Enzo Consolo, le battaglie dell’ignoto marinaio

Enzo Consolo, le battaglie dell’ignoto marinaio

Lo scrittore è morto ieri a Milano. Aveva 78 anni. Ha raccontato una Sicilia che non si rassegna

LO scrittore Enzo Consolo

22/01/2012
MARIO BAUDINO
TORINO La Stampa

Vincenzo Consolo è morto ieri a Milano, dopo una lunga malattia. E’ stato uno dei nostri autori più studiati e amati dalla critica, ma anche l’oggetto di un vero e proprio culto filologico in molte università straniere, dall’America alla Spagna. I funerali sono previsti domani a Santagata di Militello, dove era nato nel 1933, in provincia di Messina. E’ stato uno scrittore che coniugava l’attenzione al linguaggio, con punte di fiero sperimentalismo, all’impegno civile, a una critica tra l’acre e il sarcastico della società italiana. E’ stato uno scrittore non facile e a tratti impervio, che tuttavia ha avuto due momenti di grande notorietà mediatica.

Il primo fu quando uscì il suo libro più importante, Il sorriso dell’ignoto marinaio, accolto come una rivelazione. Il secondo, meno piacevole, ha una coloritura politica. Gli accade infatti, fresco vincitore del premio Strega con Nottetempo, casa per casa, di venire molto sbertucciato soprattutto da destra per aver detto ai giornali, correva l’anno 1993, che avrebbe fatto senza esitare le valigie se mai il leghista Marco Formentini fosse diventato sindaco di Milano. Sembrava una boutade radical chic, ma Consolo, da siciliano orgoglioso e intransigente, non cercò di schermirsi. Si ripeté anzi nel 2002, annunciando anche a nome di Tabucchi e Camilleri che non sarebbe andato al Salone del libro di Parigi, dove era Paese ospite l’Italia, non volendo in alcun modo «rappresentare un governo che non ha nulla a che spartire con la cultura».

Le polemiche si sprecarono; lui, gentiluomo cocciuto, evitò sempre di alzare la voce, continuando peraltro a vivere in Italia e ad abitare serenamente nella città lombarda (sindaco intanto era diventato Gabriele Albertini) dove era approdato nel ’68, e dove ha trascorso la sua vita professionale – alla Rai – e intellettuale. Senza mai dimenticare la Sicilia. Alla Cattolica di Milano aveva studiato, nell’isola era tornato per laurearsi in giurisprudenza e persino per un praticantato come notaio. La sua vocazione era però la letteratura, gli amici Leonardo Sciascia e Lucio Piccolo. Ci arrivò per tentativi, provandosi con tutte le forme di narrazione, non solo quella televisiva. Si misurò persino con la cronaca nera. Non era forse il suo campo: ma fu il momento decisivo per lo scrittore.

Era il 1975, e Consolo fu convinto da Vanni Nisticò, direttore dell’Ora di Palermo, a tentare la via del giornalismo. In quel momento aveva alle spalle un romanzo del ’63, La ferita d’aprile, e un racconto pubblicato in un’antologia di Sciascia. Proprio mentre seguiva a Trapani, in corte d’assise, il processo al «mostro di Marsala» (un delitto atroce, tre bambine gettate in un pozzo da un certo Michele Vinci), ricevette le bozze dei primi due capitoli del suo nuovo romanzo. Li stava facendo pubblicare in un’edizione numerata, con un’incisione di Guttuso, da un bancarellaio milanese di origine siciliana. Per caso li vide Corrado Stajano, nell’isola anche lui come cronista, che ne scrisse sul Giorno. Il risultato immediato fu che arrivarono molte telefonate di editori entusiasti, e Consolo dovette tornare al Nord per rimettersi di buona lena al lavoro e finire il romanzo, che uscì l’anno dopo. Era Il sorriso dell’ignoto marinaio.

A Trapani aveva però sentito il rumore di fondo della mafia, raccolto le confidenze di un pm che qualche anno dopo sarebbe stato assassinato, maturato compiutamente la sua idea di impegno civile che lo avrebbe portato a esporsi senza timori, testardo nell’additare i mali della Sicilia, nel chiederne conto. Era una voce critica, e tale è rimasto sempre. Anche nei momenti più imbarazzanti, e in particolare in quell’anno cruciale che fu il ’79. La moglie amatissima cui era dedicato Il sorriso, Caterina Pilenga, venne arrestata nel blitz di dicembre contro gli «autonomi» di Toni Negri. Le accuse contro di lei erano secondarie, come ad esempio quella d’aver partecipato al furto di un quadro per finanziare l’organizzazione.

Leonardo Sciascia la difese pubblicamente, asserendo di non credere «assolutamente che potesse vivere quella doppia vita che le attribuiscono»: «se per caso si è trovata a conoscere qualcuno è stato per questo suo modo di vivere generosamente». Consolo ammise di non averne saputo né tantomeno sospettato mai nulla. Nella Milano degli anni di piombo succedeva anche questo.