UNA BALLATA PER LA BELLA ROSALIA

Meno elegiaco-ironico di La ferita dell’aprile (1963), meno espressionistico-allegorico di Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), meno visionario-filosofico di Lunaria (1985), Retablo (pagine 164, L. 8.000. Sellerio), quarta opera narrativa di Vincenzo Consolo, risottolinea alcuni dei caratteri dello scrittore siciliano: l’esercizio mimetico-parodico (di matrice gaddiana), l’andante affabulato-rio-rapsodico (di matrice calviniana), il simbolismo lirico (di matrice vittoriniana). Tutti questi elementi di una scrittura colta, raffinata, poliedrica, mistilingue, in Retablo sono messi al servizio di una ballata-pastiche che combina slanci romantici e illuministici interrogativi. Retablo, rappresentazione a tre voci di vicende amorose e di viaggi, ha per sfondo la Sicilia del 1760-1761: ne sono protagonisti il pittore lombardo Fabrizio Clerici (in viaggio per dimenticare Teresa Blasco che sposerà Cesare Beccaria), il giovane frate questuante Isidoro che lascia il convento della Gancia per amore della bella Rosalia e Rosalia Guarnaccia che lascia Ciccio Paolo Cricchio (ex frate Isidoro) in un certo senso per restargli fedele, perché sposa un vecchio marchese senza più desideri carnali e che la fa debuttare come cantante in un’opera di Cimarosa. L’amore è, in Retablo, orficamente rivelazione e follia, mentre il viaggio è conoscenza, iniziazione, educazione, ritrovamento. Le sequenze più belle della ballata di Consolo sono quelle dedicate alla visione notturna di Palermo, alla festa di santa Rosalia di Alcamo, alla sosta nelle terme di Segesta, alla scoperta della necropoli di Mozia; o quelle dedicate a variazioni su nomi o emozioni: Consolo è, al meglio, scrittore di incantevole virtuosismo linguistico-musicale. “Rosalia, Rosa e lia Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello si è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia zàgara e cardenia… Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento… Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?”. Così si apre il cantare (l’operina per sontuosi pupi) di Consolo; ed ecco il visivo movimento del primo fondale, Palermo: “mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillio lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillio di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglio di vetri de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade”. Consolo sa rappresentare molto bene l’amore che si incarna e disincarna “in beatitudine o in ebetudine” e gli itinerari che portano a scoprire lo “svariare e colorirsi della vita”. ‘. Più impacciati sono, invece, i risvolti del pastiche in cui la mimesi del conte philosophique settecentesco lo porta a ragionare di vita/storia (Sfinge, Medusa e Persefone come la donna amata) nel tentativo di darne una decifrazione: come a dire che lo scrittore si lascia accendere più dell’imprevisto della fantasia che dal mobile o nobile codice della ragione. La trasgressione fantastica permette a Consolo di presentarci Fabrizio Clerici che dialoga con lo scultore barocco Serpotta (in realtà è morto nel 1732) o di ipotizzare un abate-poeta Meli che palpa sospirando ormai vecchio Rosalia (mentre nel 1761 Meli aveva appena vent’anni); così come la libertà fantastica permette allo scrittore di presentarci il rapporto tra un cavaliere lombardo del Settecento e un frate palermitano della Gancia come una medianica reincarnazione della coppia cervantesiana formata da un rozzo contadino e un hidalgo della Mancia con Teresa Blasco e Rosalia che sono la duplicazione dell’inafferrabile Dulcinea).

Raffaele Crovi
Vincenzo Consolo Retablo
Sellerio editore Palermo
Gran Milan n.17 Un libro al mese

Un gioiello finemente cesellato


Fabrizia Ramondino


Ci sono romanzi, scriveva Walter Benjamin, che somigliano a una catasta di legna da ardere; e mentre la legna arde, si consuma. con quello dei protagonisti del romanzo, anche il nostro destino … Retablo è invece un gioiello, finissimanente cesellato, come quelli di Dalì, che sapeva rendere con un rubino un cuore palpitante di vita, simile a un frutto di mare, a prendere il quale nel fondo dell’acqua si trovano nel contempo attrazione e ribrezzo. Ovvero, come suggerisce il titolo, è un retablo, parola spagnola che indica pale d’alare o successioni d’immagini dipinte meravigliose. Nel nostro caso se ratta di un trittico, le cui tavolette evocano la quête dei cavalieri erranti, l’orazione, la peregrinazione, la verità trovata. Spesso gli artisti dediti alle arti figurative si sono rammaricati di non riuscire a raffigurare il tempo; Consolo, con un procedimento à rebours, ha voluto imitare i pittori.
Se si ricorre al paragone del gioiello, esso raffigura la Trinacria. Pietre preziose e semipreziose, minerali rari e vili, smeraldi e corallo, marmo e alabastro, argento e oro, salgemma e piombo, sono stati impiegati a profusione dall’artefice per raffigurare la Sicilia di due secoli fa: i cibi semplici o elaborati al limite del disgusto, gli zibibbi e i grappoli di pasta di mandorle, inganno per l’assetato, teatro della gola per il sazio, le plebi lacere e lazzare, gli ozi crudeli dei ricchi, l’operosità degli artigiani, i pastorali ospitali, ancora oranti dinanzi alla statua della Grande Madre, i briganti feroci e umani, pronti a fraternizzare con i corsari, i frati lussuriosi, i nudi e neri operai delle saline, i contadini dediti alla fatica di dissodare il campo – e pietre maledette sono cocci di urne funerarie fenicie, membra di statue greche -, l’innestatore di aranci, innamorato della sua arte e dei frutti che produce, lo sfarzo delle chiese barocche, la solitudine estatica dei templi sul mare, la bellezza delle donne, la carnalità e la purezza, la bontà e la ferocia… Un’ode alla Sicilia, e nell’ode più odi: all’arancia e al corallo, a Rosalia la santa e alle Rosalie profane, al latte e al cacio di capra, all’amata e all’amato… e sempre odi al cielo e odi al mare.
Se il libro somiglia a un retablo, fra le molte meravigliose storie raffigurate, una è la principale: l’antagonismo fra Dioniso e Apollo – così intende Consolo la loro relazione -, fra vita ed ebbrezza mortale. La tavoletta centrale del trittico è dedicata al cavaliere milanese Fabrizio Clerici, pittore, che, respinto dalla donna amata, Teresa Blasco, invaghita di Cesare Beccaria, viaggia in Sicilia per dimenticarla e descrivere il nuovo paese all’amata lontana. Antidoto contro il mal d’amore è quindi il viaggio. Ma ancora di più lo è l’arte, di cui il viaggio è in realtà metafora. Il cavaliere non è tuttavia un esteta, il più gramo fra gli uomini ha per lui un valore incomparabilmente maggiore di una splendida statua greca. Il primo portello è dedicato a Isidoro, frate che vende bolle d’indulgenza; per amore di Rosalia fugge il convento, finisce fra i facchini del porto, finché viene preso a servizio dal cavaliere milanese che accompagna nelle sue peregrinazioni. Qui Isidoro narra la sua passione, i suoi tormenti, la sua finale pazzia d’amore. Il secondo portello, corrispondente al primo per brevità e intensità narrativa, è dedicato alla vera Rosalia, dopo i tanti abbagli, le tante Rosalie, sante, statue, ragazze, che figurano nel racconto. Qui ella tesse le lodi di Isidoro, l’unico amato. Ma ha visto donne infelici nel vico nero dove è nata, fugge perciò l’amato povero, diventa la mantenuta di un duca decrepito, che le fa studiare il canto. E annuncia che partirà presto, ingaggiata per cantare Cimarosa. Ha fatto sue le parole del castrato, suo maestro: «Siamo castrati, figlia mia, siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore.
 Il tempo, il nostro tempo, che Consolo ha provato a esorcizzare, ‘insinua nel romanzo con abile gioco di baro, con ammiccamenti,
chiamate, rimandi. L’espediente più innocente è l’avere scelto come protagonista Fabrizio Clerici, pittore contemporaneo, come tutti san-no, e non del secolo dei lumi, presente nel libro anche con cinque disegni – e il virtuosismo tecnico del pittore ben corrisponde a quello dello scrittore. Immediato è anche il parallelo tra l’ottimismo del secolo dei Lumi e la fede, ancora cieca, nel progresso tecnico e sociale, del nostro. Ma solo dai molti ingannevoli ammiccamenti si comprende la nuova e diversa forma che ha assunto oggi la separazione tra i sessi, e si legge un’antica, e attuale, misoginia. Infine, e al modo del paradosso, il Novecento irrompe proprio nel raffinato pastiche stilistico che sembra imitare una lingua antica. Infatti i vocaboli arcaici, dialettali, inusitati, i lacerati aulici, le allitterazioni, le amplicazioni; le anastrofi, le apostrofi, le assonanze; le deprecazioni e le invocazioni; la frequente scansione metrica delle frasi e l’imitazione dei cantastorie siciliani: sono tutti stilemi in parte ripescati dal passato, ma soprattutto scaturiti dalla maggiore libertà, almeno linguistica, conquistata nel nostro secolo, e di cui proprio in terra lombarda, dove vive Consolo, si è fatto Ottimo uso.

