E il sorriso si fece barocco

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1 feb 2015 Il Sole 24 Ore

Quando si accinse a raccontare il “sorriso” nella pittura europea, Daniel Arasse si arrestò davanti a una scoperta imprevista. Dovette constatare che fu Leonardo da Vinci a inventare il «ritratto con il sorriso». Prima della Gioconda c’era stato sì l’«uomo che ride» di Antonello da Messina, misterioso nella sua bellezza senza biografia; ma l’increspatura dilatata delle labbra sortiva l’effetto, in quel ritratto conservato a Cefalù, di una smorfia se non proprio di un ghigno. L’anonimità del personaggio di Antonello aveva già acceso la fantasia di Vincenzo Consolo, che aveva raccolto nella trama di un romanzo la vibrazione arricciata, insopportabilmente ironica, che infettava di malizia il volto dipinto sulla tavoletta quattrocentesca. La «chiocciola», che andava allargandosi attorno alle labbra stirate dell’uomo ridente di Cefalù, aveva indirizzato e determinato la trama del romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo: il percorso a spirale della storia, le linee spezzate di una narrazione che si sottrae alle continuità e agli slarghi della costruzione romanzesca e su se stessa si avvolge in un disegno di contrappunti o «riurti» e in un «giuoco delle somiglianze», le volute delle lumache studiate da un barone malacologo, l’architettura vorticante di un luogo di detenzione. L’opera, pubblicata nel 1976, è ambientata negli anni del Risorgimento in Sicilia. Racconta la rivolta contadina di Alcàra Li Fusi. E riprende la polemica contro le passioni politiche astratte e il tema dell’impostura storiografica, riportati all’attenzione dal Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia. Scrive Salvatore Grassia: «La macchinazione narrativa del Sorriso nacque … proprio da una costola del Consiglio d’Egitto. E tuttavia, se l’Ulisse di Joyce – come diceva paradossalmente Borges – era la fonte dell’Odissea, per il semplice fatto che il romanzo dello scrittore irlandese aveva cambiato il modo di leggere il poema greco, allo stesso modo si potrebbe affermare che il romanzo di Consolo ha “barocchizzato” la lettura dell’apologo sciasciano sull’impostura».
Il sorriso dell’ignoto marinaio si impose subito come libro epocale: il capolavoro riconosciuto di una generazione che aveva attraversato il Sessantotto e i movimenti degli anni Settanta ed era sensibile a una metanarratività impostata sulla responsabilità politica della scrittura letteraria. Piacquero la precisione a scalpello del lavoro linguistico, la musicalità splendida della prosa, la scrittura di immagini, gli effetti plastici delle tante voci in campo, assorbite nelle inflessioni poderose e ritmate come nell’oralità di un antico contastorie siciliano. In una densa conversazione con Silvio Perrella lo stesso Consolo ha sintetizzato il salto di generazione che lo aveva contraddistinto: «gli scrittori della generazione che mi ha preceduto, parlo di scrittori di tipo razionalistico, illuministico, come Moravia, come Calvino come Sciascia» scelsero una «lingua geometrizzata … cristallina, limpida … Io mi sono sempre chiesto perché questi scrittori che hanno vissuto il fascismo e la guerra abbiano optato per questo tipo di scrittura e di concezione illuministica del mondo. Perché speravano, perché la loro era una «scrittura di speranza». Speravano che finalmente in questo paese si formasse, dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra, una società civile con la quale comunicare… Quelli della mia generazione, che hanno visto succedere al regime fascista un altro regime, quello democristiano, hanno dovuto prendere atto che questa società non era ancora nata, che la società civile alla quale lo scrittore poteva rivolgersi non esisteva, quindi la mia opzione non è stata più in senso razionalistico, ma in senso, diciamo, espressivo», barocco: plurilinguistico e pluriprospettico.
crivendo di un più tardo romanzo di Consolo, Retablo, che ha per protagonista il pittore novecentesco Fabrizio Clerici travestito da settecentesco «archeologo dei propri sogni barocchi», Giuseppe Traina ha applicato allo stile dello scrittore siciliano la definizione che Sciascia aveva dato delle Confessioni palermitane dipinte dal vero Clerici: «Un delirio barocco riflesso da uno specchio illuministico»; ovvero, «un barocco senza inganni e un illuminismo senza illusioni, giuste le lezioni di Leopardi e Pirandello (e di Sciascia)».
Il Meridiano dedicato a Consolo colloca lo scrittore tra i classici del Novecento. Nella premessa al volume, Cesare Segre esordisce lapidariamente: «Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione». Curata con passione da Gianni Turchetta, la raccolta di romanzi e saggi (e racconti; con la precisazione che Consolo si è sempre mosso ai confini dei generi letterari, praticando commistioni e ibridazioni), si apre con La ferita dell’aprile del 1963 e si chiude con Di qua dal faro del 1999. Include la «favola teatrale» Lunaria del 1985, Retablo del 1987 e, insieme a Le pietre di Pantalica del 1988, L’olivo e l’olivastro del 1994; allinea poi, lungo un percorso di intima tragicità che va dalla crisi delle illusioni all’ansia inquieta dell’afasia, la trilogia della storia: il Sorriso sul Risorgimento; Nottetempo, casa per casa, sull’avvento del fascismo; Lo spasimo di Palermo, sulla «collusione tra mafia e potere politico, con le stragi mafiose degli anni Novanta».
Nell’imponente apparato, il curatore segue la storia interna delle singole opere: il loro farsi e stratificarsi nel tempo, secondo la memoria che esse conservano del loro stesso costruirsi e grazie alle carte gelosamente ordinate e custodite nel vasto archivio privato. È un lavoro gigantesco, che fa i conti con la complessità di una scrittura letteraria che sin dall’inizio ha praticato citazioni, autocitazioni, evocazioni di reperti d’arte (dalle fotografie, alle pitture e sculture: dai quadri insospettabili di Turner, alle metope di Selinunte), rifacimenti di pagine di scrittori barocchi come Bartoli, e di scrittori più vicini come il Nabokov di Lolita; non senza la complicazione di più innesti nel corpo stesso di questa letteratura sulla letteratura, come ha documentato Grassia, individuando «le vele le vele» di Dino Campana che prendono vento dentro una pagina di Bartoli da Consolo rilavorata con l’aiuto del De Aetna di Bembo.
Turchetta rivede i testi. Corregge persino, e giustamente, qualche ipercorrettismo del curatore dell’edizione critica del Sorriso dell’ignoto marinaio. Io però non avrei accolto lo scioglimento di un’abbreviatura epigrafica contenuta in un cartiglio. Nella prima edizione del Sorriso, si legge «COEFALEDU SICILIAE URBS». Doveva essere «COEFALED ». Chiaramente è caduto il segno abbreviativo, che va ripristinato. Lo scioglimento («COEFALEDUM») appanna il gusto arcaicizzante dello scrittore, la sua passione per l’immagine.
Corredano il volume un utile glossario, una dettagliatissima cronologia della vita, e una bibliografia esaustiva. Viene ricordato, a proposito del racconto Libertà di Verga presente al Consolo del Sorriso, anche il film di Vancini, Bronte: cronaca di un massacro. Sciascia collaborò alla sceneggiatura, fiancheggiato da Benedetto Benedetti da poco scomparso. E qui mi piace ricordare il vecchio film-maker, che un giorno, tanti anni fa, in tempi difficili, non esitò a improvvisarsi editore per pubblicare le poesie dialettali di Tonino Guerra.

