«Il volto di un uomo misteriosamente invecchiato di
colpo. Questo è l’ultimo ricordo di Consolo che conservo nella memoria». Il
fotografo Giuseppe Leone, 85 anni, sta ultimando i preparativi per la mostra che
ha dedicato al celebre scrittore di Sant’Agata di Militello. In occasione del
decennale della scomparsa dell’autore di Retablo,
l’università di Catania rende omaggio alla memoria di Vincenzo Consolo con una
serie di eventi. La mostra di Giuseppe Leone si inaugurerà il 24 gennaio, alle
ore 17.00, nei locali del Centro universitario teatrale di palazzo Sangiuliano
a Catania. Il fotografo ragusano presenterà settanta ritratti, molti dei quali
inediti.
Quando
ha conosciuto Vincenzo Consolo?
«Nel 1980, ovviamente in contrada Noce, a casa di
Leonardo Sciascia a Racalmuto. Dico ovviamente, perché quel luogo raccolto,
modesto, lontano da ogni dove, è stato per anni l’ambasciata della cultura
siciliana. Tutti gli artisti che operavano in Sicilia finivano per incrociare
il loro cammino con la contrada Noce. Una mattina, mentre conversavo
placidamente con Sciascia, giunse un’autovettura con a bordo una signora e un
uomo. Vidi scendere e avanzare un uomo piccolo di statura. La prima impressione
fu quella di avere di fronte un funzionario di una qualche casa editrice.
Leonardo ci presentò e, nel corso del pranzo, ho avuto il piacere di scoprire
l’eleganza dell’eloquio di Consolo e la sua grande cultura. Rimanemmo tutti
incantati dalla sua personalità magnetica».
Come
si è evoluto il vostro rapporto di collaborazione?
«Il primo lavoro nacque da un’intuizione proprio di
Leonardo Sciascia. Il Sole 24 ore gli
aveva conferito l’incarico di curare cinque pubblicazioni dedicate alla
Sicilia. Affidò a me e a Vincenzo Consolo il volume sul barocco siciliano. Consolo
venne a trovarmi e ci inoltrammo in una lunga perlustrazione tra le città di
Ragusa, Noto e Palazzolo Acreide. Si instaurò subito una grande intesa che
presto maturò in una grande e lunga amicizia. Era un uomo che amava e apprezzava
la bellezza della vita in ogni sua forma. A dispetto dell’immagine stereotipata
che si ha di lui, non era affatto un uomo ombroso. Certo, aveva le sue asperità
e quando necessario attaccava a testa bassa, anche ferocemente. Ma era un
artista autentico. Trovammo subito un’intesa. Lui scrisse “Anarchia equilibrata” uno dei testi più intensi che abbiamo mai
accompagnato una mia pubblicazione. Nel corso degli anni, il rapporto di
collaborazione si intensificò. Pubblicammo subito dopo un libro dedicato a Cefalù,
la città che fa da naturale fondale a tre dei suoi più bei romanzi. Devo a lui
la scoperta di angoli misteriosi di quella città. La stessa cosa avvenne quando
decidemmo di pubblicare un libro fotografico dedicato ai Nebrodi, i luoghi dove
era nato. Anche in quel caso, gli devo la scoperta di feste religiose, spazi
sacrali, paesini affascinanti. Seguì poi un libro dedicato a Ortigia e
Siracusa, città che lui amava e dove aveva comprato casa. Con lui ho firmato
due dei libri più belli della mia produzione. Il primo, edito da Bompiani,
ancora una volta dedicato al barocco siciliano, grazie al coinvolgimento del
direttore editoriale Mario Andreose. Il secondo, decisamente un autentico
capolavoro fu “Sicilia teatro del mondo”, commissionato dalle edizioni Eri, con
un suo testo magistrale. Libro che è stato ripubblicato dalla casa editrice “Mimesis” proprio in occasione del
decennale della sua scomparsa. Ma in verità, il nostro ultimo lavoro insieme è
stata la copertina del suo ultimo libro, pubblicato postumo. La moglie,
Caterina Pilenga, mi chiamò dopo la sua scomparsa per scegliere l’immagine che
campeggia in copertina di “Al di qua del
faro” pubblicato da Mondadori».
