Alfabeto Siciliano

Vincenzo Consolo

Quando questo giornale mi propose di scrivere alcune voci di un mio vocabolario, mi si presentarono subito davanti, intimidatori, i fantasmi di Voltaire, di Flaubert, di Savinio e di tanti altri illustri e autorevoli signori. Cercai quindi di imboccare, per cautela, la strada dello scherzo, ma mi trovai nel grigio vicolo del disameno, m’impantanai, per incompetenza, nell’ibrido stagno davanti al bivio del Dizionario dei luoghi comuni e dell’Enciclopedia personale. A mio vantaggio, l’aver fatto solo pochi passi, poche voci della lettera A. Il resto a domani: la vita è lunga e aggiungere noia a noia è poco danno.

AB ANTIQUO La Sicilia è stata Sicilia ab antiquo. Quando Ninive e Persepoli e Gerusalemme, Ebla, Tebe, Menfi, Babilonia, Micene, Sparta, Atene e Roma non esistevano neppure come nomi, quand’erano appena, quelle famose città, piccole, rustiche comunità di cavernicoli e palafitticoli, di pecorai, porcai e contadini, la Sicilia era già Sicilia in tutto lo splendore della sua civiltà. E ogni paese o città di Sicilia è stato civile ab antiquo, più ab antiquo e più civile di qualsiasi altro paese o città di Sicilia.

ACCADEMIA Le accademie sorsero in Francia nel secolo sedicesimo per volere del re allo scopo di promuovere un’arte e una cultura cortigiane, di consenso. Ma in Sicilia le ac-cademie, numerose e fiorenti nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, furono sempre oppositive e fucine di un pensiero e di un’arte originali e innovativi che si diffusero in tutto il mondo. Famosissime furono le accademie del Buon Gusto, de’ Geniali, degli Accorti, dei Pericolanti, dei Riaccesi, de’ Gioviali, degli Industriosi, dei Quieti, degli Infiammati, dei Deliranti… Dalle accademie nacquero poi le università, che continuano ancora oggi quella nobile tradizione di diffusione nel mondo, e soprattutto negli Stati Uniti d’America, dell’originale pensiero e cultura siciliani. Modi di dire: « Dentro l’accademia si è tutto, fuori dell’accademia non si è niente», « Chi tocca l’accademia muore », « Diffidare di chi diffida dell’accademia », « Il sentire, il modo d’essere accademico », «In odore d’accademia », eccetera.

AMICIZIA E il più nobile e il più antico sentimento in Sicilia, che si traduce in un profondo ed eterno legame di rispetto e di solidarietà. Un sentimento prevalentemente maschile. Per la sua intensa forza, l’amicizia si espande e si trasferisce in orizzontale, e in progressione geometrica, agli amici degli amici, e in verticale, ai discendenti diretti e ai collaterali, fino a formare consorterie, gruppi, famiglie, cosche, di notevolissima rilevanza sociale. In nome dell’amicizia, si può e si deve fare tutto in Sicilia. Questo sentimento così puro e disinteressato spesso prende forma religiosa e sociale nel comparatico.

