La volpe di donna Elisa

S’avissi ’na mezza sciabula
o puru ’na carrubina
facissi ’na ruvina
facissi ’un sacciu chi.
S’avissi un pignateddu
l’agghiu e puru lu sali
facissi un pani cottu
sempre s’avissi ’u pani.
Canto popolare siciliano


Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci
dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua
del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale,
mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva
sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava,
a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti.
Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli,
dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato,
la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava
nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane
lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno.
La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i
vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le
dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia,
il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile,
sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli
stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero,
mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno
della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si
sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da
lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera
con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata
d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo
sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e
martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la
farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino.
Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al
piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario
due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni
alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello
e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si
fermavano qua e là davanti a una porta.
Toc, toc.
«Chi è?»
«Carabinieri.»
S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina,
s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina
d’una donna.
Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio
o il fratello.
«Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata.
«E dov’è?»
«Mah, foresto, foresto è.»
«Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na
cartolina.»
E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina
rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia,
Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al
Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”.
Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi,
dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della
guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione
dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai
suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta,
per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale.
Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei
giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per
questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean
portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti
morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene.
E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con
la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si
parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi
e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo
era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco,
solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre
dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno
uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè
leghe società partiti, divampò per il paese.
Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi
la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo
era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti
caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso
avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia
Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture,
una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni
la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa,
veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni
di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio,
sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina
rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco
in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore;
Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda
con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante
de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli
Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo
Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe,
a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un
Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di
giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi.
A Ratumemmi a li primi nisciuti
Si sparagiaru già li so surdati.
Li baddi gruossi e li baddi minuti
Cadianu comu grannuli quagghiati;
E Pidicuddu ci dissi a Rumanu:
Lassamu l’armi, e facimmula a manu.
Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno,
con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a
mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor-
razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per
Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e
di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli,
dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E
tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo,
a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la
sezione del partito.
Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi,
davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei
circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse,
e lesse a voce alta pei compagni:
GIOVANI SICILIANI
Ancora una volta dopo lunghi anni
di guerra e di miserie ci si chiede,
contro la volontà di un popolo,
di spargere il nostro sangue. Come ieri,
il vile monarca ci impone di morire
per la conquista di altri imperi.
Noi non impugneremo le armi!
GIOVANI DI SICILIA
Siate tutti solidali nell’esprimere
la vostra volontà di non presentarvi!
Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo.
La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi
donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni
canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti.
Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua
carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma.
Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza,
tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come
fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere.
Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana,
si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da
molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro.
Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi
di sapere quale piega avrebbe preso quella parata.
Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le
due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu-
ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava
e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori
d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani
capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari,
erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei
chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle
idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato.
Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il
tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della
banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico
rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti
e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù
pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza
i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi.
Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di
circoli e partiti.
Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva
gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso
il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello,
muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia:
«Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato
cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine!
Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…»
«Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso
che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito.
Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino
a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale
a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino
non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa.
«Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino
«con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa
di don Lucio Tasca.»
«A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede
da qui a ’na settimana!»
«Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire
basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse
con furia sulle spalle, e rigida partì.
Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo
militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al
bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò
sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo.
Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento,
dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna
Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di
riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al
vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro
la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti,
che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per
reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto,
sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa
fina,» mormorando «che pane bianco!»
Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal
piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino.
Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo
prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in
tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia
piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta
di Caltanissetta.
La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli
influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri
nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano
a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette
e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata.
Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò
ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò
all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano
“Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane
e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”.
E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano
i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni
scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo
per prima mirò al Municipio.
Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e
ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica,
girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali
di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu,
fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe
spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo
d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio,
la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi,
perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato.
Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio.
Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie
mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati
davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e
saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli,
Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio
podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello.
Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna
superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna
fatte a tutti con l’inglese.
Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono
stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore
di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del
legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la
toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola
rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i
bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline,
e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro
Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e
ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò.
Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano
al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò,
si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della
baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di
donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale.
Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì
anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di
Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino,
ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario
uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel
paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico
mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese
d’anteguerra.
Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello
del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono.
Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli
eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò:
«No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate,
entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece
cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero
filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto
una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane.
Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi;
gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi
per cui eran passati gli zuavi.
Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi,
a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo
quartiere, si rintanò dentro il covile.
Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel
saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono
alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan
godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la
notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel
sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo.
E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo
chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce
dalla guerra partigiana.
Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava
nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert
che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue
des Grands-Augustins?
Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni,
videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini,
camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole,
i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino.
In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto
di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava
angustiato.
Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo con Sebastiano Burgaretta

