«L’amore domina il cuore dei siciliani»: Consolo e i paradossi dell’isola tra ironia e malinconia

Joshua Nicolosi

Nel 1985, il “Giornale di Sicilia” commissionò allo scrittore una serie di voci enciclopediche che definissero la Trinacria e la singolarità dei suoi abitanti. Ne nacque un “Alfabeto siciliano”, in cui l’autore, limitandosi ad analizzare alcune parole con la “a”, riflette su quanto passionale e contraddittoria sia la natura di chi vive in questa terra. Sospesa tra le più liriche, le più nobili ambizioni e un estremismo sentimentale incapace di trovare misura o soddisfazione

Approcciando a quella che sarebbe diventata la sua opera più riconoscibile – Frammenti di un discorso amoroso – Roland Barthes sostenne che per trattare certe materie sfuggenti, per tentare di orientarsi nella complessa operazione di definire e categorizzare un sentimento, la via migliore sia proprio quella del frammento. Quella dell’intuizione fulminea, anche incompleta, che sappia rifugiarsi nel non detto, nell’accenno sagace. Nella sincera, obbligata reticenza. E quale tema, quale ossessione, può meglio incarnare questa natura erratica, se non l’amore, la più grande antinomia dell’umano esistere? Vertiginosamente scisso tra la nobiltà e l’inganno, tra la purezza e il dolore. È un’impresa titanica – per quanto arte, musica e letteratura gli debbano gran parte della propria sopravvivenza – persino per chi abitualmente lo canta, lo scrive, lo celebra tracciarne un profilo unitario, una direttrice semantica comunemente accettabile. Districarsi tra le varie sfumature del suo accadere, tra la forma che assume nell’approdo – o nel respingimento – verso qualcuno e quella che si determina quando l’oggetto del suo struggimento è un luogo, un ideale, un mito eterno. Servirebbe forse, semplicemente, cercare di catturarne qualche riflesso. Osservarlo a lungo con intatto stupore, avanzare delle ipotesi che vanno continuamente verificate, riadattate, come fanno gli astronomi dinanzi al misterioso fascino della materia oscura. Oppure, con consapevolezza quasi socratica, si potrebbe chiedere soccorso all’ironia, a quel senso di leggerezza che non pretende di definire, di sentenziare, quanto piuttosto di carpire, di interpretare. Di trasformare la propria, naturale impotenza in una chiave di lettura quanto più accessibile. È con questo spirito che Vincenzo Consolo si dedicò ad Alfabeto siciliano, allorché nel 1985 – prima che il testo venisse poi convertito in volume nel 2019 – il Giornale di Sicilia gli “commissionò” la realizzazione di una singolare raccolta di voci enciclopediche sull’isola e sui suoi abitanti. Un’operazione audace, non priva di eccellenti precedenti letterari, che tuttavia, proprio per la sua ambizione onnicomprensiva, possedeva più i caratteri dell’utopia. Fu così che le voci a conoscere il proprio completamento furono appena nove, tutte inizianti con la lettera “a”. Tutte imbevute di un ironico, eppure malinconico, accento. Tra queste, figurava anche la parola “amore”.

