usata dallo scrittore.  Lingua che è il dialetto proprio dei pescatori dello Stretto, gergo, suono e atteggiamento, assunti e reinventati dall’autore con conoscenza e sapienza magistrale e resi con ritmo e musicalità, larga, polifonica.

   Una lingua che è ammiccante, allusiva, ora tenera e carezzante, ora dura e sentenziosa, che procede circolarmente, per accumuli, e arriva fino al cuore delle cose.

   E riferire vogliamo anche dello scrittore, di Stefano D’Arrigo. Nato ad Alì nel 1919, passa subito a Messina. Ragazzo, navigava per le Eolie.  Sarà entrato nelle celle delle acque saline e calde delle terme di San Calogero, dentro bocche, crateri spenti; si sarà imbattuto nelle necropoli degli uomini antichi, venuti dal mare, nelle olle, negli orci, nei giaroni in cui rannicchiati come nel grembo materno seppellivano i morti, la testa a oriente, verso il sole.  Si sarà incantato davanti a tutto quanto dal mare si fa schiuma, conchiglia, roccia, terra, e in tutto che si sfalda e ritorna al mare.

L’incontro con Vittorini

    A Messina, all’università, fa un giornale murale. D’Arrigo scriveva a un suo amico, Felice Canonico, disegnava.  Vittorini, chissà per quali vie, da Milano sa di questo giornale e scrive perché vuole vederlo, vuole leggerlo.  Gli mandano un numero con un interessante articolo di D’Arrigo, “La crisi della civiltà”.   È il 1946.  Laureatosi in lettere con una tesi su Hoederlin (“Doveva forse sembrarmi di scorgere in lui, malgrado lui, qualcosa di quel conflitto tra poesia e follia, tra civiltà e barbarie che fa la Germania e in cui alla fine soccombono civiltà e poesia”).

   Nel 1947 parte per Roma.  Qui si occupa d’arte.  Suoi amici sono Guttuso (e in certe pagine di D’Arrigo c’è quell’aura dei quadri di Guttuso, dei quadri dei pescatori del periodo di Scilla), Mazzullo, Canonico, ma anche Zavattini, De Sica, Ungaretti, Ciarletta.  Nella soffitta dello scultore di Graniti, Peppino Mazzullo, si riuniscono, mettono ogni sera un tanto a testa, e mangiano panibi e bevono vino.  Il pittore Felice Canonico se ne torna a Messina ed è a lui che poi D’Arrigo si rivolge per sapere tutto sulla fera dello Stretto, sul delfino.  Canonico va dal direttore dell’istituto talassografico di Messina e così può avere trattati scientifici, storie antiche sul delfino, leggende.  E fa anche per D’Arrigo un bel disegno del pesce, un disegno scientifico, a inchiostro di china, come quelli che faceva il durer dei granchi, dei cetacei.

   Nel 1957 D’Arrigo pubblica un libro di versi, “Codice siciliano” presso l’editore Scheiwiller di Milano. Ma è nel 1960 che D’Arrigo viene conosciuto: Vittorini pubblica sulla rivista “Menabò 3” due parti, cento pagine, de “I giorni della Fera”, come si chiamava prima il romanzo.  Scrisse allora Vittorini sulla rivista:  “Quanto qui ora pubblichiamo di lui non è opera compiuta. Fa parte di un “Work in progress” ch’io non sono riuscito ad appurare in che anno, e come, e perché, sia stata iniziata, e come sia andata avanti finora ma che ritengo possa restare soggetta a mutamenti e sviluppi anche per un decennio.  Di impegno complesso, estremamente ingenuo e estremamente letterario ad un tempo, è di quel genere di lavori cui una volta, fino a metà circa dello scorso secolo, accadeva di vedere dedicare tutta un’esistenza”.