UNA BALLATA PER LA BELLA ROSALIA

Meno elegiaco-ironico di La ferita dell’aprile (1963), meno espressionistico-allegorico di Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976), meno visionario-filosofico di Lunaria (1985), Retablo (pagine 164, L. 8.000. Sellerio), quarta opera narrativa di Vincenzo Consolo, risottolinea alcuni dei caratteri dello scrittore siciliano: l’esercizio mimetico-parodico (di matrice gaddiana), l’andante affabulato-rio-rapsodico (di matrice calviniana), il simbolismo lirico (di matrice vittoriniana). Tutti questi elementi di una scrittura colta, raffinata, poliedrica, mistilingue, in Retablo sono messi al servizio di una ballata-pastiche che combina slanci romantici e illuministici interrogativi. Retablo, rappresentazione a tre voci di vicende amorose e di viaggi, ha per sfondo la Sicilia del 1760-1761: ne sono protagonisti il pittore lombardo Fabrizio Clerici (in viaggio per dimenticare Teresa Blasco che sposerà Cesare Beccaria), il giovane frate questuante Isidoro che lascia il convento della Gancia per amore della bella Rosalia e Rosalia Guarnaccia che lascia Ciccio Paolo Cricchio (ex frate Isidoro) in un certo senso per restargli fedele, perché sposa un vecchio marchese senza più desideri carnali e che la fa debuttare come cantante in un’opera di Cimarosa. L’amore è, in Retablo, orficamente rivelazione e follia, mentre il viaggio è conoscenza, iniziazione, educazione, ritrovamento. Le sequenze più belle della ballata di Consolo sono quelle dedicate alla visione notturna di Palermo, alla festa di santa Rosalia di Alcamo, alla sosta nelle terme di Segesta, alla scoperta della necropoli di Mozia; o quelle dedicate a variazioni su nomi o emozioni: Consolo è, al meglio, scrittore di incantevole virtuosismo linguistico-musicale. “Rosalia, Rosa e lia Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello si è mangiato. Rosa che non è rosa, rosa che è datura, gelsomino, bàlico e viola; rosa che è pomelia, magnolia zàgara e cardenia… Rosa che punto m’ha, ahi!, con la sua spina velenosa in su nel cuore. Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento… Rosalia, sangue mio, mia nimica, dove sei?”. Così si apre il cantare (l’operina per sontuosi pupi) di Consolo; ed ecco il visivo movimento del primo fondale, Palermo: “mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillio lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillio di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglio di vetri de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade”. Consolo sa rappresentare molto bene l’amore che si incarna e disincarna “in beatitudine o in ebetudine” e gli itinerari che portano a scoprire lo “svariare e colorirsi della vita”. ‘. Più impacciati sono, invece, i risvolti del pastiche in cui la mimesi del conte philosophique settecentesco lo porta a ragionare di vita/storia (Sfinge, Medusa e Persefone come la donna amata) nel tentativo di darne una decifrazione: come a dire che lo scrittore si lascia accendere più dell’imprevisto della fantasia che dal mobile o nobile codice della ragione. La trasgressione fantastica permette a Consolo di presentarci Fabrizio Clerici che dialoga con lo scultore barocco Serpotta (in realtà è morto nel 1732) o di ipotizzare un abate-poeta Meli che palpa sospirando ormai vecchio Rosalia (mentre nel 1761 Meli aveva appena vent’anni); così come la libertà fantastica permette allo scrittore di presentarci il rapporto tra un cavaliere lombardo del Settecento e un frate palermitano della Gancia come una medianica reincarnazione della coppia cervantesiana formata da un rozzo contadino e un hidalgo della Mancia con Teresa Blasco e Rosalia che sono la duplicazione dell’inafferrabile Dulcinea).

Raffaele Crovi
Vincenzo Consolo Retablo
Sellerio editore Palermo
Gran Milan n.17 Un libro al mese

