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Dalla favola teatrale di Vincenzo Consolo
Questo progetto è un omaggio alla memoria del grande scrittore contemporaneo Vincenzo Consolo, di recente scomparso. L’omaggio vuole anche dare seguito all’idea, nata durante un mio incontro con l’autore alcuni anni fa, di uno sviluppo delle potenzialità musicali del racconto. Il racconto, che prende spunto dal frammento lirico “spavento notturno” di Giacomo Leopardi (ma soprattutto, per esplicita ammissione dell’autore, è ispirato dal testo “L’esequie della luna” (1967) del poeta e amico Lucio Piccolo), è ambientato in una Sicilia fantastica, contemplata attraverso un caleidoscopio che combina tutte le tinte del barocco mediterraneo. Sospesa tra narrativa e lirismo, l’intera tessitura del racconto si dispiega quale vera e propria partitura il cui dato musicale scorre sottotraccia come un fiume carsico, emergendo qua e la alla luce del sole (o piuttosto della luna) in occasione di veri e propri episodi melodici e coreutici: canzoni, danze, poesie la cui tensione musicale è esaltata dall’uso di una lingua “personale” dell’autore, che compendia le più antiche radici degli svariati idiomi regionali. E’ dunque proprio la lettura di questa partitura che si è voluta realizzare con questo progetto.
Categoria: News
Storie dell’Arte : il sorriso
« Tutta l’espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell’increspatura sottile, mobile, fuggevole dell’ironia, velo sublime d’aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. »
Il sorriso dell’ ignoto marinaio
« Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. »
Vincenzo Consolo
Capire il carattere di un uomo con estrema lucidità attraverso sguardi e parole
Capire il carattere di un uomo con estrema lucidità attraverso sguardi e parole
Destini è un bel titolo: potrebbe funzionare da epigrafe per tutta l’opera di Corrado Stajano (nella foto). Perché Stajano non ha fatto altro, nella sua vita di giornalista-scrittore, che andare a caccia di destini, specie quando i destini individuali si incrociano con quelli collettivi. E questi ritratti che vanno dagli anni Settanta a oggi ne sono la testimonianza più abbagliante. Sono vite che gli stanno molto a cuore: vite di italiani illustri e non illustri che Stajano sa ricostruire grazie alla capacità di ascolto e di osservazione del dettaglio, ma anche alla sensibilità per la visione d’insieme. Nulla gli sfugge, la tonalità di una voce, un gesto, uno sguardo, un oggetto, un capriccio del carattere, la ritrosia di padre David Maria Turoldo nel mettere le scarpe ai suoi «piedoni da gigante», il giaccone foderato d’agnello tanto caro a Peppino Fiori, il buco nel mento di Paolo Volponi, la poltroncina bianca su cui siede il poeta-traduttore Agostino Richelmy. Dal minimo al massimo, la narrazione di Stajano sa allargarsi dalla macro-fotografia al panorama più ampio, storico e naturale: l’incipit del profilo dedicato all’amico Vincenzo Consolo è una sfolgorante descrizione del mare lontano e del paesaggio etneo di vigne «rotto soltanto dai cimiteri di lava nera…». Precisione e limpidezza della scrittura fanno il resto. Non so quanti, giornalisti e/o scrittori, oggi raggiungano queste vette. Leggere i Destini è entrare in una flora fitta di richiami, di connessioni colte ma senza esibizione di cultura e tanto meno di quell’egotismo «brillante» cui siamo abituati; e ciò anche quando la presenza dell’autore-narratore è palpabile, perché tutto è filtrato dalla sua prospettiva mai neutrale e dalla sua partecipazione umana. Le vite individuali così ravvicinate e salvate dall?oblio si saldano con la storia civile italiana del dopoguerra, con gli intrecci di amicizie, solidarietà, inimicizie. Sicché seguiamo la tragica storia di Richelmy e inciampiamo nella voce euforica di Mario Soldati, al fianco di Turoldo troviamo il frate Camillo De Piaz, con Terzani incrociamo Olivetti, Italo Pietra, Mattioli. Un «mondo perduto» che solo la testimonianza di un grande narratore per fortuna può mantenere in vita a futura memoria.
Di Stefano Paolo
(03 ottobre 2014) – Corriere della Sera
Vincenzo Consolo: gli anni de «l’Unità» (1992-2012)
Vincenzo Consolo: gli anni de «l’Unità» (1992-2012), ovvero la poetica della colpa-espiazione
Via Crucis con uno scritto di Vincenzo Consolo
Vincenzo Consolo e la tragedia del quotidiano
Vincenzo Consolo e la tragedia del quotidiano
7 aprile 2013
di Clotilde Bertoni
[Questo articolo è già uscito su Alias/Il Manifesto]
Per Vincenzo Consolo il romanzo (o meglio l’antiromanzo) storico si rivela presto, secondo le sue parole, «l’unica forma narrativa possibile per rappresentare metaforicamente il presente». Ma con il presente, tra gli anni sessanta e i settanta, lo scrittore intrattiene anche un contatto ravvicinato: grazie a una discontinua ma fitta attività giornalistica, riservata in particolare all’“Ora” di Palermo, all’epoca, sotto la direzione di Vittorio Nisticò, tra i nostri più coraggiosi quotidiani d’assalto. Una collaborazione ora riportata in luce dal volume Esercizi di cronaca (Sellerio, pp. 248, E 13,00), curato da Salvatore Grassia e introdotto da Silvano Nigro: ampia selezione di articoli eterogenei, dalle note riservate alla rubrica “Fuori casa”, a pezzi di cronaca sulla Sicilia terra d’origine rivisitata spesso, e sulla Milano città d’adozione della vita; sfaccettato caleidoscopio sulla società del tempo, percorso però da riconoscibili costanti.
