Aci Trezza. La Trezza, come la chiama Verga. ‘A Trizza, in siciliano: la treccia. L’intreccio. Ma nessun libro della letteratura italiana moderna è così privo d’intreccio (vi è in esso una iterazione ossessionante di avvenimenti dolorosi, di disgrazie, come per spietata beffa del caso o per persecutoria maledizione divina), nessuna narrazione è meno romanzesca de I Malavoglia. Un poema narrativo è stato detto, una «poesia di gesta epica popolana» lo dice Bacchelli. Un poema chiuso, circolare, da dare il senso, nelle formule lessicali, nelle forme sintattiche che si ripetono, nel timbro monocorde, nel tono salmodiante del linguaggio, nei proverbi che hanno la gravità e l’immutabilità delle sentenze giuridiche o dei versetti delle sacre scritture («Mektoub!» dicono i musulmani, «E scritto!»), da dare il senso della mancanza di movimento, dell’assenza di sviluppo imprevedibile, da suggerire l’immagine della fissità: della predestinazione, del fato, della sorte umana irredimibile. C’è, da parte di Verga, uomo dell’interno, della campagna vasta e desolata, ma comprensibile, dominabile, nella scansione delle chiuse, con il lavoro, con il possesso, come un graduale processo di avvicinamento a questo villaggio di pescatori poco distante da Catania; c’è un diffidente approssimarsi alla riva aspra e nera, alla sciara, al mare amaro, periglioso fra Ognina e Capo Mulini, e ancora più davanti a Trezza per gli scogli che come mostri, incubi lo invadono.
Il mare non è stato mai amato dagli isolani: dal mare viene il male, la minaccia Il mare è estraneo a un «continentale» come Verga. Da cosa è spinto allora lo scrittore a far partire da qui, da Trezza, il suo grande affresco narrativo, la sua ambiziosa Commedia Umana, il suo ciclo de I vinti?
È spinto a Trezza, crediamo, perché, per il livello infimo da cui doveva partire la sua storia, per le condizioni umilissime dei personaggi, del coro dei Malavoglia, aveva bisogno di un luogo estremo, marginale, di un limen, un punto di Passaggio in cui le onde pietrificate dell’antica lava etnea scivolano e si sciolgono nel liquido del mare, nell’incertezza assoluta della tempestosa esistenza.
L’epifania di Trezza si trova in una curiosa novella del 1875: Le storie del castello di Trezza. Una novella gotica, nera. Ma in cui, dall’alto del castello c’è, inaspettatamente, la visione del villaggio: «Il mare era levigato e lucente; i pescatori sparsi per la riva, o aggruppati dinanzi agli usci delle loro casipole, chiacchieravano della pesca del tonno e della salatura delle acciughe; lontan lontano, perduta fra la bruna distesa, si udiva ad intervalli un canto monotono e orientale». Fantasticheria, in Vita dei campi (1880), è poi come un accordo di strumenti, un’anticipazione di motivi, di temi, di personaggi, una prefigurazione della Trezza dei Malavoglia. Ma Fantasticheria si può leggere anche come commiato di Verga, ai temi, ai personaggi mondani di tutti i suoi scritti precedenti, prima di entrare nella realtà e nella verità di Trezza, nelle casipole dei suoi pescatori, nel mondo dei Vinti.
Com’era Trezza allora? Certamente come ce la descrive, nella sua essenzialità di «voce», il Di Marzo, nella traduzione e continuazione del Dizionario topografico della Sicilia del Vito Amico (1858): «Contansi oggi in quella terricciuola un 600 abitatori; è distante 6 miglia da Catania, ed esporta orzi e vini (e lupini, ci viene da aggiungere). Gli scogli di Aci o dei Ciclopi sono celebri presso i mineralogisti, dopo che Dolomieu vi scoperse per la prima volta l’analcime limpida, detta da lui zeolite bianca…» Era Trezza certamente come ce la descrive, anzi ce la fa «sentire» Verga: un villaggio di poche case, con la piazza, la chiesa di San Giovanni, l’osteria, la sciara, le barche ammarrate sopra la spiaggia, sul greto del torrente, sotto il lavatoio; e quel mare di cupo cobalto che s’infrange e spumeggia contro gli scogli, i fariglioni; e l’immenso Etna alle spalle, nero e fumante, minaccioso.
Un luogo di pura esistenza, di elementare eventologia, ai limiti dello spazio, del tempo: o fermo nel tempo, fissato in un dolore lontano, immemorabile. Com’è nelle tragedie greche, in cui i protagonisti sono inchiodati a un evento che si è svolto molto tempo prima, ma che saranno sciolti, infine animati per l’intervento pietoso di un qualche dio. Un luogo senza luce, Trezza, chiuso, circolare o labirintico; il Luogo della treccia, del nodo mai sciolto della tragedia.
E così il luogo dové apparire, puro e intatto, sublime e sacro, al giovane Visconti che un giorno (1947) capitò a Trezza per girare La terra trema.
E così anche noi l’abbiamo vista Aci Trezza, uguale a quella de I Malavoglia, de La terra trema, quando vi capitammo un giorno di settembre di circa vent’anni fa. Vi eravamo andati – insieme a Pasolini, Moravia, la Maraini, tanti altri – durante una pausa dei lavori di un premio letterario che si svolgeva in un paesino, Zafferana, sopra l’Etna. Unica novità, e stridore in quell’intatto piccolo mondo, una
Madonnina, bianca di calce e abbagliante sotto il sole, eretta sopra la nera lava di uno degli scogli dei Ciclopi, una innocente Madonna che aveva fatto indignare Pasolini.