Un gioiello finemente cesellato


Fabrizia Ramondino


Ci sono romanzi, scriveva Walter Benjamin, che somigliano a una catasta di legna da ardere; e mentre la legna arde, si consuma. con quello dei protagonisti del romanzo, anche il nostro destino … Retablo è invece un gioiello, finissimanente cesellato, come quelli di Dalì, che sapeva rendere con un rubino un cuore palpitante di vita, simile a un frutto di mare, a prendere il quale nel fondo dell’acqua si trovano nel contempo attrazione e ribrezzo. Ovvero, come suggerisce il titolo, è un retablo, parola spagnola che indica pale d’alare o successioni d’immagini dipinte meravigliose. Nel nostro caso se ratta di un trittico, le cui tavolette evocano la quête dei cavalieri erranti, l’orazione, la peregrinazione, la verità trovata. Spesso gli artisti dediti alle arti figurative si sono rammaricati di non riuscire a raffigurare il tempo; Consolo, con un procedimento à rebours, ha voluto imitare i pittori.
Se si ricorre al paragone del gioiello, esso raffigura la Trinacria. Pietre preziose e semipreziose, minerali rari e vili, smeraldi e corallo, marmo e alabastro, argento e oro, salgemma e piombo, sono stati impiegati a profusione dall’artefice per raffigurare la Sicilia di due secoli fa: i cibi semplici o elaborati al limite del disgusto, gli zibibbi e i grappoli di pasta di mandorle, inganno per l’assetato, teatro della gola per il sazio, le plebi lacere e lazzare, gli ozi crudeli dei ricchi, l’operosità degli artigiani, i pastorali ospitali, ancora oranti dinanzi alla statua della Grande Madre, i briganti feroci e umani, pronti a fraternizzare con i corsari, i frati lussuriosi, i nudi e neri operai delle saline, i contadini dediti alla fatica di dissodare il campo – e pietre maledette sono cocci di urne funerarie fenicie, membra di statue greche -, l’innestatore di aranci, innamorato della sua arte e dei frutti che produce, lo sfarzo delle chiese barocche, la solitudine estatica dei templi sul mare, la bellezza delle donne, la carnalità e la purezza, la bontà e la ferocia… Un’ode alla Sicilia, e nell’ode più odi: all’arancia e al corallo, a Rosalia la santa e alle Rosalie profane, al latte e al cacio di capra, all’amata e all’amato… e sempre odi al cielo e odi al mare.
Se il libro somiglia a un retablo, fra le molte meravigliose storie raffigurate, una è la principale: l’antagonismo fra Dioniso e Apollo – così intende Consolo la loro relazione -, fra vita ed ebbrezza mortale. La tavoletta centrale del trittico è dedicata al cavaliere milanese Fabrizio Clerici, pittore, che, respinto dalla donna amata, Teresa Blasco, invaghita di Cesare Beccaria, viaggia in Sicilia per dimenticarla e descrivere il nuovo paese all’amata lontana. Antidoto contro il mal d’amore è quindi il viaggio. Ma ancora di più lo è l’arte, di cui il viaggio è in realtà metafora. Il cavaliere non è tuttavia un esteta, il più gramo fra gli uomini ha per lui un valore incomparabilmente maggiore di una splendida statua greca. Il primo portello è dedicato a Isidoro, frate che vende bolle d’indulgenza; per amore di Rosalia fugge il convento, finisce fra i facchini del porto, finché viene preso a servizio dal cavaliere milanese che accompagna nelle sue peregrinazioni. Qui Isidoro narra la sua passione, i suoi tormenti, la sua finale pazzia d’amore. Il secondo portello, corrispondente al primo per brevità e intensità narrativa, è dedicato alla vera Rosalia, dopo i tanti abbagli, le tante Rosalie, sante, statue, ragazze, che figurano nel racconto. Qui ella tesse le lodi di Isidoro, l’unico amato. Ma ha visto donne infelici nel vico nero dove è nata, fugge perciò l’amato povero, diventa la mantenuta di un duca decrepito, che le fa studiare il canto. E annuncia che partirà presto, ingaggiata per cantare Cimarosa. Ha fatto sue le parole del castrato, suo maestro: «Siamo castrati, figlia mia, siamo castrati tutti quanti vogliamo rappresentare questo mondo: il musico, il poeta, il cantore, il pintore.
 Il tempo, il nostro tempo, che Consolo ha provato a esorcizzare, ‘insinua nel romanzo con abile gioco di baro, con ammiccamenti,
chiamate, rimandi. L’espediente più innocente è l’avere scelto come protagonista Fabrizio Clerici, pittore contemporaneo, come tutti san-no, e non del secolo dei lumi, presente nel libro anche con cinque disegni – e il virtuosismo tecnico del pittore ben corrisponde a quello dello scrittore. Immediato è anche il parallelo tra l’ottimismo del secolo dei Lumi e la fede, ancora cieca, nel progresso tecnico e sociale, del nostro. Ma solo dai molti ingannevoli ammiccamenti si comprende la nuova e diversa forma che ha assunto oggi la separazione tra i sessi, e si legge un’antica, e attuale, misoginia. Infine, e al modo del paradosso, il Novecento irrompe proprio nel raffinato pastiche stilistico che sembra imitare una lingua antica. Infatti i vocaboli arcaici, dialettali, inusitati, i lacerati aulici, le allitterazioni, le amplicazioni; le anastrofi, le apostrofi, le assonanze; le deprecazioni e le invocazioni; la frequente scansione metrica delle frasi e l’imitazione dei cantastorie siciliani: sono tutti stilemi in parte ripescati dal passato, ma soprattutto scaturiti dalla maggiore libertà, almeno linguistica, conquistata nel nostro secolo, e di cui proprio in terra lombarda, dove vive Consolo, si è fatto Ottimo uso.

Il Mattino, 3 novembre 1987
pubblicato anche nella rassegna trimestrale di cultura “Nuove Effemeridi”
Edizioni Guida 1995