La più vistosa consiste in uno slancio di denunzia che da un bersaglio all’altro colpisce sempre un obiettivo di fondo, il «capitalismo onnivoro e autoritario» dilagante in tutta la penisola, le sue pieghe aberranti come i suoi volti giornalieri, le sue impennate drammatiche come la sua consueta routine. Il sequestro a Salemi di Lorenzo Corleo, esattore legato ai Salvo, nota famiglia di imprenditori mafiosi, diventa mezzo per contrapporre l’«inferno di distruzione e condizione inumana» del Belice alla sfacciata ricchezza della criminalità collusa con le istituzioni; vicende milanesi diverse – un feroce delitto gratuito commesso da giovani fascisti di buona famiglia, il gesto disperato di un camionista suicida insieme ai figli, la storia tristemente paradossale di un operaio licenziato perché continua a esprimersi in dialetto campano – disegnano altre contrapposizioni, tra la carica di violenza che va montando nella grande borghesia fradicia di soldi e pregiudizi e quella di ingiustizia che seguita a rovesciarsi sulle classi disagiate, tra il lusso delle vie del centro e lo squallore dei quartieri periferici abitati dagli emigranti (dove nei giorni festivi «si mastica la desolazione e l’angoscia, si palpa la pena»); una serie di articoli più insoliti, diario di una straniante scorribanda estiva tra gli uffici e gli assessorati di Palermo, illustra la deriva della città – soffocata dalla carenza d’acqua e dagli abusi dell’amministrazione – attraverso tragedie di vita quotidiana, ordinarie come i reclami per la pensione di un’«umanità scarnificata e derelitta», surreali come il caso dell’uomo che scopre di essere secondo lo Stato Civile defunto a quindici giorni dalla nascita.
Tutti questi pezzi sono compattati anche dalla chiarezza informativa, da un’adesione all’impegno giornalistico pienissima, ma al tempo stesso mai incolore o prevedibile. Come giustamente sottolineano Nigro e Grassia, negli articoli Consolo evita le rielaborazioni romanzesche della cronaca rese di moda da Capote e dai suoi epigoni, e inoltre rinuncia allo sperimentalismo compositivo e linguistico caratteristico della sua produzione di scrittore; ma l’approccio letterario apparentemente accantonato riemerge di continuo, non solo nei virtuosismi stilistici, nelle pause descrittive o nei rimandi pittorici (l’indugio in Sosta a Sapri sul «cielo sospeso» della primavera siciliana, «d’un colore, come solo Antonello ha saputo fissare nella Crocefissione»); ma soprattutto nella vocazione a oltrepassare la superficie degli eventi, a situarli in prospettive inedite, a penetrarne i sensi profondi come le irriducibili dissonanze.
Una vocazione che segna specialmente la sezione più corposa del libro, la serie di pezzi su un processo d’Assise che ebbe luogo a Trapani nell’estate del 1975, relativo al caso di tre bambine trucidate a Marsala nel 1971, seguito a un’istruttoria travagliata e a un primo processo interrotto, e per giunta complicato dalle rivelazioni lacunose e contraddittorie dell’imputato, Michele Vinci, tipico esempio di reo confesso inattendibile (infine condannato, ma probabilmente capro espiatorio di un complotto mafioso concepito come ritorsione contro il padre di una delle vittime). Un processo nelle cui ombre Consolo si inoltra non solo mediante rinvii già classici (come quello al Così è (se vi pare) pirandelliano, dramma sulla frantumazione della verità in versioni incompatibili, frequentemente evocato nelle cronache giudiziarie), ma soprattutto attraverso un efficace dosaggio di pathos e umorismo, una serrata alternanza tra cupe immagini dell’inestricabile confusione della storia (vista come «terribile metafora» del pozzo buio in cui erano state ritrovate due delle bambine) e squarci ironici sul funzionamento della macchina giudiziaria, sul curioso senso «di indifferenza, di apatia, di assuefazione» prodotto dai suoi riti, dalle sue punte grottesche (il colpo di sonno di un perito, l’atmosfera da gita scolastica di un sopralluogo) e dai suoi tipici addentellati (l’eloquenza fiorita e ampollosa di alcuni avvocati, la calca di spettatori e reporter che, come già notava un altro scrittore giornalista, Buzzati, rende i dibattimenti simili a prime teatrali) .
La refrattarietà delle cose a spiegazioni e soluzioni rassicuranti è avvertita con lucidità implacabile ma non rassegnata: ulteriore costante della raccolta, e forse ragione principale della sua presa, è la perdurante sospensione tra una dichiarata amarezza e una tenace volontà di resistenza. Il pessimismo è aspro, sferzante, esteso alla stessa letteratura, ormai compressa e snaturata dagli ingranaggi dell’industria culturale (come indica in particolare Conversazione a Milano, resoconto di una passeggiata – tra librerie rigurgitanti di classici in «nuove e lussuose confezioni» e di volumi «sui vini, sulle automobili, sui fiori» – in compagnia di uno Sciascia turbato perché al successo delle sue opere non ha corrisposto una vera sensibilizzazione sulla realtà siciliana); il che però non esclude l’auspicio di una reazione, il richiamo a una tensione etica diversa da quella astratta e intellettualistica biasimata nel Sorriso dell’ignoto marinaio, immersa invece nella singolarità e nei disagi dei contesti specifici.
Una tensione a volte ricercata con fervore in voci del passato, come quella del Carlo Pisacane definito «il più acceso e lucido rivoluzionario del nostro Risorgimento», a volte individuata con acume in voci ancora in germe, come quella del giovane pubblico ministero che nel processo Vinci prova a smontare la tesi della colpevolezza unica dell’imputato con una «critica chiara, precisa, serrata»: Giangiacomo Ciaccio Montalto, poi sempre più in prima linea nella lotta al crimine, lasciato allo sbaraglio, ucciso dalla mafia nel 1983. Uno tra i numerosi esponenti di quella che Consolo definisce, in un articolo dedicato proprio all’“Ora”, l’«altra Sicilia», «della cultura e della speranza»: magistrati, sindacalisti, giornalisti quasi mai ricordati, forse perché la forza delle loro vite smentisce troppo i nauseanti e pervicaci stereotipi sull’equazione tra Sicilia e mafia (tanto cari ai battutisti da tre soldi, tanto comodi per la cattiva coscienza nazionale); o perché la vergogna delle loro morti, spesso agevolate dalla mancanza di qualsiasi protezione, mette in gioco responsabilità troppo pesanti dello Stato; o anche perché restringere il più possibile il numero dei martiri, enfatizzandone così l’eccezionalità, aiuta a eludere l’esigenza faticosa, e prioritaria, di un nuovo impegno collettivo.