Impegno totale

   La rivista di Vittorini era uscita nell’agosto del ’60. Nel settembre di quell’anno conobbi D’Arrigo a Messina stupefatta e sciroccosa come i fondali dei quadri d’Antonello, alla libreria di Giulio D’Anna, sul viale San Martino.  Ci trovammo, non ricordo bene come, a parlare, a chiacchierare. Io avevo appena finito di leggere le sue pagine sul “menabò” e ne avevo ricevuto una grande impressione.  D’Arrigo, più che rispondere alle mie, mi fece lui delle domande, domande a non finire, su quello che lui aveva pubblicato e io avevo letto, voleva su tutto la mia impressione di lettore “messinese”: sul linguaggio, il ritmo, i personaggi…

   Lo incontrai l’anno dopo, sempre a Messina, casualmente per la strada. Mi disse che era venuto giù da Roma per verificare, a Sparta, ad Acqualatroni, alcuni modi di dire dei pescatori, parole, frasi.  Era pieno di fervore, di vita.  Si capiva che il lavoro lo teneva in una forma di frenesia, di entusiasmo creativo.  E lo rividi poi ancora a Roma nel 1964. Andai a trovarlo a casa, a Monte Sacro.  Era già cominciato il suo completo isolamento. Lavorava dalla mattina alla sera. Il libro era là nel suo studio, in bozze.  Bozze sulla scrivania, sulle sedie, attaccate al muro e con lunghe strisce di carta scritte a mano incollate al margine inferiore del foglio e che arrivavano fino al pavimento.

D’Arrigo era diverso da quello che avevo conosciuto a Messina.  Era tutto calato dentro il suo libro, nel lavoro duro, massacrante, totale che richiedeva il libro.  Mi disse che soffriva di cattiva circolazione alle gambe per la vita sedentaria che faceva, lui che aveva giocato da attacante nella squadra di calcio del Messina.  Sono passati anni.  Di tanto in tanto leggevo, come tutti, di lui sui giornali, brevi note che annunciavano l’imminente pubblicazione del libro presso l’editore Mondadori.

   Nel ’73 sono ancora andato a trovare D’Arrigo a Roma.  Mi apre la porta e rimane sorpreso, impacciato per la visita improvvisa. Non vede nessuno ormai da anni.  Dopo un lungo tempo di silenzio, seduti l’uno di fronte all’altro, D’Arrigo comincia a sciogliersi a parlare, in un flusso straripante di racconto, dove c’è tutto, memoria, progetto, speranza ma soprattutto sentimento e risentimento.  Mi parla della moglie Jutta (è assente perché al lavoro), che per tanti anni ha accettato questo calvario accanto a lui, senza mai lamentarsene, stancarsi, sfiduciarsi, sempre spronandolo, con speranza intatta e chiara.  “A Jutta, che meriterebbe di figurare in copertina con il suo Stefano” c’è scritto ora sul frontespizio del libro.  Parla degli amici che se ne sono andati, quelli morti  (Niccolò Galo, Vittorini) e quelli allontanatisi, scomparsi in una città grande, caotica e lontanissima che si chiama Roma.  E parla di Messina, della sua Messina, della Sicilia.

   – Perché un giorno non ce ne torniamo tutti laggiù? – mi dice – e cacciamo via tutti i politicanti, gli affaristi, i mafiosi.

   – E poi, dopo una lunga pausa: – Ma no, non è possibile – dice – è un’utopia.

Ma del libro non parla e io non oso fargli domande.  E il libro è lì, sempre in bozze sparse, sul tavolo e anche sul divano.  E c’è anche la prima pagina, la controcopertina col titolo.  “Orcynus orca” si chiama ora e non più  “I giorni della fera”.  E poi di Dante – è grande in tutte le dimensioni – dice – è iperbolico.  La Divina Commedia è il mio libro De Chevet.  Mi è servito molto, soprattutto per la lingua. Quello che mi scandalizza sempre è il Manzoni, col suo “Bagno” in Arno.

   Al momento che devo partire, non vuole lasciarmi andar via, vuole ancora parlare e parlare con me, in quel suo flusso di ricordi, di sentimenti e risentimenti.

   Certo, D’Arrigo, rappresenta un caso, una eccentricità, un fenomeno  di impegno totale alla letteratura, alla poesia, che non si riscontra forse più nel mondo d’oggi.  Non si sa ancora che ripercussioni avrà il suo libro nei lettori, nei critici.