Che bene, agli occhi di Consolo, si sposava con l’attitudine siciliana al chiaroscuro, all’intensità, alla nostalgia. Un sentimento a cui, a suo dire, gli isolani sono sempre stati devoti, fin dagli albori delle loro espressioni culturali: «È il sentimento che domina in assoluto l’ardente cuore dei siciliani. Quanta poesia, quanta letteratura ha creato l’amore in Sicilia! Ha creato anche una scuola ed una lingua: la Scuola poetica siciliana. Se non ci fosse stato Dante, la lingua siciliana si sarebbe imposta in tutta la penisola e oggi in Italia si parlerebbe e si scriverebbe in siciliano». È, l’amore, la nutrice privilegiata dell’ispirazione, il filtro attraverso cui decifrare la realtà. È l’instancabile desiderio di restare aggrappato a questa terra inimitabile e maledetta, di sognare per lei un futuro che non sempre si è meritata. È tenerla a mente come unico, invasivo metro di paragone, è agognarla nelle notti che trascorrono lontane da lei. È, però, anche il distacco necessario, l’addio che fa crescere, il ricordo che si mescola all’amarezza. Una sensazione che non può essere confinata, mitigata, nel bene e nel male. Ma, si diceva, dinanzi a una tale, labirintica natura del sentimento amoroso, c’è uno spazio di indipendenza, un frangente in cui è possibile guardare alle cose con un sardonico sorriso. Con lo sguardo di chi rimprovera pur compatendo, di chi bacchetta senza infierire. Di chi sa che dietro l’elogio, dietro la tendenza tutta siciliana all’autopromozione, c’è un’umanità zoppicante, che a volte si lascia travolgere dalla sua stessa singolarità: «Quante follie, quanti suicidi, quanti omicidi si sono commessi a causa dell’amore! Caterve si contano in Sicilia di ricchi e nobili rovinatisi per amore di bellissime continentali (solo una si rivelò carrapipana), danzatrici e cantatrici, caterve si contano di giuliette e romei, di paoli e francesche, di baronesse di Carini. Dell’amore si dice, antifrasticamente: “Chi è, brodu di luppinu?”». Un raffinato strale emerge tra le righe: quando la passione è forte ma sperticata, quando il concetto di amore viene sottomesso biecamente all’utilitarismo o alla prepotenza, smette di essere tale. Diventa una pulsione distruttiva, impossibile da conciliare. Diventa guerra, sopraffazione, persino odio. Diventa la maschera, la giustificazione di ciò che all’amore non somiglia neppure. Diventa una parola su carta stracciata. Si tramuta, parafrasando un altro passaggio dell’alfabeto consoliano, in pirandelliana apparenza.

E, in fondo, non poteva essere che questo il grande affresco dell’amore alla siciliana: un concentrato di ombre e di spiragli, di paradossi e di incongruenze. Una fiamma che consuma sé stessa anche quando sembra spenta. Capace di slanci lirici e di fragorose cadute. Lontano da qualsiasi vaga dimensione di rassicurante medietà. Nel sublime come nell’infimo.

27 Settembre 2026 Silcilitudine

Vincenzo Consolo: cos’è successo

Giulio Ferroni

Vincenzo Consolo: cos’è successo
Generazione successiva, rispetto a Cattafi, è quella di Vincenzo Consolo, nato anche lui in provincia di Messina, a Sant’Agata di Militello (1933), narratore e prosatore che dà voce ai luoghi della Sicilia, nella loro sostanza umana, sociale, storica, naturale, nell’intreccio tra bellezza, speranza, disgregazione, violenza, tra amore, partecipazione, delusione, distacco, tra partenze e ritorni.

Nelle sue scritture saggistiche, specie in quelle confluite nel 1999 in Di qua dal faro, Consolo ha più volte fatto riferimento allo Stretto. Una sua immagine si affaccia anche nel ricordo dei colloqui con l’amico siciliano Basilio Reale, conosciuto a Milano nel 1953, che gli parlava «delle malinconie e delle ribellioni nella costrizione, di Messina, delle acque dello Stretto e dei traghetti intravisti da dietro i muri alti, dalle finestre di un collegio»54. Ampio percorso tra immagini, testimonianze, passaggi, è il saggio del 1988 Vedute dello Stretto di Messina55, che, partendo dalle parole di Circe su Scilla nel XII dell’Odissea, riconduce le più varie suggestioni del mito, del paesaggio, della storia, della letteratura, dell’arte (come non evocare Antonello da Messina?) a un cruciale orizzonte esistenziale:

Allora per noi diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, il suo mito, la metafora dell’esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l’uomo può perdersi, può perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice di una natura maligna, mostruosa e feroce; o salvarsi, uscire dall’orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare, nell’Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti.
Una metafora anche diventa lo Stretto di quel che riserva la vita a un uomo nato per caso in Sicilia: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell’infernale natura; salvezza infine possibile, dopo molto travaglio, approdo a un’amara saggezza, a una disillusa intelligenza.
Nella realtà, lo Stretto di Messina, il suo breve spazio, ha sempre racchiuso un profondo oceano di tempesta e di strazio: qui sono avvenuti i fatidici terremoti e maremoti che hanno annientato più volte Reggio e Messina; sulle sue acque corrono i venti tempestosi di Eolo, succedono calmerie stregate, sorgono allucinatorie Fate Morgane, altri prodigi che hanno acceso le fantasie dai primordi della storia.
Questi dati tornano entro la prosa più assorta ed evocativa di quel singolare “viaggio in Sicilia” che è L’olivo e l’olivastro (1994): una prosa come travagliata da un insistente dolore, con una tensione espressionistica che si raccoglie e si espande in torsioni interne, in pause e scatti improvvisi, quasi come voce di qualcosa che erompe dai luoghi, dai volumi e dagli spazi, dal dispiegarsi delle cose, dalle presenze vive, umane, animali, vegetali, materiali, nel cui insieme si costituisce la Sicilia, si costituisce il mondo. Il titolo del libro è sotto il segno dell’Odissea, come viaggio, partenza, perdita, ritorno, con i nomi delle due piante in cui trova riparo Odisseo naufrago prima dell’incontro con Nausicaa. All’inizio c’è la partenza di un giovane da Gibellina, distrutta dal terremoto del gennaio 1968, fino al suo saluto alla Sicilia, nel passaggio sullo Stretto:

Il traghetto scivola, esce lentamente dalla spira del porto, passa sotto la statua della Madonna, alta sopra la colonna, doppia la punta, gira su se stesso e si dirige verso l’altra costa. La città s’allontana, s’allontana l’isola.
Siamo in un pomeriggio d’aprile, in un cielo sospeso, come quello delle Crocifissioni di Antonello da Messina, mentre la città sembra come disperdersi, dileguarsi col suo retroterra di gole e di valloni:

Città di luce e d’acqua, aerea e fuggente, riflessione e inganno, fatamorgana e sogno, ricordo e nostalgia. Messina non esiste. Esistono miti e leggende, memoria e attesa di sconquasso.
Ma a partire da questo rilievo di inesistenza si svolge brevemente un affondo di memoria, che evoca resti e disegni della città che fu, tra «angeli muti, fastigi, rocchi, capitelli, stemmi… Tracce, prove d’una storia frantumata, d’una civiltà distrutta, d’uno stile umano cancellato. Deve essere dunque successo qualche cosa, sacco d’orde barbare o furia di natura».

Nel capitolo II è in scena Ulisse, in uno dei momenti chiave del suo viaggio di ritorno: naufrago sulla riva dell’isola dei Feaci, «trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro» (opposti simboli «del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano»). Al mattino viene svegliato dalle grida gioiose di Nausicaa e delle sue compagne. Poi, nel racconto che fa ai Feaci del suo lungo viaggio per mare, evoca i mostri superati; e di essi «i più tremendi» sono quelli «nell’isola al centro di quel mare», Polifemo e, «mostruosità assoluta, impassibile e spietata… posta ai due lati dello stretto», Scilla e Cariddi:

Le due figlie della Terra e di Poseidone sono mostri frontali e complementari, biformi, ma parti di uno stesso organismo: occhi che scrutano, braccia che afferrano, bocca e denti che stritolano, ventre profondo e oscuro che ingurgita e rivomita tutto in frantumi, in poltiglia.
E sono anche, aggiunge Consolo, «contrappasso per ogni uomo di malizia e d’inganno, per l’uomo che ha ideato il mostro artificiale, il cavallo idolo che nasconde nel buio suo ventre molteplici teste, molteplici braccia ferali» (si aggiunge la riflessione sul braccio di mare «metafora dell’esistenza», già svolta nel saggio Vedute dello stretto di Messina sopra citato).

Altri mostri artificiali interroga Consolo in diversi luoghi della Sicilia, attraverso quello che gli appare come «il regno sinistro di Lestrigoni potenti», tra Priolo e Augusta (capitolo V), e ancora davanti al «mare dissacrato» di Gela (capitolo X), o nelle belle piazze del Sud-est dell’isola «invase dalla notte, dalle nebbie, dai lucori elettronici dei video della morte» (capitolo XIII). E si pone accorato la domanda: «Cos’è successo?»:

Cos’è successo, dio mio, cos’è successo a Gela, nell’isola, nel paese in questo atroce tempo? Cos’è successo a colui che qui scrive, complice a sua volta o inconsapevole assassino? Cos’è successo a te che stai leggendo?
Cos’è successo in questa vasta, solare piazza d’Avola? Cos’è successo nella piazza di Nicosia, di Scicli, Ispica, Modica, Noto, Palazzolo, Feria, Floridiana, Ibla?


Giulio Ferroni
Tra Scilla e Cariddi
Panegirico per lo Stretto


https://youtu.be/cU8Lw4tMRuY?si=fDkNF2CQHeCAJ87K