Ci
racconta cosa c’è di vero della contrapposizione tra Consolo e Bufalino?
«Io li ho fotografati sorridenti e gioviali nella mia
foto più celebre, quella che li ritrae in compagnia di Leonardo Sciascia. Ma
diciamo la verità, senza infingimenti, tra i due non correva buon sangue. Erano
due uomini totalmente diversi, con due modi opposti di intendere il ruolo dello
scrittore. Senza partigianerie, bisogna riconoscere che Consolo ha incarnato,
coraggiosamente e per tutta la vita, la figura dell’intellettuale contro, non è
stato mai cortigiano. Una singolarità che ha duramente pagato, anche con la
continua esclusione. Se posso azzardare un confronto, onestamente, bisogna
riconoscere che il vero erede della scrittura civile e di impegno di Leonardo
Sciascia è stato proprio Vincenzo Consolo. Una figura di artista e
intellettuale contro che in Sicilia non abbiamo più. In questi anni è emersa
una schiera di narratori che sembra vogliano accontentarsi di intrattenere il
pubblico. Licenziano storie ben confezionate, pronte per essere consegnate alla
successiva riduzione televisiva. Producono libri gradevoli, materni, avvolgenti.
Mai però un impeto di denuncia civile come osava fare frequentemente Consolo
dalle pagine dei giornali. Ecco siamo passati da Consolo ai consolatori».
Il
suo ultimo ricordo?
«Pochi mesi prima della sua scomparsa a Ragusa Ibla. Era
stato invitato dagli studenti della facoltà di Lingue. Fu un incontro
misterioso. Appariva stanco. Ricordo l’ultimo scatto, guardava fisso l’obiettivo
con un’espressione di totale disillusione. Era il volto di un uomo che,
misteriosamente, era invecchiato di colpo».
Concetto Prestifilippo
La repubblica Sabato, 15 gennaio 2022 ediz. Palermo
SICILIA IN FESTA – FOTO DI GIUSEPPE LEONE Pubblicato in “Feste per un anno”Eidos-Fondazione Buttitta 2007 pag. 11-12
“La mitologia […] questo ha potuto con sicurezza affermare: che i fenomeni del cielo e della terra nel loro periodico ripetersi e rinnovarsi han dato luogo a molte pratiche e usanze come a molti miti e leggende.” Scrive Giuseppe Pitrè nel volume Spettacoli e feste (1) della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. E Sebastiano Aglianò, in Questa Sicilia, scrive a sua volta:”InSiciliailcarattere sacro dei misteri greci, la prostrazione islamica al Dio onnipotente hanno confuso i loro germi con quelli più vivi del cristianesimo” (2) Fenomeni dunque del cielo e della terra hanno creato i più antichi miti, e quelli della Grecia, i più significativi per noi. Hanno creato il mito primitivo e pregnante della terra, del buio e della luce, dell’inverno e della primavera. Il mito primigenio, vogliamo dire, di Demetra e di Persefone. “Demetra dalle belle chiome, dea veneranda, io comincio a cantare,/ e con lei la figlia dalle belle caviglie, che Aidoneo rapi.. così l’Inno di Omero a Demetra(3). E in questa madre dolente che ricerca la figlia rapita si è voluto vedere, nelle feste pasquali, l’Addolorata alla ricerca del Figlio. Lampante ancora ci sembra lo scivolamento pagano nella liturgia cristiana, nella festa di San Giovanni, il 24 giugno, nel solstizio d’estate. Festa che si fa in vari paesi, ma singolare è quella di Alcara Li Fusi, un paesino dei Nebrodi. Al mattino si svolge la processione con la statua del Santo. Alla sera, in ogni contrada del paese, si apparecchiano gli altarini del muzzuni, una brocca senza manici dentro cui si son fatti germogliare orzo e frumento. Intorno all’altarino, uomini e donne intonano canti d’amore. Dello stesso senso della festa di San Giovanni, della netta separazione del rito pagano dal rito cristiano, ci sembra il rito rappresentato da Pirandello ne La sagra del Signore della Nave. Ma torniamo alla