Il rischio più grosso in cui potrà incorrere è quello di essere chiuso, cristallizzato nel fenomeno, nel personaggio.  E questo lui lo sa e lo teme.  Ma ha anche temuto fino a ieri, soprattutto, portare a termine il libro, distaccarsene, non lavorarci più, consegnare col “va bene, si stampi”, quelle mille e duecento pagine di bozze all’editore.  Perché, quando opere come “Orcynus Orca” possono dirsi concluse?  Quando si può dire conclusa una vita, la vita, anche se minacciata dall’orca atomica, dall’orca tecnologica, dall’orca della disumanizzazione?

Vincenzo Consolo L’Ora 22 febbraio 1975

La vedova Pinelli all’Ora , Voglio la verità, non solo per me.

La vedova Pinelli all’ORA

«  Voglio la verità, non solo per me »

Emozionante incontro a Milano con la moglie dell’operaio vittima della violenza di stato.

VINCENZO CONSOLO

ODIO?  Sì, come allora, come dal primo momento. Solo che oggi, dopo due anni, questo sentimento si è come solidificato, giù in fondo. Oggi sono in grado di pensare, di ragionare.

La verità? Badi: non voglio la verità solo per me, per quello che riguarda me, sulla fine di Pino, sui responsabili materiali della sua morte. – Cosa conta, in fatti come questi, una mano che spinge o un dito che preme il  grilletto? Oggi voglio l’altra verità, quella che dovrebbero volere i parenti dei morti di Piazza Fontana, i parenti di Valpreda, di Saltarelli, la verità che vuole lei, chiunque, ognuno che ha coscienza dei propri diritti, della propria libertà. Questo sono riuscita a capire, dopo i primi momenti personali di dolore furioso, di odio …

Acuta, attenta diffidente, astuta abile. Imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime, ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come di chi ha raggiunto l’improvviso un punto fermo su cui può poggiare una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata: è la Giustizia. La giustizia vera come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa, Francesca diffida e la disprezza: questa fa parte dell’ingiustizia che è nelle cose.

Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, è una madre. La capisco. Una madre nella Sicilia del ’55. Che altro poteva fare se non pietrificarsi, non avere speranza, credere  nell’ingiustizia che è nelle cose come destino, come fatalità? Ma da allora ne è passato del tempo, tante cose sono successe, e io non sono una madre contadina, sono stata la compagna di un operaio anarchico, figlia di un operaio anarchico, e qui siamo a Milano. Io credo, nonostante tutto voglio credere nella giustizia ufficiale. Lotto e credo in tutti i compagni che lottano perché sia fatta luce in questo fatto oscuro, perché quella giustizia sia tale di nome e di fatto.

«  Mi spingerò ad un paradosso, che può anche essere una previsione: la  sola forma possibile di giustizia, di amministrazione della giustizia, potrebbe essere , e sarà quella che nella guerra militare si chiama decimazione. Il singolo risponde dell’umanità. E l’umanità risponde del singolo. Non ci potrà essere altro modo di amministrare la giustizia. Dico di più non c’è mai stato. »

  1. NO. Non voglio credere nell’amministrazione della giustizia fatta in questo modo. La giustizia è amministrata da uomini secondo determinate leggi, in un determinato paese, in un determinato momento storico. E questi uomini che amministrano la giustizia, come tutti gli uomini, possono restare uomini, con la loro intelligenza, con la loro ragione, con le loro idee, oppure alienarsi per paura o calcolo, alienarsi nei gesti ripetitivi come un medico alienato, un ingegnere alienato, un operaio alienato.

Ha detto: qualunque fatto sia avvenuto in quella stanza ci sono delle responsabilità morali. E ha detto ancora di averlo considerato un dovere morale. Il suo esposto presentato il 24 giugno scorso al Procuratore Generale Bianchi D’Espinosa. Lei è fra i pochi a parlare ancora di moralità al di sopra dei meccanismi giuridici delle prove, testimonianze, perizie al di sopra delle parti, delle fazioni, degli schieramenti ideologici. Lei parla di moralità, cioè di quella tensione  a una coerenza  tra valori e comportamento, come dice Franco Fortini , in un mondo in cui ormai quasi tutti hanno perso il senso dei valori e coscientemente li calpestano: in un mondo in cui quasi tutti tendono ad una coerenza tra vilta e comportamento, menzogna o comportamento, paura, furbizia, opportunismo, impostura e comportamento, violenza e comportamento. In questo mondo di  immorali o nel migliore dei casi di moralisti, lei parla di morale: che cos’è questa cosa in cui crede ancora?