Lucio Zinna intervista Vincenzo Consolo a RAI-Sicilia :1988

Nel 1988 Lucio Zinna curò per la RAI-Sicilia – negli studi di Palermo, allora in Via Cerda – un programma radiofonico in tredici puntate dal titolo “Incontri”/Letteratura, quale autore dei testi e conduttore in studio. Si trattava di uno dei programmi culturali allestiti dalla regista Maria Cefalù, parecchi dei quali si avvalsero della collaborazione del poeta siciliano, nel periodo tra il 1981 e il 1988: ricordiamo (oltre ai testi di alcuni documentari televisivi) i programmi radiofonici: “Poesia oggi” e “Sicilia letteraria” (1981-1982, in collaborazione con Giovanni Cappuzzo), “Sei storie dal reale” (1983), “Questi maledetti poeti” (1984), “Tra il reale e l’immaginario”(1986), “C’era una volta /sei favole di Luigi Capuana” (1988) e altri.
Il ciclo “Incontri”/Letteratura era basato su interviste in studio o telefoniche a personaggi del mondo letterario siciliano e non (fra questi gli scrittori Gesualdo Bufalino, Giovanni Gigliozzi, Andrea Vitello, autore di un’insuperabile biografia di Tomasi di Lampedusa, lo storico Orazio Cancila), con lettura, da parte di attori, di brani tratti da opere alle quali si faceva riferimento. In una di queste trasmissioni, andata in onda il 21 novembre 1988, Zinna intervistò in studio lo scrittore Vincenzo Consolo, di cui era appena uscito il libro di racconti “Le pietre di Pantalica”. Un brano dell’opera fu letto da Gabriella Guarnera. Regia di Maria Cefalù, con la realizzazione tecnica di Saro Cordaro e Nicola D’Addelfio.
Trascriviamo il testo della conversazione da registrazione su nastro magnetofonico.
Buon pomeriggio da Lucio Zinna. Il nostro ospite di oggi, per il ciclo di “Incontri/Letteratura”, è lo scrittore Vincenzo Consolo, del quale è apparso in questi giorni – edito da Mondadori – “Le pietre di Pantalica”. Ci intratterremo con l’autore subito dopo il nostro consueto profilo.
Vincenzo Consolo è nato a Sant’Agata di Militello nel 1933. Conseguita la maturità a Barcellona Pozzo di Gotto, studia legge alla Cattolica di Milano dove si laurea. Torna in Sicilia per dedicarsi all’insegnamento, frequentando nel contempo scrittori come Leonardo Sciascia e il poeta Lucio Piccolo. Nel 1968 si trasferisce a Milano, dove vive tuttora, con frequenti catabasi nella sua terra.
La sua prima opera, “La ferita dell’aprile”, è un romanzo lirico e meta-dialettale apparso nel 1963. Una metafora del transito dall’adolescenza speranzosa alla deludente maturità. L’ambientazione è quella della Sicilia dell’immediato dopoguerra. Del 1976 è “Il Sorriso dell’ignoto marinaio”, edito da Einaudi. Una ricerca archetipica della psicologia dei siciliani, esemplata su un famoso quadro di Antonello da Messina. Il romanzo, ambientato in epoca garibaldina, narra di un esule siciliano, l’Interdonato, che rientra nell’isola sotto mentite spoglie nel 1852, per condurvi la sua lotta antiborbonica. Narra anche di un aristocratico cefaludese, Piraino di Mandralisca. Il sorriso ironico del primo esprime la consapevolezza che ogni spinta rivoluzionaria finisca per frangersi nell’isola contro il pessimismo storico della sua gente. Del secondo è evidenziato invece l’evolversi da un mondo di puri interessi scientifici a quello della dura realtà degli oppressi, con i quali viene casualmente a contatto, fino al suo impegno politico a favore degli oppressi medesimi, specie in occasione di rivolte popolari provocate da irrisolti problemi sociali dopo la spedizione dei Mille.
Del 1985 è “Lunaria”, edizione Einaudi. Una fiaba teatrale in cui il persistente passato barocco di una Palermo settecentesca fa da contraltare al degrado del presente. Due anni dopo appare, presso Sellerio, “Retablo”, esemplare illustrazione di una Sicilia multiforme, proteica, aristocratica e plebea, feudale e rivoluzionaria, classica e illuminista, popolana. Anch’esso ambientato nel ‘700, come ‘Lunaria’, il romanzo si incentra sulla figura di due personaggi: il pittore milanese Fabrizio Clerici (diciamo che Fabrizio Clerici è vivente, ma è collocato, a ritroso, nella vicenda) e il siciliano Isidoro: un monaco smonacato. Sono ambedue innamorati: il primo di una nobildonna, il secondo di una popolana e mantenuta. Consolo pone a confronto due mondi diversi: la Lombardia ricca ed estetizzante e la Sicilia ansiosa di riscatto sociale. Il punto d’incontro è all’interno degli individui, nella spirale dei sentimenti.
“Le pietre di Pantalica” è una coordinata raccolta di racconti nello scenario di una Sicilia variegata nelle sue tinte, ma costantemente dolente per le lunghe offese storiche subite, per le angherie da sempre esercitate sulla povera gente dai proprietari di turno, i quali sono ora baroni ora mafiosi, ciascuno con il loro stile e la loro immagine. Ogni guerra finisce per lasciare immutata la situazione sociale, quasi sulla falsariga di un latifondo solo di recente scomparso, ma riemergente in altre forme, fino a farsi degrado a un passo dall’identità etnica. Un’affascinante e ironica girandola di paesi, di città, di campagne, di personaggi in cui si svolgono le vicende di ieri e di oggi.
La scrittura di Consolo si fonda su una singolare commistione di moduli narrativi, realistici e sperimentali, una scrittura lessicalmente ricca, fluente, che coinvolge il lettore nell’operazione di decodifica del testo. Più comunicative sono queste Pietre di Pantalica, in cui pur si innestano termini dialettali e termini culti, nonché forme verbali elegantemente arcaiche.