Settimana Santa, ai riti del passaggio dalla morte alla resurrezione, alla vita. Già nell’alto medioevo, nel mondo cristiano, avveniva nelle chiese la recita del Mistero, la Sacra Rappresentazione per celebrare la Settimana Santa. E in Sicilia? La Sicilia, che al tempo dei greci aveva avuto i grandi teatri di Taormina, di Segesta, di Siracusa, dove Eschilo fece rappresentare per la prima volta le Etnee, con i Bizantini, gli Arabi e i Normanni non ebbe più rappresentazioni teatrali. Bisogna arrivare al 1563, quando, col viceré Medinaceli, fu rappresentato a Palermo, nella chiesa di Santa Maria della Pinta, l’atto, detto appunto della Pinta, scritto da Merlin Cocai, pseudonimo di Teofilo Folengo. L’atto della Pinta fu l’inizio di una serie di sacre rappresentazioni, di recite di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie città di opere teatrali nelle chiese, nei monasteri e finanche nei cimiteri delle varie – città e paesi di Sicilia. Erano storie di martirii di santi, ma erano soprattutto, durante la Settimana Santa, rappresentazioni del Mortorio, della Passione di Cristo; erano opere come il Cristo morto di Ortensio Scammacca, Funerale di Giesù di Giuseppe Riccio, Cristo condannato e Cristo al Calvario di padre Benedetto da Militello, Il riscatto di Adamo nella morte di Gesù Cristo di Filippo Orioles. A Trapani, come a Prizzi e in altri centri, la sacra rappresentazione cominciava la Domenica delle Palme, con la benedizione dei rami delle palme, tra musiche e scampanate. Dopo, nei giorni della Settimana Santa, la rappresentazione diveniva sempre più drammatica, come avveniva a Palermo lungo il Cassaro, con la Danza Macabra o Trionfo della Morte. Il culmine si raggiungeva, negli ultimi tre giorni della Settimana Santa, con la recita della Passione di Cristo, che prendeva a Erice il nome di Casazza. Nome, Casazza, dicono gli storici di volta in volta, venuto in Sicilia dalla Lombardia, dalla Toscana o dalla Spagna, ma che significa sempre la grande casa in cui avveniva la sacra rappresentazione. C’erano, in queste rappresentazioni, quelli che dovevano recitare l’ ingrata parte degli uccisori di Cristo, dei Giudei, come avveniva e avviene ancora, a San Fratello e a Geraci Siculo. Per i sanfratellani però l’interpretazione della parte dei Giudei forse ingrata non è. Nei loro sgargianti costumi diavoleschi, con trombe e catene in mano, quei contadini, pastori, boscaioli carbonai, sembra che interpretino fino in fondo, con convinzione, la loro parte di “cattivi”. Scrive Nino Buttitta: “Nel giovedì e nel venerdì precedenti la Pasqua le strade di San Fratello sembrano ripercorse dall’agitazione e dal tripudio dei giorni di carnevale. Salti, corse, sgambetti, saggi di equilibrismo [..], canti, rumori di catene, squilli di tromba, clamorosamente annunciano la presenza dei Giudei”(4). E ancora due altri etnologi, rispettivamente di San Fratello e di Mistretta, Rubino e Cocchiara, ci parlano di questi Giudei. Feste, feste in Sicilia: feste calendariali, feste religiose. “Che cosa è una festa religiosa in Sicilia? ” si chiede Leonardo Sciascia (5). E così risponde usando una grammatica freudiana e insieme pirandelliana: “E’ una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo” (6). Una solitudine troppo rumorosa verrebbe da dire con Bohumil Hrabal. Ru-more, chiasso, movimento, luce, colore che ritroviamo nel Carnevale, nel Natale, nella Pasqua e nelle feste patronali dei vari paesi di Sicilia, fissati nelle straordinarie fotografie di questa mostra di Giuseppe Leone. Giuseppe Leone, con Sellerio, Scianna, Minnella e altri, appartiene alla grande scuola dei fotografi siciliani, scuola che è speculare, azzardiamo dire a quella