AMERICA Fu scoperta dai siciliani in due tempi, all’inizio del 900 e dopo la seconda guerra mondiale. I siciliani d’America si sono sempre divisi in due gruppi: i Doloranti e i Trionfanti. I primi, pavidi e passivi, sono finiti nelle fabbriche e nei lavori più umili e pesanti, lamentandosene, rimpiangendo sempre l’isola d’origine. Dicevano: « La Mérica, la Mérica / fu la sfurtuna mia: / nun era ppi la Mérica, / iu cca nun ci sala ». I secondi, coraggiosi, attivi e intraprendenti, si sono imposti negli Stati Uniti a bagliori di lame d’intelligenza, a colpi di genialità, a raffiche d’azioni precise e produttive, imponendo nel contempo il buon nome della Sicilia. Sono divenuti, i Trionfanti, subito imprenditori e commercianti. Avevano grandi imprese per la gestione del tempo libero, imprese di svaghi e divertimenti con sedi in discreti locali, in sicuri appartamenti e lungo i marciapiedi delle metropoli americane. Commerciavano, negli anni Venti, nel ramo degli alcolici. Dal secondo dopoguerra in poi, si sono specializzati, invece, e ne detengono il monopolio, nell’importazione dai paesi orientali di spezie e coloniali. Questi prodotti, raffinati e opportunamente confezionati in Sicilia, in fabbrichette di fiduciari e corrispondenti dei monopolisti, arrivano in America per essere distribuiti negli States e in tutto il mondo. Il commercio delle spezie è insomma Cosa Loro. Bisogna dire che non è stato molto difficile, per i siciliani Trionfanti, imporsi negli Stati Uniti, perché gli americani non hanno la fantasia, la furbizia e l’intraprendenza dei Mediterranei, sono un po’ infantili, spesso stupidi.

AMORE È il sentimento che domina in assoluto l’ardente cuore dei siciliani. Quanta poesia, quanta letteratura ha creato l’amore in Sicilia! Ha creato anche una scuola ed una lingua: la Scuola poetica siciliana. Se non ci fosse stato Dante, la lingua siciliana si sarebbe imposta in tutta la penisola e oggi in Italia si parlerebbe e si scriverebbe in siciliano. Così, al posto di Fanfani e Spadolini, che sono assurti ai primi posti della scena politica nazionale grazie al loro fluido parlare toscano, noi avremmo avuto presidenti del Consiglio e aspiranti presidenti della Repubblica uomini, che so, come Salvo Lima o l’onorevole Cricchio di Fondachelle. Quante follie, quanti suicidi, quanti omicidi si sono commessi a causa dell’amore! Caterve si contano in Sicilia di ricchi e nobili rovinatisi per amore di bellissime continentali (solo una si rivelò carrapipana), danzatrici e cantatrici, caterve si contano di giuliette e romei, di paoli e francesche, di baronesse di Carini. Dell’amore si dice, antifrasticamente: « Chi è, brodu di luppinu? ».

ANIMA Questa entità spirituale è poco compresa e quindi poco praticata, portati come sono, i siciliani, alla corporalità. Lo si riconosce, questo ánemos, questo vento, solo nelle sue concrete manifestazioni, come Dio si riconosce nelle sue opere: nell’anìmulo, nel vorticare senza posa dell’arcolaio, nella gastrite («bruciuri a’ vucca ‘e l’arma »), nelle strazianti raffigurazioni dei corpi in fiamme delle Anime Purganti… I siciliani, pur ignorando di averne una, sono spesso junghianamente posseduti dall’anima, come i personaggi di Gli anni perduti di Brancati o come il prof. La Ciura della Lighea di Lampedusa. Altri, pur sapendo d’averla, l’anima, avendo letto Platone e San Tommaso, ma giudicandola un vecchio arnese ormai in disuso, la vendono ai rigattieri di anime morte.

ANTENATO Tutti i siciliani hanno gli antenati, più o meno illustri, più o meno titolati. Non ce n’è uno che non coltivi in casa un suo albero genealogico, che non abbia sul portone, su biglietti da visita, stoviglie, posate, camicie, vestaglie, pigiami e mutande, un suo blasone, una sua corona, con più o meno palle. Negli anni Cinquanta e oltre, i comunisti siciliani, forse attanagliati dal rimorso per lo sterminio che i sovietici avevano fatto di questa crema dell’umanità durante la rivoluzione d’ottobre, incettarono i nobili più nobili dell’isola e li iscrissero al partito.