Il Mattino, 3 novembre 1987
pubblicato anche nella rassegna trimestrale di cultura “Nuove Effemeridi”
Edizioni Guida 1995

Un gioco di specchi

Giuliano Gramigna

Lunaria è un cuntu, una narrazione (tecnicamente), a dispetto dell’elenco dei personaggi e della struttura a scene? […] Il dilemma, posto che sia essenziale, non è ancora sciolto. Il lettore apre il libretto, e subito incontra: «Città caduta affranta, misericordia di quiete dopo il travaglio, silenzio, pace». Di li a poco, una voce recita: “Origine del tutto, / fine di ogni cosa, / eco, epifania dell’eterno, / grembo universale, / nicchia dell’Averno, / sosta pietosa, oblio». In qualche modo, l’orecchio può cogliere un’eco del coro dei morti nello studio di Federico Ruysch. La citazione, meglio: la criptocitazione, volentieri dedotta da testi famosi, risulta una componente significativa di Lunaria. Più avanti, il Viceré che parla dietro il manichino, inciamperà con mirabile anacronismo nel Cimitero marino di Valéry (la piana che palpita di scaglie», gli «uccelli bianchi, tanti fiocchi», che «predano» la superficie del mare…). I cerusici, chiamati a diagnosticare i “desvanecimientos” del Viceré, rifanno il verso un po a Molière ma anche al dottor Azzeccagarbugli. Non mancherà anche un’entrata di Pirandello. Tutto ciò vuol dire qualcosa. L’accensioni i rimandi ad altre opere, più o meno evidenti, qui sembra preordinata a soffocare fin dall’inizio qualunque slancio fabulatorio ossia dinamico; a fomentare piuttosto un gioco di specchi moltiplicatorio e immobilizzante. Terrificato dal primo raggio di luce che entra nella sua camera, il Viceré si lamenta: «No, no, no… Avverso giorno, spietata luce, abbaglio, città di fisso sole, isola incandescente.. Porfirio, Porfirio, torcia di catrame, selvaggio figlio di terre inospitali, lucifero crudele, ahimè, i miei nervi nudi, le mie vene, la mia pelle, i miei occhi». La sintassi rincalza – con il dominio quasi assoluto della frase nominale con la sequela delle apposizioni – il rifiuto, quasi ribrezzo, del moto, del cambiamento, insomma della narrazione. Nell’auspicio più profondo del Viceré, tutto dovrebbe restare fermo, in un nodo di assenza, di svenimento. Ha visto in sogno, come nei versi leopardiani, cadere la Luna dal cielo, lasciandovi una nicchia, un buco. In effetti, in una contrada innominata della Sicilia, su cui regna il Viceré, la Luna viene giù a pezzi, spaventando i contadini. Un frammento è portato a corte, oggetto di disputa dotta da parte degli accademici; finché una cerimonia lustrale, ancora dei contadini, non farà riapparire la Luna in cielo. Al Viceré, dubitoso della propria e altrui consistenza, non resterà che rivolgerle un ultimo saluto: “cuore di chiara luce, serena anima, tenera face, allusione, segno, sipario dell’eterno». Questa pantomima “verbale”, immaginata per una Sicilia possibilmente settecentesca, in effetti fuori tempo, assume nella sua struttura fragile, direi perfino divertita, valori di opposizione astronomica che sono, alla base, di opposizione metafisica: il Sole contro la Luna la necessità imperiosa, violenta della vita, dell’agire, contro l’estinzione, il non-essere. La Luna è pura iscrizione siderale, dietro la quale, per poco che si frantumi o cada, si scopre il vuoto, il niente. Questo niente, che sta sotteso alla favola del libretto, è dirò così rammendato da un verbalismo sfrenato, ostentatorio nel suo eccesso, che adibisce latinismi e ispanismi, barbarità dialettali, rotondità barocche, figurazioni di un’estetica del vuoto un po’ manganelliane (dico come riferimento…). Il lettore vede ricomparire moduli e processi già degustati in un precedente libro di Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio. Là era la Storia, dichiarata vacua e inscrivibile se non per mano del potere; qui l’intimazione o il sospetto di non-esistenza investe l’intera realtà umana, o almeno ciò che ne può apparire a un Viceré, manichino del potere. Altro è il rapporto che mantengono istintivamente con il mondo, con la Luna, i contadini, li abitatori delle ville, i terragni», forze, realtà animali incomprensibili.

(Corriere della sera, 15 maggio 1985)

Lunaria, una favola teatrale



Questa mia intervista a Vincenzo Consolo risale all’aprile 1985, poco dopo l’uscita di Lunaria presso Einaudi, ed è rimasta inedita salvo poche righe che citai in una recensione apparsa su “l’Unità” il 7 maggio.
Ho ritrovato fra le mie carte il manoscritto originale, nel quale Consolo aveva trascritto le mie domande e scritto le mie risposte. E’ un intervista interessante che tocca alcuni temi fondamentali di Consolo: la visione conflittuale della storia, la diversità come disvelamento, la commistione dei generi, la sperimentazione plurilinguistica, il discorso critico sul potere e sugli umili, e altro ancora.

D. La storia di questo libro: com’è nato, dall’ interno?
R.  Ho sentito sempre il bisogno, nello scrivere, di appoggiarmi a una salda, precisa trama storica. La storia è stata sempre il supporto di ogni narrazione. Lunaria è nato invece come da uno scarto, è qualcosa che dalla trama storica si stacca e plana sopra. Il potere è sempre una “vastasata”, una sconcezza, ma può esistere un viceré che, come in Lunaria, non crede nel potere, che, al di sotto dell’ottuso livello della solare vitalità, riesce a vedere più degli altri la realtà. Un viceré notturno e malinconico.  Un innocente. Come lo sono gli estranei, gli espulsi dai confini, gli esotici, i lunatici, i depressi, e i poeti. Esiste un viceré così? A me è piaciuto immaginarlo. Immaginare un uomo di potere estraneo ai ministri, agli inquisitori, ai nobili, agli ecclesiastici, estraneo alla moglie e ai parenti, ma che comunica col valletto delle Americhe e con i villani di una remota contrada senza nome.