Vincenzo Consolo è qui in studio e noi cogliamo la gradita occasione di rivolgergli alcune domande.
Lei è siciliano e vive a Milano. Ci sono scrittori siciliani che hanno dovuto cercare il successo fuori dall’Isola (Vittorini, Quasimodo), altri che hanno dovuto fare la spola tra Sicilia e continente (Sciascia, Cattafi), altri ancora, per singolari circostanze, non si sono mossi dai loro luoghi: Piccolo, Bufalino. Quale è stata la sua iniziale avventura letteraria?
La mia iniziale avventura letteraria credo che abbia avuto degli intenti contrari a quelli che di solito sono avvenuti nella storia, cioè il cammino dal Sud verso il Nord, e la Sicilia in questo senso, come lei ha detto, ha una lunga storia, da Verga a Capuana a De Roberto fino a Vittorini a tanti altri. C’erano, dalla Sicilia, due modi di partire verso la Milano, verso la Lombardia dell’organizzazione sociale e dell’organizzazione culturale, e verso la Roma dove c’era il potere politico, e dove i climi erano molto italiani e molto somiglianti a quelli della capitale siciliana, Palermo. Questi due modi di partire erano anche due modi di concepire la letteratura. Qui è molto lungo indagare le ragioni dell’emigrazione verso Roma o verso Milano. Comunque io, come lei ha ricordato, ho fatto i miei studi universitari a Milano negli anni ’50, negli anni in cui in Italia, dopo il disastro, l’azzeramento della guerra, si ricominciava a ricostruire, come si dice. I miei compagni di Università, allora più o meno più anziani di me forse di qualche anno, e comunque frequentanti lo stesso ambiente, respiranti lo stesso clima di studi e lo stesso clima culturale, si chiamavano De Mita, Misasi, Bianco, si frequentavano gli stessi luoghi. In questa piazza straordinaria che era la piazza Sant’Ambrogio, l’antica piazza del Giusti, della basilica di Giuseppe Giusti, lì, in questa piazza, si incrociavano i vari destini che erano, allora, i destini dell’Italia. C’era lo studente universitario che veniva da questo sud povero, c’era anche l’emigrato che arrivava in questa piazza, perché lì c’era il centro di emigrazione. Questi emigrati venivano prelevati direttamente dalla stazione e portati in questo centro di emigrazione di piazza Sant’Ambrogio e poi spediti in Belgio, in Francia, nelle varie miniere delle varie fabbriche; poi c’era il poliziotto che si arruolava proprio per bisogno perché lì, in questa stessa piazza, c’era una caserma della celere, quindi in queste trattorie letterarie, dove si andava a mangiare poteva capitare di imbattersi nel compaesano. Ecco, io sono andato a Milano perché ho obbedito a una sorta di mitologia letteraria, perché era stata la città di Verga, perché a Milano c’era Vittorini. Poi, dopo finiti gli studi, sono tornato in Sicilia per fare lo scrittore, perché mi interessava naturalmente il mio ambiente storico, il mio ambiente sociale. Sono stato fino al ’68 ma poi ho visto che quest’isola si desertificava, il mondo che mi interessava non c’era più e anch’io ho fatto le valige e sono tornato a Milano perché era l’unica città possibile per me, perché a Milano mi sembrava che allora – proprio ancora sulla spinta della mitologia vittoriniana dell’industria a misura d’uomo, delle sperimentazioni che allora si facevano di industria e letteratura –, mi sembrava, appunto, che a Milano ricominciasse una nuova storia, volevo conoscere questo mondo industriale. Anche questa è stata una mitologia, il crollo di questa mitologia. Intanto io avevo pubblicato il mio primo romanzo e a Milano sono stato proprio per questo sradicamento e per questo reinnesto in un’altra cultura, tredici anni in silenzio, fino a che, dopo avere osservato questo mondo, ho capito che io non potevo scrivere di Milano perché mi mancava la memoria di una società industriale. Però ho potuto esprimere, spero, questo mondo di allora, questo momento storico a cavallo degli anni ’60 e ’70 attraverso la mia memoria, che era la memoria della Sicilia, però in modo metaforico. Scrivendo di questo mondo importantissimo in Sicilia, cioè degli anni attorno il 1860 con l’unità d’Italia, nodo storico in cui ci siamo imbattuti quasi tutti gli scrittori siciliani – da Verga a Pirandello a De Roberto a Lampedusa allo stesso Sciascia –, nodo storico che quasi tutti abbiamo affrontato, perché partendo da lì ci siamo potuti rendere conto di certi mali che sono sociali, di cui soffre la nostra isola… Ho voluto metaforicamente esprimere non solo il mondo siciliano ma il momento storico nazionale, i temi che allora si agitavano erano quelli degli intellettuali di fronte alla storia, quello delle masse popolari esclusi dalla storia che non avevano la parola e temi di questo genere.
Parte per vivere altrove, si porta la Sicilia dentro. Se la porta appresso questa Sicilia?
Si, è il nostro mondo. Io ho sempre detto che esistono due modi di essere scrittore: lo scrittore di superficie e lo scrittore di profondità. Naturalmente questo non implica una valutazione qualitativa, sono modi di essere. Io credo che uno scrittore siciliano non può essere che uno scrittore di profondità, cioè la nostra è una cultura talmente composita, ricca, stratificata, come del resto la nostra storia, che non si può prescindere dal riportare nella scrittura tutto questo mondo che ci ha preceduto. Io ho sempre detto, e ripeto, che noi non siamo figli della natura ma siamo figli della storia; noi nasciamo incisi da dei segni culturali e in Sicilia i segni culturali sono molto importanti, sono molto profondi e sono difficili da eliminare.
Ne ‘Le pietre di Pantalica’ figurano, quali personaggi, alcuni nostri scrittori e poeti, alcuni viventi quali Buttitta e Sciascia, altri scomparsi quali Lucio Piccolo e Antonino Uccello. Cosa è filtrato nella sua opera delle frequentazioni e consonanze con tali personalità?