L’ignoto Consolo marinaio di Sicilia
Lo scatto fantastico della letteratura come opposizione alle sconfitte della ragione
Ernesto Ferrero Tuttolibri 7 2 2015
Raccontava Vincenzo Consolo d’aver provato come una scossa, vedendo il ritratto d’ignoto di Antonello da Messina conservato al Museo Mandralisca di Cefalù. Gli sembrava qualcuno di famiglia, che parlava proprio a lui. Da quell’agnizione, carica di ghiotti misteri, prendeva forma quello che sarebbe rimasto il suo capolavoro, Il sorriso dell’ignoto marinaio, apparso a sorpresa da Einaudi nel 1976 dopo una gestione lunga e tormentata: un manufatto d’altissima oreficeria nel cuore degli anni di piombo.
L’ignoto (probabilmente un notabile liparitano) è quasi diventato un suo alter ego. Il suo sorriso ha qualcosa di sarcastico e beffardo, la malizia volpina di un mercante. Invece il sorriso d’incredulità e amarezza che stirava le labbra di Consolo ad ogni nuova notizia di violenze, sopraffazioni e furberie restava quello di un bambino ferito che non si rassegna alle ingiustizie del mondo proprio quando ne riceve un’ulteriore conferma. Di fronte a un degrado della Sicilia che trovava un puntuale riscontro nel resto del Paese, negli ultimi anni il suo sconforto era diventato quasi immedicabile, e tuttavia continuava ad alimentare in modo sempre più convinto l’oltranza dell’espressionismo cui restava fedele.
È stato sempre un pendolare, Consolo: tra la natìa Sant’Agata di Militello, nel messinese, dov’era nato nel 1933, e la Milano degli studi in legge e poi del lavoro; tra una storia da frugare proprio là dove era più trascurata, quella popolare, e le tensioni di un presente sempre meno progressivo; tra arte e vita, tra «ebbrezza stilistica e rigore argomentativo» (Cesare Segre). Cercava di conciliare in se stesso le passioni scientifiche del barone Mandralisca, collezionista erudito, e quelle politiche del cospiratore Interdonato.
Le delusioni hanno finito per rendere ancora più acceso, quasi parossistico, l’amore per la propria terra, per la sua storia e cultura. In lui lo scatto fantastico della letteratura, unica opposizione praticabile di fronte alle sconfitte della ragione che tanto angustiavano Leonardo Sciascia, amico e maestro, nasceva dal mite furore dell’indagine archeologica, storica, antropologica, linguistica. Tra Gadda e D’Annunzio, mirava a colmare il divario tra la realtà e le parole, restituite all’intensità originale del loro suono, per inseguire la bellezza assoluta del vero poetico. Più avvertiva i limiti intrinseci della letteratura, più le assegnava ambizioni e responsabilità. In una sorta di spasimo mai rassegnato.
Assume il valore di un definitivo risarcimento postumo il Meridiano che Gianni Turchetta ha curato con sapiente empatia critica, equipaggiandolo d’una fittissima cronologia, e di ben trecento pagine di note ai testi, glossario e bibliografia, per illuminare il backstage delle opere, la loro struttura calcolatissima, la complessità di intrecci, rimandi, assonanze, analogie, opposizioni. Si va dal romanzo di formazione La ferita dell’aprile (1963) ai saggi raccolti in Di qua dal faro (1999), passando per opere che sfuggono ad ogni etichetta di genere, come Lunaria e Retablo.
In un profilo posto in apertura del volume, Cesare Segre è esplicito: «Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione». Colui che ha cercato di fare manzonianamente i conti con il presente attraverso le metafore offerte da alcuni momenti-chiave della nostra storia: il 1860 e dintorni con le sanguinose rivolte contadine che seguono l’arrivo di Garibaldi; i primi anni venti in cui il fascismo trova in Sicilia un terreno fertile; la cupa Palermo delle stragi di mafia. Ma senza pagare pedaggio alla linearità del romanzo tradizionale, che tutto crede di organizzare e spiegare in una sorta di discorso illuministico, «geometrizzante», come diceva lui, citando Leopardi. Non si accontentava della facile comunicabilità del linguaggio medio. Ogni adescamento anche vagamente commerciale gli riusciva insopportabile. Non amava gli avanguardismi, lo sghignazzo di chi si fa beffe di quanto è stato prodotto prima di lui. Preferiva dirsi sperimentale (come lo era stato Verga), e dunque tentare una letteratura frattale, di rifrazioni, scomposizioni e ricomposizioni, intarsio di generi, modi, linguaggi, materiali anche diversissimi, fondato su una prosa che è stata a giusto titolo definita ritmica.
Alla narratività distesa e onnisciente preferiva i lampeggiamenti nervosi della poesia. Una musicalità costruita e goduta in ogni singola parola. Consolo è in primo luogo un poeta, sempre. Ogni sua pagina, tramata di endecasillabi, richiede il massimo impegno interpretativo del lettore chiamato ad eseguirla, come è particolarmente evidente nel virtuosistico Nottetempo casa per casa (1992).
Si potrebbe dire della sua opera quel che lui stesso ha scritto del barocco in Sicilia, nato dall’orgoglio di opporre alle distruzioni dei terremoti scenografie ardite, nate da sogni smisurati. Solo così la paura si può volgere in coraggio, «l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, l’anarchia incontrollabile della natura nella leibniziana, illuministica anarchia creatrice; il caos in logos, infine». Troppe volte angustiato dai terremoti del Novecento, Consolo non ha mai rinunciato ad opporvi le sue sontuose polifonie, i raffinati collages in cui ha ricuperato i tesori di una Sicilia omerica e domestica, mitica e quotidiana, aristocratica e plebea, reale e araldica.

La luna e il faro, il Meridiano su Vincenzo Consolo

La luna e il faro, il Meridiano su Vincenzo Consolo

27 gennaio 2015

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di Giuseppe Schillaci 

 

É saturnina la Luna, atra, melanconica, sospesa nell’attesa infinita della fine che non arriva mai.

Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore.

 Lei, la Luna, ci salvò e ci diede la parola. 

Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale.

(Lunaria, Mondadori, 1985)

 

Il 21 gennaio 2012 è scomparso Vincenzo Consolo, uno dei più raffinati scrittori italiani, tra gli ultimi intellettuali europei della sua generazione, classe 1933, ad aver vissuto le luci e le ombre del Novecento. A tre anni dalla morte, Mondadori pubblica finalmente il Meridiano “L’opera completa” di Vincenzo Consolo, con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre. Il volume raccoglie i romanzi e i racconti, le scritture liriche e quelle d’intervento sociale, restituendo così l’immagine poliedrica di uno dei più grandi cesellatori della lingua italiana, le cui opere sono state tradotte in diversi Paesi e studiate nelle università di tutto il mondo.

Dello scrittore Vincenzo Consolo, collaboratore dell’Einaudi di Calvino e Ginzburg, m’impressionò, già da adolescente, l’originalità della voce: una lingua barocca ma schietta, appassionata, sempre in bilico tra contemplazione e denuncia, una scrittura legata profondamente alla sua terra. Consolo era ossessionato dalla Sicilia, così come tutti i grandi scrittori sono ossessionati dalla propria identità, dalla verità e dal divenire: la sua opera racconta un’isola visionaria e tragicamente reale, tra mito e storia, poesia e narrazione, alta letteratura e cultura popolare. A rileggere i suoi testi, oggi, si notano alcune figure che ritornano, ossessive, per tessere un mondo fragile e sublime, inquieto, in dissoluzione. Una di queste figure è il faro, presente anche nel titolo della raccolta di saggi Di qua dal faro (Mondadori, 1999): il faro per Consolo è un baluardo, la luce della ragione contro l’oscurantismo, una barriera contro il caos della notte.

La contrapposizione tra luce e oscurità si rivela poi, in tutta la sua potenza, nel romanzo di Consolo che più ho amato: Nottetempo, casa per casa, premio Strega nel 1992. Si tratta di una storia ambientata a Cefalù, in provincia di Palermo, ai tempi della nascita del Fascismo. Per Consolo, l’adozione del romanzo storico è sempre da intendersi in chiave metaforica rispetto al presente: gli anni Venti sono così un’epoca d’oscurantismo simile a quella che l’autore presagiva agli inizi degli Anni Novanta, all’alba del “nuovo ventennio”. La metafora storica era già presente nel romanzo sul Risorgimento tradito, Il sorriso dell’ignoto marinaio, pubblicato in pieni anni Settanta e etichettato come l’ « anti-Gattopardo », in cui Consolo racconta di un nobile siciliano illuminato che tenta di resistere al potere reazionario della nuova Italia, per parlare in realtà dell’Italia post-sessantottina, ipocrita e refrattaria a un reale cambiamento. Ma torniamo a Nottetempo, casa per casa. Qui, alla violenza fascista e alla perversione del potere fa eco un altro oscuramento della ragione, questa volta misterico, soprannaturale. Proprio nei primi anni Venti, infatti, si trasferiva a Cefalù Aleister Crowley, il mistico artista inglese che inneggiava alla libertà dei sensi e a un mondo esoterico che rasentava il delirio visionario. Alla ragione del faro si riflette e s’oppone così la poesia della luna, che è anche, irrimediabilmente, segno di follia e di dolore, come per il padre del protagonista Petro Marano, che corre rabbioso nelle notti di luna piena per quietare il suo male catubbo (la licantropia).

Ecco delinearsi il paradosso dello scrittore, la tensione irrisolvibile tra prosa e poesia, tra la storia oggettiva del faro, da un lato, e i mondi immaginari della luna, dall’altro. In questo orizzonte si muove la lingua musicale di Vincenzo Consolo, trovando nelle parole la propria salvezza. La vera sconfitta è l’afasia, l’impossibilità del racconto, il silenzio della morte. Così Consolo, come Petro Marano, cerca redenzione nel racconto, che sembra nascere da una nostalgia per l’unità perduta, da un’aderenza naturale tra le parole e le cose. Questa sorta di autenticità perduta, di bellezza primordiale, Consolo la insegue, ostinato, in tutta la sua opera, inventandosi una lingua che resuscita le voci greche, arabe, spagnolesche e francesi che hanno abitato, secoli fa, la Sicilia.

Vincenzo Consolo adorava la sua terra, e non solo perché rappresentava il teatro della sua infanzia, ma anche perché lo scrittore guardava alla Sicilia come centro del Mediterraneo, ricettacolo di culture d’oriente e d’occidente, porta d’Africa, culla della letteratura italiana e della civiltà europea. Ecco perché, negli ultimi anni della sua vita, intervenne spesso nel dibattito pubblico sull’emigrazione, allorché la Sicilia veniva considerata non più come porta, ma come muro d’Europa. Ma la Sicilia di Consolo è anche una terra del Sud, di un Sud d’Italia che è simile a tutti i Sud del mondo, e che è dunque terra tradita, ferita dalle storture del potere, schiacciata dalle meschinità umane, dalle mafie, dall’avidità, dall’ignoranza. Da emigrato al Nord Italia, a Milano, dove s’era trasferito già negli anni Sessanta, Consolo scrive di sradicamenti, di fughe, di un’Itaca a cui è impossibile ritornare.

Ho avuto l’onore di incontrare Vincenzo Consolo e il piacere di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita, insieme alla compagna Caterina Pilenga, suo riferimento prezioso e costante. Durante quelle cene nelle osterie di provincia, restavo affascinato dai racconti d’un mondo quasi picaresco, che non esisteva più, e dai suoi aneddoti sui maestri della letteratura mondiale o sui personaggi leggendari del popolo siciliano, sempre dipinti con sagacia e profonda umanità; dagli occhi di quest’uomo minuto e fiero trasparivano le immagini delle sue opere, la loro complessa semplicità, l’ironia, la discrezione, la rivolta.