Un gioco di specchi

Giuliano Gramigna

Lunaria è un cuntu, una narrazione (tecnicamente), a dispetto dell’elenco dei personaggi e della struttura a scene? […] Il dilemma, posto che sia essenziale, non è ancora sciolto. Il lettore apre il libretto, e subito incontra: «Città caduta affranta, misericordia di quiete dopo il travaglio, silenzio, pace». Di li a poco, una voce recita: “Origine del tutto, / fine di ogni cosa, / eco, epifania dell’eterno, / grembo universale, / nicchia dell’Averno, / sosta pietosa, oblio». In qualche modo, l’orecchio può cogliere un’eco del coro dei morti nello studio di Federico Ruysch. La citazione, meglio: la criptocitazione, volentieri dedotta da testi famosi, risulta una componente significativa di Lunaria. Più avanti, il Viceré che parla dietro il manichino, inciamperà con mirabile anacronismo nel Cimitero marino di Valéry (la piana che palpita di scaglie», gli «uccelli bianchi, tanti fiocchi», che «predano» la superficie del mare…). I cerusici, chiamati a diagnosticare i “desvanecimientos” del Viceré, rifanno il verso un po a Molière ma anche al dottor Azzeccagarbugli. Non mancherà anche un’entrata di Pirandello. Tutto ciò vuol dire qualcosa. L’accensioni i rimandi ad altre opere, più o meno evidenti, qui sembra preordinata a soffocare fin dall’inizio qualunque slancio fabulatorio ossia dinamico; a fomentare piuttosto un gioco di specchi moltiplicatorio e immobilizzante. Terrificato dal primo raggio di luce che entra nella sua camera, il Viceré si lamenta: «No, no, no… Avverso giorno, spietata luce, abbaglio, città di fisso sole, isola incandescente.. Porfirio, Porfirio, torcia di catrame, selvaggio figlio di terre inospitali, lucifero crudele, ahimè, i miei nervi nudi, le mie vene, la mia pelle, i miei occhi». La sintassi rincalza – con il dominio quasi assoluto della frase nominale con la sequela delle apposizioni – il rifiuto, quasi ribrezzo, del moto, del cambiamento, insomma della narrazione. Nell’auspicio più profondo del Viceré, tutto dovrebbe restare fermo, in un nodo di assenza, di svenimento. Ha visto in sogno, come nei versi leopardiani, cadere la Luna dal cielo, lasciandovi una nicchia, un buco. In effetti, in una contrada innominata della Sicilia, su cui regna il Viceré, la Luna viene giù a pezzi, spaventando i contadini. Un frammento è portato a corte, oggetto di disputa dotta da parte degli accademici; finché una cerimonia lustrale, ancora dei contadini, non farà riapparire la Luna in cielo. Al Viceré, dubitoso della propria e altrui consistenza, non resterà che rivolgerle un ultimo saluto: “cuore di chiara luce, serena anima, tenera face, allusione, segno, sipario dell’eterno». Questa pantomima “verbale”, immaginata per una Sicilia possibilmente settecentesca, in effetti fuori tempo, assume nella sua struttura fragile, direi perfino divertita, valori di opposizione astronomica che sono, alla base, di opposizione metafisica: il Sole contro la Luna la necessità imperiosa, violenta della vita, dell’agire, contro l’estinzione, il non-essere. La Luna è pura iscrizione siderale, dietro la quale, per poco che si frantumi o cada, si scopre il vuoto, il niente. Questo niente, che sta sotteso alla favola del libretto, è dirò così rammendato da un verbalismo sfrenato, ostentatorio nel suo eccesso, che adibisce latinismi e ispanismi, barbarità dialettali, rotondità barocche, figurazioni di un’estetica del vuoto un po’ manganelliane (dico come riferimento…). Il lettore vede ricomparire moduli e processi già degustati in un precedente libro di Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio. Là era la Storia, dichiarata vacua e inscrivibile se non per mano del potere; qui l’intimazione o il sospetto di non-esistenza investe l’intera realtà umana, o almeno ciò che ne può apparire a un Viceré, manichino del potere. Altro è il rapporto che mantengono istintivamente con il mondo, con la Luna, i contadini, li abitatori delle ville, i terragni», forze, realtà animali incomprensibili.

(Corriere della sera, 15 maggio 1985)

Lunaria, una favola teatrale



Questa mia intervista a Vincenzo Consolo risale all’aprile 1985, poco dopo l’uscita di Lunaria presso Einaudi, ed è rimasta inedita salvo poche righe che citai in una recensione apparsa su “l’Unità” il 7 maggio.
Ho ritrovato fra le mie carte il manoscritto originale, nel quale Consolo aveva trascritto le mie domande e scritto le mie risposte. E’ un intervista interessante che tocca alcuni temi fondamentali di Consolo: la visione conflittuale della storia, la diversità come disvelamento, la commistione dei generi, la sperimentazione plurilinguistica, il discorso critico sul potere e sugli umili, e altro ancora.

D. La storia di questo libro: com’è nato, dall’ interno?
R.  Ho sentito sempre il bisogno, nello scrivere, di appoggiarmi a una salda, precisa trama storica. La storia è stata sempre il supporto di ogni narrazione. Lunaria è nato invece come da uno scarto, è qualcosa che dalla trama storica si stacca e plana sopra. Il potere è sempre una “vastasata”, una sconcezza, ma può esistere un viceré che, come in Lunaria, non crede nel potere, che, al di sotto dell’ottuso livello della solare vitalità, riesce a vedere più degli altri la realtà. Un viceré notturno e malinconico.  Un innocente. Come lo sono gli estranei, gli espulsi dai confini, gli esotici, i lunatici, i depressi, e i poeti. Esiste un viceré così? A me è piaciuto immaginarlo. Immaginare un uomo di potere estraneo ai ministri, agli inquisitori, ai nobili, agli ecclesiastici, estraneo alla moglie e ai parenti, ma che comunica col valletto delle Americhe e con i villani di una remota contrada senza nome.