Mah, sono persone a me care. Io le ho volute raffigurare qui proprio come le persone più rappresentative di un mondo che è quello contadino, di una civiltà che è quella contadina. Sono le persone che più hanno rappresentato questa civiltà e questo mondo che per me ormai è scomparso, e quindi persone anche oggettivamente importanti dal punto di vista poetico.
In prolepsi al racconto “Le Chesterfield” lei cita la seguente considerazione di Sciascia: « […] tutti i miei libri in effetti ne fanno uno, un libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua sconfitta della ragione […]». Così Sciascia. È così anche per lei?
Sciascia parla della sconfitta della ragione in senso sociale, nel senso della organizzazione sociale. La sconfitta della ragione lui la rappresenta attraverso tutta la sua letteratura, con la violenza dell’Inquisizione, la violenza fatta all’uomo, l’impostura e tanti altri mali che ci hanno afflitto, parla appunto di sconfitta della ragione dal punto di vista sociale, qui io l’ho voluto riportare alla sua radice letterale, cioè la dialettica fra ragione e follia. Per me che constato i fatti, in un certo senso, mi porterebbero a dire di si, di essere d’accordo con Sciascia. Però io penso e voglio sperare che la storia mi smentisca continuamente. Io credo nella Storia, credo che la storia abbia un andamento flessuoso, dei momenti in cui la linea raggiunge livelli molto bassi, in cui ci sono delle grandi aperture, in cui si aprono dei nuovi orizzonti e si possono nutrire delle grandi speranze. Tutto questo può essere deciso da persone assolutamente pessimiste, ma io, non credendo ad altro, io credo nelle forze progressiste della storia.
Sempre ne “Le Pietre di Pantalica” lei parla di una Palermo-Beirut, una città mattatoio, una città nella quale, sempre sulla scia di tristi avvenimenti, che purtroppo conosciamo bene, gravano ricorrenti e cupi bagliori. Quanto è da addebitare di tale situazione ai palermitani stessi? Intravede qualche segno di ripresa, di risalita?
Queste pagine su Palermo così violente, così assolutamente pessimistiche, non sono altro che la registrazione di una realtà in un determinato momento che era l’estate del 1982. È una invettiva abbastanza violenta che io faccio
ma anche lirica in certi momenti…
anche lirica per certi aspetti si, però questa invettiva così risentita così forte nel tempo non denuncia che un amore mio nei confronti di Palermo, un amore tradito. C’è nei miei libri, sin dal romanzo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” … io ho sempre detto che avrei ambientato una parte del libro a Cefalù, l’ho chiamato “la porta verso il mondo palermitano”, che per me è il mondo più bello, più affascinante, più ricco storicamente. Poi è venuto “Lunaria”, anche quello ambientato a Palermo, lo stesso “Retablo” è ambientato a Palermo. È una città che io amo perché è la città più impregnata di storia, più ricca di segni culturali e storici e quindi in questa invettiva c’è una sorte di tradimento di delusione per questo amore mal corrisposto.
[Gabriella Guarnera legge un brano, riguardante Palermo, dal racconto eponimo “Le pietre di Pantalica”]
Chi ha tradito Palermo?
Palermo, si lo sappiamo, è quella che è. C’è anche in questa città, malgrado tutto, malgrado la mafia, adesso voglio dire il quadro non è tutto nero, ci sono dei bagliori bianchi, ci sono dei bagliori di luce e questo si vede in tante cose che avvengono a Palermo nonostante tutto.
Le rivolgo una domanda che lei rivolge a se stesso nella prefazione al libro di Mario Lombardo, “Giudice popolare al Maxi Processo” (Edizione ILA PALMA): ”Come è possibile che qui in quest’isola di tanta cultura, tanta civiltà, ci possano essere mafiosi criminali autori di efferati delitti, di stragi?”. Ecco la domanda che io vorrei rivolgerle è questa. C’è una risposta a questo interrogativo?
Sinceramente io non riesco a rispondere. Quando leggo, sento, assisto a delle atrocità che avvengono in quest’isola civilissima, io ogni volta mi chiedo con raccapriccio, con smarrimento come è possibile che in questa terra così umana, in questa terra che ha prodotto tanta cultura, tanta arte, come è possibile che si arrivi a tali abissi di barbarie. Ecco, io ogni volta non trovo risposta a tutto questo
…è lo sgomento di tutti
si è proprio così, sono domande che smarriscono.
Passiamo a un aspetto più squisitamente letterario. La sua ideale misura narrativa pare consista nel romanzo breve o nel racconto. Si considera uno degli scrittori così detti minimalisti o ritiene queste solo delle vuote formule letterarie o’ da letterati’?
Mah, io non credo a queste formule che ci vengono imposte dall’estero. Non credo ai ‘minimalismi’ di sorta. Nessun minimalismo di sorta. Io credo che la letteratura tratti di fatti minori, minimi, che non c’è bisogno di connotarli con questo termine che è mutuato dall’arte: il Minimalismo. La letteratura è sempre minimalista, perché parla dell’uomo nella vita quotidiana, dell’uomo…
… si scava all’interno della coscienza…
della coscienza nei fatti quotidiani, io credo poi che questo non è più tempo delle grandi narrazioni…
…di stampo ottocentesco…
… di stampo ottocentesco, perché lo spazio letterario è relegato sempre più altrove. Bisogna scandagliare e sapere dov’è questo spazio letterario e io credo che la letteratura oggi, proprio perché questo spazio letterario è invaso da altri tipi di narrazioni quali sono quelli dei media, della radio, della televisione, dei giornali, cose che nell’Ottocento non c’erano. Nell’Ottocento i romanzi-fiume avevano altre esigenze, di informare, anche di supplire a delle scienze, le cosiddette ‘scienze umane’,che allora non esistevano. I romanzi di Balzac informavano, dovevano contenere anche delle cognizioni di ordine sociologico, che oggi assolutamente il romanzo non dà e quindi la letteratura oggi, il romanzo oggi, si interiorizza e diventa sempre più sintetico, sempre più profondo.
Ha appreso qualcosa dagli sperimentalismi, dal neoformalismo degli anni ’60 e ’70 o li ha preceduti di stretta misura, considerato che la “La ferita dell’aprile” è datata 1963, che è un anno ormai ben definito nella nostra storia letteraria?