Vincenzo Consolo ci lascia un’opera densa, in cui ogni parola ha un peso e marca la propria estraneità al cicalio dei best-sellers contemporanei e dell’editoria mercenaria. La sua scrittura ci ricorda che la letteratura è una cosa seria, un tempio in cui entrare con rispetto, senza rinunciare però al contraddittorio e allo sberleffo, alla commedia dentro la tragedia, alla trivialità e al sorriso, alla speranza in un mondo diverso, nonostante la catastrofe. Consolo ha creduto sempre, caparbiamente, alla potenza della lingua e alla necessità della luce, forse proprio perché temeva con profonda angoscia il silenzio e le tenebre. La sua maestria letteraria abbracciava dunque ora la luna, ora il faro, e cercava di far proprie, allo stesso tempo, paradossalmente, la visionarietà del poeta Lucio Piccolo (la luna) e la tensione sociale di Leonardo Sciascia (il faro). Questo movimento torna sempre alla sua Sicilia, che è anche metafora dell’Italia, in una lotta appassionata, irrisolvibile e mai elusa, contro l’oscurantismo.

Da Milano, Consolo « scendeva » spesso in Sicilia, nella sua Sant’Agata di Militello, e lo faceva quasi fosse un dovere, una questione di principio. Proprio a Sant’Agata di Militello si tennero i suoi funerali, tre anni fa: una lunga processione silenziosa e commossa, lontano dai clamori dell’Italietta del 2012, agli antipodi d’un mondo che non lo capiva più, e da cui Consolo si teneva lontano. Lui, il razionale lunatico Vincenzo Consolo, si nutriva di disillusioni e continuava a scrivere, finché ne ebbe le forze. Quando lo interrogavano sul tempo presente o sull’avvenire di quest’Italia matrigna, Consolo amava citare un verso di un poeta spagnolo a cui era particolarmente affezionato, Antonio Machado; un verso semplice, tre parole: « desperados esperamos todavia ».

 

La luna e il faro, il Meridiano su Vincenzo Consolo

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di Giuseppe Schillaci 

É saturnina la Luna, atra, melanconica, sospesa nell’attesa infinita della fine che non arriva mai.

Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore.

Lei, la Luna, ci salvò e ci diede la parola. 

Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale.

(Lunaria, Mondadori, 1985) 

Il 21 gennaio 2012 è scomparso Vincenzo Consolo, uno dei più raffinati scrittori italiani, tra gli ultimi intellettuali europei della sua generazione, classe 1933, ad aver vissuto le luci e le ombre del Novecento. A tre anni dalla morte, Mondadori pubblica finalmente il Meridiano “L’opera completa” di Vincenzo Consolo, con un saggio introduttivo di Gianni Turchetta e uno scritto di Cesare Segre. Il volume raccoglie i romanzi e i racconti, le scritture liriche e quelle d’intervento sociale, restituendo così l’immagine poliedrica di uno dei più grandi cesellatori della lingua italiana, le cui opere sono state tradotte in diversi Paesi e studiate nelle università di tutto il mondo.

Dello scrittore Vincenzo Consolo, collaboratore dell’Einaudi di Calvino e Ginzburg, m’impressionò, già da adolescente, l’originalità della voce: una lingua barocca ma schietta, appassionata, sempre in bilico tra contemplazione e denuncia, una scrittura legata profondamente alla sua terra. Consolo era ossessionato dalla Sicilia, così come tutti i grandi scrittori sono ossessionati dalla propria identità, dalla verità e dal divenire: la sua opera racconta un’isola visionaria e tragicamente reale, tra mito e storia, poesia e narrazione, alta letteratura e cultura popolare. A rileggere i suoi testi, oggi, si notano alcune figure che ritornano, ossessive, per tessere un mondo fragile e sublime, inquieto, in dissoluzione. Una di queste figure è il faro, presente anche nel titolo della raccolta di saggi Di qua dal faro (Mondadori, 1999): il faro per Consolo è un baluardo, la luce della ragione contro l’oscurantismo, una barriera contro il caos della notte.

La contrapposizione tra luce e oscurità si rivela poi, in tutta la sua potenza, nel romanzo di Consolo che più ho amato: Nottetempo, casa per casa, premio Strega nel 1992. Si tratta di una storia ambientata a Cefalù, in provincia di Palermo, ai tempi della nascita del Fascismo. Per Consolo, l’adozione del romanzo storico è sempre da intendersi in chiave metaforica rispetto al presente: gli anni Venti sono così un’epoca d’oscurantismo simile a quella che l’autore presagiva agli inizi degli Anni Novanta, all’alba del “nuovo ventennio”. La metafora storica era già presente nel romanzo sul Risorgimento tradito, Il sorriso dell’ignoto marinaio, pubblicato in pieni anni Settanta e etichettato come l’ « anti-Gattopardo », in cui Consolo racconta di un nobile siciliano illuminato che tenta di resistere al potere reazionario della nuova Italia, per parlare in realtà dell’Italia post-sessantottina, ipocrita e refrattaria a un reale cambiamento. Ma torniamo a Nottetempo, casa per casa. Qui, alla violenza fascista e alla perversione del potere fa eco un altro oscuramento della ragione, questa volta misterico, soprannaturale. Proprio nei primi anni Venti, infatti, si trasferiva a Cefalù Aleister Crowley, il mistico artista inglese che inneggiava alla libertà dei sensi e a un mondo esoterico che rasentava il delirio visionario. Alla ragione del faro si riflette e s’oppone così la poesia della luna, che è anche, irrimediabilmente, segno di follia e di dolore, come per il padre del protagonista Petro Marano, che corre rabbioso nelle notti di luna piena per quietare il suo male catubbo (la licantropia).

Ecco delinearsi il paradosso dello scrittore, la tensione irrisolvibile tra prosa e poesia, tra la storia oggettiva del faro, da un lato, e i mondi immaginari della luna, dall’altro. In questo orizzonte si muove la lingua musicale di Vincenzo Consolo, trovando nelle parole la propria salvezza. La vera sconfitta è l’afasia, l’impossibilità del racconto, il silenzio della morte. Così Consolo, come Petro Marano, cerca redenzione nel racconto, che sembra nascere da una nostalgia per l’unità perduta, da un’aderenza naturale tra le parole e le cose. Questa sorta di autenticità perduta, di bellezza primordiale, Consolo la insegue, ostinato, in tutta la sua opera, inventandosi una lingua che resuscita le voci greche, arabe, spagnolesche e francesi che hanno abitato, secoli fa, la Sicilia.

Vincenzo Consolo adorava la sua terra, e non solo perché rappresentava il teatro della sua infanzia, ma anche perché lo scrittore guardava alla Sicilia come centro del Mediterraneo, ricettacolo di culture d’oriente e d’occidente, porta d’Africa, culla della letteratura italiana e della civiltà europea. Ecco perché, negli ultimi anni della sua vita, intervenne spesso nel dibattito pubblico sull’emigrazione, allorché la Sicilia veniva considerata non più come porta, ma come muro d’Europa. Ma la Sicilia di Consolo è anche una terra del Sud, di un Sud d’Italia che è simile a tutti i Sud del mondo, e che è dunque terra tradita, ferita dalle storture del potere, schiacciata dalle meschinità umane, dalle mafie, dall’avidità, dall’ignoranza. Da emigrato al Nord Italia, a Milano, dove s’era trasferito già negli anni Sessanta, Consolo scrive di sradicamenti, di fughe, di un’Itaca a cui è impossibile ritornare.

Ho avuto l’onore di incontrare Vincenzo Consolo e il piacere di frequentarlo negli ultimi anni della sua vita, insieme alla compagna Caterina Pilenga, suo riferimento prezioso e costante. Durante quelle cene nelle osterie di provincia, restavo affascinato dai racconti d’un mondo quasi picaresco, che non esisteva più, e dai suoi aneddoti sui maestri della letteratura mondiale o sui personaggi leggendari del popolo siciliano, sempre dipinti con sagacia e profonda umanità; dagli occhi di quest’uomo minuto e fiero trasparivano le immagini delle sue opere, la loro complessa semplicità, l’ironia, la discrezione, la rivolta.

Vincenzo Consolo ci lascia un’opera densa, in cui ogni parola ha un peso e marca la propria estraneità al cicalio dei best-sellers contemporanei e dell’editoria mercenaria. La sua scrittura ci ricorda che la letteratura è una cosa seria, un tempio in cui entrare con rispetto, senza rinunciare però al contraddittorio e allo sberleffo, alla commedia dentro la tragedia, alla trivialità e al sorriso, alla speranza in un mondo diverso, nonostante la catastrofe. Consolo ha creduto sempre, caparbiamente, alla potenza della lingua e alla necessità della luce, forse proprio perché temeva con profonda angoscia il silenzio e le tenebre. La sua maestria letteraria abbracciava dunque ora la luna, ora il faro, e cercava di far proprie, allo stesso tempo, paradossalmente, la visionarietà del poeta Lucio Piccolo (la luna) e la tensione sociale di Leonardo Sciascia (il faro). Questo movimento torna sempre alla sua Sicilia, che è anche metafora dell’Italia, in una lotta appassionata, irrisolvibile e mai elusa, contro l’oscurantismo.

Da Milano, Consolo « scendeva » spesso in Sicilia, nella sua Sant’Agata di Militello, e lo faceva quasi fosse un dovere, una questione di principio. Proprio a Sant’Agata di Militello si tennero i suoi funerali, tre anni fa: una lunga processione silenziosa e commossa, lontano dai clamori dell’Italietta del 2012, agli antipodi d’un mondo che non lo capiva più, e da cui Consolo si teneva lontano. Lui, il razionale lunatico Vincenzo Consolo, si nutriva di disillusioni e continuava a scrivere, finché ne ebbe le forze. Quando lo interrogavano sul tempo presente o sull’avvenire di quest’Italia matrigna, Consolo amava citare un verso di un poeta spagnolo a cui era particolarmente affezionato, Antonio Machado; un verso semplice, tre parole: « desperados esperamos todavia ».