D. Rispetto Al sorriso dell’ignoto marinaio come si colloca, anche dal punto di vista delle implicazioni politiche?
R. L’intento nel Sorriso era stabilire una verità storica contro le mistificazioni. Qui in Lunaria forse l’intento, al di là della storia, è quello di ricercare una verità umana oltre che culturale è poetica. Una fuga, un sogno? Forse. Ma la mongolfiera favola non vola liberamente tra le nuvole, è trattenuta alla terra da salde funicelle (storiche e culturali: si vedano in appendice al libro le Notizie). E anche il viceré alla fine riporta tutto alla realtà. Dice ai villani: “Non sono più il viceré. Io l’ho rappresentato solamente. E anche voi avete recitato una felicità che non avete.” Un rito di “sortita”, come nel finale di tutte le favole, che alla luna ci riporta a terra.

D. Perché una favola teatrale? E come la vedi e come la vedi collocata in questo rimescolamento di generi?
R. Favola come un modo di narrare. E si adattava anche, il genere favolistico, al periodo storico e al fatto narrato. Teatrale come tentativo di uscire dal genere narrativo. Quella teatrale è una forma ellittica, sintetica, dove sono eliminate le parti descrittive, informative proprie della narrazione. E la forma sintetica mi permetteva quindi di sconfinare in quella poetica (forma dico, non sostanza).
Lunaria, ancora, mi ha permesso di proseguire il mio gioco linguistico, mimetico, parodistico; mi ha permesso di accentuarlo.

Gian Carlo Ferretti
7 maggio 1985
Microprovincia rivista culturale diretta da Franco Esposito
Gennaio – Dicembre 2010

Lettera a Natalia Ginzburg.

Sant’Agata

Carissima Natalia
ho letto il tuo “ La città e la casa”, che gentilmente mi hai inviato,
ti ringrazio per questa lettura. E’ uno dei rari romanzi, oggi, il tuo .
Veramente contemporaneo. Quell’umanità che dentro vi vive, a Roma o
in America, mi è sembrata che fosse appena uscita, che fosse la
impressione di un disastro e ancora scolpita dai sussulti
sull’onda lunga di quel disastro. Ma a pensarci, è sempre così
la vita, quando la si esprime nel momento in cui essa si svolge.
Solo nel passato, nel ricordo, essa si mitizza, si passa  in una
dimensione univoca e “letteraria” di tragico, di felice e di altro.
Certo. E ho capito anche l’estrema difficoltà di scrivere un
romanzo epistolare a più voci, dove i due piani, informativo ed
espressivo, coincidano è in una sola corda bisogna tessere il
racconto, caratterizzare i personaggi e il volto dei personaggi,
ho più amato naturalmente Lucrezia e Alberico.
Grazie ancora. Ti auguro molti e intelligenti lettori.
Ti auguro anche buone feste natalizie.

Tuo
Vincenzo Consolo

dicembre 1984


“Dentro il paesaggio”

Per Rino Scognamiglio

Sul lago di giallo cadmio, d’ocra dorata, di limone, naviga un paesaggio
vivido, verde terra, rosso cinabro, un campo in cloisonnage che si
stacca per urgenza, affresco per fioritura di salnitro, isola vagante al soffio
dei venti. E il lago e il campo hanno tagli vibranti, argentei, lunari, ferite
per febbri di crescenza, pulsioni d’umori incubati, frenetiche ansie, primaverili insorgenze

Verde che spiega al flabello, si modula a scala, in crescendo, terra oliva
cobalto smeraldo veronese, a bande si piega in volute, a chiocciola,
a spirale. La cui ansa, seno, golfo, madreperla muschiosa, è lambita da onde, da ritmi azzurri, marini, vibrazioni orizzontali, trasparenze abissali.
E su terra mare cielo, fiammate, incandescenze, immobile luce, pietrificata,
d’estivi meriggi.

Rossi piani che si incontrano, s’intersecano a angolo – il verticale è
più ardente, di sangue cristallino, vermiglio, più cupo l’altro, indiano
o porporino. Sul quale, in parallelo, in geometrica cadenza, occhieggiano,
in processione vanno lumache smeraldine, cespi, chiome, avvolgimenti,
viti d’una vigna in fiamme un tramonto senza fine, autunnale.

Grava sulla distesa bianca un bianco aggrumato d’argento o di zinco, e vene d’azzurro
serpeggiano, riflessi di ghiacci o metalli. Memorie vaghe riemergono, affiorano pallide, incerte, a linee, a macchie, sogni di blu e di rossi, nostalgia di forza e calore, da lontani, sepolti paesaggi, nel freddo e nell’atonìa del sonno che non promette risvegli.

Paesaggi, nelle cadenze del perenne giro del tempo. D’una natura riemersa in variazioni di luce, un gioco infinito di toni. In pigmentazioni, in grumi materici. E se una commozione, un sentimento vibra per le linee
e i colori, lo stesso senti che non siano nella natura, ma nella nostalgia della natura. Che uno strazio grava sopra quelle tele, che il dolore d’una lontananza, d’una perdita le impregna. Dolore per il tempo che inesorabilmente ci stacca, ci trascina verso gli abissi del buio e dell’oblio; per una natura lontana,
inaccessibile dietro spesse lastre di cristallo.

Qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario…

Il Montaliano reliquiario è qui la tela che è lo strappo d’un affresco, il
recupero estremo d’un paesaggio che vetustà, erosioni, opera devastante della storia sono sul punto
di cancellare, disperdere nel nulla.
In passato, nelle tele di Scogliamiglio c’era come l’impressione di reperti paleontologici , di paesaggi, forme
violate da tagli verticali, come certe erbe, certi pesci nel cuore delle pietre.
Oggi c’è come un ribaltamento di piani, come una disposizione di quei reperti nella loro primitiva posizione orizzontale, una riesposizione al sole. E conseguente rimetterli nel ciclo del tempo, nella vicenda della luce e del colore.
Per una più pressante forza della memoria, per un più acuto bisogno di poesia.

Vincenzo Consolo

Milano, febbraio 1984

“Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth” di Anonimo

 

Romanzo d’amore e d’avventura

di VINCENZO CONSOLO

Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe e di Rachele, odiato dai fratellastri, venduto a mercanti ismaeliti e finito schiavo in Egitto; oggetto di desiderio della moglie di Potifar, consigliere del faraone, calunniato e imprigionato; liberato e irresistibilmente asceso grazie alle sue facoltà oniromantiche, al potere e alla ricchezza; salvatore dell’Egitto e del suo popolo dalla fame durante i sette anni di carestia, questo Giuseppe, non solo occupa il suo posto importante e singolare nel libro dei libri, nella Bibbia, ma trasmigra in altri libri sacri, dal Talmud al Corano. E da sempre ha acceso fantasie, ha mosso il bisogno di sciogliere enigmi contenuti nel conciso testo biblico, di dipanare e arricchire il racconto originale, di togliere questa figura dalla sua intangibile e impenetrabile corazza di sacralità, di profezia, di missione, di bellezza e di virtù, e umanizzarla, laicizzarla: ha mosso insomma il bisogno di imbastire racconti sul racconto, di scrivere libri sul libro. Da tutta la letteratura orale e scritta mediorientale fino ai cosiddetti pseudepigrafi, fino ai moderni scrittori occidentali, da Goethe a Mann.