Io non ho mai amato gli avanguardismi. Io credo di essere figlio della cultura siciliana che è stata sempre sperimentale, da Verga in poi, almeno l’operazione linguistica di Verga: una operazione grandissima e altamente sperimentale. L’avanguardia è una operazione di azzeramento e di cancellazione di tutto quanto ci ha preceduto. Io invece credo nella sperimentazione tenendo presente tutto quanto ci ha preceduto, tenendo presente la storia. Io non ho potuto scrivere – ma come me tanti altri scrittori – non avendo consapevolezza di questa grande letteratura siciliana che ci ha preceduto.
Dialoghi Mediterranei, n.1, aprile 2013
CRONACHE SICILIANE DI VINCENZO CONSOLO
CRONACHE SICILIANE DI VINCENZO CONSOLO
Tanti anni fa Vincenzo Consolo raccontò di quando, da giovane, correva alla stazione del suo paese natale, Sant’Agata di Militello, «ad aspettare il “mio” giornale, il giornale dell’altra Sicilia, quella vera e storica della cultura e della speranza: “L’Ora”. Dalla sua cronaca apprendevo ora con gioia, ora con raccapriccio, delle occupazioni delle terre, delle uccisioni dei sindacalisti, della mafia, di Danilo Dolci, di Li Causi».Il grande scrittore siciliano è morto il 21 gennaio dell’anno scorso a Milano, lontano dalla sua isola amata e disamata. L’editore Sellerio, per l’occasione, ha pubblicato in volume gli articoli che Consolo scrisse sull’«Ora» in diversi periodi della vita: Esercizi di cronaca, a cura di Salvatore Grassia, con una prefazione di Salvatore Silvano Nigro (pp. 243, 13). Negli anni, Consolo collaborò a diversi giornali, «Tempo illustrato», «Il Messaggero», il «Corriere della Sera», «L’Unità», «il manifesto», ma per lui «L’Ora» fu sempre la voce di casa, il foglio più consonante, «il mio giornale», appunto. E sarebbe stato forse questo il titolo da dare alla raccolta uscita adesso, di grande interesse per la biografia dello scrittore.È una lezione di umiltà per Consolo il giornalismo. Non aveva, nei suoi confronti, la puzza sotto il naso di tanti letterati che disprezzano e insieme ambiscono a scrivere sui giornali. «Altro che dorata e comoda distanza, altro che metafora della scrittura letteraria! Com’è difficile il mestiere di giornalista e di giornalista in una città come Palermo, e in un giornale come “L’Ora”» scrisse.Il linguaggio, nei suoi romanzi, è essenziale. Ma nei suoi articoli dimentica del tutto il suo espressionismo barocco, usa soltanto l’italiano limpido e chiaro. Collaborò all’«Ora» dal 1964 e seguitò a scrivere su quel giornale della sinistra fin quando chiuse i battenti. Nel 1975 ? stava per finire, inquieto, il suo capolavoro, Il sorriso dell’ignoto marinaio ? lavorò per sei mesi nella redazione del quotidiano. Seguì allora a Trapani, nel Collegio dei gesuiti diventato Tribunale, il processo Vinci, l’uomo accusato di aver ucciso a Marsala tre bambine gettandole in un pozzo, condannato all’ergastolo per quegli orribili delitti. Scrisse la cronaca quotidiana del processo, testimone illuministico delle doppie verità, dei misteri, delle menzogne, delle isterie popolari, tra la tragedia greca e la manzoniana Storia della colonna infame. Protagonista è sempre il dubbio, i suoi resoconti sono minuziosi, a Consolo non sfugge nulla, attento alle figure e ai comportamenti dei giudici e all’enigmatico silenzio dell’imputato. Sa rendere partecipe il lettore del clima di follia che in quell’estate africana divise la città. Conobbe non superficialmente Giangiacomo Ciaccio Montalto, l’umanissimo e colto pubblico ministero del processo, che il 25 gennaio 1983 sarà ucciso dalla mafia. A lui Consolo dedicherà sul «Messaggero» pagine doloranti e bellissime.Gli articoli sul processo Vinci ? cento pagine ? letti adesso sembrano un libro nel libro. Consolo scrisse sull’«Ora» di molti temi. Il rapimento Corleo, parente dei ricchissimi cugini Salvo, gli esattori di Salemi, una cupa storia di mafia, ma usando il lato comico del suo primo libro, La ferita dell’aprile, raccontò anche storie gogoliane di vita siciliana andando a vedere gli uffici di Palermo, lo Stato civile, l’Inps, le Imposte dirette, con i loro grotteschi capiufficio, gli ispettori, gli impiegati.Lontano dalla Sicilia, invece i suoi articoli sembrano le lettere a casa di un eterno emigrato. Che cosa succede al Nord? Anche questo: un contadino salernitano viene licenziato da un’azienda di Codogno perché sa parlare soltanto nel suo dialetto.Scrisse affettuosamente di Franco Trincale, il cantastorie siciliano, e di Gaetano Manusé, il bancarellaio dalla faccia araba che vendeva libri dietro l’abside della chiesa di San Fedele, a Milano, ebbe clienti illustri, Montale, Toscanini, Luigi Einaudi, la Callas e tra le mani una Vita di Alfieri postillata da Stendhal.Il 12 giugno dell’anno scorso, sul «Corriere», Cesare Segre, recensendo La mia isola è Las Vegas, il libro di racconti uscito postumo, scrisse tra l’altro che «al dolore della perdita si mescola la consapevolezza, anche, dei mutamenti che questa perdita ha implicato per il quadro attuale della narrativa italiana. Si sa che Consolo era tra le figure di maggiore spicco del romanzo di fine Novecento».Si sa ora che era anche un ottimo giornalista.RIPRODUZIONE RISERVATA
Stajano Corrado
La memoria di Vincenzo Consolo
di Giulia Stucchi
Oggi ricorre il primo anniversario della morte di Vincenzo Consolo, spentosi a Milano lo scorso 21 gennaio.