D. Rispetto Al sorriso dell’ignoto marinaio come si colloca, anche dal punto di vista delle implicazioni politiche?
R. L’intento nel Sorriso era stabilire una verità storica contro le mistificazioni. Qui in Lunaria forse l’intento, al di là della storia, è quello di ricercare una verità umana oltre che culturale è poetica. Una fuga, un sogno? Forse. Ma la mongolfiera favola non vola liberamente tra le nuvole, è trattenuta alla terra da salde funicelle (storiche e culturali: si vedano in appendice al libro le Notizie). E anche il viceré alla fine riporta tutto alla realtà. Dice ai villani: “Non sono più il viceré. Io l’ho rappresentato solamente. E anche voi avete recitato una felicità che non avete.” Un rito di “sortita”, come nel finale di tutte le favole, che alla luna ci riporta a terra.

D. Perché una favola teatrale? E come la vedi e come la vedi collocata in questo rimescolamento di generi?
R. Favola come un modo di narrare. E si adattava anche, il genere favolistico, al periodo storico e al fatto narrato. Teatrale come tentativo di uscire dal genere narrativo. Quella teatrale è una forma ellittica, sintetica, dove sono eliminate le parti descrittive, informative proprie della narrazione. E la forma sintetica mi permetteva quindi di sconfinare in quella poetica (forma dico, non sostanza).
Lunaria, ancora, mi ha permesso di proseguire il mio gioco linguistico, mimetico, parodistico; mi ha permesso di accentuarlo.

Gian Carlo Ferretti
7 maggio 1985
Microprovincia rivista culturale diretta da Franco Esposito
Gennaio – Dicembre 2010

Lettera a Natalia Ginzburg.

Sant’Agata

Carissima Natalia
ho letto il tuo “ La città e la casa”, che gentilmente mi hai inviato,
ti ringrazio per questa lettura. E’ uno dei rari romanzi, oggi, il tuo .
Veramente contemporaneo. Quell’umanità che dentro vi vive, a Roma o
in America, mi è sembrata che fosse appena uscita, che fosse la
impressione di un disastro e ancora scolpita dai sussulti
sull’onda lunga di quel disastro. Ma a pensarci, è sempre così
la vita, quando la si esprime nel momento in cui essa si svolge.
Solo nel passato, nel ricordo, essa si mitizza, si passa  in una
dimensione univoca e “letteraria” di tragico, di felice e di altro.
Certo. E ho capito anche l’estrema difficoltà di scrivere un
romanzo epistolare a più voci, dove i due piani, informativo ed
espressivo, coincidano è in una sola corda bisogna tessere il
racconto, caratterizzare i personaggi e il volto dei personaggi,
ho più amato naturalmente Lucrezia e Alberico.
Grazie ancora. Ti auguro molti e intelligenti lettori.
Ti auguro anche buone feste natalizie.

Tuo
Vincenzo Consolo

dicembre 1984


“Dentro il paesaggio”

Per Rino Scognamiglio

Sul lago di giallo cadmio, d’ocra dorata, di limone, naviga un paesaggio
vivido, verde terra, rosso cinabro, un campo in cloisonnage che si
stacca per urgenza, affresco per fioritura di salnitro, isola vagante al soffio
dei venti. E il lago e il campo hanno tagli vibranti, argentei, lunari, ferite
per febbri di crescenza, pulsioni d’umori incubati, frenetiche ansie, primaverili insorgenze

Verde che spiega al flabello, si modula a scala, in crescendo, terra oliva
cobalto smeraldo veronese, a bande si piega in volute, a chiocciola,
a spirale. La cui ansa, seno, golfo, madreperla muschiosa, è lambita da onde, da ritmi azzurri, marini, vibrazioni orizzontali, trasparenze abissali.
E su terra mare cielo, fiammate, incandescenze, immobile luce, pietrificata,
d’estivi meriggi.

Rossi piani che si incontrano, s’intersecano a angolo – il verticale è
più ardente, di sangue cristallino, vermiglio, più cupo l’altro, indiano
o porporino. Sul quale, in parallelo, in geometrica cadenza, occhieggiano,
in processione vanno lumache smeraldine, cespi, chiome, avvolgimenti,
viti d’una vigna in fiamme un tramonto senza fine, autunnale.

Grava sulla distesa bianca un bianco aggrumato d’argento o di zinco, e vene d’azzurro
serpeggiano, riflessi di ghiacci o metalli. Memorie vaghe riemergono, affiorano pallide, incerte, a linee, a macchie, sogni di blu e di rossi, nostalgia di forza e calore, da lontani, sepolti paesaggi, nel freddo e nell’atonìa del sonno che non promette risvegli.