Ho imparato da mio padre e da Pino e anche dalla vita, dai libri, che gli uomini migliori, gli uomini sono quelli che hanno una fede. Fede nei principi di una religione o fede nei valori umani, assoluti, che possono diventare ideologia pratica politica. Ora, quando si calpestano i principi religiosi, si risponde davanti a Dio, e quando si calpestano i valori umani si calpesta nella nostra coscienza, in privato, e a tutti in pubblico. Questa è moralità: sacra fede nei principi, nei valori assoluti, e agire di conseguenza.
Mentre parla, Licia Pinelli, composta, ferma con gesti appena accennati ti fissa con i suoi occhi acuti, intelligenti a scrutare se intendi le sue parole, se ne cogli il senso vero. Ha un bel viso chiaro, un lieve gentile sorriso sulle labbra.                                                                    E’ una donna di alta dignità, una di quelle persone rare oggi da incontrare, in cui  ti colpisce subito l’equilibrio, la saggezza, la verità, il rigore, che intuisci frutti  di sacrifici, di dolori, di avversità quotidiane coraggiosamente sofferte e superate. Una donna che in due anni,da quando per fatalità è diventata una dei protagonisti di uno dei fatti più tragici e oscuri della nostra vita nazionale di questi anni, non ha sbagliato una volta, non ha concesso niente, ha difeso con tutte le sue forze la memoria del marito, la vita privata sua e quella delle sue bambine, una vita vera, umile, tranquilla. Un esempio, in questi nostri tempi, contrassegnati dal plateale e dallo sbracato.
Sapevo che sarebbe stato difficile essere ricevuto da lei, incontrarla soprattutto in questi giorni di anniversario dei fatti del dicembre ’69. Presentato però da Camilla Cederna e conosciuto il giornale per cui avrei scritto, si è detta ben felice di vedermi.

Ed è un pomeriggio che mi avvio verso quel quartiere di case popolari, tutte uguali, tutte dipinte di rosa, nocciola o verdino, case senza balconi, con strette finestre sul cui davanzale sono allineati vasi avvolti in fogli di giornale e di plastica  per difendere le piantine dal gelo: cortine di cemento in prospettiva che aprano la visione, in fondo, di altre strade, di altre case sempre uguali e ogni tanto di spiazzi con alberelli neri e spogli, rada erba gelata, baracconi di legna, al centro con su scritto spaccio comunale. E’ una splendida giornata di sole, un cielo insolitamente limpido e azzurro. Ma l’aria è fredda, gelata. Il silenzio che c’è per queste strade, in questo primo pomeriggio di Festa, i rari passanti, la luce cristallina che scopre e squadra ogni cosa, rendono ancora più desolato questo quartiere tra Baggio e San Siro. Nell’atrio di ogni portineria per cui si passa nei cortili interni, dove si allineano le varie scale A,B,C, D, ecc, vi è sempre al muro una lapide con su una corona di foglie appassite per la libertà e il nastro tricolore stinto

«A Luigi Mariani, caduto per la Libertà. Milano Febbraio 1943. ».  « A Ezio Meregalli…» agli operai morti della Resistenza  sono dedicati questi complessi di case popolari.