Le fughe e i ritorni di Vincenzo Consolo

Le fughe e i ritorni di Vincenzo Consolo. La Sicilia non è solo Gattopardo

Vincenzo Consolo (fonte: lettera43.it)

L’irrazionale e la storia s’incontrano, tra riti satanici, licantropia e leggende esoteriche. Allievo di Leonardo Sciascia, era agli antipodi rispetto a Tomasi di Lampedusa. La ribellione di Alcàra Li Fusi è seguita con una comprensione che diventa crescente orrore. Sul “Corriere della Sera”, l’ultimo intervento critico di Cesare Segre dedicato allo scrittore, di cui esce il Meridiano Mondadori

di CESARE SEGRE, “Corriere della Sera”, 19 gennaio 2015

Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile. Il romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976, iniziato però intorno al 1969 e poi finito pochi mesi prima dell’uscita) fu una rivelazione. L’ignoto di una splendida tavoletta di Antonello da Messina nel museo Mandralisca di Cefalù divenne, con il suo sorriso, una specie di doppio di Vincenzo Consolo. Ma accanto alla vera immagine di Consolo sono spesso apparse altre due immagini: quella di Leonardo Sciascia e quella di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo, pur diversissimo nello stile, fu il maestro di Consolo per l’atteggiamento di fronte ai problemi e alle contraddizioni sempre piu laceranti della Sicilia. Il secondo ne fu l’antitesi: tanto è lontano il suo Gattopardo dal Sorriso dell’ignoto marinaio , anche se entrambi hanno come oggetto lo stesso momento storico della Sicilia, percorsa da moti risorgimentali, liberata (o occupata) dai Mille a nome dell’Italia da unire, bersaglio infine di jacqueries contadine confuse, dai contemporanei, con scoppi di banditismo. È comunque da questo confronto – si disse che Il sorriso era l’anti-Gattopardo – che si può partire per qualunque discorso su Consolo. Ma sarà intanto utile esporre lo schema del romanzo, e di quelli che seguirono. I primi due capitoli del Sorriso ci portano in mezzo agli aristocratici e ai borghesi illuminati, fra i quali si stanno diffondendo le idee liberali e mazziniane.

Essi odiano i monarchi borbonici e sono pronti ad affrontare, se occorre, l’esilio e la morte, come accadrà dopo la fallita rivolta di Cefalù del 1857. Gli altri capitoli, dal III al IX, sono ambientati pochi anni dopo, quando la Sicilia si prepara a passare sotto il governo dei piemontesi. Questi capitoli sono tutti dedicati ai prodromi, agli sviluppi e alla tragica conclusione della rivolta popolare di Alcàra Li Fusi, scoppiata alla vigilia dello sbarco di Garibaldi. Dietro Alcàra sta forse, per Consolo, il ricordo di Bronte e della spietata repressione di Nino Bixio, descritta da Verga nel racconto Libertà . Il barone Mandralisca, possessore del ritratto di Antonello, segue la rivolta con istintiva comprensione, ma, quando essa degenera, la vede con crescente orrore, e confessa la sua incapacità di comprendere e di giudicare. La narrazione d’autore si alterna a documenti ufficiali, brani di storici locali (come Francesco Guardione) o nazionali (come le Noterelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba), che separano tra loro le varie parti d’invenzione.

Consolo aveva gia pubblicato un romanzo, La ferita dell’aprile (1963), che al momento sfuggì all’attenzione dei critici e dei lettori. Si tratta di un Bildungsroman autobiografico, un unicum nella carriera dello scrittore (che, per parte sua, lo definiva un «poemetto narrativo»). Il romanzo narra la vita nella Sicilia del dopoguerra, fino all’occupazione dei latifondi e alla repressione ad opera dei governi democristiani.Provando a completare il quadro dei romanzi di Consolo, siamo ben consapevoli di metterci in una posizione contraddittoria, dato che Consolo stesso ha più volte dichiarato che nel romanzo storico non credeva. Diciamo allora che, bypassando il problema, prendiamo in esame i suoi libri che esibiscono dei personaggi e una narrazione continuata.

Venne dunque Retablo (1987), con immagini di Fabrizio Clerici; il grande pittore, trasformato in personaggio settecentesco, appare nella seconda parte del romanzo, da milanese appassionato di antichità siciliane. È lui, che pure arde di un amore infelice per Teresa Blasco, la futura nonna siciliana di Manzoni, a tentar di risolvere i problemi del fraticello innamorato della prima parte della narrazione; ma intanto Consolo rende omaggio al mitico Illuminismo milanese, visto dal traguardo della contemporaneità: per esempio, dalla rivolta, che divenne poco dopo anche giudiziaria, contro il mostro della corruzione.

Si avvicina certo a un vero romanzo Nottetempo, casa per casa (1992). Il tema centrale potrebbe essere sintetizzato come «l’irrazionale e la storia», e fornirebbe argomenti alla negazione di principio del romanzo che Consolo ha fatto propria. Qui abbiamo, in singoli flash a luce radente, la ricostruzione dell’affermarsi del fascismo, negli anni Venti del secolo scorso, tra Cefalù e Palermo. Invece di raccontare questa vicenda, col rischio di ricadere nelle fauci dell’aborrito romanzo storico, Consolo evoca l’irruzione nell’isola di forme più o meno deliranti dell’irrazionale, dalla licantropia del padre di Petro, il protagonista, alle psicosi della sorella, alle esibizioni di un personaggio storico come l’inglese Aleister Crowley, inventore e officiante di riti satanici in cui alla promiscuità sessuale e alla droga si mescolano le invenzioni più stravaganti di religioni e leggende esoteriche.

Ma è più tardi Gioacchino Martinez, il protagonista di Lo spasimo di Palermo (1998) abbozzato in modo da risultare molto simile a Consolo stesso, a farci quasi toccare con mano, una ad una, tutte le disillusioni di un siciliano che, fuggito disdegnoso dalla sua isola, trova in Lombardia situazioni che generano in lui analoghi sentimenti di rifiuto e di condanna. Tutti i romanzi appena ricordati, se ordinati in base alla cronologia dei fatti descritti o allusi, compongono, per momenti decisivi, una storia della Sicilia degli ultimi 250 anni. Ma dalla mia grossolana rassegna tassonomico-cronologica resta fuori uno dei lavori più mirabili di Consolo, Lunaria (1985). In esso c’è un abbandono pieno all’invenzione. Invenzione tematica e invenzione formale. Il libro non è certo un romanzo, ma appartiene piuttosto a un «genere che non esiste», a un conato di teatralità divertita fra entremés alla spagnola e teatrino delle marionette. Si sa che molta elaborazione di Consolo è «letteratura sulla letteratura». Ebbene, in Lunaria la falsariga è costituita da un racconto di Lucio Piccolo, L’esequie della luna (1967), con cui Consolo si pone felicemente in gara, non dimenticando naturalmente Leopardi. Voglio evocare un aneddoto sintomatico. Quando Consolo mi mise tra le mani il meraviglioso libretto, e io mostrai di riconoscerne alcune fonti, invece di chiudersi nell’enigma mi procurò la fotocopia dei testi cui più si era ispirato, lieto che io ripercorressi i suoi itinerari. Mai come in questo caso la letteratura cresce su se stessa, e se ne vanta. Il lettore deve partecipare, come in un gioco, all’invenzione dello scrittore.Il mio percorso sembrerebbe aver trascurato i molti scritti di Consolo di carattere saggistico o polemico. Ma in fondo no, se pensiamo che molti o moltissimi dei suoi saggi (raccolti in volumi come L’olivo e l’olivastro , del 1994, Le pietre di Pantalica , del 1988, Di qua dal faro , del 1999) possono essere visti, per tornare a un’etichetta un tempo di gran moda, come i correlativi oggettivi dei suoi romanzi. Perché al centro dei saggi c’è sempre la Sicilia, le sue contraddizioni e i suoi mali visti con disperata frustrante insistenza, con passione e con sarcasmo da un siciliano che fugge e ritorna incessantemente: solo che qui lo stile, non gravato dalla necessità di reggere qualche complesso intreccio finzionale, può piegarsi a un’evocazione quasi impassibile delle bellezze naturali e delle ricchezze archeologiche e artistiche dell’isola, deva state forse irrimediabilmente.

Il ricordo di Vincenzo Consolo nell’ultimo intervento di Cesare Segre

imagesIl ricordo di Vincenzo Consolo nell’ultimo intervento di Cesare Segre e il Meridiano Mondadori
 

Le fughe e i ritorni di Consolo Sicilia non è solo Gattopardo Allievo di Leonardo Sciascia, era agli antipodi rispetto a Tomasi di Lampedusa

Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile. Il romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976, iniziato però intorno al 1969 e poi finito pochi mesi prima dell’uscita) fu una rivelazione. L’ignoto di una splendida tavoletta di Antonello da Messina nel museo Mandralisca di Cefalù divenne, con il suo sorriso, una specie di doppio di Vincenzo Consolo. Ma accanto alla vera immagine di Consolo sono spesso apparse altre due immagini: quella di Leonardo Sciascia e quella di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo, pur diversissimo nello stile, fu il maestro di Consolo per l’atteggiamento di fronte ai problemi e alle contraddizioni sempre piu laceranti della Sicilia. Il secondo ne fu l’antitesi: tanto è lontano il suo Gattopardo dal Sorriso dell’ignoto marinaio , anche se entrambi hanno come oggetto lo stesso momento storico della Sicilia, percorsa da moti risorgimentali, liberata (o occupata) dai Mille a nome dell’Italia da unire, bersaglio infine di jacqueries contadine confuse, dai contemporanei, con scoppi di banditismo. È comunque da questo confronto — si disse che Il sorriso era l’anti-Gattopardo — che si può partire per qualunque discorso su Consolo.
Ma sarà intanto utile esporre lo schema del romanzo, e di quelli che seguirono. I primi due capitoli del Sorriso ci portano in mezzo agli aristocratici e ai borghesi illuminati, fra i quali si stanno diffondendo le idee liberali e mazziniane.
Essi odiano i monarchi borbonici e sono pronti ad affrontare, se occorre, l’esilio e la morte, come accadrà dopo la fallita rivolta di Cefalù del 1857. Gli altri capitoli, dal III al IX, sono ambientati pochi anni dopo, quando la Sicilia si prepara a passare sotto il governo dei piemontesi. Questi capitoli sono tutti dedicati ai prodromi, agli sviluppi e alla tragica conclusione della rivolta popolare di Alcàra Li Fusi, scoppiata alla vigilia dello sbarco di Garibaldi. Dietro Alcàra sta forse, per Consolo, il ricordo di Bronte e della spietata repressione di Nino Bixio, descritta da Verga nel racconto Libertà . Il barone Mandralisca, possessore del ritratto di Antonello, segue la rivolta con istintiva comprensione, ma, quando essa degenera, la vede con crescente orrore, e confessa la sua incapacità di comprendere e di giudicare. La narrazione d’autore si alterna a documenti ufficiali, brani di storici locali (come Francesco Guardione) o nazionali (come le Noterelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba), che separano tra loro le varie parti d’invenzione.
Consolo aveva gia pubblicato un romanzo, La ferita dell’aprile (1963), che al momento sfuggì all’attenzione dei critici e dei lettori. Si tratta di un Bildungsroman autobiografico, un unicum nella carriera dello scrittore (che, per parte sua, lo definiva un «poemetto narrativo»). Il romanzo narra la vita nella Sicilia del dopoguerra, fino all’occupazione dei latifondi e alla repressione ad opera dei governi democristiani.
Provando a completare il quadro dei romanzi di Consolo, siamo ben consapevoli di metterci in una posizione contraddittoria, dato che Consolo stesso ha più volte dichiarato che nel romanzo storico non credeva. Diciamo allora che, bypassando il problema, prendiamo in esame i suoi libri che esibiscono dei personaggi e una narrazione continuata.
Venne dunque Retablo (1987), con immagini di Fabrizio Clerici; il grande pittore, trasformato in personaggio settecentesco, appare nella seconda parte del romanzo, da milanese appassionato di antichità siciliane. È lui, che pure arde di un amore infelice per Teresa Blasco, la futura nonna siciliana di Manzoni, a tentar di risolvere i problemi del fraticello innamorato della prima parte della narrazione; ma intanto Consolo rende omaggio al mitico Illuminismo milanese, visto dal traguardo della contemporaneità: per esempio, dalla rivolta, che divenne poco dopo anche giudiziaria, contro il mostro della corruzione.
Si avvicina certo a un vero romanzo Nottetempo, casa per casa (1992). Il tema centrale potrebbe essere sintetizzato come «l’irrazionale e la storia», e fornirebbe argomenti alla negazione di principio del romanzo che Consolo ha fatto propria. Qui abbiamo, in singoli flash a luce radente, la ricostruzione dell’affermarsi del fascismo, negli anni Venti del secolo scorso, tra Cefalù e Palermo. Invece di raccontare questa vicenda, col rischio di ricadere nelle fauci dell’aborrito romanzo storico, Consolo evoca l’irruzione nell’isola di forme più o meno deliranti dell’irrazionale, dalla licantropia del padre di Petro, il protagonista, alle psicosi della sorella, alle esibizioni di un personaggio storico come l’inglese Aleister Crowley, inventore e officiante di riti satanici in cui alla promiscuità sessuale e alla droga si mescolano le invenzioni più stravaganti di religioni e leggende esoteriche.
Ma è più tardi Gioacchino Martinez, il protagonista di Lo spasimo di Palermo (1998) abbozzato in modo da risultare molto simile a Consolo stesso, a farci quasi toccare con mano, una ad una, tutte le disillusioni di un siciliano che, fuggito disdegnoso dalla sua isola, trova in Lombardia situazioni che generano in lui analoghi sentimenti di rifiuto e di condanna.
Tutti i romanzi appena ricordati, se ordinati in base alla cronologia dei fatti descritti o allusi, compongono, per momenti decisivi, una storia della Sicilia degli ultimi 250 anni. Ma dalla mia grossolana rassegna tassonomico-cronologica resta fuori uno dei lavori più mirabili di Consolo, Lunaria (1985). In esso c’è un abbandono pieno all’invenzione. Invenzione tematica e invenzione formale. Il libro non è certo un romanzo, ma appartiene piuttosto a un «genere che non esiste», a un conato di teatralità divertita fra entremés alla spagnola e teatrino delle marionette. Si sa che molta elaborazione di Consolo è «letteratura sulla letteratura». Ebbene, in Lunaria la falsariga è costituita da un racconto di Lucio Piccolo, L’esequie della luna (1967), con cui Consolo si pone felicemente in gara, non dimenticando naturalmente Leopardi. Voglio evocare un aneddoto sintomatico. Quando Consolo mi mise tra le mani il meraviglioso libretto, e io mostrai di riconoscerne alcune fonti, invece di chiudersi nell’enigma mi procurò la fotocopia dei testi cui più si era ispirato, lieto che io ripercorressi i suoi itinerari. Mai come in questo caso la letteratura cresce su se stessa, e se ne vanta. Il lettore deve partecipare, come in un gioco, all’invenzione dello scrittore.
Il mio percorso sembrerebbe aver trascurato i molti scritti di Consolo di carattere saggistico o polemico. Ma in fondo no, se pensiamo che molti o moltissimi dei suoi saggi (raccolti in volumi come L’olivo e l’olivastro , del 1994, Le pietre di Pantalica , del 1988, Di qua dal faro , del 1999) possono essere visti, per tornare a un’etichetta un tempo di gran moda, come i correlativi oggettivi dei suoi romanzi. Perché al centro dei saggi c’è sempre la Sicilia, le sue contraddizioni e i suoi mali visti con disperata frustrante insistenza, con passione e con sarcasmo da un siciliano che fugge e ritorna incessantemente: solo che qui lo stile, non gravato dalla necessità di reggere qualche complesso intreccio finzionale, può piegarsi a un’evocazione quasi impassibile delle bellezze naturali e delle ricchezze archeologiche e artistiche dell’isola, deva state forse irrimediabilmente.

Cesare Segre Lunedì 19 Gennaio, 2015 CORRIERE DELLA SERA

Le fughe e i ritorni di Consolo Sicilia non è solo Gattopardo

 

Nottetempo L’irrazionale e la storia s’incontrano, tra riti satanici, licantropia e leggende esoteriche.Allievo di Leonardo Sciascia, era agli antipodi rispetto a Tomasi di Lampedusa La ribellione di Alcàra Li Fusi è seguita con una comprensione che diventa crescente orrore