Lo scrittore, di origine siciliana (era nato a Sant’Agata di Militello il 18 febbraio 1933), viveva stabilmente nel capoluogo lombardo dal 1968. Per quanto la sua opera letteraria sia ormai conosciuta dalla maggior parte degli “addetti ai lavori”, ancora scarsa è la critica che lo riguarda e pochi i lettori comuni che gli si avvicinano, complice la fama di “scrittore difficile” che lo accompagna. Eppure il fascino dei testi consoliani, per quanto sia certo da attribuire anche alla loro complessità, la travalica, e ci regala veri e propri squarci di poesia, in una continua tensione, mai risolta, fra la ricerca del fatto artistico come portatore di un potere universalizzante, e il tentativo di afferrare il reale in tutta la sua infinita varietà. Un tentativo, quest’ultimo, che nasce dalla convinzione dell’autore che esista un compito etico a cui l’intellettuale è chiamato: si tratta cioè della cosiddetta “poetica dell’impegno”. Lo scrittore, allora, deve intervenire sulla società, guardare ad essa in modo critico e consapevole, per metterne a nudo i mali, le contraddizioni e combattere, per dirla con le parole di Consolo, «l’afasia del potere».
Del resto l’intero percorso letterario del nostro autore è giocato su questa tensione, resa ancor più problematica dalle continue domande, tipicamente novecentesche, riguardanti la necessità, il valore e persino la possibilità stessa di scrivere. Per chiarire meglio ciò di cui sto parlando pensiamo, per esempio, all’alternarsi di opere come Il sorriso dell’ignoto marinaio (Einaudi, 1976),Nottetempo, casa per casa (Mondadori, 1992) e Lo Spasimo di Palermo(Mondadori, 1998) da un lato, e, dall’altro, di testi quali Lunaria (Einaudi, 1985) o Retablo (Sellerio, 1987).
I primi tre libri sono ambientati su uno sfondo storico ben preciso e danno vita ad un’ideale trilogia romanzesca all’interno della quale vengono passati in rassegna alcuni momenti cruciali per la storia del nostro Paese: troviamo così il periodo risorgimentale e unitario nel Sorriso, la nascita del fascismo inNottetempo, casa per casa, le fasi finali della dittatura mussoliniana, con il terrorismo politico degli anni Settanta e le stragi di mafia sul finire del secolo scorso, nello Spasimo. Grazie a questo escamotage Consolo intende recuperareil valore memoriale della Storia, capace di offrirci, sia per la sua lontananza, che per la sua funzione di lente interpretativa, uno sguardo distaccato e consapevole, in grado di leggere e capire anche il presente. Ma la Storia si carica qui anche di un valore simbolico che la fa aggiungere alle tante metafore su cui si fonda la poetica di questo autore: gli avvenimenti, infatti, si succedono e si succederanno ciclicamente fino a che l’uomo non imparerà a dar vita a una società giusta, equa, all’interno della quale il divario fra i ceti popolari e quelli più abbienti si assottigli fino a scomparire. La Storia, allora, non serve solo per capire il presente, ma anche per rappresentarlo, poiché ciò che è stato è, o sarà.
Anche quando gli avvenimenti trattati da Consolo sembrano non avere apparentemente un aggancio diretto con il presente, infatti, essi non perdono la loro capacità di farvi riferimento e di fornire uno sguardo critico sulla contemporaneità. Si pensi per esempio al Sorriso e a come le insurrezioni contadine che prendono piede nel Meridione alla notizia dell’arrivo delle truppe garibaldine forniscano l’occasione per parlare, seppur indirettamente, delle rivendicazioni del movimento contadino degli anni Sessanta del Novecento (vivo presente al momento della stesura del libro), rivendicazioni riguardanti tanto la richiesta di una riforma agraria, quanto la questione meridionale. Il parallelo tra i due episodi è tanto più forte dal momento che, in entrambi i casi, le rivolte vennero represse nel sangue dallo Stato e i problemi rimasero così irrisolti. Lo stesso discorso, del resto, può essere fatto per il periodo fascista in rapporto all’oggi: in una realtà in cui il potere è in grado di gestire i mass media e l’informazione, qualsiasi voce di dissenso è destinata ad essere soppressa, nascosta, fatta tacere. La democrazia lascia così il posto ad una nuova forma di dittatura, che, per quanto non dichiarata e meno violenta, non per questo risulta essere meno assoluta.
Ma torniamo a noi, e vediamo invece due testi come Retablo e Lunaria, la cui ambientazione risulta essere ben diversa, calati come sono in un Settecento piuttosto astratto (specie per quanto riguarda il secondo), la collocazione temporale serve allora solo per caratterizzare gli ambienti e per allontanare il racconto dall’esperienza quotidiana del lettore. Queste due opere, non a caso, sono state redatte durante gli anni Ottanta, anni in cui il rifiuto della figura dell’intellettuale impegnato da parte della società spinge Consolo a rivedere il proprio modo di scrivere, fino a metterne addirittura in discussione il senso. L’autore si rifugia allora in una narrazione che recupera la forma fiabesca e al cui interno il passato diventa solo un modo come un altro per affacciarsi su di una realtà altra, che faccia riflettere, sì, ma che con la sua lontananza e astrattezza sia in grado di regalare anchequell’effetto di straniamento e oblio di sé che è proprio anche dell’arte:
io mi chiedei se non sia mai sempre tutto questo l’essenza d’ogni arte (oltre ad essere un’infinita derivanza, una copia continua, un’imitazione o impunito furto), un’apparenza, una rappresentazione o inganno […]; l’essenza dico, e il suo fine trascinare l’uomo dal brutto e triste, e doloroso e insostenibile vallone della vita, in illusori mondi, in consolazioni e oblii. (Retablo, pp. 66-67)
Questa citazione è tratta da Retablo e ci propone il pensiero del protagonista, il pittore milanese Fabrizio Clerici, che, intrapreso un viaggio in Sicilia con l’intento di raggiungere l’atarassia e l’equilibrio interiore, si ritrova invece a dover fare i conti con una realtà “altra”, certo, ma pur sempre una realtà. Ciò lo spinge a riflettere sul valore del viaggio inteso come allontanamento dal proprio mondo, e quindi anche sul significato dell’arte e di un passato mitico come quello dell’antica civiltà greca che ha abitato l’isola.