letteraria. Speculari, le due scuole, perché leggono interpretano, “rappresentano”, ciascuna a suo modo, la ricca realtà siciliana. Cento e più foto sono in questa mostra di Leone. In cui sono fissate le immagini delle feste, religiose e no, di tanti paesi di Sicilia, dal Natale di San Michele di Ganzeria e Barrafranca, al Carnevale di Chiaramonte Gulfi, di cui ci ha lasciato memoria Serafino Amabile Guastella; e ancora, la Settimana Santa, dalla Domenica delle Palme di Leonforte e di Gangi, al Giovedì e Venerdì Santo di Trapani e di Enna, ai Diavoli di Prizzi, e le feste patronali, dalle tre sante patrone di Palermo, Catania e Siracusa, Rosalia, Agata e Lucia,alla festa di San Giuseppe a Santa Croce di Camerina,di San Silvestro a Troina, Sant’ Alfio, con la corsa dei “nudi”, a Lentini e Trecastagne, a quella di San Paolo a Palazzolo Acreide… Sono immagini, queste di Leone, della profonda storia, della ricca cultura siciliana. Immagini che rimarranno, in questo nostro tempo di cancellazione d’ogni memoria, d’ogni tradizione, di omologazione culturale, come gli “annali” della nostri storia. Milano, 18.2.07 Vincenzo Consolo (1) Giuseppe Pitrè “Spettacoli e feste” pag. XI – Luigi Pedone Lauriel Palermo 1881 (2) Sebastiano Aglianò “Questa Sicilia” A.Mondadori editore 1950 (3) Inni Omerici a cura di Filippo Cassola -pag. 39 – Fondazione Lorenzo Valla – A. Mondadori editore 1981 (4) Nino Buttitta in “Feste religiose in Sicilia” di Leonardo Sciascia – foto di Fernando Scianna – Leonardo da Vinci Editrice – Bari 1965 – pagina senza numerazione (5) Leonardo Sciascia in “Feste religiose in Sicilia” idem come sopra pag.30 (6) Idem come sopra
Vincenzo Consolo – Sant’Agata di Militello – 2007
La Pasqua di Giuseppe Leone – Monterosso Almo Il Maestro Giuseppe LeoneVincenzo Consolo e Giuseppe Leone – bosco della Miraglia
S’avissi ’na mezza sciabula o puru ’na carrubina facissi ’na ruvina facissi ’un sacciu chi. S’avissi un pignateddu l’agghiu e puru lu sali facissi un pani cottu sempre s’avissi ’u pani. Canto popolare siciliano
Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale, mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava, a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti. Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli, dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabarrato, la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio. Sfavillava nelle case grasse la conca col carbone e la cenisa, il pane lievitava sotto le coperte, crepitavano le frasche dentro il forno. La signorina Colajanni, terziaria francescana, seduta dietro i vetri del balcone, i piedi sulla ruota della conca, il rosario fra le dita, guardava preoccupata le sue graste sopra la balàta, la fùcsia, il bàlico, la scrèpia, il garofano di Spagna e quella pianta fragile, sensitiva ch’era la pomélia, i gusci d’uova sulle cime degli stecchi intirizziti ch’oscillavano come campanelle di zucchero, mute sonagliere d’una Buona Pasqua in cartolina. Era il giorno della confessione, ma non sapeva se l’anziano frate Carmelo si sarebbe mosso con quel tempo dal convento per venire qui da lei. Aveva preparato sopra il tavolino del salotto la guantiera con le cassatelle e i rami di miele coperta dalla tovaglietta ricamata d’organzino. Aspettava recitando le cinque poste e leggendo sul messale quotidiano l’ufficio di Santa Bibiana vergine e martire. E sperava che il fratello non chiudesse troppo presto la farmacia, non tornasse a casa prima dell’arrivo del cappuccino. Passavano per strade, per vicoli e piazze, dall’Arenazzo al piano del Ca’, su per Marigèsu, giù per San Giuseppe e il Calvario due uomini in divisa, scarponi e gambali di cuoio, pantaloni