In Poesia e verità, Goethe ricorda che, da ragazzo, sulla storia di Giuseppe aveva costruito un’ampia narrazione, che poi aveva distrutto. Scrive: “Questa semplice e spontanea storia (…) si è tentati di completarla in tutti i suoi particolari “.  E Mann, coma ad accogliere l’invito del suo predecessore, dedicò sedici anni della sua vita a riscrivere la storia di Giuseppe, sedici anni a scrivere una tetralogia dal titolo Giuseppe e i suoi fratelli.

Ma c’è, nella biblica storia di Giuseppe, “bello di forma e avvenente di aspetto”, del “casto” Giuseppe, un episodio che più degli altri è conciso, sibillino; più degli altri ha posto problemi di ordine esegetico, religioso.

È l’episodio del suo matrimonio con l’egiziana Aseneth ( matrimonio misto, d’un figlio d’Israele con una straniera) .  Episodio che più degli altri ha acceso quelle fantasie narrative di cui dicevamo.

Così racconta la Bibbia: “E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat – Panache e gli diede in moglie Aseneth, figlia di Potifera, sacerdote di On”; “Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l’anno della carestia; glieli partorì Aseneth (…) Giuseppe chiamò il primogenito Manasse (…) E il secondo lo chiamò Efraim (Genesi, 41,43).  Su questo episodio s’imbastisce il bellissimo romanzo in lingua greca dei primi anni dell’era cristiana, di autore anonimo, presumibilmente della comunità ebraica di Alessandria.  Il romanzo s’intitola Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth.  Il quale ora, felicemente tradotto da Marina Cavalli e accompagnato da una dotta e appassionata nota di uno dei nostri maggiori grecisti, Dario Del Corno, è pubblicata dall’editore Sellerio.

La storia di Giuseppe in Egitto, il suo matrimonio con Aseneth, è senza dubbio la storia di un emigrato che si integra nel nuovo mondo, col suo potere, fino a impersonarlo anzi, dopo il faraone, fino a cambiare nome, fino a sposare una idolatra. Da questo punto “dubbio” della vita di Giuseppe, che ha gettato un’ombra sul popolo eletto, parte l’indagine di Del Corno, muovendosi tra l’ironia moderna di Mann, che fa bruciare a Giuseppe “incenso davanti a un’immagine del falco Horacte con il disco solare sulla testa” (Giuseppe in Egitto), e l’astuzia della teologia antica, che arriva a trasformare l’egiziana Aseneth nell’ebrea nipote di Giuseppe, figlia di Dina, per mettere in luce la terza via rappresentata da questo romanzo greco: di Aseneth convertita per amore.  Un’opera “al punto di incrocio tra l’apologetica e la fiaba, il romanzo e l’allegoria” scrive Del Corno. Per noi romanzo soprattutto d’amore e d’avventura, nettamente diviso in due parti.

Nella prima, campeggia la stupenda figura di Aseneth, “maestosa e fiorente”, chiusa nello splendore delle sue vesti, dei suoi gioielli, delle sue camere animate dalla virginale presenza delle sette ancelle, in cima alla inviolabile torre in mezzo a un giardino di delizie; di Aseneth che, folgorata d’amore, dopo sette giorni di espiazione con lacrime, cenere e digiuno, “convertita”, risorge a nuova vita e sposa Giuseppe. Nella seconda, tutta azione, intrighi, agguati, battaglie, ferimenti e uccisioni, è il trionfo del bene sul male, di Giuseppe sul figlio del faraone.

 

Romanzo carico di simboli, ora chiari ora indecifrabili; opera che, al di là delle sue ipoteche teologiche, religiose, vive di una sua autentica vita letteraria, di una sua vera poesia.

Da Il Messaggero 15/2/1984

Lingua originale: greco antico
Traduzione di Marina Cavalli
Titolo originale: Πράξεις του̃ παγκάλου ‘Ιωσήφ καί τής γυναικòς αυ̉του̃ Ασενὲθ θυγατρòς Πεντεφρη̃ ‘ιρέως ‛Ηλιoυπόλεως
Nota di Dario Del Corno
4 illustrazioni a colori
Una delle più poetiche storie, imperniate sulla figura di Giuseppe, proliferate dalla tradizione biblica.

L’ignoto marinaio

Non c’è turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose – libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è, splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il più misterioso e inquietante.

E’un piccolo dipinto ad olio su tavola (misura 30 centimetri per 25), non firmato e non sicuramente databile (si presume sia stato eseguito intorno al 1470). Fu acquistato a Lipari, nella prima metà del secolo scorso, dal barone Mandralisca: e glielo vendette un farmacista che se lo teneva in bottega, e con effetti – è leggenda, ma del tutto verosimile – che potevano anch’essere fatali: per il ritratto, per noi che tanto lo amiamo. Pare che, turbata da quello sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo, la figlia del farmacista l’abbia un giorno furiosamente sfregiato. La leggenda può essere vera, lo sfregio c’è di certo: ed è stato per due volte accettabilmente restaurato.
Lo sfregio – e ce lo insegna tanta letteratura napoletana, e soprattutto quel grande poeta che è Salvatore Di Giacomo – è un atto di esasperazione e di rivolta connaturato all’amore; ed è anche come un rito, violento e sanguinoso, per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo, un definitivo segno di possesso: e chi lo ha inferto non è meno «posseduto» di chi lo ha subito. La ragazza che ha sfregiato il ritratto di Antonello è possibile dunque si sia ribellata per amore, abbia voluto iscrivere un suo segno di possesso su quel volto ironico e beffardo. A meno che non si sia semplicemente ribellata – stupita – all’intelligenza da cui si sentiva scrutata ed irrisa.

Proveniente dall’isola di Lipari, quasi che in un’isola soltanto ci fossero dei marinai, all’ignoto del ritratto fu data qualifica di marinaio: «ritratto dell’ignoto marinaio». Ma altre ipotesi furono avanzate: che doveva essere un barone, e comunque un personaggio facoltoso, poiché era ancora lontano il tempo dei temi «di genere» (il che non esclude fosse un marinaio facoltoso: armatore e capitano di vascello); o che si trattasse di un autoritratto, lasciato ai familiari in Sicilia al momento della partenza per il Nord. Ipotesi, questa, ricca di suggestione: perché, se da quando esiste la fotografia i siciliani usano prima di emigrare farsi fotografare e consegnare ai familiari che restano l’immagine di come sono al momento di lasciarli, Antonello non può aver sentito un impulso simile e, sommamente portato al ritratto com’era, farsene da sé uno e lasciarlo?

Comunque, una tradizione si è stabilita a denominare il ritratto come dell’ignoto marinaio: e da questa denominazione, a inventarne la ragione e il senso, muove il racconto di Vincenzo Consolo che s’intitola Il sorriso dell’ignoto marinaio. Ma la ragione e il senso del racconto non stanno nella felice fantasia filologica e fisionomica da cui prende avvio e che come una frase musicale, più o meno in sottofondo, ritorna e svaria. La vera ragione, il senso profondo del racconto, direi che stanno – a volerli approssimativamente chiudere in una formula – nella ricerca di un riscatto a una cultura, quale quella siciliana, splendidamente isolata nelle sovrastrutture, nei vertici: così come quelle cime di montagne, nitide nell’azzurro, splendide di sole, che dominano paesaggi di nebbia.