APPARENZA Tutto è apparenza in Sicilia: terra, cielo, mare, flora, fauna, monumenti, scoppi, crepitii, boati, crolli, fumo, urla e sangue. Sono apparenza soprattutto quei cinque o sei milioni di siciliani che in Sicilia vivono e si agitano. Quest’abitudine dei siciliani di chiudere in casa l’essere e mandare in giro l’apparenza, la forma, tutti credono che sia un retaggio della dominazione spagnola. Invece no, il vizio è molto più antico. Risale al tempo in cui il primo straniero sbarcò nell’isola: il Siciliano, terrorizzato nascose dietro la troffa di lentischio la sua realtà (un po’ maleodorante, in quel momento, per la verità) e gli agitò davanti l’ap-parenza. Questo gioco incessante dell’essere e dell’apparire, del nascondere e mostrare, non è che sia piacevole: procura spossatezza, esaurimento, nevrosi e porta qualche volta al delirio. Pirandello ha scritto un’infinità di pagine su questo dramma siciliano. Borges, invece, durante una sua recente visita in Sicilia, guardando (a modo suo) uomini e cose, sembra abbia esclamato, soddisfatto: « Todo fantastico! Todo fan- tasticos! ».

AUTORITÀ Sempre accompagnata da costituita: comando, potere, forza, supremazia, eccetera. I siciliani, estremi come sono in tutti i loro sentimenti, o la odiano o l’adorano, l’Autorità. I primi, per quell’odio, hanno sempre combinato fesserie, che nella storia vengono registrate come rivolte (da quelle degli schiavi, a quella del Vespro, alle rivolte contadine del 1860). I secondi, dalla nascita alla morte, non hanno in testa che quel chiodo fisso: far parte dell’Autorità. Da qui e da sempre, il gran numero, sparso in tutta Italia, di siciliani carabinieri, poliziotti, impiegati delle Imposte e del Catasto, uscieri, cancellieri, giudici, prefetti, capi della Polizia, generali della Finanza. Da qui un gran numero di onorevoli e ministri. Forse questi secondi hanno inventato il famoso detto: «’u cumannari è megghiu du f…», che la Mafia ha subito rovesciato in quest’altro: « Cu cumanna è f… ».

PAOLO DI STEFANO

ANCHE UN DIVERTISSEMENT

Era la fine del 1985 quando il « Giornale di Sicilia » chiese a Vincenzo Consolo di scrivere un Dizionario personale. Il risultato fu una pagina del 21 dicembre intitolata « Il Vero Siciliano » che esauriva la prima lettera dell’alfabeto con nove voci, da « Ab antiquo» a « Autorità». La brevissima premessa dice l’imbarazzo dello scrittore di fronte a modelli molto ammirati che gli si presentano come fantasmi « intimidatori»: Voltaire, Flaubert e Savinio. Il catenaccio dichiara esplicitamente trattarsi di un dizionario che l’autore « non intende concludere». Un dizionario limitato alla lettera A (« Il resto a domani: la vita è lunga e aggiungere noia a noia è poco danno » è la battuta conclusiva della noticina proemiale) si presenta come un’esperienza programmaticamente concepita nel segno del paradosso e del divertissement. Sin dalla voce iniziale, dove già si annuncia il gioco di parodia degli stereotipi (esterni) e della celebrazione (per lo più autoconsolatoria) cui il Vero Siciliano è facilmente incline. Un gioco per la verità molto serio e forse nato da un impulso rabbioso, che sembra mettere provvisoriamente tra parentesi il rovello doloroso con cui Consolo ha saputo narrare gli orrori della sua Sicilia, anche utilizzando il registro sarcastico (il 1980 è l’anno di Retablo). L’artificio retorico è quello dell’iperbole, che rovescia in positivo i peggiori vizi del carattere siculo (a cominciare dal comparatico nobilmente vissuto come « amicizia »). Per chi ha conosciuto Vincenzo, è difficile leggere queste poche pagine senza ricordare il suo sorriso dolce-amaro, tra beffardo e infantile.