alla cavallerizza con la banda rossa, cappotto blu, cappello e bandoliera, passo cadenzato come di ronda o di parata. Si fermavano qua e là davanti a una porta. Toc, toc. «Chi è?» «Carabinieri.» S’apriva un portellino o l’anta d’una finestra a fessurina, s’intravedeva la testa chiusa dentro il fazzoletto o la sciallina d’una donna. Chiedevano allora i due gendarmi dove fosse il marito, il figlio o il fratello. «Non c’è, non c’è» rispondeva quella spaventata. «E dov’è?» «Mah, foresto, foresto è.» «Ah, sì?! Gli dite allora di tornare presto. Qui c’è per lui ’na cartolina.» E consegnavano nelle mani tremanti della donna la cartolina rosa con su scritto: “In nome di S.A.R. Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno… Entro dieci giorni vi presenterete al Distretto Militare… Portate con voi gavetta, cucchiaio e coperta”. Quelle cartoline precetto di richiamata o chiamata alle armi, dopo la caduta del Fascismo, l’armistizio e la continuazione della guerra, aveva deciso il brigadiere Rizzo, comandante la stazione dei Regi Carabinieri, di farle consegnare a domicilio dai suoi militi, prelevandole dalle mani della direttrice della Posta, per dare più importanza e più comando a quell’ordine statale. Al panico del primo tempo e allo smarrimento, successe nei giovani e dentro le famiglie il mugugno e il risentimento, per questa richiamata prepotente, beffa, gioia in sogno, ora ch’avean portato a casa, graziadio, salva la pellaccia, contra que’ morti morti e que’ dispersi, poveri figli, per mari e terre remote e aliene. E si parlò in aggiunta dell’ammasso, del pane e d’altre cose con la tessera, che scanzavano campieri, gabellotti e proprietari; si parlò del comandare, ch’era sempre, ora ch’eran partiti ’Nglesi e Mericani, che il maggiore Abell era un ricordo vago, se lo era, un profumo svaniscente di lavanda, di whisky e di tabacco, solo nella mente e le lenzuola di donna Elisa, in mano sempre dei medesimi, in tempo di pace, guerra e dopoguerra. Il mugugno uscì dalle case e s’attizzò per vicoli e cortili, entrò in caffè leghe società partiti, divampò per il paese. Sì che, venuto il giorno diciassette, festa di San Lazzaro, sparsasi la nova che in Catania Giarratana Avola Scicli e Palazzolo era successo un Trenta Aprile, la lotta, la rivolta contro distretti caserme municipi dazi esattorie e tribunali, che al Comiso avean proclamato, torno alla fonte di Diana, dalle contrade Sénia Acquapomo e Calafàta, fin’in cima ai carrubi dell’alture, una repubblica indipendente e popolare (veniva a pochi giorni la rivolta con tanti morti d’Ibla e del quartiere Russia di Ragusa, veniva l’altra lontana della repubblica di cinquanta giorni di Piana degli Albanesi), convennero d’ogni dove, il pomeriggio, sul piano del Carmelo. Prima i giovinotti, con quella cartolina rosa nelle mani, e primi fra i primi i fratelli Ansaldi, Rocco in testa, e quindi, in ordine d’età, Giovanni, Carmelo e Salvatore; Rocco, ch’era il più possente e il comandante di quella banda con i suoi fratelli. Banda come banda di briganti, come tante de’ paesi nei dintorni. Ma briganti comunisti si chiamavano gli Ansaldi, banditi per giustizia e indipendenza, in lotta contro lo Stato, contro baroni, proprietari e mafiosi. Simili a quelli di Centùripe, a quelli di Niscemi e di Sambuca. E Rocco si pensava un Testalonga, quell’antico bandito di Pietraperzìa, che per sete di giustizia e di riscatto s’era attestato con la banda a Ratumemi. A Ratumemmi a li primi nisciuti Si sparagiaru già li so surdati. Li baddi gruossi e li baddi minuti Cadianu comu grannuli quagghiati; E Pidicuddu ci dissi a Rumanu: Lassamu l’armi, e facimmula a manu. Con le camicie rosse sotto le giacche di velluto e di