Voglio subito enunciare un giudizio complessivo: Consolo è stato il maggiore scrittore italiano della sua generazione. La sua scomparsa ha turbato tutto il quadro della narrativa nel nostro Paese, rimasto senza un punto di riferimento alto e, per me, indubitabile. Il romanzo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976, iniziato però intorno al 1969 e poi finito pochi mesi prima dell’uscita) fu una rivelazione. L’ignoto di una splendida tavoletta di Antonello da Messina nel museo Mandralisca di Cefalù divenne, con il suo sorriso, una specie di doppio di Vincenzo Consolo. Ma accanto alla vera immagine di Consolo sono spesso apparse altre due immagini: quella di Leonardo Sciascia e quella di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo, pur diversissimo nello stile, fu il maestro di Consolo per l’atteggiamento di fronte ai problemi e alle contraddizioni sempre più laceranti della Sicilia. Il secondo ne fu l’antitesi: tanto è lontano il suo Gattopardo dal Sorriso dell’ignoto marinaio , anche se entrambi hanno come oggetto lo stesso momento storico della Sicilia, percorsa da moti risorgimentali, liberata (o occupata) dai Mille a nome dell’Italia da unire, bersaglio infine di jacqueries contadine confuse, dai contemporanei, con scoppi di banditismo. È comunque da questo confronto , si disse che Il sorriso era l’anti-Gattopardo , che si può partire per qualunque discorso su Consolo. Ma sarà intanto utile esporre lo schema del romanzo, e di quelli che seguirono. I primi due capitoli del Sorriso ci portano in mezzo agli aristocratici e ai borghesi illuminati, fra i quali si stanno diffondendo le idee liberali e mazziniane.Essi odiano i monarchi borbonici e sono pronti ad affrontare, se occorre, l’esilio e la morte, come accadrà dopo la fallita rivolta di Cefalù del 1857. Gli altri capitoli, dal III al IX, sono ambientati pochi anni dopo, quando la Sicilia si prepara a passare sotto il governo dei piemontesi. Questi capitoli sono tutti dedicati ai prodromi, agli sviluppi e alla tragica conclusione della rivolta popolare di Alcàra Li Fusi, scoppiata alla vigilia dello sbarco di Garibaldi. Dietro Alcàra sta forse, per Consolo, il ricordo di Bronte e della spietata repressione di Nino Bixio, descritta da Verga nel racconto Libertà . Il barone Mandralisca, possessore del ritratto di Antonello, segue la rivolta con istintiva comprensione, ma, quando essa degenera, la vede con crescente orrore, e confessa la sua incapacità di comprendere e di giudicare. La narrazione d?autore si alterna a documenti ufficiali, brani di storici locali (come Francesco Guardione) o nazionali (come le Noterelle di uno dei Mille di Giuseppe Cesare Abba), che separano tra loro le varie parti d’invenzione.Consolo aveva gia pubblicato un romanzo, La ferita dell?aprile (1963), che al momento sfuggì all’attenzione dei critici e dei lettori. Si tratta di un Bildungsroman autobiografico, un unicum nella carriera dello scrittore (che, per parte sua, lo definiva un «poemetto narrativo»). Il romanzo narra la vita nella Sicilia del dopoguerra, fino all?occupazione dei latifondi e alla repressione ad opera dei governi democristiani.Provando a completare il quadro dei romanzi di Consolo, siamo ben consapevoli di metterci in una posizione contraddittoria, dato che Consolo stesso ha più volte dichiarato che nel romanzo storico non credeva. Diciamo allora che, bypassando il problema, prendiamo in esame i suoi libri che esibiscono dei personaggi e una narrazione continuata.Venne dunque Retablo (1987), con immagini di Fabrizio Clerici; il grande pittore, trasformato in personaggio settecentesco, appare nella seconda parte del romanzo, da milanese appassionato di antichità siciliane. È lui, che pure arde di un amore infelice per Teresa Blasco, la futura nonna siciliana di Manzoni, a tentar di risolvere i problemi del fraticello innamorato della prima parte della narrazione; ma intanto Consolo rende omaggio al mitico Illuminismo milanese, visto dal traguardo della contemporaneità: per esempio, dalla rivolta, che divenne poco dopo anche giudiziaria, contro il mostro della corruzione.Si avvicina certo a un vero romanzo Nottetempo, casa per casa (1992). Il tema centrale potrebbe essere sintetizzato come «l’irrazionale e la storia», e fornirebbe argomenti alla negazione di principio del romanzo che Consolo ha fatto propria. Qui abbiamo, in singoli flash a luce radente, la ricostruzione dell’affermarsi del fascismo, negli anni Venti del secolo scorso, tra Cefalù e Palermo. Invece di raccontare questa vicenda, col rischio di ricadere nelle fauci dell’aborrito romanzo storico, Consolo evoca l’irruzione nell’isola di forme più o meno deliranti dell’irrazionale, dalla licantropia del padre di Petro, il protagonista, alle psicosi della sorella, alle esibizioni di un personaggio storico come l’inglese Aleister Crowley, inventore e officiante di riti satanici in cui alla promiscuità sessuale e alla droga si mescolano le invenzioni più stravaganti di religioni e leggende esoteriche.Ma è più tardi Gioacchino Martinez, il protagonista di Lo spasimo di Palermo (1998) abbozzato in modo da risultare molto simile a Consolo stesso, a farci quasi toccare con mano, una ad una, tutte le disillusioni di un siciliano che, fuggito disdegnoso dalla sua isola, trova in Lombardia situazioni che generano in lui analoghi sentimenti di rifiuto e di condanna. Tutti i romanzi appena ricordati, se ordinati in base alla cronologia dei fatti descritti o allusi, compongono, per momenti decisivi, una storia della Sicilia degli ultimi 250 anni. Ma dalla mia grossolana rassegna tassonomico-cronologica resta fuori uno dei lavori più mirabili di Consolo, Lunaria (1985). In esso c’è un abbandono pieno all?invenzione. Invenzione tematica e invenzione formale. Il libro non è certo un romanzo, ma appartiene piuttosto a un «genere che non esiste», a un conato di teatralità divertita fra entremés alla spagnola e teatrino delle marionette. Si sa che molta elaborazione di Consolo è «letteratura sulla letteratura». Ebbene, in Lunaria la falsariga è costituita da un racconto di Lucio Piccolo, L’esequie della luna (1967), con cui Consolo si pone felicemente in gara, non dimenticando naturalmente Leopardi. Voglio evocare un aneddoto sintomatico. Quando Consolo mi mise tra le mani il meraviglioso libretto, e io mostrai di riconoscerne alcune fonti, invece di chiudersi nell’enigma mi procurò la fotocopia dei testi cui più si era ispirato, lieto che io ripercorressi i suoi itinerari. Mai come in questo caso la letteratura cresce su se stessa, e se ne vanta. Il lettore deve partecipare, come in un gioco, all’invenzione dello scrittore.Il mio percorso sembrerebbe aver trascurato i molti scritti di Consolo di carattere saggistico o polemico. Ma in fondo no, se pensiamo che molti o moltissimi dei suoi saggi (raccolti in volumi come L’olivo e l’olivastro , del 1994, Le pietre di Pantalica , del 1988, Di qua dal faro , del 1999) possono essere visti, per tornare a un’etichetta un tempo di gran moda, come i correlativi oggettivi dei suoi romanzi. Perché al centro dei saggi c’è sempre la Sicilia, le sue contraddizioni e i suoi mali visti con disperata frustrante insistenza, con passione e con sarcasmo da un siciliano che fugge e ritorna incessantemente: solo che qui lo stile, non gravato dalla necessità di reggere qualche complesso intreccio finzionale, può piegarsi a un’evocazione quasi impassibile delle bellezze naturali e delle ricchezze archeologiche e artistiche dell’isola, deva state forse irrimediabilmente.

Segre Cesare

 

I luoghi di Vincenzo Consolo, un romanzo per immagini

I luoghi di Vincenzo Consolo, un romanzo per immagini
26 ottobre 2014
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(foto: Carlos Freire – fonte: repubblica.it)
I luoghi letterari di Vincenzo Consolo raccontati dalle immagini del fotografo brasiliano Carlos Freire. Le foto, scattate durante un lungo tour assieme allo scrittore, da Sant’Agata di Palermo a Cefalù, da Pantalica a Palermo, saranno esposte a Parigi, in una galleria di Saint Germain, illustrate dalle didascalie tratte dai romanzi, e faranno poi parte di un libro.
di TANO GULLO, “la Repubblica”, 19 agosto 2014
È la storia di una bella amicizia. Ma anche la testimonianza del percorso letterario di uno dei grandi del Novecento siciliano. Carlos Freire, fotografo di fama internazionale, appassionato lettore di Vincenzo Consolo, prima ha “inseguito” lo scrittore con lettere e telefonate e alla fine, nel luglio del 2006, lo ha conosciuto a Palermo. Da allora non lo ha più mollato. Insieme hanno percorso in lungo e largo la Sicilia soffermandosi nei luoghi dove lo scrittore di Sant’Agata di Militello fa interagire i suoi personaggi. Freire si è innamorato di quella Sicilia vista con gli occhi di Consolo e alla fine ha preso casa a Calascibetta, sul cocuzzolo di fronte a Enna. È iniziato così il suo via vai dalla Sicilia, che continua ancora oggi nonostante il suo amico non ci sia più. Il progetto era quello di pubblicare un libro sugli scenari consoliani.
Tutto era pronto, lo scrittore aveva anche dato il suo placet ai testi e alle foto assemblati da Rosalba Galvagno, ma la morte di Consolo aveva mandato tutto all’aria. Ora quelle foto saranno esposte dal 6 novembre al 7 febbraio 2015 nella prestigiosa galleria “Dina Vierny” a Saint Germain des Près, a Parigi, nel quadro de “Le mois de la photo”, la biennale della fotografia ospitata nella capitale francese, che propone ben ottanta mostre. In seguito l’esposizione si trasferirà a Milano, la seconda città di Consolo.
Sono una cinquantina le immagini di Freire, ma solo in una, scattata a Palermo, c’è ritratto Consolo. «Il protagonista non è l’autore ma il contesto letterario — dice Freire — Consolo parla solo attraverso le didascalie con i brani tratti dai suoi romanzi, che illustreranno la mostra. Le mie foto testimoniano il percorso che insieme abbiamo fatto in un pezzo della Sicilia, quella delle sue opere».
Il libro, invece, vedrà la luce la prossima primavera, dopo la pubblicazione del “Meridiano” Mondadori sull’opera omnia dell’autore de “Il sorriso dell’ignoto marinaio”.
«È stato un privilegio e un dono aver conosciuto Vincenzo Consolo, un uomo di grandissima sensibilità, uno scrittore di enorme acume — dice Carlos Freire, nato a Rio de Janeiro 69 anni fa, naturalizzato francese dove ha fatto base nell’ultimo mezzo secolo in cui ha girato il mondo con la sua macchina fotografica — Quando sono venuto in Sicilia appositamente per conoscerlo è venuto a prendermi all’aeroporto di Palermo con la moglie Caterina e mi ha portato subito a casa sua a Sant’Agata Militello per farmi vedere da dove fosse iniziata la sua avventura umana e culturale. Avermi subito accolto nella sua dimensione intima l’ho considerato un gesto non comune. Poi da lì abbiamo iniziato a percorrere i suoi luoghi. I dintorni del paese natio, e nei giorni successivi Cefalù, dove lui ha ambientato due tra i suoi romanzi più noti: “Il sorriso dell’ignoto marinaio”, la straordinaria storia del barone Mandralisca e “Nottetempo casa per casa”, l’impatto del negromante Aleister Crowley con il perbenismo della cittadina normanna ai tempi del fascismo. Vincenzo era molto legato a Cefalù e ne illustrava abitudini e monumenti. Amava la cattedrale e quell’urbanistica medioevale. E soprattutto quel quadro straordinario del marinaio di Antonello da Messina al museo Mandralisca». Il tour poi prosegue a Palermo dove lo scrittore fa da cicerone allo Spasimo, altro luogo legato a un romanzo, alla Cattedrale, a Monreale. Gli incontri si intensificano e ogni volta si aggiunge una tessera di geografia al mosaico letterario di Consolo. Lo scrittore a raccontare e il fotografo brasiliano a immortalare i luoghi della sua opera. Natura e sentimento.
Il viaggio prosegue a Pantalica e a Messina dove inizia lo spazio “Al di là del faro”. «Era una piacevole abitudine ritrovarci per rimetterci subito in movimento. Siamo così andati a Mistretta, sui Nebrodi, e a Calascibetta, dove ho poi affittato la mia casa siciliana e a Castelbuono sulle Madonie. Siamo andati anche a Racalmuto il paese di Sciascia. Ma lì niente foto. Era il luogo di un altro grande e a me interessavano solo i romanzi di Vincenzo».
Parlavano di letteratura ma anche delle loro vite, un’avventura che in qualche misura li accomunava. «Lui è andato via dalla Sicilia, io dal Brasile. Entrambi esuli volontari. Ognuno di noi con una grande nostalgia della propria terra, ma anche con la consapevolezza che ci sarebbe stato impossibile ritornarvi. Per motivi personali e per la convinzione che tante cose ci tenevano lontano. Lui viveva con il rammarico di una Milano sempre più involgarita negli anni. Ogni tanto diceva che voleva tornare in Sicilia, però si rendeva subito conto che nell’Isola troppe cose non collimavano con la sua visione della vita. Quindi un dilemma tra il volere e il non volere, tra il poter fare e l’impossibilità a fare. E problematiche familiari complesse che non facilitavano la scelta. In qualche modo lo stesso dilemma che vivo io. Per ben otto anni, dalla mia prima emigrazione, non ho fatto ritorno in Brasile. E ancora oggi il mio rifugio è a Parigi. Ecco, è forse per tutto ciò che ci capivamo ».
Il fotografo continua a essere immerso nel mondo di Consolo, sia perché ne percorre sempre le tracce, sia perché le frequentazioni con Caterina, moglie dello scrittore, non si sono mai interrotte.
«Quello che ho cercato di cogliere in Vincenzo è la sua infinita umanità, un’umanità che solo pochi conoscono. Vorrei che i suoi lettori avessero la possibilità di farsi un’idea della sensibilità fuori dal comune di questo grande siciliano. Chi lo ha conosciuto nel profondo ne è rimasto segnato. A Parigi forse era più amato che a casa sua. Marc Fumarolì, il più insigne studioso della letteratura francese del Settecento, che io gli ho fatto conoscere, è rimasto talmente impressionato dalla sua cultura e dalla sua intelligenza che ha voluto rivederlo in Sicilia. Siamo venuti insieme a trovarlo e abbiamo trascorso giornate indimenticabili, cultura e vita vissuta ».
Freire, oltre ad aver fatto numerosi reportage da tutto il mondo — Medio Oriente, India, America latina — ha conosciuto e fotografato il gotha artistico con- temporaneo: Francis Bacon, Warhol, Yourcenar, Cartier Bresson, Amado, Barthes Foucault, Wells e altri, mentre col poeta siriano Adonis ha fatto un libro su Aleppo. Le sue opere sono esposte in musei, gallerie e collezioni europee e americane. «Ho conosciuto tanti numeri uno, ma in pochi ho colto quello sguardo penetrante di Consolo. Ecco, se proprio debbo azzardare un parallelismo, diciamo che un’altra che mi ha colpito in modo particolare è la Yourcenar».
articolo disponibile sul sito de “la Repubblica”
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La luna e lo squallore della nostra politica