Paesaggi, nelle cadenze del perenne giro del tempo. D’una natura riemersa in variazioni di luce, un gioco infinito di toni. In pigmentazioni, in grumi materici. E se una commozione, un sentimento vibra per le linee
e i colori, lo stesso senti che non siano nella natura, ma nella nostalgia della natura. Che uno strazio grava sopra quelle tele, che il dolore d’una lontananza, d’una perdita le impregna. Dolore per il tempo che inesorabilmente ci stacca, ci trascina verso gli abissi del buio e dell’oblio; per una natura lontana,
inaccessibile dietro spesse lastre di cristallo.

Qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario…

Il Montaliano reliquiario è qui la tela che è lo strappo d’un affresco, il
recupero estremo d’un paesaggio che vetustà, erosioni, opera devastante della storia sono sul punto
di cancellare, disperdere nel nulla.
In passato, nelle tele di Scogliamiglio c’era come l’impressione di reperti paleontologici , di paesaggi, forme
violate da tagli verticali, come certe erbe, certi pesci nel cuore delle pietre.
Oggi c’è come un ribaltamento di piani, come una disposizione di quei reperti nella loro primitiva posizione orizzontale, una riesposizione al sole. E conseguente rimetterli nel ciclo del tempo, nella vicenda della luce e del colore.
Per una più pressante forza della memoria, per un più acuto bisogno di poesia.

Vincenzo Consolo

Milano, febbraio 1984

“Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth” di Anonimo

 

Romanzo d’amore e d’avventura

di VINCENZO CONSOLO

Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe e di Rachele, odiato dai fratellastri, venduto a mercanti ismaeliti e finito schiavo in Egitto; oggetto di desiderio della moglie di Potifar, consigliere del faraone, calunniato e imprigionato; liberato e irresistibilmente asceso grazie alle sue facoltà oniromantiche, al potere e alla ricchezza; salvatore dell’Egitto e del suo popolo dalla fame durante i sette anni di carestia, questo Giuseppe, non solo occupa il suo posto importante e singolare nel libro dei libri, nella Bibbia, ma trasmigra in altri libri sacri, dal Talmud al Corano. E da sempre ha acceso fantasie, ha mosso il bisogno di sciogliere enigmi contenuti nel conciso testo biblico, di dipanare e arricchire il racconto originale, di togliere questa figura dalla sua intangibile e impenetrabile corazza di sacralità, di profezia, di missione, di bellezza e di virtù, e umanizzarla, laicizzarla: ha mosso insomma il bisogno di imbastire racconti sul racconto, di scrivere libri sul libro. Da tutta la letteratura orale e scritta mediorientale fino ai cosiddetti pseudepigrafi, fino ai moderni scrittori occidentali, da Goethe a Mann.

In Poesia e verità, Goethe ricorda che, da ragazzo, sulla storia di Giuseppe aveva costruito un’ampia narrazione, che poi aveva distrutto. Scrive: “Questa semplice e spontanea storia (…) si è tentati di completarla in tutti i suoi particolari “.  E Mann, coma ad accogliere l’invito del suo predecessore, dedicò sedici anni della sua vita a riscrivere la storia di Giuseppe, sedici anni a scrivere una tetralogia dal titolo Giuseppe e i suoi fratelli.

Ma c’è, nella biblica storia di Giuseppe, “bello di forma e avvenente di aspetto”, del “casto” Giuseppe, un episodio che più degli altri è conciso, sibillino; più degli altri ha posto problemi di ordine esegetico, religioso.

È l’episodio del suo matrimonio con l’egiziana Aseneth ( matrimonio misto, d’un figlio d’Israele con una straniera) .  Episodio che più degli altri ha acceso quelle fantasie narrative di cui dicevamo.

Così racconta la Bibbia: “E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat – Panache e gli diede in moglie Aseneth, figlia di Potifera, sacerdote di On”; “Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l’anno della carestia; glieli partorì Aseneth (…) Giuseppe chiamò il primogenito Manasse (…) E il secondo lo chiamò Efraim (Genesi, 41,43).  Su questo episodio s’imbastisce il bellissimo romanzo in lingua greca dei primi anni dell’era cristiana, di autore anonimo, presumibilmente della comunità ebraica di Alessandria.  Il romanzo s’intitola Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth.  Il quale ora, felicemente tradotto da Marina Cavalli e accompagnato da una dotta e appassionata nota di uno dei nostri maggiori grecisti, Dario Del Corno, è pubblicata dall’editore Sellerio.

La storia di Giuseppe in Egitto, il suo matrimonio con Aseneth, è senza dubbio la storia di un emigrato che si integra nel nuovo mondo, col suo potere, fino a impersonarlo anzi, dopo il faraone, fino a cambiare nome, fino a sposare una idolatra. Da questo punto “dubbio” della vita di Giuseppe, che ha gettato un’ombra sul popolo eletto, parte l’indagine di Del Corno, muovendosi tra l’ironia moderna di Mann, che fa bruciare a Giuseppe “incenso davanti a un’immagine del falco Horacte con il disco solare sulla testa” (Giuseppe in Egitto), e l’astuzia della teologia antica, che arriva a trasformare l’egiziana Aseneth nell’ebrea nipote di Giuseppe, figlia di Dina, per mettere in luce la terza via rappresentata da questo romanzo greco: di Aseneth convertita per amore.  Un’opera “al punto di incrocio tra l’apologetica e la fiaba, il romanzo e l’allegoria” scrive Del Corno. Per noi romanzo soprattutto d’amore e d’avventura, nettamente diviso in due parti.