fustagno, con moschetti e duebotti, cartucce a bandoliera e bombe a mano dentro il tascapane, Rocco e i tre fratelli, infaccialati, scor- razzavano per passi e per trazzère, agli incroci delle strade per Riesi, per Butèra e Barrafranca; assaltavano carovane di muli e di carretti, le macchine degli Accardi, degli Accàttoli, dei Bàrtoli, dei La Loggia; irrompevano di notte in ville e masserie. E tornavano poi nel paese, a passeggiare sul piano del Carmelo, a bere con gli amici nel caffè, a parlare coi compagni dentro la sezione del partito. Trovarono i giovinotti convenuti alla piazza, sui muri dei palazzi, davanti al Municipio e alla Caserma, ai lati delle porte dei circoli e dei partiti, questi manifesti, che chi sapeva leggere lesse, e lesse a voce alta pei compagni: GIOVANI SICILIANI Ancora una volta dopo lunghi anni di guerra e di miserie ci si chiede, contro la volontà di un popolo, di spargere il nostro sangue. Come ieri, il vile monarca ci impone di morire per la conquista di altri imperi. Noi non impugneremo le armi! GIOVANI DI SICILIA Siate tutti solidali nell’esprimere la vostra volontà di non presentarvi! Pace e lavoro, ecco ciò che vogliamo. La piazza intanto s’era popolata d’altra gente, uomini vecchi donne ragazzetti, venuti da vicino e dall’incognito, sbucati d’ogni canto e d’ogni stretto. Fecero cerchio, muro attorno ai giovinotti. Rocco Ansaldi, al centro, con lo zolfanello diede fuoco alla sua carta di precetto, e alzò in aria, per una punta, alta la fiamma. Tosto l’imitarono i fratelli; tutti l’imitarono di poi, e nella piazza, tra voci e tra sghignazzi, fu un ballo di fiamme, brevi come fuochi di paglia. Le cartoline rosa si fecero di cenere. Il brigadiere Rizzo osservava da dietro le liste della persiana, si faceva dire i nomi d’ognuno dall’appuntato anziano che da molt’anni dimorava nel paese, li scriveva puntiglioso sul registro. Se la godevano i civili del Circolo Amicizia ed erano curiosi di sapere quale piega avrebbe preso quella parata. Peppino Pianciamòre, sulla gradinata del Carmelo, alto fra le due colonne del portale (più in alto, la cupola di smalto stralu- ceva, colpita da un estremo, chiaro raggio di dicembre), guardava e sorrideva per quelle fiamme brevi bruciadita, deboli bagliori d’anarchia, momentaneo impulso antistatale. E i giovani capi comunisti, davanti alla sezione, con allato braccianti e zolfatari, erano inquieti per quell’uscita spontanea e imprevista dei chiamati. C’erano compagni, c’era gente fuori dai partiti e dalle idee, e c’era popolo meschino e arrabbiato. Sul petto di Liberto il gobbo spuntò una gobba a ruota ch’era il tamburo, e nelle mani di Japico Midolla i due piatti di rame della banda. Liberto diede il primo colpo di mazza alla grancassa e Japico rispose col ciàn ciàn. Innanti quindi furon spinti i musicanti e dietro a loro si formò la squadra, che mosse, vociando, giù pel Corso, verso l’Arenazzo. S’udirono da lì a poco dalla piazza i primi spari in aria, i fracassi, le grida, gli aiuti e gli schiamazzi. Successe allora il fuggi fuggi, la chiusura veloce di caffè, di circoli e partiti. Donna Elisa Accàttoli, sensitiva e volpigna di natura, che intuiva gli eventi prima dell’arrivo, dalla mattina e ancora adesso il dopopranzo, continuava a dire a don Luigi suo fratello, muovendo di qua e di là, come una dònnola dentro in una gabbia: «Sono inquieta, sono inquieta. Non so. Poi stanotte ho sognato cose dolci, cassate, cannoli, piatti di bignè… Che stomacaggine! Andiamo via, Luigi, andiamo! Portami a Catania, a Taormina…» «Elisa, vuoi star tranquilla?! Tu e i tuoi sogni! Ti ho promesso che a Natale ti porto giù in Palermo, col permesso di tuo marito. Tu permetti, nevvero, Gaetano?» chiese