Ma prima di parlare del libro, qualcosa bisogna dire del suo autore. Siciliano di Sant’Agata Militello, paese a metà strada tra Palermo e Messina (sul mare, Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), Consolo – tranne gli anni dell’università e quelli del recente trasferimento, passati a Milano – è vissuto nel suo paese e muovendosi, per conoscerli profondamente nella vita, nel modo di essere, nel dialetto, nei paesi a monte del suo, nell’interno: che sono paesi lombardi, della «Lombardia siciliana» di Vittorini – sorti cioè dalle antiche migrazioni di popolazioni dette genericamente lombarde. Solo che Consolo, a misura di come li conosce, oltre che per temperamento e formazione, è ben lontano dal mitizzarli e favoleggiarne, come invece Vittorini in Conversazione in Sicilia e più – non conclusa apoteosi – ne Le città del mondo. Quel che più attrae Consolo è, di questi paesi, forse l’impasto dialettale, la fonda espressività che è propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Perché Consolo è scrittore che s’appartiene alla linea di Gadda (sempre tenendo presente che un Verga e un Brancati non sono lontani): ma naturalmente, non per quel volontaristico arteficiato gaddismo – che peraltro ambisce a riconoscersi più in Joyce che in Gadda – che ha prodotto in Italia (e forse, senza Gadda, anche altrove) libri senza lettori e testi, proprio dal punto linguistico, di assoluta gratuità e improbabilità.

Altro elemento da tenere in conto, è quella specie di esitante sodalizio che Consolo ha intrattenuto per anni con Lucio Piccolo. E qui bisognerebbe parlare di questo straordinario e poco conosciuto poeta siciliano: ma rimandiamo il lettore ad altro nostro scritto, pubblicato nel volume La corda pazza.

Tutto, in come è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva – di «degnificazione» per Piccolo, di «indegnificazione» per Consolo – non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini. (Il termine «degnificazione» lo si usa qui nel senso di Pedro Salinas quando parla di Jorge Guillén: e quindi anche il suo opposto, «indegnificazione»).
Il primo libro di Consolo, La ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963 e ora ristampato da Einaudi, non ricordo abbia suscitato allora attenzione né ho seguito quel che ora, dopo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ne hanno detto i critici: probabilmente, chi allora l’ha letto ha avuto qualche perplessità a classificarlo tra i neorealisti in via d’estinzione; e chi l’ha letto ora, difficilmente riuscirà a trattarlo come un libro scritto prima. Il che è ingiusto, ma tutto sommato meglio che l’intrupparlo tra i neorealisti.
Tra il primo e il secondo son corsi bel tredici anni (e speriamo non ci faccia aspettare tanto per il terzo): ma c’è tra l’uno e l’altro un preciso, continuo, coerente rapporto; un processo di sviluppo e di arricchimento che è arrivato alla piena, consapevolmente piene, padronanza del mezzo espressivo (e dunque del mondo da esprimere).
Anni, dunque, passati non invano, ma intensamente e fervidamente: a pensare questo libro, a scriverlo, a costruirlo; in margine, si capisce, ad altro lavoro, anche giornalistico (di cui restano memorabili cose: non ultimi gli scritti sul Gattopardo e su Lucio Piccolo).
A costruire questo libro, si è detto. E lo ribadisco polemicamente, per aver sentito qualcuno dire, negativamente, che è un libro costruito. Certo che lo è: ed è impensabile i buoni libri non lo siano (senza dire dei grandi), come è impensabile non lo sia una casa. L’abitabilità di un libro dipende da questo semplice e indispensabile fatto: che sia costruito e – appunto – a regola di abitabilità. I libri inabitabili, cioè i libri senza lettori, sono quelli non costruiti; e oggi sono proprio tanti.
Un libro ben costruito, dunque, questo di Consolo: con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», e «cose viste» che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui. E facilmente viene da pensare – almeno a me che so del rapporto che legava Consolo al barone Lucio Piccolo di Calanovella, che ho letto tutto ciò che Consolo ha scritto di questo difficile e affascinante rapporto – che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva «letto tutti i libri» e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano.
 «Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change».

Leonardo Sciascia

brano tratto da “Cruciverba” einaudiana collana “Gli struzzi” 1983




Un giorno come gli altri

Vincenzo Consolo

Conosce, Turi, la mia curiosità per le carte, i do­cumenti e, quando gliene capitano, me ne porta. Mi por­ta volantini, opuscoli, manifesti. M’è arrivato, sta­mattina, con la fotocopia di un ordine di perquisizione a carico di un suo amico, lì di porta Venezia. Mentre lo leggo, Turi racconta, con quel suo modo lento di par­lare, quel suo linguaggio allusivo, quelle sue parole dove, chissà perché, le di diventano ti (facento, Tigos, porco tiodice), di quanto è avvenuto nella casa di que­sto suo amico, alle quattro del mattino, con poliziotti sulla strada, sulle scale, sulla ringhiera, e sei o sette che entrano, mitra spianati e giubbotti antiproiettile, tirano giù dal letto lui, moglie e figlio di tre anni, buttano tut­to all’aria in quell’unica stanza; di come in questi gior­ni, in queste notti, nel quartiere, è un continuo irrom­pere di polizia.

Ma Turi, questa mattina, di prima mattina, è ve­nuto a trovarmi per altro, non per il documento. Ha nelle mani un pacco, avvolto nei giornali. Lo posa so­pra il tavolo. «Apri,» mi dice «apri» e sorride furbo, soc­chiudendo quei suoi occhi sporgenti e guardando di traverso. Turi è piccolo e magro, sarà alto meno di un metro e sessanta e peserà quarantasette-quaran­tot­to chili: a trent’anni, ha l’aspetto gracile e minuto di un adolescente. Ed è nero, neri i capelli e la pelle olivastra, la fronte bombata, le guance scavate e i baffetti ap­puntiti che gli vengono giù agli angoli della bocca: un piccolo magrebino. Era tutto sdentato, i denti glieli ha fatti mettere mia moglie da una sua ami­ca dentista. Do­po che ha messo i denti, Turi non è che sia in­grassato di tanto, è riuscito però a trovare la ra­gazza, Sabina.

Svolgo il pacco, tiro via i giornali, e appare la bor­raccia, la bellissima borraccia di Turi. È una maio­lica a fondo avorio e con decorazioni a tralci azzurri, verdi, ocra e marroni. È a forma di libro, con la bocca e due piccoli manici sul taglio superiore. È questo l’uni­co oggetto, l’unico ricordo che Turi s’è portato dal pae­se, da Sciacca. Apparteneva al padre di suo nonno e que­sti forse l’ha avuto da suo padre o da suo nonno: è proprio un pezzo antico. L’avevo vista, questa borrac­cia, a casa di Turi, sul piano di plastica del tavolo, ne ero rimasto affascinato. “Se la vendi,” gli avevo detto “dillo prima a me.” Era il ‘70. Andavo in quel periodo a casa di Turi e riempivo fogli su fogli col racconto del­la sua vita, prima in Sicilia e poi a Milano, volevo farne un libro, un racconto su un immigrato siciliano a Mila­no, su un contadino che diviene operaio. Idea poi abor­tita, ché della parte milanese, della parte operaia, io non avevo – essendo anch’io immigrato e “conta­dino” – e non ho ancora, malgrado lo stare a Milano e i documenti che leggo, alcuna memoria: si può mai nar­rare senza la memoria?