Per dare un quadro completo, per quanto breve e sommario, delle opere di Vincenzo Consolo non si può però non accennare anche al valore, giocato sempre sul confine fra realtà e trasfigurazione simbolica, della Sicilia. Di quest’ultima, che è sempre presente nei testi dell’autore, Consolo ci fornisce un ritratto dai molteplici volti, soffermandosi ora sugli aspetti più concreti dell’isola, ora su quelli più propriamente metaforici. La Sicilia, allora, è sì un luogo reale, ma è anche un simbolo: grembo materno, fonte di regressione, di ritorno alle proprie radici e di recupero della propria identità, essa è però anche il punto da cui bisogna necessariamente partire per giungere ad una possibile rinascita, che può avvenire soltanto con la conoscenza di sé e con la consapevolezza che da tale conoscenza deriva.
Alla medesima esigenza di recupero della memoria, una memoria, quindi, declinabile tanto da un punto di vista storico, quanto personale e artistico, concorrono anche le frequenti citazioni e i richiami a opere letterarie (e non) presenti nei testi di Consolo, nonché l’uso sperimentale ed espressionistico che egli fa della lingua italiana. Di quest’ultima l’autore recupera infatti le infinite varianti, siano esse imputabili al tempo, allo spazio, all’estrazione sociale del parlante o ai gerghi tecnici, nell’intento di riscoprire il reale valore delle parole, la loro forza significante e la loro funzione identitaria. Consolo conferma così il proprio sperimentalismo di fondo, pur attraverso un costante confronto con la tradizione, nell’intento di superarla e di rendere la scrittura uno strumento critico capace d’incidere sul mondo di oggi.
La Sicilia di Vincenzo Consolo in cinquantadue racconti
La Sicilia di Vincenzo Consolo in cinquantadue racconti
da Napoli Monitor n. 51 / Novembre 2012
Sono passati alcuni mesi dalla scomparsa di Vincenzo Consolo, certo uno degli scrittori più affascinanti dell’ultimo cinquantennio. Ma per fortuna avremo da leggere ancora altri suoi libri, a cominciare da questo La mia isola è Las Vegas (Mondadori 2012, pagg. 250, € 19) che raccoglie cinquantadue racconti, tutti o quasi i suoi testi narrativi brevi. Sono testi molto godibili, che coprono un arco temporale molto ampio, dal 1957 al 2010; usciti in gran parte su quotidiani e su periodici, rimodulano la poco meno che leggendaria complessità dello stile di Consolo in una direzione fortemente comunicativa. D’altro canto vi ritroviamo tutta la ricchezza del suo stile: fra sapori dialettali, soprattutto ma non solo siciliani; lacerti di altre lingue; ampi strati di lingua colta, arcaismi, linguaggio letterario; franche, a tratti vertiginose discese verso la colloquialità. Ma la densità della scrittura di Consolo, lungi dall’essere riducibile alla sua lingua, è anche fatto strutturale, e mette radici nella capacità di unire una franca vena narrativa a molteplici altri modi discorsivi: dal saggio storico alla critica sociale, dall’indagine antropologica alle note di costume.
Al cuore del discorso c’è la rappresentazione della Sicilia, a cui rimanda il titolo, ripreso da un racconto, dove il narratore è un carcerato, condannato al 41bis, che dichiara il proprio rimpianto perché, all’epoca dello sbarco degli Alleati, la Sicilia non è riuscita a diventare il cinquantunesimo stato degli Stati Uniti. Se così fosse stato, davvero avrebbe potuto diventare una specie di Las Vegas: cioè un luogo di gioco, di divertimento, di soldi a fiumi, di sesso facile e altro ancora. La nostalgia dell’ergastolano, è chiaro, va letta due volte a contropelo: perché non la possiamo condividere, e perché quel suo sogno mistificato ci rivela non tanto e non solo che cosa la Sicilia non è diventata, ma, ahimè, proprio quello che in qualche modo la Sicilia è invece poi davvero diventata.
Metafora ad alta densità del mondo tutto, la Sicilia di Consolo oscilla fra il vagheggiamento di un luogo che avrebbe potuto conciliare bellezza storica e naturale, vitalità e cultura, desiderio e conoscenza, fra scampoli d’idillio e prefigurazioni dell’utopia, e la constatazione, addolorata e indignata, dell’orrore reale, fra violenza mafiosa e scempio edilizio, degrado di valori e distruzione del paesaggio. In questo libro si alternano tre tipi di narratore: un narratore lontano dall’autore, portatore di valori degradati, come si è visto; un narratore dai connotati autobiografici, ma dissimulati; un narratore apertamente autobiografico. È quest’ultimo tipo di narratore che spesso si mette al servizio della ricostruzione storica di episodi lontani, come la strage di Bronte del 1860 (E poi arrivò Bixio, l’angelo della morte) o recenti. Come, fra gli altri, nel memorabile Un filo d’erba ai margini del feudo, uscito su L’Ora il 16 aprile 1966, che rievoca l’assassinio mafioso del sindacalista Carmelo Battaglia. Ma anche nella rievocazione, intensamente ironica, della spedizione del Living Theatre a Cefalù, sulle tracce di Aleister Crowley, il santone decadente poi protagonista di Nottetempo, casa per casa.
Troviamo in questi racconti, fra le altre cose, non solo il versante impegnato e tragico di Consolo, ma anche una linea apertamente comico-grottesca: nei vivacissimi racconti di costume (come La prova d’amore), o nei racconti fantastici, un filone finora semisconosciuto. Consolo si fa comunque sempre portatore di un’idea forte di scrittura: non ci si può accontentare di “narrare”, bisogna “scrivere”, che è tutt’ altro. Nell’ intensissimo Un giorno come gli altri, egli rifiuta la vecchia alternativa fra la vita e la scrittura: se “dopo Freud siamo tutti nevrotici”, dopo Marx “siamo tutti intellettuali, siamo tutti politici, siamo tutti ‘filosofi dell’azione’”. Una lezione di etica, e anche di politica, di cui continuiamo ad avere bisogno.
Gianni Turchetta