Nella prima, campeggia la stupenda figura di Aseneth, “maestosa e fiorente”, chiusa nello splendore delle sue vesti, dei suoi gioielli, delle sue camere animate dalla virginale presenza delle sette ancelle, in cima alla inviolabile torre in mezzo a un giardino di delizie; di Aseneth che, folgorata d’amore, dopo sette giorni di espiazione con lacrime, cenere e digiuno, “convertita”, risorge a nuova vita e sposa Giuseppe. Nella seconda, tutta azione, intrighi, agguati, battaglie, ferimenti e uccisioni, è il trionfo del bene sul male, di Giuseppe sul figlio del faraone.

 

Romanzo carico di simboli, ora chiari ora indecifrabili; opera che, al di là delle sue ipoteche teologiche, religiose, vive di una sua autentica vita letteraria, di una sua vera poesia.

Da Il Messaggero 15/2/1984

Lingua originale: greco antico
Traduzione di Marina Cavalli
Titolo originale: Πράξεις του̃ παγκάλου ‘Ιωσήφ καί τής γυναικòς αυ̉του̃ Ασενὲθ θυγατρòς Πεντεφρη̃ ‘ιρέως ‛Ηλιoυπόλεως
Nota di Dario Del Corno
4 illustrazioni a colori
Una delle più poetiche storie, imperniate sulla figura di Giuseppe, proliferate dalla tradizione biblica.

L’ignoto marinaio

Non c’è turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose – libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è, splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il più misterioso e inquietante.

E’un piccolo dipinto ad olio su tavola (misura 30 centimetri per 25), non firmato e non sicuramente databile (si presume sia stato eseguito intorno al 1470). Fu acquistato a Lipari, nella prima metà del secolo scorso, dal barone Mandralisca: e glielo vendette un farmacista che se lo teneva in bottega, e con effetti – è leggenda, ma del tutto verosimile – che potevano anch’essere fatali: per il ritratto, per noi che tanto lo amiamo. Pare che, turbata da quello sguardo fisso, persecutorio, ironico e beffardo, la figlia del farmacista l’abbia un giorno furiosamente sfregiato. La leggenda può essere vera, lo sfregio c’è di certo: ed è stato per due volte accettabilmente restaurato.
Lo sfregio – e ce lo insegna tanta letteratura napoletana, e soprattutto quel grande poeta che è Salvatore Di Giacomo – è un atto di esasperazione e di rivolta connaturato all’amore; ed è anche come un rito, violento e sanguinoso, per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo, un definitivo segno di possesso: e chi lo ha inferto non è meno «posseduto» di chi lo ha subito. La ragazza che ha sfregiato il ritratto di Antonello è possibile dunque si sia ribellata per amore, abbia voluto iscrivere un suo segno di possesso su quel volto ironico e beffardo. A meno che non si sia semplicemente ribellata – stupita – all’intelligenza da cui si sentiva scrutata ed irrisa.

Proveniente dall’isola di Lipari, quasi che in un’isola soltanto ci fossero dei marinai, all’ignoto del ritratto fu data qualifica di marinaio: «ritratto dell’ignoto marinaio». Ma altre ipotesi furono avanzate: che doveva essere un barone, e comunque un personaggio facoltoso, poiché era ancora lontano il tempo dei temi «di genere» (il che non esclude fosse un marinaio facoltoso: armatore e capitano di vascello); o che si trattasse di un autoritratto, lasciato ai familiari in Sicilia al momento della partenza per il Nord. Ipotesi, questa, ricca di suggestione: perché, se da quando esiste la fotografia i siciliani usano prima di emigrare farsi fotografare e consegnare ai familiari che restano l’immagine di come sono al momento di lasciarli, Antonello non può aver sentito un impulso simile e, sommamente portato al ritratto com’era, farsene da sé uno e lasciarlo?

Comunque, una tradizione si è stabilita a denominare il ritratto come dell’ignoto marinaio: e da questa denominazione, a inventarne la ragione e il senso, muove il racconto di Vincenzo Consolo che s’intitola Il sorriso dell’ignoto marinaio. Ma la ragione e il senso del racconto non stanno nella felice fantasia filologica e fisionomica da cui prende avvio e che come una frase musicale, più o meno in sottofondo, ritorna e svaria. La vera ragione, il senso profondo del racconto, direi che stanno – a volerli approssimativamente chiudere in una formula – nella ricerca di un riscatto a una cultura, quale quella siciliana, splendidamente isolata nelle sovrastrutture, nei vertici: così come quelle cime di montagne, nitide nell’azzurro, splendide di sole, che dominano paesaggi di nebbia.