Le pietre sono parole

Carlo Sgorlon

Vincenzo Consolo è uno scrittore complesso, stratigrafico, così come complesso è il suo linguaggio, che attinge da serbatoi assai differenti tra di loro. Molto in evidenza, anche nel suo ultimo libro (Le pietre di Pantalica) è in lui la componente ideologica, che comporta una fortissima sete di giustizia, di libertà, di un ordine sociale governato dall’uguaglianza e dalla ragione. Questa componente, anzi, lo fa uscire dalle compiacenze barocche di scrittore dai molti strati lessicali. Quando manifesta la sua indignazione, il suo linguaggio si illimpidisce, acquista una nitidezza razionale che rimanda al suo amico Leonardo Sciascia.

Anche Consolo è un siciliano che cerca di far ordine in se stesso, e soprattutto nell’immensa confusione di elementi culturali, storici e sociali della Sicilia per mezzo della razionalità. L’esigenza di Consolo è di uscire dal magma confuso dell’esistenza, dall’indistinzione panteistica delle origini (rappresentata dal mare, nel Sorriso dell’ignoto marinaio) per salire a un ordine razionale e umano, che è il contenuto più alto della storia. La luce di faro che la sorregge, sia pure lontana, disperatamente difficile da raggiungere, è lo storicismo umanistico del grande filosofo di Treviri. A essa Consolo si aggrappa Non intende rinunciarvi mai, anche se conosce in anticipo tutte le sconfitte cui è destinato, così come le conosce Sciascia.

Ma mentre Sciascia guarda i modelli dell’Illuminismo, l’ispirazione di Consolo pare avere radici legate all’esistenzialità elementare dell’uomo. Significativo, a questo riguardo, mi sembra il cenno, che si ritrova un paio di volte nelle Pietre di Pantalica, al dolore del mondo, universalmente diffuso. Il lettore ha la sensazione, cioè, che nel sottosuolo di Consolo non ci sia Voltaire, o il culto della ragione, ma piuttosto Schopenhauer. L’unico mezzo per lenire quel dolore originario legato all’esistenzialità elementare, è l’ordine razionale, la liberazione dal bisogno, la giustizia, la libertà. Quel dolore è accentuato dal disordine sociale che domina il mondo e la Sicilia sopra ogni altra terra.

Nei racconti di Consolo c’è anche la traccia della fame di terra e di riscatto sociale che fu nell’isola, e un po’ in tutto il Mezzogiorno contadino, l’indomani della fine della guerra. La gente dei campi si aspettava la riforma agraria promessa, occupò le terre, si uni in leghe, diede vita a sindacati.

Ma tutte le grandi aspettative andarono deluse; l’antico potere e l’antico latifondo si ripristinarono. Carabinieri e poliziotti diventarono i garanti di un sistema ingiusto, come era sempre avvenuto. Tutto sembrò cambiare, ma soltanto per rimanere com’era: è la filosofia del Gattopardo, e mi pare un particolare interessante, se si pensa che Il sorriso dell’ignoto marinaio fu presentato come l’antitesi di quel libro famoso.

Dell’ingiustizia latifondistica, che ha la sua radice in secoli lontani, Consolo fornisce anche i dati, traendoli da antichi libri di descrizioni catastale. Ecco un altro aspetto dello scrittore. Egli non esita, a volte a farsi storico, a citare il documento e a mostrare le pezze d’appoggio della sua tesi. Non ha timore di rompere il ritmo o la continuità narrativa. Consolo non cede, come me, al continuum narrativo. Lo spezza non solo con documenti storici, ma anche con ogni genere di citazioni: poesie, canzoni popolari, elegie in siciliano. Vi è una sicilianità prepotente in questo scrittore, anche sul versante linguistico. Egli ha bisogno quasi fisico di risentire e di riproporre le nenie, i cantari appresi da bambino, a Sant’Agata di Militello. Ha bisogno di registrare versi siciliani di poesia popolare, di autore ignoto, o di Ignazio Ma accanto alla citazione di poesia, o di costume, o di mentalità contadina e popolare, c’è in Consolo la citazione colta o coltissima. Questo è un altro tratto del suo profilo di scrittore. Consolo percepisce, in tutto ciò che è popolare, qualcosa di vitale, in possesso di un suono e di un sapore autentici.