Turi era diventato allora, in fabbrica, un perso­nag­gio, un simbolo. Per irumori e la nocività, s’era ammalato, s’era esaurito. S’assentava spesso dal lavo­ro per malattia. La direzione voleva farlo dichiarare paz­zo e licenziarlo, ma riuscì solo a fargli firmare le di­missioni. I compagni allora s’occuparono del “caso”. La faccenda andò a finire in tribunale e Turi venne re­in­te­grato nel suo posto di lavoro. Turi ha resistito in fabbrica fino all’anno scorso, poi s’è licenziato e ha pre­so la liquidazione. Con questa, s’è comprato un ca­mion­cino e s’è messo a fare trasporti. Ma i soldi della li­quidazione non gli sono bastati, ora gli scade una cam­biale ed ecco la ragione della sua venuta stamattina con la borraccia. Gliela pago, a prezzo “politico”. «Me­glio che ce l’hai tu, così la vetoquanto voglio» mi dice. Per fortuna non c’è mia moglie, lei avrebbe dato i soldi per la cambiale a Turi senza pretendere in cambio la bor­raccia. «Vergognati,» già la sento, mi avrebbe detto «ver­gognati! Anche dell’unico ricordo, dell’ultimo loro segno culturale voi intellettuali siete capaci di spo­gliar­li.» Comunque, io lo dico chiaro e tondo a Turi: la bor­rac­cia è qui, sulla mia credenza del ‘700, egli può veni­re a riprendersela quando vuole.

Mia moglie è a Mantova, vi è andata con Maria Bel­lonci e un regista per i sopralluoghi al palazzo dei Gonzaga. Si dovrà fare un film da un racconto che si chia­ma Delitto di stato della scrittrice romana. Me lo so­no letto stanotte, questo racconto, e m’è sembrato pro­prio bello, cupo e notturno, con pietre preziose che alla luce dei doppieri mandano bagliori da angoli di saloni, scaloni, sotterranei; con giardini-labirinti soffusi della luce di perla della luna, il cadavere di Passerino che, all’apertura dell’urna di cristallo, si disfa e si rivela un pupazzo di segatura e stracci, e il buffone Ferrandino infilzato e sepolto al posto di Bonaccolsi, sono azzec­cate metafore del potere.

Usciamo; io e Turi, dobbiamo andare in banca a cam­biare l’assegno. Passiamo prima dal bar della Mari­sa a prendere il caffè. Quello della Marisa è il bar degli egiziani. Si trova accanto a Santa Maria Incoronata, la chiesa in cotto a doppia capanna di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, con incastonato, nel pilone cen­trale, il Biscione, la Vipera gentile. C’è sempre lì da­van­ti il sagrestano poliomielitico che grida contro i ra­gazzi che giocano al pallone sul sagrato. Il bar della Marisa ha una porta a vetri e una vetrina accanto die­tro cui sono allineati vasi con le piante che prendono be­ne la luce, c’è anche un bel papiro alto e folto. Nella pri­ma stanza c’è il bar, i tabacchi e la tavola fredda; nella seconda, il flipper, il juke-box e il biliardo. In questa seconda stanza stanno seduti gli egiziani, dalla mattina alla sera, gli occhi fissi nel vuoto, a bere tè nei bicchieri, a fumare, a sentire canzoni italiane o le nenie strazianti di Om Kolsoum o altre loro musiche inserite nel juke-box; qualcuno ogni tanto si mette a ballare, al­zando le gambe dimenando i fianchi e facendo vol­teggiare so­pra la testa la stecca del biliardo come fosse una spada. Stazionano qui in attesa di trovare un posto di la­vapiatti, di cameriere o di scaricatore. Tutta la zo­na di Porta Garibaldi è piena di egiziani, abitano am­massati in vecchie case cadenti che non possono essere ab­battute per i vincoli “storici” e che non vengono mai restaurate dai proprietari. L’unico, intanto, di questi egi­ziani, che l’à tacà su el capèl è Mahmoud, diventato l’uomo della Marisa, una biondina magra e nervosa, da­gli occhi chiarissimi. Gigi, il marito della Marisa, un bau­scia che parlava e parlava sempre (un impotente, di­ce­vano tutti al bar) è sparito, non si è visto più da quan­do Mahmoud ha preso il suo posto dietro il ban­cone a manovrare la Faema, affettare salame, fare pani­ni, servire bianchini e bitter. Ma la Marisa è lo stesso sem­pre nervosa, fuma una sigaretta dopo l’altra, ha lo sguardo inquieto. Forse si vergogna di questo suo aman­te giovanissimo e arabo. Con Mahmoud però è dol­cissima. Stamattina, per esempio, a Mahmoud è sci­vo­lata dalle mani la cassettiera di legno con i fondi di caffè, che si sono sparsi tutti per terra. Mahmoud si è subito piegato a raccogliere con le mani, ma accorre la Marisa,gli affonda le dita nel testone di capelli crespi, alti come il ventaglio del flabello, lo scosta. «Non fare lo sciocco» gli dice, e si mette lei a pulire, con scopino e paletta. Mahmoud, trionfante, sorridendo ai compae­sani con tutti quei suoi denti bianchi, si mette a pas­seggiare avanti e indietro per il bar, dondolandosi su quelle sue scarpe col tacco alto.

«Figlio di puttana!» sbotta Turi.

«Ti se’ messo a fare il razzista?»

«Ahò,» fa Turi «quello ci marcia, sfrutta…»

«E allora?»

«Ma questi non sono compagni, sono tutti per Sa­tat, Satat, e poi scappano e vengono qua…»

«Che vuol dire? Sono immigrati, poveri, più po­ve­ri di te che hai un camion…»

«Un camion, sì, ‘sta minchia!» fa Turi risentito. «An­cora lo tevopagare e nessuno mi fa fare tra­sporti…»

Si capisce che Turi è invidioso dell’egiziano, in­vi­dioso della sua mancanza di preoccupazioni, e forse anche della sua altezza, delle sue spalle larghe, della sua capacità di sedurre e assoggettare la donna. Lui ha pro­blemi con Sabina, che è compagna e femminista, che lo lascia e lo prende, va e viene da casa sua come e quan­do vuole. Sabina rimprovera a Turi d’essere ri­masto contadino siciliano, moralista, rompiball, come tut­ti gli operai immigrati dal Sud, che non ammette la cop­pia aperta, la droga, i fricchettoni e i culi.

Il cap, il Centro di Autogestione Proletaria, nel­la vecchia casa occupata di corso Garibaldi, è all’ester­no, stamattina, pieno di scritte rosse, di striscioni di pezza, e scritte sono tutt’intorno nella zona, fin sui pi­la­stri di marmo dei portici di fronte, dov’ è la banca. Di­cono: “no all’eroina”, “morte a chi vende mor­te”, “morte agli spacciatori”, “mino ba­sta”, “fuori mino, fuori l’ero”. Mino, spiegano dei ragazzi (sono con maglioni lunghi o casacche in­dia­ne, riccioluti, con l’orecchino), è un balordo sui tren­tacinque anni intrufolatosi tra loro, che ha occu­pa­to una stanza e lì s’è messo a spacciare.

Lascio sulla porta del Credito Italiano Turi, con la guardia giurata che ci guarda e stringe il calcio di le­gno del suo pistolone alla cintola.

Compro i giornali e torno a casa a leggermeli. In terza, sul «Corriere della Sera», c’è una recensione di Mo­ravia al libro di Nello Aiello Intellettuali e PCI. Mo­ra­via ribadisce ancora quella sua famosa distinzione tra artista e intellettuale. “Perché un artista ‘può’ anche essere un intellettuale; ma un intellettuale raramente sa­rà un artista” dice. E poi ancora di Vittorini e della po­lemica di questi con Togliatti. A me la distinzione sem­bra vecchia, mi ricorda l’affermazione di Piran­dello: “La vita, o la si scrive o la si vive”. Che l’alter­na­tiva, oltre a valere per tutti, non solo per l’artista, do­po Marx non ha più senso. Oggi siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti “filosofi dell’azione”, co­me dopo Freud siamo tutti nevrotici. Il problema mi sembra che stia nel voler essere o no dentro le “rego­le”, nel voler essere o no, totalmente, incondi­ziona­ta­mente, dentro un partito, dentro la logica “poli­tica” di un partito. Questo mi sembra il punto, il punto di Vit­torini.