Vi siamo tornati ora, nel giugno appena scorso. Aci Trezza non c’era più, era scomparsa. Erano scomparse le casipole, le barche da pesca, i fariglioni. Due enormi braccia di grigio cemento, due banchine circolari di un assurdo porto, alte come bastioni, chiudevano tutto il mare del seno, nascondevano gli scogli, la rupe del castello di Aci, tutto l’orizzonte. Il villaggio s’era ingigantito, era affollato di enormi case, di condomini, ristoranti, pizzerie, discoteche.
Ai tavoli di un bar sulla piazza servivano degli immigrati arabi. Altri, di colore, con fazzolettoni legati in testa, sembravano degli improbabili pirati lì pronti per una sceneggiata televisiva. Ragazzine in short o minigonne arrivavano in piazza sopra strombazzanti motorette, abbracciavano e baciavano i corsari di colore, si sedevano tutti insieme sui gradini a parlare e a fumare.
Più avanti, vicino la chiesa (sul muro, unica testimonianza di un mondo ormai scomparso, scomparso nel paesaggio, nella memoria, un bassorilievo dello scultore Lazzaro con sotto una frase malavogliana «E quei poveretti sembravano tante anime del purgatorio»), a una tavolata all’aperto della trattoria Gaetano avevano appena finito di mangiare tante coppie di genitori di bambinetti indiani. C’è anche in mezzo a loro una suora cattolica indiana. Era domenica, e certo festeggiavano tutti insieme un qualche avvenimento. Fra i genitori adottivi d’una bella bambinetta c’era la signora Nelluccia Giammona, moglie del Gaetano che dà il nome al locale. La signora Nelluccia ci conduce su, nell’appartamento sopra la trattoria, in uno stanzino che tiene chiuso come un piccolo sacrario. Alle pareti di questa stanza disadorna sono le gigantografie delle foto di scena de La Terra trema. Perché lei, allora tredicenne, e la sorella Agnese, sedicenne, sono state protagoniste del film di Visconti. E sono là effigiate, brune e bellissime, al telaio, alle faccende domestiche della casa del nespolo. «La casa del nespolo per la verità non esiste, non è mai esistita», ci dice come rivelando un segreto la signora Nelluccia. La quale è ancora effigiata, innocente e smarrita, un gran mazzo di fiori sulle braccia, con la sorella, con Visconti, Francesco Rosi e Zeffirelli, al festival di Venezia. La casa del nespolo non è mai esistita, certo, come non è mai esistita l’altra casa su «quel ramo del lago di Como». E forse non è mai esistita nella realtà Aci Trezza, la Trezza. Ogni segno del paesaggio fisico e umano di oggi ci convince di questa inesistenza. Forse non è mai esistita neanche Vizzini, non è esistita Catania, Siracusa, Palermo, Racalmuto… Non è mai esistita la Sicilia.
Forse una volta sono esistiti gli scrittori. Forse una volta è esistita la letteratura.
S’avissi ’na mezza sciabula o puru ’na carrubina facissi ’na ruvina facissi ’un sacciu chi. S’avissi un pignateddu l’agghiu e puru lu sali facissi un pani cottu sempre s’avissi ’u pani. Canto popolare siciliano
Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale, mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava, a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti. Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli, dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato, la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno. La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia, il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile, sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero, mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino. Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si fermavano qua e là davanti a una porta. Toc, toc. «Chi è?» «Carabinieri.» S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina, s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina d’una donna. Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio o il fratello. «Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata. «E dov’è?» «Mah, foresto, foresto è.» «Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na cartolina.» E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”. Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi, dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta, per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale. Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene. E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco, solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè leghe società partiti, divampò per il paese. Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture, una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa, veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio, sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore; Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe, a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi. A Ratumemmi a li primi nisciuti Si sparagiaru già li so surdati. Li baddi gruossi e li baddi minuti Cadianu comu grannuli quagghiati; E Pidicuddu ci dissi a Rumanu: Lassamu l’armi, e facimmula a manu. Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno, con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor- razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli, dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo, a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la sezione del partito. Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi, davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse, e lesse a voce alta pei compagni: GIOVANI SICILIANI Ancora una volta dopo lunghi anni di guerra e di miserie ci si chiede, contro la volontà di un popolo, di spargere il nostro sangue. Come ieri, il vile monarca ci impone di morire per la conquista di altri imperi. Noi non impugneremo le armi! GIOVANI DI SICILIA Siate tutti solidali nell’esprimere la vostra volontà di non presentarvi! Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo. La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti. Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere. Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana, si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro. Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi di sapere quale piega avrebbe preso quella parata. Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu- ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari, erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato. Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi. Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di circoli e partiti. Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello, muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia: «Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine! Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…» «Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito. Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa. «Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino «con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa di don Lucio Tasca.» «A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede da qui a ’na settimana!» «Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse con furia sulle spalle, e rigida partì. Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo. Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento, dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti, che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto, sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa fina,» mormorando «che pane bianco!» Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino. Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta di Caltanissetta. La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata. Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano “Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”. E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo per prima mirò al Municipio. Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio. Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli, Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello. Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna fatte a tutti con l’inglese. Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline, e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò. Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò, si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale. Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino, ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese d’anteguerra. Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono. Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò: «No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate, entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane. Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi; gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi per cui eran passati gli zuavi. Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi, a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo quartiere, si rintanò dentro il covile. Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo. E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce dalla guerra partigiana. Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue des Grands-Augustins? Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni, videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini, camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole, i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino. In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava angustiato. Vincenzo Consolo