L’impasto linguistico di Consolo, naturalmente, risulta dalla mescolanza dell’elemento popolare e contadino con quello colto, siciliano o europeo.

Ma va anche detto che, nell’ultimo libro, il linguaggio, un tempo elaboratissimo e barocco (si pensi a esempio a Lunaria) ha subito una certa decantazione, si è illimpidito. E venuto incontro alle esigenze di una rappresentazione più sciolta e discorsiva.

Accanto alle mille forme della cultura contadina, e quelle non meno numerose e complesse della tradizione colta, vi è anche il sottofondo greco. I due versanti a volte si unificano, come nel bellissimo racconto del siciliano visionario, con l’occhio di vetro …).

Nella sua brevità, Le pietre di Pantalica rappresenta un mondo estremamente complesso: la Sicilia antichissima, archeologica e greca; la Sicilia prebellica, la guerra, la liberazione, le speranze e le delusioni dei contadini; scrittori siciliani (..]. Vi è un piccolo scorcio anche di Gesualdo Bufalino. Gli scrittori, grandi o meno grandi, fanno parte della Sicilia e del mondo composito di Consolo.

Ogni suo libro è un nuovo ritorno e un nuovo viaggio nell’isola abbandonata vent’anni fa. Ma Le pietre di Pantalica rappresenta un ritorno carico di tristezze. Infatti la Sicilia antica, sia quella greca e archeologica, sia quella contadina, ha subito tante perdite, distruzioni, falsificazioni; tante cose belle e ricche sono scomparse, o si sono deteriorate irrimediabilmente, sotto la spinta di un costume che imita soltanto negli aspetti peggiori la società industriale ed evoluta. Droga, mafia e delitti imperversano. L’età della giustizia, della ragione, della libertà non si sono ancora affacciate se non nelle speranze degli uomini migliori. (Gazzettino di Venezia, 15 febbraio 1989) foto di Giuseppe Leone



In altri racconti, come se avesse constatato l’insufficienza della parola, l’autore ricorre alla fotografia: quella del grande cacciatore internazionale di immagini, Robert Capa, ma anche quella dell’amatore ingenuo, i cui scatti maldestri permettono di eliminare i ricami della memoria restituendo un passato che, fin dal suo presente – se così si può dire – è condannato a morire.

Ma in nessun momento appaiono morbidezza o nostalgia. Soltanto una solidarietà da testimone implicato e una simpatia che sottintende «il desiderio, la speranza di un riscatto». Speranza e desiderio senza. dubbio illusori nella realtà, votati a risolversi, con dolore e ironia, nell’opera d’arte.

In Consolo, il documento non è inutilmente dato in pasto al voyeurismo. E elemento di comprensione razionale di un enigma appassionatamente afferrato attraverso i sensi. Sullo sfondo di paesaggi inalienabili e di vestigia favolose ci sono esseri con-traddittori, che portano a loro insaputa – i più rozzi come i più raffinati – tutte le potenzialità della storia: alienazione e rivolta, rinuncia fatalista e fiducia testarda nell’avvenire, nella bellezza delle cose dette e create. Come quel giovane ottuagenario che compone e recita “poesie contro l’atomica»; come quel vecchio pastore diventato scultore su legno; come il maestro Uccello che tenta di fondare, per reazione contro i musei morti, un museo vivente di etnologia; come quel «barone magico», poeta ingiustamente dimenticato, innamorato del suo popolo, visitato dai più grandi e rotto a tutti gli avanguardismi europei. Questa lontana provincia, in cui tutte le etnie, tutte le classi sociali e tutte le generazioni sono evocate, sembra farsi eco non soltanto della quasi generale «follia del mondo» ma anche delle sue più rare sublimazioni. Ma perché, in questi luoghi, il malessere della civiltà dell’era industriale e turistica non ha soffocato il bisogno di cantare, o magari di cercare a tentoni nuovi e problematici punti di riferimento? Tutto avviene come se l’assioma «le cose non sono quelle che sembrano», più volte ricordato nella raccolta, autorizzasse l’ultima orgogliosa impennata di un dire, inutile allo sguardo dei realisti ma essenziale per coloro che hanno una certa idea della dignità. Curiosamente «l’oscurità senza fondo» inerente le tracce precedenti alla colonizzazione greca e l’incertezza propria della modernità si congiungono, suscitando un’uguale volontà di inventario e di decifrazione.