a smacco don Luigino a suo cognato dentro la poltrona, flaccido, russante, il giornale a terra, scivolato dalle mani. Dicendo quello, don Luigino non lo guardò nemmeno, nemmeno lo guardò la moglie Elisa. «Ho lì l’appuntamento coi barone Alù,» proseguì don Luigino «con Agostino La Lomìa e coi Sillitti. Siamo invitati in casa di don Lucio Tasca.» «A Natale, a Natale… Ancora ’na settimana. Chissà cosa succede da qui a ’na settimana!» «Elisa!» tuonò don Luigino, in quella maniera che voleva dire basta. Donna Elisa raccolse lo scialle buttato sul sofà, se l’avvolse con furia sulle spalle, e rigida partì. Passata nel suo appartamento, preso nello studio il binocolo militare, cadò del suo maggiore, salì diritta alla postazione, al bovindo in alto da cui si dominava tutto il paese. S’accomodò sopra la poltroncina, puntò il binocolo sulla piazza del Carmelo. Nel momento in cui l’Ansaldi Rocco, al centro di quell’assembramento, dava fuoco alla sua cartolina rosa di precetto. Donna Elisa ingrandì la visione, puntò solo su Rocco, e le parve di riconoscere in quel giovane, alla corporatura, alle movenze, al vestimento, il bandito entrato una sera assieme ad altri dentro la masseria a Gibilemme, sopraffacendo picciotti e soprastanti, che sotto gli occhi di tutti le aveva passato, per sfregio o per reale desiderio, la mano rozza e calda sopra la faccia, sul petto, sull’anca, lungo tutta la schiena e ancora sotto. «Ah, che cosa fina,» mormorando «che pane bianco!» Poi seguì, donna Elisa, tutta la scena, seguì il corteo che dal piano del Carmelo si mosse minaccioso verso Fiorentino. Corse affannata giù da Luigino, gridando, imprecando, facendo prescia, ingiungendo immediatamente di scappare. E in tempo in tempo riuscirono a salire sopra la Balilla, con la valigia piena delle cose più delicate e preziose, a correre alla volta di Caltanissetta. La massa scorreva giù per l’Arenazzo, e da stretti e da vicoli influivano, come rigagnoli dentro in un vallone, giornatari picconieri nullafacenti, con mogli e figli e i parenti vecchi. Portavano a spalla come labardieri pale e picconi, spranghe, schioppette e altre armi lasciate dalle truppe in ritirata. Scese pel Firriato e largo Madonnuzza, per il Purgatorio sbucò ai Cappuccini, girò per via Sperlinga e per le Botteghelle, tornò all’imbrunire sul piano del Carmelo. Cantavano, gridavano “Basta con la chiamata, la guerra per noi ormai è finita!”, “Pane e lavoro!” gridavano, “Abbasso il Municipio e i proprietari!”. E nei palazzi, intanto, si sprangavano i portoni, si serravano i balconi e le finestre, correvano i baroni coi servi per saloni scale corti, incatenavano stipi forzieri magazzini. Ma il popolo per prima mirò al Municipio. Che fu? Che fu? Che fu? Fu furia furente, furore che scorre e ricorre, follia che monta scema che trascorre, farandola frenetica, girandola che vortica, si sgrana nel suo cuore, si spiuma nell’ali di faville, si dissolve in scie in pluvia spenta di lapilli. Fu fu fu, fumo vaniscente umbra vapore tremolante di brina sopra erbe spine gemme. Vai, vah. Una valanga di pietre ti seppellirà. Sul tumulo d’ortiche e pomi di Sodoma s’erge la croce con un solo braccio, la forca da cui pende il lercio canovaccio. Chiedi pietà ai corvi, perdono ai cirnechi vagabondi, ascolta, non tremare, l’ululato. Ma tu lo sai, lo sai, sopravvivono soltanto la volpe e l’avvoltoio. Volavano dai panciuti balconi del Comune carte registri sedie mobilio, si schiantavano sopra la piazza, venivano ammassati davanti al monumento. E vi si diede fuoco. Tutti giravano e saltavano attorno a quelle vampe. Qualcuno poi gridò “Accàttoli, Accàttoli!”, e una schiera si lanciò verso il palazzo del vecchio podestà, un’altra