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La luna e lo squallore della nostra politica

Solo la voce della poesia ci salverà dalla volgaritàdei talk show

Raramente lo sproloquio della politica è arrivato a tanto, coinvolgendo argomenti che dovrebbero rimanere al riparo dalla bassa propaganda e dal battutismo diffuso che fa tanto squallore quotidiano. Grillo ha riscritto la poesia di Primo Levi sulla Shoah («Considerate se questo è un uomo?») in chiave elettorale-burlesca. Tornato in scena, Berlusconi ha accusato i tedeschi di negare i Lager. Archiviare con un’alzata di spalle queste insensatezze nel catalogo delle gaffe o delle solite goliardate da guitti sarebbe sbagliato e persino pericoloso. Il livello (grammaticale, sintattico, argomentativo, espressivo) del discorso pubblico non è solo un segnale o un sintomo dello stato della politica: è l’essenza stessa della politica. La politica è (anche) linguaggio e il linguaggio sciatto significa necessariamente politica sciatta, priva di equilibrio nella visione ideale e nella gestione pratica. Non è un caso se la deriva della politica si accompagna da tempo con la sguaiataggine, la volgarità e la mancanza di controllo verbale di molti leader (ancora ieri, con finissima allusione, Grillo ha qualificato Renzi un «figlio di troika»). Mi veniva in mente tutto questo martedì scorso, mentre guardavo e ascoltavo, al teatro Pier Lombardo di Milano, lo spettacolo musicale «Lunaria», protagonista la straordinaria musicista e cantante catanese Etta Scollo, più nota in Germania (abita da anni a Berlino) che in Italia: escursione vocale impensabile, tra il folk e il blues. Riflettevo sul regalo di verità e di emozione che può fare la letteratura pur attraverso la finzione, diversamente dalla politica che finisce per occultare la verità fingendo di mostrarla con presunte parole forti, gettate in faccia alla gente come sabbia negli occhi. Riflettevo insomma sulla resistenza della letteratura, sulla inesausta fiducia nella parola, che si oppone alla approssimazione e alla cialtroneria ormai insopportabile della politica. «Lunaria» è una favola teatrale di Vincenzo Consolo, uscita nel 1985: racconta la storia di un Viceré malinconico e lunatico, disilluso dal degrado che percepisce intorno a sé. Una mattina si sveglia sudato e tremante: ha sognato che la luna è precipitata, spegnendosi sulla terra e lasciando in cielo un buco nero. È un presentimento, perché in una Contrada Senza Nome davvero alcuni villani si accorgono che la luna si sta crepando e che le sue falde luminose piovono dal cielo. Contro la volontà di un Caporale ubriaco, i contadini seppelliscono i frammenti lunari dentro una fontana. Solo ora, con l’intervento finale del Viceré malinconico, la luna ritroverà il suo posto in cielo: «Questa mite, visibile sembianza, questa vicina apparenza consolante, questo schermo pietoso. Lei ci salvò e ci diede la parola». La luna è la poesia, che non troveremo in nessuna sillaba di nessun talk show con grilli-renzi-berlusconi. Quando si arriva allo sfinimento delle parole usurate, cambiare decisamente registro, codice, voce può far bene. Anzi, è l’unico modo, vero choc, per dire basta e magari ritrovare un senso.

Di Stefano Paolo

Pagina 37
(29 aprile 2014) – Corriere della Sera

I contadini di Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo

Il prossimo 20 aprile ricorre il 67° anniversario della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947, quando comunisti e socialisti, assieme ad altre forze laiche e cattoliche raggiunsero la maggioranza relativa nelle prime elezioni regionali svoltesi in Sicilia. Fu la prima e l’unica volta che la sinistra nel suo insieme si candidò a dirigere la politica regionale, ottenendo il successo desiderato. Ma allora il pane si chiamava pane e le parole non avevano perduto il loro significato. I fatti sono ormai noti. La strage di Portella della Ginestra e quelle che seguirono ci hanno consegnato un’Italia che è sotto gli occhi di tutti. Ci piace ricordare con Vincenzo Consolo una delle pagine più gloriose di quell’epoca: quella dell’occupazione delle terre.

Nuvole nere vagavano nel cielo, dense come sbuffi di comignolo, da levante correvano a ponente, e nel loro squarciarsi e dilatarsi, rivelavano occhi azzurri e cristallini, lunghi raggi del sole che sorgeva, stecche incandescenti d’un ventaglio, giù dal fondo del Corso, dal quartiere Màzzaro, dal Borgo, d’in sul triangolo del timpano della chièsa gialla di Santa Lucia.
Il largo del mercato era affollato, d’asini muli giumente leardi, luccicanti di specchietti, sgargianti di fettucce nappe piume, scroscianti di campanelle e di cianciane. E cristiani erano a cavallo, a terra, aste di bandiere nelle mani, trùsce e colini pieni di mangiare, ridenti nelle facce azzurre rasate quel mattino. Aspettavano, gli occhi puntati sulla porta della Casa, l’uscita dei capi dirigenti.
Dai balconi dei palazzi prospicienti lo spiazzo, detto in altro modo l’Arenazzo (luogo di sosta de’ carrettieri venuti da Butèra, Riesi o Terranova, sfregatoio di bestie a zampe in aria, riposo dentro il fondaco, tanfo di corno arso per la ferratura nella forgia, cardi bolliti e bicchier dì vino dentro la potìa), dai balconi del palazzo Àccardi e del palazzo Alberti, dalla farmacia Colajanni, financo dalla canonica di San Rocco, guardavano a questo assembramento di villani, a questo cominciamento di processione, a questa festa nuova, fuori d’ogni usanza e d’ogni calendario.
E nel vocìo sommésso, nel mormorio di saluti e di discorsi, nello stridere del ferro di zoccoli e di chiodi, nel tintinnìo di campanelle, nel fumo di trinciati e toscanelli, trillarono i banjo, i mandolini infiocchettati de’ barbieri che, lustri più di tutti nelle facce, nelle lune e nei capelli, con le loro dita magre dall’unghie coltivate attaccarono a suonare l’Internazionale. E subito Bandiera rossa, l’Inno di Garibaldi e di Mameli. Staccarono dalle corde le stecche a cuore di celluloide quando s’aprì la porta della Casa del Popolo uscirono La Marca, Cardamòne, Siciliano, Pirrone e altri ancora, che traversarono tutto lo spiazzo, si portarono in testa, verso l’imbocco della via Bivona, e salirono in groppa alle bestie. Guardinghi, ché non tutti avevan confidenza con gli animali, questi giovani mazzarinesi usciti dalla guerra, ch’avevan studiato, ma studiato, contro i libri di carta e di parole della scuola, sopr’altri libri, e di più con passione sopra il libro del paese, in cui avevan letto chiaramente la lunga offesa, la storica angheria, la prepotenza dei baroni. Eredi ma diversi d’altri precedenti. Come don Oreste Paraninfo che nudo, di notte, suonava al violino sul balcone Mozart e Beethoven. O come don Rocco Colajanni, il farmacista, ateo inveterato, che sul letto di morte, la figlia terziària e le monache assistenti esulcerate, volle da leggere il suo Decamerone. O come il medico Giunta, ché andando sul Corso per le visite, alzando gli occhi ai balconi dei palazzi, sputava e imprecava; «Ah porci, ah baroni!».
Questi giovani ch’avevan determinato il successo del Blocco del Popolo alle elezioni, e che ostentatamente, dopo la vittoria, uno accanto all’altro, ostruendo la strada, andavano avanti e indietro lungo il Corso per dispetto agli avversari. «Una sventagliata di mitra, ecco quel che ci vorrebbe! Guardateli!… Proprio ora che sono a tiro tutti quanti… Ta-ta-tatà e, in un attimo, ci si potrebbe liberare di questi scalzacani» vociava don Turiddu Bàrtoli da sopra il suo balcone coi campieri schierati alle sue spalle. In testa, angelo custode, mignatta e protettore, don Peppino, Falzone di cognome, capo mafia di nome e d’azione, compare dello Scebba, altro capo di Butèra.
Quando tutti furono assettati sopra le cavalcature, il trombettiere della cooperativa “L’Agricoltore” suonò il motivo della sveglia, come da soldato. Il La Marca, da sopra il suo cavallo, si girò verso la folla, alzò il braccio e urlò:
“Avanti!”