In Consolo si nota un gusto marcato per la nominazione, per il censimento di ciò che caratterizza, fragile o durevole, scritto o non scritto, una cultura oggi compromessa. Un tesoro di parole da opporre alla morte, da fare rutilare in un ultimo rispecchiamento: affascinanti nomi di varietà di grano da semina, nomi di piante esotiche o comuni, di alberi, di capi, di baie, di monti, di città e villaggi remoti, di alimenti e di vini, di animali, di dialetti, di lingue antiche o moderne, di patronimici dalle origini incredibilmente diverse… Lo stato dei luoghi, lungi dall’essere mortifero, è giubilato-rio. Sarà perché la sua poesia, rifiutandosi di essere solo un rifugio d’esteta, uno strumento di fascinazione», continua – come augura André Breton – ad «aver presa sulla vita»?

La stupefacente ricchezza e la precisione del vocabolario, la freschezza delle sensazioni che rinvia alla qualità dell’aria, della terra, della luce, dell’acqua, l’acutezza con la quale sono sentiti i rapporti sociali, i riti, il mondo del lavoro, la tenerezza o la ferocia nell’evocazione degli uomini, notabili o poveracci, concorrono alla paradossale tonicità di questi racconti. Il miscuglio dei generi e dei toni, così poco apprezzato in Francia, vi regna felice-mente. Eschilo dà la mano ad Aristofane, tragico e burlesco convivono in buona armonia, sogno e incubo rasentano la farsa (si legga a questo proposito il piccolo capolavoro intitolato “Filosofiana”). Consolo, a giusto titolo, diffida del lirismo caro al paese del bel canto. Tuttavia, con nostro grande piacere, non può impedire che esso riaffiori qua e là, di fronte a luoghi ispirati e a personaggi eccezionali, prima che la buffoneria o l’obiettività riprendano il sopravvento. Allo stesso modo, il realismo si sorprende talvolta a scivolare verso il fantastico, e la ragione verso la follia.

Bisogna dire, inoltre, che questo libro di un emigrato all’interno (…, resta molto personale anche nei testi scritti alla terza persona. Esso è il tentativo di recuperare, attraverso la scrittura, un’identità in procinto di scomparire, è il racconto della lacerazione tra l’illusione di penetrare talvolta la realtà attraverso la magia delle parole e l’impressione di essere diventato per sempre uno straniero. Il merito dell’autore sta nel riuscire a coinvolgere con successo in questo dramma anche il lettore più ignorante: la Sicilia tante volte conquistata vi conquisterà a sua volta, con la sola forza dell’arte. E se talvolta si percepisce come una timidezza dell’autore di fronte ai suoi prestigiosi predecessori – Piran-dello, Sciascia, Quasimodo, Tomasi di Lampedusa

– che hanno affrontato la stessa crudele e affascinante realtà, si tratta di un sentimento che tradisce una modestia eccessiva. Per delle vie che gli sono proprie, Consolo, con questo Le pietre di Pantalica, si innalza al livello dei più grandi.

(Louis Soler, L’Âne, n. 47, luglio-agosto 1991; traduzione di Marina Di Leo)