Al numero 3 di Via Morgantini, la portinaia mi dice:  « Scala B, primo piano». E ora sono qui, nella casa di Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, una casa di tre minuscoli vani più i servizi, la casa in cui abita da due anni, dopo aver lasciata quella di Via Preneste, qui a due passi, assieme all’anziana madre e alle due bambine, Silvia e Claudia, di 11 e 10 anni. Siamo seduti attorno al tavolo della stanza che fa da pranzo e soggiorno, dove i mobili quasi non esistono, e dove li colpiscono i libri, la gran quantità di libri che, in bell’ordine su alti scaffali, tappezzano interamente due pareti. E poi c’è al muro qualche quadro, una composizione di immagini al cui centro campeggia Lenin, e un altro, una bella visione di campagna lombarda sotto un cielo scuro, plumbeo, al centro una strada ed un corteo di uomini che vanno con bandiere rosse e nere.

«E’ il funerale di  Pino», mi spiega la signora Licia.

« L’ha fatto Franco Fortini, lo scrittore, e ce lo ha regalato» poi vi sono appese al muro delle maschere africane.

« Quelle ce le ha portate Minud » dice. Minud

È un giovane algerino bianco, un compagno di Pino, alto, magro, vestito di nero, con capelli e barbetta riccioluti e biondi, che al mio arrivo, avevo trovato là e che ora è in cucina, arrampicato ad una scala che batte e attacca chiodi alla parete, aggiusta cose che si erano rotte, fa quei piccoli lavori di casa che si fanno solo nei pomeriggi di festa, che gli altri giorni non c’è tempo, si lavora,si corre.

Dalla stanza attigua vengono le voci delle due bambine che finiti i compiti, ora si agitano, scalpitano. Va di là la nonna a sorvegliarle. La signora Licia mi offe un liquore dolce al caffè che fanno dalle sue parti nelle Marche.

Mi ricordo di avere con me un regalo per le bambine e tiro fuori dal borsone nero l’angelo di terracotta smaltata di bianco, uno di questi <<pupi>> che fanno in una delle fornaci di Santo Stefano di Camastra, un buffo angelo che somiglia ad una damina dell’ottocento e che i contadini mettevano una volta per bellezza sul comò. Le due bambine irrompono. Dall’altra stanza e lo accolgono con grandi feste e se lo contendono. Sono due belle bambine. La grande, vivace, spigliata, mi dice che vorrà diventare maestra e poi andare all’accademia di arte drammatica. La piccola, con gli occhiali e posata, riflessiva. Poi vogliono dalla madre cento lire per una e scappano giù, nel cortiletto a giocare.

Hanno preso coscienza

Sì, subito. Glielo ho detto subito. Dovevo essere io a farlo, nel modo più giusto, prima che altri, le compagne di scuola, la gente, i giornali, non so….

Si alza, apre un cassetto e prende un album. Mi fa vedere un disegno e una lettera. Il disegno è di Claudia, la piccola. Su un foglietto di quaderno a quadretti ha disegnato coi pastelli una bambina con un mazzo di fiori in mano accanto a una tomba che assomiglia ad una casetta e al  centro, in un riquadro, c’è il viso di un uomo sorridente. Sulla tomba c’è scritto: « Giuseppe Pino Pinelli», e in alto al margine del foglio : «16 dicembre. Oggi è morto il mio papà» La lettera di Silvia, la grande, di quattro pagine fitte di quaderno, è agghiacciante. E non posso riferirne il contenuto, perché così ho promesso alla signora Licia. Solo questa frase, e penso di non offenderle:  «La mamma non ha pianto».

E poi parliamo d’altro, di tante cose, di Pino, di lei, di quando si sono incontrati, al corso di esperanto, e, fidanzatisi, della promessa che si erano fatti di non spendere soldi per cose inutili, per il cinema, teatro, per ogni divertimento, di spendere i soldi solo per i libri, di leggerli, discuterli assieme. E ha parlato dell’allegria di Pino, dell’entusiasmo, della generosità, della sua curiosità intellettuale. Mi dice che il padre di Pino, suo suocero, è nato in Sicilia, che parla ancora in siciliano, che ha tutte le caratteristiche siciliane, la generosità … che si comporta come un signore siciliano. E’ nato a Caltanisetta da madre nissena e padre piemontese, in quella città come capostazione.

Dico alla signora Licia, che da quelle parti, nel cuore della Sicilia, da famiglie di ferrovieri altra gente meravigliosa è venuta fuori: Vittorini, Quasimodo …

Oh. Vittorini. A Pino sarebbe piaciuto conoscerlo.