verso quello di donna Elisa e del fratello. Era di donne soprattutto questa, donne che a quella donna superba e mafiosa non perdonavano la sua prepotenza, le corna fatte a tutti con l’inglese. Sfondarono e salirono su per lo scalone, furono nelle sale, aprirono stipi armuarri comò e cantarani (usciva da quelle bocche odore di cotogna, spiga di Francia, bergamotto, come fosse il fiato del legno, della roba). Nella camera da letto, una afferrò da sopra la toletta una bottiglia grande di colonia, sturò e bevve, credendola rosolio. Un’altra, la più accanita, tirava fuori dall’armuarro i bei vestiti della baronessa, quei di giorno, gonne con giacche mascoline, e quei lunghi scollati di raso muaré per i festini o il teatro Massimo in Palermo. Un’altra trovava scarpe col tacco a punta e ortopediche, e calze busti giarrettiere. Altre boa, scialli, colli, paltò. Prendevano e buttavano dai balconi, sotto afferravano e portavano al falò. L’accanita, presa la pelliccia color miele, l’indossò, si guardò alla specchiera e quindi, imitando l’andatura della baronessa, si portò sul balcone e proclamò: «Questa è la volpe di donna Elisa!». Se la tolse e la lanciò, con gesto largo, regale. Liberto il gobbo, lasciata la grancassa nell’androne, ratto salì anch’egli nel palazzo, seguito dalla sua ombra, quel piattàro di Japico Midolla. I due cercarono subito le stanze di don Luigino, ebbero l’accortezza di prendere cose basilari e di primario uso, cose surtutto che non dessero nell’occhio: Liberto un bel paio di stivaletti neri di scevrò coi bottoni allato di giaietto; Japico mutande e maglie in carne color crema di vera lana inglese d’anteguerra. Altre schiere corsero al palazzo dei La Loggia, altre a quello del cavalier Perno e del Cannada: scassarono, rubarono, bruciarono. Il cavalier Bàrtoli Antonino, il più avveduto, mentre quelli eran sul punto di dar fuoco, s’affacciò al balcone e così apostrofò: «No, no, non bruciate! Che vale? Ecco le chiavi. Entrate, entrate, prendete tutto quello che volete». E sferragliando fece cadere il mazzo sopra il marciapiede. Entrati, quelli si diressero filati ai magazzini, senza pensare ad altro, formando presto una processione con sacchi in groppa, barilotti, otri, damigiane. Durò per molte ore la razzìa, i fuochi divampavan nei palazzi; gli uffici del Comune e il Circolo Amicizia eran ridotti a fondachi per cui eran passati gli zuavi. Tra l’ore nove e l’ore dieci infine, sazi, stanchi, e imbriachi, a poco a poco tutti si dispersero, ognuno se la squagliò nel suo quartiere, si rintanò dentro il covile. Si curvarono le tavole sui trespoli, crocchiarono le foglie nel saccone. Sotto mante e frazzate, i carusi accucciolati s’attaccarono alle spalle del pa’ e della ma’ che, uno dentro l’altra, prendevan godimento, soffocando gemiti, sospiri. E nella notte, la notte d’acque calde e oleose, prima di sprofondare esausti nel sonno “Domani, come vole Dio” fu il pensiero estremo. E nella notte giunse nel paese Girolamo Li Causi, Mommo chiamato dai compagni. Un uomo di sacrificio e lotte, reduce dalla guerra partigiana. Incontrò mai Mommo il fotografo Robert che adesso si trovava nella Parigi liberata o nell’inferno delle Ardenne, quel Robert che aveva incontrato Hemingway, Picasso e Eluard in rue des Grands-Augustins? Ma incontrarono ambedue Peppino Pianciamòre e i suoi compagni, videro le stesse facce dei villani, delle donne, dei bambini, camminarono per le stesse strade, guardarono i campanili, le cupole, i conventi, le mensole grottesche dei balconi a Mazzarino. In sezione, sentendo il racconto dei giovani compagni, racconto di ribellione e di furore, «Sciagurati, sciagurati!» sclamava angustiato. Vincenzo Consolo