Ma prima di parlare del libro, qualcosa bisogna dire del suo autore. Siciliano di Sant’Agata Militello, paese a metà strada tra Palermo e Messina (sul mare, Lipari di fronte, i monti Peloritani alle spalle), Consolo – tranne gli anni dell’università e quelli del recente trasferimento, passati a Milano – è vissuto nel suo paese e muovendosi, per conoscerli profondamente nella vita, nel modo di essere, nel dialetto, nei paesi a monte del suo, nell’interno: che sono paesi lombardi, della «Lombardia siciliana» di Vittorini – sorti cioè dalle antiche migrazioni di popolazioni dette genericamente lombarde. Solo che Consolo, a misura di come li conosce, oltre che per temperamento e formazione, è ben lontano dal mitizzarli e favoleggiarne, come invece Vittorini in Conversazione in Sicilia e più – non conclusa apoteosi – ne Le città del mondo. Quel che più attrae Consolo è, di questi paesi, forse l’impasto dialettale, la fonda espressività che è propria alle aree linguistiche ristrette, le lunghe e folte e intricate radici di uno sparuto rameggiare. Perché Consolo è scrittore che s’appartiene alla linea di Gadda (sempre tenendo presente che un Verga e un Brancati non sono lontani): ma naturalmente, non per quel volontaristico arteficiato gaddismo – che peraltro ambisce a riconoscersi più in Joyce che in Gadda – che ha prodotto in Italia (e forse, senza Gadda, anche altrove) libri senza lettori e testi, proprio dal punto linguistico, di assoluta gratuità e improbabilità.

Altro elemento da tenere in conto, è quella specie di esitante sodalizio che Consolo ha intrattenuto per anni con Lucio Piccolo. E qui bisognerebbe parlare di questo straordinario e poco conosciuto poeta siciliano: ma rimandiamo il lettore ad altro nostro scritto, pubblicato nel volume La corda pazza.

Tutto, in come è Consolo e in com’era Piccolo, li destinava a respingersi reciprocamente l’età, l’estrazione sociale, la rabbia civile dell’uno e la suprema indifferenza dell’altro; eppure si era stabilita tra loro una inconfessata simpatia, una solidarietà apparentemente svagata ma in effetti attenta e premurosa, una bizzarra e bizzosa affezione. Il fatto è che tra loro c’era una segreta, sottile affinità: la sconfinata facoltà visionaria di entrambi, la capacità di fare esplodere, attraverso lo strumento linguistico, ogni dato della realtà in fantasia. Che poi lo strumento avesse la peculiarità della classe cui ciascuno apparteneva – di «degnificazione» per Piccolo, di «indegnificazione» per Consolo – non toglie che si trovassero, ai due estremi del barocco, vicini. (Il termine «degnificazione» lo si usa qui nel senso di Pedro Salinas quando parla di Jorge Guillén: e quindi anche il suo opposto, «indegnificazione»).
Il primo libro di Consolo, La ferita dell’aprile, pubblicato nel 1963 e ora ristampato da Einaudi, non ricordo abbia suscitato allora attenzione né ho seguito quel che ora, dopo Il sorriso dell’ignoto marinaio, ne hanno detto i critici: probabilmente, chi allora l’ha letto ha avuto qualche perplessità a classificarlo tra i neorealisti in via d’estinzione; e chi l’ha letto ora, difficilmente riuscirà a trattarlo come un libro scritto prima. Il che è ingiusto, ma tutto sommato meglio che l’intrupparlo tra i neorealisti.
Tra il primo e il secondo son corsi bel tredici anni (e speriamo non ci faccia aspettare tanto per il terzo): ma c’è tra l’uno e l’altro un preciso, continuo, coerente rapporto; un processo di sviluppo e di arricchimento che è arrivato alla piena, consapevolmente piene, padronanza del mezzo espressivo (e dunque del mondo da esprimere).
Anni, dunque, passati non invano, ma intensamente e fervidamente: a pensare questo libro, a scriverlo, a costruirlo; in margine, si capisce, ad altro lavoro, anche giornalistico (di cui restano memorabili cose: non ultimi gli scritti sul Gattopardo e su Lucio Piccolo).
A costruire questo libro, si è detto. E lo ribadisco polemicamente, per aver sentito qualcuno dire, negativamente, che è un libro costruito. Certo che lo è: ed è impensabile i buoni libri non lo siano (senza dire dei grandi), come è impensabile non lo sia una casa. L’abitabilità di un libro dipende da questo semplice e indispensabile fatto: che sia costruito e – appunto – a regola di abitabilità. I libri inabitabili, cioè i libri senza lettori, sono quelli non costruiti; e oggi sono proprio tanti.
Un libro ben costruito, dunque, questo di Consolo: con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», e «cose viste» che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui. E facilmente viene da pensare – almeno a me che so del rapporto che legava Consolo al barone Lucio Piccolo di Calanovella, che ho letto tutto ciò che Consolo ha scritto di questo difficile e affascinante rapporto – che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva «letto tutti i libri» e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano.
 «Tel qu’en Lui-même enfin l’éternité le change».

Leonardo Sciascia

brano tratto da “Cruciverba” einaudiana collana “Gli struzzi” 1983