E, sono sicuro anche a Vittorini sarebbe piaciuto conoscere Pinelli. E conoscere anche lei signora, donna del mondo operaio milanese, donna forte, razionale, coraggiosa … Come quelle che  ha immaginato nei suoi libri, ne  «Il Sempione », in «Uomini e lupi».
E parliamo degli anarchici . Di quelli vecchi e di quelli nuovi, parliamo di Paolo Schicchi l’avventuroso anarchico di Collesano, di cui Pino conservava  gli scritti e la signora Licia me ne fa vedere uno “ Osservazioni sul socialismo”, edito a Palermo nel 1945.

E parliamo ancora del mondo d’oggi, del consumismo, dell’alienazione, della follia dilagante, della gente che non si capisce più. E lei disse che anche quelli che dovrebbero restare uniti, capirsi, anche loro non fanno che polemizzare, separarsi. E mentre siamo qui, lei e io a parlare, si svolge al teatro Lirico la grande manifestazione dal tema  « Tutta la verità sui tragici e oscuri fatti di Milano» e in città non è che un correre. Di notizie, di voci, tutto un congetturare  sulle manifestazioni di domani, domenica, dai cortei, comizi dei vari gruppi, movimenti, comitati, partiti, ognuno in un posto diverso della città: della questura che ha rifiutato i permessi per i cortei e non si sa come andrà a finire. E ognuno di questi gruppi ha invitato la signora Pinelli a partecipare alla propria manifestazione e lei saggiamente ha risposto di no a tutti, se ne sta in casa: Ha mandato a tutti una lettera che mi fa leggere. Dice:

« Agli anarchici milanesi – A Avanguardia Operaia – A Lotta Continua – Al Manifesto – Al Movimento Studentesco – Università Statale – Al Club Turati » Organizzatore della manifestazione dell’11 dicembre al «Lirico »

Cari Compagni.

In questi giorni che ricordano non solo il mio dolore ma anche l’inizio di un periodo che ancora continua di repressione contro i lavoratori e contro i democratici, mi sento vicino e solidale con tutte le forze che non accettano il silenzio e hanno il coraggio di lottare.

Bisogna dimostrare a tutti  in modo chiaro che Pino non si  è suicidato. E voglio ricordare le vittime innocenti della Banca dell’Agricoltura, uccise dal terrore fascista.

Fare giustizia vuol dire individuare finalmente i criminali e i mandanti della strage, liberare Valpreda innocente e non lasciare dimenticato l’assassinio dello studente Saverio Saltarelli.

Però credo con preoccupazione e paura che tutte le forze che condividono questa idea, non riescano a trovare l’uscita nemmeno in questi giorni.

Non chiedetemi di scegliere una delle manifestazioni; sappiate che sono con voi tutti e che anch’io lotto perché si sia uniti  e non al faciliti con le divisioni di gruppo, la strada del fascismo, specialmente di quello nuovo, che trova complici e mezzi dal potere economico e dentro l’apparato dello Stato.

Milano, dicembre 1971

Siamo come nel ’22, conclude accurata,  – la maggior parte della gente è impazzita e quelli che sono coscienti si dividono.

E’ già sera. Uscito dalla casa della Pinelli, per la strada, sento venire da un bar una voce diffusa da un televisore a tutto volume che scandisce: «De Martino, Fanfani, De Martino, Fanfani…» in una litania senza fine che da il sonno e l’oblio.

Nuclei di poliziotti   Sono sparsi per la città, a gruppi di cinque, dieci, come in libera uscita.

Penso a Licia Pinelli e penso ad un’altra donna milanese, una popolana, di cui non si sa niente, ma che a me piace immaginare tale e quale alla Pinelli, nelle fattezze, nel carattere, nella vera intensa umanità.

E’ la moglie di Gian Giacomo Mora, il povero barbiere padre di quattro figli, che, durante la peste di Milano del 1610, fu sacrificato alla paura e alla follia collettiva.