(brano del racconto Ratumemi, in Le pietre di Pantalica)

Vincenzo Consolo

IN RICORDO DI VINCENZO CONSOLO

EIDOTECA
RIFLESSIONI EXTRA MOENIA ET INTER PARES

consolo

IN RICORDO DI VINCENZO CONSOLO

Di Filippo Di Gregorio

Lo scorso 21 gennaio 2012 moriva a Milano lo scrittore Vincenzo Consolo. Se ne andava uno dei maggiori romanzieri italiani del secondo Novecento, mai incline al compromesso con una moda letteraria postmodernista che da decenni debilita il romanzo nel nostro paese.

Siciliano, nato a Sant’Agata di Militello nel 1931, dal 1968 residente a Milano, Vicenzo Consolo ha scritto opere memorabili, quali Retablo, Le pietre di Pantalica, Di qua dal faro, e soprattutto i tre romanzi, un vero e proprio ciclo letterario dell’Italia unita: Il sorriso dell’ignoto marinaio, Nottetempo, casa per casa e Lo Spasimo di Palermo.

Dell’opera di Vicenzo Consolo manca, ad oggi, un lavoro di analisi critica che ne delinei la produzione, il valore artistico, il lascito culturale e i debiti intellettuali. Erede di una scuola narativa siciliana, che arbitrariamente si può definire antipirandelliana, egli frequentò Vitaliano Brancati, Lucio Piccolo, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino; di questi autori (tutti siciliani, come lui, e come la maggior parte dei narratori del Novecento italiano) egli continuò la linea di un preziosismo e di una pulizia linguistica che lo portò a forgiare una koinè del tutto originale e preziosa. Come per Bufalino, il lessico consoliano fu denominato “barocco”: nel particolare, da Giulio Ferroni (Passioni del Novecento, Donzelli editore, 1999), ad oggi autore del miglior scrutinio critico dell’autore siciliano; egli lo definisce testimone di una “bellezza sontuosa e accecante, con cui si rivela… una realtà storica e naturale insidiata dalla disgregazione e dalla distruzione” (cit. pag. 204). Lo stesso Vincenzo Consolo volle definire, in un’intervista rilasciata a Marino Sinibaldi, il proprio linguaggio: “Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati”.

Ad oggi, si aspetta che la casa editrice Mondadori pubblichi una raccolta delle opere di Vincenzo Consolo, nella collana dei Meridiani, a parziale risarcimento del ritardo riservato al suo autore più prezioso…

***

Chi scrive ebbe occasione di incontrare Vincenzo Consolo, per la prima volta, proprio in una libreria della Como del Novecento, La libreria Voltiana, ormai chiusa, e trasformata in un immondo fast food. In quell’occasione un giornalista del Corriere di Como, Dario Campione, estimatore dello scrittore siciliano, mi chiese di partecipare alla presentazione del secondo dei suoi tre romanzi, appena pubblcato, Nottetempo, casa per casa.

Nel 2005 egli mi ricambiò l’onore e presentò, alla storica libreria Feltrinelli di via Manzoni in Milano, un mio libro, L’ultimo rogo, racconto di persecuzioni e tragedie del nostro tempo moderno…

Penso che lo avesse colpito, in qualche occasione di dialogo che avevamo avuto in quei tempi, la valutazione che avevo avanzato del suo ultimo romanzo, Lo Spasimo di Palermo. Alla conclusione di quel complesso e vivo racconto della disfatta morale e civile della Sicilia degli anni Novanta dello scorso secolo, una scena sospesa non chiarisce in modo esplicito se il protagonista del romanzo sopravviva all’esplosione di un’auto bomba, in una scena spettrale del tutto simile alla reale e cruda vicenda del magistrato Paolo Borsellino. Propendo, ora come allora, per il sì, e con quel protagonista, Chino Gioacchino Martinez, intellettuale incantanto dal mondo, a parere di chi scrive moriva, in effetti, nel romanzo di Consolo, la stessa possibilità di scrittura nell’autore del romanzo. L’uccisione dell’intellettuale rappresentava la metafora di un vero e proprio annichilimento creativo dell’autore. Penso che dovesse essere molto cruda come affermazione, e forse la presentai a Vincenzo Consolo con un eccesso di distacco analitico. Egli avrebbe potuto fare altrimenti, eppure non rinunciò a offrire la sua disponibilità, tanto da presentare il mio libro (nella foto del 28 febbraio 2005).

Occorre rammentarlo: è un fatto che, dopo aver pubblicato Lo Spasimo di Palermo, Vincenzo Consolo non produsse più un’opera letteraria dotata dell’organicità, del tenore e della forza narrativa del suo ultimo romanzo: seguirono saggi, raccolte di articoli giornalistici (il più importante la raccolta Di qua dal faro), interviste. Non più un romanzo.

Dobbiamo quindi comprendere il senso e la portata di tanto intellettuale, davvero unico, refrattario al chiacchericcio televisivo, mai prono al potere, combattivo e resistente.

Penso che nella sua opera, prima di ogni cosa, ci fosse una musica compositiva. Diversi autori, anche su saggi rintracciabili in rete, hanno riconosciuto nella ritmica della prosa di Vincenzo Consolo il metro (pascoliano?) del parodo o dell’exodo anapestico: si tratta del ritmo dattilico ascendente che si trovava negli antichi canti di marcia spartani, o nelle tragedie ateniesi.

Questa intuizione musicale, anzi, come disse lo stesso Consolo, poetica, diffusa nel componimento romanzesco, a partire dal Sorriso dell’ignoto marinaio del 1967, si esalta con il passare degli anni e con l’acquisizione di una consapevolezza maggiore in Vincenzo Consolo, sino a divenire esplicitazione di una poetica nella struttura del suo ultimo romanzo, Lo Spasimo di Palermo. Proprio quest’ultimo viene introdotto da una struttura natrrativa che s’intercala tra un capitolo e l’altro, e che richiama il coro della tragedia, mostrando così in modo evidente la struttura compositiva e l’allusione alla tragedia ateniese:

“Congiura, contagio e peste in ogni tempo”…

(Si consideri che, sul piano ritmico questo inserto risponde per l’appunto al ritmo anapestico:

. . ‘ . . ‘ . . ‘ . . ‘ . .’ . )

La peste cui Consolo si rivolge, è la pervasività ossessionante del sopruso mafioso, che porterà la speranza dei siciliani al naufragio dell’ultimo attentato palermitano che divenne tomba della speranza dei siciliani onesti e morte per il magistrato Paolo Borsellino.

In particolare, dei tre romanzi di Vincenzo Consolo che costituiscono il ciclo dell’Italia unita, giova rammentare la chiave di lettura che il medesimo Consolo amava darne: si tratterebbe del racconto dei tre fallimenti della storia unitaria. Nel primo, sarebbe rappresentato il fallimento risorgimentale, il naufragio delle speranze democratiche e garibaldine nella Sicilia dei Gattopardi; e con esso, è in uno descritto anche l’eclissi dell’intellettuale: inattuale, inconsapevole, passivo, non ancora engagè, per così dire. Nel secondo romanzo, Nottetempo, casa per casa, anche qui un intellettuale, maestro elementare, è travolto dal secondo e drammatico fallimento dell’Italia unitaria, quello dovuto all’avvento de fascismo. Per la seconda volta, le speranze degli italiani naufragano in un gorgo storico, nel ventennio del buio novecentesco. E infine il terzo romanzo, Lo Spasimo di Palermo, ci presenta un ulteriore fallimento delle speranze italiane, quello repubblicano. Le speranze di una rinascita crollano di fronte alla pervasività del potere mafioso, e alle sue infiltrazioni nello Stato repubblicano; ma c’è di più, con la fine del magistrato assistiamo alla morte dell’intellettuale protagonista del romanzo, Chino Martinez, e della sua graduale presa di coscienza della violenza del mondo.

Come ho ricordato, a parere di chi scrive, non è da consierarsi casuale che l’epilogo, tragico, per l’intellettuale protagonista del suo terzo e ultimo romanzo sia prodromico all’esaurirsi della vena creativa dello scrittore sicliano. Forse studi documentati e filologicamente ben condotti sul materiale documentario di Vincenzo Consolo potranno dimostrare che così non sia stato; ma ad oggi nessuna traccia ci dimostra che Consolo attendesse a un’opera dello spessore problematico dello Spasimo di Palermo.

Forse, dal lavoro di vaglio critico condotto per la nuova edizione del Meridiano a lui dedicato sapremo qualcosa di più su Vincenzo Consolo. Di certo, sin d’ora possiamo ritrovare in lui uno dei più alti romanzieri (romanziere, malgré lui) del nostro secondo Novecento.