Ritorno al paese perduto.

Vincenzo Consolo

Sono tornato per qualche giorno al paese, nella casa paterna. Che
di paterno non ha più che il suolo. La vecchia casa in pietra, coi
balconi sulla strada principale e il terrazzo dietro, verso il mare, la
casa dove sono cresciuto coi fratelli, è stata abbattuta anni fa dai
bulldozer e al suo posto è sorto un moderno fabbricato in cemento,
con banche, uffici, studi professionali, bar al pianterreno, appartamenti
agli altri piani. La mia stanza si trova ora sul luogo dov’era
una volta, nel giardino, la noria. Bambino, passavo ore a guardare,
fra incanto e pena, l’asinello bendato, un vecchio, malfermo Platero,
aggiogato alla trave, che procedendo senza sosta per la pista
rotonda faceva girare la ruota cigolante, emergere dal pozzo le secchie
piene d’acqua. Quella grazia, nel seccume dell’estate, scorrendo
per i canaletti, irrigava l’orto, gli alberi da frutto, aranci limoni
banani fichi melograni… Dal terrazzo, vedevo anche sul tramonto
salpare le barche, le vedevo ritornare all’alba, vedevo i pescatori
scaricare il pesce azzurro, sarde alici sauri, stendere sulla spiaggia
le lunghe reti. Quei pescatori, durante le mareggiate dell’autunno,
dell’inverno, tirate le barche davanti agli usci delle loro “casipole”,
erano costretti ad andare, umiliati, a lavorare nei frantoi delle
olive, a fare altri mestieri. Sul lato della strada, che era l’antica
Regia Trazzera, di fronte alla nostra, c’era la casa delle tre signorine
Lo Monaco, maestre elementari, che avevano insegnato a generazioni
di ragazzi; del signor Currò, la cui vecchissima madre, donna
Lorenza, raccontava di aver visto passare per quella strada Garibaldi
(«Era bello, bello» diceva confermando l’oleografia. «Aveva
i capelli biondi… »); del signor Persano Adorno, che aveva la bottega
per la mescita del vino, coll’insegna d’uso del ramo di limone
pendente davanti alla porta.
Secoli mi sembra siano passati da allora. Tutto ora, come in ogni
luogo, è cambiato. Dall’attuale terrazzo della mia casa, chiusa fra
alti palazzi, non si vedono più alberi, spiaggia, mare, barche; la
strada, intasata di automobili, motociclette, pullman, camion, è di
un fragore assordante.
Sono tornato al paese per partecipare a un convegno dal titolo “Emergenza racket: per una cultura antimafia”, invitato, assieme ad altri paesani “autorevoli” che vivono fuori, dall’associazione dei commercianti. L’associazione, come tante altre nel Meridione, è sorta dopo quella, divenuta ormai famosa, di Capo d’Orlando, un paese prossimo al mio. Avevo creduto che l’associazione del mio paese fosse sorta non per reale necessità, non perché nel paese, di modesto benessere, vi fossero dei delinquenti che minacciassero e taglieggiassero i commercianti, ma per un fatto imitativo o, più nobilmente, per solidarietà con i commercianti di Capo d’Orlando. E il convegno mi sembrava dettato da un’esigenza tutta attuale di cerimonialità spettacolare. Preparavo dunque il mio intervento per il convegno dell’indomani. Stavo scrivendo: “L’ultima provincia, la provincia addormentata: così era chiamata questa nostra. Ma la sua estraneità, il suo sonno erano dovuti a una sorta di quiete sociale, a una probità e moralità nelle relazioni umane. Qui non esisteva il feudo coi suoi mali, qui era il regno della piccola proprietà contadina, qui eravamo fuori dalla cancrena della mafia che allignava nel latifondo. Mai in questa nostra zona s’erano verificati assassinii di braccianti, capilega o sindacalisti, come al contrario nelle campagne del Palermitano o del Nisseno negli anni del primo e del secondo dopoguerra… Da questa parte, protetta quasi da una immaginaria muraglia – un muro che era di storia, di civiltà diversa – la mafia non era mai giunta…”. Questo scrivevo nel cuore della notte, quando il boato tremendo di una esplosione interrompeva il mio scrivere. Pensai all’esplosione di una caldaia, di una bombola
di gas, ma appresi poco dopo che una bomba era stata fatta esplodere dai taglieggiatori davanti al portone del locale Museo dei Nèbrodi, dove si sarebbe svolto il convegno. Il museo raccoglie tutti gli oggetti contadini della zona, attrezzi di lavoro, di uso domestico, costumi. Io stesso avevo donato a suo tempo un mantello nero di lana di capra che portavano i pastori sui monti. Mi dice il presidente dell’associazione che l’inizio del convegno ritarderà di qualche ora, il tempo per far sgomberare le macerie, i vetri infranti davanti al portone dell’edificio. C’è poi un grande afflusso di gente al convegno, c’è il vescovo della diocesi, le autorità, i comandanti militari, i rappresentanti dei partiti, dei sindacati. C’è apprensione, e per sempre, il ricordo della noria con l’asinello bendato e del giardino coi frutti. E mi sembrò improvvisamente inadeguata, fuori dal tempo la mia fiducia nel linguaggio, nel linguaggio della memoria, che è il linguaggio della letteratura. Inadeguata mi sembrò la letteratura, e fuori dal tempo, in questo nostro Paese invaso ormai, sommerso in ogni suo angolo fino a ieri sereno, incontaminato, dalla grande mafia, dal malaffare politico, dalla piccola delinquenza degli estortori. I quali ultimi sono magari i figli o i nipoti di quei pastori che portavano sui monti il mantello nero di capra. Ma un paese in cui non c’è più spazio per il linguaggio della letteratura, della poesia, è un paese perduto, senza speranza.
da Il Manifesto. 3 aprile 1992 , confluito nel libro “La mia isola è Las Vegas, aprile 2012