C’è a Milano una viuzza intitolata al Mora, nell’antica zona di Porta Ticinese, quella in cui nacque Giuseppe Pinelli, vicino alla via Scaldasole, da dove la sera del 12 dicembre 1969, due ore dopo la strage di Piazza Fontana, il povero ferroviere anarchico fu prelevato da Calabresi e  Panteca e condotto alla Questura di via Fatebenefratelli. Da lì non sarebbe più uscito vivo.

In codesta via Gian Giacomo Mora, che parte da Cesare Correnti e arriva in piazza Volta, sarà stata issata, per come stabiliva la sentenza, la famosa «collana infame». Infamia certo – come poi hanno fatto sapere il Verri e il Manzoni non per l’innocente Mora, ma infamia per la gente che lo accusò, per quella che tacque per viltà, infamia per gli sbirri che lo prelevarono a casa, infamia per quei giudici che lo fecero torturare e uccidere.

Milano 12 dicembre 1971.

CONVERSAZIONE CON SCIASCIA OVVERO IL VIZIO SEGRETO DI SCRIVERE… E LEGGERE

Un giorno d’inverno in libreria a Milano

di VINCENZO CONSOLO*
18 gennaio 1969

Ama molto camminare a piedi. Dal suo solito albergo vicino la stazione scendiamo verso il centro. Alla Libreria Internazionale Cavour facciamo il giro delle tre vetrine cariche di libri. Libri, libri. Ed essendo periodo di «strenne», vi sono vecchi titoli ristampati e riproposti in nuove e lussuose confezioni come fossero panettoni raffermi rinforzati, scatole di dolci scadenti in involucri preziosi e accattivanti. Libri sui vini, sulle automobili, sui fiori, guide gastronomiche, guide ai piaceri di Londra e di New York, guide al raggiungimento delle perfette intese sessuali. Proseguiamo per via Manzoni. Parliamo dello scrivere e del non scrivere.
«Che fai, lavori, Leonardo?».
«Vorrei scrivere tre o quattro cose ancora, prima di smettere (o di morire: ma spero di arrivare a smettere per avere il tempo di prepararmi a morire). Ma c’è qualcosa nell’aria che, si direbbe a Napoli, ti fa cadere la penna di mano; e in Sicilia specialmente. Scrivere è ora una lotta non solo con la realtà ma con me stesso. Forse il successo che i miei libri hanno avuto, mentre le condizioni della Sicilia peggiorano al punto che poco più è morte, ha creato in me uno stato d’animo che somiglia alla vergogna e al rimorso. Avendo concepito lo scrivere come azione, sconfitto nell’azione sento come una forma d’irrisione il successo in “letteratura”. Ma scrivere è la mia vocazione e il mio mestiere: e continuerò a scrivere anche se tutte le ragioni per cui ho scritto ora si rivoltano a non farmi scrivere». Alla Libreria Einaudi, in Galleria, il direttore Aldrovandi ci accoglie come vecchi amici. Ci chiede di Attilio. Attilio Mangano è un giovane siciliano di Palermo che, avendo fatto una interessante tesi su Vittorini, era stato chiamato da Einaudi e messo qui, in libreria, a fare il commesso. Un giorno – fui spettatore – entrarono nel negozio due ragazze e chiesero ad Attilio ventidue romanzi che fossero divertenti, un po’ «spinti» senza essere «eccitanti». Aiutai Attilio a scegliere i titoli. «Scusate. Per chi servono?».
«Per una squadra di calcio in ritiro. Gli undici giocatori e le riserve».
Attilio lasciò la libreria e tornò in Sicilia. Ora è di nuovo qui a Milano e insegna in un ginnasio.
Entrano giovani barbuti e con mantelli, ragazze con lunghissimi cappotti e occhialoni alla clown, e chiedono Marcuse e le opere del «Che», la «Monthly Review» e i «Quaderni Piacentini». Ma entrano anche persone, meno giovani, che chiedono «tutto Pavese», Le confessioni di Nat Turner e A ciascuno il suo.
«La crisi del romanzo non esiste se non dentro quella che direi la generale crisi dello scrivere. Perché ci dovrebbe essere una particolare crisi del romanzo? Ancora c’è chi li sa scrivere; e moltissimi sono quelli che sanno leggerli, anche se nessuno, al disotto dei quarant’anni, è disposto ad ammettere che legge romanzi. La lettura dei libri di narrativa è diventata una specie di vizio segreto, da quando certi galantuomini che non ne sanno scrivere si danno da fare a lanciare la moda del non leggerli: “Non leggo più romanzi, leggo saggi”; come ieri si diceva “non leggo più poesie, leggo romanzi”. La verità è che leggiamo poesia e leggiamo romanzi: quando troviamo un buon poeta, un buon narratore. E in quanto ai saggi, se ne comprano certamente molti, ma direi che se ne leggono pochi».
Davanti alla bancarella di un siciliano, in piazza Matteotti, Sciascia mi parla dello stare nell’isola e dell’andarsene.
«Il mio stare in Sicilia non ha niente a che fare col dovere e col sacrificio, né ha comportato alcun rischio. Mi piace starci e ci sto: tutto qui. O meglio: finora mi è piaciuto starci. Comincio infatti a sentire una certa inquietudine, una certa insofferenza: in parte perché mi sento, pirandellianamente, imprigionato nella forma di “quello che sta in Sicilia” (il che Vittorini mi prediceva quando io ero ancora lontano dal sentirne il disagio); in parte per ragioni più oggettive, che si posso no oggettivamente riassumere nella constatazione che fa il personaggio di un mio libro: che uscendo di casa incontri tutte le persone che non vorresti incontrare, e quasi mai quelle che ti piacerebbe incontrare».