Riprendo a lavorare a un articolo per un roto­calco sul poeta Lucio Piccolo. Mi accorgo che l’articolo mi è diventato racconto, che più che parlare di Piccolo, dei suoi Canti barocchi,in termini razionali, critici, par­lo di me, della mia adolescenza in Sicilia, di mio non­no, del mio paese: mi sono lasciato prendere la mano dall’onda piacevole del ricordo, della memoria. “In­vec­chiamo,” mi dico malinconicamente “invec­chia­mo.” Ma, a voler essere giusti, che io sia invecchiato è un fatto che non c’entra molto col mio scrivere. È che il narrare, operazione che attinge quasi sempre alla me­mo­ria, a quella lenta sedimentazione su cui germina la memoria, è sempre un’operazione vecchia arretrata re­gressiva. Diverso è lo scrivere, lo scrivere: per esem­pio, questa cronaca di una giornata della mia vita il 15 di maggio del 1979: mera operazione di scrittura im­poetica, estranea alla memoria, che è madre della poe­sia, come si dice. E allora è questo il dilemma se biso­gna scrivere o narrare. Con lo scrivere si può forse cam­biare il mondo, con il narrare non si può, perché il narrare è rappresentare il mondo, cioè ricrearne un al­tro sulla carta. Grande peccato, che merita una pena, co­me quella dantesca degli indovini, dei maghi, degli stregoni:

Come ‘l viso mi scese in lor più basso

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso;

ché da le reni era tornato ‘l volto,

ed in dietro venir li convenìa,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto. [ii]

Ed anche “di maschio femmina” diviene come Ti­re­sia, il narratore. Squilla il telefono ed è un mio ami­co, corrispondente da Parigi di un settimanale. È fu­rioso perché a un suo articolo sulle giornate parigine di quel professore di Padova arrestato in aprile, dove diceva, fra l’altro, che il tizio amava andare ogni tanto in locali di arabi (egiziani?) a sentire musica e vedere ballare, avevano in redazione messo come titolo Le ma­nie del professore.

Però il narratore dalla testa stravolta e proce­den­te a ritroso, da quel mago che è, può fare dei salti mor­ta­li, volare e cadere più avanti dello scrittore, an­ti­ci­parlo… Questo salto mortale si chiama metafora.

Quando sono da solo mi sfogo a mangiare le co­se più salate e piccanti. Evito finalmente la minestrina, la paillar­dina e la frutta cotta. Mangio bottarga, sàusa miffa, olive con aglio e origano, peperoncini, cacioca­vallo, cubbàita[iii] Poi, nel pomeriggio, non c’è acqua che basti a togliermi la sete.

Nel pomeriggio mi telefona lo stampatore di via Ciovasso. Dice che il secondo quaderno di Gli amici del­la Noce, dov’è un mio racconto, Il fosso, è pronto, che posso andare a ritirarlo.

La stamperia è un grande stanzone con grandi vetrate, dove lavorano il vecchio sciur Bianchi, in gaba­nella nera e grembiulone grigio sopra, ed Eftimio e Bo­ris, due giovani slavi che frequentano l’accademia di Bre­ra. Tra i torchi e i banconi, i tre spalmano colori sul­le pietre, sulle lastre, immergono negli acidi, puli­scono rulli con le garze, stendono ad asciugare alle cor­de con le mollette, come fossero panni, prove di acquetinte, ac­queforti, lito. Nello sgabuzzino, lo stam­patore mi fa vedere i quaderni. Il mio racconto è il­lustrato da una incisione di Guerricchio. Guerricchio è un pittore di Ma­tera, era amico di Carlo Levi e Rocco Sco­tellaro. Di­pinge contadini, bambini che giocano, don­ne alle fi­nestre, sui terrazzi, dipinge i Sassi com’era­no una vol­ta, quando la gente vi abitava, non come sono adesso, una gravina deserta, un ossario cal­cinato, un reli­quiario profanato dai gechi e dalle or­tiche. Anche Guer­ricchio attinge alla memoria. Vive nella sua Ma­te­ra e viaggia, va a Roma, viene a Milano, rac­conta aned­doti ed esplode in risate stridule. Sembra che ghi­gni del suo mondo trapassato, della sua memo­ria.

Con le mie copie del quaderno sottobraccio, ri­torno a casa. Incontro Francesca in via Solferino. Mi di­ce, con quel suo modo sottilmente ironico, scuo­tendo la testa con quei suoi capelli lisci che le incor­niciano il bel viso ovale: «Non vai alla festa stasera?». Io non so di che festa si tratti e allora lei mi racconta che il di­rettore di un quotidiano romano è venuto a Mi­lano per testimoniare in tribunale a favore di una scrittrice che è stata querelata da persone di cui parla in un libro. È venuto su, il direttore, ma ha voluto gli si organizzasse in casa dell’editore una festa, con belle don­ne, bella gen­te. «Che peccato che tu non ci vada!» fa Francesca sorridendo, strizzando i suoi occhi grigi con macchio­line dentro. Francesca naturalmente vole­va alludere a quella volta, la prima e l’ultima, che an­dai in casa di questo editore, nel lontano ‘69, per una festa in onore di Saul Bellow, di passaggio a Milano. M’ero portato ap­presso un mite e dimesso poeta ceco­slovacco, anche lui di passaggio in quei giorni a Mila­no. Si chiamava Vladimir… (il cognome lo taccio, non si sa mai… Anzi, si sa). Di lui non ho avuto più notizie, non so che fine abbia fatto. C’eravamo messi in un an­golo. Spesso Vla­dimir s’alzava, andava al buffet e tor­na­va con piatti di cibi prelibati, sformati, pesci lessi, arrosti, che divorava velocemente. Ci passavano da­van­ti bellissime donne, eleganti, vestite alla russa, alla cinese. Ci scorse poi la pa­drona di casa, la moglie dell’editore, levigata, luci­da, si avvicina e ci saluta con grande effusione come fossimo stati, io e Vladimir, suoi vecchi amici o gli au­to­ri più venduti della sua Casa. Poi fa, rivolta a me: «Lei è sudamericano, signor Console?» «No» dico, e lei si allontana, delusa. Fu verso la mezzanotte che suc­cesse il fattac­cio. Vladimir, oltre ad aver man­giato, aveva anche molto bevuto. Ma egli era mite e mite rimaneva, triste anzi, anche con tutto l’alcool che aveva in corpo. Non fosse stato per quello scultore. Si siede vicino a noi e, quando scopre che Vladimir è cecoslovacco, si mette a dire che bene avevano fatto i russi ad arrivare a Praga coi carri armati: cosa voleva questo Svoboda, questo tra­ditore di Dubcek? Vladimir divenne una furia. Af­ferrò lo scultore per il petto, co­minciò a scuoterlo, a picchiarlo, urlando nella sua lin­gua, insultandolo. Tut­ti accorsero, si ammassarono at­torno a quei due che si picchiavano e a me che cercavo di separarli. Poi, rosso di vergogna come fossi stato io la causa di tutto, riuscii a trascinare per la giacca il poeta praghese, a passare in mezzo a tutti nel grande salone (scorsi un attimo Bellow, roseo, bianco, le mani in tasca, che ci guardava e sorrideva divertito), a gua­dagnare la porta.