* Questo articolo è stato scritto per L’Ora ed è raccolto nel libro “Esercizi di cronaca” (Sellerio editore)

Nella foto: Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo

Nei giorni di luglio

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Nei giorni di luglio, quando Lipari e Salina scivolano sull’acqua e tornano alla costa (gli aprono la strada schiere di pomice e meduse), passava sulla spiaggia, sotto il faro del Capo ( luceva al sole la sua giacchetta d’alpagà  ) e poneva sopra l’occhio velato d’una lacrima quel tubo nero che conteneva solo la notte, parlando nell’ orecchio : scorgi se vuoi, ad ovest, caicchi levantini, il brigantino svevo, la danza dei delfini; ad est, nel nero delle terre, cisterne senza acqua, colonne di calce reggenti il pergolato, infino il fiore di cappero e l’uva vizza della malvasia.

Questo brano scrivevo nel 1964
Vincenzo Consolo

Un terremotato a Milano racconto a cura di Vincenzo Consolo fotografie di Ferdinando Scianna

Sono nato a Gibellina, di anni ventitré. Imparai il meccanico a Salemi, non mi ricordo niente, sentii un gran boato e il tetto che s’aprì, ho visto il cielo per un attimo, le stelle.La zappa l’ho lasciata a chi gli pare, con la meccanica si può espatriare. Stava Gibellina sopra la timpa tutt’attorno al castello e alla chiesa, a San Nicola. Al castello ci andai per la scuola:c’erano dammusi, catoi murati, passi e sospiri, voci di spirti, d’anime legate. Anche qui, in questi sotterranei alla stazione, i treni fanno un rintrono come il terremoto. Ho lasciato nelle baracche la madre e la sorella. Gli altri sono rimasti sotto terra. Le bambine, gonfie, occhi invetrati, erano pupe, bambole di fiera. La sorella più non parla, sì e no con la testa è il massimo che dice. I passaporti a vista, sotto la tenda: via, senza tante storie. Con me ci sono paesani, una incinta si lamentò tutta la notte. Altri non so di dove sono, ma qualcuno mi sembra conoscente. Molti ci vengono a guardare. Siamo profughi,sì, terremotati, con le borse, i sacchi, le coperte. Ci aiuteranno,sì, però l’affronto resta. Dicono che ci daranno alloggio e un lavoro. Io, per me, voglio emigrare in Svizzera. C’è la nebbia qua, che mangia case, gente, come là mangiava pàmpini, racemi.
da L’olivo e l’olivastro
vincenzo consolo

dalla rivista Nuovo Sud maggio 1962