Il mio studio è una stanza con tre pareti rivestite di libri, anche nello spazio tra i due balconi vi sono li­bri (dal balcone, giù in fondo alla strada, oltre i due caselli daziarii della Porta, vedo il famedio del Cimi­tero Monumentale, dove al centro, sotto la cupola, è il sarcofago di Manzoni) e libri si accumulano per terra e sul baùle di canne che fa da tavolino davanti al di­va­no-letto. Le librerie sono degli scaffali aperti di legno grezzo, comprati alla Rinascente, e la polvere si accu­mu­la sui libri, penetra tra le pagine, li invecchia preco­cemente. Sui ripiani degli scaffali, davanti ai li­bri, ap­poggio oggetti: temperini, uccelli di legno, teste di pupi siciliani, pezzetti di ossidiana, di lava, con­chi­glie… Sull’unico spazio vuoto, alle spalle del mio tavo­lo di lavoro, ho appeso i “miei quadri”: un dise­gno di un San Gerolamo nella caverna, nudo, seduto a terra, intento a leggere un libro appoggiato sulle gi­noc­chia, un gran leone dietro le spalle e un teschio vi­ci­no ai piedi; un libro aperto, con le parole cancellate con trat­ti di china e una sola in parte risparmiata, raccon,incol­lato e chiuso in una teca di plexiglas, opera di un arti­sta concettuale; due planimetrie secentesche, di Paler­mo e di Messina, strappate dal libro di Cluverio Siciliae antiquae descriptio. Questo dei libri antichi strap­pati, dei libri bruciati, dei libri perduti è un fatto che mi osses­siona. Ossessiona al punto che sogno sempre di trovare libri antichi, rotoli, cere, tavolette incise. Una volta mi sono calato dentro un’antica biblioteca sot­terranea, for­se romana, dove, ben allineati nelle loro scansie al mu­ro, erano centinaia e centinaia di rotoli: cercavo di pren­der­li, di svolgerli, e quelli si dis­sol­vevano come ce­nere. Un mio amico psicanalista, al quale ho raccontato questo mio sogno ricorrente, mi ha spiegato che si trat­ta di un sogno archetipico. Mah… Fatto è che mi appas­sio­nano i libri sui libri, sulle bi­blioteche, sui bibliofili. E il libro che leggo e rileggo, come un libro d’avventure, è Cacciatori di libri sepolti. Co­me in questo tardo pome­riggio di maggio, qui nella mia stanza al terzo piano di una vecchia casa di Mila­no. A poco a poco non sento più il rumore delle mac­chine che sfrecciano sui Ba­stio­ni, mi allontano, viaggio per l’Asia Minore e l’Egitto, sprofondo in antichità oscu­re, indecifrate. M’immagino che nel futuro, fra cin­­quanta, cento o più anni, i biblio-archeologi non scave­ranno più sotto i tell[iv] alla ricerca dei Libri, ma sotto montagne di libri, sotto Alpi, Ande, Himalaia di carta stam­pata, alla ricerca del Libro. Quin­di è la volta di Ni­ni­ve, della biblioteca di Assur­banipal, e di Ebla, delle quindicimila tavolette d’argilla incise dell’archivio di stato eblaita. Mi sembra di senti­re tutto il caldo del de­serto siriano, in viaggio tra Alep­po e Tell Mardikh. Su­gli scavi, il glottologo, lo scoprito­re della lingua eblaita, con fare complice, dopo segni d’intesa dietro le spalle dell’archeologo e dei suoi assi­stenti, mi conduce di na­scosto fino a un piccolo vano della corte. In un angolo, dove l’ombra di un muro ta­glia l’abbaglio del sole sulle pietre bianche del pavi­men­to, scosta un cespuglio di cardi e di rovi secchi che nascondono una piccola bo­tola. Il glottologo alza la bo­tola, affonda le mani nella bocca buia del pozzetto e tira fuori tavolette d’argilla. “Sono testi letterari” mi di­ce, e allinea sul pavimento le argille, le compone in un gioco di puzzle come una pagina di grande libro. “È un racconto,” dice “un bel­lissimo racconto scritto da un re narratore… Solo un re può narrare in modo perfetto, egli non ha bisogno di memoria e tanto meno di meta­fo­ra: egli vive, comanda, scrive e narra contemporanea­mente…” E punta l’indice su quei bastoncini, su quella stupenda scrittura cunei­forme e sta per cominciare a tradurmi…

Tutto si frantuma, svanisce ai terribili colpi che sen­to alla porta. Mi alzo di soprassalto e corro alla por­ta ad aprire. Irrompono, mitra spianati, modi feroci; si dirigono subito nel mio studio. Mi appiattisco, mani in alto, contro la parete, sotto il disegno di San Gerolamo. Mentre uno mi sta a guardia, con l’arma contro il petto, gli altri si mettono a buttare giù i libri dagli scaffali con grandi bracciate. È una frana, un terremoto. Si ammuc­chiano sul pavimento, tutti quei libri, loro vi passano sopra con gli scarponi. Nuvolette di polvere vengono su dai mucchi come da piccoli vulcani. Finita la perqui­si­zione, sulla porta, il capo, ghignando, mi consegna un foglio. Lo afferro, leggo: “Procura della Repubblica in Milano. Il pm letto il rapporto… in data… della Ti­gos...” «Lo conosco, quest’ordine, lo conosco…» dico bal­bet­tando. «Lo sappiamo» risponde quello. «E sap­piamo che tu scrivi, che narri di Milano… Mannaggia, ci mancano le prove!» e con la mano, scendendo le sca­le, mi fa capire di non dubitare, che prima o dopo le tro­veranno, le prove. Sul pianerottolo, affacciandomi, gri­do giù nella tromba delle scale: «Non è vero, io non so scrivere di Milano, non ho memoria…». Giù, in fon­do, spunta la faccia di Turi, nera, con la bocca sdentata e incorniciata da quei baffettini neri, che grida verso l’alto: «E la borraccia, ah, il libro di terracotta tovel’hai messo?».

La voce di Turi è subito sopraffatta da stridore di freni, sgommate, strepito acuto di sirene. Mi preci­pi­to al balcone e giù, oltre i Bastioni, verso il Cimitero Monumentale, sfrecciano a tutta velocità, con il loro lam­peggiare viola, tre o quattro alfette: Cristo, cosa sa­rà successo ancora, cosa sarà successo?!


[i] «Il Messaggero», 17 luglio 1980. Il racconto esce in versione francese: Un jour comme les autres, «Le Monde Diplomatique», luglio 1980; e spa­gno­la: Un día como tantos, «Le Monde Diplomatique», 1980. Lo stesso testo è ripreso in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Nove­cento, «I Meridiani», Milano: Mondadori, 1983, pp. 1430-1442. An­co­ra in francese compare: Un jour comme les autres, «Échos d’Italie – écri­tu­res», [Université de Liège Les Éperonniers – Istituto Italiano di Cultu­ra di Bruxelles], 3-4, Automne, 1992. Il racconto è infine ripub­bli­ca­to in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti Italiani del Novecento, «I Me­ri­dia­ni», vol. 3, Milano: Mondadori, 2001, pp. 392-403.

[ii] Dante, Inferno, XX canto, versi 10-15. Le note al racconto sono ripre­se da 19831, 2001.

[iii] sàusa miffa: interiora di tonno salate; cubbàita: torrone di zucchero e sesamo.

[iv] tell: collina, collinetta.

Luigi Guerricchio